Cosmotaxi
ricerca
» ricerca nella sezione cosmotaxi
» ricerca globale adolgiso.it

  

 

Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

La passione del reale (1)

C’è stato un tempo in Italia in cui nelle sale cinematografiche prima del film era d’obbligo proiettare un documentario. Non sempre bene accolto dagli spettatori. Spesso, infatti, erano pallosissimi. Credo fosse dovuto a una legge. Intendo la proiezione in sala, non l’obbligo d’essere pallosissimi. Nella produzione documentaria di quel tempo, però, hanno debuttato tanti registi italiani che sono poi approdati al lungometraggio, un nome per tutti: Antonioni, di cui ricordo “Gente del Po”, “N.U.”, e lo splendido “L’amorosa menzogna” sul mondo dei fotoromanzi italiani del dopoguerra, sui suoi divi e i suoi lettori.
In tempi vicini, nel 2013, inserire “Sacro G.R.A.” nella selezione del concorso ufficiale al Festival di Venezia è stata una piccola rivoluzione che si è rivelata vincente quando proprio a quella pellicola di Gianfranco Rosi è stato assegnato, meritatamente, il Leone d’Oro; vincerà poi anche il Nastro d’Argento nel 2014.
Insomma il documentario in Italia vanta una buona tradizione e sono tanti i nuovi nomi che vanno proponendosi alla ribalta internazionale.
È quanto ho scritto finora una ripresa “di quinta”, per usare un gergo cinematografico, alla presentazione del libro di oggi che è sì sul documentario ma ne esplora, in un articolato e ben condotto studio, le caratteristiche del linguaggio.

Titolo: La passioine del reale Il documentario o la creazione del mondo
Si tratta di una preziosa pubblicazione della casa editrice Mimesis.
L’autore è Daniele Dottorini.
Professore associato di cinema presso L’Università della Calabria, si occupa di teoria del cinema e di cinema del reale. Dal 2008 è selezionatore per il Festival dei Popoli di Firenze, Festival internazionale del cinema documentario, dove ha curato le retrospettive e le relative pubblicazioni critiche sulla nascita del documentario moderno, sul cinema di Isaki Lacuesta, Andrés Di Tella, Mary Jimenez, Sergio Oksman.
Per le edizioni Mimesis è autore del lemma “Nemico” per il Lessico del cinema italiano, vol. II (2015); ha redatto, per l’appendice dell’Enciclopedia Treccani 2015, le voci “Realismo” e “Documentario”; tiene e ha tenuto corsi e laboratori in Italia e all’estero sul cinema del reale. È membro del direttivo delle riviste “Fata Morgana” e “Filmcritica”, membro del consejo editorial della rivista argentina “Kilometro 111”; tiene una rubrica mensile su “Sentieri Selvaggi” sul documentario e collabora con “Quaderno del cinemareale. Rivista sui processi creativi del documentario”. Ha curato gli scritti di cinema di Ignacio Matte Blanco (Estetica ed infinito, Roma 2000), Alain Badiou (Del capello e del fango. Riflessioni sul cinema, Cosenza 2009). Ha pubblicato monografie sul cinema di David Lynch (Genova 2004), Jean Renoir (Roma 2007), James Cameron (Pisa 2013

Dalla presentazione editoriale.
«Il libro è un riattraversamento del concetto di “Reale” attraverso le pratiche del cinema documentario contemporaneo, partendo dal presupposto che il nuovo millennio riprenda con forza, trasformandola, quella “passione del reale” che ha caratterizzato la storia politica ed estetica del Novecento. È in questo scenario che il cinema del reale si pone come un laboratorio aperto che al tempo stesso recupera e rilegge la storia delle forme cinematografiche rimettendo in gioco problematicamente un concetto centrale per la contemporaneità come quello di “Reale”. La prima parte del volume consiste in una analisi della passione del reale nel cinema documentario contemporaneo, mentre le due parti successive, riattraversano il concetto attraverso due termini centrali per comprendere la specificità del cinema del reale, Tempo e Spazio».

Segue ora un incontro con Daniele Dottorini.


La passione del reale (2)

A Daniele Dottorini. (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro? Che cosa principalmente ti ha spinto a scriverlo?

Nel corso degli anni, lavorando non solo come critico e docente di cinema, ma anche come selezionatore per il Festival dei Popoli a Firenze, entrando a contatto con registi e autori di un cinema diverso, aperto, fuori dagli schemi, mi sono reso conto che questo cinema era una delle forme più ricche di stimoli e di sperimentazioni dell’intero panorama cinematografico contemporaneo. Un cinema che poneva questioni importanti: sullo sguardo, sul reale, sul problema della verità dell’immagine, sull’incontro e la soggettività. Questioni che volevo affrontare, che sentivo (e sento) importanti. Ecco da dove nasce il libro. Da una parte è un testo che elabora spunti e riflessioni che sono il frutto di un lavoro di ricerca, dall’altra è il riflesso di anni di immersioni in queste forme e immagini; anni di incontri, visioni, letture e discussioni.
Negli ultimi tempi sono usciti, in Italia e all’estero, libri importanti sul documentario, libri di storia o di analisi delle forme documentarie. Quello che “La passione del reale” vuole fare è mostrare come e in che forma lo sguardo documentario permei il cinema contemporaneo e ci permetta di ripensare non solo le sue forme, ma anche alcuni dei concetti chiave della contemporaneità.

Scrivi nell’Introduzione “l’espressione ‘cinema del reale’ attraverserà tutto il libro”.
Che cosa s’intende con quella dizione
?

È una espressione strana, particolare, un po’ furba ma affascinante. Quella di “Cinema del reale” è una formula che nasce in Francia, che dà il nome ad un importante festival parigino e che è diventata una formula di moda in un certo senso. Nasce come tentativo di pensare lo sguardo documentario come cinema appunto, non come “genere” a sé. La parola “documentario” sembrava aver nel tempo perso la sua capacità di dare conto di un cinema sempre più espanso, multiforme e ibrido, in cui conviveva il cinema osservativo alla Wiseman con la forma poetica ed inventiva di Chris Marker, lo sconfinamento tra generi di Herzog con il ritratto alla Erroll Morris, la sperimentazione di Harun Farocki o Chantal Ackerman con lo sguardo visionario di registi come Robert Kramer o Peter Mettler.
Tutto questo è documentario anche perché ne riprende l’origine (quando John Grierson definiva il documentario come: “il trattamento creativo della realtà”). Il cinema del reale è questo, a mio avviso: è una espressione comunque lacunosa, ma che tiene conto del fatto che parliamo di cinema, e lo sguardo documentario appartiene al cinema tout court.

Il nome più citato nel tuo libro è Gilles Deleuze.
Perché le sue riflessioni, da “L’immagine-movimento” a “L’immagine-tempo”, sono così presenti nel tuo pensiero sul cinema
?

Deleuze è un punto di partenza, più che un punto di riferimento. Non solo i suoi libri sul cinema, ma tutto il suo pensiero, la sua parabola teorica che continua ad essere uno degli sguardi filosofici necessari per la contemporaneità. Immagine-movimento e Immagine-tempo sono libri profondamente teorici in cui Deleuze pensa problemi filosofici a partire dal cinema, da un “fuori” il discorso filosofico, che costringe però a pensare il tempo e il movimento. Al tempo stesso sono due libri appassionati, in cui i film di cui Deleuze parla sono oggetti di amore e di passione. Ci senti all’interno l’amore per il cinema, e al tempo stesso fa diventare questa passione una riflessione, la possibilità di costruire un discorso teorico.
Per me Deleuze rimane un modello e, dal punto di vista di un discorso sul cinema del reale, le sue riflessioni sulla “credenza” nel mondo come necessità per il cinema, l’analisi del cinema-verità come rivelazione della capacità affabulatoria di ogni persona e dunque il concetto di verità del cinema, sono e rimangono riflessioni fondamentali per pensare lo sguardo documentario.

Che cosa ha significato l’avvento del digitale nel documentario?

