Cosmotaxi
ricerca
» ricerca nella sezione cosmotaxi
» ricerca globale adolgiso.it

  

 

Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Gli special di Cosmotaxi


Convegno Antonio Ligabue: pittore, paziente, uomo.
Resa pubblica la cartella clinica a 70 anni dalla dimissione dall’ospedale psichiatrico

Reggio Emilia – Gualtieri: 2 e 9 dicembre 2018


Convegno su Ligabue


Senza il condimento della follia non può esistere genio alcuno.
(Erasmo da Rotterdam)


Ligabue: il convegno

Il pittore Antonio Ligabue (Zurigo 18 dicembre 1899 – Gualtieri 27 maggio 1965) fu ricoverato tre volte all’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia; ma nonostante l’interesse dei media e di studiosi della sua opera e biografia, finora non era stato possibile consultare la cartella clinica per effetto della normativa sulla protezione dei dati personali.
Il 6 novembre 2018 sono scaduti i 70 anni dalla sua terza ed ultima dimissione dal San Lazzaro ed è stato possibile, quindi, rendere pubblica quella cartella.
Quest’accadimento ha dato l’occasione per una riflessione sul pittore svolta in due tempi con la collaborazione fra l’Ausl di Reggio Emilia, la Fondazione Palazzo Magnani, il Comune di Gualtieri, il Centro di Storia della Psichiatria e la Fondazione Ligabue.

In foto: Antonio Ligabue, Autoritratto.

Primo appuntamento il 2 dicembre nel Palazzo Magnani a Reggio Emilia.
Lì è in corso la mostra – finissage il 3 marzo ’19 – a cura di Martina Mazzotta e Frédéric Jaeger Jean Dubuffet: L'arte in gioco, e anche giovandosi dell’attenzione rivolta all’Art Brut esposta in città, è stato ricordato il patrimonio dei tanti artisti definiti “irregolari” conservati nell’ex manicomio e sono state date informazioni su com’è possibile consultare la cartella di Ligabue.
Sono intervenuti: Giorgio Bedoni, psichiatra e docente dell’Accademia di Brera e Chiara Bombardieri, responsabile dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro
Successivamente, il 9 dicembre, a Gualtieri, patria adottiva di Ligabue e sede della Fondazione che prende il suo nome, si è tenuto il convegno Antonio Ligabue: pittore, paziente, uomo Lettura della cartella clinica a 70 anni dalla sua dimissione.
Dopo un’introduzione di Davide Zanichelli presidente di Palazzo Magnani, Renzo Bergamini, sindaco di Gualtieri e di Marcello Stecco assessore alla Cultura, sono intervenuti Marzio Dall’Acqua, storico dell’arte e della psichiatria, Gaddomaria Grassi, psichiatra, presidente del Centro di Storia della Psichiatria, Sergio Negri, presidente del comitato scientifico della Fondazione “Museo Antonio Ligabue”.


Convegno su Ligabue

Il genio abita semplicemente al piano di sopra della follia.
(Arthur Schopenhauer)


Ligabue: Documenti e testimonianze

In foto una pagina della cartella clinica di Ligabue.
Le parole non leggibili in questa riproduzione fotografica dicono:
Scaricato… n.185… uscito il 6 Nov. 1948… dimesso per guarigione… fatto rimpatriare a mezzo Questura.

Un raro documentario, girato da Raffaele Andreassi per la Rai, proposto in Rete dal sito web “La capanna del silenzio”.
Nelle immagini, agisce lo stesso Ligabue, lungo il fiume e nella sua casa.
CLIC per la visione.

Un video con Sergio Negri Presidente del comitato scientifico della Fondazione “Museo Antonio Ligabue”.
E' fra i massimi esperti della figura e dello stile del pittore.
L’intervento è stato ripreso in occasione di una mostra tenutasi a Pavia.

Testimonianza di un allievo.

Un servizio tv della “Clessidra” con Giuseppe Amadei, Marzio Dell’Acqua, Sergio Negri.

QUI una serie di opere di Ligabue


Covegno su Ligabue


Il genio? Pazzia con metodo.
(Frank Herbert)


Convegno su Ligabue: Gaddomaria Grassi


Lo psichiatra Gaddomaria Grassi, (in foto), è Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e dipendenze patologiche della Ausl di Reggio Emilia e Presidente del Centro di storia della psichiatria.
Ha pubblicato "Emergenza in psichiatria. Strategie e percorsi operativi nel servizio pubblico" (Franco Angeli, 1993); “Il policlinico della delinquenza. Storia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani“ (con Chiara Bombardieri, Franco Angeli 2016).
A lui ho rivolto alcune domande.

Il convegno su Ligabue inevitabilmente ricorda una vecchia questione.
Nell’antichità Aristotele diceva “Gli uomini eccezionali, in filosofia, poesia o arte, sono alcuni al punto da essere considerati matti”.
Ieri, Cesare Lombroso: “Nulla somiglia più ad un matto, quanto un uomo di genio, che mediti e plasmi i suoi concetti”.
Oggi Foucault: “Se l'uomo può sempre essere folle, il pensiero, come esercizio della sovranità da parte di un soggetto, non può essere insensato. Il pensiero non può ospitare il suo contrario”.
Esiste, oppure non esiste, una relazione fra Genio e Follia
?

In epoca positivista, quando Cesare Lombroso scriveva “Genio e follia”, la psichiatria, disciplina giovane, cercava di accreditarsi socialmente e di estendere i confini del suo sapere. Ogni differenza da una ipotetica normalità era oggetto di studio e di diagnosi psichiatrica. Così anche chi usciva dalla media per talento o creatività doveva essere studiato e poteva essere etichettato come patologico. Lombroso stesso, a Mosca per un convegno, si recò in visita da Lev Tolstoj nella sua tenuta per intervistarlo e raccogliere elementi a favore della sua tesi. Sappiamo peraltro che l’impressione che suscitò in Tolstoj il nostro neuropsichiatra non fu delle migliori.
Oggi credo che non abbia un gran senso porre la questione in questi termini. Piuttosto, ogni persona, sulla base di determinanti di tipo biologico, psicologico e sociale ha specifiche caratteristiche sia sul piano emotivo che intellettivo che a loro volta si traducono i comportamenti che possono essere valorizzati o meno dal sistema sociale. Anche le persone a cui viene diagnosticato un disturbo psichiatrico, come le altre, possono avere sensibilità specifiche e potenzialità in campo artistico e non solo.
Credo in sostanza che sia improduttivo, a fronte di un’opera d’arte, chiedersi qual è il funzionamento mentale dell’artista o peggio ancora cercare collegamenti fra determinate forme di espressione artistica e specifiche diagnosi. Mi limiterei, ad esempio, a registrare la malattia di Antonio Ligabue e la sua esperienza manicomiale, che certamente hanno avuto un grande impatto nella sua vita e sulla sua produzione, per ciò che sono e cioè come elementi biografici.

