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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Io dico NO


Come accade dal 2000, anno di nascita di questa pubblicazione in Rete, Cosmotaxi a luglio chiude per ferie, riaprirà dopo l'estate.
Auguri di buone vacanze a chi le fa
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Tempo di referendum. Uno, e pericoloso, in Italia. Sulle modifiche costituzionali imposte dal Governo Renzi e sul nuovo sistema elettorale. L’esito inciderà profondamente sulle regole della democrazia e sulla vita quotidiana dei cittadini.
Alquante, a oggi, le pubblicazioni in Rete sulle ragioni del NO, al momento meno quelle stampate. Eccone due.

Già dal 7 luglio in libreria e in edicola: Perché No Tutto quello che bisogna sapere sul referenzum d’autunno contro la schiforma Boschi – Verdini di Marco Travaglio e Silvia Truzzi edito da PaperFirst, 204 pagine, 10.50 euro.

Un’altra proviene dalle Edizioni Gruppo Abele: Io dico NO.
Dal quarto di copertina.
«Dire No» è un esercizio di sovranità consapevole, un gesto di resistenza contro l’autoritarismo, la prevaricazione, l’attacco ai diritti di tutti. È una scelta per una società migliore.
I quattro autori, esponenti della società civile analizzano quali sono, fuori dagli slogan del governo, le vere implicazioni della riforma e quali sarebbero le conseguenze, nel lungo e nel breve periodo, sulla vita politica e sociale del Paese.

I contributi.

- “Un progetto contro la democrazia”
Alessandra Algostino (docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino).

- “Falsi e verità su Italicum e Costituzione”
Livio Pepino (già magistrato, presidente del Controsservatorio Val Susa).

- “Ladri di sovranità”
Tomaso Montanari (docente di Storia dell’arte presso l’Università Federico II di Napoli).

- “Dal ‘no’ a un impegno collettivo”
Luigi Ciotti (presidente del Gruppo Abele e di Libera).

AA. VV.
Io dico NO
Pagine 80
Euro 5,00
Edizioni Gruppo Abele


Vignettisti per il NO


Come si sa, l’avvocata Maria Elena Boschi, nata a Montevarchi, Ministro senza portafogli (avendolo dato al padre per custodirlo in Banca Etruria) e il plurinquisito Denis Verdini, nato a Fivizzano (stessa località dov’è nato Sandro Bondi; da qui la proposta di farla città martire), sotto lo sguardo vigile dell’attuale Presidente del Consiglio dei Sinistri, Matteo Renzi, hanno riscritto la Costituzione. Diciamo la verità, era scritta maluccio.
Del resto che si vuole pretendere da gente volenterosa sì, ma improvvisata, quali erano Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Epicarmo Corbino, Antonio Giolitti, Umberto Terracini, Alcide De Gasperi, e tanti altri.
Era necessario che cervelli quali quelli di Boschi Verdini – nomi che già ispirano un senso di aria fresca, di giovani forze d’irruenza equina come il cavallo della pubblicità Pino Silvestre Vidal, lanciato al galoppo – prendessero in mano la questione.
L’hanno fatto.
Eppure ci sono alquanti che disapprovano il loro lavoro e a un referendum che si terrà fra qualche mese, minacciano di suonarle di nuovo, come nelle recenti elezioni amministrative, a Don Matteo e alla sua banda d’allegri amici scrivendo sulla scheda un NO grosso come una casa.
Ne volete un esempio? Vi servo subito.

È nata un’iniziativa chiamata “Vignettisti per il No”, ideata da Luisa Marchini e promossa da Salviamo la Costituione-Bologna e dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.
Questi tipacci hanno lanciato sul web un invito a tutti i vignettisti, noti o meno noti, perché inviino vignette che abbiano per oggetto singoli articoli della Costituzione, ma soprattutto il progetto di riforma Renzi-Boschi e le ragioni di chi lo ritiene una iattura per la democrazia.
Le vignette andranno indirizzate a vignettistiperilno@gmail.com e una commissione composta di membri delle due associazioni sceglierà quelle più adatte da pubblicare sulla pagina facebook “Vignettisti per il NO”.

Hanno già aderito alla campagna: Danilo Maramotti, Mimmo Lombezzi, Pietro Vanessi, Leo Magliacano, Tiziano Riverso e gli amici di Acidus, Ugo Sajini, Enrico Biondi, Giorgio Franzaroli.
Tra le prime vignette pubblicate, si troveranno alcuni disegni di Alberto Rebori, prematuramente scomparso nell’aprile scorso, già donati al Comitato per il No nella campagna referendaria del 2006, nell’àmbito dell’iniziativa delle Cartoline della Costituzione.
Il ‪‎manifesto‬ della campagna, umoristicamente ispirato al realismo socialista, è stato disegnato da Pietro Vanessi‬.‬


La città incantata


Esiste in Italia un lungo elenco di località di particolare interesse con ormai pochi abitanti e altre ancora completamente abbandonate e in rovina.
Un posto magnifico, è Civita di Bagnoregio fondato 2500 anni fa dagli Etruschi.
QUI alcuni scorci del paese visti da Valerio Livigni fotografo dell’Unesco.
Da governi di lontane date, fino all’attuale, il turismo, specie di luoghi di grande interesse paesaggistico o storico, spesso giace in un triste abbandono.
Lo scrittore Bonaventura Tecchi (1896 – 1968), nativo del borgo, aveva denominato Civita la “Città che muore”, perché Civita di Bagnoregio, infatti, sorge su un terreno molto precario: situata su una platea tufacea, rischiando il crollo perché i vasti banchi d’argilla che la sorreggono sono soggetti a continua erosione.
Per preservare l’esistenza di Civita, la Regione Lazio sta guidando una mobilitazione per chiedere il riconoscimento del borgo come patrimonio dell’Unesco per aiutare a sottrarre la cittadina dalle minacce e dalle insidie degli agenti atmosferici che mettono a rischio la storia millenaria di questi luoghi.

Un’iniziativa, cui arrise l’anno scorso un forte successo, sarà replicata quest’anno in una nuova più ricca edizione: La città incantata.
Festival promosso dalla Regione Lazio con Roma Capitale, realizzato da Progetto ABC insieme con Nufactory, vede Civita di Bagnoregio trasformarsi in un centro di energia creativa, il luogo in cui per due giorni (dalle 12 del venerdì alle 13 di domenica) oltre 50 tra animatori, disegnatori, fumettisti, storyboarder, street artist e artisti visivi in genere si confronteranno e incontreranno il pubblico per raccontare i loro lavori, il loro stile, le loro tecniche. In un turbinio d’incontri conosceremo i segreti del disegno diretto sulla pellicola, dell’animazione dei pupazzi e della plastilina, della creazione di uno storyboard per il cinema dal vero o per un film animato, dell’uso di un software per dare forza alle immagini, di come si anima un personaggio in un computer o con le tecniche tradizionali, di come s’interagisce con un filmato e così via, entrando fin nei minimi dettagli del lavoro di un animatore e di un disegnatore che sa quanto sia importante dare alla matita l’inclinazione giusta sul foglio di carta per ottenere il giusto risultato.
Dice il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: «La seconda edizione della kermesse promossa dalla Regione Lazio si svolgerà anche quest’anno nel borgo di Civita di Bagnoregio perché è un luogo-simbolo del mondo da salvare, paesaggio unico e straordinario dove far vivere l'immaginario e ricreare l'energia dell'arte vissuta e condivisa: un luogo magico che ha ispirato molti artisti, influenzato diverse esperienze culturali e che abbiamo fortemente sostenuto con la candidatura presso l’Unesco affinché sia riconosciuto quale Patrimonio dell’Umanità».

La direzione artistica è di Luca Raffaelli uno dei massimi esperti italiani nel campo dei fumetti e dei cartoni animati, impegnato da lungo tempo nello studio e nella promozione della “nona arte” attraverso la sua attività di saggista, giornalista e promotore di festival dedicati.

Vignette… vignettisti… diceva Enzo Biagi che una sola vignetta di Altan valeva alquanti articoli di fondo.
La vignetta si lega spessissimo alla difesa delle libertà individuali, civili e collettive esercitando la satira, talvolta con esiti tragici - si pensi al massacro fatto da terroristi musulmani nella redazione di Charlie Hebdo.
In Italia la tradizione satirica attraverso immagini verbovisive è da sempre molto viva e ne è testimonianza anche la recente iniziativa Vignettisti per il NO dei quali illustrerò il progetto prossimamente.

Per leggere il programma del Festival “La città incantata”: CLIC!

