Questa sezione ospita soltanto notizie d’avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.
lunedì, 8 febbraio 2010
Un saggio consiglio
Ammettiamolo, i lettori italiani se la passano male. Devono subire chi, pur scusandosi, li chiama amore e poi, ancora scusandosi, li vuole addirittura sposare, né si riesce a sfuggirgli perché si trova perfino tre metri sopra il cielo. Se si voltano da un'altra parte, sono invitati bruscamente ad andare dove li porta il cuore per scoprire poi che si tratta di un villaggio turistico con obbligo di messa a mezzogiorno. E se vogliono fare letture più impegnate? Eccoli braccati dai tristanzuoli della New Italian Epic. Saviano, per dirne una, è costretto a girare con la scorta non – come erroneamente si ritiene – per sfuggire a quei bonaccioni dei casalesi bensì a quelli della New Italian Epic che l’hanno iscritto d’autorità, senza neppure consultarlo, fra gli autori della NIE. Mica è finita! Ci sono le schiere dei giallisti, il loro numero ormai supera quello degli evasori fiscali. E allora quale libro comprare per godere di una lettura che riconcili con l’inchiostro stampato? Io un consiglio ce l’ho e, nonostante provenga da me, è consiglio saggio. Comprate Come scrivere un best seller in 57 giorni pubblicato da Laterza.
L’ha scritto Luca Ricci. Nato a Pisa nel 1974, esordisce con “Duepigrecoerre d'amore” (Addictions), cui seguono “Il piede nel letto” (Alacràn, premio Cocito Montà d'Alba 2005) e L'amore e le altre forme d'odio (Einaudi, Premio Piero Chiara 2007). Del 2007 l'esordio teatrale con “Piccola certezza”, nel 2008 pubblica con Einaudi “La persecuzione del rigorista”. Porta nelle scuole di scrittura creativa la lezione "I dieci comandamenti del racconto breve" e nelle librerie il reading "Nessuna enfasi".
Come scrivere un best seller in 57 giorni è una festa di pagine che vede in una mansarda parigina quattro scarafaggi (portano i nomi dei Beatles) intenti ad aiutare uno scrittore a scrivere un libro di successo che gli dia fama e quattrini evitando così lo sfratto che grava su di lui e sulle quattro bestiole sue nascoste conviventi. Non è solo satira del bestseller (Un libro idiota che risulta intelligente. Un libro scritto così male da sembrare già un film. Un libro che è stato scritto per vendere molto che vende molto e poi lo ristampano e vende ancora di più e tutti ne parlano perché ha venduto e dopo vende ancora un po'), è un saggio letterario che indossa una narrazione, un pamphlet sulla società delle lettere e i suoi attori, e – se non ho preso un abbaglio – una pasquinata contro il romanzo. Non è forse un caso che il volume non reca in copertina la parola ‘romanzo’. Già altre volte in queste pagine web ho ricordato un aforisma, per me entusiasmante, di Giorgio Manganelli: “Basta che un libro sia un ‘romanzo’ per assumere un connotato losco”, figuriamoci poi un best seller! Insomma, questo libro che vi consiglio è per lettori dal palato fine, per gente stufa di storielle e storiacce, di pagine che spacciano per nuovo il vecchio o il vecchio lo mummificano in modo compiaciuto e sussiegoso. Ancora una cosa, ho letto in qualche recensione che in questo libro ci sia dell’ironia, con tutto il rispetto per chi ha così scritto, non sono d’accordo: nessuna ironia, solo godibilissimo e gioioso sarcasmo. Ho chiesto a Luca Ricci: a proposito di best seller, Giuliano Vigini dice che In Italia i successi di vendita nascono per caso. Mario Spagnol è del parere che il best seller oggi va programmato. Il sociologo Mario Peresson afferma che “Gli autori italiani vogliono vendere milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose, assai spesso, non sono compatibili”. Un tuo parere… A Vigini risponderei che la sua affermazione omette un passaggio fondamentale. E’ vero che i libri di successo nascono per caso, nel senso che tra due potenziali best seller il lettore ne compra magari uno solo. L’ambito di scelta è comunque circoscritto a una tipologia di libro (precotto) molto precisa. A Spagnol do ragione, il best seller è spesso programmato, spero solo che l’affermazione non lo inorgoglisca troppo. A Peresson direi che la qualità, anche in passato, spesso non è andata a braccetto con la quantità. La vera aberrazione è che oggigiorno la quantità è ‘sinonimo’ di qualità. Risultato? Nella maggior parte dei casi si pubblicizzano, si espongono e si leggono soltanto i libri brutti. Per una scheda sul libro: CLIC! Luca Ricci “Come scrivere un best seller in 57 giorni” Pagine 122, Euro 9.50 Laterza
Il Miramondo
Ancora pochi giorni per visitare al Museo Clizia la mostra Il Miramondo: Fosco Maraini, sessanta anni di fotografia. E' curata e promossa dal Gabinetto Vieusseux di Firenze in collaborazione con Fondazione 900 e presentata a Chivasso in occasione della VI edizione del Festival Internazionale I Luoghi delle Parole. Fosco Maraini, nato a Firenze nel 1912, scoprì il fascino della fotografia giovanissimo esponendo a soli 18 anni alla Mostra Nazionale di Fotografia Futurista di Roma. Il viaggio fu la sua condizione di vita e la fotografia divenne per lui una sorta di diario dei ricordi di tanti luoghi lontani da lui visitati; in particolare il Giappone dove visse a lungo, ma anche Turchia, Israele, Pakistan, India, Nepal, Thailandia, Cambogia, Cina e Corea.
La mostra (in foto un’immagine scattata a Cefalù nel 1949) offre una visione inedita sul mondo, sulla natura e sull’universo umano al quale Maraini guarda con curiosità e tenerezza; le immagini, di eccezionale potenza evocativa, sono sovente accompagnate da un titolo e da commenti che ne rafforzano il significato. Scrittore finissimo, ricordo il suo Nuvolario allorché con la parola scritta commentò le fotografie di Fulvio Roiter fissando sulla carta il massimo dell'effimero: le nubi.
