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L’ospite accanto a me è Claudio Cravero. Curatore e critico d’arte.

Torinese, classe 1977, la sua ricerca è rivolta a tematiche inerenti i concetti di alterità, confine e memoria. Attualmente svolge attività curatoriale presso il PAV – Parco Arte Vivente – di Torino e, nell’àmbito dell’Art Program diretto da Piero Gilardi, la sua indagine esplora principalmente le problematiche artistiche proprie dell’arte cosiddetta ambientale e della bioarte.

Fa parte della giuria del Premio Pav.

Ha condotto ricerche e studi per il dipartimento di Visual Arts dell’Istituto di Cultura Italiana di New York, (2004), il Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea (istituzione con la quale ha collaborato fino al 2006), e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2002-2003).

Oltre ad aver seguito l’attività redazionale per il progetto “Arte Pubblica e Monumenti” di OfficinaCittàTorino, 2007/08, è redattore del magazine “Artribune”.

 

Benvenuto a bordo, Claudio…
Grazie per l’accoglienza. Mi sento a casa e quanto spazio!... Posso accomodarmi a loto?
Ma certamente. Questo mese i Fratelli Arcioni della stellare Enoteca romana di Via Giuliana 13, mi hanno consigliato di sorseggiare durante la nostra conversazione questo Aglianico “Gudarrà” prodotto dalla Casa Agricola Bisceglia fondata in Basilicata nel 2001 da Mario Bisceglia… cin cin!  
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore… insomma, chi è Claudio secondo Claudio…
Sai che il migliore ritratto è la somma dei punti di vista di chi ti conosce? Quegli specchi umani che si chiamano persone e vivono intorno a te…
In ogni caso, tento una risposta: Claudio secondo Claudio è una persona come tante, di suo è curioso, famelico, attento, iper-preciso, insomma una sorta di ginseng vivente. E, a dirla tutta, è più a suo agio quando scrive di quando parla.
Adesso che i miei avventori meglio ti conoscono, è ora di chiederti come e quando nasce il Pav? E quali le sue finalità espressive?
ll PAV - Parco Arte Vivente nasce progettualmente intorno agli anni 2000 su idea di Piero Gilardi, anche se possiamo dire che il PAV è il compendio dell’esperienza di un’intera vita dedicata all’arte e alla politica dell’artista torinese. Organicamente come assetto e impianto il PAV si definisce nel 2006, per poi inaugurare ufficialmente solo nel novembre 2008.
Tra le sue finalità, vi è senza dubbio e in primis la sperimentazione nell’ambito dell’arte contemporanea impegnata sul fronte scientifico ed ecologico, con il coinvolgimento il più ampio possibile di tutti i pubblici interessati a questi temi. Una delle mission del PAV è infatti proprio quella di ridurre le distanze tra opera d’arte e visitatore invitando il pubblico a partecipare alle fasi di creazione e produzione delle opere stesse. L’artista non è visto più come il “demiurgo” creatore, figura che ricorre spesso nell’immaginario collettivo, ma è prima di tutto un individuo portatore di un saper fare e un saper essere.
Vorrei da te un profilo di Piero Gilardi e del suo operare nell’Art Program
Mmh… Parlare di Piero Gilardi mi imbarazza sempre molto. Piero è una delle persone più generose che io conosca. È l’artista per antonomasia, colui che ha saputo fondere le esperienze dell’arte e della vita in un tutt’uno da non riuscire più a distinguere i confini tra una e l’altra dimensione. Il suo impegno ventennale in politica in missioni che lo hanno portato a vivere con i nativi americani o in Nicaragua negli anni Settanta, e la forte partecipazione nei dibattiti teorici e critici, dall’arte povera all’arte ambientale, contribuiscono a disegnare una figura di intellettuale completo.
Quando si ha la possibilità di entrare in contatto con Piero – perché apparentemente all’inizio lui può sembrare un po’ schivo nelle relazioni – si scopre una persona con un’esperienza tale che io chiamerei quella saggezza in un certo senso “sciamanica”, rara nelle persone.
In sede di Art Program, poi, Gilardi è un problemsolver nato!
