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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Ciarallo e Dracius a paginauno

Come sanno quei generosi che leggono queste mie cronache, da tempo non recensisco romanzi (né poesia stampata, ma quella videorock sì), chi volesse sapere perché, basta che clicchi QUI.
Riservo solo un interesse per i racconti (mica tutti, s’intende) perché è arte difficile, scrivere sul corto è roba tozza, altro che scrivere grossi tomi.
È un caso forse che si possa scrivere graficamente un certo nome anche così: alessadROMANZONI?
Nelle riflessioni sulla letteratura il racconto occupa largo spazio. Da Claude Bremond a Julien Greimas, a Tzvetan Todorov ad altri ancora. “Toccherà a Genette” - scrive Francesco Muzzioli (Le teorie della critica letteraria, 1994) – “con ‘Discorso sul racconto’ sistematizzare l’analisi degli aspetti e dei modi della narrazione breve uscendo dalla mera sequenza delle funzioni narratologiche […] Todorov, ad esempio, arriverà addirittura nella compilazione di una “grammatica” del Decameron, a tradurre l’intreccio in formule algebriche”.
Ricordo l’invenzione preconizzata da Italo Calvino del termine “iperomanzo” (un’anticipata definizione lessicale dell’e-letterature) un luogo “d'infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili"; dove può valere "un'idea di tempo puntuale, quasi un assoluto presente soggettivo"; dove le sue parti "sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata"; che funziona come "macchina per moltiplicare le narrazioni".
Tornando ai racconti, m’interessano, ma solo in quelli in cui vi scorgo una scintilla capace d’illuminare in poche (meglio, molto meglio se pochissime) pagine una ricerca di linguaggio o, almeno, un tentativo in quella direzione.

L’editrice paginauno, sapientemente guidata da Walter Pozzi, ha mandato in libreria due libri di racconti.
Il primo, per data di pubblicazione, è intitolato Le spade non bastano mai e ne è autore Giuseppe Ciarallo; il secondo uscito nell’aprile di quest’anno, è Rue Monte au Ciel, autrice Suzanne Dracius.

Tempo fa, di Ciarallo (QUI biografia e un’intervista di Francesco Basso), su queste pagine, scrissi della sua trascinante operina intitolata Danteska; un vorticoso attraversamento infernale dei nostri giorni tra impegno politico e lampi linguistici.
Questa sua recente raccolta di racconti, invece, scorre su piani di scrittura tradizionale, bonariamente umoristica, e a parecchi dei 22 pezzi avrebbe giovato qualche taglio.
Assai presente il ricorso al dialogo fra i personaggi tanto che, forse, l’autore potrebbe pensare a un adattamento teatrale di alcuni di quei testi.
Un solo racconto si distacca da tutti gli altri non soltanto per stile, ma per tensione morale e accuratezza espositiva, è intitolato «Eqquessaè».
Che in dialetto molisano suona: “E così stanno le cose”.
Eqquessaè.


Ottima scelta dell’editrice paginauno quella di pubblicare i racconti raccolti sotto il titolo “Rue Monte au Ciel” dell’autrice creola Suzanne Dracius (QUI biografia e un’intervista rilasciata al Arts Caribbean).
Meriterebbe di essere conosciuta decisamente di più e questo libro mi auguro possa segnare una svolta dei suoi destini editoriali in Italia.
In questo volume, ci troviamo di fronte a una raffinata costruzione di struttura perché in tutti i 9 racconti avanza una figura femminile – in un caso personaggio che (segnalano opportune note) viene da altre pagine della Drucius – che, declinata in plurali forme d’esistenza e occasioni biografiche ha le stesse sembianze antropologiche delle altre compagne di pagine. Cioè una donna meticcia divisa tra due desideri: non tradire le tradizioni socio-culturali da cui proviene e vivere il ruolo della donna nei nostri tempi.
Mi verrebbe da segnalare tanti titoli, perché molti ne meriterebbe l’autrice, mi limiterò a due: lo sfolgorante “Clorofilliana creazione”, febbrile e tumultuoso (non a caso dedicato al surrealista Jean Benoît); il silenzioso incantesimo nel frastuono di un aeroporto in “Perché era lui”.
Due racconti di poche splendide pagine, senza dialogo e valorosamente con esile trama. Ma non sono i soli.
Insomma, una lettura esaltante.
Se è vero che una traduzione si può giudicare anche dalla lingua in cui approda, allora va lodato il lavoro di Lea Olivieri che ha tradotto in modo lucente e partecipato.
Un CLIC per visitare il sito web della preziosa Suzanne Dracius.

Giuseppe Ciarallo
Le spade non bastano mai
Pagine 204, Euro 13.00

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
Pagine 234, Euro 14.00

Edizioni paginauno


Via Tasso (1)

La casa editrice Odradek ha mandato in libreria Via Tasso Quartier generale e carcere tedesco durante l’occupazione di Roma.
L’autore è Fabio Simonetti.
Nato a Roma nel 1984, laureato in Scienze Storiche, si occupa di storia orale, sociale e militare. Attualmente lavora presso l’archivio dell’Imperial War Museum di Londra.
Di recente ha curato un volume che raccoglie le lettere di un soldato italiano disperso durante la ritirata di Russia nella seconda guerra mondiale: Il ragazzo con i baffi. Lettere dal fronte russo (Roma, 2015).
Un giovane storico, quindi, ma già maturo per capacità d’analisi e sapiente scrittura.
Ve ne accorgerete leggendo le sue serratissime pagine che procedono attraverso documenti, lettere, colloqui con testimoni, portando il lettore a conoscere in modo esaustivo l’angosciosa atmosfera di un luogo e dei responsabili, anche italiani, di quell’orrore.
Inoltre, e tengo molto a sottolinearlo, nessuna concessione a romanzerie così come troppo spesso nei libri presentati come storici accade per poi trovarci davanti a dialoghi inventati, aggettivazione con finalità cosmetiche, e altra bassa cucina narrativa.
In Simonetti, ogni pagina è sorretta da una rigorosa documentazione.
Libro necessario in un momento dove in Italia si agitano vecchi spettri che la Sinistra già un tempo ne sottovalutò il possibile ritorno e oggi poi ne favorisce l’affermarsi snaturandosi, pervertendosi, inrenzizzandosi e inboschizzandosi.
Fra poco ricorre la nascita di Piero Gobetti – la sinistra nella quale mi riconosco – e pur essendo ancora attuali le sue idee, quanto ne siamo lontani nella pratica politica!
Questo volume di Odradek ha il grande merito di ricordare a noi tutti le sofferenze di tanti che lottarono per un’Italia nella quale, fossero vivi, non ne riconoscerebbero neppure la sagoma geografica.

Dalla quarta di copertina
Roma, settembre 1943. In seguito all’occupazione della città da parte delle forze armate tedesche, le SS di Herbert Kappler si installano nella vecchia sede dell’Ufficio di collegamento tra le polizie italiana e tedesca, in un anonimo edificio situato in una stradina nei pressi di San Giovanni: via Tasso.
Centro nevralgico dell’occupazione, da questo momento via Tasso diviene la sede dell’Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD (Comando estero di Roma della Polizia di Sicurezza e dello SD) e del carcere provvisorio delle SS. Qui dal settembre 1943 al giugno 1944 passeranno centinaia di oppositori che saranno imprigionati, torturati o condotti a morire alle Fosse Ardeatine, a La Storta o a Forte Bravetta.
L’aura di mistero che cresce intorno all’edificio, lungi dallo svanire dopo la liberazione, porterà alla nascita di una cupa leggenda.
L’intera storia dell’Aussenkommando Rom viene qui ricostruita assumendo il punto di vista sia dei tedeschi occupanti sia dei prigionieri del carcere grazie a una serie di testimonianze e interviste che permettono di riportare alla luce la sua doppia faccia: quartier generale delle SS e temuto luogo di tortura per i patrioti romani
.

Segue ora un incontro con Fabio Simonetti.


Via Tasso (2)


A Fabio Simonetti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Dei tanti misfatti nazifascisti sui quali potevi indagare, da quale principale ragione la tua attenzione è stata attratta proprio da Via Tasso?

