Questa sezione ospita soltanto notizie d’avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.
sabato, 31 luglio 2010
Arrivederci al 6 settembre
Cosmotaxi è in vacanza dall’1 agosto. Le pubblicazioni riprenderanno il 6 settembre. Lamberto Pignotti a Brescia
E’ in corso alla Fondazione Berardelli un’antologica dedicata al padre della Poesia Visiva, Lamberto Pignotti, con un’ampia mostra curata in modo maiuscolo da Melania Gazzotti e Nicole Zanoletti. Sono più di 200 le opere selezionate, fra disegni, collage, tele emulsionate, libri d'artista oltre a una ricca documentazione bibliografica, attraverso le quali viene ripercorsa tutta la carriera dell’artista fiorentino.
Dai disegni d'esordio degli anni Quaranta fino alle più recenti prove, dalle sperimentazioni degli anni Sessanta (collage di parole e immagini, la serie dei ‘Francobolli’, in foto un esempio in mostra) e anni Settanta (opere realizzate intervenendo su stralci di quotidiani, come nelle serie “Souvenir”,”Zero”, “Foto”, “Thrilling”) alle ricerche sulla mercificazione dell'immagine femminile (nelle serie “De-composizione” e “Visibile-Invisibile”). Il titolo dell’esposizione: Lamberto Pignotti La poesia ve lo dice prima, la poesia visiva lo dice meglio. Opere dal 1945 al 2010. La storica dell’arte Vania Granata è una tra le nuove voci più autorevoli nel panorama delle forme espressive contemporanee e, inoltre, ha studiato l’opera di Pignotti. Ecco perché l’ho invitata a salire su questo Cosmotaxi per rivolgerle alcune domande. Prima di chiedere un tuo pensiero su quest’antologica di Pignotti, desidero partire da due riflessioni che possano contribuire ad inquadrare anche l’agire artistico verbo visivo. Cos’è per te il concetto di Intermedia e delle pratiche artistiche ad esso connesse? Se dovessi in poche parole descriverti l'intermedia prenderei di certo in prestito una frase di Lamberto Pignotti che lo definì come l'arte di passare attraverso. Questa sua geniale schematizzazione descrive l’intermedia come una prassi artistica volta a “con-fondere” codici espressivi e media eterodossi in un’unica struttura inscindibile. Più esattamente, nei processi artistici intermediali ogni linguaggio di cui si compone l’oggetto artistico – alias il codice espressivo di un medium - scivola in un altro simultaneamente perdendo dunque la propria “specificità” di campo e dispiegandosi processualmente nell’interstizialità del suffisso che lo connota: il “tra”. In questo orizzonte, la Poesia Visiva, sintesi di parola/immagine, è uno degli esempi artistici maggiormente esplicativi del concetto di Intermedia poiché dispone un unico oggetto artistico ad essere interpretato come codificazione di un sistema complesso ed eterogeneo distribuito equamente, e simultaneamente, sui piani logico, verbale ed iconico. Mi sembra che la poesia visiva – pur all’origine di molte esperienze dei nostri giorni proposte dai mixed media – abbia conosciuto le sue maggiori affermazioni su plurali supporti, ma meno sul web. E’ questa una delle mie solite cantonate, oppure no? E se, per caso, ci avessi preso, perché è finora accaduto? Alla base di ciò c'è una confusione terminologica; il problema sta nel fatto che oggi, nella stretta contemporaneità, il nome “poesia visiva” si è trasformato in una sorta di contenitore i cui contenuti spaziano in molteplici direzioni che si relazionano, anche, al contesto del web ed alle estetiche che la virtualità e l'ipertestualità hanno innescato e di cui sarebbe impossibile qui, anche solo brevemente, parlare. La Poesia Visiva però nacque in Italia in seno alle sperimentazioni del Gruppo '70 formatosi a Firenze nel 1963. Lamberto Pignotti, come è noto, fu uno dei suoi fondatori ed uno dei suoi fondamentali interpreti. Nella prima metà degli anni Sessanta, l’intermedialità verbo-visiva imperava di fatto già nella semiosi pubblicitaria, nello slogan, nel giornale, poiché rispondeva alla necessità di mandare ad effetto un unico messaggio che, nell’immediatezza della percezione, colpisse ed attivasse l’attenzione del pubblico attraverso l’impiego simultaneo e sinergico di codici linguistici e media differenziati. La poesia visiva ne riproduceva criticamente la modalità comunicativa; non ne cambiava la prassi, bensì il messaggio che assumeva quindi valenza ironico-politico-demistificatoria. Le dinamiche espressive del tecnologico venivano allora “strumentalizzate” dal procedimento intermediale della poesia visiva, e non formalmente impiegate come componenti costitutivi e sintattici dell'opera; ecco perché i componimenti poetico visivi venivano compilati artigianalmente, senza l’impiego di elementi tecnologici. Qual è l’importanza di Lamberto Pignotti nello scenario internazionale della poesia visiva? Ho un debole per l'ironia colta e sagace di Lamberto Pignotti; lo ritengo uno dei più interessanti autori del panorama poetico-visivo. Gliene rende atto l'esauriente personale alla Fondazione Berardelli di Brescia (a cura di Melania Gazzotti e Nicole Zanoletti) che ne ripercorre l'intera carriera, dagli esordi “disegnativi” sino alle più recenti operazioni poetico-visive. Trovo che Pignotti, pur essendo presente in moltissime collezioni, pubbliche e private - al Mart è ora in esposizione, fino al 22 agosto, la collezione Gianfranco Bellora – meriterebbe maggiori attenzioni. Si dovrebbe investire di più, in termini culturali, su autori “di nicchia” che, come Pignotti, hanno contribuito in maniera sostanziale allo svecchiamento della cultura italiana nel decennio nodale degli anni Sessanta e che instaurarono scambi culturali (oggi parleremmo di networking) con il Fluxus, il Pop, il Nouveau Réalisme e il nostrano Gruppo 63. Lo studio di queste relazioni è ancora poco frequentato dalla critica. Pignotti oltre che nella poesia visiva opera in più aree: dalla narrazione alla saggistica, dalla performance alla radio. Trovi un fil rouge che unisce questo suo percorso mediale? Se sì, in che cosa lo identifichi? Fu proprio Pignotti, nel suo testo “La suggestione di Gordon Flash” apparso su “Marcatre” nel 1965, a indicare l'antispecialismo, l'interdisciplinarietà e l'interartisticità come caratteri fondanti del suo approccio all'arte per produrre “prodotti estetici che, pur essendo il frutto di un singolo artista, si pongono indifferentemente come poesia, saggio, spartito musicale, romanzo pittura, copione teatrale, e così via”. Questi concetti sono direttamente riconducibili a quel campo, l'intermedia, che non ascrive la creatività dell'artista all' “opera”, nel senso tradizionale del termine, ma che invece, avverando una nuova estetica, rende possibile l'espressione artistica come sconfinamento attraverso codici e media, arte e vita, solo apparentemente divergenti. “Lamberto Pignotti” Fondazione Berardelli Via Milano 107, Brescia Info: 030 – 31 38 88; info@fondazioneberardelli.org Fino al 3 ottobre ‘10
venerdì, 30 luglio 2010
Fringe Festival
Welcome to the Fringe
Rammelzee non abita più qui
Ho appreso dal supplemento “Alias” del Manifesto di sabato 24 luglio che Rammelzee è morto nello scorso giugno. Aveva 49 anni. Traggo dall’articolo, scritto da u.net, alcune note per chi non lo conoscesse. Rammelzee, di origini ispaniche e italiane, nasce nel 1960 a New York: writer, rapper, video maker, è un esempio tra i più evidenti di quelli che vanno ricordati come ‘poliartisti’.
