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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Passar la lunga sera sulla terra


Tante le cattive notizie che ci pervengono, eccone una che di sicuro non è la più grave, ma altrettanto certamente la sua perniciosità ce l’ha: in Italia si pubblicano circa 40 romanzi al giorno.
Sfugge ai radar la cifra dei libri di poesia perché qui l’autoproduzione è assai elevata e dallo stampatore di paese alla tipografia di città sono messi in giro librini e libretti, spessissimo, di furibonda bassezza.
Il guaio è l’ispirazione.
Impulso creativo da molti vissuto con funesto approdo volando tre metri sopra il cielo andando dove li porta il cuore.

Ben venga, quindi, una corrente letteraria quale l’Oulipo con le sue severe regole giocose. Una mia grande amica, Brunella Eruli, che purtroppo non c’è più, nel suo "Dal Futurismo alla Patafisica", Pacini Editore, riflettendo brillantemente su Queneau, così dice ": "…il tragico greco che scrive i suoi versi obbedendo a regole che conosce perfettamente è più libero del poeta il quale scrive quello che gli passa per la testa ed è schiavo di regole che ignora".
Gemello dell’Oulipo è in Italia l’Oplepo fondato a Capri, nel novembre 1990, da Ruggero Campagnoli, Domenico D’Oria, Raffaele Aragona. Proprio a quest’ultimo (a proposito, nel novembre 2000, ci crediate o no, lui ed io fummo protagonisti di un volo spaziale), a lui, alla sua inesausta attività si deve una serie di convegni e pubblicazioni che in Italia sono all’avanguardia della ludolinguistica. Che come tutte le cose ludiche è cosa serissima incrociando semantica, matematica, enigmografia, poesia verbovisiva.
Interessante, ad esempio, la pubblicazione uscita nell’ottobre scorso, numero 41 della Biblioteca Oplepiana intitolato Passar la lunga sera sulla terra, un verso che fa parte di un divertissement di Umberto Eco. Il primo dei tre versi con i quali trasformò lipogrammaticamente (in “o”) quelli di Salvatore Quasimodo (Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera).
“Una trascrizione” – scrisse Eco – “che capovolgendo la lettera della poesia non ne tradisce, spero, la nota del dolore metafisico. Semplicemente un solare poeta siculo diventa un opalescente iperboreo, e l’amarezza per la morte che incombe si trasforma nell’orrore per la vita che continua”.
I testi contenuti nella pubblicazione oplepiana sono dedicati ad Eco e tutti scritti nel rispetto di una specifica regola (“contrainte”), così com’è nell’uso nel gruppo Oplepo.

Gli autori: Elena Addòmine, Raffaele Aragona, Michèle Audin, Laura Brignoli, Jacques Jouet, Daniel Levin Becker, Valerio Magrelli, Jacopo Narros, Piergiorgio Odifreddi, GeorgeOrrimbe Paolo Pergola, Astrid Poier-Bernhard, Olivier Salon, Aldo Spinelli, Giuseppe Varaldo.

Una lettura divertente quanto intelligente: una festa delle pagine.

AA. VV.
Passar la lunga sera sulla terra
Biblioteca Oplepiana N. 41
Edizioni Oplepo
Sip


Da Gelli a Renzi

Sia per chi ha votato “Sì” sia per chi ha votato “No”, è da leggere questo libro edito da Ponte alle Grazie intitolato Da Gelli a Renzi passando per Berlusconi firmato da Aldo Giannuli.
Un suo sintetico profilo: ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Già consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di Piazza della Loggia), Roma e Palermo, dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi, contribuendo alla scoperta dei documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti in quello che poi è stato definito come l’«archivio della via Appia».
Per Ponte alle Grazie ha pubblicato: “Come funzionano i servizi segreti” (2009); “La grande crisi” (2010); “Come i servizi segreti usano i media” (2012); “Uscire dalla crisi è possibile” (2012). Ricordiamo, inoltre, l’inchiesta “Papa Francesco fra religione e politica” (2013), “Guerra all’Isis” (2016).
Breve: è uno dei migliori giornalisti investigativi italiani, e non solo italiani.

Perché consiglio la lettura a entrambi gli appartenenti ai due opposti schieramenti duellanti nel referendum? Perché è un libro che attraverso una rigorosa documentazione svela l’intima essenza dell’ideazione gelliana. Nelle pagine, infatti, il testo integrale del Piano di rinascita democratica e lo Schema “R”, in 54 punti, abbozzo preparatorio al Piano che contiene un paragrafo che è utile riportare: Il presente schema non prelude ad un colpo di Stato (notare la prudenza dello scritto che para eventuali rischi derivanti da una possibile inchiesta qualora il documento fosse finito nelle mani di un giudice, prudenza conservata anche nel Piano nella sua forma estesa allorché si afferma che “il piano esclude ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema”) ma ha solo valore indicativo in merito all’adozione di alcuni provvedimenti che si ritengono essere l’unica soluzione, purché applicati con la massima immediatezza, in grado di scongiurare una guerra civile di allontanare dall’Italia il pericolo di un Governo dittatoriale di ispirazione comunista o fascista. Tutto questo scritto da chi si muoveva soltanto contro le sinistre.
Il titolo può far pensare a un volume che contenga rivelazioni sul grande complotto che quarant’anni fa circa nacque in Italia (oppure oltreoceano), no, niente di tutto questo e come l’autore dichiara: “… in questo libro non troverete scoop relativi alla vicenda della P2, all’azione di Gelli dopo il suo ritorno in Italia, o tantomeno alla folgorante carriera di Matteo Renzi, altro nome citato nel titolo, passato in soli quattro anni dalla poltrona di serie C del comune di Firenze alla poltrona di Palazzo Chigi […] ciò di cui più ci preme parlare è la formazione di un’egemonia culturale che ha finito per imporsi anche a sinistra […] della collocazione storica della loggia fra vecchio e nuovo anti-parlamentarismo”.
Proprio quella cultura ha favorito il formarsi di concrezioni mentali e di comportamenti (specie nei media) che si sono inverati in tappe legislative che hanno (in tempi diversi e molti più lunghi da quanto previsto dal piano massonico, da qui l’erroneo giudizio di una sconfitta della P2) assecondato il Piano di rinascita democratica, fino al divisivo referendum che aldilà del suo risultato recherà negli anni la lacerazione prodotta da Renzi.
Tra i meriti del libro c’è lo sfatare il mito della P2 come un nucleo d’acciaio in cui tutti i membri erano sodali. Frequenti furono i conflitti, anche vistosi, fra i componenti della Loggia. “Tanto per fare un esempio, nonostante alla P2 aderissero sia Federico Umberto D’Amato e altri funzionari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, sia Gianadelio Maletti, Vito Miceli e altri dirigenti di massimo livello del Sid, le inimicizie furibonde tra i due organismi proseguirono ininterrotte con continua, reciproche aggressioni anche fra appartenenti alla medesima intelligence: ad esempio, gli stessi Maletti e Miceli; e come non ricordare che Miceli durante il processo di Catanzaro, fece condannare il «fratello» Saverio Malizia per falsa testimonianza?”.
Molti altri gli episodi di feroci lotte nella P2 riportati dal libro che si sofferma, come promesso nelle sue prime pagine, sulla cultura del piano massonico e la vera storia della sua realizzazione fino ai giorni nostri.
E Renzi?
A lui è dedicato il capitolo più lungo del volume, poco meno di 70 pagine.
“Sul piano caratteriale, Renzi presenta spiccate somiglianze con Gelli: ricco di senso pratico, ma poco portato a teorizzare, di un agire politico più nutrito di astuzie che di visioni strategiche, con una sconfinata autostima, non è l’innovatore che ama mostrarsi, e se citare Plutarco non fosse eccessivo, parleremmo di «vite parallele».

Seguono pagine ricche di una vertiginosa analisi che mostra il pericolo corso qualora avesse prevalso il “Sì” al referendum, atto politico che segnava un’ulteriore tappa realizzativa del piano gelliano.

Dalla presentazione editoriale.
Licio Gelli, capo indiscusso della P2, la più potente e controversa loggia massonica italiana, non è stato semplicemente un grande cospiratore, appartenente a un’epoca ormai superata. Al contrario, le idee promosse dal «maestro venerabile» sono progressivamente confluite nella cultura politica dei partiti che avrebbero governo l’Italia dagli anni Ottanta in poi. In questo saggio-inchiesta, che ricostruisce la parabola della P2 al di là del mero piano giudiziario o cronachistico, si mettono a nudo – attraverso un’accurata analisi della sostanza del programma gelliano – i tanti elementi di continuità con la situazione attuale. Ne emerge un quadro sconvolgente: il famigerato Piano di Rinascita Democratica, sequestrato nel 1985, appare oggi come una sorta di prontuario delle «riforme» che sarebbero state attuate nel trentennio successivo, e insieme un documento profetico in grado di descrivere i processi degenerativi avvenuti nello stesso periodo sul piano sociale, culturale e dell’informazione; una lenta e inesorabile discesa verso forme di autoritarismo «dolce», che dal piduismo (attraverso il lungo intermezzo dominato dalla figura di Silvio Berlusconi) conduce a Matteo Renzi e in particolare al suo disegno di riforma della Costituzione, lasciando presagire nuovi e infausti sviluppi.

