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Gli ospiti accanto a me sono due: Antonio Barocci e Miriam Bendìa. Autori di un libro pubblicato da Stampa Alternativa: "Editori a perdere". Volume in due parti, non a quattro mani, la prima Viaggio di una giovane scrittrice tra editori a pagamento di Bendìa; la seconda Manuale per non farsi pubblicare di Barocci. Nella prima parte, si parla di quel sottobosco letterario nel quale pescano tante psueudoeditrici speculando sulla (deplorevole) vanità di tanti.
Quegli editori, talvolta, più che illudere, truffano; roba da "Mi manda Rai3", infatti, questo libro-denuncia di cui sto parlando potrebbe essere uno spunto per un'inchiesta in quella trasmissione.
Miriam descrive in modo divertente, leggero, ma tagliente e documentato (si fanno nomi, cognomi, indirizzi, sono riprodotte missive di studi legali), sue avventure vissute in quel mondo di pescicani che divorano tante alici colpevolmente meravigliate allorché ingoiate in quel paese dei raggiri.
Antonio, invece, fa sfilare sue lettere autenticamente inviate ad editori e consulenti d'alto lignaggio, scritte in maniera disincantata, provocatoria, con uno stile icastico malvagiamente studiato per irritare quelle divinità del mondo editoriale italiano.
Il libro ha suscitato interesse meritandosi spazio su quotidiani - da La Nazione a Tuttolibri de La Stampa - e molti siti web. L'Editrice, con scatto manageriale, ha messo in Rete un Forum per un dibattito fra i tanti lettori interessati a quel tema i quali scrivevano in redazione per dire la loro; potete consultare il Forum cliccando su http://www.stampalternativa.it/pagine/forumEaP.htm .
Se ne volete sapere di più sugli autori, il sito di quelle edizioni contengono note biografiche e links.

 

Benvenuti a bordo …
Miriam - Finalmente, dopo aver realizzato il mio più grande sogno (pubblicare un vero libro con una vera casa editrice), ora, grazie a te, mio caro Armando, diventa realtà anche il secondo sogno in graduatoria: viaggiare sull'Enterprise!
Antonio - Grazie dell'invito. Sono contento di conoscerti.
Voglio farvi assaggiare questo Barolo "Rocche" '93 di Vietti…qua i bicchieri…ecco fatto.
Adesso ascoltatemi: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero "è un bel manico", però noi nello spazio stiamo, schizziamo "a manetta", prudenza vuole trasmettiate sulla Terra il vostro ritratto. Cominciamo con te Miriam, come, telegraficamente, ti descrivi?
Sono una persona dalla curiosità insaziabile, tanto quanto lo è il mio amore per la scrittura.
Mi piace cercare (e trovare) sempre qualcosa di positivo in tutto ciò che mi circonda, però guai a farmi arrabbiare…questi editori Arraffa&Divora ci sono riusciti.
Ora qui con voi, brindo alla scrittura, all'amicizia e alla pace. Cin cin!
E tu Antonio?
Innanzitutto grazie per il vino. Apprezzo, in effetti non si può cominciare un viaggio interstellare senza un buon rosso. A dir il vero più che viaggiare in Internet amo viaggiare in Cabernet. E, questo dice già parecchio di me. Il resto lo scopriremo galassia dopo galassia.
Miriam, tu hai tracciato un panorama di quest'editoria che non va confusa con la cosiddetta "piccola editoria" bensì identificata in un'editoria minore, anzi minorata. Da Baraghini so che ti sei molto documentata sulla situazione editoriale italiana. Mi sarebbe piaciuto trovarne traccia nel volume, ma va bene lo stesso. Parliamone ora…
Per capire meglio il fenomeno di questo particolare sommerso, dimmi, qual è, vista sul piano dei numeri, la scena editoriale italiana?
Sicuramente le cifre delle attuali statistiche non incoraggiano gli scrittori esordienti.
Nel nostro paese produciamo moltissimi libri ogni anno, ma non ne leggiamo altrettanti.
Nel 2000 risultano in commercio complessivamente 377.958 titoli (+5,3% rispetto al 1999).
Dal 1991 ad oggi la crescita è stata del 48,7%.
Il 35,6% di questi titoli ha un prezzo di copertina inferiore alle 20 mila lire e il 46,5% compreso tra 20 e 50 mila lire.
E circa i punti di vendita che cosa mi dici?
Il 40% di un campione intervistato in una recente indagine, afferma di aver acquistato i libri in un punto vendita appartenente ad una grande catena editoriale.
Nel 2000 esistevano circa 1.300 librerie…
…Case editrici?
Sempre nel 2000 risultavano censiti 4.226 marchi editoriali.
