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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Notizie dall'estate

Come avviene dal 2000, anno di nascita di questo sito, Nybramedia va in vacanza
A proposito di vacanze, se dal mare, dalla montagna, dalla campagna, dal fiume o dal lago, volete spedire una cartolina a Salvini, QUI ne troverete carine proprio.

Arrivederci a dopo l’estate.


Strategie del comico

“Scrivo per sapere che cosa penso”, così diceva Luigi Malerba, Gigi per gli amici, [Pietramogolana (Berceto), 11 novembre 1927 – Roma, 8 maggio 2008] (QUI
la sua biografia).
Ho avuto il piacere di conoscerlo, alternava riflessioni lapidarie sulla letteratura ad arguzie che diceva d’origine contadina; a volte era vero, altre no, poiché allegramente mentendo spacciava sue facezie per storiette campagnole. Nel 1982 fui regista dell’adattamento radiofonico delle Galline pensierose pubblicate da Einaudi qualche anno prima. Grazie agli incontri di preparazione con lui fu una delle più divertenti lavorazioni che io abbia attraversato anche perché spesso certe sue galline le accostava a personaggi della letteratura o della politica con paralleli irresistibili.
La moglie dello scrittore, Anna, donna deliziosa, d’elegante intelligenza, ha per cognome Lapenna, e Gigi, con finto gesto rassegnato, diceva “Succede”.
Umberto Eco, nel ricordarlo ha detto: "Molti lo hanno accostato agli scrittori postmoderni. Ma la definizione funziona fino a un certo punto [...] Si comporta sempre in modo maliziosamente ironico, con svelamenti e ambiguità".
Walter Pedullà ha scritto: "Malerba corteggia il linguaggio che sia fattore di squilibrio. E questo sembra l'unica realtà possibile [...] perché Il gesto più congeniale a Malerba è lo svuotamento. E di questo 'fa il pieno': cioè il suo linguaggio è dappertutto linguaggio che scava".
Mi piace questa folgorante riflessione di Anna Chiafele: “Grazie a continui giochi di parole e di distorsioni lessicali, Malerba rimuove la certezza che esista una corrispondenza univoca tra significato e significante”.
Tra le sue presenze in Rete ho scelto questo video perché credo che ben lo raffiguri.

Ora Quodlibet ha pubblicato un raffinato inedito: Strategie del comico.
Il comico, uno dei territori attraversati da tanti ricordati da Malerba: “… da Platone e Aristotele ai severi filosofi dell’epoca moderna Cartesio Kant Hegel, e poi Nietzsche Bergson Freud Jung Pirandello Breton Bataille che si sono cimentati nella difficile impresa di circoscrivere il Comico entro una definizione plausibile o di testimoniare la propria esperienza come Fellini, Charlie Chaplin, Mack Sennett, Buster Keaton, Groucho Marx ”, tanti luminosi intelletti che in quell’attraversamento erano stati beffati dagli stessi ingranaggi che avevano creduto d’individuare nel meccanismo del riso.
Ed ecco uno sterminato catalogo percorso da Malerba come si può rilevare dall'Indice.
Un viaggio che è fatto d’illuminanti intuiti critici scanditi da colte clownerie.
Un viaggio che lo porta a vertiginosi incontri, splendidi quelli che vanno sotto i titoli di ”Il riso freddo di Buster Keaton” e “Il testamento di Don Chisciotte”.

Dalla presentazione editoriale
«Un libro scritto e preparato da Malerba ma rimasto finora inedito.
Una variopinta passeggiata attraverso esempi di comicità di ogni tipo, il faceto, l’arguto, il filosofico, e poi la scempiaggine, il comico quaresimale e il comico deperibile, con abbozzi di classificazioni, comiche esse pure, perché del comico – dice Malerba – non si danno definizioni o regole definitive. E si gode seguendo il suo accumulo di casi, presi anche in Cina, Turchia, Armenia, Rinascimento, avanguardie, cinema di Buster Keaton e presidenti americani che saltano una pagina del discorso senza avvedersene.
Si gode seguendo questo accumulo accelerato di storielle senza alcuna pedanteria teorica, col gusto bizzarro del narratore che spazia nel campo vasto del riso».

Luigi Malerba
Strategie del comico
Pagine 156, Euro 14.00
Quodlibet


Lunetta: la scrittura dell'opposizione

Dal 6 luglio del 2017 Mario Lunetta ci ha lasciato più soli.
V’invito a leggere l'intenso ricordo che ha scritto Claudio Del Bello.

Adesso, nelle edizioni Odradek è appena uscita una monografia di Francesco Muzzioli intitolata Mario Lunetta la scrittura all'opposizione.
L’autore è presente su questo sito nella sezione enterprise in una conversazione che ebbi con lui anni fa e che, per merito di Muzzioli, è ancora attuale .
Insegna Critica letteraria e teoria della letteratura presso l’università “La Sapienza” di Roma.
Attivo inizialmente con il gruppo “Quaderni di critica”, ha lavorato nel corso degli anni soprattutto su due direttrici, da un lato la storia e le problematiche delle avanguardie europee, dall’altro la discussione teorico-metodologica sulla critica letteraria, in polemica con le derive postmoderniste.
Tra i suoi contributi: Le teorie letterarie contemporanee (Carocci, 2000), Quelli a cui non piace (Meltemi, 2008), Letteratura come produzione (Guida, 2010), Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria (ABEditore, 2014).
Per l’editore Odradek ha pubblicato Il gruppo ’63. Istruzioni per la lettura (2013); Un colpo di pistola nel concerto. Il dibattito su politica e letteratura tra il ’17 e il ’68 (2016) e curato, con Mario Lunetta, i quattro Almanacchi Odradek usciti tra il 2003 e il 2007.
QUI una scheda editoriale della monografia e l’Indice del volume.
La copertina proviene da un ritratto di Lunetta fatto da Giancarlo Montelli.

L'uscita del libro è accompagnata da un video con la voce di Muzzioli.

Il volume si troverà il 4 luglio (ore 18.00, presso l'ex-Mattatoio) anche alla manifestazione per Mario organizzata a Roma, dove si parlerà anche del romanzo postumo “Museo delle cere parlanti”; il ricordo si avvarrà di video e recital in versi e in prosa.

Francesco Muzzioli
Mario Lunetta, la scrittura dell’opposizione
Pagine 142, Euro 16.00
Odradek


Quaderni dell'Oplepo

In Italia, nel 1990, dobbiamo a Raffaele Aragona (QUI una conversazione che ebbi con lui nella taverna che ho aperto nel 2000 sull’Enterprise startrekkiana) la nascita dell’Oplepo. La cosa deve sorprendere poco perché Aragona non è solo ingegnere ma anche costruttore di malandrine costruzioni lessicali e architetto di maliziose macerie verbali. Oplepo, birichina omologa dell’Oulipo transalpino, ha dei figli con corpi di cellulosa e nelle loro vene scorre inchiostro di tutti i colori, sono conosciuti come i Quaderni dell’Oplepo.

