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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Vincenzo Susca.

E’ dottore di ricerca in Sciences Sociales presso l’Università di Parigi-5 La Sorbonne e in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. McLuhan Fellow dell’Università di Toronto, svolge attività di ricerca presso l’Isimm di Roma e il CeaQ di Parigi.
Ha pubblicato: “A l’ombre de Berlusconi, L’Harmattan, 2006; curato con Alberto Abruzzese “Immaginari Postdemocratici”, Franco Angeli, 2006; ancora a sua cura: “Frammenti di uno specchio: I media e le politiche della postmodernità”, Marsilio, 2006.
La sua più recente pubblicazione è Ricreazioni  – coautore con Claire Bardainne – un affascinante viaggio attraverso le “Galassie dell'immaginario postmoderno”, così come recita il sottotitolo.

 

 

Benvenuto a bordo, Vincenzo …
Roger
Nicola Batavia, chef e patron del ristorante 'L Birichin di Torino mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo Barolo docg 2001 Bussia Oddero. In Spacefax mi ha inviato un messaggio che dice: “E’ il re dei re non c'e che dire, nulla mi toglierà dalla testa il mio amore per questo vino...vicino ci vedo del Castelmagno”.
Fin qui Nicola Batavia… qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto,  interiore, insomma, chi è Vincenzo… secondo Vincenzo…
Definirmi è la cosa che riesco a fare meno agevolmente, tanto che, specie nei contesti informali come questo, sono colto da un leggero imbarazzo nel doverlo fare. Mi sembra di dover limitare i miei orizzonti possibili, selezionarli e cristallizzarli a spese di tutto il resto. Ecco, preferirei qui esibire quel “tutto il resto” che spesso nascondiamo quando diciamo agli altri chi siamo, sono “tutto il resto” rispetto al docente di sociologia de La Sorbonne, del direttore dei Cahiers européens de l’imaginaire, del romano che abita a Parigi.
“Ricreazioni”, scritto con Bardainne. La principale motivazione che vi ha spinto a quel lavoro… quale messa a punto vi premeva di più?
Rendere bello un saggio e denso di contenuti un libro d’arte. Di solito, infatti, la saggistica si presenta in modo modesto, angusto se non grigio, mentre i libri d’arte sono spesso vuoti di contenuti. Ci siamo detti, perché non tentare questa sinergia migliorando la creazione finale?
Da un punto di vista editoriale, abbiamo scelto di scrivere tre libri in uno: il mio testo, i suoi disegni, il dialogo creato tra il loro incontro. Io ho scritto pensando anche alla sua impostazione grafica e ai suoi possibili interventi artistici, lei ha realizzato questo lavoro cercando di interpretare il testo scritto, ma sempre dandosi un ampio margine operativo e interpretativo. Ci siamo infine detti: perché non fare un testo che parli di estetica usando gli strumenti dell’estetica?
“Ricreazioni”, a differenza di altri saggi, s’avvale di una particolare grafica che non è illustrativa o decorativa ma ricreazione ottica delle idee contenute nel volume.
Perché avete scelto quella particolare composizione verbovisiva delle pagine?
La parola non è più sufficiente a spiegare il mondo contemporaneo. Come già annunciato da McLuhan, siamo fuoriusciti dalla Galassia Gutenberg. Il nostro è quindi un libro che travalica l’orizzonte espressivo tipico dell’editoria. Un volume sensibile, che si lascia toccare sin dalla copertina e che sollecita una forma di visione dove il non detto prevale spesso sullo scritto, dove il disegno ti lascia entrare e renderti conto che tu sei lì, che hai vissuto quell’esperienza, che essa ti abita.
Schermo tv, videogioco, computer, internet, videofonino… da questi strumenti e dal loro incrocio, quale nuovo immaginario dobbiamo aspettarci?
