Cosmotaxi
ricerca
» ricerca nella sezione cosmotaxi
» ricerca globale adolgiso.it

  

 

Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Contro le donne (1)


Dall’inizio dell’anno fino ad oggi 36 donne sono state uccise in Italia per motivi associati al genere; si tratta di vittime di quel reato chiamato “femminicidio”, parola che risulta indubbiamente cacofonica, ma che indica con precisione un’atroce realtà.
L’antropologa Marcela Lagarde che ha studiato a fondo quell tipo di reato, scrive: “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è una qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Premessa per presentare un libro straordinario, il più interessante che abbia letto da molto tempo a questa parte, lo ha pubblicato Marsilio, s’intitola Contro le donne Storia e critica del più antico pregiudizio.
Lo ha scritto Paolo Ercolani, filosofo, scrittore, saggista, nato a Roma nel 1972.
Docente dell'Università di Urbino «Carlo Bo», iscritto all'Ordine dei giornalisti, è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il manifesto», «MicroMega». Cura il blog del «manifesto» L'urto del pensiero e collabora con il canale filosofia di Rai Educational.
Fondatore e membro del comitato scientifico dell'Osservatorio filosofico, tra i suoi più recenti libri si registrano i seguenti titoli: Qualcuno era italiano (2013); Manifesto per la sinistra e l'umanesimo sociale (con Simone Oggionni, 2015).

Non esiste in Italia – e molto probabilmente neppure fuori dei nostri confini, a parere di lettori professionisti che frequentano più lingue – un libro qual è “Contro le donne” perché nello studiare il più antico pregiudizio del mondo fa confluire mitologia e scienza, filosofia e religione, antropologia e politica usando una scrittura veloce e scorrevolissima.
Un volume costato anni di ricerche e studi come testimoniano anche le oltre 30 pagine di bibliografia.
Libro che dovrebbe essere commentato nelle scuole per decreto legge.

Prima d’incontrare l’autore, ecco la presentazione editoriale.
C’è una storia antica quanto il mondo. Ma nessuno l’ha mai raccontata. Perlomeno non in maniera sistematica e critica, ossia cercando gli strumenti concettuali e pratici per provare a superarla. Questa storia riguarda il pregiudizio contro le donne. Partendo dalle origini della civiltà occidentale (Esiodo, Omero, la Bibbia), dipanandosi poi attraverso il teatro greco e i grandi classici del secolare pensiero filosofico, religioso, politico e scientifico, il coro contro l’essere femminile è risultato assordante e compatto. Con argomentazioni sorprendentemente simili, pur provenienti da autori delle scuole più diverse – religiosi o atei, conservatori o progressisti, antichi o moderni – il consenso intorno al pregiudizio misogino ha rappresentato il più grande e atavico collante della cultura occidentale. Un gran discutere fra uomini per arrivare a stabilire l’inferiorità inemendabile dell’essere femminile, tanto da giustificare e anzi rendere scontata, opportuna e persino necessaria, la sottomissione al maschio. Il libro non si limita a ricostruire la storia del più antico preconcetto – tirando in ballo le responsabilità della filosofia, della religione e delle scienze in genere –, ma propone una nuova teoria della soggettività umana che possa agevolare il superamento di contrapposizioni e pregiudizi sessuali con i quali è arrivato il momento di fare i conti in maniera definitiva.

Segue ora un incontro con Paolo Ercolani.


Contro le donne (2)

A Paolo Ercolani (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa principalmente ti ha incoraggiato a scrivere questo libro?

Da una parte il fatto che tutti gli uomini da me consultati volessero farmi desistere dall'imbarcarmi per un'avventura ritenuta insidiosa e senza frutti al sole.
Dall'altra che in seguito alle mie letture sull'argomento (inizialmente poche e casuali) avevo intuito di poter compiere un'operazione ambiziosa e pressochè unica: scrivere una controstoria delle idee in cui dimostrare che i più grandi autori della tradizione occidentale si erano trovati clamorosamente d'accordo nel bollare la donna come creatura difettosa, inferiore e persino foriera di tragedie e pericoli. Atei e credenti, progressisti e conservatori, antichi e contemporanei, tutti i grandi della nostra storia, che per il resto si erano divisi su tutto, quando si è trattato di mortificare e maledire la donna sono riusciti a raggiungere una sintonia impressionante. Io stesso, in molti dei casi citati nel mio libro, ho faticato a credere ai miei occhi
.

Perché anche nel pensiero di uomini d’avanguardia sociale (si pensi, ad esempio, a Proudhon) persiste tanta misoginia?

Perchè in questo aveva ragione Nietzsche: l'essere umano, ma direi la natura tutta, sono caratterizzati da un originario e insopprimibile istinto di sopraffazione del più debole. Con la "civiltà" abbiamo dimenticato volentieri questo dato di fondo che contrasta clamorosamente con i nostri pensieri alti, i nostri costumi sofisticati, il nostro dipingerci come creature evolute.
Il pregiudizio contro la donna, incredibilmente radicale, duraturo e trasversale, rappresenta forse l'esempio più lampante del nostro essere governati dal principio della prevaricazione del più forte sul più debole. Se vogliamo davvero compiere un passo ulteriore verso la civiltà, non possiamo non fare finalmente i conti con il pregiudizio misogino. Che fra le altre cose, a dimostrazione che il pensiero incide eccome sulla realtà, rappresenta il fondamento più radicato dei soprusi e degli atti violenti che tanti uomini compiono contro tante donne
.

Come spieghi che dopo le affermazioni negli ultimi quarant’anni del secolo scorso, il femminismo stia attraversando un periodo di scarso slancio o addirittura di crisi?

Il femminismo, come tutte le grandi ideologie dei secoli scorsi, pur avendo conseguito risultati fondamentali ha dovuto soccombere di fronte a quella vera e propria dittatura del pensiero unico che è la teologia economica. Così come in epoche passate si era impedita l'emancipazione umana e la piena acquisizione dei diritti in nome della "tradizione" e della "natura", oggigiorno è il mercato, con la sua inesorabile logica quantitativa del profitto a fagocitare tutte quelle idee (e quelle iniziative pratiche) che non fanno il gioco di quella stessa logica. Al mercato non importa nulla degli uomini e delle donne, delle loro idee o della qualità della loro vita esistenziale o sociale: esso è regolato da una meccanica e arida logica quantitativa in cui l'essere umano in quanto tale (a prescindere da tutto il resto) deve essere ridotto a servo e strumento di valori impersonali come il profitto, il pareggio di bilancio, il PIL.
In questo contesto, il femminismo, che peraltro non è esente da errori nell'aver visto nel mercato libero un'occasione di emancipazione della donna, perde molta della sua spinta alla stessa maniera delle grandi ideologie dei secoli scorsi. A regnare oggi è un pensiero unico che, per definizione, non tollera altre forme di pensiero, specie se di impronta umanistica
.

La filosofia postumanista – con l’interazione fra gli umani e le macchine, la robotizzazione dei servizi, i nuovi traguardi della genetica – ipotizza un mondo che conoscerà il superamento dei generi.
Credi nel raggiungimento di quella meta? Se sì, oppure no, perché?

Ecco, il punto è proprio questo. Ancora oggi persiste una corrente del femminismo che, basandosi su una dilatazione eccessiva della teoria gender, prefigura scenari futuristici in cui l'emancipazione della donna sarebbe finalmente possibile grazie alla sparizione della donna stessa. Che una donna possa desiderare l'emancipazione del proprio genere attraverso un'umanità abitata da cyborg asessuati mi riesce difficile immaginarlo. Non solo questo femminismo (penso a Butler e a Braidotti, per esempio) finisce paradossalmente col realizzare il sogno secolare dei misogini più incalliti (la sparizione della donna), ma si inserisce anche in un'ottica post-umana che risulta quantomai gradita al sistema tecno-finanziario. Ossia a quel dio Mercato che ha tutto da guadagnare dalla sparizione dell'essere umano e dalla sua trasformazione in un automa programmabile e controllabile.

Paolo Ercolani
Contro le donne
Pagine 320, Euro 17.50
Marsilio


"Il Menabò" di Elio Vittorini

Amo gli epistolari perché sono backstage che illuminano particolari di esistenze che senza quei documenti non avremmo conosciuto, oppure fanno luce sulla nascita di opere.
La sola cosa che trovo intollerabile è la pubblicazione di missive d’un sopravvivente in una coppia – coppia fissa oppure occasionale – che, senza autorizzazione alcuna, decide di dare alle stampe lettere ardenti, con particolari intimi, ricevuti da lei o da lui che più non sta su questo mondo. Diciamo la verità: una mascalzonata.
Un grande documento letterario, prezioso oggi e sempre più lo sarà, è stato pubblicato dall’editore Nino Aragno: «Il Menabò» di Elio Vittorini (1959-1967). Il volume si avvale di un’Introduzione di Giuseppe Lupo ed è a cura di Silvia Cavalli che firma anche la Postfazione.

Una precisazione sul titolo, destinata ai non addetti ai lavori redazionali: “Menabò” è un modello tipografico utilizzato per l'impaginazione di libri o riviste che contiene testo (ed eventuali fotografie, disegni), in una data, e precisa, disposizione.
Così Vittorini volle chiamare questo suo progetto che nasce tra il ’57 e il ’58, quando, in accordo con Einaudi, lo scrittore decide di cessare le pubblicazioni dei Gettoni. Vittorini ne accenna a De Monticelli come di una rivista-collana, pubblicata da Einaudi e con Italo Calvino come condirettore.
Rivista-collana perché l’intenzione è di presentare testi narrativi, poetici e saggistici ai quali siano accostati dei saggi critici sul problema che i testi stessi presentavano.
«Il Menabò» viene pubblicato in 10 numeri dal ’59 al ’67.
La condirezione di Vittorini e Calvino – come afferma, ad esempio, anche il Centro Apice – è caratterizzata “da un forte affiatamento soprattutto per i primi tre numeri della rivista (’59-’60), ancora influenzati dai temi trattati nei Gettoni. Dal quarto numero della rivista, il legame con il passato si allenta e Vittorini dà alla rivista un’impronta nuova. È allora che l’armonia con Calvino nella condirezione si spezza: Vittorini sceglie una linea non condivisa da Calvino, il quale da quel momento continua a pubblicare sulla rivista, ma non si considera più il suo condirettore”.

