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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Vite efferate di papi

Se la religione è il segno più evidente dell’imperfezione naturale dell’uomo, sempre bisognoso di qualcuno o qualcosa che lo diriga verso il bene e la civiltà, cos’altro è il papato, che regge e applica e distribuisce questa religione nel mondo, se non un’istituzione voluta da Dio e dagli uomini per tenere a bada la nostra natura dirompente e ferocissima? E allora perché proprio i tempi nei quali il pontefice reggeva con maggiore autorità le redini della storia furono anche i più fitti di crimini, efferatezze e perversioni di ogni genere? Infine, come si spiega che la Chiesa stessa è il luogo dove per secoli si è esercitata la cattiveria umana nell’accezione universalmente più semplice e intuitiva, senza una ragione apparente se non il gusto schietto per il male?”.
Questo brano è tratto dal Prologo di Vite efferate dei papi - edito dalla casa editrice Quodlibet - di cui è autore Dino Baldi del quale su questo sito mi sono già occupato in occasione di un altro suo titolo E' pericoloso essere felici.

Quel brano che ho citato in apertura può far pensare ad uno dei tanti pamphlet contro la Chiesa cattolica, ma le cose non stanno esattamente così come potranno notare i tanti lettori che auguro all’autore ampiamente meritandoli.
Si tratta quasi di un erudito, ma di scorrevolissima lettura, attraversamento letterario della nequizia umana praticata da chi papa fu.
Certamente, però, Baldi non se la passerebbe bene se cadesse nelle mani dei tanti, troppi, integralisti che lo farebbero a pezzi per quanto ricorda in quelle pagine.
Ma questo Baldi lo sa e scrive: È possibile che gli amanti delle storie criminali del cristianesimo, con le persecuzioni, le crociate, l’inquisizione, i roghi dei libri, la simonia, il nepotismo, gli abusi sessuali, l’inganno dei miracoli e delle reliquie, la censura, la misoginia e i vari intralci al progresso umano e civile, non apprezzeranno allo stesso modo il contenuto di questo libro. C’è stato un periodo in cui i papi venivano considerati dei nemici pubblici, ed era un’avversione civile utile e necessaria. Molti ancora oggi li giudicano allo stesso modo – del resto il governo della Chiesa è stato e resta il nodo gordiano nella storia d’Italia da almeno Machiavelli e Guicciardini. Tuttavia, le controstorie del papato, né più né meno dei loro contrari, presuppongono quasi sempre un uso della storia molto gretto, sono pretestuose e fuorvianti come le etichette sugli scaffali delle librerie.
Su questo argomento ci sono molte altre curiosità che meritano di essere approfondite, e che mi sembra utile accennare, almeno in parte, fin dal principio. Al principio c’è il numero, e dal numero discende la serie. Da Pietro in avanti si contano duecentosessantasei papi, che hanno esercitato il loro ministero nell’arco di duemila anni. Gli imperatori romani furono poco più di ottanta in cinquecento anni; all’incirca quanto i bizantini, che però regnarono per il doppio del tempo, mentre gli imperatori del Sacro Romano Impero furono una cinquantina in mille anni
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Sia come sia, la storia comincia male con un grande personaggio, Pietro, il primo papa, che non fu un campione d’onestà intellettuale e coraggio; va ricordato che rinnegò Gesù tre volte-.

Dalla presentazione editoriale.
«Papa Formoso estratto dalla tomba e processato dal suo successore a nove mesi dalla morte, Gregorio Magno che sposa sua madre e resuscita l’imperatore Traiano, Silvestro che diventa amico del diavolo e scopre un palazzo d’oro sotto terra, Bonifacio VIII consumato dall’angoscia e dalla rabbia, la papessa Giovanna che partorisce per strada, Pio IX che gioca con un bambino ebreo rapito ai genitori. E poi ancora papi eretici, buonissimi o cattivissimi, esemplari nella codardia e nelle smisurate ambizioni, dotti in astrologia o ignoranti di latino. Da san Pietro al papa angelico, che salirà sul trono per annunciare la fine dei tempi, la storia millenaria dei rappresentanti di Dio in terra è una lunga serie di miracoli, miserie e trionfi osceni consumati sul palcoscenico della più incredibile corte del mondo, la curia romana. In questo libro, quasi una Legenda Ferrea, le vite efferate dei papi vengono raccontate senza malevolenza o partigianeria, e accadono di nuovo sotto i nostri occhi, nella loro lucentezza smagliante di nero pece».

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Dino Baldi
Vite efferate di papi
512 pagine * 19.00 euro
Quodlibet


Sul filo

Il filo secondo il Dizionario:
1) Corpo allungato e sottile, a sezione cilindrica (considerato in meccanica perfettamente flessibile e inestensibile), fabbricato e utilizzato in modi diversi.
2) Simbolo di continuità in una struttura organica o di linearità orientata di pensiero.

Il filo: esile sì, ma può essere assai resistente, se a Tarzan serve una liana per slanciarsi da un albero all’altro, a Peter Parker, meglio noto come Spider-Man, basta un filo per zompare da un grattacielo all’altro. E come non ricordare il provvidenziale filo dato da Arianna per riavere l’amante dopo la balorda caccia di Teseo al Minotauro nel Labirinto, oppure non pensare ad una delle tre Parche chiamata Atropo cui è bene non affidarle alcun filo perché da gran fetente qual è la sua gioia è spezzare quello della vita. E poi il filo è protagonista di tantissime locuzioni esemplificative: “… un filo di speranza, un filo di memoria, il filo rosso, un filo d’acqua, un filo di vento, un filo di voce, senza un filo d’ironia, dare filo da torcere, sul filo del rasoio, fare il filo, correre sul filo dei… e tante tante altre espressioni.
Il filo è anche presente nella letteratura, nei media, e nelle arti visive: dagli esercizi concettuali di Duchamp alle opere in ferro di Alexander Calder a quelle in plastica di Lorenzo Pezzatini.
Ma non basta “filo” può diventare in linguistica un prefisso per indicare vicinanza, ad esempio: filoleghista, filofascista (parole assai spesso associate, in modo statisticamente rilevante, a insulti verso quei gruppi politici).

La casa editrice Quodlibet ha pubblicato un libro che sul filo filosoficamente ragiona: Sul filo Esercizi di pensiero materiale.
“Filosoficamente”… no, non spaventatevi è di gradevolissima e scorrevole lettura perché nelle pagine il ragionamento è sostenuto con esplorazioni nei vari campi espressivi, estetici in cui appare il filo.
Come dire? Tutto per filo e per segno.

L’autore è Stefano Catucci.
L’editore informa: “Insegna Estetica presso la Facoltà di Architettura della “Sapienza” Università di Roma. Fra i suoi libri più recenti Imparare dalla Luna (Quodlibet, 2013; nuova ed. 2019), Potere e visibilità. Studi su Michel Foucault (Quodlibet, 2019) e Introduzione a Foucault (Laterza, 2001; nuova ed. 2024),
Collabora con Rai-Radio3 per la conduzione di programmi culturali e musicali.

Scrive l’autore: “l titolo ‘Sul filo’ dev’essere letto in due modi. È un’indagine intorno alla materialità dei fili, ivi compreso ciò che se ne conserva nella costruzione di metafore, ed è una serie di esercizi pratici di riflessione su esperienze nelle quali i fili sono parte costituente del pensare. Rimarrà sullo sfondo, invece, un’altra metafora, quella del pensiero in bilico o alla ricerca di un equilibrio su un filo: un’immagine ripresa spesso dalla letteratura filosofica recente e che anche nel discorso comune corrisponde a un senso di precarietà, di insicurezza, al limite di azzardo, ma che d’altra parte non aiuterebbe a comprendere meglio in che modo i fili entrino nel processo di formazione del senso e del pensare, oltre che in quello della sua rappresentazione”.

Dalla presentazione editoriale.

