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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Le battute memorabili di Feynman

È ritenuto il padre delle nanotecnologie, avendo considerato per la prima volta, nel 1959, la possibilità di manipolazione diretta degli atomi nella sintesi chimica.
È considerato uno degli ispiratori del computer quantistico ed il più noto oppositore della teoria delle stringhe.
Ebbe il Premio Nobel per la fisica nel 1965 per l'elaborazione dell'elettrodinamica quantistica.
Il suo nome: Richard Phillips Feynman, nato a New York l’11 maggio 1918, morto a Los Angeles, il 15 febbraio 1988.
Feynman, però, non può essere costretto in un sintetico profilo scientifico perché la sua personalità non ne fa solo un genio come quelle pur scarse note già indicano. Né, tanto meno, un austero professore, ma un tipo imprevedibile, di sontuosa allegria, pronto alla facezia come ad una particolare, brillante, maniera d’essere docente.
Ci aiuta a capire quel gigante della Fisica e personaggio arguto, un libro della figlia, Michelle Feynman, pubblicato dalla casa editrice Adelphi intitolato Le battute memorabili di Feynman.

L’immagine che vedete in copertina presenta Feynman a 41 anni, fotografato da Joe Munroe.

Attraverso poche righe estratte da interviste o conferenze, oppure articoli, alternati a fulminanti sentenze, brani suddivisi per argomenti, e, quindi, di facile consultazione, percorriamo la storia del pensiero di Feynman non solo sulla natura della scienza, la tecnologia, la filosofia, ma pure sull'immaginazione, sulle arti visive, sulla poesia, sulla musica… già, la musica. Perché amava presentarsi come Fisico premio Nobel, insegnante, cantastorie, suonatore di bongo.
Volete assistere a una sua performance? Basta un CLIC!

L’amore per le percussioni l’espose anche a critiche da parte di uggiosi colleghi perché durante una sua permanenza in Brasile imparò a suonare la “frigideira” unendosi a un gruppo chiamato i Farçantes (Pagliacci) de Copacabana. Ma non basta. Perché innamoratosi del samba, sfilò, ornato delle tradizionali piume, in un corteo carnevalesco a Rio.

Morì a 69 anni. James Gleick, in un suo libro su Feynman, scrive che le sue ultime parole furono «Non sopporterei di morire due volte. È una cosa così noiosa».

Dalla presentazione editoriale.
“Genio scientifico reso celebre dalla felice perspicuità delle sue lezioni e dei suoi scritti – oltre che dalle esplorazioni nel mondo dei quanti che gli valsero il premio Nobel –, Richard Feynman non temeva di sconfinare in territori estranei alla sua materia, mosso da un'insaziabile curiosità fanciullesca e armato di un'intelligenza analitica giocosa e spietata. A quasi trent'anni dalla morte del padre, Michelle Feynman ha setacciato opere edite, carte personali, registrazioni di conferenze, lezioni e interviste, e ne ha tratto un memorabile florilegio di idee, intuizioni, battute, riflessioni e precetti sempre illuminati dai lampi di un'immaginazione che ammetteva come unico limite la compatibilità con le leggi note della fisica. Ripartiti in ventisette sezioni – da «Giovinezza» a «Arte, musica e poesia», «Natura della scienza», «Tecnologia», «Guerra», «Politica», «Dubbio e incertezza» –, i passi qui raccolti stregheranno il lettore come le vertiginose evoluzioni di un funambolo della ragione applicata al mondo, questo «caos dinamico di cose tremolanti» in cui ci tocca vivere”.

A cura di Michelle Feynman
Le battute memorabili di Feynman
Traduzione di Franco Ligabue
Pagine 410, Euro 26.00
Adelphi


Tradurre

Se Georges Mounin ci dà un classico con «Les Problèmes théoriques de la traduction» (1963), un nuovo campo di discussione sulla traduttologia si ha con «Dopo Babele» (1975) di George Steiner. Fu, infatti, il primo tentativo particolareggiato di situare la traduzione al cuore della comunicazione umana, e di esaminare come le costrizioni alle quali è sottoposta la traducibilità tra lingue diverse richieda un’indagine filosofica sulla consapevolezza e sul significato del significare.
Steiner constata che la traduzione è formalmente e praticamente implicita in ogni atto della comunicazione, e scrisse nell’edizione italiana del 1985: «”Dopo Babele” si rivolge ai filosofi della lingua, agli storici delle idee, agli specialisti di poetica, dell’arte e della musica, ai linguisti e, ovviamente, ai traduttori (…) In altre parole, a chi fa vivere la lingua e sa che gli avvenimenti di Babele sono forse un disastro ma al tempo stesso – ed è questa l’etimologia della parola “disastro” – una pioggia di stelle sull’umanità».
Da alcuni anni, crescendo di spessore nel tempo, si è appuntata l’attenzione dei media sul mestiere del traduttore, sia sui problemi espressivi che quella professione pone sia sui temi sindacali della categoria.
A questo plurale interesse hanno contribuito varie forze. Ricordo qui, ad esempio, Biblit ideata nel 1999 da Marina Rullo, la nascita a Roma della prima Casa delle traduzioni in Italia, egregiamente diretta da Simona Cives promotrice di un imponente programma d'incontri e dibattiti, la rivista Tradurre diretta da Gianfranco Petrillo.
Ci sono anche altre sigle e nomi, mi scuso di non citarli tutti.
Proprio Petrillo ha curato un’antologia, edita da Zanichelli, di scritti estratti dalla rivista fra gli anni dal 2011 al 2014.
Il libro ha lo stesso titolo della rivista: Tradurre. Medesimo è il sottotitolo: pratiche teorie strumenti .

Petrillo, in questo video spiega nascita e finalità di “Tradurre”.

Circa la scelta dei pezzi inclusi nell’antologia, il curatore (oltre a dirigere “Tradurre”, si occupa di storia sociale e politica italiana contemporanea) così dice: La scelta non comporta giudizi di valore: i pezzi meritevoli di attenzione sono ben più numerosi di quelli nel libro pubblicati. Ma «Tradurre» è ancora on line, con tutto il suo archivio di numeri passati. L’accesso è libero. Il nostro amico lettore è invitato ad andare alla loro scoperta.

Dalla presentazione editoriale.
Non è certo un velo sottile quello che separa il lettore dal traduttore, né tanto meno immateriale. La vera cortina di ferro che nasconde il traduttore editoriale all’hypocrite lecteur di baudelairiana memoria è, molto prosaicamente e poco accademicamente, la complessa filiera del libro. Dall’individuazione del testo da tradurre alla trattativa con l’agente e poi con l’editore straniero, dalla scelta del traduttore o della traduttrice alla tariffa adottata o imposta, dalla collana al corredo promozionale, dalla presenza alla sempre più frequente assenza del revisore e dei suoi interventi, sempre preziosi, dal distributore all’ufficio stampa, l’opera imprenditoriale dell’editore ha riflessi decisivi sul risultato del lavoro del traduttore.
L’intento di questo volume è di rendere dignità culturale al mestiere del tradurre, svelandone, in tutti i suoi risvolti, la complessità e la ricchezza, la profondità e l’inventiva, la durezza e la leggerezza”.

Concludedo, “Tradurre” contiene riflessioni utili a più di un uno affinché si risparmi, ad esempio, il fulmine che Borges indirizzò a Samuel Henley traduttore del ‘Wathek’ di Beckford, del quale dice beffardamente: “L’originale talvolta non è fedele alla traduzione”.

Tradurre
a cura di Gianfranco Petrillo
Pagine 384, Euro 24.00
Zanichelli


Ruggero Maggi alla Showcases Gallery

Dal 18 febbraio è in corso a Varese una personale di Ruggero Maggi alla Showcases Gallery.
È intitolata I Metya-Networker in spirit.
Testi critici di Palmira Rigamonti e Pierre Restany.

Dal comunicato stampa.