La caratteristica precipua della cultura postmoderna è la sua esorbitante rivalutazione dell’immaginario, dimensione precedentemente relegata ai margini e all’ombra della storia. Essa non si pone più come la sovrastruttura confermativa e legittimante la struttura e l’ordine produttivo, ponendosi invece come il bacillo del loro superamento. Non abbiamo più a vedere con una sostanza eterea,  esiliata nell’inconscio e destinata a vivacchiare nei sogni oppure a giustificare lo status quo. Le pratiche culturali contemporanee sprigionano invece un immaginario oggettivo, tramite cui i contenuti dell’elaborazione simbolica si inscrivono prima su uno schermo audiovisivo e poi sul territorio fisico passando per le superfici della nostra pelle. Second Life, gli avatar e i mondi virtuali sono quindi solo il prodromo di un’invasione del mondo – sotto forma di una generale incarnazione tecnologica e sociale – da parte delle fantasmagorie e dei fantasmi che abitano il nostro inconscio collettivo. L’invisibile impregna fatalmente di sé il reale.
E’ in moto l’amplificazione dirompente della dinamica attivata nel XIX secolo dalla fotografia di disvelamento dell’impercettibile e dell’etereo, questa volta irradiata dalle viscere dell’umano verso le sue estensioni tecnologiche. E viceversa…
Oggi, à ancora possibile parlare di spettatore? O ha scarso senso?
Credo che ci sarà sempre una parte di noi che continuerà a svolgere il ruolo di spettatore, anche se sempre di più lo spettacolo e il suo utente coincideranno, assisteremo sempre di più a performance di cui noi e i nostri simili sono i protagonisti. Ma non lanciamoci nell’ideologia dell’utente attivo che non si riposa mai e che non ama anche lasciarsi distrarre. Credo che questa condizione permanga, che vi sia in noi una forte tensione che ci lancia verso l’alterità, quindi verso mondi e identità che non controlliamo e che in qualche modo esercitano un fascino inquietante per noi. L’inquietante alterità.
Sono le relazioni sociali a guidare le tecnologie oppure viceversa?
Quando si parla di tecnologie sociali si dicono entrambe le cose: tecnica e società si co-determinano, l’una stimolando l’altra, l’una modificando l’altra, l’una dominando l’altra. Senonché oggi la tecnica costituisce anche il luogo dove abitiamo, il bacino in cui fluttua e si riproduce il nostro immaginario collettivo. Essa è in noi e fuori di noi, ne siamo avvolti senza saperlo.
A mio avviso, tuttavia, la tecnologia non si presenta più come una mera panoplia di strumenti tramite cui risolvere problemi, assolvere funzioni o adattare l’ambiente, assumendo invece le sembianze di una tecnomagia atta a congiungere soggettività sociali attorno a vibrazioni emotive, a piaceri info-estetici e a pulsioni ludiche. Navigare in questo ambiente equivale pertanto a porre se stessi come taumaturghi di un paesaggio di cui la tecnica è solo la porta di ingresso. Un portale dove l’immaginario si fa oggettivo e pressa sul mondo affinché l’universo fisico entri in congiunzione e assuma le sembianze di quello invisibile.
Il nuovo impulso dato dalle tecnologie ha prodotto un’evoluzione, non solo stilistica, nelle arti visive, nella musica, nel cinema, nel fumetto, nel teatro, nel video. Solo la letteratura mi appare in ritardo… si dibatte ancora sul romanzo!... la scrittura collettiva in Rete ripercorre modelli già sperimentati su pagina stampata… insomma perché non è ancora nata una vera ‘scrittura mutante’ (o n’esistono rari esemplari)  anche se qualcuno, un po’ impropriamente, così definisce operazioni web che però possono essere condotte anche tipograficamente?