Dizione, forse, difficile, ma ci aiuterà a capirla meglio Vania Granata, storica dell’arte contemporanea, che rimorchierò a bordo domani su questo taxi spaziale, per altra occasione di cronache. Conobbi Ramm nei primi anni ’80, era una carica esplosiva d’opera e vita. La sua prima sostenitrice in Italia fu Francesca Alinovi. Intervistato da Maurizio Torrealta, gli fu chiesto: “Perché non dipingi su tele di canapa?” Rispose “Perché io la canapa la fumo”. Per altro su Rammelzee CLIC! Conclude il suo documentato, e appassionato, articolo u.net: “Per Rammelzee la morte non rappresentava in alcun modo la fine di un percorso bensì solo un cambio di forma e stato; anche dopo la scomparsa il suo contributo nella storia della cultura hip hop continuerà a esercitare una forte influenza su molti artisti”. E’ apparso come attore in uno dei film più importanti proprio del mondo hip hop e street, “Wild Style”, diretto da Charlie Ahearn Ramm… se solo dio esistesse ti maledirebbe, ma nella sua giustificata assenza, ti maledico io perché andandotene ci hai lasciati più soli.
giovedì, 29 luglio 2010
Vita da Palma
Nata a Roma nel 1910, allieva di Adolfo Venturi, Palma Bucarelli rivoluzionò in Italia il concetto museale dell’arte moderna visto fino al suo arrivo nel 1942 alla direzione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (la dirigerà fino al 1975) secondo antiquate modalità espositive. La Bucarelli (in foto) si rese protagonista del salvataggio di molte opere d’arte durante il periodo bellico. I suoi meriti non finiscono qui, ma solo cominciano da qui perché dal 45’ in poi, accelerando il ritmo di nuove iniziative, e sempre più ispessendole qualitativamente, rese la Galleria Nazionale un centro aperto alle nuove tendenze, prese a fare mostre temporanee, decise acquisti d’opere in Italia e all’estero, inaugurò una stagione di collaborazione con grandi musei stranieri, stabilì – attraverso conferenze, presentazioni di libri, proiezioni documentaristiche – un nuovo rapporto col pubblico, dedicò energie alla didattica coinvolgendo le scuole e non soltanto quelle d’indirizzo artistico.
Un rinnovamento tanto forte, accanto a vigorosi elogi suscitò inevitabilmente anche molte critiche (ad esempio quelle che le rivolse De Chirico, ma non fu il solo), suscitò un’infinità di polemiche alle quali partecipò con piglio battagliero uscendone vincitrice sia sul piano espressivo e sia su quello riguardante i nuovi criteri museografici da lei inaugurati e ancora oggi d’attualità e praticati. Morì a Roma nel 1998, all'età d’ottantotto anni. Proprio in occasione del centenario della sua nascita, si terrà a Cortina, alla FarsettiArte, la mostra Omaggio a Palma Bucarelli. Sarà riproposto, con una selezione di circa quaranta opere provenienti da collezioni private, un gruppo d’artisti da lei scelto per la riapertura della Galleria Nazionale fin dal 1944. Arturo Martini, Francesco Menzio, Mario Mafai, Scialoja, Morandi. E poi l’amore per la pittura di Casorati, Scipione e Mirko. Ma Palma Bucarelli fu all’avanguardia nelle scelte dell’arte nuova, nel prediligere l’astrazione, la pittura di Afro, di Capogrossi, la scultura di Consagra, e quella dei giovani astrattisti dell’Art Club, Turcato e Perilli, Dorazio e Carla Accardi, e pure per il primo Guttuso (poi i rapporti si ruppero e i due diventarono acerrimi nemici). La mostra offre un panorama anche delle scelte successive della grande direttrice che organizzò le prime mostre in Italia di Picasso e di Pollock, nel 1953 e nel 1958, espose i sacchi di Burri guadagnandosi l’appellativo di “Palmina degli stracci”, le opere del giovane Pino Pascali e le famose scatolette con merda d’artista di Piero Manzoni nell’antologica del 1970 che suscitò interrogazioni parlamentari e grande scandalo. Ufficio stampa: Ester Di Leo: 055 – 22 39 07 e 348 – 33 66 205; esterdileo@gmail.com “Palma Bucarelli” FarsettiArte Largo delle Poste (piano rialzato) Cortina Tel. 0436 – 86 06 69 dal 10 al 29 Agosto 2010 Ingresso gratuito
mercoledì, 28 luglio 2010
Io non lavoro
Comincio questa nota – e lo farò ogni volta che mi occuperò di Neri Pozza – ricordando che è, al momento, l’unica Casa Editrice che ha deciso di non partecipare a premi letterari di narrativa in Italia, si legga QUI . Insomma, invece di blaterare, lagnarsi, piangersi addosso sul malcostume imperante nei premi, fa seguire fatti concreti: chapeau! “Chi lavora è perduto”, questo era il titolo del primo film, 1963, di Tinto Brass che la censura, insieme a tagli e modifiche, volle cambiato in “In capo al mondo”. Non so se Brass - uomo che possiede più letture di quante molti immaginino – conoscesse il saggio di Paul Lafargue Le Droit à la Paresse, ma dalle avventure che fa vivere nel film al giovane protagonista anarchico di quella storia, sono tentato dal pensare di sì. Il libro attacca uno dei capisaldi, cosiddetti morali, del discorso sull’Uomo: il lavoro. Lo fa esaltando l’ozio, vero nemico d’ogni padrone, d’ogni economista, d’ogni governante. Né teme di farsi beffe dei lavoratori stessi, ignari schiavi di un concetto – il lavoro – voluto dai loro sfruttatori; inneggia alle macchine (e com’è attualissimo il discorso!) che pur dando la possibilità di liberare l’umanità dal giogo della fatica, vedono gli uomini avidi d’incatenarsi da soli affaticandosi per più ore, proprio quelle ore che l’automazione renderebbe libere. Lafargue fa a pezzi l’ideologia capitalistica del sacrificio e del salario, e – fortuna o sfortuna che sia stata per lui – ignorava che di lì a poco anche il comunismo al potere avrebbe eletto sciaguratamente il lavoro come simbolo di redenzione del proletariato. Il libro che presento oggi è intitolato Io non lavoro Storie di italiani improduttivi e felici. Ne sono autori: Serena Bortone e Mariano Cirino. Si tratta della documentazione di sei veri casi in cui il lavoro più che mancato è stato disertato, ma con logiche e scelte lontane dalla temperie socio-culturale che animava l’immaginario personaggio protagonista del film di Brass. Sono persone che appartenendo a condizioni sociali diverse fra loro, così come differenti fra loro sono le levature culturali e l’età (ma qui il dato si fa più sottile perché l’appartenenza anagrafica è prevalentemente giovanile), hanno deciso di non vendere il proprio tempo ad altri, di vivere secondo una libertà che fa scandalo e non rende loro la vita facile. Un libro originale che indaga su di un aspetto poco esplorato della nostra società pronta a esaltare a parole il lavoro, ma a umiliarlo sia sul piano salariale (quando il lavoro c’è, e assai spesso non c’è) sia su quello della sicurezza (in Italia, dati Inail: nel 2009, 1050 morti sul lavoro, vale a dire 3 al giorno, e 790.000 infortuni cioè oltre 2.000 al dì)… a proposito!... gira per i tg un Ministro del Lavoro il quale va dicendo ch’è diminuito il numero di morti e incidenti sul lavoro… ma che bel furbo!... sì, è vero, è così, ma perché sono diminuiti i posti di lavoro, però questo non viene detto. Tornando al libro, questo Io non lavoro ha la forza d’illuminare un tracciato sociale che pone domande esplicite e anche sottese sul senso e il sentimento della vita d’oggi, e ha – a mio avviso, s’intende – il limite di rendere romanzesco ciò che di vero racconta. Si direbbe che gli autori muoiano dalla voglia di scrivere un romanzo. Non ho la capacità di dare consigli, mi limiterò a citare, condividendo, quanto diceva Giorgio Manganelli: Basta che un libro sia un "romanzo" per assumere un connotato losco.
