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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Variazioni su Space Invaders


Settimane fa questo sito ha pubblicato nella sez. Nadir uno degli esperimenti del musicista Michele Zaccagnini (in foto).

Oggi due suoi nuovi video. Per presentarli passo a Zaccagnini la parola.

I due video "Variazioni su Space Invader” fanno parte di un pezzo per due violoncelli, elettronica e video che verrà eseguito a Denver, Colorado, il 27 Aprile dall’ensemble “Nebula”. Il pezzo si basa su un’analisi “microscopica” di suoni di violoncello: ho analizzato lo spettro di suoni pre-registrati di violoncello (pizzicato, sul ponticello, ordinario ecc); successivamente ho creato delle matrici in cui ho salvato i parametri dei suoni. Infine ho utilizzato le matrici per in due modi diversi: come parametri per una ri-sintesi del suono stesso attraverso oscillatori digitali (un modo per creare effetti pseudo-acustici con suoni digitali) e come coordinate spazio-temporali per una visualizzazione 3d dei suoni stessi.

Video 1

Video 2

I brani presentati nei precedenti links costituiscono la parte audio e video della parte elettronica a cui si aggiungeranno i violoncelli “reali” fornendo un complemento acustico.



Nuovo libro di Peres

Nato a Milano nel 1945 ma residente a Roma dalla nascita, Ennio Peres è uno dei più autorevoli esperti di giochi della mente in Italia. E non solo in Italia.
Pochi sanno, però, che è stato anche un astronauta. Ricordo, infatti, che anni fa compì sulla taverna da me aperta sull’Enterprise di Star Trek un viaggio spaziale.
Provate ad affacciarvi su quella conversazione e sentirete il giocologo Peres (giocologo è il suo modo di autodefinirsi) discutere di storia, di letteratura, di Einstein e Prigogine.
Ex professore di Informatica e di Matematica, è autore di oltre quaranta libri di argomento ludico e scientifico, nonché ideatore di giochi in scatola e radiotelevisivi. Collabora con molte testate quotidiane e periodiche; in particolare, su linus cura dal 1995 la rubrica "Scherzi da Peres". Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali:
- 1990: Premio Ancora d’argento, come autore del libro Rebus (Stampa Alternativa)
- 1998: Premio Gradara Ludens, come personaggio extraludico dell’anno.
- 2006: Premio Personalità ludica dell’anno 2005;
- 2008: Trofeo ARI (Associazione Rebussistica Italiana), per la duplice immagine di autore e divulgatore dell'arte del Rebus.

Ora è nelle librerie un suo nuovo libro: Corso di enigmistica Tecniche e segreti per ideare e risolvere rebus, anagrammi, cruciverba e altri giochi di parole.
Come l’attività fisica è fondamentale per tenere in forma il corpo, così un’adeguata ginnastica cerebrale è indispensabile per mantenere sveglia e agile la mente. I giochi enigmistici possiedono la caratteristica peculiare di stimolare il ragionamento e di offrire perciò un proficuo addestramento cerebrale. Sono inoltre estremamente funzionali, perché il divertimento e la soddisfazione che procurano a chi li risolve inducono una forte motivazione a continuare a esercitarsi. Questo libro fornisce le nozioni basilari per acquistare confidenza con i più significativi giochi di parole enigmistici (oltre ad alcuni prettamente linguistici), non solo per cominciare a praticarli con disinvoltura, ma anche per cimentarsi nella loro ideazione.
Si legge con interesse, e con divertimento.

Ennio Peres
Corso di Enigmistica
Pagine 180, Euro 19.00
Carocci



Maga


Ma*Ga è l’acronimo di Museo Arte Gallarate, già conosciuto dal 1966 come locale Civica Galleria d'Arte Moderna. È gestito dal 2009 dalla Fondazione Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea Silvio Zanella che vede quali soci fondatori il Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il Comune di Gallarate, e come partner istituzionali la Regione Lombardia con la Provincia di Varese.
Per una storia del Museo, diretto dal 2001 da Emma Zanella, CLIC.
Da tempo è un’importante ribalta delle arti visive presentando mostre di qualità internazionale, tra i suoi meriti c’è anche avere allestito e sostenuto con grande cura un Dipartimento educativo che “E' una ricchezza irrinunciabile per il museo" – afferma Zanella – “le attività che sono state organizzate e che ancora saranno proposte, rappresentano la spina dorsale di questa istituzione, il vero punto di dialogo e d’incontro con il pubblico”.

Il Dipartimento è guidato da Lorena Giuranna; l’organigramma completo è composto di Marika Brocca, Elena Scandroglio (Infanzia e famiglie), Francesca Chiara (Adulti), Alessandro Castiglioni (Progetti di ricerca e web).
Il Dipartimento quest’anno ne compie 20, per festeggiarli ha chiesto a Riccardo Arena di realizzare, in collaborazione con Silvia Porro dell’Associazione AUSER, con Islay Dunlop e studenti dell’I.S.S. Falcone di Gallarate, un video che mostra gli ambiti di ricerca artistica e pedagogica più significativi trattati nei due decenni di attività. Il video è visibile, dal 21 marzo, sia sul sito del Museo sia QUI.

Dal comunicato stampa
«Gli ambiti di ricerca che il video attraversa con flash visivi e associazioni di immagini riguardano l’impegno con le scuole, dal nido alle secondarie di primo grado, i progetti per il pubblico degli adolescenti, le numerosissime collaborazioni con gli artisti, la formazione di adulti e insegnanti, gli eventi dedicati alle famiglie e i progetti sull’accessibilità.
Anche per il 2018, il Dipartimento sta realizzando diversi nuovi progetti, come i workshop con lo stesso Arena, Valerio Rocco Orlando e Lorenzo Conti, i laboratori e le conferenze specialistiche ideati per la mostra “Kerouac. Beat painting”, il laboratorio di tessitura permanente per tutte le età e il progetto dedicato agli orti didattici in collaborazione con l’azienda Ricola».

MAGA
Info: 0331 - 70 60 11
Via De Magri 1
Gallarate (Varese)


Gli eroi di Via Fani (1)


Nel quarantennale del rapimento di Moro e del massacro della sua scorta, la tv si è prodotta in molte trasmissioni.
Ne ho seguite parecchie e mi pare che la qualità media fosse buona.
La storia, dal secolo scorso, più che con la penna si scrive con l’audiovisivo, giusto, quindi, raccogliere testimonianze anche prevedendo (ma chiarendolo in onda) che alcune ricostruzioni delle Br sono probabilmente false e concordate con chissà chi.
Qualcuno di loro ha perfino delirato meritandosi la risposta di Maria Fida Moro
Di quelle trasmissioni, una cosa a molti – io sono fra quelli – è apparsa stonata. A parlare è stato soprattutto chi ha ucciso. Sarebbe stato opportuno dedicare spazi anche ai cinque caduti della scorta dimenticati da troppi.
Per fortuna, però, in questi giorni c’è chi li ha ricordati in sede libraria.
Da Longanesi, infatti, è stato pubblicato Gli eroi di Via Fani I cinque agenti della scorta di Moro: chi erano e perché vivono ancora.
L’autore è il giornalista Filippo Boni (1980) laureato in Scienze Politiche all’Università di Firenze con una tesi sui massacri nazisti in Toscana. Studioso del Novecento e degli anni di piombo, ha pubblicato saggi sulla Resistenza e sull’età contemporanea.