«Da secoli ci riferiamo al filo per rappresentare l’azione del pensiero. Classicamente, infatti, è dal centro dell’io, dalla sua coscienza o dal suo cervello, che vediamo irradiarsi fili immaginari e metaforici di collegamento con il mondo esterno. A volte sono lineari, a volte aggrovigliati, oggi li si presenta spesso come nodi di una rete che raffigura le maglie del potere, le forme della resistenza e, più in generale, i fenomeni dell’interconnessione globale.
Per quanto astratte, tutte queste immagini si basano sulle caratteristiche di fili reali, materiali, che continuano a orientare la nostra visione del pensiero anche se non ne siamo consapevoli. Si tratta allora di far emergere la materialità dei fili nascosta sotto gli strati delle abitudini e del linguaggio, di riportare le metafore alla lettera per superare la distanza che ci separa dalle cose e dagli altri. Sul filo dev’essere perciò letto in due modi. È un’indagine sulla concretezza dei fili che hanno dato vita a un vastissimo repertorio di metafore ed è un’analisi di esperienze del pensiero che dipendono proprio dal rapporto con fili reali. Funamboli, cordoni ombelicali, arti tessili, teatri di marionette, ragnatele e altri casi esemplari diventano così il tema di una serie di esercizi filosofici su attività antichissime e moderne che non hanno mai abbandonato l’opera degli esseri umani. Osservarle da vicino restituisce alle cose, all’alterità e al non-umano un ruolo decisivo nella formazione del pensiero e degli individui che siamo, senza più né un «io» né un «noi» al centro di tutto».

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Stefano Catucci
Sul filo
224 pagine * 19.00 euro
Quodlibet


La terra piatta

Ha un’aria molto soddisfatta di sé, gli occhi accesi di luce biblica, le parole si rincorrono via via accelerandosi, il fervore spumeggia, la donna accanto a quel suo profetico compagno annuisce soddisfatta. Chi è quel tale? Via, l’avete capito. È un odiatore della Scienza. Mi sta rivelando segreti di cui non sono degno d’esserne messo a parte visto che neanche un po’ m’emoziono.
L’11 settembre? Un inside job voluto dal governo degli Stati Uniti. Lo sbarco sulla Luna? Una finzione cinematografica. L’Aids? Un virus creato in laboratorio. Il riscaldamento globale? Una bufala. L’Olocausto ebraico? Un’esagerazione propagandistica. Il Covid? lo ha voluto Bill Gates alleato di Big Pharma. G5? Voluti, effetti devastanti sulla salute dell’uomo… Intelligenza Artificiale? Manco a parlarne!
Del resto, ci sono i creazionisti che credono la Terra sia nata 6.000 anni fa e nel Medio Evo esistevano ancora i dinosauri. Costoro hanno largo seguito negli Stati Uniti e dispongono perfino di un museo.
E poi… non lo sapevate? La Terra è piatta.
Scrive Giorgio Vallortigara su Micromega: “Durante la pandemia da Covid-19 abbiamo anche assistito quasi in diretta al rapido sviluppo di vaccini che ci hanno permesso di superarla in tempi relativamente brevi. Eppure, mai come in questo periodo lo scetticismo nei confronti della scienza e degli scienziati galoppa”

Quando incontro un no vax o un terrapiattista è forte assai la voglia di sottoporlo a una dura punizione (ad esempio fargli ascoltare un intero discorso del ministro Lollobrigida oppure uno della ministra Roccella… sì, lo so, la tortura è vietata dall’articolo 4 della ‘Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea’).
Terrapiattisti. È roba che viene da lontano: CLIC
Ha scritto Umberto Eco «I falsi racconti sono anzitutto racconti, e i racconti, come i miti, sono sempre persuasivi»
La casa editrice il Mulino ha pubblicato La terra piatta Geneaologia di un malinteso.
Le autrici sono Violaine Giacomotto-Charra e Sylvie Nony.

Giacomotto-Charra è docente di Storia della conoscenza e Lingua e letteratura rinascimentale nell’Università Bordeaux Montaigne. Si occupa di analisi della scrittura e della diffusione delle conoscenze relative alla natura nel Rinascimento.

Sylvie Nony insegna Scienze fisiche.
Il suo campo di ricerca è la fisica medievale araba.

“Uno dei momenti chiave (della storia dei nostri giorni circa la Terra piatta)” – scrive Alessandro Vanoli nella Prefazione – “è stata l’eclissi solare del 21 agosto 2017, quando parecchi sostenitori della stessa opinione hanno pubblicato video su internet con lo scopo di dimostrare che i dettagli del fenomeno celeste rafforzavano l’idea che la Terra fosse un disco piatto. Da questo momento in tutto il mondo i terrapiattisti si sono moltiplicati, aggiungendo alle vecchie convinzioni una discreta dose di cospirazionismo: in questo senso l’esplorazione dello spazio sarebbe una mistificazione o un’impostura creata dalle agenzie spaziali, in particolare dalla NASA, insieme a Hollywood e diverse altre agenzie governative, per proteggere il presunto muro di ghiaccio che circonda la Terra.
Un «loro» fatto di poteri forti e di più o meno oscure potenze alla guida del mondo, smascherate da questi volenterosi attivisti da tastiera che nella vera forma della Terra hanno compreso il senso di un inganno millenario.
E se tutto questo appare desolante per la vostra intelligenza, leggere le pagine che seguono sarà allora un ottimo esercizio: Violaine Giacomotto-Charra e Sylvie Nony aiutano a rimettere a posto i vari punti di questa lunga storia. E così facendo aiutano anche a comprendere come di fatto questo mito sia così duro a morire e continui a incontrare tanto successo. Temo non accadrà mai, ma sarebbe bello se i terrapiattisti dessero un’occhiata a queste pagine.

Dalla presentazione editoriale.

«Nel Medioevo si credeva davvero che la Terra fosse piatta? Violaine Giacomotto-Charra e Sylvie Nony tracciano la storia di questo luogo comune e cercano di comprenderne la genesi. A partire dalle fonti antiche, questo libro rigoroso e vivace esplora la storia della scienza e del sapere durante il Medioevo e il Rinascimento e si concentra sulla genealogia del mito della Terra piatta per capire perché persista nonostante le evidenze scientifiche contrarie. Una riflessione, non priva di umorismo, su come le idee errate possono resistere nel tempo e sul modo in cui le credenze si diffondono nella società».

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Giacomotto-Charra – Sylvie Nony
La terra piatta
Traduzione di Maria Paola Castiglioni
Prefazione di Alessandro Vanoli
224 pagine * 20.00 euro
e-book 14.99 euro
Formato: ePub
Il Mulino


L'uomo metafora vivente?


Metafora, dal Dizionario:
“Metafora (dal greco metaphérein = trasferire): probabilmente è la figura retorica più nota e più studiata: si tratta di un procedimento per cui usiamo una parola concreta per definire un concetto astratto senza ricorrere a nessun suggerimento che permetta direttamente di intuire la relazione: un mare di persone, il fantasma di una vecchia ideologia, l’ombra di una persona, stanno distruggendo i polmoni del mondo (per boschi)”

E anche: “Sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica di immagini: le spighe ondeggiano (come se fossero un mare); il re della foresta (come se il leone fosse un uomo)”

Massimo Pamio proprio sulla Metafora si è esercitato in un breve ma denso saggio riflettendo “sull’affermazione secondo cui l’uomo possa essere definito egli stesso metafora del vivente”

Pamio, poeta e saggista, è direttore del Museo, unico al mondo, della Lettera d’Amore, che è ospitato nel Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina ed è anche direttore editoriale di Edizioni Mondo Nuovo.
Studioso di letteratura moderna, ha ideato “Casa d’Autore” a Capestrano (Aquila), dove sono in mostra foto, testi, dipinti offrendo ospitalità ad artisti e scrittori.
Per Mimesis ha pubblicato Sensibili alle forme.


Viaggiare nel Medio Evo

Prima ancora di viaggiare in quel tempo, chiediamoci fra quali date viaggia il Medio Evo poiché non è cosa che vede d’accordo tutti.
Infatti, i pareri sulle date d’inizio e sulla fine del Medioevo sono spesso discordanti
Perché? Lo chiesi alla grande Medievista Chiara Frugoni (quanto ci manca!) che così mi rispose: “Secondo Jacques Le Goff il Medioevo finiva nell’800. Il variare delle date di inizio e fine dipende da che cosa si intende per Medioevo. Per noi è un aiuto mnemonico, ma il Medioevo che dura mille anni non ha senso. C’è un abisso fra il tempo dei Longobardi, un tempo di distruzioni e di violenze e il ‘300 con la nascita di tanti geni in una società colta e raffinata. Quindi io accetto la nostra periodizzazione dei manuali scolastici ma precisando ogni volta di quale secolo del Medioevo si stia parlando e come lo si definisca”.
Medio Evo: età storica troppo spesso sbrigativamente definita come un’età oscura.
Ancora una considerazione di Chiara Frugoni su questo sito: “Furono così bui quei secoli?”: Medioevo=secoli bui è un’invenzione di Montanelli che da un punto di vista giornalistico è una definizione perfetta. Ma non ha alcun senso. Come si possono giudicare bui i secoli con Dante, Boccaccio, Petrarca, Cimabue, Giotto? E il secolo appena passato con due guerre mondiali, la bomba atomica e il massacro degli ebrei è stato un secolo Luminoso”?