Semir Zeki – docente di Neurobiologia all’Università di Londra – nel suo libro “La visione dall’interno” (Bollati Boringhieri, 2007), prospetta la nascita di una neurologia dell’estetica, che chiama ‘Neurestetica’, e scrive: <…esprimo l’impressione che le teorie estetiche diventeranno comprensibili e profonde solo quando saranno fondate sul funzionamento del cervello, e che nessuna teoria estetica che non abbia una forte base biologica può essere completa e profonda>.
È d’accordo o no con quell’affermazione
?

Indubbiamente lo sviluppo delle neuroscienze potrà contribuire anche in questo campo a migliorare la nostra conoscenza e contribuire ad un confronto costruttivo fra chi ha competenze filosofiche e scientifiche. Personalmente credo che la cultura, e non solo la biologia, abbia anche in questo ambito, nonostante i progressi delle neuroscienze, un ampio spazio.

Franco Basaglia, nel 1967, in ‘Che cos'è la Psichiatria’, scrisse “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”.
Al di là di clamorose manifestazioni esteriori, esiste un confine identificabile tra follia e ragione
?

Negli anni 60 e 70 si è giustamente messo in discussione questo confine la cui rigidità nei decenni e secoli precedenti aveva avuto come conseguenza l’esclusione manicomiale e anche la legittimazione di pratiche irrispettose dei diritti elementari dell’individuo, basti pensare alla psicochirurgia o addirittura all’eugenetica o ai programmi di eliminazione del regime nazista.
Tuttavia occorre dire che in ogni epoca, quantomeno nel mondo occidentale, i sistemi sociali hanno sentito la necessità di dotarsi di modelli di lettura dei fenomeni psichici e di delegare ad alcuni dei loro membri (che oggi chiamiamo psichiatri e ieri alienisti) il difficile compito di distinguere fra salute e malattia. L’obiettivo, come è noto, era in primo luogo quello di escludere i malati dalla società perché pericolosi o disturbanti ma anche, e lo è tuttora, di fornire assistenza e cura o di valutarne l’imputabilità di fronte alla legge o ancora di riconoscergli il diritto a tutele giuridiche o sociali.
L’importante è essere consapevoli del fatto che questo confine è mutevole nel tempo e cultura-dipendente. E anche che si basa su un sistema di conoscenze interdisciplinare perché la psichiatria, come scrisse Ferruccio Giacanelli, non dispone di un corpus dottrinale autonomo ma deve appoggiarsi e fare sintesi dei campi di studio della psicologia, delle neuroscienze, delle scienze sociali.

Ha scritto Umberto Galimberti “La psichiatria organicista riduce tutti i fenomeni psichici ai principi che presiedono la biochimica del cervello; la psicoanalisi riduce le manifestazioni della psiche alla dinamica che presiede la sessualità infantile; le neuroscienze riducono gli scenari psichici alle dinamiche dei sistemi neuronali; la genetica riduce i disturbi psichici alla componente ereditaria e solo in seconda battuta ai fattori ambientali”
Le chiedo: a quale direzione appellarsi per saperne di più su noi umani
?

L’unico modo per saperne un po’ di più (condivido il fatto che non dobbiamo illuderci di arrivare a sapere tutto sul nostro funzionamento psichico e sui comportamenti umani) è a mio avviso rifiutare ogni forma di riduzionismo, in primis biologico, come pure posizioni fideistiche e dogmatismi di ogni genere. Il paradigma di riferimento oggi non può che essere quello bio-psico-sociale, che deve conciliare, pena l’autoesclusione da parte della realtà, questi tre aspetti fondamentali della nostra vita. Aggiungo che sforzarsi di mantenere sempre un approccio rispettoso di tutte queste tre dimensioni è molto più faticoso che abbandonarsi a letture semplificate. Non vedo però alternative: semplificare questioni complesse porta in genere alla loro banalizzazione, e se veramente vogliamo “saperne di più su noi umani”, non possiamo permettercelo.


Gli special di Cosmotaxi


Convegno Antonio Ligabue: pittore, paziente, uomo.
Resa pubblica la cartella clinica a 70 anni dalla dimissione dall’ospedale psichiatrico

Reggio Emilia – Gualtieri: 2 e 9 dicembre 2018

FINE


Piccola città (1)

No, non sto per parlare della città immaginaria di Thornton Wilder né di quella cantata da Francesco Guccini, ma di una città italiana che vive nelle pagine di un libro di grande forza pubblicato da Laterza.
Titolo: Piccola città una storia comune di eroina.
L’autrice è Vanessa Roghi.
Storica, ha girato documentari per “La Grande Storia” di Rai Tre. Ha insegnato Storia contemporanea all’Università Roma Tre, Storia e Tv nella Facoltà di Lettere della Sapienza, Università di Roma.
Per dirla in breve, storica della cultura, così com’è dimostrato da un altro suo libro La lettera sovversiva in cui riflette su Don Milani contestualizzando la sua figura nel tempo e notando le polemiche e le influenze che ha avuto “Lettera a una professoressa”.
Conduce il sito web Immaginiimmaginario.

Il libro racconta una storia vera che intreccia tre percorsi: quella del padre dell’autrice e dei guai cui va incontro per via della tossicodipendenza, della città di Grosseto e dell’infanzia della scrittrice negli anni in cui si accendevano speranze e, al tempo stesso, arrivava l’eroina anche in quella piccola città.
Avvertimento d’obbligo: non è un romanzo. Altrimenti, come sanno i generosi che leggono le mie note non starei qui a parlarne; nei diciannove anni di vita di questo sito, romanzi non se ne trovano. È un libro meraviglioso perché intreccia la narrazione con il documentario e con il saggio senza che uno di questi segmenti prevalga sugli altri sicché il tracciato della scrittura, secca e veloce, procede compatto e ogni versante spiega gli altri e viceversa.