Via Tasso è un argomento assolutamente centrale nella storia e nella memoria dell’occupazione di Roma. Tuttavia, il fatto sorprendente è che ben poco si sapeva delle attività che si svolgevano al suo interno, finendo spesso con il focalizzarsi solo sulle testimonianze dei prigionieri del carcere e le torture che vi si praticavano. Ma Via Tasso significa molto di più. Da qui la mia decisione di analizzare tutte le sue “facce”: usando per lo più fonti orali, memoriali e deposizioni, ho dato la parola ai protagonisti stessi di questa vicenda. Alle testimonianze dei detenuti del carcere, che descrivono la vita all’interno delle celle e le torture che subiscono, si unisce così la ricostruzione delle importanti attività svolte all’interno dell’Aussenkommando Rom fatta dalla Gestapo e dallo SD stazionate nell’edificio; fra questi Erich Priebke, che ho potuto incontrare personalmente e che fu fra i primi ad essere assegnati a questi uffici. Affascinante è inoltre lo studio della peculiare memoria che si elabora attorno a questo luogo, portando alla creazione di quella che ho chiamato la “leggenda” di Via Tasso, la formazione di quell’aura di mistero e terrore formatasi grazie soprattutto alla rappresentazione che ne viene data nell’immediato dopoguerra. Un luogo di cui si teme persino di pronunciare il nome, preferendo dire semplicemente “laggiù”.

Il fascismo quali responsabilità dirette ha avuto nei nove mesi d’occupazione nazista di Roma e delle atrocità di Via Tasso?

Il ruolo del fascismo repubblicano durante l’occupazione di Roma è di attiva collaborazione. Nonostante non ci sia dubbio che la città di Roma sia governata dagli occupanti tedeschi e che Via Tasso, ad esempio, sia interamente gestito da personale delle SS, non si può non tenere in considerazione il ruolo fondamentale assunto dagli italiani nella gestione dell’ordine pubblico all’interno della città o in episodi cruciali quali il rastrellamento del ghetto o l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Allo stesso modo, per quanto riguarda Via Tasso, i fascisti ricoprirono un ruolo di secondo piano ma di cruciale importanza ai fini delle indagini operate dai tedeschi. La figura di Federico Scarpato, ad esempio, mostra come questi collaborazionisti agissero sia come interpreti, anche durante interrogatori e torture, sia come delatori. È certo, infatti, che la Gestapo avvia la maggior parte delle sue indagini grazie all’attività di italiani o alle informazioni ottenute attraverso la tortura.

Perché non c’è stata una Norimberga italiana? E, anzi, perfino amnistie per i repubblichini da quella di Togliatti (contestata da parte della base e da altri movimenti antifascisti) ai successivi ampliamenti varati da governi Dc?

Sin dall’inizio del conflitto gli Alleati corteggiarono l’Italia e la trattarono in maniera molto differente rispetto alla Germania. Il piano era infatti quello di addossare su quest’ultima tutte le colpe della guerra e dipingere il suo alleato come vittima di Mussolini, colpevole di essersi legato ai nazisti. In questo modo si ritagliava uno spazio per una trattativa di pace separata con l’Italia, da ricostruire sotto l’egemonia della sfera occidentale. Questo portò inoltre alla nascita del mito del “bravo italiano”, un soldato incapace di commettere le atrocità di cui si era macchiato il “cattivo tedesco” e che, anzi, solidarizzava con le vittime dell’occupazione nazista, essendo lui stesso vittima dell’alleato-nemico. Questa auto-rappresentazione causò seri problemi nell’elaborazione della memoria dei delicati eventi bellici in Italia e di un sano confronto con il suo passato nero. L’atmosfera da guerra fredda che caratterizzò l’Europa a partire dall’immediato dopoguerra, inoltre, contribuì a sviluppare queste teorie permettendo all’Italia di rientrare nel circolo dei “giusti”. Dopo Norimberga e Tokyo venne deciso che il mondo occidentale non aveva più bisogno di ascoltare le atrocità italiane commesse in Africa, in Unione Sovietica o nei Balcani.

Come ho accennato in apertura, il tuo libro è benvenuto in un momento storico in cui si assiste ad una recrudescenza del neonazismo e dell’antisemitismo. A chi attribuire le maggiori colpe nel non avere previsto e prevenuto quanto oggi assistiamo?

Ritengo di fondamentale importanza lo studio e la valorizzazione dei principi fondanti della nostra repubblica, oggi più di ieri. Un maggiore sostegno da parte delle istituzioni a giovani ricercatori nel settore umanistico e a istituzioni quali il Museo della Liberazione di Via Tasso contribuirebbe indubbiamente alla salvaguardia di una memoria che vediamo offuscarsi giorno dopo giorno. La tentazione di cercare colpevoli su cui riversare responsabilità che in realtà sono più collettive è sempre forte, e la ciclicità della recrudescenza di correnti di pensiero e movimenti estremisti di questo genere mostra che periodi di crisi come quello che stiamo vivendo sono sempre particolarmente soggetti a un’estremizzazione delle posizioni, dividendo e ghettizzando. Tuttavia, questo non allevia il pesante ruolo avuto da anni di ristrettezza mentale e corruzione che hanno caratterizzato la leadership del nostro Paese e che hanno dato vita a quella incolmabile distanza fra governanti e governati che ben conosciamo al giorno d’oggi.

Solo alcuni dei tantissimi giudizi sulla parola “Storia”.
Piero Gobetti: "La storia è sempre più complessa dei programmi".
“La Rivoluzione liberale”, 1924.
Alain: "La storia è un grande presente, e mai solamente un passato".
“Le avventure del cuore”, 1945
Elias Canetti: "Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare".
“La tortura delle mosche”, 1992.
E per Fabio Simonetti la Storia che cos’è
?

È interpretazione, è il risultato dell’eterno sforzo di dare un ordine e un senso alle vicende che caratterizzano la nostra vita e la cui trasmissione ne possa favorire una migliore comprensione. Non credo nell’utopia di una storia con la “S” maiuscola, dal momento che qualsiasi storia leggiamo o scriviamo è il risultato di un punto di vista, di scelte fatte e di esperienze vissute da parte del suo autore.

Fabio Simonetti
Via Tasso
Prefazione: Giovanni Contini Bonacossi
Pagine 332, con documenti fotografici
Euro 25.00
Odradek Edizioni


Videoart Yearbook


È giunta quest’anno alla XII edizione, Videoart Yearbook.
Comitato scientifico: Renato Barilli, Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Pasquale Fameli, Silvia Grandi, Fabiola Naldi.
Si ripete la variante già adottata l’anno scorso, di proporre cioè un numero di quattro “personali” dedicate a videoartisti già emersi nelle precedenti edizioni.
A ciascuno di essi è dato un tempo di circa 20-25 minuti, in modo da presentare un numero adeguato di opere così da farne apparire chiaramente lo stile.
I prescelti sono Filippo Berta - Rita Casdia - Christian Niccoli - Debora Vrizzi.

I quattro sono stati scelti, tra i migliori delle passate edizioni, per caratteristiche diverse che coprono bene il campo - ha detto Renato Barilli - Berta e Niccoli rappresentano la capacità di cogliere l’evento imprevisto, nella sua crudeltà o sgradevolezza o anche nel potere di portarsi dietro una stupefazione enigmatica. Casdia è un’eccellente rappresentante della computer graphic, a gara coi cartoni animati. La Vrizzi documenta molto bene il versante della ricerca antropologica, affrontata anche con doti di humour .

Noi di Nybramedia, siamo felici di vedere nel quartetto prescelto Debora Vrizzi che nell’aprile 2011 presentammo sul nostro sito.


Il cinema di Ansano Giannarelli (1)

Esistono figure del cinema italiano (e, certamente, non solo italiano) che pur rappresentando con ruoli incisivi periodi particolari dello schermo non sono ricordati quanto meriterebbero.
Ad esempio: Ansano Giannarelli, nato a Viareggio nel 1933 e morto a Roma nel 2011.
Eppure basta solo affacciarsi sull’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico per incontrare una ricca produzione del regista viareggino.
Non tutti, però, dimenticano. Così è accaduto che uno studioso di cinema dotato di grande sensibilità storica abbia dedicato un libro a Giannarelli pubblicato dalla casa editrice Lindau.

Titolo: Il cinema saggistico di Ansano Giannarelli.
L’autore è Antonio Medici.
Collaboratore di «Cinema Nuovo», «Cinemasessanta», «Cinecritica», «Close-Up», ha scritto “Neorealismo” (Audino, 2008) e “L’alfabeto dello sguardo. Capire il linguaggio audiovisivo” (con D. Vicari, Carocci, 2004); “Gillo Pontecorvo. «Giovanna», storia di un film e del suo restauro” (Ediesse, 2002), gli «Annali» della Fondazione Aamod.
È stato docente di Cinematografia documentaria presso l’Università Roma Tre e di Archivi audiovisivi presso l’Università della Tuscia.
Dal 2011 è Coordinatore generale della Scuola d'Arte Cinematografica Gian Maria Volontè.
Va ricordata anche una precedente attenzione di Medici al lavoro di Giannarelli nel volume miscellaneo Cercando la rivoluzione.