“Ruggero Maggi è un artista poliedrico che dagli anni ’70, utilizzando materiali eterogenei, si è occupato prima di “Poesia Visiva”, “Mail Art”, di “Copy Art” e successivamente di «Laser Art».
Ha ravvivato in continuazione la sua poetica espressiva attraverso una dinamica e fertile sperimentazione e da figura cosmopolita, ha saputo proporre un ironico stravolgimento della realtà emozionante e poetica. Nei suoi quadri riproduce con maniacale precisione, non l’oggetto fine a sé stesso, ma la sua immagine e in un universo quasi reale e palpabile, inserisce l’elemento “diatonico” e “significante”, permeato da uno sguardo ironico e distaccato.
Mantenendo ferma ed incisiva la carica critica eversiva e riflessiva delle sue opere, dà forma ad un dinamismo capace di conciliare la dimensione spaziale con quella temporale. Anche lo schema dimensionale dell’oggetto, che altro non fa che enfatizzare la solitudine dell’uomo, gioca con la scala dei valori; ciò che “micro” diventa “significante” di una visione assoluta, e ciò che è “macro” perde la sua forza iconografica. Le composizioni di Ruggero Maggi sono equilibrate e fluide, hanno la leggerezza e l’incisività della musica e riescono attraverso il tratto elegante a sfumare le angosce e i timori in un clima di ironica tensione, nel quale il capovolgimento della normalità non è che il volto nascosto della realtà del quotidiano.
Nelle sue composizioni organizzate, in cui i ritmi sono lineari, il colore viene quasi annullato e gli spazi incongrui in cui sono inserite “le immagini del reale” sono evocativi della profondità dell’inconscio e dello sguardo dell’artista, che contempla le angosce del nostro tempo con un’accorata comprensione”.

Ruggero Maggi
“I Metya-Networker in spirit”
Showcases Gallery
Via San Martino 11, Varese
Info: 338 – 23 03 595
showcases.gallery@gmail.com
Orario: 9.00 - 12.30 / 14.30 – 18.30
Sabato e Domenica su appuntamento
Fino al 17 marzo ‘17


Il torcicollo della giraffa


Il libro pubblicato dalle edizioni Dedalo Il torcicollo della giraffa L’evoluzione secondo gli abitanti della savana è un esempio di come andrebbe fatta la divulgazione scientifica sui media e nelle scuole. Tranne poche occasioni, invece, stampa, rubriche radiotelevisive, lezioni scolastiche, si tengono lontani da uno stile espositivo semplice ed efficace come praticato da Léo Grasset autore di quel volume prima citato adatto anche a giovani lettori.
Dopo un master in biologia evolutiva e una breve esperienza come insegnante, Grasset ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla divulgazione.
Lo fa, anche nel libro che sto presentando, partendo sempre da stimolanti curiosità ed ecco perché il suo sito e il canale YouTube DirtyBiology da lui condotti contano oltre 400.000 iscritti e più di 15 milioni di visualizzazioni.
Come in altre pubblicazioni scientifiche presenti nelle varie collane – si pensi a La Scienza nuova, oppure a La Scienza è facile, o a 50 grandi idee, e anche in Piccola biblioteca di scienza destinata ai ragazzi – Dedalo dà un prezioso contributo a quelle conoscenze che in tanti tentano di distorcere o soffocare.
Il creazionismo, ad esempio, ha tentato rivincite dapprima negli Stati Uniti (e l’elezione di Trump potrebbe favorirlo ancora) e poi anche da noi; ricordate la Moratti che tentò di escludere l’indirizzo evoluzionista dall’insegnamento scolastico? E ancora: qualche tempo fa è avvenuto perfino che in una sede scientifica istituzionale qual è il Cnr si sia tenuto un convegno intitolato “Evoluzionismo: tramonto di un’ipotesi”. Perché tutto questo? Ne profila bene la spiegazione Daniel Kevles, storico della Yale University,: “Nel seicento la Chiesa teme Copernico che rimuove la Terra dal centro del sistema solare minando l'autorità dei teologi… poi perseguiterà Darwin che ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione”.
Eppure “Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione” afferma il grande genetista e biologo Theodosius Dobzhansky.

Grasset scrive ovviamente sull’evoluzione – come il sottotitolo del suo libro chiaramente indica – ricavando esempi comportamentali dal mondo della savana per approdare alla storia evolutiva di noi umani da quando passammo dall’andatura quadrupede a quella bipede fino all’Homo Sapiens (anche se fa di tutto da tempo per essere meno Sapiens delle origini). Il tutto è condito da descrizioni di avvenimenti biologici e scoperte di creature talvolta inquietanti (anche non umane, aggiungo io per chiarire).
Ad esempio, il tasso del miele. Grazioso animale di un metro circa, mai pesa più di 15 chili, bel musetto. Ebbene, è l’animale più violento di tutta la biosfera, capace di terrorizzare persino bufali, serpenti di grossa taglia e grandi felini. Una delle sue specialità è l’attacco ai testicoli per far morire dissanguata la preda.
Insomma, adesso lo sapete: se incontrate un tasso del miele non fidatevi del suo aspetto e di quel suo nome che rimanda a dolcezze.

Dalla presentazione editoriale.
“Perché le giraffe hanno un collo così lungo e le zebre hanno le strisce? Che nesso c’è tra una folla di tifosi e un branco di gazzelle? Avete già provato un brivido di terrore sentendo nominare il tasso del miele?
Gli animali della savana hanno ancora molto da insegnarci. Il torcicollo della giraffa vi mostrerà il talento architettonico delle termiti, il ruolo del caso nella fuga delle gazzelle, la dittatura quotidiana cui sono soggetti gli elefanti e la democrazia che regna tra i bufali; vi parlerà dell’importanza della Via Lattea per gli scarabei stercorari e vi svelerà cosa hanno in comune i capezzoli umani e il pene della iena.
Il biologo Léo Grasset prende spunto da un soggiorno di sei mesi nello Zimbabwe per descrivere con stile brillante e ironico gli animali che popolano la savana, mettendone in luce le caratteristiche evolutive, talvolta ancora misteriose, e i comportamenti più curiosi”.

Léo Grasset
Il torcicollo della giraffa
Traduzione di Andrea Migliori
Disegni di Colas Grasset
Pagine 152, Euro 16.00
Edizioni Dedalo


Il design che non c'è


La storia del design italiano vede protagonista Milano, città nella quale, infatti, sono nati importanti progetti espressivi e aziendali sia nell’arredo sia nella moda specie da un secolo ai nostri giorni.
Del resto, perché sorprendersene? Fu proprio a Milano che nel 1915 nacque quel manifesto per la “Ricostruzione futurista dell’universo” che tanta parte dedicava a nuove forme del visivo rapportando l’arte e la produzione industriale, e che vide tra i firmatari Fortunato Depero (1892 – 1960) creatore dei manifesti pubblicitari della Campari e di quella bottiglietta che ancora oggi vediamo nei bar. Senza dimenticare il milanese Giò Ponti (1891 – 1979) che negli anni venti, avviò la sua attività di designer rielaborando complessivamente la strategia di disegno industriale della Richard Ginori e con le sue ceramiche vinse il "Gran Prix" all'Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925.
A Milano, in breve, il designer diventò colui che al bello univa la funzionalità degli oggetti.
Giungendo a oggi, secondo un report della Camera di Commercio milanese, la Lombardia è tra le regioni italiane quella in cui trovano più spazio i mestieri creativi; l’analisi per professioni vede prevalere il design e l’organizzazione di eventi con annessa comunicazione: sono questi, precisa il report, i due settori di punta del terziario avanzato di Milano.
Eppure, nonostante tanta storia e cifre dell’attualità, esiste una frattura fra il brand Milano e la qualità dell’assetto urbano.
Proprio su questa riflessione si è innestato un progetto lanciato dall’ADI Lombardia, in occasione della XXI Triennale di Milano.
È stato chiamato Il design che non c'è.

In foto: YGGDRASILL, di Duilio Forte, Patrizia Pozzi e Angelo Jelmini.
Installazione alla biglietteria della Triennale
(Yggdrasill è l’albero cosmico che regge il mondo nella mitologia norrena).

