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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Cani & Gatti

Apro questa riflessione su di un libro di Editoriale Scienza con Ode al Cane di Pablo Neruda.

Se portassi un gatto con me lo sfrutterei, se lasciassi a casa il cane lo maltratterei. Non si tratta di dare diritti universali ai diversi, ma di riconoscere diritti alla diversità.
Così scrive l’etologo Roberto Marchesini.
Nelle nostre case vivono sette milioni di cani e sette milioni mezzo di gatti.
Ancora più numerosi gli animali acquatici, tra pesciolini rossi ed esemplari più esotici, nei nostri acquari ci sono non meno di trenta milioni di esemplari.
Almeno 13 milioni gli uccellini ospitati dalle famiglie italiane. E i roditori? Quasi due milioni. E ancora: tra iguane, tartarughe e serpenti, è stata calcolata l’esistenza nelle case di un milione e mezzo di rettili.
Queste sono cifre che estraggo dal più recente rapporto Assalco-Zoomark, redatto alla fine del 2015, è possibile, quindi, che, viste le tendenze illustrate in quel rapporto, quelle cifre possano essere a oggi approssimate per difetto.
Siamo un popolo che ama gli animali? Più sì che no, ma non mancano, purtroppo, molti episodi di crudeltà. Alcuni dovuti alla voracità di profittatori che importano o esportano animali in condizioni terribili, altri in quei circhi equestri che non rispettano le leggi previste, o, ad esempio, da delinquenti che organizzano combattimenti fra cani, per non dire della tormentata questione della vivisezione.
Cose tutte che sono il doloroso risultato della dottrina cristiana sugli animali di Cartesio che ha determinato lo specismo, termine coniato dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali” (1973).
Ancora una cosa sul tema di queste sofferenze. Molti stupratori e serial killer hanno sfogato durante l'infanzia il loro desiderio/bisogno di torturare animali; ecco un interessante intervento su queste angosciose vicende.
Come fare per evitare che tutto questo accada?
Ancora una volta, è la scuola ad essere coinvolta anche in questo còmpito.
Non la “buona scuola” renziana, in parte naufragata e in parte riproposta senza vergogna dal governo di Gentirenziloni, ma una scuola vera, seria, che abbia coscienza dell’importante ruolo che ha nella società, ruolo che è onorato solo da tantissimi, malpagati, insegnanti.

Un grande aiuto alla scuola e, visto il tema di cui ci stiamo occupando, sul nostro rapporto con gli animali non umani, può essere fornito, tra i media, dall’editoria.
Còmpito ben svolto da Editoriale Scienza di cui oggi segnalo Cani & Gatti sotto la lente della scienza.
Questo libro – pubblicato in occasione dell’Expo parigina “Chiens & Cats” – è collegato ad una serie di audiovisivi realizzata da Antonio Fischetti.
Dei nostri amici (affinché tali siano) sono illustrate abitudini, comportamenti, segnali vocali, altre comunicazioni talvolta molto sottili perciò di difficile interpretazione.
Merito del libro è anche quello di chiarire un ricorrente equivoco: considerare il cane e il gatto animali domestici che avendo quattro zampe abbiano gli stessi caratteri. Niente di più sbagliato. Sono diversissimi. Vanno, quindi, capiti e trattati in modi assai diversi. Il libro – consigliato da 9 anni in su – è un ottima guida per educare noi stessi ad essere buoni compagni di quei cari quadrupedi.

Avviandomi alla conclusione di queste righe, mi piace citare, come ho fatto in apertura, un altro pensiero di Marchesini: L’essere umano fa fatica a comprendere la socialità sia del gatto sia del cane, per cui impropriamente dà dell’opportunista al primo e dell’ossequioso al secondo.
Il problema è sempre lo stesso: non siamo la misura del mondo
.

E, per chiudere, ecco, ancora come in apertura, altri versi di Neruda in Ode al Gatto.
Stavolta, se chiuso, aprite l’audio del computer perché i versi sono recitati.

Antonio Fischetti
Cani & Gatti
ill. di Sébastien Mourrain
traduzioni di Hèléne Stavro
pagine 64, euro 16.90
Editoriale Scienza


Realtà Virtuale al Macro

Ne è passato di tempo dall’epoca del Sensorama che può essere considerato l’antenato delle tecniche le quali permettono oggi la realtà virtuale.
Realtà che propone non solo nuove esperienze sensoriali, non soltanto teorie estetiche, ma agisce anche temi filosofici attinenti alla coscienza, alla percezione, all’alterità.
Nell’area del pensiero post-umanista (si pensi, ad esempio, a Nick Bostrom, David Pearce, Eric Drexler, Max Moore) sorgono sul tema le riflessioni più vertiginose mentre Kevin Warwick, autore del Cyborg Project, dall'Università di Reading, sostiene che se ci sarà un prossimo passaggio dell’evoluzione più non apparterrà ad un libro di biologia ma d’informatica.
È stato detto – non ricordo la fonte, e perciò mi scuso di non citarla – che nella realtà virtuale più non ci sono un oggetto e un soggetto, è l’interattività che li sostituisce: l’individuo diventa la rete.

Un’occasione per fruire di tale tecnica immersiva è data dal Macro di Roma che martedì 24, alle 17.30 propone per un solo pomeriggio una rivisitazione della mostra (chiusa il 2 ottobre 2016) Dall'oggi al domani. 24 ore nell'arte contemporanea curata da Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo che interverranno insieme con Pasquale Enrico Stassi responsabile della comunicazione per il Macro, Marisa Giurdanella dell’Ufficio Cultura della Provincia autonoma di Bolzano Alto Adige; Alessandro Rizzi per lo sviluppo della Realtà Virtuale; Nicolette Mandarano, digital media curator per musei e istituzioni culturali; Paola Castellucci docente di Documentazione / Storia e teoria dell’informazione alla Sapienza, Francesco Palumbo, Direttore generale del Turismo al Mibact.
L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio del Dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo della Sapienza Università di Roma.
Questa visita alla mostra in versione realtà virtuale, sarà esplorabile attraverso appositi visori Oculus Rift che consentono di muoversi negli spazi dell’esposizione, girare intorno alle installazioni, fermarsi sulle pareti, avere una visione d’insieme e di dettaglio di circa venti opere fra quelle esposte. Un percorso che consente di ricollocare ogni opera nel luogo in cui si trovava, di coglierne le relazioni di vicinanza con le altre. Una connessione che l’esplorazione virtuale può di nuovo suggerire, ponendosi come veicolo attraverso cui serbare la memoria di un evento temporaneo, come appunto una mostra.

Va ricordato che realizzata in collaborazione con la Ripartizione Cultura della Provincia Autonoma di Bolzano, la versione in Realtà Virtuale della mostra romana è visitabile presso il Centro Trevi di Bolzano, fino al mese di maggio 2017, all’interno dei progetto multimediale Il Cerchio dell’Arte, giunto alla IV edizione con mostre modulate fra reale e virtuale, che propongono continue sperimentazioni sugli scambi fra arte, tecnologie, comunicazione e didattica, con utilizzo di proiezioni immersive, tavoli touch, tablet e realtà virtuale.
La mostra in corso fino a maggio 2017, intitolata Tempo & Denaro (a cura di Antonella Sbrilli e Maria Stella Bottai, realizzata in collaborazione con Macro e Dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo della Sapienza), indaga un ulteriore aspetto del tempo nell’arte contemporanea, legato al denaro e alla finanza, creando un ideale dialogo a distanza tra le due sedi espositive del Macro di Roma e del Centro Trevi di Bolzano.

Un’idea da sostenere è da tempo espressa da Antonella Sbrilli che suggerisce di curare per le mostre – specialmente quelle di lunga durata e largo impegno economico – una versione in realtà virtuale che consenta di serbare e offrire memoria dell’avvenimento anche a distanza di tempo dalla chiusura di quelle esposizioni.

La realizzazione tecnica in VR a Bolzano e nella trasferta romana è a cura di Smart3K di Trento con Practix S.r.l. di Rovereto

Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura; stampa.macro@comune.roma.it
Patrizia Morici: T. +39 06 82 07 73 71 / M. +39 348 54 86 548 p.morici@zetema.it
con Federica Nastasia: f.nastasia@zetema.it ; T. +39 06 82 07 74 29


Meditazioni sullo Scorpione

Era il 1984 quando la casa editrice Adelphi cominciò, a cura di Giovanni Pacchiano la pubblicazione delle opere del critico, saggista e poeta Sergio Solmi (Rieti, 16 dicembre 1899 – Milano, 7 ottobre 1981).
Il primo dei sei libri succedutesi negli anni, si apriva con le seguenti parole: «Con questo volume diamo inizio alla pubblicazione delle Opere di Sergio Solmi, impresa che si propone non solo di presentare sotto un’unica veste scritti che hanno molto sofferto per la dispersione dei luoghi in cui apparivano, ma vuole soprattutto rivendicare l’opera di Solmi come una delle più alte e durature di tutta la nostra letteratura del Novecento».
Solmi, laureato in legge a Torino (lavorerà per tutta la vita come avvocato e consulente giuridico alla Banca Commerciale Italiana), formatosi nell’ambiente gobettiano, collaboratore della ”Rivoluzione liberale”, parteciperà alla Resistenza e dall’esperienza della detenzione che patì nascerà “Aprile a S. Vittore” una delle espressioni più intense della poesia partigiana.
Ora Adelphi ripubblica le prose Meditazioni sullo Scorpione dove accanto a una sensibilità razionalmente governata, cifra inconfondibile anche nella sua opera di critico, scatta talvolta un’aspra indignatio.
“Meditazioni sullo Scorpione, forse il suo libro più sincero (vale a dire il meno letterario)” – come ben scrive Dario Lodi – “riflette il suo stile di scrittura al servizio di riflessioni radicali, onoranti la figura umana. Lo scrittore si rivela un elzerivista impeccabile, capace di provocare rare suggestioni intellettuali, ancora più raramente scontate”.