Aldo Giannuli
Da Gelli a Renzi
Pagine 240, Euro14.00
Ponte alle Grazie


Auschwitz (1)


“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di quelle certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi oppure a stanche ritualità commemorative che di certo non aiutano a capire e interpretare quei fatti.
La data per la “Giornata della Memoria” che si celebra il 27 gennaio, ricorda la data in cui le truppe dell'Armata Rossa nel 1945, durante l'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo vocabolo.
Recarsi ad Auschwitz non è ovviamente da intendersi come turismo né come pellegrinaggio, bensì come un viaggio nella storia che per farlo compiutamente necessita di strumenti di conoscenza.
A questo provvede in modo magistrale un libro pubblicato da Marsilio intitolato Auschwitz Guida alla visita dell’ex campo di concentramento e del sito memoriale.
Ne sono autori Carlo Saletti e Frediano Sessi.
Di Saletti, QUI sue note biografiche e un video girato mentre fa da guida ad una scolaresca in visita a Auschwitz.
Di Sessi, la biobibliografia si trova sul suo sito in Rete.

Dalla presentazione editoriale.
“Ogni anno, dall’Italia, migliaia di visitatori raggiungono il lager di Auschwitz; per lo più gruppi di studenti e di insegnanti, ma anche famiglie e singole persone. Dal 1959 il loro numero cresce continuamente, nonostante sia trascorso ormai più di mezzo secolo dalla sua liberazione. Chi si reca a Oświęcim (Polonia), visita il lager di Auschwitz, che ha sede nel campo base, e poi raggiunge Birkenau, il campo poco distante, spesso non riesce a capire come funzionava questo immenso centro di sterminio e di afflizione. Intorno a questo luogo memoriale immerso in un grande e profondo silenzio che lascia esterrefatti, la vita scorre e la città come i suoi abitanti cercano di mostrarsi per quello che sono oggi, senza riuscire a risolvere (ma si potrà mai?) il conflitto tra il presente e un passato che non passa. Per capire occorre arrivare a Oświęcim preparati e informati, ma poi, sul luogo che tra il 1940 e il 1945 vide morire più di un milione di ebrei e fu il lager del martirio di un’Europa soggiogata dalla scure nazista, gli occhi guardano ciò che rimane senza troppo comprendere. Auschwitz è una guida ricca di informazioni, fotografie e mappe, di suggerimenti puntuali per aiutare il visitatore a entrare in ciò che resta oggi di questo terribile passato, un utile strumento per cominciare a ricostruire la storia del complesso concentrazionario e a rivivere con l’immaginazione i frammenti di vita quotidiana di molti dei deportati ebrei e non che vissero in questo luogo i loro ultimi giorni”.

Segue ora un incontro con Frediano Sessi.


Auschwitz (2)


A Frediano Sessi (in foto) ho rivolto alcune domande.
Quando e su quale richiesta nacque il campo di Auschwitz?

Il lager di Auschwitz venne istituito dai nazisti nel 1940, a pochi mesi dall'invasione della Polonia, con lo scopo di internarvi uomini e donne polacchi ostili al regime, per rieducarli. Successivamente, verso la fine del 1941, si allargò, per essere insieme campo di lavoro coatto (Auschwitz-Monowitz) e lager di quarantena per prigionieri di guerra sovietici (Auschwitz-Birkenau), pensato poco dopo l'invasione dell'URSS da parte delle truppe naziste, per 120.000 prigionieri di guerra da spedire in Germania a lavorare. Verso la fine del 1942, cambierà orientamento, diventando il campo di raccolta e sterminio degli ebrei d'Europa. Birkenau verrà dotato dal 1943 di 4 grandi istallazioni di crematori con annesse camere a gas. Ad Auschwitz, così, moriranno 960.000 ebrei sterminati per lo più con il gas. Alla fine, fu un sistema di campi che doveva servire da modello per dare vita ad altre "regioni" concentrazionarie.

Credi che l’atrocità di quel luogo sia compreso dalle più giovani generazioni che visitano quel campo? Te lo chiedo non perché li ritenga insensibili, ma perché davanti a loro oggi c’è il rischio d’assuefazione all’orrore: le immagini dell’attentato alle Torri, dei crimini Isis, delle stragi quotidiane di migranti...

Le atrocità commesse ad Auschwitz, nel complesso di campi che caratterizzarono quel luogo (tre principali e 42 sotto campi di lavoro) possono essere comprese solo se la scuola prepara alla conoscenza della storia e alimenta la memoria con un sapere non solo emotivo, ma fondato su dati, resoconti, documenti e, in breve, su una conoscenza approfondita dei fatti.
I giovani che incontro, sono assai sensibili e disponibili a sapere e conoscere.
Basta fornire loro gli strumenti adatti e allora capiscono subito come sia importante questa storia, di cui noi e loro sono figli
.

A chi riferire le principali colpe del risorgere del neonazismo e dell’antisemitismo ai quali oggi assistiamo?

Innanzitutto alla scarsa conoscenza della storia passata. A parte uno sparuto gruppo di nostalgici dei vecchi regimi totalitari, lo strato più profondo che alimenta antisemitismo e nazismo è l'ingoranza dei fatti e della storia. Questo se si esclude il nuovo antisemitismo arabo-islamico, volto all'eliminazione della stato di Israele, che ha preso piede anche in alcune contrade dell'Europa, in particolare, in Francia, in Belgio e in parte della sinistra italiana.
Ancora una volta, però, questa espressione dell'odio contro gli ebrei è ben alimentata dall'ignoranza e dalla superficialità che sembrano essere una caratteristica di buona parte della cultura di massa dei nostri tempi
.

Immagina che per un dizionario tu debba comporre una sintetica nota per connotare due parole: “negazionismo” e “revisionismo”.
Come scriveresti nel primo caso? e nel secondo?

Negazionismo, movimento di pensiero e di azione politica che nega l'esistenza e il funzionamento delle camere a gas e di conseguenza lo sterminio deliberato di milioni di ebrei, oltre a migliaia di sinti e rom, omosessuali, esseri umani considerati di razza inferiore all'ariano. Ha radici, all'inizio nei paesi di lingua anglosassone, già a partire dagli stessi nazisti che nascosero e negarono i loro crimini; poi si è spostato in Francia, con le teorie di Faurisson e ora, è attivo anche in Italia, trovando spazio persino in qualche università statale.
Il revisionismo, invece è una corrente storiografica che fonda la ricerca della verità sui documenti e che modifica le narrazioni storiche in base a nuove scoperte.
Quindi è una corrente di pensiero molto seria, anche se in Italia l'accusa di revisionismo viene attribuita più spesso a quei giornalisti o a quegli storici che, negando l'evidenza dei fatti, gettano fango sulla Resistenza e sui partigiani, o cercano di dare valore e onore ai combattenti del fascismo e della repubblica sociale, utilizzando la categoria "vincitori e vinti". La parola ai vinti (i fascisti) sarebbe per loro un diritto, così come la ricostruzione a loro vantaggio dei fatti storici.
Negazionismo e revisionismo sono due correnti alimentate dalla scarsa conoscenza e dal pregiudizio politico che pensa che la storia debba servire agli schieramenti politici presenti nel paese, più che a leggere il presente con la conoscenza del passato
.

Carlo Saletti - Frediano Sessi
Auschwitz
Pagine 168, con 90 ill. b/n
Euro 15.00
Marsilio


Campionario di Carlo Dossi (1)


Nel novembre di 116 anni fa moriva a Cardina (Como) un grande scrittore italiano, il più originale tra gli Scapigliati: Alberto Carlo Pisani Dossi, in arte Carlo Dossi, nato a Zenevredo (Pavia) nel 1849.

Nella foto, lo scrittore a 18 anni in un ritratto di Tranquillo Cremona.

Laureato in Giurisprudenza a Pavia nel 1871, intraprende la carriera diplomatica. Nel 1877 lascia Milano per trasferirsi a Roma, dove è impiegato presso il Ministero degli Esteri, diventando, dieci anni dopo, capo della segreteria di Francesco Crispi, allora Ministro dell’Interno. A soli diciannove anni pubblica L’Altrieri. Nero su Bianco (1868; ed. definitiva 1881). A quest’opera seguono, tra le altre, Vita di Alberto Pisani (1870), Il Regno dei Cieli e Dal calamajo di un mèdico (1873), La colonia felice (1874), La desinenza in A (1878; seconda ed. 1884), Goccie d’inchiostro (1879), Campionario (1885) e Amori (1887). Postumo il celebre zibaldone delle Note azzurre.
Come scrive di se stesso in quel volume: «Dossi è una rara moneta aurea; ma da gabinetto numismatico, non da commercio». Pagine, insomma, destinate a palati fini e non a un numeroso pubblico. E così è andata.

Ora, di Dossi, è in distribuzione Campionario pubblicato dalla Casa Editrice Interlinea nella collana Autografo fondata da Maria Corti.
Il volume è a cura di Barbara Rodà, autrice di un poderoso saggio di accompagnamento al testo e di un puntualissimo, esteso corredo d'illuminanti note.
Rodà, nata a Domodossola nel 1982, da dieci anni collabora alla cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Pavia e si occupa di letteratura italiana dell’Ottocento.
Nel 2014 ha pubblicato il Carteggio Francesco D'Ovidio - Pio Rajna per le Edizioni della Normale. Ora è impegnata nell’allestimento dell’edizione critica dei drammi “La Lupa” e “Cavalleria rusticana” di Verga (Edizione Nazionale).


