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L’ospite accanto a me è Valeria Ottolenghi. Critico teatrale.
Tra le sue pubblicazioni, ricordo ad esempio “Leggere il teatro. Un manuale per l'analisi del fatto teatrale”, scritto con Cesare Molinari, edito da Vallecchi.
È membro del Direttivo ANCT (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro).
Iscritta all’Ordine dei Giornalisti, ha lavorato per la scuola e l’Università, docente SSIS (Scuola di Specializzazione all'Insegnamento Secondario), insegnante per diversi anni di Pedagogia e Psicologia presso la Facoltà di Medicina di Parma, responsabile di corsi di critica teatrale per Associazioni (ad esempio: la Corte Ospitale), Fondazioni (Venezia) e Università (Parma).
È membro d’importanti giurie nazionali per il teatro (Ubu, Anct, Premio Garrone, Casa Cervi). Critico teatrale della Gazzetta di Parma, scrive anche per “I teatri delle diversità” e per il webmag quotidiano Artribune.
Studiosa d’arte (fotografia in particolare) e letteratura, riesce felicemente a cogliere le connessioni tra i linguaggi della contemporaneità con uno stile di scrittura lontano dal birignao accademico.

 

Benvenuta a bordo, Valeria…
Salve! Lieta di questo incontro
I tre fratelli, Massimiliano, Andrea, Jacopo Arcioni del Centrovini Arcioni, stellare enoteca romana in Via della Giuliana 13, hanno consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo Cellarius Cuvée J.R.E 2007 prodotto dalla Casa Berlucchi che nel 2013 è sostenitrice dell’anno della cultura negli Stati Uniti… cin cin!
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore… insomma, chi è Valeria secondo Valeria…
Mmmm… non amo molto riflettere su di me. E non credo proprio di essere un soggetto particolarmente interessante. Seguo il teatro con passione – e amo molto la scrittura, le parole che sanno catturare emozioni e significati anche nascosti, segreti
Prima di addentrarci nella nostra conversazione, vorrei da te un giudizio sulla decisione della ex ministra pidiellina Maria Stella Gelmini di chiudere la Scuola di Specializzazione all'Insegnamento Secondario (SSIS) nell’anno accademico 2008-2009…
Una decisione improvvisa, che ha interrotto bruscamente la formazione dei futuri insegnanti, che potevano con la Ssis entrare in diretto contatto con la scuola, fare tirocinio, confrontarsi con docenti di vasta esperienza…Peccato!
Maurizio Grande in un suo intervento di anni fa si chiese: “Ma chi è l’attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?”
Tu come risponderesti a tali domande?
Pur ricordando con molta stima Maurizio Grande trovo queste  domande solo ad effetto. La figura dell’attore è densa d’infinite sfumature: perché cercare di giocare con delle formule?
In un tempo come il presente che De Kerchove ha definito della “psicotecnologie” si assiste al fenomeno che, in Italia (non così all’estero) proprio chi usava in scena mezzi tecnologici avanzati si sia messo a fare teatro di parola. Un esempio per tutti: la Compagnia Lombardi-Tiezzi da me amata quando si chiamava Magazzini Criminali.
Come spieghi quelle scelte?
Non me le spiego!
Gli artisti seguono propri percorsi indecifrabili. Al critico l’obbligo della competenza, della sensibilità, spettacolo per spettacolo…Forse potresti amare ancora questa compagnia…E intanto ne nascono altre che si cimentano in nuove, spesso felicissime, diverse poetiche, più o meno tecnologiche…non è questa una categoria della bellezza o del senso o del valore di uno spettacolo
Fra i meriti del nuovo teatro internazionale, c’è la creazione di un intercodice fra varie espressività, attirando nella propria area linguaggi che vanno dalla letteratura al fumetto, dalle arti visive alla tv, dalla danza ai videogiochi… è identificabile, oppure no, un territorio da dove secondo te sono arrivati i contributi maggiori per numero o peso?