In pratica, è stato richiesto ai cittadini di documentare le situazioni di disagio, bruttezza, cattiva funzionalità che incontrano nei percorsi urbani.
Così si sono avute fotografie, scattate con lo smartphone, che raccontano una storia fitta di problemi all'angolo di strade milanesi.
I temi giudicati più urgenti, raccolti in tre macroaree che riguardano la Segnaletica, le Microarchitetture e il Vivere la città (area a sua volta suddivisa in: Problematiche, Opportunità e Facilitazioni), sono stati proposti a designer e studenti.
Hanno risposto all'invito i designer Makio Hasuike, Ugo La Pietra, Alberto Meda e Patrizia Pozzi (con Duilio Forte e Angelo Jelmini), che con le loro tavole propongono alcune soluzioni dedicate alle sedute, alle recinzioni temporanee, agli spazi di autoespressione, accompagnati da un’installazione particolarmente suggestiva nello spazio biglietteria della Triennale qui segnalata prima in foto.
Accanto a questi progetti gli studenti del Politecnico di Milano e dello IED Istituto Europeo di Design di Milano propongono un ampio ventaglio di soluzioni per rendere più funzionale la città.
I progetti che potrebbero risolvere grazie al buon design alcuni problemi della vita quotidiana a Milano, sono in mostra dal 17 febbraio alla Triennale.

La nostra professione è storicamente abituata ai manifesti di denuncia) - commenta il presidente dell'ADI Luciano Galimberti - "Libri bianchi su questo o quell'argomento, denunce che trasudano sdegno e accuse apocalittiche troppo spesso cadute in un complice dimenticatoio. Una propensione in fondo all’autoassoluzione rispetto a problemi sempre più grandi di noi, che coinvolgono una collettività generica e rassicurantemente anonima. Questo progetto sviluppato dai colleghi di ADI Lombardia, è riuscito invece a coniugare un'analisi spietata dell'assenza di design negli spazi pubblici con la concretezza e il pragmatismo di una progettualità generosamente offerta al dibattito pubblico da parte di alcune eccellenze italiane del design").

Il design che non c'è

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
Info: 02 – 33 11 958
lombardia@adi-design.org
Fino al 5 marzo 2017


Mezzi di trasporto da verificare

Ho letto un piccolo libro straordinario.
Un volume di 70 pagine – Milella Edizioni – che non può mancare nella libreria di un lettore raffinato, cioè di uno che non sta tre metri sotto o sopra il cielo (non ricordo) e non va dove lo porta il cuore (che è poi sempre un villaggio turistico con messa a mezzogiorno).
Come sanno quei generosi che leggono queste mie cronache, non recensisco romanzi.
Perché la dice giusta Manganelli: “Ogni libro che sia un «romanzo» nasconde qualcosa di losco".
Riservo solo un interesse per i racconti perché è arte difficile, scrivere sul corto è roba tozza, altro che scrivere grossi tomi.
È un caso forse che si possa scrivere un certo nome anche così: alessadROMANZONI?
Ma non è un caso che nelle riflessioni sulla letteratura il racconto occupi largo spazio. Da Claude Bremond a Julien Greimas, a Tzvetan Todorov ad altri ancora.
“Toccherà a Genette” - scrive Francesco Muzzioli (Le teorie della critica letteraria, 1994) – “con ‘Discorso sul racconto’ sistematizzare l’analisi degli aspetti e dei modi della narrazione breve uscendo dalla mera sequenza delle funzioni narratologiche […] Todorov, ad esempio, arriverà addirittura nella compilazione di una “grammatica” del Decameron, a tradurre l’intreccio in formule algebriche”.
Insomma i racconti m’interessano, ma mica tutti, solo in quelli in cui vi scorgo braci dell’immaginazione, estri magnetici della mente.
Il libro straordinario di cui dicevo al primo rigo, possiede queste virtù e un’altra ancora di non poco momento: è divertente.
Il titolo: Mezzi di trasporto da verificare. L’autore è Stefano Cristante.
Nato nel 1961 – grato alla madre per averlo fatto nascere a Corte Sconta (cioè nascosta) detta Arcana; tale la trasfigurazione verbale della veneziana Corte Botera operata da Hugo Pratt cui Cristante, come vedremo, ha dedicato un cospicuo saggio – insegna Sociologia della comunicazione all’Università del Salento, dove ha fondato l’Osservatorio di Comunicazione Politica.
Ha scritto: Potere e comunicazione (1999 - 2004); Media Philosophy (2005), Comunicazione (è) politica (2009); Niente acqua e menta per Maurilio(2002); La parte cattiva dell'Italia – con Valentina Cremonesini – (2015); Prima dei mass media (2011); Corto Maltese. La politica dello straniero (2016).
Dirige la rivista on line H-ermes.

“Mezzi di trasporto da verificare” è composto di una prima parte fatta con nove racconti concatenati, tutti dall’inventiva e dal linguaggio scatenati.
Una seconda parte (chiamata “Manifesto dell’Irrealismo”), è ciò che resta – avverte Cristante – del progetto di un’avanguardia artistica individuale.
Secondo una collaudata finzione letteraria, si finge testo ritrovato in circostanze fortuite. Ma… sorpresa! Questo testo – doverosamente novecentesco – smemorata dall’autore la genesi dello stesso, “probabilmente rappresenta la genesi teorica dei mezzi di trasporto da verificare”.
Segue una dottissima dissertazione con idee che si rincorrono su di un ritmo slapstick.
Eravamo stati avvertiti da una scritta – celeste o sulfurea, fate voi – posta in testa, o sulla testa, del testo: “Non dimenticate che un’avanguardia storica si annida nell’animo di ciascuno di voi”.

Genesi teorica dei nove racconti? Perché su quali cursori corrono quei mezzi di trasporto?
Dalla prima narrazione marina – una bici da surf che neppure Jarry avrebbe inforcato tornandosene sconfitto sulla sua cara due ruote Clément Luxe 96 – fino al racconto ambientato in un lontano pianeta dove avvengono epifanie poetiche a inchiostro inverso, leopardiane e leopardate, che fanno la gioia di noi oulipiani.

Dalla presentazione editoriale.
La bicicletta da surf, la monoala, la polvere, il libro-viaggio, la pistola rimpicciolitrice, l'ex dirigente Rai Pinotto Fava, un'ex fidanzata francese, gli esami di maturità del XXX secolo, l'Infinito di Giacomo Leopardi: sono le invenzioni di sapore patafisico che Stefano Cristante mette in scena in questa serie di racconti concatenati. Alla saga dei mezzi di trasporto da verificare si aggiunge il Manifesto dell'Irrealismo, una parodia dell'avanguardia storica a base pseudo-matematica, fondata su di una falsa equazione.

Volete sapere quale?... Comprate il libro e lo saprete.

Stefano Cristante
Mezzi di trasporto da verificare
Pagine 70, Euro 12.00
Edizioni Milella


Madri assassine (1)


“Così come noi la concepiamo, la vita di famiglia non è più naturale di quanto lo sia una gabbia per un pappagallo”, così scriveva G. B. Shaw.
Sul dizionario si legge che la famiglia è "L'insieme di persone legate da vincoli di sangue".
Talvolta accade che il sangue bagni i vincoli.
Stava capitando anche ad Abramo cui una voce malandrina per verificare una certa fedeltà di quel patriarca aveva suggerito di fare secco il figlio Isacco. A proposito… Isacco significa “egli ride/riderà”… che cosa avrà da ridere vista la fine che stava facendo, vattelappesca! Forse per lo scansato figlicidio?… guardate, infatti, la sua espressione, giustamente atterrita, ritratta da quei grandi reporter di Andrea Mantegna, Andrea del Sarto, Caravaggio, e poi mi dite.