Dalla presentazione editoriale.
“Gli allarmisti, i seccatori, i fannulloni, i lettori: ecco una singolare raccolta di quattordici bozzetti dal titolo Campionario, uscita a Milano nel 1885. Il libro, pensato come il primo dell’ambizioso e incompiuto progetto dei Ritratti umani, si presenta, secondo il più profondo conoscitore dell’opera dossiana, Dante Isella, come «invitante portoncino d’ingresso, dischiuso sul Calamajo di un mèdico e La desinenza in A». Fedele alle scelte linguistiche e stilistiche che contraddistinguono il raffinato ed eccentrico mondo letterario, Carlo Dossi offre con Campionario una singolare galleria di dipinti bidimensionali, raffiguranti categorie di personaggi che, pur non approfonditi nella loro psicologia, appaiono come acutissime caricature, protopersonaggi di un romanzo ancora da scrivere”.

Segue ora un incontro con Barbara Rodà.


Campionario di Carlo Dossi (2)


A Barbara Rodà ho rivolto alcune domande.
Perché ti sei particolarmente interessata alle pagine di Dossi tanto da studiarlo così estesamente e profondamente?

Carlo Dossi è un autore straordinario e quasi unico nel suo genere, eccentrico, e aristocratico per scelte di stile e di pubblico: per molti versi, è uno scrittore difficile. Forse per questa ragione, nonostante che l’attenzione della critica su questo autore non si sia mai spenta a partire dai primi anni Quaranta, Dossi sembra essere ancora poco letto e spesso considerato, a torto, un autore minore. Con Dossi ci troviamo invece di fronte a «un petit maître del secondo Ottocento», secondo la definizione di Dante Isella, «un caposcuola», che ci permette di rileggere il secolo in cui scrive con presupposti diversi, ovvero riconoscendo la vitalità che lo caratterizza, per dirla con Gianfranco Contini, nella sua «dominante espressiva». Nella letteratura, come nella vita, sono sempre stata incuriosita dalle personalità fortemente caratterizzate e dalla capacità di lettura della realtà come oggetto complesso, multiforme e mai univoco sul quale esercitare il proprio senso critico. Scegliere di studiare Dossi è stato, in parte, cedere a questa curiosità.

“Campionario”. Quale il rilievo di questo lavoro nell’opera dossiana?

È un libro dal piglio polemicamente umoristico che raccoglie «ritratti […] di gente […] a mo’ di campioni, figure tolte qua e là», modelli, “exempla”, documenti di umanità, che sono archetipi di personaggi sviluppati o da svilupparsi in altri romanzi e nei racconti dossiani. Sulla rivista milanese “Il Sole” del 22 marzo 1885, all’indomani dell’uscita del libro per i tipi di Dumolard, Felice Cameroni scrive che “Campionario” per causticità ed originalità vale quanto la “Desinenza in A”, […] la satira italiana dei nostri giorni più caratteristica nelle idee e nella forma». Che l’esile libello di “Campionario” sia accostato a quella che può essere considerata l’opera maggiore di Dossi mi pare significativo. Ma è lo stesso Dossi a suggerire come leggere e considerare “Campionario”, e lo fa a modo suo, dunque implicitamente, quando nel suo zibaldone di pensieri, le celebri “Note azzurre”, dà un ordine al progetto dei “Ritratti umani”, di cui fa parte “Campionario” e che – il dato è interessante – è posto proprio in apertura, precedendo, anche idealmente, “Dal calamajo di un mèdico” (1873; 18832) e la “Desinenza in A” (1878; 18842). Mentre ognuna di queste due ultime opere è caratterizzata da un elemento unificatore: nella prima, il dibattito tra scienze umane e scienze esatte, nella seconda, l’acre misoginia; diversamente accade invece per “Campionario”, in cui non si riconosce un valore dominante che funga da connettore tra i bozzetti, e che rimane dunque più fedele all’idea dossiana del “catalogo”, della “galleria” di ritratti, tracciando un modo di procedere: elencare, classificare, catalogare non è solo lo scopo delle pagine dossiane, ma diventa lo stile attraverso il quale restituire la sua personalissima immagine della realtà .

Nell’Introduzione a Campionario scrivi di “egocentrismo dossiano” e ne rintracci una chiave interpretativa in un passaggio negli Essais di Montaigne.
In che cosa leggi quell’egocentrismo? E per illuminarci su quel tratto egotista perché hai scelto Montaigne?

L’egocentrismo di Dossi è rintracciabile in tutta la sua opera e ne costituisce un tratto peculiare. Nella Nota azzurra 2369 si legge: «perché frequentare gli uomini? Non ho io forse in me stesso una popolazione?: se vuoi vedere qualcuno, mettiti allo specchio». Dossi guarda se stesso e riconosce tutto il genere umano e viceversa. Scrivendo l’Introduzione a “Campionario”, mi è tornato alla mente il commento di Erich Auerbach, nel XII capitolo del suo celebre “Mimesis”, a un passo di Montaigne, in cui osserva come il filosofo francese, peraltro spesso citato da Dossi nelle sue “Note azzurre”, descriva se stesso mediante «la contrapposizione con ‘gli altri’ […] Gli altri formano, io racconto [….] ‘un particulier’. Codesto particolare è lui stesso […] questa vita qualunque deve venir presa come un tutto». Mi è parso che si potesse leggere allo stesso modo l’autoreferenzialità di Dossi: lo scrittore, come scrive Montaigne, «porte la forme entière de l’humaine condition».

Gianfranco Contini sostiene che Dossi sia linguisticamente un predecessore di Gadda.
In quali elementi, rintracci lo sperimentalismo linguistico di Dossi?

Nel fondamentale studio “La lingua e lo stile di Carlo Dossi”, Isella definisce la scrittura di Dossi un «frutto laborioso», osservando che «la deformazione» espressionista della sua prosa «non intacca solo determinate zone particolarmente sensibili del periodo, ma invade la totalità della pagina» in un’operazione di sperimentalismo linguistico e stilistico profonda. Analizzando la prosa di Campionario per descriverne lo sperimentalismo ci si deve muovere su due linee: prima la catalogazione del lessico, poi l’osservazione delle scelte linguistiche in una prospettiva stilistica.
Sulla pagina di “Campionario” non si può infatti non notare la coesistenza di numerosi lombardismi:
(anime del purgatorio, annastare, aqua!), termini arcaici e desueti, espressioni tipiche del parlato e neologismi: volumetto aggiuntino, aurifumo, caprioleggiare, cianciafrusaglia, depilatorie, imbarattolare.

Carlo Dossi
Campionario
A cura di Barbara Rodà
Pagine 204, Euro 20.00
Edizioni Interlinea


Guardare la radio (1)


La radio nel panorama dei media non ha perso colpi, anzi vede crescere il numero degli ascoltatori e quello degli investimenti pubblicitari.
La cosa non riguarda Radiorai che, invece, è fra le poche emittenti a conoscere da alcuni anni un declino che pare inarrestabile.
Il mezzo radiofonico ha conosciuto trasformazioni non solo sul piano tecnologico, dalla lontana telefonia circolare, medium antenato della radio (“Fu la telefonia circolare” - scrive Gabriele Balbi in La radio prima della radio – “ad inaugurare sia il modello di trasmissione da ‘uno-a-molti’, sia la logica, le strutture e i contenuti di quello che si sarebbe chiamato palinsesto”) fino al Web, e, ovviamente, anche su quello del linguaggio e ciò, in Italia, si deve, in parte, anche alle radio che nacquero alla metà degli anni ’70, definite ”libere” con euforia ingiustificata perché presto quelle antenne divennero commerciali e meno libere. È accaduto, infatti, che molte antenne cosiddette libere su pressioni della committenza presero ad imitare la sussiegosa Rai mentre questa andò al goffo inseguimento dell’emergente modello radiofonico giovanile e, più spesso, giovanottistico; le succede talvolta tuttora.

Aldilà delle forme contenutistiche, la radio andando avanti negli anni sembra proporre evoluzioni della sua stessa vocazione sensoriale.
Una dimostrazione, ad esempio, è data dal libro che presento oggi edito da Mimesis. È intitolato Guardare la radio Prima storia della radiovisione italiana e ne è autore Simone di Biasio nato a Fondi nel 1988. Laureato in Editoria e Giornalismo all’Università “La Sapienza” di Roma, è stato il primo in Italia ad occuparsi di radiovisione in àmbito accademico. È giornalista pubblicista freelance. Presidente dell’Associazione “Libero de Libero”, con i soci, ha ideato il Festival Verso libero. In poesia ha pubblicato Assenti ingiustificati (2013; XXX Premio “A. Gatto”) e Partita (Penelope) (2016).
“Guardare la radio” è il suo primo saggio di comunicazione e storia dei media.