A Chivasso, sono in esposizione una selezione di centoquaranta immagini in bianco e nero, una raccolta di fotografie suddivise secondo cinque temi universali: Paradossi, sorprese, allegrie - Luoghi, climi, orizzonti - Volti, gesti, profili - Strade, incontri, occasioni - Fedi, riti, speranze. La mostra è corredata di un catalogo, edito da Pagliai/Polistampa, con saggi introduttivi di Maurizio Bossi, Franco Marcoaldi, Gian Carlo Calza, Paolo Campione, Cosimo Chiarelli e Fosco Maraini. Ufficio Stampa: Emanuela Bernascone; tel 011 - 19714998 – fax 011 - 19791935 info@emanuelabernascone.com www.emanuelabernascone.com Fosco Maraini Il Miramondo Sessanta anni di fotografia Palazzo “Luigi Einaudi”, Chivasso Ingresso libero Info: 011 - 91 03 591 - fax 011 - 91 73 764 Fino al 14 febbraio 2010
sabato, 6 febbraio 2010
Giuliana 59
Apro questa nota rivolgendomi ai redattori delle guide gastronomiche: d’accordo, non sono un vostro collega, ma appartengo alla categoria dei ghiottoni e scrivo spesso d’enogastronomia, datemi retta: visitate il ristorante Giuliana 59 di Roma, sono certo che poi non disprezzerete questo mio consiglio.
Di luoghi così proprio Roma ha molto bisogno perché accanto a (pochi) eccellenti posti – a prezzi disumani, però – presenta un panorama non all’altezza delle altre capitali europee. Il locale, aperto nel novembre scorso, è diretto con competenza da Consuelo Cirillo che ha plurali esperienze di management (nota a Roma per avere diretto per molti anni il Palladium); sorridente aria da bambinaccia, accoglie mettendo sùbito a proprio agio il visitatore in questo locale, arredato con sobria eleganza, a 2 passi 2 da Piazzale Clodio, quartiere Prati. Luministica azzeccata perché non abbacinante come un set cinematografico, ma neppure tenebroso come perniciosamente sta andando di moda mal intendendo l’intimità con simulazioni di cecità. In sala, la sommellier franzosa Flo sa coccolare con la sua lista di vini e promette che presto sarà implementata con nuove etichette; merita d’essere creduta. La cucina, eccellente, con accorte innovazioni, vede all’opera Gabriele Muro. Segnatevi il nome di questo giovane chef, scommetto che fra qualche anno ne sentiremo parlare. Stages con grandi cuochi (da Pietro Lemann a Karl Baumgartner, da Ramón Freixa a Philippe Chevrier), presenta gioie di gola sia sulla tradizione sia sulle sue lussuose innovazioni. Non sto a descrivere i piatti che lì ho consumato, la trovo un’operazione improbabile che fatalmente finisce in quel logoro gergo di molti critici di gastronomia, me ne tengo lontano; voglio dire, però, che mai sono stato deluso dai suoi piatti che ristruttura più che destrutturarli.
Alla Giuliana 59 c’è un menu degustazione, bevande escluse, a 30 euro; alla carta, con una buona bottiglia, il conto è contenuto entro i 50. A questo proposito, consiglio ai gestori d’inserire i prezzi sul sito web del locale insieme con l’elenco delle pietanze perché possono, giustamente, ingolosire più d’uno. Consigliabile la prenotazione. Giuliana 59 Via della Giuliana 59 Tel-Fax: 06 – 39 73 34 58 info@giuliana59.it Chiuso sabato a pranzo e domenica
venerdì, 5 febbraio 2010
L'arte della strategia
La Teoria dei Giochi, dal suo creatore von Neumann che l’ideò nel 1928 fino a John Nash ha affascinato le menti di molti. Ora la casa editrice Corbaccio ha mandato in libreria L’arte della strategia scritto da due professori di Princeton e Yale: Avinash K. Dixit e Barry J. Nalebluff i quali, prendendo le mosse dal loro precedente volume “Io vinco, tu perdi” (250.000 copie vendute), si propongono d’illustrare strategie efficaci, in contesti diversi fra loro, fondate su alcuni principi basilari riassunti dalla Teoria dei Giochi.
Già, ma come faccio a dire in modo chiaro e sintetico sulla Teoria dei Giochi?...Idea! Ho estratto da un’intervista da me realizzata tempo fa con una grande antropologa – Paola De Sanctis Ricciardone, Ordinario di Storia della Cultura Materiale all’Università della Calabria – un brano che spiega la faccenda.