E ora occupiamoci di viaggi durante quella lontana epoca.
La casa editrice Hoepli ha pubblicato Viaggiare nel Medio Evo In cammino con pellegrini, cavalieri e strane creature.
L’autore: Anthony Bale.
È professore di Medieval Studies alla Birkbeck University di Londra.
Ha curato e tradotto numerosi testi medievali, tra cui “The Book of Marvels & Travels” di John Mandeville e “The Book of Margery Kempe” (Oxford University Press).
Partecipa a programmi radiofonici e televisivi sulla BBC.

“Viaggiare nel Medio Evo” è una lerttura affascinante perché risponde a tante grandi domande e piccolo curiosità che ci poniamo quando pensiamo a quei viaggiatori che ancora non si chiamavano turisti e non disponevano della Guida Lonely Planet.
Molti viaggiavano per necessità di commerci, altri per fuggire da nemici o epidemie, altri per conoscere nuove terre. Per tutti c’erano pericoli da affontare, osticità da superare, incomprensioni da chiarire. Tante le difficoltà, giusto per citarne una soltanto: il cambio delle monete. Le valute e i sistemi di calcolo variavano enormemente nell’ambito europeo. Spesso le monete erano locali, limitate a una determinata città o principato: la maggior parte dei viaggiatori doveva affidarsi al cambio della moneta durante il viaggio, con tassi molto variabili e, spesso, truffaldini

John Arnold, uno dei più grandi studiosi del Medio Evo, professore di Storia medievale, alla University of Cambridge, a proposito di questo libro ha scritto: «Vivido, emozionante e sorprendente, il mondo medievale di Anthony Bale è popolato da un meraviglioso immaginario. La sua esplorazione, raccontata attraverso i testi di molti viaggiatori tardomedievali, dà vita a un libro splendido, avvincente, sempre accompagnato da una riflessione pacata ed empatica su che cosa significhi essere una creatura fragile in viaggio per terre strane, sia nel passato sia nel presente.»

Per sfogliare alcune pagine CLIC.

Dalla presentazione editoriale.

«Un libro che, come nei Racconti di Canterbury, ci restituisce l’immaginifico e il prosaico del viaggio al tempo del Medioevo, con gli occhi di pellegrini, commercianti, spie e santi, da ovest a est, passando per Costantinopoli, Gerusalemme, Etiopia e Cina.
Dagli animati bazar di Tabriz alla misteriosa isola di Caldihe, dove si diceva che le pecore crescessero sugli alberi, dalla Via della Seta alle escursioni per le strade di Istanbul e Gerusalemme, Anthony Bale fa rivivere il Medioevo, invitando il lettore a esplorare un mondo costellato di miracoli, meraviglie e luoghi un tempo famosi e oggi dimenticati.
Come una vera guida turistica, il libro offre anche consigli su frasi utili, dove alloggiare e mangiare, e su come evitare briganti, malattie e altri pericoli della strada.
Servendosi di cronache dell’epoca mai tradotte prima e provenienti dai luoghi più disparati, tra cui Turchia, Islanda, Armenia, Indonesia, Nord Africa e Russia, “Viaggiare nel Medioevo” è una sorta di atlante vivente che rende indistinti i confini tra luoghi reali e immaginari e offre al lettore uno spaccato vivido e indimenticabile del mondo medievale».

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Anthony Bale
Viaggiare nel Medioevo
Traduzione di Anna Lovisolo
XVIII-414 pagine * 25.00 euro
Hoepli


Collezione Martelli e Paesaggi emiliani

Quando nasce il collezionismo?
La Treccani informa che “Col Rinascimento s'inizia il collezionismo nel senso odierno, e le ricerche dei raccoglitori si diressero alle cose storiche e artistiche, ai ricordi dei sommi che nelle varie discipline ebbero fama, e quindi alle pergamene, ai preziosi manoscritti, agl'incunaboli, nacquero le prime quadrerie nei castelli”.
In Italia sono oggi tante le collezioni d’arte antiche e moderne, eppure i musei privati attivi solo 19, il 6% di quelli esistenti al mondo. Com’è possibile? Una spiegazione c’è. Un po’ bislacca ma c’è. Quella cifra bassa è il risultato di un’indagine che prende in considerazione solo i musei d’arte fondati da collezionisti ancora viventi.
“Artissima” si è posta la domanda circa quanti e chi sono i collezionisti oggi.
Dall’inchiesta si scopre che i collezionisti sono per il 40% donne, mentre il 58% uomini, in calo rispetto alle prime edizioni della ricerca in cui superavano il 60% del campione (il 2% preferisce non dare indicazioni), mentre l’età prevalente (il 30%) rientra nella fascia fra i 50 e i 59 anni, seguita dai 60-69enni (22%) e 40-49enni (15%). Gli under 39 (12%) sono in forte crescita, del 100%, rispetto alla scorsa edizione. Il titolo di studio prevalente è la laurea universitaria o diploma accademico equivalente (il 44%).
Quanto alla natura della collezione, l’89% acquista dipinti, il 62% fotografie, il 54% disegni e opere su carta, il 53% sculture, il 20% installazioni, il 14% videoarte, mentre una quota del 3% raccoglie anche Nft e arte digitale.

A proposito dell’oggi, a Bologna, martedì 18 giugno presso la Sala Manzi dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna è stato presentato il volume “Collezione Martelli – Cento artisti bolognesi del Novecento”, a cura di Claudio Spadoni.
Subito dopo, aperta al pubblico la mostra “Paesaggi emiliani”, una selezione di 30 dipinti di paesaggio della Collezione Martelli realizzati da pittori bolognesi, tra cui la prima incisione di Giorgio Morandi, che offre uno spaccato sullo sviluppo della pittura emiliana tra la metà dell’Ottocento e il pieno Novecento.

In foto:
Concetto Pozzati, Caduta di un monumento importante, 1963-64, olio su tela, 75 x 85 cm

Estratto dal comunicato stampa

«Il volume Collezione Martelli – Cento artisti bolognesi del Novecento (2024), a cura di Claudio Spadoni, con i contributi critici dello stesso Spadoni, di Francesca Sinigaglia - che ha studiato la genesi e l’evoluzione della raccolta - e della studiosa Daniela Bellotti, è un regesto completo delle 440 opere di pittura e scultura realizzate da artisti dell’ambito felsineo, facenti parte della raccolta. Il catalogo è stampato in un’edizione di pregio con copertina rigida e pubblica le immagini a colori di tutte le opere, a cui si aggiungono accurate schede bio-bibliografiche.
La Collezione Martelli è unica nel suo genere perché offre una panoramica vasta e completa della grande arte bolognese dalla metà dell’Ottocento fino a tutto il Novecento. La raccolta evidenzia una passione collezionistica di lungo corso, che ha toccato le vite private e professionali della famiglia bolognese Martelli che, con amore e dedizione, nel corso di due generazioni ha riunito un nucleo significativo di dipinti e sculture che documentano l’arte del territorio a cavallo di due secoli e oltre.

“L’Arte felsinea dell’ultimo secolo e mezzo attraversò stimoli e sperimentazioni del tutto peculiari alla città! – scrive Francesca Sinigaglia – “dopo l’Unità, Bologna fu una città complessa: non abbastanza grande da diventare un centro di riferimento per l’arte nazionale - come furono alcune città importanti per l’Ottocento come la zona toscana per i Macchiaioli o Milano per la Scapigliatura e il Divisionismo -, ma con importanti individualità che riuscirono comunque a costruirsi una carriera solida, spesso anche internazionale. Grazie alle istituzioni locali come il Collegio Venturoli, la Società Protettrice di Belle Arti e poi la Società Francesco Francia, Bologna riuscì a formare più di una generazione di artisti, ognuno dalla spiccata personalità. Alcuni seppero uscire dalle mura cittadine per irradiare un proprio gusto, altri invece rimasero fermamente ancorati al tempo bolognese, riuscendo comunque a ricavarsi il proprio seguito. Artisti come Luigi Bertelli, Giovanni Paolo Bedini, Mario de Maria, Fabio Fabbi, Augusto Majani, Carlo Corsi, Giovanni Romagnoli, Bruno Saetti, Norma Mascellani, attraverso uno stile del tutto autonomo, dialogarono con le tendenze stilistiche nazionali, in molti casi divenendo dei punti di riferimento. Ognuno, nel proprio modo, rimase legato alla città di Bologna”».

