Cosmotaxi
ricerca
» ricerca nella sezione cosmotaxi
» ricerca globale adolgiso.it

  

 

Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Intorno agli unicorni

«Non sempre il trapasso dall’essere al sapere ha luogo, e magari non è neanche una rovina, giacché il mondo può funzionare, nella maggior parte dei casi, in assenza di pensiero e in balìa di supercazzole».

Questa scritta campeggia sul quarto di copertina di una preziosa pubblicazione della casa editrice il Mulino intitolata Intorno agli unicorni Supercazzole, ornitorinchi e ircocervi.
Ne è autore Maurizio Ferraris.
Insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove è presidente del Laboratorio di Ontologia (LabOnt) e vicerettore alla ricerca in area umanistica.
In campo internazionale noto per i suoi studi, ha pubblicato oltre cinquanta libri.
Per il Mulino, «L’imbecillità è una cosa seria» (2016) e «Postverità e altri enigmi» (2017).
Inoltre, fu ospite nel 2007 della taverna spaziale da me aperta sull’Enterprise di Star Trek nelle vesti, fino ad allora inedite, di viandante del cosmo; cliccare QUI per credere.

L’autore ha abituato chi legge le sue pagine a fare e disfare filosofia attraversando plurali saperi, transitando da Giambattista Basile a Walter Chiari, da Marco Polo a Riccardo Pazzaglia, dal marchese de Sade a Totò.
Non sorprenda, quindi, che l’agile, birichino, coltissimo volumetto si apra con una pagina del copione del film “Amici miei” – diretto da Mario Monicelli nel 1975 – pescando la sequenza in cui il Conte Mascetti (Ugo Tognazzi) si rivolge e travolge un vigile urbano con la vertiginosa battuta: “Senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapia tapioco!”.
In effetti – sostiene Ferraris – con la supercazzola il conte Mascetti ci insegna tante cose. Non solo che si può parlare senza che le parole profferite abbiano un senso, ma soprattutto, con un fenomeno che va molto al di là del semplice fatto linguistico, che si può interagire nel mondo senza disporre di concetti.
Esternazioni di partiti politici, di promozioni aziendali, di asserzioni critiche, avanzate con convinzione (perfino, in rari casi, in buona fede) altro non sono che fake news le quali hanno un rapporto diretto con la supercazzola.
Ferraris lo spiega benissimo in questo breve video.
In "Intorno agli unicorni", l’autore, ragionando fra unicorni, ornitorinchi e ircocervi, invita il lettore a ricordare quella scena in cui Walter Chiari in un vagone ferroviario disquisisce in modo articolato sulle caratteristiche del Sarchiapone. E dove scopriamo come quell’enigmatica figura appaia nel “Cunto de li cunti” (1634-36) di Giambattista Basile e in una poesia di Totò, nella Cantata dei pastori Di Andrea Perrucci (1698), se ne trovi un gemello nello Scarpantibus di “Alto gradimento” e in un fumetto di Martin Mystére, fino a una versione italiana dei videogiochi Mana. Chiari, però, lo sentì nominare da un venditore ambulante sulla spiaggia di Fregene.
In un momento in cui siamo furiosamente bombardati da romanzi che incrudeliscono su di noi, ecco una lettura che ci dà grande sollievo.

Maurizio Ferraris
Intorno agli unicorni
A stampa Pag. 152, Euro 12.00
e-book, Euro 8.49
il Mulino


Tre lune in attesa


L’opera vincitrice, nella sezione Le Forme del Dire, del Premio Letterario indetto dalle Edizioni Formebrevi è intitolata Tre lune in attesa.
L’autore: Alfonso Lentini (in foto).
Siciliano di Favara, laureato in filosofia, vive a Belluno dalla fine degli anni settanta.
Si può ben a ragione definirlo un poliartista perché la sua opera si muove fra letteratura, creazioni d’immagini su particolari supporti come legno o pietra, poesia visiva.

Fra i suoi libri: “L’arrivo dello spirito” (racconti, con Carola Susani, dizioni Perap, Palermo 1991); il romanzo-saggio “La chiave dell’incanto” (Pungitopo, Messina 1997); “Mio minimo oceano di croci” (Anterem, Verona 2000); “Piccolo inventario degli specchi” (Stampa Alternativa, Viterbo 2003); Il morso delle cose (opera finalista alla XXIII edizione del premio nazionale di poesia Lorenzo Montano.)
Ha pubblicato inoltre numerosi libri d’artista in edizione autoprodotta o con editori specializzati come Pulcinoelefante o Laboratorio Dadodue.
Fra i suoi saggi, studi su Antonio Pizzuto e Angelo Maria Ripellino.
Numerose le mostre e installazioni tenute in Italia e all’estero.

Tanti nomi di rilevo hanno scritto di lui.
Gillo Dorfles: «Ho trovato davvero deliziosi i “collages” di Alfonso Lentini e penso che valga la pena di concretizzare il suo progetto di una mostra “angelica”».
Alessandro Fo: «La ricerca di Lentini, nei molteplici campi in cui si articola, sembra muovere da, e tendere verso, un’attonita, stralunata meraviglia».

Definizione quest’ultima che particolarmente si attaglia al principio concettuale e alla forma scrittoria di “Tre lune in attesa”.
Attraverso scritti brevi e brevissimi, troviamo protagonista la montagna che stavolta scompone la composizione paesaggistica perché si muove, vola, e le frasi del libro precipitano a valanga lungo le pagine come incise su sassi e schegge di roccia.
Il libro, più che esprimersi attraverso l’irreale o il surreale, mi sembra riveli uno sguardo trans-reale perché partendo dall’osservazione di forme oggettive, scompiglia le categorie associate al reale: esistenza, verità, realtà, certezza, soggetto, oggetto.
Sembra interrogarsi, attraverso lampi di scrittura, indeciso se considerare l’essere come verbo o come sostantivo.

Scrive Giovanni Duminuco in una Nota di Lettura: Attraverso una scrittura frammentata, visionaria, aperta sino ai limiti del nonsense, con l’opera Tre lune in attesa Alfonso Lentini riesce a cogliere la complessità dell’essere nel suo processo dialogico che trae in gioco l’immutabilità e il divenire, in una visione multiprospettica che ribalta il punto di vista assoluto verso un oltrepassamento – al di là del tempo e dello spazio – dell’umano, dove ogni cosa è accessibile da uno sguardo diverso e il punto di vista non è che un presupposto particolare, residuo della partecipazione alle cose e al mondo, nella misura di un mutamento che trascende l’attesa.

Alfonso Lentini
Tre lune in attesa
Pagine 52, Euro 6.00
In uscita il 27 ottobre
Edizioni Formebrevi


Vita e morte nel Terzo Reich

La casa editrice Laterza ha pubblicato uno studio particolarmente interessante sul rapporto fra i cittadini tedeschi e il Terzo Reich.
Titolo: Vita e morte nel Terzo Reich
L’autore è Peter Fritzsche professore di Storia all’Università dell’Illinois e autore di diversi volumi, tra cui “Germans into Nazis” (Harvard University Press 1999).

