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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

I dubbi di Salaì


Come sanno quei generosi che leggono queste mie cronache, da molti anni non recensisco romanzi né poesia stampata, (ma quella videorock sì), chi volesse sapere perché, basta che clicchi QUI.
Esistono libri, però, che pure recando impresso in copertina la parola “romanzo” – facendo dire giustamente a Manganelli “Ogni libro che abbia sulla copertina la parola 'romanzo' nasconde qualcosa di losco" – si distaccano da quella famiglia di carta imbrattandola d’inchiostro con studiata monelleria pur muovendosi da rigorose ricerche storiche.
Una coltissima birbonata di tal specie, di cui consiglio vivacemente la lettura, l’ha pubblicata – e molto va lodata per questo – la casa editrice Baldini&Castoldi .
Titolo: I dubbi di Salaì, autori Monaldi & Sorti.
Ai più distratti va ricordato che dietro quella sigla da “premiata ditta”, non si nascondono ma ben si palesano Rita Monaldi e Francesco Sorti, moglie e marito, che vivono con i loro figli a Vienna.
C’è di più. Questa coppia è stata protagonista di un clamoroso caso fra letteratura e politica. Il loro libro “Imprimatur”, dopo una fugace apparizione nel 2002, sparì misteriosamente dalle nostre librerie mentre vendeva centinaia di migliaia di copie all’estero in 60 Paesi e 26 lingue diverse.
Saltò fuori che si trattava di un complotto censorio nato in Vaticano poiché il libro, basandosi su documentazioni inoppugnabili, era imperniato sul tradimento di Innocenzo XI ai danni della Chiesa cattolica la cui storia, in Occidente, sarebbe stata in modo voluto falsamente rappresentata.
A quel caso editoriale hanno dedicato spazio, per quanto ne sappia, sia Simone Berni (“Il caso Imprimatur”, Biblohaus, 2008) sia Luca Scarlini (“I libri maledetti”, Cairo Editore, 2014), avendoli io entrambi recensiti.

Salaì, personaggio rozzo e arguto, che ha per patrigno un noto Leonardo, dà titolo ed è protagonista attraverso 68 missive, cui mai avrà risposta, di questo nuovo Capriccio a quattro mani della birichina quanto valorosa coppia: un papa Borgia chiacchieratissimo, un’ascia assassina, un testo tacitiano disperso e ritrovato, invenzioni della birra e teorie sulla purezza della razza che anticiperebbero i deliri di Alfred Rosenberg sono shakerati in un’avventura slapstick in lingua cinquecentesca.
Festa di pagine e di lettura, “I dubbi di Salaì” riflettono quel pensiero di Einstein che, non a caso, leggiamo in epigrafe: “Quando parla il sapiente, la gente ascolta la verità. Quando parla il buffone, la capisce”.

Dalla presentazione editoriale.
«Roma, primavera 1501. Salaì, apprendista pittore, scapestrato e sciupafemmine, scrive a un ignoto destinatario lo sgrammaticato resoconto del suo viaggio nell’Urbe. Il giovane è arrivato da Firenze al seguito del patrigno, un vecchio frustrato e squattrinato dalla testa zeppa di strane invenzioni che non funzionano mai: Leonardo da Vinci. Ufficialmente Leonardo è venuto nella Città Santa per studiare dal vivo l’antica architettura romana. In realtà è stato chiamato per un’indagine delicatissima: dovrà scoprire chi sta spargendo voci calunniose e infamanti sul pontefice, Alessandro VI Borgia. Il bel Salaì, rozzo ma dal cervello fino, a sua volta ha ricevuto dalle autorità fiorentine l’incarico di spiare il patrigno: Da Vinci, che è anche ingegnere militare, è sospettato dai suoi concittadini di cospirare con potenze straniere.
Durante la caccia ai calunniatori di papa Borgia, Leonardo e Salaì s’imbattono in un brutale assassinio: uno scrivano pontificio è stato massacrato a colpi d’ascia nel suo letto. L’omicidio conduce a una lobby di tedeschi residenti a Roma: finanzieri, artisti, prelati e letterati, tra cui i potenti banchieri Fugger e il capo del cerimoniale vaticano, Giovanni Burcardo. Con una serie di peripezie esilaranti e inquietanti, dove delitti e suspense si mescolano a roventi avventure amorose e fughe rocambolesche, Leonardo e Salaì risaliranno dalla morte dell’anonimo scrivano fino a una colossale frode, destinata a cambiare il mondo.
Perché anche dietro ai piccoli misteri c’è una grande bugia, e per salvare la pelle, come insegna Salaì, bisogna sempre chiamare le cose con il loro nome.
Ancora una volta Monaldi & Sorti ci conducono per mano nei meandri della Storia, costruendo sulle fonti storiche originali un racconto dallo humour scintillante, di straordinaria originalità stilistica e che – come sempre – ci parla del nostro presente».

Altri titoli di Monaldi & Sorti in catalogo Baldini&Castoldi:
Imprimatur - Dissimulatio - Malaparte. - Mysterium.

Per il sito dei due autori: CLIC!

Monaldi & Sorti
I dubbi di Salaì
Pagine 416, Euro 22.00
Baldini&Castoldi


I ribelli degli stadi (1)


“Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”.
Così diceva lo scrittore francese Albert Camus (1913 – 1960), premio Nobel nel ’57.
Nonostante siano trascorsi tanti anni da quell’affermazione e il calcio sia molto cambiato da allora, sia in senso tecnico sia in senso sociale, ancora oggi in tantissimi sono ancora felici di trovarsi in uno stadio a seguire un pallone in architetture aeree e rasoterra tracciate da 22 uomini e da una deità chiamata Caso che maliziosamente spesso interviene a determinare un risultato.
Da poco è in libreria un libro pubblicato da Odoya intitolato I ribelli degli stadiUna storia del movimento ultras italiano.
Ne è autore Pierluigi Spagnolo.
Giornalista professionista, nato a Bari nel 1977, dal 2012 vive a Milano. Dopo aver lavorato al Corriere della Sera, a City e al Corriere del Mezzogiorno, adesso è un redattore della Gazzetta dello Sport.
Ha scritto il romanzo L'estate più piovosa di Milano (Meridiano Zero 2015) e il saggio Nel nome di Bobby Sands (L’Arco e la Corte 2016).

Tanti i libri sul calcio (a me è carissimo Addio al calcio di Valerio Magrelli), pochi i libri di cui disponiamo sugli ultras. Il testo di Spagnolo ha una singolarità che lo renderà utile anche quando altri autori studieranno il fenomeno di questi tifosi che spesso riempiono le cronache, quasi mai gloriose, dei media. Mantiene, infatti, le promesse del sottotitolo facendo una storia delle varie supertifoserie corredata con date, nomi, e analisi delle leggi – non sempre indovinate – generate dall’esistenza di quei gruppi. Tutto questo senza trascurare il dato sociale che connota gli ultras e pure la letteratura, la discografia, la cinematografia di riferimento.
Spagnolo afferma che “non sono santi né diavoli” tracciandone la psicologia che li anima giudicata talvolta da un giornalismo troppo sbrigativo. Ricorda anche che episodi di violenza si sono verificati in anni lontanissimi e meno lontani: da una storica sassaiola, Nerone regnante, avvenuta nel 59 d. C. in uno spettacolo per gladiatori a Pompei, alla morte del tifoso viareggino Augusto Morganti ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere nel 1920.

Dalla presentazione editoriale.
«C’è chi li etichetta come teppisti e facinorosi. E chi li dipinge come sostenitori colorati e passionali. Come i padroni violenti del calcio, oppure come gli ultimi romantici in un mondo che ha perso gran parte della sua genuinità.
Nel bene e nel male, gli ultras degli stadi hanno scritto pagine importanti nella storia del calcio italiano. Rappresentano, purtroppo, anche di episodi di teppismo e violenza.
Per cercare di comprendere cosa siano gli ultras, bisognerebbe innanzitutto abbandonare la zavorra dei pregiudizi e considerarli come un’aggregazione spontanea, trasversale ed eterogenea, con una forte connotazione ribelle e antagonista al sistema, che incarna le logiche di una dicotomia forte che filtra il mondo attraverso le lenti della contrapposizione amico/nemico.
Un multiforme insieme di uomini e donne che amano follemente una squadra e che, insieme alla squadra, amano la città che quella squadra rappresenta, la maglia e i colori che i giocatori portano addosso. Questo volume racconta e spiega il mondo delle curve italiane, mescolando le esperienze dirette con l’analisi di saggi e studi sul movimento ultras, proponendo le autorevoli opinioni di chi ha già studiato il fenomeno e mescolandole con le voci dei protagonisti. Con rigore storico e un pizzico di passione».