“Gli eroi di Via Fani” è un libro attraverso il quale dovrà passare chi vorrà in futuro ricostruire la vicenda di quel giovedì 16 marzo 1978 non solo in modo investigativo, ma in maniera complessiva, con gli aspetti umani – talvolta fatalmente singolari – degli uomini coinvolti in quella tragedia.
Il volume ha il pregio di non abbandonarsi a romanzerie, ma è il frutto di una rigorosa ricerca fatta presso le fonti – prima di tutte i familiari delle cinque vittime – e consultando i documenti in grado di tracciare la storia di quegli uomini che un cattivo destino ha voluto unire nel loro ultimo giorno.
Due carabinieri: Oreste Leonardi e Domenico Ricci; tre della P.S.: Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, solo da poco sono ricordati da una lapide (oltraggiata recentemente da scritte di brigatisti e poi da neonazisti) sul luogo della strage. Come sentirete fra poco dalle parole di Filippo Boni, ci sono voluti vent’anni affinché una legge dello Stato riconoscesse loro alcuni benefici. Sembra incredibile: vent’anni!
Mario Calabresi firma la prefazione dalla quale estraggo alcune righe: Filippo Boni è stato capace di scavare, con grande pazienza e delicatezza, nei ricordi e nelle sofferenze, e ha ricomposto un mosaico storico di grande valore. Testimonianze inedite che ci permettono di dare un volto a quei nomi che tutti hanno sentito ripetere nei telegiornali o durante le commemorazioni, perché erano esseri umani, non solo nomi e nemmeno simboli. Quando chiuderete le pagine di questo libro potrete dire di conoscerli, quei cinque uomini cammineranno con voi e non potrete più dimenticarli. È questo il compito della memoria, restituire alla comunità il valore di una vita e la forza di un esempio.

Per sfogliare pagine del libro: CLIC

Segue ora un incontro con Filippo Boni.


Gli eroi di Via Fani (2)

A Filippo Boni (in foto) ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

È nato come il mantenimento di una promessa, come un cerchio da chiudere. Da sempre mi occupo di storia contemporanea e di progetti atti alla conservazione della memoria, ma “Gli Eroi di Via Fani” è sorto in fondo ad una vecchia scatola di biscotti Lazzaroni, nella quale i miei genitori accumulavano molti oggetti relativi alla propria esistenza. Lettere, braccialetti, vecchie foto in disordine, appunti, biglietti. Nella metà degli anni duemila, frugando in quella scatola alla ricerca di distrazione e vecchi ricordi, trovai una moneta appiccicata ad un biglietto con un appunto di mio padre. "Estate '77 - 16.03.1978, per non dimenticarti, per non dimenticarli". Gli chiesi molte volte quale fosse la sua origine, ma solo pochi mesi prima di morire, nel 2009, mi rivelò che era un ricordo che lo legava alla conoscenza che aveva fatto con uno degli agenti di scorta di Aldo Moro, Franco Zizzi, che nell'estate del '77 gli aveva dato un passaggio in A1 fra Incisa e Firenze Sud, dopo che la sua auto era rimasta in panne in corsia di emergenza. Gli raccontò che si sarebbe voluto sposare l'anno successivo con una ragazza di nome Valeria, di Latina. Quando giunsero al casello di Firenze sud, mio padre si ricordò di aver dimenticato il portafoglio nel cruscotto della sua 126 in A1. Così Franco gli offrì dei gettoni ed alcuni spicci per telefonare da una cabina. Memore di quel gesto di generosità mise da parte una di quelle monete con il biglietto dell'A1, che per decenni sono rimasti in fondo a quella scatola. Inutile dire che il matrimonio di Franco non avvenne mai. Mio padre il 16 marzo 1978 guardando il telegiornale riconobbe tra gli agenti trucidati dalle Br in Via Fani proprio quel ragazzo che gli aveva dato un passaggio in A1 l'estate precedente. Ricercò quel biglietto ed appuntò la frase che ritrovai alcuni decenni dopo. Nel 2016, sette anni dopo la morte di mio padre, partii con la mia auto per chiudere quella promessa e per non perdere le vite dei cinque agenti di scorta di Aldo Moro, nel frattempo finite nel dimenticatoio della storia. Dopo quasi 5000 chilometri percorsi in solitaria, posso dire di avercela fatta a mantenere quella promessa. Ecco come è nato “Gli eroi di Via Fani”.

Nella stesura del testo qual è la prima cosa che hai ritenuto necessario praticare e quale la prima assolutamente da evitare?

La stesura del testo è composta da flashback. Il lettore viaggia nel tempo tra la seconda metà del '900 ed il presente in ripetuti salti che gli permettono di riscoprire la storia e la vita di quei cinque uomini massacrati in Via Fani e nel contempo le vicende che hanno segnato il secolo breve in Italia. La prima cosa dunque da tenere di conto è stata il rigore storico attraverso la ricerca e la lettura di fonti edite ed inedite che è durata anni. Senza il rigore storico un libro del genere sarebbe impossibile da scrivere. Ecco che dunque la prima cosa da evitare è stata l'improvvisazione e la superficialità. Senza lo studio delle fonti nulla è possibile.

Quale la principale difficoltà che hai dovuto affrontare in questo tuo lavoro?

Le difficoltà sono state molte, soprattutto quelle logistiche. Un viaggio di oltre 4500 chilometri nei luoghi più remoti dell'Italia non è impossibile ma indubbiamente difficile da affrontare. Ma soprattutto la difficoltà più grande è stata far comprendere alle famiglie delle vittime il senso del progetto, le sue ragioni, e la sua linea di fondo. Solo dopo vari tentativi e vincendo varie reticenze composte da silenzi durati 40 anni in alcuni casi siamo riusciti ad andare oltre e ad impostare il lavoro come costruttivo per le nuove generazioni.

A parte un aiuto con un posto in banca pervenuto dalla Dc ai fratelli di Iozzino, hai notizia di aiuti venuti dallo Stato alle famiglie?

L'aiuto dei partiti, delle associazioni, dell'Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato alle vittime c'è stato ed a più riprese, nel corso del tempo. Gli "aiuti" da parte dello Stato possono aver avuto varie forme, nel tempo, basti pensare al sacco di balocchi che il Presidente della Repubblica Sandro Pertini fece recapitare per l'epifania del '79 a casa dei fratellini Ricci, figli di Domenico, l'autista di Moro. Ma il vero e proprio pacchetto di leggi in favore dei familiari delle vittime del terrorismo invece ha avuto un iter più lungo e complesso in parlamento. Ha preso vita alla fine degli anni novanta e si è concluso nel 2004. Queste leggi hanno previsto per le famiglie una serie di misure in campo psicologico, sociale e risarcimenti economici. Il grande gap è stato il tempo. Sono arrivate con oltre vent'anni di ritardo, ma meglio tardi che mai.

I brigatisti, sia nel periodo della loro detenzione sia dopo, hanno fatto, oppure no, pervenire ai familiari degli agenti uccisi una richiesta di perdono?

Alcuni di loro si, alla fine degli anni '80. Morucci, Bonisoli e la Faranda, dissociati, incontrarono alcuni familiari. Altri no, hanno scelto la strada dell'irriducibilità, anche oggi dopo 40 anni da quei terribili fatti .

Viste le motivazioni del libro e la sua struttura, giustamente il tuo racconto si ferma alle 9.04 del 16 marzo 1978.
Ovviamente, però, hai ben studiato quel tragico episodio. Da qui la mia domanda: secondo te erano soltanto brigatisti a sparare in Via Fani
?

Non ho voluto occuparmi volontariamente del caso Moro, proprio per non cadere nel tritacarne storico-scientifico-giallistico sorto in questi 40 anni intorno a questa turpe vicenda. L'intento di questo volume era togliere dalla prigione di Via Fani quegli spettri di cinque uomini e restituire loro una dignità ed una vita fuori da lì. Grazie a Gli eroi di Via Fani sarà possibile adesso chiamarli per nome e soprattutto sapere chi erano e come avevano vissuto. E' evidente però che ancora non sappiamo tutto sulla strage di Via Fani, ci sono molti nodi da sciogliere. Una cosa è acclarata. Quell'attentato è stata opera delle Br. Se poi, come a molti pare, all'insaputa di molti brigatisti stessi, tra di loro c'erano infiltrati da altri, questa è un'altra storia che ancora nessuno ha chiarito del tutto.

…………………………………

Filippo Boni
Gli eroi di Via Fani
Prefazione di Mario Calabresi
Pagine 304, Euro 18.80
Longanesi


Il giro del mondo in sei milioni di anni

“Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero”, così dice lo scrittore irlandese William Butler Yeats.