Ufficio Stampa HF4
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it - 340.96.900.12
Marika Polidori marika.polidori@hf4.it - 339.14.30.275
Elena Balestri elena.balestri@hf4.it - 392.30.94.345

La città incantata
Civita di Bagnoregio (VT)
8 - 10 luglio 2016


Novità da FUOCOfuochino

Si definisce “la più povera casa editrice del mondo”, o meglio: così la definisce il suo fondatore, l’artista patafisico Afro Somenzari, uomo cui piace perdersi, e ritrovarsi, nei giochi dei bambini; il mio amico Giordano Falzoni non avrebbe dubbi nell’inserirlo nell’eroica categoria dei bambulti, i bambini adulti, cui dobbiamo la parte creativa del mondo.
Tra le invenzioni di Afro c’è anche una minuscola casa editrice chiamata FUOCOfuochino, come quel vecchio gioco nel guidare qualcuno a scoprire un oggetto nascosto.
Minuscola sì, ma prolifica st’editrice, pensate che è arrivata a pubblicare 137 titoli, tutti di poche pagine, vantando fra nomi d’autori di testi e nomi che hanno scritto su di essa, firme che vanno da Gianni Celati ad Andrea Cortellessa, da Pupi Avati a Lamberto Pignotti, da Roberto Freak Antoni a Valerio Magrelli e a tanti tanti altri.
Ora presenta due novità.

“Il tessuto dei sogni” di Giuseppe Festa, laureato in Scienze Naturali, si occupa di educazione ambientale. E' detto nelle note: "Appassionato musicista, è cantante e autore del gruppo Lingalad. Protagonista e sceneggiatore del premiato film documentario Oltre la Frontiera, è autore di diversi reportage sulla natura trasmessi dalla Rai. Ha pubblicato Il passaggio dell'orso (Salani, 2013), L'ombra del gattopardo (Salani, 2014), Incubo a occhi aperti (Piemme, 2015) e La luna è dei lupi (Salani, 2016)".
Ecco un brano tratto dalla presentazione dell’Editore, brano di perfezione letteraria se, come sto per fare, si può usare il primo e l’ultimo rigo del pezzo e tutto perfettamente funziona. Ecco a voi: “Si può leggere senza capire ma non si può capire senza ascoltare. Il resto è Festa”.

L’altro titolo: “Rabelais a Roma”, autore Paolo Morelli, è una raffinata operazione: la traduzione in un godurioso romanesco antico di due pagine del grande François. Scrive Gino Ruozzi nella presentazione: “Perché mai direi io e direbbe forse qualcun altro, il fine filologo Morelli avrà voluto riesumare reperto così antico e anacronistico? E di così dubbia autenticità? E che c’entra poi Roma?
Con Morelli è così: domande e sorprese”.
L’autore dice di sé che “è autore di alcuni libri che hanno avuto la fortuna di un cane bastardo in chiesa, anche se poi ogni volta c’era qualcuno a cui il cane stava simpatico e lo richiamava dentro, giusto in modo che possa esser ricacciato a calci per strada dai chierici schierati”
L’unica cosa che lo mette di buon umore “è il fatto che ogni volta che si ritrova con degli scrittori di peso questi appena lo vedono finiscono per tastarsi dove hanno il portafogli”.


Come pesci nella rete


Mentre leggete queste righe chissà quante mail stanno correndo verso il vostro indirizzo web, eppure di questo recente mezzo di trasmissione non tutti ricordano a chi lo dobbiamo. A chi dobbiamo tanta velocità, una grande rivoluzione dei rapporti fra noi umani, (dei possibili danni ne parliamo dopo).
Il suo nome è Raymond Samuel "Ray" Tomlinson, programmatore statunitense, fu lui a inventare l’email nel 1971.
Nato ad Amsterdam il 23 aprile 1941, morto 74enne, a Lincoln, il 5 marzo di quest'anno.
Impegnato nello sviluppo di Arpanet (la rete di computer del Dipartimento della Difesa americano che costituisce l'embrione di Internet), utilizzò la procedura con il simbolo @ per collegare username e indirizzo email di destinazione
Sul suo blog, per evitare leggende e false informazioni, scrisse: La prima e-mail è stata inviata tra due macchine che si trovavano l'una accanto all'altra. Il primo messaggio fu abbastanza insignificante e in realtà l'ho dimenticato. Probabilmente si trattò di QWERTYUIOP (le prime lettere in orizzontale sulla tastiera), o qualcosa del genere. Non credete a tutto quel che leggete sul web, è scritto da noi umani e spesso commettiamo degli errori.
Commettiamo degli errori, ma non solo. A volte errori non sono, ma vere e proprie trappole che, sulla rete, conoscono un nuovo modo di raggirare, truffare, e fare anche di peggio.

A metterci in guardia dai pericoli esistenti, ecco una pubblicazione di Mimesis: Come pesci nella rete Guida per non essere le sardine di Internet.
L’autore è Alessandro Curioni nato nel 1967.
Editore, imprenditore, ha origini giornalistiche; nel 2003, dopo due anni di studio, pubblica per Jackson Libri il volume Hacker@tack. Da questa esperienza e dopo sette anni di lavoro nel settore delle comunicazioni elettroniche, fonda, nel 2008 DI. GI. Academy, azienda specializzata nella formazione e consulenza nell’àmbito della sicurezza informatica, della quale è azionista e Presidente.
Nel 2015 riprende la sua attività pubblicistica per diverse testate cartacee e on line.

In questa società dei nostri giorni si parla tanto di privacy forse perché mai fu violata come lo è ora. Curioni, infatti, esordisce scrivendo: “Se pensate che quando accendo il mio portatile mi senta tranquillo, avete ragione. Nel senso che sono ‘tranquillamente’ pronto a scoprire che qualcuno mi ha truffato online”.
E se lo dice lui che ha passato anni e anni in giro per le aziende per difenderle da attacchi d’ogni genere, c’è da credergli!
Attraverso una serie di agili capitoli, l’autore illustra le tante possibilità di entrare nelle nostre vite da parte di sconosciuti malintenzionati che vanno a caccia di identità per rubarle, s’impossessano d’informazioni per usarle fino al ricatto.
Fornisce pure alcuni mezzi per difendersi, il primo dei quali è avere coscienza dell’ambiente informatico nel quale viviamo, dire il meno possibile di noi nei documenti, se il computer, ad esempio, è mandato in riparazione avere cura di cancellare tutto (riversandolo su di una pen drive, tenuta in luogo solo a noi noto), e altri accorgimenti semplici ed efficaci.
Il libro si chiude con un capitolo (intitolato “Venti anni nel futuro”) nel quale Curioni dà prova di narratore immaginando un attentato terroristico che avviene fra due decenni.
Fantascienza?... Sì e no.

Scrive Giacomo Amadori nella Presentazione: “Ormai tutti navigano in Internet, ma spesso lo fanno senza saper nuotare e senza salvagente. In questo oceano di bit Alessandro Curioni ci fa da bagnino e ci lancia una ciambella per non finire in pasto agli squali”.

Alessandro Curioni
Come pesci nella rete
Presentazione di
Giacomo Amadori
Pagine 144, Euro 10.00
Mimesis Edizioni


Etologia filosofica (1)


Diceva Anatole France: “Fino a quando non hai amato un animale, una parte della tua anima sarà sempre senza luce”.
Sono molti gli errori che l’animale uomo commette verso gli animali non umani. Il primo è quello d’immaginare una propria superiorità naturale. Ed ecco perché la Chiesa detesta tanto Darwin che – come sostiene Daniel Kevles – ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione.
Montaigne in uno dei suoi Saggi scrive: “Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei”.

Riflessioni filosofiche sulla soggettività animale sono contenute in uno splendido saggio pubblicato da Mimesis – nella collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Dalla Vigna – titolo: Etologia filosofica.
Lo ha scritto Roberto Marchesini.
Il libro si avvale di una densa postfazione di Felice Cimatti.

Roberto Marchesini (Bologna 1959) è filosofo, etologo e zooantropologo. Direttore del “Centro studi filosofia postumanista” e della “Scuola di interazione uomo-animale” (Siua), è autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della filosofia, dell’etologia e della bioetica. Tra queste: Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza (2002), Il tramonto dell’uomo. La prospettiva postumanista (2009), Contro i diritti degli animali? (2014), Fondamenti di zooantropologia (2014), Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione (2014) e il libro che presentiamo oggi, edito quest’anno.
Dirige inoltre la rivista Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo.
Ad aprile 2016, per la rivista Angelaki è uscito il numero “The Philosophical Ethology of Roberto Marchesini” a cura di Brett Buchanan, Matthew Chrulew & Jeffrey Bussolini che raccoglie i passaggi più significativi dei testi del filosofo per la prima volta tradotti in inglese.
Nel 2015, Il Corriere della Sera, lo segnala tra i 10 italiani che stanno cambiando il Paese per i suoi contributi nel campo della zooantropologia.