Due le più recenti pubblicazioni.
La prima in ordine d’uscita: Parole e numeri di Giuseppe Varaldo.
“Parole e numeri” presenta quattro racconti brevi nei quali il soggetto che parla in prima persona è sempre diverso e protagonista di se stesso.
“La scrittura ascendente” si presenta come una lettera; “Frilli, menfrilli e papazzoni” come un monologo-confessione; “EV” come un diario; “Poco alla fine” come un testamento.
In tutti i quattro racconti divertimento assicurato per lettori dal palato fine.

L’altra pubblicazione è intitolata Botanica fantastica.
“In occasione del tricentenario della nascita di Rousseau (1712)” – scrive Laura Brignoli nell’Introduzione – “il gruppo degli Oplepiani decise di lavorare sulla ‘Botanica fantastica’ proponendo forme e creazioni incentrate sul tema del verde”.
Da lì nascono queste pagine in cui 19 autori si esercitano su termini botanici con vertiginose creazioni e ri-creazioni.
Il Quaderno – 90 pagine – raccoglie testi dedicati a Brunella Eruli (1943 – 2012) francesista, patafisica, oplepiana interessata ai temi dell’arte contemporanea e delle avanguardie storiche; ho avuto il piacere di conoscerla.

Giuseppe Varaldo
Parole e numeri

AA. VV.
Botanica fantastica

Quaderni dell’Oplepo
Numeri 8 e 9
Marzo e Maggio 2018


Boffi sul pianeta Ciribob

Non credo all’oroscopo, ma chi ci crede sappia che il 24 novembre 1859 in qualunque posto di questo pianeta, a Roma (sotto il segno del Sagittario) o a Pechino (sotto quello del Gallo) fu un giorno nerissimo per il Vaticano perché quel dì fu pubblicato un libro che creò gravi problemi al creazionismo… scusate il bisticcio… lo giuro: non l’ho fatto apposta.
Daniel Kevles, storico alla Yale University, dice: “La Chiesa perseguiterà Darwin che ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione”.
Il titolo di quel libro? L'origine della specie. L’autore? Charles Darwin (Shrewsbury, 12 febbraio 1809 – Londra, 19 aprile 1882).
Dopo anni di studio, in quelle pagine l'autore affermava che gli organismi di una specie si evolvono nel corso delle generazioni attraverso il processo di selezione naturale, che premia con la sopravvivenza solo quelli più adatti alla vita nell'ambiente circostante.
Fu un grande successo non solo scientifico ma anche editoriale. Le 1250 copie al prezzo di 15 scellini l’una andarono immediatamente esaurite.
Dopo tanti sacrifici, Darwin conosceva una grande soddisfazione. “Ma Darwin” – scrive Umberto Veronesi – “sarebbe stato assai più soddisfatto del fatto che adesso la scienza non deve più accontentarsi delle scoperte dei paleontologi: la conferma della spiegazione darwiniana ci viene dalla grande scoperta del Dna che è identica in ogni organismo.
Il Dna di un virus è uguale a quello di un elefante”.

Difficile spiegare questi concetti scientifici a bambini fra i 6 e gli 8 anni?’ Sì, facile non è.
Eppure Editoriale Scienza ci è riuscita con una pubblicazione che ha fatto dire a un epistemologo di fama internazionale (professore di Filosofia delle scienze biologiche all'Università di Padova ed esperto di teoria dell'evoluzione) qual è Telmo Pievani: Un’idea semplice e geniale per capire la selezione naturale.
Titolo: Perché noi Boffi siamo così? L’avventura dell’evoluzione.
Testo (in frizzanti versi) di Jonathan Emmett, illustrazioni di Elys Dolan.

Il volume narra una storia che s’immagina si svolga in un certo mondo chiamato Ciribob e
Su di un lontano pianeta che alla Terra somiglia,
i Boffi e le Boffe han messo su famiglia

seguono tante avventure di cui potete QUI vedere alcuni momenti..

Per chi poi voglia sapere com’è nato questo libro: CLIC.

Perché noi Boffi siamo così?
Testo di Jonathan Emmett
Illustrazioni di Elys Dolan
Traduzione di Lucia Feoli
Pagine 32, Euro 14.90
Editoriale Scienza


Etologia cognitiva

Su questo sito, più volte è apparso il nome di Roberto Marchesini, (Bologna 1959), filosofo, etologo e zooantropologo.
Direttore del “Centro studi filosofia postumanista” e della “Scuola di interazione uomo-animale” (Siua).
È autore di oltre un centinaio di pubblicazioni.
Nel 2015, Il Corriere della Sera, lo nominò fra i 10 italiani che stanno cambiando il Paese per i suoi contributi nel campo della zooantropologia.
QUI più diffuse notizie sul suo profilo.

Oggi segnalo la sua più recente pubblicazione: Etologia cognitiva Alla ricerca della mente animale.

Dalla presentazione editoriale.

«L’etologia cognitiva si pone l’obiettivo d’interpretare il comportamento animale in un modo innovativo, rispetto alla tradizione che tende a considerare cartesianamente gli animali delle macchine mosse da dei fili, modello burattino. L’approccio cognitivo ci propone, infatti, uno slittamento nella spiegazione della condizione animale non indifferente. Mentre solitamente si ritiene il comportamento animale quale frutto dell’innesco di automatismi, che come interruttori diano una reazione a uno stimolo, nella lettura cognitiva esso diviene espressione di stati interni del soggetto che nascono dall’intreccio organizzato di componenti, come: le emozioni, le motivazioni, le rappresentazioni e le altre funzioni che sovraintendono il tutto. L’etologia cognitiva fa proprie le considerazioni metodologiche dell’etologia classica, quella che ci è stata tramandata da autori quali Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen, operando tuttavia alcune trasformazioni nel modello di spiegazione che devono essere conosciute per essere pienamente comprese.
Questo saggio si pone pertanto l’obiettivo di spiegare in modo chiaro, con estremo rigore scientifico, le basi concettuali dell’etologia cognitiva. Uno dei temi centrali del libro riguarda la visione mentalistica di questo approccio, che richiede peraltro la consapevolezza che non basti parlare di coscienza e soggettività per comprendere fino in fondo il grande mistero della mente animale che fonda le proprie radici nel principio della diversità cognitiva e della pluralità intellettiva».

…………………………………………..

Roberto Marchesini
Etologia cognitiva
Pagine 186, Euro 15.00
Apeiron Edizioni


Discrasie

Il poliartista Giovanni Fontana (in foto) ha pubblicato per Novecentolibri, nella collana Entroterra: Discrasie Sessioni metacritiche.

Il volume raccoglie testi dove il rigo-sequenza e il motivo-spartito richiamano tanto la sonorità tipica del suo lavoro, quanto la sua poetica del “pre-testo”.

Scrive Marcello Carlino nel suo “Intermedialità”, posto in appendice, che “Fontana è un poliartista intermediale; in ciascuna delle esperienze che egli ha condotto, l’intermedialità è la dominante. È il filo rosso che le attraversa tutte: le performances di voci in movimento come le installazioni e le ideazioni e messinscene di pièces teatrali, le tavole di poesia visiva come i libri d’artista, la poesia sonora alla stessa stregua della poesia lineare. In tutte la tecnica è il presupposto: dalla tecnica artigianale della rielaborazione dei materiali poveri (con esiti di arte concreta) che veicola il significato di una manipolabilità e di una possibilità di riuso, di una riproducibilità come ipotesi di una esteticità diffusa, alla tecnica dei server sonori che sfibra e decostruisce e riverbera e raddoppia suoni e voci”.