“In fondo alle gambe non abbiamo radici, ma piedi: piedi di cui ci serviamo dall’alba dei tempi per il colossale viaggio che impegna l’umanità fin da quando ha mosso i primi, timidi passi sul suolo”, così dice Esumim, un personaggio immaginario creato da Guido Barbujani e Andrea Brunelli che scandisce i capitoli di un colto, scorrevole, frizzante libro pubblicato da il Mulino: Il giro del mondo in sei milioni di anni.

Barbujani ha lavorato alle Università di Padova, State of New York a Stony Brook, Londra e Bologna, e dal 1998 è professore di Genetica all’Università di Ferrara.
Ha pubblicato: “L'invenzione delle razze” (Bompiani 2006); “Europei senza se e senza ma” (Bompiani 2008); “Sono razzista ma sto tentando di smettere”, Laterza, 2008; “Lascia stare i santi” Einaudi 2014; “Contro il razzismo” (con Marco Aime, Clelia Bartoli, Federico Falloppa) Einaudi 2016; “Il gene riluttante” (con Lisa Vozza), Zanichelli 2016.
Brunelli è dottorando di ricerca in Biologia evoluzionistica ed Ecologia all’Università di Ferrara.

La prosa, limpida ed efficace, e una narrazione di felice ritmo, fanno di questo libro un esempio di come va condotta la divulgazione scientifica, una comunicazione cioè capace di raggiungere chi di una certa disciplina non ha familiarità ma interesse a conoscerla.
Nella conclusione delle pagine è scritto che l’umanità, fin dai suoi primi passi, ne ha compiuti altri fino ad oggi grazie a due caratteristiche che hanno animato anche i due autori del libro: irrequietezza e curiosità.
Dopo aver chiuso il libro, sorge una domanda fra i lettori più attenti: Come si spiega che nel XXI secolo, dopo la tragedia generata dal nazismo, dopo le tante scoperte scientifiche della biologia, esistano scienziati che giustificano l’antievoluzionismo o addirittura se ne fanno propugnatori?
Rivolsi questa domanda a Barbujani quando lo intervistai su questo sito in occasione di un’altra sua pubblicazione. E lui così mi rispose: Si spiega, si spiega. Fra il concetto di razza umana, che lo studio dell’evoluzione e della genetica hanno messo in crisi, e il razzismo, c’è un rapporto solo etimologico. Le ossessioni e le paranoie che generano atteggiamenti discriminatori, xenofobi e razzisti, nascono nell’insicurezza economica, nell’ignoranza, nella solitudine dei ghetti urbani. Hanno poco o niente a che vedere con la nostra natura biologica, e molto invece con la struttura sempre più squilibrata delle nostre società, con i fondamentalismi religiosi e con le ormai abissali disuguaglianze economiche.

Dalla presentazione editoriale di “Il giro del mondo in sei milioni di anni”.
«A volergli credere, Esumim avrebbe partecipato a tutte le grandi migrazioni dell’umanità: “ci siamo divertiti” - ripete sempre – “non si stava mai fermi!”. È l’immaginario testimone di un viaggio iniziato sei milioni di anni fa, il cui primo passo - quello di scendere dagli alberi - ha dato avvio alla lunga catena di migrazioni attraverso la quale i nostri antenati hanno colonizzato il pianeta. Quante umanità diverse - dagli Austrolopiteci a Neandertal, a Homo sapiens - si sono succedute e incrociate sulla Terra? Quali percorsi hanno seguito, dalla loro prima uscita dall’Africa fino alla diffusione in tutto il pianeta? Nella genetica, la guida per ricostruire una diaspora mai conclusa, espressione del nostro ancestrale nomadismo».

Guido Barbujani – Andea Brunelli
ll giro del mondo in sei milioni di anni
Pagine 200, Euro 15.00
il Mulino


Emone


Emone, così si chiama un personaggio della mitologia greca, figlio di Euridice e di Creonte, il re di Tebe.
Svolge un ruolo importante in Antigone di Sofocle, tragedia rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C.
Il grande drammaturgo greco, scrisse cento ventitré tragedie seguite da un’ultima recitata da lui stesso quando in un pomeriggio morì, secondo un’aneddotica non provata, strozzato da un acino d’uva.
Il drammaturgo napoletano Antonio Piccolo ha rivisitato l’Antigone di Sofocle vista dagli occhi del figlio di Creonte (per l’appunto Emone), usando una lingua di nuovo conio portata ai nostri tempi. Ha vinto la prima edizione del “Premio Platea per la Nuova Drammaturgia” con la seguente motivazione: “Antonio Piccolo ha scritto un’originalissima riproposta del mito di Antigone, rappresentato dal punto di vista di Emone, figlio di Creonte, cugino e promesso sposo dell’eroina sofoclea. Il testo attraversa tutti i generi teatrali, dalla commedia alla farsa, alla tragedia, sul ritmo di un fantasioso e affascinante dialetto napoletano che mescola alto e basso, registri letterari e popolari, lirismo e comicità. Il mito rivive così nella sua sostanza più autentica, specchio antico e rinnovato per parlare allo spettatore di oggi d’amore, di politica, di rapporti tra padri e figli. Un testo che sfida i parametri consueti del teatro contemporaneo riuscendo a sorprendere, divertire e commuovere”.
Un’originale riscrittura in cui il mito rivive sul ritmo di una lingua quasi inventata, un dialetto napoletano che mescola alto e basso, registri letterari e popolari, nella messinscena di Raffaele Di Florio, su produzione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino –Teatro Nazionale, in collaborazione con P.L.A.TEA. Fondazione per l’Arte Teatrale.
Emone La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, è rappresentata con regia, scene, costumi e disegno luci di Raffaele Di Florio; musiche di Salvio Vassallo.
Danno vita ai personaggi: Paolo Cresta (Creonte), Gino De Luca (Guardia), Valentina Gaudini (Antigone), Anna Mallamaci (Ismene), Marcello Manzella (Emone).

Le parole di questo dramma – dice Antonio Piccolovanno lette tutte per intero, senza troncamenti, aferesi o elisioni, tranne dove indicato con l’apostrofo. Richiedono, insomma, che si leggano non come parla il napoletano contemporaneo, bensì come si usa fare con la lingua di Giovan Battista Basile, che è il principale – ma non unico – inarrivabile maestro a cui questo testo si ispira. Le libertà linguistiche restano comunque tante e tali perché si è giocato, in maniera presepiale e volutamente naïf, con vocaboli e codici dalle derivazioni più disparate, compresi quelli provenienti direttamente dalla fantasia dell’autore.

Il regista Raffaele Di Florio: Ciò che colpisce maggiormente del testo di Piccolo è la diversa angolazione dalla quale viene raccontata la storia della ‘disubbidienza’ di Antigone (inscritta nella cosiddetta saga dei Labdacidi, ossia nelle vicende di Laio, di Edipo e dei suoi discendenti). L’invito dell’autore, infatti, è quello di osservare i fatti attraverso gli occhi del cugino/promesso sposo Emone, uno di quei personaggi apparentemente minori, ma che invece contribuiscono a fare la Storia. Un punto di vista ‘decentrato’ che mi ha fatto pensare alle Folk Songs di Luciano Berio, il ciclo di canti popolari provenienti dalla tradizione orale di vari paesi: uno sguardo sulla Storia attraverso comunità diverse che ‘fanno la Storia’ pur non essendo protagoniste.