Qualche perla.
La mia vita passò in una luce ferma di tramonto, accogliendo le mute confidenze delle statue, più commosse d’ogni umana parola, e fu simile a un’astratta fanciullezza, che si perpetuava nell’oblio dei giorni.

Spesso si trovano riferimenti al sonno, al sogno e all’insonnia.
Il ritmo dialettico della vita si riduce ai termini di veglia e sonno, accogliere e rifiutare. In ogni nostro pensiero ci addormentiamo e svegliamo insieme, accogliamo qualcosa e perciò tutto il resto rifiutiamo.

Il libro di Adelphi è accompagnato da una nota di Domenico Porzio che scrisse: «Queste prose di varia materia e ispirazione, scritte dal 1925 a oggi e che hanno, stando all'avvertenza dell'autore, come filo unitario il loro carattere ambiguo, “oscillante tra l'asciuttezza dell'aforisma e il pieno abbandono del colore”, sono senza dubbio, per nitore formale e magia delle illuminazioni che le sorreggono, tra le pagine più belle donate in questi ultimi anni alla nostra letteratura. Bisogna pensare, come modelli, a certe prose di Valéry e di Alain, per ritrovare un uguale gusto di scelta, di invenzione e di stile; bisogna, inoltre, riferirsi a certe “variazioni” di Borges per cogliere un esempio simmetrico di trasparenza linguistica e di calcolate distillazioni di contenuti fantastici e morali».

Sergio Solmi
Meditazioni sullo Scorpione
Pagine 157, Euro 12.00
Adelphi


Uno spadaccino ultracentenario


Si tratta del Cyrano uscito col suo lungo naso dal calamaio del poeta e drammaturgo francese Edmond Rostand. Questi nacque a Marsiglia il 1º aprile 1868 e morì a Parigi il 2 dicembre 1918.
Se Cyrano avesse da spegnere oggi le candeline sulla torta di compleanno sarebbe impresa polmonare non da poco perché su quel dolce se ne conterebbero 120.
Il Cyrano, infatti, fu rappresentato per la prima volta il 28 dicembre del 1897 al Théâtre de la Porte-Sain-Martin di Parigi, avendo come protagonista un celebre attore del tempo, Benoît-Constant Coquelin che lo aveva commissionato a Rostand non senza sprezzo del pericolo perché quell’autore era reduce da un colossale fiasco avvenuto alla Comédie-Française con il lavoro intitolato “Le deus Pierrots”.
Coquelin, però, vide premiato il suo coraggio, il Cyrano ebbe successo arrivando addirittura a 410 repliche e il suo autore venne poi insignito della Legion d'onore ed eletto membro dell'Académie française.
Una curiosità: Il Cyranno di Rostand ha un tenebroso coetaneo, Dracula, nato, infatti, nel 1897 dalla fantasia dell’irlandese Bram Stoker.

Cyrano, è uno di quei personaggi anfibi perché dalle due vite: una storica ed una di fantasia. Arrossisca, quindi, su di una guancia sola (e non per effetto di una cinquina) quel qualcuno che pensa Cyano come un’invenzione di Rostand; in realtà è figura storica, il suo nome per esteso fu Savinien Cyrano de Bergerac, nato a Parigi nel 1619 (ma questa data proprio sicura non è) e morto a Sannois nel 1655.
Temperamento bizzarro e fantasioso, discendeva da un'antica famiglia parigina di piccola nobiltà. Stabilitosi a Parigi, lesse le opere di filosofi e artisti in odore di eresia come Campanella, e ancora il Moro, il Castiglione e Luciano, che costituirono anche la base e l'ispirazione delle sue opere fantastiche. È ritenuto, infatti, un precursore della fantascienza specialmente per i suoi libri “L'altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna” e “Gli stati e imperi del sole”.
Fin dai vent’anni fu valente spadaccino ma morì in casa di un cugino per le ferite riportate non durante un duello bensì per la caduta di una trave.
Wikipedia così riassume la sua figura controversa: “è stato considerato alternativamente un martire del libero pensiero (Paul Lacroix), uno scienziato incompreso (Pierre Juppont), un libertino senz'arte né parte (Frédéric Lachèvre), un razionalista militante (Weber) e perfino un alchimista e un iniziato (Eugène Canseliet).


Oggi a distanza di 120 anni, nella sua versione originale in versi, il dramma di Edmond Rostand torna in scena a Roma al Teatro Stanze Segrete.
A proporre il lavoro, partendo dalla versione originale, è Darkside LabTheatre Company di Matteo Fasanella, regista e in scena con Virna Zorzan, Gianpiero Botta, Antonio Coppola, Michele Prosperi, Leonardo Iacuzio.

Dal comunicato stampa.
“Una compagnia under 30, che già si è fatta notare negli anni passati con progetti di qualità e che inaugura il 2017 con una vera e propria sfida: riportare in scena il Cyrano De Bergerac nella sua versione originale in versi.
A farla da padrone, ovviamente - forte della poetica narrazione in versi - è una delle storie d'amore più belle che la letteratura abbia mai creato: l'amore, il genio, le virtù, l'uomo.
La lucidità del personaggio maschile, viene ingannata dall’amore, che mette a nudo le fragilità di un uomo quasi perfetto, aldilà delle sue famigerate carenze fisiche. "Chi la vide sorridere conobbe l'ideale": un ideale che porta Cyrano alla consapevolezza della sconfitta, ed egli affida il suo genio a un uomo che è in grado di soddisfare tutti i suoi sogni.
"Se mi par che vi sia di speranza un'ombra, un'ombra sola": la speranza, meravigliosa e vana, induce Cyrano a rendere questo amore, forse unico, palpitante. Egli utilizza tutte le sue virtù senza però mai slegarsi dalla maschera che lo protegge. Ne rimane talmente vincolato che, anche quando la verità viene a galla, preferisce immolarsi e concedersi alla sua vera musa ispiratrice: la libertà”.

Ufficio Stampa HF 4
Marta Volterra: marta.volterra@hf4.it ; 340 - 96.900.12

Cyrano De Bergerac
di Edmond Rostand
Regia di Matteo Fasanella
Produzione: Stefano Sbarluzzi.
Teatro Stanze Segrete
Via della Penitenza 3, Roma
Info e prenotazioni: 06 - 6872690
Dal 20 gennaio al 19 febbraio


La cultura in trasformazione


D’innovazione e trasformazione della cultura, dei suoi nuovi contenuti, delle ricadute sulla creatività e la produttività, se ne parla parecchio, se ne scrive altrettanto, non pochi i convegni di studio sull’argomento, ma, nella grande maggioranza dei casi, gli interventi soffrono di solipsismo, ciascuno racconta esperienze settoriali che si esauriscono in un pernicioso soggettivismo.
La prima caratteristica, invece, del lavoro culturale dei nostri giorni è proprio l’interdisciplinarietà, la miscelazione dei saperi, la contaminazione dei vissuti operativi.
In Italia, si è posto il problema di analizzare la produzione culturale per renderla pratica di vita e di mercato l’Associazione cheFare nata nel 2012 come bando da 100.000 euro per progetti culturali innovativi.
Dal 2014 è un’organizzazione indipendente non-profit, fondata da Tiziano Bonini, Marianna De Martin, Francesco Franceschi, Giacomo Giossi, Marco Liberatore, Bertram Niessen, Valeria Verdolini.
Dal dicembre ’14 cheFare si occupa di “produrre e aggregare pratiche concrete e riflessioni teoriche sui mutamenti culturali in corso e su quelli ai quali andremo incontro nei prossimi anni”.

Ora minimum fax ha pubblicato La cultura in trasformazione L'innovazione e i suoi processi a cura dell’associazione.
Il libro è nato dopo 5 anni di lavoro sulla trasformazione culturale; 3 bandi nazionali; 1.800 partecipanti e 170.000 votanti da tutta Italia; 350.000 euro di premi alle organizzazioni culturali innovative; centinaia di articoli pubblicati su www.che-fare.com e altrettante centinaia d’incontri con le realtà grandi e piccole che producono cultura sui territori.
L’hanno scritto Alessandro Bollo, Roberto Casati, Paola Dubini, Vincenzo Latronico, Gianfranco Marrone, Ivana Pais, Christian Raimo, Jacopo Tondelli, con l’introduzione di Marco Liberatore e Bertram Niessen.

Il volume ha una struttura in tre parti.
Nella prima (“Raccontare l’innovazione culturale”), sono agite idee attinenti il giornalismo e l’editoria.
Nella seconda (“Riflessioni sullo stato della cultura”) si ragiona sul pressapochismo specialistico, sul ruolo – talvolta incerto – delle università, sulle nuove figure professionali, sulla rivendicazione dei valori artigianali della cultura.
Il libro nella terza e ultima parte (“Nuove mappe per nuovi mondi”) esplora i confini magnetici della trasformazione in atto.
Una trasformazione che, mi sembra, passi per il polo identità-alterità e la cui possibilità di rendere virtuosa quell’opposizione ci proviene originalmente da Hans-Georg Gadamer (1900-2002), il fondatore dell’ermeneutica filosofica.