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Per i redattori della stampa, radio-tv, web:
Ufficio stampa
Sara Zolla: 346 8457982 – press@sarazolla.com

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Paesaggi emiliani
a cura di Sandro Malossini
Sala Manzi, Viale Aldo Moro 50
Bologna
Fino al 5 luglio
Ingresso libero


Le isterocomiche di Martino l'Uterino

Non cercate tra i finalisti del Premio Strega il libro che presento oggi, né figurano i suoi autori nella lista dei 100 segnalata dallo sgoverno italiano alla Buchmesse di Francoforte.
Titolo: Le isterocomiche avventure di Martino l’Uterino con la significativa partecipazione di Enrico Chisari, Ferruccio Giromini, Ishmael Korthals, Andrea Landini, Alda Teodorani, Jules Verme.
Due conoscenze di questo sito, amici di vecchia data d’incerto secolo, lo hanno ideato composto e decomposto: Vittore Baroni ed Emanuela Biancuzzi.
A chi avvicinare il loro stile?... come dite?... a Susanna Tamaro… no, non direi. A Federico Moccia?... no, non mi pare.
Si tratta di un volume verbovisivo dal filo narrativo e grafico acidista che racconta le avventure di Martino, attraversando generi letterari e fumettistici dal giallo alla letteratura per ragazzi, dal saggio scientifico alla riflessione filosofica.

Dalle coloratissime pagine saettano detti e motti di eroica sconvenienza, come ad esempio:

“Barcollo, quindi esisto”

“Decido io quando sanguinare”

“Un battito di ciglia e sei già qualcun altro”

“Non è mai troppo tardi per appiccare un incendio”

“Ora et Tavor”

Gli autori dedicano un ringraziamento particolare a Piermario Ciani “le cui sembianze aleggiano in molte delle pagine. Da quell’oblato sferoide del pianeta FUN, ne siamo certi, ci è giunto il suo dispotico e allegro incoraggiamento, immortale antidoto contro la pigrizia”.

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Vittore Baroni – Emanuela Biancuzzi
Le isterocomiche di Martino l’Uterino
200 pagine * 33.00 euro
Edizioni Rizosfera<


Una splendida quarantenne


Compie oggi 40 anni Born in the U.S.A una delle pietre miliari della carriera del grande Bruce Springsteen e della storia del rock.
Se volete ascoltarla: CLIC!


L'Italia dei miracoli

C’è chi crede nei miracoli.
Non sorprende troppo, ad esempio, che fra quelli ci sia Papa Giovanni Paolo II che disse “Fra i miracoli in cui credo, il più indistruttibile è quello della necessaria fede umana in essi”

C’è chi ci crede un po’ meno.
Ad esempio, Piergiorgio Odifreddi che scrive: ““I malati guariscono miracolosamente, cioè inspiegabilmente, trenta volte di più se stanno a casa che se vanno a Lourdes!”.

Sono più d’accordo con questa seconda affermazione.
Ma i miracoli sono negati soltanto da chi è fuori dalla spiritualità? No.
Un esempio dal Dizionario Filosofico: “Fra le principali posizioni filosofiche va ricordata l’opinione di Spinoza (1632-1677), che dedicherà ai miracoli un intero capitolo del Trattato teologico-politico (cfr. cap. VI, I Miracoli). La sua visione panteista di un’unica sostanza, nella quale Dio e natura coincidono, lo porta a negare il carattere “eccezionale” o “contro natura” dei miracoli, e questo semplicemente perché l’attività della natura coincide con l’attività di Dio: in natura non può esservi nulla di straordinario, in quanto tutto ciò che accade, accade necessariamente”.

Ma come siamo messi da noi in quanto a miracoli?
Tranne che in economia e progresso sociale, ne siamo pieni
La casa editrice Raffaello Cortina ha pubblicato L’talia dei miracoli Storie di santi, magia e misteri.
Il volume si apre con una cartina geografica che indica località particolarmente segnalate per un turismo di credenti e non credenti.
L’autore del libro è Marino Niola.
Professore ordinario di Antropologia dei simboli all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa e condirettore del Museo virtuale della dieta mediterranea e del MedEatResearch.

Scrive Niola nell’Introduzione “… gli abitatori dello Stivale appaiono più di casa nel passato che nel presente, impegnati, come dice Henry James in quello splendido racconto che è ‘L’ultimo dei Valeri’, in una “interminabile luna di miele paganeggiante”.
I testi che compongono questo libro ripercorrono le diverse tappe di questa luna di miele, nel tentativo di far affiorare le corrispondenze misteriose che legano il presente cristiano e il passato pagano in un intreccio remoto. Un intreccio che spesso si rivela nei corpi, nei volti, nei gesti, nei canti, nelle implorazioni e nelle emozioni, molto più chiaramente che negli anodini distinguo della storia o nei lambiccati incunaboli della teologia”.

Ecco Marino Niola in alcuni flash sul tema del libro.

Dalla presentazione editoriale.

«“San Gennaro è il vero Dio di Napoli” ha scritto Alexandre Dumas. Senza esagerare. Perché l’antico martire è il signore assoluto della devozione partenopea e la sua funambolica liquefazione del sangue è il miracolo più famoso del mondo. I cicli di devozione popolare, però, sono infiniti. C'è San Rocco, “il divino infettivologo”; la manna di San Nicola, che fa di Bari uno dei grandi centri della medicina soprannaturale; Santa Rosalia, il lato femminile della devozione, quello della vicinanza, della confidenza, dell’indulgenza; il Salento fra il morso della tarantola e il rimorso di Medea in fuga verso Leuca; Padre Pio, il santo più pregato, idolatrato e sovraesposto del Novecento, “un autentico uomo della provvidenza populista, che ha sempre parlato alla pancia del Paese”. E poi i riti meno noti: quello dei serpenti di Cocullo, sull'appennino abruzzese; quello del re del bosco praticato da tempi immemorabili sulle sponde del lago di Nemi; quello delle dee acquatiche della Valtiberina...
Con grande efficacia evocativa, l’autore ripercorre queste storie che hanno resistito nei secoli fino a noi, cogliendo nel profondo la forza di miti e riti che da sempre investono anche il potere e l’ordine sociale».

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Marino Niola
L’Italia dei miracoli
168 pagine * 14.00 euro
Raffaello Cortina


Magma presenta Elementi

Esistono parole che hanno un particolare suono ammaliante, come ad esempio, Magma.
Magma… è parola usata primariamente in vulcanologia per indicare la pasta ignea che erompe dai vulcani. Agglomerati, molto viscosi, si muovono lentamente sui pendii e formano cupole e crateri. Posseggono un’altissima temperatura, fino a 1600 °C. Sono composti da più sostanze fluide e solide interdipendenti.
Sprigionano una grande energia.

Ecco perché un gruppo che ha fondato il proprio progetto espressivo sull’intercodice si è voluto chiamare Magma riecheggiando quella grande e complessa forza della Natura.
Per conoscere un autoritratto del gruppo: CLIC.

Ora Magma, dal 2 giugno, sta presentando la quinta edizione di Elementi rassegna itinerante di musica, performance e arti visive contemporanee, ideata nel 2020 con l’intento di creare una dimensione di performance immersiva all’interno di paesaggi naturali confidando anche sulla forte potenza emozionale di angoli del paesaggio romagnolo.
L’edizione 2024 di “Elementi” conferma il proprio format interdisciplinare volto alla diffusione multisensoriale di forme eterogenee di espressione artistica contemporanea, con un calendario di 14 spettacoli performativi site specific distribuiti in 7 giornate.