Tra queste imprese si nota un'estrema dinamicità e frammentazione.
Il loro numero cresce continuamente e tale crescita è favorita dalle basse barriere all'ingresso…bada che gran parte del tessuto imprenditoriale delle case editrici italiane è composto di piccole e piccolissime imprese. Basti pensare che il 40% delle case editrici italiane si colloca nella classe compresa tra 2 e 9 addetti e solo 254 sono quelle che ne hanno più di dieci.
Si parla di lettori cosiddetti "forti", chi sono? E, ammetto la mia voracità per le cifre, quanti sono?
I lettori definiti "forti" sono quelli che leggono almeno 11 libri l'anno.
Il loro numero va da 2 milioni 700 mila a 3 milioni circa.
Ovviamente su di loro lavora gran parte delle librerie d'assortimento e dell'editoria di catalogo. E, visto che ti piacciono le statistiche, ti dirò che le donne leggono più degli uomini e, in genere, si legge, percentualmente, di più nei centri urbani. Però quasi la metà delle persone che dichiarano di aver letto un libro (gli analisti dicono che si tratti del 48,2%), sono acquirenti occasionali che non vanno di là dei tre libri letti l'anno.
Com'è dislocato questo mercato?
Il 50% del fatturato passa da non più di 300 librerie, e oltre il 40% è assorbito da aree commerciali tra Milano e Roma.
Insomma, in un certo senso bisogna capitare nella libreria giusta e nella città giusta, per avere la possibilità di essere letti…sei sazio ora? Sono promossa o no in statistica editoriale?
Trenta e lode.
Antonio, queste cifre, secondo te, assolvono - sia pure parzialmente - gli editori italiani o ne connotano altre colpe?
Non parlerei di colpe piuttosto di un peccato originale della cultura italiana e una superficialità sostanziale della società. L'operazione migliore per qualsiasi scrittore in questa situazione da dopospiaggia riminese sarebbe quella di scrivere un libro sufficientemente semplice e ad effetto così da poter essere comprato da un grosso pubblico e allo stesso tempo mantenere un livello stilistico e tematico alto. Giocare su più piani di lettura al fine di accontentare la mediocrità dilagante dell'italiano medio e impapocchiare le spocchie auliche e manzoniane dei critici e teorici della letteratura. Infine la colpa maggiore degli editori e degli scrittori è l'atteggiamento supponente ed esclusivo che tengono. Provinciale ed irritante.
A proposito degli editori a perdere (o da perdere), non so se avercela più con loro oppure con chi a loro si rivolge. Tu, Miriam, nel libro non risparmi critiche, sia pur affettuose, agli autori che per vedere su di una copertina il proprio nome, sono pronti a farsi raggirare dal primo che arriva. Vogliamo tentare un ritratto di quello sventurato personaggio?
Ogni italiano ha un manoscritto nel cassetto…
…e purtroppo non ne ha perso la chiave…
…già! Alcuni credono di aver trovato una folgorante soluzione ad un grande problema, che sia la morte dell'anima o la fame del corpo non importa. Per loro scrivere è una missione.
Altri, forse volevano fare gli attori, ma non erano abbastanza belli.
Altri, volevano essere musicisti, ma non erano abbastanza bravi.
Altri ancora, forse volevano diventare calciatori, ma non erano stranieri.
Infine, hanno deciso: farsi scrittori. E per esserlo, prima d'interrogarsi sul valore delle loro pagine, bussano a tutte le porte, ma anche a portoni, porticine, finestre e tane di animali.
E così, In base alla naturale legge della domanda e dell'offerta, il Mercato si è popolato di un'enorme quantità di sedicenti case editrici, pronte a soddisfare i bisogni degli incompresi (e numerosi) esordienti. I quali pur di realizzare il loro sogno, non si domandano quali garanzie offre questo mercato.
La promozione del libro? La distribuzione? Il numero di copie stampate?
Chi o cosa garantisce tutto ciò?
Dimmelo tu, stai qui per questo.
Hai ragione…Non lo garantisce nessuno.
Come sai, promuovere un libro, su un mercato saturo come quello attuale, significa investire tempo e soldi. Molto tempo e molti soldi. Come può una di quelle improvvisate case editrici avere gli strumenti per riuscirvi? Ma l'ingenuo esordiente non lo sa, o meglio, a volte, non vuole saperlo.
Chi può assicurare allo scrittore che le copie stampate e distribuite siano esattamente quelle indicate sul contratto editoriale? Nessuno.
Per le sue mani passeranno solo pochi dei volumi preventivati.