Dalla presentazione editoriale.
La soggettività è uno stare nel mondo e affrontare problemi comuni alla condizione dell’essere animali ma farlo in modo singolare. Riconoscere una soggettività animale significa rivalutare lo stato dell’essere nei suoi caratteri di base che trascendono l’appartenenza a un percorso filogenetico particolare. Essere soggettivi significa poter utilizzare le proprie dotazioni come si usa una mappa di una città per realizzare in modo corretto la singolarità del proprio itinerario. Ecco allora che l’essere animale è qualcosa che mi riguarda e che posso capire.

Segue ora un incontro con Roberto Marchesini.


Etologia filosofica (2)


A Roberto Marchesini, (in foto), ho rivolto alcune domande.
Che cosa principalmente l’ha spinto a scrivere questo libro?

Il mio interesse primario è approfondire il tema dell'animalità ovvero della condizione dell'essere-animale, mettendo in discussione quegli operatori riduzionistici e deterministici che ne hanno fatto un contro-termine dell'umano schiacciandola nel dominio del meccanicismo e della omologazione. La tradizione investigativa, sia di marca etologica sia psicologica, non ha messo in discussione il presupposto di base, vale a dire il concetto cartesiano di res-extensa, impostando la ricerca su canoni di interrogazione dell'animalità che tautologicamente andavano a confermare ciò che già era dato come assodato. Faccio un esempio: se, osservando una particolare specie, il ricercatore acquisisce solo i comportamenti che sono comuni ai diversi membri scartando le espressioni individuali, ovvero considerandole rumore o emergenze aneddotiche, poi inevitabilmente avrà come risultato un quadro omologato dell'espressività specie specifica. Questo non porta semplicemente a una negligenza dell'individualità ma a considerare il retaggio filogenetico come un complesso di automatismi che muovono l'animale automa e non come uno strumento che l'individuo utilizza per realizzare la propria singolarità. La rivoluzione darwiniana è stata ricondotta all'interno dell'alveo umanista, nonostante il suo implicito portato sovvertitore, attraverso azioni diluitive e correttive lungo tutto il Novecento - penso al pensiero di Arnold Gehlen o di Martin Heidegger - tese a ripristinare l'argine ontologico tra l'essere umano e le altre specie. Estrarre la condizione umana dalla dimensione animale, per esempio rimarcando pichianamente l'incompletezza biologica e l'assenza di rango oppure separando l'esperienza umana dall'immersione diretta nel contesto mondo, significa disarmare il continuismo darwiniano attraverso la solita piroetta umanistica che con estrema disinvoltura trasforma una petitio principii in un fondamento: l'essere umano è svincolato dalla natura, abita una realtà altra, la differenza non è ontica bensì ontologica. Dal mio punto di vista ridiscutere il tema dell'animalità significa emancipare l'animalità dallo stato di cattività in cui l'ha costretta l'umanismo.

Riprendendo il titolo della sua Introduzione: che cos’è l’etologia filosofica?

Si tratta di soffermarsi non più sulla descrizione del comportamento specie specifico utilizzando il paradigma cartesiano del determinismo innato o appreso, vale a dire i predicati espressivi della macchina animale, ma di analizzare il presupposto di fondo, ovvero l'idea che l'animalità possa essere assimilata a un insieme di automatismi indagabili attraverso modelli meccanicisti. In altre parole, è la messa in discussione del paradigma cartesiano di res extensa, la ricerca dei contenuti meta-predicativi dell'animalità: come dire, prima ancora di chiedermi come viene effettuato un certo comportamento, pongo il problema del significato del comportamento rispetto al qui e ora dell'animale. Considerare l'animale come un burattino mosso da dei fili non tiene conto di un gran numero di confutazioni: un burattino non saprebbe gestire la singolarità del reale e quindi le novità, avrebbe bisogno di un automatismo per ogni più piccola condizione del reale ovvero la sua configurazione sarebbe tutt'altro che parsimoniosa, non potrebbe spiegare come si passa dalla macchina all'umano. Insomma è evidente che l'idea che l'espressione animale sia il risultato di inneschi e sia regolato da cascate meccanicistiche, attraverso configurazioni innate o apprese - gli istinti e i condizionamenti - fa acqua da tutte le parti e regge solo perché esiste un bisogno profondo nell'essere umano, soprattutto di tipo culturale, di smarcarsi dall'animalità e dalla visione continuista. Credo pertanto che sia venuto il momento di considerare l'animalità nei suoi caratteri comuni ma soprattutto nella pluriversità delle sue espressioni come un tema filosofico che investe sia la natura ontologica dell'essere animale che la struttura epistemologica d'investigazione dell'animalità. Le domande che facciamo agli altri animali hanno un esito scontato nelle risposte e questo si chiama pregiudizio.

In virtù di quale ragionamento assistiamo nel libro all'intervento della filosofia postumanista nell’antispecismo?

La filosofia postumanista mette in discussione l'universalismo e l'antropocentrismo, sottolineando l'importanza di considerare l'espressione di ogni ente come un'emergenza relazionale e non come un'emanazione autarchica di predicati essenziali. La vita è una continua ibridazione tra gli enti, ogni essere vivente non è mai autonomo ma è sempre correlato, non sviluppa mai una metrica personale ma costruisce il suo esserci attraverso coniugazione e non distanziamenti. La filosofia postumanista pertanto rimette al centro il momento di connessione e l'emergenza predicativa di risulta, che non può essere ascritta ad alcuni dei due elementi relazionali né a una sommatoria di questi, bensì all'atto di convergenza in sé. Per questo la filosofia postumanista detronizza l'immagine vitruviana dalla definizione dell'umano, non per sminuire l'essere umano o per mettere al centro qualcos'altro, bensì per smarcarsi dal concetto di centro, di universalità, di metrica e di sussunzione. La predicazione è aperta e imprevedibile, non è proiettiva e predefinita, ed è il frutto delle infinite coniugazioni che virtualmente sono davanti a noi. Per questo per il postumanismo è fondamentale superare l'antropocentrismo, soprattutto di tipo ontologico ed epistemologico, attraverso una diversa concezione delle alterità e attraverso una diversa cultura della tecnica. Ovvio che una conseguenza immediata sia una visione antispecista, che inevitabilmente è legata a doppio filo all'umanismo.

Nelle pagine del volume ricorrono spesso il sostantivo “desiderio” e il verbo “desiderare”. In che cosa si rapportano al tema della soggettività animale?

L'animalità si riconosce per il suo nomadismo nel mondo, per la sua eterotrofia che non è solo bisogno di sostanze organiche preformate ma è letteralmente fame di mondo e quindi desiderio montante. L'animale è colui che desidera, colui che non sta fermo, colui che si espande nel mondo... e a questo, a mio avviso, può essere ricondotto il concetto di volontà di potenza nietzschiano. Ma per comprendere l'essere desiderante dell'animale occorre operare una torsione interpretativa sul concetto di desiderio e del verbo desiderare. Siamo portati a trasformare il desiderio o come il raggiungimento di un possesso o come l'esaudimento di una pulsione. Credo che questo modo di leggere il desiderio sia profondamente sbagliato, crei frustrazione e non appagamento e possa, in ultima analisi, rivelarsi assai pericoloso proprio nel suo essere fuorviante. Quando parlo di desiderio intendo far riferimento a una coordinata di azione nel mondo, ovvero a una matrice coniugativa che porta l'individuo a interrelarsi a qualcosa di esterno, facendone emergere una presenza nel qui-e-ora, vale a dire un Dasein (Esserci). Per capirci meglio: il gattino non desidera la pallina, ma desidera rincorrere, ossia esprimere se stesso nel qui e ora entrando in un rapporto profondo con il proprio corpo, lo spazio del movimento, il tempo dell'atto e il target verso cui è diretta l'azione. Il desiderio fa emergere l'esserci dell'animale, aiutandolo a inventare una propria presenza singolare.

Roberto Marchesini
Etologia filosofica
Postfazione di Felice Cimatti
Pagine 122, Euro 12.00
Mimesis Edizioni


Il Giardino della Memoria

La sera del 27 giugno 1980 alle ore 20.59'.45'' come risulta dalle registrazioni radar, il Dc9 I-Tigi Itavia partito alle ore 20.08 da Bologna (anziché, come previsto, alle 18.15) verso Palermo fu colpito da un missile nel cielo di Ustica e s’inabissò con ottantuno persone a bordo.
A 36 anni da quella data, il nostro Paese si porta dentro la ferita terribile di quella strage, così come se la portano dentro le vite i parenti delle vittime.
Il 27 giugno di quest'anno, dunque, ricorre il XXXVI anniversario della strage e l’Associazione Parenti delle Vittime prosegue nel suo impegno civile (che mai ha conosciuto pause dal 1980) e chiede al Paese, al Governo, di prendere atto che la verità conquistata in questi anni, con l’impegno di tanti, può essere completata soltanto con un’azione decisa e consapevole.