Teoria dei Giochi? Si può dire che è una teoria matematica per ottimizzare le decisioni soprattutto in campo economico. Ma si è detto quasi niente. Ti faccio un esempio: io conosco malamente le regole degli scacchi, ma non è solo questo che mi rende una pessima giocatrice di scacchi. Il mio problema è che non so vedere nel futuro della partita. Sono "cieca" nel senso che non so immaginare che pochi scenari al seguito delle mosse mie e del mio avversario: non vedo un numero sufficiente di ramificazioni del cosiddetto "albero delle decisioni". Questo significa che alla terza mossa sono fatta fuori da un giocatore bravo, e dunque io ho trasformato, per mia ignoranza, un gioco ampiamente indagabile e sfruttabile dal punto di vista strategico in un gioco ad informazione pressoché nulla, come il gioco d'azzardo. Ora von Neumann, che era tra l'altro un grande giocatore di poker, non negava pregiudizialmente che dio giocasse a dadi. Tuttavia pensava pure che di tanto in tanto giocasse a scacchi, a bridge, a filetto (intendo il gioco). Ora mentre nei giochi massimamente entropici (ad informazione nulla dal punto di vista strategico) l'unica ottimizzazione razionale dei comportamenti risiede nella decisione di non giocare, negli altri tipi di giochi qualcosa o molto si può fare: in campo economico, dove sembra prevalere una caratterizzazione probabilistica; in campo socio-culturale (qualcuno ci ha provato ma è stato sbertucciato); o - ahinoi - in campo bellico, dove pure la Teoria dei Giochi ha trovato una certa applicazione. Hai visto il film di Kubrik Il Dottor Stranamore? Bene era lui, von Neumann, lo scienziato guerrafondaio. Di questo libro ha detto Sylvia Nasar (autrice di “A Beatiful Mind” dal quale è stato tratto il film omonimo ispirato alla vita di John Nash): ”L’arte della strategia” propone un metodo nuovo e assolutamente efficace per prendere decisioni. Leggere per credere. Avinash K. Dixit - Barry J. Nalebluff “L’arte della strategia” Traduzione di Francesco Zago Pagine 528, Euro 22.00 Corbaccio
giovedì, 4 febbraio 2010
Il carbonio nell'anima
Come si legge in ogni enciclopedia, il carbonio ha molte forme che vanno dal durissimo diamante alla soffice grafite. Questo elemento chimico, ben rappresenta il granitico e morbido aspetto del vissuto aspro e delicato al tempo stesso di Liù Bosisio autrice di Il carbonio nell’anima, libro in cui riversa il ricordo di una vita – dalla sofferta infanzia alla trepida adolescenza fino alle esperienze dell’età matura – con la quale si confronta in modo sincero fino alla spietatezza. In copertina è impressa la parola “romanzo”, francamente, fossi stato l’editore, non avrei usato quella dizione, perché a me pare che sia molto di più se è vero – ed io concordo – che, come dice il grande Pessoa, “Il romanzo è la favola delle fate per lettori non hanno immaginazione”. Qui la mossa prima del romanzo, la trama, è felicemente bandita perché la narrazione si propone (e s’impone) non come fiction tradizionale o avanguardistica, ma come respiro autentico di un’esistenza senza prezzo e senza pace. E questo pur non rinunciando a una complessa struttura dove la protagonista si sdoppia, e perfino si triplica, ma non al servizio di una cosmetica scrittoria bensì come rifrazioni e scissioni della personalità di chi scrive. Giustamente Marina Tommaso che firma la prefazione afferma … Cicci e Luisella e Luisa raffigurano tre momenti, ma anche il segno di una continuità che trova il suo denominatore proprio in quella fisionomia che vorrebbe negarsi: la Bosisio che conosciamo, quella riproposta dagli schermi e dal video, e che l’Io narrante dell’autobiografia preferisce sia lasciata in ombra.
A Liù Bosisio ho chiesto: com’è nato questo libro?
Questo libro è nato giorno per giorno nel corso degli anni. Piccole note su agende, pensieri scritti su tovagliolini di carta nei ristoranti, nei bar, nelle sale di attesa quando andavo disperatamente in cerca di lavoro… Si sono accumulati e, non so perché, sono stati messi via con cura. Quando ho avuto un computer li ho ricopiati, cercando di farlo, per quanto possibile, in ordine cronologico. Ma senza uno scopo preciso. Fu molto più tardi che cominciò a profilarsi l’idea di una tessitura… ma la soffocai… troppo ardita l’ipotesi di scrivere un libro. Poi, a poco a poco, si insinuò la domanda: “E perché no?..” La coscienza di essere sempre stata costretta a portare una maschera fu la spinta che mi fece decidere. Volevo finirla con il personaggio, ucciderlo, dimenticarlo. Volevo diventare Persona, finalmente! Una sola, distinta tra i molti. E volevo che lo si sapesse, che mi si conoscesse per quello che veramente ero. Ed ecco il libro. Che cosa ti ha dato e, eventualmente, che cosa ti ha tolto questo libro? Per stendere questo scritto è stato necessario intraprendere un lungo viaggio antropologico nella mia anima (da qui l’immagine del Carbonio), quindi nella mia vita: lavoro molto duro, lacerante, ma alla fine liberatorio. Ho raggiunto la chiarezza. E la serenità, anche se a volte accompagnata da un velo di malinconia. No, il libro non mi ha tolto nulla, assolutamente. Penso che denudarsi, togliersi di dosso tutti gli orpelli che ci hanno agghindato camuffandoci per una vita, sia comunque un bene, un atto onesto verso se stessi e verso gli altri. Sì, a volte c’è ancora l’ombra di un dubbio, forse. Ma mi consola la certezza che il “dubbio” sia un grande patrimonio, quello che ci salva. Per una scheda sul volume: QUI. L’autrice – conduce in Rete un sito web – prossimamente sarà presente in questo sito nella sezione Nadir con suoi collages digitali. Liù Bosisio “Il carbonio nell’anima” Prefazione di Marina Tommaso Pagine 218, Euro 14.00 Buffoni Maledetti Editori
mercoledì, 3 febbraio 2010
Il Centro Uh!
Nel dicembre de 1979, Angelo Pretolani, Adriano Rimassa e Roberto Rossini fondarono a Genova il Centro Uh!, ne trovate documenti d’origine QUI. Che cosa accadeva in Italia di rimarchevole in quel mese di quell’anno? Si approvavano al Senato l'installazione sul nostro territorio italiano di missili Pershing e Cruise e il decreto antiterrorismo del governo che prevedeva il fermo di polizia di 48 ore; Democrazia Nazionale, formazione nata da una scissione del Msi, confluiva nella corrente andreottiana della Dc; alla Rai prendevano il via le trasmissioni tv della Terza Rete e nasceva il Tg3. Sul piano internazionale, la notizia più importante fu rappresentata dal fatto che l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan, cosa questa che determinò l’impegno indiretto degli US a sostegno dei mujaheddin tra i quali, come si apprenderà, c’era Osama Bin Laden. In quel dicembre ’79 si chiudeva un anno cruciale anche nelle arti.