Dalla presentazione editoriale.
“Che un giorno non tanto lontano noi potremo ‘radiovedere’ non è in alcun modo dubbio”: così scriveva il Radiocorriere nel 1931. Ma quanti oggi guardano la radio, oltre che sentirla? Che cos’è la radiovisione? Secondo Maurizio Costanzo “è una radio che studia da televisione” e questo aiuta già a distinguere: la storia della radiovisione non è la storia della radiotelevisione italiana. O meglio, è una storia della televisione dal punto di vista della radio, il medium sempre dato per spacciato e invece puntualmente rinato. Attualmente la radiovisione è una precisa tecnologia di trasmissione e dunque il termine ha bisogno di essere definito univocamente. Non si tratta di un’espressione moderna: dal 1920 al 1947 è stato il vecchio nome della “grande sorella” tv ai tempi dei primi “esperimenti radiovisivi” dell’EIAR (ma anche di singoli), mentre nel 2000 il network Rtl 102.5 (e con esso altre realtà) ha ridefinito il concetto dando uniformità ai processi di rimediazione. Al centro di queste due epoche sta inoltre il periodo florido della “musica da vedere” negli Anni Settanta e Ottanta, quando le prime radio libere trasmettevano anche in televisione e quest’ultima prendeva in prestito dalla radio linguaggi e fortunati programmi.
Questo saggio è una storia di convergenza tecnologica e l’affermazione dell’ecologia comunicativa secondo cui ogni nuovo medium non espunge il precedente, bensì lo integra nel proprio ecosistema mediale.
La radio è il (super)medium con il maggior numero di resurrezioni”.

Segue ora un incontro con Simone di Biasio.


Guardare la radio (2)

A Simone di Biasio (in foto, di Davide Naldi) ho rivolto alcune domande.

Laureato in editoria e giornalismo, hai studiato l’universo dei media.
Che cosa ti ha spinto al debutto librario scegliendo fra i media proprio la radio?

Provo un certo gusto a rovistare tra angoli dismessi o dimenticati, o semplicemente poco esplorati. Diciamo che non mi sono occupato di radio, ma di radiovisione. Ci tengo a questa precisazione perché – pensa – delle volte chi legge il sottotitolo per associazione mentale dice immediatamente: “Ah, ‘prima storia della radiotelevisione italiana’!”. E invece no, altrimenti sai che novità? La radiovisione è ciò di cui mi sono occupato per la tesi di laurea specialistica alla “Sapienza”. Ho creduto che l’argomento potesse essere interessante oltre le mura accademiche e così “Mimesis” ha accettato la sfida di questo saggio.

Radiovisione: la tua definizione…

Potrei citare Maurizio Costanzo che in una intervista (all’interno del libro) mi ha risposto così: “La radiovisione è una radio che studia da televisione”. Vero, ma bisognerebbe aggiungere che rimane sempre in bottega, non va in concorrenza coi “maestri”. Nel libro ne ho dato una definizione “enciclopedica” perché vorrei davvero che questo termine venisse aggiunto sui dizionari, nelle enciclopedie: laddove esiste, il suo significato va urgentemente aggiornato.
Dunque: Radiovisione, [ra-dio-vi-ṣió-ne] s.f. (pl. -ni), comp. di radio- e -visione: espressione che indica la nascita del “supermedium” in cui confluiscono radio e televisione, sfruttando le potenzialità offerte dalla convergenza tecnologica tra digitale terrestre, rete e onde radio e perdendo la caratteristica di essere monomediale. La radiovisione è una tecnologia gestita dall’emissione della radio in cui la parte visuale si adatta e segue quello che accade in radio: tecnicamente è reso possibile grazie ad un sistema di perfetta sincronizzazione automatizzata attraverso l’utilizzo di telecamere robotizzate. L’Italia è tra i primi Paesi a sperimentare l’esperienza di “guardare la radio” (es. Rtl 102.5; Radio Norba). La radiovisione si distingue in tal modo dai canali video delle radio (programmazioni con rotazione musicale); r.: vecchio nome della sperimentale televisione tra gli Anni Trenta e Quaranta del Novecento ad indicare una radio cui si andavano ad aggiungere le prime immagini in movimento (“radiovedere”)
.

A proposito di radiovisione, nel libro, ti soffermi, soprattutto su RTL 102.5 che hai citato anche poco fa, quale la particolarità di sperimentazione portata avanti da quell’emittente?

Il suo unicum sta nell’essere fedele a tutto ciò che una radio è e rappresenta. Altre realtà a mio parere hanno osato troppo, finendo per sconfinare oltre la radio e al tempo stesso scimmiottare il fare televisione (non è più radio e non è già più nemmeno radiovisione). Rtl inoltre non indugia su un aspetto voyeuristico derivante dall’utilizzo delle telecamere: la radio si vede solo in maniera complementare all’ascolto, non aggiuntiva. Radio Deejay, invece, sul “Nove” mostra i conduttori anche durante la messa in onda di brani musicali. Non serve a niente, se non a far vedere come cazzeggiano e se la ridono.

Che cosa rispondere a chi crede che la radiovisione snaturi il linguaggio della radio intendendolo esclusivamente sonoro?

Intanto dico che comprendo la questione. Mi è stata sollevata in primis da Roberto Uggeri, ex di Rtl e oggi in forza a Radio Bruno. Roberto ama la radio e il suo farsi visione nella testa di chi sta semplicemente ascoltando, eppure ha capito dove volevo arrivare e cosa volevo indagare, motivo per cui mi ha spalancato ogni porta. Lo stesso ha sostenuto Gabriele Brocani alla prima del libro alla “Feltrinelli” di Latina. “Chi è che a casa guarda la radio?”, mi ha chiesto Gabriele. “Io”, ho risposto. Come sottofondo, d’accordo. Che cosa dire, trovo che guardare la radio sia semplice e divertente. E trovare la radiovisione nei bar non mi dispiace affatto. È un po’ come prendersela oggi ancora coi videoclip perché snaturano la capacità immaginifica della musica. Sono un purista pure io, per carità, ma amo sfidare gli –ismi. Inoltre ne ho approfittato per dire che bisognerebbe aggiornare i sistemi di rilevazione degli ascolti e della “visione”. Concludo aggiungendo che mi sono divertito ad andare indietro nel tempo, ad esempio nel 1944, quando sul Radiocorriere si scriveva che “la radiovisione è destinata ineluttabilmente a sostituire l’attuale radiofonia. Più che di sostituzione si dovrebbe parlare di integrazione inquantoché la parte sonora rimarrà sempre, ma l’integrazione sarà di tale portata che la parte visiva prenderà inevitabilmente il sopravvento nella stessa misura di quanto si verifica nel film sonoro”. Le domande ritornano.

Simone di Biasio
Guardare la radio
Pagine 136, Euro 12.00
Mimesis


Faust's Box


Il “Faust” di Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832) occupò quasi l’intera vita del suo autore che lavorò, infatti, a quest’opera per sessant’anni, dal 1772 al 1831.
Opera generatrice di opere perché come scrive Claudio Magris ricordando Valéry: “Il personaggio di Faust - come Ulisse, Antigone, Don Giovanni e altri - è una di quelle figure divenute, per Paul Valéry, «strumenti dello spirito universale: esse vanno al di là da ciò che furono nell'opera del loro autore. Egli ha dato loro "funzioni", più che parti; le ha consacrate per sempre all'espressione di taluni estremi dell'umano e dell'inumano; e, quindi, svincolate da ogni avventura particolare». Il Faust per antonomasia, certo, è quello di Goethe. Ma per rendersi conto di ciò che significa il Faust di Goethe credo sia utile ripercorrere la storia di quello che è successo dopo il grandissimo Faust goethiano nei centottantaquattro anni che ci dividono dalla morte di Goethe e dunque dalla conclusione del suo capolavoro "incommensurabile", com'egli lo definiva pochi giorni prima di morire”.
Per stare ai nostri giorni, dopo il debutto alla Philharmonie di Parigi il 17 settembre scorso, dove ha riscosso grande successo di pubblico e critica, arriva in Italia al Teatro Duse di Genova, Faust’s Box A transdisciplinary journey, opera da camera contemporanea di Andrea Liberovici (in foto).
Strutturato in tredici scene, lo spettacolo rivisita il mito di Faust attraverso un “viaggio transdisciplinare”. Una scrittura scenica sincronica che, a partire dalla musica, si amplifica estendendosi dall’elettronica al testo e al movimento, dalle luci alle immagini.

Il Faust, come Goethe stesso l’ha definito - scrive il compositore - è un’opera “incommensurabile”, al centro della quale c’è l’uomo. Faust appunto: un uomo che nel suo continuo interrogare se stesso, interroga di fatto anche tutta l’umanità contemporanea. Le grandi rivoluzioni della modernità e della tecnologia hanno certamente mutato in meglio le condizioni di vita, ma per paradosso hanno prodotto una società d’individui soli. Il racconto di Faust’s Box inizia da questa condizione. Un essere vivente, solo, continuamente sollecitato da un presente oscuro ma di assordante e prepotente “luminosità”, compie il suo “viaggio immobile” con se stesso e attraverso se stesso… davanti a un grande specchio. Faust’s Box è un’opera da camera contemporanea, una tragedia/commedia dell’ego e dell’immaginazione perché ogni cambiamento sociale gli è precluso dalla solitudine e l’unica mutazione possibile è quella del suo sguardo: da se stesso, molto faustianamente, agli altri. Mutazione che diventa esplicita alla fine, quando nello specchio Faust vedrà il pubblico oltre al suo riflesso, e capirà.
Goethe ha scritto che le scene del suo Faust sono come un elenco di “ballate popolari“ chiuse in se stesse e, grazie a questa suggestione ho immaginato una struttura, per questo viaggio, suddivisa in 13 scene/movimenti musicali. 13 è la somma delle lettere che compongono i due nomi di Faust e di Mephisto perché il nostro personaggio è entrambi. Ogni scena/movimento affronta un tema della sua memoria: l’amore, la giovinezza, il tempo, la felicità, la solitudine. Una sorta di monologo interiore ma “sonoro” amplificato e udibile
.