Giovanni Fontana
Discrasie
con un testo di Marcello Carlino
Euro 12.00
Novecentolibri


L'Ateo

L’Uaar (Unione Atei e Agnostici Razionalisti), come già altre volte ho segnalato in queste pagine, tra i suoi mezzi di comunicazione si avvale del bimestrale L’Ateo diretto da Francesco D’Alpa e Maria Turchetto.
Nel suo più recente numero (3/2018) dedica uno special al tema L’aborto e la 194.

Concludendo l’editoriale che traccia la tormentata storia della 194 e la non facile attuazione della stessa anche ai nostri giorni, Maria Turchetto scrive: La legge 194 del 1978 è stata una grandissima conquista civile: l’Italia fino a quell’epoca aveva una normativa che l’accomunava ai paesi più arretrati. E allora celebriamolo, questo quarantesimo anniversario, celebriamo il 1978. E già che ci siamo celebriamo anche il 1968, che oggi troppi trattano con sufficienza, ma che è stato fondamentale nello smuovere, finalmente, le coscienze nella direzione delle conquiste civili.

Sul tema, articoli di Nadia Maria Filippini, Chiara Lalli, Francesco D’Alpa, un intervento dell’Associazione Luca Coscioni e una guida alla lettura di libri sull’aborto.

Altre firme su altri argomenti da parte di Enrica Corna, Ennio Scannapieco, Bruno Gualerzi, Valerio Pocar, Fulvio Caporale, Carmelo La Torre, Enrica Rota.
Ancora articoli sulle razze umane di Telmo Pievani, Carlo Ajmar, Carlo Lauletta.

Seguono rubriche dedicate a recensioni e lettere dei lettori, il tutto scandito da divertenti vignette.

Redazione de L’Ateo: Casella Postale 755, 50123 Firenze Centro.
E-mail della redazione: lateo@uaar.it
Per la rubrica delle lettere: lettereallateo@uaar.it

L’Ateo costa 4.00 euro ed è acquistabile nelle seguenti librerie.

In queste biblioteche lo si può consultare.

Cliccare QUI per l’Archivio dei numeri precedenti.


Viaggio nel mondo del paranormale

Del libro che presento oggi, è detto “Questo non è un libro per chi vuol credere. Ma per chi vuol capire”. E mantiene quanto promette nelle 500 pagine del volume.
Si tratta di Viaggio nel mondo del paranormale Indagine critica sulla parapsicologia.
L’autore è il giornalista Piero Angela; per la bio: CLIC.
La sua opera di divulgatore scientifico è apprezzata in tutto il mondo.

“Viaggio nel mondo del paranormale” fu edito nel 1979 da Garzanti in seguito al successo registrato l’anno prima dalla trasmissione tv in cinque puntate della Rai ‘Indagine critica sulla parapsicologia’ ideata e realizzata da Angela.
Rispetto all’originaria, la presente edizione si avvale di corposi aggiornamenti.
Le pagine smentiscono, mettendole alla prova, una ad una tutte le credenze in medium, sciamani, indovini, e via delirando
Nelle pagine si trovano risposte a tanti pretesi misteri: telepatia, astrologia, visione a distanza, lettura di parole in libri chiusi, premonizioni, guarigioni dette inspiegabili; sono portatI alla luce trucchi e ambiguità dei vari Croiset, Rol, Uri Geller senza trascurare storici raggiri del passato, un esempio per tutti: la famosissima “medium” Eusapia Palladino più volte smascherata.
Questo volume può essere considerato il testo che suscitando progressivamente l’interesse di scienziati italiani e stranieri determinò la nascita del CICAP (attuale editore del volume) cui furono compagni di viaggio figure quali Margherita Hack e Umberto Eco (QUI un suo messaggio video al Cicap). Al quale aderiscono personaggi famosi: Tullio Regge, Piergiorgio Odifreddi, Giorgio Barbujani, Telmo Pievani, Edoardo Boncinelli, Silvio Garattini, Giulio Giorello, Giacomo Rizzolatti, questi i primi nomi che mi vengono in mente.
La fede nel paranormale ha precedenti dai quali discendono ancora credenze d’oggi. Si pensi a quando nel 1857 Allan Kardec pubblicò con grandissimo successo “Il libro degli spiriti” nel quale riportava sue esperienze con il mondo dell’aldilà; descriveva che cosa accadeva prima della nascita (… e per questo non ci voleva molta fantasia) e dopo la morte (… e qui ne serviva tanta), si diffondeva sul messaggio del Cristo, trascurando sgarbatamente altre divinità.
Anche Darwin, pur riluttante, partecipò ad una seduta ed ebbe a dire (lui agnostico, non ateo): "Il Signore abbia pietà di tutti noi, se dobbiamo credere a simili corbellerie".
Sì, fitta la schiera anche nei nostri giorni di chi crede nel paranormale ai quali Piero Angela ricorda che esiste un "Premio di un milione di dollari" messo in palio da James Randi a chiunque sia in grado di produrre un qualsiasi fenomeno paranormale purché in condizioni di controllo. Mai nessuno finora ha incassato quel premio.

Scrive Massimo Polidoro nella Prefazione: Capire perché siamo portati a credere così facilmente all’incredibile e perché non cambiamo idea nemmeno di fronte a evidenze contrarie è qualcosa che può aiutarci a comprendere come mai ancora oggi abbiano tanta presa sul pubblico terapie di non provata efficacia, teorie della cospirazione, leggende urbane e falsificazioni storiche. Forse capirlo non libererà il mondo dall’irrazionale, ma se non altro ci ricorderà ched i fatti, una volta accertati, hanno un valore di gran lunga più importante di qualunque credenza, per quanto confortante essa ci sembra

Dalla presentazione editoriale.
«Questa nuova edizione speciale, completamente aggiornata in occasione del 40° anniversario della sua pubblicazione, contiene una nuova introduzione, un'inedita risposta "d'epoca" di Piero Angela alle critiche dei parapsicologi e una rassegna critica delle reazioni che la serie televisiva sulla parapsicologia e il libro suscitarono nel nostro Paese nella seconda metà degli anni '70.
La nuova edizione del libro è il frutto di uno sforzo collettivo del Cicap, con la revisione e l'aggiornamento affidati a Elena Iorio con la collaborazione di Marta Annunziata, Andrea Ferrero, Stefano Bagnasco, Marco Ciardi, Sergio Della Sala, Serena Fabbrini, Sofia Lincos, Enrica Matteucci, Manuela Travaglio. Il libro è arricchito da un saggio storico di Roberto Labanti e Elena Iorio sulla ricezione del programma televisivo e del libro di Piero Angela all'epoca della loro uscita. La copertina è di Roberta Baria, le illustrazioni originali sono quelle di Eligio Brandolini e l'impaginazione è di Elisa Petriccioli».