Passo la parola al Centro UH!: Alla fine degli anni '70, l’affermarsi di un modello avanzato della società dello spettacolo, il mutamento dei modelli di 'consumo' della cultura, la prevalenza - nel sociale - dell’immagine su contenuto ed esperienza, portano ad una crisi nel campo dell’arte... nasce, in un clima di 'ritorno all'ordine’, la Transavanguardia. Per reazione e come movimento 'situazionisticamente' resistente, nel dicembre del 1979 viene fondato il Centro Uh!, esperienza di gruppo che durerà fino al 1983, a favore di una ‘esposizione’ del corpo nella situazione, per comunicare strategicamente con l’attraversamento dei codici, la sinestesia, l’impiego dei metodi di contaminazione, la condensazione, ripetizione, ridondanza... ”. Quel programma fu realizzato attraverso mostre, performances, interventi di videoarte, art-rock, mail art, edizioni d’arte in network, la rivista “UH!”, in rassegne di nuova espressività italiane e straniere, né fu trascurata la comunicazione attraverso grandi media, vale ad esempio una serie di trasmissioni sperimentali di drammaturgia radiofonica sull'antenna Rai. A questa esperienza – che influenzerà l’ambiente underground genovese e anticiperà, anche a livello nazionale, tendenze e modalità di partecipazione al mondo dell’arte che saranno caratteristiche degli anni a venire – è dedicata un’iniziativa promossa da Angelo Pretolani e Roberto Rossini che proporranno i materiali del Centro Uh!, in una nuova esperienza di lettura intitolata Ristabilire il disordine. Un mese di performances, mostre, incontri, dibattiti che si gioverà anche della guida critica di un catalogo firmato da Ferruccio Giromini, dai due curatori e con testi di Maria Campitelli e Carlo Romano. Il tutto al Museo genovese Villa Croce. “Ristabilire il disordine” Museo d’arte contemporanea di Villa Croce Via Jacopo Ruffini 3, Genova Info: 010 – 58 00 69 - museo croce@comune.genova.it Dal 5 febbraio al 7 marzo 2010
lunedì, 1 febbraio 2010
Margherita Hack
Ogni nuovo lavoro di Margherita Hack (per una sua dettagliata biografia: QUI) è una festa d’intelligenza sia quando scrive testi di divulgazione scientifica sia quando interviene su temi di attualità morale e politica. Ne è testimonianza anche questo sferzante pamphlet che Rizzoli ha mandato da poco in libreria: Libera scienza in libero stato. E’ un prezioso libro che in modo ragionato e crudo fa il punto sulle tristi condizioni in cui si trova la scienza nel nostro paese.
Lettura imperdibile per chi voglia rendersi conto a quale grave destino – economico, sociale, culturale – andiamo incontro trascurando la ricerca scientifica, costringendo donne e uomini di scienza ad emigrare per trovare lavoro e traguardi per le loro intuizioni. Questo sito è onorato dalla presenza di Margherita Hack che accettò un’intervista che trovate pubblicata nella sezione Enterprise . Anche in occasione di questa recente pubblicazione, ho chiesto alla professoressa Hack di dire qualche parola sulle motivazioni che principalmente l’hanno motivata a scrivere “Libera scienza in libero stato”. Ecco la sua risposta. Lo stato disastroso in cui versano la scuola, l'università, i mezzi per la ricerca, le prospettive di un precariato a tempo indeterminato per i giovani neodottori di ricerca, e di conseguenza la continua perdita delle migliori energie mi hanno fatto accettare con entusiasmo la proposta di scrivere questo libro. Governanti incolti e che non si rendono conto dell'importanza della scienza stanno trascinando l'Italia indietro di un secolo, succubi anche di un Vaticano sempre più invadente e che ci fanno rimpiangere la tanto più laica Democrazia Cristiana. Per una scheda sul libro CLIC! Margherita Hack “Libera scienza in libero stato” Pagine 168, Euro 16.50 Rizzoli
venerdì, 29 gennaio 2010
Cioran
Tra I grandi pensatori del XX secolo da me più amati c’è il rumeno Cioran (1911 – 1995) con la sua nera scrittura attraversata da lampi sulfurei, la sua vita abissale, il suo sguardo che va oltre il disincanto e la disperazione: “Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione”. Sulla sua figura grava il peso dell’adesione giovanile alla Guardia di Ferro, errore che ancora molti anni dopo, nel 1973, in una lettera al fratello non si capacitava d’aver commesso: “L’epoca in cui ho scritto 'Trasfigurazione della Romania' è per me incredibilmente lontana. A volte mi domando se sia stato proprio io a scriverlo. In ogni caso, avrei fatto meglio ad andare a spasso nel parco di Sibiu… L’entusiasmo è una forma di delirio”. Il rimorso per avere tanto sbagliato è una delle chiavi per capire Cioran come bene illustra Patrice Bollon (in “Cioran l’hérétique”, pubblicato da Gallimard nel ’97), quando indaga su quella breve ma imbarazzante produzione dello scrittore rumeno. Altra protagonista, da non sottovalutare, della vita di Cioran, come lui stesso afferma, fu l’insonnia; e questo mi ricorda un altro grandissimo scrittore e grande insonne, Celine che scrisse “Il mio strazio, per me, è il sonno. Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto un rigo... “. Dell’insonnia di Cioran me ne parlò tempo fa – ne riferisco QUI – uno che lo frequentò e ha tradotto per Adelphi “Confessioni e anatemi”: Mario Bortolotto.
Non mi sorprende che a occuparsi di recente di quest’autore sia stato Antonio Castronuovo che per l’editore Liguori ha pubblicato uno dei saggi migliori scritti in Italia su Cioran e, forse, non solo in Italia. Titolo lapidario: Emil Michel Cioran. Non mi sorprende perché Castronuovo è scrittore, come dimostra la sua produzione, attento ad esplorare con lanterna sapiente angoli tenebrosi della storia, non solo letteraria, specie se abitati da personaggi che con la notte dell’esistenza si sono misurati. In questo libro, una serie di riflessioni acutissime sul pensiero di Cioran sono intercalate da frasi di Cioran stesso tratte da interviste e da suoi libri. Sicché il lettore (oltre ad essere stimolato a leggere le opere del grande rumeno) ha modo di scorrere, attraverso ragionati capitoli, tutte le piste dell’inferno cioraniano: dalla duplicità linguistica al negativo giudizio sulla Storia, dalla critica all’Utopia alle idee sul suicidio, dalla condanna della religione allo speciale rapporto col nichilismo.