QUI il programma
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Ufficio Stampa: Irene Guzman | mail: irenegzm@gmail.com | Tel. +39 349 1250956
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Elementi
A cura di Magma
Quinta edizione
2 giugno - 4 agosto
Per informazioni: riservaree@gmail.com
info@magma.zone
Instagram: @elementi.zone www.instagram.com/elementi.zone/?hl=it
Facebook: @elementi.zone www.facebook.com/elementi.zone


Internet Addiction Disorder

Quante sono le dipendenze patologiche e quanti i dipendenti da quelle nel mondo?
Per saperlo consiglio di cliccare QUI.
Curiosamente meno citata è la “dipendenza affettiva” che non pochi esperti giudicano molto pericolosa e ne troviamo conferma nei tanti casi, in Italia e all’estero, perfino di assassinio nella coppia (prevale nettamente il femminicidio) che la cronaca riporta ogni giorno.

Alla domanda “Perché una persona diventa dipendente?” ecco una risposta di un manuale scientifico di non molto tempo fa: Non è ancora del tutto chiaro quali siano i meccanismi all'origine della dipendenza; tuttavia, si ritiene che nell'eziologia di tale condizione patologica possa esserci il coinvolgimento di neurotrasmettitori fondamentali per il nostro sistema nervoso centrale, come sono, ad esempio, la dopamina e la serotonina.
Giusto, ma definizione forse troppo restrittiva perché la dipendenza oggi, secondo la maggioranza degli studiosi della materia ha cause multifattoriali, non solo fisiche.
Ad esempio, la dipendenza affettiva, di cui scrivevo prima, è difficile da superare, sostiene lo psicologo statunitense Stanton Peele, esperto internazionale di dipendenze e autore di numerosi saggi sull'argomento. Un trattamento di questo grave disturbo psichico lo trovate QUI.
Nel tempo nuove dipendenze minacciano i nostril comportamenti.
Molte colpe sono attribuite alle nuove tecnologie, ma ci sono forme decisamente sottovalutate quale, ad esempio, la bibliomania. Proprio così. Pensate che la bibliomania sia una cosa innocente? Vi sbagliate. Può portare al delitto.
Un terribile esempio è dato da un parroco del ‘700, Johann Georg Tinius, che per saziare la sua sete di nuovi volumi arrivò alla rapina e all’omicidio; quando lo arrestarono ne aveva raccolto ben 65mila e mai letto neppure uno, come confessò
Indubbiamente i birbliomani sono oggi di numero inferiore a quelli di un tempo, ma ecco che Internet ha creato plurali dipendenze (in inglese Internet Addiction Disorder; in acronimo IAD), che si estendono dalla navigazione sui social network alla compulsiva visualizzazione di filmati, dal gioco online.alla videopornografia.

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un poderoso saggio sull’argomenrto: Internet Addiction Disorder Social, emozioni e identità alternative.
L’autore è Pietro Scurti
Così è detto di lui in un angolo del web: “Pietro Scurti nasce a Napoli nell’Ottobre del 1966. Psicologo e Psicoterapeuta si occupa di dipendenza e altre disgrazie. Coautore del libro Mercie Madame-Eroiniche vite e autore del volume G.R.U.P.P.I. scrive perché non sa dipingere con speranza di non sentirsi dire mai che avrebbe fatto meglio ad imparare. Scrive dei destini altrui per rintracciare informazioni utili a realizzare o ad evitare il proprio”.

Claudio Leonardi nella Prefazione: così dice: "Questo manuale rappresenta una magnifica opportunità per sviscerare tutti i molteplici aspetti che sottendono a una dipendenza così complessa,dalla sua collocazione sociale ai suoi aspetti fisiopatologici e terapeutici articolati, utilizzando sapientemente un linguaggio semplice ma al contempo armonicamente approfondito nei diversi contenuti e tecnicamente esaustivo.
Pietro Scurti e i suoi collaboratori, attraverso i diversi capitoli che compongono questo manuale, sono riusciti a dare una lettura originale di un fenomeno che, come più volte scritto in questa mia prefazione, è quanto mai complesso e globale. Durante la sua lettura, questo manuale si presenta come una suggestiva panoramica delle molteplici criticità che sottendono le problematiche correlate alla dipendenza da Internet e, come seguendo l’andamento di cerchi concentrici, analizza progressivamente i complicati processi intrapsichici degli individui affetti da IAD e suggerisce percorsi terapeutici appropriati per la loro risoluzione”.

Dalla presentazione editoriale.

«Cosa si intende per Internet Addiction Disorder? Esistono caratteristiche di personalità e modalità relazionali che maggiormente espongono, o viceversa proteggono, dallo sviluppare dipendenza dalla Rete? Quali tipologie di adolescenti e adulti arrivano a configurarsi come "social network addicted"? In che modo si correlano la dipendenza affettiva e quella da Internet? A questi e altri interrogativi prova a rispondere questo libro attraverso un lavoro critico che vuole stimolare il clinico delle dipendenze verso la strutturazione di programmi di prevenzione e di intervento, che abbiano un reale impatto terapeutico sul fenomeno complesso delle dipendenze da Internet. Il volume delinea un percorso che si snoda dall'analisi della rivoluzione tecnologica alla stanza della terapia, passando per i dati di ricerca e indagando il mondo delle identità virtuali: mondi digitali, dove è più facile costruirsi Avatar e profili ideali che sostituiscano un Sé ritenuto poco attraente e presentabile. La sfida per gli operatori delle dipendenze, ma anche per gli educatori e per quanti si occupano delle relazioni d'aiuto, è quella di costruire un linguaggio nuovo a fronte di un mondo che, mai come in quest'epoca, sta scavando uno iato tra le generazioni. Vuoto di senso in cui giovani e adulti abitano dimensioni esistenziali solo apparentemente inconciliabili. Obiettivo del testo è proprio ricucire questo strappo comunicativo, ponendo al centro di qualunque modello teorico e d'intervento terapeutico la necessità di scoprire e condividere un codice emozionale, affettivo, soppiantato dai likes e dai followers, per permetterci, finalmente, di essere tutti protagonisti di un futuro che è già presente».

Per leggere l’Indice e alcune pagine: CLIC!

Un intervento in voce di Scurti QUI.

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Pietro Scurti
Internet Addiction Disorder
Prefazione di Claudio Leonardi
Postfazione di Gianni Forte
166 pagine * 23.00 euro
FrancoAngeli


Lorenza Amadasi

Molti anni fa… primi anni di questo secolo?... forse, durante una gran Fiera patafisica organizzata da Afro Somenzari a Casalmaggiore, conobbi lui e la sua compagna: la scrittrice Lorenza Amadasi.
Di complessione fisica piccola, emanava una silenziosa energia accompagnata da una sontuosa timidezza che, però, conosceva a tratti lampi di risolutezza più infantili che adulti; una sorta d’insopprimibile scoppio di gioco. Poi, di colpo, a quella breve esplosione seguiva un nuovo rinchiudersi in una nuvola. Come notai a fine serata quando cenai a casa sua e di Afro, pronunciò pochissime parole mentre se non ciarliera, questo no, aveva prima ciacolato un po’ qui e un po’ là.

Lorenza non c’è più, Ha perso la vita in un incidente automobilistico che vide gravemente ferito Afro e dove morì anche il cane lupo che era in macchina con loro.
Di lei conservo l’intenso ricordo del suo volto che scorre fra i furiosi scatti di fotogrammi singoli d’un film.

Ecco parole scritte su di lei.
La successione dei nomi che seguono è disposta per ordine alfabetico.

In foto Lorenza e Afro


da Elia Malagò.

“Con Lorenza è sempre stata una mezza battaglia che nessuna delle due avrebbe voluto ma anche un po’ sì. Bordarla, almeno, andarci vicino e poi darsi delle matte sull’apertura irresistibile del suo sorriso. Incontrarla e sentirla accanto. Saperla lì. Con Afro, me fradel.
Lorenza e l’ironia, Lorenza e l’autoironia, la leggerezza di butterfly che si posa improvvisa nel cono d’ombra che neanche si intravvede, ma lei ha già sbarlumato chissà in qualche rapido volo di perlustrazione mentre tu cerchi le chiavi, il pass, le vie di fuga… casomai.
Svagata, imperdonabile e presente di testa – figurarsi il cuore – , sempre un passo più in là delle rotule altrui, la testa un po’ all’indietro e lo sguardo di sguincio (…) Nello sguardo la grazia della salvezza, il senso ultimo dell’esserci: tornare, consapevolmente, bambini, perché “I bambini non ricordano il freddo / Soffiano sulla neve perché scotta / Scivolano fino alle ginocchia / Nella bianca terra / Una luce li circonda / E li riscalda”.
E “Bambini siamo arrivati sempre”.

da Gino Ruozzi

“Lorenza manifesta nelle pagine di «Quando nessuna mano» anche una felice vena aforistica. Il tema dell’«errore» la avvicina a Ennio Flaiano e le fa dire cose tanto belle quanto vere: che «nella poesia l’errore è una piega a volte necessaria» e che «uscire dalla via principale per errore ci fa conoscere strade e luoghi migliori». Infine, un illuminante e terapeutico ‘ricordo’ di impronta guicciardiniana, preziosa eredità per ognuna e ognuno di noi: «Se mi amo mi curo».

da Frediano Sessi.

