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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Anna Mioni. Traduttrice.

E’ nata a Padova, dove ha studiato e vive. Con la parentesi di una borsa di studio al Collegio del Mondo Unito www.uwcad.it dell’Adriatico a Duino, il paese dove Rilke ha scritto le Elegie duinesi, e cominciamo niente male.

Dopo la laurea in Lettere moderne consegue un master in traduzione letteraria.

Nel 1997-98 fa un’esperienza come redattrice di una casa editrice.

Traduce – e qui anticipo, per quanti ancora non la conoscessero, che lo fa benissimo – narrativa angloamericana, libri sulla musica rock e sul cinema per vari editori: minimum fax, Feltrinelli, Fazi-Lain, ISBN e altri.

Alcuni degli autori che hanno avuto la fortuna d’essere da lei tradotti sono: Lester Bangs (uno dei più importanti critici rock e gonzo journalists americani), scrittori esordienti come Viken Berberian, Sam Lipsyte, Nic Kelman e altri; alcuni più “classici” come Edith Wharton e Jonathan Coe; narratrici esperte come Toni Bentley, oltre a racconti di vari autori inclusi nelle antologie New British Blend (da Granta) di minimum fax e Super-raccolta di storie d'avventura (da McSweeney's) di Strade Blu Mondadori.

La conversazione che segue, sia chiaro agli alieni di passaggio, non potrà essere esaustiva sui temi della traduzione, sia perché io non sono un esperto del campo e sia perché tante sono le aree in cui agisce la traduzione (narrativa, poesia, scienza, fumetti, canzoni, pubblicità, arti dello spettacolo, e altri ancora) ciascuna con specifici problemi che affrontarli tutti è impossibile in una gita spaziale.

Ecco ora con noi in volo una traduttrice che non corre il rischio di cadere sotto il fulmine di Borges che, riferendosi alla traduzione di Henly del ‘Wathek’ di Beckford, disse beffardamente: “L’originale non è fedele alla traduzione”.

Inoltre, è stata attiva in campo culturale anche come musicista rock ed etnica, conduttrice radiofonica, organizzatrice di rassegne cinematografiche. Può bastarvi? Per oggi, direi di sì.

Ah, dimenticavo!...

Ha un sito web: citofono elettronico www.annamioni.it. Solo altolocati. No perditempo.

 