A me che non amo (con pochissime eccezioni) il genere romanzesco contemporaneo, ancora una cosa a gloria di Cioran mi va di dirla (né è sfuggita a Castronuovo): mai ha scritto un romanzo. A differenza del suo amico Mircea Eliade (lui sì compromesso pesantemente col fascismo) che si macchiò della colpa di vari racconti e romanzi fra i quali il metafisico “Un’altra giovinezza” da cui ha tratto un pessimo film il pur bravissimo Francis Ford Coppola. Per una bibliografia di Castronuovo e una scheda sul libro: QUI. Antonio Castronuovo “Emil Michel Cioran” Pagine 112, Euro 11:90 Liguori
giovedì, 28 gennaio 2010
Adolescenti violenti
Diceva lo scrittore americano Ambrose Bierce: “L'adolescente è colui che sta lentamente guarendo dall'infanzia”. Mi sono ricordato di quell’aforisma leggendo Adolescenti violenti contro gli altri, contro se stessi. Pubblicato da Ponte alle Grazie, è scritto da un quartetto di psicoterapeuti: Elisa Balbi, Elena Boggiani, Michele Dolci, Giulia Rinaldi del Centro di Terapia Strategica di Arezzo diretto da Giorgio Nardone che del volume firma prefazione e postfazione.
Il libro contiene esempi di trattamento e trascrizioni di colloqui terapeutici riferiti a casi di comportamenti lesivi e autolesivi con protagonisti ragazzi in età adolescenziale. Trattandosi di un libro scientifico che s’ispira alla Terapia Strategica Breve, va sottolineato che le interessanti tesi terapeutiche sostenute, ovviamente, non sono le sole di cui dispone la psicoterapia contemporanea, ma rappresenta soltanto una delle scuole di pensiero e pratica nella cura dei conflitti. La violenza giovanile ha cause multifattoriali che troppo spesso, specie da frettolosi gazzettieri, sono viste e trattate in nome di fedi religiose o ideologiche, mentre il fenomeno è più complesso e richiede un approccio che tenga conto di tale complessità che va dall’organizzazione familiare agli ambienti fisici (si pensi a certe architetture delle periferie) all’uso e fruizione dei media, dalla rincorsa al successo incoraggiata da tanti politici e da tanta iconografia pubblicitaria fino al cattivo esempio d’impunità che molti esponenti della vita pubblica offrono frequentemente. Scrive Francesco Robustelli dell’Istituto di Psicologia del CNR: “La gente di solito dà per acquisito che sia naturale che un ragazzo desideri un motorino molto più di un libro. Ma bisogna invece rendersi conto di come attraverso la sistematica azione dei vari strumenti di condizionamento sociale si formano i desideri, le preferenze, le aspirazioni di un ragazzo. E aggiungiamo che indubbiamente una delle vie più proficue da seguire per capire l'escalation di violenza giovanile nei paesi industrializzati è l'analisi psicologica di tutti quegli adulti, e sono tanti, che si stupiscono di questa escalation [… ] da tutti gli adulti incapaci di ribellarsi ai sistemi di potere, i quali contribuiscono in modo determinante a produrre, con la loro passività, con la loro indifferenza, con la loro stupidità, la società in cui viviamo e in cui i giovani crescono e formano la loro personalità”. “Adolescenti violenti” con la molteplicità d’esempi che illustra mette bene in luce la complessità del problema, racconta come rabbia e aggressività sono modi con cui gli adolescenti cercano di comunicare, di dirci qualcosa. Elisa Balbi - Elena Boggiani - Michele Dolci - Giulia Rinaldi “Adolescenti violenti” Prefazione e postfazione di Giorgio Nardone Pagine 218, Euro 15.00 Ponte Alle Grazie
mercoledì, 27 gennaio 2010
Giornata della Memoria
La data fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i pochi superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo. I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager. Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura del libro I dieci di cui mi sono occupato tempo fa in queste pagine web. Ben vengano le numerose manifestazioni indette che, però, rischiano di diventare una Giornata, appunto, solo una Giornata. Consegnandosi così a ritualità che, come tutte le ritualità, spesso svuotano di significato ciò che si ricorda. Preferirei che invece di una Giornata con tante cose in cartello, la Shoah fosse ricordata, attraverso piccole, quotidiane cose. Perché tutti i giorni avvengono misfatti a sfondo razziale (con preoccupante crescita anche in Italia) che sono molto gravi e, spesso, trattati dai media con spazi inadeguati. Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui il presidente del Consiglio dei Ministri alla vigilia della Giornata della Memoria l’anno scorso raccontò barzellette sui lager.
martedì, 26 gennaio 2010
Non è 007
La casa editrice Ponte alle Grazie ha pubblicato un libro che merita attenzione sia per quanto espone e sia perché dell’agente segreto, così com’è visto da sempre dal cinema e dalla letteratura, spazza via impietosamente, e giustamente, miti romanzeschi e incauti ritratti di fantasia. Auto potenti e tecnologicamente attrezzate con armi da fantascienza? Donne bellissime? Lussuosi alberghi? Scordate tutto questo se volete capire davvero come vive un agente segreto e l’organizzazione cui appartiene. Non ricordo chi (mi pare Graham Greene, ma non ci giuro) disse: “La vita di chi spia? Anni di noia e minuti d’autentico terrore”. Ecco, forse questa frase fotografa meglio la questione.
