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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Muri urlanti


Grazie al successo riscosso negli anni precedenti, a Torino è tornata alla ribalta la Biennale Arti Visive Materiali resistenti.
Titolo di questa VII° Edizione: Muri urlanti La fotografia tra memoria e testimonianza
Organizzata dalle associazioni "Arte Totale" e "Il Terzo Occhio photography", la mostra, con il patrocinio della Regione Piemonte, della Città di Torino e della Sezione Anpi di San Mauro e Castiglione Torinese, comprende le opere di 30 fotografi, che hanno partecipato ad un percorso di ricerca costruendo un variegato panorama interpretativo sui "Muri Urlanti" – fisici o metaforici – tema di questo appuntamento che dal 2005 celebra la lotta per la Liberazione attraverso il linguaggio delle arti visive.
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La presentazione della mostra che ne fanno i curatori – Stefano Greco - Emilio Ingenito - Franco Bussolino – è preceduta da parole tratte da “Il libro dell'inquietudine” del grande scrittore portoghese Fernando Pessoa: Se la vita non ci ha dato altro che una cella di reclusione, facciamo in modo di addobbarla, almeno, con le ombre dei nostri sogni, disegni multicolori che scolpiscono il nostro oblio sull'immobile esteriorità dei muri.

Dai concetti che hanno ispirato la mostra ai tre curatori, eccone un estratto
«Il muro rappresenta nella vita di ogni uomo una presenza quotidiana ossessiva e costante, un elemento che unisce e divide. Nel corso della nostra esistenza non c’è giorno in cui non ci confrontiamo con barriere che dobbiamo superare per uscire o per entrare da un luogo a un altro, da una condizione mentale a un’altra (…) Il muro suggerisce anche aspetti rassicuranti, i muri costituiscono la dimora, la fortezza che ci accoglie e protegge dentro la quale viviamo quotidianamente la nostra intimità, il luogo che esorcizza le paure consce e inconsce, delimita ciò che ci appartiene da tutto il resto, protegge dall’ignoto, da tutto ciò che è diverso, incontrollabile, incomprensibile. Ma i muri separano sempre, sia gli uomini che lo spazio differenziando popoli e nazioni, rafforzando pregiudizi e l’incapacità al dialogo e al confronto (…) L’uomo nei secoli ha edificato confini mentali come le Colonne d’Ercole o il labirinto per separare il mondo conosciuto dall’inesplorato e oscuro, la ragione dall’irrazionale imponendo convenzioni e regole morali, codici etici che obbligano e limitano il libero arbitrio. Il desiderio di conoscenza diventa un grave atto di empietà, una sfida agli dei, al conformismo, alle convenzioni e all’ordine che impone un pensiero unico.
Colossali barriere di pietra, mattoni e cemento sono state innalzate nella storia, dalla Muraglia Cinese al Muro di Berlino, opere frutto dell’arroganza del potere, concepite con l’intento di fermare l’avanzata dei popoli, delle culture e delle idee, edificate anche con il dolore e il sangue (…) Questo nuovo progetto espositivo propone ancora una volta una puntuale indagine visiva su un fenomeno socioculturale che caratterizza la nostra epoca. Attraverso la narrazione fotografica 30 autori analizzano e descrivono attraverso il filtro della loro individuale sensibilità le caratteristiche di quei muri interiori ed esteriori che animano la nostra esistenza. Tutte le espressioni creative si confrontano con i grandi ideali e gli eventi della storia, che diventano fonti di ispirazione per qualunque forma di arte. L’arte quale universale strumento di comunicazione e di relazione, incarna in se il principio stesso di libertà, si propone quindi quale straordinario veicolo di idee capace di costruire percorsi di riflessione e di conoscenza. L’arte e la Resistenza si ritrovano quindi in un naturale terreno comune, fatto di passione, ideali e azione, ieri, oggi e sempre straordinarie esperienze di libertà».

Tra i partecipanti a “Muri urlanti” noto il nome di un vecchio amico di questo sito di cui potrete leggere suoi pensieri e vederne alcune opere al prossimo link, si tratta di Claudio Cravero. Il lavoro che espone è intitolato “Le Mur”.
Le sue fotografie sono composte da 21 immagini, una foto singola e un'altra con 20 immagini assemblate. Il tutto sembra provenire da un film francese in b/n intitolato proprio “Le Mur”. Circola voce, però, che alla chiusura dell’esposizione, e solo allora, verremo a conoscenza di un inquietante retroscena di quelle 21 fotografie.

Per il catalogo della mostra con foto, nomi, presentazioni: CLIC!

Muri urlanti
Palazzo Regione Piemonte
Piazza Castello, Torino
Info: 011 - 43 21 308
urp@regione.piemonte.it
Fino al 30 aprile ‘19
Ingresso libero


Carosello... e poi a nanna


“La pubblicità è il commercio dell’anima” amava ripetere il mio amico Marcello Marchesi con il quale ho diviso anni di lavoro a Radiorai; lui di pubblicità se ne intendeva avendo scritto un’infinità di Caroselli inventando slogan che ancora oggi sono usati e alcuni diventati locuzioni popolari spesso pronunciate anche da chi non sa che hanno un autore. Ad esempio, trovatemi uno che non abbia detto almeno una volta “Basta la parola!”: è battuta inventata da Marcello per un purgante, il confetto Falqui.
Mi è piaciuto aprire questa nota ricordando Marchesi perché presento un libro del regista Vito Molinari (Sestri Levante, 1929) che oltre ad avere firmato centinaia di Caroselli, è stato un fondatore della Tv italiana, basti pensare che il 3 gennaio 1954 ne diresse la trasmissione inaugurale. Diventò poi un protagonista del cosiddetto piccolo schermo per cinquant’anni, firmando la regìa di oltre 2000 trasmissioni. Alcune famosissime, da “Un, due, tre” con Tognazzi e Vianello a “L’amico del giaguaro” con Bramieri, Del Frate, Pisu e Corrado, da “La via del successo” con Walter Chiari e Carlo Campanini a “Quelli della domenica” che lancia Villaggio, il duo Cochi - Renato, Montesano, da “Delia Scala Story” a “TuttoGovi”, da “Macario Story” alla Canzonissima del ‘62, con Dario Fo e Franca Rame, che fu soppressa dalla censura.

L’editrice Gammarò ha pubblicato, con prefazione di Maurizio Porro un volume intitolato Carosello… e poi tutti a nanna 1957 – 1977: i vent’anni che hanno cambiato l’Italia di cui Molinari è l’autore.
Il libro è scandito da capitoli ognuno dei quali reca in testa un box in cui sono ricordati, anno per anno, i fatti maggiori accaduti nello spettacolo e anche avvenimenti politici e sociali di rilievo.
Poi sfilano nelle pagine ritratti di attrici e attori della scena italiana coinvolti nei Caroselli, e sono riportati moltissimi gustosi aneddoti riferiti alla lavorazione di quelle scenette che servivano a presentare cordialmente un prodotto, mentre lentamente intorno a Carosello andava configurandosi sempre più massicciamente quanto previsto dal futurista Depero: “L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria”.
A dirigere Carosello vennero chiamati registi quali i fratelli Taviani, Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo, Giuliano Montaldo, Mauro Bolognini, Claude Lelouch, Richard Leister.
Quella piccola trasmissione, carissima ai bambini e guardata con falsa sufficienza dagli adulti, divenne un fenomeno unico del quale “Le Figaro” dirà: “Carosello è il contributo più originale dato dall’Italia alla storia della televisione“.
Né va trascurato quanto contribuì allo sviluppo dell’allora piccola industria del cartone animato italiano che vedeva al lavoro Pagot, Gavioli, Bozzetto, e tanti altri.
L’Italia, però andava cambiando, come il mondo tutto occidentale andava cambiando, come andava cambiando negli anni ’70 la pubblicità stessa con le città che la indossano sui propri muri in modo sempre più aggressivo. Nel 1974 esce uno splendido libro oggi pressoché introvabile: “pubbliCITTA’ di Lamberto Pignotti che analizza con testi e immagini la trasformazione della società, le sue tendenze. i suoi tic, i suoi tabù.
Carosello è troppo cordiale, troppo innocente per i tempi nuovi.
Nato da un’idea del dirigente Rai Vittorio Cravetto (che inventerà alla radio “Hit Parade”, “Il gambero”, “La corrida”) in onda dal 3 febbraio ’57, chiude il primo gennaio ’77.
La trasmissione pubblicitaria Carosello, è soffocata dalla pubblicità che si evolve.
Kevin Roberts, amministratore delegato della Saatchi & Saatchi, a Cambridge sostiene che i marchi sono in crisi, il brand muore, quello che conta sono gli stili di vita. Il brand era costruito sul concetto di superiorità: macchina più veloce, telefonino più leggero, lana più morbida, eccetera. Ora è il momento del “lovemark” fatto di tre componenti: mistero, sensualità, intimità. È cambiato l’immaginario.
E oggi è cambiato ancora. E' alimentato dallo schermo della tv, del videogioco, del computer, di internet, del videofonino. Sono perplesso dinanzi a chi mostra entusiasmo per tutto ciò, ma decisamente contrario a chi va predicando che quanto accade sia un male.
Siamo nell’era delle psicotecnologie (copyright Derrick de Kerckhove).
“Il futuro” – ha detto – Stephen Hawkins – “per non essere distruttivo ha necessità di ricordare”. Anche per questo siamo grati a questo libro e saremmo anche grati (se ce ne fosse data possibilità) a un’istituzione pubblica o un ente privato che – proprio nell’area della pubblicità – raccogliesse un’impresa culturale qual è l'Archivio Generale Audiovisivo della Pubblicità Italiana, grande archivio storico d'Italia dedicato all'audiovisivo pubblicitario, comprendente circa 100.000 filmati dagli Anni Trenta ad oggi con relativa documentazione (migliaia di documenti d'epoca e centinaia di migliaia di schede tecniche dettagliate) e oltre 1.200 ore di interviste audioregistrate rilasciate nell'ultimo quindicennio da circa 600 addetti ai lavori, tra autori, realizzatori e interpreti.
È un’impresa che dobbiamo a Emmanuel Grossi storico della pubblicità televisiva e cinematografica italiana. Docente del Centro Sperimentale di Cinematografia, fondatore e curatore di quell’Archivio. Scrive per le riviste specializzate "Nocturno" e "Vinile".
Sembra incredibile, ma questo grande tesoro, apprezzato dalla stampa straniera, ancora non ha una sede e quando un’istituzione pubblica o privata gliene offrirà una, sarà sempre tardi. E pensare che una selezione di Carosello trovò ospitalità in una mostra al Museo d’Arte Moderna di New York.