Da una parte il cambiamento che viviamo è analogo (ma di gran lunga più ampio) a quello che si era verificato negli anni Sessanta con l’avvento del 16mm e degli apparecchi di registrazione del suono in sincrono: una maggiore libertà di movimento, di esplorazione del reale, di immediatezza della ripresa. Le tecnologie digitali dell’immagine permettono oggi di filmare in condizioni proibitive per la pellicola e con una qualità sempre più grande. Cambiano i formati, le possibilità di ripresa, di montaggio, di reperibilità delle immagini d’archivio, di manipolazione audio e video, di circolazione e fruibilità delle immagini e si potrebbe continuare a lungo. Si tratta di un cambiamento radicale da molti punti di vista e, al tempo stesso non cambia molto quando si tratta di pensare l’immagine: i problemi rimangono esattamente gli stessi, “Che cosa sto guardando, che cosa e come lo sto filmando?”. Le domande rimangono le stesse, le pratiche, le tecniche e i formati ti offrono nuove possibilità di risposta.

Le immagini riprese dalle videocamere di sicurezza, alla luce del tuo pensiero, sono vere o reali?

In sé, prese cioè nel loro essere parte di quel flusso incessante di immagini senza sguardo non sono altro che puro flusso appunto. Perché ci sia una immagine ci deve essere un montaggio, e dunque uno sguardo. Se sottoposte ad uno sguardo che le interroga, le selezione e le rimonta le riprese di una videocamera di sicurezza diventano immagini e in quanto tali pongono il problema della loro realtà e della loro verità.

…………………………….

Daniele Dottorini
La passione del reale
Pagine 240, Euro 22.00
Mimesis


Premio Scenario


La finale del Premio Scenario Infanzia presenta otto corti teatrali e un laboratorio di teatro per adolescenti curato da Babilonia Teatri.
Con questo programma propone la prima edizione di Scenario Festival che si svolgerà dal 21 al 24 giugno a Cattolica.
È un progetto di Associazione Scenario che si avvale della direzione artistica di Cristina Valenti docente di Storia del Nuovo Teatro presso il Corso di Laurea magistrale in Discipline teatrali dell’Università di Bologna. Proveniente da studi di carattere storico e filologico (il suo volume “Comici artigiani” ha vinto il Premio Pirandello per la saggistica teatrale), negli ultimi anni ha rivolto la sua attività al teatro contemporaneo d’innovazione, al quale si è dedicata sia sul piano della produzione scientifica sia sul piano dell’organizzazione.
I suoi interessi attuali riguardano i teatri del disagio (handicap, carcere), il teatro di impegno sociale e civile, la ricerca delle giovani generazioni (in particolare come Direttore artistico dell’Associazione Scenario).
Fra i volumi pubblicati figurano studi monografici dedicati al Living Theatre e ad artisti impegnati in esperienze teatrali contemporanee.

Il sostegno al festival è venuto da Regione Emilia-Romagna, Ater Circuito Regionale Multidisciplinare, Comune di Cattolica, Ufficio Cinema Teatro, con il patrocinio del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, in collaborazione con Cronopios.

Promosso da 32 teatri e compagnie di innovazione distribuiti sul territorio nazionale, il Premio Scenario da più di trent’anni scommette sulla creatività giovanile, la va a scovare, e la sostiene, spinge giovani artisti al di sotto dei 35 anni a inventare progetti, a tradurre le proprie idee in proposte sceniche, ad affrontare lo sguardo e il giudizio di altri artisti, operatori, critici, studiosi.
Una festa della creatività giovanile che farà riflettere per quattro giorni su quanto sia difficile nel nostro paese trovare luoghi e progetti che accompagnino e sostengano i giovani artisti favorendone l’incontro con il pubblico. E, quindi, meglio ancora, farà apprezzare il lavoro svolto dall’Associazione Scenario.
Il Comune di Cattolica ha messo a disposizione alcuni suoi spazi, il Teatro della Regina, il Salone Snaporaz, il palcoscenico all’aperto di piazza Roosevelt, il Museo della Regina, disegnando così un cantiere diffuso della fantasia, del gioco, dell’incontro. Ma soprattutto ha colto, nella collaborazione con Scenario, l’opportunità di offrire quattro giornate speciali al pubblico dei suoi teatri, alle famiglie dei villeggianti, agli studenti (grazie alla collaborazione con l’Istituto Tecnico Economico Tecnologico Bramante Genga di Pesaro), ai bambini dei centri estivi, agli spettatori teatrali più esperti e assidui che da tutt’Italia non mancano di seguire ad ogni edizione l’appuntamento con il prestigioso concorso nazionale.

Per conoscere il programma: CLIC!
In caso di pioggia, gli spettacoli previsti in Piazza Roosevelt >>> al Salone Snaporaz.

Informazioni
Associazione Scenario
organizzazione@associazionescenario.it
+39 392.9433363

Ufficio Stampa Scenario Festival
Raffaella Ilari: mob. +39 333 – 4301603
Email: raffaella.ilari@gmail.com

Scenario Festival 2018
Prima edizione
Teatro della Regina | Salone Snaporaz |
Piazza Roosevelt | Museo della Regina
Cattolica: dal 21al 24 Giugno


La parola braccata


Molti anni fa, ebbi il piacere d’intervistare per Radiorai Giulio De Angelis (ricordo ai più distratti ch’è il primo traduttore in italiano dell’Ulisse di Joyce), alla domanda sulla più grande qualità di un traduttore, rispose: l’umiltà. E aggiunse un aforisma di Delphine de Girardin: “Quel tale si crede Kant perché l’ha tradotto”.
L'umiltà va sempre bene eppure il ruolo del traduttore è determinante nel successo (e anche nell’insuccesso) di un’opera.
Dice José Saramago: “Gli scrittori creano la letteratura nazionale, mentre i traduttori rendono universale la letteratura”.
Che cosa significa tradurre? Georges Mounin ci dà un classico con «Les Problèmes théoriques de la traduction» (1963), un nuovo campo di discussione sulla traduttologia si ha con «Dopo Babele» (1975) di George Steiner. Fu, infatti, il primo tentativo di situare la traduzione nel cuore della comunicazione umana. Steiner scrisse nell’edizione italiana del 1985: «’Dopo Babele’ si rivolge ai filosofi della lingua, agli storici delle idee, agli specialisti di poetica, dell’arte e della musica, ai linguisti e, ovviamente, ai traduttori (…) In altre parole, a chi fa vivere la lingua e sa che gli avvenimenti di Babele sono forse un disastro ma al tempo stesso – ed è questa l’etimologia della parola “disastro” – una pioggia di stelle sull’umanità».

La casa editrice il Mulino ha mandato in libreria un volume che sulla traduzione ragiona in modo lussuoso: La parola braccata dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico
Ne è autore Valerio Magrelli, professore ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, una delle più complete figure di scrittore.
Poeta tra i maggiori («Poesie 1980-1992, contiene "Ora serrata retinae", "Nature e venature", "Esercizi di tiptologia"; «Didascalie per la lettura di un giornale» (1999), «Disturbi del sistema binario» (2006); «Il sangue amaro» (2014).
Prosatore finissimo: , «Nel condominio di carne» (2003); «La vicevita»; «Addio al calcio» (2010), «Il Sessantotto realizzato da Mediaset» (2011), «Geologia di un padre» (2013),
Saggista coinvolgente nell’antologia «Millennium poetry»; «Magica e velenosa» (2010); «Nero sonetto solubile» (2010), di questo lavoro ne troviamo un’eco anche in La parola braccata; «Lo sciamano di famiglia» (2015).
Traduttore luminoso: «Il matrimonio di Figaro» di Beaumarchais (2008) e «Dove lei non è» di Roland Barthes (2010).

“La parola braccata” è un libro destinato ad essere una lettura – non solo obbligatoria per chi traduce professionalmente o per diletto – ma anche per tutti quelli che vogliono esplorare i fondali della letteratura tradotta nella nostra lingua, con le sue luci cangianti, le sue vite guizzanti, le sue grotte insidiose.
Su quel sommerso Magrelli conduce un’esplorazione che, affrontando plurali temi linguistici, fa emergere, senza annunciarla, una teoria della traduzione, o meglio, delle traduzioni perché non tutti i generi possono essere affrontati con una regola soltanto.
Partendo da un insieme di biologico e psicologico esplora un momento di Sterne che interessò a Freud per poi alla fine di un viaggio affascinante condurci in una saletta buia dove lui si trovò alle prese con sottotitoli che pongono problemi pratici che fanno sorgere quesiti teorici.
Per rendervi conto della complessità dell’opera, date uno sguardo all'Indice .

Concludendo con un sorriso, voglio ricordare il fulmine che Borges indirizzò a Samuel Henley, traduttore del ‘Wathek’ di Beckford, del quale disse beffardamente: “L’originale talvolta non è fedele alla traduzione”.