Piero Angela
Viaggio nel mondo del paranormale
Prefazione di Massimo Polidoro
Pagine 490, Euro 18.90
Cicap Edizioni


L'ultimo mistero di Hitler


Quanti libri sono stati scritti sulla fine di Hitler ed Eva Braun?
Tanti, tantissimi.
Uno dei più recenti, e attendibili, l’ha pubblicato Ponte alle Grazie. Ttolo: L’ultimo mistero di Hitler.
Autori: Jean-Christophe Brisard e Lana Parshina.
Attendibile perché si tratta di un’inchiesta, con foto e documenti inediti, condotta presso gli archivi russi del Kgb, vale a dire presso il più riservato degli archivi posseduto dall’esercito che per primo, anticipando gli americani, s’impossessò della Cancelleria del Reich.
Jean-Christophe Brisard è inviato speciale e regista di documentari dedicati alla geopolitica e alle dittature.
È inoltre autore di vari libri, fra cui “Enfants de dictateurs” (2014).
Lana Parshina, documentarista russa, si è trasferita negli USA a 21 anni.
Il suo documentario più celebre è “Svetlana about Svetlan (2008), sulla figlia di Stalin.

Poiché il corpo del dittatore e della sua compagna non furono trovati integri ma cremati, quindi, fino a tempo fa un’identificazione certa non era stata possibile, ecco fiorire una serie di teorie fantasiose che sostenevano la sopravvivenza del fȕrher.
Chi lo voleva in Sudamerica arrivato laggiù con un sommergibile, chi in Antartide, chi in Sudafrica, insomma quasi un turista per caso.
Ed Eva Braun? Forse maschilismo voleva che di lei nessuno se ne occupasse. Sicché Hitler oltre a straziare uomini e paesi aveva compiuto anche la mascalzonata di lasciare sola e indifesa la mogliera.
Niente di tutto questo. I due sono morti nel bunker.

“L’ultimo mistero di Hitler” non è più un mistero?
Probabilmente non lo è più. I suoi denti (assai trascurati in vita) starebbero lì a dimostrarlo.
L’inchiesta di Brisard e Parshina, attraverso un serrato racconto (lontano da ogni romanzeria, affidato rigorosamente a documenti scritti e fotografici) è un avvincente thriller storico che prende le mosse dalla fine della seconda guerra mondiale. Assai pregevole, ad esempio, la ricostruzione, fatta giorno per giorno, di ciò che avvenne nel bunker dal 19 aprile al 2 maggio 1945. Le donne e gli uomini che furono vicini al dittatore, le deliranti riunioni notturne con gli ufficiali volute dall’insonne Hitler, le sue speranze presto precipitate in disperazioni e crisi isteriche, l’allucinata atmosfera vissuta fra gente che sente prossima la fine. .

Dalla presentazione editoriale.
«Come e quando è davvero morto Adolf Hitler? All’indomani dell’armistizio, riuscirono o no i russi a identificarne il corpo, nonostante fosse stato probabilmente bruciato? Nei mesi successivi, i dubbi che Stalin istillò nei suoi alleati si propagarono come una cancrena e continuano ancora oggi ad alimentare ogni genere di teoria.
Per la prima volta dopo oltre settant’anni, il governo russo ha consentito a due giornalisti e a un illustre medico legale di consultare gli archivi segreti del KGB. Ne emergono centinaia di documenti, per lo più completamente inediti: gli interrogatori dei testimoni degli ultimi giorni del Führer, la pianta del bunker dove Hitler ed Eva Braun si sposarono e poi si suicidarono – a quanto si ritiene – il 30 aprile 1945, un piano di fuga, verbali ricchi e contraddittori, ma soprattutto resti umani: un pezzo di cranio che presenta un foro di pallottola, un frammento di mandibola, alcuni denti attribuiti a Eva Braun.
Grazie al loro faticoso lavoro d’indagine – che costituisce una storia all’interno della storia – i due autori ci consegnano un’inchiesta appassionante e rivoluzionaria, che riscrive gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, l’inizio della guerra fredda, e getta una luce definitiva sul giallo storico più discusso del Novecento».

Jean-Christophe Brisard
Lana Parshina
L’ultimo mistero di Hitler
Traduzioni di
Valentina Ballardini
Luigi Toni
Michele Zaffarano
Pagine 412, Euro 19.00
Ponte alle Grazie


Contro la religione


Il motto è Libri per menti libere ed è puntualmente rappresentato da ciò che stampano le edizioni Nessun Dogma.
La casa è nata da un progetto avviato dall’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) nel 2012 – e vanta un catalogo ricco di titoli e qualità.
Nel 2016 ha ricevuto dal Ministero dei Beni Culturali il Premio speciale per la traduzione avendo raggiunto «un alto livello qualitativo delle traduzioni, all’insegna della diffusione in Italia della cultura laica».
È guidata da un piccolo, laborioso gruppo. Responsabile editoriale: Raffaele Carcano, autore (con Adele Orioli) di Uscire dal gregge; e ancora di Liberi di non credere; Le scelte di vita di chi pensa di averne una sola.
In redazione Valentino Salvatore; impaginazione e web Flavio Pietrobelli; ufficio stampa Ingrid Colanicchia.

Recente è la pubblicazione di Contro la religione Gli scritti atei di Lovecraft a cura di S. T. Joshi, traduzione di Guido Negretti, prefazione di Christopher Hitchens, postfazione di Carlo Pagetti.
Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) è stato uno dei grandi scrittori statunitensi del secolo scorso.
La celebrità arriva postuma. Soprattutto nell’ultimo quarto del ‘900 la sua influenza è andata affermandosi e altri autori ne hanno seguito le vie espressive. Progressivamente è entrato nella cultura popolare: dal cinema ai fumetti, dalla musica ai videogiochi .
Ha scritto Luigi Grazioli su Doppiozero: “Alla base della sua opera c’è un paradosso, dal momento che essa tratta di temi soprannaturali su base integralmente materialistica (…) Posti di fronte a tali scenari il vago “schema cosmico” che puntella le nostre esistenze traballa, e appunto lì va a innestarsi la letteratura del terrore come la intende Lovecraft (vedi il saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura, SugarCo 1978)”.
"Lovecraft" - dice Cesare Buttabuoni - "rappresenta una sorta di trait d’union fra la narrativa gotica e gli incubi della fantascienza".

“Contro la religione” è a cura di S. T. Joshi il più grande studioso al mondo di Lovecraft.
Dalla sua Introduzione: “… al fine di spiegare l’eminenza di Lovecraft sia come scrittore che come pensatore, potremmo anche dover volgere lo sguardo verso la figura quasi mitica che è diventato in quanto creatore, magro e dalla mascella quadrata, di una pletora di “dei” all’interno delle sue storie ma anche come persona che nondimeno colmava di disprezzo i principi religiosi centrali riguardanti l’esistenza di una divinità, l’immortalità dell’anima e il significato cosmico dell’umanità.
La prefazione al libro è di Christopher Hitchens, giornalista e saggista morto nel 2011. Tra le sue pubblicazioni, considero imperdibile “La posizione della missionaria”, controbiografia di Madre Teresa di Calcutta (Minimum Fax). È conosciuto soprattutto quale alfiere del cosiddetto “nuovo ateismo”, in seguito all’enorme successo riscosso dal suo libro “Dio non è grande”.
Così dice di Lovecraft in Prefazione: Si può dire con sufficiente certezza che la prima volta che scoprì di avere delle obiezioni nei riguardi del teismo fu quando contemplò il suo tema preferito, ossia l’elemento cosmico. Ci vuole una certa arroganza da parte dell’uomo, una volta che abbia scoperto la vera posizione del nostro granello sferico in questa galassia (senza contare la posizione che questa galassia possiede nell'universo), per credere che tutto sia pianificato con lui in qualità di oggetto finale (e hanno il coraggio di chiamare ciò umiltà!). Si tenga a mente che Lovecraft stesso non visse abbastanza a lungo da vedere la vasta espansione della nostra conoscenza.
Carlo Pagetti, docente di letteratura inglese e di cultura angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano, nella Postfazione nota: Sebbene, da un certo punto di vista, Lovecraft sovverta la straordinaria intuizione di Poe, secondo cui l’orrore non ha una consistenza esterna, materiale, ma si annida nell’animo umano, ciò che lo accomuna al suo predecessore è una prospettiva paradossalmente laica e razionalista, che tende a escludere il soprannaturale e lascia aperta la strada alla possibilità dell’osservazione diretta, della misurazione empirica dell’ignoto e del mostruoso.