Scrive Giovanni Spagnoletti nella Prefazione: Antonio Medici (…) prova (a mio avviso riuscendoci pienamente) a ricontestualizzare e attualizzare il senso profondo del disegno cinematografico del nostro regista (e non solo, notevole organizzatore culturale), riaffermandone quindi un’importanza che va l di là di un modaiolo “vintage” storico.

Dalla presentazione editoriale.
"Sulla scorta della tradizione letteraria, risalente a Montaigne, la forma saggio richiede anche nel film il radicale mettersi in gioco dell’autore, l’auto-riflessività del linguaggio, l’attraversamento dei generi, l’interpellazione dello spettatore, nel tentativo di restituire sullo schermo il processo, talvolta accidentato, quasi mai lineare, del pensiero. Sono i tratti di una identità che è possibile scoprire nell’opera di Ansano Giannarelli, regista e intellettuale piuttosto anomalo nel panorama italiano: prima in forma embrionale (fin dal suo esordio, nel 1960, con il corto “16 Ottobre 1943”), poi in forma pienamente consapevole nei suoi lavori più importanti, Sierra Maestra (1969) e Non ho tempo (1972), notevoli e originali esempi di film-saggio, che si collegano alle più innovative esperienze cinematografiche internazionali degli stessi anni.
È proprio usando questa chiave di lettura che il libro intende proporre una riconsiderazione critica del lavoro di Giannarelli, per sottrarlo alla frettolosa rubricazione di cineasta legato alla stagione del ’68 (inevitabilmente datato?), e restituirgli tutta l’attualità di una tensione intellettuale, politica e personale volta a sovvertire i linguaggi consolidati, sperimentando forme di cinema inedite e originali".

Segue ora un incontro con Antonio Medici.


Il cinema di Ansano Giannarelli (2)


Ad Antonio Medici (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quale elemento ti ha spinto in particolare ad avvicinarti alla figura di Giannarelli?

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Ansano Giannarelli nel 1998, quando ho iniziato a collaborare con la Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, di cui allora era presidente. Da lì in poi è nata una frequentazione professionale e un'amicizia, poiché Ansano possedeva, almeno ai miei occhi, straordinarie qualità umane... Era nello stesso tempo appassionato e gentile: si accalorava nella difesa delle sue idee ma dimostrando sempre una grande sensibilità nei confronti dell'interlocutore. A quell'epoca, avevo trovato il suo nome nei manuali di storia del cinema, che avevo studiato all'università, quale autore di “Sierra Maestra”, opera militante collegata alla stagione del Sessantotto. Ma non l'avevo ancora vista. I suoi film, in effetti, li ho poi visti un po' alla volta e mi sono sembrati molto interessanti, tanto che alla fine degli anni novanta ho dedicato a Giannarelli una rassegna personale in una manifestazione di cui ero direttore artistico. Ciò che mi colpiva di più, sia nei cortometraggi che nei lungometraggi, era la dimensione intellettuale, la consapevolezza con cui cercava di realizzare una precisa idea di cinema.

Nei decenni 60’ e ’70 in cui si pone la gran parte dell’opera di Giannarelli, anche altri cineasti operavano sul cursore politico. Qual è stata la sua singolarità?

Penso che Giannarelli abbia cercato di portare nei suoi film non solo un contenuto politico nuovo, talvolta radicale, entrando in sintonia con l'onda delle mobilitazioni che in quegli anni avevano un respiro internazionale e mettevano in discussione l'assetto capitalistico, fino ad evocarne il rovesciamento. Penso che egli abbia sentito anche la necessità e provato a praticare una sovversione linguistica ed estetica del cinema, in modo che quei contenuti nuovi trovassero forme nuove di espressione, di rapporto con il pubblico e configurassero un nuovo sistema dei mezzi di comunicazione di massa. Non è l'unico regista, naturalmente, a sentire questa necessità (basti pensare alla formula godardiana: “bisogna fare politicamente i film”), ma in Italia, se si eccettua l'underground, non sono molti i registi di cinema che hanno la stessa radicalità linguistica. Non a caso, egli è in sintonia con le istanze che in quegli anni Cesare Zavattini porta avanti, volte a praticare essenzialmente cinema fuori dal cinema, inteso come apparato industriale e professionale.

Quale può essere la chiave di rivalutazione del suo cinema?

La riconsiderazione critica di Giannarelli è la chiave di fondo del mio libro: oggi probabilmente è un autore sconosciuto ai più e rubricato nelle storie del cinema – quando è citato – come un regista legato alla stagione dell'impegno politico e militante. Una collocazione che mi è parsa riduttiva, oltretutto basata prevalentemente su letture di tipo contenutistico. Analizzando in profondità i suoi film (in particolare “Sierra Maestra” e “Non ho tempo”) emerge invece la sua progettualità estetica e culturale: il rifiuto delle gerarchie e dei confini dei generi cinematografici tradizionali, la sperimentazione e la ricerca sul linguaggio e il metalinguaggio, il mettersi in gioco e discussione come soggetto autore, con un suo punto di vista, che va reso esplicito anche per costruire un nuovo rapporto con il pubblico. Si tratta di caratteristiche che la letteratura scientifica contemporanea ascrive al film-saggio, una forma di cinema oggi tornata all'attenzione sia degli studiosi che degli stessi cineasti, i quali raccolgono oggi – come hanno fatto passato, solo per citare alcuni nomi, Vertov, Marker, Godard, Welles – la sfida di opere in cui trovi la strada per esprimersi la personale dimensione intellettuale degli autori.

Negli anni in cui agì Giannarelli, si diffuse un altro cinema, assai diverso dal suo negli esiti formali, che veniva d’oltre oceano (Mekas, Warhol, e tanti altri come in Italia quelli raccolti dalla Cooperativa Cinema Indipendente).
Come spieghi che nello stesso tempo esistano due tendenze tanto diverse
?

Giannarelli era uno spettatore e un lettore attento: conosceva e recensiva nei suoi diari le tendenze più aggiornate e sperimentali del cinema del suo tempo e amava molto, tra gli altri, Jonas Mekas, Lionel Rogosin, John Cassavetes. Conosceva, in Italia, sia le esperienze di Grifi e Baruchello che le diverse iniziative di cinema indipendente: credo che egli apprezzasse molto la sperimentazione linguistica praticata in tali esperienze, pur magari non condividendone sempre i risultati. Credo che avvertisse una tensione comune sul lato delle innovazioni formali, che però egli ha prevalentemente fatto coincidere con l'impegno politico militante.

Antonio Medici
Il cinema saggistico di Ansano Giannarelli
Prefazione di Giovanni Spagnoletti
Pagine 258, Euro 24.00
Lindau


Dominio Pubblico

Tra i Festival che resistono, nonostante i tagli inflitti alla cultura e alla ricerca da quei buontemponi dei nostri governanti, c’è Dominio Pubblico La Città agli Under 25.
È un festival multidisciplinare, giunto alla quarta edizione, che si svolge a Roma dal 30 maggio al 4 giugno negli spazi del Teatro India, grazie alla collaborazione con il Teatro di Roma. Nato nel 2014 dall’incontro delle direzioni artistiche di Teatro Argot Studio e Teatro dell’Orologio è riconosciuto, bontà loro, come realtà promozionale dal MiBACT - Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
È uno strumento d'indagine sulla creatività di una nuovissima generazione di artisti under 25 di tutta Italia, attivi in diversi campi artistici (teatro, danza, performance, audiovisivi, musica, arti visive).
All’interno della manifestazione sono in programma circa 50 eventi tra spettacoli teatrali e di danza, audiovisivi, arti visive e concerti dislocati prettamente negli spazi interni ed esterni del Teatro India con alcuni eventi programmati in spazi più periferici come Cinema Aquila e al Teatro Quarticciolo di Roma.
Dominio Pubblico si propone anche come attività di promozione per la formazione di spettatori definiti “attivi” (definizione, a dire la verità, che non mi pare felicissima) poiché – è detto – la selezione degli artisti ospitati al festival viene compiuta in autonomia da un gruppo di under 25, che poi si impegna nell’organizzazione generale e nella comunicazione del festival stesso.

In foto il logo.