Vista la forte impronta data da Vittorini alla pubblicazione è necessario dare spazio alla biografia di questa figura di scrittore e agitatore culturale nato a Siracusa il 23 luglio 1908 – spentosi a Milano il 12 febbraio 1966 ucciso da un cancro allo stomaco; ecco un suo ritratto nella Treccani.
Fu uomo indocile ad ogni disciplina specie se questa era dettata da un pensiero unico.
Lo troviamo prima dei trent’anni tra i cosiddetti fascisti di sinistra (Mino Maccari, Marcello Gallian, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini), poi tentare di convincere Mussolini a schierarsi nella guerra di Spagna con i repubblicani contro Franco; nel ’42 combattente nella Resistenza; entrare nel Pci per poi scontrarsi aspramente con Togliatti all’epoca del Politecnico; diventerà presidente del Partito radicale nel 1960.
Una silloge di pensieri, appunti, riflessioni di Vittorini dal titolo “Le due tensioni” fu pubblicata per la prima volta nel 1967 per volontà e cura di Dante Isella e quest’anno ha conosciuta una nuova edizione con un’appendice di inediti..

È stato notato che “Il Menabò” nasce mentre si sta avviando il processo che porterà al “centro-sinistra” e chiude pochi mesi prima del ‘68 e dell''autunno caldo. Questo significa che la rivista ha vissuto – e se ne riscontra in quelle pagine una risonante eco – un periodo centrale della storia d’Italia nella seconda metà del secolo scorso, un periodo di cui avvertiamo ancora oggi le ricadute politiche e sociali.
Ecco un estratto dalla presentazione editoriale di ”«Il Menabò» di Elio Vittorini”.
A cinquant’anni dalla morte di Vittorini, i carteggi del «menabò» (in cui convergono i nomi di Italo Calvino, che condirige la rivista, di Raffaele Crovi, che è segretario di redazione, e, tra gli altri, di Stefano D’Arrigo, Franco Fortini, Francesco Leonetti, Lucio Mastronardi, Ottiero Ottieri, Elio Pagliarani, Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Paolo Volponi) offrono uno spaccato delle linee, delle tendenze, delle opinioni che sorreggono i dieci fascicoli dedicati al racconto dell’Italia del dopoguerra, alla narrativa meridionalista, alle scritture ispirate dalla fabbrica, alle sperimentazioni stilistiche e linguistiche della neoavanguardia. Si afferma così definitivamente il progetto vittoriniano di una cultura quale indagine sulla società e sulle trasformazioni di un’Italia proiettata negli anni del benessere.

«Il Menabò» di Elio Vittorini
A cura di Silvia Cavalli
Introduzione di Giuseppe Lupo
Pagine 570, Euro 30.00
Nino Aragno Editore


Star Trek ha cinquant'anni


Questo sito ha le sue sezioni ispirate a titoli spaziali e, come sanno gli amici che lo visitano, una di esse, dedicata alle interviste mensili, ha il nome di Enterprise come la famosa astronave della serie televisiva.
Non sono uno specialista di Star Trek, ma quando nel febbraio 2000 aprii – con la preziosa assistenza di Attilio Sommella – questo sito, mi piacque dare quell’impronta startrekkiana perché ST pone interrogativi scientifici, propone metafore linguistiche e filosofiche: il viaggio e l’incontro, la ricerca e lo scacco, il confronto con nuovi linguaggi.
La serie tv, fu ideata da Gene Roddenberry… le sue ceneri, viaggiarono in una navicella spaziale ideata da una ditta americana. Accanto a lui, urna a urna: il profeta dell’Lsd Timothy Leary, un bambino giapponese e altri nove tipi; cosmonauti di cenere cremati due volte: la prima dopo la loro morte, la seconda quando quel minuscolo satellite, quasi un giocattolo, inanellando giri entrò in contatto con l’atmosfera incendiandosi… Gene aveva detto o no "Spazio, ultima frontiera"?
Star Trek debutta l'8 settembre 1966 sul canale NBC, potete trovare QUI notizie particolareggiate sulla serie.
La prossima estate uscirà sul grande schermo il nuovo capitolo cinematografico intitolato "Beyond", CLIC per vedere il trailer.

Per ricordare questo compleanno, mi avvalgo di alcuni amici.
In questi 15 anni di pubblicazioni in Rete, al termine delle interviste – oggi ne conto oltre 200 – ho sempre chiesto ai miei ospiti un pensiero (invitandoli ad essere non necessariamente elogiativi) su Star Trek.
Quello che più mi piace citare appartiene a Billi Bilancioni, saggista, esperto di cinema, di rock, insegna Storia dell'Architettura all'Università di Genova.
Ha scritto: Eugenio Fuselli: poesia e urbanistica; Aedilitia di Piero Portaluppi; Spirito fantastico e architettura moderna; Architectura esoterica; ha tradotto per Bollati Boringhieri “Mistica e architettura” di Louis Hautcoeur.
La dichiarazione che segue fu data nell’ottobre 2000.

Ti invio in Teletrasmissione, caro Armando Adolgiso, alcune sintetiche riflessioni, dopo averle disposte sul display del mio Holodeck.
Con i Sensori attivati ci si può mettere di fronte al mondo e farne sistema.
Uno studioso americano di Star Trek, le cui idee sono state rinvenute nel labirinto inquieto del Web, ha messo insieme la motonave Enterprise e il paradiso: e, studiando Star Trek ha parlato della "difficoltà del paradiso". In un mondo di sofferenza, dice, il paradiso è solo un mondo dove non c'è guerra, non c'è fame e non c'è avidità: come dire che il piacere cosmico è la cessazione del dolore terrestre.
E i misteri di Star Trek sono quelli di una "Full frontal nudity" di fronte al cosmo.
Ci viene fatto intuire il "completamente altro", che è l'essenza del sacro.
"La resistenza è inutile sarete assimilati", dicono gli alieni, che sono generati nell'altro.
Trek porta nelle case una "caleidoscopica cacofonia di particelle, onde, campi, fissioni e anomalie", che danno godimento proprio perché dissimili alle consuetudini ma che fanno riflettere perché portano alla coscienza le "meraviglie del possibile".
Neurotrasmettitori all'acetilcolina, potentissimi Anestetici capaci di indurre una flottante Antigravitazione, Antineutrini e transprodotti, Particelle pesantissime, meravigliosi dispositivi Antitempo e antimateria, anioni ribelli e Stringhe cosmiche, la forza non resistibile dei buchi neri, ed i territori negativi delle Badlands, sono gli elementi fantasmatici eppure assai reali di un rovesciarsi del sapere nell'altrove, emblema di ogni impresa di ricerca, veicoli di un cambiamento di stato.
Impariamo molte cose: il Bilitrium è un raro elemento cristallino, incredibile fonte di energia se connesso ad un convertitore di anti-materia.
Ed impariamo a vagare fra strane Particole: californium, fermium, berkelium, e mendelevium, einsteinium, nobelium, e argon, krypton (che ricorda qualcosa), neon (un gas assai diffuso sulla nostra terra ma assai nocivo alla vista), radon, xenon, zinco, e rhodium, insieme alla chlorina, al carbone, al cobalto, al rame, al tungsteno, lo stagno e il sodio.
Ma in questa magica e continuata esplorazione dell'altra parte impariamo la cosa più importante di tutte benché sia anche la più semplice: gli altri siamo noi
.

..................................................................................................................

Alla redazione del webmagazine Webtrekitalia uno dei migliori in Rete, e non solo in Italia, di quelli dedicati a ST, guidato da Giancarlo Manfredi, ho chiesto: dal suo debutto di 50 anni fa ad oggi come giudicate il tracciato narrativo di Star Trek? E la sua evoluzione (o involuzione, se così la vedete) di linguaggio?