A prima vista può apparire come un tema già esplorato, ma non è proprio così perché Fritzsche (il libro ha avuto una lunghissima gestazione) osserva il fenomeno attraverso diari e scambi di lettere fra cittadini tedeschi rintracciando in quale modo l’essere germanici finì con l’essere nazisti.
Abilità della propaganda nazionalsocialista? Sì, certamente, si pensi che a guidarla fu Goebbels un genio nel suo mestiere, definito un grande pubblicitario (non si offenda la categoria dei pubblicitari per l’accostamento) del secolo scorso. Ma questo non basta, c’era qualcosa fra i tedeschi che, specie dopo la sconfitta nella prima Guerra mondiale, fermentò nei cuori e nei cervelli. Guerriera volontà di rivincita? In alcuni di sicuro avvenne, ma nella massa, secondo Fritzsche, al contrario, vi fu piuttosto debolezza, un senso di smarrimento, di perduta identità che unita alle sofferenze della crisi economica contribuirono a creare una rassegnata atmosfera sociale.
Cosa questa che deve far riflettere sui rischi (dai quali in maniera meno drammatica e pur con diversi connotati storici sta vivendo l’Italia da qualche anno con moto progressivamente accelerato), che corre un paese, il suo popolo, quando cedono punti di riferimento psicostorici.
Il nazismo ebbe l’abilità di presentarsi come lampo di luce che dissolve la nuvolaglia, prometteva futuro, e, una volta al potere (1933), specie nei primi tempi, farà nascere negli animi la paura che una crisi del nazismo potesse significare un ritorno al 1918.
Qui, in verità, mi pare che Fritzsche sottovaluti la forza della macchina poliziesca nazionalsocialista e che, pur essendo vera, come l'autore sostiene, molta spontaneità in molti nell’aderire alle tesi del Nsdap, si sia pure instaurato un timore, poi diventato paura e, infine, negli anni, autentico terrore, d’essere sotto la mira dell’ occhiuta polizia hitleriana.
Al vertice della produzione del consenso c’era poi la teatrale figura del Führer che ipnotizzava - i moltissimi desiderosi di farsi ipnotizzare -“con la sua ampia visione del futuro, la sua fiducia nel verdetto della storia e la sua totale sicurezza nella capacità di arrivare dove voleva”.
In conclusione: fin dove giunse l’adesione dei tedeschi al nazismo?
Fin quando non si sentirono traditi – sostiene Fritzshe – dal nazionalsocialismo “quando apparve evidente l’incapacità dei nazisti di stabilizzare i fronti e difendere il paese, di vendicare gli attacchi aerei alleati, traditi perché sviati dalle bugie e illusioni della propaganda”. Insomma, tranne i pochi, veri oppositori, il popolo si risentiva della mancata vittoria e, ovviamente, delle conseguenze della sconfitta. Tanto che “dopo la guerra, la gente non rese mai onore agli assassini (…) ma si concesse un’amnistia e il Bundestag all’inizio degli anni Cinquanta l’approvò a stragrande maggioranza”.
Il disprezzo popolare s’indirizzò solo verso i vertici del partito nazista “i burattinai, in modo da autoassolvere i burattini”.
E l’antisemitismo?
Un ospite di questo sito, Claudio Vercelli, nel recensire questo libro su il Manifesto ha scritto “questa è un’opera che identifica i passaggi cruciali attraverso i quali i tedeschi introiettarono l’anatema antisemita e lo declinarono nei termini di un’esigenza salvifica, capace di giustificare pressoché tutto”.

Dalla presentazione editoriale
Peter Fritzsche scruta la vita privata dei tedeschi, ne esamina le lettere, i diari, le conversazioni. Scopre i loro diversi punti di vista, il desiderio, il fascino e lo sgomento con cui affrontarono la rivoluzione nazista. Questo è l’agghiacciante racconto, magistralmente narrato, delle vicende di un regime che intendeva ricostituire una nazione e che, nel corso di questo processo, trasformò l’Europa in un campo di sterminio».

Peter Fritzsche
Vita e morte nel Terzo Reich
Traduzione di Marco Cupellaro
Pagine 350, Euro13.00
Laterza


Il diritto di morire

Ci sono voluti anni e anni di battaglie laiche per ottenere il 14 dicembre 2017 l’approvazione in via definitiva al Senato, della legge sul biotestamento entrata ufficialmente in vigore il 31 gennaio 2018.
Siamo, però, ancora lontani dalla legislazione sull’eutanasia nonostante l’impegno di tanti.
Ricordo, ad esempio, in prima linea Exit-Italia guidata da Emilio Coveri, e poi l’Uaar, e altri gruppi meno noti ma che hanno nei loro programmi un sostegno a chi ne abbia purtroppo necessità e possa avere una dignitosa fine della vita.

Sul tema, le edizioni Sem Libri hanno pubblicato Il diritto di morire, ne sono autori Claudio Volpe e Dacia Maraini impegnati in un dialogo sull’eutanasia, il suicidio assistito, il testamento biologico e l’accanimento terapeutico: una riflessione sugli antitetici concetti del diritto di morire contrapposto al dovere di vivere.

Ha scritto Carlo Troilo su MicroMega:“Ora la Maraini – anche a seguito della perdita del suo compagno, ucciso dalla leucemia – rivolge la sua attenzione, in un libro/intervista con il giurista Claudio Volpe, ai problemi del fine vita, chiedendosi se dinanzi ai progressi vertiginosi della scienza non sia il caso di fermarsi un attimo a riflettere. L’autrice insiste soprattutto sul tema della dignità umana: “C’è ancora qualcuno che si preoccupa della dignità della persona umana, prima che del potere fine a se stesso? Quella di tenere vivo un corpo morto con agenti chimici e macchine evolute può sembrare una vittoria dell'uomo sul suo destino mortale ma può costituire invece una prigionia crudele e alla fine una sconfitta della collettività nel suo complesso. Fra l'altro c'è una contraddizione logica in chi sostiene le ragioni ideologiche e religiose della vita a tutti i costi e l'idea che è Dio a decidere quando un uomo deve vivere o morire: se deleghiamo a una macchina la sopravvivenza di un uomo, dove sta la volontà di Dio?”.
Intense le riflessioni della Maraini – che fa esplicito riferimento alla vicenda del DJ Fabo ed al processo a Marco Cappato – sul suicidio e sull’aiuto a commetterlo: “Siamo di fronte a una volontà da rispettare o a un atto illecito da condannare? Secondo la religione cattolica un uomo non ha il diritto di togliersi la vita, che è un dono di Dio e solo il Santissimo può decidere di toglierla o lasciarla. Il suicidio viene interpretato come un atto di disobbediente arroganza”. E invece, almeno in gran parte dell’Europa, siamo arrivati a distinguere le leggi della Chiesa da quelle dello Stato: “di conseguenza la vita non appartiene più a un Dio incomprensibile e lontano, ma alla stessa persona che la porta nel proprio corpo”.

Dalla presentazione editoriale del volume
«Il mondo cambia velocemente, la tecnologia trasforma le nostre abitudini quotidiane, anche le più consolidate. La morale da un lato e le leggi dall’altro faticano a tenere il passo. Eppure, certi temi, certe questioni ci impongono una riflessione attenta, puntuale, veloce. Dacia Maraini, una delle più note e apprezzate scrittrici di oggi, dialoga in questo piccolo, densissimo e illuminante libro con il giurista Claudio Volpe sulla delicata questione del ‘fine vita’. È ammissibile che una persona decida di morire, a prescindere dalla sua condizione fisica e di salute? La libertà di togliersi la vita può essere considerata una libertà degna? Si tratta di un diritto che, in estremo, può essere sancito da una legge, tenendo conto che comunque la Costituzione afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che mai è consentito «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»? Dalle parole di Maraini e Volpe emergono molti spunti di riflessione, anche suscitati dalla cronaca di ogni giorno. Muovendosi fra il mondo giuridico-normativo e quello delle testimonianze dirette, della letteratura e della mitologia antica, Il diritto di morire, con parole semplici e un tono sempre riguardoso, perfino commovente, aiuta il lettore a ragionare senza pregiudizi di sorta, sempre al riparo dal luogo comune, su un tema cruciale della nostra contemporaneità».

Dacia Maraini
Claudio Volpe
Il diritto di morire
Pagine 123, Euro 12.00
Edizioni Sem Libri


Non si fucila di domenica

Le edizioni Mimesis hanno pubblicato Non si fucila di domenica del francese Lucien Rebatet (1903-1972).
Ricorda Massimo Raffaeli: «In una delle scene capitali del suo film più claustrofobico, L’ultimo metrò, François Truffaut inserisce, letto a voce alta da un regista ebreo in clandestinità a Montmartre nell’autunno del ’42, un passo che proviene dal pamphlet antisemita e filonazista che fu anche il massimo successo letterario dell’Occupazione: “Non contenti di monopolizzare gli schermi e i palcoscenici, gli ebrei si prendono le nostre donne più belle”. Destinataria della citazione è un’algida e sentimentalmente ambigua ma comunque stupenda Catherine Deneuve, qui attrice e moglie del regista, forse ignara del fatto che il libro si intitoli Les décombres (alla lettera “Le macerie”) e che rechi la firma di Lucien Rebatet, notista politico e critico cinematografico del più famigerato foglio collaborazionista, “Je suis partout”».
QUI la biografia di questo scrittore collaborazionista, convinto antisemita, autore di un grande successo nel 1942 con il violento “Les Décombres”. Fu una delle voci radiofoniche di Vichy, il suo ultimo articolo su "Je suis partout" è del 28 luglio 1944, si intitola ‘Fedeltà al Nazional-socialismo’. Arrestato nel maggio 1945, processato nell’ottobre ’46 è dapprima condannato a morte, poi graziato e la pena commutata in lavori forzati a vita, sconterà solo 7 anni.
Durante questa detenzione completa il romanzo “Les Deux Etendards”.
Quest'opera, pubblicato da Gallimard, sarà in gran parte ignorata dalla critica, anche dopo la sua ristampa nel 1991. Eppure pare sia un libro straordinario. Ammirato da Mitterand, ha fatto dire al grande George Steiner “È uno dei capolavori segreti della letteratura moderna”
Di Rebatet su Youtube esistono vari documenti, ad esempio, QUI.