Ufficio Stampa Teatro di Roma:
Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 -- 345.4465117; e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Emone
di Antonio Piccolo
Regìa di Raffaele Di Florio
Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman 1, Roma
Info: 06 - 877 52 210
Dal 10 al 15 aprile


Il postumano realizzato


Dalla seconda metà del XX secolo si sono avuti i primi segnali, oggi visibili a occhio nudo, su come Il futuro abbia cambiato natura. Dapprima fisicamente rappresentato, adesso si è dematerializzato e lancia le prime occhiate sul postumano.
Da Nick Bostrom a Max More, a Ray Kurzweil con la sua Teoria della Singolarità (presente negli studi all'Università da lui fondata con i finanziamenti della Nasa e di Google), la genetica, le nanotecnologie, la robotica cognitiva, vanno a formare un futuro non più affidato al dinamismo dell’immaginazione ma a laboratori dove sono in corso ricerche – alcune più avanzate , altre meno – che cambieranno non soltanto la società e le sue regole, le psicologie di gruppo e il pensiero politico, ma la stessa creatura umana (se così ancora la si potrà definire, e in parecchi ne dubitano) sempre più derivata dall’ibridazione Uomo-Macchina.
Kevin Warwick, infatti, studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo alcuni studiosi in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.
Molti studiosi sono divisi nel giudicare le prospettive del futuro di noi umani.
Al pessimismo, ad esempio, di Katherine Hayles (“Come siamo diventati post-umani”), o di Bill Joy, scienziato della Sun Microsystems, il quale sostiene che “il futuro non ha bisogno di noi uomini”, s’oppongono, per citarne alcuni, Chris Meyer e Stan Davis che nel libro “Bioeconomia” sostengono che la futura complessità non sarà incomprensibile e offrirà molti vantaggi; oppure Andy Clark, docente di scienze cognitive all’Università dell’Indiana, autore di “Natural-Born Cyborgs”: “Nel futuro continueremo a innamorarci, a desiderare di correre più veloci, di pensare più efficacemente… crescerà però l’abilità di creare sempre nuovi strumenti che espandono la mente”.

Ecco perché è di grande interesse la pubblicazione del numero 159 della rivista “Nuova corrente” – edita da Interlinea – dedicato a Il postumano realizzato Orizzonti di possibilità e sfide per il nostro tempo a cura di Alfredo Pirni.
Oltre a interventi del curatore, saggi di Fiorella Battaglia – Antonio Carnevale – Filippo Cavallo – Raffaele Esposito – Eduard Fosch Villaronga – Barbara Henry – Beste Özcan – Erica Palmerini – Gabriele Scardovi – Davide Sisto.

È scritto nella presentazione editoriale.
«Le possibilità e le sfide aperte dai risultati bio-tecnologici che rubrichiamo come postumano costituiscono uno dei “fenomeni sociali totali” più problematici del nostro tempo. Questo fascicolo di “Nuova corrente” si pone l’obiettivo di monitorare e indagare criticamente alcune tendenze in corso, che trovano nel concetto di ibridazione tra uomo e macchina il loro fulcro prospettico. Si affronta così l’”ibridazione immaginata”, innanzitutto attraverso un percorso nella letteratura fantascientifica e fumettistica; i tentativi di “ibridazione regolata”, attraverso le lenti dell’etica e del diritto; l”’ibridazione costruita”, indirizzando l’analisi critica verso concrete realizzazioni prototipali o già disponibili sul mercato».

Oltre che su carta la rivista è disponibile anche in versione digitale su www.torrossa.it

Nuova corrente
Numero 159
Pagine 176, Euro 22
Edizioni Interlinea


I malvagi


Sono fra quelli – e non siamo pochi – che ritengono Alfonso Santagata (in foto) un protagonista della scena teatrale contemporanea.
Regista, attore e autore di testi “pieni di incanto e ferocia”, come ha scritto Cristina Valenti, con la sua Compagnia Katzenmacher ha scritto pagine memorabili della nostra scena.
Su questo sito, anni fa, ho avuto una conversazione con lui ambientata in un viaggio spaziale.
Ora nel corso di una tournée è a Roma con I malvagi da Fëdor Dostoevskij.
Un mondo di sopravvissuti, esiliati, condannati in un campo di prigionia siberiano come capitò all’autore russo quando nel 1849 fu arrestato dalla polizia zarista perché faceva parte d'un circolo di giovani intellettuali di tendenze socialiste.
Con Santagata in scena: Carla Colavolpe, Massimiliano Poli, Tommaso Taddei, Giancarlo Viaro Produzione Katzenmacher soc. coop. col sostegno di MiBACT – Regione Toscana – Comune di San Casciano Val di Pesa – Comune di Gavorrano.

«Il nichilismo è la fonte di tutte le ideologie perché è la fonte di tutte le divisioni. E per Dostoevskij colpisce e coinvolge anche lo sventurato, il sofferente in modo completamente umano. Come accade per Raskol’nikov, con la sua malattia e la sua follia» – dice Santagata – «I demoni e Delitto e castigo sono le cronache dei suoi tempi… spunti da cronache giudiziarie. Raccontano di cinici, di demoni che Dostoevskij trovava nel corpo malato della Russia dentro le generazioni del suo tempo. Raskol’nicov si chiede infatti: “perché dovrei uccidere?”, voglio fare del bene alla società voglio rendere felici gli uomini ma c’è una vecchia strozzina che maltratta sua sorella e tiene in casa un mucchio di soldi, perché non dovrei prenderli? In fondo quanta gente ha ammazzato Napoleone per realizzare i propri fini? Oggi “manca la risposta al perché?” perché devo stare al mondo? In un mondo che non mi considera, che non mi chiama per nome, che non mi vive come risorsa ma come problema. Ancora oggi il nichilismo è quanto mai attivo anche fra i giovani, penetra i sentimenti, confonde i pensieri».

“Lo spettacolo” – ricorda Amelia Realino dell’Ufficio Stampa Teatro Argentina – “si inserisce nel percorso di Stagione “Trittico Dostoevskij, una proposta di viaggio nell’opera e nella visione dell’autore russo: dall’innovativo allestimento di Delitto e castigo del moscovita Konstantin Bogomolov; alla proposta di una doppia riscrittura all’India: quella del già citato I malvagi diretto e interpretato da Alfonso Santagata, e Ivanov, con Fausto Russo Alesi diretto da Serena Sinigaglia in una riscrittura di Letizia Russo”.

I Malvagi
Ideazione e regia: Alfonso Santagata
Teatro India, Roma
Lungotevere Vittorio Gassman 1
Dal 5 all’8 aprile


I Futuristi e l'incisione


Alla Fondazione Ragghianti di Lucca – diretta da Paolo Bolpagni – è in corso dal 24 febbraio la mostra I Futuristi e l’incisione Il segno dell’avanguardia a cura di Francesco Parisi e Giorgio Marini.
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Una sezione è dedicata alle pubblicazioni con immagini che contengono opere di grafica originale, come cataloghi autoprodotti o libri illustrati, evidenziando in questo modo il contributo delle tecniche grafiche confluite nella vastissima pubblicistica futurista.
L’incisione è un aspetto meno noto del fenomeno futurista, ma di non secondaria importanza nell’analisi di quel movimento.
Esposte opere di artisti quali Boccioni, Russolo, Carrà, Soffici, Sironi, Depero, Severini, Prampolini, solo per citarne alcuni
In un tempo che va dalla fine del XIX secolo fino al 1944, i lavori sono ripartiti in tre sezioni cronologiche: Simbolismo, Prefuturismo e Futurismo.

Scrive Francesco Parisi: Già a una prima ricognizione, il numero di opere realizzate secondo i precisi dettami della sintesi plastica futurista che possiamo riassumere nell’assunto di Boccioni (“Linterno e l’esterno appaiono in simultanea compenetrazione. Sintesi di colore e forma. ) non si rivela poi così esiguo (…) Una rivoluzione quella attuata dall’incisione futurista, che è riuscita a trasformare i grafismi delle sensazioni in pure linee e masse.
E Giorgio Marini: Oltre a un’oggettiva, maggiore difficoltà a rendere con il mezzo grafico quella percezione emotiva rispetto a situazioni di ‘simultaneità’ e di ‘compenetrazioni dinamiche’ che interessavano le nuove ricerche espressive, non pochi, pur partecipando alle esposizioni e agli eventi del nuovo movimento, dovettero aver vissuto a un certo punto come troppo radicale la dichiarata istanza palingenetica del futurismo.