Benvenuta a bordo, Anna…
Grazie dell’invito, Armando.
Il patron del Web and Wine http://www.webandwine.com di Volterra, Enrico Buselli, mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo rosso Doc ‘ La Regola ’ segnalandomi in Spacefax che “L’Azienda è il Podere La Regola, il luogo di produzione:  Montescudaio (Pisa) , Vitigni: 85% Cabernet Sauvignon - 15% Merlot, Anno di produzione 2002”…qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Anna secondo Anna…
Anna è una persona curiosa che non si arrende facilmente nella sua ricerca del Bello dentro le cose e le persone. Vivere in Italia e in quest’epoca storica me lo rende un compito molto difficile, ma per ora non demordo.
Contratti degli editori a parte, la cosa che più t’appassiona nel tuo lavoro di traduttrice…
La folgorazione che si prova quando si innesca quel processo, spesso inconscio, che ti porta a trovare il traducente giusto per un’espressione straniera ed esprimere nella tua lingua le parole e l’ambiente dello scrittore. Poi il piacere di poter giocare con le parole, una delle cose che amo di più. E infine il pensiero che, grazie a questo lavoro, si fa da veicolo per trasmettere l’arte di chi scrive. È una responsabilità delicatissima e cerco di tenerlo sempre presente.
Nell’accingersi a tradurre un testo letterario, la prima cosa da ricordare e la prima da dimenticare…
La prima cosa da ricordare è che bisogna essere umili e non dare niente per scontato: dietro la frase in apparenza più semplice possono nascondersi significati profondi e imprevisti. Quindi si deve controllare tutto, se possibile su molte fonti diverse.
La prima cosa da dimenticare è il proprio ego, insieme a eventuali ambizioni autoriali: il traduttore è un camaleonte, deve mettersi al servizio dello scrittore, non usare le trame dello scrittore per far trasparire il proprio stile.
Una vecchia, forse decrepita, querelle: varie epoche hanno alimentato il dibattito tra fautori della traduzione fedele alla "lettera" o fedele allo "spirito" dell’originale… quelli del gruppo punkrock CCCP risposero: “Fedeli alla Linea”… ma tu che cosa rispondi? Con chi ti schieri?
Come hai fatto a scoprire che i CCCP sono uno dei miei gruppi preferiti?
Qui, nello Spazio, nulla di voi umani c’è ignoto… sapessi, Anna… ho visto navi da combattimento in fiamme al largo di Orione e miei amici strafatti in piazza S. Callisto…
Okey okey…va bene. Allora, per risponderti, uso il verso di una loro canzone…. I CCCP, non quelli di Piazza S. Callisto… per tradurre “tu devi scomparire anche se non ne hai voglia”, come dicevo sopra. Quindi io cerco di essere fedele al testo di partenza, di mettermi in ascolto per sintonizzarmi sulla frequenza dell’autore e riprodurre nella nostra lingua gli stilemi e i tic dell’originale, lasciando meno tracce possibili della mia presenza.
Anche in Piazza S. Callisto s’afferma, che la traduzione è una forma di comunicazione interculturale in cui si considera non solo il testo, ma l’intero sistema della cultura ricevente. Le culture, però, oggi, anche all’interno dello stesso territorio linguistico, sono differenziate… non è più valida, quindi, quella regola? In altre parole, bisogna valutare soprattutto il segmento segnico cui appartiene l’autore d’origine? E i suoi possibili lettori nella nuova lingua?
Rispondo a te e ai tuoi amici di Piazza S. Callisto che la prima valutazione che si compie è su come trasmettere nella lingua d’arrivo i contenuti del libro senza eccedere nell’addomesticarli. Si tiene presente quello che può sapere il lettore medio, ma si cerca anche di evitare di esplicitare quello che l’autore lascia volutamente incerto. In certi casi il tipo di pubblico di un libro è molto circoscritto e questo semplifica le scelte linguistiche del traduttore. Se invece il pubblico potenziale è più vasto, si rischia di dover “spiegare” qualcosa di più, intervenendo soprattutto con le note e il meno possibile nel testo, ovviamente.
Leggevo in un forum su Biblit www.biblit.it una domanda che faccio mia, non cito il nome di chi la formulava perché era uno pseudonimo.
“Alcuni ritengono che le traduzioni formino un corpus a parte nella letteratura nazionale. Ma esiste davvero una diversità tra la lingua delle traduzioni e la lingua delle opere scritte direttamente in italiano?”.
Se avessero rivolto a te quella domanda come avresti risposto?
Pare che molti scrittori italiani contemporanei (per loro stessa ammissione) siano quasi più influenzati dalla lingua degli autori americani (e cioè dalle traduzioni, perché non tutti li leggono in lingua originale) che non da quella dei predecessori italiani. Questo avvicina, quindi, la lingua letteraria a quella della traduzione.
Nella direzione opposta, invece, un buon traduttore deve conoscere molto bene la letteratura italiana e saper scrivere in modo elegante e compiuto, ma tutte queste risorse vanno usate secondo me in modo passivo, come serbatoio a cui attingere per riprodurre al meglio la voce dell’autore, e non per esprimere velleità autoriali proprie.
Di recente hai tradotto The surrender di Toni Bentley.
Il titolo nell’edizione italiana è rimasto quello originale.
Due domande in una, lo ammetto: sono vorace.
Fino a che punto il traduttore è responsabile del titolo? Perché “il titolo “The Surrender” non è stato tradotto?
È raro che il traduttore abbia l’ultima parola sul titolo di un libro: di solito è la casa editrice a occuparsi di un aspetto così fondamentale per le vendite. Il titolo di “The surrender” è rimasto tale perché in inglese la parola ha più accezioni rispetto all’italiano e sceglierne una sola avrebbe circoscritto troppo la gamma delle sfumature.
In Italia, nell’anno terrestre 2005, i traduttori sono uniti in una difesa sindacale della categoria?
Se sì, come? In quali sedi? E con quali punti prioritari?