La Francia, quanto a scrittori e intellettuali che furono vicini al fascismo – alcuni assai impegnati, altri meno – ha la particolarità, a differenza di vari paesi, d’annoverare nomi di elevata qualità artistica.
A parte il gigante Celine, vanno ricordati, infatti, nomi che vanno da Robert Brasillah a Drieu La Rochelle, da Jacques Benoist-Méchin, a Maurice Bardéche da Alphonse de Chateaubriant a Georges Montandon, da Henry de Montherlant a Rebotet che dà lo spunto a questa nota.
Perché ciò accadde? Perché, pur non condivisibili, è innegabile che certe posizioni derivassero, o risentissero, da un profondo e ragionato pensiero.
Scrive Piero Ottone: A partire dagli ultimi decenni dell' Ottocento, una folta schiera di filosofi e di scrittori, di storici e di uomini politici, da Renan a Taine, da Barrès a Maurras, da Sorel a Bertrand de Jouvenel, ha preso le distanze dal retaggio della Rivoluzione dell' Ottantanove, e dall' illuminismo e dal positivismo che l' hanno generata; ha contestato le due grandi ideologie che hanno dominato il secolo, liberalismo e socialismo; e "alla società frammentata e atomizzata delle democrazie liberali - così scrive Sergio Romano - contrappone una società organica in cui i cittadini sono legati l'uno all'altro dalla comunanza delle tradizioni e dei ricordi. Alle illusorie teorie ugualitarie della democrazia repubblicana contrappone una nuova sociologia, fondata sulla realistica constatazione che i protagonisti della lotta politica sono sempre le élites, vale a dire una minoranza energica, dinamica, dominatrice". L' ideologia che ispirerà il fascismo ha matrici francesi.

Non si fucila di domenica è una sorta di diario scritto in carcere da Rebatet in attesa, che durò cinque mesi, dell’esecuzione. Si tratta di una scrittura tesa, scattante, che a tratti ha bagliori che rivelano lo scrittore vero.
Il volume, tradotto da Giancarlo Rognoni, è a cura di Simone Paliaga che così scrive: “Purtroppo, o per fortuna, tra gli uomini di cultura che nelle année sombres dell’occupazione tedesca di Parigi stettero dalla parte sbagliata a lui non toccò in sorte nulla di tragico. E questo non ne favorì la notorietà”.

Dalla prefazione editoriale
«Un pamphlet corrosivo e provocatorio di un autore che racconta il suo arresto, il processo e la successiva condanna per collaborazionismo. Con questo testo, pubblicato per la prima volta nel 1953, Rebatet ripercorre il periodo tra la sua resa ai partigiani francesi, l’8 maggio 1945, fino al 9 aprile 1947, giorno in cui venne graziato. Il volume costituisce una testimonianza storica dello spirito che animò gli intellettuali fascisti durante il periodo dell’occupazione tedesca della Francia»

Lucien Rebatet
Non si fucila di domenica
A cura di Simone Paliaga
Traduzione di Giancarlo Rognoni
Pagine 64, Euro 5.10
Mimesis


Ryoichi Kurokawa

Nel presentare una mostra di cui riferirò fra poco, voglio far precedere la presentazione stessa da alcune riflessioni di firme illustri sulla fotografia e sul cinema.
Anche i grandi possono dire delle cospicue castronerie. Ne volete un esempio?
Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita... sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”.
Pure il grandissimo Kafka ne disse una che, forse, oggi più non direbbe: “Se il cinema è una finestra sul mondo, ha le persiane di ferro”.
Con Walter Benjamin, la musica cambia: “Non colui che ignora l'alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l'analfabeta del futuro”.
Ecco il pensiero di due fotografi diversissimi fra loro.
Helmut Newton: “Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.
Henri Cartier-Bresson: “Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”.

Alla Fondazione Modena Arti Visive – diretta da Diana Baldon che da quando ne ha assunto la guida, ha impresso in breve tempo alla Fondazione nuova energia e nuova qualità – è in corso una mostra intitolata al-jabr, parola araba per algebra. Il termine al-jabr – spiega il dizionario – significa "unione", "connessione", deriva dal libro del matematico persiano Muḥammad ibn Mūsā al-Ḫwārizmī, intitolato (mi risparmio la grafia araba) "Compendio sul calcolo per completamento e bilanciamento".
L’esposizione, a cura di Node, raccoglie alcune tra le produzioni recenti più significative di Ryoichi Kurokawa (1978), attraverso un percorso multisensoriale caratterizzato da imponenti opere audiovisive, installazioni, sculture e stampe digitali.
È la prima mostra che si ha in Italia presso istituzioni pubbliche di quest’artista.


Dal comunicato stampa.
«Originario di Osaka ma residente a Berlino, Kurokawa descrive i suoi lavori come sculture "time-based”, ovvero un’arte fondata sullo scorrimento temporale, dove suono e immagine si uniscono in modo indivisibile. Il suo linguaggio audiovisivo alterna complessità e semplicità combinandole in una sintesi affascinante. Sinfonie di suoni che, in combinazione con paesaggi digitali generati al computer, cambiano il modo in cui lo spettatore percepisce il reale.
Il concetto di unione delle parti rappresenta il tema chiave della mostra.
Nelle opere esposte si ripropongono concetti e metodologie quali la decostruzione e la conseguente ricostruzione di elementi naturali (elementum, lttrans, renature), la riunione di strutture divise (oscillating continuum), la rielaborazione di leggi e dati scientifici (ad/ab Atom, unfold.alt, unfold.mod). Tali metodologie ricordano una versione moderna e tecnologicamente avanzata della tecnica artistica del kintsugi, ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze e vasi, in cui le linee di rottura sono evidenziate con polvere d’oro che rende la fragilità il loro punto di forza. Il kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nell’estetica del wabi-sabi, la visione del mondo tipica della cultura giapponese fondata sull'accettazione della transitorietà delle cose che echeggia anche nella poetica di Kurokawa».

Ufficio stampa: Irene Guzman: 349 – 12 50 956 - i.guzman@fmav.org

Ryoichi Kurokawa
al-jabr
Galleria Civica di Modena
Palazzo Santa Margherita
Corso Canalgrande 103, Modena
Info: 059 - 203 29 40
Fino al 24 febbraio 2019


Umberto e Lina


Dal 28 settembre è in corso a Roma presso l’Associazione culturale Atelier la prima tappa di LINA progetto ideato e realizzato da Umberto Giovannini.
QUI il suo sito web con biografia e immagini di alcuni suoi lavori.

A Umberto Giovannini ho rivolto due domande.

La tua bio indica interessi espressivi che spaziano dalla letteratura alla musica, dalle arti visive al teatro. Che cosa ti ha interessato particolarmente dell’arte incisoria?

Ho un percorso artistico e professionale non lineare mosso soprattutto dalla curiosità di indagare sempre nuovi linguaggi, un po’ perché credo profondamente che non esistano univocità espressive, ma che tutto si sviluppi senza soluzione di continuità, in un bombardamento sensoriale e percettivo che non si può non abbracciare nella sua complessità. L’altro motivo, meno aulico, è che tendo ad annoiarmi profondamente. Vagando tra le esperienze fatte nel mondo delle arti performative, c’è sempre un punto fermo che considero la mia identità: la grafica e in particolar modo la xilografia. Per me è un linguaggio di una potenza meravigliosa, una comunicazione che parla per archetipi, nella necessità binaria di colore-non colore, in cui i luoghi intermedi non sono contemplati.

Dove ti sta portando il tuo lavoro xilografico?

Negli ultimi anni, e specialmente con il progetto LINA…

… scusa se t’interrompo, vorrei sapere perché quel tuo progetto si chiama LINA…

… Lina è una donna nata nel 1915 in una zona rurale della Romagna. Inviata a servizio a undici anni a Roma presso una famiglia nobile catanese, ha vissuto con loro fino al suo diciassettesimo compleanno seguendoli nelle residenze di Roma, Monte Porzio, Catania, Randazzo, Milano.
Cosa hanno visto gli occhi di una bambina, cresciuta in un mondo rurale all’inizio del Novecento e trasportata in un ambiente radicalmente diverso? Venendo da un mondo solidamente chiuso nelle tradizioni? Quale è stata la percezione di quel flusso ininterrotto di cose in divenire? Così, attraverso una serie di immagini, che hanno preso forma dal media xilografico, sto indagando la percezione del contemporaneo riletto attraverso la lente annebbiata di una memoria che mi appartiene solo per una conoscenza indiretta: quelli di Lina, appunto.