Andrea Liberovici (1962), figlio del musicista Sergio (1930-1991), fin da giovanissimo inizia a studiare composizione, violino e viola nei conservatori di Venezia e Torino, e canto con Cathy Berberian.
Contemporaneamente agli studi, quando aveva 14 e 16 anni, alla fine degli anni ‘70, ha composto e realizzato due dischi rock per la CGD di Caterina Caselli, che hanno avuto un buon successo. L’esperienza nello show biz è stata fondamentale per capire rapidamente cosa non voleva: “chiudermi nella gabbia di un genere musicale a coltivare la mia vanità. Anche perché volendo non saprei quale gabbia scegliere. Wikipedia di oggi ci segnala 507 differenti “generi“ musicali dal barocco al medieval metal… “
A 20 anni, abbandonato lo show-biz, ha continuato a studiare composizione ma questa volta con una modalità del tutto particolare: attraverso il teatro. “Il teatro è l’unica disciplina artistica che per esistere ha bisogno di guardare negli occhi almeno un’altra persona. L’approccio teatrale è un’ottima medicina per un compositore. Ti obbliga ad alzare lo sguardo dal tuo ombelico e a chiarirti cosa vuoi dire e a chi… anche perché se non hai nulla da dire nessun genere ti proteggerà.“
Così, nel 1996, grazie al cruciale e fortunato incontro con Edoardo Sanguineti, fonda insieme con il poeta e drammaturgo il Teatro del Suono, che si applica alla sperimentazione di nuovi motivi delle relazioni musica/poesia/scena e tecnologie dell’elaborazione del suono e del montaggio.

Liberovici, per la sua peculiarità e ricerca, è stato più volte definito “compositore globale”, definizione sicuramente impegnativa ma che ben sintetizza il suo lavoro.
“Faust’s Box”, è certamente un punto di sintesi di questa ricerca sulla interazione profonda fra i linguaggi.
“Immagino” – scrive Liberovici - “che la fisionomia del compositore del futuro, sempre di più, sarà quella del compositore audio-visivo esattamente in quest’ordine gerarchico: Prima la musica!“
Il musicologo canadese Jean-Jacques Nattiez, curatore dell’enciclopedia della musica Einaudi-Gallimard ha definito così il suo lavoro: “Andrea Liberovici è un compositore del suo tempo (…) le sue opere ci raccontano la tragedia dell’umanità postmoderna. (…) la sua musica ci costringe a confrontarci con i nostri più intimi conflitti negli abissi più foschi delle profondità del nostro Ego.“

Cliccare QUI per il teaser dell’opera.

Ufficio Stampa: Raffaella Ilari, mob. +39.333 – 43 01 603, raffaella.ilari@gmail.com

Faust’s Box
musica, testo e regia Andrea Liberovici
voce Helga Davis
direzione d’orchestra Philippe Nahon
con Ars Nova ensemble instrumental
voce narrante di Bob Wilson
Ghost writer (registrato) Ennio Ranabaldo
ombre in video Controluce Teatro d’Ombre
Teatro Duse di Genova
dal 30 novembre al 4 dicembre 2016


Michele Zaccagnini (1)

Nel primo quarto del secolo scorso, nelle arti si è verificato uno strappo tanto violento rispetto al passato come mai prima era avvenuto.
Il Manifesto Futurista (1909), l’Orinatoio esposto da Duchamp (1917), l’Ulisse di Joyce (1921), la dodecafonia esposta da Schoenberg nel famoso scritto “Composizione per 12 note” (1923), mentre irrompevano in quel tempo nuove tecnologie come il cinema che con “Nascita di una nazione” di Griffith (1915) conosceva il primo vero film in senso moderno perché codificava una nuova grammatica dell'immagine in movimento. E la radio che con la nascita della BBC nel 1922 costruirà il primo esempio di broadcasting.
Tutto questo avveniva in un tempestoso panorama sociale e bellico generatore di plurali effervescenze. C’era stato l’”annus mirabilis” di Einstein nel 1905, Heisenberg, Born e Jordan avevano elaborato le prime teorie sulla meccanica quantistica, che saranno pubblicate solo nel ’25, ma quasi tutti gli storici della cultura sono d’accordo nell’affermare che l’ideazione artistica a quel tempo s’era proiettata più avanti rispetto alla società, ai costumi, ai fermenti dell’epoca. Questo determinò che nel dibattito estetico la stragrande maggioranza della critica non era preparata ad accogliere il nuovo che veniva prodotto e si rintanò spesso in un barbogio rifiuto talvolta recante anche firme illustri.
Cose alquanto simili accadono oggi, epoca delle “psicotecnologie” (copyright Derrick de Kerchkove). Adesso, però, sono le scienze e le tecnologie a recitare il ruolo delle avanguardie influenzando le arti. Si pensi solo a quanto accaduto alla cultura cyberpunk.
Internet ha sconvolto le regole della comunicazione e della registrazione dei saperi operando una rivoluzione più forte, e più veloce, di quanto accadde con l’invenzione della stampa. Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo studiosi di varie discipline, stiamo assumendo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.
La filosofia transumanista dei Nick Bostrom, David Pearce, Kim Eric Drexler, Max Moore, e altri, ci guida verso una condizione postumana quando il prossimo passaggio dell’evoluzione più non sarà scritto in un libro di biologia ma di informatica. Non è un caso che fra i tanti altri cui prima pensavo, ci sia Kurt Kurzweil (pioniere nei campi del riconoscimento ottico dei caratteri, nel text-to-speech, nelle tecnologie sul riconoscimento del parlato e inventore di strumenti da tastiera elettronici) che, con finanziamenti della Nasa e di Google, ha fondato anni fa l’Università della Singolarità dove si studiano i comportamenti da avere in più campi quando i computer (e i robot da loro agiti) saranno diventati superiori a noi in moltissime capacità.
Oggi, a parecchi, pure forniti di buon intelletto, sfugge ciò che sta accadendo, affrontano il nuovo con strumenti del tutto inadeguati, come voler bere un brodo usando la forchetta.
Giorni fa, un critico d’arte alquanto noto, neppure centenario, sui sessant’anni, allorquando gli parlavo di un prossimo convegno a Prato sulla Hacker Art mi ha chiesto “E cos’è?”, informato, ha sorriso di sufficienza.

In uno scenario tanto nuovo ho visto cose che voi umani… sì, cose che non sono proprio conosciute da tutti, come, ad esempio, la musica neurale… dovevo dire “ho sentito”?... già, ma poi come facevo a sfoggiare la citazione da Blade Runner?
Non molti forse sanno che esiste un musicista italiano che vive negli Stati Uniti il quale di questa specialissima espressività sonora si occupa.
Il suo nome è Michele Zaccagnini.

Inizia gli studi musicali al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, li prosegue a Bologna e Siena con corsi di Tecnologia musicale presso la Fondazione Arturo Toscanini e di composizione all'Accademia Chigiana.
Trasferitosi negli U.S.A., ha studiato composizione per musica da film a Los Angeles (UCLA), conseguendo poi Master e Dottorato in Teoria e Composizione presso la Brandeis University di Boston.
La sua musica è stata eseguita e commissionata da prestigiosi ensemble negli Stati Uniti ed in Europa. Ha recentemente pubblicato lavori teorici per Perspectives of New Music e per l’ Institute for Research and Coordination in Acoustics/Music (IRCAM).

L’ho invitato a fare una corsa su Cosmotaxi e ha acconsentito a dedicarmi un po’ di tempo per spiegare il suo lavoro.
Leggete la prossima nota e ne sentirete – è il caso di dire – delle belle.


Michele Zaccagnini (2)

A Michele Zaccagnini (in foto) ho rivolto alcune domande.
Esiste oppure no una sintassi musicale universale?

Domanda difficile quanto appropriata al mio lavoro.
Da un punto di vista storico/teorico musicale si possono rintracciare delle formule stilistiche assimilabili al linguaggio (vedi armonia tonale, eccetera). Ma visto che sono compositore e non teorico/storico della musica, preferisco rispondere “a modo mio”. Nel mio lavoro sono particolarmente interessato ad esplorare dell’aspetto della percezione musicale. In particolare mi concentro sulla percezione musicale di livello “basso”: sto cercando di operare una sorta di “classificazione” degli stati affettivi suscitati dall’ascolto di diverse tessiture musicali. In questa operazione di classificazione mi baso su un principio di graduale incremento della complessità della tessitura: da un semplice pattern con suoni facilmente distinguibili e prevedibili fino a poliritmi complessi in cui i singoli pattern non vengono più percepiti come elementi discreti. Quindi riformulo la domanda: esiste una percezione musicale più o meno condivisa? Più in particolare: è possibile identificare una soglia di percezione che divide il pattern musicale “composto” dal chaos sonoro? Quali sono le implicazioni di questa ricerca? Il riferimento al lavoro di John Cage, Aldo Clementi, è chiaro

Musica neurale: che cosa studia? Come agisce?