“Lorenza, fin dai suoi vent’anni o poco più, aveva scelto di dare ascolto alle «buone voci» che incontrava nei giorni e nelle notti della sua giovinezza.
Ascolto che la sorprende ammaliata dallo spettacolo della natura e insieme «assetata» di buone voci, della presenza di quel ragazzo, Afro, che solo può dare «senso» al suo ingresso nel mondo.
Lo si comprende bene oggi, leggendo le sue pagine e ritrovandola dentro le parole scritte tra le righe di un quaderno di terza elementare (… ) In quel lontano passato che è divenuto ogni giorno il mio presente, «il tempo era tutt’uno, se sognavo la morte era perché non esisteva, non era contemplata»”.

Per leggere pagine di Lorenza Amadasi:

Il fiore e le cento stelle.
Quando nessuna mano.

Ricominciare 8.


La vita è una pellicola al contrario

Cos’è un film?
“È un campo di battaglia, amore, odio, azione, violenza, morte, in una parola,
emozione”
Inappuntabile dichiarazione resa da Samuel Fuller in Pierrot le fou, mentre Jean-Paul Belmondo ignaro della cinepresa cammina avanti e indietro, impallando il regista americano, qui in veste d’attore
.
(da “Copione al bacio“, di Enzo Minarelli, Campanotto Editore).

Come vedono i film e la realtà i grandi registi? Cosa fa di loro dei maestri celebrati in tutto il mondo? Da dove vengono le storie che raccontano? La vita è una pellicola al contrario prova a rispondere a queste e altre domande la casa editrice il Saggiatore.
Lo fa attraverso le parole di Federico Fellini - Sergio Leone - Mario Monicelli messe insieme da più fonti così presentando il libro La vita è una pellicola al contrario Pensieri sul cinema.

«Da una selezione di pensieri dei tre cineasti sulla Settima arte prende forma una conversazione impossibile su come fare, e soprattutto vivere, un film – dal casting, alla sceneggiatura, al montaggio; dalla colonna sonora, al rapporto con il pubblico e gli attori. Aneddoti e riflessioni sul modo in cui il cinema è cambiato, sulla società, la politica e persino la religione si alternano in queste pagine, guidandoci nell’universo autoriale di esperienze, suggestioni e idee che ha ispirato film di culto come 8 ½, I vitelloni, Per un pugno di dollari, C’era una volta il West, Amici miei e I soliti ignoti. E aprono una breccia per lasciare a noi spettatori la possibilità di sbirciare la vita che palpita dietro il grande schermo».

Ecco tre flash sulle tante affermazioni dei tre registi.

Fellini.
“Il cinema è un modo divino di raccontare la vita, di far concorrenza al padreterno! Nessun
altro mestiere consente di creare un mondo che assomiglia così da vicino a quello che conosci, ma anche agli altri sconosciuti, paralleli, concentrici”

Monicelli.
“Il mio cinema è nazionalpopolare nel senso più stretto del termine. Si rivolge alle masse.
Ma non c’è alcun intento educativo esplicito. Diciamo piuttosto una necessità di raccontare il più semplicemente possibile, in una chiave veristica ma allo stesso tempo irridente, un fatto che può essere accaduto o meno, ma che risulti come se fosse accaduto davvero”.

Leone.
“Il cinema è il mito che si fonde con una favola. Non è l’industria dei sogni. È la fabbrica dei miti. Se voglio documentare il mito non posso tralasciare il mio universo autoriale, anche quando mostro la cosa peggiore in assoluto”.


Concludendo, trovo esemplificati funzione e finzioni, incontro e scacco del cinema in questi versi di Corrado Costa che cito dalla sua composizione intitolata “Il fiume”.
Greta Garbo / si contempla nel film / e vede il film che si contempla / in Greta Garbo. / Noi li vediamo rimanere / e scorrere. / Greta Garbo che vede un vecchio film / di Greta Garbo / lo vede scorrere / lentamente in avanti / e lentamente lo vede / rimanere indietro / rimanere e scorrere / è parlare di un fiume / che scorre come il tempo / dietro le spalle / di Greta Garbo.

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Fellini, Leone, Monicelli
La vita è una pellicola al contrario
88 pagine * 10.00 euro
Il Saggiatore


Giacomo Matteotti, figlio del Polesine (1)

Tra pochi giorni ricorre il centenario (10 giugno 1924) dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
A distanza di cent’anni da quel tragico giorno, il nome di Matteotti è tornato sui media per un incredibile episodio. Il condominio romano dello stabile in Via Pisanelli 40 da dove uscì per l’ultima volta di casa il deputato socialista, si è dapprima opposto all'inserimento di una nuova targa in cui veniva ricordata la mano fascista assassina, per poi successivamente cedere e, tra confuse dichiarazioni, accettare quel ricordo in marmo voluto dal Comune, ma soltanto cambiando la scritta "mano fascista" in "vile assassinio". Incredibile! Ma questi sono i tempi che viviamo!
Il ricordo di Giacomo Matteotti trova, però, nuova vita, attraverso varie iniziative, come, ad esempio, la ristrutturazione della Casa Museo a Fratta Polesine e una grande mostra a Rovigo intitolata Una storia di tutti.
Contribuiscono alla memoria di quella figura anche una serie di pubblicazioni.
Fra queste ne ho scelto una, pubblicata dalla casa editrice Apogeo intitolata Giacomo Matteotti, figlio del Polesine Un grande italiano del Novecento.
Gli autori sono Diego Crivellari e Francesco Jori.

Crivellari, classe 1975, laureato in Filosofia, ha lavorato in ambito editoriale ed è docente di ruolo nelle scuole superiori. Attualmente è presidente del C.U.R. (Consorzio Università Rovigo) e membro del comitato scientifico dell’Istituto polesano per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea (IstPolRec).
Autore dei volumi “Scrittori e mito nel Delta del Po” e “Mistero adriatico”.

Francesco Jori, classe 1946, laurea in Scienze Politiche, giornalista. Ha lavorato al “Resto del Carlino”, al “Mattino di Padova” e al “Gazzettino”, di cui è stato inviato e vice direttore. Autore di diversi testi sulla storia veneta, premio Brunacci 2023 alla carriera per la divulgazione storica.

Dalla Prefazione di Francesco Verducci.
Quella data in questo 2024 compirà cento anni, ma non importa quanto tempo sia passato: è una data viva, perché parla e ammonisce il tempo di oggi; è uno dei tornanti più drammatici della nostra storia e uno dei più significativi per i valori di democrazia, libertà e giustizia sociale incarnati dalla nostra Costituzione. Sarà importante costruire intorno a questa data una pedagogia civile e alla figura di Matteotti un senso di appartenenza, ancor più di quanto avvenga o sia avvenuto. Abbiamo il dovere e la responsabilità di rendere conto della nostra storia e di consegnare ai più giovani il senso del legame che c’è tra memoria e futuro, un patto condiviso tra le generazioni, un patriottismo repubblicano. Matteotti è un simbolo: rappresenta il coraggio degli ideali democratici contro la tirannia e la dittatura

Dalla postfazione di Marco Almagisti.
Il lettore che si soffermi sulle pagine di questo libro ha la possibilità di vedere ricostruito il Veneto dell’inizio del Novecento e di seguire, da una peculiare prospettiva, l’avvento, nel nostro paese, della politica di massa. Nella ricerca degli autori emergono ampi frammenti di una società locale stratificata e policroma. Raffigurato in molti studi quale emblema della cultura politica locale “bianca”, di matrice cattolica, il contesto veneto riemerge in queste pagine come realtà storicamente diversificata e politicamente contendibile.

Dalla presentazione editoriale.