Bene. Riprendo il discorso da dove l’avevamo lasciato riproponendoti la domanda: dove ti sta portando il tuo lavoro xilografico?

Sto spingendo la xilografia verso ambiti non convenzionali (almeno per me), mischiando le tecniche europee e quelle giapponesi e lavorando su grande formato: il lavoro più grande della serie LINA è una xilografia di 3,6 metri per 1 metro realizzata a 4 colori. Mi piace pensare alla possibilità di un’immersione iconografica attraverso installazioni che partono dalla serie di incisioni su legno. Questi lavori vanno a cercare frammenti di una memoria collettiva attraverso un’indagine sugli spazi e sul concetto di appartenenza e di sradicamento. Con la stessa intenzione sto lavorando con il musicista Stefano Pagliarani a delle performance che accompagnano LINA e partono dalle melodie popolari di inizio Novecento per essere dissezionate attraverso l’elettronica.

Umberto Giovannini
Progetto LINA
Associazione Atelier
Via Panisperna 236, Roma
Info:+39 3284249215
+39 333 4840131
atelier@email.it
Fino al 13 ottobre ‘18


Come

Le edizioni Cronopio hanno pubblicato un originale raccolta di scritti intitolata Come.
L’autrice è Vega Tescari. Ricercatrice e docente universitaria.
Ha pubblicato En suspence. Scenari del tempo.
I suoi studi si concentrano sulle relazioni tra arti visive, letteratura e filosofia, con una particolare attenzione agli orizzonti della temporalità e della spazialità.

Ho usato l'espressione “originali scritti” perché sono traiettorie verbali sospese fra prosa e poesia, notturne e solari, surreali e pure icastiche al tempo stesso.
Leggendo le non-storie di creature e oggetti, atmosfere e ore, sembra di vedere un quadro di Magritte rivisitato in animazione.
Questi sguardi sghembi su ambigue terre lessicali fanno dire a Fabio Pusterla nella postfazione: «I testi di Vega Tescari non sono dei racconti nel senso tradizionale del termine, anche se non sono estranei ai modi della narrazione, e non sono neppure delle poesie versificate, benché presentino la potenza evocativa e il lavoro sulla parola tipici del linguaggio poetico. Non è facile trovare dei punti di riferimento letterari, se non proprio dei modelli; si pensa subito, inevitabilmente, a certe atmosfere kafkiane, più dei racconti brevi che dei romanzi; oppure a Robert Walser, alla tersità narrativa di certe sue scene; o ancora, per l’irruzione dissimulata dell’onirico e del surreale, ai racconti misteriosi di Corinna Bille. Per rimanere o ritornare in Italia, probabilmente si potrebbe pensare a un punto intermedio tra Landolfi e un certo Calvino».

Vega Tescari
Come
Postfazione di Fabio Pusterla
Pagine 96, euro 10.00
Cronopio


Spatola 30

Della poesia visiva, un protagonista internazionale è stato Adriano Spatola.
Sono trent’anni che ci ha lasciato.

Lo ricorda lo Studio Segni & Segni con una esposizione di opere (dal 12 al 21 ottobre) e, venerdì prossimo, con letture poetiche e ascolto di registrazioni..
Interventi di: Pasquale Fameli, Giovanni Fontana, Nanni Menetti, Maurizio Osti, Gian Paolo Roffi, Carlo Alberto Sitta, Maurizio Spatola.

A proposito di suo fratello, Maurizio, fidando solo sulle sue forze e senza alcun aiuto economico pubblico manda avanti un Archivio di poesia verbovisiva e di soundpoetry che abbraccia un tempo che va dalle avanguardie storiche ai nostri giorni.
Accanto a questi materiali esiste un prezioso repertorio di riviste ormai altrove introvabili sicché per gli studiosi della letteratura d’avanguardia è obbligatorio passare per quell’Archivio onde consultare la grande massa di pagine, illustrazioni, fotografie, lì conservate.

Studio Segni & Segni
via San Pier Tommaso 20 B
Bologna


Genocidi animali


Nelle case italiane vivono sette milioni di cani e sette milioni mezzo di gatti.
Ancora più numerosi gli animali acquatici, tra pesciolini rossi ed esemplari più esotici; nei nostri acquari ci sono non meno di trenta milioni di esemplari.
Almeno 13 milioni gli uccellini ospitati dalle famiglie italiane. E i roditori? Quasi due milioni. E ancora: tra iguane, tartarughe e serpenti, è stata calcolata l’esistenza nelle case di un milione e mezzo di rettili.
Queste sono cifre che estraggo da un rapporto Assalco-Zoomark e viste le tendenze illustrate in quel documento, è possibile che quelle cifre possano essere oggi approssimate per difetto. Impossibile, se non avventurandosi in improbabili calcoli, valutare il numero degli animali che solo in Europa vivono in condizioni domestiche.
Tutto questo deve far credere a un amore di noi verso gli animali non umani (ammesso che nelle case quegli esseri siano ben tenuti)? Sì, ma anche no.
Perché molti sono gli episodi di crudeltà che commettiamo verso quei nostri simili. Alcuni dovuti alla voracità di profittatori che importano o esportano animali in condizioni terribili, altri consumati nei circhi equestri, nei grandi acquari, o da delinquenti che organizzano combattimenti fra quelle creature, per finire con la tormentata questione della vivisezione. Finisce qui la collana dei nostri crimini? Purtroppo no. Perché c’è la macellazione condotta assai spesso con metodi raccapriccianti
Cose tutte che sono il doloroso risultato della dottrina cristiana di Cartesio sugli animali che ha determinato lo specismo, termine coniato dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali” (1973).
Ancora una cosa sul tema di queste sofferenze. Molti stupratori e serial killer hanno sfogato durante l'infanzia il loro desiderio/bisogno di violenza torturando animali; ecco un interessante intervento su queste angosciose vicende.
Come fare per evitare che si acquisti coscienza di questi problemi?
Ancora una volta, è la scuola ad essere coinvolta anche in questo còmpito.
Non la “buona scuola” renziana naufragata com’era prevedibile (e meritava), ma una scuola vera, seria, che abbia coscienza dell’importante ruolo che ha nella società

Un libro che consiglio a quelli sensibili al tema dell’animalismo lo ha pubblicato la casa editrice Mimesis, è intitolato Genocidi animali.
Ne sono autori Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe.

Alessandro dal Lago, già professore ordinario di Sociologia presso l’Università di Genova, è autore di oltre trenta volumi di argomento filosofico e sociologico. Collabora stabilmente con “aut aut”, “Etnografia e ricerca qualitativa” e con diverse riviste italiane e straniere. Tra gli altri, è membro dei comitati scientifici di “California Italian Studies” e “Simmel Studies”. Tra i suoi ultimi saggi, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra (2017), Blind Killer. L’Europa e la strage dei migranti (2018), Sporcare i muri. Graffiti, decoro, proprietà privata (con Serena Giordano, 2018) e la raccolta di racconti Ultime notizie da un paese di merda (2018).

Massimo Filippi, professore di neurologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Ha pubblicato Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte (Verona 2010); Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia (Mimesis, Milano 2010); I margini dei diritti animali (Aprilia 2011); Natura infranta (Aprilia 2013) e Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio (Milano 2013).

Antonio Volpe, ricercatore indipendente, è autore di diversi saggi filosofici sulle riviste “Liberazioni” e “Animal Studies”.

Il volume, di poche ma dense pagine, è strutturato in tre parti: due interventi, uno di Filippi e l’altro di Volpe e un’intervista dei due studiosi ad Alessandro dal Lago. Che in una delle sue prime risposte afferma: “…i miliardi di animali uccisi ogni anno rappresentano lo sterminio di un genere di viventi, cioè un genocidio”
In conclusione della conversazione – dopo avere affrontato plurali temi dell’antispecismo sia sotto il profilo filosofico sia politico – nel libro ci s’interroga se l'animalismo possa, o non, essere rappresentato con efficacia dai movimenti e, qualora lo fosse, con quale di quelli meglio potrebbe intersecarsi.