Ho cominciato questa nota ricordando Lafargue – nacque a Cuba nel 1842 – la concludo ricordando che, al contrario dell’eroe comunista Stakhanov, lavoratore indefesso che morì nel suo letto circondato da onori, Lafargue ebbe vita randagia, patì più volte il carcere; morì suicida, insieme con la moglie Laura, figlia di Karl Marx, nel 1911 all’età di 70 anni. Ai suoi piedi la fossa comune di 147 comunardi fucilati il 28 maggio 1871, durante la repressione della Comune, seppelliti con gran fretta in ora notturna. Duro lavoro scavare quella fossa. Nessuna pigrizia, roba da stakhanovisti. Per una scheda sul libro e la biografia degli autori: CLIC! Serena Bortone Mariano Cirino “Io non lavoro” Pagine 235, Euro 16:00 Neri Pozza
La perspective du ventre
Il titolo di questa nota non tragga in inganno, non si riferisce alla gastronomia né a consigli salutisti, bensì a un grande artista francese che, come vedremo fra breve, ha innovato l’arte della fotografia: André Villers. Fu fotografo di Pablo Picasso, e altre collaborazioni l’hanno legato a nomi quali Prévert, Cocteau, César, Hartung, Leo Ferré, Brassai, Doisneau, Ionesco, Aragon, e Butor, anch’essi fatti propri dalla Rolleiflex di Villers insieme a una foltissima schiera di altri protagonisti della cultura europea del secolo scorso: da Simone de Beauvoir a Le Corbusier, da Guttuso a Fellini, da Boulez a Ponge.
A presentarlo, in esclusiva per l’Italia, con una mostra di 120 opere - curata da Arte Communications, Fabbrica Arte e Musea – sono Debora Ferrari e Luca Traini dei quali ricordo ai più distratti una splendida mostra ('The art of Game') su arti visive e videogames tenutasi in Val d’Aosta. L’esposizione è arricchita da “Album Villers” (150 immagini fra ritratti, fotoelaborazioni e découpages), edito da TraRariTipi, un volume d’arte che raccoglie per la prima volta in modo esaustivo l’opera di questo straordinario personaggio tuttora attivo in Provenza. A Debora Ferrari e Luca Traini, ho chiesto di parlare del loro incontro con Villers, di tracciare un profilo stilistico del grande André, e chiarire il perché del titolo di questa mostra: “La perspective du ventre”. Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia di cui dispone a bordo Cosmotaxi. André Villers compie ottant'anni e collega due secoli di ricerca fotografica. Lavoriamo con lui dal 2007, quando lo abbiamo incontrato per produrre la monografia edita da TraRari TIPI e questa vicinanza ci ha fatto scoprire l'uomo, il fotografo, l'artista. La sua importanza è data innanzitutto dal fatto che ha fotografato a partire da Picasso tutti i maggiori artisti del XX secolo - ma anche scrittori e musicisti, costituendo un archivio fotografico tra i più ricchi e preziosi del mondo, quindi anche perché già a partire dagli anni ‘60 sperimentava nuove tecniche fotografiche in camera oscura che ci permettono di leggerlo oggi come precursore della postproduzione contemporanea. Come fotografo ha sempre trattato le immagini come un pittore: ogni stampa è unica, anche se il soggetto può ripetersi in diverse di esse, alcune con dripping di acido rivelatore, altre manipolate con ombre di carte nell'ingranditore. A Venezia, durante la Biennale di Architettura, lo celebriamo nel titolo proprio con la sua frase "La perspective du ventre", cioè la posizione di tenere la Rolleiflex ad altezza pancia per inquadrare i personaggi, gli amici, in modo naturale e mai scontato. Villers non ama la 'fotografia telefonata', prevedibile, piatta. Nella sua vita ha messo l'amicizia con gli artisti al primo posto e questa è la cifra del suo lavoro, unitamente a ironia, comicità, dramma, vitalità. Oltre 100 opere dai ritratti alle fotoelaborazioni, dagli atelier ai découpages, portano il pubblico a conoscere un genio della fotografia del Novecento oggi ancora attivo, con tutta la sua verve. Il luogo della mostra è il Fondaco dell'Arte, storico edificio veneziano sorto tra la fine del '500 e gli inizi del '600. André Villers “La perspective du ventre” Fondaco dell’Arte San Marco 3415 Dal 30 luglio al 17 ottobre
Fuori Fuoco
Nel momento nerissimo che, grazie agli attuali governanti, attraversa il cinema (e non solo il cinema) italiano, va ancor più vigorosamente lodato chi presenta iniziative le quali propongono – e gratuitamente – al pubblico occasioni per conoscere i nuovi talenti del nostro scenario filmico. E’ il caso della manifestazione che mi accingo a segnalare.
Dall’esperienza del Festival internazionale del cortometraggio Visionaria (giunto quest’anno alla XIX edizione consecutiva dopo il debutto avvenuto nel 1991), nasce (nel dicembre 2008) Fuori Fuoco, rassegna cinematografica che premia il giovane cinema italiano, escluso dalla grande distribuzione e condannato all’invisibilità. Dal 29 luglio al 12 agosto in cinque piazze della provincia di Siena, prende il via – coordinamento di Giuseppe Gori Savellini – questa rassegna che dà spazio a piccole produzioni indipendenti con il sostegno delle amministrazioni comunali di Sovicille, Monteriggioni, Chiusi, della Provincia di Siena, della Fondazione Monte dei Paschi e la Banca del Chianti Fiorentino. La proiezione di ogni film sarà accompagnata da un cortometraggio scelto tra i premiati nelle recenti edizioni di Visionaria. Per il programma, cliccare QUI. Ufficio Stampa: Natascia Maesi, 335 – 19 79 414; info@agfreelance.it
martedì, 27 luglio 2010
American Art
“La mostra dedicata all’arte Americana tra il 1850 e il 1960” – dice Gabriella Belli direttrice del Mart – "è nata tre anni fa a Washington, in occasione di un mio viaggio, in preparazione di Giorgio Morandi. Master of Modern Still Life, curata dal nostro museo, che si è tenuta nella nuova ala della Phillips Collection, nel febbraio 2009. E’ stato proprio durante la visita all’allora direttore Jay Gates che ho avuto l’opportunità di scendere nei ricchissimi depositi del museo e di vedere con enorme emozione lo straordinario patrimonio di opere d’arte americana che Duncan Phillips aveva acquistato nel corso della sua lunga e appassionata vita di collezionista”. Nasce così la mostra American Art 1850 – 1960, adesso in corso al Mart, a cura di Susan Behrends Frank e con la direzione scientifica di Gabriella Belli. Allo sguardo dei visitatori sono offerte oltre cento opere con capolavori di artisti da meno noti a noti e notissimi; da Edward Hopper (in foto un suo lavoro del 1926: “Sunday”) a Georgia O'Keeffe, da John Sloan ad Arthur Dove, da Stuart Davis ad Adolph Gottlieb, da Philip Guston a Jackson Pollock, da Robert Motherwell a Mark Rothko, a tanti altri ancora.
