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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Oderso Rubini. Produttore musicale. Dizione giusta, ma francamente restrittiva perché è anche videomaker, regista tv, media designer...
E, come produttore, un vero e proprio autore diffuso in più autori. Ha non solo, infatti, creato tanti musicisti, ma è stato fondautore di un vero e proprio progetto espressivo: l’Expanded Music che con i suoi marchi di produzione, Italian Records e Harpo’s Bazar è stata una delle più importanti etichette italiane indipendenti, distribuita prima da Ricordi e poi dalla Emi.

Produced by Oderso, questa la firma che compariva sul retrocopertina di numerosi dischi realizzati durante gli anni '80, ed era garanzia di qualità, sorpresa, rinnovamento di linguaggio.
Gas Nevada, Stupid Set, Confusional Quartet, la Monophonic Orchestra di Maurizio Marsico, e tanti tanti altri… quante sconvolte serate ho passato in compagnia di quei suoni allegri, intelligenti. E colti. Senza averne l’aspetto grave che accompagna la kultura. Perché anche allora c’erano tipi che t’affliggevano per sentirsi seri, si sa, quella è razza immortale. E da esperienze assai colte proveniva Oderso, basti pensare alla sua collaborazione, nel 1980, alla performance di John Cage “Il Treno di John Cage”, per il Teatro Comunale di Bologna. E, prima ancora, ai suoi studi svolti proprio a Bologna: Ingegneria Elettronica all’Università, Musica Elettronica al Conservatorio, nonché Teoria e Pratica della Computer Music all’Università di Padova.

Ho invitato Oderso in questa mia taverna spaziale, perché ritengo che quella sua operazione abbia anticipato molte cose che avvengono ai nostri giorni, ad esempio il principio stesso della bootleg culture: un procedere per citazioni, lampi, frammenti, pastiche, costruendo un’unità compositiva attraverso scomposizioni. Tutto questo lo rintraccio nel lavoro che Oderso fece già allora, un quarto di secolo fa. Scusate se è poco. E senza disporre delle tecniche digitali d’oggi con le quali è possibile perfino fondere una traccia vocale di un brano con le parti strumentali di un altro.

Qualche rapido cenno alle sue attività fino a questo momento non ancora citate:

  • Collaborazione alla realizzazione della colonna sonora del cortometraggio “Anima Mundi” di Godfrey Reggio e Philip Glass; il film prodotto da Studio Equatore per il WWF e Bulgari è stato presentato alla Biennale di Venezia del 1991;
  • Regìa videoclip “Born to be Abramo” per Elio e le Storie Tese, 1996;
  • Produzione e regìa nel 1996 di “Eurostallions 1&2”, e poi “Vite bruciacchiate” nel ’98, 4 puntate tv realizzate negli Stati Uniti, ancora con Elio e le Storie Tese, entrambe per Rai2;
  • Produzione del CD “Doppia Dose” degli Skiantos, progettazione e realizzazione del sito ufficiale della band;
  • Pubblicazione del libro “Non disperdetevi 1977-1982 San Francisco, New York, Bologna, le città libere del mondo”, con Andrea Tinti, Arcana 2003, http://www.arcanalibri.it
  • Realizzazione dell’etichetta Astroman.it, http://www.astroman.it, per la ristampa su Cd del catalogo Italian Records;
  • Consulenza per l’implementazione di un sistema di vendita di brani musicali on line tramite download su Zivago.com, portale realizzato da Editoriale l’Espresso e Feltrinelli;
  • Costituzione di “Sonicrocket”, http://www.sonicrocket.com, società che sviluppa attività di e-commerce (Cd, libri, merchandising), progettazione e realizzazione di siti internet, video istituzionali, CD-rom;

E poi ci sono tante altre cose che adocchio sul foglietto dove ho gli appunti, comprese attività nel campo della docenza e del tutoring, ma… ma fermiamoci qui sennò facciamo notte, e poi ho la gola secca e voglio farmi proprio un goccetto…