Dalla presentazione editoriale
«Lo sfruttamento istituzionalizzato e il massacro industriale degli animali hanno reso la questione animale un’urgenza politica inderogabile. Attraverso un dialogo tra il noto sociologo Alessandro Dal Lago e due teorici e militanti antispecisti, Massimo Filippi e Antonio Volpe, questo volume si domanda se sia possibile arrestare le lame taglienti delle norme dicotomiche in cui siamo immersi, senza impegnarsi in una radicale decostruzione dell’umano e senza riconoscere che gli animali sono al contempo il centro e il “prodotto” principale dei meccanismi di animalizzazione che investono anche la stragrande maggioranza dei membri della specie Homo sapiens. Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?».

Alessandro Dal Lago
Massimo Filippi
Antonio Volpe
Genocidi Animali
Pagine 62, Euro 6.00
Mimesis


Il mondo in alfabeto


Anni fa in questo sito ospitai lavori che m’interessarono perché rappresentavano l’essenza stilistica di famosi artisti, attraverso un complesso esercizio grafico, prendendo spunto da una lettera dell’alfabeto – vedi QUI.
Quei lavori andati avanti nel tempo sono opera di Gloria Soriani (della quale al link di prima troverete sia biografia sia una sua riflessione) che ora a Ferrara, sua città natale, presenta in questi giorni alla Galleria Cloister una mostra intitolata: Il mondo in alfabeto Segno e significato.

In tanti hanno scritto su di lei, su quel suo percorso dalla scrittura al segno, come, ad esempio Franco Patruno che dice “Gli alfabeti di Gloria Soriani, simili e dissimili come le arsi e le tesi del canto gregoriano, sono una gioiosa celebrazione delle parole”.

Com’è nato quest’esercizio di stile? Quale direzione e senso hanno quell’operazione verbovisiva?
Qui lo spiega la stessa Soriani.

«Mi appassionai di calligrafia antica e di miniatura molti anni fa. Alle prese con le antiche scritture l’attenzione si è focalizzata sul segno come pura forma, al di là del suo significato linguistico.
Può avere vita propria una singola lettera? Ridisegnata, colorata, slegata dal suo severo compito, dall'ordine obbligato, può diventare divertente e inquietante. La lettera modifica così il suo scopo; chiunque può vedere, nel puro segno, ciò che preferisce: una nuvola, un fiore, un rinoceronte, o solo una tranquilla e distratta fantasia di linee, di cerchi, di triangoli, restituendo all'immaginazione la massima libertà. La sensibilità di chi osserva una immagine la riconduce a parametri spesso diversi dalle intenzioni dell’artista. Se così non fosse, mancherebbero i colori dell’emozione. Nell’astrarre il segno dal significato, nell’elaborarlo, come piacere ludico, attraverso lo spazio, il colore, le forme, si può creare un oggetto in sé, munito di vita propria.
Si può giocare con un tema come l’alfabeto, che segna momenti seri e talvolta gravi dell’intera esistenza? Io ci provo.
La libera creazione non è sinonimo di indifferenza. Ha l’intenzione anche di aggredire la realtà, che quando scivola in un ordinato opportunismo trova motivi di oppressione violenza e conflitti. In questa direzione va anche la scelta di occuparmi, da diversi anni, di alfabeti ‘altri’, come il cinese (vedi foto), l’ebraico, l’armeno, il tibetano, lo zingaro, l’arabo, il cirillico, il cambogiano e del rapporto con l'alfabeto latino: l’interno della iniziale alfabetica straniera viene così illustrato per mezzo del segno corrispettivo, con l’intento di creare una sorta di dialogo tra mondi e culture diverse, che comunicano tra loro nella sintesi armonica di una lettera ‘miniata’: la pratica calligrafica, da semplice riproduzione, si è fatta atto creativo».

Gloria Soriani
Il mondo in alfabeto
Galleria Cloister
Corso Porta Reno 45, Ferrara
Info: 0532 - 21 06 98
galleriadarte@cloister.biz
Fino al 26 ottobre '18


Conversazione con Bergman

Del regista svedese Ingmar Bergman (1918 – 2007) quest’anno ricorre il centenario della nascita e la sua personalità, la sua filosofia, la sua maniera di fare cinema, sono rese in 3D da un’intelligente intervista edita dalla casa editrice Lindau: Conversazione con Ingmar Bergman.
Gli intervistatori: Olivier Assayas e Stig Björkman.
Assayas, critico cinematografico dei «Cahiers du cinéma» dal 1980 al 1985, è in seguito passato alla regia affermandosi come uno dei più interessanti autori del cinema francese contemporaneo, con pellicole quali “Désordre – Disordine” (1987), “Il bambino d’inverno” (1989), “Contro il destino” (1991), “L’eau froide” (1994), “Irma Vep” (1996), “Demonlover” (2002), “Clean” (2004), “Sils Maria” (2014), “Personal Shopper” (2016).
Björkman, cineasta e scrittore, ha diretto diversi lungometraggi ed è autore dei libri-intervista “Lars von Trier. Il cinema come Dogma” (2001) e “Io, Woody e Allen. Un regista si racconta” (2005). Il documentario “Io sono Ingrid” (2015) è stato proiettato al Cannes Film Festival dello stesso anno.

In occasione dei cento anni della nascita di Bergman, è andato in onda nello scorso luglio su Sky Arte HD (per chi se lo fosse perso, occhio a quella programmazione perché ne è prevista a breve una replica) di Jane Magnusson “Bergman 100: la vita, i segreti, il genio”.
Il documentario ha il merito di dare uno sguardo sia sulla complessa opera registica sia sulla turbinosa vita privata dell’artista: 5 mogli, innumerevoli amanti, 9 figli. Non facciamogli una colpa se dei figlioli – come lui affermava – non ricordava le date di nascita, via, 9 date sono troppe.
Con Carl Theodor Dreyer, supera i confini della cinematografia svedese per essere fra i protagonisti della storia della settima arte indagando nelle sotterranee, cupe, atmosfere psichiche dei suoi personaggi fra i quali interpreti spicca la figura di Gunnar Björnstrand, attore svedese (180 film) da considerarsi un alter ego del regista col quale girò 22 opere tra il 1946 (“Piove sul nostro amore”) e il 1982 (“Fanny e Alexander”, vincitore di Oscar).

Conversazioni con Bergman illumina il carattere, ora cedevole ora improvvisamente spigoloso, del regista, attraversa la storia delle sue gioie (ad esempio per la realizzazione di “Monica e il desiderio”) e delle sue intolleranze (aspre queste, verso certi comportamenti di suoi studenti nel ’68).
Inoltre, è un documento sul suo modo di scegliere gli attori, il suo rapporto con i collaboratori, la sua maniera d’organizzare le produzioni specie quando il budget non gli sorrideva.
Il libro si chiude con queste parole di Bergman: ”Quando si è artisti, quando si creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti. Se si è logici, la bellezza ti sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo. Ma se si ha fiducia nelle proprie emozioni, allora si può essere del tutto incoerenti. Non fa nulla. Perché si ha il potere di cogliere le conseguenze delle emozioni che hai suscitato. Per sempre”.

Dalla presentazione editoriale degli autori.
«Abbiamo incontrato Bergman nel 1990 tre volte, il 14, 15, e 16 marzo dalle quattordici alle sedici. Il rituale era sempre lo stesso: lui ci faceva da guida fra i meandri del teatro fino alla piccola anticamera del suo ufficio contrassegnata da una piccola targa in cuoio «Ingmar Bergman - Regissör».
Qui, ci sedevamo intorno a un tavolo basso e chiacchieravamo di tutto un po’.
Interessato al cinema francese, sondava i nostri punti di vista, ci interrogava su alcuni film recenti, ci parlava dei suoi progetti teatrali.
Poi, facevamo partire i registratori, due piccoli mangiacassette antidiluviani che entrambi osservavamo di tanto in tanto con i sudori freddi.
Lui distendeva i piedi su uno sgabello, si allungava all’indietro e rispondeva – o evitava di rispondere – con molta attenzione e precisione».

Olivier Assayas
Stig Björkman
Conversazione con Ingmar Bergman
Traduzione di Daniela Giuffrida
Pagine 104, Euro 14.00
con inserto fotografico in b/n
Edizioni Lindau


Audiolibri: Il giro di vite


Dall’Indipendent del 5 gennaio 1899: “È la storia più disperatamente malvagia che sia mai stata letta in qualunque letteratura, antica e moderna”.
Virginia Woolf, 1921: “Questo raffinato, mondano, sentimentale, vecchio signore riesce ancora a farci avere paura del buio”.