Scrive in catalogo Susan Behrends Frank: Nella visione di Phillips, il museo che portava il suo nome doveva essere un posto in cui l’unità poteva essere trovata in una pluralità di voci. Phillips argomentava appassionatamente contro un’arte americana intrappolata in un “nazionalismo adolescente”. Fermamente convinto che l’arte fosse un mezzo espressivo internazionale, universale, capace di trascendere i confini, le etnie, e i linguaggi, Phillips onorava il fatto che nella sua collezione ci fossero famosi artisti naturalizzati americani che provenivano da paesi come Russia, Ungheria, Romania, Italia e Giappone, perché questo significava che l’arte americana era autenticamente internazionale. E, ancora in catalogo, Elisabetta Barisoni nota: L’arrivo dell’arte americana in Italia costituisce uno dei temi più complessi della nostra contemporaneità e citando Boatto, così conclude Non capita di frequente di essere testimoni più o meno diretti della nascita di un nuovo continente artistico: quello Americano. Il catalogo (240 pagine, 200 illustrazioni a colori, 35.00 euro) è pubblicato da Silvana Editoriale. Concludendo questa nota, ricordo che al Mart è ancora in corso la mostra della Collezione Bellora; resterà aperta fino al 22 agosto. Ufficio Stampa Mart Luca Melchionna, 0464 – 45 41 27; mail: L.Melchionna@mart.tn.it Clementina Rizzi, 0464 – 45 41 27; mail: c.rizzi@mart.tn.it “American Art 1850 – 1960” Info: 800 – 39 77 60 Fino al 12 settembre ‘10
lunedì, 26 luglio 2010
Aboliamo la scuola
“La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri”. Così scriveva Giovanni Papini in “Chiudiamo le scuole”. A distanza di quasi un secolo, un altro grido si leva, ma di diverso segno, in un libro, con dedica a Gianni Rodari, scritto da Marcello D’Orta intitolato Aboliamo la scuola; l’editore è Giunti. "Fino a quando, su questa terra, esisterà un fabbricato denominato scuola, i ragazzi domanderanno al Padreterno perché mai li abbia messi al mondo se devono trascorrere una parte della stagione più bella della vita (l'infanzia e l'adolescenza, appunto) in cattività". Partendo da questa semplice considerazione che unisce i ragazzi di tutte le generazioni e i ricordi del ragazzo di ieri all'esperienza del maestro di oggi, D'Orta ripercorre gli anni della ''sua'' scuola, nella Napoli degli anni Sessanta e Settanta. Così prendono vita figure vivissime che accompagnano il lettore dalle elementari fino al liceo, sullo sfondo di una Napoli popolare per molti aspetti perduta per sempre. Compagni di scuola, bidelli, genitori, insegnanti, in un ritratto icastico e divertentissimo. Marcello D’Orta è l’autore italiano che figura tra i primi dieci più venduti del ‘900 con il suo indimenticabile Io speriamo che me la cavo (tante le sue versioni anche in altri linguaggi, dal melologo al musical), ma larghi successi hanno ottenuto anche suoi lavori successivi ai quali ho dedicato, con piacere e convinzione, mie note in questo Cosmotaxi. Come, ad esempio, “Nero napoletano” che fu lo spunto per una chiacchierata nello Spazio; Fiabe sgarrupate; Nessun porco è signorina, e non escludo di averne dimenticato qualcuna sotto l’avanzare impietoso dei miei anni.
In occasione di “Aboliamo la scuola”, a Marcello D’Orta ho rivolto qualche domanda. Come ricordi il tuo periodo scolastico? Dalle Elementari fino alle Medie è stata essenzialmente paura: paura di essere interrogato, paura di essere sorpreso a chiacchierare, paura di essere colto in flagrante mentre copiavo. Solo alle superiori mi sono “sciolto”, vivendo quella goliardia senza la quale la scuola sarebbe stata solo un incubo. Nel tuo libro ci sono molti episodi esilaranti, ce ne regali uno? Per conoscere i tanti altri, lo garantisco, si andrà in libreria... Il maestro De Renzis, terribile, che arrivava a dare fino a 50 bacchettate sulla mano (come ricorda un suo “illustre” discepolo, l’editore Tullio Pironti) pretendeva che nel recitare le poesie, gli alunni mimassero i vari personaggi e non stessero lì impalati. Al momento di declamare “La cavalla storna”, un mio compagno, non potendo evidentemente emettere il grido del cavallo (lo avrebbero sfottuto per il resto della vita) si improvvisò poeta futurista e scotendo il capo così concluse il canto: “Sonò alto un nitriiiiiiiiiiiiiiiiiiito La classe si scompisciò, e con essa anche De Renzis. Fu l’unica volta che lo vidi ridere. Il titolo del libro è "Aboliamo la scuola". Perché? Non basterebbe abolire la Gelmini? La scuola da abolire è la scuola allogata in ex conventi, ex penitenziari, ex fabbriche, o condomini. Al suo posto vanno costruiti edifici che tengano in considerazione le esigenze dei ragazzi: aule grandi, palestre, spazi verdi, laboratori. La scuola da abolire è la scuola degli sprechi (corsi costosi quanto inutili, ad esempio: scrittura geroglifica) della burocrazia e delle ideologie (libri faziosi). La scuola da abolire è la scuola dove spadroneggiano i genitori degli alunni, impedendo ai professori di svolgere il loro mestiere. La scuola da abolire è quella che promuove tutti, anche gli asini. E tra gli asini ci sono pure i professori. La scuola da costruire è quella dove trionfa la creatività, così come voleva Rodari, cui il libro è dedicato; ma dove vige anche la severità. La Gelmini qualcosa di buono l’ha fatto, ma poi è stato solo un disastro. Non basta abolire lei per sanare la scuola, per sanare la scuola bisogn… eh no, leggetevi il libro e lo saprete. E’ quello che in molti faranno, stanne certo. Marcello D’Orta “Aboliamo la scuola” Pagine 192, euro 14.50 Giunti
sabato, 24 luglio 2010
Enni
Quando Debora Ferrari segnala un avvenimento, c’è da fidarsi. Perciò proprio di una sua indicazione qui riferisco. Si tratta di Enni © - Tribute for Nature un’installazione interattiva di Luciano Finessi a cura di Philippe Daverio. Finessi vive ad Aosta dov’è nato nel 1959. Può vantare mostre in Italia (tra le più recenti: Torino, Roma, Verona, Milano) e anche in Russia dove il suo lavoro è stato apprezzato a "Saint-Petersburg” com’è scritto in un comunicato stampa e che oso immaginare sia la stessa località più nota in dizione italiana come San Pietroburgo.