Torniamo alla famiglia e al sostantivo “sangue” che talvolta l’accompagna, non per intendere parentela, ma sgozzamento, o simboleggiare altre tipologie di uccisioni.
A tale proposito ecco un piccolo libro ma di grande valore pubblicato da Mimesis, nella collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Dalla Vigna, intitolato Madri assassine Maternità e figlicidio nel post-patriarcato.
L’autrice è Sara Fariello ricercatrice in Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania ”Luigi Vanvitelli”.
Attualmente insegna Sociologia del territorio nel corso di studi di Ingegneria Civile e Ambientale. Si è occupata in particolare dello studio dei processi “glocali”, di diritti umani e di questioni di genere.
Ricordiamo anche il suo saggio “Quando il futuro fa più paura della morte” nel volume Mimesis Suicidi.
In apertura, Fariello precisa che questo libro trae spunto dal suo saggio contenuto in Sessismo democratico pensato e curato da Anna Simone.“Ciò che abbiamo chiamato «Sessismo democratico» - scrive Sara Fariello – “non è altro che l’uso strumentale e ideologico della differenza sessuale, e del suo potenziale rivoluzionario e sovversivo, nonché delle cosiddette politiche di genere”.

Dalla presentazione editoriale di Madri assassine.
“L’uccisione di un figlio per mano materna rappresenta nell’immaginario collettivo il più orribile dei delitti, ma, al di là della spesso morbosa attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media, i dati statistici confermano una realtà consolidata con precedenti storici rilevanti. La stigmatizzazione della donna nel ruolo di madre assassina va ricondotta, quindi, entro un quadro più generale: dopo i movimenti di emancipazione degli anni ’70, il sistema tende ancora – o di nuovo – a estromettere le donne da alcuni ambiti per relegarle nel ruolo di “buone madri”. In questo nuovo scenario “post/neo patriarcale” la femminilizzazione del mondo del lavoro e dello spazio pubblico è avvenuta attraverso meccanismi di “inclusione differenziante”, desoggettivizzanti oltre che anacronistici, alla luce del mutamento del concetto di identità sessuale e di genere, ancora tutto in divenire”.

Segue ora un incontro con Sara Fariello.


Madri assassine (2)


A Sara Fariello (in foto) ho rivolto alcune domande.
La donna oggi, come sostieni, vive in uno scenario sociale “post-patriarcale” o “neo-patriarcale”. Puoi spendere qualche parola su quelle due dizioni?

Con il primo termine faccio riferimento alla società che è cambiata soprattutto grazie alle battaglie del movimento femminista che ha rivendicato e conquistato libertà e diritti per le donne. Con il secondo, alla trasformazione del patriarcato ossia un sistema sessista che non opera più vistose ed evidenti discriminazioni ma che agisce in maniera più ambigua e subdola, per esempio, includendo le donne solo perché è “politicamente corretto” o sfruttando il potenziale rappresentato dalla differenza di genere.

Le donne di successo, specie in politica (ricordi nel libro la Merkel in Germania, Marina Le Pen in Francia, Sarah Palin in America), hanno le caratteristiche della cosiddetta “donna fallica”. Alcuni pensatori del post-umano (Nick Bostrom, David Pearce, Eric Drexler, Max Moore) pensano che, però, siamo alla vigilia di un superamento del “genere”.
Condividi quel pensiero?

Già alla fine degli anni ’70, le teorie femministe post-moderne e post-gender avevano messo in discussione l’idea di una soggettività femminile unitaria e avevano affermato l’esigenza di passare dal paradigma della differenza di genere (il maschile e il femminile posti in opposizione binaria che sono alla base dell’ordine eterosessuale) all’esplorazione della differenza tra le donne (poiché ogni donna è diversa dall’altra) o tra quei soggetti che ‘desiderano divenire differenti’ (pensiamo al fenomeno del transgenderismo). L’identità, sganciata dal dato biologico e dal genere quale costruzione sociale, risulta complessa e molteplice e si compone di volta in volta come un puzzle o, come affermato da Judith Butler, facendo e disfacendo il genere. Rosi Braidotti, filosofa femminista sostenitrice del post-umano, ci dice che il soggetto è un assemblaggio mobile, un’entità trasversale immersa in una rete di relazioni anche non-umane (animali, vegetali, virali). Tale scenario non è necessariamente negativo poiché ci offrirebbe l’opportunità di scrutare l’orizzonte delle nuove possibilità di soggettivazione, accrescendo quindi anche le nostre libertà. Se, dunque, il post-umanesimo è inteso come il superamento dell’Uomo inteso come misura di tutte le cose, anche nel senso più specifico di post-antropocentrismo, allora condivido questa impostazione. Se, al contrario, prendiamo in considerazione la teoria del trans-umanesimo, allora esprimo dei dubbi poiché c’è il rischio che le tecniche dell’ingegneria genetica e non solo, anziché apportare un miglioramento nella vita degli umani, supportino l’ordine socio-economico globale, ossia quella “governamentalità” neoliberista che si appropria e sacrifica gli esseri umani in quanto “bios” (forme di vita) per fare profitto.

Nella nota da te scelta in esergo, Simone de Beauvoir sostiene che “l’istinto materno non ha niente di naturale”. Nel concludere il libro, poi, torni su quel tema scrivendo che “l’impegno a nutrire, ad allevare e a ‘formare degli esseri felici’, non ha nulla di naturale”.
Che cosa ti porta a quei convincimenti?

Molti studiosi/e insistono nel ripetere che non si può parlare di un vero e proprio istinto materno ma di un “sentimento” materno che si costruisce a partire dalle circostanze reali e dal modo in cui una donna, anche dal punto di vista psicologico, vive la gravidanza, il parto e la maternità nel suo complesso. Ci sono donne che hanno un rifiuto istintivo del figlio dopo la sua nascita, che si ammalano di depressione, che maltrattano, che uccidono. Evidentemente non tutto funziona in maniera automatica poiché, e la sociologia ce lo insegna, natura e cultura non coincidono. Gli esseri umani sono soprattutto esseri ‘culturali’ e ‘diventare’ madri è un processo esperenziale e di continuo apprendimento. Anzi l’amore materno è molto più impegnativo rispetto ad un puro istinto “animale”: a differenza delle altre specie animali che partoriscono e poi nutrono i cuccioli per brevi periodi di tempo poiché essi acquisiscono in fretta la propria autonomia, le “mamme umane” sentono il dovere morale di restare madri per molto tempo, talvolta per tutta la vita, assumendosi non solo l’impegno di accudire ma anche quello di costruire la felicità dei propri figli. Che ci riescano o meno, questo rappresenta un altro terreno di discussione ma, da sociologa, ho voluto mettere in evidenza quali sono le condizioni sociali che rendono la vita più difficile alle madri, costringendole a fare molti sacrifici.

Pur essendo il più gran numero dei figlicidi commesso dai padri, sono le madri assassine ad avere il maggiore rilievo nei media.
Perché si tende ad avere comprensione per Abramo e disprezzare Medea?

Le donne sono sempre state “inchiodate” al ruolo di madri/nutrici in funzione del sesso biologico. La divisione sessuale del lavoro ha assegnato ad esse, fin dall'antichità, i compiti di cura e di accudimento dei maschi e della prole e, ancora oggi, la maggior parte del lavoro domestico viene scaricato sulle donne penalizzando la loro vita sociale o professionale. Anche se oggi la società è cambiata, la donna viene ancora rappresentata come l’ “angelo del focolare” e nuovamente relegata nel ruolo di “buona madre”. Un modello interiorizzato, forse anche inconsciamente, da tutti. Ecco che le figlicide sono dei mostri, delle pazze che agiscono contro-natura mentre gli uomini che uccidono i propri figli vengono ambiguamente “giustificati” e “assolti” e i loro comportamenti presentati come una conseguenza di dinamiche familiari complesse (gelosia, vendetta per una separazione, difficoltà economiche). Quasi come se, nell'immaginario collettivo, fosse più accettabile l’idea di un uomo che uccide mentre una donna fosse considerata incapace di violenza. I mass media, anche per esigenze di spettacolarizzazione e di audience, non fanno altro che riprodurre lo stereotipo criminale della “madre assassina”.