Qual è quella storia? E chi è quel signore?
Il racconto è Il giro di vite, una storia di fantasmi apparsa originariamente a puntate sulla rivista Collier's Weekly dal 27 gennaio al 16 aprile del 1898.
Il vecchio signore è Henry James (New York, 15 aprile 1843 – Londra, 28 febbraio 1916) scrittore e critico letterario statunitense naturalizzato inglese.
“Il giro di vite” (titolo originale "The Turn of the Screw") è tra le celebrate pagine della letteratura occidentale.
“Chiunque abbia una conoscenza di psicologia, assimila oggi i fantasmi ad una proiezione dell’inconscio, ogni libro/film/poesia/canzone che parli di fantasmi ci proietta siffatta interpretazione sullo schermo delle nostre angosce: un’opera come “Il giro di vite” va oltre, gioca col nostro personale doppelganger e ci porta in una Twilight Zone da cui è tutt’altro che facile uscire”. (Copyright Vieri Peroncini)..
Questo racconto lungo o romanzo breve, definizioni che si alternano nelle tante edizioni, ha conosciuto molte versioni su più mezzi. Si hanno, infatti, edizioni radiofoniche; televisive; teatrali; musicali (memorabile l’opera di Benjamin Britten del 1954); cinematografiche (da ricordare “The Innocents” del 1961, film diretto da Jack Clayton con una maiuscola interpretazione di Deborah Kerr (una curiosità: fu tra le prime pellicole a utilizzare effetti sonori elettronici); con i fumetti, si pensi quello realizzato da Guido Crepax pubblicato, con prefazione di Emilio Tadini, nel 1989.

La più recente edizione in audiolibro è di questi giorni, l’ha pubblicata Il Narratore; che ricordo come una delle prime editrici italiane di audiolibri.
La dirige Maurizio Falghera.
“Il giro di vite” rivive oggi avvalendosi della traduzione e della lettura, entrambe eccellenti, di Alberto Rossatti (in foto).
Voce storica di Radio Rai, Premio Sabaudia 2005 per il CD “Il mutamento dell’anima” quale migliore interprete della poesia di Mario Luzi. Per Il Narratore AudioLibri e Giunti Editore, ha registrato opere di Pavese, Pascoli, Neruda, Schnitzler, Dickens e Kafka; per le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB), il Vangelo di Matteo; per la Società Dante Alighieri, un'Antologia di poesie di Giorgio Caproni, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.

La policroma voce di Rossatti rende plasticamente la tenebrosa atmosfera del racconto, i suoi momenti di ansia, le sue ore d’angoscia, i tanti battiti di terrore.

Henry James
Il giro di vite
Traduzione e lettura di
Alberto Rossatti
Audiolibro
Formato Kindle
Euro: 2,99
Edizione Il Narratore


Prossimi umani (1)


Un gran bel libro è stato pubblicato da Giunti, titolo: Prossimi umani Dalla genetica alla robotica, dalla bomba demografica ai big data… Come sarà la nostra vita tra vent’anni
Ne sono autori. Francesco de Filippo e Maria Frega.

De Filippo: trovate QUI il suo sito web. Frega: per sue notizie bibliografiche CLIC.

Nel volume non si fa futurologia che, spesso, sconfina nella fantascienza, ma si legge una rigorosa inchiesta su come si svilupperanno le ricerche in atto.
Cioè nessuna concessione a fantasie romanzesche, nessuna cosmesi avveniristica, solo e soltanto ciò che in larghissima parte accadrà senza peraltro negarsi a quanto potrà accadere. Perché è ben accertata nella storia delle scienze e delle tecnologie che raggiunto un traguardo da quello si scorgano mete che non erano state previste.
Questo risultato è stato ottenuto dai due autori intervistando tredici fra le migliori intelligenze italiane applicate dalla ricerca di base alla ricerca applicata.
In ordine d’apparizione nell’Indice: Edoardo Boncinelli – Valerio Rossi Albertini – Mauro Giacca – Roberto Cingolani – Roberto Basili – Nicola Zamperini – Umberto Guidoni – Guido Martinelli – Piergiorgio Strata – Giuseppe Roma – Roberto Battiston – Marina Cobal – Giovanni Amelino-Camelia .

Fra vent’anni come sarà il nostro pianeta? Come diventeremo noi? Quali le relazioni che avremo con il nostro corpo, con la comunicazione, con l’espressività artistica?
Questo libro fa riflettere su come il futuro abbia cambiato non solo velocità nel manifestarsi ma la sua stessa natura rispetto alla misurazione in qualità e quantità immaginata un tempo.
Basti pensare che solo nei vent’anni trascorsi le cognizioni apprese e praticate si sono succedute con una velocità finora mai registrata nella storia dell’uomo.

Dalla presentazione editoriale
«È in atto la rivoluzione destinata a cambiare con velocità esponenziale la vita dell'uomo sulla Terra. Il progresso scientifico e tecnologico è drammaticamente rapido, ma ''Homo sapiens'' è rimasto quello di 60.000 anni fa.
I più prestigiosi scienziati italiani esperti di domotica, robotica, astrofisica, fisica nucleare, biotecnologie, demografia, genetica, intelligenza artificiale e bioingegneria disegnano gli scenari prossimi venturi.
Avremo una vita molto più lunga ma virtuale e sempre meno reale, abiteremo in gigantesche aree metropolitane, ci serviremo (forse) degli asteroidi come fonti di materie prime, ne sapremo di più sulla materia oscura e sull'Universo, con terapie geniche potremo rigenerare alcuni organi del corpo umano, consumeremo su larga scala prodotti ispirati al mondo vegetale, saremo coadiuvati dagli umanoidi nella vita quotidiana, la popolazione mondiale sarà di 11 miliardi, finalmente sbarcheremo su Marte...
E infine, con il dominio della tecno-scienza, sarà sempre più arduo distinguere tra ''artificiale'' e ''naturale''...
Dalle loro previsioni emerge una necessità ineludibile: investire nella ricerca applicata è l'unico modo per non essere travolti da una rivoluzione che non sarà nulla di paragonabile a quanto è successo in oltre due millenni di storia».

Segue ora un incontro con gli autori.


Prossimi umani (2)

A Francesco de Filippo e Maria Frega (in foto) ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

Stiamo vivendo un tempo di rapide trasformazioni, ogni giorno siamo investiti da notizie che riguardano le nuove frontiere della ricerca. Non sempre, però, l’informazione riesce a rendere correttamente quel che accade nei laboratori di genetica e di robotica, negli osservatori, negli acceleratori. Anzi: spesso sulle prime pagine dei giornali leggiamo news esagerate o parziali. La nostra intenzione, con questo libro, è dare un quadro scientificamente esatto di quello che accadrà nel prossimo futuro e, per farlo, abbiamo interrogato scienziati, ricercatori ed esperti, i protagonisti della rivoluzione già in atto.

Esiste un sottofondo filosofico postumanista (Nick Bostrom, Max More, solo per citare due nomi) nei vari campi di ricerca scientifici da voi visitati? O vi ravvisate anche altre tendenze di pensiero ?

Non abbiamo seguito sottofondi filosofici aprioristicamente. Al contrario, ci siamo mossi come se fossimo una lavagna bianca da riempire senza infingimenti né pregiudizi e raccogliendo le testimonianze di chi oggi sta elaborando quel che avverrà domani. Non ci sono indicazioni teoriche, nessuna corrente da seguire; c’è invece la libertà di chi non è esperto e con maggiore curiosità e libertà di pensiero può trasmettere quelle testimonianze.

In un’epoca in cui esisterà quell’ambiente tecnologico determinato dall’intersezione delle scienze da voi esplorate, quale pensate potrà essere nell’uomo di quel tempo l'atteggiamento esistenziale che più lo differenzierà da noi di oggi?

È molto difficile stabilire oggi, sulla scorta di quello che possiamo solo presumere che cosa avverrà prossimamente all'esterno dell’uomo, come potrà essere o evolvere il pensiero su noi stessi, sulle relazioni che intesseremo con l’ambiente circostante.
È tuttavia possibile immaginare un mondo dove il controllo sarà sempre più nelle mani di pochi e un uomo fisicamente più potente e, forse, emotivamente più stabile. Determinare un nuovo possibile equilibrio è troppo complicato.
Occorre arrivare preparati a questo futuro e non smettere di considerare la cultura che abbiamo accumulato come cardine del nostro agire e dell’interpretazione del mondo.

"Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie", così diceva John Cage.
Da dove viene quel panico che affligge tanti da spingerli fino alla tecnofobia
?