Vito Molinari
Carosello… e poi tutti a nanna
Con documentazione fotografica b/n
Prefazione di Maurizio Porro
Pagine 378, Euro 21.00
Edizioni Gammarò


Il film noir americano

La casa editrice Lindau ha pubblicato nella collana Il grande cinema un intenso saggio intitolato Il film noir americano che di quel genere studia in modo efficacissimo origini e fulgori.
Ne è autore Leonardo Gandini.
Professore di Storia del cinema ed Estetica del cinema all’Università di Modena e Reggio Emilia, ha scritto saggi e monografie sul cinema hollywoodiano sia classico sia contemporaneo, sulla regia cinematografica, sulla rappresentazione della violenza e la questione dell'identità nel cinema degli anni Duemila.
È già presente nel catalogo Lindau con Howard Hawks.Scarface.

Dalla presentazione editoriale.
«L’espressione “film noir” è stata creata dalla critica francese nel secondo dopoguerra, in riferimento a una serie di pellicole hollywoodiane, realizzate in epoca classica, di argomento poliziesco/criminale. Ad accomunarle, diversi elementi di natura stilistica, tematica e narrativa. Con il passare degli anni l’etichetta di «film noir» è stata applicata a una categoria di film sempre più eterogenea, spesso priva delle caratteristiche che avevano originariamente motivato quella definizione.
Per Gandini si tratta dunque di tornare alle origini, per portare alla luce gli aspetti che fanno di un film un «noir» e la riflessione critica che fonda uno dei generi cinematografici più amati».

A Leonardo Gandini ho rivolto alcune domande.

Quando nasce il film noir? E perché proprio negli Stati Uniti?

Il film noir nasce negli anni quaranta, come luogo di convergenza e ibridazione tra una serie di pratiche - scenografiche, fotografiche e narrative - che erano proprie di altri generi hollywoodiani, dall'horror al poliziesco al melodramma.
Nasce negli Stati Uniti perché è qui, a Hollywood, che si dedica maggiore attenzione ai processi di diversificazione e variazione dei generi e delle formule narrative

Quali le caratteristiche che lo differenziano da generi ritenuti simili quale, ad esempio, il poliziesco?

Una sensazione diffusa di onirismo e una maggiore attenzione al tema della colpa e alle figure dei criminali

Esistono debiti verso la letteratura da parte del film noir americano?

Diversi scrittori - da Dashiell Hammett a Raymond Chandler. da James Cain a Cornell Woolrich - offrono al cinema noir un vasto corpus letterario come punto di partenza, in forma di romanzo o di sceneggiatura. Anche se gli adattamenti prendono spesso strade distanti da quelle della letteratura poliziesca a cui attingono

Per quali ragioni ha deciso, nell’affrontare il periodo definito neo noir, di dedicare spazio a Lynch e ai fratelli Coen e non a Tarantino?

Perché sia David Lynch in generale che i fratelli Coen nel film analizzato riprendono il tema dell'onirismo, centrale nel noir classico. E lontano dalla sensibilità di Tarantino

Esco ora dal territorio del noir americano per chiederle: in Europa, dopo quello francese, esiste anche un noir italiano?

Direi di no. Il cinema italiano di genere è semmai caratterizzato dalla produzione di thriller e di horror, come emerge in modo evidente dai film di Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci.
……………...……………

Leonardo Gandini
Il film noir americano
Pagine 162, Euro 16.00
Lindau


Lettere alla madre


Ho cercato un ritratto della figura della madre tracciato in poche parole. Ho trovato queste due righe di Erica Jong le più convincenti dal mio punto di vista: "Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall'altro, quanto l'essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera”.

La madre, una delle figure più complesse nel teatro del mondo: dal mito alla psicoanalisi, dalla letteratura alle arti visive, dal cinema al teatro, dalla musica alla letteratura, la troviamo in una pluralità di condizioni variamente interpretate.
Spesso prevale il sapore del miele, soprattutto nel sottobosco artistico, quindi, è bene non distogliere il palato dal fiele informandoci sul figlicidio.
Qui si scopre, limitandoci a statistiche riguardanti l’Italia dal 2000 al 2015, che la percentuale di madri le quali uccidono i figli è il 59 per cento del totale del figlicidio e il restante 41 per cento è dato da padri (39%) o patrigni (2%).
Nella maggior parte dei casi l’episodio violento si manifesta nel primo anno di vita del bambino.
E quando quel bambino cresce? Solitamente vuol bene alla mamma, ma c’è una parte di birbe che, spiega l’Eures: “Nel 2018, si è registrato un forte aumento dei matricidi. In termini assoluti sono state 23 le madri uccise, pari al 18,9% dei femminicidi familiari, a fronte del 15,2% rilevato nel 2012 e del 12,7% censito nell’intero periodo 2000-2013 (215 matricidi). Ad uccidere sono nel 91,7% dei casi i figli maschi e nell’8,3% le figlie femmine.
Eppure, nonostante queste cifre agghiaccianti, il rapporto madre > figlie/figli resta una costruzione psichica fra le più intense contrassegnate dall’amore.

Ci avviciniamo a un libro che di quel rapporto testimonia ed essendo un prodotto letterario, piove sulla tastiera il ricordo di due autori del nostro tempo. Penso a uno dei testi più violenti, e più scandalosamente belli di Georges Bataille che in “Mia madre” scrive di quel suo turbinoso legame. Penso a Roland Barthes che in “Là dove lei non è” rifiutando la proposta psicanalitica che prescrive l’elaborazione del lutto, decide di convivere con esso in una discesa speleologica nella propria psiche perché elaborare quel lutto significherebbe per lui seppellire ancora una volta, quella creatura di 84 anni da lui amata.

Il libro dove ci hanno portato queste righe è stato pubblicato dalla casa editrice Morellini ed è intitolato Lettere alla madre.
È a cura di Anna di Cagno con la prefazione di Annalisa Monfreda.
Venti fra scrittrici e scrittori (QUI i loro nomi) richiesti di scrivere una lettera alla loro madre rispondono all’invito e compongono così un libro che contiene sentimenti ma si tiene lontano da ogni sentimentalismo.
Di quei nomi, permettetemi di ricordarne il solo che ho conosciuto di persona: Andrea G. Pinketts, recentemente scomparso, negli incontri nostri mai abbiamo parlato dei libri suoi o miei oppure di letteratura, ma solo di birra, rhum e cinema.
Scrive Anna di Cagno: “Scrivere alla madre (non a caso abbiamo tolto l’aggettivo possessivo ‘mia’ di «Lettera a mia madre» di Georges Simenon, che ha ispirato il progetto) significa scrivere della vita, di quella che ci è stata data, di quella che avremmo voluto dare, di quella che ogni autore dà a un personaggio, un’esperienza o un’idea quando la scrive e la consegna al mondo”.
E Annalisa Monfreda: “Scrivere una lettera è quello di cui tutti abbiamo bisogno, a un certo punto. Per fare pace con la madre. Per riconoscerle il diritto di essere stata donna”.