Mi piace qui riportare un passaggio dall’Introduzione di Marco Liberatore e Bertrand Niessen.
«Chi ha bisogno di un fotografo professionista, quando in rete si trovano archivi sterminati di immagini gratuite o a basso prezzo? E perché affidarsi a costose agenzie di comunicazione, quando per poche centinaia di euro è possibile indire gare su piattaforme di crowdsourcing che permettono di scegliere tra una pletora di designer affamati e pronti a offrire prezzi stracciati?
L’intellettuale, inteso come figura critica, organica alle industrie culturali e alla politica, è qualcosa di ormai molto lontano nel tempo. Tra quanti si muovono fra le vestigia delle industrie culturali del Novecento proliferano nuovi tentativi di denominazione, da “operatore culturale” a “lavoratore cognitivo”. Si tratta di figure che operano nel mondo della cultura sempre più spesso come freelance, passando di progetto in progetto senza necessariamente identificarsi con i committenti. Sono percorsi imprevedibili che portano ad acquisire continuamente competenze interdisciplinari, in movimento tra le dimensioni della comunicazione e della riflessione critica».

A cura di cheFare
La cultura in trasformazione
Pagine 145, Euro 11.00
minimum fax


Manganelli, o l'inutile necessità della letteratura (1)

Da appassionato lettore di Giorgio Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990), ho letto anche vari saggi su quel grande scrittore, eppure poche volte ho ricevuto tante illuminazioni su quella magmatica scrittura quante ne ho ricavate dal libro Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura.

Se amate il Manga (qui in un ritratto di Tullio Pericoli), o se poco lo conoscete, non fatevi mancare quel libro, mi ringrazierete.
Nel primo caso capirete meglio ancora le ragioni di quell’amore, nel secondo sarete spinti a leggere altre opere ancora non lette di Manganelli.
L’autrice di quelle pagine è Anna Longoni.
Affianca percorsi di ricerca nell’ambito della cultura medievale a studi sul Novecento letterario.
Tra i suoi lavori, l’edizione critica del Liber scale Machometi (BUR, 2012) e la pubblicazione degli scritti di Ennio Flaiano, a partire dai due volumi delle opere curati con Maria Corti (Bompiani, 1988-90), seguiti dall’epistolario Soltanto le parole, (Bompiani, 1995); per Adelphi: “Opere scelte”, “Il gioco e il massacro”.
Si registra, inoltre, la curatela di singoli testi per diversi editori.
Questo sito ospita sue riflessioni sul profilo letterario di Flaiano in un’intervista apparsa in occasione della pubblicazione adelphiana “Lo spettatore addormentato”.

Come scrissi in un’altra occasione, Manganelli sta in una posizione da equilibrista su filo teso fra nuvole; lo amo soprattutto perché a proposito della narratività esercitò la sua vena ironico-umoristica specialmente in “Centuria” - ‘Cento piccoli romanzi fiume’, recita il sottotitolo di quel suo volume – che entusiasmò Italo Calvino.
Vena ironica che si condensò in uno dei suoi più famosi aforismi: «Ogni libro che abbia sulla copertina la parola 'romanzo' nasconde qualcosa di losco».
Questo saggio della Longoni – poderoso come pochi, tengo a ripeterlo – attraversa i testi manganelliani viaggiando in una cartografia nella quale le coordinate geografiche servono a identificare univocamente luoghi smarriti, ne illuminano la sua scrittura musicale che va dall’Improvviso al Capriccio.

Dalla presentazione editoriale.
“Protagonista della vita intellettuale del secondo Novecento, impegnato su più fronti come traduttore, recensore, corsivista, consulente editoriale, e per alcuni anni anche professore di Letteratura, Giorgio Manganelli si rivela fin dal suo testo d’esordio (Hilarotragoedia,1964) uno scrittore unico per l’originalità con cui rivisita i generi letterari, per la sorvegliata intensità espressiva delle sue pagine e per la forza della riflessione che accompagna costantemente la pratica della scrittura. Prendendo le mosse da alcuni nodi della biografia, il volume ripercorre i diversi capitoli della sua produzione: i momenti teorici dedicati al gesto sacro e menzognero dello scrivere (e del leggere); la sperimentazione e le provocazioni delle pagine creative; lo sguardo sul reale dei corsivi e dei racconti di viaggio. Ne emerge il ritratto di un autore che, nutrito dell’«amara sapienza dell’ombra», ha saputo trasformare la fatica dell’esistere nel gesto rituale da offrire al dio ridicolo e sconcio della Letteratura, e con lui ridere di sé e del mondo”.

Segue ora un incontro con Anna Longoni.


Manganelli, o l'inutile necessità della letteratura (2)


Ad Anna Longoni ho rivolto alcune domande.

Sei una studiosa della cultura medievale e della cultura letteraria del ‘900.
Com’è avvenuta in te questa duplicità d’interessi fra epoche tanto lontane fra loro?

Sulle orme di Maria Corti, indimenticata maestra, che nei suoi corsi passava da rigorose lezioni sulle fonti filosofiche di Dante alle provocazioni linguistiche e musicali degli Skiantos: il suo lavoro di ricerca si è sempre mosso su percorsi paralleli che, da una parte, la portavano a indagare autori e testi del passato e, dall’altra, la vedevano attenta osservatrice del presente letterario da cui, diceva, ci si deve sempre fare interrogare perché, e questo è stato un importante insegnamento, compito di ogni studioso è sempre quello di capire (e aiutare a capire) il proprio tempo.

Veniamo al tuo recente libro su Manganelli.
Che cosa ti affascina delle sue pagine tanto da dedicargli un così cospicuo saggio?

Le pagine di Manganelli sono attraversate, come scrisse Luciano Anceschi dopo la lettura di «Discorso dell’ombra e dello stemma», da “un’intensità verbale veramente rara”; alcune sue opere sono costruite come un erudito saggio barocco, altre sono segnate da un alto tasso di visionarietà: ma formalismo ed erudizione, surreale e dimensione onirica, affondano le loro radici nell'autenticità di una biografia che, seppur sotto mentite spoglie, è sempre riconoscibile nella sua scrittura, ed è questo che lo rende scrittore così straordinario. La sua pagina si rivela, per usare un'immagine a lui cara, la superficie di uno specchio che riflette la profondità dell'esistenza (dell’autore e del lettore). È raro trovare un cosi rigoroso formalista che abbia tanto "sporcato" di vita le proprie pagine.

Al titolo “Manganelli” segue “o l’inutile necessità della letteratura”?
Perché hai scelto quel sottotitolo?

Si tratta di uno dei molti ossimori che accompagnano (e sostanziano) le riflessioni di Manganelli. Proclamare l'inutilità della letteratura era per lui l'unico modo per garantirle il massimo della libertà: la filosofia, la morale, la scienza, sono discipline "utili" perché, scriveva, danno risposte precise a domande precise. La letteratura, al contrario, non deve servire a nulla, non deve dare risposte: solo così infatti può sottrarsi alle categorie di vero/falso, bene/male, che la imprigionerebbero in una gabbia ideologica; solo così può mantenersi libera e può continuare a parlare ai lettori, che non smetteranno mai di interrogarla grazie al fatto che le domande che le rivolgono non troveranno risposte definitive. La letteratura è necessaria perché le parole di cui è fatta sono le sole che permettono di attraversare quello specchio di cui si è detto prima: una volta arrivati al di là, si potrà vivere la propria esistenza come una cerimonia, un rito che, pur non svelando il suo mistero, e soprattutto pur non cancellando il dolore, impedisce alla sofferenza di "sbriciolare” la vita.

Perché – come scrivi – “dalla lettura dei suoi testi non si esce mai uguali a come si è entrati”?

Il lettore di Manganelli si trova spesso a fare i conti con una indubbia difficoltà interpretativa, che non si risolve scoprendo il significato di un raro arcaismo o una fonte nascosta. Le sue pagine sono segnate dall'oscurità propria dell'enigma: il lettore, se non trova la chiave per scoprirne il significato, nell'affrontare la sfida della sua risoluzione scopre legami inaspettati tra le cose del mondo (questa è la definizione, ben nota al nostro autore, che Aristotele dà dell'enigma: dire cose reali collegando cose impossibili).
Manganelli era affascinato dalla tecnica pittorica dell'anamorfosi: come accade di fronte a quel tipo di disegno, che si rivela solo se chi lo guarda trova il giusto punto di osservazione, la lettura dei suoi testi, se non ci svela verità (al massimo menzogne) ci avverte della necessità di fare un passo di lato e (condividendo la medesima funzione che Manganelli riconosceva alla psicanalisi) ci costringe a cambiare il nostro punto di vista sul mondo e su noi stessi
.