Dice il direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi: Devo ringraziare prima di ogni altro i “tre moschettieri” di questo progetto: Tiziano Panici, Fabio Morgan e Luca Ricci, perché si sono fatti carico di cogliere, insieme a noi, ciò che sta accadendo di nuovo nelle arti e di mostrarcelo. Ogni decennio ha avuto le sue avanguardie, soprattutto questa città: Roma è e resta una città dai molteplici fermenti artistici che vanno considerati una risorsa strategica. Tra le missioni di un teatro pubblico c’è anche quella di valorizzare le realtà emergenti e i nuovi talenti. Ecco perché quando ci è stato proposto Dominio Pubblico per noi è stata una grande opportunità per contribuire a dare spazio ai futuri artisti e direttori. Dominio Pubblico è un progetto che sentiamo anche “nostro” e lo trasformeremo, con partner internazionali, un progetto da candidare a Europa Creativa. Speriamo anche che questa invasione artistica di tutti gli spazi del Teatro India ci faccia comprendere meglio le ulteriori potenzialità di questo sito così affascinante, che ci piacerebbe trovasse un nuovo futuro come il Matadero di Madrid o La Friche di Marsiglia, ovvero luoghi di produzione, creazione, partecipazione, svago!.

QUI un Blu Trailer

Per il calendario del Festival: CLIC!

Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 I 345.4465117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Dominio Pubblico
Teatro India, Roma
Lungotevere Gassman 1
Info: 06 – 87 75 22 10
info@dominiopubblicoteatro.it
30 maggio – 4 giugno 2017


Oasi

Il CRM (Centro Ricerche Musicali – fondato da Michelangelo Lupone e Raffaella Bianchini – agisce a Roma dal 1990 ed è una delle più avanzate frontiere dell’esplorazione sonora attraversando il ponte che collega il territorio dell’ arte con quello della scienza.
Tanti i riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero, testimonianza più recente della stima che circonda il lavoro espressivo del Centro è l’invito ricevuto in Brasile dove dal primo giorno di giugno ai visitatori sarà possibile immergersi in un’interattiva operazione multisensoriale.
Si tratta di Oasi Installazione adattiva scultoreo-musicale.
Autori: Licia Galizia per il progetto plastico spaziale - Michelangelo Lupone Planofoni®.
Curatore artistico: Laura Bianchini – Assistente di progetto: Emanuela Mentuccia –Assistente musicale: Silvia Lanzalone – Assistente tecnico: Maurizio Palpacelli.

Gli autori così illustrano l’installazione.
“OASI è un luogo di esperienza multisensoriale, un ambiente immersivo e interattivo in grado di mutare nel tempo, di adattare e sviluppare la forma musicale in relazione ai gesti del fruitore.
Tutte le componenti espressive di OASI sono correlate e integrano l’ascolto, il tatto e la visione.
L’installazione presenta due aree contigue e interconnesse, caratterizzate ciascuna da un punto di convergenza dove il fruitore può stabilire un dialogo intimo con la musica e dar vita alle sue mutazioni cogliendone la coerenza con le forme plastiche e le caratteristiche della materia.
Nella prima area (OASI-1) elementi vibranti si inseriscono nelle pareti e nel pavimento assumendo un andamento sinuoso, come vele mosse dal vento.
Gli stessi elementi irradiano il suono con proprietà diverse, costruendo, intorno al visitatore, una musica dinamica e avvolgente con traiettorie che guidano la percezione di uno spazio virtuale in elevazione.
Nella seconda area (OASI-2) elementi mobili sono sospesi al centro di un nucleo che accoglie il fruitore. La musica generata e modulata dalle forme plastiche, le mutazioni di calore e di vibrazione della materia guidano la percezione di una discesa verso il basso, un avvicinamento ad un punto focale generativo.
Tutti gli elementi dell’installazione sono sensibili alla posizione, al movimento, al contatto con il fruitore; le superfici incise, forate, piegate, propongono una lettura tattile dei segni e dei modi di vibrazione correlati alla partitura musicale”.

L’immagine in foto è una creazione di Emanuela Mentuccia.

Franco Speroni, storico dell’Arte contemporanea, docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze: “L’immersione nello spazio e l’interazione con l’opera che nella ricerca di Galizia e di Lupone hanno preso la forma originale di installazioni scultoreo-musicali adattive, cioè imprevedibili nei loro sviluppi conseguenti alla complessità della partecipazione, con OASI diventano un progetto didattico che ha molte valenze. Mettendosi a disposizione di una fruizione diversa, come quella di persone con differenti tipi di disabilità, OASI tocca in maniera ancora più pregnante quanto abbiamo cercato di precisare con il termine “postumano”, ovvero un modello di sviluppo per devoluzione anziché per evoluzione. Se l’evolvere indica un procedimento unificante e progressivo, al contrario la devoluzione realizza uno scambio con l’ambiente che non avviene per assimilazione funzionale a modelli ma per adattamenti sensibili alle differenze e quindi disponibili a produrre forme inedite di esistenza”.

Laura Bianchini, compositrice, direttore del Centro Ricerche Musicali: “OASI è un’installazione adattiva scultoreo-musicale, risultato artistico di un progetto di ricerca denominato ADAMO (Adaptive Art and Music Opera) sostenuta dalla Regione Lazio, in collaborazione con altri partner. È stata commissionata dal MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma nel 2014.
L’installazione, che integra le forme scultoree alla musica e ai dispositivi di diffusione del suono, è stata concepita con la specifica finalità di estenderne la fruizione a persone disabili.
La collaborazione tra i due artisti risale al 2005, con Studio I su Volumi adattivi (Musica Scienza - Goethe-Institut Rom), la prima di una serie di opere, temporanee e permanenti, in grado di interagire con il fruitore e di adattarsi alle condizioni dell’ambiente circostante.
Tali opere si basano su Planofoni®, una particolare tecnologia sviluppata al CRM, in grado di sfruttare musicalmente e plasticamente le caratteristiche vibrazionali dei materiali naturali e sintetici (metalli, legno, vetro, resine).
La concezione innovativa delle opere risiede nella completa integrazione della musica alla forma plastica: la partitura musicale si basa, infatti, sui timbri e le altezze generati dalle forme messe in vibrazione o fatte risuonare con appositi dispositivi elettronici. La geometria delle forme e i materiali scelti per ogni opera permettono di disegnare degli spazi visivi e acustici distinti e caratterizzati.
Il tempo e lo spazio, rispettivamente dominio privilegiato della musica e della forma plastica, convergono fino a coincidere in un’esperienza di fruizione nuova, sia per l’opera musicale sia per quella visiva”.

Oasi
Instituto Tomie Ohtake
San Paolo del Brasile
1 giugno – 15 luglio


Animeland

Il termine “anime”, derivato dall’inglese “animation”, è un neologismo impiegato per indicare i cartoni animati nipponici, tratti in genere dai manga di successo, cioè dai fumetti stampati su carta.
“In precedenza, si utilizzavano perifrasi quali manga eiga (film di manga) e Tv manga (manga televisivo)” come spiega Francesco Prandoni nel suo “Anime al cinema”.
Gli anime, un po' come fanno le anime, spaziano in generi molto diversi fra loro: amore, avventura, fantascienza, favole, fantasy, e altri ancora.
Spesso considerati film per ragazzi (ma esistono anche gli anime porno per chi giovanissimo non è più o per ragazzi precoci), come accade spesso alle cose del mondo, hanno un sottofondo più complesso dov’è possibile rintracciare uno scenario filosofico.
Scrive Massimo Ghilardi in «Filosofia nei manga»: “Fumetti e disegni animati diventano agli occhi del filosofo luoghi di produzione del pensiero, si offrono come mondi da scoprire e indagare con curiosità ed attenzione. I manga e gli anime come metafore per leggere il nostro tempo”.

Ora, un documentario italiano, intitolato Animeland – presentato in anteprima al Roma Fiction Fest 2015 – effettua un viaggio tra manga, anime e cosplay, attraverso ricordi, aneddoti e sogni di personaggi il cui immaginario è stato influenzato da fumetti e cartoni animati.
Il regista è Francesco Chiatante.
Nato a Taranto nel 1981, è videomaker di cortometraggi, documentari, backstage e video. Studia all'Accademia di Belle Arti di Macerata “Teoria e Tecnica della Comunicazione Visiva Multimediale” e si specializza in “Arti Visive – Scenografia”. Approda a Roma nel 2007 per un Master in Effetti Speciali per il cinema. Negli ultimi anni ha lavorato per post-produzioni di film e fiction, collaborato come operatore video e montatore per una serie di progetti documentaristici prodotti e diretti da Franco Zeffirelli, diretto l'episodio 'Iride' del film indipendente a capitoli 'Amores' (Italia, 2013) e realizzato backstage dei film diretti da Ivano De Matteo 'Gli equilibristi' e 'I nostri ragazzi' (vincitore del Premio Miglior Backstage).