Chi, invece, tratteggia un efficace, preciso, ritratto di quel lavoro è Aldo Giannuli in Come funzionano i servizi segreti Dalla tradizione dello spionaggio alle guerre non convenzionali del prossimo futuro. Aldo Giannuli (1952) è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. È stato consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi ed è salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una grande quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato ‘archivio della via Appia’. Ha scritto un libro ben più appassionante di qualsiasi romanzo perché nel fotografare strutture, ingranaggi, moduli operativi di quel mondo, sorregge la sua analisi con una molteplicità d’esempi attingendo dalle attività dei servizi non solo italiani, ma anche statunitensi, israeliani, inglesi, francesi, tedeschi, cinesi, vaticani… sì, anche vaticani. Inoltre, fornisce una bibliografia che permette al lettore interessato al tema di approfondire l’argomento indicandogli una grande quantità di testi italiani e stranieri. Partendo dallo spionaggio dalle origini fino alla società contemporanea, l’autore illustra come sono condotte le raccolte d’informazioni per poi inoltrarsi sulle attività operative che ne conseguono arrivando ai giorni nostri che vedono protagoniste le nuove tecnologie informatiche e affinarsi le tecniche di guerra psicologica (psywar) e informativa (infowar). Ho trovato con mia gioia confermata anche una cosa cui ho sempre pensato: non esistono “servizi deviati” perché i servizi, proprio per la loro natura, sono una deviazione del principio di legalità; e ancora che – come scrive Giannuli – “talvolta capita di leggere libri o anche proposte di legge che pretendono in introdurre la ‘trasparenza’ nella vita dei servizi o di circoscriverne i metodi d’azione in limiti rigorosamente legali”, ma, aggiungo io, che cosa diventerebbe un servizio segreto trasparente? Probabilmente una gag. “D’altra parte – ancora Giannuli – la prassi comune di tutti gli Stati attuali (anche quelli democratici e di diritto; degli altri ça va sans dire) è questa, e se un singolo Stato decidesse unilateralmente di attenersi rigorosamente a principi di legalità, si troverebbe rapidamente ridotto a mal partito. Dunque, la situazione, nelle condizioni vigenti, non ha vie d’uscita. Tuttavia ciò non autorizza a dimenticare che il problema esiste e che i servizi sono, costitutivamente, il maggior vulnus esistente all’ordinamento dello Stato di diritto”. Il volume termina con una divertente appendice intitolata ‘Cappuccino, brioche e intelligence’, cioè la lettura dei giornali fatta da un esperto appartenente ai servizi “di quelli che, più che fare a cazzotti, fanno analisi”. Chi fra i lettori del libro vuol porre domande può farlo rivolgendosi al blog dell’autore. Aldo Giannuli “Come funzionano i servizi segreti” Pagine 400, Euro 15.00 Ponte alle Grazie
lunedì, 25 gennaio 2010
NovoStilVecchio
Anni fa recensii con gioia di lettura Le sciamanicomiche di Paolo Borzi che ora, con la casa editrice Azimut, ha pubblicato NovoStilVecchio o Della metamorfosi delle pipe. In copertina, Adriana Merola propone un sotteso e colto richiamo (se non ho preso un abbaglio) a ‘Ceci n'est pas une pipe’ quadro dipinto nel 1928 da Magritte.
Giusta scelta per un libro che nega ammettendo e ammette negando. Ammette e nega, infatti, la letteratura attraverso un prosimetro che della clownerie d’inchiostro fa protagonista di magrittiana beffa. Con tutto il rispetto di questa recente prova di Borzi, preferisco la prima, cioè “Le sciamanicomiche”. In prefazione, scrive Franco Romanò: “Da Pulci a Ruzante, all’Aretino a Teofilo Folengo, per passare poi alla Commedia dell’Arte, a un certo Goldoni, per arrivare fino a Dario Fo, c’è un robusto filone di poesia e prosa che si fa sentire periodicamente, scoccando felicemente le sue frecce, alle volte con uno stile popolaresco, altre volte più colto, nelle terga dell’accademia letteraria. Paolo Borzi […] appartiene di diritto a questa schiera illustre e noncurante, popolaresca e aristocratica insieme”. In postfazione, Donato Di Stasi afferma: “Il macchinario linguistico di NovoStilVecchio gira e non si inceppa, illude ma non delude, nel senso che il mondo nuovo lasciato intravedere non esiste realmente, è solo fondato ontologicamente, tuttavia nei nostri tempi di carestia spirituale può bastare, eccome”. Paolo Borzi “Novostilvecchio” Prefazione di Franco Romanò Postfazione di Donato Di Stasi Pagine 95, Euro 12.50 Azimut
venerdì, 22 gennaio 2010
Foto dal finestrino
Anche i grandi possono dire delle cospicue castronerie. Ne volete un esempio? Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita... sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”. Pure il grandissimo Kafka, a proposito d’immagini riprodotte, ne disse una che, forse, oggi più non direbbe: “Se il cinema è una finestra sul mondo, ha le persiane di ferro”. Con Walter Benjamin, la musica cambia: “Non colui che ignora l'alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l'analfabeta del futuro”. Il grande architetto Ettore Sottsass della fotografia è stato cultore e indagatore di linguaggio, nei suoi viaggi mai mancava di mettere nella valigia una macchina fotografica. Morì, giovane di novant’anni, a Milano il 31 dicembre del 2007; secondo la sua volontà non ci furono funerali religiosi.
Adelphi ha mandato da poco in libreria un piccolo, prezioso volume, nella collana ‘Biblioteca minima’: Foto dal finestrino dal titolo della rubrica che, nata da un’idea di Stefano Boeri, Sottsass tenne sulla rivista Domus fra il 2003 e il 2006. Le foto e le vertiginose didascalie che le accompagnano formano una composizione verbovisiva nella quale immagini e parole interagiscono nella luce sulfurea di un grande teatro del mondo, occasione di riflessioni su logorate architetture di varie epoche (anche vicine a noi) e dell’umanità straziata che, effimera, le attraversa perché non c’è idea, per generosa che sia, capace di resistere al tempo.
Questo librino dalla sontuosa intelligenza si legge anche come un saggio sulla Bellezza interpretata in modo nuovo, aldilà delle varie scuole dello sguardo. Nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1967, Ettore Sottsass scriveva: …vorrei andarmene in un posto da solo a respirare, dove la gente sia meno sicura di sé, dove non faccia rumore camminare (per questo Ginsberg si mette le scarpe da tennis?), un po' mi piacerebbe spogliarmi nudo, sdraiarmi per terra, coprirmi di un lenzuolo e dire adesso basta, adesso andate tutti a quel paese. Questo avrei voglia di fare e non parlare della Bellezza. ... fin tanto che, a forza di silenzio e a forza di non crederci, sarà evidente che bisogna prenderla da un'altra parte. Ettore Sottsass “Foto dal finestrino” Pagine 80, Euro 8.00 Adelphi
mercoledì, 20 gennaio 2010
Il volontario
Esiste un terreno comune tra hitlerismo e stalinismo? “Lo Stato hitleriano e quello stalinista” – scrive Giovanni De Martis – “rappresentano l'esito degenerativo del concetto di Stato. Nato dall'esigenza di tutelare la vita dei cittadini lo Stato diviene nella versione staliniana e hitleriana lo strumento di selezione dei cittadini. Due ‘mitologie’ diverse che conducono ambedue a orrori innominabili. Sia lo stalinismo che il nazismo hanno un concetto di ‘purezza’ che per Hitler è sostanzialmente biologico-razziale mentre per Stalin è ideologica. Nell'uno e nell'altro caso non rientrare nei canoni delle ‘purezza’ significa incamminarsi verso il lager o verso il gulag". Una grande testimonianza data col proprio sangue a quell’orrore viene da Witold Pilecki la cui storia è raccontata da Marco Patricelli in Il volontario pubblicato da Laterza.