La parola braccata, dalla presentazione editoriale
Mai come oggi il passaggio fra lingue è stato al centro del dibattito intellettuale, che si tratti di indagare la natura politica della traduzione e il suo rapporto con i fenomeni di migrazione, o di studiarne le strutture neurali alla luce dell’intelligenza artificiale. In un panorama tanto vasto e in rapida espansione, questo libro si muove su due piani, prima esplorando il processo traduttorio, poi presentando alcuni esercizi di resa poetica fra testi di varie lingue, per soffermarsi su quell’atto che, come è stato detto, «rappresenta molto probabilmente il più complesso tipo di evento mai prodotto nell’evoluzione del cosmo».

Valerio Magrelli
La parola braccata
Pagine 218, Euro 20.00
il Mulino


Robe di Marta


In occasione della partecipazione di Marta Roberti (in foto) alla mostra palermitana The Garden Hanging accennai a una seconda mostra che la vede impegnata negli stessi giorni a Roma.
Si tratta di un’esposizione con artisti tutti di livello internazionale le cui opere nell’allestimento sono dislocate lungo un percorso in quel grande monumento naturale che è l’Orto Botanico di Roma.
I nomi: Nobushige Akiyama, Gloria Argelés, Ivan Barlafante, Ivan Calamita, Selene de Condat, Roselyne de Feraudy, Epvs, Theo Eshetu, Cristina Falasca, Geo Florenti, Andrea Fogli, Paolo Guiotto, Maya kokocinski, Cesar Meneghetti, Stefano Minzi, Daniela Papadia, Fabio Francesco Parisella, Julie Polidoro, Felipe C. Risco, Marta Roberti, Guendalina Salini, Corrado Sassi, Maurizio Savini, Guido Strazza, Riikka Vainio, Delphine Valli.

Titolo: Tutta l’Arte è imitazione della Natura.
La curatrice è Manuela Evangelista che ha voluto intitolare la mostra con questa dizione tratta da Seneca.

Marta Roberti, nata nel 1977 a Brescia, va via di lì a 18 anni per studiare filosofia a Verona. Mentre era all'università, frequentava corsi di disegno e ha cominciato a dedicarsi intensamente alla pittura, ma in realtà, come ha detto “Credevo di voler fare la scrittrice”. Dopo aver vagabondato per il mondo qualche anno, ha frequentato tra il 2006 e il 2008 il biennio specialistico di Cinema e Video all'Accademia di Brera a Milano.
Tante le collettive e personali nel suo curriculum.
Di lei, reduce da un soggiorno su invito a Taipei, QUI alcuni video che per chi ancora non ne conoscesse l’opera possono illuminare su tratti del suo stile.
Sue parole in quest'intervista rilasciata ad Alessandra Caldarelli di Insideart.

Tutta l’Arte è imitazione della Natura
A cura di Manuela Evangelista
Orto Botanico
Largo Cristina di Svezia 24, Roma
Info: 06 - 49 91 71 07
Dal 16 al 23 giugno '18


Piero Gobetti

Spero che sui media italiani, fra pochi giorni, sia ricordato che il 19 giugno ricorre la nascita di Piero Gobetti; spero che qualcuno sui media se ne ricordi e scrivo questa nota nella remota ipotesi che sia letta da qualche redattore che ne dia seguito.
Nybramedia – di cui Cosmotaxi è una sezione – è un sito dedicato alle arti visive, alla letteratura, al teatro, e giova ricordare che di Gobetti esistono gli “Scritti teatrali” (Einaudi) che contribuiscono a far comprendere il profilo di quel personaggio.
Nacque a Torino nel 1901, morì a 25 anni nell’ospedale di Neuilly-sur-Seine il 15 febbraio 1926 con la salute fiaccata da due bastonature ricevute da squadristi fascisti.
Eccone un ritratto fatto da Carlo Levi: “Era un giovane alto e sottile; disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta da modesto studioso; i lunghi capelli arruffati, dai riflessi rossi, gli ombreggiavano la fronte e gli occhi vivissimi, così penetranti che era difficile sostenerne lo sguardo a chi non fosse ben sicuro di sé”.

Antifascista su posizioni liberali (solo Gramsci e pochi altri lo amavano fra i comunisti), scrisse di Mussolini: Egli non ha nulla di religioso, sdegna il problema come tale, non sopporta la lotta con il dubbio: ha bisogno di una fede per non doverci più pensare, per essere il braccio temporale di un'idea trascendente. Poteva essere il duce di una Compagnia di Gesù, l'arma di un pontefice persecutore di eretici, con una sola idea in testa da ripetere e da far entrare "a suon di randellate" nei "crani refrattari".
Il suo pensiero maturato in quei lontani anni, ancora oggi ben fotografa il carattere degli italiani: Il fascismo è il governo che si merita un'Italia di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell'economia come delle coscienze.

Scrive Diego Fusaro: “Gobetti era un rivoluzionario liberale. Inevitabile, nel rievocarne la figura, partire dall'ossimoro, tanto più insolito e singolare, se calato nella storia politica italiana che ha fatto del liberalismo - oltre le benemerenze risorgimentali - una tradizione conservatrice o al più moderata. Intanto quell'ossimoro (rivoluzionario liberale) non è definizione arbitraria o affibbiata dall'esterno a Gobetti. E' un'autodefinizione. Che fa corpo col programma stesso che il giovane uomo di pensiero attribuì via via a se stesso, negli anni che vanno dalle prime prove editoriali - "Energie Nuove", la collaborazione a l'Unità di Salvemini - fino alla più matura opera destinata a divenire rivista e infine saggio nel 1924: "Rivoluzione liberale”.

Il messaggio di Gobetti può essere riassunto come bene ha scritto Pietro Polito:

1. l’Italia non ha avuto né la Riforma né la rivoluzione; la storia d’Italia è stata sinora una storia di servi e il fascismo ne è l’estrema conseguenza;

2. il rinnovamento del Paese non può avvenire attraverso un mutamento di nomi e di sigle, ma solo attraverso una rivoluzione;

3. una rivoluzione autentica non può non essere liberale;

4. una rivoluzione si può dire liberale quando parte dal basso;

5. la partecipazione dal basso del Principe impedisce (può impedire) il tralignamento della rivoluzione in un mero cambiar di padrone da parte degli schiavi;

6. gli attori della rivoluzione liberale sono il movimento popolare, ai tempi di Gobetti il movimento operaio, e una elite di intellettuali liberali formatisi nel vivo della lotta politica;

7. il principale segno che la rivoluzione liberale è riuscita è la formazione di una nuova classe dirigente espressione dei nuovi movimenti popolari in ascesa;

8. gli scopi della rivoluzione liberale sono fondamentalmente tre: a) la formazione di un’economia della fabbrica che renda più mite, tagliandogli le unghie, la logica mercantile del capitalismo; b) la creazione di uno stato delle autonomie; c) la maturazione negli Italiani di una coscienza dello Stato e della responsabilità.

……………………………………………………………………

A Torino agisce il Centro Studi Gobetti in Via Fabro 6.
info@centrogobetti.it; 011 - 53 14 29


Gli sposi


Da tempo il tandem Elvira Frosini - Daniele Timpano costituisce una felicissima realtà della scena italiana contemporanea inanellando una serie di successi sia di pubblico sia di critica. Rai 5 ha dedicato un documentario al loro lavoro. Per saperne di più sul duo: CLIC!

Adesso è in preparazione un nuovo spettacolo che sarà visto in anteprima ad Asti Teatro “Gli sposi”. È la storia di un’ordinaria coppia di potere, Nicolae Ceausescu ed Elena Petrescu, che hanno messo la Romania in ginocchio per oltre vent’anni. Il più sinistro tra i tiranni dei paesi del blocco comunista e sua moglie. Dittatori capricciosi e sanguinari, per oltre vent’anni questi Macbeth e Lady Macbeth dei Balcani hanno seminato la paura nel popolo rumeno per poi finire sommariamente giustiziati davanti alle telecamere, sotto gli occhi del mondo, il 25 dicembre 1989.
L’autore è David Lescot che così dice del suo lavoro: Un uomo e una donna. Delle persone molto ordinarie, nella Romania del XX secolo. Entrambi vengono dalla campagna. Un po’ nello stesso modo l’uno e l’altra si ritrovano a militare nel Partito Comunista. Niente sembra distinguerli dai loro compagni. Tranne il fatto che sono un po’ meno dotati della media. Sono delle creature senza smalto in un mondo senza orizzonte.

