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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Flavio Giurato

Dall’Ufficio stampa Monferr’Autore ho appreso del Premio alla carriera Giorgio Lo Cascio assegnato a Flavio Giurato.
Il Premio – giunto alla sua IX edizione – è organizzato dall'Associazione Primavera Andreolese con il patrocinio della Regione Calabria e dell'amministrazione comunale di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio.
La direzione artistica è di Enrico Deregibus.

Flavio Giurato, a mio avviso (e non credo di essere il solo a pensarla così) è uno dei grandi poeti della canzone europea. Splendido il recente Le promesse del mondo che contiene anche il brano Digos che penso sia uno dei vertici della sua storia compositiva. L’originalissimo stile dei testi, sembra rimandare a un film composto con riprese a fotogrammi singoli e solarizzazioni, narrazioni tra il fumetto e il flusso di coscienza.
QUI il suo sito web. E qui un'intervista rilasciata a Repubblica XL.

Dal comunicato stampa.
«Flavio Giurato è il vincitore del nono "Premio Giorgio Lo Cascio", riconoscimento riservato a cantautori di particolare valore dalla carriera consolidata e fuori dai circuiti mainstream.
Flavio Giurato è, come recita la sua scheda biografica, “il segreto meglio custodito della musica italiana”. Artista di culto per addetti ai lavori e appassionati, è autore di tre album meravigliosi tra il 1978 e il 1984: “Per futili motivi”, “Il tuffatore” e “Marco Polo”.
In particolare “Il tuffatore” lo fa conoscere al pubblico più attento di quegli anni. I videoclip estratti dall’album furono parte fondante del programma ‘Mr. Fantasy’ condotto da Carlo Massarini.
Dopo un lungo periodo di pausa, nel nuovo secolo è tornato all’attività.
Nel 2004 la casa editrice No Reply, decide di pubblicare “Il tuffatore. Racconti e opinioni su Flavio Giurato” un libro di racconti ispirati alle canzoni dei primi tre dischi del cantautore. Con l’occasione, a vent’anni di distanza da “Marco Polo” e in allegato al libro, esce un disco live, il primo e l’unico della sua carriera.
Nel 2007 arriva un nuovo disco di inediti, “Il manuale del cantautore”.
Negli ultimi anni la sua attività si intensifica, sia per quanto riguarda i concerti che i dischi: nel 2015 esce “La scomparsa di Majorana”, nel 2017 “Le promesse del mondo”, dischi assai considerati dalla critica».

Ufficio stampa, Monferr’Autore: monferrautore@virgilio.it


La saggezza degli animali


Ha scritto il grande autore portoghese Fernando Pessoa: L’uomo non sa di più degli altri animali; ne sa di meno. Loro sanno quel che devono sapere. Noi, no.
Anche da qui derivano tanti errori che l’animale uomo commette verso gli altri animali. Quanti? Tanti. Il primo è quello d’immaginare una propria superiorità naturale. Ed ecco perché la Chiesa detesta tanto Darwin che – come sostiene Daniel Kevles – ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione.
Doloroso risultato della dottrina cristiana sugli animali è stato Cartesio, uno dei principali esponenti dello specismo termine coniato dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali” (1973).
Altro errore è di non conoscerli asserendo il contrario. Perfino di animali che spesso abbiamo in casa ne sappiamo poco. Basti pensare quanto goffamente in tanti pretendono – anche in buona fede, anche affettuosamente – d’ottenere da cani o gatti comportamenti vicino ai nostri. Cosa ch’è assolutamente impossibile.
“Abbiamo molto da imparare, dagli animali” – scrive, ad esempio, Stephen Fry – “Molto da imparare su di loro, ma molto, molto di più da imparare su di noi […] Gli animali tutti hanno questo in comune: a differenza dell’uomo, paiono impiegare ogni minuto di ogni ora di ogni giorno della propria vita a essere se stessi. Noi uomini siamo raramente bravi a essere ciò che la natura ci chiede di essere: homo sapiens”.

Ecco perché può aiutarci a saperne di più e limitare i nostri sbagli, un bel libro pubblicato da Garzanti dal titolo La saggezza degli animali.
L’autore è Peter Wohlleben.
Nato nel 1964 a Bonn, in Germania. Dopo oltre venti anni di servizio come guardia forestale, ora gestisce un bosco di tremila acri nei pressi di Hummel, nella regione di Eifel al confine con il Belgio. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo, hanno più volte raggiunto i primi posti delle classifiche di vendita.
Nel catalogo Garzanti: La saggezza degli alberi (ora disponibile in edizione tascabile) e La saggezza del bosco.
«Seguitemi» – dice Wohlleben rivolto ai lettori – «in questo viaggio alla scoperta dei sentimenti degli animali… Forse potrete riflettere su alcuni aspetti interessanti della razza umana».
Questo libro, di scorrevolissima lettura, informa su tante cose che sembrano incredibili.
Con una serie di esempi, frutto d’osservazioni scientifiche, che sorprendono pagina dopo pagina.
Leggevo proprio giorni fa notizia di uno studio apparso su Science Advances in cui si dimostra che anche le api sanno contare. Sono capaci di svolgere semplici addizioni e sottrazioni, se allenate, mostrando un'abilità, quella numerica, che richiede tanto il lavoro della memoria a lungo quanto quella a breve termine. Ecco informazioni come questa se ne trovano molte in “La saggezza degli animali”.

Dalla presentazione editoriale
«I polli cresciuti all’aperto sono più felici? Che cosa sognano i cani? Quale senso del tempo ha una farfalla? Con la stessa inimitabile capacità di incuriosire con cui aveva descritto il linguaggio segreto degli alberi e grazie alla quale avevamo scoperto come le piante parlano, comunicano e si aiutano a vicenda, Peter Wohlleben rivolge ora la sua attenzione agli altri abitanti della foresta: gli animali. Scopriamo uccelli come il corvo imperiale, capace di provare amore e rimanere fedele al proprio partner per tutta la vita; ci accorgiamo, con un po’ di stupore, che alcuni animali hanno una consapevolezza emotiva della morte, come le ghiandaie della Florida che compiono una veglia funebre di due giorni alla scomparsa di una di loro; e quasi ci commuoviamo leggendo della straordinaria empatia degli scimpanzé, capaci di adottare cuccioli orfani per proteggerli dai predatori. Peter Wohlleben sfata pregiudizi – la storia del lupo cattivo, della capra stupida o del cerbiatto timido – e ci invita a riflettere sulle conseguenze del nostro comportamento quotidiano, rendendo pagina dopo pagina sempre più evidente perché un atteggiamento attento nei confronti degli animali è un bene per noi umani e per il futuro dell’intero pianeta».

Peter Wohlleben
La saggezza degli animali
Traduzione di Valeria Montagna
Illustrazioni di Margaret Schneevoigt
Pagine 192, Euro 16.00
Garzanti


Giordano Bruno

Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno" ricorderà l’opera e l’attualità del grande filosofo.
Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600), accusato di eresia, l'8 febbraio 1600 fu condannato al rogo e, ascoltata la sentenza, rivolse ai giudici la storica frase: ”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua serrata da una morsa per impedirgli di parlare a chi assisteva al falò, condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo, fu arso vivo.
Le sue ceneri le gettarono nel Tevere perché… hai visto mai?

L’Associazione come ogni 17 febbraio ricorderà il filosofo ucciso quella piazza.
In quel luogo romano c’è la statua dedicata a Bruno, statua che ha una sua storia turbinosa. A chi fosse interessato a conoscerla, suggerisco la lettura di “Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto”, ne è autore Massimo Bucciantini.

Dal comunicato stampa dell’Associazione libero Pensiero.

«L’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” come ogni 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma (dalle ore 17.00) ricorderà il filosofo Giordano Bruno, perché la memoria di quel rogo sia per ciascuno la fiamma della ragione contro l’oscurantismo.
Sono trascorsi 419 anni da quel 17 febbraio del 1600, quando Giordano Bruno fu arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma per ordine del tribunale della Santa Inquisizione, presieduto dal pontefice romano. «Eretico, pertinace, impenitente ...» recitava la sentenza nella sua tracotanza dogmatica di potere. E voleva essere espressione di massimo spregio per chi come Bruno rivendicava il diritto umano di pensare e scegliere autonomamente per uscire dalla caverna della sottomissione individuale e sociale.