Ciao Armando, parlare in maniera oggettiva del videomito di Star Trek è per noi una missione emotivamente difficile: i più ricorderanno, infatti, che si tratta di una vera e propria saga, volta a raccontare non tanto i viaggi spaziali di capitani coraggiosi e dei loro equipaggi naif, quanto un affresco del futuro come avrebbe potuto (o dovuto) essere e, al tempo stesso, della metafora di un presente che si rinnova di continuo, senza però trovare nuove soluzioni a eterni problemi.
E sì, per rispondere alla tua domanda, i temi della narrazione - com’è naturale che sia, in mezzo secolo di avventure galattiche - sono cambiati: dalle risposte utopistiche ai temi sociali degli anni ’60, si è passati agli scenari più contrastati propri del vissuto degli anni ’80 e ’90, per arrivare infine alla riproposizione, in chiave certamente più spettacolare, ma anche meno idealistica, dei reboot prodotti, a partire dal 2009, dal regista J.J. Abrams.
Il fatto è che anche l’Enterprise non è passata indenne attraverso il campo asteroidale dell’esaurimento nella vena creativa hollywoodiana, ormai popolata di infiniti cloni: il problema, naturalmente, non è nei nuovi attori (bellissimi, per carità, e bravi) in sostituzione del cast originale o negli effetti speciali sempre più mirabolanti, ma è che oggi, se vogliamo ritrovarne quello stesso spirito, positivo e umanistico e originale, lo dobbiamo ricercare negli universi alternativi dei cosiddetti fan film, alcuni dei quali di una qualità così interessante (come ad esempio Star Trek Axanar) da meritarsi una serie di cause legali con le major.
Possiamo, a questo punto, parlare di evoluzione del linguaggio? O, piuttosto, i termini di evoluzione e di involuzione vanno di pari passo - come lo Yin e lo Yang - e la differenza percepita dipende dal background culturale di ognuno di noi?
In realtà la paura degli appassionati (nonché della redazione di WebTrek Italia, che qui ti parla con voce corale) è piuttosto quella di dover a testimoniare una trasformazione, da arte narrativa a mero copyright industriale, dove il livello del venduto abbinato al franchise, non rispecchia affatto il linguaggio e la filosofia originale di Gene Roddenberry.
Domandiamoci piuttosto se oggi c’è ancora qualcosa che valga la pena raccontare: forse una risposta (l’unica?) la troviamo nella frase storica “To explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations, to boldly go where no man has gone before”, (Per esplorare strani nuovi mondi, e cercare nuove forme di vita e nuove civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima), laddove di narrazioni e linguaggi esplorabili ce ne sarebbero eccome, ciò che (ancora) manca è una nuova generazioni di visionari e innamorati di un futuro migliore


Laboratorio ad alto voltaggio


La casa editrice Editoriale Scienza porta I suoi lettori in vari campi delle scienze e in tanti laboratoti tecnici.
Ora i ragazzi conoscono il mondo della biologia, ora quello della matematica, in un libro entrano nella zoologia e in un altro s’aggirano nello Spazio tra cosmonauti e astronavi.
Spesso sono messi in condizione, con facili istruzioni, di costruire oggetti e provocare effetti come in questo Laboratorio ad alto voltaggio Un mistero con elettromagneti, allarmi antifurto e altri congegni tutti da costruire.
Mia abitudine, spero non troppo pedante, è quella di chiarire sempre ogni termine che può determinare perplessità.
Che cos’è il voltaggio? Mano al vocabolario.
“Il voltaggio è la differenza di potenziale elettrico tra due corpi conduttori”.
Il volt è un’unità di misura, ha questo nome in onore di Alessandro Volta, che nel 1799 inventò la pila voltaica, la prima batteria elettrochimica.
Negli anni 1880, l'International Electrical Congress, approvò il volt come unità di misura della forza elettromotrice.
In “Laboratorio ad alto voltaggio”, tecnologia e manualità, avventura e mistero si uniscono in una storia ricca di colpi di scena.

Ecco la scheda redazionale di presentazione del volume.

Due ragazzi, fratello e sorella, con la passione per la tecnologia, una casa abbandonata, un giallo da risolvere in quella che si preannunciava un’estate noiosa: Laboratorio ad alto voltaggio ha tutti gli ingredienti per tenerti con il fiato sospeso!
Quando vengono affidati dai genitori al bislacco zio Newt per l’estate, Nick e Tesla si trovano coinvolti in un avventuroso mistero.
Perché un Suv nero sembra pedinarli ovunque vadano?
La casa abbandonata è davvero vuota?
Chi è allora la pallida bambina che compare, come un fantasma, alla finestra?
Un gioco dall’esito inatteso, trasforma una pigra vacanza in un giallo risolto a colpi di gadget tecnologici! Per venirne a capo, ed evitare grossi guai, dovranno far ricorso a ingegno, manualità e passione per la tecnologia, costruendo con oggetti di uso comune magneti, sensori, robot, rilevatori segui pista e altri congegni. Scopri come funzionano e divertiti a costruirli anche tu! Per farlo, basta seguire le chiare istruzioni illustrate che accompagnano ciascun dispositivo
.

I due autori del libro (età consigliata: da 9 anni) sono Bob Pflugfelder e Steve Hockensmith.
Il primo è un insegnante di scuola elementare che ha vinto molti premi per la divulgazione scientifica per ragazzi producendosi anche in televisione su History Channel.
Il secondo, è autore di serie assai apprezzate negli Stati Uniti.
Tra i suoi titoli anche la raccolta di racconti “Nine Tales of Christmas Crime”.

Nick e Tesla
Laboratorio ad alto voltaggio
Traduzione di Mara Pace
Illustrazioni di Scott Garrett
Pagine 252, Euro 12.90
Editoriale Scienza


L'Ateo


Il bimestrale "L’Ateo" dell’Uaar - Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti - diretto da Francesco D’Alpa e Maria Turchetto nel suo più recente numero (106, in foto riprodotta la copertina) dedica largo spazio al tema “Popolazione e Ambiente”.
Andiamo verso la sesta estinzione di massa? Interventi di Luca Pardi, Telmo Pievani, Jacopo Simonetta, una frizzante intervista impossibile con Karl Marx condotta da Maria Turchetto col suo stile demistificatorio e corrosivo, un articolo di Stefano Scrima in cui trovo citato (accade di rado) il cupo profeta francese Albert Caraco (1919 – 1971) che meriterebbe di essere meglio conosciuto e meglio studiato.
A proposito di sesta estinzione, mi va di dire la mia: se proprio deve accadere, spero che avvenga dopo che sono riuscito a votare un grosso NO al referendum renziano del prossimo ottobre.

Altra sezione della rivista è dedicata a “Religioni e Violenza”, ne scrivono: Albert de Pury, Stefano Bigliardi, Fulvio Caporale.
Seguono contributi di Sergio Ghione che ricorda la scomparsa di Floriano Papi, Stefano Marullo in un’eco-elegia per Umberto Eco, Carlo Ottone in una nuova puntata della Storia dei Giubilei dal 1950 al 1975.

Il numero ospita anche la relazione tenuta da Raffaele Carcano… a proposito, segnalo la recente uscita di un suo nuovo libro… all’XI Congresso Uaar dove, dopo 9 anni, ha lasciato la carica di segretario generale dell’organizzazione; con molta eleganza, pur ricordandoli, non sottolinea i notevoli traguardi raggiunti dall’Uaar durante la sua gestione, ma soprattutto preferisce indicare i nuovi obiettivi da raggiungere.
Nuovo segretario è Stefano Incani cui va l’augurio di buon lavoro di Cosmotaxi.
Inoltre, recensioni di libri, vignette, lettere dei lettori, animano le pagine.

La rivista "L'Ateo" è in vendita nelle seguenti librerie al prezzo di 4.00 euro

QUI la lista delle biblioteche in cui è possibile leggere la rivista.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (1)


Caro Bay,
il tuo cuore era una grande piscina
dove noi poeti ci tuffavamo allegri
certi del tuo ristoro.
Anfitrione generoso e gaio,
la tua famiglia è un canto
per tutte le religioni
.

Sono parole di Alda Merini dedicate a Enrico Baj, un protagonista delle arti visive del Novecento.

In foto: Comizio, 1963

Oggi, 16 giugno; tredici anni fa in quel giorno ci lasciava Enrico Baj
Per lui, ad Aosta, è in corso un’antologica intitolata L’invasione degli ultracorpi a cura di Chiara Gatti, con il contributo di Roberta Cerini Baj.
La mostra è realizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta - che anche quest’anno conferma il suo impegno nel sostenere la proposta culturale del territorio con un evento di grande richiamo - in collaborazione con Silvana Editoriale e il coordinamento generale di Raffaella Resch.
Il titolo della mostra cita la celebre pellicola diretta da Don Siegel nel 1956, tratta dal romanzo di fantascienza di Jack Finney – e rimanda a una creatura antropoide, un’invenzione frutto di una scienza cosmica ancora misteriosa.

Enrico Baj: una vita febbrile, una produzione vertiginosa, un impegno civile assiduo.
Già, perché la sua arte irriverente, demistificatoria, lo ha visto in prima linea nelle vicende culturali e politiche italiane. Basti pensare, per citare solo uno dei più clamorosi esempi, al gigantesco assemblage intitolato “I funerali dell’anarchico Pinelli” (1972). Doveva essere esposto il 17 maggio di quell’anno, ma proprio quella mattina fu ucciso il commissario Calabresi e la mostra fu rinviata sine die. Solo 40 anni dopo sarà esposta a Palazzo Reale, il luogo per cui era stata pensata trasformando un evento tragico in un’opera chiave della storia artistica del ‘900; QUI un servizio tv sull’avvenimento.
La compagna della sua vita, Roberta Cerini, circa il profilo politico di Baj, così disse in un’intervista: Una connotazione politica definibile non l'ha mai avuta. Si è sempre sentito anarchico. Un uomo libero, non esattamente il tipo di persona che potesse sopportare le pastoie dei politici e dei partiti. La sua posizione, la sua critica più che politica era di impegno civile. Un discorso contro il potere da qualsiasi parte venisse.

Vi è una costante che dà significato e coerenza alla vita e al lavoro di questo artista: in oltre cinquant’anni di attività: mai ha cessato di sperimentare e di rinnovarsi, sia nella scelta delle tematiche, sia delle tecniche pittoriche e incisorie. Tra queste preferito è il collage che, associato o no al colore, gli ha permesso di utilizzare ogni sorta di materiale in un continuo gioco combinatorio. Oltre alle stoffe e alle passamanerie, ai bottoni, ai pizzi, alle medaglie, entrano nelle sue opere vetri colorati, frammenti di specchio, impiallacciature e intarsi, parti di Meccano e di Lego, plastiche e celluloidi, pezzi di legno e oggetti di uso quotidiano.
Per quanto feroce, la sua critica è sempre temperata dall’ironia che conferisce alle sue opere una leggerezza che mai dimentica la lezione di Rabelais e soprattutto di Jarry.