In poche parole: si tratta di analizzare l’attività cerebrale attraverso degli elettrodi che registrano le frequenze neurali. Generalmente queste frequenze vengono divise in 4 bande (alpha, beta, gamma, delta). Queste frequenze sono associate a differenti stati emotivi. Detto questo, il segnale EEG (elettroencefalogramma) è molto “rumoroso” nel senso che risente di molte interferenze difficili da misurare.
Ci sono degli apparecchi EEG in commercio per poche centinaia di euro che hanno delle app che utilizzano l’EEG per video giochi, per aiutare nella meditazione. La cosa interessante è che questi apparecchi permettono di estrarre i dati e utilizzarli a piacimento.
I primi progetti di musica per EEG risalgono agli anni 60 ("Music for Solo Performer" di Alvin Lucier). Ultimamente sembra che questo filone di ricerca stia riprendendo un po’ piede anche grazie alla maggiore accessibilità degli apparecchi EEG
.

Nell’area della musica neurale, a che cosa stai lavorando?

Il mio progetto di musica neurale è prima di tutto volto all’interattività. In un certo senso voglio creare uno strumento musicale.
In particolare, si tratta di un programma che registra il segnale EEG e reagisce in tempo reale, generando tessiture musicali di varia complessità/prevedibilità. La struttura dell’algoritmo musicale è derivata dalla mia pratica compositiva che è sempre stata focalizzata su tessiture ritmiche tendenti all’amorfo. L’algoritmo è parametrico: e il risultato finale deriva alcuni valori forniti dall’EEG che vengono tradotti in variabili musicali come lo spessore della tessitura, la consonanza, risonanza, la densità ritmica. In parole povere la musica reagisce allo stato psicofisico dell’ascoltatore. Inoltre ho aggiunto una interfaccia visiva a quella sonora: gli eventi sonori possono anche essere visualizzati e seguiti in uno spazio virtuale 3d. Mi interessa molto questo aspetto di associare un evento sonoro a un immagine che è direttamente generata dal suono (e non viceversa). Se questa rappresentazione è realizzata correttamente, il modo in cui siamo in grado di seguire, ad esempio, una tessitura poliritmica cambia sensibilmente.
A parte gli aspetti tecnici, penso noiosi ai più, mi interessa l’aspetto ludico e di intrattenimento del progetto: ascoltare una musica che reagisce in tempo reale a ogni nostra emozione è molto divertente
!


Replay/Il vizio dell'Errore

Di fronte alla locuzione latina “repetita juvant”, mi sono sempre chiesto: vale anche per gli errori? Chissà. Forse sì, forse no. Sia come sia, intorno allo sbagliare si è molto detto e scritto. Spesso, fatalmente, e ovviamente, sbagliando.
Il fatto è che l’errore probabilmente va considerato in una prospettiva storica, sicché lo sbaglio di ieri non lo è più oggi e viceversa.
Ad esempio, Ennio Flaiano diceva: “Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità altrettanto valida, e l’errore un altro errore.

Di sicuro non ha sbagliato chi ha ideato Replay/Il vizio dell’Errore, una collettiva d’arte contemporanea che inaugura oggi alle 18:30 nell’Ex pescheria di Giarre, detta anche Sala Messina. Non ha sbagliato perché offre sull’Errore una riflessione che non dà giudizi ma punta a illustrare le dinamiche psicologiche che inducono a sbagliare e, semmai, a perseverare nello sbaglio senza essere questo necessariamente un comportamento diabolico.
Un’idea che giudico forte e intelligente dovuta alla curatrice Benedetta Spagnuolo alla quale lascio la parola.

“Replay” vuole essere una dichiarazione dei propri sbagli ripetuti, mostrati, a tratti giustificati e cerca di comprendere il perché di certe azioni, appunto di certi Replay; artisti da tutta Italia proveranno a stupire il visitatore attraverso flashback della loro vita riflessi su opere visive e performance, dove in questo caso la cura per uscire da questo limite del ripetersi è proprio l’atto del “mostrarsi” […] Sembra paradossale, a volte perfino assurdo, ma spesso le persone tendono a ripetere comportamenti che le hanno danneggiate e si rimettono in situazioni già sperimentate e pericolose dal punto di vista emotivo e/o fisico; questo accade per molte ragioni e in realtà segue una logica interna perfettamente comprensibile, sebbene in apparenza anomala.
Questa tendenza a ripetere lo stesso “errore” si chiama “coazione a ripetere” ovvero la tendenza a ripetere la stessa cosa; la coercizione a compiere ripetutamente le stesse azioni è il principio per cui una persona cerca di superare qualcosa di irrisolto che affonda le radici nel remoto passato, rimettendosi nelle identiche circostanze che provocarono quell’antica difficoltà.
Sigmud Freud parla proprio di questo nel libro “Al di la del principio di piacere” del 1920:

"Ciò che rimane privo di spiegazione è sufficiente a legittimare l'ipotesi di una coazione a ripetere, che ci pare più originaria, più elementare, più pulsionale di quel principio di piacere di cui non tiene alcun conto".

Ma perché ripetiamo lo stesso errore?
In realtà noi tendiamo a ripetere la stessa “soluzione” e non lo stesso errore. Ognuno di noi, in passato, ha adottato una strategia, una soluzione per uscire da certe difficoltà; questa strategia ha delle conseguenze e tra queste c’è anche il famoso “errore”.
Quindi questo comportamento nasce perché ci sembra istintivamente la cosa più ovvia e giusta da fare, esattamente come lo è stato in passato, ma il fatto che lo sia stato in passato non ci costringe a ripeterlo in futuro, anche perché spesso la stessa strategia può provocare più danni che benefici.
Allora perché lo facciamo?
Semplicemente perché le soluzioni a noi più familiari o le abitudini (anche se sbagliate) ci sembrano le più giuste se non addirittura le uniche.
Per uscire da questi continui “Replay” la strada è quella della consapevolezza del riconoscere il meccanismo del quale si è vittime e di essere capaci di “frenarsi” quando questa abitudine si manifesta.
Questa collettiva vuole essere un’affermazione dei propri errori e desidera soprattutto offrire spunti per uscire da questo limite, perché mostrarsi significa in questo caso prendere “atto” delle proprie azioni.
Replay è il vizio dell’errore, da percorrere, da varcare, da ripetere…. replay…replay…replay

La mostra, organizzata da Artisti Italiani si avvale del patrocinio della Regione Siciliana - Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.
Si svolge in collaborazione con il Comune di Giarre e Identità Contemporanee di Simona Fichera di cui si vedrà la performance “#ErrorNotFound”.
Concludo questa nota lasciandovi alla visione e all’ascolto proprio di un video d’Identità Contemporanee.

Replay/Il vizio dell’errore
A cura di Benedetta Spagnuolo
Sala Messina, Via Calderai 52
Giarre
Info: artisti_italiani@libero.it
+ 39.320 - 48.68.376
Fino al 4 dicembre 2016



Ombre dal fondo

Dall’esperienza professionale, dalla storia delle passioni di Domenico Quirico , è nato un documentario di 73’00”, intitolato Ombre dal fondo, girato dalla regista Paola Piacenza che ha filmato una serie di conversazioni con il reporter, da cui emerge come l'esistenza del suo interlocutore si sia incarnata nella professione: i suoi principi collimano con le norme deontologiche del proprio mestiere come si può notare in questo breve video.
«Calarsi all’interno di un pozzo, sperando di uscirne portando con sé più cose possibili di quanto si è visto». Ecco il senso del mestiere di scrivere, della professione giornalistica così come la vive Domenico Quirico (QUI un pezzo che riferisce le emozioni da lui provate davanti ai cadaveri dei suoi aguzzini che lo rapirono in Siria l'8 aprile 2013 e fu liberato dopo 152 giorni di prigionia.
Quirico ha pubblicato per l’Editore Neri Pozza II grande Califfato.

Paola Piacenza (1963) è giornalista del settimanale “Io donna” del Corriere della Sera, e anche responsabile della sezione cinema.
Il suo primo documentario, “The Land of Jerry Cans” (2009), in concorso al New York Independent Film and Video Festival e selezionato al Festival dei Popoli (premio Ucca - Venti città), è girato lungo la frontiera Iran-Iraq.
“In nessuna lingua del mondo” (2011), presentato al SalinaDocFest nel 2011, racconta due realtà di confine, l’enclave russa di Kaliningrad e la regione di Tropoje in Albania. Lo stesso anno partecipa a “Milano 55,1: Cronaca di una settimana di passioni”, film collettivo sulle elezioni municipali di Milano. “In uno stato libero”, (Menzione Speciale al Premio Solinas per il documentario) è realizzato nel sud della Tunisia nel 2011, durante e dopo la cosiddetta Primavera Araba.

A proposito di “Ombre dal fondo” così ha dichiarato al sito FilmItalia: Ho pensato a Domenico Quirico come voce e volto di questo film quando era prigioniero in Siria. E non ho smesso di farlo quando è stato liberato. La personalità di Quirico è unica nel giornalismo italiano. La qualità del suo racconto, la profondità della sua partecipazione alle vicende di cui dà conto, vanno oltre il valore informativo degli articoli pubblicati sul giornale. Quirico è al 100% giornalista perché ha sposato l’etica della professione e i modi di investigazione che le sono propri, ma è anche e soprattutto un indagatore della condizione umana.
Insieme abbiamo deciso di filmare una serie di conversazioni. Fino a decidere di partire per uno dei fronti che l’inviato della Stampa ha raccontato nel corso della sua carriera: l’Ucraina e il conflitto con i ribelli filo-russi. Mentre il dialogo proseguiva l’idea, la necessità, del ritorno nei luoghi che erano stati teatro della sua cattura e della sua prigionia, ha cominciato a rendersi evidente. Insieme alle contraddizioni che questo avrebbe comportato.
Parola e azione si specchiano nel film: il modus operandi del reporter sul campo rivela come il suo sguardo nel corso degli anni si sia formato e come si sia posato sugli eventi e sugli uomini che ne sono stati artefici e protagonisti. Includendo, inevitabilmente, se stesso e il proprio percorso esistenziale nel quadro finale
.