Sara Fariello
Madri assassine
Note a margine di Riccardo Cappelletti
Pagine 106, Euro 8.00
Mimesis


Il prete e il medico


Le edizioni Dedalo hanno pubblicato un libro quanto mai necessario in un paese come il nostro, dove una buontempona ministra della salute si è inventata il Fertility Day (un umorista ha commentato: “Giorno della fertilità. Mai, infatti, in un solo giorno erano state partorite tante cazzate”), assistiamo alla proposta di un disegno intelligente (sic!) che tenta di ridefinire la scienza in modo da farle accettare anche spiegazioni soprannaturali (risic!), e altre amenità.
Il titolo del volume è Il prete e il medico Fra religione, scienza e coscienza.
L’autore è il francese Georges Minois, storico della cultura, è autore di una fondamentale “Storia dell’ateismo” (Editori Riuniti, 2000).
Di Minois, le Edizioni Dedalo hanno pubblicato molti titoli.
“Il prete e il medico” traccia una storia del rapporto fra quelle due figure dall’antichità a oggi che si traduce in un saggio sullo scontro fra religione e scienza.

Dalla presentazione editoriale.
Da una parte il medico, che tasta il polso e scruta le urine, dall’altra il prete, pronto a somministrare la benedizione con l’olio santo; al centro, in un letto, il malato. Una scena classica che rappresenta, secondo l’autore, i tre protagonisti della tragedia umana: «l’uomo sofferente, assistito dal medico del corpo e dal medico dell’anima, da cui dipendono la sua salute terrena e la sua felicità eterna».
Quella tra Chiesa e medicina è una storia piena di conflitti e contraddizioni, in cui un ruolo fondamentale è svolto dalla sfera morale e dalla concezione stessa della vita umana. Nel Medioevo, in virtù degli scarsi mezzi e delle limitate conoscenze a disposizione dei medici, il prete (e il santo) aveva gioco facile nel far prevalere superstizioni e miracoli su un approccio scientifico alla malattia. Tra Rinascimento ed età moderna, invece, grazie ai suoi sempre più rapidi progressi, la medicina riesce pian piano a svincolarsi dall’ipoteca ecclesiastica e a imporre una visione laica, che talvolta sfocia in posizioni di esplicito ateismo. Negli ultimi anni, con l’avvento della bioetica e di questioni eticamente sensibili, quali la procreazione artificiale, la manipolazione genetica e l’eutanasia, la Chiesa è tornata a far sentire la propria vo­ce, ridando vita a uno scontro in cui verità scientifiche e considerazioni morali si affrontano e si intrecciano avendo per oggetto l’uomo e la sua fragile condizione, tra salute del corpo e salvezza dell’anima
.

La copertina del libro riproduce un famoso dipinto di Alonso de Sedano: “Il miracolo dei santi Cosma e Damiano” (1495).
I due santi sono protettori dei medici e furono cerusici essi stessi.
In quell’immagine sono ritratti in uno spericolato intervento: il trapianto di una gamba.
Intervento che è da ritenersi il primo interrazziale perché a un bianco viene applicata la gamba di un umano di pelle nera (ci si augura tagliata a lui da morto).
Operazione che si svolge in precaria condizione luministica, perché l’unica sorgente di luce è di una candela retta da un angelo.
Il paziente sembra riposare serenamente, ma non essendoci a quell’epoca l’anestesia generale, viene il sospetto – credo legittimo – che l’amputato sia immerso in un sonno non temporaneo ma permanente.
Che quella scena raffiguri un miracolo, oso avanzare qualche dubbio.

Georges Minois
Il prete e il medico
Traduzione di Vito Carrassi
Pagine 344, Euro 27.00
Edizioni Dedalo


Giordano Bruno

Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno" ricorderà a Campo dei Fiori a Roma, l’opera e l’attualità del grande filosofo.
Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600), accusato di eresia, l'8 febbraio 1600 fu condannato al rogo e, ascoltata la sentenza, rivolse ai giudici la storica frase: ”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua serrata da una morsa per impedirgli di parlare a chi assisteva al falò, condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo, fu arso vivo come misericordiosamente hanno fatto per secoli i cattolici con tanti. Le sue ceneri le gettarono nel Tevere perché… hai visto mai?

L’Associazione come ogni 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma (dalle ore 17.00) ricorderà il filosofo Giordano Bruno, che in questa piazza venne bruciato vivo il 17 febbraio del 1600 per ordine del tribunale della Santa Inquisizione, presieduto dal pontefice romano.

Messaggio di Maria Mantello Presidente dell’Associazione “Giordano Bruno”.
Giordano Bruno venne ucciso brutalmente, perché non voleva conformarsi, sottomettersi a Verità supposte ed assolute. Eretico, pertinace, impenitente recitava la sentenza. Ma eresia vuol dire libertà di pensare e scegliere autonomamente. E questo porta a scontrarsi con l’arroganza del potere che ha bisogno di soggezione mentale e ricatto economico.
È quanto denunciava coraggiosamente Giordano Bruno, chiamando ognuno a uscire dalla caverna del «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana».
Né dogmi, né padroni è la sintesi della grande filosofia dell’emancipazione individuale e sociale di Giordano Bruno.
Ed è il motto dei Liberi Pensatori di tutto il mondo nella militanza etico-politico-sociale per la realizzazione di una società di liberi ed eguali. Quella che Giordano Bruno prospettava nel diritto alla ricerca della felicità. Nella pariteticità delle libertà. Nel solidarismo delle libertà.
La libertà è intransigente e richiede coraggio e impegno per conquistarla e mantenerla.
Ma non c’è libertà senza laicità. Niente è più ambizioso della laicità perché le garanzie di convivenza civile non possono venire dalla rivelazione, ma dal patto laico di cittadinanza.
Né dogmi né padroni è pertanto programma per quel legame umano (religione civile) nelle pari opportunità di promozione personale e sociale contro privilegi e sfruttamento, affinché - come scriveva il nostro attualissimo filosofo - a quanti «dissipano, squartano e divorano ... non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate».
Già i beni comuni. E si chiamano istruzione in scuole statali, diritto al lavoro, diritto a non morire contro la nostra volontà in un letto irto di tubi, diritto a scegliere quando mettere al mondo un figlio ... e possibilmente sano... Diritto a non essere ingabbiati in stereotipi sessisti che torturano e escludono, negando cittadinanza al diritto di essere ognuno proprietario della sua vita.
Né dogmi né padroni per la salvaguardia della dignità di ciascuno e di tutti. È dovere individuale e collettivo affermarla, perché non si ripeta la notte di non verità che mandò al rogo Giordano Bruno
.

Info: liberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it
Telefono: 329 - 74 81 111


Tangentopoli nera

Una delle favole alimentate dal regime fascista prima e dalla propaganda neofascista poi, è quella dell’onestà dei gerarchi e del Duce.
La cosa va ancora in giro, ripetuta da persone interessate e da altre abbindolate.
Niente di più falso.
Forchettoni democristiani e socialisti hanno nei fascisti degni predecessori.
Ora giunge un prezioso libro, con documenti finora inediti, a ben chiarire come stavano le cose, l’ha pubblicato Sperling & Kupfer e lo dobbiamo a Giovanni Fasanella uno dei maggiori giornalisti investigativi italiani che con Maria José Cereghino firma Tangetopoli nera Malaffare, corruzione e ricatti all’ombra del fascismo nelle carte segrete di Mussolini.