Dalla presentazione editoriale.
«La fama di H.P. Lovecraft cresce costantemente nel tempo, e allo stesso modo cresce l’apprezzamento dei suoi lettori. Tuttavia, non molti di loro sono a conoscenza del suo conclamato ateismo e della sua lontananza dalla religione, che il creatore di tanti mondi inesistenti ribadiva in numerose occasioni.
Questo libro contiene dunque gli scritti – pubblici e privati – in cui Lovecraft si è interrogato sulla funzione della religione, sul suo rapporto con la scienza, la realtà e l’indifferenza del cosmo, sulle ragioni della sua scelta atea. Non senza avanzare tesi a volte estremiste, a volte superate, a volte incredibilmente attuali. E spesso controverse, in perfetta coerenza con la sua personalità.
Questa traduzione colma quindi un grande vuoto, e sarà senz’altro apprezzata da tutti coloro che hanno amato i romanzi e i racconti del grande scrittore. Forse li ameranno ancora di più, una volta conosciuto il suo universo filosofico».

H. P. Lovecraft
Contro la religione
A cura di S. T. Joshi
Traduzione di Guido Negretti
Prefazione di Christopher Hitchens
Postfazione di Carlo Pagetti
Pagine 332, Euro 18.00
Edizioni Nessun Dogma


La passione del reale (1)

C’è stato un tempo in Italia in cui nelle sale cinematografiche prima del film era d’obbligo proiettare un documentario. Non sempre bene accolto dagli spettatori. Spesso, infatti, erano pallosissimi. Credo fosse dovuto a una legge. Intendo la proiezione in sala, non l’obbligo d’essere pallosissimi. Nella produzione documentaria di quel tempo, però, hanno debuttato tanti registi italiani che sono poi approdati al lungometraggio, un nome per tutti: Antonioni, di cui ricordo “Gente del Po”, “N.U.”, e lo splendido “L’amorosa menzogna” sul mondo dei fotoromanzi italiani del dopoguerra, sui suoi divi e i suoi lettori.
In tempi vicini, nel 2013, inserire “Sacro G.R.A.” nella selezione del concorso ufficiale al Festival di Venezia è stata una piccola rivoluzione che si è rivelata vincente quando proprio a quella pellicola di Gianfranco Rosi è stato assegnato, meritatamente, il Leone d’Oro; vincerà poi anche il Nastro d’Argento nel 2014.
Insomma il documentario in Italia vanta una buona tradizione e sono tanti i nuovi nomi che vanno proponendosi alla ribalta internazionale.
È quanto ho scritto finora una ripresa “di quinta”, per usare un gergo cinematografico, alla presentazione del libro di oggi che è sì sul documentario ma ne esplora, in un articolato e ben condotto studio, le caratteristiche del linguaggio.

Titolo: La passioine del reale Il documentario o la creazione del mondo
Si tratta di una preziosa pubblicazione della casa editrice Mimesis.
L’autore è Daniele Dottorini.
Professore associato di cinema presso L’Università della Calabria, si occupa di teoria del cinema e di cinema del reale. Dal 2008 è selezionatore per il Festival dei Popoli di Firenze, Festival internazionale del cinema documentario, dove ha curato le retrospettive e le relative pubblicazioni critiche sulla nascita del documentario moderno, sul cinema di Isaki Lacuesta, Andrés Di Tella, Mary Jimenez, Sergio Oksman.
Per le edizioni Mimesis è autore del lemma “Nemico” per il Lessico del cinema italiano, vol. II (2015); ha redatto, per l’appendice dell’Enciclopedia Treccani 2015, le voci “Realismo” e “Documentario”; tiene e ha tenuto corsi e laboratori in Italia e all’estero sul cinema del reale. È membro del direttivo delle riviste “Fata Morgana” e “Filmcritica”, membro del consejo editorial della rivista argentina “Kilometro 111”; tiene una rubrica mensile su “Sentieri Selvaggi” sul documentario e collabora con “Quaderno del cinemareale. Rivista sui processi creativi del documentario”. Ha curato gli scritti di cinema di Ignacio Matte Blanco (Estetica ed infinito, Roma 2000), Alain Badiou (Del capello e del fango. Riflessioni sul cinema, Cosenza 2009). Ha pubblicato monografie sul cinema di David Lynch (Genova 2004), Jean Renoir (Roma 2007), James Cameron (Pisa 2013

Dalla presentazione editoriale.
«Il libro è un riattraversamento del concetto di “Reale” attraverso le pratiche del cinema documentario contemporaneo, partendo dal presupposto che il nuovo millennio riprenda con forza, trasformandola, quella “passione del reale” che ha caratterizzato la storia politica ed estetica del Novecento. È in questo scenario che il cinema del reale si pone come un laboratorio aperto che al tempo stesso recupera e rilegge la storia delle forme cinematografiche rimettendo in gioco problematicamente un concetto centrale per la contemporaneità come quello di “Reale”. La prima parte del volume consiste in una analisi della passione del reale nel cinema documentario contemporaneo, mentre le due parti successive, riattraversano il concetto attraverso due termini centrali per comprendere la specificità del cinema del reale, Tempo e Spazio».

Segue ora un incontro con Daniele Dottorini.


La passione del reale (2)

A Daniele Dottorini. (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro? Che cosa principalmente ti ha spinto a scriverlo?

Nel corso degli anni, lavorando non solo come critico e docente di cinema, ma anche come selezionatore per il Festival dei Popoli a Firenze, entrando a contatto con registi e autori di un cinema diverso, aperto, fuori dagli schemi, mi sono reso conto che questo cinema era una delle forme più ricche di stimoli e di sperimentazioni dell’intero panorama cinematografico contemporaneo. Un cinema che poneva questioni importanti: sullo sguardo, sul reale, sul problema della verità dell’immagine, sull’incontro e la soggettività. Questioni che volevo affrontare, che sentivo (e sento) importanti. Ecco da dove nasce il libro. Da una parte è un testo che elabora spunti e riflessioni che sono il frutto di un lavoro di ricerca, dall’altra è il riflesso di anni di immersioni in queste forme e immagini; anni di incontri, visioni, letture e discussioni.
Negli ultimi tempi sono usciti, in Italia e all’estero, libri importanti sul documentario, libri di storia o di analisi delle forme documentarie. Quello che “La passione del reale” vuole fare è mostrare come e in che forma lo sguardo documentario permei il cinema contemporaneo e ci permetta di ripensare non solo le sue forme, ma anche alcuni dei concetti chiave della contemporaneità.