Circa “Enni” (in foto, un particolare dell’installazione), così l’artista scrive in modo un cincinino criptico.
Enni è l’evento. E' il manifestarsi di un evento possibile che scaturisce dalla memoria del presente, dalle relazioni naturali e artificiali che gli elementi che ci circondano traducono in forme e suoni. Enni è l’estensione del pensiero apparente, del limite fisico del nostro sguardo. E’ la mappa organizzata delle idee, delle interpretazioni, dei riferimenti ai luoghi della nostra esperienza. Enni è la traduzione delle nostre conoscenze in simboli. E’ il riconoscimento dell’oggetto e confine estremo del sogno. E’ la rivelazione di ciò che si evidenzia come ricordo universale e immobile della natura. Enni è il momento di incontro tra uomo e la natura. E’ l’ossessione dell’ambiente, di quel luogo privilegiato dove si rivela un percorso biografico attraverso l'essere che è fatto di evidenze naturali e umane. Enni è il riconoscimento, l’elaborazione, di immagini e di immaginario. E’ un prolungato desiderio di essere dentro le forme naturali di un verde fisico che scorre senza fine. Corre e percorre il tempo generando un altro Enni: un altro spazio, un altro evento. Enni è la forma instabile che ricerca la perfezione, la rivelazione, l’immanenza, eppure rimane sospesa e fragile a chiedere la sicurezza del nostro sguardo incerto. Enni e la sua forma avvengono in una dimensione raccolta, chiusa, dove la memoria della natura è ancora presente. E’ un evidente stimolo per i nostri sensi ad appartenere all’Evento Naturale Non Identificato. Chi in Val d’Aosta vive, o in quello splendido luogo si trova occasionalmente per lavoro, turismo, sport o sesso, oppure è là nelle vicinanze per altre cause, non gli resta che recarsi nel luogo che appresso indicherò e visitare “Enni”. Per colei, colui, coloro, che lì si recheranno, ho una laica supplica: al ritorno ditemi di che cosa si tratta perché il comunicato – riuscendovi pienamente – fa scendere fitte tenebre su “Enni” rendendo complicata la comprensione di quanto lì è pur valorosamente esposto. E’ anche vero che quel tipo di prosa poetica, in alcuni, può esercitare seduttiva curiosità, ma su di me, che ho cuore ateo e malvagio, purtroppo, no. Luciano Finessi “Enni” Espace: Porta Decumana Biblioteca Regionale Aosta Fino al 3 ottobre 2010
venerdì, 23 luglio 2010
Angeli caduti
“Gli angeli ancora risplendono, anche se é caduto quello più splendente”. Così in Shakespeare. Via, ammettiamolo, tra le tante svolazzanti creature angeliche le più simpatiche sono quelle finite a muso basso nella terra e, talvolta, spargendosi su di essa come bombe clusters. Quelle unità di flotta celeste sono usate da più religioni talvolta come dei bombardieri, talaltra come dei caccia, talaltra ancora come velivoli spia che sorvegliano gli umani e allora sono chiamati “custodi” i quali oltre a sorvegliare (e riferire a chi di dovere) dovrebbero/potrebbero perfino aiutare colei/colui affidata/o loro a superare ostacoli, schivare pericoli, vincere al superenalotto.
Un gran bel libro, tanto piccolo quanto denso, è stata pubblicato da Bollati Boringhieri; si tratta di una piccola (solo per estensione di pagine) quanto godibilissima provocazione di Harold Bloom dal titolo Angeli caduti. Tema obsoleto quello dell’Angelo? Per niente. I nostri anni hanno visto un revival dell’angelogia, lo ricorda l’autore citando molta narrativa e saggistica (mi ha sorpreso nel fitto elenco l’assenza del libro “L’Angelo necessario” di Massimo Cacciari); tanta manualistica da Sophy Burham con il suo “Book of Angels” (tradotto in Italia – “Il libro degli angeli” – dall’Editore Corbaccio nel 1995) e “Angelspeake” di Mark e Griswoold; la massiccia presenza dell’Angelo in cinematografia: da “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders a “L’ultima profezia” di Gregory Widen, da “Michael” di Nora Ephron a “Vi presento Joe Black” di Martin Brest.
Bloom (New York, 1930), Sterling Professor alla Yale University, membro della Academy of Arts and Letters e vincitore del MacArthur Prize, è uno dei maggiori critici contemporanei viventi. Tra i suoi testi più importanti in traduzione italiana: “Il libro di J” (Leonardo, Milano 1922); “Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età” (Bompiani Milano 1996); “Come si legge un libro e perché” (Rizzoli, Milano 2000); “Shakespeare: l’invenzione dell’uomo” (ivi, 2001). Molti - scrive Bloom - confondono le questioni di rappresentazione letteraria con quelle, assai diverse, della fede (o della mancanza di fede). Da quest’assunto, l’autore parte in una ricognizione (e interpretazione) della presenza nella letteratura degli angeli nei secoli, lontano da tentazioni metafisiche, l’angelo di Bloom ha così le ali sporche d’inchiostro e, in particolare, quelle creature volanti che ribellandosi a Dio rispecchiano qualità umanissime. Libro colto, non senza punte di divertimento, traccia un’inedita storia di un tema letterario affascinante. E qui, per risarcire parzialmente Cacciari dimenticato da Bloom (spero solo per distrazione) concludo questa nota proprio come Cacciari scrisse nel 1992: “Ormai sottratti a ogni stabile gerarchia, sedotti e quasi irretiti dall'umano, questi ultimi Angeli serbano in sé un riso, una disperazione e una paradossale libertà che ci sono più che mai essenziali”. Harold Bloom “Angeli caduti” Traduzione di Elisabetta Zevi Pagine 50, Euro 8.50 Bollati Boringhieri
mercoledì, 21 luglio 2010
Twitter
Volete sapere tutto, ma proprio tutto tutto su Twitter e i suoi cinguettii? C’è un sistema sicuro, acquistare il libro intitolato Comunicare con Twitter Creare relazioni, informarsi, lavorare, pubblicato da Hoepli. Ne è autore Luca Conti e la cosa non sorprende perché è stato il primo giornalista a scrivere di Twitter sulla stampa italiana, nel gennaio 2007, in un articolo per Il Sole 24 Ore. Nel gennaio del 2008 è stato intervistato dal Tg3 per spiegare che cosa fosse Twitter, nel primo servizio della TV italiana dedicato all'argomento. Da allora segue il fenomeno studiandone la sua continua evoluzione. Consulente per l'uso avanzato dei social media in chiave marketing e comunicazione, collabora e ha collaborato con Nova24 del Sole 24 Ore sul tema ‘community e rapporto con le aziende’, Rai News 24, Buzzparadise, Mediaset, Liquida, Webank, Vodafone. Cura numerosi blog, tra i quali quello che l’ha fatto conoscere al grande pubblico: Pandemia.info. Ha insegnato Web 2.0 e nuovi indirizzi della rete presso le Università di Urbino e Macerata. Scrive Luca De Biase nella prefazione: “Dalle origini fino al 19 novembre del 2009, la finestrella dove digitare i 140 caratteri su Twitter era stata pensata dai fondatori come lo spazio nel quale rispondere a una domanda personale, incentrata sulla vita vissuta degli iscritti a parlare: “Che cosa stai facendo?” In origine, nel lontano 2006, quel che avevano in mente Jack Dorsey, Biz Stone e Evan Williams, gli inventori di Twitter, era di mettere a disposizione delle persone uno strumento per comunicare tra loro velocemente, un sistema per mandare qualcosa di simile a in SMS a diverse persone, contemporaneamente, dando per scontato che si conoscessero”.
