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L’ospite accanto a me è Chiara Cappelletto. E’ ricercatore di Estetica all’Università degli Studi di Milano. Si occupa di problemi dell’immagine e della rappresentazione.
Tra le sue pubblicazioni: Figure della rappresentazione. Gesto e citazione in Bertolt Brecht e Walter Benjamin (2002) e Il rito delle pulci. Wittgenstein morfologo (2004). Questo volume ha ricevuto il Premio “Antonella Musu”, sezione giovani del IX Premio filosofico Castiglioncello.
L’occasione di quest’incontro che si svolge in quello che per i terrestri è il mese di maggio del 2009, è data dall’uscita, presso Laterza, di un suo nuovo lavoro: Neuroestetica. L’arte del cervello (203 pagine, 12:00 euro).
Si tratta dell’esposizione più completa che abbiamo oggi in Italia (e, forse, non solo in Italia) di una nuova disciplina che incrocia scienza e umanesimo, filosofia e pratica tecnologica. Nelle pagine di questo libro, attraverso una fittissima rete di rimandi, l’autrice ripercorre origine e attuali dinamiche d’antiche e nuove dispute, di corresponsioni e incomprensioni fra campi che spesso sono stati contrapposti. Il tutto in modo scorrevole, con ricchezza d’esempi e sorretto da una imponente bibliografia e sitografia.

 