Di tutte le lettere, la frase che è piaciuta di più, l’ha scritta Massimo Laganà: In fondo è una fortuna che tu sia morta. Così ti fermi per un attimo. E magari mi ascolti. Da viva, questa lettera non l’avresti degnata di uno sguardo.

Dalla presentazione editoriale.
«Lettere alla madre è un’antologia epistolare che raccoglie i contributi di alcune tra le voci più interessanti del panorama editoriale italiano tra scrittori e giornalisti. A ispirare la raccolta è Georges Simenon e la sua “Lettera a mia madre”, piccolo capolavoro del creatore del commissario Maigret. Ogni lettera ripercorre in modo intimo e personale la memoria e i ricordi della propria origine; alcune si confrontano con il dolore della perdita, altre con il passato, la nostalgia dell’infanzia e il tempo. Gli autori sono tutti “over 30”, voci mature, colte in quel momento di passaggio tra essere ancora figli e doversi inventare, ogni giorno, genitori».

AA. VV.
Lettere alla madre
A cura di Anna di Cagno
Prefazione di Annalisa Monfreda
Pagine 160, Euro 13.90
Morellini Editore


La morte del poeta (1)

La casa editrice Cronopio ha pubblicato La morte del poeta Potere e storia d’Italia in Pier Paolo Pasolini.

Ne è autore Bruno Moroncini.
Nato a Napoli nel 1946, ha insegnato Filosofia morale, Antropologia filosofica e Psicologia clinica nelle Università di Messina e Salerno. Per Cronopio ha pubblicato: Mondo e senso. Heidegger e Celan (1998); La comunità e l’invenzione (2001); Sull’amore. Jacques Lacan e il Simposio di Platone (2005, II ed. 2010); con Rosanna Petrillo, L’etica del desiderio. Un commentario del seminario sull’etica di Jacques Lacan (2007); Walter Benjamin e la moralità del moderno (2009); Gli amici non si danno del tu (2011); Lacan politico (2014), Perdono giustizia crudeltà. Figure dell’indecostruibile in Jacques Derrida (2016).


Dalla presentazione editoriale.
«Alla fine degli anni sessanta Pasolini scopre di essere affascinato dal potere: ciò che ha sempre combattuto, e che lo ha combattuto a sua volta con discriminazioni, aggressioni e processi, è incistato dentro di lui, condiziona i suoi comportamenti e contamina il suo desiderio di ribellione. Inizia allora da parte di Pasolini una ricerca, che raggiungerà il suo culmine nella stesura di Petrolio, sui meccanismi con i quali il potere si insinua nella psiche dei soggetti. Facendo ricorso alla psicoanalisi freudiana Pasolini individua nell’infanzia l’origine dei vincoli che legano gli individui al potere e nella scissione dell’io il dispositivo psichico che quel vincolo consolida e perpetua. Di qui la valorizzazione del “fantasma masochista” per erodere le basi su cui si riproduce l’ingiusto legame sociale, ma anche l’interrogazione pressante sulla vocazione alla poesia e sul ruolo della letteratura, sulla loro capacità, una volta rinnovate, di contribuire a sciogliere i “vincoli puerili” con il potere, a combatterne il fascino».

Segue ora un incontro con Bruno Moroncini.


La morte del poeta (2)


A Bruno Moroncini, in foto, ho rivolto alcune domande.

Quale la principale motivazione che ha mosso questo tuo lavoro?

Attraverso Pasolini fare una mappatura delle forme del potere e offrire uno scorcio della storia d’Italia della seconda metà del ventesimo secolo. Per il primo aspetto accanto alla descrizione del potere tollerante e permissivo del neocapitalista consumista molto simile alla biopolitica foucaultiana, l’analisi del potere come ‘vincolo puerile’, identificazione primaria del bambino al padre, al capo dell’orda, a Dio, e infine il potere esercitato attraverso la scissione soggettiva. Per il secondo punto il non governo delle classi politiche democristiane, e comuniste dei processi di trasformazione del capitalismo che hanno portato al disastro attuale.

Nel condurre questo saggio qual è stata la cosa che hai deciso assolutamente da fare per prima e quale la prima assolutamente da evitare?

Ricordare a tutti che quella di Pasolini è prima di ogni altra cosa la morte di un poeta e che la morte di un poeta è la morte del mondo. È vero: questo vale per tutti. Quando qualcuno muore, muore anche il suo mondo, e muore il nostro mondo che si incastrava col suo. Ma quando muore un poeta, a morire è il mondo stesso, il mondo come mondo, perché il poeta è colui, che lavorando la lingua, fa emergere il mondo come tale. E nel mondo l’amicizia.
Evitare di impelagarmi negli aspetti giuridico-processuali del caso Pasolini: chi lo ha ucciso, perché, come? Rifare il processo, sfuggire a questo tic tutto italiano per cui, qualunque sia la sentenza, si ricomincia sempre da capo, non si mette mai la parola fine a niente, si è incapaci di oblio.

Perché – come scrivi – rifarsi a Walter Benjamin per capire Pasolini?

Forse, semplicemente, perché Benjamin come Pasolini è un autore che amo, e le persone che si amano si cerca di farle stare insieme anche contro l’evidenza, come i bambini che vogliono ad ogni costo che i loro genitori non si separino anche quando non si sopportano più. Ma non è il caso di Pasolini e Benjamin; intanto molto probabilmente Pasolini ha letto Benjamin: nell’elenco dei libri della sua biblioteca si trovano L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, la raccolta di saggi Avanguardia e rivoluzione e Il dramma barocco tedesco. Poi perché li accomuna l’attenzione verso il passato: lo sguardo di Pasolini verso il mondo contadino o quello del sottoproletariato urbano è simile a quello dell’Angelo della prima delle tesi sulla storia che, incurante del progresso che spira da Paradiso, è rivolto all’indietro verso l’ammasso di macerie umane che si riversa ai suoi piedi. Infine perché entrambi hanno a cuore le creature, ossia gli umani, ma anche gli animali, colti nella loro vulnerabilità, nel loro essere abbandonati e esposti, nel loro dolore originario e immedicabile.

Che cosa ha perso la società italiana con la morte di quel poeta?

Molto, se non tutto. Ma non è tanto a causa della morte quanto del mancato lavoro del lutto per questa morte che l’Italia continua a degradare, a impoverirsi moralmente e a rimpicciolire come comunità storica. L’incessante chiacchiericcio del processo mai finito ai presunti esecutori e mandanti della morte di Pasolini copre il fatto reale che come poeta egli continui ad essere braccato, inseguito e ucciso. Come diceva Moravia durante l’orazione funebre l’unica immagine possibile dell’Italia è quella di ‘Pasolini che fugge a piedi, inseguito da qualche cosa che non ha volto. E non lo è ancora adesso? Non si bracca Pasolini ogni volta che gli si nega la grandezza poetica o gli si rimprovera la sua sessualità o, soprattutto, si continua a stigmatizzare il suo atteggiarsi a vittima mentre dalle sue disavventure ricavava piaceri e privilegi? L’odio verso di lui che si percepisce ancora adesso da parte di gente che non lo ha nemmeno conosciuto è la prova del degrado dell’Italia.
Il mancato lutto per la morte del poeta distrugge l’amicizia che è ciò che fonda e assicura la tenuta delle comunità storiche. L’amicizia come apertura all’altro e consapevolezza che una comunità storica si mantiene in vita solo se capace di aprirsi al diverso, all’altro da sé, a colui che arriva, sia esso l’ospite atteso o quello indesiderato, l’estraneo o il vicino, sempre comunque il prossimo. L’amicizia la fondano i poeti.

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Bruno Moroncini
La morte del poeta
Pagine 156, Euro 12.00
Cronopio


Manicomio! Manicomio!

Che anno quel 1921!
In Italia, a Livorno, al congresso socialista nasce per scissione il Partito Comunista d’Italia.
Mussolini trasforma i “fasci di combattimento” in Partito Nazionale Fascista.
In Cina, a Shangai, un gruppo con Mao Tse Tung fonda il partito comunista cinese.
Intanto D’Annunzio pubblica una delle sue opere più famose “Il Notturno”, von Stroheim dirige “Femmine folli” e Chaplin “Il monello”, il canadese Banting scopre l’insulina, viene pubblicato il Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein, considerato uno dei testi filosofici più importanti del Novecento.
Succedono tante altre cose, ma vediamo che cosa succede a Roma il 10 maggio di quell’anno.
Sulla città piove forte, ma la vera tempesta si scatenerà in serata al Teatro Valle dove, per la regìa di Dario Niccodemi, debutta l’opera di Pirandello “Sei personaggi in cerca d’autore”. Debutto dall’esito tempestoso, perché molti spettatori contestarono la rappresentazione al grido di "Manicomio! Manicomio!".
Fu importante, per il successivo successo di questo dramma, la terza edizione, del 1925. In essa, l'autore aggiunse una prefazione nella quale chiariva la genesi, gli intenti e le tematiche fondamentali del dramma.
È considerata la prima opera della trilogia del teatro nel teatro, comprendente “Questa sera si recita a soggetto” e “Ciascuno a suo modo”.
Quel lavoro suscitò un vivacissimo dibattito non solo in Italia e anche qualche tentativo d’imitazione.
Chesterton, ad esempio, confidò ad un amico, mentre stava scrivendo nel 1932 “La sorpresa”, che era intenzionato a «superare Pirandello» facendo riferimento a “Sei personaggi in cerca d'autore”, con la tecnica del teatro nel teatro. La vera sorpresa per Chesterton, però, fu che l’opera mai andò in scena.