Per saperne di più sul profilo di Twitter e sui suoi significati è qui con me Luca Conti al quale rivolgerò alcune domande. Gradirei conoscere una tua definizione di Twitter… ovviamente non devi usare più di 140 caratteri… Sistema di comunicazione multipiattaforma in 140 caratteri per comunicare, ascoltare e conversare Quale paradigma del contemporaneo principalmente si riflette nelle pratiche di Twitter?... E da qui in poi puoi usare più di 140 caratteri. Twitter è la risposta alla voglia delle persone di comunicare, esprimere le proprie opinioni e condividerle con il mondo, in tempo reale. Dal lato dei media e delle aziende risponde ad una esigenza importantissima, quale quella di essere il primo oracolo dell'opinione pubblica globale. Poter accedere a questa massa di dati ha un valore inestimabile, per la piccola azienda, per la grande multinazionale e per chiunque è interessato a tutelare la propria immagine. Il "Vook", sintesi multimedia tra video e book, interfaccia libro, internet e social network. Il 'keitai shosetzu' in Giappone è chiamato un romanzo scritto su telefonino, l'articuento' nato in Spagna da Juan Josè Millàs è fruibile solo via sms sui cellulari. Su Twitter è nata - o pensi che possa nascere - una nuova forma di narratività? Intendo qualcosa che, sganciata dall'informazione, possa puntare a esiti estetico-letterari? Ci sono stati già numerosi esperimenti in questo senso. Tra gli ultimi 128battute, raccolta di Feltrinelli che ha generato un libro, o Il Sole 24 Ore, per il suo sito web. Personalmente non li ritengo eccezionali, ma hanno avuto un certo impatto e non è detto che siano soltanto la testa di ponte di una nuova forma di espressione letteraria. "Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie", così diceva John Cage. Perché in molti hanno paura delle tecnologie e delle nuove forme di comunicazione da esse governate? Da dove viene quel panico? La paura viene dall'ignoranza, dal non comprenderne la portata, pensando alle minacce e non alle opportunità che la tecnologia comporta. Una sorta di ansia dovuta alla paura di perdere il controllo e venire travolti. Forse dietro c'è una paura di perdere potere o doversi mettere in discussione. Per una scheda sul libro: CLIC! Luca Conti “Comunicare con Twitter” Prefazione di Luca De Biase Pagine X – 326 Euro 24.90, su sito editore 19.92 Hoepli
Carlo Ludovico Ragghianti
Nel 2010 ricorrono i cento anni della nascita di Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca 18 marzo 1910 – Firenze 3 agosto 1987), studioso e critico d’arte. Laureatosi con Matteo Marangoni alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove insegnò poi fino al 1972, negli anni della Seconda Guerra Mondiale Ragghianti partecipò, in prima linea alla Resistenza e alla lotta contro il fascismo.
Fu tra i fondatori del Partito d’Azione, presidente del CLN toscano e capo del Governo provvisorio che l’11 agosto 1944 liberò Firenze. Sottosegretario al Ministero delle Arti e Spettacolo durante il Governo Parri, anche successivamente si occupò di problemi istituzionali inerenti alla riforma universitaria, la formazione dei docenti e la tutela del patrimonio artistico. Importante inoltre fu il suo impegno per l’introduzione dell’insegnamento della storia e critica del cinema nelle Università italiane che lo vide fondatore, nel 1950, dell'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Pisa, divenuto poi l'attuale Dipartimento di Storia delle Arti. I suoi numerosissimi lavori scientifici dedicati a tutte le manifestazioni del linguaggio visivo, sono tuttora attuali e di fondamentale interesse per studenti e studiosi.
Fra le iniziative promosse, nel 1980 ha fondato a Lucca il Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, divenuto poi Fondazione nel 1984, anche per volontà delle Istituzioni e degli Enti privati e pubblici che vi aderirono. Alla direzione troviamo negli anni una galleria di nomi importanti di critici d’arti visive; adesso si distingue per competenza e operosità Maria Teresa Filieri. Dal 2008 la Fondazione ha avviato laboratori didattici e creativi tesi ad avvicinare all’arte contemporanea i ragazzi dalle scuole materne fino alle superiori. La Fondazione, inoltre, organizza periodicamente incontri e conferenze. Ha curato, ad esempio, il ciclo di appuntamenti “Le arti e il mondo delle immagini tra XX e XXI secolo” e una serie di proiezioni dedicata ai Critofilm di Ragghianti. Tante le occasioni in cui grandi temi e grandi personaggi delle arti contemporanee sono stati presentati alla Fondazione. Per riferirmi solo ai più recenti: la più completa rassegna dedicata in Italia a Jonas Mekas; un'imponente mostra sul ritratto nella fotografia del XX secolo: Faces; "Passaggi", un'antologica delle video-installazioni di Robert Cohen. Né è mancata attenzione agli artisti emergenti, ad esempio, attraverso il LookAt Festival. Tutta la Fondazione è mossa da un affiatato gruppo di lavoro che vede agire nello strategico ruolo di rapporti con i media Elena Fiori; per i redattori della carta stampata, delle radiotv, del web: 0583 – 46 72 05; mail: elena.fiori@fondazioneragghianti.it
lunedì, 19 luglio 2010
Itali@rte
Nel titolo di questa nota è citata una tra le più consolidate realtà italiane tra i festival della danza, Itali@rte giunge, infatti, quest’anno alla XXIV edizione consecutiva. E’ ideata e realizzata dall’Ente di promozione dello spettacolo dal vivo Mediascena diretta da Danilo Esposito. La rassegna presenta otto spettacoli che spaziano attraverso temi scenici e stili che, pur diversi fra loro, sono apparentati dalla nuova ricerca dei rapporti del corpo con lo spazio, la luce, la musica. In quest’edizione largo spazio è riservato al flamenco. Un tempo danzato nella zona dell'Andalusia, oggi fa parte della cultura e della tradizione musicale spagnola; dalla seconda parte dell'Ottocento, infatti, il flamenco ha attraversato i confini iberici venendo rappresentato in tutto il mondo e, in questi ultimi tempi, sta conoscendo un momento di particolare fortuna.