.Dalla presentazione editoriale
«Guardate questa bambina. Questa bambina sono io. Ho un buffo cappello di lana colorato, lo so perché c’è un’altra foto a colori che me lo dice. Sto con M. Deve essere il 1977. Sono felice. La città per me è ancora una soltanto. Nessun muro la divide in due. Per ora. Dopo non sarà mai più così.» Decine di migliaia di tossicodipendenti, una ‘generazione scomparsa’ su cui si è steso un velo di oblio. Un libro di storia, un memoir che squarcia un muro di silenzio e lo fa partendo dal punto di vista più difficile e doloroso: quello personale. Quando arrestano mio padre per spaccio di eroina ho 15 anni, frequento il ginnasio, nell’unico liceo classico di Grosseto. Un liceo di provincia, frequentato dai figli dei professionisti della città. Quando lo arrestano io non dico niente a scuola. Non trovo le parole per farlo, non credo di averle neanche cercate, è qualcosa che accade, e basta. Quando le cose accadono a me io non so come raccontarle. Per questo faccio la storica, racconto le cose che accadono agli altri, eppure questa di mio padre voglio raccontarla, così inizio a parlarne con gli altri, ma solo all’università, quando mi sento ormai protetta dalla distanza, ne parlo e ne parlo, e una giovane storica senza immaginazione si domanda se sono matta ad andare a dire in giro che mio padre si è fatto di eroina. Perché questa è una cosa che non si racconta. Non è neanche un fatto degno di storia. È una piccola storia ignobile».

Segue ora un incontro con Vanessa Roghi.


Piccola città (2)

A Vanessa Roghi, (in foto), ho rivolto alcune domande.
Il principale motivo all’origine della scrittura di questo libro

Questo libro nasce da una doppia esigenza: personale e storiografica. Volevo ricostruire la mia storia familiare inserendola all’interno di una storia più grande che ha riguardato tanti uomini e donne nell’Italia degli anni settanta. La storia è quella dell’eroina e della sua diffusione.

Nell’accingerti a scrivere “Piccola città” qual è stata la cosa che hai scelto di fare assolutamente per prima e quale la prima assolutamente da evitare?

La prima cosa che ho cercato di fare è stato trovare la mia voce, recuperando da un lato il mio punto di vista di bambina che si trova in mezzo a una storia che non capisce, di cui raccoglie segni, tracce. Dall’altro il mio sguardo di donna adulta che per scelta è diventata una storica. Ho lavorato sugli indizi che avevo, mettendoli in fila, così facendo ho cercato nessi con quanto accadeva in Italia negli stessi anni. Ho preso la piccola città, Grosseto, e ho provato a studiarla come luogo al centro di un processo che riguardava tante altre piccole città. Seguendo le indicazioni di antecedenti illustri che l’avevano già fatto: Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, per esempio, che negli anni Cinquanta avevano scritto che la provincia è un ottimo punto di osservazione per capire cosa si sta muovendo nel paese.
La cosa che ho cercato di non fare assolutamente è stato giudicare, non so se ci sono riuscita, credo di sì.

Quale responsabilità attribuisci al Pci negli anni in cui nasce il problema della tossicodipendenza?

Al Pci non attribuisco responsabilità specifiche, anzi. Sicuramente il Partito Comunista ha avuto il merito di porre la questione delle tossicodipendenze al centro della sua riflessione politica fin dagli esordi del problema, Luigi Cancrini è stato il primo a condurre studi seri sull’argomento, e l’ufficio studi del PCI ha lavorato bene per un decennio. I comunisti avrebbero potuto fare di più e meglio per esempio nella gestione dei servizi territoriali dopo il 1975 ma certo in confronto a quello che hanno fatto i partiti di destra e anche la DC che stava al governo non ci si può certo lamentare in una prospettiva storica che tiene insieme tutto il decennio.

Nel tuo libro perché è citata la figura di Guido Blumir?

Guido Blumir, sociologo, mise in luce subito le insufficienze di un approccio basato esclusivamente sull’analisi delle cause sociali della dipendenza, che pure erano e rimangono rilevanti. La dimensione individuale, della scelta, veniva dalla lettura “politica” dei partiti di sinistra, completamente elusa. Questo sicuramente negli anni Settanta non l’avevano chiaro in molti. Certo non i partiti tradizionali. Questo ha determinato l’incomprensione verso tanti “compagni” che senza alcuna ragione apparente hanno intrapreso la strada dell’ago in vena.

Negli anni dell’arrivo dell’eroina in Italia, esiste, oppure non esiste, una differenza fra gli ambienti di consumatori nelle grandi città e in quelle di provincia?

La differenza è cronologica: nelle grandi città il fenomeno arriva prima, fra il 1973-74 a Roma e Milano l’eroina è già visibile. In provincia ci vorranno più anni: dopo il 1975 però in proporzione le province saranno più colpite delle grandi città

Scrivi: “In Francia o nei paesi anglosassoni, la storia dell’eroina è diventata parte della storia sociale e culturale e non più, soltanto, di quella criminale”:
Perché, in Italia, nonostante tante pubblicazioni – qualcuna anche di valore – ciò non è accaduto
?

Credo che abbia prevalso in Italia uno sguardo fortemente segnato da quello che già alla fine degli anni settanta era diventato un luogo comune: l’eroina era stata immessa nei movimenti politici post 68 per distruggerli. Questo teorema da solo spiegava tutto. In realtà, a mio parere, non spiega niente e ha determinato un grande ritardo nell’affrontare storicamente il fenomeno.

Perché nell’ultima pagina del libro, nei ringraziamenti, scrivi che “questa non è una ricerca storiografica”?