Ora ci avviciniamo alla vigilia dei cento anni dalla prima di quel capolavoro pirandelliano e al Teatro Valle (lo stesso che ospitò quel contrastato debutto) si terrà una mostra, realizzata dal Teatro di Roma, intitolata Manicomio! Manicomio! come il coro ostile che accolse quell’opera nel secolo scorso.

Estratto dal comunicato stampa.


«Alla viglia dei cento anni (1921-2021) da quella burrascosa prima del 10 maggio del 1921, il teatro propone ai suoi visitatori una mostra per ripercorrere la storia di uno dei testi più emblematici del Novecento, attraverso sei celebri allestimenti che ne hanno segnato il destino. Attorno alla figura del grande drammaturgo siciliano, ai ricordi della prima e delle successive messinscene, si struttura questa mostra che disegna un percorso a tappe scandito dall’alternarsi dei sei allestimenti in un viaggio che dal 1921 arriva ai giorni nostri, fra locandine d’epoca, testi dei più autorevoli critici del tempo e testimonianze lasciate da Pirandello: una mappatura di memorie e riflessioni restituite al pubblico, in sessioni tematiche, con ricostruzioni nello spazio e proiezioni video, oltre che con materiali testuali e fotografici. Sei personaggi per sei allestimenti che ricostruiscono e documentano sei messinscene storiche, per riportare alla luce la “molteplicità della verità” che questo testo ha disseminato lungo tutto il secolo scorso: inaugura sabato 13 aprile (ore 17) la prima sessione dedicata allo storico debutto del 1921 con la compagnia diretta da Dario Niccodemi, in esposizione fino al 21 aprile. Si prosegue con la prima ripresa moderna e filologica di Giorgio De Lullo con la compagnia de “I giovani” nel 1964 (dal 25 al 28 aprile); Pirandello chi?, spettacolo di suggestioni e visioni che Memè Perlini costruì nel 1973 e che fu uno dei manifesti della neoavanguardia romana (dal 2 al 5 maggio); la lettura di Mario Missiroli che sottolinea la differenza tra i Personaggi e gli Attori, vestendoli in abiti settecenteschi pronti a una recita goldoniana (dal 9 al 12 maggio); la versione rigenerativa e straniante di Carlo Cecchi del 2003 (dal 16 al 19 maggio); la ricerca e la messa in prova di In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi con gli allievi dell’Accademia D’Amico nel 2012 (dal 23 maggio al 2 giugno). L’irrompere in teatro dei sei personaggi – con la loro storia di vergogne familiari borghesi che chiedono a un gruppo di attori di dar vita al loro dramma – è rievocata in modo spettacolare in sala e sul palcoscenico del Valle da una vera e propria ricostruzione dei personaggi e del capocomico nell’atto dell’ingresso sulla scena. La suggestione è ricreata e fatta rivivere con manichini posizionati come indicato da Pirandello e vestiti con i costumi della Sartoria Farani, inseriti nel gioco di proiezioni di Ernani Paterra. Una installazione che accompagnerà l’avvicendarsi degli allestimenti per l’intera durata della mostra, a rievocare la forza del testo e della sua storica rottura con la tradizione (...) Inoltre, tre colazioni domenicali – 12, 19, 26 maggio (sempre ore 11) nel Foyer del Teatro Valle – a cura del giornalista e critico teatrale Graziano Graziani, che condurrà delle “interviste impossibili” al fianco di tre scrittori chiamati a conversare ognuno a proprio modo sulle figure dei personaggi».

Dall’Ufficio Stampa del Teatro di Roma apprendo pure che nel corso delle Tre Letture Sceniche (15 aprile, 3 e 14 maggio) al Teatro Torlonia intitolate Focus Bolaño a cura di Pippo Di Marca - lettore in compagnia con Anna Paola Vellaccio - la sera del 3 maggio (ore 20.00) con "Passeggero Bolaño" (La nave dei sei personaggi) si avrà una eco pirandelliana.
Un vascello fantasma che naviga in un mediterraneo spettrale, senza geografia alcuna. Nel quale il fantasma di Bolaño e quello di Pirandello, che non sono neppure certi della loro identità, sembrano incontrarsi e sovrapporsi, mentre verso di loro e contro di loro avanzano sei personaggi altrettanto fantasmatici, con fattezze e posture e modi che ricordano i Sei personaggi, e ingaggiano con i loro presunti autori una “battaglia” piena di interrogativi intorno alla loro identità, non alla propria, di personaggi: «vogliono sapere se sono realmente Bolaño o Pirandello; e se non lo sono, chi sono? chi vorrebbero essere? per chi vorrebbero spacciarsi?».

Ufficio Stampa: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 – 345.44 65 117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net


Manicomio! Manicomio!
Teatro Valle
Info: 06 - 688 03 794
dal 13 aprile al 2 giugno
…………………………..

Focus Bolaño
Teatro Torlonia
Info: 06 - 44 04 768
13-4 –--- 3 e 14-5


Tecnologie per il potere (1)

La casa editrice Raffaello Cortina ha pubblicato un poderoso saggio che tratta un argomento attualissimo che non può sfuggire alla lettura di chi è interessato a internet e desidera capire in quale maniera ha ridisegnato i rapporti fra noi, la comunicazione politica, il controllo sociale.

Titolo: Tecnologie per il potere Come usare i social network in politica.
Ne è autore Giovanni Ziccardi professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, nato a Castelfranco Emilia nel 1969
Fu già ospite di questo sito in un incontro avvenuto nella sezione Enterprise
QUI uno sguardo ai libri che ha scritto.
Nelle edizioni Raffaello Cortina, prima di “Tecnologie per il potere”, ha pubblicato Internet, controllo e libertà (2015); L'odio on line.

Dalla presentazione editoriale.
«Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato, è noto, il modo di far politica, disegnando un quadro sicuramente innovativo e, per molti versi, allarmante.
Tra falsi profili, propaganda selvaggia, disinformazione e problemi di sicurezza, la nuova politica digitale riveste oggi un ruolo centrale in ogni Stato.
In questo libro sono affrontati i temi dell’uso spregiudicato dei big data, del “governo tramite gli algoritmi”, della politica smart attraverso l’utilizzo di app e di grandi piattaforme consultive, della profilazione politica di tutti i cittadini, del “giocare sporco” online (diffondendo fake news e attacchi gratuiti agli avversari) e della sicurezza informatica dei dati e delle attività dei politici».

QUI podcast autore.

Segue ora un incontro con Giovanni Ziccardi.


Tecnologie per il potere (2)


A Giovanni Ziccardi ho rivolto alcune domande

Nello scrivere questo libro qual è la cosa che hai deciso assolutamente da fare per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa che ho pensato di fare è stata quella di cercare di analizzare la competizione politica in un’ottica tecnologica, partendo da fenomeni quali la profilazione, il micro-targeting, il caso Cambridge Analytica, l’intelligenza artificiale, la blockchain e tanti altri aspetti digitai che, secondo me, hanno radicalmente cambiato l’idea di politica e il modo in cui si presenta oggi la competizione elettorale. Questo è il motivo per cui sono partito dalla Rete, dall’idea di una tecnologia che possa aiutare l’essere umano, per poi passare all’analisi delle campagne di Obama e di quella di Trump che, per la prima volta al mondo, hanno mostrato l’importanza del digitale anche in questo ambito. Volevo evitare, invece, di banalizzare alcuni grandi temi oggi discussi (il pluralismo, il dibattito elettorale, il modo di fare politica) e ho provato a farlo citando soprattutto grandi studiosi quali Stefano Rodotà, Remo Bodei, Roberto Calasso ma anche, ad esempio, i lavori ancora attualissimi su media, giornalismo e diritti di Kapuściński.

Che cosa ha significato l’ingresso dei social network nella comunicazione politica?

Si è trattata di una vera e propria rivoluzione che, al momento, ancora non è stata sfruttata pienamente. Ha cambiato i tempi, i modi, le possibilità di amplificazione del messaggio e la sua persistenza, la viralità dei discorsi, ma anche il rapporto tra privato e pubblico di un politico. Ha demolito l’idea di intermediazione e ha messo in mano a ogni poltiico uno strumento molto più potente dei mezzi di comunicazione tradizionali e, soprattutto, senza filtri. Ha enfatizzato polarizzazione e frammentazione dei discorsi e delle idee. Ha consentito una grande visibilità a tutti ma, anche, ha reso più evidenti punti deboli e limiti del politico stesso.