QUI un'intervista, in cui parla del suo lavoro, data a Rai Educational.

Segue ora un incontro con Chiara Gatti.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (2)

Alla curatrice Chiara Gatti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Chi erano gli “ultracorpi” per Baj?

Come diceva André Breton, erano “esseri favolosi”, creature mutanti, figlie di un immaginario fantascientifico, ma figlie anche delle paure dell'uomo di fronte ai misteri della scienza e del cosmo in un'epoca in cui, la corsa allo spazio e le scoperte di un universo molecolare stavano nutrendo la curiosità degli artisti per un mondo sconosciuto. L'ultracorpo diventa tuttavia anche, nel pensiero di Baj, una sorta di allegoria del fallimento, da parte dell'uomo moderno, di dare risposte certe ai quesiti dell'esistenza. Tanto che Baj trovò nella scienza patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie” di Jarry, le uniche risposte plausibili sul senso della vita.

Quali i criteri seguiti nell’allestire il percorso espositivo?

Il percorso della mostra è diviso per sezioni che raccontano momenti diversi nell'evoluzione dell'ultracorpo, dalla nascita alla proliferazione, dall'istinto a socializzare coi suoi simili a quello di esercitare un potere sugli altri nella celebre serie dei generali. Si prosegue dunque per capitoli quasi cronologici, dagli anni Cinquanta in avanti, suggerendo al pubblico una sorta di teoria evoluzionistica di queste misteriose creature. Ecco allora, da una materia molle e vischiosa, germinare le prime figure plastiche, esseri invertebrati usciti dalle selve oscure di una pittura molecolare. Ecco docili invasori dilagare in quelle selve oscure, saltellare spensierati, prima di cedere alle lusinghe del potere, trasformarsi in generali, e poi, di nuovo, in blob fangosi o droidi assemblati con residui metallici fedeli alle leggi della cibernetica, nella sequenza militaresca dei meccano. Si approda alla sala dell'Apocalisse, una giostra di creature maligne e grottesche, dai nomi osceni, specchio di un mondo in degrado, viziato dal benessere. Gli ultracorpi si trasformano qui in piccoli demoni mascalzoni.

Quali furono le ragioni che portarono Baj, uomo intensamente politico, a entrare in contrasto con la politica culturale del Pci?

Baj era un uomo libero, un anarchico affrancato da ogni etichetta politica, ma schierato contro ogni potere costituito. A livello artistico, non nascose mai il suo dissenso verso la pittura tipicamente realistica sostenuta dal partito comunista, secondo la linea data da Togliatti, sullo sfondo del famoso dibattito fra realismo e astrazione che dominò il secondo dopoguerra. Rispettava l'impegno di colleghi come Guttuso. Ma la pittura realista era lontana dalla sua sensibilità e, soprattutto, dalla sua ironia al vetriolo.

Che cosa principalmente attrasse Baj della patafisica?

Ne condivideva lo spirito anarchico e scanzonato allo stesso tempo. La capacità di affrontare temi di critica sociale col sorriso amaro, nascondendo, dietro a soluzioni farsesche, messaggi epocali. Nel solco del grande drammaturgo francese Alfred Jarry, autore della celebre commedia “Ubu Re” (1896) e inventore del termine “patafisica”, Baj mise in scena infatti il suo teatro di Ubu nel 1985 allestendo una commedia dove lo humour sagace bacchettava il degrado morale della società moderna. Re Ubu, padre nobile di tutti i generali, era affiancato a decine di personaggi ambigui, consiglieri, vessilliferi, dignitari, magistrati, sullo sfondo di una scenografia punteggiata da strumenti di tortura, come la macchina del decervellaggio. L'antieroe meschino di Jarry diviene, per Baj, un'allusione alle bassezze e all'edonismo degli anni ottanta.

Seguono ora note biografiche di Baj e informazioni su luogo, date e orari della mostra.


Aosta: L'invasione degli ultracorpi (3)


Ecco una sintetica biografia di Enrico Baj e informazioni per visitare la mostra.

Enrico Baj (Milano 31 ottobre 1924 – Vergiate, 16 giugno 2003), frequenta l’Accademia di Brera e contemporaneamente consegue la laurea in legge.
Nel 1951 lo troviamo tra i fondatori del Movimento Nucleare e partecipa ai movimenti d’avanguardia italiani e internazionali con mostre, pubblicazioni e manifesti, collaborando con Lucio Fontana, Piero Manzoni, Arman, Yves Klein, il gruppo Phases, Asger Jorn e gli artisti del gruppo CoBrA.
A partire dagli anni Cinquanta è presente sulla scena internazionale ed espone spesso a Parigi.
Fu in quella città che nell’autunno del 1964 incontrò Roberta Cerini. Sarà la compagna della sua vita. Si sposano a Milano, a Palazzo Marino, il 28 luglio 1966.

Qui in una foto degli anni '90 scattata da Gianni Unimarino.

Nei Sessanta entra a far parte del Collège de Pataphysique che lo nomina Satrapo Trascendente, la più alta carica patafisica.
Lo stesso anno ottiene una sala personale alla Biennale di Venezia ed espone alla Triennale di Milano.
È stato anche scrittore e critico. Tra i suoi libri: “Patafisica” (1982); “Automitobiografia” (1983); “Impariamo la pittura” (1983); Ecologia dell'arte (1990); "Discorso sull'orrore dell'arte" (con Paul Virilio, 2002).
La più recente pubblicazione, avvenuta un mese fa, è una sua indignatio intitolata “Sic stantibus Rebus” edita da FUOCOfuochino, editrice fondata da Afro Somenzari, artista che ebbe l’amicizia e la stima di Baj, e del quale qui riporto la presentazione che fa del testo.
Nell’Era Patafisica, il 27 Phalle dell’anno 125 (6 settembre 1998, Era Volgare) a Pomponesco, il Satrapo Trascendente e Imperatore Analogico Enrico Baj promulgava l’Enciclica "Sic stantibus Rebus". Con questo testo anticipò i gravami della nostra società con occhio traslucido e trasparente, con quella chiarezza e puntualità che solo i geni posseggono e sono in grado di comunicare. Se l’attualità è quella di piegare il capo, uniformarsi alle leggi di mercato, non indignarsi di fronte allo strapotere delle multinazionali e alle nefandezze perpetrate al genere umano da se stesso, allora l’inattualità è un ingrediente per la salvezza. In una società dove tutti vogliono aver ragione noi abbiamo preferenza di non aver ragione né torto. Così stavano le cose, e oggi?

Il catalogo della mostra è pubblicato, in italiano e francese, da Silvana Editoriale; press: Lidia Masolini, tel: 02 – 453 95 111; press@silvanaeditoriale.it
Contiene riproduzioni a colori di tutte le opere esposte, testi di Chiara Gatti, Luca Bochicchio, Angela Sanna, Daria Jorioz e una testimonianza di Roberta Cerini Baj.
Grazie a una ricca antologia di testi, è documentata l’attività di teorico e giornalista di Baj, come pure il dialogo da lui intrattenuto con i maggiori intellettuali e artisti del Novecento, da André Breton ad Arturo Schwarz, da Italo Calvino e Dino Buzzati, a Umberto Eco e Jean Baudrillard, da Octavio Paz a Edoardo Sanguineti.

Ufficio Stampa della Mostra:
Alessandra Pozzi, press@alessandrapozzi.com; 338 – 59 65 789
Via Paolo Frisi 3, 20129 Milano

Enrico Baj
L’invasione degli ultracorpi
A cura di Chiara Gatti
con Roberta Cerini Baj
Aosta, Museo Archeologico Regionale
Info: 0165 – 27 44 01; u-mostre@regione.vda.it
Tutti i giorni: 9.00 – 19.00
Fino al 9 ottobre 2016


Sovrapposizioni

L’anno scorso, la casa editrice Moretti&Vitali dette vita alla collana Imm’ dedicata alla cultura visiva, diretta da Elio Grazioli, Riccardo Panattoni, Marco Belpoliti.
Elio Grazioli, critico e storico di arte contemporanea e fotografia, insegna all’Università e all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. È promotore e curatore del festival “Fotografia Europea” di Reggio Emilia.
Riccardo Panattoni, filosofo che ha incentrato sull’immagine la sua riflessione, insegna all’Università di Verona. È autore di numerosi libri e curatore con Grazioli del festival “Fotografia Europea” di Reggio Emilia.
Marco Belpoliti, scrittore e saggista, spazia dall’arte ai mass-media, insegna all’Università di Bergamo e dirige il sito www.doppiozero-com. È critico letterario, collabora con La Stampa, Il Manifesto, Il Sole 24 Ore.

Il primo volume di “Imm’”, intitolato “Not straight” (significato: non puro, non diretto, non tutto a fuoco, non evidente), chiariva le intenzioni che intendeva percorrere la collana: riflettere sulla complessità e l’enigmaticità dell’immagine.
Ora, un nuovo volume prosegue quella strada d’indagine: Sovrapposizioni memoria, trasparenza, accostamenti, a cura di Elio Grazioli e Riccardo Panattoni.
Si tratta di una raccolta d’intensi saggi di filosofia dell’immagine.
Voglio ricordare qui gli studi che da Wunenburger passando attraverso Gaston Bachelard, Gilbert Durand, arrivano a Jean Baudrillard che definisce “estasi da Polaroid” quella voglia tutta contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. Studi che s’interrogano sui problemi epistemologici posti dalle immagini e di cui nel volume di cui ci stiamo occupando troveremo talvolta una eco.