Il catalogo della mostra pubblicato da Silvana Editoriale e Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte (142 pagine, 25.00 euro), contiene approfondimenti e contributi sull’incisione futurista firmati dai due curatori, da Niccolò D’Agati, e Giacomo Coronelli, oltre a un ricco apparato scientifico e iconico.

Ufficio Stampa Fondazione Ragghianti: Elena Fiori, elena.fiori@fondazioneragghianti.it

Fondazione Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
I Futuristi e l’incisione
Info: 0583 – 467 205
Fino al 15 aprile


Senso e non senso


L’Istituto di Cultura Austriaco, in collaborazione con lo Studio Varroni presenta la mostra di poesia concreta: Zwischensinn und Unsinn (Tra Senso e non Senso) Parola, suono, immagine nella poesia austriaca del 900.
L’esposizione è a cura del poliartista Giovanni Fontana e dell’editore Piero Varroni.

La poesia concreta ha origine in plurali settori di ricerca espressiva.
Gli artisti coinvolti provengono, infatti, da ambiti molto diversi, non solo geograficamente, ma anche per ottiche tecniche e culturali. In Brasile, in Svizzera e, in seguito, in numerosi altri paesi, sono impegnati in questa sperimentazione estetica letterati, pittori, grafici pubblicitari, architetti, perfino fisici (Edgar Braga) o filosofi (Max Bense).
L’Austria si profila fin dai primi momenti come uno dei più interessanti e vivaci territori di ricerca in quest'ambito, specialmente grazie al nucleo di artisti e letterati appartenenti al Wiener Gruppe (1953), di cui fecero parte per oltre un decennio autori quali Hans Carl Artmann, Friedrich Achleitner, Konrad Bayer, Gerhard Rühm, Oswald Wiener.
Il gruppo era nato nell’ambito di una precedente organizzazione, l’Art-Club, sorta nell’immediato dopoguerra, di cui fece parte anche il germanista Ernst Jandl (Vienna 1925 – 2000) di cui si ricordano i suoi famosi "giochi linguistici" (Sprachspiele), interpretati da lui stesso e spesso accompagnati da musica jazz.

A Giovanni Fontana (in foto) ho chiesto perché la mostra è intitolata "Senso e non senso"?

Perché il fenomeno della poesia concreta ha coinvolto artisti che talora hanno agganciato la loro ricerca ad equilibri semantici molto razionali, giocando su relazioni testuali mirate alla rivelazione di contenuti nascosti o orientati verso la sorpresa di nuovi livelli di significato attraverso la sperimentazione di nuove modalità visive del testo; talaltra hanno preferito lavorare esclusivamente sulle forme (visive o sonore) esaltando il puro significante. Pertanto, la parola si carica del peso della propria rappresentazione; diventa oggetto grafico-tipografico che impone i suoi valori formali, anche al di là di quelli strettamente semantici. Nella poesia concreta la configurazione bidimensionale o tridimensionale delle parole determina il senso dell’opera; la sintassi tradizionale è sostituita da un sistema strutturale di matrice geometrica (spaziale); la nozione di sequenza lineare è sostituita da quella di campo morfologico. La lettura scandita per gradi deve iscriversi nella visione simultanea della pagina di mallarmeana memoria, ma talvolta si carica di valori semantici, talaltra affonda nel piacere della forma pura.

Fontana è anche il curatore della mostra che la Fondazione Berardelli (Via Milano 107, Brescia) inaugura il 14 aprile 2018 con finissage il 18 maggio, dedicata ad Arrigo Lora Totino dal titolo "In fluenti traslati".

Forum Austriaco di Cultura
“Zwischen sinn und unsinn”
a cura di Giovanni Fontana e Piero Varroni
Info: 06 - 36082626
Viale Bruno Buozzi 113 – Roma
Orari: ore 9.00 – 17.00 dal lunedì al venerdì
Da mercoledì 4 aprile a venerdì 4 maggio


Amiche mie isteriche

La casa editrice Cronopio pubblica una nuova edizione – la prima si ebbe nel 1998 sempre da Cronopio – di Amiche mie isteriche un piccolo, importante testo di Angela Putino (Napoli, 1946 - 2006).
Angela Putino, filosofa e femminista, si laureò in filosofia morale presso l’università degli studi di Napoli. Nel 1981 vinse il concorso di ricercatrice presso l’università di Salerno, dove diventò professoressa associata di bioetica e di filosofia del linguaggio e della scienza. Collaborò con la rivista trimestrale di politica e cultura femminile “Madrigale”, ideata da Lucia Mastrodomenico e curò una rubrica di filosofia per la rivista DWF.

Stefania Tarantino così scrive di Angela Putino nell’Enciclopedia delle donne: «È stata una donna libera che si poneva fuori dalle regole di pensieri e azioni codificate (...) Studiosa del pensiero di Michel Foucault e di Simone Weil, non si limitava a dare interpretazioni. Porgeva il loro pensiero in maniera nuova (...) Da Cantor a Dumézil, da Freud a Lacan, da Spinoza a Foucault, da Duras a Blanchot, da Kristeva a Deleuze, da Virginia Woolf a Ingeborg Bachmann, Leopardi e oltre, il bersaglio per lei era riuscire a centrare la differenza che passa tra "tendenze umane che si muovono verso l’infinito, inteso come illimitato, indistinto o spostato in una virtuale potenzialità, da quelle forgiate dagli infiniti attuali, entro cui il limite si interiorizza, e che consentono di accostare, in modo nuovo, il senso dell’incarnazione". Da queste figure si vede come Angela avesse una passione per tutto ciò che la portava a toccare i limiti del pensiero e a stare nelle contraddizioni irrisolvibili sul piano razionale e dialettico, ma non su quello del senso che, come già scriveva Simone Weil, ha a che fare quel surplus muto che pure enuncia silenziosamente il suo codice (...) Angela era napoletana. Il segno “della città impietosa” era il suo. Negli ultimi mesi della sua vita aveva ribadito la profonda vocazione anticammorista veicolata dalla sua famiglia, anche da un nonno che diede le dimissioni dalla Prefettura pur di non “controllare” gli antifascisti napoletani: l’ultimo articolo da lei scritto ha significativamente come tema O’sistema. Disegnava sirene ed era un’appassionata di romanzi gialli; lei stessa stava accingendosi a scriverne uno se solo non avesse incontrato, in una sera di gennaio, ciò che aveva definito il volto traverso del divenire».

Dalla postfazione a “Amiche mie isteriche” di Laura Boella
"Angela Putino ha lasciato un'eredità in denaro contante, secondo l'espressione di Georg Simmel. Il suo pensiero non ci è stato consegnato dentro l'involucro protettivo di formule e teorie firmate, ma nella forma di un fluido e diramato processo di trasmissione che avveniva su scene ogni volta diverse. Raccogliendosi in disparte nel corpo a corpo con un testo di Simone Weil, di Cantor, di Foucault, di Deleuze e di molti altri o inseguendo 'mongole travestite da mongoli su montagne lontane'; nell'incontro con amiche filosofe e altre impegnate in politica o in varie attività; nella scuola di filosofia, nella redazione di una rivista, nei vari luoghi di discussione e militanza instancabilmente creati e partecipati".

Angela Putino
Amiche mie isteriche
Postfazione di Laura Boella
Pagine 86, Euro 10.00
Cronopio


Ragazze con i numeri

Ancora oggi nel mondo scientifico solo un 5% dei vertici è donna, mentre è donna oltre il 60% della manovalanza e il 35% occupa ruoli di segreteria o amministrativi.
Nel 1999 l’Unesco ha creato un organismo per aiutare la donna a entrare nel mondo della scienza, a questo progetto ha dato il nome “Ipazia”.
Perché Ipazia? Perché Ipazia (370 - 415 d.C.), erede della Scuola Alessandrina, fu filosofa, matematica, astronoma, antesignana della scienza sperimentale; studiò e realizzò l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro.
Ne ebbe gioie? Mica tanto. Aizzati dal vescovo Cirillo nel marzo del 415 un pio gruppo di uomini di fede cristiana, guidati dal lettore Pietro, la sorprese mentre ritornava a casa, la tirò giù dalla lettiga, la trascinò nella chiesa costruita sul Cesareion e la uccise brutalmente, scorticandola fino alle ossa (secondo alcune fonti utilizzando “ostrakois” - letteralmente "gusci di ostriche"), e trascinando i resti in un luogo detto Cinarion, dove, giusto per andare sul sicuro, bruciarono quei resti.
Cirillo d’Alessandria? Fu fatto santo.
Del resto, che vogliamo aspettarci da quella parte se un Dottore della Chiesa qual è San Tommaso d’Aquino così scrive “La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore (…) Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito”.
Ovviamente, sul rapporto donne e scienza, ben diversamente la pensa Rita Levi Montalcini: "Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato".