Scrivi nell’Introduzione “l’espressione ‘cinema del reale’ attraverserà tutto il libro”.
Che cosa s’intende con quella dizione
?

È una espressione strana, particolare, un po’ furba ma affascinante. Quella di “Cinema del reale” è una formula che nasce in Francia, che dà il nome ad un importante festival parigino e che è diventata una formula di moda in un certo senso. Nasce come tentativo di pensare lo sguardo documentario come cinema appunto, non come “genere” a sé. La parola “documentario” sembrava aver nel tempo perso la sua capacità di dare conto di un cinema sempre più espanso, multiforme e ibrido, in cui conviveva il cinema osservativo alla Wiseman con la forma poetica ed inventiva di Chris Marker, lo sconfinamento tra generi di Herzog con il ritratto alla Erroll Morris, la sperimentazione di Harun Farocki o Chantal Ackerman con lo sguardo visionario di registi come Robert Kramer o Peter Mettler.
Tutto questo è documentario anche perché ne riprende l’origine (quando John Grierson definiva il documentario come: “il trattamento creativo della realtà”). Il cinema del reale è questo, a mio avviso: è una espressione comunque lacunosa, ma che tiene conto del fatto che parliamo di cinema, e lo sguardo documentario appartiene al cinema tout court.

Il nome più citato nel tuo libro è Gilles Deleuze.
Perché le sue riflessioni, da “L’immagine-movimento” a “L’immagine-tempo”, sono così presenti nel tuo pensiero sul cinema
?

Deleuze è un punto di partenza, più che un punto di riferimento. Non solo i suoi libri sul cinema, ma tutto il suo pensiero, la sua parabola teorica che continua ad essere uno degli sguardi filosofici necessari per la contemporaneità. Immagine-movimento e Immagine-tempo sono libri profondamente teorici in cui Deleuze pensa problemi filosofici a partire dal cinema, da un “fuori” il discorso filosofico, che costringe però a pensare il tempo e il movimento. Al tempo stesso sono due libri appassionati, in cui i film di cui Deleuze parla sono oggetti di amore e di passione. Ci senti all’interno l’amore per il cinema, e al tempo stesso fa diventare questa passione una riflessione, la possibilità di costruire un discorso teorico.
Per me Deleuze rimane un modello e, dal punto di vista di un discorso sul cinema del reale, le sue riflessioni sulla “credenza” nel mondo come necessità per il cinema, l’analisi del cinema-verità come rivelazione della capacità affabulatoria di ogni persona e dunque il concetto di verità del cinema, sono e rimangono riflessioni fondamentali per pensare lo sguardo documentario.

Che cosa ha significato l’avvento del digitale nel documentario?

Da una parte il cambiamento che viviamo è analogo (ma di gran lunga più ampio) a quello che si era verificato negli anni Sessanta con l’avvento del 16mm e degli apparecchi di registrazione del suono in sincrono: una maggiore libertà di movimento, di esplorazione del reale, di immediatezza della ripresa. Le tecnologie digitali dell’immagine permettono oggi di filmare in condizioni proibitive per la pellicola e con una qualità sempre più grande. Cambiano i formati, le possibilità di ripresa, di montaggio, di reperibilità delle immagini d’archivio, di manipolazione audio e video, di circolazione e fruibilità delle immagini e si potrebbe continuare a lungo. Si tratta di un cambiamento radicale da molti punti di vista e, al tempo stesso non cambia molto quando si tratta di pensare l’immagine: i problemi rimangono esattamente gli stessi, “Che cosa sto guardando, che cosa e come lo sto filmando?”. Le domande rimangono le stesse, le pratiche, le tecniche e i formati ti offrono nuove possibilità di risposta.

Le immagini riprese dalle videocamere di sicurezza, alla luce del tuo pensiero, sono vere o reali?

In sé, prese cioè nel loro essere parte di quel flusso incessante di immagini senza sguardo non sono altro che puro flusso appunto. Perché ci sia una immagine ci deve essere un montaggio, e dunque uno sguardo. Se sottoposte ad uno sguardo che le interroga, le selezione e le rimonta le riprese di una videocamera di sicurezza diventano immagini e in quanto tali pongono il problema della loro realtà e della loro verità.

…………………………….

Daniele Dottorini
La passione del reale
Pagine 240, Euro 22.00
Mimesis


Premio Scenario


La finale del Premio Scenario Infanzia presenta otto corti teatrali e un laboratorio di teatro per adolescenti curato da Babilonia Teatri.
Con questo programma propone la prima edizione di Scenario Festival che si svolgerà dal 21 al 24 giugno a Cattolica.
È un progetto di Associazione Scenario che si avvale della direzione artistica di Cristina Valenti docente di Storia del Nuovo Teatro presso il Corso di Laurea magistrale in Discipline teatrali dell’Università di Bologna. Proveniente da studi di carattere storico e filologico (il suo volume “Comici artigiani” ha vinto il Premio Pirandello per la saggistica teatrale), negli ultimi anni ha rivolto la sua attività al teatro contemporaneo d’innovazione, al quale si è dedicata sia sul piano della produzione scientifica sia sul piano dell’organizzazione.
I suoi interessi attuali riguardano i teatri del disagio (handicap, carcere), il teatro di impegno sociale e civile, la ricerca delle giovani generazioni (in particolare come Direttore artistico dell’Associazione Scenario).
Fra i volumi pubblicati figurano studi monografici dedicati al Living Theatre e ad artisti impegnati in esperienze teatrali contemporanee.

Il sostegno al festival è venuto da Regione Emilia-Romagna, Ater Circuito Regionale Multidisciplinare, Comune di Cattolica, Ufficio Cinema Teatro, con il patrocinio del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, in collaborazione con Cronopios.

Promosso da 32 teatri e compagnie di innovazione distribuiti sul territorio nazionale, il Premio Scenario da più di trent’anni scommette sulla creatività giovanile, la va a scovare, e la sostiene, spinge giovani artisti al di sotto dei 35 anni a inventare progetti, a tradurre le proprie idee in proposte sceniche, ad affrontare lo sguardo e il giudizio di altri artisti, operatori, critici, studiosi.
Una festa della creatività giovanile che farà riflettere per quattro giorni su quanto sia difficile nel nostro paese trovare luoghi e progetti che accompagnino e sostengano i giovani artisti favorendone l’incontro con il pubblico. E, quindi, meglio ancora, farà apprezzare il lavoro svolto dall’Associazione Scenario.
Il Comune di Cattolica ha messo a disposizione alcuni suoi spazi, il Teatro della Regina, il Salone Snaporaz, il palcoscenico all’aperto di piazza Roosevelt, il Museo della Regina, disegnando così un cantiere diffuso della fantasia, del gioco, dell’incontro. Ma soprattutto ha colto, nella collaborazione con Scenario, l’opportunità di offrire quattro giornate speciali al pubblico dei suoi teatri, alle famiglie dei villeggianti, agli studenti (grazie alla collaborazione con l’Istituto Tecnico Economico Tecnologico Bramante Genga di Pesaro), ai bambini dei centri estivi, agli spettatori teatrali più esperti e assidui che da tutt’Italia non mancano di seguire ad ogni edizione l’appuntamento con il prestigioso concorso nazionale.