"Ho sempre sognato” - afferma il regista – “di raccontare i mondi di manga, anime e cosplay a modo mio. E quale idea migliore del farlo coinvolgendo tutti i miei ‘miti’, creando un film da tutti i loro racconti? Con Animeland ho trovato il modo di poter contribuire a questi immaginari fantastici che hanno influenzato i ragazzi, per generazioni, da fine anni '70 ad oggi".
Tra gli intervistati nel documentario: Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Masami Suda, Tokidoki, Maurizio Nichetti, Caparezza, Shinya Tsukamoto, Yoichi Takahashi, il Premio Oscar Michel Gondry, Luca Raffaelli, Yoshiko Watanabe, Vincenzo Mollica, Fausto Brizzi, i Kappa Boys.
Fittissima l’agenda delle prossime proiezioni in festival, rassegne, enti culturali: Montevideo Comics in Uruguay, Festival San Beach Comix di San Benedetto del Tronto, Milano nell'ambito della rassegna ceCINEattacks.

QUI il trailer.

Ufficio Stampa, Carlo Dutto: carlodutto@hotmail.it; cell. 348 – 064 60 89 (conWhatsapp).


I LibriBianchi di Perrone

Inaugurato ieri il Salone del Libro, però questa nota non riguarda quell’avvenimento – travagliato da contrasti e divisioni fra Milano e Torino – ma tratta di libri senza carta.
In altri siti web, su quotidiani, alla radio e alla tv troverete facilmente ampie cronache e giudizi su quanto avvenuto al Lingotto.
Io preferisco parlare d’altro.
C’è un artista che dal 2000 crea “LibriBianchi” come ha intitolato una serie di opere: sono candide sculture esposte in importanti gallerie in Italia e all’estero.
Le sue installazioni site-specific, prediligono luoghi legati all’Editoria: biblioteche, librerie, musei dedicati alla stampa.
Il suo nome è Lorenzo Perrone.
Nato a Milano, frequenta la “Scuola del Libro” dell’Umanitaria e quella di Pittura del “Castello Sforzesco”; trasferitosi a New York, segue i corsi di grafica e cinema alla “New School” e alla “School of Visual Arts”.
La sua vita professionale si sviluppa nei campi della grafica e della comunicazione in Europa e in America, tra Milano, Londra e New York.
La sua creatività lo spinge a dipingere, a scrivere storie per il cinema, girare video, fare fotografie seriali, progettare libri.
Ora è possibile vedere sue opere (in foto un esemplare) presso la famosa Galleria Frascione frutto dell’esperienza di quattro generazioni di collezionisti d’arte.
Rilancio perciò con piacere il comunicato pervenutomi dallo Studio Ester di Leo che cura la promozione della mostra.


“Inaugura a Firenze una mostra dedicata a Lorenzo Perrone che con i suoi LibriBianchi contaminerà la preziosa collezione di Arte Antica della Galleria Frascione nelle sale espositive di via Maggio.
Una selezione di opere dell’artista milanese frutto delle sue riflessioni sulla cultura come nutrimento dell’anima e della mente.
Il tema è strettamente legato al significato delle celebrazioni di origini pagane che si tenevano nelle campagne toscane durante il mese di Maggio in cui si apriva la bella stagione. Esse servivano per ingraziarsi la fertilità della terra e volevano essere di buon auspicio per un raccolto proficuo.

Scriveva Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano:
‘…fondare biblioteche è come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito…’ quindi libri come nutrimento per la mente e come antidoto contro l’ignoranza. Questo concetto è rappresentato da Lorenzo Perrone con spighe di grano in bronzo che nascono dai suoi LibriBianchi, come nel totem Fertilità e in Terra Madre, una fusione in bronzo bianco patinato.
Accanto a questo tema l’artista inserisce quello della musica che da sempre ha caratterizzato il mese di Maggio, non a caso esiste il Maggio Musicale Fiorentino che ha costantemente sostenuto i valori della grande cultura musicale internazionale. Sia i libri che la musica si somigliano in quanto ambedue capaci di farci provare sensazioni forti e definite, di parlare ai nostri sensi, coinvolgendoci e sconvolgendoci. Ecco allora Come Musica e Mosso con brio con le quali Lorenzo Perrone comunica l’idea che la lettura possa essere tale da trasmettere una forte energia positiva, come accade durante l’ascolto di un brano musicale con andamento veloce.

I LibriBianchi sono il risultato della trasformazione di libri veri su cui l’artista interviene con acqua, colla e gesso, spogliandoli del loro contenuto e ottenendo così degli oggetti disanimati, della materia prima. La forma del libro, tuttavia, è rimasta intatta ed è su di essa che l’artista applica degli elementi apparentemente estranei quali filo spinato, vetro, sassi, legno e vernice acrilica, necessariamente bianca. Questi elementi diventano per Perrone il mezzo attraverso cui trasmettere un significato nuovo e realizzare così uno spostamento della percezione da una dimensione semantica ad una simbolica in cui le suggestioni tattili e sensoriali si amplificano. Il linguaggio diviene allora quello delle superfici e dei volumi, dei vuoti e dei pieni, dei prolungamenti e degli innesti che trasformano il libro in scultura.
Con la fusione delle sue opere in bronzo Lorenzo Perrone allarga lo spettro delle possibili ridefinizioni plastiche della materia, così l’oggetto ‘libro’ diviene icona imperitura e permette l’apparire dell’invisibile, dell’indicibile.
Accompagna le opere di Lorenzo Perrone una selezione di dipinti antichi della collezione Frascione Arte che si ricollega alle tematiche della musica, tra cui la Santa Cecilia di Alessandro Gherardini e l’Allegoria della Musica di Alessandro Rosi, e del nutrimento quali La caduta della manna di Francesco Botti e alcune Nature morte di Giovanni Agostino Cassana”.

Ufficio Stampa: Studio Ester di Leo +39 055 . 22 39 07 ; +39 348 . 33 66 205
ufficiostampa@studioesterdileo.it

Lorenzo Perrone
LibriBianchi
Galleria Frascione Arte
Firenze, via Maggio 5
Telefono 055 – 2399 204
info@frascionearte.com
Fino a sabato 1 luglio 2017


Atelier dell'Errore


“Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore”, diceva Einstein.
E Warhol: “Chi mai ha commesso un errore, nulla di nuovo ha mai sperimentato”.
Insomma l’errore può contenere opportunità, risorse.
Ne sa qualcosa Cristoforo Colombo.

Ne è convinto, con tutta evidenza, Luca Santiago Mora (QUI il suo sito web) che ha progettato e realizzato l’Atelier dell'Errore: un laboratorio di arti visive dedicato alla neuropsichiatria Infantile.
Ha iniziato l'attività nel 2002 e dal 2011, per volontà dei genitori dei ragazzi che frequentano l’atelier, è ufficialmente un’associazione ONLUS. In questi 15 anni di attività, l’Atelier si è rivelato valido complemento all'attività clinica, ma anche opera d'arte relazionale, e come tale ha partecipato a numerose esposizioni e manifestazioni legate all’arte contemporanea in Italia e all’estero.

In questo breve video Santiago Mora illustra origini e profilo dell’Atelier, un luogo dove lo sbaglio ha valore.

CLIC per contatti con l’Atelier.


Il barone di Münchhausen (1)

Quando si è troppo bugiardi, alla fine neppure si crede all’esistenza stessa del bugiardo.
È capitata a un militare tedesco del ‘700 che ne diceva tante e tante di vanterie e fanfaluche – da un viaggio sulla Luna a un altro cavalcando una palla di cannone fino a salvarsi da mortali sabbie mobili tirandosi per i capelli e altre mirabolanti panzane – da essere preso a modello dallo scrittore Rudolf Erich Raspe per un’opera pubblicata in inglese, poi tradotta in tedesco da Gottfied August Burger e pubblicata col titolo “Viaggi Meravigliosi su Acqua e Terra: le campagne e le avventure comiche del Barone di Münchhausen, come comunemente detto, davanti a una bottiglia di vino e un tavolo di amici“. Burger, a sua volta, aggiunse nuove avventure alla serie rendendo ancora più incredibili le invenzioni iperboliche di quel Barone. Al quale è capitato una sorte vicina a quella di Cyrano vissuto nella memoria collettiva come figura talvolta d’incerta identità fra vita letteraria e vita vera.