L’Indice.
La nascita del tifo organizzato • Sciarpe, cori, coreografie • La conflittualità tra i tifosi
L’influenza degli hooligans • Gli ultras come sottocultura • I gruppi principali •
Gemellaggi e rivalità • La politicizzazione delle curve • Slogan e striscioni leggendari •
La violenza: i dati • Le leggi speciali • 2016: fuga dagli stadi • Brani e gruppi musicali di riferimento • Filmografia

Prima di passare a un incontro con Pierluigi Spagnolo che seguirà a questa nota, voglio ricordare una disperazione di Borges tratta da “Esse est percipi” (1967): “Come? Lei crede ancora al tifo e agli idoli?... Ma dove vive, Don Domeq?… Non esiste punteggio, né formazioni, né partite. Oggi le cose succedono solo alla televisione e alla radio. La falsa eccitazione dei locutori non le ha mai fatto sospettare che è tutto un imbroglio? L’ultima partita di calcio è stata giocata tanto tempo fa… Da allora il calcio, è un genere drammatico, interpretato da un solo uomo in una cabina e da attori in maglietta davanti al cameraman”.


I ribelli degli stadi (2)


A Pierluigi Spagnolo, (in foto ), ho rivolto alcune domande.

È un caso che la nascita degli ultras avvenga nel ’68 oppure avviene perché si respira l’atmosfera sociale di quel famoso anno?

No, il movimento ultras italiano non nasce nel ’68 per caso. C’è un collegamento diretto tra i movimenti studenteschi e la formazione dei gruppi. Il tifo organizzato in Italia è un fenomeno degli anni 50 e 60. Già in quei decenni i tifosi si riunivano in club per sostenere e seguire la squadra. Penso ai Fedelissimi Granata del Torino, ai viola club Settebello e Viesseux della Fiorentina, ai primi Inter club nati su suggerimento diretto dell'allenatore Helenio Herrera. Ma il movimento ultras, così come lo intendiamo oggi, possiamo farlo partire proprio dal 1968, quando a Milano nasce la Fossa dei Leoni del Milan, pochi mesi prima dei Boys-Le Furie Nerazzurre dell'Inter (poi arriveranno gli ultras di Sampdoria, Torino, e nel ‘71 le Brigate Gialloblù del Verona, i primi gruppi dell’Atalanta). Non è un caso che avvenga nel clima turbolento del ‘68. Gli ultras ne sono un effetto diretto. Le contestazioni giovanili di quegli anni, la crescita della partecipazione politica e dello scontro generazionale hanno un effetto chiaro anche sugli stadi: trasformano i tifosi in ultras, i club in gruppi, riproducendo sugli spalti lo stesso scenario di contrapposizione forte che si respira nelle piazze. Ecco: gli ultras non hanno mai perso quello spirito ribelle e antagonista, quella propensione al conflitto, tipico di una sottocultura che vive secondo regole e codici propri.

Nato a sinistra, come la milanista "Fossa dei Leoni", i primi ultras in Italia, il movimento si è spostato progressivamente a destra.
È esistita una studiata strategia in questo fenomeno
?

Negli anni Settanta la maggior parte dei gruppi ultras neonati hanno una formazione tendenzialmente di sinistra. A Roma e a Milano accade che le due tifoserie, grosso modo, abbiano una visione politica opposta: tendente a sinistra quella di Milan e Roma, tendente a destra Lazio e Inter. Poi, negli anni Novanta, molte tifoserie “neutre” o di sinistra si spostano politicamente a destra. Tra loro c’è quella della Roma. E sempre negli anni 90, molte tifoserie del Nord, da Brescia a Bergamo, subiscono l’effetto della Lega Nord.
I gruppi politici della destra radicale capiscono che le curve sono un luogo importante per fare proselitismo e hanno l’abilità di sfruttare questa occasione a loro favore.

Meno ci si riconosce in un’ideologia più ci si identifica in una maglia. Che cosa ti dice questo? Perché avviene?

Direi che il progressivo crollo delle ideologie politiche può aver contribuito alla crescita dell’identificazione con le squadre di calcio e le maglie. Il processo è lo stesso: la militanza nelle curve e nei gruppi ultras in alcuni casi ha sostituito la militanza nelle formazioni politiche giovanili, andata scemando negli ultimi decenni. Non è un caso che oggi le curve siano il luogo di aggregazione più frequentato dai giovani italiani, più di oratori, partiti, associazioni, sindacati.

Dalle tue pagine affermi che gli ultras non sono santi né diavoli

Gli ultras sono il nostro vicino di casa, il nostro istruttore della palestra, il nostro amico assicuratore o l’edicolante sotto casa. È il posto più eterogeneo e trasversale che esista, quindi ci si trova di tutto: il medico e il pregiudicato, l’insegnante e lo spacciatore, lo studente di Giurisprudenza e l’operaio. Tutto e il contrario di tutto, come in una festa di paese, come nel vagone affollato di una metropolitana. Ci trovi anche la violenza, ma anche tanta socialità e umanità. A volte ci soffermiamo molto sui pessimi elementi che si annidano nelle curve e tralasciamo diversi pessimi elementi che ci sono nelle stanze dei bottoni del calcio. Sarà che la gente tatuata, e con i capelli lunghi o molto corti fa più effetto dei pessimi elementi in giacca e cravatta.

Gli ultras, come scrivi, stanno conoscendo un progressivo declino in coincidenza con la trasformazione del calcio (tv, interessi di borsa, nuovi stadi).
Vedi all’orizzonte qualcosa di nuovo sorgere in quegli ambienti
?

La reazione al calcio degli affari e delle pay tv è già cominciata. Prende la forma del calcio popolare, una realtà che si sta sviluppando in tante città (Roma, Firenze, Napoli, Bari), che riporta il calcio ad una dimensione pura e romantica, senza denaro e con tanta passione e sudore. Un fenomeno destinato a crescere e ad aggregare sempre più tifosi, nonostante la categoria (Prima, Seconda, Terza Categoria) non offra uno spettacolo calcistico di alto livello. Ma l’aggregazione e lo spirito ultras degli anni Settanta lì rinasce e si sviluppa libero.

Pierluigi Spagnolo
I ribelli degli stadi
Prefazione di Enrico Brizzi
Volume illustrato
Pagine 288, Euro 16.00
Casa editrice Odoya


Energia per l’astronave Terra


Non sembri strano che questo sito, dedicato a riflessioni sulla letteratura, il cinema, il teatro, le arti visive, si occupi oggi di un libro sull’energia. Perché non c’è campo delle attività di noi umani che non sia investito da questo tema. Anche, quindi, quelle solitamente trattati da Cosmotaxi. Stampare un libro, girare un film, mettere su uno spettacolo teatrale o una mostra sono azioni che richiedono e consumano energia. Non solo espressiva.
Va aggiunto, inoltre, che il tema energetico è diventato un problema: per la salute, per l’economia, per la politica, per la produzione sia di beni di prima necessità sia per i voluttuari. Tutto questo, oggi più di ieri. Basti pensare solo alla notte. Un tempo vedeva la stragrande maggioranza dei lavori fermarsi e adesso no, ma anche il traffico terrestre e aereo, tanti servizi e commerci, l’industria del divertimento, continuano ad agire nelle ore notturne cosa che appena un secolo fa era impensabile.
Ed ecco un libro – edito dalla Zanichelli nella collana Chiavi di lettura Chiavi di lettura – che aiuta a capire che cos’è l’energia, usata, senza neppure accorgercene, in ogni momento della nostra giornata.
È intitolato Energia per l’astronave Terra, è meritatamente arrivato alla terza edizione che presenta dati aggiornati: la scena energetica globale oggi, i tentativi di accordi internazionali per la salvaguardia del clima (poco salvaguardato da un certo signor Trump), il declino dell’energia nucleare, i più recenti progressi delle energie rinnovabili.
Il volume, nel suo medagliere oltre al successo riscosso nelle librerie può vantare il “Premio Galileo” per la divulgazione scientifica.
Gli autori sono Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani.

Armaroli, è dirigente di ricerca del CNR, studia nuovi materiali per la conversione dell’energia solare, la luminescenza e la catalisi. Ha pubblicato oltre 200 lavori e 6 libri ed è consulente scientifico d’istituzioni internazionali sui temi dell’energia e delle risorse.
Dirige “Sapere”, storica rivista italiana di divulgazione della scienza.
Balzani, è professore emerito dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei. Ha pubblicato oltre 600 lavori e 10 libri scientifici o divulgativi. Ha studiato le reazioni chimiche provocate dalla luce, in particolare la fotosintesi artificiale, e ha inventato dispositivi e macchine molecolari. Alla ricerca scientifica affianca un’intensa attività di divulgazione sul rapporto fra scienza e società e fra scienza e pace, con particolare riferimento ai temi dell’energia e delle risorse.

Due studiosi di primo piano sull’energia che spendono i propri talenti al servizio di quelle rinnovabili, cioè generate da fonti che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono esauribili e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future. Sono dunque generalmente considerate "fonti di energia rinnovabile" il sole, il vento, il mare, il calore della Terra.
Forte opposizione, quindi, all’energia nucleare e a certe false tesi messe in giro come, ad esempio il cosiddetto carbone pulito.
Il tutto spiegato con un linguaggio comprensibile anche per chi finora non si è occupato di questo tema e delle sue plurali derivazioni, fra queste – scusate se è poco – le guerre.

Vi consiglio questo video in cui i due autori dimostrano quanto ho detto il rigo sopra.