I tecnofobi, oggi, sono prevalentemente una classe anagrafica, quella che, non conoscendo il telecomando, oggi ha in mano, spesso inconsapevolmente, dispositivi di intelligenza artificiale e, nei prossimi anni, supercomputer quantistici.
Negli ultimi cento anni, il gap generazionale in ambito culturale e tecnologico si è acuito e forse non è mai stato così profondo come quello che sta vivendo l'attuale generazione. Partendo da questo presupposto, coloro che oggi sono adulti possiedono valori e riferimenti completamente diversi da quelli dei figli, si trovano a essere sovrastati dalle ultime sensazionali scoperte: stare al passo è difficile e, dunque, un rifiuto è comprensibile.
C’è un segmento sociale di persone più avvedute che, pur volendo evitare di essere travolti dall’ondata tecnologica, non possono essere definiti tecnofobi, né animati dal panico verso un mondo che non riconoscono più. Questa tendenza la osserviamo nel rapporto con i social network: vengono criticati utilizzando proprio facebook o whatsapp, sfruttando i messaggi virali e una sintassi nata proprio in questi ambienti sociali. È qui che si avverte la paura del cambiamento e, al contempo, la necessità di non essere vittime della tecnologia.
Su altri fronti della scienza, i tecnofobi sono una minoranza davvero esigua. Tutti sfruttiamo, per esempio, i risultati della ricerca medica - e i suoi trasferimenti da quella spaziale, per esempio - per vivere meglio e più a lungo.

Semir Zeki prospetta, nel suo libro “La visione dall’interno”, la nascita di una neurologia dell’estetica che chiama neuroestetica.
Questo sito, come sanno quei generosi che lo visitano, si occupa frequentemente dell'influenza di scienza e tecnologie sulle arti della nuova espressività dove intervengono principalmente neuroscienze, robotica, informatica.
Ad esempio, non solo performers di arti ibride quali Stelarc oppure Marcel.li, ma anche gruppi del teatro tecnosensoriale usano il proprio corpo come esplorazione tecno-antropologica della fisicità. Come interpretate quest’interesse delle arti per una sorta di “neocorpo”
?

Il dialogo fra scienza e arte è sempre ricco e in evoluzione: sono due ambiti che si rincorrono vicendevolmente. Nei secoli passati, la letteratura e l’iconografia hanno anticipato innovazioni tecnologiche, suggerendo ai ricercatori soluzioni per l’esplorazione spaziale e l’ingegneria genetica. Oggi, proprio grazie alla vorticosa rivoluzione che abbiamo esplorato in questo libro, accade anche il contrario e, in ogni continente, lavorano artisti che invitato alla riflessione su temi etici, anticipando ciò che ancora manca nell'opinione pubblica.
Nel nostro libro abbiamo affrontato il ruolo di avatar e bot come nuova classe sociale “priva di corpo”, ma abbiamo anche dettagliato le innovazioni della robotica e della medicina: esoscheletri, dispositivi neuronali, taglia-e-cuci cromosomico. Osserviamo questi fenomeni come una chance in più per una vita che, se sarà più lunga, sia degna di essere vissuta con consapevolezza.

Come ho già detto nella presentazione, il vostro libro saggiamente si è posto lo sguardo sulla distanza di vent’anni.
Prima di salutarci, vi chiedo malvagiamente di fare qualche passo in più.
Poco prima di morire, Stephen Hawking, rivedendo al ribasso una sua precedente previsione, affermò che ci restano appena 100 anni di tempo per emigrare su altri pianeti prima che la Terra sia inabitabile e l’umanità conosca la propria fine.
Volendo trovare un'alternativa lontano da casa, al momento, pare che dovremmo spingerci verso altri sistemi stellari. Non è difficile credere che con miliardi di stelle nella Via Lattea ci sia una buona probabilità di trovare pianeti con acqua e aria respirabile.
Data la mia età, la cosa non mi riguarda troppo, ma voi pensate che altri ce la faranno
?

Per raggiungere uno di quei pianeti gemelli della Terra occorrono almeno 500 anni luce e una tecnologia propulsiva che ancora non esiste; sarà possibile quando riusciremo a realizzare un’astronave a fusione nucleare ma, verosimilmente, è un progetto al quale nessuno riesce a mettere una data. Di più realizzabile c’è la colonizzazione di Marte. Noi viventi vedremo fra 25-35 anni dei terrestri sul Pianeta Rosso. Ci arriveranno con un biglietto di sola andata e andranno incontro a condizioni difficili, come vivere in un ambiente artificiale per evitare le radiazioni esterne e le avverse condizioni climatiche, ma lì sarà possibile la vita, lontanamente simile, a quella del nostro pianeta.
Siamo convinti tuttavia che, intanto, potremmo rimediare ai danni inferti alla Terra, soprattutto negli ultimi decenni, e ciò è possibile proprio grazie alla ricerca scientifica, in gran parte ecosostenibile.

…………………………….

Francesco De Filippo
Maria Frega
Prossimi umani
Pagine 202, Euro 14.00
Giunti


Memoria, maschera e macchina (1)

Torna, graditissima ospite, su questo sito Anna Maria Monteverdi in occasione di un suo nuovo libro pubblicato da Meltemi.
Titolo: Memoria, maschera e macchina nel teatro di Robert Lepage.
Anna Maria è ricercatrice di Storia del Teatro, Dipartimento di Beni Culturali, Università Statale di Milano; professore aggregato a tempo indeterminato di Storia del Teatro presso la stessa Università; professore aggregato di Storia della Scenografia, coordinatrice della Scuola di Nuove tecnologie dell’Accademia ‘Alma Artis’ di Pisa dove è docente di Culture Digitali.
Ha insegnato per 10 anni Digital video e Drammaturgia multimediale all’Accademia di Brera. Ha pubblicato tra gli altri: Le arti multimediali digitali (con Andrea Balzola, 2005); Nuovi media nuovo teatro (2011).

La considero, e non sono il solo, una delle più grandi menti applicate alla storia e all’interpretazione del tecnoteatro. Lo è perché la sua competenza critica non si limita alla parte scenica del nostro mondo tecnologico, ma abbraccia l’intero universo digitale, le sue implicazioni di linguaggio, i suoi esiti sociologici. Com’è possibile notare in questa conversazione che ebbi con lei.

Fernando Mastropasqua ricorda nella Prefazione che già nel 2005, Monteverdi scrisse la prima monografia su Robert Lepage, uno dei maestri della regìa contemporanea. Ora ritorna sulla figura di questo creatore canadese con accresciuta esperienza e rinnovati strumenti critici.

Cliccando QUI immagini e parole di Lepage.

A proposito di parole, di lui molto mi piacciono queste: Racconto storie attraverso le macchine. L’attore stesso è in sé una macchina. So che a molti attori non piace essere definiti macchine, ma se fai teatro è un po’ così.

Dalla presentazione editoriale.
«Memoria, maschera e macchina sono termini interscambiabili nel teatro di Robert Lepage, regista e interprete teatrale franco-canadese considerato tra i più grandi autori della scena contemporanea che usa i nuovi media; se la sua drammaturgia scava l’io del personaggio portando alla luce un vero e proprio arsenale di memorie personali e collettive, la macchina scenica video diventa il doppio del soggetto, specchio della sua interiorità più profonda. La perfetta corrispondenza tra trasformazione interiore del personaggio e trasformazione della scena determinano la caratteristica della macchina teatrale nel suo complesso che raffigura, come maschera, il limite tra visibile e invisibile. Il volume contiene interviste a Robert Lepage e allo scenografo Carl Fillion e un’antologia critica con saggi di Massimo Bergamasco, Vincenzo Sansone, Erica Magris, Giancarla Carboni, Francesca Pasquinucci, Andrea Lanini, Ilaria Bellini, Sara Russo, Elisa Lombardi, Claudio Longhi».

QUI un primo trailer del libro e QUI un secondo video.

CLIC per visitare il sito web dell’autrice.

Segue ora un incontro con Anna Maria Monteverdi.


Memoria, maschera e macchina (2)

A Anna Maria Monteverdi (in foto) ho rivolto alcune domande.

Perché Robert Lepage è il protagonista dei tuoi saggi?

Il franco canadese Robert Lepage è senz’altro uno dei più rappresentativi registi e interpreti del teatro contemporaneo, il suo uso della tecnologia video e interattiva è davvero emblematico, diventa un elemento drammaturgico fondamentale, e grazie alle originali soluzioni e dispositivi scenografici inventati, dà forma a un nuovo teatro sottratto alle convenzioni. Si svela la potenzialità della tecnologia da parte di una generazione di registi che ha smesso di pensare ai nuovi media in scena come qualcosa di assolutamente “altro” rispetto a quel “grumo di emozioni” con cui tradizionalmente definiamo l’attore. La sua scena integra immagini e meccanismi in un unico dispositivo teatrale metamorfico in cui l’uomo è ancora al centro della ricerca.