La memoria e l’arte, nell’attività dell’Associazione, sono state da sempre le facce della stessa medaglia. Proprio attraverso l’arte e la riflessione storica, l’Associazione dei Parenti continua a fare memoria attiva. Basti pensare all’installazione permanente di Christian Boltanski che ha incorniciato i resti del DC-9 abbattuto e riportato in città; il monumento si può vedere al Museo della Memoria di Ustica.
Anche quest’anno – nell’àmbito del ricco cartellone di bè bologna estate 2016 il ricordo della strage è sostenuto da vari artisti con eventi di teatro, musica, danza, poesia.
Concludiamo il cammino verso la verità, questa è la richiesta pressante che ci accompagnerà in tutte le iniziative per questo XXXVI Anniversario della Strage di Ustica – scrive Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime – Concludere il cammino verso la verità significa chiarire fino in fondo la dinamica dell’incidente, individuare con precisione gli aerei aggressori e definire le singole specifiche responsabilità. È la conclusione a cui deve arrivare la Magistratura, nella consapevolezza delle difficoltà, della mancanza degli elementi definitivi che, dopo le distruzioni operate dai militari in Italia, ci possono venire soltanto dalla collaborazione internazionale. Ribadiamo, dunque, che questo deve essere il grande impegno del nostro Governo.

Il Giardino della Memoria si apre stasera con una produzione di Ateliersi intitolata “De Facto"; si tratta di una singolare opera poetica elettronica dagli atti dell’istruttoria di Rosario Priore, dove il linguaggio giuridico entra in relazione con un live set di musica elettronica e un apparato visuale che riporta al 1980, agli albori degli home computer, per porsi in relazione con gli ultimi quarant’anni di storia italiana.

Per leggere il programma completo: CLIC!

Ufficio Stampa: Raffaella Ilari, mob. +39.333 – 43 01 603, raffaella.ilari@gmail.com

Ufficio Stampa Comune di Bologna
Raffaella Grimaudo: Raffaella.Grimaudo@comune.bologna.it; tel: 051 – 21 94 664

Il Giardino della Memoria
XXXVI Anniversario della Strage di Ustica
Parco della Zucca, Via di Saliceto - Bologna
Info: Cronopios T.051 – 22 44 20 - info@cronopios.it
27 giugno – 10 agosto 2015
L’ingresso per tutte le serate è a offerta libera


Contro le donne (1)


Dall’inizio dell’anno fino ad oggi 36 donne sono state uccise in Italia per motivi associati al genere; si tratta di vittime di quel reato chiamato “femminicidio”, parola che risulta indubbiamente cacofonica, ma che indica con precisione un’atroce realtà.
L’antropologa Marcela Lagarde che ha studiato a fondo quell tipo di reato, scrive: “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è una qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Premessa per presentare un libro straordinario, il più interessante che abbia letto da molto tempo a questa parte, lo ha pubblicato Marsilio, s’intitola Contro le donne Storia e critica del più antico pregiudizio.
Lo ha scritto Paolo Ercolani, filosofo, scrittore, saggista, nato a Roma nel 1972.
Docente dell'Università di Urbino «Carlo Bo», iscritto all'Ordine dei giornalisti, è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il manifesto», «MicroMega». Cura il blog del «manifesto» L'urto del pensiero e collabora con il canale filosofia di Rai Educational.
Fondatore e membro del comitato scientifico dell'Osservatorio filosofico, tra i suoi più recenti libri si registrano i seguenti titoli: Qualcuno era italiano (2013); Manifesto per la sinistra e l'umanesimo sociale (con Simone Oggionni, 2015).

Non esiste in Italia – e molto probabilmente neppure fuori dei nostri confini, a parere di lettori professionisti che frequentano più lingue – un libro qual è “Contro le donne” perché nello studiare il più antico pregiudizio del mondo fa confluire mitologia e scienza, filosofia e religione, antropologia e politica usando una scrittura veloce e scorrevolissima.
Un volume costato anni di ricerche e studi come testimoniano anche le oltre 30 pagine di bibliografia.
Libro che dovrebbe essere commentato nelle scuole per decreto legge.

Prima d’incontrare l’autore, ecco la presentazione editoriale.
C’è una storia antica quanto il mondo. Ma nessuno l’ha mai raccontata. Perlomeno non in maniera sistematica e critica, ossia cercando gli strumenti concettuali e pratici per provare a superarla. Questa storia riguarda il pregiudizio contro le donne. Partendo dalle origini della civiltà occidentale (Esiodo, Omero, la Bibbia), dipanandosi poi attraverso il teatro greco e i grandi classici del secolare pensiero filosofico, religioso, politico e scientifico, il coro contro l’essere femminile è risultato assordante e compatto. Con argomentazioni sorprendentemente simili, pur provenienti da autori delle scuole più diverse – religiosi o atei, conservatori o progressisti, antichi o moderni – il consenso intorno al pregiudizio misogino ha rappresentato il più grande e atavico collante della cultura occidentale. Un gran discutere fra uomini per arrivare a stabilire l’inferiorità inemendabile dell’essere femminile, tanto da giustificare e anzi rendere scontata, opportuna e persino necessaria, la sottomissione al maschio. Il libro non si limita a ricostruire la storia del più antico preconcetto – tirando in ballo le responsabilità della filosofia, della religione e delle scienze in genere –, ma propone una nuova teoria della soggettività umana che possa agevolare il superamento di contrapposizioni e pregiudizi sessuali con i quali è arrivato il momento di fare i conti in maniera definitiva.

Segue ora un incontro con Paolo Ercolani.


Contro le donne (2)

A Paolo Ercolani (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa principalmente ti ha incoraggiato a scrivere questo libro?

Da una parte il fatto che tutti gli uomini da me consultati volessero farmi desistere dall'imbarcarmi per un'avventura ritenuta insidiosa e senza frutti al sole.
Dall'altra che in seguito alle mie letture sull'argomento (inizialmente poche e casuali) avevo intuito di poter compiere un'operazione ambiziosa e pressochè unica: scrivere una controstoria delle idee in cui dimostrare che i più grandi autori della tradizione occidentale si erano trovati clamorosamente d'accordo nel bollare la donna come creatura difettosa, inferiore e persino foriera di tragedie e pericoli. Atei e credenti, progressisti e conservatori, antichi e contemporanei, tutti i grandi della nostra storia, che per il resto si erano divisi su tutto, quando si è trattato di mortificare e maledire la donna sono riusciti a raggiungere una sintonia impressionante. Io stesso, in molti dei casi citati nel mio libro, ho faticato a credere ai miei occhi
.

Perché anche nel pensiero di uomini d’avanguardia sociale (si pensi, ad esempio, a Proudhon) persiste tanta misoginia?

Perchè in questo aveva ragione Nietzsche: l'essere umano, ma direi la natura tutta, sono caratterizzati da un originario e insopprimibile istinto di sopraffazione del più debole. Con la "civiltà" abbiamo dimenticato volentieri questo dato di fondo che contrasta clamorosamente con i nostri pensieri alti, i nostri costumi sofisticati, il nostro dipingerci come creature evolute.
Il pregiudizio contro la donna, incredibilmente radicale, duraturo e trasversale, rappresenta forse l'esempio più lampante del nostro essere governati dal principio della prevaricazione del più forte sul più debole. Se vogliamo davvero compiere un passo ulteriore verso la civiltà, non possiamo non fare finalmente i conti con il pregiudizio misogino. Che fra le altre cose, a dimostrazione che il pensiero incide eccome sulla realtà, rappresenta il fondamento più radicato dei soprusi e degli atti violenti che tanti uomini compiono contro tante donne
.

Come spieghi che dopo le affermazioni negli ultimi quarant’anni del secolo scorso, il femminismo stia attraversando un periodo di scarso slancio o addirittura di crisi?