Il traduttore del testo è Attilio Scarpellini che afferma: Non c’è niente di cui il teatro non possa parlare, almeno secondo David Lescot: dalle storie più personali, che poi si rivelano sempre politiche, a quelle più globali, dall’infanzia al clima, dai sopravvissuti alla Shoah al potere del denaro, dalle dittature comuniste nei paesi dell’Europa dell’Est alla Comune di Parigi. Lescot è stato salutato dal pubblico e dalla critica come una rivelazione fin dal suo primo affacciarsi sulla scena. La sua drammaturgia usa volentieri il prisma del teatro per amplificare la marginalità o, viceversa, per rimpicciolire l’enfasi della storia monumentale. Non sorprende che Daniele Timpano ed Elvira Frosini, la coppia artistica che nel nostro teatro ha meglio interpretato il potere e la società in chiave di comicità critica e di umorismo crudele, abbiano subito sentito un’affinità elettiva con i due tragicomici coniugi di Lescot, abbastanza veri e abbastanza assurdi, abbastanza determinati e abbastanza miserabili, per rientrare a pieno titolo in quella contro-storia satirica del novecento che i due attori-drammaturghi italiani vanno scrivendo da anni.

Dopo Asti (28 giugno), le prime repliche sono a Castiglioncello il 5 e 6 luglio.
Per le successive: CLIC per consultare il calendario.


Marta Roberti 1 e 2

Chi è Marta Roberti? E perché parlano tanto bene di lei?
Forse uno sguardo QUI un po’ aiuterà a capire perché.
Nata nel 1977 a Brescia, va via di lì a 18 anni per studiare filosofia a Verona. Mentre era all'università, frequentava corsi di disegno e ha cominciato a dedicarsi intensamente alla pittura, ma in realtà, come ha detto “Credevo di voler fare la scrittrice”. Dopo aver vagabondato per il mondo qualche anno, ha frequentato tra il 2006 e il 2008 il biennio specialistico di Cinema e Video all'Accademia di Brera a Milano.
Tante le collettive e personali nel suo curriculum.

Adesso partecipa a una mostra in corso a Palermo presso lo Spazio Centotre intitolata”The Hanging Garden” insieme con Laura Cionci, Stefania Cordone, Lucia Veronesi.
L’esposizione è a cura di Christian Caliandro, una delle voci forti emerse nelle file della critica d’arti visive in Italia, che così scrisse di lei su Artribune: CLIC.

Cosmotaxi ha chiesto a Marta Roberti un flash sulla mostra in corso.
A Palermo espongo una serie di disegni realizzati in Taiwan tra il 2014 e il 2015, durante il mio lungo soggiorno in una casa nel parco di Yangminshan, a nord di Taipei.
La casa era circondata da una foresta tropicale, che è divenuta il soggetto della mia ricerca attraverso disegni fotografie e video.
I disegni che espongo a Palermo sono parte di una serie chiamata super_natural e sono realizzati con carte copiative che ho prodotto con pastelli ad olio.
Lavorando spesso in maniera modulare, ogni mio disegno si compone di parti realizzate su tanti fogli di piccoli dimensioni che possono combinarsi fino a divenire una composizione enorme oppure scomporsi in disegni di varie dimensioni.
Tornata dal mio viaggio mi sono ritrovata con decine di frammenti di piante e foglie di vari colori. Rimettendo mano al materiale ho mescolato i disegni come un puzzle e creato delle nuove combinazioni con più colori
.

Questa nota è intitolata “Roberti 1 e 2” perché, contemporaneamente a quella di Palermo, partecipa – all’Orto Botanico di Roma dal 16 al 23 giugno – alla collettiva “Tutta l’arte è imitazione della natura” titolo senechiano voluto dalla curatrice Manuela Evangelista.
Fra giorni dedicherò uno spazio di Cosmotaxi a questa mostra.

"The Garden Hanging"
a cura di Christian Calandro
Spazio Centotre
Via P.pe di Belmonte 103b – Palermo
Tel/Fax: +39 091 331518
Email: info@fecarotta.net
15 giugno - 9 settembre '18


La Stanza


Quante stanze esistono!
Non solo quelle scandite in poesia, ma tante altre. C’è quella che ospita un viaggiatore (un po’ bigotto) che la passeggia instancabilmente, quella a Parigi dipinta tutta in rosso, quell’altra, pure rossa, in un ristorante di Stoccolma dove forsennati parlatori la tirano sul lungo, la claustrofobica stanza su pellicola del bambino Jack, quella terremotata d’amore che non ha più pareti e anche il soffitto non esiste più… insomma tante e tante. Tutte da evitare ora per un motivo ora per un altro.
Ho, invece io, una stanza da consigliarvi, sta a Narni. Ammirate pure la rocca di Albornoz e il pozzo medievale, dissetatevi alla fontana di Piazza Garibaldi (ma non trascurate Torgiano e Sagrantino, sennò vi tolgo il saluto), inoltratevi per Via del Campanile e fermatevi al numero 13, lì c’è la La Stanza.cloud dove sostengono e dimostrano che “ci sono cieli dappertutto”. Sono loro parole.
Quel luogo (QUI il progetto su cui è fondata) è un’invenzione del poeta, scrittore, saggista Beppe Sebaste.
Per saperne di più su di lui: CLIC!
Si tratta di un personaggio illuminato da grande grazia letteraria, e che, inoltre, riesce a muovere macchine organizzative con vertiginosa pigrizia.

Adesso, per esempio, presso La Stanza, nell'ambito dell'edizione 2018 del Festival di fotografia Narnimmaginaria – dedicato quest'anno al tema del lavoro col titolo Attraversando paesaggi umani – è in corso una mostra di Salvatore Piermarini (sua lo scatto qui accanto nella quale mi pare di scorgere fotografato un lavoro di Gino De Dominicis) dal nome “Lasciare un segno”.
La mostra è a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste.

Copio e incollo da un comunicato stampa.
“Lasciare un segno è un attraversamento del mondo dell'avanguardia artistica dagli anni Sessanta a oggi. Dall'archivio di un fotografo che è a sua volta un maestro dell'immagine; oltre un centinaio di foto dello speciale paesaggio umano e del lavoro spesso invisibile che è il fare e mostrare arte.
Piermarini (1949) si dedica alla fotografia dal 1966, affiancando al reportage una ricerca storico-estetica sulla fotografia. Segnalato nel 1981 dall’Annuario Americano Time-Life Photography Year, autore di molte pubblicazioni e mostre, personali e collettive, ha collaborato con diverse istituzioni in Italia e all’estero. L’ultima campagna fotografica è edita nel volume “L’Aquila. Magnitudo zero” (Quodlibet 2012). Dalla fine degli anni ’60 ha frequentato le avanguardie dell’arte fotografando gli artisti e il loro lavoro oggetto della mostra che qui si presenta: una documentazione della scena dell’arte italiana prodotta con curiosa e amorevole partecipazione”

Una curiosità.
Anni fa, Piermarini scattò una foto, guardatela.
È una piccola profezia dell’incontro che avverrà fra il fotografo e La Stanza.
Non perdetevi il testo che sta lì sotto, contiene un’intrigante riflessione sull’immagine e il suo fluire nel tempo oltre la fissità di un’inquadratura.