Nicola Armaroli – Vincenzo Balzani
Energia per l’astronave Terra
Pagine 296, Euro 13.90
Zanichelli


Michele Zaccagnini


Questo che segue è un intervento di Zaccagnini che, su nostro invito, doveva figurare nella Sez. Nadir. Varie calamità che riguardano la redazione di Nybramedia, ci costringono, per non rimandare troppo in là questa interessante produzione, a immetterlo nella Sez. Cosmotaxi che dal 9 settembre funziona con regolarità quotidiana.
Prossimamente, questo stesso servizio sarà replicato con corredo di foto nella Sez. Nadir di questo sito e avrà, come sempre lì avviene, un'esposizione della durata di 3 mesi.
Ecco testo e links ricevuti da Michele Zaccagnini
.

Sono un compositore e programmatore audio. Ho studiato clarinetto al Conservatorio S. Cecilia ed Economia all'Università La Sapienza a Roma. Mi sono trasferito negli Stai Uniti nel 2004 dove ho conseguito un dottorato in Composizione all'Università Brandeis di Boston.
Ho ricevuto commissioni da ensemble statunitensi ed italiani sia per pezzi acustici che per pezzi elettro-acustici. Al momento lavoro con un gruppo di ricerca di San Francisco (Consciousness Hacking: www.cohack.life) per lo sviluppo di algoritmi di sonificazione di sensori.

La mia ricerca si focalizza sulla creazione di paesaggi sonori statici, osservando come la percezione della musica cambia in relazione ad oscillazioni nel livello di complessità della tessitura, in particolare attraverso la stratificazione di elementi musicali semplici per creare tessiture complesse.
Per comporre uso tecniche algoritmiche che ho sviluppato negli anni. In particolare, le mie tecniche si focalizzano sulle strutture ritmiche: utilizzo simulazioni di movimento di oggetti in spazi limitati o pattern come “cellular automaton” (https://en.wikipedia.org/wiki/Cellular_automaton).
Ho deciso di rendere le mie composizioni interattive attraverso l'uso di sensori come l'elettroencefalogramma, lasciando che sia l'ascoltatore a determinare l'andamento della tessitura musicale in termini di attività ritmica, consonanza, eccetera.
Più recentemente ho iniziato a fare degli esperimenti di percezione musicale aggiungendo delle rappresentazioni robuste e coerenti degli elementi musicali in spazi virtuali 3d: mi interessa osservare come la rappresentazione visiva influenzi la percezione del dato musicale.

Il video rilevabile al link https://youtu.be/P8W6UwVhp5I è un esperimento più che un pezzo vero e proprio e contiene diverse sezioni di una tessitura audio-visiva. Quello che mi interessa di esplorare, più che il lato estetico della musica o delle immagini, è il modo in cui le due sono connesse: la stretta relazione tra il dato auditivo e quello visivo e il modo in cui interagiscono al livello percettivo. Non si tratta di un lavoro completo ma piuttosto una illustrazione di una direzione verso cui mi sto dirigendo.
Il mio sito verrà aggiornato con nuovi esperimenti e pezzi di questo genere continuativamente.


Annegare il pesce


Non so se Mario Lunetta ha fatto in tempo a vedere il suo ultimo libro, pubblicato dalle edizioni Oltre, Annegare il pesce Resoconti e spiate, una splendida raccolta di racconti.
Giovedì 6 luglio, infatti, ci ha lasciati più soli.
Era nato a Roma, nel popolare quartiere Garbatella, il 23 novembre 1934.
Narratore, poeta, saggista, organizzatore e agitatore culturale è stato anche presidente per anni del Sindacato Nazionale Scrittori.
Ci conoscemmo, in uno studio della Rai, nei primi anni '70. Nacque allora un’amicizia punteggiata negli anni da incontri tutti connotati da scambi d’idee che sembravano continuare un discorso interrotto il giorno prima, invece era trascorso semmai un anno dalla volta precedente.
Troverete QUI una nostra conversazione nella sezione Enterprise di questo sito. Conversazione che ebbi con lui parecchio tempo fa, ma che, per merito di Mario, non ha perso d’attualità.
Tanti i ricordi che molti gli hanno dedicato, troppi per citarli tutti, mi limito a uno solo: lo speciale del webzine «Malacoda»: Omaggio a Mario Lunetta.

Sue opere più recenti.
Poesia: Roulette occidentale (2000); Magazzino dei monatti (2005); Bacheca delle apparizioni, con quattro liografie di Luigi Boille (2005); Mappamondo & altri luoghi infrequentabili (2006); Nitroglicerina per ermellini, con cinque acqueforti-acquetinte e un rilievo di Bruno Aller (2007); Videoclip, con tre acquerelli e un rilievo di Cosimo Budetta (2007); Cartastraccia (2008); La forma dell’Italia (2009); Formamentis (2009).
Narrativa: Montefolle (1999); Soltanto insonnia (2000); Figure lunari (2004); I nomi della polvere (2005); La notte gioca a dadi (2008).
Saggistica: Et dona ferentes: sindromi del moderno nella poesia italiana da Leopardi a Pagliarani (1996); Le dimore di Narciso (1997); Invasione di campo: progetti, rifiuti, utopie (2002); Liber Veritatis (2007); Depistaggi (2011).

Suoi libri sono tradotti in diversi paesi del mondo.
È stato due volte finalista al Premio Strega, nel 1977 e nel 1989.
Nel 2006 gli è stato conferito il Premio Alessandro Tassoni alla carriera.

Annegare il pesce, come dicevo in apertura, è una raccolta di racconti.
Come sanno quei generosi che leggono queste mie cronache, non recensisco poesie e romanzi.
Riservo solo un interesse per i racconti perché è arte difficile, scrivere sul corto è roba tozza, altro che scrivere grossi tomi.
Non è un caso che nelle riflessioni sulla letteratura il racconto occupi largo spazio. Da Claude Bremond a Julien Greimas, da Tzvetan Todorov a Genette, ad altri ancora.
Insomma i racconti m’interessano, mica tutti, solo in quelli in cui vi scorgo braci dell’immaginazione, estri magnetici della mente.
Questo libro di Lunetta possiede queste virtù e un’altra ancora di non poco momento: è spesso divertente con pagine attraversate da lampi di umorismo nero.
Pur avendo navigato valorosamente, con ampi riconoscimenti critici, in più generi, dal romanzo al teatro, dalla saggistica allapoesia, credo che sia proprio nel racconto che si trovano – almeno per i miei gusti – le pagine in prosa più alte di Lunetta.
Il racconto: l’arte scrittoria più difficile, perché lì nulla può essere sbagliato, neppure una virgola, mentre sul lungo a uno scrittore si perdona perfino qualche pausa.
Lunetta, nel racconto è un maestro, e “Annegare il pesce” ne è una luminosa testimonianza.
In questo suo ultimo .libro (ultimo in tutti i sensi) accade poi una cosa che avrebbe affascinato Bobi Bazlen.
L’ultimo rigo dell’ultimo racconto così termina: E poi, senza nostalgia, fissando allo specchio la mia faccia scontenta: “Sì, ora è proprio il momento di andarsene”.
Sarà un caso?... ma sì, certamente… un caso.

Mario Lunetta
Annegare il pesce
Pagine 366, Euro 18.00
OltreEdizioni


Prossimamente


La sezione Cosmotaxi di questo sito, fra alcuni giorni ospiterà Donatella Alfonso (in foto), autrice di Un’imprevedibile situazioneArte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo per le edizioni Il Nuovo Melangolo.

Alfonso, giornalista per la Repubblica, ha pubblicato “Animali di periferia. Le origini del terrorismo tra Golpe e Resistenza tradita” (2012); “Fischia il vento. Felice Cascione e il canto dei ribelli” (2014), entrambi per Castelvecchi.
Genovese, racconta in questo suo recente libro la nascita, avvenuta a Cosio, sulle Alpi Marittime, del gruppo che aveva in Guy Debord il suo iniziatore.
Lo fa attraverso brani di diari, lettere, interviste, in un volume impreziosito anche da fotografie dell’epoca.
Sono trascorsi sessant’anni dalla nascita dell’Internazionale Situazionista e quelle idee protagoniste internazionali del ’68 e poi del ’77 ancora trovano eco ai nostri giorni in “un’altra ricerca di felicità”.

Dal quarto di copertina.
«E sono le foto, adesso, a tramandare questa storia alla gente del paese che si chiama Cosio, lassù sulle Alpi Marittime dove il mare di Liguria lo senti quando arriva una folata di vento, ma subito sopra c'è la neve e, se ti giri a sinistra, sai che c'è la Francia. La gente: quella che è rimasta insomma, perché quassù la nebbia arriva anche a giugno e il mare è lontano persino per i tedeschi. La gente allora si rende conto che quel gruppetto di pazzi amici di Piero, lui sì amico di tutti, lui sì del paese, non erano venuti lì per una baldoria, ma per un'avventura che poteva nascere solo così, perché se sei lettrista o psicogeografico o immaginista, se hai vent'anni o anche se non li hai più, ma sai che l'idea più urgente è quella di cambiare il mondo, ecco che sei chiamato a inventare una cosa sola: l'Internazionale Situazionista».

Prossimamente, su Cosmotaxi in viaggio verso la taverna spaziale dell’Enterprise.