Il femminismo, come tutte le grandi ideologie dei secoli scorsi, pur avendo conseguito risultati fondamentali ha dovuto soccombere di fronte a quella vera e propria dittatura del pensiero unico che è la teologia economica. Così come in epoche passate si era impedita l'emancipazione umana e la piena acquisizione dei diritti in nome della "tradizione" e della "natura", oggigiorno è il mercato, con la sua inesorabile logica quantitativa del profitto a fagocitare tutte quelle idee (e quelle iniziative pratiche) che non fanno il gioco di quella stessa logica. Al mercato non importa nulla degli uomini e delle donne, delle loro idee o della qualità della loro vita esistenziale o sociale: esso è regolato da una meccanica e arida logica quantitativa in cui l'essere umano in quanto tale (a prescindere da tutto il resto) deve essere ridotto a servo e strumento di valori impersonali come il profitto, il pareggio di bilancio, il PIL.
In questo contesto, il femminismo, che peraltro non è esente da errori nell'aver visto nel mercato libero un'occasione di emancipazione della donna, perde molta della sua spinta alla stessa maniera delle grandi ideologie dei secoli scorsi. A regnare oggi è un pensiero unico che, per definizione, non tollera altre forme di pensiero, specie se di impronta umanistica
.

La filosofia postumanista – con l’interazione fra gli umani e le macchine, la robotizzazione dei servizi, i nuovi traguardi della genetica – ipotizza un mondo che conoscerà il superamento dei generi.
Credi nel raggiungimento di quella meta? Se sì, oppure no, perché?

Ecco, il punto è proprio questo. Ancora oggi persiste una corrente del femminismo che, basandosi su una dilatazione eccessiva della teoria gender, prefigura scenari futuristici in cui l'emancipazione della donna sarebbe finalmente possibile grazie alla sparizione della donna stessa. Che una donna possa desiderare l'emancipazione del proprio genere attraverso un'umanità abitata da cyborg asessuati mi riesce difficile immaginarlo. Non solo questo femminismo (penso a Butler e a Braidotti, per esempio) finisce paradossalmente col realizzare il sogno secolare dei misogini più incalliti (la sparizione della donna), ma si inserisce anche in un'ottica post-umana che risulta quantomai gradita al sistema tecno-finanziario. Ossia a quel dio Mercato che ha tutto da guadagnare dalla sparizione dell'essere umano e dalla sua trasformazione in un automa programmabile e controllabile.

Paolo Ercolani
Contro le donne
Pagine 320, Euro 17.50
Marsilio


"Il Menabò" di Elio Vittorini

Amo gli epistolari perché sono backstage che illuminano particolari di esistenze che senza quei documenti non avremmo conosciuto, oppure fanno luce sulla nascita di opere.
La sola cosa che trovo intollerabile è la pubblicazione di missive d’un sopravvivente in una coppia – coppia fissa oppure occasionale – che, senza autorizzazione alcuna, decide di dare alle stampe lettere ardenti, con particolari intimi, ricevuti da lei o da lui che più non sta su questo mondo. Diciamo la verità: una mascalzonata.
Un grande documento letterario, prezioso oggi e sempre più lo sarà, è stato pubblicato dall’editore Nino Aragno: «Il Menabò» di Elio Vittorini (1959-1967). Il volume si avvale di un’Introduzione di Giuseppe Lupo ed è a cura di Silvia Cavalli che firma anche la Postfazione.

Una precisazione sul titolo, destinata ai non addetti ai lavori redazionali: “Menabò” è un modello tipografico utilizzato per l'impaginazione di libri o riviste che contiene testo (ed eventuali fotografie, disegni), in una data, e precisa, disposizione.
Così Vittorini volle chiamare questo suo progetto che nasce tra il ’57 e il ’58, quando, in accordo con Einaudi, lo scrittore decide di cessare le pubblicazioni dei Gettoni. Vittorini ne accenna a De Monticelli come di una rivista-collana, pubblicata da Einaudi e con Italo Calvino come condirettore.
Rivista-collana perché l’intenzione è di presentare testi narrativi, poetici e saggistici ai quali siano accostati dei saggi critici sul problema che i testi stessi presentavano.
«Il Menabò» viene pubblicato in 10 numeri dal ’59 al ’67.
La condirezione di Vittorini e Calvino – come afferma, ad esempio, anche il Centro Apice – è caratterizzata “da un forte affiatamento soprattutto per i primi tre numeri della rivista (’59-’60), ancora influenzati dai temi trattati nei Gettoni. Dal quarto numero della rivista, il legame con il passato si allenta e Vittorini dà alla rivista un’impronta nuova. È allora che l’armonia con Calvino nella condirezione si spezza: Vittorini sceglie una linea non condivisa da Calvino, il quale da quel momento continua a pubblicare sulla rivista, ma non si considera più il suo condirettore”.

Vista la forte impronta data da Vittorini alla pubblicazione è necessario dare spazio alla biografia di questa figura di scrittore e agitatore culturale nato a Siracusa il 23 luglio 1908 – spentosi a Milano il 12 febbraio 1966 ucciso da un cancro allo stomaco; ecco un suo ritratto nella Treccani.
Fu uomo indocile ad ogni disciplina specie se questa era dettata da un pensiero unico.
Lo troviamo prima dei trent’anni tra i cosiddetti fascisti di sinistra (Mino Maccari, Marcello Gallian, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini), poi tentare di convincere Mussolini a schierarsi nella guerra di Spagna con i repubblicani contro Franco; nel ’42 combattente nella Resistenza; entrare nel Pci per poi scontrarsi aspramente con Togliatti all’epoca del Politecnico; diventerà presidente del Partito radicale nel 1960.
Una silloge di pensieri, appunti, riflessioni di Vittorini dal titolo “Le due tensioni” fu pubblicata per la prima volta nel 1967 per volontà e cura di Dante Isella e quest’anno ha conosciuta una nuova edizione con un’appendice di inediti..

È stato notato che “Il Menabò” nasce mentre si sta avviando il processo che porterà al “centro-sinistra” e chiude pochi mesi prima del ‘68 e dell''autunno caldo. Questo significa che la rivista ha vissuto – e se ne riscontra in quelle pagine una risonante eco – un periodo centrale della storia d’Italia nella seconda metà del secolo scorso, un periodo di cui avvertiamo ancora oggi le ricadute politiche e sociali.
Ecco un estratto dalla presentazione editoriale di ”«Il Menabò» di Elio Vittorini”.
A cinquant’anni dalla morte di Vittorini, i carteggi del «menabò» (in cui convergono i nomi di Italo Calvino, che condirige la rivista, di Raffaele Crovi, che è segretario di redazione, e, tra gli altri, di Stefano D’Arrigo, Franco Fortini, Francesco Leonetti, Lucio Mastronardi, Ottiero Ottieri, Elio Pagliarani, Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Paolo Volponi) offrono uno spaccato delle linee, delle tendenze, delle opinioni che sorreggono i dieci fascicoli dedicati al racconto dell’Italia del dopoguerra, alla narrativa meridionalista, alle scritture ispirate dalla fabbrica, alle sperimentazioni stilistiche e linguistiche della neoavanguardia. Si afferma così definitivamente il progetto vittoriniano di una cultura quale indagine sulla società e sulle trasformazioni di un’Italia proiettata negli anni del benessere.

«Il Menabò» di Elio Vittorini
A cura di Silvia Cavalli
Introduzione di Giuseppe Lupo
Pagine 570, Euro 30.00
Nino Aragno Editore


Star Trek ha cinquant'anni


Questo sito ha le sue sezioni ispirate a titoli spaziali e, come sanno gli amici che lo visitano, una di esse, dedicata alle interviste mensili, ha il nome di Enterprise come la famosa astronave della serie televisiva.
Non sono uno specialista di Star Trek, ma quando nel febbraio 2000 aprii – con la preziosa assistenza di Attilio Sommella – questo sito, mi piacque dare quell’impronta startrekkiana perché ST pone interrogativi scientifici, propone metafore linguistiche e filosofiche: il viaggio e l’incontro, la ricerca e lo scacco, il confronto con nuovi linguaggi.
La serie tv, fu ideata da Gene Roddenberry… le sue ceneri, viaggiarono in una navicella spaziale ideata da una ditta americana. Accanto a lui, urna a urna: il profeta dell’Lsd Timothy Leary, un bambino giapponese e altri nove tipi; cosmonauti di cenere cremati due volte: la prima dopo la loro morte, la seconda quando quel minuscolo satellite, quasi un giocattolo, inanellando giri entrò in contatto con l’atmosfera incendiandosi… Gene aveva detto o no "Spazio, ultima frontiera"?
Star Trek debutta l'8 settembre 1966 sul canale NBC, potete trovare QUI notizie particolareggiate sulla serie.
La prossima estate uscirà sul grande schermo il nuovo capitolo cinematografico intitolato "Beyond", CLIC per vedere il trailer.