Alla ricerca di una nuova Terra


Bisogna preparare le valige, o, almeno i neonati è bene che lo facciano.
Vacanze? No, per emigrare su altri pianeti perché la Terra potrebbe diventare invivibile, in senso letterale, fra poco tempo.
Quanto poco tempo? Cento anni.
Già, è questa non la previsione di un catastrofista alticcio, ma di un grande scienziato, l’astrofisico Stephen Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942 – Cambridge, 14 marzo 2018).
Nel 2016 affermò che fra mille anni il nostro pianeta non sarebbe stato abitabile, poi rivide drammaticamente al ribasso tale previsione concludendo che per il rischio dell’estinzione del genere umano basterebbero 100 anni.
La Terra – non soltanto Hawking la pensa così – potrebbe essere distrutta da un meteorite, da una guerra nucleare, o da altri tragici avvenimenti.
Del resto, l'Agenzia Spaziale Europea ha approvato già nel 2014 la missione spaziale PLATO (PLAnetary Transits and Oscillations of stars) che si pone l'obiettivo di esplorare i pianeti extrasolari o esopianeti alla ricerca di una destinazione in grado di ospitare la vita umana in futuro. ll lancio della missione è previsto per il 2024.
Di spazio intorno a noi ce n’è tanto, si pensi che la regione dell'Universo visibile dalla Terra (il cosiddetto “universo osservabile”), come si legge in un Dizionario di Astrofisica “… è una sfera con un raggio di circa 46 miliardi di anni luce. Per confronto, il diametro di una Galassia tipica è di 30.000 anni luce, e la distanza tipica tra due galassie vicine è invece di 3 milioni di anni-luce. Ad esempio, la Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 anni luce, e la galassia più vicina a noi, Andromeda, si trova approssimativamente a 2,5 milioni di anni luce da noi”. A proposito, ci sono più di 100 miliardi di galassie nell'universo osservabile (non meraviglia troppo se un incontro con alieni è assai difficile).
Tanto spazio, ma, al momento non abbiamo i mezzi per andare lontano. Dobbiamo trovare pianeti più vicini.
Una notizia recente, per esempio, c'informa che sono stati scoperti altri 100 nuovi pianeti esterni al Sistema solare dalle dimensioni più varie, alcuni un po' più piccoli della Terra, altri grandi quanto Giove.
Il risultato, descritto sull'Astronomical Journal, si deve ai ricercatori del National Space Institute dell'università tecnica della Danimarca e al lavoro del telescopio spaziale Kepler.
Per emigrare dalla Terra, non basta, però, scovare nuovi posti (impresa comunque di straordinaria importanza scientifica), ma devono essere luoghi per noi abitabili.

Per sapere che cosa si sta facendo per trovare siti spaziali adatti a noi, e chi e come li sta cercando, ci soccorre un prezioso libro pubblicato dalle edizioni Dedalo intitolato Alla ricerca di una nuova terra Esopianeti, esplorazioni spaziali e vita extraterrestre.
L’autore è l’inglese Stuart Clark.
Membro della Royal Astronomical Society, è astrofisico e giornalista.
Prolifico divulgatore scientifico, cura il blog del «Guardian» Across the Universe ed è corrispondente di astrofisica per «New Scientist».
Clark, con un linguaggio comprensibile anche a chi pratico non è del tema, spiega perché è impossibile la vita su parecchi di quei pianeti “alcuni sono più neri del carbone, altri sono paesaggi infernali ricoperti di lava ardente; alcuni sono perennemente devastati da venti simili a uragani (…) Gli astronomi, però, hanno individuato decine di pianeti simili a Giove, a Nettuno o persino a Mercurio, in orbita attorno a stelle come il Sole.
La scoperta di una nuova Terra, quindi, è incredibilmente vicina”.

Dalla presentazione editoriale.
«Con uno stile coinvolgente e un ritmo incalzante, l’astrofisico Stuart Clark racconta la tormentata e appassionante storia della ricerca di pianeti simili alla Terra fuori dal Sistema Solare. Dopo innumerevoli falsi allarmi, il primo esopianeta in orbita attorno a una stella diversa dal Sole è stato scoperto nel 1995. Oggi, poco più di due decenni dopo, i pianeti extrasolari scovati dai ricercatori sono centinaia. Anche quando hanno dimensioni analoghe alla Terra, la maggior parte dei mondi scoperti è davvero aliena, molto diversa dal nostro pianeta blu. Gli astronomi, però, hanno individuato decine di pianeti simili a Giove, a Nettuno o persino a Mercurio, in orbita attorno a stelle come il Sole. La scoperta di una “nuova Terra”, quindi, è incredibilmente vicina.
Puntando i riflettori sulle dinamiche attuali dell’esplorazione spaziale, senza tralasciare il ruolo dei mass media e l’influenza della politica, questo libro ci condurrà in un viaggio straordinario nel cosmo, attraverso pianeti inospitali e stelle lontanissime, alla ricerca di luoghi capaci di ospitare la vita, o che magari già la ospitano».

Stuart Clark
Alla ricerca di una nuova Terra
Traduzione di Eva Filoramo
Pagine 212, Euro 17.00
Edizioni Dedalo


Help the Ocean

Chi è Maria Cristina Finucci? E perché parlano tanto bene di lei?
Potrà già dare qualche risposta agli interrogativi questo CLIC.
E il "Garbage Patch State – Wasteland"?
È un'opera ambientale, dove l'immagine concreta e tangibile del Garbage Patch State, inventata dall'artista, è usata per dare consapevolezza sul drammatico problema ambientale causato dalla dispersione dei detriti di plastica negli oceani.
Wasteland è un progetto transmediale che con il patrocinio dell'Unesco e del Ministero dell'Ambiente italiano attraverso un ciclo d’installazioni, performance, video e altre iniziative progettate dalla Fanucci, crea l'idea visiva dello stato del Garbage Patch.

Dopo le tappe di Parigi, Venezia, Madrid, Roma (in aprile al Maxxi, QUI note su quella realizzazione), e il Quartier Generale delle Nazioni Unite, il Garbage Patch State tocca di nuovo Roma in un nuovo, spettacolare, allestimento nella cornice del Parco Archeologico del Colosseo ai Fori Imperiali.
Titolo: Help the Ocean, un grido d’allarme sullo stato del nostro pianeta.

Estraggo dal comunicato stampa alcune righe.

«La Fondazione Bracco sostiene il progetto “Help”. Si tratta di un insieme di gabbioni di rete metallica, messi a disposizione dal Gruppo Maccaferri, rivestiti da un ricamo di sei milioni di tappini di plastica colorati, vuole simulare un ritrovamento archeologico che potrebbe essere un giorno emblematico della nostra era, ribattezzata quindi come l’“età della plastica”.
Solo da una visione dall’alto però si potrà notare che questa peculiare costruzione forma le quattro lettere della parola HELP, la richiesta di aiuto di un’intera epoca storica, la nostra, finalmente conscia del proprio avviato processo di autodistruzione. Di notte la gigantesca scritta si illumina - grazie ad ENEL X - ed è visibile anche da via dei Fori Imperiali».

Ufficio Stampa Fondazione Bracco Progetti culturali: Lucia Crespi
Tel. 02 89415532- 02 89401645; Cell. 338 8090545; lucia@luciacrespi.it

Maria Cristina Fanucci
Help the Ocean
Roma
Parco Archeologico del Colosseo
Ingresso: Via dei Fori Imperiali, Largo della Salara Vecchia
9 giugno – 29 luglio ‘18


La città incantata

Esiste in Italia un lungo elenco di località di particolare interesse con ormai pochi abitanti e altre ancora completamente abbandonate e in rovina.
Un posto magnifico è Civita di Bagnoregio fondato 2500 anni fa dagli Etruschi.
Lo scrittore Bonaventura Tecchi (1896 – 1968), nativo del borgo, aveva denominato Civita la “Città che muore”, perché Civita di Bagnoregio sorge su una platea tufacea con i vasti banchi d’argilla che la sorreggono soggetti a continua erosione.
Per preservare l’esistenza di Civita, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il sindaco Francesco Biagiotti, hanno presentato alla stampa nel febbraio scorso – dopo altri vari passi già compiuti – un dossier inoltrato all’Unesco per chiedere il riconoscimento del borgo come patrimonio proprio dell’Unesco e per aiutare a sottrarre la cittadina dalle minacce e dalle insidie degli agenti atmosferici che mettono a rischio la storia millenaria di quei luoghi.

Tra le iniziative che animano il borgo, va segnalata una nuova edizione della “Città incantata”; qui il programma = http://www.regione.lazio.it/rl/lacittaincantata/wp-content/uploads/sites/40/programma-La-Città-Incantata-2018.pdf
In questo quadro spicca il 4° meeting internazionale dei “Disegnatori che salvano il mondo”; direzione artistica di Luca Raffaelli.
Domani, 9 giugno alle 17.30, un importante momento dedicato a Ilaria Alpi.
Ai più distratti ricordo che a Mogadiscio il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (in foto) furono uccisi da un commando somalo con colpi di kalashnikov.