«Cent’anni fa, il 10 giugno 1924, a Roma veniva rapito e assassinato Giacomo Matteotti, parlamentare socialista polesano. Protagonisti del delitto furono i componenti di una squadraccia fascista; ma la responsabilità va attribuita al vertice del nascente regime, con in testa il suo capo Benito Mussolini. A lui e al suo partito Matteotti aveva duramente contestato il clima di violenza che ne aveva caratterizzato l’ascesa al potere; e proprio pochi giorni prima dell’assassinio, aveva denunciato in maniera circostanziata i brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 6 aprile. Da sempre il politico polesano era nel mirino fascista, per l’energia, l’impegno, il coraggio con cui ne aveva contrastato l’ascesa, ergendosi a difensore ad oltranza della democrazia. Il libro di Crivellari e Jori ne ricostruisce la figura inserendola nel contesto umano, sociale e politico di cui è espressione: un Polesine arretrato ma ricco di fermenti, nel quale Matteotti si è schierato fin dall’inizio a sostegno e tutela dei ceti deboli, partendo dai contadini. Il testo ripercorre le tappe politiche della sua azione, dal livello locale fino a quello nazionale, mettendo in luce il contributo determinante da lui dato al miglioramento delle condizioni di vita ma anche e soprattutto alla presa di coscienza delle classi subalterne. In parallelo, viene proposta una rivisitazione della tormentata storia del Polesine, area per secoli emarginata, mettendo in luce il profondo legame di Matteotti con la sua terra e il suo impegno fin da giovanissimo nel campo del socialismo, di cui ha rappresentato e rappresenta tuttora un essenziale punto di riferimento. Un lavoro di ricerca accompagnato da un’ampia documentazione sull’attività del politico polesano, fino allo straordinario discorso del 30 maggio 1924 alla Camera, di attacco frontale al fascismo, che pochi giorni dopo gli costerà la vita».

.Segue ora un incontro con Diego Crivellari.


Giacomo Matteotti, figlio del Polesine (2)

A Diego Crivellari (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro? Da quale esigenza?

Dall’esigenza di riflettere su alcuni tratti peculiari della figura di Matteotti e di raccontarla in forma narrativa ma rigorosa, collocandola sullo sfondo della storia veneta ed italiana tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento. L’approssimarsi del centenario del delitto e la rinascita del dibattito intorno all’eredità politica e ideale di Matteotti hanno senz’altro aggiunto motivi ulteriori.

Il volume si apre con un’ampia riflessione sul Polesine.
Perché sottolineate, fin dal titolo, l’esistenza di Matteotti quale “figlio del Polesine”
?

Perché quella del Polesine è una realtà poco o mal conosciuta, ancora oggi. Essa invece è stato teatro di vicende che assumono una rilevanza non solo locale nella storia d’Italia, se pensiamo per esempio ai moti contadini ottocenteschi de “la Boje”. A cavallo dei due secoli, il Polesine diventa – da terra addormentata, nonostante i fermenti risorgimentali – un vero e proprio laboratorio politico e sociale e per comprendere appieno la figura e l’opera di Matteotti, la sua vicinanza al mondo contadino padano, l’evoluzione del suo socialismo, occorre richiamare quel contesto e cercare di tratteggiarne l’originalità.

Qual è l’importanza che rappresenta l’assassinio di Matteotti nella storia italiana del ‘900?

L’omicidio di Matteotti rappresenta davvero un momento decisivo, uno spartiacque nella storia italiana del XX secolo: con la crisi che si apre segnerà prima l’illusione fugace di una ripresa democratica con l’Aventino e con l’indignazione crescente di vasti settori della pubblica opinione, poi con la reazione di Mussolini e dello squadrismo – e nel silenzio più o meno complice di quelli che oggi chiameremmo “poteri forti”: monarchia, Vaticano, industriali – la liquidazione dello stato liberale e l’inizio della dittatura. Nulla sarà più come prima, potremmo sintetizzare.

In Italia, l’opinione pubblica di quel tempo capì l’importanza di quell’assassinio?

Con l’omicidio si registrò una forte e sincera ripresa dell’opposizione ai metodi di Mussolini e del suo governo. Si ebbe una ripresa della stampa libera. Le opposizioni parlamentari si riunificarono momentaneamente, senza tuttavia condividere alcuna reale via d’uscita. Qualche osservatore più neutrale o addirittura “simpatizzante” del nuovo governo finì per aprire gli occhi. Tuttavia occorre ricordare che il Fascismo continuava a godere di consensi non effimeri nel paese profondo, rimaneva per molti cittadini il primo garante dell’ordine (durante quella tragica estate Pirandello chiede la tessera del Pnf), la parte intransigente dello squadrismo reclamava a gran voce una seconda ondata. Per settimane, per mesi la partita rimane aperta, Mussolini accusa certamente il colpo, ma in molti ambienti – si pensi ancora alla monarchia – prevale il timore del caos, del salto nel buio e non si vedono vere alternative.

Che cosa accadde a Dumini dopo l’omicidio? Quale fu la sua vita?

Amerigo Dùmini ebbe una vita avventurosa. Nato in America, ardito della Grande guerra, tra i fondatori del fascio fiorentino e protagonista di numerosi episodi di violenza. Al processo di Chieti del 1926 fu difeso da Farinacci, ras di Cremona e segretario del partito, subendo una condanna sostanzialmente irrisoria e uscendo di prigione in seguito all’amnistia per i reati politici voluta dal fascismo. Dopo il processo lo vedremo prodursi in svariate attività, chiedendo più volte sostegno economico a Mussolini, in un alternarsi di richiami alla sua antica fedeltà al duce e di velati ricatti. Poi sarà in Africa, rischierà la fucilazione da parte degli inglesi, rientrerà in Italia a guerra ancora in corso. Nel 1947 viene condannato all’ergastolo per omicidio premeditato, ma sconterà solo pochi anni di carcere. Morirà da uomo libero a Roma vent’anni più tardi, non prima di aver dato alle stampe la sua autobiografia.

Qual è l’attualità del pensiero di Matteotti nell’Italia di oggi?

Discorso complesso. I valori di Matteotti li ritroviamo in molti casi ben presenti (e per fortuna!) nella nostra Costituzione repubblicana: il lavoro, la libertà, il ruolo dell’istruzione, la necessità di un’informazione corretta ecc. Tuttavia, per troppo tempo si è sostanzialmente ignorato il pensiero di Matteotti, la sua analisi preveggente del fascismo, l’originalità del suo socialismo: un riformismo radicale che, almeno secondo me, è stato il socialismo “che è a mancato all’Italia” soprattutto nella seconda metà del Novecento, una visione matura e profonda della società che partendo da presupposti marxisti riconosceva il valore essenziale della libertà, del pluralismo e della democrazia.

………………………………………….

Diego Crivellari – Francesco Jori
Giacomo Matteotti, figlio del Polesine
Prefazione di Francesco Verducci
Postfazione di Marco Almagisti
204 pagine * 18.00 euro
Apogeo Editore


da Laterza

Prima della chiusura estiva di questo sito, segnalo due titoli dalle novità Laterza.

Specie aliene Quali sono, perché temerle e come possiamo fermarle
No, non si tratta dei soliti viaggiatori provenienti dallo Spazio.
Bensì di granchi blu, formiche di fuoco, giacinti d’acqua, alghe killer e tante altre ancora. In un viaggio in giro per il globo, uno dei massimi esperti al mondo ci spiega cosa sono queste famigerate specie aliene, come si insediano nei nuovi territori e come scalzano le specie autoctone.
Un racconto che si snoda tra moltissime specie, animali e non, per conoscere i pericoli delle invasioni biologiche e imparare a prevenirle.
Quali misure dobbiamo adottare? E che cosa può fare ciascuno di noi?

L’autore è Piero Genovesi
Uno degli scienziati ambientali più influenti al mondo, ci indica come invertire la rotta, se vogliamo davvero proteggere la natura, le nostre società e la salute delle persone.

Piero Genovese
Specie aliene
180 pagine * 17.00 euro


Altra segnalazione: Disobbedire Se, come, quando.

L’autore è Federico Zuolo
Professore di filosofia politica all’università di Genova. Collabora con Domani e Valigia blu. Altro suo volume: “”Etica e animali. Come è giusto trattarli e perché (il Mulino, 2018).