Direi che è una provocazione surrealista: “Piccola città” è una ricerca storiografica ma nel metodo e nel merito può sembrare altro. Come scrive Michele Mari a volte è necessario chiedere soccorso alla letteratura per raccontare gli interstizi della storia. Ho provato a farlo. Ma certo rimango una storica, anche quando parlo di me, di mio padre, della mia famiglia e della mia piccola città.
Piccola città è un libro di storia.
…………………………………...
Vanessa Roghi
Piccola città
Pagine 230, Euro 19.00
Laterza


Her

Se a Roma abitate, oppure vi trovate di passaggio in città, consiglio una puntata nel quartiere S. Lorenzo, zona universitaria, oggi ricca di bar, osterie, negozi caratteristici.
Un tempo è stato l’unico quartiere romano ad opporsi alla Marcia su Roma, gli Arditi del Popolo riuscirono perfino a fermare i fascisti. Poi successivamente il quartiere fu occupato dagli uomini di Italo Balbo che arrivarono a uccidere 13 abitanti.
Quartiere vittima di un terribile bombardamento il 19 luglio del 1943 che provocò circa 3000 morti e migliaia di feriti: sei giorni dopo vi fu la caduta di Mussolini. Quel bombardamento ha ispirato a Francescoi de Gregori una sua canzone.

Durante gli anni ’70 il Movimento Studentesco e vari gruppi di Sinistra resero il quartiere un laboratorio di idee e di pratiche sociali risultando fra i più attivi dei rioni di Roma.
Come accaduto in tante parti d’Italia, sono seguiti anni in cui è sceso anche su S. Lorenzo un velo di appannamento ma evidentemente quei lontani tempi qualche traccia l’hanno lasciata perché oggi vari segni indicano una rinascita di fermenti e proposte.

Ecco, ad esempio, HER: She Loves S. Lorenzo il primo festival di quartiere dedicato all’arte, ai dati e alla cultura dei dati.
È ideato e realizzato dal Centro di Ricerca Her (Human Ecosystems Relazioni) ed è a cura di Arianna Forte con la direzione scientifica e artistica di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico.

Dal comunicato stampa.
«L’iniziativa è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018 promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale e realizzato in collaborazione con la Siae.
Il programma è progettato intorno all’esigenza di esplorare e comprendere la complessità del ruolo dei dati nel mondo contemporaneo, attraverso i linguaggi dell’arte. Allo stesso tempo il festival mira a rivitalizzare la micro-circolazione e stimolare le connessioni fra gli attori del quartiere di S. Lorenzo, creando network e cortocircuiti fra mondi diversi, basati sulla condivisione del progetto culturale.
Con la seconda edizione il festival estende la sua programmazione a due interi mesi: un incontro di quartiere, tre workshop, due call aperte per stimolare la produzione e la fruizione artistica contemporanea nel tessuto urbano, una mostra diffusa inaugurata da una passeggiata rituale nelle vie di S. Lorenzo alla scoperta di inaspettate opere d’arte fatte di dati aperta al pubblico per due settimane, una lectio magistralis immersiva e due conferenze tematiche per indagare il rapporto fra arte, dati, scienze e tecnologie, a partire da due temi caldissimi: le “fake news” e il cambiamento climatico».

Tutti gli eventi della programmazione, dai workshop, alla mostra, agli incontri sono aperti e gratuiti per il pubblico.
CLIC per il programma.

Concludendo un’Iniziativa tutta da elogiare sia per il tema trattato e sia per come è congegnata la macchina del programma.
Solo applausi? In verità, una piccola contrarietà ce l’ho.
Perché il sito (molto ben fatto) di Her è tutto in inglese e non (perlomeno) anche in italiano? Rinunciare alla propria lingua è rinunciare a tantissime cose. E, soprattutto, la questione diventa incomprensibile per un’iniziativa che vuole (e ci riesce) valorizzare il territorio, ed è credo legittimo chiedere se non rifarsi a un “genius loci” almeno rispettarne l’idioma.
Nel ribadire i complimenti, assolutamente non formali, agli organizzatori, consiglio loro la lettura di Diciamolo in italiano, recente libro illuminante al proposito.

HER: She Loves S. Lorenzo
Informazioni: he-r@pec.it
9, 10, 11 Dicembre
Roma



Piedi


Puntare i piedi… fare un lavoro coi piedi… essere una palla al piede… tenere il piede in due staffe… licenziato su due piedi… darsi la zappa sui piedi… potrei andare avanti ancora per molto, tante sono le locuzioni popolari in cui sono citati i piedi che, talvolta, con colpevole pudicizia sono chiamati estremità.
Piedi: importante parte anatomica non sono per equilibrio e motilità del corpo ma anche perché è fonte d’ispirazione e applicazione nelle arti visive fin dalle statue dell’antichità arrivando a Leonardo e in pittura si pensi alla cura che ebbe Caravaggio nel ritrarli e date uno sguardo in tempi meno lontani a Magritte e Tom Wesselmann, solo per fare alcuni esempi fra i tantissimi.
Ai nostri giorni ne registriamo la loro presenza in tante occasioni espressive e se i Modena City Ramblers stanno Coi piedi per terra, Erri De Luca ne tesse un Elogio in versi.
E la pubblicità? Vi servo subito. Con un vecchio ricordo. I meno giovani ricorderanno la réclame (così si chiamava un tempo) di un callifugo, il callifugo Ciccarelli. Ebbene quella pubblicità vedeva la più straziante smorfia che mai più s’è vista in stampa, neppure quella immaginabile nel martirio ai piedi fatta a un torturato nel Giardino dei supplizi di Mirbeau, Perché storceva i lineamenti? Perché ai suoi piedi non aveva applicato il balsamico ritrovato da Ciccarelli che dava sollievo ai più induriti piedi.
Oggi poi la pubblicità è piena di piedi, dalla testa ai piedi, per via di spot dedicati alle calzature.
Ma non basta.
Perché i piedi occupano anche una parte della psicologia clinica. Fin dai tempi dello psichiatra tedesco Krafft-Ebing (1840 – 1902) che nel suo “Psychopathia sexualis”, pubblicata nel 1886, nel tracciare un panorama delle parafilie, nel capitolo dedicato al “feticismo”, segnalò quella del piede come preminente su quella della mano, su vari tessuti, sui capelli, su oggetti. Quel testo oggi è ampiamente superato da nuovi studi, ma resta un classico perché per la prima volta ci fu chi studiò tanto estesamente i vari comportamenti sessuali di noi umani. In ogni caso, l’edizione più recente del decennale DSM, una sorta di bibbia della psichiatria mondiale (la più recente edizione tradotta in Italia è del 2014), mentre, ad esempio, espulse fin dal 1973 l'omosessualità dalla classificazione psicopatologica, ha mantenuto tra le devianze, anche nel DSM-5, il feticismo. Pure del piede, ovvio.
Patologia, azzardo, che, senza necessità d’arrivare alle ipotesi postbiologiche del Postumanesimo, vede progressivamente ridotto il suo campo di realizzazione, perché già oggi credo ci sia scarsa eccitazione di fronte a un arto di titanio.