Si legge nelle pagine web del sito e in altre riflessioni sul vostro lavoro il nome di Bernard Andrieu.
Qual è il nucleo del suo pensiero e perché ne è rilevata la vicinanza ai vostri disegni espressivi?
Il programma del PAV 2011, “Il mondo corporale”, è partito da una serie di riflessioni sul testo di Bernard Andrieu Le monde corporel. De la constitution interactive du soi. In questo testo emerge un interesse forte per l’esplorazione degli aspetti multiformi del Vivente - con approcci alla fenomenologia, alla psicoanalisi e alle neuroscienze - secondo una sorta di “incorporazione del mondo” e dei suoi effetti sulle esperienze fisiche del soggetto umano.
Le premesse suggerite da Andrieu sono poi diventate elementi con cui abbiamo riscontrato una forte aderenza nella ricerca di alcuni artisti nei diversi modi di entrare e vivere, biologicamente e socialmente, nel corpo.
Una tua definizione dell’Arte Transgenica…
Uso anzitutto la definizione di Eduardo Kac, l’artista che ne ha coniato il termine. E vale a dire: l’Arte transgenica si avvale dell’applicazione dei principi e delle tecniche proprie delle biotecnologie e della genetica nel tentativo di manipolare il genoma per creare organismi unici.
Per me l’Arte transgenica è uno degli esempi di sperimentazione artistica nel macroinsieme dell’Arte del vivente. E le opere d’arte, risultato della ricerca transgenica, non sono altro che narrazioni che disegnano scenari possibili. La narrazione, come tanto cinema e letteratura, è secondo me importantissima perché ci porta a contatto con diverse problematiche della contemporaneità e del futuro spingendoci a immaginare cosa significhi viverle in prima persona. Il valore morale, perché si parla di opere d’arte per certi versi discutibili da un punto di vista etico, consiste nella loro capacità di farci sentire cosa significa essere “l’Altro”.
Quest’anno hai curato la prima mostra tenuta in Italia da quello che è il maggiore rappresentante dell’arte transgenica: Eduardo Kac, da te prima citato, che ha presentato “Living works”. Perché t’interessa quest’artista? Quale la sua particolarità nell’universo della Bioarte?
Proprio per il valore narrativo di cui ho detto prima. Eduardo Kac è senz’altro uno degli esponenti più interessanti in questo panorama. È stato, ed è, oggetto di molta critica anche in ambito mediatico e non solo nella sfera artistica. Le sue opere, ma prima ancora la sua presenza - in un certo qual modo decisamente auto-centrata - ci pongono di fronte al quesito se è possibile arrogarsi il diritto di creare e modificare la vita degli esseri viventi quasi “giocando a fare Dio”. Di usare, cioè, i principi dell’ingegneria genetica per la creazione di opere d’arte. Le sue installazioni viventi sono senz’altro importanti come narrazioni di mondi possibili e praticabili, con tutti i pro e i contro della sperimentazione. Ci domandano – in un certo senso esattamente come possono farlo il romanzo New Brave World di Aldous Huxley o film come Gattaca di Andrew Niccol – cosa pensiamo anche in relazione alle pratiche di fecondazione assistita, alla coltura delle cellule staminali, o agli OGM in agricoltura.
La telematica ha rinnovato molte misurazioni dell’agire di noi umani. A tuo avviso, questo influsso tecnologico in quale maniera ha ridisegnato i rapporti fra arte e società?
L’influsso tecnologico ha completamente stravolto i rapporti tra arte e società.
La tecnologia corrisponde in una certa misura al filtro attraverso cui vediamo, esperiamo e viviamo le cose. L’arte, come la società, ne è inevitabilmente contaminata. In una visione positiva, e dunque non distopica, potrei affermare che la tecnologia potrà forse costituire lo strumento utile per un rinnovato equilibrio del rapporto uomo-natura.
Oltre le arti visive, in quali altre aree espressive… teatro di performance, musica, fumetti, net art… noti oggi i lavori più interessanti nella sperimentazione di nuovi linguaggi?