Nonostante i tanti pregiudizi ancora non del tutto vinti, progressivamente si fa sempre più alto il numero delle donne che lasciano il loro nome nella storia delle Scienze.
Ne è testimonianza un ottimo libro per ragazzi pubblicato da Editoriale Scienza intitolato Ragazze con i numeri Storie, passioni e sogni di 15 scienziate.
Età consigliata per la lettura: da 11 anni.
Autrici un tandem di ottime comunicatrici:Vichi De MarchiRoberta Fulci.
Il volume festeggia con questa pubblicazione i quindici anni della collana Donne nella Scienza.
Le 15 scienziate delle quali si scrive nelle pagine, vanno da un’astronauta a un’antropologa, da una fisiologa a un’attrice: Valentina Tereshkova, Jane Goodall, Tu Youyou, Katherine Johnson, Rita Levi Montalcini, Margaret Mead, Katia Krafft, Maryam Mirzakhani, Wangari Maathai, Rosalind Franklin, Vera Rubin, Sophie Germain, Laura Conti, Maria Sibylla Merian, Hedy Lamarr.

Dall’introduzione:
«Quelle che stai per leggere sono le storie di tante passioni diverse: per la natura, per la medicina, per le invenzioni, per i popoli lontani. Sono storie di ragazze, poi diventate donne famose, che hanno inseguito un progetto e alla fine hanno scritto pagine fondamentali della scienza. Quindici vite fatte di coraggio, di fatica, di entusiasmo, ma soprattutto di sogni che si avverano.
Forse un giorno questa sarà anche la tua storia! Il segreto sai qual è? Bisogna crederci».

Vichi De Marchi – Roberta Fulci
Ragazze con i numeri
Illustrazioni di Giulia Sagramola
Pagine 208, Euro 18.90
Editoriale Scienza


In un batter d'occhi

Quante sono state le tappe dell’evoluzione tecnologica del cinema? Tantissime.
Partendo dall'invenzione della pellicola cinematografica del 1885 per opera di George Eastman fino alla proiezione in sala di una pellicola stampata, di fronte ad un pubblico pagante, avvenuta il 28 dicembre 1895, grazie ai fratelli Louis e Auguste Lumière.
Poi dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, il cinemascope, il 3D, fino ad arrivare, per ora, ad Avatar con l’utilizzo della Performance Capture con la quale Cameron ha realizzato personaggi di sintesi i quali hanno ricreato i movimenti degli attori sul corpo dei quali erano inseriti appositi sensori.
Tutto questo senza calcolare i tanti progressi registrati dalla luministica, dal suono, dalla macchina da presa, da quella di proiezione…
Il passaggio che più ha segnato nei tempi recenti la lavorazione del film, influenzando lo stesso linguaggio cinematografico, è stato l’avvento del digitale. Ha rivoluzionato, infatti, la produzione partendo fin dal progetto, dal piano lavorativo, dalla scelta degli elementi della troupe dove sono preferiti i più esperti nelle nuove tecnologie.
Rilevante, ovviamente, è stato l’impatto anche con il montaggio.

La casa editrice Lindau ha pubblicato un importante testo su questo tema: In un batter d’occhi Una prospettiva sul montaggio cinematografico nell’era digitale.
L’autore è Walter Murch.
Montatore e regista statunitense, ha collaborato nella sua carriera con alcuni importanti nomi tra cui George Lucas (“L’uomo che fuggì dal futuro” e “American Graffiti”), Fred Zinnemann (“Giulia”), Philip Kaufman (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”), Terry Zweigoff (“Crumb”).
Ha rimontato “L’infernale Quinlan” di Orson Welles secondo le intenzioni del regista, e ha anche diretto un film (“Nel fantastico mondo di Oz”, per la Disney).
Ha vinto diversi premi internazionali tra cui pure 3 Oscar: al miglior sonoro 1980 con il film “Apocalypse Now”, e 2 Oscar al miglior montaggio e sonoro del 1997 con “Il paziente inglese” di Anthony Minghella.
QUI più diffuse sue notizie biografiche.
Il volume è strutturato in due parti, la prima dedicata al montaggio cinematografico nella sua complessità realizzativa con particolare riferimento agli “stacchi” cui Murch assegna un ruolo di primaria importanza.
La seconda parte, scritta per l’edizione italiana, è rivolta esclusivamente a temi e problemi del montaggio digitale.
Scrive nella prefazione Francis Ford Coppola: “Mentre io prendo decisioni impulsivamente basandomi solo sull’emozione e l’intuizione, Walter è analitico e metodico in ogni mossa che fa. Mentre io oscillo tra l’estasi e la depressione come la corrente alternata di Tesla, Walter è sempre caldo e rassicurante. È ingegnoso e intuitivo quanto me, e in più è costante”.
George Lucas dice di questo libro: “Un viaggio incredibilmente lucido nella formidabile arte del montaggio, che secondo me è la quintessenza del cinema come forma d’arte. La profondità della visione di Walter Murch in questo campo è sbalorditiva, e questo libro è fondamentale per chiunque voglia capire veramente come si fanno i film”.

Dalla presentazione editoriale.
«Walter Murch nella prima parte del libro offre il suo punto di vista privilegiato su temi come: la continuità e la discontinuità spazio-temporale nei film, nei sogni e nella vita di tutti i giorni; il batter d’occhi come corrispettivo dello stacco nel montaggio dei pensieri.
La seconda parte del libro analizza in profondità i pro e i contro del montaggio non lineare e racconta l’avventurosa storia della sua personale rivoluzione digitale, dai primi esperimenti di montaggio elettronico con Francis Ford Coppola, con il quale ha vinto il primo Oscar per il suono di Apocalypse Now, fino al clamoroso doppio Oscar per il montaggio (digitale) d’immagine e suono in Il paziente inglese».

Walter Murch
In un batter d’occhi
Prefazione di Francis Ford Coppola
Traduzione di Gianluca Fumagalli
Pagine 164, Euro 18.50
Lindau


La verità sul processo Andreotti


«“Assolto! Assolto! Assolto!” Parole urlate a piena gola in un telefonino, sottolineate con un energico pugno sul tavolo, in mezzo a una folla di microfoni e telecamere».
Comincia così un libro di poche, preziose, pagine edito dalla casa editrice Laterza.
A gridare tre volte quella parola in un tribunale di Palermo, è l’avvocatessa Giulia Bongiorno, palermitana, e si rivolge a un imputato eccellente: Giulio Andreotti.
Sarebbe offensivo per la valorosa professionista (oggi senatrice leghista, un passato in Alleanza Nazionale) immaginare che avesse confuso i termini di una sentenza, diciamo che, forse, voleva confortare il suo cliente dandogli una notizia ancora più rosea dall’averla sfangata. Altrimenti qualche malpensante potrebbe considerare quello – e rifiuto di crederlo – il calcolato inizio di una grandissima mistificazione.
Già, perché Andreotti Giulio sottoposto a giudizio (reato di associazione per delinquere) non era stato “assolto”.
La sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì, infatti, che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione».
Sentenza confermata dalla Cassazione il 15 ottobre 2004.
“Commesso” il “reato di partecipazione all'associazione per delinquere estinto per prescrizione” Cosa questa ben diversa dall’essere assolto.