Pilecki è l’unico a essersi fatto rinchiudere volontariamente ad Auschwitz e tra i pochi a essere riuscito a evadere. Ha combattuto il nazismo ed è finito stritolato tra le fauci dello stalinismo. Il tenente di cavalleria Witold Pilecki nel 1940 ha 38 anni. Sotto falso nome si lascia arrestare, come fosse per caso, nel corso di una retata della Gestapo ed entra ad Auschwitz per raccontare al mondo cosa accade: il suo è il primo documento dai campi arrivato agli alleati. È abile, astuto e fortunato. Evade rocambolescamente nel 1943, poi si batte nell’insurrezione eroica e disperata di Varsavia del 1944, ma finisce nuovamente prigioniero dei tedeschi fino alla fine della guerra. Quando torna in Polonia, sa già che gli ideali per i quali ha speso i suoi anni e i suoi affetti non hanno trovato terreno fertile nella sua patria. È il tempo dell’Armata Rossa e dell’indottrinamento sovietico: tutto quello che Pilecki ha fatto non conta nulla per le autorità comuniste. È un uomo scomodo, un ‘traditore’, un ‘agente imperialista’, un ‘nemico del popolo’ da eliminare. Il suo destino è segnato: condannato tre volte a morte, viene giustiziato il 25 maggio 1948. Su di lui e sulle sue coraggiose imprese cala il silenzio. La “damnatio memoriae” è assoluta, vietato persino pronunciare il suo nome. Ancora oggi, a venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, i familiari ignorano dove sia sepolto. Per leggere un brano: QUI . Marco Patricelli “Il volontario” Pagine 303, Euro 20.00 Laterza
martedì, 19 gennaio 2010
Testi e pre-testi
La Fondazione Berardelli di Brescia inaugura la prima grande mostra antologica dedicata al poeta visivo, sonoro e performer Giovanni Fontana: Testi e pre-testi. E’ a cura di Melania Gazzotti e Nicole Zanoletti. Le prime tavole verbo-visuali di Fontana, in cui assembla parole e immagini provenienti da quotidiani e rotocalchi, risalgono al 1966. Si accorge ben presto che la tecnica del collage, intesa in senso classico, è limitante per le sue esigenze espressive. Nella realizzazione della serie delle ottanta tavole, che poi comporranno il libro d'artista ”Radio/Dramma”, unisce a immagini provenienti dal mondo della comunicazione di massa, brani dattiloscritti a cui sovrappone annotazioni, cancellature e disegni. La sua verve creativa lo spinge poi a superare i limiti imposti dalla parola scritta, per coinvolgere spazio, suono e gesto. Inizia così a cimentarsi con forme espressive legate all’ambito del teatro, del video e della sperimentazione audio per concentrarsi successivamente nella pratica della performance, nella quale riesce a racchiudere tutte le sue precedenti esperienze di attore, regista e poeta sonoro. Fontana non si riconosce, quindi, all'interno di una specifica corrente artistica e trovando limitante per sé l'appellativo di poeta visivo, preferisce definirsi un “poliartista”. Per differenziare la sua esperienza da quella verbo visuale conia il termine “poesia pre-testuale”: una nuova disciplina capace di servirsi di differenti linguaggi non necessariamente legati ad un unico abito. Negli ultimi trent'anni ha partecipato a più di seicento mostre collettive e ha proposto performance e installazioni video e sonore in centinaia di festival di nuova poesia e di arti elettroniche in tutto il mondo. Una sua composizione sonora QUI.
Ufficio stampa: Studio Pesci, Via San Vitale 27, Bologna Tel. 051 269267 - Fax 0512960748; info@studiopesci.it “Giovanni Fontana. Testi e pre-testi” Fondazione Berardelli Via Milano 107, Brescia Info: Tel. 030 313888; info@fondazioneberardelli.org Fino al 31 marzo 2010
lunedì, 18 gennaio 2010
Napoli per le strade
La casa editrice Azimut ha lanciato un interessante progetto: raccontare le città attraverso le sue strade con narrazioni che proprio da vie e quartieri prendano spunto e affidate, in prevalenza, a giovani autrici e autori. Dopo Milano, Roma, e una puntata in Brasile, ecco Napoli per le strade, volume a cura di Massimiliano Palmese che, lo ricordo ai più distratti, reduce da un notevole successo ottenuto con L’amante proibita (terzo classificato al Premio Strega del 2006, e, nello stesso anno, Premio Città di Santa Marinella per la sezione Romanzo), ha pubblicato l’anno scorso Pop Life. Il volume presenta ventuno racconti – fra i quali “Nino del Vomero” dello stesso curatore che affida a un cane chiamato Nino un’eroicomica escursione del quartiere del titolo – che modulano stili diversi di scrittura, intonazioni che vanno dal drammatico al grottesco, ma tutti rispondono a un esercizio linguistico che vede il dialetto sotteso alla lingua nazionale (sia per vocaboli sia per cadenze), e tutti riflettono lo stato di disagio di una città. Napoli: fatiscente e lussuosa, attraversata da segni di vitalità lambiti dalla morte, vivace in occasionali ribellioni, vista attraverso personaggi immersi in una notte sociale senza prezzo e senza pace. Il libro contiene le biografie degli autori dalle quali si desume che parecchi sono al debutto e, comunque, anche i più collaudati appartengono a giovane età.