Polizie speciali (1)


La casa editrice Laterza ha pubblicato un gran bel libro: Polizie specialiDal fascismo alla repubblica.
Ne è autore Vittorio Coco.
Dottore di ricerca in Storia contemporanea, insegna all’Università di Palermo.
Per Laterza ha pubblicato nel 2013 La mafia dei giardini. Soria delle cosche della Piana dei Colli.

"Polizie speciali", massiccio ma scorrevolissimo, ha due principali meriti.
Il primo è che illustra con rigorosa documentazione la continuità dei criteri nella composizione degli organici e mentalità degli stessi fra epoche diverse che vanno dallo stato liberale al fascismo fino all’alba della prima repubblica.
Il secondo, ma non per importanza, è che quelle pagine illuminano non soltanto l’argomento già dichiarato nel titolo, ma permette di capire parte delle origini dell’atmosfera respirata in tante, troppe, ore oscure dei nostri anni.
In un “Post factum” è dedicato uno spazio a vicende ancora alla ribalta in aule giudiziarie e sui media, questo mi fa sperare in un nuovo libro di Coco su avvenimenti che tormentano i nostrii giorni.

Dalla presentazione editoriale
.
A partire dal 1942 il confine orientale italiano fu il teatro di una violentissima repressione antipartigiana. Protagonisti ne furono gli uomini dell’Ispettorato generale di pubblica sicurezza, che contribuirono a spargere il terrore in tutta la regione. Non si trattò di una violenza improvvisata ed estemporanea, ma l’estremo risultato di una consumata esperienza maturata sul campo. Negli anni Trenta, infatti, molti di loro avevano già fatto parte di organismi che avevano efficacemente contrastato la mafia siciliana e il banditismo sardo. Si trattava di corpi speciali di polizia, che il regime fascista aveva creato sul modello delle contemporanee strutture di indagine politica come l’Ovra, ma di cui si potevano ritrovare dei precedenti già nella Grande Guerra e nella tarda età liberale. Fu proprio in queste circostanze che cominciò a formarsi quel ristretto gruppo di specialisti che, tra utopie d’ordine e ambizioni personali, nel corso dei rivolgimenti politici di un trentennio seppero imporsi come riconosciuti professionisti del settore. Dopo il crollo del fascismo, infatti, nonostante un passato di compromissioni con il regime, li ritroveremo ancora una volta in Sicilia, per fronteggiare la rinnovata emergenza dell’ordine pubblico.

Dall’Introduzione

Durante la seconda guerra mondiale a Trieste c’era un luogo conosciuto come «villa Triste». Si trattava di un edificio, ora non più esistente, di proprietà di una famiglia di imprenditori ebrei, che nel 1942 era diventato la sede dell’Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia. In tal modo la villa si era trasformata nel cuore di una delle più feroci esperienze di lotta del fascismo al movimento di resistenza, prima di quello sloveno e croato, poi anche di quello italiano. Infatti, a dispetto dell’ameno indirizzo della sua sede – via Bellosguardo – il personale che vi operava si distinse non soltanto per la messa in pratica di una spietata azione antiguerriglia nei confronti delle bande partigiane del territorio circostante, ma anche per l’utilizzo di una violenza efferata e indiscriminata sugli arrestati, che venivano sistematicamente sottoposti a tortura. Indubbiamente la repressione si rivelò efficace, tant’è vero che l’organismo fu riproposto anche dopo l’8 settembre 1943 dalla Repubblica sociale italiana (Rsi), in stretta collaborazione con le autorità naziste, che lo ritennero strumento utilissimo per il mantenimento di una politica del terrore durante l’occupazione.

QUI l’Indice del volume.

Segue ora un incontro con Vittorio Coco.


Polizie speciali (2)


A Vittorio Coco ho rivolto alcune domande.

Quali le motivazioni che ha avuto per occuparsi delle polizie speciali in Italia e, in particolare, del periodo indicato dal sottotitolo?

Il primo nucleo di questa ricerca si può ritrovare in quelle da me condotte negli anni precedenti sulla storia della mafia siciliana, e in particolare sulle due stagioni repressive a cui furono sottoposti i gruppi mafiosi dal fascismo. In quelle circostanze, infatti, ho potuto studiare da vicino l’azione di alcuni degli apparati e dei funzionari (come Cesare Mori e Giuseppe Gueli) che sono poi i protagonisti di questo libro. A partire da questo primo nucleo, il discorso si è poi allargato alla contemporanea repressione di altre forme di criminalità e poi anche di opposizione politica. Per contrastarle un regime centralizzatore come quello fascista si affidò sempre ad uno stesso tipo di modello, che era appunto quella dell’organismo centralizzato e sganciato dalle influenze delle autorità periferiche. Indubbiamente l’intervento di carattere straordinario era stata una costante della storia italiana fin dagli anni successivi all’Unità, ma con la Grande guerra e poi con il fascismo si intraprese un percorso ben preciso.

Nelle sue pagine si sottolinea come negli apparati di polizia ci sia stata una continuità fra lo stato liberale e quello fascista e fra quest’ultimo e l’alba dell’Italia democratica.
Da che cosa è stato determinato questo perverso meccanismo
?

Il meccanismo va ricondotto al tema della cosiddetta “continuità dello Stato” che è in parte autonoma, o comunque è scandita da tempi diversi, rispetto ai cambiamenti di regime politico, perché le modifiche e le evoluzioni all’interno del personale e delle strutture amministrative sono molto più lente rispetto ai primi. Nel nostro caso, tra l’altro, il meccanismo è accentuato dal fatto che il fascismo, soprattutto in settori come la polizia, preferì continuare ad affidarsi soprattutto a funzionari statali piuttosto che a uomini “di partito” e che poi, alla sua caduta, non ci furono né una vera epurazione né una riforma del corpo. Dunque potremmo dire che la maggior parte del personale di polizia che operava nell’Italia fascista, e mi riferisco soprattutto agli anni Venti, era quello formatosi nella tarda età liberale. Invece, fino agli anni Cinquanta, pur all’interno di tutt’altro contesto politico e culturale, il personale era soprattutto quello che era entrato nell’amministrazione durante il ventennio fascista.

Le responsabilità di molti dirigenti e funzionari della polizia italiana, come il suo libro bene illustra, sono state gravi e, talvolta, hanno superato quelle dei nazisti. Perché in Italia non c‘è stata una Norimberga? Chi non l’ha voluta?

La questione è complessa, perché vi concorrono più ragioni e non si può dare una spiegazione univoca. Certamente una delle motivazioni più forti è data dalla situazione in cui si venne a trovare l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale, che era difficilissima. Lo sfondo era quello della crisi economica, dei rivolgimenti politici, delle rivendicazioni sociali e anche di una recrudescenza della criminalità organizzata. Più in generale, com’è tipico di un paese uscito da tanti anni di guerra, si assistette ad un complessivo aumento del tasso di violenza. In questo contesto la priorità delle classi dirigenti era quello di ristabilire l’ordine pubblico e garantire il funzionamento della macchina statale, per cui i progetti di un più profondo rinnovamento nel personale e nelle strutture vennero messi rapidamente da parte, anche perché intanto si stavano definendo meglio gli schieramenti della “guerra fredda”. Ovviamente questo non fu un problema soltanto italiano, però l’Italia aveva vent’anni di fascismo alle spalle.

Qual è l’importanza del Generale Dalla Chiesa nella storia della polizia italiana?
Quali le sue innovazioni investigative
?

L’importanza di una figura come quella di Dalla Chiesa è ovviamente grandissima e meriterebbe ben altro spazio rispetto a quello che gli viene dedicato nel libro. Io ho soltanto accennato ad alcuni dei caratteri della sua azione nella parte conclusiva per potere evidenziare meglio, sul periodo più lungo, alcune delle continuità e delle rotture. Le pratiche investigative di Dalla Chiesa sono il punto di arrivo nel quale confluisce non soltanto, secondo la linea da me seguita, molta parte della tradizione di super-poliziotti alla Cesare Mori, ma anche quella dei carabinieri, che ancora non è stata adeguatamente studiata, anche per la difficoltà di reperire la documentazione su cui costruire le ricerche. Un grande rilievo viene dato all’infiltrazione, che consentiva di spaccare i gruppi dall’interno, rendendoli più deboli e dunque attaccabili. Nella storia dell’Italia repubblicana Dalla Chiesa è stato uno dei primi ad avere capito che fenomeni “speciali” quali la mafia o il terrorismo politico necessitavano di strumenti altrettanto “speciali” per essere combattuti.

Bolzaneto – come ha affermato di recente anche il capo della polizia Gabrielli – ha dimostrato che sono possibili ancora oggi comportamenti efferati da parte della polizia.
In Italia è un’utopia pensare l’esistenza di una forza pubblica che agisca non in contrasto con i principii democratici
?