Per ricordare questo compleanno, mi avvalgo di alcuni amici.
In questi 15 anni di pubblicazioni in Rete, al termine delle interviste – oggi ne conto oltre 200 – ho sempre chiesto ai miei ospiti un pensiero (invitandoli ad essere non necessariamente elogiativi) su Star Trek.
Quello che più mi piace citare appartiene a Billi Bilancioni, saggista, esperto di cinema, di rock, insegna Storia dell'Architettura all'Università di Genova.
Ha scritto: Eugenio Fuselli: poesia e urbanistica; Aedilitia di Piero Portaluppi; Spirito fantastico e architettura moderna; Architectura esoterica; ha tradotto per Bollati Boringhieri “Mistica e architettura” di Louis Hautcoeur.
La dichiarazione che segue fu data nell’ottobre 2000.

Ti invio in Teletrasmissione, caro Armando Adolgiso, alcune sintetiche riflessioni, dopo averle disposte sul display del mio Holodeck.
Con i Sensori attivati ci si può mettere di fronte al mondo e farne sistema.
Uno studioso americano di Star Trek, le cui idee sono state rinvenute nel labirinto inquieto del Web, ha messo insieme la motonave Enterprise e il paradiso: e, studiando Star Trek ha parlato della "difficoltà del paradiso". In un mondo di sofferenza, dice, il paradiso è solo un mondo dove non c'è guerra, non c'è fame e non c'è avidità: come dire che il piacere cosmico è la cessazione del dolore terrestre.
E i misteri di Star Trek sono quelli di una "Full frontal nudity" di fronte al cosmo.
Ci viene fatto intuire il "completamente altro", che è l'essenza del sacro.
"La resistenza è inutile sarete assimilati", dicono gli alieni, che sono generati nell'altro.
Trek porta nelle case una "caleidoscopica cacofonia di particelle, onde, campi, fissioni e anomalie", che danno godimento proprio perché dissimili alle consuetudini ma che fanno riflettere perché portano alla coscienza le "meraviglie del possibile".
Neurotrasmettitori all'acetilcolina, potentissimi Anestetici capaci di indurre una flottante Antigravitazione, Antineutrini e transprodotti, Particelle pesantissime, meravigliosi dispositivi Antitempo e antimateria, anioni ribelli e Stringhe cosmiche, la forza non resistibile dei buchi neri, ed i territori negativi delle Badlands, sono gli elementi fantasmatici eppure assai reali di un rovesciarsi del sapere nell'altrove, emblema di ogni impresa di ricerca, veicoli di un cambiamento di stato.
Impariamo molte cose: il Bilitrium è un raro elemento cristallino, incredibile fonte di energia se connesso ad un convertitore di anti-materia.
Ed impariamo a vagare fra strane Particole: californium, fermium, berkelium, e mendelevium, einsteinium, nobelium, e argon, krypton (che ricorda qualcosa), neon (un gas assai diffuso sulla nostra terra ma assai nocivo alla vista), radon, xenon, zinco, e rhodium, insieme alla chlorina, al carbone, al cobalto, al rame, al tungsteno, lo stagno e il sodio.
Ma in questa magica e continuata esplorazione dell'altra parte impariamo la cosa più importante di tutte benché sia anche la più semplice: gli altri siamo noi
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Alla redazione del webmagazine Webtrekitalia uno dei migliori in Rete, e non solo in Italia, di quelli dedicati a ST, guidato da Giancarlo Manfredi, ho chiesto: dal suo debutto di 50 anni fa ad oggi come giudicate il tracciato narrativo di Star Trek? E la sua evoluzione (o involuzione, se così la vedete) di linguaggio?

Ciao Armando, parlare in maniera oggettiva del videomito di Star Trek è per noi una missione emotivamente difficile: i più ricorderanno, infatti, che si tratta di una vera e propria saga, volta a raccontare non tanto i viaggi spaziali di capitani coraggiosi e dei loro equipaggi naif, quanto un affresco del futuro come avrebbe potuto (o dovuto) essere e, al tempo stesso, della metafora di un presente che si rinnova di continuo, senza però trovare nuove soluzioni a eterni problemi.
E sì, per rispondere alla tua domanda, i temi della narrazione - com’è naturale che sia, in mezzo secolo di avventure galattiche - sono cambiati: dalle risposte utopistiche ai temi sociali degli anni ’60, si è passati agli scenari più contrastati propri del vissuto degli anni ’80 e ’90, per arrivare infine alla riproposizione, in chiave certamente più spettacolare, ma anche meno idealistica, dei reboot prodotti, a partire dal 2009, dal regista J.J. Abrams.
Il fatto è che anche l’Enterprise non è passata indenne attraverso il campo asteroidale dell’esaurimento nella vena creativa hollywoodiana, ormai popolata di infiniti cloni: il problema, naturalmente, non è nei nuovi attori (bellissimi, per carità, e bravi) in sostituzione del cast originale o negli effetti speciali sempre più mirabolanti, ma è che oggi, se vogliamo ritrovarne quello stesso spirito, positivo e umanistico e originale, lo dobbiamo ricercare negli universi alternativi dei cosiddetti fan film, alcuni dei quali di una qualità così interessante (come ad esempio Star Trek Axanar) da meritarsi una serie di cause legali con le major.
Possiamo, a questo punto, parlare di evoluzione del linguaggio? O, piuttosto, i termini di evoluzione e di involuzione vanno di pari passo - come lo Yin e lo Yang - e la differenza percepita dipende dal background culturale di ognuno di noi?
In realtà la paura degli appassionati (nonché della redazione di WebTrek Italia, che qui ti parla con voce corale) è piuttosto quella di dover a testimoniare una trasformazione, da arte narrativa a mero copyright industriale, dove il livello del venduto abbinato al franchise, non rispecchia affatto il linguaggio e la filosofia originale di Gene Roddenberry.
Domandiamoci piuttosto se oggi c’è ancora qualcosa che valga la pena raccontare: forse una risposta (l’unica?) la troviamo nella frase storica “To explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations, to boldly go where no man has gone before”, (Per esplorare strani nuovi mondi, e cercare nuove forme di vita e nuove civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima), laddove di narrazioni e linguaggi esplorabili ce ne sarebbero eccome, ciò che (ancora) manca è una nuova generazioni di visionari e innamorati di un futuro migliore


Laboratorio ad alto voltaggio


La casa editrice Editoriale Scienza porta I suoi lettori in vari campi delle scienze e in tanti laboratoti tecnici.
Ora i ragazzi conoscono il mondo della biologia, ora quello della matematica, in un libro entrano nella zoologia e in un altro s’aggirano nello Spazio tra cosmonauti e astronavi.
Spesso sono messi in condizione, con facili istruzioni, di costruire oggetti e provocare effetti come in questo Laboratorio ad alto voltaggio Un mistero con elettromagneti, allarmi antifurto e altri congegni tutti da costruire.
Mia abitudine, spero non troppo pedante, è quella di chiarire sempre ogni termine che può determinare perplessità.
Che cos’è il voltaggio? Mano al vocabolario.
“Il voltaggio è la differenza di potenziale elettrico tra due corpi conduttori”.
Il volt è un’unità di misura, ha questo nome in onore di Alessandro Volta, che nel 1799 inventò la pila voltaica, la prima batteria elettrochimica.
Negli anni 1880, l'International Electrical Congress, approvò il volt come unità di misura della forza elettromotrice.
In “Laboratorio ad alto voltaggio”, tecnologia e manualità, avventura e mistero si uniscono in una storia ricca di colpi di scena.

Ecco la scheda redazionale di presentazione del volume.

Due ragazzi, fratello e sorella, con la passione per la tecnologia, una casa abbandonata, un giallo da risolvere in quella che si preannunciava un’estate noiosa: Laboratorio ad alto voltaggio ha tutti gli ingredienti per tenerti con il fiato sospeso!
Quando vengono affidati dai genitori al bislacco zio Newt per l’estate, Nick e Tesla si trovano coinvolti in un avventuroso mistero.
Perché un Suv nero sembra pedinarli ovunque vadano?
La casa abbandonata è davvero vuota?
Chi è allora la pallida bambina che compare, come un fantasma, alla finestra?
Un gioco dall’esito inatteso, trasforma una pigra vacanza in un giallo risolto a colpi di gadget tecnologici! Per venirne a capo, ed evitare grossi guai, dovranno far ricorso a ingegno, manualità e passione per la tecnologia, costruendo con oggetti di uso comune magneti, sensori, robot, rilevatori segui pista e altri congegni. Scopri come funzionano e divertiti a costruirli anche tu! Per farlo, basta seguire le chiare istruzioni illustrate che accompagnano ciascun dispositivo
.