Anna Longoni
Giorgio Manganelli
Pagine 264, Euro 25.00
Carocci Editore


Nuova ristampa di "Orlando" (1)


“L’opera più intensa di Virginia Woolf, una delle più originali della nostra epoca”.
Così Jorge Luis Borges la pensava su Orlando di Virginia Woolf (Londra 1882 – Rodmeil 1941, QUI la sua biobibliografia), pure autrice di altre opere importanti nella storia della letteratura del XX secolo quali “Gita al faro”, “La signora Dalloway”, “Le onde”.
Scrisse anche saggi di grande spessore, tra questi “Immagini del passato” e il maiuscolo “Una stanza tutta per sé”, acuta interpretazione della condizione femminile, che dà il titolo ad un saggio di Luciana Martinelli, docente di letteratura italiana all’Università di Cassino, la quale così scrive: “Virginia Woolf osserva che alla donna manca una stanza tutta per sé. La stanza è un termine polivalente: da una parte è il luogo fisico in cui isolarsi per scrivere, dall’altro è il simbolo della propria interiorità. Nella scrittura l’uomo rivela uno sguardo verticale, rivolto al di fuori; la donna invece nella letteratura vuole ritrovare le sue verità, approfondire gli stati d’animo".
La Woolf fu pure protagonista del Circolo Bloomsbury che sebbene principalmente conosciuto come gruppo letterario, vide i suoi aderenti attivi in diversi campi: dalla letteratura alle arti plastiche, dalla musica all’economia, dall’arredamento ai costumi, influenzando la vita intellettuale britannica dal 1905 fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Ha scritto di lei Pietro Citati: “Non poteva tollerare che la penna, tra le sue mani, diventasse uno «strumento rigido», che disegnava linee rette […] voleva essere, contemporaneamente, nitida e cangiante come le ali di una farfalla”.
Scrisse nel suo Diario: Perché mai è così tragica la vita; così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso. Guardo giù, ho le vertigini; mi chiedo come farò ad arrivare alla fine.
Una curiosità sulla Woolf è riportata da Jhumpa Lahiri nel suo “Il vestito dei libri” (Guanda) a proposito delle copertine ideate dalla sorella Vanessa Bell che "… disegnò una serie di copertine – ormai iconiche – per quasi tutte le prime edizioni che Woolf pubblicò per la Hogarth Press. Questa casa editrice indipendente fu fondata nel 1917 proprio per poter pubblicare i libri di Woolf, di suo marito Leonard, e dei loro amici e conoscenti al di fuori dei meccanismi commerciali dell’editoria e al riparo dalla censura. I libri erano stampati inizialmente a mano, il torchio da stampa poggiato sul tavolo da pranzo, a casa.
Le copertine di Bell sono potenti, poco convenzionali, moderniste. Esprimono perfettamente il distillato sperimentale delle opere di Woolf. Eppure di solito Bell non leggeva nemmeno il libro per intero. Glielo raccontava Woolf in modo che sua sorella potesse creare un’immagine corrispondente. Bastava un dialogo tra l’autrice e l’artista. Il critico S. P. Rosenbaum definisce le copertine di Bell “eco ottiche” del testo, citando un’espressione di Henry James".

Ora la BUR ha ristampato Orlando della Woolf nell’edizione di anni fa che si avvale della traduzione di Alberto Rossatti e della prefazione di Viola Papetti.
Alberto Rossatti, recente vincitore del Primo Premio di Voci nell’Ombra per la sua interpretazione in audiolibro delle Memorie di un pazzo, ha tradotto molti classici della letteratura inglese tra cui, per la BUR, “If ” e poesie scelte di Rudyard Kipling.
Viola Papetti ha insegnato Letteratura inglese all’Università di Roma Tre ed è autrice di saggi sul teatro e la cultura britannica.

“Orlando” fu pubblicato per la prima volta nel 1928.
Dal libro è stato tratto nel 1992 l'omonimo film realizzato da Sally Potter.

Dalla presentazione editoriale.
“Un romanzo epocale, avvolgente e ambiguo come il/ la protagonista: nell’Inghilterra di fine Cinquecento, Orlando è un affascinante nobile dai lineamenti androgini che, dopo un’intensa storia d’amore con la figlia dell’ambasciatore russo, parte per una missione diplomatica in Asia. Ma lì cade in un misterioso letargo, e al risveglio scopre, senza stupirsene, di essere diventato una donna. Orlando sceglie di restare per un periodo fra gli zingari, dove può vivere con libertà la sua nuova identità femminile. Quando infine torna in patria si dedica alla letteratura e narra la propria vita in un romanzo che vede la luce nel 1928, lo stesso anno in cui fu pubblicato Orlando.
Nel suo testo forse più coraggioso e ispirato, Virginia Woolf sperimenta forme narrative di spiazzante originalità e illumina con straordinaria sensibilità quanto la soggettività e l’identità di ciascuno di noi, all’apparenza immobili, siano in realtà mutevoli e cangianti”.

Segue adesso un incontro con Alberto Rossatti.


Nuova ristampa di "Orlando" (2)


Ad Alberto Rossatti (nella foto) ho rivolto due domande.
Immaginiamo che tu debba redigere una sintetica nota per illustrare “Orlando”.
Che cosa scriveresti?

Scriverei: Orlando è la biografia burlesca di un giovane androgino che si reincarna rocambolescamente in varie forme attraverso cinque secoli della storia inglese, dall'epoca Elisabettiana al '900. Ispirata e dedicato a Vita Sackville West, l'eccentrica aristocratica dalle bellissime gambe con cui la Woolf ebbe una lunga relazione amorosa. La biografia è un divertissement letterario in cui la W. gioca con vari stili e generi letterari (biografia, saggio critico, romanzo vittoriano, lirica romantica, intermittences proustiane, stream of consciousness joyciano). L'esito è un denso tessuto narrativo fatto di copiosi rimandi linguistici e tematici, assonanze, ripetizioni, ritornelli, variazioni sul tema, citazioni, digressioni, simboli.

Quale la particolarità che propone la traduzione di questa ritenuta la più sperimentale delle opere della scrittrice inglese?

Per tradurre Orlando, oltre a penetrare il lirismo stratificato di Virginia Woolf, occorre intercettare e decodificare i fitti rimandi intratestuali che costituiscono la densità tematica e strutturale della sua scrittura. Omettere alcune ripetizioni o variarle arbitrariamente, o semplificare alcune strutture sintattiche peculiari, addomesticarle, smussarle, limarle, per ricondurle a uno stile più polito, più consono ai canoni stilistici vigenti nella letteratura della lingua d'arrivo, significa tradire l'intento al quale la scrittrice affida molta dell’efficacia del suo progetto sperimentale e innovativo. Sulla traduzione incombe comunque il rischio quasi inevitabile del fallimento. “La traduzione è un processo di mutilazione” – avverte la Woolf parlando della traduzione inglese dei grandi romanzi russi – “Una volta che tu abbia cambiato ogni parola di una frase dal russo all'inglese, e tu abbia di conseguenza alterato
un poco il senso, il suono, il peso e l'accento delle parole, non resta nulla tranne una rozza e grossolana versione del senso. Ciò che resta dei grandi scrittori russi dopo un simile trattamento, - al pari di uomini che un terremoto o un incidente ferroviario abbia spogliato non solo dei loro abiti ma anche di qualcosa di più sottile e importante, i loro modi e le idiosincrasie del loro carattere – è qualcosa di molto potente e suggestivo, ma è difficile escludere con certezza, a seguito delle mutilazioni subite, che non siamo noi a imputare a loro, a leggere in loro una forza che in realtà non esiste”.
Nel tradurre “Orlando” ho cercato d’essere ascoltatore il più possibile attento a quella raccomandazione che ho appena citato
.

Virginia Woolf
Orlando
Traduzione di Alberto Rossatti
Prefazione di Viola Papetti
Pagine 288, Euro 11.00
Bur


Sex and Violence (1)


Ciò che è pornografia per qualcuno, per altri è il riso del genio, scrisse un giorno D. H. Lawrence. Oggi quel riso non affiora solo sulle labbra del genio, ma anche di persone non necessariamente geniali, ma che grazie a una nuova visione e a un nuovo vissuto sessuale, approdano a risultati di felicità personale e di particolare comunicazione collettiva.
Sono in molti a sostenere che la pornografia nasce con l’avvento della borghesia. Fino allora, le civiltà classiche prima e il Medioevo e l’era moderna poi, non avevano ritenuto che esistessero produzioni letterarie o d’immagini destinate alla sola, esclusiva, finalità d’eccitare sessualmente. L’arte classica nel mondo greco-romano (prima della comparsa delle tenebre cristiane), era immediatamente legata alla vita, alla gioia del piacere, ai riti della fertilità; nel Medioevo e nel Rinascimento la riscoperta del nudo femminile è un fatto esclusivamente estetico (anche se costretto a sfuggire all’occhiuta censura cattolica).
E’ nell’Inghilterra del ‘700 che nasce un’industria della carta stampata destinata specificamente, scientificamente, all’eccitazione sessuale e John Cleland, con “Fanny Hill”, ne è il magnifico capostipite.
L’800 e gli inizi del ‘900, oltre alla letteratura si affidano progressivamente ai nuovi mezzi emergenti: dalla fotografia al fumetto al cinema… il cinema, ecco che segnalo un libro imperdibile che è la storia – e, come vedremo, non soltanto la storia – del cinema erotico e violento; l’ha pubblicato la casa editrice Lindau.
Il titolo: Sex and Violence Percorsi nel cinema estremo.
Ne sono autori Roberto Curti e Tommaso La Selva.

Autori che oltre a tracciare una storia di quel cinema, la sua valenza psicoestetica e simbolica, aiutano anche a capire com’è cambiato nel corso di un secolo il rapporto fra natura e corpo, identità e rappresentazione, tra media e società.
Roberto Curti è redattore di «Blow Up» e collaboratore de «Il Mereghetti».
Per Lindau ha pubblicato “Italia odia. Il cinema poliziesco italiano” (2006); “Stanley Kubrick. Rapina a mano armata” (2007); “Demoni e dei” (2009); “Fantasmi d’amore” (2011); e con Alessio Di Rocco “Visioni proibite. I film vietati dalla censura italiana” (2 voll., 2014-15).
Tommaso La Selva si occupa di rapporti tra mass media e società. È ideatore di laboratori d’interazione culturale, tiene corsi di storia e antistoria delle arti visive.
Ha collaborato con «Nocturno Cinema» e con altri periodici specializzati.