Per approfondire e conoscere i nomi degli scrittori, c’è una scheda QUI. I proventi delle vendite saranno devoluti all’Ospedale pediatrico “Santobono” di Napoli. “Napoli per le strade” a cura di Massimiliano Palmese Pagine 200, Euro 12.00 Azimut
venerdì, 15 gennaio 2010
Viesse cum Gaudio
Talvolta questa rubrica web si occupa anche di libri usciti qualche tempo fa e che, a mio parere, meriterebbero d’essere rintracciati e letti. E’ il caso di due librini, colti e birichini, scritti da V. S. Gaudio (non chiedetemi l’estensione di quelle due lettere puntate, non la conosco). Dell’autore posso solo riferire quanto apprendo su Internet: V. S. Gaudio, saggista, esperto di giochi, articolista pataludico e titolare di rubriche per quindici anni della Walt Disney Company; ha pubblicato “La 22aRivoluzione Solare” (1974), “Sindromi Stilistiche” (1978), “Lavori dal desiderio” (1978), ”L’ascesi della passione del Re di Coppe” (1979), “Lebenswelt” (1981), “Stimmung” (1984), “Hit Parade dello Zodiaco” (1991), e due bootleg: “Manualetto della Manomorta” (1997), e “Oggetti d’amore” (1998). Giornalista freelance dagli anni settanta, ha fatto anche satira per “Linus”, “la Repubblica”, ”Tango”. Le sapide pagine che ricordo oggi, appartengono a un incrocio fra la letteratura libertina di tradizione settecentesca e quella eroicomica in cui grandi gesta sono messe in ridicolo mentre eventi banali sono resi con magniloquenza.
I titoli la dicono già lunga: Manualetto della mano morta variazioni sull’approccio tattile e Oggetti d’Amore somatologia dell’immagine e del sex-appeal. Diceva Enrique J. de Poncela: “Ciò che veramente desidera chi chiede la mano di una donna, è il resto del corpo”. Altri, più prosaicamente, toccano con la propria mano parti del corpo desiderato. E così Gaudio c’informa sugli “items del Contatto, della Carezza e Fattori Cinestetici” che accompagnano quel gesto, oggi più di ieri vituperato, portato anche in tribunale quando, non gradito, è visto come molestia sessuale. Attenti, perché la cosa può anche aggravarsi diventando violenza sessuale come nel marzo dell’anno scorso ha stabilito la Cassazione, confermando la condanna a un 44enne di Pisa, Luigi Z., colpevole di avere ‘fatto toccamenti lascivi sul fondoschiena di una ragazza e cercato di infilare una mano in mezzo alle gambe dell'amica’; inutile l’appassionata arringa del difensore volta a sostituire la condanna per violenza sessuale in quella, più lieve, di molestie affermando che la ragazza “indossava un cappotto lungo e non avrebbe potuto percepire la pur colpevole mano morta di Luigi Z.”. A mio avviso, però, più molesta ancora è la cosiddetta “mano morta ecclesiastica”, se non sapete di che cosa si tratta, consultate Wikipedia QUI. In “Oggetti d’amore” leggiamo un’escursione su corpi femminili resi famosi dai media, corpi-simulacro che, come dice Edgar Morin, “unifica l’industria dell’anima e l’industria dell’eros”. Per meglio intenderci, ecco alcuni titoli dei capitoli: “Loredana Bertè, il rock del gluteo”, “L’alluce di Georges Bataille e il culo di Nadia Cassini”, “Nathalie Wood, il programma Master&Jonson e il matrimonio con Giovanni Raboni”, “Milly Carlucci e il profilattico di Michel Foucault” e, inoltre, indici morfologici per una somatologia dell’Immagine. Feste di pagina che irridendo dicono cose che molti tentano di dire, talvolta senza riuscirvi, con serissimi saggi pubblicati da grandi sigle editoriali. L’editore – Scipioni – non ha un proprio sito web, ma posso fornirne a chi è interessato l’indirizzo: Loc. Valle dell’Aia, 01018 Valentano (Vt), Tel: 0761 – 45 36 86. Il costo di ciascuno dei due volumetti, riportato in lire, è di 4000.
giovedì, 14 gennaio 2010
Senza fissa dimora
Ancora prima di scrivere Mamadou va a morire, a 22 anni, Gabriele Del Grande propose a se stesso una singolare esperienza: vivere venti giorni tra gli esclusi di Roma, i cosiddetti homeless che oltre a perdere una casa, un lavoro, hanno perduto la loro identità. Sicché “… alcuni li riconosci da quanto sono trasandati, altri non lo diresti mai, sono vestiti bene, hanno il telefonino…”. E’ nato così un reportage come raramente oggi vengono fatti, direttamente sul campo, condividendo i disagi di un’umanità smarrita ed esclusa.
Scrive Stefano Trasatti in prefazione Il tema non era – e non è – di quelli che più suscitano interesse di chi fa i libri e i giornali. Anzi, era proprio l’ultimo dei soggetti che uno si sognerebbe di proporre: così ruvido, squallido, privo di storie edificanti e di appigli per fare spettacolo, il mondo dei senza dimora, di quelli che, “seduti ai lati della strada, guardano la gente passare, come ai bordi di un fiume”, non era proprio sexy, come direbbero i guru della comunicazione.
E’ stata la casa editrice Infinito – molto attenta a rilevare i drammatici disagi sociali di casa nostra e di altri paesi – a pubblicare Roma senza fissa dimora un viaggio nella città degli emarginati. Le avventure vissute da Del Grande in quei giorni – riferite con secca scrittura, senza compiacimenti letterari – svelano un mondo di violenze su quelle donne e su quegli uomini indifesi e anche fra loro perché la ferinità della società travasa pure nelle menti di quegli esclusi. Accanto ad episodi di solidarietà, infatti, l’autore descrive anche lotte determinate da sospetti, gelosie, vendette. La strada non perdona, è retorica - scrive Maksim Cristan in postfazione – Il testo di Gabriele è un viaggio ‘low cost’, per tutti, si spera, io lo spero, viaggiare chiarisce gli occhi, lo disse Gibran, ci vuole doppia follia per metterlo in dubbio. E qui, della follia, non c’è un rigo solo. Quello che il mondo chiama follia, è un luogo d’animo dove se non c’infili il muso almeno una volta, rischi di rimanere solamente un terrestre a vita. Interessante un’intervista che segnalo QUI di Susanna Dolci con Del Grande. L'autore in retrocopertina offre ai lettori la sua mail: gabriele_delgrande@yahoo.it Per una scheda sul libro: CLIC! Gabriele Del Grande “Roma senza fissa dimora” Prefazione di Stefano Trasatti Postfazione di Maksim Cristian Pagine 110, Euro 11.00 Infinito Edizioni
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