La musica sta tornando in scena con proposte interessanti dopo il decennio 1995-2005 che in un certo senso, con il senno del poi, definisco “buio”. Il teatro, pur sempre molto penalizzato dai sostegni istituzionali, sta per contro vivendo un momento di grande ricerca e riflessione sulla stessa crisi, esistenziale, in cui è immerso. Per fare alcuni nomi, mi vengono in mente gli spettacoli dei Kinkaleri, o del duo Eva Geatti/Nicola Toffolini (lei drammaturga lui artista tout-court) con il progetto interdisciplinare Cosmesi_ Periodonero.
Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo studiosi di varie discipline, in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.
Questi approdi, quale influenza potranno avere avere sulle arti?
Sì, una grande influenza, senza dubbio. Secondo l’artista francese Louis Bec, infatti, i nuovi campi di investigazione sulle dimensioni e gli ambienti estremi, nel contesto di una strategia adattiva e preventiva, sono principalmente: lo spazio cosmico, i nanomondi e i sistemi cognitivi.
Anche artisti come l’americana Andrea Polli, che è in questo momento espone al Pav, o il giovane francese Etienne De France, che studia animali estinti nel mare d’Islanda, hanno iniziato a indagare territori al limite dell’adattabilità umana, terreni da un lato affascinanti, ma anche “pericolosi” se pensati come scenario futuro per la sopravvivenza.
Ci avviamo alla conclusione di questo nostro incontro. Una domanda sull’oggi per domani.
Il Padiglione Italia della Biennale 2011 è stato sommerso da una pressoché unanime riprovazione da parte dei critici e dei visitatori. Perché le cose sono andate in modo tanto disastroso?
Il Padiglione Italia è, chissà forse per definizione, sempre criticato ancor prima di vedere la lista dei partecipanti o, prima dell’inaugurazione, senza aver visto addirittura le opere esposte.
Se spesso si fa della “dietrologia”, e oggi si rivaluta la tanto controversa Biennale curata da Francesco Bonami nel 2003, credo che sull’attuale Padiglione Italia curato da Sgarbi non ci sia nessuna speranza di redenzione. Quello che è mancato, che poi siano valide o meno le scelte delle opere esposte, è un progetto curatoriale con obiettivi precisi. La visione di Sgarbi sullo stato attuale dell’arte italiana è assolutamente nulla, è privo cioè di un punto di vista. Dunque non potevamo che aspettarci questo all’Arsenale.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Non sono stato un gran fan delle serie televisiva; troppo piccolo, forse, per interessarmene con quella che oggi chiamerei passione. Preferivo alla TV le letture dei romanzi di Jules Verne. Star Trek ha costituito, però, una delle prime narrazioni utili a immaginare possibili universi futuribili. Trasmessa in Tv, inoltre, la serie ha diffuso capillarmente il genere a metà tra Science Fiction e Fantasy disegnando nuove possibilità tecnologiche di interazione, unite alla prefigurabile deriva dei mezzi impiegati.
Siamo quasi arrivati a Cravero-C, pianeta abitato da alieni tutti nati da sperimentazioni biotecnologiche… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di “Gudarrà" di Bisceglia consigliataci dai Fratelli Arcioni che dirigono l’omonima Enoteca di Via Giuliana a Roma… Però torna a trovarmi, io qua sto…
Posso sciogliere le gambe? Acc!... stavolta è dura andarsene… sarà che non ho mai sperimentato una postura yoga con accompagnamento alcolico! Non è canonico ma una tantum… insomma, a presto, non mancherò di ripassare.
Ti ringrazio, e ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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commenti presenti

scrive:Ciao Antonio,ho iniziato da poco il corso sotlisa,sono alle prime armi ma sono determinato a farcela.Mi esercito quasi ogni giorno dedicando tutto il mio tempo libero,la passione per la musica e' fortissima da sempre,la voglia di imparare a suonare e' arrivata tardi( ho 44 anni ma ci credo da matti!)Le tue lezioni mi sembrano molto chiare e sopratutto belle e coinvolgenti,complimenti!Grazie,ciaoAlessandro

inviato da o5KV4WmB2Ec
 

 

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