“Ombre dal fondo”, proiettato alla XIII edizione delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, sarà presentato a Milano, prima d’entrare in circuito, domenica 27 novembre alle 19.00 presso la Cineteca Spazio Oberdan in occasione del Filmmaker Festival 2016.


Osservatorio Outsider Art

L’Osservatorio è una creazione della storica dell’Arte Eva di Stefano.
Una sua biografia e una presentazione del suo lavoro sull’outsider art QUI.

Ora è annunciata una nuova edizione della rivista dell’Osservatorio.
Il numero 12, circa 200 pagine illustrate, arricchito dagli abstract in inglese, propone una nuova sinergia editoriale con l'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari di Palermo. Testimonia il legame interdisciplinare tra i temi dell'Osservatorio e l'antropologia culturale.
La rivista sarà presentata in dicembre presso il Museo Internazionale delle Marionette a Palermo

Dall’Editoriale di Eva di Stefano e Rosario Perricone.
“Dare spazio al confronto interdisciplinare è sempre stato l’obiettivo della nostra rivista, dato che la natura stessa dell’Outsider Art richiede di incrociare differenti strategie interpretative: non solo estetica e storia dell’arte, ma antropologia, sociologia, psicologia, linguistica, neuroscienze etc. In coerenza con questa linea, si pone la nuova sinergia editoriale con l’Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari a Palermo che, a partire da questo numero, ci sostiene stampando una tiratura cartacea della rivista destinata alla diffusione locale. Anche se il lavoro di redazione resta, come prima, di pertinenza dell’Osservatorio, e restano invariate sul nostro sito web la possibilità di scaricare la rivista in formato elettronico e l’opzione print on demand per continuare a garantire una diffusione più ampia ed extra-locale, l’apertura di un dialogo stabile e fattivo con antropologi ed etnologi non può che rivelarsi molto proficua e rafforzare il nostro progetto in una prospettiva scientifica contemporanea. Se nel secolo scorso, infatti, i creatori di Art Brut o Outsider erano considerati in gran parte ‘casi psichiatrici’, oggi a nostro avviso rappresentano spesso invece ‘casi antropologici’: inventori di un mondo parallelo e di una mitologia personale per reagire e resistere allo sgretolarsi di una cultura ancestrale a causa della globalizzazione e di una omologante modernizzazione selvaggia. […] Molto visitate quest’estate le due grandi mostre di cui riferiamo: la collettiva Irregolari in Trentino a Cles, e l’antologica dedicata al polimorfo Ezechiele Leandro in Puglia. Tra i servizi che ci toccano più da vicino, il reportage sulla presenza, nella megamostra di The Museum of Everything a Rotterdam, di sei autori siciliani, sui quali il nostro Osservatorio si è molto speso in passato, e l’ottimo esempio a Messina del collettivo che ha avviato un vitale pionieristico dialogo tra Outsider Art e Street Art contemporanea, di cui ci riferisce Pier Paolo Zampieri.
Come di consueto, la rivista si apre con una selezione di brevi notizie dalla scena outsider italiana e internazionale, e si chiude con una novità: una piccola appendice in inglese dedicata ai nostri amici nel mondo”.

La rivista è scaricabile da QUI al costo di 5 euro.
È sempre possibile ordinare anche copie cartacee sul sito createmybooks (vedi sito Outsider) al prezzo di 27 euro + spese di spedizione.


Vita da editore

Di un grande editore (e non solo editore, come vedremo nel corso di questa nota), Neri Pozza, fondatore della casa omonima, è stato pubblicato Vita da editore.
La curatela del libro è di Angelo Colla, amico e a lungo collaboratore di Pozza, a sua volta editore di una raffinata editrice.
Cosmotaxi lo ha intervistato

Chi è stato per lei Neri Pozza?

Un grande maestro che ho avuto la fortuna di incontrare appena laureato e presso il quale ho completato la mia formazione culturale e ho imparato il mestiere dell’editore. Neri Pozza era un personaggio geniale, ricco di cultura non accademica, intellettualmente libero e generoso, un vero umanista, di tipo rinascimentale, dai molteplici talenti. Oltre che originale e coraggioso editore, fu scultore e incisore, poeta e narratore, critico d‘arte, saggista. E fu un uomo che partecipò alla vita sociale e politica del suo tempo animato da una forte carica morale.

Quali orientamenti ha seguito nel curare “Vita da editore”?

Per capire che cosa abbia realizzato Neri Pozza come editore e il grande peso della sua produzione nella cultura italiana del Novecento è sufficiente scorrere le collane e i titoli del suo catalogo e confrontarli con quelli di altri editori. Ma per rendersi conto del perché un uomo dai molti talenti come Pozza si sia dedicato a un mestiere così laborioso e per lui poco remunerativo, per capire come e con quale spirito l’abbia praticata con intatta passione per cinquant’anni, è necessario rileggere i suoi scritti editoriali. Solo dalle parole di Pozza possiamo capire come la professione dell’editore abbia organizzato le sue relazioni, abbia nutrito le sue emozioni, abbia dato senso alla sua vita. Per questa ragione ho voluto pubblicare i suoi scritti “editoriali”, molti ancora inediti, altri sconosciuti e di difficile reperimento, riunendoli in tre grandi sezioni.
La prima (“Libri fatti e libri mancati”) contiene una considerazione critica di Pozza sui libri realizzati e su quelli soltanto ideati, e guida l’attenzione del lettore sui programmi, le collane e le opere più ricchi di progettualità editoriale e di valenza etica ed educativa.
Nella seconda (“Idee d’arte e di poesia”) una scelta di lettere permette di cogliere le idee e i gusti letterari di Pozza, ma anche le regole cui si atteneva nel confezionare un buon prodotto editoriale e i consigli agli autori per migliorare le proprie opere e farne libri necessari alla loro storia di scrittori.
La terza sezione è una galleria di profili e ritratti: storie di autori e collaboratori per i quali Pozza ha nutrito amicizia o particolare stima e simpatia: dall’ebreo Jacchia, suo primo modello di editore, a Antonio Barolini, suo primo autore; da Vittore Gualandi, il suo tipografo preferito, a scrittori e poeti come Bontempelli, Alvaro, Buzzati, passando per saggisti del calibro di Camerino, Izzo, Magagnato e Baratto
.

Perché nel pubblicare Neri Pozza per la sua casa editrice ha scelto proprio la versione inedita di "Tiziano" e "L'educazione cattolica"?

Neri Pozza produceva, come narratore, più di quanto giudicasse utile pubblicare: temeva di essere giudicato uno che vuole fare troppe cose. Per cui, lasciandomi l’incarico di continuare la sua attività editoriale una volta che fosse venuto a mancare, mi consegnò anche copia di tutti i suoi scritti inediti perché li pubblicassi quando l’avessi ritenuto opportuno. Alcuni li pubblicai come editor della Neri Pozza Editore dopo la sua morte (“Gli anni ideali” e “Libertà di vivere”), altri con una mia sigla editoriale che avevo creato nel 2002. Il “Tiziano” non era un inedito, ma utilizzai una copia dell’edizione Rizzoli che Pozza aveva ampiamente emendato e integrato in vista di una nuova edizione.
“L’educazione cattolica” invece era un’opera inedita ma l’ho fatta precedere da “L’ultimo della classe” (anche in questo caso in una redazione rivista e corretta dall’autore) perché le due narrazioni formano un unico libro di memorie che abbraccia il periodo 1916-1934
.

Neri Pozza
Vita da editore
A cura di Angelo Colla
Pagine 336, Euro 17.50
Neri Pozza