Dalla presentazione editoriale.
“Torna in una nuova edizione, aggiornata e ampliata, Sex and Violence, un viaggio in tutto ciò che è estremo al cinema, dai primordi ai giorni nostri: immagini e pellicole oscene, immorali, violente, scioccanti, proibite.
Con un approccio trasversale e curioso, privo di pregiudizi e aperto a riflessioni sociologiche, gli autori analizzano cinema d’autore e di genere, arte e pornografia, Occidente e Oriente: l’America puritana e moralista del Codice Hays e la nascita degli horror splatter, l’esplosione dell’hardcore e le provocazioni di autori come Robbe-Grillet, Zulawski, Borowczyk, figure di culto come Jesús Franco, Alberto Cavallone e Jos. Mojica Marins, il cinema italiano dell’eccesso e scandalosi capolavori come “Salò o le 120 giornate di Sodoma” ed “Ecco l’impero dei sensi”, le derive più sconvolgenti del cinema orientale, i documentari shock, gli snuff movie.
Per interrogarsi infine sugli orizzonti futuri di un laboratorio filmico in perenne mutazione, dai contorni ambigui e spesso indecifrabili”.

Segue ora un incontro con Roberto Curti e Tommaso La Selva.


Sex and Violence (2)

A Roberto Curti e Tommaso La Selva ho rivolto alcune domande.
Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia di cui è provvista a bordo Cosmotaxi.

Qual è la vostra definizione di “cinema estremo”? Quali le sue caratteristiche?

Quella di “cinema estremo” è una definizione che si fa via via più sfuggente, per una categoria di immagini in movimento ormai presente e intercettata dappertutto: al cinema, certo, ma con insistenza e pervasività sempre maggiori anche in televisione, e soprattutto in rete. Sesso e violenza, apparsi per infrangere “il patto di non-belligeranza con lo spettatore”, cioè per sparigliare codici e interpretazioni, oggi sono ovunque e da nessuna parte, come a creare un “corpus” bulimico da “eterno ritorno”. Nel contempo l’estremo si è concettualizzato e mercificato, ridotto a caricatura postmoderna da letture oscillanti fra il dilettantistico, l’astratto e la pura provocazione. Mai però, nell’incessante interazione fra rappresentazione, immaginario e realtà, ha smesso di parlare della società in cui nasce.

Nello scrivere “Sex and Violence” quale la prima cosa che avete deciso d’evitare e quale la prima da adottare?

Data la complessità della materia, la prima cosa da evitare è stata senza dubbio quella di risultare pedanti, prolissi, noiosi, eccessivamente rivalutativi nei giudizi e nelle riflessioni. È un “modus ad excludendum” che si è fatto strada man mano che il testo prendeva voluminosa forma, proponendo una serie di difficoltà difficilmente superabili se non ci fossimo calati prima possibile nei panni di un lettore astratto e lontano dalle nostre fissazioni, non necessariamente appassionato di immagini sgradevoli; un lettore al quale non si poteva chiedere eccessiva benevolenza.
La prima cosa che abbiamo deciso di adottare è stato un metodo di ricerca di carattere interdisciplinare in grado di superare le frontiere, spesso artificiali, che separano e distinguono le varie discipline. È chiaro che la pretesa di esaustività, una certa idea di “completismo” irrazionale e infantile, l’abbiamo schivata e rigettata fin da subito
.

Nel volume, leggendo l’Indice dei film si contano ben 50 pagine fitte fitte di titoli.
Perché al cospetto di tanta produzione non corrisponde un’altrettanta attenzione critica a questo tipo di cinema estremo.

La nostra è stata anche una ricerca che si potrebbe definire di tipo “speleologico”, con inclusioni e ritrovamenti da ricerca pura al di là dell’analisi critica o dei giudizi di valore. Certi titoli, nemmeno pochi, sono citati nel libro non solo perché esistono (esistono e non chiedono nulla, tantomeno di essere considerati buoni film), ma perché sono importanti per motivi non strettamente cinematografici, legati a urgenze di comparazione letteraria, filosofica, sociologica, politica. Si tratta di ciò a cui facevamo riferimento sopra: il carattere interdisciplinare della ricerca spesso “forza la mano” e chiede con insistenza l’inserimento di oggetti cinematografici che per altri aspetti sarebbero trascurabili. Non è che dobbiamo sempre scoprire qualcosa, o considerare la maggior parte dei critici, anche del passato, degli sprovveduti: forse ogni film merita un tentativo di onesta valutazione, ma per parlare di “attenzione critica” nei riguardi di un fenomeno (il cinema) che è innanzitutto di tipo industriale, ci deve essere un motivo, o più d’uno.

Che cosa ha significato per questa tipologia di cinema l’esplosione del pornosex su Internet?

Non è semplice rispondere con un minimo di serietà a questa domanda. Le immagini pornografiche sono una caratteristica riconoscibile della cultura popolare da molto tempo prima della nascita di internet e della multimedialità. Oggi semmai la differenza si misura in termini di qualità, quantità, accessibilità e significazione di un’offerta ampliata a dismisura dalle tecnologie video e digitali: la pornografia audiovisiva contemporanea, macrogenere proliferante a ogni livello, è una forma culturale complessa che dialoga con diverse discipline e che richiede di essere studiata e compresa più che in passato (i cosiddetti “porn studies”). Probabilmente, come si può leggere nell’introduzione al volume “Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media”, cui abbiamo prestato un contributo, “l’horror contemporaneo è la forma che meglio si adatta a raccogliere e a rielaborare la «tracimazione» della pornografia, per una sorta di prossimità generica che avvicina tra loro due prodotti culturali considerati (se pur per ragioni diverse) estremi”. È solo uno spunto, i rapporti tra cinema estremo e “pornosfera” sono molteplici e tutti degni di essere approfonditi.

Come scrivete presentando questa nuova edizione di “Sex and Violence”, rispetto alla prima del 2003, vi siete trovati di fronte non solo nuovi titoli ma un mondo cambiato (con nuove, feroci truculenze: attentato alle Torri gemelle, crimini dell’Isis, stragi di migranti).
Quale futuro si prospetta per le immagini del cinema estremo?

Al cinema la violenza è dappertutto e forse in nessun posto, anche perché si è concettualizzata all’inverosimile, ma non per questo, lo dico con convinzione, ha smesso di parlare della società in cui nasce. Certo, Tarantino ne ha fatto fumetto, ma ben prima di lui Sergio Leone l’aveva resa astratta, materia da dettaglio, con immagini che avevano, parafrasando, “qualcosa a che fare con la morte”. Tutto ciò nei decenni è entrato nei codici di interpretazione, fin dentro il dna dello spettatore, addirittura in un qualsiasi film episodio di “Star Wars”: e un film come “Salò”, oggi che lo riproiettano al cinema, un giovane lo rifiuta. Non è che non lo sopporta perché preso da disgusto: non lo capisce proprio, lo percepisce come provocazione fine a se stessa, con una genesi irrimediabilmente legata a tempi remoti. E allora viene da pensare che il cinema, prima di posizionarsi ai margini, sia invecchiato non prima di essere diventato adulto; direi fin troppo adulto. In seguito, con l’estremo cosiddetto “da festival”, si è fatto anche cinico e furbo.

Roberto Curti
Tommaso La Selva
Sex and Violence
Pagine 676, Euro 34.00
Lindau


L'attore in primo piano (1)

Con la nota che segue, Cosmotaxi, come ogni anno il 22 dicembre, chiude per ferie e riaprirà a gennaio con recensioni e interviste

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Charlie Chaplin: “I bambini e i cani sono i migliori attori di cinema”.

Sono stati scritti tanti libri sull’attore cinematografico da scoraggiare qualunque storico o critico del cinema, ma non Cristina Jandelli che è riuscita a trovare un’angolazione finora non esaminata di quel mestiere perché lo esplora in un modo che vede insieme storia, critica e tecnica.
Così abbiamo, edito da Marsilio, L’attore in primo piano Nascita della recitazione cinematografica.
Un volume in cui accanto alla storia di una professione studiata nel suo nascere, scorrono, su paralleli cursori, indagine sui primi set e tecnica di ripresa, semantica dell’immagine, riflessioni sulla percezione.
È un libro che consiglio agli addetti ai lavori, ma non esclude altri lettori sia perché è scritto senza rinchiudersi in gerghi o in sussiegosità accademiche, sia perché illustra una maniera di osservare il cinema e, inoltre, guida alla visione specialmente delle sue produzioni d’origine.

Cristina Jandelli è professoressa associata presso il Dipartimento SAGAS (Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo) dell’Università degli Studi di Firenze, dove insegna Storia del cinema e Forme del cinema moderno e contemporaneo.
Ha scritto I ruoli nel teatro italiano fra Otto e Novecento (Le Lettere, 2002; CUE Press, 2016), La scena pensante. Cesare Zavattini fra teatro e cinema (Bulzoni, 2002), Le dive italiane del cinema muto (L’Epos, 2006).
Per Marsilio ha pubblicato Breve storia del divismo cinematografico (2007) e I protagonisti (2013).