Giovanni Fasanella è saggista e documentarista, ha scritto numerosi bestseller, fra i quali Segreto di Stato (con Giovanni Pellegrino e Claudio Sestieri), Una lunga trattativa, Che cosa sono le BR (con Alberto Franceschini), Intrigo internazionale (con Rosario Priore) e, per Sperling & Kupfer, 1861, Intrighi d'Italia, 1915 (tutti con Antonella Grippo), e Berlinguer deve morire (con Corrado Incerti). Cura il blog www.fasaleaks.it

Mario José Cereghino è un esperto di archivi anglosassoni. Fra le sue pubblicazioni più recenti, Lawrence d'Arabia e l'invenzione del Medio Oriente (con Fabio Amodeo) e La scomparsa di Salvatore Giuliano (con Giuseppe Casarrubea). Negli archivi britannici di Kew Gardens ha curato le ricerche storiche per i documentari Verso la guerra: fermate Mussolini (Rai3, 2011) e Perseguits i salvats (Televisió de Catalunya, Tv3, 2014).

Un’intervista a Fasanella di cui consiglio la lettura, è QUI.

Dalla presentazione editoriale.
“Quando c'era il Duce, non solo i treni arrivavano in orario, ma si poteva lasciare aperta la porta di casa, perché l'ordine e la legalità erano così importanti da valere persino il sacrificio della libertà... L'immagine di un potere efficiente e incorruttibile, costruita da una poderosa macchina propagandistica, ha alimentato fino a oggi il mito di un fascismo onesto e austero, votato alla pulizia morale contro il marciume delle decrepite istituzioni liberali. Ma le migliaia di carte custodite nei National Archives di Kew Gardens, a pochi chilometri da Londra, raccontano tutta un'altra storia: quella di un regime minato in profondità dalla corruzione e di gerarchi spregiudicati dediti a traffici di ogni genere.
A Milano, Mario Giampaoli, segretario federale del Fascio, e il podestà Ernesto Belloni si arricchiscono con le mazzette degli industriali e con i lavori pubblici per il restauro della Galleria, coperti dall'amicizia col fratello di Mussolini. Il ras di Cremona Roberto Farinacci conquista posizioni sempre più importanti tramite una rete occulta di banchieri, criminali e spie. Diventa così il principale antagonista del Duce, che a sua volta fa spiare i suoi maneggi. Lo squadrista fiorentino Amerigo Dumini tiene in scacco il governo con le carte – sottratte a Giacomo Matteotti dopo averlo assassinato – che provano le tangenti pagate alle camicie nere dall'impresa petrolifera Sinclair Oil. Utilizzando i documenti della Segreteria Particolare di Mussolini e quelli britannici desecretati di recente, gli autori ricostruiscono, con lo scrupolo degli storici e il fiuto degli investigatori, l'intreccio perverso tra politica, finanza e criminalità nell'Italia del Ventennio. E attraverso alcune storie emblematiche che si dipanano col ritmo di una spy story, mostrano i meccanismi profondi e mai completamente svelati delle ruberie, delle estorsioni e degli scandali sui quali crebbe, in pochi anni, una vera e propria Tangentopoli nera”.

Maria José Cereghino
Giovanni Fasanella
Tangentopoli nera
Pagine 221, Euro 18.00
Sperling & Kupfer


Mi richordo anchora

Molti, ma proprio molti, anni fa, in una pausa delle riprese di un servizio tv, Cesare Zavattini mi parlò con entusiasmo di Pietro Ghizzardi.
Fu la prima volta in cui sentii quel nome.
Nel 1977 colsi la notizia che il suo libro Mi richordo anchora aveva vinto il Premio Viareggio. Si diceva di un poeta e pittore contadino, semianalfabeta (aveva stabilito un record difficile da eguagliare: ripetere tre volte la prima elementare), e quel volume premiato raccontava della sua vita, in pratica un’autobiografia.
Solo quarant’anni dopo (altro bel record difficile da eguagliare) riuscii ad approfondire la figura di Ghizzardi (Viadana, 20 luglio 1906 – Boretto, 7 dicembre 1986), recandomi nella sua casa-museo a Boretto e, con la preziosa guida di Lucia Ghizzardi, dedicandogli uno special su questo sito.

Ora la casa editrice Quodlibet ha ripubblicato quel libro vincitore del Viareggio che riporta in bandella l’ammirazione di Zavattini per Ghizzardi: Anch’io ricordo ancora. C’è un uomo nella Bassa sui settant’anni che si chiama Pietro Ghizzardi ed è un grande uomo. Ma da parecchio prima che cominciasse a dipingere e a far parte della trinità padana dei naïfs, Ligabue Rovesti e lui. La pittura non c’entra per il tipo di grandezza cui mi riferisco, essendo grande perché ha sofferto grandemente, perché è stato umiliato grandemente, e nelle pagine di questo libro con qualche accento profetico domanda: «Fino a quando continuerete a fare questo?» Io lessi le sue memorie quando erano in boccio e dissi: «Corro subito ad abbracciarlo». Poi non corsi ad abbracciarlo, passò del tempo, si dimentica, questa è la vita, e si onora purtroppo più facilmente un artista che un uomo. Lo incontrai dopo alla prima mostra luzzarese dei naïfs, al pranzo invernale dopo la mezzanotte, diventato ormai rituale, tutti avevamo trovato il nostro posto a tavola e Ghizzardi no, ricordo ancora che se ne stava in piedi in un angolo con la paura di disturbare, sdentato, il paletò abbottonato male.

Il volume è a cura di Giovanni Negri (il primo ad accorgersi di Ghizzardi scrittore e segnalarlo a Zavattini, e Gustavo Marchesi che così scrissero nella Prefazione alla prima edizione: Lontanissimo dall’idea di scrivere per la stampa, Ghizzardi è convinto di usare la penna soltanto per disegnare, anche se invece di figure traccia parole, con quel piglio da ritrattista così caratterizzante.
Le pagine si avvalgono anche di un’Introduzione di Alfredo Gianolio.

La scrittura di Ghizzardi, nonostante piena di errori ortografici, grammaticali e sintattici che talvolta richiede il soccorso delle note di cui è provvisto il volume, ha la capacità di trasmettere una grande forza evocativa: … dove sono andati quei bei giorni passati quando andavo a ballare chantare al cinema andavo sempre in chonversassione chon tante raghasse.

Oggi Ghizzardi è tra i pittori irregolari più apprezzati e conosciuti anche all’estero.

Pietro Ghizzardi
Mi richordo anchora
A cura di
Giovanni Negri - Gustavo Marchesi
Introduzione di Alfredo Gianolio
Pagine 300, Euro 16.00
Quodlibet


Alfabeta2


Le occasioni di felicità di lettura sono poche, una maiuscola è rappresentata dall’iscrizione all’Associazione Alfabeta2.
Troverete sul vostro computer ogni giorno un articolo che esce dalla solita scena del risaputo, dell’ovvio, tutto il contrario del paludato “Robinson” tanto per capirci.
La domenica – come succede nei giorni di festa – la tavola è imbandita con più portate e c’è pure il dolce rappresentato da una goduriosa rubrica di giochi cucinata da Antonella Sbrilli.
Insomma, su Alfabeta2 è dato spazio a temi, opere e personaggi che raramente, o mai, appaiono nelle cronache stampate o radiotelevisive sempre più attente alla mondanità e sempre meno al mondo.

Ecco la presentazione editoriale.
“Quando nel 2010 alfabeta ha ripreso a esistere dopo più di vent’anni, due elementi hanno segnato una discontinuità rispetto alla prima serie della rivista: un “2” aggiunto alla testata, a indicare che un nuovo percorso si era aperto; e il sottotitolo, mensile di intervento (e non più di informazione) culturale.
Da allora molto è cambiato in Italia e nel mondo, fuori e dentro “alfabeta2”, non più periodico cartaceo ma sito che si alimenta quotidianamente con nuovi materiali (attualmente oltre 3000 sono gli articoli in archivio, cui si aggiungono video e altri materiali multimediali), trasmessi via email e veicolati dai social network.
La necessità di un intervento culturale, però, non è cambiata. Anzi, si è fatta più forte e urgente, come dimostra quanto ci accade intorno, dalla Brexit all’elezione di Trump, dallo sgretolamento del lavoro al panico irrazionale per i flussi migratori.
Intervenire, dunque. Muoversi tra le persone. Da qui abbiamo preso le mosse, quando abbiamo cominciato a riflettere sul ruolo di “alfabeta2” con la convinzione che la rivista, in tempi complessi che non si possono affrontare con la parola d’ordine della semplificazione, debba diventare un cantiere di elaborazione del futuro. Un cantiere costruito ogni giorno con i nostri collaboratori e i nostri lettori.
Per questo abbiamo creato un’associazione, aperta oggi a tutti coloro che vogliono sostenere questo progetto, da un lato contribuendo al rafforzamento del sito, dall’altro trasmettendo idee e proposte su possibili temi di discussione (nonché su eventuali forme di partenariato sul territorio), infine partecipando a laboratori e seminari che si terranno dal prossimo anno in diverse città e che di questo cantiere saranno il fulcro: una rete di intervento culturale dove la facilità di contatto consentita dal web trarrà forza dalla incisività che solo l’incontro fisico può dare”.