Perché sei molto critico verso il tipo di uso che fanno i politici italiani dei social network?

Perché a mio avviso le tecnologie non sono sfruttate, oggi, al massimo del loro potenziale. I politici fanno essenzialmente “broadcasting” o propaganda, un discorso unidirezionale che non permette, ad esempio, un dialogo con gli elettori o i potenziali supporter. La tecnologia potrebbe aiutare a (ri)formare una rete dal basso, ad attivare un dialogo ininterrotto, a “testare” sulla propria audience delle scelte politiche. Mi sembra, al contrario, che in Italia molti politici siano ancora legati a un approccio tradizionale al mezzo di comunicazione, e ciò non rende giustizia ai potenziali che la tecnologia offre

Come spieghi la facilità di penetrazione presso tanti utenti della Rete delle cosiddette fake news?

I motivi sono tanti. Il primo è la profilazione, ossia di individuare già con grande precisione soggetti che sono propensi a credere a determinate informazioni anche se false. Il secondo motivo è la grande visibilità e circolazione di simili notizie sui social network, che utilizzano al meglio la capacità virale dei social per diffondersi rapidamente e su larga scala. Infine c’è un problema di mancanza di pluralismo di informazione, per cui in molti contesti la fake news non è soggetta a un dibattito specifico volto a contestarne la veridicità ma rimane “incontestata”. Questo perché richiede molto più tempo fare un accurato controllo, o fact-checking che dir si voglia, rispetto a una diffusione di notizie false. Ricordiamoci, poi, che molte notizie sono fatte circolare anche per attirare attenzione, consensi e profitti. Vi sono, in altre parole, precise strategie di profitto alle spalle.

Abbiamo qualche speranza di sfuggire nel prossimo futuro a un controllo sociale orwelliano?

La situazione, oggi, è molto particolare. Più che un controllo di tipo orwelliano, dal centro, vedo più preoccupante un controllo di tipo kafkiano, labirintico, dove perdiamo il controllo dei nostri dati, quelli che condividiamo ogni giorno sui social network. Si pensi al caso di Cambridge Analytica, o al trasferimento costante di dati tra società commerciali e organizzazioni politiche e l’impossibilità, per gli utenti, di tenere traccia del percorso dei propri dati. A ciò si aggiunga il fatto che molti utenti sono ben lieti di diffondere ed esibire i propri dati in cambio di servizi apparentemente gratuiti. Ciò comporta un controllo diffuso che è molto più pericoloso del tradizionale Big Brother di Orwell.
……………………………….

Giovanni Ziccardi
Tecnologie per il potere
Pagine 254, Euro 16.00
Raffaello Cortina Editore


La mente liquida (1)

La casa editrice Dedalo ha pubblicato un saggio assai interessante intitolato La mente liquida Come le macchine condizionano, modificano o potenziano il cervello

L’autore è Paolo Gallina.
Nato a Castelfranco Veneto nel 1971, è docente di robotica e interazione uomo-macchina all'Università di Trieste. Ha sospeso per due anni la sua attività per vivere in una piccola missione del Sudan e costruire una scuola professionale per i ragazzi del posto.
Ha pubblicato La formula della felicità (Mondadori, 2011).
Nel catalogo Dedalo: L'anima delle macchine (2016), con il quale ha vinto il premio internazionale Galileo; Un robot per amico (2018).
Ha creato, in collaborazione con Lorenzo Scalera, Busker, un robot-pittore.
Busker partendo da un'immagine digitale, la rielabora attraverso una serie di algoritmi.

Dalla presentazione editoriale.

«Grazie alla neuroplasticità, ogni volta che interagiamo con l’ambiente e con le macchine, i nostri neuroni mutano: si potenziano o si atrofizzano, attivano nuove connessioni o interrompono quelle già esistenti. La struttura del cervello è simile a una materia liquida e viscosa, capace di riplasmarsi. Dato che oggi molti stimoli ambientali provengono dalle tecnologie, che riescono a incastonarsi nelle nostre abitudini quotidiane, il rapporto tra mente e macchine diventa fondamentale.
Quando utilizziamo un sistema digitale o un utensile “intelligente” ne subiamo l’azione. Ciò non è necessariamente un male, ma è indispensabile analizzare il fenomeno con un approccio multidisciplinare, che tenga conto degli aspetti tecnologici, psicologici e sociologici. Ad esempio, le macchine anti-edonistiche – sviluppate con il fine di delegare la forza di volontà alla tecnologia – stanno cambiando radicalmente l’essenza della nostra umanità. Calcolatrici e navigatori satellitari provocano la fossilizzazione cognitiva della mente. La digitalizzazione dei rapporti sociali ci fa innamorare con modalità imprevedibili. Macchine che stimolano in maniera incoerente la vista e il tatto possono potenziare le capacità sensoriali. Le modalità di condizionamento sono molte e variegate e di alcune abbiamo poca consapevolezza malgrado la loro diffusione.
Forte di un’attiva ricerca nel settore della robotica e dell’intelligenza artificiale, Paolo Gallina mescola con equilibrio e ironia risultati scientifici ed esperienze quotidiane, facendoci comprendere i meccanismi consci e inconsci con cui la mente si fa condizionare, aiutare o persino “violentare” dalle macchine».

In che modo le macchine condizionano o potenziano la nostra mente? Come si modificano i nostri neuroni e le loro connessioni quando siamo immersi in un ambiente digitale?
Per rispondere a queste e altre domande, segue ora un incontro con l’autore del libro “La mente liquida”: Paolo Gallina.


La mente liquida (2)


A Paolo Gallina, in foto, ho rivolto alcune domande.

Che cosa si propone il libro “La mente liquida”?

Il saggio pone in luce alcuni aspetti del rapporto tra l'uomo e le macchine che sono poco noti. Spesso si è portati a credere che le tecnologie siano strumenti inerti a servizio dell'uomo. Non è così. Ogni volta che usiamo una macchina la nostra mente si modifica, anche biologicamente. Le macchine hanno perciò la capacità di condizionare la mente, a volte in bene, altre in male.

In un colloquio che avemmo quando uscì l’altro tuo volume “L’anima delle macchine”, ti chiesi a quale corrente della filosofia della mente ti dicevi meno lontano e rispondesti che probabilmente il tuo pensiero poteva accostarsi al riduzionismo.
Anche “La mente liquida” ne è una testimonianza? Se sì, perché
?

Certo, e a maggior ragione. "La mente liquida" traccia in profondità i meccanismi con cui la mente - e il suo corrispettivo cerebrale: il cervello - si modifica a seguito degli stimoli che derivano dalle macchine e dall'ambiente. La mente perciò viene assimilata ad un elemento hardware che implementa ragionamenti, percezioni e sentimenti. Le scienze neuronali hanno inevitabilmente indirizzato gli scienziati - e io con loro - verso la percezione meccanicistica della nostra essenza.

Com’è possibile che noi umani veniamo modificati da macchine che noi stessi umani abbiamo creato?

È la plasticità neuronale a fornire la risposta. Il cervello dell'uomo è dotato di una flessibilità incredibile. Per adattarsi a nuove situazioni, il cervello dell'uomo subisce progressive modificazioni. Si riprogramma - per mutuare un'espressione che deriva dall'ambiente informatico - in maniera tale da diventare sempre più efficiente. Ciò avviene anche con le macchine.

Nell’agire Busker hai notato se sono sorte in te domande che non avevi previsto di rivolgerti?

Busker robot è un robot che dipinge, una macchina che ha l'obiettivo di creare opere figurative caratterizzate da un elevato contenuto estetico. Nel corso della sua realizzazione io e il mio team abbiamo dovuto attingere ad aspetti di percezione psicologica. Abbiamo dovuto porci le classiche domande della filosofia estetica: cos'è il bello? Ha un valore assoluto? Può essere riprodotto. Insomma, Busker è un progetto che combina robotica con neuroestetica.

ll libro si chiude con riflessioni su ciò che è ritenuto naturale o innaturale.
La cosa riporta al noto dibattito Natura<>Cultura.
Quel contrasto in che cosa è cambiato rispetto a secoli fa
?

La disputa su cosa è naturale e cosa no è nata quando l'uomo ha iniziato a modificare pesantemente l'ambiente e sé stesso, soprattutto a causa della tecnologia. Credo che oggi l'uomo abbia una maggior consapevolezza del fatto che sia difficile e inutile tracciare un confine netto e assoluto. Quel confine esiste, è determinato dal sentire comune, ma si sposta negli anni.
………………………….
Paolo Gallina
La mente liquida
Pagine 256, Euro 14.88
Dedalo


Alfabeta compie gli anni

Alfabeta, nata come creatura di cellulosa, oggi è creatura di pixel.
La nascita avvenne nel 1979, perciò ha quarant’anni.
La sua storia si può leggerla QUI.
alfabeta2 presenta sui monitor dove giunge agli abbonati, vivaci interventi che sono profondi ma senza praticare la cultura come noia così come accade a tante pagine culturali di giornali e periodici.
Argomenti di attualità che vanno dalla letteratura al cinema, dalle arti visive al teatro, a tante riflessioni sulla società senza felicità in cui viviamo.