E con queste righe ci siamo avvicinati a un libro che segnalo alla vostra attenzione.
È intitolato, manco a dirlo, Piedi Pensieri per un feticista.
Pubblicato da Fefè Editore nella collana ‘Superfluo Indispensabile’ diretta da Lucio Saviani.
Ne è autrice Laura De Luca.
Radiogiornalista, autrice e regista radiofonica e teatrale, disegnatrice e producer di progetti discografici, ha recentemente curato diverse edizioni librarie, radiofoniche e teatrali di interviste impossibili. Tra le ultime pubblicazioni: Domande impossibili (Lev, 2018), La radio disegnata (Mimesis, 2017), L’armadio di una donna (L’Erudita, 2017). Tra gli ultimi allestimenti scenici: Corde tese. Una chitarra dimenticata, con le musiche di Luigi Picardi e Mauro Restivo (Villa Capo di Bove, Roma 2018) e Incontro con Artemisia Gentileschi (Museo di Roma, Palazzo Braschi, 2017).
QUI il suo sito Web
La copertina che riporta un’immagine da Dürer “Piedi di un apostolo” (1508) – se andate a Rotterdam lo trovate nel Museo Boymans-van Beuningen – introduce una vertiginosa variazione sul tema piede, per nulla pedestre ma assai raffinata, che esplora alti quartieri del pensiero e bassifondi della psiche in brevi capitoli percorsi con piedi e cervello sani assai.
Anche se non me l’avete chiesto, vi dico la frase che più mi è piaciuto del libro: “Dove guardano i piedi? È facile: in avanti. Anche se non sempre sanno dove andare”.
Chi vuol capire, l’ha capita.

Dalla presentazione editoriale
«Le forme, i modi, le variazioni, i vizi, le virtù, le stranezze del piede offrono stimolanti spunti di conversazione ai feticisti così come a chiunque (da Cenerentola a Caravaggio).
Il segreto del piede, paradosso sospeso tra invisibilità e passione erotica, è scandagliato con tono ironico nei suoi vari aspetti, dai più omessi ai più citati in letteratura e medicina. Per giungere a capire che così tante cose dipendono dal piede, anche se ce ne dimentichiamo. Ne risulta una miscela di frammenti, poesie e citazioni d’autore idealmente destinati a un feticista da parte di una feticista.
E' il quarto titolo – dopo “Peli” di Francesco Forlani, “Mani” di Lucio Saviani e “Naso” di Pasquale Panella – della serie ‘Oggetti del desiderio’ diretta dal filosofo Lucio Saviani».

QUI Laura De Luca legge l'introduzione a “Piedi”.

Laura De Luca
Piedi
Pagine 234, Euro12.00
Fefè Editore


Industriarsi per vincere


"Alcuni sostenevano che dipendeva dall'assassinio di un arciduca; ma questo non sembrava un motivo sufficiente per lo scoppio di una conflagrazione mondiale. La gente aveva bisogno di una spiegazione più realistica. Allora, ecco: è una guerra per la difesa della democrazia. Eppure la minoranza aveva più cose da difendere della maggioranza.
Conclusione: le perdite furono crudelmente democratiche”.
Così diceva Charlie Chaplin.

Sulla prima guerra mondiale sono stati scritti tanti volumi sia in saggistica sia in narrativa, eppure più di ogni pagina, le fotografie e i documentari cinematografici di quel tempo posseggono una forza comunicativa insuperabile.
Non solo i volti, i posti ritratti nelle trincee, ma anche quelle di luoghi lontani dal teatro di guerra, perché molti di quei luoghi alla guerra erano collegati per varie necessità militari. Oppure perché risentivano dei grandi disagi economici che la guerra provocava.

Fra i volumi che documentano quell’epoca, la casa editrice Interlinea ha scelto un originale taglio di racconto per immagini che mostrano lo sforzo bellico visto nelle fabbriche che producevano armi o altro ancora in rapporto con il conflitto.
Titolo: Industriarsi per vincere Le imprese e la Grande Guerra
Un’impresa editoriale che dobbiamo al monumentale lavoro di ricerca di Andrea Pozzetta e agli incisivi testi dello storico Alessandro Barbero che nella presentazione scrive: La prima guerra mondiale è la prima guerra totale, in cui ogni paese belligerante è interamente mobilitato per la vittoria, i governi assumono la direzione pressoché dittatoriale della vita nazionale in tutti i settori, ai popoli sono chiesti tutti i sacrifici: agli uomini in età militare, di lasciare lavoro e famiglie e andare in trincea a farsi uccidere; a tutti gli altri, di mangiare, vestirsi e scaldarsi in modo insufficiente e di lavorare con orari pesantissimi rinunciando a tutte le conquiste sindacali
In altro testo introduttivo, Carlo Robiglio dice: La prima guerra mondiale resta ancor oggi, soprattutto oggi, un periodo storico per un verso esaltato dalla narrazione epica che vide in questa vicenda il definitivo compimento dell’unità nazionale; dall’altro si è fatta sempre più nitida l’immagine del conflitto mondiale quale “inutile strage” […] Oggi cerchiamo con questo volume, di coprire al meglio uno spazio di conoscenza vuoto da troppo tempo, che è uno dei compiti dell’editoria di cultura.

Dalla presentazione editoriale
«Borracce, gavette, panni di lana e carne in scatola, munizioni, automezzi, vanghe e piccozze. La prima guerra mondiale è stata anche uno straordinario sforzo tecnico e produttivo che ha visto impegnate officine, manifatture, grandi e piccole aziende in una mobilitazione industriale senza precedenti. Attraverso documenti, immagini, cartoline e fotografie storiche, l’edizione del volume Industriarsi per vincere ripercorre il ruolo delle aziende italiane di fronte all’emergenza bellica, in un inedito sguardo sul “fronte interno” in grado di raccontare la quotidianità del conflitto. Un’opera antologica interamente dedicata a oggetti e strumenti divenuti veri e propri simboli degli italiani in guerra, su cui si è costruita l’identità collettiva di generazioni di soldati. Un libro fondamentale che ci racconta come la Grande Guerra fu una fase di grandi trasformazioni da cui discese la nostra idea di “modernità”».