Benvenuto a bordo, Oderso …
Era ora, il sogno irrealizzabile di una vita: sull’Enterprise alla scoperta di nuovi mondi, chiacchierando amabilmente in compagnia di un buon nettare d’uva….
E di nettare ci parla il sommellier Giuseppe Palmieri de “ La Francescana” di Modena (città del Pianeta Terra dove ora vivono l’anno 2005), diretta dal patron e magico chef Massimo Bottura. Mi ha consigliato, infatti, d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo Barolo “Per Cristina” di Clerico, annata 1996, inviandomi anche una nota in spacefax che dice: “E’ un ottimo vino se vi piace la singolarità delle note di cuoio-liquirizia-rosa-china-cioccolato. Uno di quei vini che farà di Domenico Clerico fra alcuni anni uno dei produttori più interessanti delle Langhe”. Bene… qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne l’audace guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Oderso secondo Oderso…
Ecco, cominciamo bene! Sempre difficile parlare di se stessi, comunque proviamo: Oderso ha un nome unico, e questo già la dice lunga; tosto, orgoglioso delle tante cose fatte, ma soprattutto con la voglia di farne ancora tante altre. Deve sempre avere rispetto di se stesso e degli altri, non ancora appagato, curioso per natura e naturalmente predisposto all’esplorazione. Sempre in bilico tra la voglia di ‘mettere le mani in pasta’ e la necessità alle volte di gestire con più distacco le cose.
Partiamo prendendo spunto dal libro “Non disperdetevi 1977-1982 San Francisco, New York, Bologna, le città libere del mondo”. Libro di cui consiglio la lettura a quanti – anche se di musica non se n’occupano – vogliano documentarsi su quegli anni, perché in quelle pagine (con Cd accluso) è ricostruito attraverso numerosissime interviste, documenti, e un apparato iconografico, lo scenario culturale d’allora, utilissimo per capire tante cose di oggi.
Tra il ‘77 e l’82 la musica italiana ebbe una capitale indiscussa: Bologna.
Che ricordo hai di Bologna di quel tempo?
Bologna di quegli anni era uno di quei luoghi spazio-tempo (molto rari nell’arco della normale vita umana) nel quale bisognava aver la fortuna di essere. Ci stavi dentro e ti sembrava che non potesse esserci altro modo, momenti che molti sognano di vivere e che pochi (grazie capitano Kirk) realmente riescono a vivere. Un sacco di emozioni, di sensazioni forti, grande intensità, nessun limite alla fantasia, ma soprattutto l’idea di provare a non farsi rubare la vita. Poi sono arrivati quelli che molti definiscono gli “anni di piombo”, ma noi, intrisi dalle avanguardie artistiche del ‘900, abbiamo continuato a pensare che la vera rivoluzione poteva nascere solo dalla creatività.
Quali idee-guida ispirarono il tuo lavoro allora?
Sperimentare, sperimentare, sperimentare a tutti i livelli: nella produzione sonora, nella gestione dell’attività imprenditoriale, nelle forme di comunicazione, sfuggendo sempre dall’idea di emulare qualche cosa che fosse già stato scritto, ma soprattutto non dare mai niente per scontato. Avere una visione aperta per poter guardare l’ambiente circostante (macro), ma anche il singolo dettaglio (micro). E poi mettere assieme le cose, le situazioni, le persone (oggi si direbbe creare sistema), connettendole tra loro in modo logico e possibilmente appropriato.
Nel presentarti ai miei avventori, dicevo di come ti considero un anticipatore di molte cose che s’ascoltano nel panorama odierno. Chi meglio di te può dirmi in quali cose più ti riconosci?
Sicuramente nell’uso dell’elettronica (derivato dalla frequenza del Corso di Musica Elettronica del Conservatorio di Bologna tenuto dal Maestro Fugazza), sia in fase di elaborazione sonora, sia in fase di costruzione dell’elemento comunicativo, mai banale, ma nemmeno troppo calato dall’alto. Oggi ovviamente sembra tutto molto più facile, ma allora era una sorta di frontiera da conquistare. Qualche giorno fa, durante una intervista radiofonica, ascoltando un brano realizzato 25 anni fa (degli Stupid Set), il conduttore si è mostrato molto stupito della sua modernità: ma oggi come allora la mia idea di lavoro in fase di elaborazione/produzione di un progetto, è quella di esaltare al massimo le peculiarità intrinseche del brano/disco e dell’Artista, esercitando la sintesi più che mostrare la mia bravura. Poi praticare l’idea di trasversalità (dei generi, degli stili e delle idee), mettendo insieme, con logica, qualunque tipo di materiale.
A proposito di oggi, quali sono, invece, le cose che ti fanno venire la scarlattina quando le senti?
Innanzi tutto l’emulazione (che sta purtroppo alla base di molte delle italiche cose), la piattezza della maggior parte delle produzioni discografiche di oggi, l’eccesso di presunzione che pervade tutto l’ambiente. Poi aggiungo le cosiddette corti dei miracoli (tutto quel fiorire di personaggi che all’ombra di Artisti famosi, pensano innanzi tutto a proteggere il loro ruolo, più che fare il bene dell’Artista) e gli atteggiamenti ipocriti alimentati spesso e volentieri dal sistema della comunicazione. Più in generale l’esasperazione del consumismo e qualunque situazione nella quale si cerca di fottere il prossimo (e non sono poche).