I due autori del libro (età consigliata: da 9 anni) sono Bob Pflugfelder e Steve Hockensmith.
Il primo è un insegnante di scuola elementare che ha vinto molti premi per la divulgazione scientifica per ragazzi producendosi anche in televisione su History Channel.
Il secondo, è autore di serie assai apprezzate negli Stati Uniti.
Tra i suoi titoli anche la raccolta di racconti “Nine Tales of Christmas Crime”.

Nick e Tesla
Laboratorio ad alto voltaggio
Traduzione di Mara Pace
Illustrazioni di Scott Garrett
Pagine 252, Euro 12.90
Editoriale Scienza


L'Ateo


Il bimestrale "L’Ateo" dell’Uaar - Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti - diretto da Francesco D’Alpa e Maria Turchetto nel suo più recente numero (106, in foto riprodotta la copertina) dedica largo spazio al tema “Popolazione e Ambiente”.
Andiamo verso la sesta estinzione di massa? Interventi di Luca Pardi, Telmo Pievani, Jacopo Simonetta, una frizzante intervista impossibile con Karl Marx condotta da Maria Turchetto col suo stile demistificatorio e corrosivo, un articolo di Stefano Scrima in cui trovo citato (accade di rado) il cupo profeta francese Albert Caraco (1919 – 1971) che meriterebbe di essere meglio conosciuto e meglio studiato.
A proposito di sesta estinzione, mi va di dire la mia: se proprio deve accadere, spero che avvenga dopo che sono riuscito a votare un grosso NO al referendum renziano del prossimo ottobre.

Altra sezione della rivista è dedicata a “Religioni e Violenza”, ne scrivono: Albert de Pury, Stefano Bigliardi, Fulvio Caporale.
Seguono contributi di Sergio Ghione che ricorda la scomparsa di Floriano Papi, Stefano Marullo in un’eco-elegia per Umberto Eco, Carlo Ottone in una nuova puntata della Storia dei Giubilei dal 1950 al 1975.

Il numero ospita anche la relazione tenuta da Raffaele Carcano… a proposito, segnalo la recente uscita di un suo nuovo libro… all’XI Congresso Uaar dove, dopo 9 anni, ha lasciato la carica di segretario generale dell’organizzazione; con molta eleganza, pur ricordandoli, non sottolinea i notevoli traguardi raggiunti dall’Uaar durante la sua gestione, ma soprattutto preferisce indicare i nuovi obiettivi da raggiungere.
Nuovo segretario è Stefano Incani cui va l’augurio di buon lavoro di Cosmotaxi.
Inoltre, recensioni di libri, vignette, lettere dei lettori, animano le pagine.

La rivista "L'Ateo" è in vendita nelle seguenti librerie al prezzo di 4.00 euro

QUI la lista delle biblioteche in cui è possibile leggere la rivista.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (1)


Caro Bay,
il tuo cuore era una grande piscina
dove noi poeti ci tuffavamo allegri
certi del tuo ristoro.
Anfitrione generoso e gaio,
la tua famiglia è un canto
per tutte le religioni
.

Sono parole di Alda Merini dedicate a Enrico Baj, un protagonista delle arti visive del Novecento.

In foto: Comizio, 1963

Oggi, 16 giugno; tredici anni fa in quel giorno ci lasciava Enrico Baj
Per lui, ad Aosta, è in corso un’antologica intitolata L’invasione degli ultracorpi a cura di Chiara Gatti, con il contributo di Roberta Cerini Baj.
La mostra è realizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta - che anche quest’anno conferma il suo impegno nel sostenere la proposta culturale del territorio con un evento di grande richiamo - in collaborazione con Silvana Editoriale e il coordinamento generale di Raffaella Resch.
Il titolo della mostra cita la celebre pellicola diretta da Don Siegel nel 1956, tratta dal romanzo di fantascienza di Jack Finney – e rimanda a una creatura antropoide, un’invenzione frutto di una scienza cosmica ancora misteriosa.

Enrico Baj: una vita febbrile, una produzione vertiginosa, un impegno civile assiduo.
Già, perché la sua arte irriverente, demistificatoria, lo ha visto in prima linea nelle vicende culturali e politiche italiane. Basti pensare, per citare solo uno dei più clamorosi esempi, al gigantesco assemblage intitolato “I funerali dell’anarchico Pinelli” (1972). Doveva essere esposto il 17 maggio di quell’anno, ma proprio quella mattina fu ucciso il commissario Calabresi e la mostra fu rinviata sine die. Solo 40 anni dopo sarà esposta a Palazzo Reale, il luogo per cui era stata pensata trasformando un evento tragico in un’opera chiave della storia artistica del ‘900; QUI un servizio tv sull’avvenimento.
La compagna della sua vita, Roberta Cerini, circa il profilo politico di Baj, così disse in un’intervista: Una connotazione politica definibile non l'ha mai avuta. Si è sempre sentito anarchico. Un uomo libero, non esattamente il tipo di persona che potesse sopportare le pastoie dei politici e dei partiti. La sua posizione, la sua critica più che politica era di impegno civile. Un discorso contro il potere da qualsiasi parte venisse.

Vi è una costante che dà significato e coerenza alla vita e al lavoro di questo artista: in oltre cinquant’anni di attività: mai ha cessato di sperimentare e di rinnovarsi, sia nella scelta delle tematiche, sia delle tecniche pittoriche e incisorie. Tra queste preferito è il collage che, associato o no al colore, gli ha permesso di utilizzare ogni sorta di materiale in un continuo gioco combinatorio. Oltre alle stoffe e alle passamanerie, ai bottoni, ai pizzi, alle medaglie, entrano nelle sue opere vetri colorati, frammenti di specchio, impiallacciature e intarsi, parti di Meccano e di Lego, plastiche e celluloidi, pezzi di legno e oggetti di uso quotidiano.
Per quanto feroce, la sua critica è sempre temperata dall’ironia che conferisce alle sue opere una leggerezza che mai dimentica la lezione di Rabelais e soprattutto di Jarry.

QUI un'intervista, in cui parla del suo lavoro, data a Rai Educational.

Segue ora un incontro con Chiara Gatti.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (2)

Alla curatrice Chiara Gatti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Chi erano gli “ultracorpi” per Baj?

Come diceva André Breton, erano “esseri favolosi”, creature mutanti, figlie di un immaginario fantascientifico, ma figlie anche delle paure dell'uomo di fronte ai misteri della scienza e del cosmo in un'epoca in cui, la corsa allo spazio e le scoperte di un universo molecolare stavano nutrendo la curiosità degli artisti per un mondo sconosciuto. L'ultracorpo diventa tuttavia anche, nel pensiero di Baj, una sorta di allegoria del fallimento, da parte dell'uomo moderno, di dare risposte certe ai quesiti dell'esistenza. Tanto che Baj trovò nella scienza patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie” di Jarry, le uniche risposte plausibili sul senso della vita.

Quali i criteri seguiti nell’allestire il percorso espositivo?

Il percorso della mostra è diviso per sezioni che raccontano momenti diversi nell'evoluzione dell'ultracorpo, dalla nascita alla proliferazione, dall'istinto a socializzare coi suoi simili a quello di esercitare un potere sugli altri nella celebre serie dei generali. Si prosegue dunque per capitoli quasi cronologici, dagli anni Cinquanta in avanti, suggerendo al pubblico una sorta di teoria evoluzionistica di queste misteriose creature. Ecco allora, da una materia molle e vischiosa, germinare le prime figure plastiche, esseri invertebrati usciti dalle selve oscure di una pittura molecolare. Ecco docili invasori dilagare in quelle selve oscure, saltellare spensierati, prima di cedere alle lusinghe del potere, trasformarsi in generali, e poi, di nuovo, in blob fangosi o droidi assemblati con residui metallici fedeli alle leggi della cibernetica, nella sequenza militaresca dei meccano. Si approda alla sala dell'Apocalisse, una giostra di creature maligne e grottesche, dai nomi osceni, specchio di un mondo in degrado, viziato dal benessere. Gli ultracorpi si trasformano qui in piccoli demoni mascalzoni.

Quali furono le ragioni che portarono Baj, uomo intensamente politico, a entrare in contrasto con la politica culturale del Pci?

Baj era un uomo libero, un anarchico affrancato da ogni etichetta politica, ma schierato contro ogni potere costituito. A livello artistico, non nascose mai il suo dissenso verso la pittura tipicamente realistica sostenuta dal partito comunista, secondo la linea data da Togliatti, sullo sfondo del famoso dibattito fra realismo e astrazione che dominò il secondo dopoguerra. Rispettava l'impegno di colleghi come Guttuso. Ma la pittura realista era lontana dalla sua sensibilità e, soprattutto, dalla sua ironia al vetriolo.

