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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Gianfranco Capitta. Giornalista e saggista. Ha studiato Storia del teatro e dello spettacolo e si è laureato in lettere moderne con una tesi su Cesare Zavattini. Scrive per “il Manifesto” e periodici. Dal 1980 al 1987 è stato responsabile del teatro per il Comune di Roma. Si è occupato di spettacolo anche in radio, sul web e in televisione ed è stato direttore artistico di alcune manifestazioni (tra cui le Orestiadi di Gibellina dal 1999 al 2004; nel 2012 è stato condirettore di “Destini incrociati”, prima rassegna nazionale di teatro in carcere).
Ha pubblicato diversi studi su artisti, in particolare due dedicati ad Harold Pinter (con Roberto Canziani) presso Anabasi e poi Garzanti nel 2005.
Per Laterza ha firmato con Toni Servillo, nel 2008, Interpretazione e creatività  e la preziosa, lunga, conversazione con Luca Ronconi: Teatro della conoscenza (2012).
Proprio da questo suo recente lavoro, prende spunto quest’incontro che avviene in quello che per i terrestri è il gennaio 2013.

 

Benvenuto a bordo, Gianfranco…
Grazie a voi dell’invito… spero non sia pericoloso.
Tranquillo. Lo Spazio è meno pericoloso della Terra.
I tre fratelli, Massimiliano, Andrea, Jacopo Arcioni del Centrovini Arcioni, stellare enoteca romana in Via della Giuliana 13, hanno consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nel cosmo questo “Vigneto giardino” dal 1933 orgoglio della famiglia Adami… cin cin!
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore… insomma, chi è Gianfranco secondo Gianfranco…
Uno che a forza di guardare e vivere spettacoli (ne avrò visto migliaia, ho cominciato a 10 anni) è sempre contento di capire, intuire, emozionarsi davanti a qualsiasi spettacolo. A cominciare da quelli offerti dalla “realtà”, prima ancora di quelli sul palcoscenico.
Nell’Introduzione a “Teatro della conoscenza” scrivi che alla fine degli anni ’60 Ronconi rivoluzionò la scena italiana con “un teatro lontanissimo dalle platee di velluto come dalle cantine”.
Quali furono le caratteristiche di questo spazio inventato da Ronconi fra quelle due dominanti forme di teatro d’allora?
Inventò un meccanismo per cui lo spettatore era tenuto a muoversi, scegliendo quale episodio seguire tra quelli che si davano in contemporanea, sui carrelli che si muovevano spinti da altri attori. Toccava scegliere, e ognuno scopriva di farsi il suo personale spettacolo. E magari, se voleva saperne di più, tornarci più e più volte. Io cinque, tra il Palasport e il Palazzo delle esposizioni. Ed era un testo del 500 che non cambiava una virgola dell’originale (oggi al povero Ariosto capita anche di esser tradotto in versi più “facili”: perché?)
Spesso, come scrivi, “si sente fisicamente” la presenza del cinema nelle regìe di Ronconi.
Perché (aldilà dell’Orlando furioso girato in pellicola per la Rai e distribuito anche nelle sale), Ronconi mai ha fatto cinema?
Perché sentiva, dice, che il suo linguaggio preferito era il teatro. Gliene offrirono di cinema da fare, ma si rifiutò. Mentre prima, come attore aveva interpretato anche delle commediacce inimmaginabili. Se ne trovano tracce assai godibili anche su You Tube. Il cinema però, come caverna buia che ha un altro tempo e un altro spazio, è ben presente nel suo teatro.
Maurizio Grande in un suo intervento di anni fa si chiese: “Ma chi è l’attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?”
Tu come risponderesti a tali domande?
Domanda difficile e assai specialistica. Io sono molto concreto, sono abituato a scrivere su un giornale che vuole essere comprensibile a tutti, e ho sempre sfuggito l’accademia. Per rispondere alla tua domanda, posso dire che l’attore è il corpo, con cuore e testa, con cui entro in relazione quando lui, o lei, entra in scena: che mi emoziona o magari mi infastidisce.
Teatro di avanguardia, sperimentazione, alternativo, e poi con i fatali prefissi neo, post, trans… insomma, che cosa vuol dire per te “teatro di ricerca” oggi?
Un teatro che non si accontenta, che non segue strade già battute e abusate, ma è capace con le sue invenzioni di portare avanti ragionamenti ed emozioni. Non per sorprendermi in quanto sorpresa, ma per spiazzarmi e costringermi a interrogarmi. E sicuramente non dipende dall’età: Ronconi fa delle invenzioni, di testo e di spazio, che dei ventenni non si sognerebbero mai.
Oltre il teatro, in quale delle altre aree espressive - arti visive, letteratura, fumetto, video, musica, net art, eccetera. - credi che ci siano oggi i lavori più interessanti nella sperimentazione di nuovi linguaggi?
Dappertutto c’è ricerca. Molto teatro di ultima generazione per me è più prossimo alle arti visive, alla performance o alla coreografia. Tutto lecito certo, ma spesso mi rimane l’amaro in bocca, per la sensazione che molti non riescano a fare un atto teatrale più compiuto.
Ci avviamo alla conclusione del nostro incontro. Dimmi con la sincerità di cui ti so capace: che cos’è che quando la noti in scena ti fa venire la scarlattina?
La retorica, che spesso nasconde un imbroglio. O anche tutto ciò che è polveroso e vecchio, e viene spacciato per “profondità”. Rivendico davanti a questo di esser nato come spettatore, nella mia infanzia, davanti ai meravigliosi spettacoli della compagnia D’Origlia-Palmi, che onestamente seguivano il loro codice, pieno anche di effettacci, di mezzi poveri e di ingenua volontà di edificazione. Ma erano onesti e grandi, e non a caso da loro presero Carmelo Bene e Paolo Poli. Oggi la malafede traspare subito, come anche la presunzione e la furberia, e spesso anche l’inadeguatezza.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Rappresenta molto poco, perché sono di una generazione sfalsata, quella che non ha conosciuto da piccolo la Nutella, tanto per capirci. Ho altre mitologie, che vanno dai grandi sceneggiati Rai, ai “Confini della realtà”. Poi ero un ometto, e mi sono dedicato meno alla tv.
Siamo quasi arrivati a Capitta-G, pianeta abitato da alieni che praticano il teatro come forma di conoscenza e guai a contraddirli… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di “Vigneto giardino” di Adami consigliata dai Fratelli Arcioni dell’omonima enoteca romana…  Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Come no, tu prepara un’altra bottiglia di vino, e ti vengo volentieri a parlare di altre visioni: andando a teatro, la mia vita ne è ricca. E poterle condividere è una grande soddisfazione.
… ed io ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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