Ma è esistito davvero quel Barone? Sì, è la risposta.
Aveva nome più lungo del naso di Pinocchio: Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen, conosciuto come il Barone di Münchhausen.
Nacque l’11 maggio 1720 nella cittadina di Bodenwerder. Il successo letterario di Raspe e Burger, però, non gli portò fortuna. Perché “se i libri contribuirono a rendere il barone famoso in tutta Europa e anche oltreoceano” – scrive Sabina Marineo – “gli resero al tempo stesso la vita impossibile. Fecero sì che il titolo dispregiativo di “Barone fanfarone”, datogli da molti, gli rimanesse incollato addosso per sempre, lo perseguitasse come un marchio d’infamia, ridicolizzando e discreditando definitivamente la sua persona agli occhi delle autorità e della buona società di Bodenwerder. Così avvenne che proprio lui, l’allegro ufficiale di un tempo sopravvissuto a tante battaglie, il narratore infaticabile che aveva divertito amici e conoscenti con le sue avventure e contribuito senza nemmeno saperlo alla ricchezza di chi le aveva pubblicate, morì a settantasette anni, deriso da tutti, amareggiato e impoverito. Da barone fanfarone”.

Invece per i lettori dei secoli seguenti Münchhausen non è morto.
La sua figura ha ispirato e dato nome a una grande produzione culturale: opere teatrali, sceneggiati tv, tanto cinema: dal primo film girato nel 1911 da George Méliès fino al più recente di Andreas Linke del 2012. E poi fumetti con un divertente “Paperino di Münchhausen”. Ma non basta, in matematica esiste un numero di Münchhausen: un numero per cui elevando ciascuna delle cifre che lo compongono a sé stessa e sommando i risultati si ottiene il medesimo numero. E ancora: in psichiatria è noto come “disturbo di Münchhausen” la patologia che affligge persone le quali fingono malattie o traumi per attirare attenzione e simpatia verso di sé.

La casa editrice Odradek ha pubblicato una nuova edizione del testo di cui finora s’è detto: Il barone di Münchhausen famosissimo inventore di bugie disegnato e raccontato da Giancarlo Montelli.
Per saperne di più, leggete la prossima nota.


Il barone di Münchhausen (2)


Il barone di Münchhausen famosissimo inventore di bugie edito da Odradek è un libro verbovisivo di lussuosa espressività.
Il volume – formato 30 x 24 – si avvale d’illustrazioni e testi di Giancarlo Montelli (in foto) e della prefazione di Claudio Del Bello… a proposito, non perdetevi il suo A fronte alta.
Montelli è Illustratore, art director, pubblicitario, fotografo per numerose case editrici, tra cui l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, ha al suo attivo numerose mostre in Italia e all’estero. Per la Rai ha realizzato sigle e storie animate in programmi per ragazzi. Sempre per la Rai ha utilizzato in modo atipico la fotografia per costruire fotostorie animate. Dal 1983 al 1990 ha realizzato per il settimanale L’espresso le illustrazioni per numerose copertine, ordinate nel 2004 nella mostra “L’Espresso negli anni ’80”.
Ha collaborato continuativamente con il quotidiano la Repubblica e con il magazine ‘il Venerdì’ dello stesso giornale. Collabora con il quotidiano Europa. Ha diretto i corsi di Illustrazione e insegnato Illustrazione editoriale presso l’Istituto Europeo di Design e l’Istituto di Comunicazione e Immagine - Multimedia.
Docente di linguaggi grafici e fotografici all’Università di Roma Tor Vergata, ha fondato l’Accademia d’illustrazione e comunicazione visiva dove ha diretto i corsi e insegnato costruzione dell’immagine.
Per Odradek, è stato illustratore di Pinocchio e con Valeria Palumbo ha pubblicato Dalla chioma d'Athena.

Se con Gustave Doré (1832 – 1883) che nel 1862 illustrò imprese del Barone, si ha una visione volutamente caricaturale antitedesca accentuata dal bianco e nero del disegno, con Montelli, invece, se ne ricava una potente visione onirica che nel fantastico e meraviglioso fa lampeggiare anche qualche inquietudine.
I colori concorrono a quest’effetto ora scoppiando in accese luminosità ora rabbuiandosi in momenti drammatici delle buffe imprese di quel gran bugiardo.
Insomma, gioia di lettura e festa per gli occhi.
Scrive Claudio Del Bello nella prefazione intitolata «Il Barone di Münchhausen, Cavaliere dell’Altrove»: “Ammesso che qualcuno sappia cosa è la realtà, Giancarlo Montelli è stato attirato da quegli eroi che con la realtà hanno un rapporto problematico e per i quali la menzogna reiterata costituisce un mondo vero. Non è il primo bugiardo, infatti, ad attirare la sua attenzione acuminata - Pinocchio, che altera la realtà, o Don Quichote che vive in una realtà alterata - ma certo questi personaggi, còlti dalla sua penna, nell'esercizio della loro sovversione diventano sintomi di ben altro. Non sono esempi di infiniti mondi possibili ma, in ogni caso, è lo stesso mondo attuale che genera ed essuda tutti i deliri possibili.
Il capitalismo? Ma nemmeno tanto. Non ci sono classi nel mondo del Barone - borghesia e proletariato - ma solo Nobili e servi, Case regnanti ed Eserciti schierati. La società è contratta e la Natura è solo un fondale.
E l'amore? tanto per gradire, in attesa della prossima incombente tresca, qui e ora, sostituito da avventure epocali - il romanticismo è di là da venire, e d'altra parte durerà poco”.

Estratto dalla quarta di copertina.
In un salotto di nobili dame Il Barone, quello letterario, bugiardo dichiarato, racconta le sue incredibili imprese, una più inverosimile dell’altra. Le sue gesta sono più straordinarie di quelle di Ercole, ma, a differenza del figlio di Giove che sudò le sette camicie per portare a compimento le sue fatiche, Münchhausen compie le sue con leggerezza, senza sforzo eccessivo. Egli vive nel Settecento, secolo di grandi cambiamenti, di scienziati, viaggiatori, avventurieri. E’ il secolo delle maschere, delle rivoluzioni, dell’Enciclopedia. Per di più il Barone è dotato di una forza sovrumana, di una intelligenza e fantasia senza pari, di un coraggio senza limiti e di un irresistibile fascino.
Il Grande Bugiardo può raccontare le panzane più inverosimili ed essere creduto.
Come resistere alla tentazione di disegnarlo
?

Aggiungo io: come resistere alla tentazione di acquistare questo libro?

Il Barone di Münchhausen
di Rudolf Erich Raspe
raccontato e disegnato
da Giancarlo Montelli
Prefazione di Claudio Del Bello
Pagine 104, Euro 23.00
Odradek


Animavì (1)


“Cartoni animati con un topo? Che idea orribile! Terrorizzerebbe tutte le donne incinte”.
Così disse Louis Meyer, capo della MGM, rifiutando nel 1928 il personaggio di Topolino.
Aveva evidentemente torto nel bocciare quella proposta e dovette pentirsene pensando, troppo tardi, ai guadagni perduti. Il cinema d’animazione, aldilà di Topolino, esisteva già a quell’epoca e tra varie avventure ha ritrovato da qualche anno nuove energie anche in virtù delle nuove tecnologie che lo hanno reso un prodotto gradito a più platee.
Il più vistoso fenomeno s’è verificato nel rivolgersi, oggi, anche – e largamente – ad un pubblico adulto uscendo così dalla prevalente definizione di cinema per bambini.

Ne è testimonianza il Festival che si terrà a Pergola (Pesaro - Urbino), nel giardino di Casa Godio, dal 13 al 16 luglio 2017.
È la seconda edizione del Festival Internazionale del Cinema d’animazione poetico, con la direzione artistica di Simone Massi regista di film d’animazione e scelto dalla Mostra del Cinema di Venezia per realizzarne il trailer e la locandina.
Vogliamo portare a Pergola – afferma Massi – dei giganti di questo genere espressivo in un piccolo paese e in un piccolo festival. Un tentativo che facciamo in maniera scanzonata e allo stesso tempo con la consapevolezza che qualcosa di importante ce l’abbiamo anche noi: le colline, i piccoli borghi, la nostra Storia.