Nel libro, dopo un’introduzione dei due curatori, si leggono scritti di Gianluca Solla (“Persistenze visive o dell’innamoramento”); Marcel Duchamp (“Note sull’infrasottile” – di cui vengono tradotte nella nostra lingua per la prima volta le ‘Note’ relative); Christian Delage e Vincent Guigueno (“Ciò che è dato a vedere, ciò che possiamo mostrare”); Nicola Turrini (“Come l’acqua e la pietra”); Muriel Pic (“Immagine-farfalla e rallentatore: W.G. Sebald o lo sguardo catturato”); Daniela Angelucci (“Ricordare, ripetere, rifilmare”); Pierluigi Fresia (“L’atlante imperfetto”); Mark Godfrey (“Fotografia trovata e persa: su Floch di Tacita Dean”); Shilpa Gupta (“Molti sé”), Federico Ferrari (“L’immagine metafisica”).

Dalla presentazione editoriale.
L'immagine: presente e passato, vita e morte, trasparenza e opacità.
La sua esistenza, il suo prendere forma sono dovuti innanzitutto alla luce, elemento all’origine della vita; ciò nonostante è sempre stata associata all’esperienza della morte, alla permanenza di ciò che è stato.
Eppure ogni immagine si sovrappone a un’altra, come un istante di un processo dinamico:
non è mai sola, ma dietro, accanto, prima, dopo, altre immagini si affacciano, si fondono, complicano e arricchiscono la nostra visione, creando un nodo che coinvolge i ricordi, il loro rifiuto, la loro presenza, i nostri fantasmi.
Le immagini rivelano una loro persistenza, non tanto una sopravvivenza, quanto una vera
e propria vita postuma, che ci accompagna, ci incontra, ci sorprende perché quella singola
immagine era già lì, ad aspettarci, come una memoria a venire
.

Sovrapposizioni
a cura di
Elio Grazioli - Riccardo Panattoni
Pagine 192, con corredo d’immagini
Euro 18.00
Moretti&Vitali


Chi è Dio?

Quando è possibile definire un libro “necessario”? Solo quando è illuminato da un’intelligenza che suscita domande, invita a riflettere, insomma va oltre la lettura del testo stesso spronando a esplorare panorami di pensiero.
Ecco perché è inutile un libro di Matteo Salvini o di Matteo Renzi… come?... se esistono libri di quei due?... sì, esistono, la madre di quel tipografo (chissà, forse si chiama Matteo anche lui) è sempre incinta di nuovi testi.
Utilissimo e necessario, invece, un volume edito da Mucchi, è intitolato Chi è Dio?, ne è autore Jean Soler.
Storico delle religioni e diplomatico francese, è stato addetto culturale presso l’Ambasciata di Francia in Israele dal 1969 al 1973 e dal 1989 al 1993.
È autore della trilogia “Aux origines du Dieu unique” e di “La violence monothéist” (Paris, Editions de Fallois).
Chi è Dio? si avvale della brillante traduzione di Eugenio de Sio e di una nota a mo’ di postfazione di Michel Onfray.

Come lo stesso autore precisa, quest’agile pubblicazione riassume i temi dei suoi studi che si appuntano su di un’implacabile critica al monoteismo, alla violenza che impone al prossimo. Qui mi piace ricordare che i cristiani dei primi secoli proclamavano con arroganza “Credo quia absurdum”, espressione la cui origine in molti fanno risalire al temerario Tertulliano. Vale a dire: tra fede e ragione, preferisco la prima. È evidente che un’affermazione siffatta può generare, ha generato, guerre e stragi.
L’attacco al monoteismo coinvolge tutti i credenti nel Libro, infatti, scrive Soler: La parola “Dio” non può designare che la divinità adottata dalle tre religioni “monoteiste” e che ha per tratto principale di essere concepita come unica. «Noi crediamo in un sol Dio…», così comincia il Credo elaborato dalla cristianità al concilio di Nicea nel 325. I cristiani non fanno che riprendere il dogma ricevuto dagli ebrei, all’epoca di Gesù, e i musulmani, alcuni secoli dopo, prenderanno a prestito questa convinzione dagli ebrei e dai cristiani che Maometto frequentava: «Non c’è altro dio che Dio», dice il Corano (III, 62): è la migliore definizione del monoteismo. Quelli che vedono Dio altrove si ingannano.

S’ingannano? Allora vanno combattuti, perché agiscono dalla parte del Male e non vanno fatti secchi soltanto i miscredenti, ma anche quelli che pur credendo appartengono ad altre interpretazioni del Libro.
Non mancano nelle pagine anche momenti di raffinato umorismo, ad esempio, allorché si afferma che Mosè, analfabeta, è incapace di leggere le Dodici Tavole che regge, immagino non senza fatica, tra le mani. Tanta la sua fiducia in Dio? Sì, vabbè.
Soler è stato accusato di antisemitismo poiché sottolinea un estremismo che a suo avviso regna nell’animo ebraico, accusa rivolta anche a Onfray, addebito che si rinvigorì quando proprio Onfray si levò tra i pochissimi difensori di Soler pubblicandone lodi su "Le Point" del 7 giugno 2012.
Nella nota che accompagna quest’edizione di “Chi è Dio?” scrive Onfray: Jean Soler preferisce la verità che disturba all’illusione che rassicura. La sua opera infastidisce gli ebrei, i cristiani, i comunisti, i musulmani. Aggiungiamo: gli universitari, i giornalisti, per non parlare dei neonazisti. Il ché, conveniamone, costituisce un battaglione formidabile!
Bisogna pertanto stupirsi del fatto che non abbia l’udienza che il suo lavoro merita
?

Jean Soler
Chi è Dio?
Con una nota di Michel Onfray
Traduzione di Eugenio de Sio
Pagine 110, Euro 13.00
Mucchi Editore


Eseguire l'inatteso

Talvolta Cosmotaxi presenta anche libri non proprio nuovissimi se coglie in quelle pagine valori che meritano di essere proposti o riproposti. Non è questa una testata giornalistica e, quindi, non è tenuta a preferire la stretta attualità d’edizione.
Perciò, qualche mese fa, intervistai Alessandro Bertinetto autore di un importante saggio pubblicato da Bruno Mondadori nel 2012, intitolato Il pensiero dei suoni.

Ora, però, dello stesso autore, presento oggi una pubblicazione nuovissima, in edizione digitale: Eseguire l’inatteso Ontologia della musica e improvvisazione.
Ecco come l’autore presenta il volume.

“Ne «Il pensiero dei suoni» mancava, per motivi di spazio, un capitolo dedicato specificamente all’ontologia della musica. Questo libro intende espressamente colmare quella lacuna. Il suo taglio è però diverso. Mentre il volume del 2012 era di carattere introduttivo, questo ha natura più marcatamente teorica. Non si limita a presentare e discutere le diverse posizioni filosofiche relative all’ontologia della musica, ma intende difendere due tesi, che s’intrecciano e si accavallano anche nell’ordine dei capitoli. Per un verso, intendo discutere il carattere specifico dell’ontologia dell’improvvisazione musicale. Per altro verso, voglio sostenere come proprio l’improvvisazione, che sfugge alle sistemazioni rigide del mainstream dell’ontologia della musica, ci aiuti a riformare l’ontologia della musica nel suo complesso, stabilendo il primato del performativo, del pratico e dell’estetica sull’ontologia. L’improvvisazione – questa almeno la mia convinzione – rende così un ottimo servizio all’ontologia della musica come ontologia di una pratica artistica.
[…]
Riassumendo e puntualizzando queste righe introduttive, il mio suggerimento è di guardare alla connessione tra ontologia musicale e improvvisazione in senso inverso rispetto alla via battuta da una parte cospicua delle teorie oggi disponibili nell’ambito dell’ontologia musicale. Invece di provare a incastrare l’improvvisazione musicale in rigide scatole ontologiche precostituite (un’operazione destinata al fallimento), la strategia che intendo seguire consiste nel riconfigurare l’ontologia musicale alla luce di un’esplorazione filosofica dell’improvvisazione. Per evitare inutili fraintendimenti, preciso subito che non ho affatto l’assurda pretesa di identificare la musica con l’improvvisazione. Sosterrò piuttosto quanto segue:
(1) l’improvvisazione in senso stretto mette in primo piano aspetti importanti della musica – in primis il suo essere energia, attività, performance – che l’indagine ontologica non può e non deve trascurare;
(2) una nozione estesa di improvvisazione è fondamentale per articolare un’ontologia della musica fondata sulla prassi estetica, secondo cui l’opera musicale è da intendersi come finzione che vela un reale processo di (dis)continua e differenziale (tras)formazione creativa”.

CLIC per l’acquisto del libro.

Alessandro Bertinetto
Eseguire l’inatteso
Numero pagine 357
Formato: pdf + epub + mobi
Prezzo ebook Euro 7.00
Edizioni Il Glifo


Cinema e terrorismo

Il libro che presento oggi – pubblicato da paginauno (il minuscolo non è un mio errore, ma un’elegante scelta grafica dell’editore) – è destinato ad essere un ever green perché è il primo che affronta il tema della lotta armata vista dal cinema illustrando ben 50 film e dedicando a ognuno di essi una scheda. A dire la verità, la parola “scheda” è restrittiva, perché l’autore – oltre a un’intensa Premessa di oltre trenta pagine – compie ogni volta un vero minisaggio storico-critico per ciascuna pellicola.
Ecco perché chi in futuro vorrà occuparsi di quell’argomento, dovrà necessariamente passare per quelle curatissime pagine.
Titolo del libro Cinema e terrorismo La lotta armata sul grande schermo.
L’autore è Carmine Mezzacappa.
Nato a Torino nel 1951, è scrittore e traduttore dall’inglese.
Sul cinema ha pubblicato numerosi articoli su riviste britanniche e due romanzi: “Un antico rancore” e “L’invisibile confine dell’aria”.