In un contesto storico come quello attuale, dove il senso della ragionevolezza sembrerebbe smarrito nella ripresa del fideismo religioso che si fa anche terrorismo, mentre spettri fascisti avanzano in Europa, noi bruniani vogliamo rimettere al centro più che mai il valore della Laicità, supremo principio della nostra Carta costituzionale repubblicana, perché la democrazia si concretizzi nell’affermazione della dignità umana, individuale e sociale.
Senza laicità non c’è democrazia, non c’è libertà, né giustizia, né uguaglianza nelle pari opportunità. Ma solo sopruso. Ben lo sapeva Giordano Bruno, che ha avuto il coraggio di alzare la testa per proclamare il diritto dovere di ciascuno a emanciparsi da dogmi e padroni con la sua rivoluzionaria filosofia, che dall’infinito cosmico apre prospettive formidabili in ogni ambito politico, sociale, etico, estetico... comunicativo.
Di tutto questo parleremo a Piazza Campo de’ Fiori il 17 febbraio 2019, a partire dalle ore 17.00 tenendo vivo lo straordinario insegnamento di filosofia e vita di Giordano Bruno.

“Nel nome di Giordano Bruno. Laicità Libertà Democrazia”, è il titolo che l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ha voluto dare alla Cerimonia-Convegno di quest’anno con le relazioni di Maria Mantello (Giordano Bruno, dignità laicità democrazia); Francesco De Martini (Giordano Bruno e la cosmologia moderna); Alessandro Cecchi Paone (Giordano Bruno profeta europeo di libertà).
Recitativi a cura di Annachiara Mantovani. Presenta Antonella Cristofaro».

Associazione Libero Pensieroi
Info: liberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it
Tel: 329 748 11 11


Asterione


Ho appreso da Cristiana Minelli – alla quale è stato affidato l’Ufficio Stampa – la nascita di una nuova casa editrice con sede a Modena.
Il suo nome: Asterionelegge.
In foto il logo.
La direzione editoriale è di Roberto Barbolini, QUI il suo sito web.
A lui ho rivolto alcune domande.

Asterione… chi è Asterione? Perché è stato dato quel nome alla nuova editrice?

Asterione è il Minotauro cretese, figlio degli amori di Pasifae con un toro. In un memorabile racconto di Borges, intitolato “La casa di Asterione”, il Minotauro si rammarica di non saper leggere con queste parole: «non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi». Forse, ci siamo detti, quel mitologico freak non ha ancora trovato i libri che fanno per lui…Come si sa i lettori in Italia bisogna un po’ inventarseli, sono tanti piccoli minotauri sperduti nel labirinto di una produzione editoriale eccessiva e soffocante. La nostra scommessa è che anche Asterione può rivelarsi un lettore appassionato, al punto di farsi editore dei libri che ama.

Che cosa Asterione vuol far leggere? Quale il suo obiettivo espressivo?


La risposta potrebbe essere lapidaria: Asterione vuol far leggere anche agli altri i libri che piacciono a lui. In questo senso, quello che tu chiami “l’obiettivo espressivo” dell’editore somiglia a quello dell’autore desideroso di scrivere i libri che gli piacerebbe leggere. Ma in realtà la situazione è più complessa, e la tua domanda potrebbe essere riformulata nei termini usati da Totò interpellando il “ghisa” milanese in una celebre sequenza di "Totò, Peppino e la malafemmina”: «Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?». Forte è la sensazione di spaesamento davanti a un panorama editoriale decisamente bulimico. Noi partiamo con due collane: Ourobors ed Aemiliana, la prima dedicata alla scoperta o riscoperta di autori eccentrici ; la seconda a scrittori appartenenti all’area emiliana in cui Asterione affonda le sue radici.
Ouroboros s’inaugura con “Di male in peggio” di Vittorio Orsenigo, che a 92 anni rimane una delle sicure promesse della letteratura italiana: “scrittore eccentrico, persino nel conto degli eccentrici” l’ha definito Massino Onofri, e questo volume di brevi storie e lancinanti guizzi aforistici lo conferma in pieno.
Aemiliana aprirà con la ristampa di “Emiliana”, romanzo storico ambientato nell’età napoleonica , a vent’anni dalla prima edizione e a sei dalla scomparsa del suo autore, Giuseppe Pederiali: un insuperabile narratore di storie che ho avuto la fortuna di avere per amico. A seguire usciranno un mio “zibaldino” fra la via Emilia e il West intitolato “L’ombelico del mondo”, il “Manoscritto mai ritrovato” di Carlo Andrea Falvella, “L’almanacco delle news” di Cristiana Minelli, vorremmo anche riproporre “Modena 1831 città della Chartreuse” del grande Antonio Delfini. E molto altro bolle in pentola.


In quale fascia di pubblico Asterione cercherà i suoi lettori?


In quella che non si vergogna di resuscitare un concetto estetico fondamentale come quello di gusto. Mentre nessuno trova alcunché da ridire quando in musica si parla di “orecchio assoluto” (come quello di Mozart), non si capisce perché se si parla di gusto in letteratura si è subito guardati con sospetto. Vale in parte il pregiudizio scientistico verso tutto ciò che non è misurabile, come se poi non vivessimo nell’era dell’”uno vale uno”, in cui ogni competenza è screditata in quanto elitaria. Tranne quella dei cuochi: il sistema per dire loro addio – per parafrasare Chandler nel finale di “The Long Good-Bye” – non è stato ancora inventato.


Quale metodo userai per selezionare le proposte editoriali che t’arriveranno?


Quello di non considerare mai i libri un “prodotto” fungibile con altre categorie
merceologiche, dalla carta igienica ai fustini di detersivo, dai saponi ai tubetti di dentifricio. Fatta salva questa distinzione preliminare, il criterio del gusto di cui parlavo prima può operare liberamente. Con garbo ma con fermezza. Senza però arrivare alla radicale strategia suggerita da Eugene Field, che nella lettera di rifiuto a una poesia intitola Perché sono vivo rispose “Perché hai inviato la poesia per posta”.


Quando si parla d’editoria dalle piccole dimensioni aziendali, salta immancabilmente fuori il discorso sulla difficoltà di distribuzione. Perché mentre il cinema s’avvale di esercizi che con i locali d’essai riesce – e anche con risultati spesso commercialmente apprezzabili – a presentare opere sgradite alla grande distribuzione, non avviene altrettanto con le librerie?


Da autore di nicchia quale sono sempre stato - pur pubblicando spesso anche presso grossi editori da Mondadori a Rizzoli a Garzanti, e ora presso La nave di Teseo - il problema mi tocca da vicino, ma non saprei dare una risposta precisa, anche perché non conosco abbastanza i meccanismi della distribuzione cinematografica per poter fare un paragone. Penso comunque che le difficoltà in cui si dibattono le piccole librerie sia un elemento da tenere in considerazione: alle grandi catene le opere di nicchia non convengono, mentre i librai indipendenti non sono in grado di promuoverle adeguatamente se non rischiando il suicidio professionale.


In editoria, a proposito di best seller, Giuliano Vigini dice che in Italia i successi di vendita nascono per caso. Mario Spagnol è del parere che il best seller oggi va programmato. Il sociologo Mario Peresson afferma che “gli autori italiani vogliono vendere milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose, assai spesso, non sono compatibili”.
Un tuo parere sul libro di successo… è possibile pianificarlo? Oppure no”
?

Demonizzare per partito preso il best seller mi sembra una sciocchezza. Considero il successo di un libro una variabile indipendente rispetto al suo valore. Ci sono grandi autori letti da pochi e bestselleristi che sono scrittori coi fiocchi. D’Annunzio vendeva più di Pascoli, ma sono entrambi eccellenti poeti. Emilio Salgari, disprezzato dai letterati colti del suo tempo, è un vero scrittore e vende ancora a più d’un secolo dalla morte. Mi fanno ridere quelli che dicono “Non vendo, non mi capiscono, quindi sono un grande»: magari bastasse! Ma altrettanto ridicoli -ha ragione Peresson- sono quelli che si fanno forti delle loro vendite milionarie per aspirare al Pantheon delle storie letterarie. In definitiva, se il bestseller può talvolta conseguire le vette della letteratura è proprio perché il successo non è pianificabile, non si può programmare meccanicamente. Se c’è un motto che s’addice all’editoria, è quello che sta scritto sul muro d’un convento francescano di Toledo. Dice così: “caminantes/ no hay caminos/hay que caminar”, ossia: “viandanti, non ci sono strade, si deve camminare”.

………………………

Asterione
Via Emilia Est 18/20
41124 Modena
info@asterionelegge.it


Des oiseaux


Da qualche anno in questo sito seguiamo il lavoro di Marta Roberti e non siamo soli in quest’attenzione che, infatti, viene rivolta crescentemente a quest’artista sia dai critici e sia dagli operatori del mercato.
Il suo lavoro attira plurali sguardi perché evoca memorie antiche e turbamenti moderni del segno, rappresentati in un fantasmatico mondo vegetale popolato da animali non umani.
E quando noi umani ci siamo, eccoci nascosti tra foglie e alberi e dall’immagine spiare chi tenta di scorgerci.
Di recente, Roberti ha tenuto workshop in Sudafrica e in Etiopia.
E un clic QUI aiuta a conoscere il suo pensiero.