Industriarsi per vincere
Curatore: Andrea Pozzetta
Testi di Alessandro Barbero
Con foto d’epoca b/n e colore
Pagine 208, Euro 30.00


Misteri svelati (1)

Diceva Friedrich Nietzsche: “Si considera la cosa non spiegata e oscura più importante di quella spiegata e chiara”.
Gente, infatti, che crede a cose impossibili ce ne sono tanti e tanti in giro.
Forse non lo sapete, ma c’è perfino gente che crede sia possibile a una donna partorire pur essendo vergine, altri semmai credono a chi dice loro che c’è stato qualcuno che è risorto dopo morto (senza alcun riferimento alla crionica praticata all’Alkor).
Sì, ce ne sono tanti di creduloni.
Per fortuna ci sono anche – pure se inferiori per numero – di svelatori di quei misteri. Non c’è solo Martin Mystère, io, ad esempio conosco una Martina Mistère, meglio nota con il suo vero nome: Sonia Ciampoli che ha scritto un gran bel libro sull’argomento intitolandolo Misteri svelati Viaggio razionale tra i classici dell’ignoto.
Lo ha edito il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) nella collana I Quaderni del Cicap.
Ciampoli, laureata in filosofia con una tesi su Tirannicidio e Riforma protestante, ha lavorato per alcuni anni come redattrice e traduttrice.
Ora si occupa d’informatica, mentre per passione si dedica a serie tv, cucina e casi bizzarri che analizza, come questo libro dimostra, con ragionato scetticismo.
Vive a Roma con il marito e il figlio verso i quali, con ragione, scettica non è.
Se leggete le sue pagine, come v’invito a fare, scorrerà davanti ai vostri occhi un panorama che fa venire dubbi sulla giustezza della Legge Basaglia perché troverete un’infinità di casi in cui la fede in fenomeni paranormali viene smontata dalla Ciampoli con dimostrazioni che evidenziano l’inconsistenza di quelle convinzioni.
L’elenco delle cose indagate dall’autrice è tanto lungo che rende dissuasiva la citazione; alcuni esempi li troverete qui appresso in una scheda editoriale.
Ma allora non esistono i misteri? Certamente, esistono. Perché non sono stati ancora svelati. O si finge di crederli non ancora tali.
Circa quei misteri ci soccorre Oscar Wilde: “Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile”.

Dalla presentazione editoriale
«Se è vero, come diceva Tolkien, che non hanno mai fine i grandi racconti, lo stesso si può dire di molte storie del mistero: alcune circolano da decenni, persino secoli, pur essendo state a più riprese scientificamente e incontrovertibilmente smentite.
Dal fantasma di Azzurrina di Montebello alle foto spettrali, dall'Uomo Falena alla maledizione di Tutankhamon, passando per casi meno celebri ma altrettanto affascinanti quali gli scheletri impossibili, Tamàm Shud o i bambini reincarnati, questa introduzione ripercorre i classici del mistero indagandone l'origine, la diffusione e la spiegazione razionale che è stata trovata o che è ritenuta più probabile.
Il lettore viene guidato in un percorso tematico che, con tono lieve e d'intrattenimento, prende in esame un centinaio di fenomeni insoliti tra i più famosi in un vero e proprio viaggio razionale tra i classici del mistero».

Segue ora un incontro con Sonia Ciampoli.


Misteri svelati (2)


A Sonia Ciampoli (in foto) ho rivolto alcune domande,

Qual è stato il principale motivo che ti ha indotto a scrivere questo libro?

Questo libro nasce in realtà da una serie di articoli che avevo scritto nei due anni precedenti per QueryOnline, la versione digitale della rivista ufficiale del CICAP, Query. Proposi di mettere su la rubrica perché mi ero resa conto che spesso e volentieri le conclusioni delle indagini scientifiche sui misteri non ricevevano la stessa attenzione e risonanza dei casi stessi, e pensavo fosse il caso di raccoglierle in un solo punto.

Quando ti sei accinta a scrivere “Misteri svelati” che cosa hai deciso assolutamente da fare per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

Il caso che più tenevo a raccontare, all’inizio, era quello del presunto fantasma di Azzurrina di Montebello, che era un po’ anche la storia per la quale mi ero avvicinata al CICAP in origine. Poi decisi di mantenere un tono “leggero”, evitando casi più tragici o drammatici, e di non trattare quindi i complottismi (11 settembre, scie chimiche, i cosiddetti false flag), che già avevano ricevuto spiegazioni e risposte accurate e ineccepibili.

Dagli studi da te compiuti, quale idea ti sei fatta sul meccanismo psicologico che induce tanti a reputare per vere cose impossibili?

Le versioni alternative sembrano appagare il bisogno di altro e di oltre, di sentirsi parte di una schiera di eletti e di star combattendo contro un nemico invisibile ma potentissimo.

Perché affascina il convincimento che un mondo senza misteri sia meno meraviglioso di uno popolato da enigmi, meglio ancora se tenebrosi?

Tentare di capire la magia e l’ignoto è stato uno degli elementi centrali dell’incredibile evoluzione umana, (per seguire virtute e canoscenza…), ma in tanti trovano che una spiegazione razionale sia meno affascinante di quella misteriosa, probabilmente per timore che si finisca in un mondo gelido, privo di poesia e anelito vero l’oltre. Ovviamente non è così: dare una spiegazione mette ordine, e l’ordine consente di ammirare la straordinaria bellezza dell’universo senza essere distratti da rumori di fondo.

Internet ha ridotto o favorito la diffusione della credulità nel mondo da te indagato?

Credo che il risultato finale si equivalga: se da un lato è facilissimo incappare in mille assurde storie di misteri o presunti tali, altrettanto facile è accedere alle spiegazioni razionali e scientifiche proposte da debunker e studiosi. Semmai il problema è che debunker e studiosi sono ancora in minoranza, e avrebbero decisamente bisogno di nuove leve, che – lo dico per chi ci legge – aspettiamo tutti a braccia aperte!