L’inserimento in una cornice democratica, anche per i meccanismi di lungo periodo di cui si è detto, non è di per sé una garanzia. In ogni caso, va detto che nel corso del periodo repubblicano, anche secondo alcune analisi riprese ora da ricerche attualmente in corso, sempre più con il passare del tempo (ossia con la fine della fase “scelbiana”) si è visto in azione un corpo di polizia progressivamente più allineato ai principi di uno Stato di diritto. Tuttavia, la possibilità che si verifichino episodi come quelli di Genova nel 2001, forse anche per la natura e le funzioni di un corpo di polizia, è sempre dietro l’angolo. E certamente è grave non soltanto il fatto che tali eccessi si siano verificati, ma è forse ancora più grave che a certi livelli ci sia stato un riconoscimento soltanto a tanti anni di distanza. Su questo la ricerca storica potrebbe forse interrogarsi guardando ancora alle dinamiche di lungo periodo.

Vittorio Coco
Polizie speciali
Pagine 234, Euro 22.00
Laterza


La radio disegnata (1)

"La radio non è soltanto una formidabile sveglia delle memorie, delle forze e degli antagonismi arcaici, ma anche una forza pluralistica e decentrante, come l'energia elettrica e tutti i suoi media in generale".
Così scrive Marshall McLuhan in "Capire i media. Gli strumenti del comunicare".
Oltre un secolo fa, nel 1901 si affacciò timidamente questo nuovo mezzo di comunicazione quando fu trasmesso il famoso segnale da Poldhu, Regno Unito, a St. Johns, Terranova.. Invenzione non priva di contestazioni, ma sia come sia la radio nacque.
C’è stato un progenitore – come spesso accade ai media – anche della radio, lo trovate ben illustrato da Gabriele Balbi in La radio prima della radio.
Sono esistiti pure detrattori di quell’invenzione, e siccome anche grandi cervelli possono dire delle baggianate eccone due famose.
“La mania della radio? Si estinguerà in tempo” (Thomas Alva Edison).
“Ho previsto la completa sparizione della radio Confido infatti che tutte quelle brave persone che oggi si divertono ad ascoltarla riusciranno a trovare quanto prima un passatempo più intelligente” (Herbert George Wells).
Ci ha visto giusto, invece, Rudolph Arnheim: “La radio organizza il mondo per l’orecchio”
In Italia la prima trasmissione è del 6 ottobre 1924, cliccando QUI potete ascoltare quello storico annuncio per anni erroneamente attribuito a Maria Luisa Boncompagni mentre la voce fu di Ines Viviani Donarelli.
La radio, a dispetto dei suoi detrattori, è ancora oggi ben viva tra i media e in tutto il mondo, grazie anche agli aggiornamenti tecnologici intervenuti, è tenuta in gran conto da milioni di ascoltatori.
Solo la radio pubblica italiana non se la passa bene perché a Viale Mazzini è considerata la sorellina povera e cieca della tv. Cammina zoppa tenuta per mano da esponenti dei partiti politici tutti, ma proprio tutti tuttti, ben coinvolti nella spensierata dirigenza Rai.
Un gran bel libro sulla radio l’ha pubblicato Mimesis, è intitolato La radio disegnata Ipotesi per una filosofia dell’ascolto. La bravissima autrice è Laura De Luca
Giornalista professionista, scrittrice, autrice radiofonica e teatrale, disegnatrice e producer di progetti discografici, ha insegnato regìa e linguaggio radiofonico. Lavora da anni al recupero dello storico format delle interviste impossibili, per la radio e per il teatro, curandone anche diverse edizioni librarie. Alla radio ha dedicato due saggi: “Tu piccola scatola”, 1993 (insieme con Walter Lobina) e “Ti amo piccola scatola", 2006.
Per più diffuse notizie: clic sul suo sito web.
Scrive nell’Introduzione il sociologo Mario Morcellini preside della Facoltà di Scienza della Comunicazione alla Sapienza di Roma: «La radio, come spiega la De Luca, passa attraverso il vuoto, le pause, il silenzio, nonostante sia ftta di suoni, rumori, voci e parole che però è possibile distinguere e capire fino in fondo, soltanto attraverso la messa in ascolto, l’attenzione all’altro, la testimonianza. Una dimensione unica nel suo genere che se vissuta, è in grado di svelarci molto di tutto ciò che è nascosto dietro un’esistenza».

Dalla presentazione editoriale.
“… uno studio sulla coerenza e sull’universalità del linguaggio radiofonico nel corso degli anni, e su una specificità che affonda nella sfera originaria dell’oralità, svelando l’inedita e perfino rivoluzionaria missione della radio, attuale ancora e soprattutto oggi: rieducarci all’ascolto reciproco, ricondurci al valore delle relazioni interpersonali. Si delineano così gli elementi di una inedita e innovativa filosofia della radio, un nuovo modo di guardare, ovvero di “disegnare” la realtà che ci circonda e che a sua volta ci guarda».

Segue ora un incontro con Laura De Luca.


La radio disegnata (2)

A Laura De Luca (in foto) ho rivolto alcune domande.
“La radio disegnata”. Perché quel titolo?

Perché è un ossimoro, perché la radio è nata come un paradosso (lontana e vicina, potente e semplicissima, penetrante eppure leggera, effimera e persistente) e poi perché è diventata un medium freddo, che ci invita cioè a partecipare, a "immaginare altro”, infine perché è un transgender, oggi sempre più spesso corredata per esempio di immagini e contenuti extra, all'opposto della sua originaria natura monosensoriale. Ma poi anche perché mio padre ascoltava sempre la radio mentre disegnava (era il solo legame col mondo di un artista solitario) e oggi io mi ritrovo a disegnare mentre "faccio la radio": durante le interviste non posso resistere alla tentazione di indagare le psicologie degli interlocutori anche attraverso un tratto di matita. (In fondo al libro, c'è un'appendice con una selezione di questi ritratti, equiparati a veri appunti di lavoro).

Nello scenario dei media quale ruolo ritieni debba avere la radio oggi?

Ho scritto il libro proprio per rispondere a questa domanda. Mi piacerebbe che fosse vero quello che ritengo io, ovvero che la radio avesse il ruolo della coscienza, della voce di dentro, del grillo parlante poco saccente, dell'accompagnatore discreto ma pensante, aerea e densa nello stesso tempo, autorevole e alla buona, insomma che contribuisse educatamente al ripristino della civiltà, alla nascita di una specie di neoumanesimo, riaddestrandoci al silenzio. Sì, precisamente al silenzio, il grande assente.

Dopo il dibattito fra “radio come mezzo” e “radio come fonte” abbiamo, in questi più recenti anni, un nuova riflessione semantica su “radio di flusso” e “radio sperimentale”.
Quale la differenza che operi fra le due forme
?

La prima non mi piace, anche se stanno quasi per costringermi a farla: mi sembra l'esatto contrario di quella che sogno io. È la radio cialtrona e ormai antiquata che produce per lo più rumore di sottofondo, anche attraverso voci apparentemente portatrici di messaggi, in realtà sempre più spesso portatrici di vuoto. Futilità, falso senso del ritmo, omologazione, volgarità, riciclaggio della chiacchiera da treno. (E li pagano pure?!)
Invece la radio è sprecata se non è sperimentale, ovvero se non si reinventa ogni giorno. Quando devi "bucare" attraverso un senso solo, come puoi non sentirti in una continua sfida emotiva, intellettuale, progettuale? E' la radio in sé, come mezzo poverissimo, che chiede di essere sempre più ‘sperimentata’. Ma in questo senso... nessuno la “sente”! Nessuno di quelli pagati per fare i programmi o dirigerli, intendo. Quelli che li ascoltano, sono costretti a sorbirsi ciò che passa il convento.

Negli anni 2000 abbiamo una confluenza fra ICT (Informatica e Telecomunicazioni) e radiotelevisione. Quale conseguenza ha avuto tale convergenza sulla radio?

Una inevitabile mutazione genetica. Vedi sopra. La radio è diventata qualcos'altro rispetto al vecchio apparecchio da salotto, è cambiato il suo consumo, sempre più onanistico, ubiquo, bulimico e soprattutto acritico. La convergenza multimediale ha inventato nuovi oggetti, ibridi e seducenti, urlanti e indispensabili: i piccoli grandi fratelli nascosti nei nostri smartphone hanno eroso la maggiore virtù dell'ascoltatore radiofonico puro, ovvero l'attitudine a un ascolto selettivo e pensante, la capacità di scelta e di pausa. Per questo la radio che oggi va di moda è di flusso, perché siamo tutte persone ..."di flusso", programmate proprio per non fermarci mai: non c'è mai una sospensione nella nostra giornata e nelle nostre cosiddette connessioni. Siamo sempre on air, o meglio on line. Ecco, la convergenza ci ha reso incapaci di spegnere l'interruttore e anche di capire se un programma non ci piace.

La cosiddetta “radiovisione” (si pensi, ad esempio, a RTL 102.5 che è stata la prima a praticarla in modo massiccio), a tuo avviso snatura la radio oppure è la radio del futuro?