In passato ci sono state varie esperienze di aggregazione. Le più significative degli ultimi anni: più di 1500 traduttori sono riuniti nella lista di discussione della comunità elettronica di Biblit – di cui abbiamo prima lanciato il cosmolink - per condividere esperienze con i colleghi ; ultimamente un nutrito gruppo si è raccolto nella Sezione Traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori www.sindacatoscrittori.net/organizzazione/tematiche.htm, per confrontarsi con le diverse realtà straniere e riuscire ad adeguare i propri obiettivi a quelli già raggiunti dai colleghi nel resto d'Europa.
Siamo sull’Enterprise, è legittimo parlare di cose che potranno accadere in un lontano futuro.
Esisterà mai sul pianeta Terra un traduttore automatico che sia in grado di tradurre sul serio?
E se la risposta è ‘no’, perché?
L a risposta è no, perché esistono variabili umane, che nessun algoritmo o diavoleria elettronica sarà mai in grado di simulare. Dopo aver visto un sito in cui un traduttore automatico ha tradotto “hip hop” con “luppolo d’anca”, ho avuto la conferma che senza il contesto della frase e la percezione della lingua viva non si può tradurre proprio niente.
I nostri doppiatori sono criticati da più d’uno per la standardizzazione delle impostazioni vocali; il pur bravissimo Ferruccio Ammendola, per esempio, ha reso simili Stallone, De Niro, Hoffman e Pacino che, in originale, per niente sono simili fra loro per stile recitativo.
Ma anche i traduttori sono, spesso, accusati di omologare stili di scrittura delle sceneggiature.
E questo aldilà dell’”adattamento dialoghi” dovuti a motivi tecnici del doppiaggio, primo fra tutti l’armonizzazione del labiale.
Condividi quest’ultima critica? E, perché no, se rispondi anche alla prima mi fai contento, tanto di cinema te n’intendi, organizzi, come dicevo in apertura, anche rassegne…
Parlo da semplice cinefila (non ho mai lavorato come adattatrice), ma condivido la critica. A volte l’eccessiva sincronizzazione con il “labiale” costringe a diffondere espressioni che in italiano sono un po’ innaturali. Purtroppo la maggior parte degli italiani assorbe la lingua dalla TV, quindi gli adattatori hanno il difficile compito di fornire come modello una lingua di qualità. È un’occasione da non sprecare per tenere viva la ricchezza linguistica. Una possibile soluzione a questo problema, e a quello del doppiaggio, sarebbe quella di ricorrere ai sottotitoli anche in Italia, ma non credo che rinunciare alla nostra tradizione di doppiaggio sia necessariamente un bene.
Nel presentarti ho detto dei tuoi interessi verso la musica etnica e rock.
A due domande non sfuggi.
La prima: il grande chitarrista maliano Farka Touré, ad un convegno di studi etnomusicologici della Fondazione Cini, ha definito la world music “un calderone che oggi omologa e non favorisce un nuovo umanesimo multietnico”. Tu come la pensi?
In parte ha ragione Farka Touré : c’è tutto un filone di musica etnica che viene “addomesticata” apposta per finire nei salotti dei manager stressati metropolitani e dar loro l’illusione di possedere un pizzico di folklore autentico.
Però il fenomeno “world music” ha avuto anche il merito di far conoscere artisti che prima erano confinati alla propria realtà regionale. Quindi, in parte, ha rallentato il processo di obliterazione della civiltà ancestrale da parte del mondo moderno. Per questo è benemerita. E poi i ben informati sanno distinguere la paccottiglia dalla musica valida e l’una non ruba spazi all’altra, anzi, forse può attirare l’attenzione su settori che altrimenti passerebbero inosservati.
Seconda domanda musicale.
I Black Rebel Motorcycle Club, i Muse, gli Strokes, i Travis, gli Starsailor, i Coral, i Raveonettes… alcuni dicono che il rock è risorto, altri che non è mai morto. Tu che mi dici?
Lester Bangs nei suoi scritti…
… a proposito, t’interrompo per ricordare ai miei avventori che proprio di recente hai tradotto per Minimum Fax “ Guida ragionevole al frastuono più atroce” proprio di Lester Bangs. L’antologia contiene i suoi scritti migliori: reportage, ricordi, recensioni e deliri su Clash, Lou Reed, Van Morrison, Kraftwerk, Jethro Tull, i movimenti giovanili, la cultura delle droghe e l’America di quegli anni…
… grazie per essertene ricordato. Lester Bang, dicevo, nei suoi scritti ha fatto riflessioni molto interessanti in proposito. Secondo me il rock genuino, quello che nasce dal bisogno di esprimersi, non è mai morto. Invece è pura necrofilia riciclare vecchi miti rock ormai stantii che si ostinano a non andare in pensione. D’altra parte, se i CD sono così costosi, gli acquirenti saranno soprattutto adulti, che vogliono riascoltare le proprie icone di un tempo. Premesso questo, finché esisteranno i giovani il rock sarà sempre vivo: credo che per molti faccia parte di un naturale percorso di crescita interiore, di metabolizzazione dell’energia distruttiva dell’adolescenza. Bisognerebbe trovare un modo per far sì che il rock, nel diventare adulto, non perdesse la propria carica di autenticità.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Confesso spudoratamente che non so niente di Star Trek, ricordo solo le orecchie a punta del dottor Spock... Sotto il mio seggiolino non c’è il pulsante di espulsione rapida, vero?
Ehm… no…sì… Anna… c’è! Ma siccome sono io a manovrarlo, mai voglio vederti espulsa nello spazio in preda ad alieni… sapessi, ci sono dei Previtiani in giro peggio dei Klingon!... No! Non permetterò che s’impossessino di te…
Siamo quasi arrivati a Miònya, pianeta d’inchiostro abitato da alieni che traducono se stessi in alieni… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di ‘ La Regola ’ consigliata da Enrico Buselli patron dell’Enoteca Web & Wine di Volterra … Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
La prossima volta che passerò sull’Enterprise spero di poterti raccontare che in Italia si parla sempre di più di traduttori e di traduzione. Grazie dell’invito e buon proseguimento!
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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Vi preghiamo di non richiedere alla redazione recapiti telefonici, mail o postali dei nostri ospiti che non dispongano di un sito web; non possiamo trasmetterli in ottemperanza alla vigente legge sulla privacy.