Ora, la troviamo in una mostra che è in corso a Brescia, alla Galleria dell'Incisione, aperta nel 1972, specializzata nella grafica mitteleuropea tra Otto e Novecento, con una predilezione per l'area austriaca, tedesca e cecoslovacca.
La Galleria ha proposto, infatti, sin dai primi anni artisti quali Dix, Grosz, Hubbuch, Klinger, Müller, Schlichter, contribuendo a valorizzare alcuni autori allora poco conosciuti in Italia.
Ha, inoltre, dato spazio tanto ad autori contemporanei quanto alla proposta di collezioni - inedite per Brescia - di xilografie giapponesi.
Nei più recenti anni si sono avute importanti esposizioni anche di fotografia, che hanno visto proposti autori contemporanei di valore internazionale, quali Martine Franck, Berengo Gardin, Scianna, Sellerio, Erwitt, McCurry.

In foto:
Marta Roberti, “Uccello vedova dalla coda lunga, Sud Africa”
21x29cm, disegno inciso su carta grafite, 2019.

Dal comunicato stampa della Galleria
«Che si tratti del canto che annuncia l’arrivo della primavera, dei suggestivi e coreografici passaggi migratori o dell’invidia di una condizione di libertà che ispirò a Paul Valéry la celebre frase “Il faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume”, il potente legame che questo animale intrattiene con la natura e con la sua ciclicità si conserva inalterato nel tempo, giungendo fino al cittadino urbanizzato di oggi che durante l’inverno assiste all’arrivo di uccelli in cerca di qualche grado in più rispetto alla rasa e fredda campagna.
Con "Des Oiseaux”, mostra che prende il titolo dal nuovo libro del fotografo Pentti Sammallahti (Éditions Xavier Barral, 2018), di cui esponiamo una trentina di scatti, si presenta una preziosa occasione: interrogare gli universi di diversi artisti per scoprire in che modo si sono lasciati ispirare da quello che, declinato in una moltitudine di specie, può
essere considerato l’animale allegorico per eccellenza.
Insieme a questa nuova rassegna di fotografie del maestro finlandese (la galleria aveva organizzato una sua personale "Aspettare l'immagine" nel 2008 curata da Silvana Turzio) sono quindi esposti disegni, acquarelli, stampe, fotografie e sculture, tutti a tema ornitologico, di autori storici e contemporanei: Andrea Collesano, Vanni Cuoghi, Giuseppe Gallizioli, Armida Gandini, Quentin Garel, Ernst Moritz Geyger, Fausto Gilberti, Giorgio Maria Griffa, Frances Lansing, Michael Kenna, Franco Matticchio, Andrea Micheli, Louis Moe, Karl Moser, Richard Müller, Andrea Pedrazzini, Marta Roberti, Felice Tosalli, Velasco Vitali».

Galleria dell’Incisione
Des oiseaux
Via Bezzecca 4, Brescia
Info: tel. 030-304690
fax 030-380490
galleria@incisione.com
Fino al 17 marzo 2019


L'imitazione della vita (1)


Nella collana di scienze della visione I pescatori di perle, diretta da Alfonso Amendola e Vincenzo Del Gaudio, la casa editrice Meltemi ha mandato nelle librerie L’imitazione della vita Scritti di cinema 1970 – 2016 di Salvatore Piscicelli a cura e con una postfazione di Gino Frezza (QUI una scheda biografica, e QUI la bacheca dei libri pubblicati).
La postfazione è possibile leggerla sul blog condotto da Piscicelli.
Il libro si avvale anche di una prefazione di Alberto Castellano che ho avuto il piacere di ospitare su questo sito in occasione dell’uscita di un saggio collettaneo, a sua cura, sull’opera di Paul Schrader.

Salvatore Piscicelli, critico cinematografico, sceneggiatore e regista, ha scritto e diretto numerosi documentari e film di finzione tra i quali: “Immacolata e Concetta”,”Le occasioni di Rosa”, “Blues metropolitano”, “Il corpo dell’anima”, “Quartetto”, tutti presentati nei principali festival internazionali.
Ha scritto una raccolta di racconti (“Baby Gang”), due romanzi (“La neve a Napoli”, “Vita segreta di Maria Capasso”) e un volumetto sulla cucina popolare napoletana (“La cucina di Addolorata”).
Nato a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, vive e lavora a Roma.

Scrive Alberto Castellano nella prefazione: “Piscicelli ha affrontato l’avventura critica giovanile con estrema apertura e duttilità, senzaspocchia e preconcetti, con interesse e curiosità per registi grandi e medi, autori e artigiani, per tutte le cinematografie e i generi, con un occhio alla tradizione e uno all’innovazione […] interessato alle nuove tecnologie, alla rivoluzione digitale che cha investito da anni il cinema (sotto il profilo sia dell’uso delle telecamere digitali, sia dei supporti che hanno stravolto il consumo tradizionale)”.

Dalla presentazione editoriale.
«Questo libro (il cui titolo richiama quello di un importante film del regista Douglas Sirk) raccoglie e mette insieme, in un ordine sistematico, gli scritti di cinema di uno dei più importanti autori del cinema italiano degli ultimi quattro decenni. Dalla lettura di questi saggi di Salvatore Piscicelli (recensioni dei film usciti nel nostro paese nel corso degli anni Settanta e pubblicati sull’“Avanti!”, articoli e saggi di più vasto respiro scritti per una rivista, “Cinemasessanta”, o altri nati da occasioni diverse di riflessione su figure come Chaplin o Rossellini o sul rapporto fra cinema e ideologia, su temi rilevanti come cinema e psicoanalisi, o sui film cinesi di kung fu o, ancora, sulla metodologia storiografica del cinema o su registi francesi e del Nord Europa ecc.), viene fuori un profilo esemplare di cineasta integrale, critico e autore nello stesso tempo. Questo libro dà modo, da un lato, di ricostruire un modo generazionale di vivere e praticare il cinema (quello che appunto nutre gli interessi del critico a partire dagli anni Settanta) e, insieme, dall’altro, di comprendere la lunga e vivace formazione del futuro regista. Dal 1980 in poi, mentre dirige film e interpreta le tendenze del cinema contemporaneo secondo le sue opzioni creative, Piscicelli, in filigrana, non smette di osservare criticamente come il cinema evolve in rapporto alla società».

Segue ora un incontro con Gino Frezza.


L'imitazione della vita (2)

A Gino Frezza (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è la motivazione della sua attenzione sul mondo critico e filmico di Piscicelli?

Piscicelli è l’autore di almeno due capolavori del cinema italiano dei primissimi anni Ottanta: “Immacolata e Concetta” e “Le occasioni di Rosa”, entrambi ambientati nel napoletano e in grado di raccontare, come pochi altri film, il tessuto drammatico della mia città. Inoltre io conosco Piscicelli dai primi anni Settanta, da quando faceva il critico, e curava l’organizzazione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, e dunque la lettura dei suoi scritti di cinema mi riportava alle questioni culturali di quel decennio. Ritrovavo gli interessi di un’epoca e della sua cultura filmica, molto diversa da quella che oggi si pratica (meglio dire: che non si pratica più…) e parecchie delle questioni di allora spesso tornano (per esempio il rapporto fra cinema e politica, ma anche quello dei rapporti fra scrittura e immagine) mostrando che non sono ancora risolte. Piscicelli mi è parso quindi come una figura in grado di restituire il significato complessivo di una ricerca che, nel suo caso, è riuscita a passare dal piano della riflessione teorica e analitica sul cinema (quello del passato e quello contemporaneo) a quello della produzione creativa, quando egli, dal 1980, ha smesso le vesti del critico (temporaneamente, ora non scrive più su giornali e riviste, ma cura un blog) e ha iniziato a fare regia.

Quale importanza ha avuto nel cinema di Piscicelli essere stato prima critico poi autore?

Ha filtrato e orientato il suo modo di pensare il film, sia nella sua struttura narrativa ma soprattutto nei modi di costruzione dell’immagine, nella forma e nell’impianto visivo delle inquadrature, nella tensione emozionale che deve essere innescata dal montaggio. Piscicelli nei suoi scritti mostra che egli ha pensato moltissimo sul contributo concettuale che il cinema del passato consegna agli autori di oggi. Per esempio, la sua capacità di cogliere cosa ha significato per il cinema moderno degli Anni Settanta un certo cinema europeo (da quello tedesco a quello francese) e le sue passioni per un certo cinema americano (per esempio Douglas Sirk, che in realtà era un regista tedesco immigrato nel 1936 a Hollywood per opposizione al nazismo e divenuto uno dei maestri del melodramma filmico, nonché autore di un film il cui titolo è proprio ripreso da Piscicelli - Imitation of life – per nominare il suo libro di scritti).
D’altronde Piscicelli non è l’unico autore che ha avuto una importante gestazione prospettica prima nella critica per poi passare alla regia. Non voglio citare i soliti autori francesi della Nouvelle Vague dei primi anni Sessanta, ma si pensi solo all’Italia e a casi come Blasetti, Antonioni, Pietrangeli, o a figure poco più anziane di Piscicelli, come Dario Argento, e si vedrà che essere stati critici può dare una forte consapevolezza sulla maniera di essere autori e di dare un contributo forte e significativo alla produzione nazionale di cinema.