Benvenuta a bordo, Chiara…
Buongiorno Armando, e grazie dell’invito
Nicola Batavia, chef e patron del ristorante 'L Birichin di Torino mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo Dolcetto di Dogliani San Nicola prodotto dall’Azienda Bevione… qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Chiara secondo Chiara...
Una ricercatrice, in filosofia. Cerco di osservare le forme attraverso le quali i pensieri e l’arte manifestano la natura più intima, più sensibile e più libera dell’uomo. In particolare l’estetica, che è il mio ambito privilegiato di ricerca, studia sia gli elementi storici e culturali della produzione e della fruizione artistica sia quelli legati alla corporeità e alla percezione.
Cominciamo dal titolo: “Neuroestetica”. Quando e da chi nasce quel termine?
È Semir Zeki, un neuroscienziato, a coniarlo nel 1999, e da allora è stato ripreso per delimitare la ricerca di una “teoria neurologica dell’esperienza estetica”, secondo l’espressione che usa nello stesso anno Vilayanur S. Ramachandran, un secondo neuroscienziato che ha dato contributi molto rilevanti. Io lo intenderei soprattutto come un nom de guerre.
Qual è il principale obiettivo che intende raggiungere questa nuova disciplina?
Ancora non lo sa! Vedo però tre percorsi principali di ricerca. Il primo, che chiamerei neurocritica dell’arte, studia la produzione figurativa in artisti che hanno subito un danno cerebrale, come Otto Dix o Afro. Sono ricerche condotte soprattutto dai neurologi e i filosofi non hanno molto da dire, se non che da un punto di vista epistemologico si tratta di indagini deboli. Un dipinto è considerato come un sorpasso in stato di ubriachezza. Quanto invece alla neuroestetica vera e propria, inaugurata da Zeki, molti neurologi studiano i correlati neurali della produzione e della fruizione dell’arte visiva. Ai filosofi spetta innanzitutto di leggere questi dati, che altrimenti restano grezzi e riduttivi. Una terza prospettiva è degli storici dell’arte che lavorano sulla nozione di stile e di plasticità cerebrale, come John Onians, o sul modo in cui le immagini ci costringono all’emozione, come David Freedberg. Ma non direi che si tratta di una disciplina “nuova”. Nuove sono senz’altro le tecniche di brain imaging con cui si studiano i correlati neurali.
E’ possibile sostenere che la neuroestetica sia una formulazione che intende superare sia il dualismo cartesiano sia il monismo spinoziano? Se sì, oppure no, su quali basi?
Certamente la prospettiva è antidualistica. Corpo e intelligenza non sono cose distinte, e soprattutto non sono cose; piuttosto si deve parlare di processi, di intenzioni e senz’altro di affetti. Emozione e cognizione risultano sempre più correlate nella vita vissuta degli uomini. In questo senso l’antropologia filosofica e la fenomenologia offrono strumenti critici di grande rilievo per le neuroscienze. Molte delle conoscenze sperimentali relative alla propriocezione rispondono empiricamente alle intuizioni di Merleau-Ponty sul corpo proprio, l’esperienza di essere fisicamente se stessi in un mondo. Bisogna anche evitare una semplificazione di segno inverso, per la quale non solo l’attività cognitiva ma addirittura il corpo viene “sciolto” nel cervello. Questa idea è un pensiero mal pensato e qui Spinoza, filosofo prediletto da un neuroscienziato come Damasio, può aiutare.
Mi pare di rintracciare in parte delle arti visive, i primi segni di un riavvicinamento in campo artistico fra umanesimo e scienza. Se è così perché è avvenuto proprio in quei campi e non in altri?
Credo questo dipenda dalla capacità di mettere in mostra ciò che l’occhio da solo non vede, se vuoi l’invisibile in un senso molto semplice, anche se non esaustivo, del termine. Le tecnologie a disposizione della scienza danno l’impressione di far vedere corpi che prima non si potevano osservare, come i neuroni, la famosa amigdala, che sembrano quindi esistere di per sé. Inoltre, oggi i neuroscienziati possono manipolare alcune risposte cerebrali. Questa possibilità di interferire sul dato sensibile senz’altro accomuna scienza e arte, penso al lavoro del bioartista Eduardo Kac. Le tecniche di brain imaging mostrano poi, o danno l’illusione di mostrare, l’interno del nostro corpo in vivo. Infine, il corpo su cui indaga la scienza ambisce ad avere un carattere universale, e questo è interessante per un artista.
Non solo performers quali Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich, usano il proprio corpo come esplorazione antropologica della fisicità. Penso, ad esempio, a quanto accade alla Genetic Savings and Clone, la società nota per la clonazione del gattino Cc, che ha ispirato la nascita della BioArts Gallery alla quale si riferiscono gli artisti biopunk – come Dale Hoyt che n’è capofila - che considerano le biotecnologie una nuova forma estrema di Body Art.
Come interpreti quest’interesse delle arti per una sorta di neocorpo?