Titolo e struttura del titolo si articolano in “Memoria-Maschera-Macchina”.
Quale la motivazione di questa scelta
?

Memoria maschera e macchina sono termini interscambiabili nel teatro di Lepage: se la sua drammaturgia scava l’io del personaggio, portando alla luce un vero e proprio arsenale di memorie personali e collettive, la macchina scenica diventa il doppio del soggetto, specchio della sua interiorità più profonda, racconta la sua storia, la sua vulnerabilità,esprimendo sentimenti e sensazioni in forma di immagini e movimento. L’attore trova un supporto fondamentale alla sua interpretazione nella scenografia mobile che, come maschera, gli permette di incarnare molteplici stati d’animo, incarnando un’identità ibrida che ha trasceso l’effimero ed è diventato memoria.
Nella macchina produttrice di immagini video e filmiche del teatro di Lepage e di una metamorfosi continua della scena, l’attore è un fondamentale ingranaggio.

Perché Lepage sostiene che “la tecnologia è la reinvenzione del fuoco”?

Lepage mi ha regalato quest’immagine molto suggestiva della nascita del teatro dal fuoco attorno a cui gli uomini hanno da sempre amato radunarsi per sentire storie; il fuoco produceva luce e ombra e il narratore poteva gestire le storie accompagnandosi con delle sagome proiettate, immagini elementari ma pur sempre immagini. La tecnologia a teatro pone oggi un’eguale sfida: come accompagnare visivamente il racconto per coinvolgere emotivamente ed empaticamente lo spettatore. Una frase che mi è piaciuta molto perché mette sullo stesso piano antropologia e tecnologia per spiegare il teatro.

Nel libro è dato spazio allo scenografo Carl Fillion.
Quale il suo contributo alla poetica di Lepage
?

Sin dal 1995 Fillion è lo scenografo di riferimento (anche se non esclusivo) di Lepage e della sua compagnia Ex machina. La creatività di Fillion ha dato vita agli universi in movimento dell’”Anello dei Nibelunghi” di Wagner per il Metropolitan, alle scatole specchianti dei “Sette rami dei fiume Ota”, al cubo girevole e videomappato di “Les aiguilles et l’opium”; nel libro ho inserito varie interviste che ho fatto a Carl nel corso di alcuni anni in cui mi ha spiegato come nella progettazione tenga conto della presenza dell’attore e dei suoi movimenti sopra questi dispositivi sempre in movimento che richiedono equilibro e destrezza. Ma è proprio la dinamica scenica a fornire ulteriori tematiche al lavoro teatrale complessivo. La regia di Lepage acquista così una completezza nelle soluzioni scenografiche di Fillion che sono davvero sorprendenti -e non solo per la tecnologia utilizzata-; premiate ed elogiate dalla critica e dal pubblico hanno permesso a Lepage di sbancare botteghini e prendere premi internazionali.

Una domanda che riguarda non solo il teatro, ma tutta la nostra contemporaneità digitale. Diceva John Cage: “Molti hanno paura del nuovo. A me spaventa il vecchio”.
Perché in tanti arretrano di fronte alle nuove tecnologie? Da dove viene quel panico
?

Mac Luhan per questa “reazione protettiva” rispetto all'innovazione che avanza, aveva introdotto la curiosa “sindrome dello specchietto retrovisore”, in sostanza noi siamo sempre indietro nella comprensione di una tecnologia perché la comprendiamo quando essa ci sorpassa: troppo intenti a guardare indietro, il passato, non ci accorgiamo del presente e del futuro. Beh, vale anche oggi. Il paradosso è che siamo circondati dalle tecnologie, usiamo le APP di realtà aumentata per fare la spesa, tra poco potremo telefonare alla nostra macchina per dirle di venire sotto casa a prenderci, ma ci spaventa l’idea che un attore possa interagire non dico con una intelligenza artificiale ma anche solo con un video! La lezione del videoteatro degli anni Ottanta non è ancora stata sedimentata a sufficienza evidentemente.
Bisogna invece accettare l’idea che le nuove tecnologie possano portare a pensieri diversi,
Un amico artista, Lino Strangis mi ha mostrato alcune sue creazioni fatte con una videocamera 360°. Certamente ci sarà chi continuerà a farsi dei selfie simpatici con questi mezzi, ma ci saranno per fortuna, anche artisti, che come Lino, forzando il sistema, faranno dire a questi strumenti quello per cui non sono stati programmati e apriranno la visione a un impensato modo di forme impenetrabili ai modi conosciuti e praticati, di narrare, pensare, immaginare l’arte. Per esempio, usarle per generare immagini stereoscopiche che diventano l’apoteosi di un quadro di Braque. Le tecnologie permettono un vedere aumentato, caleidoscopico, permettono di immaginarci una super vista, come avessimo una protesi innestata, nel senso macluhiano del termine. E non è questo forse il sogno di ogni avanguardia, un’estensione della nostra visione, della percezione oltre i confini dei nostri corpi e dei nostri sensi? Questo non vuol dire diventare macchine ma assumere dei punti di vista diversi, allargati anche a teatro. Quel mondo impensato verrebbe finalmente liberato, sbalzato fuori dal suo stato latente. A dimostrare che c’è sempre una quarta parete da squarciare e un teatro da inventare.

……………………………………

Anna Maria Monteverdi
Memoria, maschera e macchina
nel teatro di Robert Lepage
Prefazione di Fernando Mastropasqua
Pagine 412, Euro 28.00
Con inserto fotografico a colori
Editore Meltemi


Janis


Questa nota va on line in anticipo sulla data che ricorda perché questa sezione del sito quel giorno è impegnata in un altro servizio.

4 0ttobre 1970: il mondo perdeva una grandissima voce, quella di Janis Joplin.
Fu trovata morta nella stanza 105 del Landmark Hotel a Hollywood. Aveva 27 anni.
Overdose di eroina, questo il rapporto dell’autopsia.
Stava lavorando al suo nuovo album; il 5 ottobre avrebbe dovuto registrare le parti vocali di un brano dal titolo che visto quanto accadde, appare ancora più decisamente inquietante: Buried Alive In The Blues . .
L’oceano riceverà la dispersione delle sue ceneri.
Aveva debuttato nel 1967 nel gruppo “Big Brother & The Olding Company” con cui incise i suoi primi dischi e conobbe il successo.

«Una voce» – scrive Claudio Fabretti - «appassionata e straziante, che era insieme ruggine e miele, furore e tenerezza, malinconia blues e fuoco psichedelico. Un canto unico e inimitabile in tutta la storia del rock. Uno stile che diventerà un riferimento preciso per intere generazioni di vocalist, da Patti Smith a PJ Harvey, da Annie Lennox degli Eurythmics a Skin degli Skunk Anansie».
E Riccardo Bertoncelli: «Era una musa inquietante, una strega capace di incantare il pubblico, la sacerdotessa di un rock estremo senza distinzione tra fantasia scenica e realtà».

Un grande ritratto di Janis lo trovate su Kainowska, sito bellissimo che vi consiglio di mettere tra i preferiti.

QUI Cosmotaxi ricorda Janis Joplin con uno dei suoi maggiori successi.


Ritorna SopraAutoscatto | Volumetria | Come al bar | Enterprise | Nadir | Newsletter
Autoscatto
Volumetria
Come al bar
Enterprise
Nadir
Cosmotaxi
Newsletter
E-mail
 

Archivio

Ottobre 2018
Settembre 2018
Luglio 2018
Giugno 2018
Maggio 2018
Aprile 2018
Marzo 2018
Febbraio 2018
Gennaio 2018
Dicembre 2017
Novembre 2017
Ottobre 2017
Settembre 2017
Luglio 2017
Giugno 2017
Maggio 2017
Aprile 2017
Marzo 2017
Febbraio 2017
Gennaio 2017
Dicembre 2016
Novembre 2016
Ottobre 2016
Settembre 2016
Luglio 2016
Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006
Dicembre 2005
Novembre 2005
Ottobre 2005
Settembre 2005
Agosto 2005
Luglio 2005
Giugno 2005
Maggio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Settembre 2004
Agosto 2004
Luglio 2004
Giugno 2004

archivio completo

Cosmotaxi in RSS

Created with BlogWorks XML 1.2.0 Beta 3