…………………………

Sonia Ciampoli
Misteri svelati
Pagine 202, Euro 9.90
I Quaderni del Cicap


L'embardage-Duras


La più recente produzione di VS Gaudio è intitolata L’embardage-Duras Il pentagramma narrativo du désir nel “Moderato cantabile” .
Quella che segue è la dichiarazione a lui richiesta da Cosmotaxi su quel suo lavoro.

«È un mio saggio, testo, quello che è, di critica polimaterica che risale al 2003: una ricognizione quasi sensoriale sul pentagramma narrativo del désir nel “Moderato Cantabile” di Marguerite Duras, Minuit 1958. Il mio testo è una sorta di Stimmung, se vogliamo, anche linguistica, difatti analizzo il testo originale della Duras e quindi la mia ricognizione sensoriale, tattile, visiva, a volte anche muscolare, nervosa, avviene anche in francese. Come se fossi al cinema a guardare il film di Peter Brook con Jean-Paul Belmondo e Jeanne Moreau però dentro il romanzo di Marguerite Duras: insomma, rifaccio il film, un remake testuale ma, questo è sicuro, con i personaggi del romanzo come se fossero interpretati da Belmondo e Moreau, specialmente Jeanne è lei il corpo, nel film del 1960, della protagonista del romanzo, Anne Desbaresdes. Comincio con un gioco d’avvio, una sorta di caffè-game, di quelli compresi nei “giochi di società” della psicologia transazionale di Eric Berne, e il gioco è, appunto, così lo chiamo: L’ embardage, che è l’embardement, lo sbandamento, la sbandata nella forma di “embardée”, che attiene, di solito, a un’imbarcazione e che è perciò correlabile al “gioco sessuale” che si svolge in un café du port in una piccola cittadina industriale. Da qui, c’è tutto il pentagramma del Désir analizzato nei vari capitoli nell’ambito della psicologia transazionale, ma c’è anche la psicanalisi freudiana e lacaniana (Heimlich, Unheimlich), Roland Barthes (punctum, senso ottuso, musica, generi musicali, contrappunto), la macrostruttura di Isenberg e anche Todorov, un po’ d’argot di Delesalle. A specchio, annoto rifrazioni della critica durasiana: Rosaria Guacci, Edda Melon, Bruna Morelli, Mireille Calle-Gruber, Nadia Setti. Questa è la sequenza dei capitoli-paragrafi, nella dinamica quasi cinematografica: l’embardage, il copione del “Moderato Cantabile”, il sexualcafé game per misurare il désir, lo script e il contrappunto, il farsi sentire e il tempo-orologio della Sonatine, la tavola dell’esecuzione e dei tempi, generi di musica e tipo di relazione, la tavola del genere e dell’armonia, la tavola del pentagramma narrativo di “Moderato Cantabile” e la macrostruttura della Sonatine, le parallele nascoste del Désir, il punto-Heimlich, la seduzione del senso ottuso, la metonimia del Désir, l’Unheimlich che sanziona la voglia di Chauvin, l’Unheimlich che svela la voglia di Anne Desbaresdes, il pentagramma narrativo e gli incontri tra navigazione astronomica e sociologia urbana di Ledrut».

CLIC per avere la copia in dono (112 pagine, formato 15x15).


Macchine d'espressione


La casa editrice Cronopio ha mandato nelle librerie un eccellente saggio su Caro Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma 1973).
Poche sono le interviste in video che abbiamo dello scrittore. QUI una raccolta.
Il titolo del libro è Macchine d’espressione Gadda e le onde dei linguaggi.
L’autore è Giuseppe Episcopo.
È stato Teaching Fellow di lingua e letteratura italiana all’Università di Edimburgo e Visiting Scholar alla Columbia University.
Per Cronopio, ha pubblicato la monografia L'eredità della fine.

Il volume è strutturato in tre parti.
-“Il romanzo in chiave carsica” (la scrittura gaddiana, come nel Pasticciaccio, che scorre sul ‘filo dell’orografia, composta da affioramenti, da invasi e da cavità carsiche’.
- “La macchina geologica e la macchina biologica” (dialettica d’opposti fertilità/infertilità, caldo/freddo, centro/periferia).
- “Ma la carta sogna i media elettrici?” (l’universo sonoro della radio da voce trasmittente a orecchio ricevente).
Ed è proprio questa terza parte che ho apprezzato di più – pur essendo le prime due di grande acutezza – forse perché ho avuto la fortuna di ascoltare dalla voce di Giulio Cattaneo (fu collega alla Rai di Gadda) tante riflessioni sul Gran Lombardo che mi hanno dato la misura dei felici intuiti di Episcopo. Il quale – e questo vale per tutte le tre parti del volume – ha perfettamente rilevato i processi osmotici e dei codici della scrittura gaddiana. La prova proviene da un raro testo dello stesso Gadda, recuperato da Dante Isella, dal titolo “Ingegneria e prosa” (in Mak π 100, numero unico della Scuola Ingegneri di Roma, 1954), lì si legge: Le discipline matematiche e quella dello scrivere, cioè esprimersi nei termini propri d’una lingua, hanno feudi in giurisdizione comune. Istituiscono omologie di problemi: le quali sono avvertite, è ovvio, da chi bazzica le matematiche e frequenta, ad un tempo, la palestra dealbata della pagina .
E, a ulteriore conferma, Italo Calvino su Gadda in “La macchina spasmodica” saggio in forma di lettera: L’oggetto dello scrivere in Gadda è il sistema di relazione tra le cose, che attraverso una genetica combinatoria mira a una enciclopedia del possibile, risalendo una genealogia di cause e concause.
Episcopo percorre con sapienza i percorsi gaddiani facendo una mappa di quel labirinto rendendo necessarie e omogenee la scansione in tre parti del suo lavoro.

Solo applausi? No, ho due contrarietà.
Perché (vizio comune da qualche tempo in molte pubblicazioni di saggistica) non spendere appena 1 o 2 pagine con dati biografici essenziali e bibliografia, o filmografia, oppure principali mostre degli autori trattati?
Perché dare per scontato che tutti sappiano, tutti conoscano o, a quelli che sanno e conoscono, non ricordare dati principali senza costringerli a sfogliare libri o digitare siti?
E ancora (abitudine che va sempre più diffondendosi): perché non mettere l’Indice dei nomi, cosa utilissima per rintracciare passaggi del libro?
Meditate autori ed editori, meditate.