Ecco la presentazione editoriale.
“Cinema e terrorismo è un’attenta e minuziosa analisi di come il cinema italiano ha raccontato la lotta armata degli anni Settanta. Il saggio è costruito secondo linee tematiche, e l’autore passa in rassegna 50 film, spaziando dalle pellicole più note – come “Buongiorno, notte” e “La Prima Linea” – a produzioni meno conosciute, affrontando molteplici aspetti. In opere quali “Colpire al cuore” di Amelio e “Caro papà” di Risi, la lotta armata si presenta come conflitto generazionale, mentre in altre pellicole la telecamera preferisce soffermarsi sui dubbi ideologici ed esistenziali dei protagonisti – “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli” di Giordana, e “Il ragazzo di Ebalus” di Schito. Non mancano i riferimenti cinematografici al tormento della coscienza infelice borghese, che si oppone alla propria classe sociale – “Quella fredda mattina di maggio” di Sindoni – e all’atteggiamento irriducibile dei militanti, come “Gli invisibili” di Squitieri e “La mia generazione” di Wilma Labate”.

A Carmine Mezzacappa ho rivolto alcune domande.
Perché ti ha interessato il tema del terrorismo visto dalla macchina da presa?

La condanna di un atto violento senza la volontà di capire perché esso viene compiuto non fa altro che favorirne la ripetizione. Se si vuole davvero risolvere un qualsiasi conflitto, è un dovere etico comprendere che l'esasperazione spinge alcuni individui ad illudersi che compiere azioni violente faccia trionfare la giustizia. L’unico modo di attenuare i conflitti sociali è di dare il giusto spazio alle ragioni di tutti. Un grande insegnamento ci è venuto dalla fase di riconciliazione nazionale vissuta in Sud Africa dopo l’abolizione dell’apartheid. Ma è stata un’eccezione. Purtroppo sono troppi gli esempi di riconciliazione fallita. Ci siamo mai dati una risposta ampiamente ed equilibratamente articolata sul perché i partigiani, nel dopoguerra, si fecero giustizia da sé con esecuzioni sommarie di quei fascisti che non erano stati condannati per le loro efferatezze compiute durante il regime? Oppure: come e perché è nato il conflitto israelo-palestinese e perché le potenze internazionali hanno finto di volerlo controllare ma, in realtà, le loro soluzioni proposte non hanno fatto altro che farlo diventare un conflitto mondiale tra schieramenti pro-Israele e filo-palestinesi? Ecco, alla base della stesura di “Cinema e terrorismo” c’erano queste e tante altre riflessioni. Cercavo una mia risposta personale non solo in relazione allo specifico tema della lotta armata ma al modo in cui si osserva qualsiasi conflitto in atto. Cercavo un metodo che mi permettesse, in sostanza, di non fare come lo stolto che guarda il dito invece della luna. In altre parole, non volevo fermarmi alla superficie dei fenomeni di violenza. Ho scelto la riflessione attraverso il cinema perché, tra tutti i mezzi narrativi, è quello che oggi, nonostante i suoi inevitabili difetti, racconta la società contemporanea con maggiore tempismo ed efficacia rispetto ad altre espressioni creative.

Cinema e Storia. Nella Premessa, ti soffermi sul valore storico dei film...

Un film ha sempre valore storico. Persino i film del filone “vacanziero” sono una testimonianza di un’epoca, di una mentalità. Oppure pensiamo ai film di fantascienza. Anche Godzilla, Alien, Blade Runner, sono una documentazione storica di come ogni epoca rappresenti la propria percezione della paura dell’incognito, del diverso, del nemico. L’importante è di non commettere l’errore di credere che un film, per esempio, sulla Rivoluzione francese ci spieghi come essa esplose. In realtà, un film sulla Rivoluzione francese ci spiega quali erano gli umori e il clima sociale e politico del momento in cui quel determinato film venne girato. Un film sulla Rivoluzione francese girato negli anni ’30 spiega gli umori degli anni ’30, non quell’epoca storica. Lo stesso vale per la Resistenza. Un film sulla Resistenza girato negli anni ’60 è la testimonianza di come veniva percepita la Resistenza in quegli anni. Ogni film, anche una semplice storia d’amore, è un documento storico. Pensiamo, per esempio, a come il cinema sia stato efficace anche nel ritrarre i cambiamenti della fisionomia delle città.

I 12 capitoli del libro sono altrettante sezioni nelle quali vengono raggruppati alcuni film per assonanza tematica (“Gli irriducibili”… “La festa perduta”... "Lo stragismo", eccetera). Non c’è stato, quindi, un punto di vista predominante dei registi italiani nel rappresentare quel periodo? Se così è, perché?

Ad eccezione di “Roma città aperta” di Rossellini e “Vivere in pace” di Zampa, il cinema italiano non ha parlato in modo approfondito della Resistenza fino al 1959, quando Rossellini girò “Il generale Della Rovere”. Negli anni ’50, del resto, imperava il cosiddetto “neorealismo rosa” con le maggiorate, la serie di “Pane, amore…” e il mondo di Peppone e don Camillo. Fatta eccezione per Rossellini, pochissimi registi erano preparati, in quel periodo, a raccontare la Resistenza. Poi, a partire da “La ragazza di Bube” di Cassola (e l’immediata versione cinematografica di Comencini), inizia una rappresentazione della Resistenza più articolata. Dico questo solo per sottolineare che Il clima politico condiziona pesantemente la narrazione della Storia. Per quanto riguarda il terrorismo, i registi hanno evidenziato il loro disagio perché, pur volendo parlarne, si sono sentiti troppo coinvolti emotivamente, non hanno saputo osservarlo e rappresentarlo con sufficiente distacco. Forse, fra qualche anno, ossia quando ci sarà una maggiore distanza temporale che permetterà ai registi di avere una giusta distanza emotiva, verranno girati altri film sul terrorismo. E’ quindi comprensibile che il cinema non abbia rappresentato gli aspetti ideologici del terrorismo ma abbia privilegiato le storie personali dei protagonisti, i loro dubbi, le loro esasperazioni.

Perché sono stati girati decine di film sul terrorismo di sinistra e quasi nessuno su quello di destra?

Del terrorismo di sinistra si conoscono quasi tutti i protagonisti e le loro posizioni ideologiche ed è stato più semplice parlarne perché le loro vicende erano, in qualche modo, più chiare: da una parte lo Stato, garante delle leggi, e dall’altra loro. Quasi tutti i militanti di sinistra della lotta armata sono stati arrestati e condannati. In realtà sappiamo bene che le cose non erano affatto chiare e semplici perché ci furono collusioni con la criminalità e connivenze con apparati dello Stato. Una storia trasparente e senza omissioni della lotta armata non è stata ancora scritta ma è stato facile semplificarla presentando da una parte il Bene e dall’altra il Male. Nel caso del terrorismo di destra, invece, ci sono segreti di Stato ancora inaccessibili e nessun regista si è sentito di esplorare quell’area oscura, indecifrabile. Infine, non è da trascurare il fatto che è decisamente più affascinante la figura dell’eroe che vuole cambiare il mondo ma prende una strada sbagliata e fallisce miseramente. Raccontare l’eroe malvagio che semina morte e non viene mai catturato è ugualmente affascinante ma diffonde un messaggio di devastante negatività che i registi italiani, a mio avviso, non hanno voluto alimentare.

Carmine Mezzacappa
Cinema e terrorismo
Pagine 322, Euro 15.00
Edizioni paginauno.


Dall'oggi al domani (1)

Oggi: 10 giugno.

Il 10 giugno del 1940 era una giornata nuvolosa. Erano tempi che non avevamo voglia di niente. Andammo alla spiaggia lo stesso, al mattino, io e un mio amico che si chiamava Jerry Ostero. Si sapeva che al pomeriggio avrebbe parlato Mussolini, ma non era chiaro se si sarebbe entrati in guerra o no.

Questo brano è tratto da “L’entrata in guerra” di Italo Calvino.
Fa parte di un libro intitolato Il gioco dei giorni narrati composto di 366 brevi citazioni intorno a tutte le date dell’anno (non manca il 29 febbraio) tirate fuori da libri noti e meno noti.
Questa cronologia derivata da avventure di fantasia, diventa un calendario letterario rigorosamente, splendidamente, reale e arbitrario al tempo stesso.
A ideare quella stupefacente cronografia di fatti immaginari al servizio della vera scansione dei giorni fu – nel 1994, in una pubblicazione dell’editore Giunti – Antonella Sbrilli che si occultava dietro lo pseudonimo Toni A. Brizi.
Il successo fu enorme (il libro, infatti, è introvabile) tanto da incoraggiare una più ricca edizione in Rete dov’è consultabile cliccando su Dicono di oggi fondato il primo gennaio 2013 da Antonella Sbrilli e Daniela Collu che ne ha curato il lancio, meritatamente fortunato, su Twitter.