Comitato storico: Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Carlo Formenti, Francesco Leonetti, Gino Di Maggio, Pier Aldo Rovatti

Comitato di indirizzo: Franco Berardi Bifo, Paolo Bertetto, Achille Bonito Oliva, Alberto Capatti, Furio Colombo, Lelio Demichelis, Michele Emmer, Paolo Fabbri, Mario Gamba, Manuela Gandini, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli, Letizia Paolozzi, Valentina Valentini, G.B. Zorzoli
Progetto grafico della rivista: Fayçal Zaouali
Progetto web: Jan Reister

Merito particolare alla redazione che lavora per offrire prelibate letture: Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone (coordinamento), Andrea Cortellessa.


Intanto è in arrivo nelle librerie il nuovo titolo (cui Cosmotaxi prossimamente dedicherà uno spazio) della collana Alfabeta, Stare al gioco, a cura di Antonella Sbrilli e Marco Dotti, e si preparano altre iniziative per il quarantennale della rivista.
Si può (e si deve, aggiungo io) sostenere il lavoro di questa pubblicazione.
Ci sono due modi:

- iscrivendosi (o rinnovando l'iscrizione annuale) all'associazione Alfabeta2

- effettuando libere donazioni grazie all'apposito bottone visibile in ogni pagina del sito.

alfabeta2
Indirizzo redazione: redazione@alfabeta2.it
Redazione alfabeta2: piazza Regina Margherita 27, 00193 Roma
Editore: Associazione Culturale Alfabeta Via Tadino 26, 20124 Milano.


Daniela Comani 1 e 2


Patrocinato dall’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento Storia Antropologia Arte Spettacolo), National Geographic, Festival delle Scienze, Auditorium Parco della Musica Roma, si avranno due momenti delle creazioni di un’artista italiana che dalla fine degli anni ’80 lavora in Germania: Daniela Comani.
Il primo momento è intitolato Planet Earth: 21st Century ed è a cura di Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo, un tandem che è già stato protagonista di una delle mostre più belle viste a Roma nei più recenti anni: Dall'oggi al domani.
Al link qui sopra troverete anche i tratti biografici essenziali delle due curatrici.

L’origine di “Planet Earth: 21st Century” è il materiale visivo proveniente da Apple Maps e in parte da Google Earth Virtual Reality, due applicazioni che – rielaborando fotografia aerea e immagini satellitari con software per rendering 3D – consentono di sorvolare città e muoversi intorno agli edifici in visione tridimensionale.
Utilizzando queste applicazioni, Daniela Comani ha attraversato virtualmente decine di città, catturato immagini di monumenti, edifici e strade, rielaborate e rese in bianco e nero.
Risultato di questi viaggi sono 360 cartoline con vedute urbane, prive di presenza umana e rappresentative di luoghi sparsi sull’intero pianeta.
Grazie a queste tecnologie, le città diventano esplorabili virtualmente senza limiti e le cartoline stampate nel formato tradizionale riportano la memoria degli spazi reali.
Presentate nei classici espositori girevoli da chiosco, le cartoline possono essere prelevate dai visitatori, con l’invito a spedirle via posta ordinaria.
L’installazione è attiva nel Foyer Petrassi dell’Auditorium per tutta la durata del National Geographic Festival delle Scienze (8-14 aprile 2019).
Con Planet Earth. 21s Century, l’artista rimette in scena il mondo nell’epoca definita Antropocene, concentrandosi sull’interazione fra la percezione umana del pianeta, i paesaggi urbani e la tecnologia del XXI secolo.
Il progetto include anche la pubblicazione di un Atlas, un libro d’artista pubblicato con il supporto del Dipartimento per gli Affari culturali di Berlino (upcoming).
Ha scritto Antonella Sbrilli: «Ci voleva un’artista residente a Berlino – e proveniente da un’altra città che inizia con la B, Bologna – per portare nel nuovo millennio l’immagine della città, le immagini delle città. Quelle Städtebilder che un nativo berlinese, Walter Benjamin, aveva descritto seguendo i labirinti delle strade, gli spiazzi fra i blocchi degli edifici, i monumenti, le colonne che si levano sulle piazze “come la data sul blocco di un calendario”.
Ci voleva un’artista che… (segue QUI).

Aperto da lunedì 8 a domenica 14 aprile 2019.
dalle ore 11 alle 20 durante la settimana e dalle ore 10 alle 20 la domenica e i festivi.
Durante il National Geographic Festival delle Scienze

A fare da sonora corrispondenza a quella riflessione sullo spazio, Comani, presenta – a cura di Anna Cestelli Guidi – nel Sound Corner dello stesso Auditorium: Sono stata io Diario 1900 – 1999, storia del XX secolo, raccontata in forma di diario, in cui l’intero periodo storico è condensato in un anno virtuale.
Si tratta di episodi accaduti realmente nel secolo ventesimo. L’io narrante assume alternativamente il ruolo della vittima e quello dell’artefice, identificandosi come autore/autrice – impossibile – di fatti che hanno segnato un secolo intero.
Gli anni relativi ai giorni sono consultabili nella cronologia in appendice.
Oltre a questa installazione sonora, il progetto “Sono stata io. Diario 1900-1999” è stato realizzato nel corso degli anni anche come libro e come stampa digitale di grandi dimensioni a parete.

Auditorium Parco della Musica
Informazioni: 06 – 80 24 12 81
Via Pietro de Coubertin 30
Roma


Cartelli d'Italia

È possibile divertirsi moltissimo leggendo un libro, e, al contempo, fare del bene a chi ne ha bisogno?
Si, è possibile.
Lo dobbiamo a Cristiano Militello e alla casa editrice Baldini + Castoldi che pubblicando Cartelli d’Italia (Presa in) Giro d’italia in 1000 cartelli) sono riusciti in quell’impresa.
Militello (QUI la sua bio), bravissimo cabarettista, noto in tv con “Striscia la notizia”, come sanno chi lo ha visto è uno scopritore di cartelli surreali realmente esistenti, scrutatore d’accostamenti incredibili di cognomi sui citofoni e pescatore di altre perle.
Il libro, di cui ho prima indicato il titolo, è stato realizzato grazie all’apporto delle migliaia di “reporter per caso” che continuano a spedirgli le loro incredibili rilevazioni. Essendo dunque un libro fatto “in cooperativa” – e sperando di fare cosa gradita ai suoi “soci” – Militello ha deciso di devolvere i proventi della vendita del volume alla Fondazione Together To Go che cura gratuitamente cento bambini con patologie neurologiche complesse.

Anche se siete incazzati neri, come non cedere alle risate leggendo titoli di giornali quali “Senza biglietto picchia lo stesso capotreno sia all’andata sia al ritorno”, oppure due titoli sciaguratamente vicini: in maiuscolo “Profughe nigeriane costrette a prostituirsi” seguito in minuscolo da “S. Giuseppe in festa”.
Indicazioni che sembrano improbabili: “Carrozzeria Bozzo” oppure “Autoscuola Panico”.
All’estero è possibile trovare, ad esempio a Madrid, la libreria “La casa de la Troya”, a Rotterdam il ristorante cinese “Min – Kia”, e in Croazia la birra “Pipi”.
Grafia malmenata su scritte murali: “Mi ai deluso”, con un commento:"mai quanto hai deluso la prof d’italiano".
Cognomi sui citofoni in fatali cheek to cheek: “Lo Porto” e sotto “Alletto”; “Ritrovato” e sotto “Buco”, ma ce ne sono altri più violentemente illuminati a luci rosse.
Altre ancora perdono d’efficacia se descritte perché la fotografia sintetizza nel colpo d’attimo dello sguardo significato e significante.
“Cartelli d’Italia”, infatti, si presta a rimandi alla semiologia e ai meccanismi del riso, roba tosta da studiare senza illudersi di trovare definizioni invincibili, tanto da far dire a Enrique Jardiel Poncela: “Definire l’umorismo è come pretendere di trafiggere una farfalla adoperando quale spillo un palo telegrafico”.
Verissimo. Eppure la risata più irrefrenabile prorompe – come accade in questo libro – dall’umorismo involontario, quello dovuto al goffo capitombolo di una scritta o un’immagine che voleva essere serissima.
Umberto Eco ha scritto: “I più grandi pensatori sono scivolati sul comico. Sono riusciti a definire il pensiero, l’essere, Dio, ma non perché un tale che scende le scale e ruzzola ci fa morire dal ridere”.