Tra i vantaggi dell’iscrizione c’è anche quello di ottenere, già previsto nel costo della tessera, l’Almanacco a cura di un tris d’assi: Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.
Si tratta di un volume robusto (circa 400 pagine), graficamente sfarzoso, con tutti gli articoli di un anno e un supplemento che nel 2017 è intitolato L’invasione aliena.

Cliccare QUI per conoscere le formule associative e per il modulo d’iscrizione.


Nuovo libro di Barilli


Chiamare Renato Barilli critico d’arte è dizione corretta ma restrittiva essendo soprattutto uno storico della cultura. E di fama internazionale.
All’Arte Fiera di Bologna è stato presentato, pubblicato dall’editore Campanotto, il suo più recente volume: Enzo Minarelli il Polipoeta.
Barilli, ha insegnato per decenni Fenomenologia degli Stili al corso DAMS dell'Università di Bologna, di cui è stato dichiarato Professore Emerito.
In un ampio arco di saggi, la sua attenzione è andata all'estetica, applicata sia alla storia e critica dell'arte, sia a protagonisti vicini e lontani della letteratura, soprattutto in ambito narrativo.
Cliccare QUI per il suo sito web.

Dalla presentazione editoriale.
“Enzo Minarelli (1951), uno dei principali esponenti della sperimentazione verbo-voco-visiva sia nazionale che internazionale, dalla metà degli anni Settanta, punto d'inizio della sua poliedrica carriera, sin ad ora, ha sempre posto al centro del suo interesse la parola, rapportata di volta di volta ai vari registri della scrittura, dell'immagine, della voce espandendosi fino alla performance, al video. "Minarelli - scrive Pasquale Fameli - è oggi tra i più notevoli promotori di un approccio poetico totalizzante, per la sua comprovata capacità di assimilare e coniugare forme e modi della poesia sonora in tutte le sue declinazioni, un atteggiamento in tutto e per tutto rispondente agli eclettismi fioriti sul finire degli anni Settanta". Infatti, "la qualifica che più compete a Enzo Minarelli - aggiunge Renato Barilli - è quella di poeta, magari risalendo nell'occasione al significato etimologico della parola, per cui si tratterebbe di un "fabbricatore" col materiale più nobile a disposizione dell'uomo qual è la parola, nei suoi due volti, sonoro e grafico".
Questa monografia riunisce in un unico volume tutti gli scritti che Barilli ha dedicato nella sua lunga fedeltà all'autore, più il recente ed inedito Minarelli in Toto. Completano la ricerca, due ulteriori saggi realizzati per l'occasione da Pasquale Fameli e Frederico Fernandes sul concetto di Polipoesia e del suo omonimo manifesto pubblicato da Minarelli nel 1987, consolidato punto di riferimento nell'ambito delle teorie performative. L'uscita di questa pubblicazione coincide felicemente con la ricorrenza del suo trentennale. Vengono altresì riprodotte testimonianze relative alla polipoetica attività dell'autore a firma di Guido Guglielmi, Henri Chopin, Paul Zumthor, Dick Higgins, Filiberto Menna, Vittorio Fagone e Roberto Daolio”.

QUI il sito web condotto da Enzo Minarelli

Renato Barilli
Minarelli il Polipoeta
Pagine 176, Euro 21.25
Campanotto


La Gentilezza


In questa nota non si parla di editoria, cinema, teatro, musica o arti visive come in altre sezioni di questo webmagazine, ma di atti sociali tendenti a migliorare la nostra vita.
Non tutti forse sanno che il 13 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Gentilezza. Ricorre, infatti, in quella data l’apertura della Conferenza del “World Kindness Movement” tenutasi a Tokyo nel 1997 e conclusasi con la firma della Dichiarazione della Gentilezza.
Esiste a Roma, un’Associazione di quartiere che si chiama Civico 17, non li conosco personalmente, ne ho appreso per caso da un amico e rinvenuto tracce sul web. Ne scrivo qui perché assegna un Premio alla Gentilezza. È stato dato – come leggo in Rete – giorni fa con l’intervento della Presidente del Municipio Roma I Centro, Sabrina Alfonsi, che con encomiabile sensibilità ha patrocinato il Premio.
Così come un gruppo di Parma, nato nel 2000, svolge una preziosa attività pubblicando sul proprio ben articolato sito pure un Manifesto della Gentilezza.
Ecco iniziative che meritano ogni elogio.
Per rimettere in piedi questo paese, bisognerebbe partire anche da quella cosa lì.

Basta uscire da casa (o anche vedere la rappresentazione del mondo in tv e sui giornali) per notare episodi di villania, basta leggere in certe aggressive scritte sui muri la violazione di elementari norme di convivenza, per non dire del campionario di nefandezze esemplificato nel traffico automobilistico o negli stadi.
Si ha la sensazione che la gentilezza sia diventata per tanti, per troppi, sinonimo di debolezza, quindi, una cosa da non praticare, da occultare dietro gesti e parole arroganti che siano manifestazioni di forza. Atteggiamento “macho” nel quale talvolta vediamo cadere anche le donne. E che dire dei bambini? Quelli italiani scostumatissimi. Con molti genitori che li tirano su, compiacendosene, campioni di prepotenza e maleducazione.
In Italia molti cattivi esempi provengono dalla vita politica e da persone dette parlamentari: i vaffa urlati istericamente, le cene cosiddette eleganti, i rutti leghisti, il bullismo renziano (questo almeno, per fortuna, punito il 4 dicembre scorso).
Molti sostengono che oggi l’impertinenza sia aumentata rispetto a ieri. Non sono d’accordo. È soltanto cambiata la forma in cui si presenta, si può solo dire che forse è più sfrontata, questo sì. Una volta la s’indossava, adesso si sfoggia.
Lo scrittore francese Jules Renard (1864 – 1910), repubblicano, anticlericale e socialista, fu anche un brillante autore d'aforismi, come, ad esempio, di uno un po’ ruvido che così suona: “Non chiedetemi di essere gentile; chiedetemi solo di agire come se lo fossi”.
Più dolce Mark Twain (1835 – 1910): “La gentilezza è il linguaggio che il sordo può sentire e il cieco può vedere”.


Apeiron: una nuova collana

La casa editrice Apeiron ha varato una nuova collana chiamata Pensieri.
La dirige Eleonora Adorni (in foto) laureata con lode in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi di ricerca condotta presso l’Acquario di Genova sulle implicazioni etiche e antropologiche dell’esposizione museale di essere viventi.
È membro del comitato editoriale di "Animal studies", rivista italiana di antispecismo e di "Relations. Beyond Anthropocentrism", collabora alle pagine culturali del quotidiano “il Manifesto”.

Il primo volume della collana è dell’etologo Roberto Marchesini ed è intitolato Pensieri sul cane e altri animali.
L’autore è stato ospite di questo sito in occasione di due precedenti sue pubblicazioni: Etologia filosofica e Il cane secondo me.

Quest’agile librino contiene una serie di riflessioni filosofiche su di noi e sul rapporto fra noi umani e gli altri animali.
Eccone qualche esempio.