Fin qui la premessa, credo necessaria, per dire di una mostra straordinaria che concettualmente è legata all’operazione prima descritta. Qui sono le arti visive che visitano date, diari, calendari, anni smarriti e giorni rinvenuti. L’ho visitata giorni fa al MACRO di Roma, è intitolata Dall’oggi al domani 24 ore nell’arte contemporanea.
Curatrici: Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo
Il titolo dell'esposizione nasce da un’opera di Alighiero Boetti del 1988, un arazzo che reca quelle parole ricamate.
Le opere scelte, in un godibilissimo allestimento, nella loro disposizione suggeriscono i percorsi tematici della mostra: "Ritmi"; "Oggi, Domani"; "Giornate di lavoro"; "Date"; "Date speciali"; "Calendari"; "Diari"; "Passaggi"; "24 ore".
Main sponsor della mostra è Bulgari che vanta campagne storiche dedicate agli orologi della Maison. Ulteriore contributo di Bulgari alla mostra è una grande installazione realizzata dall’architetto anglo-irachena Zaha Hadid, recentemente scomparsa.
“La forma dell’opera” – scrive Lucia Boscaini, Bulgari Heritage Curator – “evoca un motivo iconico nella storia del Marchio: il serpente, che nella storia dell’arte è stato spesso associato all’eternità del tempo nel simbolo dell’uroboros: la struttura costituirà uno degli spazi in cui si svolgeranno alcune delle iniziative che animeranno la mostra”.
Il progetto, infatti, è arricchito da un’intensa attività sui social networks e da eventi, giochi, performance, incontri, lezioni, reading, condotti in collaborazione con gli allievi dei corsi di Storia dell’Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma - Dipartimento Storia dell’Arte e Spettacolo.
Il calendario aggiornato delle attività è disponibile sul sito del MACRO.

In foto: Giulio Paolini, Belvedere, 2006

“Il Tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede, non lo so più", scriveva Agostino, nelle ‘Confessioni’.
Dall'oggi al domani è una mostra vertiginosa che illustra e riflette sul Tempo così com’è stato interpretato in una pluralità di stili da alcuni dei più famosi artisti italiani e stranieri, dall'inizio del secolo scorso.
La mostra riecheggia nella settantina di opere esposte quella lacerazione fra tempo ciclico e tempo lineare che attraversando fisica e filosofia crea frazionamenti dell’Essere come verbo e come sostantivo.
Mostra d’attualità quant’altre mai in un’epoca come la nostra dove la vita fra reale e virtuale esce dalla dimensione sequenziale del tempo per entrare in quella reticolare.
Mostra intelligente, colta e non culturale (copyright Angelo Guglielmi), che spazia attraverso quella cosa serissima che è il Gioco sia quando è vissuto festosamente sia quando è praticato ‘au bout de la nuit‘.

Ecco sintetiche note sulle due curatrici.
Antonella Sbrilli. È professore associato di Storia dell’arte contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, dove si occupa anche di Informatica per la storia dell’arte. Dal 2008 al 2012 è stata Presidente del corso di Laurea triennale in Studi storico-artistici (Lettere).
Dal 2004 al 2006 ha coordinato la sezione Arte dell’Enciclopedia Treccani Ragazzi, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
Ha ideato, insieme con Ada De Pirro nel 2011, la mostra Ah, che rebus!.
Conduce, in collaborazione con Stella Bottai, il percorso multimediale “Il cerchio dell’arte. Tempo e denaro” visitabile fino al 2017 presso il Centro Trevi di Bolzano.

Maria Grazia Tolomeo. Storica e critica dell’arte, ha curato - per il Palazzo delle Esposizioni di Roma - numerose esposizioni, fra le quali “Alberto Burri” (1996); “La coscienza luccicante” (1998); Studio Azzurro (1999); “Sol LeWitt. Wall Drawings (2000).
Per il Museo Bilotti di Roma, ha di recente seguito la mostra Barbara Salvucci. Ink aperta fino al 26 giugno ’16.

Segue ora un incontro con le curatrici.


Dall'oggi al domani (2)

Ad Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo ho rivolto due domande. Le sentirete rispondere con una voce sola.
Prodigi della tecnologia installata a bordo di Cosmotaxi.

In foto: Maurizio Cattelan, Grammatica quotidiana, 1989

In quest’epoca delle psicotecnologie (copyright De Kerckhove) quale valore ha assunto il tempo?

Durante la preparazione della mostra, si è parlato molto fra noi di un libro pubblicato nel 2013 negli Usa e uscito in italiano da Einaudi. Si tratta di “24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno”, scritto da Jonathan Crary, uno storico dell’arte della Columbia University. “Aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è il mantra del capitalismo contemporaneo, l’ideale perverso di una vita senza pause, attivata in qualsiasi momento del giorno o della notte”, si legge nella presentazione di questo saggio, che affronta un ulteriore grande cambiamento della condizione umana. In un universo che si propone come aperto e attivo 24/7, i ritmi sonno-veglia sembrano vestigia del passato; anche quando dormiamo restiamo in qualche modo connessi al flusso di informazioni e di attività globali. Senza per forza dare un giudizio netto su questo fenomeno, non possiamo non constatarlo e accorgerci che - sin dagli anni Sessanta - molte opere d’arte rivelano con anticipo le direzioni che il senso del tempo avrebbe preso. Il tempo si presenta da allora, in tante opere d’arte, come pensiero dominante e avvolgente, materia prima e supporto.

La mostra è divisa nelle 9 sezioni che ho ricordato nella nota d’apertura. Qual è stata l’esigenza che vi ha fatto dividere gruppi di artisti in particolari scansioni?

Sono state le opere, via via che le individuavamo, a suggerire le scansioni. Sulla base di un’idea di fondo: ci tenevamo a esporre lavori che alludessero - ognuno a suo modo - al tempo quotidiano e ai ritmi cosmici, alle 24 ore e al singolo istante. Che ci fossero le parole che usiamo per delimitare il tempo, gli avverbi oggi e domani, il giorno e la notte, che ci fossero accenni ai fusi orari, e soprattutto alle date, che per molti degli artisti coinvolti sono una vera ossessione. A mano a mano che i prestiti venivano confermati, le scansioni si precisavano e talvolta si modificavano.
Chi visita la mostra, può attraversarla come un ipertesto, in cerca di calendari rivisitati (per esempio quelli di Alighiero Boetti, dove i foglietti del giorno compongono la cifra dell’anno), di orologi poetici (quello di Maria Sebregondi composto di haiku), di clessidre paradossali (Mario Ceroli ed Enrico Benetta), di numeri (per esempio quelli scritti dal polacco Opalka), di suoni (le campane del Mezzogiorno nel video di Partridge e Shemilt), di date (nell’opera di Daniela Comani che sintetizza il XX secolo in un unico anno bisestile).
Ci sono poi opere realizzate apposta per la mostra: Giuseppe Caccavale ha dedicato tre giornate di lavoro alla trascrizione di versi del “Libro d’Ore” di Rilke su un grande, ieratico volto femminile; Manfredi Beninati ha costruito una stanza dove il tempo si dilata portando con sé mobili, libri, giornali, mappamondi; Daniele Puppi fa collidere i fotogrammi simili del film “Psyco” di Hitchcock e del remake di Gus van Sant. C’è anche una performance, ideata da Chiara Camoni, in cui vengono “ceduti” ai visitatori i dieci giorni cancellati dalla Riforma del calendario di Papa Gregorio XIII. E così via, attraverso video, quaderni, collezioni di scontrini, collage, installazioni che attirano nel loro gioco sul tempo
.


Dall'oggi al domani (3)

Brani estratti dal catalogo della mostra. Copertina in foto.

Antonella Sbrilli: Oggi, una mostra. Introduzione.
“… Il ‘900 si apre con una parodia del calendario che Alfred Jarry (1873 -1907), l’inventore della Patafisica – la scienza delle soluzioni immaginarie – affida all’Almanacco di Padre Ubu […] Se il fattore Tempo dilaga nelle arti del XX secolo e le opere che lo affrontano sono incalcolabili, quelle che affrontano il taglio quotidiano sono altrettanto innumerevoli. Una mostra su questo tema può presentarsi solo come una traccia, attraverso una scelta di opere – in gran parte italiane, con alcune significative presenze straniere – che hanno fatto del giorno, dell’oggi, del tempo quotidiano il soggetto di riflessioni e azioni”.


Maria Grazia Tolomeo: Da “Tempo!” a Oggi
“… La mostra “Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea” parte proprio dal tempo, quello quotidiano, quello delle piccole azioni giornaliere, delle intime emozioni personali, per un’indagine utile a cercare di afferrarne il passaggio: è, infatti, attravero i momenti della giornata , i diari i calendari, il misurarsi con la notte e il giorno e con il loro ineluttabile trascorrere che alcuni artisti inseguono il linguaggio creativo per cercare di conoscere se stessi e soprattutto il mondo e le sue leggi”.


Achille Bonito Oliva: In corsa con il tempo
“… quanto al tempo è un tema indagato da sempre, ma è in particolare nel corso del ‘900, che si arriva alla performance, all’evento, all’happening, a Fluxus […] ragionando sul tempo, non bisogna dimenticare Maciunas, Nam June Paik, Yoko Ono, in Italia Giuseppe Chiari: tutti artisti che concepiscono il tempo come flusso, conferendo al corpo una sua esteticità. Ma v’era anche un aspetto politico in questa ricerca artistica, rivolta contro la mercificazione, contro la trasformazione dell’arte in oggetto commerciale”.


Costantino d’Orazio: Vivere in loop
“È difficile immaginare che oggi abbia ancora un senso riflettere sul concetto di giornata sulla funzione delle ventiquattro ore. Di fatto, negli ultimi dieci anni – se non da prima – la diffusione capillare di Internet ha spalmato la giornata di lavoro e delle relazioni per un tempo infinito e circolare, che non è più ritmato dal passaggio di testimone tra il sole e la luna né tra un giorno e l’altro del calendario”.

Ada De Pirro: Quando una data diventa il titolo di un’opera
“Come documenta la mostra, il rapporto con le date è un filo conduttore che attraversa il Novecento e assume i connotati di un fenomeno trasversale, di cui fa parte anche la scelyta di inserire date nei titoli. Una pratica questa, che è sistematica solo per alcuni artisti, di area informale (Götz), concettuale (On Kavara, Finch), astratta (Richter), figurativa (McLaughlin, Pietrella), e solo saltuaria in opere di altri artisti”.