Dalla presentazione editoriale.
“Oggi gli attori cinematografici recitano, siamo in grado di riconoscere diversi stili nelle performance dei protagonisti dei film che amiamo, ma non è sempre stato così. Quando il cinema era appena nato iniziò a prosperare grazie ad attori e attrici ma senza che loro potessero parlare. All’epoca, quando la recitazione era appannaggio dei soli interpreti teatrali, non aveva alcun senso immaginare un gesto artistico nel lavoro di scritturati che si limitavano a posare: infatti si parlava al massimo di esibizione e i personaggi cinematografici cominciavano appena a comparire. Il libro vuole spiegare due cose: come sia avvenuto il passaggio dalla casualità con cui i primi volti del cinema, posti davanti alla macchina da presa, hanno emozionato generazioni di spettatori e la nascita di una nuova professione artistica. Gli attori, affacciati dal grande schermo, hanno raccontato personaggi chiave delle nostre vite e lo hanno fatto recitando. Come bambini diventati adulti, prima li abbiamo amati, poi compresi.
Il presente volume tenta di mostrare come e perché”.

Ho cominciato questa nota con parole di Chaplin, voglio concluderla con altre di Buster Keaton: “Un commediante fa cose divertenti; un buon commediante fa divertenti le cose.”

Segue ora un incontro con Cristina Jandelli.


L'attore in primo piano (2)

A Cristina Jandelli (nella foto) ho rivolto alcune domande.

Maurizio Grande, a proposito della figura dell'attore, aldilà del suo esercizio nel cinema e nel teatro, si chiese: "Ma chi è l'attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?".
Tu come risponderesti a quelle domande?

Vengo da una formazione storica, risponderei solo a patto di calare queste domande all’interno di singoli contesti. Senz’altro l’attore delle origini è un corpo promosso a figura ma non una maschera. Questo avviene intorno al 1910 con la nascita del cinema comico europeo e in seguito con lo slapstick americano, quando Chaplin, Keaton, e ancor prima Linder e i comici francesi con i loro film in serie inventano maschere universali come il borghese salottiero (Linder), il vagabondo (Chaplin), l’imperturbabile (Keaton) e via dicendo. Quanto al “sostituto” mi pare evidente che Grande si riferisca a un aspetto teorico che accomuna tutti gli attori cinematografici che vedono le loro performance traslate su uno schermo mentre mi pare non si possa mai dire dell’attore teatrale che agisce in presenza di un pubblico in una performance che è sempre unica ed originale di sera in sera, anche quando l’attore interpreta lo stesso personaggio. Invito, in sintesi, a contestualizzare i discorsi sull’attore altrimenti sempre troppo generici.

Veniamo più precisamente al tuo libro.
Nell'Introduzione avverti il lettore che si troverà di fronte a «un doppio senso che nasce da due esigenze». Puoi spiegare in sintesi queste duplicità?

Il titolo “L’attore in primo piano” richiama la necessità di inserire, partendo dalle origini del cinema, l’attore e la recitazione al centro di una ricerca storica rimasta finora ai margini degli studi di settore. La seconda esigenza consiste nell’avviare una ricognizione sull’inquadratura più dibattuta del linguaggio del film, il primo piano, analizzandola da una prospettiva trascurata dalle teorie, quella dell’interprete che, fin dalla nascita del cinema, presta il proprio volto all’indagine ravvicinata della macchina da presa.
L’arco cronologico di riferimento comprende il momento aurorale della storia del cinema, dalle origini ai primi anni Trenta, il percorso cioè si arresta prima che l’introduzione del sonoro ridefinisca sia il mestiere dell’attore che la recitazione cinematografica. È anche il periodo in cui il primo piano riesce ad esprimere con evidente ricchezza e differenza di stili l’inesauribile varietà con cui gli attori possono trasferire nei personaggi sentimenti ed emozioni e perfino pensieri reconditi che il protagonista del racconto vuol rivelare solo allo spettatore in una sorta di assolo visivo di straordinaria forza comunicativa
.

Riprendendo una frase dalle tue pagine, ti chiedo: l'attore alle origini del cinema si esibisce o recita?

L’attore cinematografico, alle origini del cinema, si fregia della stessa qualifica di chi, negli stessi anni, calcava i palcoscenici grazie a una voce possente, una severa disciplina organizzata attorno alla corretta dizione, l’arte oratoria prestata ai copioni teatrali, portata di città in città con la fatica e il peso delle repliche, dei digiuni imposti dal viaggiare. Ma il cinema registrava solo immagini, non suoni, e non aveva bisogno di queste competenze. L’attore cinematografico veniva assoldato per poche pose in studio, prendeva i soldi e poi scappava chissà dove. La sua “effigie mobile” viaggiava per lui senza voce.
Una schiera di dilettanti, muti ma denominati “attori” come i professionisti teatrali, all’inizio del Novecento si accalcava davanti ai teatri di posa, chiedeva pane e un costume da indossare: questo racconta Pirandello ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore” e la storia è quella seriale dei primi piani di attori inconsapevoli girati da mani che muovevano febbrilmente manovelle in centri produttivi improvvisati, sparsi in ogni dove. La fama arriva dopo alcuni decenni, ma investe solo chi sa ragionare davanti all’occhio imperscrutabile del cineoperatore, chi si sa imporre al suo dominio, alla dittatura del meccanico scrutare dell’obiettivo, un modo per comunicare le insondabili profondità dell’essere umano (minaccia, paura, oscenità, orrore, amore, pietà)
.

Un capitolo che ritengo particolarmente importante del volume lo hai intitolato "Volti cinematografici degli anni venti".
Che cosa succede a quel tempo quando – come scrivi – «la cultura visiva si fa concettuale», e si pongono le premesse per sviluppi che arrivano oggi fino alla net art?

L’ultimo capitolo, che è anche il più breve dei quattro, è dedicato ai tardi anni venti e ai primi anni trenta, cioè il periodo che precede l’introduzione del sonoro. E’ l’epoca in cui il primo piano si erige in tutto il suo splendore per soggiogare le platee, per far risuonare corpo, mente e sensibilità dello spettatore all’unisono con il personaggio interpretato dall’attore per suscitarne forti emozioni. Ma è anche l’epoca in cui il melodramma ha come protagoniste donne che soffrono per non aver trovato il loro ruolo nella società e tenta di mostrare come le ideologie, in quest’epoca che termina con il “film parlante”, la crisi economica e le dittature, siano relativamente capaci di disciplinare il potere soggiogante del primo e del primissimo piano “lirico”. La recitazione diventa un’arte mentre montaggio, regia e produzione iniziano a dominare e sottomettere il lavoro dell’interprete e si sta per dissolvere l’esperienza maturata in tanti modi diversi per esprimere i sentimenti dell’animo umano dicendo, ma non a parole. Oggi questi primi e primissimi piani rivivono nella net art, in particolare nelle GIF animate, quelle create attraverso il prelievo di pochi frame di film volti ad esaltare una star o un’icona, al cui studio mi sto attualmente dedicando.

Non potevano mancare e, infatti, non mancano nel tuo studio riferimenti a Charlie Chaplin e Buster Keaton. Che cosa li accomuna? Che cosa li differenzia?

Li accomuna una recitazione basata essenzialmente sulle azioni fisiche. Sono i loro corpi, infatti, assai più dei volti-maschera cui accennavo in precedenza, i protagonisti assoluti delle gag. L’integrità delle loro performance è straordinaria perché non necessita di “ingrandimenti” sul volto per muovere al riso gli spettatori. Sono le loro azioni paradossali, l’uso spregiudicato e modernissimo dei loro corpi a disegnare le traiettorie visive dei film. Poi certamente le maschere di Chaplin e Keaton rimandano a tipi antropologici assai diversi, ma entrambi sono in lotta contro la società, contro gli oggetti, contro tutti coloro che tentano di “normalizzare” e “riportare all’ordine” i loro comportamenti anarchici. Sfidano continuamente la morte e la vincono, per questo li amiamo e non ci stanchiamo mai di vederli in azione.

Cristina Jandelli
L’attore in primo piano
Pagine 190, Euro 12.50
Marsilio12.50


Carteggi inediti della Deledda


Sono trascorsi 80 anni dalla morte della scrittrice Grazia Deledda (Nuoro, 28 settembre 1871 - Roma,15 agosto 1936) e 90 dal Nobel che le fu assegnato .
Potete ascoltare qui il discorso da lei tenuto in quell’occasione.
Questa piccola donna sarda, alta 1 metro e 54, ha lasciato un ponderoso complesso di opere: 32 romanzi, 250 racconti, 2 drammi teatrali, alcuni versi, 1 libretto d’opera, una raccolta di tradizioni popolari sarde e la sceneggiatura per il film muto tratto dal suo romanzo “Cenere”, film girato nel 1916, l'unica interpretazione cinematografica di Eleonora Duse.
Fu donna tenace nel credere in se stessa e nelle sue capacità, "Lo si evince chiaramente" - come scrive Cristina Muntoni - "in una delle innumerevoli lettere al suo amore non ricambiato, Stanis Manca: «Ho il sogno continuo e tormentoso della celebrità. Perciò mi attacco quasi inconsapevolmente, a chi mi promette di aiutarmi a farmi un nome».
Il suo arrivismo, tuttavia, resta un tabù. Nonostante sia una caratteristica non solo accettata, ma persino esaltata in altri scrittori suoi contemporanei come Gabriele D’Annunzio. Della tenace azione volta a ottenere pubblicazioni e consensi di Deledda, invece, non si parla, come se gestire in modo manageriale il proprio talento sia cosa intollerabile in una donna. Si preferisce dare della scrittrice solo l’immagine rassicurante di moglie e madre dedita alla scrittura e circondata da un alone di rigore e compostezza morale".