Esiste un filo che lega in Piscicelli l’estrema varietà di autori e stili osservati nei suoi scritti?

Assolutamente sì. Il filo è collegato alla diversa maniera con cui vari registi esprimono una versione critica della società moderna, collegata a una ricerca espressiva senza condizionamenti o compromessi. Ecco allora che lo scritto sul cinema di un grande autore giapponese, Mizoguchi, è una forte riflessione su come un autore può essere profondamente drammatico ma anche politico senza parlare di cose della politica, semplicemente perché sa articolare con le immagini un racconto che dà modo allo spettatore di scegliere dove stare.

Di che cosa si arricchirà il lettore leggendo questi scritti di cinema?

Di molte cose. Anzitutto coglierà la forte passione che nutre il rapporto che Piscicelli vive con il cinema (e non solo, vi sono scritti dove emerge anche quella per la narrativa letteraria). Potrà vedere e riconoscere alcune emergenze che dagli anni Settanta si ripropongono ancora adesso (per esempio, i rapporti fra cinema e altri media e soprattutto con la televisione), potrà misurare l’orizzonte transculturale che un amante di cinema deve praticare (c’è un bellissimo saggio sui film di Kung fu), perché, oggi soprattutto, le grandi novità nel cinema vengono da paesi molto lontani dall’Europa. Potrà vedere come, nelle poche parole di una breve scheda di recensione, si possa condensare un intero discorso su come il cinema rappresenti in maniera efficace le condizioni di vita di individui e comunità.

……………………………………….

Salvatore Piscicelli
L’imitazione della vita
A cura e con postfazione di
Gino Frezza
Prefazione di Alberto Castellano
Pagine 310, Euro 24.00
Meltemi


1938, l'Italia razzista

Il vento di Destra che sta avvolgendo il mondo dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Ungheria alla Polonia passando per quanto sta accedendo in Italia, porta con sé l’infezione del razzismo dove si annida l’antisemitismo.
La Giornata della Memoria di giorni fa, ad esempio, ha visto estremisti di destra polacchi disturbare la cerimonia ad Aushwitz. In Italia il parlamentare pentastellato Elio Lannutti ha citato “I protocolli dei savi di Sion” (un noto falso storico redatto dalla polizia zarista) quale documento che svelerebbe le manovre finanziarie ebraiche per soggiogare il mondo. Poi, naturalmente, ha fatto marcia indietro. Ma perché Di Maio che espelle deputati che non hanno votato secondo le direttive del M5S, ha solo rimproverato quel tale invece di cacciarlo dal Movimento?
E sempre in Italia mai come in quest’ultimo anno si erano verificati tanti episodi di violenza razzista.
La storia viene da lontano, un libro edito mesi fa da il Mulino è un prezioso testo che fa luce sulla responsabilità del fascismo nella deportazione degli ebrei dall’Italia verso il lager: 1938, l’Italia razzistaI documenti della persecuzione contro gli ebrei.
L’autore è Fabio Isman, giornalista e scrittore, è stato per molti anni inviato del «Messaggero». Con il Mulino ha pubblicato «Andare per le città ideali» (2016) e «L’Italia dell’arte venduta» (2017).
I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e per primo, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani. Quei famigerati Dieci non solo mai furono processati, ma sono state intitolate loro strade, borse di studio, aule universitarie.
I nomi: Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Dosaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco, Edoardo Zavattari.
Furono sorretti da ben altre 329 firme. Tra quelle troviamo Almirante, padre Agostino Gemelli; Luigi Gedda, Julius Evola, ma anche Gaetano Azzariti.
Di Azzariti, Presidente del Tribunale della Razza, va ricordato che Togliatti lo ebbe suo collaboratore al Ministero di Grazia e Giustizia dal giugno 1945 al luglio 1946! Fu, poi, Presidente della Corte Costituzionale dal 1957 al 1961!!
“Quei Dieci e gli altri volevano dimostrare” – come scrisse Franco Cuomo anni fa – “che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

“1938, l’Italia razzista” si avvale di una prefazione di Liliana Segre.
In questo In questo breve video le illuminanti risposte di Fabio Isman ad Alessandra Quattrocchi che lo intervista per AskaNews.

Dalla presentazione editoriale

«La tragedia della Shoah rischia spesso di lasciare sullo sfondo le altre gravissime persecuzioni che hanno colpito gli ebrei italiani dal 1938 al 1945.
Le leggi razziali, precedute da un subdolo censimento che era in realtà una vera e propria schedatura e anticipate da una violenta campagna antisemita, esclusero gli ebrei dalla scuola, dal mondo del lavoro, dalla vita civile. Dal 1938, oltre 400 provvedimenti di crescente gravità: alla fine, gli israeliti non potevano possedere una casa, un’impresa, un lavoro, neppure degli oggetti. Una spoliazione sistematica e minuta, confische equivalenti a oltre 150 milioni di euro odierni. Gli archivi restituiscono le vicende di questa Grande razzia, e storie, spesso ignote, di vita e, purtroppo, anche di morte. Il nostro Paese le ha indagate soltanto dal 1998, costituendo una Commissione presieduta da Tina Anselmi. Ma troppo resta ancora sconosciuto. Le stesse restituzioni agli originari proprietari sono state tardive e soltanto assai parziali. Come gli indennizzi, e i riconoscimenti a chi è stato perseguitato. Con una capillare ricerca tra i dati e gli allegati al Rapporto Anselmi e in numerosi archivi, negli ottant’anni dalla più importante tra le leggi razziali che furono l’anticamera della Shoah, Fabio Isman racconta vicende spesso ancora ignorate o troppo poco esplorate, che ci restituiscono lo spaccato di un’Italia non sempre composta da “brava gente”».

Fabio Isman
1938, l’Italia razzista
Prefazione di Liliana Segre
Pagine 296, Euro 22.00
Il Mulino


Forza Uova


Con questo titolo in cui lampeggiano allegria dada e ironia situazionista si annuncia una mostra diffusa che pervaderà Bologna con una serie di eventi all’insegna del multicodice.
La città ha una tradizione di effervescenza espressiva. Ad esempio, i meno giovani ricorderanno quando alla fine degli anni ’70 Bologna fu un centro di rinnovamento attraverso proposte che attraversarono e talvolta ibridarono diversi campi estetici. A questo concorse forse per prima la musica con gruppi rock che influenzarono la scena nazionale, e poi, grafica, fumetti, performances, esempi italiani di videoart.

È “NOS Visual Arts Production” a presentare Forza Uova la prima mostra a Bologna del collettivo italiano Alterazioni Video, a cura di Elisa Del Prete e Silvia Litardi, promossa da ART CITY ‘19 in occasione di Arte Fiera. Sarà un’incursione di produzioni, che si sviluppa come progetto diffuso in città, tra centro e periferia così come tra luoghi e contesti diversi.

Tanti i gruppi e i luoghi che concorrono a quest’attraversamento metropolitano.
Eccone una rapida rassegna fatta attraverso i loro autoritratti.
NOS Visual Arts Productionsviluppa e cura produzioni artistiche.
Nasce nel 2018 dall’incontro di Elisa Del Prete - Silvia Litardi - Rubina Romanelli - Sara Zolla che uniscono le loro diverse competenze nel sistema dell’arte contemporanea per realizzare e promuovere mostre e progetti.
NOS si occupa dei numerosi aspetti che rendono possibile l’opera d’arte lavorando con gli artisti per produrre opere inedite e site specific, rispondendo trasversalmente alle esigenze di committenti privati e pubblici come musei, fondazioni, teatri, festival e gallerie.

Alterazioni Video è un collettivo di 5 artisti fondato a Milano nel 2004.
I membri sono: Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Andrea Masu, Giacomo Porfiri, Matteo Erenbourg. Vivono a New York, Berlino, Lisbona e Bologna. Operando come una piattaforma, gli artisti volgono il loro interesse alla costruzione di immaginari collettivi tramite l’uso alternativo dei nuovi media, problematizzando l’effetto delle tecniche di comunicazione a servizio dei sistemi di potere. Qualunque sia il formato delle loro produzioni, che vanno da indagini a lungo termine alla performance, dal Dj set alle installazioni. Negli ultimi anni il collettivo ha prodotto oltre dieci film, raccolti sotto il nome di ‘Turbo Film’ ed esposti in Festival del Cinema e spazi dell’arte. Turbo Film è un “sistema filmico” o metodologia, possono definirsi come un genere cinematografico che si pone tra gli spaghetti western e il neorealismo di YouTube. Ha lo scopo di porre domande su argomenti problematici, attraverso una produzione multi-formato trasversale che può circolare su diverse piattaforme multimediali.