Magari su quei pochi vedrà ben attaccato il bollino numerato della S.I.A.E., quello che dovrebbe garantirgli che si tratta, per esempio, della terza su mille copie realizzate.
Ma questo non conta nulla.
I bollini della S.I.A.E. costano solo poche lire ciascuno. E' l'editore che li ordina e che li appone sui volumi. Con duecentomila lire si può fingere una tiratura di quindicimila copie. E se un cliente esigente volesse controllare la bolla di consegna del tipografo, lo pseudoeditore non faticherebbe poi troppo a procurarsene una dalle quantità generose.
Il suo è un tipografo di fiducia, neanche a lui conviene che la verità venga a galla.
Ecco che dei mille bollini S.I.A.E., ordinati dall'Editore - e pagati dall'Autore - ne basteranno appena duecento da attaccare sulle copie omaggio per il novello scrittore.
Le sole realmente stampate.
A questo punto la domanda è: perché scriviamo?
Dato che parlo tanto degli altri, magari ti stai chiedendo perché io scrivo.
Se si ama la scrittura e la vita, lo si sa già. Se non le si ama, diventa difficile capirlo.
Vabbè Miriam, ma non mettermi questi rovelli esistenziali! Ne ho già io per conto mio!…
A quello che hai sentito, tu che cosa vuoi aggiungere Antonio?
Ho poco d'aggiungere, se non che manca in tanti aspiranti autori la consapevolezza della scrittura e la coscienza del significato del mestiere dello scrittore. Manca la volontà e/o la capacità di confrontarsi. E' totalmente assente l'umiltà e l'incapacità di comprendere il senso del rapporto fra lo scrittore e il lavoro dell'editor.
Il web, Miriam, può rappresentare una soluzione alternativa concreta alla pubblicazione su carta?
Sì, andrebbe utilizzato molto di più Internet.
Se tutti gli autori, specie esordienti, la smettessero di rincorrere un'improbabile gloria, e pubblicassero sul web, (o non pubblicassero affatto quando non ci sono le premesse giuste), quelle sedicenti case editrici sparirebbero dalla faccia della Terra. Io ho scelto la strada più lunga e più faticosa. Sono stata fortunata: ho scritto ciò che volevo, come volevo, e l'ho pubblicato. Un vero libro con una vera casa editrice.
Da te, Antonio, mi piacerebbe sapere i limiti che noti (se ne noti) nella pubblicazione in Rete…
Manca il piacere prensile della lettura e gli occhi si stancano troppo. E' una lettura buona per le notizie Ansa, non per il gusto della lettura. Inoltre, la comune degli scrittori in Internet proposta da Miriam contiene il rischio di abbassare la qualità delle opere.
A proposito di web e pubblicazioni a pagamento, il problema esiste, stavolta necessitato, anche in area universitaria specie nelle facoltà scientifiche. Cioè molti sono costretti a pubblicare per quantificare propri meriti ai concorsi e, fatalmente, parecchi editori prosperano su di loro. E, peggio ancora, quei libri spesso sono imposti poi agli studenti dagli stessi professori che tengono i corsi. Insomma, un pasticcio. Come mai non sono - almeno così mi pare - accettate ai concorsi le pubblicazioni su web? Impedimenti legali o simili? Arretratezza delle nostre strutture universitarie? Altro ancora? Vorrei che rispondessi tu Miriam…
Qualcosa oggi si sta muovendo, per fortuna.
Ma il processo di aggiornamento delle nostre università sarà molto lento e faticoso.
L'autonomia amministrativa degli atenei sta spingendo a considerare con maggiore attenzione la possibilità di creare University Press sul modello anglosassone, ossia case editrici di proprietà delle università e da queste direttamente gestite sulla base di un'organizzazione no-profit. Inoltre la possibilità di sviluppare tali edizioni su Internet sembra fornire scorciatoie lungo le quali in molti si stanno incamminando. Però ci vorrà parecchio tempo.
Antonio, nelle tue pagine dai ricette, velenose, per non farsi pubblicare. Ma, sii sincero, puoi, con altrettanta certezza, fornirne una per farsi pubblicare?
La mia ricetta per pubblicare è stata quella di fare scrivere la lettera di presentazione a Baraghini di Stampa Alternativa da un altra persona.
Altra ricetta fondamentale è scrivere, scrivere, scrivere e soprattutto essere consapevoli del proprio lavoro, della propria scrittura, capire che tipo di scrittore uno è, e che cosa può o non può dare ai cataloghi dei diversi editori, alle specifiche linee editoriali degli stessi.
In base a questo autoesame, spedire, telefonare, stampare, scrivere, rompere le balle, litigare con la propria fidanzate che ti chiede "ma insomma Gino quand'è che vai a lavorare?" e tenere duro.