Laura Leuzzi: 24h. Quando un giorno fa la differenza
“Quale differenza può fare un giorno, 24 piccole ore” – cantava Dinah Washington nel 1959 […] Può un giorno fare la differenza? Sì, per raccontare il caos della vita quotidiana, per evidenziarne gli stereotipi e le bellezze, per mettersi alla prova, per contare insieme i minuti, le ore, per guardare la realtà con altro sguardo, per vivere il tempo consapevolmente, per esplorare gli effetti della rotazione della Terra sull’uomo e la sua opera. Insomma sì, se è un giorno d’artista”.


Michele Brescia: Le opere e i giorni fra sacro e quotidiano
“L’artista, come l’operaio, detesta i tempi prestabiliti, la monotonia, la linearità omologante del tempo. Esemplare in tale senso, ‘Time Clock’, la performance eseguita dall’11 aprile 1980 all’11 aprile 1981 da Tehching (Sam) Hsieh, nella quale l’artista di Taiwan si è ripreso mentre timbra il cartellino di un’obliteratrice collocata nel suo studio, ora dopo ora, per i 365 giorni di quell’anno: la (presunta) libertà dell’artista deve obbedire a degli standard di produttività, nell’epoca del capoitalismo”.

Caterina Marrone: Un punto nel Tempo: l’Oggi
“… un’altra particolarità ha la parola ‘oggi’: è una delle parti invariabili del discorso che non dà origine a parole derivate, a parole cioè che, attraverso suffissi, modificano il radicale di provenienza come per es. accade con un sostantivo maschile come ‘tempo’ che si trasforma in ‘temporaneamente’ o in ‘temporalmente’ o come ‘bene’ che si può modificare in ‘benino’, ‘benone’, ‘casa’ che dà ‘casetta’, casina’. ‘Oggi’ è un primitivo indeclinabile e condivide la sorte con altre due parole che gli sono fatalmente associate: ‘domani’ e ‘ieri’.

Jo Alyson Parker: Un giorno > cinquant’anni
“L’ISST (International Society for the Study of Time) è una creatura nata alla mente di J. T. Fraser nel 1966 subito dopo la conferenza interdisciplinare sul tempo tenutasi a New York nella Academy if Sciences. Come lo stesso Frase racconta, «dopo la conferenza, Gerald Whitrow, che allora era professore di Storia e Matematica applicata all’Università di Londra, Satoshi Watanabe, che insegnava teoria dei quanti a Yale, e io ci ritirammo in un angolo tranquillo per parlare. Dopo la mia proposta di formare un gruppo per lo studio della natura del tempo, abbiamo preso coscienza che l’ISST era stata appena fondata» “.

Daniela Collu: Il tempo online esiste, resiste, insiste
“È possibile uno spazio virtuale in cui scrivere ‘ora’ cosa stiamo pensando, senza timore di essere consegnati a un ‘per-sempre’ reale?
Forse restano solo le chat, ammesso che si riesca a cancellare oltre alla propria cronologia anche quella degli interlocutori e che si resista alla violenza straziante degli ‘sta scrivendo…’ con quel gerundio dell’attesa francamente insostenibile, manco avessimo tutto il tempo del mondo”.

Michela Santoro: C’era un oggi, hashtag del tempo
“Un giorno segue l’altro con il suo avvicendarsi di ripetizioni e variazioni: in rete, questa oscillazione continua tra normalità ed eccezionalità è restituita in immagine dalla app creata da Diego Zuelli, “The Simple combination” (contemporarylocus.it) che quotidianamente trasforma le cifre di giorno, mese e anno in un disegno sempre diverso e sempre ricorrente. Che si tratti di un libro, uno spazio virtuale o lo spazio quotidiano della nostra giornata, continuiamo ad abitare il tempo e a giocare con esso”.

..................................................................................

Il catalogo contiene anche un racconto di Mario Perniola: Ventiquattrore. Ne cito solo incipit ed explicit.
..................................................................................
Ore 00.00 Prendere una compressa di Esilgan 2 mg. e vi infilate nelle orecchie due tappi di gomma piuma marca 3M Ear Classic. Lei russa, ma per voi questo rumore, in tutta sincerità, è sempre stato simile ad una musica celestiale in sottofondo.

Ore 23.59 Mangiate una mela rossa. Lei sembra dormire, ma non russa. Supponete perciò che faccia finta di dormire. Prendete una compressa di Esilgan 2 mg. e vi infilate nelle orecchie due tappi di gomma piuma marca 3M Ear Classic. Vi chiedete: riuscirò ad addormentarmi senza quella musica celestiale in sottofondo?
..................................................................................

Volete sapere che cosa ci sta in mezzo a quei due brani? Acquistate il catalogo e lo saprete. A proposito, le Edizioni Manfredi hanno stampato il catalogo della mostra; bella l’dea dell’Indice a forma d’orologio con i numeri delle pagine che si fanno ore del volume.

Ufficio Stampa MACRO
Patrizia Morici / T. +39 06 82 07 73

Dall’oggi al domani
al MACRO
Via Nizza 138, Roma
Fino al 2 ottobre ‘16


Il Peso delle Parole

È in corso dal 28 maggio, a cura di Valerio Dehò, presso la Galleria Moderna Aroldo Bonzagni di Cento la mostra antologica di Enzo Minarelli intitolata Il Peso delle Parole, lavori che vanno dal 1974 al 2016.
Sono esposte circa 200 opere che scansionano la sua ultra quarantennale attività di ricerca visiva sulla quale ha scritto Renato Barilli: “La qualifica che più gli compete è quella di poeta, magari risalendo nell’occasione al significato etimologico della parola, per cui si tratterebbe di un fabbricatore col materiale più nobile a disposizione dell’uomo qual è la parola, nei suoi due volti, sonoro e grafico“.

Valerio Dehò, curatore della mostra, firma anche il catalogo (Juliet Editrice) con un ampio saggio che tocca tutti i punti nevralgici della sperimentazione visiva di Minarelli, dalle primissime tavole concrete agli Oggetti Significanti, dagli Schemi di esecuzione [spartiti che gli servono per le sue performance dal vivo] alle Fonografie, dalle Fono-Foto-Grafie fino alle sue più recenti produzioni su tela e su vetro sabbiato.
Scrive lo stesso Dehò a conclusione del suo saggio, "Minarelli sviluppa il suo lavoro come fosse un gioco, una poesia elementare, un modo per imparare il linguaggio a cominciare dal suono, perché vedere non è sufficiente, perché la patria perduta sta nell’ascoltare in silenzio il ritmo della vita che nasce con noi”.

Per l’occasione verrà anche allestita La Bandiera, nella riedizione curata da Carlo Ansaloni.

CLIC per visitare l’Archivio di Polipoesia condotto da Minarelli

Enzo Minarelli
Il peso delle parole
Galleria Bonzagni
Via Guercino 39, Cento
Fino al 31 luglio ‘16


Massimo Pavarini


Essere solitario ma non solo racchiude il segno che accompagnò la vita di Massimo Pavarini; nato in terra reggiana nel marzo 1970, ci lasciò nel maggio 2012 all’età di 42 anni.
Fu uno sperimentatore in campo musicale che pochissimo operò per farsi conoscere, ma non fu solo perché amici di un tempo non l’hanno dimenticato e ora in tanti hanno promosso la nascita di un box di 4 cd, con allegato un libro di quaranta pagine delle quali sono autori Andrea Landini e Manitù Rossi, che racchiude tutto ciò che Pavarini ha inciso, dal 1987 fino al 1995.
Hanno lavorato alla produzione: Enrico Marani, Ewan O' Neill, Iuri Palmieri, Roberto Parisi, Vittore Baroni, Giorgio Biagini che si sono avvalsi della preziosa collaborazione di Simon Balestrazzi.
Il titolo di questa pubblicazione – edita da Sussidiaria – è x sounds extremely mysterious.

Scrive Andrea Landini: Ci siamo chiesti spesso, preparando questa antologia, cosa avrebbe preferito Massimo: in termini di compilazione del materiale, di titoli, di artwork, di stile. E la cosa su cui più spesso ci siamo trovati d’accordo è stata: di fronte al minimo dubbio, Massimo avrebbe cassato tutto! Ma l’ultima decisione spetta a chi oggi rimane qui: la sua musica è questa, l’amore prevale.

Manitù Rossi: Le persone coinvolte nell’assemblaggio di questa raccolta della musica di Pavarini hanno avuto, lavorandoci, la sensazione di godersi ancora la sua compagnia […] quindi ci siamo lasciati con la promessa che quei più o meno cinquanta pezzi di carta con sopra le partiture (ancora in mio possesso e parzialmente convertiti in file midi nel mio computer) potrebbero essere alla base di un altro progetto che porti il nome di Massimo Pavarini.

Chiudo questo pezzo invitandovi all’ascolto di Materiale sferico per avere un assaggio dello stile di questo musicista.


Ritorna SopraAutoscatto | Volumetria | Come al bar | Enterprise | Nadir | Newsletter
Autoscatto
Volumetria
Come al bar
Enterprise
Nadir
Cosmotaxi
Newsletter
E-mail
 

Archivio

Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006
Dicembre 2005
Novembre 2005
Ottobre 2005
Settembre 2005
Agosto 2005
Luglio 2005
Giugno 2005
Maggio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Settembre 2004
Agosto 2004
Luglio 2004
Giugno 2004

archivio completo

Cosmotaxi in RSS

Created with BlogWorks XML 1.2.0 Beta 3