Nosadella.due nasce dalla volontà di mettere in relazione l'arte contemporanea e il contesto da cui trae origine e in cui si esprime, l'artista e il suo pubblico, il processo creativo e i meccanismi di produzione. Da questa vocazione nasce il suo posizionamento come residenza indipendente per l'arte pubblica. Collocata all'interno una casa privata in pieno centro storico a Bologna, la residenza per artisti e curatori Nosadella.due è un progetto internazionale. Fondata con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, la Provincia e il Comune di Bologna, il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna, l'Accademia di Belle Arti di Bologna, ha sviluppato relazioni nazionali e con l'estero identificandosi come primo programma di residenza per l'arte pubblica in Italia e attivando partnership con enti nazionali e internazionali pubblici e privati.

Voxelè lo spazio di coworking nel cuore della Bolognina per professionisti e artigiani del visivo dove condividere lo spazio significa condividere visioni e progettazioni, e dove NOS, tra i co-fondatori, ha la sua sede.

Pop Up Cinema, in pieno centro storico di Bologna è un cantiere culturale che propone nuovi modi di interpretare la sala cinematografica e vivere il rapporto tra film e spettatori.

Alterazioni Video
“Forza Uova”
mostra diffusa
a cura di Elisa Del Prete e Silvia Litardi
Promossa da NOS Visual Arts Production
in collaborazione con Nosadella.due | Voxel Network | Pop Up Cinema
Info: info@nosproduction.com
Bologna: dal 31 gennaio al 3 febbraio 2019


La signorina Else

Mentre al Teatro Argentina di Roma proseguono con successo le repliche di “La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton per la regìa di Declan Donnellan, è annunciato al Teatro Torlonia un nuovo spettacolo di grande interesse: "La signorina Else".

Il drammaturgo e narratore austriaco Arthur Schnitzler (Vienna 1862 – 1931), laureato in medicina nel 1885, abbandonò la pratica medica nel 1893 dedicandosi da allora esclusivamente alla letteratura. Conobbe rapidamente il successo e la notorietà, al suo lavoro fu molto interessato Freud.
Schnitzler al proposito scrisse: “Non è nuova la psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l'America, ma Colombo”.

Circa la sua opera, voglio ricordare due flashes di un suo grande studioso: Claudio Magris.
Il primo: “Schnitzler è il tipico scrittore che fonde compassione e nichilismo in una visione desolata, in una cartella clinica della condizione umana in cui anche la storia e la politica appaiono maschere illusorie degli istinti e del destino”.
E ancora: “La vita gli appare un gioco di forze irrazionali e una giostra d'inganni senza senso; vivere significa tradire. L'insistito tema dell'adulterio, della delusione o della crudele umiliazione amorosa è il simbolo del suo ‘scettico determinismo’, come diceva Freud, che lo spinge a vedere nella forza vitale un cieco desiderio di sopraffazione.
In questo scenario troviamo il racconto “La signorina Else” del 1924, l’ultima opera scritta prima della tragedia che piomberà sulla sua vita il 26 luglio del 1928: questa la data del suicidio della figlia Lili avvenuto a Venezia.
Nel Diario Schnitzler scrive: “Quel giorno di luglio la mia vita si è conclusa. Gli altri non lo sanno e talvolta non lo so neanche io”.

Da quel lavoro letterario è stata elaborata una drammaturgia da Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi per uno spettacolo che ora giunge a Roma.
Produzione Compagnia Lombardi – Tiezzi
Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale
Sostegno di Regione Toscana e Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.

Dal comunicato stampa

«Dopo il successo riscosso con “Il ritorno di Casanova”, prosegue con questo spettacolo il lavoro di ricerca di Tiezzi su Schnitzler e sulla Vienna della fine del XIX secolo, attraverso un testo straordinariamente lucido e vibrante sulle corruzioni della società moderna. Risalente al 1924, “La signorina Else” è una novella incentrata sullo scorrere tumultuante dei pensieri che si affollano e scontrano nella mente della giovane Else, ragazza inquieta e altera, adolescente appassionata alle prese con i primi turbamenti sessuali, con le prime fantasie erotiche, su cui sta per abbattersi una catastrofe familiare. Else viene infatti messa in difficoltà dalla richiesta dei genitori che necessitano di una grossa somma di denaro. È la madre stessa che con cinismo, in una lettera dal tono patetico, invita la figlia a vendersi per salvare la famiglia dalla bancarotta. L’unico modo per ottenere il denaro è infatti chiederlo a un ricco conoscente che da tempo la corteggia e che si trova con lei in vacanza a San Martino di Castrozza. Arthur Schnitzler impiega in questo racconto la tecnica del monologo interiore, il flusso di coscienza, attraverso il quale i pensieri e le contraddizioni del personaggio, e della società in cui si muove, vengono alla luce con straordinaria potenza. Un testo di spietata radiografia di una società corrotta fin nel nucleo familiare: una vera e propria tragedia della coscienza moderna, sganciata dai valori della tradizione, attenta solo ai propri istinti e ai propri falsi valori, cinicamente pronta a sacrificare un’adolescente in nome del denaro e delle apparenze sociali. L’autore fonde in uno strepitoso, vibrante monologo interiore le fantasticherie, le paure, l’orgoglio di Else e le vere e proprie allucinazioni a cui la situazione, complicata dall’ingestione di una massiccia dose di sonniferi, spinge la fanciulla fino a portarla al suicidio. Federico Tiezzi opera una scelta registica che sposa l’intento dell’autore: come Schnitzler “viviseziona” il cuore di una giovane donna e la società che la circonda, così il regista “viviseziona” il corpo del testo e il corpo creativo dell’attore. Si viene così a determinare una dimensione teatrale “anatomica”, che vede lo spettacolo svolgersi in un piccolo “teatrino-obitorio”, il quale richiama e omaggia il secentesco Teatro Anatomico dell’Ospedale del Ceppo di Pistoia in cui il testo ha visto il suo debutto».

Ufficio Stampa: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 – 345.44 65 117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

La signorina Else
di Arthur Schnitzler
Interpreti:
Lucrezia Guidone e Martino D’Amico
Regìa di Federico Tiezzi
Teatro Torlonia, Roma
Via Lazzaro Spallanzani 1A
Info: 06 – 44 04 768
Dal 29-1 al 3 febbraio


Piccola biblioteca di Scienza


Così è chiamata una collana della casa editrice Dedalo.
È rivolta a piccoli lettori (ma parecchi di noi non più giovani, me compreso per primo, qualcosa d’utile pur ne ricaviamo) con la voglia di imparare in modo piacevole e divertente. La dirige Elena Ioli della quale questo sito vanta l’amicizia.
Da Dedalo, l’Ufficio Stampa di Micaela Ranieri segnala due nuove edizioni.

Il primo: “Tutto è chimica!” (pagine 72, euro 8.00) che dobbiamo al tandem Christophe Joussot-Dubien e Catherine Rabbe con illustrazioni di Yann Fastier e traduzione di Laura Bussotti.
Joussot-Dubien è il responsabile di un laboratorio dedicato allo studio del trattamento delle scorie nucleari presso il CEA (commissariat à l’énergie atomique), a Parigi.
Rabbe, laureata in chimica, lavora anche lei al CEA già direttrice del Visiatome, un centro di cultura scientifica situato a Marcoule (Francia) che si occupa di radioattività, energia e scorie radioattive.

Dalla presentazione editoriale
«Perché esistono i solidi, i liquidi e i gas? Quali sono le reazioni chimiche che avvengono nel nostro corpo? È proprio vero che le sostanze chimiche inquinano? E che cos’è, in realtà l’inquinamento?
Quando una giovane chimica propone ai due nipotini una visita al parco di Chimilandia, la faccenda si fa... esplosiva! I due ragazzi visiteranno tante attrazioni divertenti e istruttive: dal Trevolante, una corsa mozzafiato attraverso gli stati di aggregazione della materia, al laboratorio della Pipetta dosatrice, fino al Castello dove vengono sintetizzate le moderne pozioni magiche, i farmaci. Impareranno così come da un singolo atomo si passi alla complicata molecola di DNA e a prodotti di uso quotidiano come la plastica o la benzina» .

…………………………..

Altra nuova edizione: “Gli atomi dell'Universo” (64 pagine, illustrazioni a colori, 8.00. euro)
Autrice: Étienne Klein
È illustrato da Sophie Jansem, tradotto da Laura Bussotti.
Klein, fisico, lavora presso il Commissariato per l’energia atomica (CEA) e insegna all’École Centrale di Parigi. È autore di opere di divulgazione scientifica.