Per conoscere il programma: CLIC!
In caso di pioggia, gli spettacoli previsti in Piazza Roosevelt >>> al Salone Snaporaz.

Informazioni
Associazione Scenario
organizzazione@associazionescenario.it
+39 392.9433363

Ufficio Stampa Scenario Festival
Raffaella Ilari: mob. +39 333 – 4301603
Email: raffaella.ilari@gmail.com

Scenario Festival 2018
Prima edizione
Teatro della Regina | Salone Snaporaz |
Piazza Roosevelt | Museo della Regina
Cattolica: dal 21al 24 Giugno


La parola braccata


Molti anni fa, ebbi il piacere d’intervistare per Radiorai Giulio De Angelis (ricordo ai più distratti ch’è il primo traduttore in italiano dell’Ulisse di Joyce), alla domanda sulla più grande qualità di un traduttore, rispose: l’umiltà. E aggiunse un aforisma di Delphine de Girardin: “Quel tale si crede Kant perché l’ha tradotto”.
L'umiltà va sempre bene eppure il ruolo del traduttore è determinante nel successo (e anche nell’insuccesso) di un’opera.
Dice José Saramago: “Gli scrittori creano la letteratura nazionale, mentre i traduttori rendono universale la letteratura”.
Che cosa significa tradurre? Georges Mounin ci dà un classico con «Les Problèmes théoriques de la traduction» (1963), un nuovo campo di discussione sulla traduttologia si ha con «Dopo Babele» (1975) di George Steiner. Fu, infatti, il primo tentativo di situare la traduzione nel cuore della comunicazione umana. Steiner scrisse nell’edizione italiana del 1985: «’Dopo Babele’ si rivolge ai filosofi della lingua, agli storici delle idee, agli specialisti di poetica, dell’arte e della musica, ai linguisti e, ovviamente, ai traduttori (…) In altre parole, a chi fa vivere la lingua e sa che gli avvenimenti di Babele sono forse un disastro ma al tempo stesso – ed è questa l’etimologia della parola “disastro” – una pioggia di stelle sull’umanità».

La casa editrice il Mulino ha mandato in libreria un volume che sulla traduzione ragiona in modo lussuoso: La parola braccata dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico
Ne è autore Valerio Magrelli, professore ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, una delle più complete figure di scrittore.
Poeta tra i maggiori («Poesie 1980-1992, contiene "Ora serrata retinae", "Nature e venature", "Esercizi di tiptologia"; «Didascalie per la lettura di un giornale» (1999), «Disturbi del sistema binario» (2006); «Il sangue amaro» (2014).
Prosatore finissimo: , «Nel condominio di carne» (2003); «La vicevita»; «Addio al calcio» (2010), «Il Sessantotto realizzato da Mediaset» (2011), «Geologia di un padre» (2013),
Saggista coinvolgente nell’antologia «Millennium poetry»; «Magica e velenosa» (2010); «Nero sonetto solubile» (2010), di questo lavoro ne troviamo un’eco anche in La parola braccata; «Lo sciamano di famiglia» (2015).
Traduttore luminoso: «Il matrimonio di Figaro» di Beaumarchais (2008) e «Dove lei non è» di Roland Barthes (2010).

“La parola braccata” è un libro destinato ad essere una lettura – non solo obbligatoria per chi traduce professionalmente o per diletto – ma anche per tutti quelli che vogliono esplorare i fondali della letteratura tradotta nella nostra lingua, con le sue luci cangianti, le sue vite guizzanti, le sue grotte insidiose.
Su quel sommerso Magrelli conduce un’esplorazione che, affrontando plurali temi linguistici, fa emergere, senza annunciarla, una teoria della traduzione, o meglio, delle traduzioni perché non tutti i generi possono essere affrontati con una regola soltanto.
Partendo da un insieme di biologico e psicologico esplora un momento di Sterne che interessò a Freud per poi alla fine di un viaggio affascinante condurci in una saletta buia dove lui si trovò alle prese con sottotitoli che pongono problemi pratici che fanno sorgere quesiti teorici.
Per rendervi conto della complessità dell’opera, date uno sguardo all'Indice .

Concludendo con un sorriso, voglio ricordare il fulmine che Borges indirizzò a Samuel Henley, traduttore del ‘Wathek’ di Beckford, del quale disse beffardamente: “L’originale talvolta non è fedele alla traduzione”.

La parola braccata, dalla presentazione editoriale
Mai come oggi il passaggio fra lingue è stato al centro del dibattito intellettuale, che si tratti di indagare la natura politica della traduzione e il suo rapporto con i fenomeni di migrazione, o di studiarne le strutture neurali alla luce dell’intelligenza artificiale. In un panorama tanto vasto e in rapida espansione, questo libro si muove su due piani, prima esplorando il processo traduttorio, poi presentando alcuni esercizi di resa poetica fra testi di varie lingue, per soffermarsi su quell’atto che, come è stato detto, «rappresenta molto probabilmente il più complesso tipo di evento mai prodotto nell’evoluzione del cosmo».

Valerio Magrelli
La parola braccata
Pagine 218, Euro 20.00
il Mulino


Robe di Marta


In occasione della partecipazione di Marta Roberti (in foto) alla mostra palermitana The Garden Hanging accennai a una seconda mostra che la vede impegnata negli stessi giorni a Roma.
Si tratta di un’esposizione con artisti tutti di livello internazionale le cui opere nell’allestimento sono dislocate lungo un percorso in quel grande monumento naturale che è l’Orto Botanico di Roma.
I nomi: Nobushige Akiyama, Gloria Argelés, Ivan Barlafante, Ivan Calamita, Selene de Condat, Roselyne de Feraudy, Epvs, Theo Eshetu, Cristina Falasca, Geo Florenti, Andrea Fogli, Paolo Guiotto, Maya kokocinski, Cesar Meneghetti, Stefano Minzi, Daniela Papadia, Fabio Francesco Parisella, Julie Polidoro, Felipe C. Risco, Marta Roberti, Guendalina Salini, Corrado Sassi, Maurizio Savini, Guido Strazza, Riikka Vainio, Delphine Valli.

Titolo: Tutta l’Arte è imitazione della Natura.
La curatrice è Manuela Evangelista che ha voluto intitolare la mostra con questa dizione tratta da Seneca.

Marta Roberti, nata nel 1977 a Brescia, va via di lì a 18 anni per studiare filosofia a Verona. Mentre era all'università, frequentava corsi di disegno e ha cominciato a dedicarsi intensamente alla pittura, ma in realtà, come ha detto “Credevo di voler fare la scrittrice”. Dopo aver vagabondato per il mondo qualche anno, ha frequentato tra il 2006 e il 2008 il biennio specialistico di Cinema e Video all'Accademia di Brera a Milano.
Tante le collettive e personali nel suo curriculum.
Di lei, reduce da un soggiorno su invito a Taipei, QUI alcuni video che per chi ancora non ne conoscesse l’opera possono illuminare su tratti del suo stile.
Sue parole in quest'intervista rilasciata ad Alessandra Caldarelli di Insideart.