I Black Rebel Motorcycle Club, i Muse, gli Strokes, i Travis, gli Starsailor, i Coral, i Raveonettes… alcuni dicono che il rock è risorto, altri che non è mai morto. Dicci la tua…
Bella domanda, ma faccio fatica a pensare ad un genere musicale come a qualcosa che può morire. Possono cambiare le emozioni che certa musica ti dà, ma fino a che ci sarà qualcuno (anche solo uno) che ne trae emozioni, allora sarà valsa la pena di mettere insieme in modo logico delle note e dei suoni. Ogni musica ha il suo tempo e ne è uno specchio assolutamente fedele, quindi se guardo la cosa da questo punto di vista ci saranno sempre artisti e/o canzoni capaci di trasmettere qualcosa.
Dopo l’11 settembre c’è stata una fioritura di rappers – ad esempio: Canibus, MC Hammer, Suge Knight - che urlano patriottismo. Si tratta di un’occasione sfruttata opportunisticamente da alcuni, oppure il rap sta cambiando i suoi bersagli?
In modo molto laconico: puro opportunismo!
Intendiamoci, il rap ha avuto un ruolo straordinario perché è riuscito a rimettere in primo piano due cose essenziali come ‘parola’ e ‘ritmo’, quasi a chiudere il cerchio con le forme musicali primordiali e tribali, ma poi da forma espressiva è degenarato nel business e….
Scorrono fiumi d’inchiostro sulla world music. Il grande chitarrista maliano Farka Touré, ad un convegno di studi etnomusicologici della Fondazione Cini, ha definito la world music “un calderone che omologa e non favorisce un nuovo umanesimo multietnico”. Tu come la pensi?
Come al solito bisogna stare molto attenti a non generalizzare. Di base sono d’accordo sulla definizione di Farka Touré che parla di un calderone che omologa (io me l’immagino come una marmellata di quelle biologiche, che non ti dà molto gusto), ma ci sta anche che il processo verso un nuovo umanesimo multietnico possa essere pure attraversato dalla world music. Nel calderone si trovano cose indegne, ma anche buoni frutti, quindi come al solito si tratta di saperli riconoscere: sta qui il vero problema culturale, avere gli strumenti per andare un po’ più in profondità alle cose e non rimanere sempre in superficie.
Le canzoni messe su per l’estate sono sempre esistite, le abbiamo ascoltate da Mina, Patty Pravo, Righeira, Gianna Nannini, Edoardo Bennato, Lucio Dalla, e altri ancora. Poi succedeva che il loro successo andava ben oltre l’estate. Da una decina d’anni in qua, però, a differenza d’un tempo, i brani spiaggiaioli (e i loro interpreti) cadono insieme con le foglie nel primo autunno.
Come si spiega?
Se avessi una risposta definitiva sarei a capo della discografia mondiale, ma a parte la battuta credo che ci siano tanti piccoli elementi che concorrono a questa situazione: provo ad elencarne alcuni ma sono sicuro che ce ne sono molti altri:
Primo: la musica non è più il solo centro della vita culturale giovanile e il consumo di conseguenza è molto più ‘distratto’.
Secondo: i processi di identificazione si sono evoluti e i cantanti non sono più un modello identificativo così forte, affiancati e/o sostituiti da calciatori, personaggi tv, attori eccetera
Terzo: oltre 50 anni di storia della canzone cominciano ovviamente a farsi sentire: trovare una melodia ancora capace di sorprendere sarà sempre più difficile.
Quarto: credo che gli stessi mezzi di produzione (che si sono prepotentemente modificati negli ultimi 10 anni appunto) abbiano contribuito ad una sorta di appiattimento generale (non si sperimenta più sulla capacità comunicativa, ma sull’uso della tecnologia).
La discografia italiana d’oggi. Volendone indicare una soltanto, qual è la sua principale colpa?
Non è capace di fare ‘sistema’, né, tanto meno, di rinnovare un modello di business obsoleto. Le risorse umane che la compongono sono di livello medio-basso: poche idee, poca predisposizione al nuovo, poca preparazione. Si tira a campare sperando di trovare prima o poi (in base a meccanismi statistici), il successo!!!!
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Ma come non si può elogiare quest’idea di nuova frontiera, di esplorazione e scoperta di cose, esseri umani, entità e mondi nuovi. Proiettati in un futuro lontano per volgere uno sguardo al presente e riflettere sulle nostre tante stupidità. Il ‘teletrasporto’ poi è la proiezione scientifica con la quale in modo fantastico mi sono sempre confrontato, e per dimostrare la veridicità di queste affermazioni, invito a rivedere l’episodio “Star Trek” inserito in “Vite Bruciacchiate” con Elio e le Storie Tese del ’98: finzione in questo caso, ma significativa, citazione dovuta ad ammirazione.
Siamo quasi arrivati a Rubìnya, il più bel pianeta musicale della Galassia, col panorama dai colori acidi che sembra un videogame… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Barolo “Per Cristina” di Clerico consigliata dal sommelier Giuseppe Palmieri de “ La Francescana” di Modena… Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Peccato, ci stavo prendendo gusto e mi sarebbe piaciuto fare un’incursione anche nell’Holodeck. Un buon motivo per una prossima bicchierata!
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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commenti presenti