Dalla presentazione editoriale
«Cos’è un atomo? Da cosa è costituito? Quanto è grande?
Una piacevole e vivace chiacchierata per scoprire i segreti di questa strana particella, tanto piccola da essere invisibile a occhio nudo, eppure alla base di tutte le cose.
Mentre i due fratelli Paolo e Marco sono a cena con il papà, una trasmissione televisiva incomprensibile gli fa venir voglia di sapere come è fatto il mondo, e in particolare la loro cena. Sarà proprio papà Albert, che è un fisico, a spiegar loro, con chiarezza e un pizzico di ironia, cosa sono gli atomi, di cosa è composto il nucleo e come si distingue un atomo da un altro. Alla fine della serata, le molecole e le particelle elementari non avranno più segreti per loro».


Doppiatori a Cartoonia

V’interessa la storia del doppiaggio? Se sì, ecco un buon link perché riporta anche i nomi degli attori italiani che hanno prestato la voce a noti interpreti stranieri.
Per la traduzione nel doppiaggio, esiste un'interessante tesina di Francesca Del Moro che cita anche gustosi episodi di goffaggini.
Che sia proprio l’Italia il paese dei migliori doppiatori al mondo è da tutti riconosciuto, ma fin dagli anni ’60 e poi, via via, sempre più è andato ingigantendosi la domanda: ma è un bene o un male doppiare i film?
Ci sono importanti registi quali, ad esempio, in Italia Michelangelo Antonioni, Bernardo Bertolucci, e altri ancora, contrari al doppiaggio, all’estero i nomi sono tanti, ne cito uno dei più intransigenti, David Lynch che in un’intervista ha dichiarato: “Il doppiaggio è la rovina del cinema, modifica completamente la sorte e il gusto di un film”.
Ovviamente dal campo opposto non mancano voci, Jacopo Mercuro in un suo articolo offre in merito la testimonianza del dialoghista Giorgio Tausani che dice: “Capisco la gelosia di un autore per la propria opera, ma nel momento stesso in cui egli la offre al pubblico, l’opera diventa autonoma, vive di vita propria, si svincola dal proprio creatore e noi, fruitori, ce ne impossessiamo reinterpretandola. E ancora a chi dice che basterebbero dei sottotitoli, io obbietto. Ecco un buon modo per perdere il gusto del film, passando continuamente dall’immagine al testo, dal testo all’immagine, da un segno ad un altro di natura completamente diversa; senza considerare la necessità del tempo di lettura che impone una sintesi micidiale per il colore e la forza espressiva delle parole”.

Dove si trova, invece, un orientamento che vede d’accordo chi è pro o contro il doppiaggio (o, comunque, divisi da un trascurabile conflitto), è nei cartoni animati. Voci di animali, streghe, orchi, bambini o adulti caricaturati, proprio per le vocalità prodotte in funzione di trame lontane dalla realtà quotidiana, e raffigurate già sullo schermo in immagini parodistiche, sono generalmente accettate.
Su questo particolare tipo di lavoro che a praticarlo presenta notevoli difficoltà, è nelle librerie, stampato dall’editore Felici, Le voci dei cartoni animati Doppiatori a Cartoonia.
L’autore è Andrea Lattanzio studioso veronese di cinema e, in particolare del doppiaggio al quale ha dedicato volumi quali “L’arte del doppiaggio. Doppiatori e direttori di doppiaggio”, 2011; “Il dialogo nel doppiaggio. Doppiatori e adattatori-dialoghisti”, 2014; “Le voci del cinema. Doppiatori e curiosità” 2016.

Il libro – corredato di bibliografia e webgrafia – oltre ad essere uno strumento assai utile per quanti vogliano documentarsi sulle voci italiane provenienti da Cartoonia è anche un omaggio a una schiera d’interpreti, noti e meno noti, che hanno dato molto a tanto cinema.

Dalla presentazione editoriale.
«Il doppiaggio costituisce un settore dello spettacolo spesso ingiustamente sottovalutato, ma che ha dato molto al cinema regalando a noi spettatori voci ed emozioni che permangono nella nostra memoria. Figura indispensabile quella del doppiatore che non è un mestiere a sé, ma un volto della poliedrica arte dell'attore. Questo libro ritrae le biografie e i volti dei principali doppiatori e cantanti del passato e del presente che con straordinaria bravura hanno dato voce a moltissimi personaggi dei cartoni animati».

Andrea Lattanzio
Le voci dei cartoni animati
con corredo fotografico
Pagine 272, Euro 22.00
Felici Editore


Terraforming Fantasies


Bisogna preparare le valige, o, almeno i neonati d’oggi è bene che lo facciano. quando saranno in età adulta. Vacanze? No, per emigrare su altri pianeti.
Già, perché la Terra diventerà invivibile, in senso letterale, fra poco tempo.
Quanto poco tempo? Cento anni.
È questa non la previsione di un catastrofista alticcio, ma di un grande scienziato, l’astrofisico Stephen Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942 – Cambridge, 14 marzo 2018).
Nel 2016 affermò che fra mille anni il nostro pianeta non sarebbe stato abitabile, poi rivide drammaticamente al ribasso tale previsione concludendo che per il rischio dell’estinzione del genere umano basterebbero 100 anni.
La Terra – non soltanto Hawking la pensa così – potrebbe essere distrutta da un meteorite, da una guerra nucleare, da una pandemia, oppure da altri tragici avvenimenti.
Del resto, l'Agenzia Spaziale Europea ha approvato già nel 2014 la missione spaziale PLATO (PLAnetary Transits and Oscillations of stars) che si pone l'obiettivo di esplorare i pianeti extrasolari o esopianeti alla ricerca di una destinazione in grado di ospitare la vita umana in futuro. ll lancio della missione è previsto per il 2024.
Di spazio intorno a noi ce n’è tanto, si pensi che la regione dell'Universo visibile dalla Terra (il cosiddetto “universo osservabile”), come si legge in un Dizionario di Astrofisica “… è una sfera con un raggio di circa 46 miliardi di anni luce”. Tanto spazio, ma, al momento non abbiamo i mezzi per andare troppo lontano. Dobbiamo trovare pianeti più vicini.
Per emigrare dalla Terra, non basta, però, scovare nuovi posti, ma devono essere luoghi per noi abitabili.
Una volta risolti questi problemi non proprio facili, se ne apre un altro, anch’esso gigantesco, di natura sociale: come trasferire tutta l’umanità nel nuovo pianeta.
Su di un tema, al momento di fantascienza, la Banca di Bologna proseguendo il suo percorso dedicato all’arte contemporanea presenta per il quarto anno consecutivo una mostra di profilo internazionale.
Il tema è proprio il nostro futuro su pianeti forse inospitali ma resi abitabili.
Alla ribalta per la prima personale in Italia il fotografo e videomaker belga Geert Goiris (Bornem, 1971).
Vive e lavora ad Anversa, le sue opere sono state esposte in importanti istituzioni europee.

In foto: Blast #3 (2001) – Framed Lambda print 100 x 120 cm. – Courtesy Geert Goiris

Dal comunicato stampa

Il progetto rientra tra i “main projects” di Art City Bologna 2019 in occasione di Arte Fiera.
Si rinnova inoltre la collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna: gli studenti del Corso di Didattica dell’arte e mediazione culturale del patrimonio artistico accompagneranno i visitatori in mostra per tutta la durata dell’evento.
La mostra — a cura di Simone Menegoi e Barbara Meneghel — composta da una selezione di stampe fotografiche di diverso formato, uno slide show e una video installazione multicanale è presentata in un allestimento ambizioso e innovativo concepito appositamente dall’architetto Kris Kimpe, collaboratore abituale dell’artista. Il Salone sarà occupato da moduli espositivi esagonali, alcuni chiusi, altri aperti e accessibili, ognuno dei quali ospiterà sulle proprie pareti fotografie o immagini in movimento. I moduli, distribuiti in maniera irregolare, offriranno allo spettatore un’esperienza immersiva, lasciandogli al tempo stesso la libertà di scegliere il proprio percorso.