Dalla presentazione editoriale.
«Certo, in tv “Striscia lo striscione” resta il suo marchio di fabbrica, ma da anni – oltre alla rubrica cult del lunedì sera – Cristiano Militello cura anche la sua gemella naturale: “Striscia il cartellone”. Una travolgente gallery di scritte folgoranti, cartelli assurdi, avvisi strampalati, insegne buffe, cognomi improbabili.
Non solo. Tutti i giorni, dalle 7 alle 9, l’artista dà la sveglia agli italiani ai microfoni di radio R101 con “La banda di R101”. Così, quotidianamente – poco dopo le 8 – fa vivere i “Cartelli d’Italia” anche in radio».

Cristiano Militello
Cartelli d’italia
Con 1000 foto
Pagine: 384, Euro 17.00
Baldini+Castoldi


Figli di un io minore (1)

La casa editrice Marsilio ha pubblicato un saggio di grande attualità perché ragiona sull’esercizio del pensiero critico oggi in una società che soggiace ai poteri della finanza e delle reti.
Titolo: Figli di un io minore Dalla società aperta alla società ottusa.
L’autore è Paolo Ercolani.
Nato a Roma nel 1972, insegna filosofia all’Università di Urbino Carlo Bo.
Scrive per varie testate, tra cui «L’Espresso», e ha collaborato con «il Manifesto», «MicroMega» e «la Lettura» del «Corriere della Sera».
Cura il blog L'urto del pensiero e collabora con Rai Educational Filosofia.
È autore di vari articoli e libri, tra i volumi: «La Storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche» (Napoli 2011); «L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post-umana», prefazione di Umberto Galimberti, (Bari 2012); «The West Removed. Economics, Democracy, Freedom: A Counter-History of Our Civilization», prefazione di Santiago Zabala (London – New York 2016); «Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio» (Venezia 2016, vincitore del Premio Nazionale Com&Te).
Nel catalogo Marsilio: “Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio” (2016).

Ercolani ha già viaggiato a bordo di questo Cosmotaxi come sanno donne e uomini che generosamente leggono queste mie pagine.
.
• Come può aiutarci la filosofia a sciogliere i nodi davanti ai quali ci pone la società del nostro tempo? Quali grandi pensatori del passato hanno colto e descritto in anticipo l’egemonia del potere finanziario e il dominio della realtà virtuale in cui siamo immersi? E come è possibile oggi, a partire da quelle riflessioni, avviare un percorso per contrastare la crisi della democrazia rappresentativa? Paolo Ercolani tenta di fornire strumenti di analisi efficaci per giungere a un dibattito consapevole, sempre più necessario in quanto, sostiene l’autore, non si tratta semplicemente di combattere singole prese di posizione (No vax, sovranisti, complottisti ecc.), ma di ritrovare la capacità di affrontare i temi che ci riguardano come singoli e come società esercitando il pensiero critico. La questione non può limitarsi alla cultura di ciascuno o all’appartenenza a un ceto sociale, come si è tentato di sostenere in passato; vanno prospettate soluzioni in grado di invertire la tendenza ad affidarsi alle tecnologie come panacea di tutti i mali e di opporsi al dissolvimento di ogni posizione dissonante in un senso comune che non ammette alternative •

Segue ora un incontro con Paolo Ercolani.


Figli di un io minore (1)


A Paolo Ercolani, in foto, ho rivolto alcune domande.
Qual è l’intento di questo tuo libro?

Da una parte ricostruire come, quando e perché siamo piombati in quella che chiamo«società ottusa», una dimensione in cui si è lasciato che forze aride e impersonali come il mercato e la tecnologia conquistassero ogni dimensione dell’umano e dettassero non solo l’agenda politica, ma anche la tavola dei valori verso cui proiettare tutto il pensare e l’agire. Dall’altra, a fronte dell’analisi storica e filosofica di quanto detto sopra, individuare idee e proposte concrete attraverso cui uscire dalla «dementocrazia»e ricostruire un consesso in cui l’essere umano, il pensiero critico e autonomo e la conoscenza tornino ad occupare un ruolo centrale. Intenti ambiziosi, ma sono soddisfatto di questo lavoro che ha impiegato tre anni di studio. Poi, naturalmente, il giudizio spetterà ai lettori.

Come dici in apertura, prendi a prestito da Karl Popper i termini di “società aperta” e “società chiusa”.È possibile, in sintesi, una definizione della prima e della seconda?

La società aperta è quella non regolata da dogmi imposti dall’alto, che affermano e impongono delle verità certe e indiscutibili, ma abitata da cittadini forniti di un pensiero autonomo e critico con cui aprirsi alla conoscenza, all’azione ragionata e consapevole, quindi alla democrazia del dialogo e non del fanatismo depositario di certezze. In questo tipo di società i singoli devono cimentarsi con decisioni personali, utilizzando le proprie conoscenze e abilità per operare responsabilmente in vista del bene comune.
La società chiusa è quella in cui gli abitanti devono sottomettersi a ordini superiori considerati magici e dunque indiscutibili, in vista della tutela di una dimensione che è esclusivamente quella personale e della propria cerchia ristretta.

Quali, invece, le principali caratteristiche di quella da te definita “società ottusa”?

Si tratta di una società in cui da una parte si procede alla spoliazione progressiva del pensiero critico e della conoscenza autonoma, così da ridurre gli individui a cellule di risposta funzionale rispetto ai dogmi imposti dal potere finanziario e da quello tecnologico. Dall’altra è una società in cui si sta operando in vista della distruzione della sfera pubblica e della democrazia politica come le abbiamo conosciute nella seconda metà del Novecento.

La frequentazione assidua, fino alla tossicodipendenza, delle nuove tecnologie perché peggiora la nostra capacità di pensiero individuale”?

Perchè la tecnologia non è mai neutra, non si tratta di semplici strumenti che possiamo utilizzare come vogliamo. Queste macchine provocano degli effetti di ritorno importanti, che nel libro analizzo minuziosamente, in grado di riconfigurare i nostri cervelli e i nostri comportamenti. Ciò avviene in maniera tale da spingerci a diventare sempre più schiavi di un sistema tecno-finanziario che ci vuole ridotti a consumatori passivi e compulsivi, a uomini senza pensiero e perciò pronti a realizzare docilmente i dogmi stabiliti ai piani alti della catena sociale.

Ho visto pubblicità di banche che spingono i giovanissimi ad aprire conti per precocemente conoscere con modalità ludiche le pratiche finanziarie. Che cosa ti dice questo tentativo di rendere un ragazzo “apprendista consumatore” come tu scrivi citando Vance Packard? Com’è che questo comportamento non è attuato come un tempo in modo pudico o da persuasore occulto, ma in maniera chiara, scoperta?

Mi dice due cose chiare, nette e che nel libro analizzo in maniera chirurgica: ossia che è in atto una vera e propria operazione pedagogica volta ad addestrare delle persone che si comporteranno come aziende, il cui scopo principale sarà quello di conformarsi ai voleri e ai valori del mercato. Dall’altra che tutto ciò viene fatto in maniera palese poiché non vi è più alcun pensiero critico in grado di mettere in discussione il trend di cui sopra, e quindi di reagire con idee e proposte concrete alla finanziarizzazione e alla macchinizzazione della vita quotidiana e di ogni ambito dell’umano. Il fatto che il potere finanziario opera in maniera palese, fornisce la misura della sua forza acquisita, che gli permette di essere spudorato.

Concludi il libro ricordando due terribili figure, il comunista Kaganovič e il nazista Eichmann, come esempi di grandi assassini mossi dall’assenza di pensiero critico; citando le tue parole: “sonnambulismo, fede cieca in forze o figure superiori (…) hanno prodotto i frutti più avvelenati e insanguinati che l’uomo abbia sperimentato”.
Quale via intraprendere oggi per sfuggire a un futuro atroce
?

La risposta è contenuta già nella domanda: occorre operare a vari livelli e su molteplici piani per la ricostruzione di un «pensiero forte»,che ci permetta di rinsavire dalla sbornia post-modernista. Quella che ha posto le basi per la crisi dell’umanesimo, e per l’affermazione di una teologia economica che ha affermato il mercato alla stregua di una divinità. Divinità che si è sostituita alle entità metafisiche di origine umana (Dio, la conoscenza, la verità, il logos, l’Io), rendendosi in questo modo indipendente dalla volontà e dal controllo della ragione dell’uomo, che ne è risultata colonizzata e dominate. Nel libro formulo molte idee e proposte concrete, perché sarebbe un peccato mortale arrenderci alla divinizzazione dell’inumano, che inevitabilmente comporta la subordinazione e forse la distruzione dell’umano.

…………………………………..