A condurre le serate, Luca Raffaelli, giornalista, saggista, sceneggiatore, uno dei massimi esperti di fumetti e animazione in Italia.
Ospite d'onore quest’anno sarà Georges Schwizgebel, regista di fama internazionale premiato nei festival di Cannes, di Annecy, autore di oltre venti cortometraggi d’animazione in cui applica una tecnica che consiste nel dipingere a mano ogni fotogramma, realizzando così una pittura animata.
A contendersi il Bronzo Dorato, trofeo artistico ispirato all'omonimo gruppo equestre di epoca romana e simbolo della cittadina marchigiana, saranno 16 opere di animazione provenienti da tutto il mondo, dall'Australia alla Svizzera passando per l'italiano 'Confino', di Nico Bonomo, ma anche lavori da Spagna, Francia, Russia, Cina, Corea del Sud, Polonia, Lituania, Portogallo, Danimarca, Croazia.
Ecco un Festival che già alla sua seconda edizione può vantare il supporto di figure dello scenario culturale e artistico non solo italiano quali – giusto per fare alcuni nomi – da Ascanio Celestini a Erri De Luca, da Valeria Golino a Nastassja Kinski, da Emir Kusturica a Neri Marcoré, da Laura Morante a Marco Paolini, da Silvio Soldini a Paolo e Vittorio Taviani, e mi fermo qui scusandomi di non averli nominati tutti per non finire nell’effetto Elenco Telefonico.

“Animavì” è un evento realizzato grazie all'organizzazione di Mattia Priori, Leone Fadelli, Silvia Carbone e dall'associazione culturale Ars Animae, con il contributo e patrocinio di Regione Marche, Ministero deI Beni Culturali e delle attività culturali e del turismo, Marche Film Commission, Marche Cinema Multimedia, Comune di Pergola, Provincia di Pesaro e Urbino, SNGCI - Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani e Accademia del Cinema Italiano Premio David di Donatello.
Il festival ha ricevuto dal Presidente della Repubblica la Medaglia al Merito per il valore culturale dell'iniziativa.

Per il programma: CLIC!


Ho cominciato questa nota citando un noto episodio della storia del cinema, la chiudo con una battuta in tema tratta da un film.
“Le stelle cambiano il proprio corso, l’universo può bruciare, il mondo andare a picco, ma Paperino esisterà sempre”.
(Trevor Howard a Clelia Johnson: ‘Breve incontro’, 1946).

Segue ora un incontro con Simone Massi.


Animavì (2)


A Simone Massi (in foto un suo autoritratto) ho rivolto alcune domande.

Perché hai voluto l’aggettivo “poetico” nella dizione che sottotitola il nome del Festival? Che cosa in particolare vuole connotare?

Nei festival di animazione la quasi totalità dei film in concorso sono comici, e poi, sparsi e buttati qua e là, dei film "strani", che spiazzano e non vengono quasi mai capiti da pubblico e giuria. Personalmente questo tipo di scelta non è mai piaciuta e nel momento in cui mi è stata concessa la possibilità di dirigere un festival, ho cercato di connotarlo come l'ho sempre sognato. “Animavì” è un festival di cinema di animazione poetico, si prendono in considerazione esclusivamente quei lavori che si rivolgono all’anima dello spettatore, opere in cui ogni singolo fotogramma è già concepito come una piccola opera d’arte. Ogni informazione sul festival si trova al sito ufficiale www.animavi.org

“Animavì” – com’è scritto nel comunicato stampa di presentazione – “prende distanze in maniera netta dall’animazione mainstream”.
Quale la principale accusa che fai al mainstream
?

Accusa è una parola un po' forte, ho rispetto di tutti e non sono un polemista. Detto questo, penso che chi vuole a tutti i costi trarre un profitto da quello che fa è costretto a dei compromessi che inevitabilmente condizionano il lavoro e pregiudicano il risultato finale dell'opera. L'industria dell'intrattenimento funziona così e va benissimo che ci sia. Un po' meno giusto che non ci sia altro, che per lo spettatore non ci sia la possibilità di scegliere.
C'è, per contro, un piccolo gruppo di artigiani che procede nella direzione opposta, mira alla ricerca e alla libertà espressiva, senza preoccuparsi di piacere al pubblico e alle giurie, senza calcoli o scorciatoie. Una scelta coraggiosa che si riflette sul quotidiano e quasi sempre comporta una serie di difficoltà e privazioni. Ecco, la mia strada l'ho scelta oltre vent'anni fa e non ho mai trovato mezzo motivo per rinnegarla.

Che cosa ha significato l’ingresso delle tecniche elettroniche nel cinema d’animazione?

Non sono ferratissimo ma a occhio e croce ha semplificato di molto il lavoro e permesso l'autonomia degli autori indipendenti.

Che cosa pensi della nuova legge sul cinema, riferendoti in particolare al cinema d’animazione?

Le leggi sulla carta sono quasi sempre perfette... bisogna poi vedere come vengono applicate e interpretate. Meglio aspettare per giudicare.

Una domanda che riguarda la tua attività professionale. Che cosa ti ha portato a preferire il cinema d’animazione rispetto ad altre forme di arte visiva?

Il cinema d'animazione è arrivato per caso: alla Scuola d'Arte di Urbino non c'era la sezione 'fumetto' e ho ripiegato sul disegno animato. Poi, con gli anni, ho capito che era una forma d'arte "sbagliata", la più giusta per me.


Ufficio Stampa del Festival: Carlo Dutto, carlodutto@hotmail.it; tel. 348 – 06 46 089

Animavì
Festival diretto da Simone Massi
Pergola (Pesaro Urbino)
info@animavi.org
cell. 328 5371144
www.facebook.com/animavifestival
Dal 13 al 16 luglio ‘17


Europeana


"Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare".
Così Elias Canetti in “La tortura delle mosche”, 1992
Sarebbe piaciuto quest’aforisma allo scrittore cecoslovacco Patrik Ourednik?
Perché un suo libro di grande successo, pubblicato in Compagnia extra, la bella collana diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon per Quodlibet, intitolato Europeana Breve storia del XX secolo, proprio sulla Storia s’interroga dopo aver provveduto, come vedremo, a riscrivere l’esse maiuscola di “Storia” in esse minuscola.
Ourednik trascorre la giovinezza nella Cecoslovacchia degli anni ‘70, nel pieno della “normalizzazione” che aveva messo fine alle speranze della Primavera di Praga. Firmatario della Petizione per la liberazione dei prigionieri politici ed editore di samizdat, è escluso dai comunisti dall'Università per “non-conformità ideologica”.
Nel 1984 si esilia in Francia, dove vive da allora.
QUI la versione italiana del sito web dell’autore.

Europeana è un libro di straordinaria singolarità. La storia di un continente ci perviene come se leggessimo un narratore che abbia scritto in un’epoca lontana da noi, visitatori che veniamo da chissà quale punto dell’universo.
Inoltre, ciò di cui veniamo a conoscenza del XX secolo non è disposto per ordine cronologico, gli accostamenti di fatti realmente accaduti avvengono per nascoste occasioni emozionali di chi scrive, gli stessi avvenimenti non hanno pari importanza storica sicché troviamo accanto alla notizia di una strage quella di una tendenza salutistica, accanto al tratteggio di un importante movimento politico l’invenzione svizzera della carta igienica.
Leggendo queste pagine dalle sonorità di concerto minimalista, il pensiero è corso a Brainard e il Perec dell’Oulipo (qualcuno a proposito di Ourednick ha fatto pure il nome di Queneau che dell’Oulipo fu un protagonista) nelle loro omonime opere “Mi ricordo”: un distillato di memorie, catalogo di personaggi e luoghi, memoria di uno stanco nuotatore che vede tanti oggetti galleggiare, tutto è presente, ma tutto è il risultato di un naufragio.
Lungo il testo, si trovano piccole scritte inserite ai lati della pagina a mo’ dei bigini (“Il nuovo dominio della memoria”, “La fine del vecchio mondo”, “Un seme di allegria”, eccetera) che fungono da segnaletica dell’argomento trattato e rendono spesso più evidenti gli inediti accostamenti.
Con Ourednik si ha una memoria frammentata, più che lacerata, precipitata in una scrittura lampeggiante, spiazzante. Libro imperdibile.

Dalla quarta di copertina.

“In Europeana ci sono scampoli della storia europea del Novecento, accumulati come si accumulano i giornali vecchi in uno sgabuzzino. Le più diverse notizie date di seguito, con pari importanza, alla rinfusa: tragedie, progressi, scoperte, omicidi, politica, guerre… sembra ci sia tutto in questo libro, ma a pezzettini, come ritagli di un’enciclopedia, ma anche come se il ventesimo secolo, questo prodigioso e terribile ventesimo secolo, fosse ormai laggiù, distante e semisepolto con tutte le sue agitazioni, irrequietezze e idee pazze; come fosse già una civiltà antica di cui restano solo frammenti.
L’edizione originale in lingua ceca è del 2001 ed è stata tradotta con grande successo in tutte le maggiori lingue”.

«E nel 1986 fu creata una bambola Barbie con la divisa a righe dei campi di concentramento con un piccolo copricapo a righe sulla testa».