Che cosa principalmente attrasse Baj della patafisica?

Ne condivideva lo spirito anarchico e scanzonato allo stesso tempo. La capacità di affrontare temi di critica sociale col sorriso amaro, nascondendo, dietro a soluzioni farsesche, messaggi epocali. Nel solco del grande drammaturgo francese Alfred Jarry, autore della celebre commedia “Ubu Re” (1896) e inventore del termine “patafisica”, Baj mise in scena infatti il suo teatro di Ubu nel 1985 allestendo una commedia dove lo humour sagace bacchettava il degrado morale della società moderna. Re Ubu, padre nobile di tutti i generali, era affiancato a decine di personaggi ambigui, consiglieri, vessilliferi, dignitari, magistrati, sullo sfondo di una scenografia punteggiata da strumenti di tortura, come la macchina del decervellaggio. L'antieroe meschino di Jarry diviene, per Baj, un'allusione alle bassezze e all'edonismo degli anni ottanta.

Seguono ora note biografiche di Baj e informazioni su luogo, date e orari della mostra.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (3)


Ecco una sintetica biografia di Enrico Baj e informazioni per visitare la mostra.

Enrico Baj (Milano 31 ottobre 1924 – Vergiate, 16 giugno 2003), frequenta l’Accademia di Brera e contemporaneamente consegue la laurea in legge.
Nel 1951 lo troviamo tra i fondatori del Movimento Nucleare e partecipa ai movimenti d’avanguardia italiani e internazionali con mostre, pubblicazioni e manifesti, collaborando con Lucio Fontana, Piero Manzoni, Arman, Yves Klein, il gruppo Phases, Asger Jorn e gli artisti del gruppo CoBrA.
A partire dagli anni Cinquanta è presente sulla scena internazionale ed espone spesso a Parigi.
Fu in quella città che nell’autunno del 1964 incontrò Roberta Cerini. Sarà la compagna della sua vita. Si sposano a Milano, a Palazzo Marino, il 28 luglio 1966.

Qui in una foto degli anni '90 scattata da Gianni Unimarino.

Nei Sessanta entra a far parte del Collège de Pataphysique che lo nomina Satrapo Trascendente, la più alta carica patafisica.
Lo stesso anno ottiene una sala personale alla Biennale di Venezia ed espone alla Triennale di Milano.
È stato anche scrittore e critico. Tra i suoi libri: “Patafisica” (1982); “Automitobiografia” (1983); “Impariamo la pittura” (1983); Ecologia dell'arte (1990); "Discorso sull'orrore dell'arte" (con Paul Virilio, 2002).
La più recente pubblicazione, avvenuta un mese fa, è una sua indignatio intitolata “Sic stantibus Rebus” edita da FUOCOfuochino, editrice fondata da Afro Somenzari, artista che ebbe l’amicizia e la stima di Baj, e del quale qui riporto la presentazione che fa del testo.
Nell’Era Patafisica, il 27 Phalle dell’anno 125 (6 settembre 1998, Era Volgare) a Pomponesco, il Satrapo Trascendente e Imperatore Analogico Enrico Baj promulgava l’Enciclica "Sic stantibus Rebus". Con questo testo anticipò i gravami della nostra società con occhio traslucido e trasparente, con quella chiarezza e puntualità che solo i geni posseggono e sono in grado di comunicare. Se l’attualità è quella di piegare il capo, uniformarsi alle leggi di mercato, non indignarsi di fronte allo strapotere delle multinazionali e alle nefandezze perpetrate al genere umano da se stesso, allora l’inattualità è un ingrediente per la salvezza. In una società dove tutti vogliono aver ragione noi abbiamo preferenza di non aver ragione né torto. Così stavano le cose, e oggi?

Il catalogo della mostra è pubblicato, in italiano e francese, da Silvana Editoriale; press: Lidia Masolini, tel: 02 – 453 95 111; press@silvanaeditoriale.it
Contiene riproduzioni a colori di tutte le opere esposte, testi di Chiara Gatti, Luca Bochicchio, Angela Sanna, Daria Jorioz e una testimonianza di Roberta Cerini Baj.
Grazie a una ricca antologia di testi, è documentata l’attività di teorico e giornalista di Baj, come pure il dialogo da lui intrattenuto con i maggiori intellettuali e artisti del Novecento, da André Breton ad Arturo Schwarz, da Italo Calvino e Dino Buzzati, a Umberto Eco e Jean Baudrillard, da Octavio Paz a Edoardo Sanguineti.

Ufficio Stampa della Mostra:
Alessandra Pozzi, press@alessandrapozzi.com; 338 – 59 65 789
Via Paolo Frisi 3, 20129 Milano

Enrico Baj
L’invasione degli ultracorpi
A cura di Chiara Gatti
con Roberta Cerini Baj
Aosta, Museo Archeologico Regionale
Info: 0165 – 27 44 01; u-mostre@regione.vda.it
Tutti i giorni: 9.00 – 19.00
Fino al 9 ottobre 2016


Sovrapposizioni

L’anno scorso, la casa editrice Moretti&Vitali dette vita alla collana Imm’ dedicata alla cultura visiva, diretta da Elio Grazioli, Riccardo Panattoni, Marco Belpoliti.
Elio Grazioli, critico e storico di arte contemporanea e fotografia, insegna all’Università e all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. È promotore e curatore del festival “Fotografia Europea” di Reggio Emilia.
Riccardo Panattoni, filosofo che ha incentrato sull’immagine la sua riflessione, insegna all’Università di Verona. È autore di numerosi libri e curatore con Grazioli del festival “Fotografia Europea” di Reggio Emilia.
Marco Belpoliti, scrittore e saggista, spazia dall’arte ai mass-media, insegna all’Università di Bergamo e dirige il sito www.doppiozero-com. È critico letterario, collabora con La Stampa, Il Manifesto, Il Sole 24 Ore.

Il primo volume di “Imm’”, intitolato “Not straight” (significato: non puro, non diretto, non tutto a fuoco, non evidente), chiariva le intenzioni che intendeva percorrere la collana: riflettere sulla complessità e l’enigmaticità dell’immagine.
Ora, un nuovo volume prosegue quella strada d’indagine: Sovrapposizioni memoria, trasparenza, accostamenti, a cura di Elio Grazioli e Riccardo Panattoni.
Si tratta di una raccolta d’intensi saggi di filosofia dell’immagine.
Voglio ricordare qui gli studi che da Wunenburger passando attraverso Gaston Bachelard, Gilbert Durand, arrivano a Jean Baudrillard che definisce “estasi da Polaroid” quella voglia tutta contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. Studi che s’interrogano sui problemi epistemologici posti dalle immagini e di cui nel volume di cui ci stiamo occupando troveremo talvolta una eco.

Nel libro, dopo un’introduzione dei due curatori, si leggono scritti di Gianluca Solla (“Persistenze visive o dell’innamoramento”); Marcel Duchamp (“Note sull’infrasottile” – di cui vengono tradotte nella nostra lingua per la prima volta le ‘Note’ relative); Christian Delage e Vincent Guigueno (“Ciò che è dato a vedere, ciò che possiamo mostrare”); Nicola Turrini (“Come l’acqua e la pietra”); Muriel Pic (“Immagine-farfalla e rallentatore: W.G. Sebald o lo sguardo catturato”); Daniela Angelucci (“Ricordare, ripetere, rifilmare”); Pierluigi Fresia (“L’atlante imperfetto”); Mark Godfrey (“Fotografia trovata e persa: su Floch di Tacita Dean”); Shilpa Gupta (“Molti sé”), Federico Ferrari (“L’immagine metafisica”).

Dalla presentazione editoriale.
L'immagine: presente e passato, vita e morte, trasparenza e opacità.
La sua esistenza, il suo prendere forma sono dovuti innanzitutto alla luce, elemento all’origine della vita; ciò nonostante è sempre stata associata all’esperienza della morte, alla permanenza di ciò che è stato.
Eppure ogni immagine si sovrappone a un’altra, come un istante di un processo dinamico:
non è mai sola, ma dietro, accanto, prima, dopo, altre immagini si affacciano, si fondono, complicano e arricchiscono la nostra visione, creando un nodo che coinvolge i ricordi, il loro rifiuto, la loro presenza, i nostri fantasmi.
Le immagini rivelano una loro persistenza, non tanto una sopravvivenza, quanto una vera
e propria vita postuma, che ci accompagna, ci incontra, ci sorprende perché quella singola
immagine era già lì, ad aspettarci, come una memoria a venire
.

Sovrapposizioni
a cura di
Elio Grazioli - Riccardo Panattoni
Pagine 192, con corredo d’immagini
Euro 18.00
Moretti&Vitali


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