Dalla presentazione editoriale.
«La macchina romanzesca di Gadda viene messa a contatto con altre macchine narrative: siano esse macchine reali e funzionanti, come nel caso del mezzo radiofonico, siano esse invece dispositivi responsabili della stratificazione della narrazione.
Da un lato, allora, il libro stringe il legame con i testi di Gadda che affrontano la geologia, un gruppo di prose raccolte nelle Meraviglie d’Italia, per leggervi in trasparenza quanto la composizione testuale del Pasticciaccio sia fatta di affioramenti e smottamenti. Dall’altro, invece, sta la macchina radiofonica – totalmente rivoluzionaria per il Novecento e decisiva almeno per tre decenni a partire dalla sua nascita – che impone una nuova condizione al tempo presente, ne scandisce il ritmo, crea una diversa percezione del secolo».

Giuseppe Episcopo
Macchine d’espressione
Pagine 141, euro 13.00
Cronopio


Realtà Virtuale

Realtà. Parola che sembra di facile spiegazione perché di solito è riferita a tutto ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo. Eppure basta aprire un dizionario per capire come quelle 6 lettere abbiano scatenato contrasti d’interpretazione, incrociando filosofia e scienza, fin dai tempi dell’antica Grecia, arrivando (senza ancora esaurire teorie, ragionamenti e ipotesi) fino ai nostri giorni; per fare un esempio cinematografico si pensi al film “Matrix”.
Virtuale. Altra parola dal significato semplice se riferito a ciò che è potenziale.
Ma, invece, tanto semplice non è. Perché ha assunto plurali estensioni col progredire delle scienze e delle tecnologie.
Ora prendiamo quelle due parole, accostiamole, ed ecco che l’espressione realtà virtuale, oggi, rimanda subito a quanto è possibile simulare, costruendo, o destrutturando, ambienti, scene, avvenimenti.
È questo un tema che ha rilanciato il dibattito su che cos’è la realtà.
Sia come sia, la VR (acronimo da Virtual Reality in inglese), la cui esistenza è legata a quella di un computer, è diventata una conquista scientifica e tecnologica presente in più campi: dall’industria alla chirurgia, dalle simulazioni belliche alla videoludica, dalle arti (da quelle strettamente audiovisive a quelle del teatro tecnosensoriale, alla performance) ai film che da quell’invenzione hanno tratto soggetti e avvincenti trame così come serie tv e, per prima, la letteratura con il filone noto come cyberpunk.
La nascita del termine VR risale al 1989, anno in cui Jaron Lanier, uno dei pionieri in questo campo, fondò la VPL Research (Virtual Programming Languages, "linguaggi di programmazione virtuale"). Il concetto di cyberspazio, ad esso collegato strettamente, si era originato nel 1982 grazie allo scrittore statunitense William Gibson.
La VR ha un antenato nel “Sensorama” inventato da un cineasta americano diplomato regista in Italia al Centro Sperimentale di Cinematografia; il suo nome (che avrebbe meritato maggiore fortuna) è Morton Helig.
Si tenga presente che Helig pur essendo uomo d’immagini proveniva da studi di filosofia, questa cosa la ritengo importante perché la VR, fin dalla sua preistoria, sorgeva in chi conosceva l’importanza degli interrogativi sulla realtà.
Per fruire della simulazione sensoriale nella VR, è necessaria una complessa attrezzatura che, però, va via via nel tempo semplificando i suoi strumenti: visore 3D, casco, guanti chiamati “dataglove”.

In un vicino futuro come scrive Andrea Carobene "... una sempre maggiore verosimiglianza con ambienti reali consentirà di utilizzare la realtà virtuale per analizzare con sempre maggiore precisione le reazioni di un individuo di fronte a determinate condizioni, anche estreme. In questo modo, per esempio, si potrà valutare l'efficienza dei dispositivi e delle uscite di sicurezza di un palazzo simulando un incendio e verificando il comportamento di chi vi si trovasse coinvolto. O anche semplicemente progettare la migliore disposizione delle merci all'interno di un grande magazzino analizzando le reazioni dei consumatori di fronte ai diversi stimoli di un ambiente virtuale che riproduce gli scaffali”.

Spiegare il funzionamento di questo dispositivo elettronico non è facile e ancora più difficile spiegarlo ai giovanissimi anche se però i cosiddetti “nativi digitali” hanno una capacità d’apprendere le nuove tecnologie superiori a quella dei loro genitori.
Quest’impresa divulgativa è stata condotta felicemente dalla casa Editoriale Scienza pubblicando Realtà Virtuale Scopri come funziona e vivi 5 fantastiche esperienze in 3D.
Testo di Jack Challoner, immagini di Emma Hobson.
Il volume, infatti, accanto all’illustrazione, in termini i più semplici possibili, di che cosa sia la VR, contiene un cofanetto dove i ragazzi sono chiamati a cimentarsi nella costruzione di un visore 3D del quale sono forniti tutti i pezzi necessari e le istruzioni per il montaggio.

Jack Challoner
Realtà Virtuale
Traduzione di Paola Vitale
Disegnatrice: Emma Hobson
Con visore da costruire
Pagine 32, Euro 18.90
Editoriale Scienza


Ritorna SopraAutoscatto | Volumetria | Come al bar | Enterprise | Nadir | Newsletter
Autoscatto
Volumetria
Come al bar
Enterprise
Nadir
Cosmotaxi
Newsletter
E-mail
 

Archivio

Dicembre 2018
Novembre 2018
Ottobre 2018
Settembre 2018
Luglio 2018
Giugno 2018
Maggio 2018
Aprile 2018
Marzo 2018
Febbraio 2018
Gennaio 2018
Dicembre 2017
Novembre 2017
Ottobre 2017
Settembre 2017
Luglio 2017
Giugno 2017
Maggio 2017
Aprile 2017
Marzo 2017
Febbraio 2017
Gennaio 2017
Dicembre 2016
Novembre 2016
Ottobre 2016
Settembre 2016
Luglio 2016
Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006
Dicembre 2005
Novembre 2005
Ottobre 2005
Settembre 2005
Agosto 2005
Luglio 2005
Giugno 2005
Maggio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Settembre 2004
Agosto 2004
Luglio 2004
Giugno 2004

archivio completo

Cosmotaxi in RSS

Created with BlogWorks XML 1.2.0 Beta 3