Tra le altre interessanti proposte alla ribalta, scelgo tirannicamente di segnalarne una in particolare perché mi sembra particolarmente innovativa e frizzante: “Paracasoscia” presentata dalla Botega Dance Company. Di che cosa si tratta? Ce lo spiega il coreografo Enzo Celli che è anche direttore artistico della Compagnia: “Paracasoscia” (‘Sembra che soffi’) è un carosello delle arie più celebri che dal mondo della lirica ’soffiano’ verso il pubblico travolgendolo con un linguaggio contaminato tra break dance e arti circensi. Paracasoscia vuole procedere “soffiando via” il peso del tempo. Uno spettacolo che rivisita lo splendido patrimonio lirico nazionale, soprattutto verdiano e rossiniano, con un linguaggio giovane, energico e vigoroso. Per il cartellone, cliccare QUI Itali@rte ‘10 Istituto Nazionale di Studi Romani Piazza Cavalieri di Malta 2, Roma Info: 06 – 84 13 192 Inizio spettacoli ore 21:15 Dal 20 al 29 luglio ‘10
venerdì, 16 luglio 2010
Scienza e fede
Scriveva Albert Einstein in una lettera a Max Born del 4 dicembre 1926: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato”. Ecco un buon esempio di umiltà (forse perfino eccessiva) che manca completamente fra i credenti, specie se monoteisti. Costoro, infatti, su di un episodio favolistico, quindi, del tutto inverificabile, pretendono di conoscere il mondo, le sue leggi fisiche, morali, sociali e, quel che è peggio, imporle anche a chi non crede. Il contrasto fra scienza e religione sta tutto qui.
Un gran bel libro – Edizioni Dedalo – che esamina i rapporti proprio fra scienza e religione (soprattutto quella cristiano-cattolica), lo ha scritto Mario Grilli intitolandolo Gli scienziati e l’idea di Dio Pensiero scientifico e religioso a confronto. L’autore è stato professore ordinario di Fisica generale presso l’Università «La Sapienza» di Roma. Ha condotto ricerche nel campo delle particelle elementari e in storia della fisica. È autore di diverse opere sia a carattere didattico sia divulgativo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Imago mundi: rappresentazione del mondo da Aristotele ai nostri giorni” (2008); nelle Edizioni Dedalo, nel 2002, è uscito Oltre l'atomo. Scrive Carlo Bernardini in prefazione: “... in fondo non è irragionevole presentare la fede come una necessità psicologica, una rassicurazione a buon mercato che ha origini storiche nella paura, nel bisogno di protezione, nel rifiuto della morte. Se serve a dormire meglio non farà più male della camomilla. Ma se addormenta anche il dubbio su ciò che veramente conosciamo del mondo, allora un certo danno lo fa: la civiltà, la cultura sono un continuo superamento dell’ingenuità del pensiero, il che si produce proprio nello scontro tra i dubbi e la ragione. Scienza è soprattutto questo”.
A Mario Grilli ho rivolto alcune domande. Lei, con grande civiltà, per tutto il libro usa un linguaggio attento a non turbare il lettore, eventualmente credente. Ben diverso il comportamento linguistico (dai testi delle Scritture a quelli giornalistici di oggi) dei cattolici e, in generale, dei monoteisti. Perché da quelli una scelta linguistica tanto violenta? Il tono del mio discorso origina dalla lunga attività di ricerca scientifica, che mi ha insegnato a valutare opinioni e posizioni culturali diverse dalle mie. I toni "da crociata" di alcuni "monoteisti" derivano spesso dalla presunzione di possedere verità definite o, meglio, dal voler far credere che si possiedono tali verità. Concludendo il suo libro, lei si sofferma sulla possibilità della convivenza tra il "ricercare" e il "credere". Ma possono stare sullo stesso piano? Ricercare e credere riescono a convivere solo se – come ho scritto nel mio libro – "queste due attività vengono mantenute su piani differenti. Inoltre, non deve sussistere alcun presunto senso di superiorità del pensiero religioso su quello razionale, solitamente generato dalla falsa convinzione che quest'ultimo sia parziale e insufficiente a spiegare la realtà del mondo". Qual è il significato positivo sul quale riflettere oggi di un'etica senza dio? Riguardo all'influenza prodotta dalle religioni sull'etica sociale e individuale, mi sembra si possa dire, sinteticamente e amaramente, che millenni dominati dalle religioni monoteiste non hanno modificato il comportamento profondo dell'uomo. L'affermarsi di una etica laica porterebbe l'uomo a vivere in un mondo migliore dell'attuale (ci vuole poco!), in cui si agisce in base a intime convinzioni proprie e non alla minaccia di castighi o la lusinga di premi dopo la morte. Un tale clima aiuterebbe, inoltre, l'uomo a costruire una visione scientifico-razionale della realtà. Per una scheda sul libro: QUI. Mario Grilli “Gli scienziati e l’idea di Dio" Prefazione di Carlo Bernardini Pagine 112, Euro 13.50 Edizioni Dedalo
Metamorphosis
Nonostante siamo ancora in estate, con gotico anticipo è già al via la V edizione del Festival Autunnonero. E’ per domenica 18 luglio alle 18:30, infatti, ad Isolabona l’avvenimento inaugurale di questo Festival Internazionale di Folklore e Cultura Horror.
L’edizione 2010 è dedicata al tema “Metamorphosis. Miti, ibridi e mostri”. Ignoro dove gli organizzatori sia siano riforniti di Miti (probabilmente all’estero), ma sono certo che degli altri due soggetti si saranno serviti in Italia perché noi di Ibridi e Mostri aBONDIamo. Festival sopravvissuto – e ne ho gran piacere perché lo merita – all’estinzione di tante iniziative falciate dai tagli ai fondi destinati alla cultura apportati con sensibile tempestività dai nostri governanti; perché, come recita un vecchio proverbio, “Un Bondi al giorno toglie la cultura di torno”. Il merito della sopravvivenza di questo Festival – direzione artistica di Andrea Scibilia, va detto, non dipende da un momento di distrazione del Ministero dei Beni Culturali, bensì dal patrocinio e il contributo di: Regione Liguria, Comune di Isolabona; Main Sponsor: Antico Frantoio, Tipolitografia Bacchetta. L’appuntamento, quindi, repetita iuvant, è per domenica 18 luglio, a partire dalle 18:30.
Per il programma, cliccare QUI. Per informazioni: info@autunnonero.com Ufficio Stampa: Agenzia Freelance, info@agfreelance.it Natascia Maesi: 335 – 19 79 414 Eleonora Sassetti, 335 – 19 79 742
mercoledì, 14 luglio 2010
Sonus Loci
E’ questo il titolo di un itinerario acustico-visivo allestito da radioPAN, la radio del Palazzo Arti Napoli. L’originale iniziativa è promossa dall'Assessorato alla Memoria della Città in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli e prodotto appunto dal PAN. L’ideazione e la realizzazione del progetto è dovuto a Rita Chiliberti, Alessandro Inglima, Stefano Perna, e s’avvale della supervisione di Marina Vergiani. Il logo (in foto ) della manifestazione è realizzato rielaborando un'illustrazione di Leonardo Coen Cagli.
Per saperne di più su “Sonus Loci”, mi sono rivolto a Stefano Perna. E’ dottore di ricerca in Scienze della Comunicazione all’Università di Salerno. Ha pubblicato saggi su design, teoria dei media e cultura visuale per diverse case editrici (Cronopio, Plectica, Meltemi, Liguori, Alos). Attualmente svolge attività di ricerca post-dottorato e si occupa di media digitali. Dal 2009 è curatore associato per i nuovi media, webradio e archivi digitali e multimediali del Centro di Documentazione del PAN - Palazzo delle Arti Napoli. Cosmotaxi, tempo fa, ha ospitato un suo intervento sul nuovo ruolo recitato dalla radio nello scenario dei media oggi; lo ricordo fra i più interessanti che ho registrato su quel tema, ve ne consiglio la lettura cliccando QUI .