L’interdisciplinarietà è ormai cosa antica. Le creazioni artistiche nascono dalla realtà dell’immaginario collettivo/individuale. Inevitabili, naturali, le contaminazioni. E’ vero comunque che ci sono “onde” d’influenza più o meno forti, per un certo periodo in particolare il cinema per esempio. Terrei da parte la danza, che si fonde con naturalezza al teatro in particolari sintesi espressive, creative, tra fisicità del corpo, relazioni astratte, essenze emotive, coreografia dei gesti…
Tanti performers (Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich), usano il proprio corpo come esplorazione antropologica della fisicità.
Come interpreti quest’interesse delle arti per una sorta di “neocorpo”?
R: Il corpo è essenziale in scena. Le arti “figurative” l’hanno reso da tempo preziosa presenza nelle azioni performative. Il valore estetico/antropologico varia ogni volta mutando anche i confini tra le arti. Ma, anche qui, preferirei non generalizzare, non dedurre teorie. Si resta in ascolto: pronti allo stupore.
 Teatro di avanguardia, sperimentazione, alternativo, e poi con i fatali prefissi neo, post, trans… insomma, che cosa vuol dire per te “teatro di ricerca” oggi?
Scoprire forme espressive inattese, seguirne gli sviluppi. Non amo le formule, le categorie. Forse è anche merito di una critica teatrale aperta, libera, disponibile che – a differenza di altre arti – si può riconoscere la meraviglia di alcune poetiche del tutto originali senza voler subito creare rigide mappe di ascendenze, somiglianze, derivazioni, corrispondenze e così via.
Si può fare benissimo a meno di tracciare confini “di genere” e inventare etichette
 Oltre il teatro, in quale delle altre aree espressive - arti visive, letteratura, fumetto, video, musica, net art, etc. - credi che ci siano oggi i lavori più interessanti nella sperimentazione di nuovi linguaggi?
Credo di non saper rispondere! A volte, da un anno all’altro, si scoprono autori sconosciuti di video, di fumetti… che magari hanno realizzato le loro opere già anni prima! Noi tutti siamo interi mondi di lacune – e certo trovo sbagliato, per i critici, pensare di coprirne alcune inseguendo l’eterno presente già scoperto, messo chiassosamente alla luce. Bisogna avere il senso della contemporaneità che ha in sé i segni del futuro, una ricerca sincera, anche fuori dal tempo immediato… cercando anche tra cose del passato – oppure tra azioni secondarie, lavori “periferici” ma ricchi d’intuizioni per i tempi che devono venire.
Conto molto sulla tua piena sincerità e ti chiedo: qual è la cosa che ti fa venire la scarlattina quando la vedi in scena?
Non ho particolari intolleranze. Penso che i critici, proprio perché vedono tante cose, si annoino meno degli spettatori “normali”: ogni volta c’è qualcosa che può incuriosire, divertire, far pensare.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
C’è stato un periodo nella mia giovinezza che ho amato moltissimo la fantascienza. Credo di aver letto centinaia di Urania. Dimenticati naturalmente, divorati in modo confuso senza distinguere quasi gli autori. Queste letture credo che abbiano acuito fortemente il mio intenso sentimento di insicurezza, di precarietà verso il futuro. Nulla è prevedibile. E spesso mi è sembrato di vivere in atmosfere da “fantascienza”. Quando ho incontrato Star Trek tutto mi sembrava già tremendamente noto, visto, detto. Immagino degli sfasamenti temporali per me. Ho sempre guardato poco la televisione, di cui amo in particolare il linguaggio veloce, mosso, agile, della telecamera in alcuni telefilm. Per me ST è risultato subito vecchio, lento, prevedibile… Per me, se deve esserci un mito fantascientifico, penso a Blade Runner…
Siamo quasi arrivati al pianeta Ottolenghi-V… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Cellarius della Berlucchi consigliata dai Fratelli Arcioni dell’omonima enoteca romana
Grazie! A presto!
Ed io ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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