Dal comunicato stampa.
«Fumetto e attualità, il disegno per raccontare la storia: in occasione di La Città Incantata 2018 - Meeting internazionale dei disegnatori che salvano il mondo promosso dalla Regione Lazio con il Progetto ABC Arte Bellezza Cultura, in collaborazione con Comune di Bagnoregio, Roma Lazio Film Commission, LAZIOcrea, ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, sabato 9 giugno, alle ore 17.00 a Piazza San Donato, a Civita di Bagnoregio ci sarà un incontro speciale in ricordo di Ilaria Alpi con il giornalista Maurizio Torrealta, Marco Rizzo, sceneggiatore del libro a fumetti “Ilaria Alpi. Il prezzo della verità" e Marco Giolo, autore del film d’animazione “Somalia 94”.
Un esempio di come l'animazione e il fumetto possano raccontare l'attualità e la memoria condivisa e un'occasione unica per far conoscere alle nuove generazioni un capitolo importante del giornalismo italiano con le parole e le immagini di chi ha scelto la matita e l'animazione per raccontarlo.
Marco Rizzo e Francesco Ripoli in “Ilaria Alpi. Il prezzo della verità" ricostruiscono gli ultimi giorni di vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: il traffico di armi, i rifiuti tossici nocivi e i traffici illeciti, Somalia94 - Il caso Ilaria Alpi è un mediometraggio animato del 2017 scritto, prodotto e diretto dall'animatore Marco Giolo, ispirato agli stessi tragici fatti. Distribuito in Italia da Dynit il 29 marzo 2017, il film detiene il primato come cartone animato più lungo interamente realizzato da una singola persona. L'opera fa riflettere sul coraggio dei due giornalisti, sul traffico di rifiuti nei paesi del terzo mondo, sugli interessi economici legati alle guerre nel mondo.
Dislocato tra piazze, vicoli, strade, case e giardini privati aperti per l’occasione, il Meeting prenderà il via venerdì 8 giugno alle ore 17.00 e terminerà alle 13.30 di domenica 10 giugno: 72 ore di incontri, rassegne, proiezioni, esposizioni, workshop, a ingresso libero, durante le quali i visitatori potranno partecipare in maniera attiva e interattiva interfacciandosi con i disegnatori ospiti de La città incantata.
50 ospiti da tutto il mondo tra animatori, registi, sceneggiatori, designer, street artist, storyboarder, coloristi, grafici con uno speciale focus sulle donne, con le artiste che hanno segnato la storia e le giovani promesse.

Ufficio Stampa HF4 – Marta Volterra: marta.volterra@hf4.it ; 340 – 96 90 012


Pinocchio e Pinocchiate


Quella creatura di Collodi è capace di sbucare da ogni parte.
Come sapete, nel 1940, dopo Mastro Geppetto, gli diede vita Walt Disney.
Ora 99 fotogrammi originali del lungometraggio andranno all’incanto tra il 16 e il 17 giugno da Heritage Auctions a Dallas.
Ne volete un’altra? Pronto a servirvi.
Che Luciano Curreri treschi con Pinocchio è cosa che so da tempo, da quando lessi Pinocchio in camicia nera e da un nuovo libro ho conferma che si scambiano ancora sgambetti e sassate. Il titolo di quel libro edito nel maggio scorso da Nerosubianco: Pinocchio e le «pinocchiate» Nuove misure del ritorno.
Il volume è a cura proprio di Luciano Curreri e di Mauro Martelli.

A Curreri ho chiesto di parlare su questa nuova monelleria. Ecco la sua risposta.

É un libro che parla di Pinocchio come di un revenant, di un personaggio che ritorna in mille luoghi e modi diversi, tra arte, cinema, letteratura, musica, teatro; ed è anche un esperimento che volge le spalle alle eccellenti ‘adunatine’ specialistiche tanto di moda e preferisce coinvolgere persone di scuole ed età differenti, privilegiando un approccio interdisciplinare e un confronto internazionale. In tal senso, sono gli Amici di Bordeaux, Lisboa, Madeira, Padova, Perugia, Strasbourg, Udine che aprono, intitolandola, la prima sezione del volume, ai loro interventi dedicata e tesa a mettere in atto una serie di documentate ri-partenze delle “Avventure di Pinocchio”, filologicamente e visualmente avvertite a un tempo. Sto parlando di Denis Lotti, Daniela Marcheschi, Matteo Martelli, Maria Cristina Panzera, Fabrizio Scrivano, cui si aggiungono cinque bravi studenti: Julien Delvaux, Valentina Duminuco, Daniele Laino, Edoardo Monsellato, Alexia Spagnuolo. Infine, il volume offre anche i testi di due pinocchiate, la prima antologizzata, la seconda offerta integralmente: "Pinocchio nuovo Maciste", di Annunciata Beatrice Arrigoni.

Luciano Curreri
Mauro Martelli
Pinocchio e le «pinocchiate»
Pagine 136, Euro 15.00
Editore Nerosubianco


Laboratori Permanenti


Sansepolcro, in provincia di Arezzo, al confine tra Umbria e Marche, città famosa perché là nacquero il pittore Piero della Francesca e il matematico Luca Pacioli, vede agire da anni i Laboratori Permanenti che si avvalgono della direzione artistica di Caterina Casini (in foto) attrice e regista che ha conosciuto i suoi inizi con le regie brechtiane di Gian Carlo Sammartano. Incontra poi Carlo Boso, con cui lavora sulla Commedia dell’Arte in Italia e a Parigi. È stata in scena diretta da Aldo Trionfo, Tonino Conte, Marco Mattolini, Emanuela Giordano, Mariano Rigillo, Walter Manfrè, Maurizio Panici.

La Compagnia ha un notevole curriculum di spettacoli (QUI uno sguardo all’archivio storico) che spaziano fra plurali generi; la più recente messa in scena è stata La Nebbiosa da una sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini che mai diventò un film per traversìe di produzione.
Sono svolte dal gruppo anche attività didattiche: dalla Scuola di Teatro alle Residenze.
Interessante anche il lavoro svolto dal Centro della Visione.

È ora annunciato un importante convegno.
Partendo dall’esperienza acquisita nella realizzazione del progetto d’inclusione di persone con disagio psichico nei corsi di recitazione della Scuola di Teatro, avverrà – nei giorni 9 e 10 giugno 2018, presso il Teatro Alla Misericordia sede della Scuola – la seconda edizione di Biografie e Creatività (la prima edizione si è tenuta nel 2014).
Il convegno vuole fornire un’occasione d’incontro tra operatori teatrali e sanitari, per una riflessione critica sul lavoro che è quotidianamente svolto nelle collaborazioni con i Servizi di salute mentale del territorio toscano e con altri operatori del territorio e di altre regioni.

Laboratori Permanenti
Teatro Alla Misericordia
via della Misericordia 19
52037 Sansepolcro (AR)
laboratoripermanenti@gmail.com
Tel: 334 - 54 411 66
…………………………………………………………………..


Pazienza su Linus


La rivista mensile di fumetti Linus, nel numero di giugno, dedica parecchie pagine al ricordo di Andrea Pazienza che se n’è andato trent’anni fa.
Qualche nota su quella rivista a beneficio dei più distratti.
Fu fondata da Giovanni Gandini e pubblicata da 'Milano Libri' nell'aprile del 1965.
Il nome della testata è riferita al personaggio di Linus van Pelt, uno dei protagonisti dei Peanuts, celebri strisce presentate sulle pagine del periodico.
Nel 1972 la rivista entrò nella Rizzoli e la direzione passò al giornalista e scrittore Oreste del Buono che portò Linus a conquistare importanti quote di mercato e a contribuire alla conoscenza del fumetto in Italia, fumetto definito da Hugo Pratt come "letteratura disegnata", e da Will Eisner "arte sequenziale".
Tra i fumetti presentati nella sua storia, oltre ai già citati Peanuts, anche la versione disegnata da Alberto Breccia dell'Eternauta, Bristow, B.C., Bobo, Copi, Corto Maltese, Dick Tracy, The Dropouts, Jeff Hawke, Cul de Sac, le tavole satiriche di Jules Feiffer, Li'l Abner e Monty, Il Mago Wiz, il Popeye di Segar, Valentina di Crepax, i fumetti di Wolinski, Panebarco, Claire Bretécher, le vignette di Angese ed Ellekappa.
E i fumetti di Andrea Pazienza (1956 – 1988).
Ricordato nell’editoriale del direttore Igort, seguito da articoli di Massimo Zamboni, Ivan Carozzi, un intervento definito “esercizio riflessivo” di Paolo Bacilieri, poi Davide Toffolo, Palumbo, Tuono Pettinato.
Tutte cose ben scritte e ben disegnate.