Tutta l’Arte è imitazione della Natura
A cura di Manuela Evangelista
Orto Botanico
Largo Cristina di Svezia 24, Roma
Info: 06 - 49 91 71 07
Dal 16 al 23 giugno '18


Piero Gobetti

Spero che sui media italiani, fra pochi giorni, sia ricordato che il 19 giugno ricorre la nascita di Piero Gobetti; spero che qualcuno sui media se ne ricordi e scrivo questa nota nella remota ipotesi che sia letta da qualche redattore che ne dia seguito.
Nybramedia – di cui Cosmotaxi è una sezione – è un sito dedicato alle arti visive, alla letteratura, al teatro, e giova ricordare che di Gobetti esistono gli “Scritti teatrali” (Einaudi) che contribuiscono a far comprendere il profilo di quel personaggio.
Nacque a Torino nel 1901, morì a 25 anni nell’ospedale di Neuilly-sur-Seine il 15 febbraio 1926 con la salute fiaccata da due bastonature ricevute da squadristi fascisti.
Eccone un ritratto fatto da Carlo Levi: “Era un giovane alto e sottile; disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta da modesto studioso; i lunghi capelli arruffati, dai riflessi rossi, gli ombreggiavano la fronte e gli occhi vivissimi, così penetranti che era difficile sostenerne lo sguardo a chi non fosse ben sicuro di sé”.

Antifascista su posizioni liberali (solo Gramsci e pochi altri lo amavano fra i comunisti), scrisse di Mussolini: Egli non ha nulla di religioso, sdegna il problema come tale, non sopporta la lotta con il dubbio: ha bisogno di una fede per non doverci più pensare, per essere il braccio temporale di un'idea trascendente. Poteva essere il duce di una Compagnia di Gesù, l'arma di un pontefice persecutore di eretici, con una sola idea in testa da ripetere e da far entrare "a suon di randellate" nei "crani refrattari".
Il suo pensiero maturato in quei lontani anni, ancora oggi ben fotografa il carattere degli italiani: Il fascismo è il governo che si merita un'Italia di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell'economia come delle coscienze.

Scrive Diego Fusaro: “Gobetti era un rivoluzionario liberale. Inevitabile, nel rievocarne la figura, partire dall'ossimoro, tanto più insolito e singolare, se calato nella storia politica italiana che ha fatto del liberalismo - oltre le benemerenze risorgimentali - una tradizione conservatrice o al più moderata. Intanto quell'ossimoro (rivoluzionario liberale) non è definizione arbitraria o affibbiata dall'esterno a Gobetti. E' un'autodefinizione. Che fa corpo col programma stesso che il giovane uomo di pensiero attribuì via via a se stesso, negli anni che vanno dalle prime prove editoriali - "Energie Nuove", la collaborazione a l'Unità di Salvemini - fino alla più matura opera destinata a divenire rivista e infine saggio nel 1924: "Rivoluzione liberale”.

Il messaggio di Gobetti può essere riassunto come bene ha scritto Pietro Polito:

1. l’Italia non ha avuto né la Riforma né la rivoluzione; la storia d’Italia è stata sinora una storia di servi e il fascismo ne è l’estrema conseguenza;

2. il rinnovamento del Paese non può avvenire attraverso un mutamento di nomi e di sigle, ma solo attraverso una rivoluzione;

3. una rivoluzione autentica non può non essere liberale;

4. una rivoluzione si può dire liberale quando parte dal basso;

5. la partecipazione dal basso del Principe impedisce (può impedire) il tralignamento della rivoluzione in un mero cambiar di padrone da parte degli schiavi;

6. gli attori della rivoluzione liberale sono il movimento popolare, ai tempi di Gobetti il movimento operaio, e una elite di intellettuali liberali formatisi nel vivo della lotta politica;

7. il principale segno che la rivoluzione liberale è riuscita è la formazione di una nuova classe dirigente espressione dei nuovi movimenti popolari in ascesa;

8. gli scopi della rivoluzione liberale sono fondamentalmente tre: a) la formazione di un’economia della fabbrica che renda più mite, tagliandogli le unghie, la logica mercantile del capitalismo; b) la creazione di uno stato delle autonomie; c) la maturazione negli Italiani di una coscienza dello Stato e della responsabilità.

……………………………………………………………………

A Torino agisce il Centro Studi Gobetti in Via Fabro 6.
info@centrogobetti.it; 011 - 53 14 29


Gli sposi


Da tempo il tandem Elvira Frosini - Daniele Timpano costituisce una felicissima realtà della scena italiana contemporanea inanellando una serie di successi sia di pubblico sia di critica. Rai 5 ha dedicato un documentario al loro lavoro. Per saperne di più sul duo: CLIC!

Adesso è in preparazione un nuovo spettacolo che sarà visto in anteprima ad Asti Teatro “Gli sposi”. È la storia di un’ordinaria coppia di potere, Nicolae Ceausescu ed Elena Petrescu, che hanno messo la Romania in ginocchio per oltre vent’anni. Il più sinistro tra i tiranni dei paesi del blocco comunista e sua moglie. Dittatori capricciosi e sanguinari, per oltre vent’anni questi Macbeth e Lady Macbeth dei Balcani hanno seminato la paura nel popolo rumeno per poi finire sommariamente giustiziati davanti alle telecamere, sotto gli occhi del mondo, il 25 dicembre 1989.
L’autore è David Lescot che così dice del suo lavoro: Un uomo e una donna. Delle persone molto ordinarie, nella Romania del XX secolo. Entrambi vengono dalla campagna. Un po’ nello stesso modo l’uno e l’altra si ritrovano a militare nel Partito Comunista. Niente sembra distinguerli dai loro compagni. Tranne il fatto che sono un po’ meno dotati della media. Sono delle creature senza smalto in un mondo senza orizzonte.

Il traduttore del testo è Attilio Scarpellini che afferma: Non c’è niente di cui il teatro non possa parlare, almeno secondo David Lescot: dalle storie più personali, che poi si rivelano sempre politiche, a quelle più globali, dall’infanzia al clima, dai sopravvissuti alla Shoah al potere del denaro, dalle dittature comuniste nei paesi dell’Europa dell’Est alla Comune di Parigi. Lescot è stato salutato dal pubblico e dalla critica come una rivelazione fin dal suo primo affacciarsi sulla scena. La sua drammaturgia usa volentieri il prisma del teatro per amplificare la marginalità o, viceversa, per rimpicciolire l’enfasi della storia monumentale. Non sorprende che Daniele Timpano ed Elvira Frosini, la coppia artistica che nel nostro teatro ha meglio interpretato il potere e la società in chiave di comicità critica e di umorismo crudele, abbiano subito sentito un’affinità elettiva con i due tragicomici coniugi di Lescot, abbastanza veri e abbastanza assurdi, abbastanza determinati e abbastanza miserabili, per rientrare a pieno titolo in quella contro-storia satirica del novecento che i due attori-drammaturghi italiani vanno scrivendo da anni.

Dopo Asti (28 giugno), le prime repliche sono a Castiglioncello il 5 e 6 luglio.
Per le successive: CLIC per consultare il calendario.


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