Il libro pubblicato da Laterza è intitolato La verità sul processo Andreotti
Ne sono autori Giancarlo CaselliGuido Lo Forte
Gian Carlo Caselli è stato giudice istruttore a Torino, ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo, è stato poi procuratore generale e procuratore della Repubblica di Torino. Attualmente dirige l’Osservatorio di Coldiretti sulla criminalità nell’agricoltura e sulle ‘agromafie’.
Guido Lo Forte è stato pubblico ministero a Palermo, prima come sostituto e poi come procuratore aggiunto, e a Messina, come procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale. Con la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha curato il processo Andreotti nella fase delle indagini e del dibattimento di primo grado.

Caselli e Lo Forte, titolari di quell’inchiesta, vertici allora della procura di Palermo, descrivono, in “La verità sul processo Andreotti”, lo svolgimento di quel dibattimento senza usare un liguaggio tribunalizio bensì affidandosi ad una comunicazione piuttosto diaristica in cui emergono fatti e nomi inquietanti.
È descritta l’atmosfera creata da tanti giornali e radiotv tesa sostanzialmente a screditare gli accusatori e a elogiare i difensori, fino ad arrivare a calunnie nei confronti dei giudici che avevano indagato.
Fino a una legge 'contra personam' nei riguardi di Caselli impedendogli di diventare Procuratore antimafia, posto che andò a Pietro Grasso il quale (due anni dopo la nomina, però) ammise che era stata commessa una grave scorrettezza nei riguardi di Caselli. Questi in un’intervista rilasciata a Marco Lillo dirà. “Nel 2005 quando il mandato del procuratore Pierluigi Vigna sta scadendo, il Csm bandisce un concorso e il centrodestra fa il primo intervento contro di me prorogando il mandato di Vigna fino al compimento del suo 72esimo anno di età. Poi il Csm pubblica nuovamente il concorso e io ripresento domanda. La commissione degli incarichi direttivi vota. Ed è un pareggio: tre voti a Grasso e tre voti a Caselli. La parola passa al plenum ma prima che tutti i consiglieri possano esprimersi viene approvata una seconda norma, proposta da un ex magistrato eletto con An, che mi esclude”.
Il nome di quell’ex magistrato: Luigi Bobbio.

Dopo quella sentenza dai media fatta passare per assolutoria mentre per niente lo era, articoli su molti quotidiani e periodici, trasmissioni radiofoniche e televisive amplificarono quella bugia mentre Andreotti distribuiva enigmatici sorrisi.
L’immagine mi ricordava quei versi di Palazzeschi in una sua celebre poesia: “L'Assolto”.

Fuggire? Nascondersi agli occhi della gente? Macché!
Sottrarsi alla sconcezza del dubbio ch'io rivesto? Macché!
Rivestirlo dignitosamente o con disinvoltura? Macché! Niente, niente!
Esibirsi, senza misura, generosamente
.

Giancarlo Caselli – Guido Lo Forte
La verità sul processo Andreotti
Pagine 144, Euro 12.00
Editori Laterza


L'albero del latte

Intitolata L’albero del latte è in corso, presso la Fondazione Dino Zoli di Forlì, una mostra di Silvia Bigi a cura di Francesca Lazzarini-.

Francesca Lazzarini, laureata in sociologia, si avvicina alla fotografia alla fine degli anni Novanta, prima da artista e, dal 2007, come critica.
Ha collaborato alla nascita e allo sviluppo di Fondazione Fotografia Modena, presso la quale è stata curatrice, responsabile dei programmi educativi e coordinatrice editoriale.
Dal 2013 lavora come curatrice indipendente.
Nel 2016 ha lanciato il programma di residenze d’artista A.i.R. Trieste mentre nel 2017 è tra i fondatori della piattaforma di ricerca sulle immagini POIUYT.

Dal comunicato stampa.
«Il titolo della mostra è tratto dal “Kanun” di LekDukagjini, un antico codice di precetti e consuetudini tramandate oralmente nei Balcani sin da epoca medievale, e forse ancor prima, e in seguito raccolte in forma scritta. Nel canone – che veniva tramandato dai membri anziani delle comunità e regolamentava l’intera vita sociale, giuridica ed economica dei territori di sua applicazione – era definito “Albero del latte” la stirpe femminile, mentre “Albero del sangue” indicava l’unica vera discendenza: quella maschile, dominante.
Il lavoro di Silvia Bigi si sviluppa da un ritrovamento casuale: l’immagine di una donna, VukosavaCerovic ritratta insieme con un uomo. In realtà, la persona dalle sembianze maschili è sua sorella Stana, ultima vergine giurata dei Balcani. La scoperta dell’esistenza delle tobelije – donne disposte a diventare uomini e mantenersi vergini pur di sfuggire a matrimoni combinati e assicurarsi una vita indipendente in una società fortemente patriarcale – è il punto di avvio di una riflessione che tocca temi tradizionali come il matrimonio, la dote, la sessualità, la perpetuazione delle norme sociali dominanti».

“Potrebbero sembrare storie appartenenti a un altro tempo, a un altro luogo” – osserva l’artista – “eppure tutt’oggi la donna è sottoposta a drammatiche scelte, in ogni luogo del Pianeta. È un fatto che, in Occidente, la sua età fertile coincida con gli anni della sua realizzazione sociale e professionale. È un fatto che sia ancora e sempre chiamata a scegliere, a sfidarsi in ogni limite. A tentare di far tacere, per necessità, l’una e l’altra parte di sé”.

«Con “L’albero del latte”» – scrive la curatrice – «Silvia Bigi esplora il tema dell’identità di genere mescolando realtà e finzione, suggestioni poetiche e provocazioni critiche. Fotografie e installazioni, documenti d’invenzione e objets trouvés raccolti tra i Balcani e la Romagna compongono un percorso che affronta argomenti universali e quotidiani, storici e di attualità, per riflettere sul ruolo della donna nella società contemporanea e sulle possibilità di cambiamento sociale».

Ufficio Stampa:
CSArt – Comunicazione per l’Arte

Silvia Bigi
L’albero del latte
a cura di Francesca Lazzarini
Fondazione Dino Zoli
Viale Bologna 288, Forlì
Info: Tel. +39 0543 755770
info@fondazionedinozoli.com
Fino al 14 aprile 2018



Vite straordinarie di uomini volanti (1)

Spesso alcuni critici acuti e molti lettori raffinati lamentano il decadimento delle nostre patrie lettere deplorando da parte di tanti editori l’abbandonarsi alla letteratura di consumo indicando nel passato maggiore rigore e più alta qualità.
Francamente non so se questo sia vero. Sarà perché credo mai sia esistita, in ogni campo, un’età dell’oro, sia perché pensando a ieri e all’altro ieri scorgo esempi che smentiscono quel, pur nobile, pessimismo.
Già nella letteratura latina e greca troviamo satire contro poetastri che riscuotevano gran successo, ma senza andare per le lunghe, in Italia, in termini storici appena poco fa, i libri di Guido da Verona andavano alla grande e quelli di Italo Svevo giacevano invenduti sui banchi. L’informazione culturale? In quegli stessi anni la rivista “Le grandi firme” di Pitigrilli con in copertina le tornite signore di Boccasile, vendeva il decuplo della “Fiera Letteraria”. E quando per effetto delle leggi razziali Pitigrilli lasciò la direzione data a Cesare Zavattini il quale migliorò i contenuti del periodico, che successe? La rivista in breve chiuse per sempre.
Hanno torto quei critici e lettori di palato fine? Non del tutto. Il fatto è che oggi, cambiata la comunicazione, amplificata com’è dai più numerosi e moderni mezzi di trasmissione, il prodotto mainstream è promosso in modo tanto imponente e assordante da sembrare che esista solo ciò che è più gradito al mercato.
Semmai, trovo peggiorata, rispetto a un tempo, proprio la confezione di genere, e non solo in letteratura. Avviene per varie cause, nei nostri tempi ansiogeni di cui sono carnefici e vittime autori, editori, produttori, funzionari radiotv.
A farla corta: i buoni libri esistono. Bisogna avere pazienza più di ieri nel cercarli. Soprattutto presso quelle case editrici (poche, in verità) che facendo surf sull’onda mercantile, pur tenendo un occhio non distratto sull’amministrazione, praticano qualità.
Ad esempio, la Sellerio e di uno straordinario libro proprio dell’editrice palermitana mi accingo a dire.
Si tratta di Vite straordinarie di uomini volanti, l’autore è Errico Buonanno, nato a Roma nel 1979. Per sue notizie biografiche CLIC.