Ora disponiamo di una nuova biografia della scrittrice, tracciata attraverso un prezioso ritrovamento di carteggi finora inediti con interlocutori stranieri.
L’ha pubblicata l’editore Avagliano nella collana La memoria e l’immagine, il volume è intitolato Grazia Deledda I luoghi gli amori le opere.
Ne è autrice Rossana Dedola nata a Sassari.
Ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è analista didatta, supervisore e docente presso l’International School of Analythical Psychology di Zurigo. e l’Istituto C.G. Jung. Ha pubblicato, tra gli altri, “Pinocchio e Collodi” (Bruno Mondadori, 2002), “La valigia delle Indie e altri bagagli” (Bruno Mondadori, 2006), “Introduzione a Vivian Lamarque – Poesie” (Mondadori, 2002), “Giuseppe Pontiggia. La letteratura e le cose essenziali che ci riguardano”, (Avagliano, 2014), “Roberto Innocenti. La mia vita in una fiaba” (Della Porta, 2014), uscito in traduzione francese da Gallimard e di prossima pubblicazione in traduzione spagnola e portoghese.
Qui il sito web di Rossana Dedola.

Il libro contiene la selezione di 86 lettere e cartoline postali inedite di Grazia Deledda, ritrovate presso alcune biblioteche europee, e apre una nuova prospettiva sulla sua biografia, mostrando l'intenso rapporto con intellettuali entusiasti di scoprire la Sardegna, e i vari momenti della sua esistenza: dal difficile rapporto con Luigi Pirandello, all’amore di Emilio Cecchi, all’amicizia per Marino Moretti e il giovanile innamoramento per Stanis Manca, che le lasciò in ricordo una profonda ferita, fino all’incontro con Palmiro Madesani che diventerà suo marito (morirà dieci anni dopo di lei) e, in un certo senso, il suo agente letterario.
Queste corrispondenze raccontano anche un contesto famigliare (lettere ai figli Sardus e Franz), gli amori paesaggistici (la Sardegna, il Po della Bassa, le dune dell’Adriatico di Cervia, le distese scandinave e la Roma del primo Novecento) l’interesse storico (la prima guerra mondiale, l’avvento di Mussolini), quello artistico e culturale che si anima di molti altri personaggi: il traduttore francese Hèrelle, Giovanni Cena e Sibilla Aleramo, Angelo Celli e sua moglie, De Pisis, Balla, Boccioni, Biasi e altri ancora.
La ritrovata vicinanza con la famiglia di origine, è messa in luce da un’altra scoperta: la biblioteca delle sorelle Deledda, rimasta pressoché intatta sino ai nostri giorni nella casa delle nipoti, che rivela quanto Grazia Deledda fosse attenta lettrice dei grandi romanzi europei.

In questo video Rossana Dedola traccia una sintetica biografia di Grazia Deledda e racconta come ha condotto le ricerche in varie città europee per scrivere questo libro.

Ufficio stampa: Anna Maria Riva - 3290974433 - riva.amb@gmail.com

Rossana Dedola
“Grazia Deledda”
Pagine 396, Euro 22.00
Avagliano Editore


Scienziati in erba


Come informa Elena Dusi in una nota su Repubblica “I campioni europei della scienza hanno ricevuto i loro premi. L’European Research Council ha selezionato in questo 2016 i 314 migliori ricercatori del continente (su 2.274 candidati) e gli ha fornito 605 milioni di euro per portare avanti i loro progetti. Si chiamano "consolidator grants", sono fondi erogati a giovani scienziati che hanno fra 7 e 12 anni di esperienza a partire dal conseguimento del dottorato.
Fra i vincitori del "primo premio" (il finanziamento da 2 milioni, il massimo possibile), c'è anche una giovane ricercatrice italiana, Laura Cancedda, dell'Istituto Italiano di Tecnologia, che spera di cancellare i sintomi neurologici della sindrome di Down con un intervento di ingegneria genetica mentre il bimbo è ancora nel grembo della madre.
Di nazionalità italiana sono 38 vincitori su 314 (prima di noi c'è solo la Germania con 50). Ma solo 14 "campioni" giocano in patria”.
Gli altri lavorano all’estero, perché da noi non hanno trovato possibilità d’inserimento… risultati che i nostri governi ottengono fra un jobs act e una buona scuola.
Prodotti delle invenzioni nati da cervelli italiani, un giorno saremo costretti a comprarli, semmai a caro prezzo, all’estero mentre ce li avevamo in casa. Ma, si sa, come disse un ministro buontempone: “Con la cultura non si mangia”.

Chissà quanti ragazzi oggi in Italia sognano di diventare scienziati.
Sarà che non vedo tinto di rosa il futuro italiano, ma consiglierei loro di emigrare.
Sia per chi come me la pensa, sia per chi è ottimista circa gli anni futuri, è possibile che in comune si abbia il problemino di che cosa mettere sotto l’albero di Natale per i più piccoli specie se manifestano interesse per la scienza.
Un consiglio ce l’ho: Il Superlibro degli scienziati in erba pubblicato da Editoriale Scienza.
L’autrice, Véronique Schwab, conduce i suoi lettori attraverso pagine, illustrate da un gruppo di eccellenti disegnatori, che trascorrono attraverso più campi: dall’astronomia alla biologia, dalla chimica al corpo umano, dall’ecologia all’energia, dalla matematica alla fisica, dall’ottica al suono.
Com’è nella linea di Editoriale Scienza, i libri propongono assai spesso esperimenti da fare con semplici mezzi domestici sicché lo scritto si proietta, in modo anche ludico, inverando quanto si è letto.
Il volume è scandito da brevi biografie di famosi scienziati e illustrazioni delle loro celebri scoperte. Si va da Archimede a Galilei, da Leonardo a Darwin, da Pasteur a Fleming, da Newton a Marie Curie.

CLIC per un assaggino dall’interno.

Véronique Schwab
Il Superlibro degli Scienziati in erba
Traduzione di Caterina Grimaldi
Pagine 140 con ill., Euro 16.90
Editoriale Scienza


Il pregiudizio universale


"È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio", diceva Albert Einstein.
Gli danno ragione novanta autori che un’intelligente idea redazionale di Laterza ha raccolto intorno al tema del pregiudizio in un libro dal titolo Il pregiudizio universale Un catalogo d’autore di pregiudizi e luoghi comuni.
Titolo indovinatissimo che, come si apprende da una nota degli editori, si deve al linguista Giuseppe Antonelli che ricordo ospite di questo sito in occasione della pubblicazione del suo Ma cosa vuoi sia una canzone.
Altri suoi libri e sintetica bio: QUI.

"È nato prima il giudizio o il pregiudizio?” – si chiede Antonelli in apertura della sua brillante Introduzione – “La domanda non è banale, in realtà, perché il pregiudizio viene logicamente prima ma storicamente dopo. È solo dalla fine del Seicento, infatti, che la parola ha assunto il significato con cui è usata in questo libro. Ed è grazie alle idee illuministe importate dalla Francia che nel corso del Settecento è diventata una parola chiave del dibattito intellettuale. Ma anche una parola alla moda nel chiacchiericcio salottiero, come testimonia l’uso e l’abuso che ne fanno – all’epoca – le eroine dei romanzi d’amore e d’avventura”.

Nel volume non si trovano solo i pregiudizi più diffusi come L’abito non fa il Monaco - Non ci sono più le mezze stagioni - I politici sono tutti ladri, ma anche pregiudizi nati da travisamenti di idee corrette, però male interpretate, e poi circolate diventando perniciose certezze, diffuse e irrobustite col tempo e l’uso.
Così abbiamo luoghi comuni che affliggono ogni passo della nostra vita, dall’economia alla morale, dalle scienze alla televisione, dalla letteratura alla salute.
Come ad esempio il pregiudizio etnico che sfocia nel razzismo.
Conviene spendere qualche rigo su questo tema.
Il linguista Teun Van Dijk, lo identifica attraverso tre caratteristiche sociocognitive:
Diversità: gli immigrati sono diversi da noi, e si comportano diversamente;
Competizione: nel nostro paese, occupano i nostri spazi e si prendono le nostre risorse;
Minaccia: la costituiscono non solo per le risorse economiche e culturali, ma, a causa del loro numero, anche per la nostra stessa sicurezza e per la nostra identità culturale”.
In Il pregiudizio universale la questione, ovviamente, la troverete trattata.
In definitiva, il pregiudizio è un ragionamento sciatto, dovuta a pigrizia del pensiero, non si cercano le fonti sulle informazioni ricevute; ha dalla sua la velenosa capacità di diffondersi principalmente per il suo potere di sintesi, si esprime, difatti, in modo laconico, semplifica in modo assoluto ciò che è relativo rendendo di facile soluzione tutto quello che proprio non lo è, si presenta con l’aria di una vissuta saggezza.
Ma qual è il pregiudizio dei pregiudizi?
“Come recita un facile aforisma” – conclude Antonelli – “il pregiudizio peggiore è quello di chi crede di non avere pregiudizi”.

Novanta autori per altrettanti temi, troppi per elencarli qui, ma per conoscerli basta un CLIC.