Complimenti, una gran bella panoramica sulla musica di ieri e i problemi di oggi. carlo

inviato da carlo de tommasi
 

A proposito della world music. Ha ragione Rubini, non si può generalizzare. Il calderone c'è, purtroppo, ma dentro qualcosa di buono pure c'è. Distinguere. Non affidarsi ciecamente ad una definizione o ad un'etichetta giornalistica. Lo so che è faticoso, ma è bene farlo, a questo mi pare inviti Rubini. E ha perfettamente ragione. Giusy De Maio

inviato da giusy de maio
 

Giustissimo quanto diceRubini sull'opportunismo dei rappers di oggi!!

inviato da Cartina
 

A proposito delle canzoni spiaggiaiole è molto convincente la prima parte, socioantropologica, della risposta. Non mi convince Rubini dopo, quando sostiene che 50 anni di canzoni rendono più difficili novità efficaci. Che dovremmo dire allora di secoli di musica classica e, nella cosiddetta leggera, continuano, estate o inverno che sia, a pervenire cose nuove e belle. Se Rubini legge questa mia perplessità, è possibile averne una risposta? Adele Della Martira.

inviato da Adele Della Martira
 

rispondo in particolare ad Adele, ringraziando comunque anche per tutti gli altri commenti: so che la Musica Classica ancora oggi produce risultati (anche se quello che si esegue della Musica Classica sono soprattutto le composizioni già filtrate da anni di storia) ma forse per le canzoni estive è un po' diverso: credo che molto dipenda anche dal momento storico che stiamo vivendo. Se la musica, come io credo, è un fedele specchio della storia, in questi ultimi anni non c'è un clima generale così positivo capace di far diventare la canzonetta un vero momento di spensieratezza, di regalarci sogni e allegria. Insomma, il clima è un po' cupo e la melodia facile incide poco sul nostro umore attraversato da mille altri problemi. Gli stessi poi che dovrebbero produrre la melodia facile, sono a loro volta influenzati dal clima che respirano, e ti assicuro che qualunque musicista che vuole campare di musica, il primo pensiero che ha è quello di riuscire a creare il pezzo con il "gancio" (hook in inglese) vincente...

inviato da oderso
 

 

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