Il fenomeno dei profittatori delle aspirazioni artistiche, esiste anche in campi, non letterari: galleristi, discografici, etc., ma pare proprio sia la pagina a favorire le predazioni più ghiotte.
Ora m'interessa sapere da voi una cosa: è nella letteratura oppure in altre aree che credete ci siano oggi i lavori più interessanti nella ricerca di nuove modalità espressive?
Cominciamo da te Miriam…
L'Arte, a mio parere, è una cosa sola, pur se si manifesta sotto diversi aspetti.
Esistono molteplici linguaggi ma tutti servono per esprimere un identico contenuto.
Penso che, tra tanti strumenti, la parola scritta sia il più difficile da usare con sapienza.
Le parole a volte non bastano a descrivere un'emozione…le allunghi, le accorci, le ritagli intorno ai tuoi pensieri, ma alla fine sono sempre troppo larghe o troppo strette, simili ad un vestito usato regalato da uno che non lo vuole più.
Così, a me capita di usare anche immagini per riuscire a far rivivere emozioni.
Spesso però neanche questo basta!
E per te, Antonio?
La ricerca interessante c'è spesso quando s'intrecciano più aree espressive. E' attraverso la contaminazione che la sperimentazione diventa altro: un percorso ignoto fra i confini del noto e il vagare in un mare di forme, immagini, suoni, sapori sconosciuti. Il problema diventa la fruizione. Altro problema è camminare su quel crinale, prima cosa: non si sa bene dove si arriva, ma ciò è secondario; seconda cosa: spesso vengono fuori delle cagate pazzesche.
Anni fa, insieme ad un amico musicista, Michele Bertoni, mettemmo in piedi uno spettacolo di poesia sonora. Fu un'esperienza esaltante. C'era la plasticità del corpo, le luci, la voce, i mille suoni campionati e non, ed infine la parola scandita, urlata, sussurrata. Bellissimo.
A tutti gli ospiti di questa taverna spaziale, prima di lasciarci, infliggo una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… perché ha avuto successo quel videomito, che cosa rappresenta nel nostro immaginario?…Per te, Miriam?
Ho seguito la serie fin da bambina e ancora oggi, spesso, mi incanto davanti lo spettacolo dei suoi nuovi personaggi…
Per me il senso profondo di questa incredibile storia è racchiuso nell'insaziabile desiderio di ricerca/scoperta che anima, per esempio, l'equipaggio dell'Enterprise.
La voglia di arrivare là dove nessun essere umano è mai giunto.
La voglia di sfidare ogni giorno i propri limiti, senza arrendersi mai.
In fondo a cosa serve un confine se non ad essere superato?
E tu, Antonio?
Vedevo Star Trek da bambino con mio cugino, Mario, poi diventato ingegnere. Non mi ha mai esaltato. Era bello giocare a Star Trek, in camera da letto, dopo averlo visto in tv, spegnendo le luci, usando le pile, piccole lampadine, la statuetta fluorescente di S. Antonio, demolecolarci, correre in salotto a perdifiato e rimolecolarci…
Ecco, per me Star Trek, senza quel di più che mettevamo in piedi noi due da bambini, non è niente di che. Dall'età scolastica in poi non l'ho più seguito e non mi ha più appassionato. Poi da grande l'ho perso completamente di vista e mi sono laureato in storia (per chi voleva capire, già da bambini si era capito tutto). Il mio mondo incantato, il grande fascino della mia vita è stato il Far West, il mito del West, che contiene le stesse tematiche universali di Star Trek. Cambiano le coreografie e le scenografie e un paio di registi alla John Ford, ma per il resto siamo lì. Credo.
Siamo quasi arrivati a Edytyomynor, insidioso pianeta di cellulosa abitato da alieni tutti cloni di editori truffaldini…se, a vostro rischio, dovete scendere, vi conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l'intervista, anche perché è finita la bottiglia di Barolo "Rocche" '93 di Vietti.
Miriam - Dopo aver sfidato i pirati terrestri dell'editoria, Antonio ed io, non ci lasceremo certo spaventare da un clone in cellulosa, quindi scendiamo subito ad esplorare Edytyomynor…Andiamo! "…All'esplorazione di strani mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove forme di civiltà… Fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima…"
Antonio - Io scendo giù a prendere un'altra bottiglia, ammesso che lì la vendano, sennò torno a bere qui e…tranquilli ragazzi, ovunque andiate, fosse pure l'Enterprise, Edytyomynor o Gabicce Mare, portatevi appresso la colt così il vostro mondo non avrà più confini.
Vabbè, vi saluto com'è d'obbligo sull'Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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