 

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commenti presenti

Sono un vostro affezionato lettore. Ma dove li pescate questi ospiti meravigliosi? Questa Anna Mioni, di cui non sapevo, è splendida per concisione e bravura. Non conosco The Surrender, correrò a comprarlo. salvo de rosa

inviato da salvo de rosa
 

ha rafgione la mioni, dimenticare se stessi nel tradurre. Non è da tutti, forse lei ci riesce. Sono arrivata qui leggendo dello specal sulla fiera. Interessante, sembra, berberian. Più interessante ancora l'ammissione di certa imncomptenza dei tradurttori al cinema, detta con umiltà e semplicità. Avrei gradito una presentazione meno squillante. g. satta

inviato da gioietta satta
 

Sì, siete bravissimi, però perché non chiedere quanto viene pagatamediamente una traduzione? A pagina, a righe? A volume? Con affetto. Belfagor

inviato da belfagor
 

Una domanda per la Mioni: che cosa pensi delle traduzioni in italiano delle canzoni rock? Mario Falconeri

inviato da mario falconeri
 

Complimenti, bella intervista. Questo è un modo per affrontare temi seri senza sfaciare le palle con discorsi oscuri. Bravo adolgiso e brava la mioni. Tornerò a leggervi giusy de cataldo

inviato da giusy de cataldo
 

Molto interessante! Mi risulta un po' oscuro quanto dice in link la Mioni su Bentley (che leggerò), erotomane, grande autrice? pure adolgiso non ci fa capire molto. E' un libro spocaccione o altro? per il resto la Mioni dice cose giuste e le dice benissimo. carlo graziani

inviato da carlo graziani
 

 

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