Patrik Ourednik
Europeana
traduzione di Andrea Libero Carbone
Pagine 148, Euro 14.00
Quodlibet


Jacopetti Files (1)

Il “Mondo Movie” è un genere cinematografico, di tipo documentaristico, con la particolarità di presentare scene forti dove trionfano sangue, violenza, sesso; tanto che da alcuni è definito “Shockumentary”.
La fondazione di questo filone nacque con il film “Mondo cane” del 1962 diretto dal trio Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi.
C’è chi vede l’inizio di questo genere in “Europa di notte” di Alessandro Blasetti girato nel 1958, ma, pur avendo qualche morbosità in comune con quanto verrà dopo, il film di Blasetti era più puntato su curiosità sessuali, sequenze osé, spettacoli di striptease (per l’epoca audaci!), spesso conditi da commenti umoristici.
Si è orientati, quindi, a considerare con “Mondo cane” (famosissima la colonna sonora di Riz Ortolani More) il vero inizio di quel genere, e in Gualtiero Jacopetti il suo ideatore.
Il filone ebbe una grande accoglienza internazionale e fu imitato anche da cineasti stranieri.
Il successo di botteghino in Italia, ebbe, però, ben scarso successo di critica.
A questo contribuirono vari fattori che più avanti spiegherò incontrando gli autori di un volume, edito da Mimesis intitolato Jacopetti Files Biografia di un genere letterario, libro su di un periodo che, piaccia o non piaccia, rappresenta un pezzo di storia del cinema e di ricadute ancora oggi leggibili in trasparenza in alcuni film e trasmissioni tv.
Gli autori della pubblicazione sono Fabrizio Fogliato e Fabio Francione

Fogliato, critico e saggista cinematografico, è Coordinatore Didattico e docente di Arti Visive presso il Centro Formativo “Starting Work” di Como. È curatore di rassegne cinematografiche sul territorio lombardo. Ha dedicato libri e studi ad Abel Ferrara, Michael Haneke, Paolo Cavara, Luigi Scattini, e sta indagando il cinema sommerso e censurato con i volumi di “Italia: ultimo atto. L’altro cinema italiano” (2015). Gestisce questo sito web.

Francione, vive e lavora a Lodi. Scrive di cinema, teatro, musica per “il Manifesto”, cura la collana Viaggio in Italia delle Edizioni Falsopiano, ha fondato il Lodi Città Film Festival.
Tra i suoi libri più recenti, l’uscita in edizione francese de La mia magnifica ossessione di Bernardo Bertolucci (2015), la curatela della nuova edizione di Volgar’eloquio di Pier Paolo Pasolini (2015); Pasolini sconosciuto e Giovanni Testori. Lo scandalo del cuore (2016).

La Prefazione è di Nicolas Winding Refn.

Dalla presentazione editoriale.
“Che lo si ammiri o no, il cinema di Gualtiero Jacopetti non può lasciare indifferenti. Mondo cane, Africa addio, Addio zio Tom sono solo alcuni dei film che hanno inventato i contorni di un nuovo genere cinematografico, il Mondo Movie. Nato sul finire degli anni ’50 come sottogenere del Documentario, il Mondo Movie vuole colpire lo spettatore ricorrendo a immagini e a temi spesso scioccanti e controversi, al limite della morbosità. Non a caso il genere è conosciuto anche con il termine “shockumentary”. Il genere - nei decenni successivi - si dirama in più affluenti che hanno come sorgente i protagonisti di quell’incredibile stagione (Franco Prosperi, Paolo Cavara, Stanis Nievo, Antonio Climati, Mario Morra) fino ad abbracciare e includere l’approccio eretico e scientifico dei fratelli Catiglioni. Francione e Fogliato ricostruiscono in questo libro la biografia di un fenomeno di culto, attraverso interviste, testimonianze, sondaggi critici, materiali editi e inediti, contributi originali e un corredo fotografico tratto da archivi pubblici e private”.

Segue ora un incontro con Fabrizio Fogliato e Fabio Francione.


Jacopetti Files (2)


A Fabrizio Fogliato e Fabio Francione ho rivolto alcune domande.

Avete più volte affermato che il vostro non è un libro su Jacopetti, ma sul Mondo Movie.
Che cosa vi ha tanto interessato di quel genere cinematografico da meritare la fatica compiuta nel vostro volume
?

In una parola sola l’irripetibilità. Si è trattato di un fenomeno unico e irripetibile che ha eletto a punto di forza empatico e a codice primario il segmento cinematografico, la sequenza. E’ stato una sorta di prefigurazione visiva del sistema di comunicazione odierna basata sui video. Nel mondo movie (così come su internet) lo spettatore non è tale bensì è un player – un giocatore che sceglie dove andare, cosa vedere e come vederlo. Si sale su una giostra e terminato il giro (il segmento cinematografico) si cambia subito e si sale su un'altra – senza soluzione di continuità. Il suo planetario successo si può spiegare solo così: per la prima volta, inconsapevolmente, lo spettatore è divenuto parte attiva del profilmico e del filmico. Il mondo movie ha ideato e concettualizzato la visione interattiva.

Notate un rapporto fra quel cinema e le forti immagini che troviamo oggi in tanti siti della Rete? Se sì, oppure no, perché?

Certamente sì. Il nostro studio è finalizzato proprio a far emergere – rendere evidente – il legame diretto e di filiazione che c’è tra quelle opere (18 sono i film biografati nel volume) e la rete. Youtube è un infinito mondo movie permanente in continuo aggiornamento dove - come nel mondo movie - lo spettatore con un clic (là era uno stacco) può passare dalla tragedia al demenziale, dalla violenza al sesso, dagli animali alle torture, dal cinismo alla solidarietà, dall’orrido al meraviglioso. Il mondo movie (e il libro lo dimostra ampiamente) non è un genere cinematografico bensì una categoria visiva e mediale atemporale; un virus che ha contagiato – nel bene come nel male – tutto il cinema che ha seguito il fatidico Mondo cane del 1962 espandendo le sue influenze e contaminazioni a tutti i media e a tutti i sistemi di comunicazione che si sono succeduti.

Pur non essendo un libro su Jacopetti, inevitabile, credo, sia chiedervi un ritratto del regista che di quel genere fu il fondatore

Va da sé che l’esperienza di Jacopetti è imprescindibile. Tuttavia, finora, è stato impossibile valutarne la reale portata a causa del vizio ideologico che circonda la sua persona. Ovviamente siamo usciti da questo pantano per avventurarci nelle lande, sorprendenti e ambiziosissime, della sua cinematografia. È necessario premettere, innanzitutto, che la sua esperienza ha definito una sorta di codice commerciale a cui – seppur provenienti da istanze e prerogative diverse – si sono dovuti allineare tutti i mondo movie a seguire. Anche l’esperienza – per certi aspetti “eretica” dei fratelli Castiglioni (nel libro ampio spazio, per la prima volta, è dedicato alla loro opera) – si è incanalata nel filone commerciale tracciato dall’illustre progenitore. Pur mantenendo l’approccio fortemente umanitario, etnico, e antropologico caro ai fratelli Castiglioni, il loro cinema si è garantito il successo anche grazie alle imposizioni produttive che hanno messo in maggiore evidenza (come ovvio) gli aspetti più estremi e irrappresentabili dell’agire umano. Gualtiero Jacopetti è stato, a tutti gli effetti, una sorta di pioniere nel sondare i territori del mostrabile in un’epoca in cui l’ingerenza democristiana e vaticana era irrefrenabile nell’ambito dello spettacolo. Jacopetti, volutamente e provocatoriamente, si è fatto beffa di tutto ciò restituendo – anche al pubblico di oggi – immagini difficilmente dimenticabili sia per il loro impatto emotivo che per l’afflato epico che le caratterizza. L’essere volutamente e sfacciatamente politicamente scorretto, immorale e manifestamente razzista di opere come “Africa addio” (1966) e “Addio Zio Tom” (1971) rappresenta una sorta di valore aggiunto (dal punto di vista cinematografico) e testimonia la libertà creativa ed espressiva in cui (alcuni) cineasti del tempo potevano lavorare: veder oggi quelle opere fa capire che cosa è diventato il cinema dei decenni successivi. Lì si è tracciata la strada della spettacolarizzazione della violenza, della mistificazione della realtà e dell’ipocrisia dello sguardo. Il cinema non è la realtà, è rappresentazione e manipolazione della stessa; coloro che sono interessati alla realtà si rivolgano ai loro occhi… e non al cinema.

Fabrizio Fogliato
Fabio Francione
Prefazione di
Nicolas Winding Refn
“Jacopetti Files”
Pagine 416, Euro 30
Mimesis


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