AA. VV.
Il pregiudizio universale
Introduzione di Giuseppe Antonelli
Pagine 392, Euro 18.00
Laterza


Il cane secondo me

Quanta letteratura, quanto nelle arti visive, nel cinema, nei fumetti, nella musica, quanto nel teatro (salvo riferimenti a cattivi attori), è stato dedicato al cane?
Chissà se esiste un catalogo al proposito. Se non esistesse bisognerebbe crearlo.
Un catalogo che dal lontano Argo omerico arrivi al Whippet dei Simpson.
Due sono i cani che per primi saltano nella mia memoria: Bauschan, il cane di razza incerta di Thomas Mann di “Cane e padrone”; e Flaik, il cane di “Umberto D”.
E poi, le parole di Pablo Neruda: … e l'antica amicizia, la gioia di essere cane e di essere uomo tramutata in un solo animale che cammina muovendo sei zampe....
Ecco, in quel “sei zampe” c’è una sintesi di umano e non umano, carne e psiche che sono sicuro piace a Roberto Marchesini, autore per la casa editrice Sonda di un ragionato e appassionato volume: Il cane secondo me Vi racconto quello che ho imparato dai cani.
Marchesini è filosofo, etologo e zooantropologo, fondatore della zooantropologia, disciplina che studia la relazione tra l’essere umano e le altre specie.
Dirige il Centro Studi Filosofia Postumanista e il Siua (Istituto di Formazione Zooantropologica).
Conta oltre un centinaio di pubblicazioni nei campi della bioetica, della filosofia Postumanista e dell’etologia filosofica.
Scrive per diverse testate nazionali e tiene conferenze in tutto il mondo sul rapporto uomo-animale. Ha curato i notissimi dizionari bilingue Italiano/Cane (2010) e Italiano/Gatto (2009) che hanno dato una svolta a come comunichiamo con cani e gatti.
Suoi lavori sono tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco e portoghese.
In occasione della pubblicazione del suo libro “Etologia filosofica”, una sua interessante intervista è stata condotta su questo Cosmotaxi.

Doloroso risultato della dottrina cristiana sugli animali è stato Cartesio, uno dei principali esponenti dello specismo, termine coniato dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali” (1973).
Il cane, poiché facile preda dell’uomo, di quelle sofferenze ne è stata (e ancora oggi è) una straziata vittima.
Testimonianza di alcuni sperimentatori della fine del XVII secolo che mostra le conseguenze dell’aberrante pensiero cartesiano: «Somministravano bastonate ai cani con perfetta indifferenza, e deridevano chi compativa queste creature. Dicevano che gli animali erano orologi; che le grida che emettevano quando erano percossi erano soltanto il rumore di una piccola molla che era stata toccata, e che il corpo nel complesso era privo di sensibilità. Inchiodavano poveri animali a delle tavole per le quattro zampe, per vivisezionarli e osservare la circolazione del sangue, che era un grande argomento di conversazione». (Nicholas Fontaine, “Memoires”).
Trattamenti crudeli sono ancora oggi riservati ai cani (specie ai beagles) in sperimentazioni scientifiche, o pseudo tali, e ai cani addestrati per combattere.

Il libro di Marchesini è un prezioso studio che incrocia etologia e filosofia, e, al tempo stesso, è uno scritto anfibio perché è ricco anche di utili suggerimenti pratici per chi ama i cani; raccomanda pazienza e prudenza nel rapporto con loro: “… la simpatia non basta, occorre sforzarsi di pensare in modo differente, esercitando la propria capacità di decentramento. Sì, lo sforzo proiettivo non basta, è indispensabile l’empatia, vale a dire la disposizione a condividere stati che non ci riguardano in prima persona e spesso neppure ci appartengono”.
Quanto afferma l’autore, è frutto di scienza e pratica, dalle pagine apprendiamo i caratteri dei vari Maya, Toby, Pimpa, Isotta, Spino, Bianca, Belle, Filippo, dai quali l’autore ha imparato, dalla loro compagnia e in occasione delle sedute di pet therapy, a sintonizzarsi con le loro personalità e a “diventare quello che sono”.

Dalla presentazione editoriale.
“Nel corso della sua vita, Roberto Marchesini ha avuto a che fare con centinaia di cani, dalle razze e i caratteri più disparati, e non solo per «lavoro»; lo hanno accompagnato nei momenti più importanti e significativi, sono stati dei veri compagni d’avventura, che hanno contribuito, come dice lui, a «fare di me quello che sono, non meramente nel senso professionale che, in fondo, è un dettaglio e forse poco m’interessa».
Questo libro è un omaggio a tutti loro; perché i cani ci sono accanto, ma spesso non li vediamo: troppe volte ci mettiamo alla ricerca del cane nascondendone le tracce, come se queste rivelassero un nostro coinvolgimento in un affare sporco. Nel racconto delle avventure, peripezie, nel fissare pensieri e ricordi attraverso numerosi flashback, Marchesini regala ai lettori scene di vita con i cani in presa diretta. E forte della propria trentennale esperienza personale, il suo «secondo me», ci spiega come relazionarci al cane, come entrare in contatto con lui, come capirlo e come stabilire un rapporto di reciproco scambio e di crescita. Non un trattato sui cani, ma un diario ricco di emozioni e osservazioni, in cui molti lettori con un amico a quattro zampe si ritroveranno”.

Ho incominciato questo pezzo con parole di Neruda tratte dalla sua “Ode al cane”, QUI l’intera composizione con un discutibile commento musicale.

Roberto Marchesini
Il cane secondo me
Pagine 180, Euro 14.00
Edizioni Sonda


I venerdì del Petrarca (Prima Parte)


Sam: "Che fa sabato sera?".
Ragazza al museo: "Occupata, devo suicidarmi".
Sam: "Allora facciamo venerdì sera?".
(Woody Allen, in “Provaci ancora, Sam”, 1972)

………………………………………………………..

Come sanno i cinephiles, Allen, nei suoi film ha una predilezione per il venerdì e lo fa citare spesso dai suoi personaggi. Che quell tic l’abbia preso da Francesco Petrarca? Già, perché al poeta accadono (o lui fa accadere?) molti episodi della sua vita di venerdì, innanzitutto il giorno dell’apparizione e della morte dell’amata Laura.
“… nella sua vita non scritta il venerdì è anche il giorno deputato a determinati comportamenti di particolare rilevanza o portata simbolica , o al quale attribuisce, senza mai dichiararlo, Erlebnisse straordinariamente significativi…”.
Questo e molto altro si apprende da un godibilissimo libro pubblicato da Adelphi intitolato I venerdì del Petrarca di Francisco Rico seguito da «Profilo biografico del Petrarca» scritto in collaborazione con Luca Marcozzi.
QUI notizie biobibliografiche di Rico e QUI di Marcozzi.
Splendidi autori di un lavoro estremamente rigoroso che si addentra in un territorio insidioso nel quale le notizie biografiche sono in grandissima parte dello stesso Petrarca e ricche di perniciosi falsi.
In “I venerdì del Petrarca”, finalmente una biografia vera!
Come i Codici Civili e Penali prevedono pene per i colpevoli, mi piacerebbe esistesse un Codice che punisse i reati commessi in Letteratura.
Fra i più gravi, dovrebbe figurare quello di scrivere biografie… romanzate!
Me ne arrivano tante recapitate da un’incolpevole postina: dialoghi inventati, personaggi addirittura mai esistiti che fanno capolino in quelle storie, episodi tinteggiati in pomidorocolor, e altre fandonie nere come l’inchiostro.
Sono un lettore che ama le biografie, ma quelle vere. Uno dei testi più difficili da scrivere, perché lì ogni virgola fuori posto è castigata. In quei volumi, infatti, il lettore vuole (e ne ha diritto) apprendere sui fatti illustrati esattezze di date, citazioni di documenti, particolari riferiti da testimoni (e conoscerne attraverso l’autore la loro attendibilità), eccetera.
Ecco perché scrivere quella roba è faticoso: mica starsene occhi al cielo e penna in mano, a inventare panzane.
La biografia romanzata è un ibrido da perdonare, forse, giusto a Senofonte per la sua ‘Ciropedia’, e pure in quel caso ho i miei dubbi.
Schwob?... Borges? Non scherziamo, casi molto diversi. Lì si parte da una vertiginosa fantasia interpretativa per illuminare un personaggio e non da un personaggio rivisto con una modesta immaginazione che nel migliore dei casi è roba da sceneggiato tv.

Dalla presentazione editoriale.
“Di nessun altro uomo vissuto prima di Petrarca abbiamo una così vasta messe di informazioni biografiche, diceva Ernest H. Wilkins. Ma precisava che tali informazioni si fondano per lo più su lettere e altri scritti petrarcheschi. Bisognerà allora chiedersi: che cosa sappiamo di lui con certezza? La verità è che ogni scrittore mira a diventare, per usare le parole di Ortega y Gasset, «romanziere di se stesso, originale o plagiario». E, come dimostra l'affascinante indagine di Francisco Rico, Petrarca non sfugge alla regola: anzi, la incarna in sommo grado. Il che significa non solo che l'autoritratto che egli va componendo nel tempo è ispirato a exempla illustri, ma che nulla di quanto ci dice è letterale e innocente. Dietro ogni data, dietro la semplice menzione di un giorno della settimana (il venerdì, ad esempio, giorno marcato per eccellenza), si cela una fitta rete di rispondenze, una raffinata simbologia – e un audace disegno: trasformare i momenti vissuti o immaginati in frammenti di un racconto unitario capace di sottrarli alla corrosione del tempo. Ma Petrarca si spinge ancora più in là nella costruzione di un'esistenza ideale: grazie a Rico, lo vediamo infatti applicare la dispositio persino alla vita non scritta, modellarla come un testo, mettendo in atto ciò che non scrive – o, se vogliamo, facendo letteratura con le proprie azioni”.

Segue ora un incontro con Luca Marcozzi.


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