Qui non vedo tanto una novità in campo artistico. L’arte ha sempre saputo che il corpo che noi siamo abituati a vedere è una possibilità tra le molte circoscritte dalla pelle, innanzitutto perché non è cosa organica ma esperienza vissuta. Piuttosto sono le neuroscienze a interessarsi all’arte proprio per questa sua antica consapevolezza. Susan Broadhurst, dopo aver ricordato le evidenze scientifiche ottenute da Ramachandran e da Helen Neville, che ha visto come le parti del sistema visivo del cervello «invadono» le aree deputate all’ascolto nelle persone sorde, si chiede se i percorsi cerebrali «possono essere modificati da vari stimoli inusuali di pratiche artistiche» tra cui, innanzitutto, quelle di Stelarc. La risposta mi sembra essere positiva.
L’incontro contemporaneo fra scienza e umanesimo, mi sembra che avvenga più per volontà di chi lavora in campo scientifico che non di chi ha a che fare con le scienze umane.
Come spieghi questo fenomeno?
Ad oggi penso tu abbia ragione, anche se non si deve dimenticare che Nietzsche studiava i saggi sulle comete e Bergson si occupava dell’afasia di Wernicke. Non c’è motivo di interdire lo studio delle conoscenze che le scienze mettono via via a disposizione. Le scienze umane hanno però ragione a rivendicare l’urgenza di una seria critica epistemologica dei dati raccolti via via: bisogna avere un’ipotesi per leggerli. Questo spesso non avviene e così i risultati sperimentali restano muti per i filosofi, anche perché sono prodotti della superfetazione della tecnica, come è chiaro non appena si veda come è prodotta una immagine di risonanza magnetico funzionale. L’intervento della tecnologia è appunto una delle questioni che andrebbe almeno esplicitata nell’attuale dibattito neurofilosofico.
Uno dei più larghi, e affascinanti, capitoli del tuo libro è intitolato “Il cervello artista” e si occupa estesamente dei neuroni specchio. Quale la loro importanza nella teoria neuroestetica?
È notevole, più che non gli studi sui danni cerebrali. Qui esiste una ipotesi esplicativa forte, per la quale essi esprimono l’intenzione motoria ed emotiva del soggetto. In particolare i neuroni specchio consentono di lavorare sul “come se” che accompagna molte nostre esperienze estetiche. La finzione è un elemento imprescindibile anche della produzione artistica, visiva e performativa, e gli studi sui neuroni specchio sono almeno compatibili con essa. Si può pensare inoltre a lavorare sul sistema specchio per comprendere la differenza, molto forzata, tra arte astratta e iconica. L’osservatore capirebbe infatti quanto vede rivivendo in se stesso il gesto motorio che ha prodotto quel segno. Per ora è certo solo un’ipotesi di lavoro, avanzata da Freedberg e Gallese, ma è molto interessante.
A Vienna, nel manicomio “Maria Gugging” c’è il famoso padiglione “Haus der Künstler” voluto dallo psichiatra Leo Navratil. I lavori di Schmidt, Korec, Garber, Walla ed altri dopo essere stati esposti anni fa alla Galerie Nächst St. Stephen, una delle più importanti gallerie austriache, e, alcuni, messi all’asta insieme a lavori di Picasso, sono adesso in 180 musei di tutto il mondo. Tutto questo per chiedere, a te Chiara: ma l’arte è una malattia?... una terapia?...
Anche Klee vedeva il meglio della sua pittura nei quadri dei malati psichiatrici collezionati da Prinzhorn, ma le sue opere resistono all’osservazione nel corso del tempo mentre i loro dipinti no.
Perché?
Perché l’arte, o meglio le opere nella loro singolarità, è il governo delle forze espressive e non un semplice conato energetico. Detto questo, credo che la fruizione dell’arte alleni silenziosamente a fare esperienza della vita e delle sue forme.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Mi ha sempre colpito che tutti i protagonisti avessero alla fin fine fattezze umane e che i loro comportamenti non fossero che variazioni, anche per differenza, dei comportamenti degli uomini. Senofane, 2500 anni fa, disse che «gli Etiopi asseriscono che i loro dei sono camusi e neri, i Traci che sono azzurri di occhi e rossi di capelli». Non possiamo che immaginarci come possibili umani anche gli alieni, e talvolta antropomorfizziamo perfino i neuroni!
Siamo quasi arrivati a Cappelletto-C, pianeta abitato da alieni neurocritici… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Dolcetto di Dogliani San Nicola consigliata da Nicola Batavia patron e chef del ristorante ‘L Birichin di Torino… Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Grazie Armando, con il teletrasporto sarà uno scherzo
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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Ho letto con interesse e piacere quest'intervista: interesse per l'argomento, piacere nell'incontrarla nei meandri della rete e piacere nel condividere le risposte di Chiara Cappelletto. Anche l'ultimo saggio di Semir Zeki, "La visione dall'interno", si rivela un altro fondamentale contributo per confutare castronerie, ancora troppo spesso accreditate, per le quali Turner e Monet dovevano molto, o addirittura tutto, alle loro miopie e cataratte. Nei tempi in cui finalmente la Chiesa riconosce le teorie galileiane e, timidamente, quasi anche quelle darwiniane, assistiamo ad attualissimi quanto radicati preconcetti pseudoscientifici nei confronti dell'espressivitÓ artistica...Benvenuta neuroestetica allora, essa ci aiuterÓ a capire quanto nella storia gli artisti visivi, e non solo visivi, abbiano intuitivamente capito di pi¨ del funzionamento dei loro ed altrui neuroni, 'giocando' con essi.

inviato da Fabio Barisani
 

 

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