Abbiamo sempre il dovere di obbedire a tutte le leggi, anche quando ci sembrano ingiuste? Dal passato emergono esempi fulgidi di chi ha disobbedito alle regole ma – chissà perché – quando la disobbedienza si sposta all’oggi fatichiamo ad accettarla.
Una lucida analisi su una pratica da sempre centrale nella vita delle democrazie.
La disobbedienza civile e la non-violenza hanno una storia lunga e gloriosa: pensiamo a chi si è opposto con coraggio al nazifascismo o a figure come quelle di Gandhi e di Martin Luther King. Certo, gli stati liberali e democratici, seppur imperfetti, meritano il rispetto delle leggi. Ma è innegabile che ci sono leggi e pratiche ingiuste. Quando le normali forme di rivendicazione democratica non funzionano, la disobbedienza può essere moralmente giustificabile.

Federico Zuolo
Disobbedire
152 pagine * 16.00 euro


I maledetti


La prima immagine che viene a proposito del rapporto fra cultura e dittature è quel rogo che il 10 maggio 1933 (Hitler era al potere dal 30 gennaio di quell’anno) ci fu a Berlino, e in molte città tedesche, quando fu scatenata la più grande offensiva contro i volumi contrari all’ideologia nazista.
Negli stessi anni Stalin faceva fucilare Babel', Mejerchol'd, Stanislavskij e una lunga lista di altri nomi noti e meno noti eliminandoli sia per punirli delle loro opere e sia per impedire che ne scrivessero altre.
Dalla Cina, poi, non mancano dalla cosiddetta Rivoluzione Culturale fino ai giorni nostri, per artisti all’opposizione "inferni distopici dalle dimensioni gigantesche”, come li definisce Agnès Callamard. Quanto ai paesi islamici, affacciatevi su Amnesty International e apprenderete cronache agghiaccianti.
Anche nella letteratura dell’altro ieri e di oggi troviamo eco di stragi e pagine bruciatae. Si pensi a Cervantes, che nel Don Chisciotte mostra la selezione dei libri della cavalleria e di seguito il rogo degli stessi; oppure a Ray Bradbury, che in Fahrenheit 451 descrive una società in cui i vigili del fuoco hanno la missione di scovare e bruciare i libri.
Ma se sono tanti i perseguitati dai tanti regimi totalitari, non manca una minoranza di autori che hanno scelto di sostenere proprio le idee dei persecutori.

La casa editrice Lindau, riferendosi al fascismo e al nazismo, ha pubblicato un saggio che si chiede come fu possibile che alcuni nomi illustri restassero affascinati da quelle idee sciagurate. Non solo nomi oscuri al servizio di tenebrosi personaggi, ma, anche se pochi, nomi rilevanti nella storia della cultura. Come, ad esempio, tre premi Nobel: Knut Hamsun, T.S. Eliot e Konrad Lorenz
Titolo del volume: I maledetti Dalla parte sbagliata della Storia
L’autore è Andrea Colombo.
Laureato in filosofia con Gianni Vattimo e Giuseppe Riconda, è un giornalista che collabora con le pagine culturali del quotidiano «La Stampa». È autore di diversi saggi fra cui “Guarire l’anima. Itinerari dello spirito” (Leonardo Mondadori) e ”Il Dio di Ezra Pound”. (Edizioni Ares). Ha curato e tradotto l’unica edizione italiana dei Radiodiscorsi di Pound (Edizioni del Girasole) e varie opere di G. K. Chesterton, C. S. Lewis e R. H. Benson.

Colombo, attraverso una lodevole ricerca documenta la traiettoria delle vite e del pensiero di personaggi che vanno da Gottfried Benn a Martin Heidegger, da Giovanni Gentile a Emil Cioran, da Robert Brasillach a Ezra Pound, da Wyndham Lewis a Julius Evola, da Adolfo Wildt a Mario Sironi, da Mircea Eliade, a Filippo Tommaso Marinetti, da Leni Riefenstahl a Drieu La Rochelle, ai già prima citati Hamsun, Eliot e Lorenz.
Tranne che a Brasillach e Gentile che pagarono con la vita l’adesione al nazifascismo (il primo condannato alla fucilazione, il secondo morto in un attentato) quasi tutti riuscirono a cavarsela abbastanza bene, nel 1950 nessuno di loro era in un carcere… quasi tutti. Già, perché a Pound andò male. Al gabbio per 13 anni, alcuni nel manicomio criminale di St. Elisabeth. Dirà poi: ““Tutto ciò che ho fatto è stato rovinato dalle mie intenzioni. Il mio peggiore errore è stato quello di abbracciare il pregiudizio antisemita”.
Altri, quali Eliot e Lorenz occultarono il più possibile i loro trascorsi, altri ancora si pentirono di quanto avevano professato. Solo Knut Hamsun, in pieno delirio affermò: “Hitler era un guerriero, un pioniere dell’umanità e un apostolo del vangelo del diritto di tutte le nazioni”, fulgido esempio di quando il cervello va in pappa.

Colombo in questo libro si tiene lontano da condanne pregiudiziali, ma, sia chiaro, neppure concede assoluzioni. Sceglie il cosiddetto “giusto mezzo”. Perfino un po’ troppo. Ma va detto che ha scritto con una straordinaria documentazione un libro utilissimo per capire un periodo della storia che abbiamo vissuto, un libro che consiglio di leggere. E leggendolo credo sia inevitabile porsi ancora una volta una vecchia domanda: è possibile scindere un autore che si è macchiato di colpe vergognose dall’opera importante che ha prodotto?
Credo di sì. Visto il periodo storico attraversato dai maledetti, porto un solo esempio, un nome compreso nel libro che finora non ho fatto, quello di un gigante della letteratura e forse non solo del XX secolo: Louis Ferdinand Celine. Ha scritto purtroppo pagine antisemite fra le più violente. Ha scritto capolavori sommi.

Dalla presentazione editoriale.
«Ventidue ritratti di uomini e donne del mondo della cultura che hanno deciso, fra gli anni ’20 e ’30 del ’900, di schierarsi dalla parte del nazifascismo. Dai poemi di propaganda di Marinetti ai radiodiscorsi di Pound, dai murales fascisti di Sironi ai film hitleriani della Riefenstahl, dai pamphlet antisemiti di Céline alla fascinazione per il Führer di Hamsun, dal nazismo di Elisabeth Nietzsche al nichilismo nazional-legionario di Cioran, dal darwinismo ariano del giovane Lorenz al nazionalismo mistico di Eliade, le vicende, le illusioni, i drammi degli intellettuali che hanno scelto di stare dalla parte sbagliata».
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Andrea Colombo
I maledetti
376 pagine * 24.00 euro
Lindau


Paolo Braccini

Nella Resistenza era chiamato “Comandante Verdi” Paolo Braccini (Canepina, 16 maggio 1907 – fucilato a Torino il 5 aprile 1944) partigiano insignito con la Medaglia d'Oro al valor militare.
Tempo fa, su queste pagine web, ricordai un libro che gli dedicò la preziosa casa editrice Odradek guidata da Paolo Del Bello uomo che accoppia a grande cultura filosofica e storica un’eleganza di pensiero e di comportamenti che lo portò a non pubblicizzare il volumetto, intitolato A fronte alta, essendo il protagonista del libro un suo zio… gente così? Avercene!

Il 25 aprile scorso Paolo Braccini è stato ricordato nel Salone del Museo delle Tradizioni Popolari di Canepina, suo paese natale.
Oltre alle autorità cittadine – il sindaco Aldo Maria Moneta, il vicepresidente del Consiglio Regionale del Lazio Enrico Panunzi, il presidente provinciale dell’ANPI Enrico Mezzetti – sono stati presenti Claudio Del Bello, nipote di Braccini (figlio di una sorella) e i fratelli Fazioli, cugini della Medaglia d’Oro.
In quel Museo, esposta permanentemente in un’area a lui dedicata, un lavoro dell’artista Rita Mare che ha immaginato e plasmato nell’argilla il volto di Braccini.

Importante ricordare una figura qual è stata quella di Paolo Braccini specie in questi tristi giorni con un’Italia dove un generale, candidato da un partito di governo alle vicine elezioni europee gira un video inneggiando alla repubblichina X Mas; in un’Italia in cui un Comune nega (dietro l’ipocrita dichiarazione "L'amministrazione ha fissato una road map che contiene priorità differenti”) l’intitolazione di una strada a Pertini perché è stato partigiano, in un’Italia in cui un condominio s’oppone a una targa che ricorda Matteotti perché ha la scritta “ucciso da mano fascista”, in un Paes… pardon!... Nazione, in cui con scatto da centometristi in molti “corrono in soccorso dei vincitori” come diceva Flaiano


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