Il Morandini 2017

“Il più bel film che mai sarà fatto, è stato già fatto!”, così dice Ryan O’ Neal a Burt Reynolds, in ‘Vecchia America’, film del 1976 di Peter Bogdanovich.
Forse è vero, forse no. Se però vogliamo sapere tutto dei film finora girati, il migliore strumento che abbiamo in Italia è il Morandini, celebre pubblicazione firmata da Morando, Laura, Luisa Morandini edito da Zanichelli.
Tra l’altro s’avvicinano le feste di fine anno e ritorna implacabile l’assillo di che cosa mettere sotto l’albero. Un regalo che consente un ampio ventaglio di prezzi (li troverete alla fine di questa nota) è dato proprio dallo storico dizionario annualmente aggiornato.
Il Morandini 2017 ha scelto “La pazza gioia” di Paolo Virzì per la copertina della sua nuova edizione (27.000 film, 16.500 su carta, 27.000 nella versione digitale). Riconoscimento che ogni anno viene assegnato dagli autori a una pellicola italiana della trascorsa stagione cinematografica. Così l’immagine alla “Thelma &Louise”, con le protagoniste dei film al volante di una decapottabile rossa, campeggia sulla prima pagina della bibbia dei cinefili. Il regista toscano “….Con toni spesso felici, ironici e teneri non vuole indorare la pillola, ma raccontare il dramma e infondere speranza e comprensione. L'unità di base delle inquadrature di Virzì è l'affetto, perché ama i personaggi che racconta. Profondo e leggero nello stesso tempo, il film appartiene a due generose, strepitose, intuitive attrici, Bruni Tedeschi e Ramazzotti; ogni altro elemento della messa in scena sembra al servizio della loro vitalità straripante. L'alchimia tra le due è perfetta”. Questa la motivazione che vale la copertina a Virzì e un 4 stelle di giudizio critico nella scheda del dizionario.
Ma questo è l’anno dei documentari a 5 stelle: tante ne hanno ricevute (il massino giudizio) dagli autori del Morandini 2017 i lavori di Patricio Guzmàn “La nostalgia della luce” (“Un documentario dalla struggente bellezza dove tutti sono alla ricerca continua del passato”); e “Human” di Yann Arthus-Bertrand che è “…un abbacinante caleidoscopio sinfonico di pensieri, suoni, forme e colori, amalgamati in un unico flusso di coscienza che esprime l'unità dell'umanità attraverso la stupefacente varietà delle sue differenze”.
Tornando ai film: 4 stelle invece sono state assegnate a “The Hateful Eight” di Tarantino che “…spiega la Storia agli adolescenti di oggi come fosse un costante percorso di vendetta, un apologo incattivito sulla società, nell'impossibile mescolanza di individui che mai potranno convivere pacificamente”. Quattro anche a “La grande scommessa” di Adam McKay e al premio Oscar “Il caso Spotlight” di Thomas McCarthy. E al remake de “Il libro della giungla” di Wolfgang Reitherman. Con queste 4 stelle il lungometraggio è a tutti gli effetti il migliore di quelli tratti dal libro di Kipling. Sfogliando il Morandini infatti il classico cartone Disney del ‘67 ha soltanto 2 stelle!
Non convincono nel dizionario il nuovo episodio della saga di “Star Wars” (“Ritmo alacre, efficace montaggio in parallelo, ma il ginger glielo dà solo l'arzillo vecchietto Harrison Ford”).
Per “La minaccia fantasma” di J.J. Abrams. Giudizio: 2 ½.
Lo stesso per “Fuocoammare”: nonostante i premi alla Berlinale 2016 “il risultato appare frammentario, calligrafico e più poeticistico che poetico”. Perplessità anche per “The Danish Girl” in cui “L'osannato Redmayne è insopportabile, tutto mossette, sbattute di ciglia e piccoli sospiri. La Vikander è bravissima”. Due e mezzo.

Il Morandini 2017 contiene quest’anno una scelta di circa 700 serie televisive e 650 cortometraggi, selezionati tra le opere italiane più recenti o che hanno avuto segnalazioni nei festival.
Nella versione digitale trovano posto anche 7000 immagini di scena o locandine.
Un’opera indispensabile da tenere accanto al televisore e nel computer, da consultare prima (e dopo) aver visto un film.

Il Morandini 2017
Dizionario dei film e delle serie televisive
di Laura, Luisa e Morando Morandini

Versione Plus (volume + DVD e download per Windows e Mac senza scadenza + app per iOS e Android senza scadenza + 365 giorni di consultazione online, con aggiornamenti rilasciati nell'anno), € 40,30

Volume unico, € 32,90

Dizionario ebook no-limit (download senza scadenza + consultazione online 365 giorni), € 16,30

Dizionario ebook 365 (download 365 giorni e consultazione online 365 giorni), € 9,80

Versione iPhone, iPad, iPod Touch, € 18,99


Camilleri e il Referendum

Nella newsletter di ieri, 21 novembre, MicroMega ha pubblicato un’intervista allo scrittore.
Eccone un passaggio che riguarda il referendum.

«A guardare l' Italia ridotta così, mi sento in colpa. Avrei voluto fare di più, impegnarmi di più. Nel Dopoguerra ci siamo combattuti duramente, ma avevamo lo stesso scopo: rimettere in piedi il Paese. Oggi quello spirito è scomparso».

Renzi non è un buon presidente del Consiglio?

«No. È un giocatore avventato e supponente».

Al referendum andrà a votare?

«Pur di votare "No" mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti».


Infodemia


Diceva Mark Twain: “Fai attenzione quando leggi libri di medicina. Potresti morire per un errore di stampa”.
Oggi nell’epoca delle velocissime informazioni da plurali campi, possiamo, per un equivoco o per predisposizione al panico, reagire di fronte a una certa notizia provocando grandi disastri. Questo perché le nuove tecnologie hanno reso ciascuno di noi attore dell’informazione, in grado cioè di trasmettere ad altri emozioni e pensieri. E comportamenti. Che se dominati dalla paura possono determinare condotte collettive disastrose con l’ansia che prende il sopravvento sulla percezione del rischio.
Ai nostri giorni, Laurie Anderson canta "Language is a virus" citando William Burroughs che diceva "Il linguaggio è un virus", parole queste che troviamo in esergo a Infodemia (in copertina un disegno tratto da Il Libro dei Sogni di Fellini) agile quanto giovevole librino pubblicato dalla casa editrice Guaraldi nella collana “Quaderni della complessità” promossi dal Festival della Complessità e coordinati da Valerio Eletti.

L’autore di Infodemia è Giancarlo Manfredi.
Laureato in Scienze Statistiche e Demografiche con tesi sperimentale in Epidemiologia, attualmente si occupa di tecniche di “intelligence da fonti web”. Ha conseguito un master professionale in Gestione delle Emergenze. Fa parte dell’Associazione Nazionale Disaster Manager ed è attivo da 15 anni come volontario nella Protezione civile.

Questa la presentazione editoriale di Infodemia.
“Da sempre la specie umana convive con la paura delle epidemie: è uno stato emotivo profondamente radicato nella mitologia e nella storia di tutti i popoli.
Sebbene oggi esistano protocolli per la gestione del contagio, il rischio che si vuole evidenziare, ancora prima di quello sanitario, è quello della “infodemia”, ovvero della diffusione virale di informazioni false, parziali o erronee in grado di causare il crollo dei rapporti nella società civile”.

A Giancarlo Manfredi ho rivolto qualche domanda.
Quali sono i meccanismi psicologici di gruppo che agiscono di fronte a un percolo collettivo reale o immaginario?

Il primo meccanismo che gli psicologi delle emergenze si attendono, in una situazione di crisi, è il senso di disorientamento che colpisce la quasi totalità dei soggetti esposti.
Stiamo naturalmente parlando di persone normali che si ritrovano di fronte a circostanze al di fuori della loro quotidianità, ma le ricerche disegnano un quadro preciso, fatto di individui che, non riuscendo a riconoscere (e ad accettare) una situazione a loro aliena, semplicemente si bloccano.
Esiste, poi, una percentuale di persone “pericolose” che contribuiscono con il loro comportamento dissennato e talvolta violento, ad aumentare rumore, confusione e pericolo, ma ci sono anche coloro che riescono a mantenere la calma per quel tanto necessario a determinare una soluzione positiva.
Il secondo meccanismo che si riscontra in un gruppo eterogeneo di persone durante un’emergenza è quello dell’imitazione dei comportamenti, mentre solo al terzo punto troviamo il diffondersi del panico vero e proprio.
Ma, a farla breve, nei primissimi istanti dell’emergenza prevale l’immobilità perché ci si ritrova a giocare una partita della quale non si conoscono le regole, i tempi e nemmeno la forma del campo di gioco.
Questo è anche il momento nel quale è possibile agire per attivare comportamenti “virtuosi” tramite le buone pratiche di gestione e comunicazione delle emergenze
.

Accanto all’apporto di tanti benefici, le nuove tecnologie di trasmissione consentono anche allarmi spesso superiori alla reale entità dei rischi. Come comportarsi per vincere questo pericolo? Come vaccinarsi contro l’infodemia?

I meccanismi di propagazione delle informazioni virali (i cosiddetti “meme”, ovvero le particelle minime informative previste da Richard Dawkins nel suo “Il Gene Egoista”) sono ormai noti, uno fra tutti il cosiddetto “Bias di conferma”, ovvero quel processo psicologico cognitivo per il quale si ricerca anzitutto la convalida delle convinzioni, talvolta persino a scapito della realtà.
La virtualità, insieme all’anonimato dei social network, contribuiscono poi all’opera dei cosiddetti “untori” che, quasi sempre per profitto o interesse, generano e diffondono i virus più maligni, in un terreno di coltura reso fertile dall’analfabetismo funzionale imperante.
Se l’infodemia (termine che richiama il concetto di pandemia informativa) è un pericolo oggettivo, le reti sociali sono però, al tempo stesso, uno strumento meraviglioso e in grado di rivoluzionare in positivo le nostre vite in moltissime situazioni (non ultime le emergenze).
Come singole persone dobbiamo essere animati dalla voglia della verifica delle fonti, del confronto delle notizie (il cosiddetto “fact checking”) e dall’onestà intellettuale.
Ci sono naturalmente dei “rimedi sanitari” che, come per le epidemie biologiche, devono essere messi in atto dalle Istituzioni (dal monitoraggio della rete all’isolamento delle fonti di contagio), tuttavia la sindrome del “Grande Fratello”, ovvero la tentazione di una deriva (diciamo) “distopica” non è da sottovalutare.
Sono convinto profondamente che il vaccino contro l’infodemia, lo troveremo solo nella cultura, individuale e personale, oltre che nell’apprendimento di un corretto utilizzo di tutti gli strumenti di comunicazione sociale
.

Giancarlo Manfredi
Infodemia
Pagine 66, Euro 8.00
Guaraldi


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