L’antropocentrismo è spesso una smania di controllo, il bisogno d’avere tutto sotto le nostre mani. Anche l’affettività spesso è una forma di controllo. Talvolta vorrei diventare pungente come un porcospino, urticante come una medusa, incandescente come il fuoco, tagliente come un rasoio, abrasivo come l’asfalto… ai compulsivi della carezza.

Se il bambino cade nella gabbia del gorilla, se i caprioli scortecciano i vigneti, se i cinghiali scorrazzano per i boschi, se i daini sono troppi, se le nutrie minacciano gli argini, i lupi aggrediscono gli armenti, se l’orso rincorre il fungaiolo… c’è sempre un mezzo sicuramente efficace: sparare. Mi sembra tratto da un film di Sergio Leone. Se un animale incontra un umano quell’animale è già morto.

L’essere umano fa fatica a comprendere la socialità sia del gatto sia del cane, per cui impropriamente dà dell’opportunista al primo e dell’ossequioso al secondo. Il problema è sempre lo stesso: non siamo la misura del mondo.

Se portassi un gatto con me lo sfrutterei, se lasciassi a casa il cane lo maltratterei. Non si tratta di dare diritti universali ai diversi, ma di riconoscere diritti alla diversità.

Roberto Marchesini
Pensieri sul cane
e su altri animali
Pagine 62, Euro 5.00
Apeiron


Archivio letterario del Touring


Tra le novità apportate da Franco Iseppi (in foto) da quando ha assunto la presidenza del Touring Club Italiano c’è quella di pubblicare all’inizio di ogni anno un librino, con temi legati al viaggio e all’ambiente presenti nell’imponente archivio di scritti di cui è fornito il Club.

Ad esempio, si sono avuti testi che vanno da Italo Calvino (“Castelli di delizie e castelli del terrore”) a Valentino Bompiani, (“Le cose assenti”); da Dino Buzzati (“Grandezza e miseria dei viaggi”) a Giulio Carlo Argan, (“Roma - le ragioni di una visita”); da Paolo Volponi (“ Attraverso l’Italia”) ad altri ancora.

Scrive Iseppi nella presentazione del testo di quest’anno: Desideriamo proporre di leggere un contributo (del nostro fondatore, Luigi Vittorio Bertarelli) che non ha un particolare valore letterario, anzi, la lingua dell’epoca non facilita una lettura veloce, mentre è un significativo testo di riflessione. Siamo nel settembre del 1917, la prima Guerra mondiale è ancora in pieno svolgimento e le sorti, per l’Italia, non sono molto favorevoli. Poco dopo verrà Caporetto. Il Touring lancia una nuova rivista mensile. Si tratta di “Le vie d’Italia”, un periodico che vivrà ininterrottamente per almeno cinquant’anni spesso raggiungendo tirature da record.

Nella stessa prefazione, Iseppi propone un’idea che nasce dalla constatazione del cospicuo valore della documentazione dell’Archivio storico del Touring, già frequentato da molti studenti per tesi di laurea in materie umanistiche.
Iseppi fra l’altro dice Non nascondiamo l’auspicio che qualche storico sia interessato a scrivere in forma completa la nostra storia […] Finora il il Toring non ha ritenuto di farlo per non gettare, magari ingiustamente, un’ombra di parzialità, di sottintesa volontà agiografica.

Luigi Vittorio Bertarelli
da “Le vie d’Italia”
Touring Club Italiano
Pagine 16, s. i. p.


Mi ricordo


Tra le opere di un protagonista della cultura europea qual è Georges Perec spicca “Mi ricordo” (Je me souviens, 1978), testo poi trasposto per il teatro da Sami Frey. Quell’opera è generata da un’altra come s’apprende in esergo dove Perec scrive: «Il titolo, la forma e, in certo qual modo, lo spirito di questi testi s’ispirano a “I remember” di Joe Brainard».
Quelle poche righe contribuirono a far conoscere Joe Brainard che era poco noto all’epoca e ancora oggi è un nome che, pur meritando maggiore fama, pochi ne sanno.
Nato a Salem (Massachusetts), l’11 marzo 1942 è stato un poeta, scrittore e pittore.
La sua opera include assemblaggi, collages, disegni e dipinti. Trascorse la sua infanzia a Tulsa in Oklahoma. Durante gli anni del liceo, collaborò con l’incarico di art director alla rivista letteraria ‘The White Dove Review’. Dopo aver terminato il Dayton Art Institute, riprese a frequentare gli amici del White Dove, riscuotendo un buon successo con le sue opere sino ai primi anni '80.
Il suo lavoro più conosciuto resta, però, un libro, proprio “I remember” pubblicato nel 1970, otto anni prima di suscitare il susseguente testo perecchiano.
Si ritirò dalla scena artistica nei primi anni Ottanta e morì di Aids a New York il 25 maggio del 1994.

La versione italiana di Mi ricordo, con una prefazione di Paul Auster, si deve alla casa editrice Lindau che l’ha stampata nel 2014 (… a proposito di Lindau, in questa Giornata della Memoria, consultate il suo sito web: contiene utili suggerimenti di lettura); l’anno dopo Lindau pubblicherà, dello stesso autore, Autoritratto.
Brainard concepì “Mi ricordo” nell’estate del 1969 e subito lo comunicò alla poetessa Anne Waldman: «In questi giorni sono eccitatissimo per un pezzo che sto ancora scrivendo, si intitola Mi ricordo. Mi sento molto Dio che scrive la Bibbia. Cioè, mi sembra di non essere io a scriverlo, ma che sia attraverso di me che viene scritto. Penso anche che parli di tutti quanti, oltre che di me. E questo mi piace. Cioè, mi sento come se fossi tutti. Ed è una bella sensazione. Non durerà. Ma me la godo finché posso».

Ma in quale cosa consiste il fascino di questo testo?
È una macchina che in forma letteraria restituisce frammenti di memoria letterale.
In massima parte nello spazio di un rigo solo che sempre comincia con due parole. “Mi ricordo”.
Una folla di persone ignote e personaggi noti, immagini, sensazioni, lampi visivi o sonori che illuminano o rabbuiano la vita trascorsa di chi scrive (Brainard: Mi ricordo la Coca-Cola alla ciliegia, Perec: Mi ricordo le pillolette “Carter” per il fegato).
Ricordi personali scanditi da altri collettivi (Brainard: Mi ricordo quando i negri dovevano sedersi in fondo all’autobus, Perec: Mi ricordo la bomba atomica).
Ricordi, tanti ricordi, e tutti appaiono come relitti che galleggiano dopo un naufragio, là un vecchio lume, lì un gingillo, più oltre un ormai inutile salvagente.
Eppure quella frammentazione della memoria riesce a ricostruire il percorso di un’esistenza e l’ambiente storico e sociale nel quale gallegiano quelle memorie minime.
Un libro non per tutti (chi vuole trame e storie si rivolga altrove), ma che tutti possono scrivere secondo Perec il quale vuole che il suo “Mi ricordo” si concluda con la seguente frase: “Su richiesta dell’autore, l’editore ha lasciato qui di seguito qualche pagina bianca dove il lettore potrà annotare i ‘Mi ricordo’ che, come ci auguriamo, gli avrà suscitato la lettura di questi”.

Paul Auster nella prefazione scrive: “Questo libro resta nuovo, strano e sorprendente perché, per quanto breve, Mi ricordo è infinito, uno di quei rari libri che non si esauriscono mai”.
Thais Siciliano, traduttrice di Brainard: “Mi ricordo è un libro tenero, commovente, ma anche spassoso e arguto, ricco di esperienze più o meno imbarazzanti, di fantasie, di riflessioni e pensieri che prima o poi sono venuti in mente a chiunque. Brainard si mette in gioco senza vanità, e senza risparmiarci davvero nulla: insomma, se vi scandalizzate facilmente state alla larga da questo libro".

Joe Brainard
Mi ricordo
Traduzione di Thais Siciliano
Collaborazione di Susanna Basso
Prefazione di Paul Auster
Pagine 170, Euro 14.00
Lindau


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