A lui ho chiesto: come nasce “Sonus loci”? Che cosa si propone? “Sonus Loci” è un progetto a puntate nato con l'obiettivo di arrivare a costruire una sorta di "via dei canti" con la quale attraversare acusticamente la città di Napoli. L'elemento centrale è costituito da una voce narrante che di volta in volta è chiamata a raccontare un luogo (un edificio, una strada, un quartiere...) della città mescolando memoria collettiva e ricordi personali; poi ci sono i field recordings, ossia registrazioni dei suoni ambientali dei luoghi di cui si parla e la musica. L'idea finale sarebbe quella di riuscire a sfruttare la mobilità consentita dal podcasting: ci auspichiamo che gli ascoltatori, napoletani o forestieri in visita, scarichino le puntate sui loro lettori mp3 e li vadano ad ascoltare passeggiando per strada…. radioPAN rispetto ad altre radio esistenti in Italia all'interno di luoghi museali, in che cosa si distingue? Quale la sua particolarità? Potrei dire che ciò che distingue radioPAN è una diretta conseguenza della struttura di cui la radio fa parte e di cui è emanazione, ossia il Centro di Documentazione dei linguaggi del contemporaneo del PAN. Come il direttore Marina Vergiani ama spesso sottolineare, il PAN non è un museo di arte contemporanea stricto sensu, ma piuttosto un centro multifunzionale per la ricerca, la diffusione, l'esposizione e soprattutto la documentazione dei linguaggi, non solo "artistici", della contemporaneità. In questo senso radioPAN trova una sua peculiare caratterizzazione proprio in questa dimensione di archivio, documentazione dell'uso e dello sviluppo dei linguaggi espressivi più diversi: dalla fotografia al teatro, dall'urbanistica al sound design, tutto questo cercando di usare il suono come strumento principale. E poi c'è l'apertura alla città, al suo vissuto culturale in senso ampio: radioPAN non si limita infatti a documentare ciò che accade o che viene prodotto all'interno delle mura del PAN, ma tenta di estendere il più possibile il suo raggio d'azione, cercando di utilizzare al massimo una logica di rete con altri operatori culturali del territorio. Hai poco fa pronunciato la parola “archivio”. Vorrei che ti soffermassi su questo concetto e sul modo in cui è interpretato da radioPAN… La centralità della documentazione trova nella dimensione dell'archivio la sua naturale espressione; radioPAN è infatti soprattutto un archivio acustico in espansione continua. Questo ha a che vedere anche con una più generale riflessione sulle trasformazioni del medium radiofonico nel suo passaggio al digitale e alla rete. A meno di non voler replicare la radio tradizionale via etere, le webradio sono soprattutto questo: al modello del palinsesto e del flusso continuo sul quale sintonizzarsi si sostituisce, almeno questa è la via scelta da radioPAN, quello dell'archivio in cui cercare, navigare e in un certo senso anche perdersi. Tutto è disponibile on-line: è una radio customizzabile, in cui ognuno costruisce il proprio palinsesto e i propri tempi di ricezione. E' anche per questo che radioPAN fa un uso molto limitato dello “streaming” preferendo un'operazione di selezione e filtraggio dei materiali d'archivio del Centro di Documentazione e più in generale dell'enorme quantità di elementi già disponibili nel mega-archivio che è la rete. Cliccando QUI è possibile ascoltare suoni, parole e sensazioni lungo il percorso di “Sonus Loci” contenute in podcast.
martedì, 13 luglio 2010
Poesia dell'Universo
Quando ho finito di leggere Il libro che mi accingo a presentare oggi, mi è tornato alla mente un aforisma di Fernando Pessoa: “Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo. Il fatto è che pochi se ne accorgono”. Un malinteso senso della Bellezza porta molti a consegnarsi a estenuanti file davanti a musei, a faticose letture di opere letterarie, all’assistere a impegnativi spettacoli teatrali, ma a escludere dallo studiare o a incuriosirsi a quanto la matematica propone sulla scena dei saperi e della godibilità estetica prodotta dall’ingegno umano. Il libro cui mi riferisco l’ha pubblicato l’ottima Longanesi; titolo: Poesia dell’Universo L’esplorazione matematica del Cosmo; autore: Robert Osserman. E’ professore di matematica alla Stanford University e direttore del Mathematical Sciences Research Institute a Berkeley; ha scritto un imponente numero di articoli scientifici e conferma con questo volume le sue doti di didatta che gli hanno fatto guadagnare il prestigioso Dean’s Award for Outstanding Teaching. Perché tanti studenti arretrano atterriti di fronte allo studio della matematica? Se lo chiesero un giorno Osserman e altri suoi colleghi della Stanford University, arrivando alla conclusione che la colpa era soprattutto dell’insegnamento. Se lo chiesero alla Stanford University… figuriamoci a quale rischio d’infarto sarebbero andati incontro se quella stessa domanda se la fossero posta in Italia afflitta da sempre dall’impostazione data ai programmi da Giovanni Gentile prima, competentemente peggiorati poi nei decenni successivi fino ad arrivare ai giorni nostri con la spensierata Gelmini la quale è riuscita a iscrivere le sue riforme nella storia del Varietà.
Dal programma d’insegnamento che Osserman fece seguire dopo aver costatato l’inefficienza dei programmi precedenti, nasce quest’affascinante libro che ci porta ad esplorare il mondo, dalle prime misurazioni della Terra nell’antichità fino alle più avanzate teorie cosmologiche di oggi. Ci fa assistere a creazioni bizzarre, a conoscere sorprendenti figure di scienziati. Del resto, tutto ciò che ci circonda e usiamo quotidianamente è fatto di numeri: dal Bancomat alle conversazioni col cellulare, dal navigatore satellitare alle macchine fotografiche digitali, dalle più recenti attrezzature mediche che analizzano il nostro corpo alle mail che ci scambiamo, dalla musica che ascoltiamo nei compact disk ai film che vediamo nei Dvd... già, l'arte Che cosa accade nelle nuove arti visive, negli effetti speciali di tanto teatro, di tanto cinema, di tanta musica? Un giorno lo chiesi, durante un’intervista, all’amico Piergiorgio Odifreddi che così mi rispose: Tutta l'elettronica, e in particolare l'arte elettronica, è una riduzione del mondo ai bit, e dunque ai numeri 0 e 1. E' una versione moderna del pitagorismo, che sosteneva che "tutto è numero". Se Pitagora aveva ragione, l'elettronica è un ritrovamento della sua vera essenza numerica. Io tendo a condividere questa idea di Pitagora, che l'essenza dell'universo sia di natura numerica. L'essenza della vita è informazione, e l'informazione è riducibile ai numeri. Ed ora un aneddoto riportato da Osserman in Poesia dell’Universo. Un giorno il grande matematico David Hilbert notò che un certo studente aveva smesso di frequentare le sue lezioni.. Quando gli venne riferito che aveva deciso di abbandonare la matematica per diventare poeta, Hilbert rispose: “Ha fatto bene. Non aveva abbastanza immaginazione per fare il matematico”. Concludendo, un libro che apre plurali orizzonti questo di Osserman, un discorso scorrevolissimo che c’illumina sul come e sul perché la matematica ci aiuta a conoscere la complessità delle cose, a spiegare noi a noi stessi. Per una scheda sul libro: QUI. Robert Osserman “Poesia dell’Universo” Traduzione di Libero Sosio Settanta illustrazioni Pagine 208, Euro 17.00 Longanesi
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