Quando pubblicò nel 2003 “Piccola serenata notturna” fu da me invitato a fare quattro chiacchiere nella sezione Enterprise su questo sito.
Chi si loda s’imbroda, ed eccomi imbrodato perché “Piccola serenata notturna” mi piacque moderatamente, ma quindici anni fa l’invitai perché intuii che dietro quelle pagine che non mi entusiasmavano c’era uno scrittore vero che avrebbe fatto cose buonissime.
Mi pare che una volta tanto non ho toppato.
“Vite straordinarie di uomini volanti” racconta di creature che volano e di molti pronti a testimoniare che volavano proprio.
Famoso, e noto ad alquanti, è Frate Giuseppe da Copertino nato nel 1603 e fatto aereosanto nel 1767. Buonanno, però, fa conoscere tante e tanti (circa duecento) che decollavano, roba da costituire una vera e propria flotta destinata a plurali incarichi volontari o non che fossero. Due esempi: soccorso da eliambulanza (il caso di Fra Bentivoglio che trasportava lebbrosi); bombardieri (i temibili tempestarii che devastavano i campi con una meteoguerra ma dovevano vedersela con i contadini defensores).
Ecco un gran libro, di quelli che più mi piacciono e ve ne consiglio l’acquisto se siete fra quei lettori raffinati di cui dicevo in apertura.
«Vite straordinarie di uomini volanti» - è detto nella presentazione editoriale – «è il sorprendente resoconto di quanto la capacità di volare fosse regolarmente presente dentro la realtà fantastica, ma è anche un “manuale sul volo umano scritto abbracciando la trasognata visionarietà di quei levitanti personaggi. Tra questi Frate Giuseppe da Copertino, un sempliciotto, un “idioto”, ma che, come giurano documenti e testimonianze, sapeva volare quando un’emozione o una gioia lo prendeva. Questo libro racconta l’intero arco delle cronache di persone volanti, mettendo insieme fonti storiche, pensieri sul volo e pagine letterarie».

Ancora una cosa. Nell’epoca moderna si ha notizia di uomini volanti?
Sì, un precursore dei paracadutisti c’è stato. Un sarto francese. Franz Reichelt, il suo nome. Del suo volo esiste documentazione cinematografica. Inventore di un paracadute, la mattina del 4 febbraio 1912, salì sulla Torre Eiffel e si tuffò. Gli andò male. Le corde si attorcigliarono e si schiantò al suolo. L’autopsia dimostrò che non era morto per l’impatto sul terreno, ma d’infarto. Accortosi in volo della morte vicina, era morto di paura.
Uomo volante fai da te?... Ahi, ahi, ahi!

Segue ora un incontro con Errico Buonanno.


Vite straordinarie di uomini volanti (2)

A Errico Buonanno (in foto) ho rivolto alcune domande.
Com’è nato questo libro?

Tutto inizia da Giuseppe.
Giuseppe da Copertino, questa figura incantevole in ogni senso. E dai fratelli Flavio e Paola Soriga, che mi avevano chiesto di partecipare al loro festival “Sulla terra leggeri” all’Argentiera, in Sardegna, tenendo una sorta di lezioni sulla leggerezza. Nel prepararle, incappai per caso in Giuseppe, un “idioto”, come lo definiscono le cronache del Seicento, un uomo che, letteralmente, aveva la testa fra le nuvole. Campione di disastri, buono a nulla, semi-analfabeta ma, proprio per questo, dotato di un potere. Ogni volta che si emozionava, o che si sentiva felice, o che veniva rapito, Giuseppe volava. E questa immagine mi è sembrata da subito un esempio perfetto di uomo con la testa fra le nuvole. L’uomo che non sa stare sulla terra, perché non fa parte della terra, e che sa votarsi all’arte più inutile e più meravigliosa possibile: quella di far stare col naso in su, di guardare le cose da un’altra prospettiva. Ho scoperto così che esistono almeno duecento casi di persone volanti o levitanti; un fenomeno abbastanza comune, un tempo, che si è interrotto in un momento preciso: con la scoperta della legge di gravità. Ovvero, gli uomini volavano finché ci credevano, finché qualcuno non ha dimostrato loro che era impossibile. Io ci ho voluto credere.

Qual è la differenza fra i voli mitologici di Dedalo o Icaro e quelli di cui tu scrivi?

La prima differenza è la più evidente, ma forse anche quella che conta di meno: io scrivo di persone volanti. Volanti per davvero, senza l’aiuto di marchingegni. Sono persone che volano spontaneamente, e che anzi a volte si vergognano di questa loro capacità. “Perdonatemi, – diceva Giuseppe – sono difetti di natura”. Ma il volo è così: è un’impellenza, non si può trattenere. La seconda differenza è più sottile. Dedalo e Icaro volavano con uno scopo, dovevano fuggire. Il volo di cui parlo io ha la caratteristica dell’inutilità. A cosa serve finire sui rami di un albero o volare sul Campidoglio come faceva Simon Mago? A niente. A stupire. A fare star gli altri con il naso in su. E in questo il volo è parente del gioco, della poesia, della letteratura. È un incanto senza altro fine che se stesso. Forse per questo i volatori sono sempre odiati da chi è troppo terrestre: producono scandalo.

Qual era la prima condizione necessaria per essere un uomo o una donna volante ?

Qualcuno ha parlato di “sprezzatura”. Cioè il divino infischiarsene, il saper dar poco peso alle zavorre del mondo. In Peter Pan nei giardini di Kensington c’è una scena meravigliosa. Il piccolo Peter vola per la prima volta perché vede un uccellino che lo fa e, non sapendo che i bambini non possono volare, decolla anche lui e finisce su un isolotto in mezzo a un lago. Quando gli uccelli gli rivelano che per lui volare è impossibile, ecco che perde la possibilità di farlo e rimane bloccato. Ma passa di là qualcuno che ha molto a che fare col volo (o coi bambini): un poeta, Shelley. E il poeta ha la sprezzatura: si ritrova in tasca una banconota, e che mai ci può fare? Una barchetta di carta, che lascia navigare sul lago e che arriva fino a Peter. Ecco, confondersi con un uccello, fare coi soldi una barchetta. Migliore ricetta per il volo non c’è.

“Levitas” e “Gravitas”, due poli tra i quali svolgi riflessioni su chi vola, tempo e società che videro gli uomini volare.
Questo nuovo millennio sotto quale di quei due segni nasce
?

A domande del genere viene sempre voglia di dare risposte pessimistiche. Ma la realtà è che non è mai esistito un secolo che non abbia avuto la sua “gravitas” o le sue false, superficiali (e quindi in realtà pesantissime) leggerezze. Così come, d’altronde, non è mai esistito un secolo che abbia abolito ogni traccia d’incanto. Si vive sempre temendo di essere in un’epoca più dura, più “grave”. Ma non era più lieve la Spagna in cui la giovane Teresa d’Avila, futura grande volatrice, doveva leggere di nascosto i suoi romanzi cavallereschi che le parlavano di Astolfo sulla luna, e addirittura scriverne uno, purtroppo oggi perduto. Non era più lieve l’America in cui gli schiavi neri Igbo si trasformavano in uccelli per tornarsene in Africa. Volare significa sempre imbastire una lotta tra le convenzioni eterne e l’aspirazione al cielo. Che, per fortuna, non finisce mai.

…………………………………………….

Errico Buonanno
Vite straordinarie di uomini volanti
Pagine 192, Euro 13.00
Sellerio


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