Il titolo, tratto dalla videoinstallazione inclusa in essa, è Terraforming Fantasies (“Fantasie di terraformazione”).
Il termine ‘terraformazione’, di creazione recente, viene usato per lo più nel contesto di speculazioni sul futuro dell’umanità, e si riferisce alla possibilità di rendere simili alla Terra, e dunque abitabili per gli esseri umani, pianeti diversi dal nostro alterandone chimicamente l’atmosfera. Si tratta di un’ipotesi che a oggi risulta fantascientifica, e la cui tacita premessa non è difficile da indovinare: l’ambizione di colonizzare altri pianeti rivela una profonda inquietudine circa il futuro del nostro, su cui incombe la minaccia di una catastrofe ecologica.
Spiega Goiris: È fuorviante pensare alla “terraformazione” a questo stadio. In sé e per sé è un concetto interessante, ma manchiamo assolutamente della tecnologia e delle risorse (per non parlare dell’etica) per realizzarlo. Sognarlo, comunque, è profondamente umano: ambizioso, e allo stesso tempo tragicamente lontano dalla realtà. L’allestimento stesso della mostra è legato questo tema: “La scenografia porta nello spazio una costellazione di oggetti estranei. L’intervento è, in una certa misura, inadatto, una forma di colonizzazione. Il mio intento (e la mia speranza) è che parli anche di caratteristiche umane come la meraviglia, la curiosità, la perplessità, eccetera. Scegliendo accuratamente le immagini e presentandole in un’accurata scenografia, miro a immergere lo spettatore in un mondo parallelo, una realtà prossima alla nostra ma che non coincide esattamente con essa.

Ufficio Stampa, Sara Zolla

Geert Goiris
“Terraforming Fantasies”
a cura di Simone Menegoi e Barbara Meneghel
Salone Banca di Bologna - Palazzo De’ Toschi
Piazza Minghetti 4/D, Bologna
Info: 051/65 71 111 - eventi@bancadibologna.it
30 gennaio | 24 febbraio 2019


Ruy Blas

Di Victor Hugo (1802 – 1885) è stato detto da Felix Fénéon che “ha attraversato la sua epoca da vate dei Borboni a capofila del romanticismo”. Giudizio forse troppo sintetico, ma sostanzialmente preciso.
Tra le sue opere figura Ruy Blas dramma in cinque atti, in versi, di cui lui stesso scrisse: “In ‘Ernani il sole della casa d’Austria sorge; in Ruy Blas tramonta”.
Fu rappresentato per la prima volta nel 1838.

Nel servo Ruy Blas, orfano, nutrito per carità, e nella sua avventura troviamo le dinamiche care al teatro romantico: virtù che illuminano creature d’umili condizioni segnate da un implacabile destino avverso, alle quali, però, Hugo fa pure attraversare scene felici condite da saporita arguzia.
Riporto qui alcuni giudizi espressi su quel lavoro da famose firme.
Gustave Flaubert: “È una bell’opera, a parte qualche magagna e il quarto atto che, benché comico e faceto, è privo di vera comicità. Due o tre scene e l’ultimo atto sono sublimi”.
Herbert Heine: “ Hugo è uno dei più grandi uomini del nostro secolo e Ruy Blas è un capolavoro”.
Albert Thibaudet. “Le inverosomiglianze in Ruy Blas non gli impediscono di essere ricco di movimento e di idee drammatiche; il suo quarto atto ha creato per mezzo secolo tutto uno stile del dramma in versi”.

Com’è accaduto anche per altri lavori di Hugo, si sono avute anche versioni extra teatrali, di Ruy Blas. Ad esempio, in musica Mendelssohn-Bartoldy (che, però, detestava quei versi) compose su commissione una Romanza, successivamente un Ouverture e, in una lettera alla madre, scrisse che quel testo impostogli era «pessimo e disprezzabile oltre ogni dire».
Jean Cocteau scrisse sceneggiatura e dialoghi di un film diretto da Pierre Billon nel 1948.
In Italia abbiamo avuto un’edizione televisiva, al tempo del b/n, con regìa di Mario Landi.
Tante poi le riprese teatrali, fra le quali ricordo di aver visto una ventina d’anni fa una messa in scena di Ronconi.

Proprio una nuova edizione scenica è proposta dalla Compagnia Il Mulino di Amleto che si dedica alla drammaturgia contemporanea e al teatro di innovazione.
Regìa di Marco Lorenzi che dirige gli attori Yuri D’Agostino, Francesco Gargiulo, Barbara Mazzi, Anna Montalenti, Alba Maria Porto, Angelo Maria Tronca.
Visual concept: Eleonora Diana.
La foto di scena è di Manuela Giusto

Dal comunicato stampa.

«Nella Stagione di Fertili Terreni Teatro (progetto di Acti Teatri Indipendenti, Cubo Teatro, Tedacà, Il Mulino di Amleto) proprio la compagnia Il Mulino di Amleto presenta “Ruy Blas. Quattro quadri sull’identità e sul coraggio” realizzato in collaborazione con Kataplixi Teatro, in coproduzione con TPE - Teatro Piemonte Europa e Tedacà, con il contributo di SIAE Sillumina - Copia privata per i giovani, per la cultura, e con il supporto di Alliance Française di Torino e della Residenza Multidisciplinare Arte Transitiva a cura di Stalker Teatro.
Lo spettacolo entra nel cuore del melodramma ottocentesco e riporta in vita per il pubblico - collocato sui tre lati dello spazio scenico - il testo di Victor Hugo che si rivela una viva e raffinata riflessione sul senso d’identità.
Sullo sfondo di un mondo che è sul punto di crollare, Ruy Blas è la storia di un uomo che si ritrova a rivestire un ruolo e un nome non suoi riuscendo, grazie a questo inganno, a utilizzare al meglio le sue qualità̀, i suoi valori e ad avvicinarsi a un amore altrimenti impossibile. Il cuore di questo progetto è il piacere e l’emozione di mettere in dialogo e in cortocircuito tra loro un testo teatrale così (apparentemente) lontano da noi con la tecnologia e le forme che il teatro contemporaneo ci mettono a disposizione. È un dialogo tra Victor Hugo e gli uomini di oggi. Ed è una riflessione profonda e penetrante sul significato di “identità”.
Anche se il vero protagonista in realtà è la Storia nel suo procedere amaramente cieco e inarrestabile che assume il ritmo, le proporzioni, la solennità di un trapasso epocale. Niente di quanto accade in “Ruy Blas” avrebbe senso e sarebbe davvero possibile se non si svolgesse dentro il processo di dissoluzione di uno stato e di una civiltà»

QUI sito della Compagnia e testi di recensioni finora ricevute sul Ruy Blas

Ufficio Stampa: Raffaella Ilari, mob. +39.333 – 43 01 603, raffaella.ilari@gmail.com

Ruy BLAS
Dal lavoro omonimo di Victor Hugo
Regìa di Marco Lorenzi
San Pietro in Vincoli Zona Teatro
Via San Pietro in Vincoli 28, Torino
Info: 011 – 5217099 / 331 – 39 10 441
Mail info@teatriindipendenti.org
Dal 29 gennaio al 3 febbraio 2019
Poi prosegue in tournée


Una profonda invidia per la musica

C’è stato un tempo in cui RadioRai era una cosa importante, i meno giovani ricorderanno che quando nel 1975 nacque Radio Tre (prima si chiamava Terzo Programma, irradiato dal 1950) con la direzione di Enzo Forcella – inventore di tanti programmi dal taglio innovativo, come, ad esempio, Prima Pagina – fu un avvenimento che suscitò grandi consensi. In quegli anni, fra le tante trasmissioni di qualità, ce ne fu una che ideata da Paolo Terni, curata da Paolo Donati, portò al microfono Giorgio Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990).
Attraversare i testi di questo gigante della letteratura italiana significa viaggiare in una cartografia nella quale le coordinate geografiche servono a identificare univocamente luoghi smarriti; memorie di rumori o voci che riecheggiano in una scrittura musicale che va dall’Improvviso al Capriccio. Ma quale fu il rapporto fra il Manga (come viene spesso chiamato) e la musica? Quella lontana trasmissione ci aiuta a capire. Si può fare oggi grazie alla casa editrice L'Orma che ha aggiunto un’altra grande occasione di lettura al suo catalogo – sfogliatelo, lo troverete ricco di ghiottonerie – con un libro intitolato Una profonda invidia per la musica Invenzioni a due voci con Paolo Terni, a cura di Andrea Cortellessa che firma una splendida postfazione dal titolo L’onta del significato.
Il volume è la trascrizione di un ciclo radiofonico intitolato La musica e i dischi di… che in 5 puntate andò in onda dal 14 al 18 luglio 1980. Inoltre contiene in appendice cinque articoli a tema musicale dello scrittore, mentre Paolo Terni riporta aneddoti di quell’incontro con Manganelli e, in un saggio scritto per l’occasione, riflette sull’esperienza dell’ascolto.