E chi lo sa. Una delle tesi del libro è che non esista la radio in sé, dotata di un immutabile identikit. I media sono in perenne evoluzione, dunque a rigore non è nemmeno giusto parlare di una radio transgender, modificata. Modificata rispetto a che? Ogni tempo ha la radio e i mezzi di comunicazione che si merita. Dunque nulla snaturerà mai nulla, anzi. Fosse poi così facile determinare il futuro semplicemente appiccicando un'immagine dove prima non c'era. Io non credo che aggiungendo sgocciolatoi o falpalà all'ombrello si possa cambiare la sua funzione specifica. Ma se l'ombrello del futuro avrà sgocciolatoi e falpalà, beh... ce ne faremo una ragione. Comunque secondo me non serve immaginare la radio del futuro o il futuro della radio: abbiamo invece l'occasione di costruire in concreto un futuro più decente con un uso più pensato degli strumenti che abbiamo. Siano codici o automobili, bisturi o telescopi, picconi, ombrelli o radio...

Alla Rai, a parte Radio 1 dal contenuto giornalistico che si pone al primo posto nelle classifiche d’ascolto, le altre due antenne vedono Radio 2 faticosamente difendersi ma comunque superata da alquanti network privati, per non dire di Radio 3 di cui in quelle classifiche si perdono le tracce. Come spieghi questo declino della radio pubblica?

Alll'origine c'è la necessaria omologazione al basso, imposta dalle leggi di mercato. Che poi alla fine non pagano neppure, a quanto pare. Il mercato ha sempre le stesse leggi elementari, mentre invece i bisogni delle persone evolvono, o... sarebbe bene che evolvessero e in nome di un miglioramento globale. Per una radio pubblica dovrebbe essere questo l’obbiettivo primario. Ai miei figli raccomandavo sempre di non avere a cuore, a scuola, la conquista del bel voto, ma solo il gusto di imparare. Il voto sarebbe venuto di conseguenza. E mi sembra impossibile che oggi, dirigenti di una radio pubblica si preoccupino prima degli ascolti (del voto, in tanti sensi!) che della circolazione delle idee e del risveglio dei cervelli.

Laura De Luca
La radio disegnata
Introduzione di Mario Morcellini
Pagine 156, Euro 14.00
Mimesis


Buone vacanze

Come accade dal 2000, anno di nascita di questa pubblicazione in Rete, Cosmotaxi a luglio chiude per ferie, riaprirà dopo l'estate.
Auguri di buone vacanze a chi le fa
.


La pienezza del vuoto

Il rumeno Emil Cioran (1911 – 1995) ha scritto: “L’esperienza del vuoto è la tentazione mistica del non credente, la sua possibilità di preghiera, il suo momento di pienezza”.
Perché questa citazione? Perché mi accingo a presentare un gran bel libro pubblicato da Ponte alle Grazie intitolato La pienezza del vuoto Dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità.
Ne è autore il vietnamita Trinh Xuan Thuan.
Nato a Hanoi, nel 1948, ha studiato al California Institute of Technology (Caltech) e all’Università di Princeton dove ha ottenuto il dottorato in astrofisica.
Dal 1976 insegna all’Università della Virginia ed è ricercatore all’Institut d’Astrophiique di Parigi.
Il suo campo di ricerca è l’astronomia extragalattica.
Per la qualità del suo lavoro di divulgazione, ha ricevuto nel 2009 il premio Kalinga dell’Unesco e nel 2012 il Premio mondiale della Fondazione Simone e Cino del Duca.
È autore di varie opere di divulgazione tra cui: “Il caos e l’armonia” (2000); “Dal Big Bang all’Illuminazione” con Matthieu Ricad (2009); Lo scienziato e l’infinito (2014).

Prima di entrare nelle sue pagine, è forse bene fare un’estrema sintesi del concetto di Vuoto.
La disputa sulla possibilità o impossibilità del vuoto inizia con la filosofia greca.
Gli atomisti lo ritengono necessario per il movimento degli atomi. Aristotele, invece, pensa che nel vuoto il movimento sarebbe impossibile. La Scolastica ne riecheggia il pensiero affermando che «la natura aborre dal vuoto» il famoso horror vacui.
Nell’età moderna Gassendi fa proprie le tesi atomistiche, mentre Cartesio identifica la materia con l’estensione e nega quindi che possa esistere spazio vuoto.
La filosofia contemporanea, specie occidentale, è concorde nel ritenere che il problema rientri fra quelli di esclusiva competenza della fisica.

Thuan, parte dall’osservazione che il vuoto in matematica si è manifestato sotto forma di zero, e spiega perché si è dovuto attendere che il genio matematico indiano, nel quinto secolo d. C., ne formulasse lo statuto di numero.
Importante passo per avvicinare, attraversando e illustrando come fa l’autore, secoli di dibattito scientifico e filosofico, il momento in cui ai primi del Novecento, Einstein, con la teoria della relatività modificando i concetti di tempo e spazio rivoluzionerà la visione della realtà così come allora era stata concepita approdando a una nuova concezione del vuoto.
Ma anche l’altra branca della fisica, la meccanica quantistica, ha ideato un’idea radicalmente nuova del vuoto e troveremo nelle pagine di Thuan un’esauriente descrizione del come e del perché.
Infine, l’autore confronta la conoscenza razionale del cosmo con il sapere mistico orientale rilevandone molti parallelismi e qualche contrasto.

Com’è chiaro quanto proposto dal volume è tra i più complessi dei temi spaziando tra filosofia, scienze e religioni, ma è sorprendente la capacità dell’autore di rendere tale materia assolutamente comprensibile anche al lettore non addestrato a pagine scientifiche.
Riesce ad appassionare chi legge conducendolo attraverso una grande avventura del pensiero illuminandone le scansioni storiche dalle più lontane e leggendarie fino alle più recenti acquisizioni.

Dalla presentazione editoriale.
«Che cos’è il vuoto? Di che cosa è fatto? Perché ci fa paura? Non è facile per l’uomo, soprattutto quello occidentale, pensare e accettare il nulla. Eppure interrogarsi sulla sua natura pare inevitabile. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, filosofi e matematici, scienziati e teologi, poeti e premi Nobel, cercando di tessere intorno all’horror vacui una storia plausibile. In queste pagine l’astrofisico Trinh Xuan Thuan ci conduce in una lunga cavalcata dalle origini ai giorni nostri attraverso la Bibbia e l'I Ching, Aristotele e al-Khwarizmi, la rivoluzione di Newton e le teorie di Einstein, la nascita della meccanica quantistica e la scoperta del Big Bang. La conclusione cui giunge è sorprendente: la fisica e la cosmologia contemporanee propongono una visione del mondo molto simile a quella delle maggiori tradizioni spirituali orientali che, invece di temere il vuoto, lo vivono come possibilità di mutamento, e dunque di vita. È nel dialogo armonico tra gli opposti – Yin e Yang, energia e materia, attrazione e repulsione – che si nasconde il mistero, insieme vuoto e pieno, dell’universo. Un mistero che ha a che fare con la scienza, ma anche con l’etica e con la politica. Perché se è vero che, come le particelle e gli atomi, siamo interconnessi nella grande rete del cosmo, la nostra felicità dipende da quella degli altri».

Ho aperto questa nota con una citazione di Cioran, voglio chiuderla con un’altra citazione tratta dallo stesso pensatore: “Tutto è pieno di dèi” diceva Talete all’alba della filosofia; all’altro capo, a quel crepuscolo cui siamo giunti, possiamo affermare, non solo per bisogno di simmetria, ma anche per rispetto dell’evidenza, che “tutto è vuoto di dèi”.

Trinh Xuan Thuan
La pienezza del vuoto
Traduzione di Laura Serra
Pagine 316, con illustrazioni
Euro 18.50
Ponte alle Grazie


Agrigentérotique


La Farm Cultural Park è una galleria d'arte e residenza per artisti, sta a Favara in provincia di Agrigento. È il primo parco turistico culturale costruito in Sicilia.
Un complesso di sette cortili che ospitano piccoli palazzi di matrice araba.

In foto, un angolo del luogo.

È stato ideato e realizzato da Florinda Saieva e Antonio Bartoli.
Florinda, avvocato, e Andrea, notaio a Riesi (Caltanissetta), sono nati e cresciuti in Sicilia.
Due personaggi che meritano ogni elogio perché affidandosi soltanto alla proprie forze hanno messo su un’iniziativa di rilievo internazionale in una terra certamente non facile e dove la politica – non da oggi – si tiene assai spesso lontana dalla cultura.

Dal sito BuoneNotizie.it traggo le righe che seguono.
Il loro piccolo miracolo nasce nel 2010.
“Eravamo stanchi di dover sempre andare a New York o Londra per vedere qualcosa d’interessante. Cercavamo un modo per trasformare e migliorare il posto in cui viviamo”.
La svolta decisiva, infatti, è arrivata nel 2005.
“Quando è nata Carla, abbiamo pensato se non fosse giusto spostarci in una città europea, per dare a lei un contesto con possibilità maggiori. Alla fine abbiamo deciso di costruire il nostro presente e futuro vicini, tutti i giorni, nella nostra terra, senza lamentarci e piangerci addosso, ma con la voglia far crescere il nostro contesto. Il Farm Cultural Park è un’istituzione culturale privata, impegnata in un progetto di utilità sociale e sviluppo sostenibile: dare alla città di Favara e ai territori limitrofi una nuova identità, connessa alla sperimentazione di nuovi modi di pensare, abitare e vivere”.