La rete testimonia l’avvento di tutto l’altrove della scrittura che è stato sinora marginalizzato dalla cultura moderna, ma che tuttavia sonnecchiava e rimuginava nelle viscere del corpo sociale. È innegabile, tuttavia, che vari secoli di alfabetizzazione restano impressi nella nostra coscienza e nel nostro inconscio collettivo, che quindi non vi è forma espressiva che non abbia in sé più o meno direttamente un residuo o una sedimentazione abissale marcata dalla scrittura. Anche il sesso e la danza. Pensiamoci…
Il filosofo tedesco Marc Jongen afferma: ‘L’uomo è il suo proprio esperimento’. 
Insomma, dobbiamo smetterla di considerare l’uomo come soggetto personale che ci portiamo dietro da duemila anni?
La domanda è complicata e richiederebbe una lunga riflessione. Mi limito qui a declinare il discorso in relazione alla questione dell’identità giacché questo punto costituisce una chiave di volta per comprendere il destino della persona in relazione alle nuove tecnologie.
“Qual è la mia identità elettronica?”. Paradossale: per sapere precisamente chi siamo e in che aree del mondo l’eco della nostra presenza risuona dobbiamo digitare il nostro nome su Ricerca di Google o constatare la sovrapposizione di post che si adagiano sulle nostre pagine personali in MySpace, FaceBook o Asmallword. L’identità ci sfugge e si dissemina in tanti “altrove” proprio nel momento in cui le nuove tecnologie potenziano la nostra memoria insieme alle doti cognitive e comunicative che ci contraddistinguono. La nostra identità elettronica, quindi, ci precede e ci eccede, acquista un’autonomia sino a tradirci o a dirigerci nell’altro da sé. Così, mentre nei nuovi ambienti tecnosociali, in apparenza, l’io sembra sempre più narciso e potente, sotto traccia esso si diluisce e moltiplica in tante briciole e in altrettanti “noi”.
Ci avviamo alla conclusione di questa chiacchierata. Prendo spunto dal tema di un tuo recente articolo per chiederti: è possibile passare dalla spettacolarizzazione della politica ad una politicizzazione dello spettacolo? Se sì, come?
Lo spettacolo della politica non esaudisce più i desideri di intrattenimento e di protagonismo del corpo sociale, oltre a non assomigliargli più. L’allenamento culturale a cui il pubblico si è ed è stato sottoposto negli ultimi decenni ha contribuito a generare una soggettività che non si limita più ad applaudire lo spettacolo politico, ma che si è resa conto di esserne il vero contenuto e il fondamentale attore. Perché tutte le trame culturali dovrebbero orientarsi verso pratiche di autorappresentazione e di spettacolarizzazione del pubblico tranne la politica? Il punto cruciale è tuttavia che la politicizzazione dello spettacolo, ovvero la messa in scena della vita quotidiana, il divenire pubblico di ciò che sinora è stato relegato negli interstizi del privato, il desiderio e la volontà di autogestirsi, autorappresentarsi, autodefinire le proprie regole del gioco, non ha più niente a che vedere con ciò che sinora abbiamo chiamato “politica”. L’immaginario contemporaneo è quindi portatore di una scintilla profondamente e radicalmente “transpolitica”, al di là e al di qua del politico, al di là e al di qua persino di Obama…
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Quando ero adolescente Star Trek cominciava ad invecchiare. I suoi personaggi curiosi, lo scenario, le tute e i rumori custodivano comunque un fascino, lo stesso che oggi avverto rileggendo Dick. Sono entrambi pietre miliari del nostro immaginario anche quando il loro futuro è ormai passato. O “sta passando” sotto forme inedite rispetto alle loro visioni.
Siamo quasi arrivati a Susca-V, pianeta  abitato da alieni tecnomagici… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Barolo docg 2001 Bussia Oddero consigliata da Nicola Batavia patron e chef del ristorante ‘L Birichin di Torino… Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Il viaggio non mi ha scombussolato troppo, la bottiglia di barolo mi ha talmente anestetizzato che ho l’impressione di non averla mai bevuta, la tua presenza è quasi eterea, quindi ci incontreremo nuovamente tra il visibile e l’invisibile.
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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