Scrive Cortellessa: “…uno scrittore, Giorgio Manganelli, che mai aveva fatto sospettare una particolare inclinazione per la musica. E invece, come un appuntamento a lungo atteso, rappresentò un’esplosione pirotecnica l’incontro fra il Manga (che alla sua morte lascerà una collezione discografica non meno ricca della sua leggendaria biblioteca) e una serie di brani incontournables del Canone Occidentale – da Haydn a Mahler, passando per Schubert e Verdi: senza trascurare le operette di Gilbert and Sullivan o la musica tradizionale del Giappone. La reazione chimica fra ascolto e commento a caldo produce un monumento all’arte della conversazione – brillante come poteva essere, forse, in un salotto del Settecento. Ma anche l’affondo più rivelatorio nella poetica di un autore pervicacemente astratto, quale voleva essere Manganelli, che a sorpresa fa i conti con «l’onta del significato» e la sua «ferita»: che il miracolo della forma traduce in «un contrassegno nobiliare».
Sette anni dopo, all’ascolto e alla sua interpretazione Manganelli dedicherà uno dei suoi capolavori: "Rumori o voci".

Lo scrittore al microfono si definisce un “ascoltatore maniacale” e proprio in apertura della prima puntata precisa: Io non sono un buon ascoltatore. Sono un ascoltatore maniacale come ha detto con felice insolenza il mio amico Terni. Sono, è vero, sono un ascoltatore maniacale perché m’interessano alcune strutture, soluzioni, invenzioni che nella musica sono esplicite e che poi mi seguono in qualche modo quando io lavoro.

Sul sito dell’Editrice è possibile ascoltare le musiche trattate nelle conversazioni.

Ancora una cosa prima di chiudere questa nota.
Voglio ricordare che, grazie alla tenacia e ai sacrifici fatti dalla figlia Lietta Manganelli, esiste un Centro Studi a lui dedicato.

Giorgio Manganelli
Una profonda invidia per la musica
A cura di Andrea Cortellessa
Contributi di Paolo Terni
Pagine 160, Euro 19.00
L’Orma Editore



Giornata della Memoria


Come sanno quei generosi che leggono le mie pagine web, il sabato e la domenica – così come in altri giorni festivi infrasettimanali – Cosmotaxi non va in Rete perciò anticipo ad oggi una nota su di una data che quest’anno ricorre domenica 27: Giornata della Memoria.
“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di cruente certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi.
La data per la “Giornata della Memoria” fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di religiosità insita in quest’ultimo.

I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine: I dieci.
Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori.
In questi giorni, poi, vanno moltiplicandosi, manifestazioni, spesso impunite, che inneggiano a passati regimi che si resero responsabili di quelle stragi. Si sente dire che è necessaria al proposito un’azione culturale che spieghi e illumini. Sì, è così, ma quell’azione ha tempi omeopatici ed è necessario accompagnarla anche con energiche misure repressive ripetutamente mancanti nonostante leggi esplicite al riguardo.

Ho ricevuto parecchi comunicati che segnalano spettacoli e mostre per ricordare quel 27 gennaio del 1945. Citare alcune di quelle occasioni potrebbe significare escluderne altre, allora scontento tutti e scelgo di pubblicare le immagini di un’opera - Yolocaust - pubblicata dall'ottimo webmag Exibart.
È dell'autore satirico tedesco-israeliano Shahak Shapira autore che ha agito sul tema della Shoah dimostrando con i suoi fotomontaggi quanto non esiste limite alla stupidità di tanti che si fotografano in selfie durante una visita al Memoriale dell’Olocausto di Berlino.


Geometrie esistenziali


Esiste in Italia una preziosa organizzazione di studi, si chiama SIUA (Scuola Interazione Uomo Animale).
L’ha ideata e la dirige Roberto Marchesini.

È stato più volte ospite gradito di questo sito, e Cosmotaxi è lieto di segnalare un suo nuovo libro; è intitolato Geometrie esistenziali Le diverse abilità nel mondo animale.

Dalla presentazione editoriale
La biodiversità sembra essere il leitmotiv del mondo animale, uno spettacolo che fin dalle prime espressioni artistiche e narrative umane ha dimostrato di toccare le corde profonde della sensibilità e della meraviglia nella nostra specie. La multiformità dei viventi crea uno spettacolo di forme e di colori, che supera qualunque possibilità immaginativa, e insieme istruisce una vera e propria grammatica di relazioni che ispirano un principio organismico del tutto, un panorama emergenziale che si innalza a sintesi dal concerto di rapporti ecologici. Lo sguardo ammirato, e assai spesso emulativo dell'uomo, per quelle variegate espressioni di mirabile correlazione tra forma, funzione e adeguatezza all'ambiente, hanno suscitato un primigenio senso del sacro. La vita animale si presenta come una continua ricerca di possibilità, un laboratorio di sperimentazione organica che dissipa forme nella grande discarica del pianeta, da cui la meraviglia aristotelica e per contro il senso del sublime dei poeti romantici. Apprezzare la diversità di cui ogni specie è portatrice, evitando di cercare ostinatamente l'umano negli altri animali, è il vero contributo che possiamo dare non solo alla conoscenza, ma a tutte le forme di rapporto nei loro confronti.

Roberto Marchesini
Geometrie esistenziali
Pagine 340, Euro15.00
Safarà Editore


12 dicembre 1969 (1)

La casa editrice Laterza dal marzo dell’anno scorso, nella collana i Robinson si avvale di una nuova serie di Storia dedicata ai '10 giorni che hanno fatto l'Italia'.
Il primo titolo è stato 25 aprile 1945 di Carlo Greppi. Sono seguiti: “25 luglio 1943” di Emilio Gentile, “26 gennaio 1944” di Antonio Gibelli.
Il più recente è 12 dicembre 1969.
L’autore è L’autore è Mirco Dondi.
Insegna Storia contemporanea all’Università di Bologna, dove dirige anche il Master di Comunicazione storica. Si è occupato delle violenze nel dopoguerra con “La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano” (Editori Riuniti 1999).
Ha inoltre pubblicato “L’Italia repubblicana: dalle origini alla crisi degli anni Settanta” (Archetipo Libri 2007) e “I neri e i rossi: terrorismo violenza e informazione negli anni Settanta” (a cura di, Controluce 2008).
Per Laterza è autore di L'eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965 - 1974.

Milano, Piazza Fontana, sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 esplode un ordigno che provoca 17 morti e 88 feriti. È il più grave atto terroristico sino a quel momento compiuto nel nostro Paese. Un giorno che segna un’epoca e apre una fase nuova, piena di misteri che non troveranno mai piena soluzione.
Il libro, dopo un prologo, tanto sintetico quanto poderoso, in cui sono riassunte quali sono in Italia le condizioni sociali dell’epoca, le atmosfere politiche, le alleanze occulte – sia nazionali sia internazioonali – si addentra nei preparativi della strage, indaga su mandanti ed esecutori, percorre le vite delle vittime, illustra lo scenario dei gruppi dell’ultradestra, i depistaggi di personaggi dello Stato, l’infinita serie di processi che dura 33 anni, dal 23 febbraio 1972 al 3 maggio 2005.

Mi è capitato di recensire su quella tenebrosa data non pochi libri, alcuni eccellenti, eppure questo lavoro di Dondi possiede una forza particolare, un’ottica grandagolare su quanto accaduto che pur inquadrando in primo piano con i loro nomi tutti i personaggi coinvolti (magistrati e terroristi, politici e poliziotti, faccendieri e giornalisti), ne fa già in campo lungo critica storica.
Il volume è sorretto da un rigoroso corredo di note che suffragano la rigorosità di quanto sostenuto nelle pagine.
Ben allestiti gli apparati che contengono brevi biografie dei personaggi citati nei capitoli e – cosa che, purtroppo, si fa sempre più rara nella nostra editoria – un Indice dei Nomi che permette al lettore di ritrovare facilmente i passaggi che più gli interessano.

Dalla presentazione editoriale.
«Una fredda giornata di dicembre, un giorno come un altro. Affari da sbrigare. Cambiali da pagare. Bancarelle. Compere da fare prima di un Natale ormai imminente. Niente di speciale. Poi, improvvisamente, una bomba. E tutto cambia. Segna un prima e un dopo, a Milano e in tutta Italia. Un prima che rigetta la violenza come strumento della lotta politica, un dopo in cui la violenza ne diventa l’arma, tanto da far temere un possibile colpo di Stato. Alcuni protagonisti di questa vicenda hanno nomi scolpiti nel nostro immaginario: il commissario Luigi Calabresi, il questore Marcello Guida, il ballerino Pietro Valpreda, il ferroviere Giuseppe Pinelli. Poi ci sono gli altri, per lungo tempo ignoti, quelli che lavorano sotto traccia manipolando le informazioni, occultando le prove e insabbiando le indagini. Senza contare i misteriosi ‘suicidi’, che come un contagio travolgeranno alcuni uomini coinvolti nella vicenda. Una ricostruzione serrata del ‘giorno della strage’ con uno sguardo incrociato sulle vittime, gli esecutori, i servizi segreti e i politici».

Segue ora un incontro con Mirco Dondi.


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