Mi stupisce, però, che non sia almeno citato lo splendido libro di Stefano Cristante “Andrea Pazienza e l’arte del fuggiasco”. A parziale, molto parziale, riparazione, segnalo ai visitatori di questo sito un'intervista con Cristante avvenuta l’ottobre scorso in occasione dell’uscita del volume pubblicato da Mimesis.


Hangar a Torino

Il capoluogo piemontese da qualche tempo ha assunto un ruolo di primo piano in Italia per quanto riguarda le arti visive e, in particolare, per la fotografia.
Una testimonianza in tal senso proviene da Hangar, spazio ideato e gestito a Torino da Claudio Cravero e Gianpiero Trivisano in Via Vanchiglia 16.
Claudio Cravero (mostre in Italia, Francia, Portogallo, Repubblica Ceca, Argentina, Stati Uniti) è un vecchio amico di questo sito che gli ha dedicato – vedi QUI – un numero della sez. Nadir con immagini e sue dichiarazioni sullo stile del lavoro che svolge.

In foto una produzione Hangar.

Hangar, è un’emanazione dell'Associazione culturale FINE (Fotografia Incontri con le Nuove Espressioni) nata nel 1998; è uno Studio fotografico per ritratti, still life, moda, food, e spazia in in un’area multifunzionale e multimediale perché ospita, oltre a mostre, concerti di musica jazz, classica, elettronica, rock.
Gli incontri con artisti e fotografi sono chiamati "Cenacolo" perché sono sempre accompagnati da cene durante le quali l’ospite parla del modo d’intendere il suo lavoro artistico.
Parallelamente a queste attività, si tengono corsi di fotografia di 1° 2° e 3° livello, e corsi di cinematografia in collaborazione con l'AIACE di Torino,

Hangar – si trova all'interno di un cortile con ben 6 atelier d'artisti, in un edificio costruito nei primi anni del ‘900 – agisce in uno spazio che ricorda un loft newyorchese con un luminoso lucernario e il pavimento in legno.
Ancora una cosa: se su chi muove Hangar, volete far piovere critiche negative, sappiate che fino a tempo fa lì c’era un ombrellificio e dicono che oggi chi dirige quello spazio ha ereditato dai precedent locatari l’arte un tempo lì praticata. Siete avvisati.

Hangar
info@hangarstudiofotografia.com
+39 348 310 4991
+39 338 444 4203
Via Vanchiglia 16
Torino


Un saggio di VS Gaudio

Non è proprio tra i miei preferiti il poeta statunitense Ezra Pound (1885 – 1972) e nella mia lontananza dalle sue pagine nulla c’entra la sua adesione al fascismo, ma solo un gusto personale. Amo moltissimo Celine, eppure non fu uno stinco di santo con le sue bagattelle, la sua scuola dei cadaveri, proprio una bella rogna, tanto per citare anche un altro titolo della trilogia antisemita.
Certo non ha fatto bene a Pound l’iniziativa neofascista di chiamare “Casa Pound” una loro eversiva sede. La figlia del poeta, Mary de Rachewiltz, si è opposta, infatti, a quella denominazione, ha fatto causa, ha perso.

Ha scritto T. S. Eliot: “Pound è l’inventore della poesia cinese per la nostra epoca”.
In una delle sue elettriche performance scrittorie, VS Gaudio – probabile nom de plume, Magister più che Direttore di Uh Magazine – ha dedicato un intenso, dotto saggio a Ezra Pound e sembra non ignorare quel monito di Eliot.
Dalla prosa di VS Gaudio, ricca di citazioni, raffinata e coltissima fino (almeno per me) all’ermeticità, traggo un reperto dal suo regesto di segni sotterranei: "La poesia Li e Chung Fu, gli indicatori globali nei Cantos, la teoria delle preposizioni di Viggo Brøndal, il testo multiplo della narratio poundiana, l’immaginario dell’ebrezza mistica, la struttura eroico-mistica nei Cantos, Gilbert Durand, esagrammi e polarità delle immagini, le figure retoriche, le figure di elocuzione, le figure di stile, lo step-style di Pound, tassonomia di Suvin, l’I Ching, il canto di Chung Fu, Abraham A. Moles, Jean Baudrillard, Roland Barthes, psicanalisi, Jacques Lacan, C.J. Parat, Bela Grunberger, l’esplosione, Jurij M. Lotman, Osip Mandel’štam, il cronotipo di Guillaume, l’aspetto verbale di Harald Weinrich, l’antropologia dell’immaginario".

A VS Gaudio, ho rivolto alcune domande.

Quale il motivo espressivo del tuo interesse per Ezra Pound?

Essendo un “nipotino” di Pound, quand’ero “piccolino” non mi mise, Domenico Cara nella sua antologia delle Proporzioni Poetiche, tra i poeti epifanici e magmatici, che, vai a vedere, son tutti nella linea genetica di Ezra Pound (e un po’ anche di Mallarmé, almeno quelli un po’ più sperimentali)? E anche per il podice delle senesi (“The Kallypigous Senese females/get that way from the salite /that is from continual plugging up hill”), per il Monte Paschale, Petracho da Sant Arcangelo, Mozarello che parte in Calabria e finisce sotto il suo mulo (un po’ come me che mi mandano in esilio a Torino e poi qui in Calabria mi fanno pisciare nel bosco del Torinese e finisco col tirar su il kamasutra equino di Jeanne d’Anjou), il quarto d’ora di Lucrezia Borgia alla Biblioteca Malatestiana di Cesena, hai mai pensato perché fosse così ectomorfa, un altro po’ e a guardarla adesso in certi skinny-jeans della Nordstrom si farebbe presto a scambiarla per Miele di Milo Manara; e allora anche per Venezia, fosse stato così senza parola a Taranto, fotografato tra il ponte girevole, via Aquino e via Di Palma (dove poi ci sarebbe stata anche la Coin, che non era veneziana?), tu dici che gli undici anni di manicomio criminale i suoi compatrioti e nostri alleati col cazzo che glieli avrebbero fatti fare! Anche perché, a Taranto magari lo facevano convergere nel “foglio matricolare” della Banda Pignatelli e quindi avrebbe goduto dell’amnistia Togliatti e poi sai come si sarebbe vendicato, stando nell’Alto Ionio, tutto quello compreso nel golfo tarantino…

Perché – come scrivi – “l’immaginario di Pound è come l’immaginario di Loyola”?

Gli “Esercizi” di Loyola hanno un testo multiplo come i “Cantos”, un testo multiplo drammatico per il fatto che può essere letterale, semantico, allegorico, anagogico. Negli “Esercizi”, il dramma è quello dell’interlocuzione: da una parte, l’esercitante somiglia a un soggetto che parla senza sapere la fine della frase in cui si sta impegnando; nei “Cantos”, il dramma è nell’apertura del paradigma, nella relazione dei fatti, la narratio che, continuamente, aumenta la carica connotativa dilatandola di sintagma in sintagma. E, al contrario di Ignacio di Loyola, Pound dispone spontaneamente di una rete di immagini piena che, però, come per gli “Esercizi”, hanno qualcosa di barbaro che le rendono sospette a ogni morale disciplinare. In questa diffidenza nei confronti dell’immagine, c’è il presentimento che la vista sia più vicina all’inconscio e a tutto quello che vi si agita: l’occhio del poeta riconosce il “cuore fallico” del suo desiderio (la partitura, va da sé, è lacaniana); l’occhio del mistico è oscuro, celato, sprofondato nella tenebra immensa di Dio, l’occhio di Loyola riconosce le immagini dopo averle trattate sistematicamente (la partitura è barthesiana). L’ìo poundiano immagina secondo le vie del fantasma, o le immagini, che sembrano appartenere all’ordine allucinato, sono invece concatenate a un reale intelligibile? Per questo, l’immaginario di Pound è molto povero, come quello di Ignacio di Loyola: l’insieme di rappresentazioni interne non c’è, c’è la contabilità, l’enumerazione, la relazione dei fatti, che è fatta di immagini, ma non di immagini o di visioni interne, c’è la relazione delle vedute: “vedute” di fatti, di cronache, in cui l’immagine dilata la storia scritta dall’io, non la definisce anche se sembra che sia costantemente in scena. Come l’io dell’esercitante in Loyola, l’io di Pound approfitta di tutti gli argomenti forniti dal canovaccio della propria biografia per realizzare i movimenti simbolici del desiderio: umiliazione, giubilo, timore, effusione.

Perché la tua opera critica – anche aldilà anche di Pound – la definisci “polimaterica” ?