La realizzazione di questo sogno ha avuto ricadute positive sull’intera comunità di Favara ed è andata oltre qualsiasi attesa. “Stavo accarezzando l’idea di acquistare un immobile a Riesi, nel luogo in cui sono titolare di sede notarile”, racconta Antonio, “quando due amici architetti mi portarono nel centro storico di Favara. Il centro storico si è rivelato una grande opportunità per osare di pensare un progetto più grande di me.
A giugno del 2010 apre i battenti Farm Cultural Park, il progetto di una vita a 6 km dalla Valle dei Templi di Agrigento, dove poter godere l’architettura del borgo siciliano e la contemporaneità di quanto in esso contenuto”.

Per visitare il sito web del Cultural Park, basta un CLIC!

Il prossimo avvenimento ospitato dalla Farm avviene a cinquantuno anni dal tragico evento della frana su Agrigento il 19 luglio 1966.
Il 19 luglio di quest'anno inaugura la mostra "Agrigentérotique", a cura di Dario Orphée La Mendola.
Le opere riflettono su quanto accaduto nella città dei Templi dalla speculazione edilizia a oggi e sono degli artisti Salvo BaroneMomò CalascibettaAlfonso Siracusa.

Perché la mostra si chiami "Agrigentérotique" non ve lo so dire, so soltanto che sulla questione è stato dato l’incarico d’indagare a Dylan Dog che stavolta non è indagatore dell’incubo, ma di un sogno.

Ufficio Stampa: Paola Feltrinelli, paolafeltrinelli79@gmail.com

Agrigentérotique
a cura di: Dario Orphée La Mendola
artisti: Salvo Barone, Momò Calascibetta, Alfonso Siracusa
spazio: Farm Cultural Park - cortile Bentivegna, Favara
digital animation | visual design: Elia Zaffuto e Giuseppe Miccichè
durata: 19 Luglio | 20 Settembre 2017
orario: tutti i giorni 10-24
info: +39 328 – 97 49 798


Politica e Siae


Per il dizionario, il plagio è così definito: “In materia di diritto d'autore italiano, il termine plagio designa l'appropriazione, totale o parziale, di un'opera dell'ingegno altrui nel campo della letteratura, delle arti visive, della pubblicità, della scienza, e della tecnica”.
Perché mai non è possibile denunciare alla Siae anche il plagio di un’idea o di un’espressione usata in politica?
Del resto, esistono denunce per plagi di simboli o nome di partito assonante con un altro in precedenza ideato.
In Italia, ad esempio, abbiamo un politico che non solo è un gran bugiardo – prima affermando di lasciare la vita politica se sconfitto al referendum e poi non farlo – ma pure un gran plagiario: Renzi.
Ha copiato, e realizzato, parte del programma berlusconiano e l’ex cav. non ha segnalato la faccenda alla Società Autori e Editori forse per amor paterno perché lo considera (parole sue, non mie): “Politicamente, un mio figlio”.
Salvini, invece, uomo dai modi spicci e rozzi quando ha visto copiato pari pari da Renzi il suo più noto slogan a proposito d’immigrati (Aiutiamoli a casa loro) l’ha sputtanato a gran voce su radio, tv, stampa e web costringendo il plagiario colto in flagrante a togliere di corsa quelle parole dal sito del Pd, ma, purtroppo per il giovanotto fiorentino quelle parole sono scritte anche in un libro appena uscito dai torchi e firmato proprio Renzi Matteo.
Il suo addetto stampa (Gentiloni, costretto a salvare affannosamente il posto un giorno sì e l’altro pure dai cangianti umori del suo boss Renzi) ha tentato di difenderlo ma s’è preso una secchiata di sberleffi. Quel cattivone di Vauro, ad esempio, in una sua venefica vignetta ha letto il sotto testo dello slogan salvinrenziano traducendolo in Affoghiamoli a casa loro.

Che dire poi di quelli (sia pure in numero vistosamente decrescente) che votano ancora per il plagiario? Sono evidentemente plagiati. È possibile, quindi, perseguire penalmente l’autore di quel delitto? No. Perché: “Il plagio nel diritto penale italiano era il reato previsto dall'art. 603 del codice penale, secondo cui «Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni». Tale norma è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 96 del 9 aprile 1981".
Sono stati, però, depositati in Parlamento diversi disegni di legge per reintrodurre il reato di plagio psicologico. Nel corso della XIV Legislatura, la Commissione Giustizia del Senato ne ha approvato uno per introdurre un articolo 613-bis nel codice penale, ma l'iter di legge è rimasto bloccato.
Per difendere gli inermi elettori di Renzi non è il caso di esercitare legittime pressioni democratiche per discutere di quella misura legislativa?
Perché l’espressione "plagio" è spesso associata al termine "lavaggio del cervello" (calco dall'inglese “brainwashing”).
Io, però, preferisco dire “lavaggio della testa”, giusto per andare sul sicuro.


Mario Lunetta


Giovedì 6 luglio ci ha lasciato più soli Mario Lunetta.
Era nato a Roma, nel popolare quartiere Garbatella, il 23 novembre 1934.
Narratore, poeta, saggista, organizzatore culturale, ha animato una vivace presidenza del Sindacato Nazionale Scrittori.
Ci conoscemmo, in uno studio della Rai, nei primi anni '70. Nacque allora un’amicizia punteggiata negli anni da radi incontri ma tutti connotati da scambi d’idee che sembrava continuassero un discorso interrotto il giorno prima, invece era trascorso semmai un anno dalla volta precedente.
Troverete QUI una conversazione che ebbi con lui parecchio tempo fa, ma che, per merito di Mario, non ha perso d’attualità.

Sue opere più recenti.
Poesia: Roulette occidentale (2000); Magazzino dei monatti (2005); Bacheca delle apparizioni, con quattro liografie di Luigi Boille (2005); Mappamondo & altri luoghi infrequentabili (2006); Nitroglicerina per ermellini, con cinque acqueforti-acquetinte e un rilievo di Bruno Aller (2007); Videoclip, con tre acquerelli e un rilievo di Cosimo Budetta (2007); Cartastraccia (2008); La forma dell’Italia (2009); Formamentis (2009).
Narrativa: Montefolle (1999); Soltanto insonnia (2000); Figure lunari (2004); I nomi della polvere (2005); La notte gioca a dadi (2008).
Saggistica: Et dona ferentes: sindromi del moderno nella poesia italiana da Leopardi a Pagliarani (1996); Le dimore di Narciso (1997); Invasione di campo: progetti, rifiuti, utopie (2002); Liber Veritatis (2007); Depistaggi (2011).
Critico letterario e d’arte, Mario Lunetta ha collaborato a: “l’Unità”, “Il Corriere della Sera”, “Il Messaggero”, “Rinascita”, “La Rinascita della Sinistra”, “Il manifesto”, “Liberazione”, e a numerose riviste italiane e straniere. Suoi libri e singoli testi sono tradotti in diversi paesi del mondo. Ha vinto numerosi premi ed è stato due volte finalista al Premio Strega (1977, 1989). Nel 2006 gli è stato conferito il Premio Alessandro Tassoni alla carriera.

Un efficace ritratto, Lunetta vivente, è apparso sulla rivista “Malacoda” firmato da Corrado Morgia: L'esordio di Mario Lunetta, idealmente legato alle tematiche del gruppo ‘63, ma più giovane di gran parte dei suoi componenti, si colloca più avanti nel tempo, all'inizio dei '70, per procedere poi ininterrottamente fino ai giorni nostri, con una coerenza spietata, ma anche con una ammirevole forza creativa, che spazia dalla prosa alla poesia, dal teatro alla saggistica fino all'interesse per le arti figurative e alla inesausta partecipazione alla battaglia delle idee, realizzata tramite la collaborazione assidua a quotidiani e riviste, L'Unità, Il Messaggero, il Paese Sera, il Manifesto, il Corriere della Sera, Liberazione.
Ma non è nemmeno da trascurarsi, in questo elenco, il suo impegno nella lotta politica e soprattutto in quella sindacale, esercitato come segretario del Sindacato Nazionale Scrittori, prestigiosa associazione, fondata niente meno che da Giuseppe Di Vittorio.
La cifra costante della sua produzione letteraria va dunque individuata nello sperimentalismo e nel suo personale e originale modo di aderire al discorso delle avanguardie
.

Concludo questa nota con un aforisma di Mario.
"Il pensiero antagonista è una corona di spine senza la testa del Redentore".


Suono e Arte (1)

"Presta le tue orecchie alla musica, apri i tuoi occhi alla pittura, e... smetti di pensare! Chiediti solamente se lo sforzo ti ha permesso di passeggiare all'interno di un mondo fin qui sconosciuto. Se la risposta è sì, che cosa vuoi di più?".
Così diceva Vassilij Kandinsky.

È un tema che troviamo largamente indagato in un libro edito da Marsilio intitolato Suono e Arte La musica tra letteratura e arti visive.
Ne è autore Roberto Favaro nato a Padova nel 1961.
Laureato in filosofia all'Università di quella città, si è perfezionato in musicologia presso la Humboldt Universität di Berlino. È professore di Storia della Musica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Dirige il Master «Soundart – Sound design for art and entertainment in the creative industries» promosso da Ard&nt Institute (Accademia di Brera - Politecnico di Milano).
Insegna Sound design presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
Numerosi i libri pubblicati in Italia e all'estero, tra cui Suoni e sculture (Arkadia 2011) e con Marsilio Spazio sonoro (2010).
QUI note biografiche e bibliografiche più estese.