Paolo Ercolani
Figli di un io minore
Prefazione di Luciano Canfora
Pagine 334, Euro 16.00
Marsilio


Teatro Rebis


Il Teatro Rebis è un progetto artistico ideato e diretto dal regista Andrea Fazzini.
Vincitore dei premi Claudio Gora di Roma, con lo spettacolo Il dolce miraggio di Ulisse, Rota in festival di Mercato San Severino con Lucky e Pozzo e del Fringe2Fringe di Napoli con Di una specie cattiva, spettacolo ispirato alla vita e alle opere di Sylvia Plath.
Ha rappresentato i suoi spettacoli in Italia e all’estero (Romania, Francia, Svizzera, Germania, Senegal) con partecipazione a festival, tra i quali Sant’arcangelo dei Teatri, Volterra teatro, Ars Amando, Nutrimenti Terrestri, Teatri di vetro, Orestiadi di Gibellina, Mirabilia Festival, Napoli Fringe Festival.
QUI il suo sito in Rete.

Rebis parte adesso con una nuova tournée, prima piazza: Roma.
Dal 4 al 6 aprile a Carrozzerie n.o.t. in scena Scarabocchi e Il papà di Dio riuniti sotto il titolo Dittico in carta e ossa.

Ad Andrea Fazzini, in foto, ho rivolto alcune domande
Come, quando e dove nasce il Teatro Rebis e perché si chiama così?

Il Teatro Rebis nasce una prima volta a Macerata nel 2003, dalle ceneri di un altro progetto che avevo chiamato Ecate Teatro con altri compagni di ventura universitari. Facemmo una serie di studi su un iper-testo che avevo scritto a Roma, dove vivevo in quel periodo, ispirato all’opera di Giordano Bruno, ‘Mnemosyne’, poi un adattamento dal ‘Supermaschio’ di Alfred Jarry e uno spettacolo di strada disastrosamente ispirato alla ‘Nave dei folli’ di Sebastian Brandt.
Eravamo tutti molto giovani e troppo narcisisti.
Poi nasce e rinasce più volte fino a raggiungere una sesta volta, l’attuale.
Ora sta germinando, anzi quasi fiorendo, dentro un’ennesima crepa, lo sento…
Ci chiamiamo Rebis perché mi ha sempre affascinato la figura dell’Androgino nell’alchimia, come fusione dei contrari, mistero del paradosso, figura doppia, ma per me sostanzialmente trina: ha dentro il femminile, il maschile e la simbolica compresenza e compenetrazione dei due elementi.
Probabilmente per questo spesso nei miei lavori si cela una matematica trigonometrica.

Qual è il pensiero teatrale del Teatro Rebis?

Pensare Teatro è farlo.
Dunque per rispondere a questa domanda, tento di rintracciare una linea continua di ricerca che attraversa i nostri spettacoli.
Sicuramente è quella intorno al concetto di Figura, o meglio del Figurale.
Cezanne individuava due vie per sfuggire al carattere narrativo della pittura: una verso la forma pura, per astrazione, l’altra attraverso la sensazione, quella che Lyotard prima e Deleuze poi, chiameranno via del figurale, che avviene per estrazione e isolamento.
In questo senso nei nostri lavori la scena non è abitata da personaggi, ma da figure, cioè da presenze intensificate, soglie in una materia deserta, corpi che si incontrano, si distanziano, si attraggono, si respingono, si mostrano gli uni agli altri evocando contemporaneamente dietro di loro, intorno a loro, dentro di loro, la notte incorporea della loro provenienza.
Una notte che non cessa di cadere. Un teatro della sensazione, non dei sensi, ma dell’oscillazione tra senso e immagine.

Maurizio Grande in un suo intervento di anni fa si chiese: “Ma chi è l’attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?” Tu come risponderesti a tali domande?

L’attore è il medium tra la maschera e la persona, tra il reale e la finzione, tra la presenza e l’immagine. Yoshi Oida, attore giaponese del C.I.R.T. di Peter Brook, paragonava l’attore al ninja, dicendo che l’attore che evoca la luna deve sparire stando in scena, per far comparire nello sguardo dello spettatore la luna che non c’è.
L’attore incarna questa oscillazione tra il visibile e l’invisibile.

Teatro di avanguardia, sperimentazione, alternativo, e poi con i fatali prefissi neo, post, trans… insomma, che cosa vuol dire per te “teatro di ricerca” oggi?

Un teatro che avanza se stesso, che sperimenta la sua negazione, alternativo ad ogni preventivo risultato, un neo infetto incastonato nella scabrosità di un corpo immacolato, un post scritto bene e lanciato male, la Transiberiana.

Chi è per te lo spettatore ideale?

Non credo che esista uno spettatore ideale.
Se ci fosse bisognerebbe disinnescarlo.
Forse lo spettatore ignoto, camuffato nel buio, ci si potrebbe avvicinare.

Una parte della produzione di Rebis è rivolta alle scuole.
Quali i motivi di questa scelta
?

Ci sembra imprescindibile rivolgerci all’infanzia.
All’infanzia presente del bambino e a quella remota dell’adulto.
Educazione, poesia e teatro hanno radici comuni, anche se efflorescenze diverse.
Ci interessa esplorarle e risvegliarle in noi, attraverso il confronto con gli studenti, che sono spugne e casse di risonanza, se onestamente solleticati.

La scena che segue è ambientata in un lontano futuro.
Ma chi risponde alla domanda che segue non lo sa e parla al presente.
Atelier Teatro governa in Italia. Che cosa decide per il teatro?
Che cosa mette via? Che cosa legifera
?

Se Atelier Teatro fosse al governo si suiciderebbe.
Lo so, una parte di me, nonostante tutto, rimane idealista.


Naso nel Parnaso

"I critici non recensiscono che se stessi. La recensione è un prolungamento dell'ufficio stampa e della casa editrice: non serve a nulla!".
Questo vale pure per le righe che state leggendo, anche se di professione un critico non sono ma qui questa veste indosso e, quindi, ben mi sta.
Di chi è quella frase? È di Pasquale Panella.
QUI la biografia.

L’occasione per parlare di questo compositore e scompositore di parole è data dalla pubblicazione - Fefè Editore - di un suo libro intitolato Naso o delle cattive letture, delle scritture impure.
Appare nella collana diretta da Lucio Saviani chiamata ‘Superfluo Indispensabile’. Mai titolo di collana fu più adatto a ospitare un testo di Panella con quei due aggettivi accostati in modo malandrino che ben si attagliano a tutta l’opera sua. Di sé stesso scrive in risvolto: “Rinuncia a epiteti quali scrittore, poeta e altri più giocosi, per non volerli condividere e perché ormai insignificanti. Ma sì, ha scritto anche versi cantabili, evidenti frammenti di un romanzo vita, infatti vive di quel che scrive. Questo testo è la prova che è stato anche un ragazzo”
“Naso” è candidato al Premio Strega 2019, ora al vaglio degli Amici della Domenica, presentato dal linguista Giuseppe Antonelli
La copertina riporta il particolare di un’opera del pittore René Magritte “La lampe philosophique”. Magritte e Panella hanno qualcosa in comune: entrambi amano Hegel, il pittore con il quadro ''Le vacanze di Hegel'' (1958) e lui con il brano “Hegel” (1994).
Né meravigli se questo scrittore ami Magritte perché ama gli squilibri della realtà e gli equilibri dell’immaginazione; in Rete si legge che fra i suoi autori preferiti ci sono Sterne, Pound, Céline. E qui avverto una sintonia con lui perché Sterne e Celine sono i due sommi che adoro; nei suoi gusti – almeno a quanto riporta il web – non vedo il nome di Queneau, ma non posso pretendere tutto dalla vita.

“Naso” – dice l’autore – è stato scritto sui banchi di scuola, se così è stato ha avuto per compagno di banco Lucignolo che lo ha convinto ad andare nel Paese della Letteratura dove saltare allegri da un tomo all’altro, tirar sassi ai crociani, entrare in commedie, scalare sonetti. Perché il libro “Naso” è così fatto (e anche strafatto), di teatro, narrazioni, memorie, epifanie, fino all’ultima pagina dove più che finire il libro, l’autore pare si rifiuti di proseguirlo e fa come il Pinocchio di Malerba che evade dall’ultimo capitolo, la cella numero XXXVI, perché non vuole diventare un ragazzino per bene e perciò il libro di Collodi finisce lì. Neanche Panella vuole diventarlo. Lui dalla letteratura non vuole farsi prendere per il Parnaso.

Dalla presentazione editoriale.
«Il naso è il senso e l’organo del nostro corpo più letterario, è disparo, non simmetrico, “si sdegna o si appassiona, oppure tutt’e due”, scrive Pasquale Panella. Panella – con spirito di scoperta poetica ma anche “sensuale” – ricostruisce con impareggiabile abilità e profondità la “personalità” del nostro. Lucio Saviani lo aiuta con un saggio introduttivo che “fissa i paletti” filosofici e culturali».

Pasquale Panella
Naso
Introduzione di Lucio Saviani
Pagine 144, Euro12.00
Fefè Editore


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