La chiamo “critica polimaterica” perché è un testo multiplo, si fa come se fosse un testo multiplo, è come se fosse una operazione mistica di riempimento: qui, per Pound, per la materia poetica, c’è l’I Ching, ma con il sistema critico connesso agli indicatori globali di Abraham Moles, da me elaborato, l’ho usato anche per Amelia Rosselli (quando ancora non sapevo che fosse stata “paziente” di Ernst Bernhard), Ginestra Calzolari, Marisa Aino, per Cesare Ruffato, Luciano Troisio, Flavio Ermini, Camillo Pennati, Roberto Precerutti, per la poesia dialettale, il gallo italico di Acireale, di Mario Grasso; il romagnolo santarcangiolese di Tonino Guerra, il fanese di Gabriele Ghiandoni, ma anche per la poesia di Calzavara e Zanzotto; c’è la teoria delle preposizioni di Viggo Brøndal; l’antropologia dell’immaginario di Gilbert Durand; la tassonomia di Suvin; la sociologia di Jean Baudrillard; la retorica e la semiotica di Roland Barthes; le figure di Genette; ci sarà pure qualche coppia di Perelman e Olbrechts-Tyteca, quelli della nuova retorica del Trattato dell’Argomentazione; c’è la psicanalisi di Lacan, C.J.Parat, Bela Grunberger e quella di base del mio omonimo tedesco Freud; la linguistica di Guillaume per i tre tempi verbali e l’aspetto e la prospettiva di Harald Weinrich; la sociolinguistica di Basil Bernstein, Lawton e Loban; l’esplosione di Lotman; cavolo: mi sto chiedendo: come mai non c’è entrato Gaston Bachelard?

Scontato ma, forse, inevitabile chiederti: Pound fu fascista o credeva di essere fascista?

Siamo nell’ambito del tertium non datur. Arma’, vogliamo far incazzare Paul Watzlawick? E Alessandra Mussolini quando, secondo i suoi detrattori, doveva cambiarsi il cognome? E i Savoia, ripristinati in Italia, loro no, non se lo devono cambiare il nome? Anch’io ho chiesto al Ministero dell’Interno che fosse ripristinato il mio cognome, ma sai come se le son lavate le mani e la violazione dell’art.22 della Costituzione della Repubblica? Con un decreto firmato dal prefetto con il suo solo nome (ha firmato, metti che si chiami Francesca: “Francesca” …) e senza timbro (che, se stai attento, ce l’hanno pure, quello dell’Interno, negli uffici elettorali dei villaggi di trecento abitanti) e né marca da bollo: pensa che per non espellere i terroristi basta che un semplice giudice di pace, in un paesino dell’amena Repubblica, constati la mancanza della scritta, sul decreto prefettizio di espulsione, “copia conforme all’originale”! Comunque, rispondo alla domanda: se fosse stato cittadino italiano, usufruendo dell’amnistia Togliatti, quel “fascista” di Ezra Pound magari, poi, se ne sarebbe stato nel Golfo di Taranto o a Sellia Marina (Cz) in una estesa tenuta di agrumi e ulivi come Pignatelli e la signora Elia, già maritata De Seta, e avrebbe avuto di sicuro, come minimo, non dico una sala all’Archivio di Stato di Cosenza come la signora Elia-De Seta-Pignatelli ma quantomeno, un tavolo di lettura alla Biblioteca Civica di Cosenza? Tu pensa: qui sedette a leggere quel “fascista” di Ezra Pound e avrebbero potuto mai chiuderla? E il tavolo di Pound, sfrattata la Biblioteca, dove l’avrebbero messo, nell’ex Palazzo della Prefettura, lì nella stessa Piazza XV Marzo? E poi, chi sarebbe stato il suo editore al posto del veneziano fratello di Adriana Ivancich, che, mi pare, siano, Gianfranco e Adriana, per non parlare della sorella maggiore Francesca (che sposò un ex collegiale del Mondragone gesuita, frequentato insieme a un paio di Pignatelli), nell’Herkunft di una famiglia ebrea?

………………………………………………

V.S.Gaudio
EZRA POUND. La Materia Poetica
I libri di Uh Magazine│UH-BOOK
2018 ≡ Edizione numerata e firmata dall’autore
│A ogni lettore scelto viene attribuito nella dedica
uno dei 64 esagrammi dell’I Ching

Il saggio è edito come libro d’arte, e come tale viene dato in dono.
Lo si può richiedere con una email a: vsgaudio@gmail.com


Albo di segni


Ho conosciuto Graziano Spinosi nel 2004 a Santarcangelo di Romagna, dove vive e lavora. Mi trovavo lì per il famoso Festival teatrale e l’incontro fu casuale (ma poi mica tanto, visto che avvenne in un bar, tipo di locale da sempre assai familiare a lui e a me). Poi trascorremmo nel suo Studio parecchie ore, dove vidi sculture di grande bellezza, bevendo cognac (se non ricordo male), e, credetemi, tenergli testa non è facile, ve lo dice uno che ai combattimenti alcolici è abituato.
Lo invitai a partecipare a un numero di Nadir, accettò, potete vederlo QUI.

Da allora la vita è passata su di lui e su di me, talvolta con malagrazia, ma ogni occasione in cui ho conosciuto sue produzioni le ho sempre trovate godibilissime.
In Rete c’è il suo sito web.

Ora sue opere sono esposte a Rimini dove è in corso la Biennale Disegno che anche in quest’edizione si avvale di un cosiddetto Circuito Open vale a dire una serie di mostre dislocate in vari punti della città coinvolgendo artisti anche diversi stilisticamente fra loro ma uniti dal tema di questa Biennale 2018: “Visibile/invisibile. Desiderio e passione”.

In foto: Spinosi, "Mark Rotchko Shoes", Matita e tempera su carta | 25 x 25 | 1998

Di Spinosi, sono esposte, per la prima volta, circa quaranta opere: si tratta di disegni preparatori di piccole e grandi sculture, scarabocchi, fotografie di vita e opere su carta. A queste ultime ha dato il titolo generale di “Tesserae”. In qualche caso si tratta di vere e proprie trascrizioni su carta della ricerca bidimensionale degli ultimi diciotto anni, in altri di opere originali concepite e realizzate con carta e cartone attraverso la tecnica dell'assemblaggio.
L'esposizione è ospitata nel prestigioso studio d'architetti (Cumo, Mori, Roversi) di Rimini.
Basta un CLIC per vedere alcune opere e leggere un acuto microsaggio sul lavoro di Graziano firmato da Roberta Bertozzi.

Cosmotaxi ha chiesto a Graziano: che cosa significa per te disegnare?
La risposta. Disegnare è accertare il peso d’un corpo, la distanza che lega due punti, l’intensità della luce. Disegnare è misurare. È nel grembo materno che comincia questo esercizio: attraverso il tatto, gli occhi ancora fasciati, ciascuno esplora la prima geometria. Il corpo è un metro infallibile. Anche gli alberi sorvegliano I loro confini, gli uccelli inseguono un tepore, I pesci una profondità salvifica. Misurare è misurarsi, appartenere.

Graziano Spinosi
Albo di segni
a cura di Alessandro Mori
Studio Architettura
Via Verdi 11, Rimini
info: 0541 – 23 604; 340 – 27 48 717
mail: studio@cumomoriroversi.com
Fino al 15 luglio ‘18


Ritorna SopraAutoscatto | Volumetria | Come al bar | Enterprise | Nadir | Newsletter
Autoscatto
Volumetria
Come al bar
Enterprise
Nadir
Cosmotaxi
Newsletter
E-mail
 

Archivio

Giugno 2018
Maggio 2018
Aprile 2018
Marzo 2018
Febbraio 2018
Gennaio 2018
Dicembre 2017
Novembre 2017
Ottobre 2017
Settembre 2017
Luglio 2017
Giugno 2017
Maggio 2017
Aprile 2017
Marzo 2017
Febbraio 2017
Gennaio 2017
Dicembre 2016
Novembre 2016
Ottobre 2016
Settembre 2016
Luglio 2016
Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006
Dicembre 2005
Novembre 2005
Ottobre 2005
Settembre 2005
Agosto 2005
Luglio 2005
Giugno 2005
Maggio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Settembre 2004
Agosto 2004
Luglio 2004
Giugno 2004

archivio completo

Cosmotaxi in RSS

Created with BlogWorks XML 1.2.0 Beta 3