Favaro è un eccellente studioso dei rapporti fra le arti e, in particolare, fra musica e discipline artistiche. Ecco, ad esempio, un suo videointervento su musica e romanzo.
In questo libro riflette come meglio non si potrebbe su “quanto vicine possono essere le arti visive e quelle sonore, quanto possono scambiarsi vicendevolmente strumenti, effetti, intenzioni, categorie estetiche".

Dalla presentazione editoriale.
«Il libro raccoglie una serie di saggi su varie tematiche inerenti il linguaggio musicale e le sue molteplici relazioni con le arti visive e plastiche, la narrativa, l’architettura, il teatro, affrontando anche alcune questioni fondamentali della riflessione estetica viste nella prospettiva specificamente musicale tra cui le categorie del Brutto e del Bello, del silenzio e del vuoto, del tempo e dello spazio. Tematiche eterogenee, dunque, che trovano tuttavia qui un’affascinante coesione in una reciproca permeabilità finalizzata ad aprire nuove prospettive di studio, a suggerire inediti percorsi di indagine, soprattutto a stimolare un approccio totalmente nuovo e originale all’ascolto, alla materia sonora, al linguaggio musicale».

Segue ora un incontro con Roberto Favaro


Suono e Arte (2)


A Roberto Favaro (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa principalmente ti ha spinto a questa pubblicazione?

La mia attività di ricerca in campo musicologico e quella di insegnamento in facoltà universitarie dedicate allo studio e alla pratica delle arti e dell’architettura, mi hanno orientato fin dall’inizio ad indagare i molteplici e reciproci rapporti tra la musica e le altre forme di espressione artistica. Mi sono insomma sempre concentrato a vedere le relazioni dell’arte sonora con l’altro da sé fino a farne una tematica costante dei miei studi, delle mie pubblicazioni e dei miei corsi universitari. Non è poi un caso ma una diretta conseguenza di ciò che il mio insegnamento storico-musicale si svolga proprio in Istituti di formazione artistica e architettonica.
Il libro, che affronta molte di queste relazioni, ha dunque in primo luogo una funzione didattica, di strumento ad uso degli studenti che possono così trovare riuniti e raccolti molti dei temi affrontati durante le lezioni. In secondo luogo sentivo la necessità di mostrare la molteplicità eterogenea dei possibili rapporti musica-letteratura-arti visive, visti in particolare dal punto di vista del suono per un possibile nuovo approccio all’ascolto e conseguentemente alla visione.

Il libro raccoglie saggi scritti attraverso diversi anni e diverse occasioni.
Puoi indicare un fil rouge che permetta di vederne un collegamento fra loro
?

Il filo conduttore è proprio questa necessità di misurare le analogie o gli scambi linguistici e rappresentativi che la musica intrattiene con le altre discipline dell’arte, muovendo però in linea di principio dal punto di vista della musica o ancora prima del suono e del silenzio come elementi costitutivi fondamentali di qualsiasi discorso in musica. In altre parole, cerco di mostrare quanto di pittorico, architettonico, scultoreo, narrativo-figurativo c’è nell’intangibile materia sonora la cui spazialità o visività si disloca nel flusso scorrevole del tempo. Tutti i capitoli del libro, pur affrontando questioni diversissime tra loro (il tempo, il silenzio, i margini e le cornici, il colore nero, il Brutto, il romanzo, la Salome di Strauss, il Grand Macabre di Ligeti, la romanza da salotto, la scultura sonora), intercettano e approfondiscono queste problematiche. Il primo capitolo, in particolare, ripercorre le questioni fondamentali inerenti la peculiare temporalità del linguaggio musicale, mostrandone però le continue riverberazioni spaziali, visive, raffigurative svolte però lungo la superficie scorrevole del tempo. Così mi sembra utile immaginare questo tempo musicale come la superficie di un quadro (scorrevole) che si stacca dalla parete di fondo che è il tempo “generico”: nasce così anche l’idea di sollecitare l’ascolto a concentrarsi sull’inizio e sulla fine delle musiche, sulla soglia liminare tra il dentro e il fuori di questo tempo particolare della musica definita non a caso da Leonardo da Vinci “figurazione delle cose invisibili”. Detto questo, si troverà in ogni capitolo un diretto (ma in ogni circostanza diverso) riferimento ai rapporti tra la musica e le arti visive o alla letteratura.

Perché consideri il romanzo uno "spazio ascoltabile"?

Il romanzo è uno straordinario serbatoio di suoni, rumori, silenzi e musiche abilmente orchestrati (quando ve ne sono le capacità narrative) dalla sapienza “compositiva” dello scrittore che ne delibera la funzione drammaturgica e rappresentativa. E’ forse lo spazio sonoro più efficace per la realizzazione di una sinestesia che passando attraverso un unico senso coinvolto (la vista) dirama quella meravigliosa complessità che è l’intero mondo costruito e raccontato dallo scrittore, un mondo del quale noi abbiamo conoscienza grazie all’esperienza della lettura che dà concretezza (fantasiosa) a tutti gli aspetti della realtà raccontata. Questa realtà è dunque anche ascoltabile grazie ai diversi elementi sonanti (paesaggio sonoro, musiche eseguite, silenzi eloquenti, voci, rumori) che lo scrittore (se ne ha l’intenzione e, ripeto, la capacità) orchestra secondo strategie molto simili a quelle della colonna sonora del film, procurando un vero e proprio valore aggiunto alla nostra esperienza conoscitiva ed emotiva. Mentre leggiamo, in altre parole, siamo coinvolti e avvolti da un sonoro (immaginabile) che viene attivato dalle parole che riconducono a eventi in modo diverso riguardanti la materia sonora e musicale (il soffio del vento, il suono dell’acqua sotto forma di pioggia, mare, cascate, fontane ecc., i rumori della città, i versi degli animali, le voci dei personaggi, il suono di un pianoforte o di qualsiasi altro strumento ecc.). Questi eventi sonori si intrecciano con tutti gli altri aspetti della rappresentazione di quel mondo e soprattutto con il piano psicologico ed emotivo delle vite raccontare contribuendo così ad approfondirne lo spessore psicologico, a rimarcarne le emozioni, a qualificarne l’orientamento in relazione alla drammaturgia generale. Si tratta di una sorta di partitura che si svolge sullo sfondo e che la nostra lettura permette, in una sorta di solfeggio immaginario, di rendere udibile al nostro orecchio.

Nelle pagine dedicate alle sinestesie scrivi a proposito del nero che sia “… una possibile rappresentazione visiva di un evento sonoro…”.
Come sei arrivato a questa conclusione
?

Ho scelto il colore nero come terreno ideale di verifica del possibile incontro sinestetico tra suono e colore. Anche a partire dalle cose dette in precedenza, il nero attua uno speciale interscambio sul piano dell’assenza estrema, di un silenzio e di un vuoto abitabili in modalità radicali: il buio acuisce la nostra sensibilità uditiva; l’oscurità del ventre materno è il nostro primo angolo di mondo dove la prima e per lunghi mesi unica nostra esperienza conoscitiva è di tipo sonoro; il notturno è un genere musicale che si dedica a sondare, nel nero della notte, le pieghe più nascoste del nostro mondo interiore. Traslando tutto ciò al piano visivo trovo una straordinaria potenzialità sonora del colore nero, nella sua visione che stimola l’occhio a “sentire” la multiforme densità di un “silenzio” visivo che Kandinskij reputava di massimo interesse.

Ho avuto il piacere di conoscere Pinuccio Sciola cui dedichi più pagine. Sua anche l’immagine in copertina.
Quale il valore che gli attribuisci dentro il tema Suono e Arte
?

Il libro si chiude proprio con il capitolo dedicato alle pietre sonore, la straordinaria invenzione scultorea e musicale di Pinuccio Sciola. Queste pietre, infatti, accarezzate e sfregate in vario modo, suonano meravigliosamente. Il capitolo rappresenta dunque una vera e propria sintesi o forse un’ideale condensazione dei tanti percorsi affrontati nel corso del libro: la forma plastica e visiva che si fa concretamente udibile, che addiruttra condiziona e determina la fisica acustica costringendo il manufatto ad assumere determinate sembianze proprio per poter essere musicale. E al tempo stesso un suono che si sprigiona dalla materia pietrosa grazie solo alla particolare modellazione del basalto o del calcare. Scutlure che sono anche strumenti musicali. Strumenti musicali che sono anche sculture. Non si sa bene quale sia l’inizio e quale la fine. Sta di fatto che il rapporto Suono/Arte raggiunge qui la sua vera consacrazione in un abbraccio nel quale non è più tanto importante stabilire quanto la musica prenda dall’arte e viceversa poiché la nuova complicità estroversa delle due discipline convive nella stessa realizzazione del grande artista che è anche liutaio e inventore di nuovi, inauditi mondi sonori.

Roberto Favaro
Suono e Arte
Pagine 192, Euro 12.50
Marsilio


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