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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Francesco Monico.

Direttore della Scuola di Media Design & Arti Multimediali della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano  presso la quale ha la Cattedra in Teoria e Metodo dei Mass Media; Senior Fellow del McLuhan Program in Culture & Technology all'Università di Toronto. Presso l'Università di Plymouth è Ph.D researcher nel CAiiA; ha scritto di Critica Media per l'International Herald Tribune/Italy Daily.
E’ autore, per Meltemi, del libro Il dramma televisivo. L'autore e l'estetica del mezzo (2006).
Nato a Venezia nel 1968, allievo di Derrick de Kerckove e poi di Roy Ascott, è fra i maggiori studiosi italiani delle arti telematiche e un maiuscolo interprete del dibattito arte-scienza esprimendo un'estetica in cui pratica artistica, esperienza didattica e produzione scientifica si fondono in un unico contesto di ricerca.

 

Benvenuto a bordo, Francesco...
Un bicchiere di vino e presto, il mondo sta per finire. Tieni il resto, hai dieci minuti circa per spenderli.
E li spenderò con te perché Nicola Batavia, chef e patron del ristorante 'l Birichin di Torino, mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo "Le Grive" doc 2004 Forteto de la Luja; in uno Spacefax che mi ha inviato si legge: “Metà Barbera e metà Pinot nero è prodotto da una cantina che nasce in zona dichiarata protetta dal Wwf. Un vino di piano carattere dove le due uve si sposano in un modo perfetto”.
Fin qui Nicola Batavia… qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Francesco secondo Francesco…
Sono un ricercatore, ho sempre cercato costruire sistemi di senso, per farlo ho messo in piedi la Scuola di Media Design e Arti Multimediali, infatti in Italia non si potevano studiare quelle cose. Ho studiato con Domenico de Masi, poi con Derrick de Kerckhove,  e poi con Roy Ascott. Ho iniziato a lavorare in televisione molto giovane, quando la televisione era la televisione, avevo 18 anni e sono entrato nel mondo di Rai 3. Era molto stimolante, ho lavorato in televisione fino a 30 anni, ho fatto l'aiuto regia, il regista, l'autore, il direttore di palinsesto, e il responsabile immagine di rete. Ho fatto un documentario, un videoclip, tutte e due andati bene, figurati che il doc ha vinto pure un premio, ma a me interessava la dimensione sociale della televisione, il rapporto con il pubblico. A Rai 3 c'erano tante belle teste, era una Rai colta, e mi parlavano di Marshall McLuhan, io ho iniziato a studiarlo e son finito con una borsa di studio al McLuhan Program in Culture & Technology. Dai media studies ho iniziato a interessarmi di ecologia dei media. Ho iniziato a insegnare a 26 anni, ho preso il posto di Emilio Isgrò alla Naba, alla Cattedra di teoria e metodo dei mass media. La mia esperienza didattica è sempre stata caratterizzata da un buon rapporto con gli studenti. La mia dimensione accademica è strettamente legata agli studenti che mi hanno letteralmente spinto verso un investimento sempre maggiore su questa dimensione, tanto che ne ho fatto una professione. Infatti sono giornalista professionista, adesso collaboro con Wired Italia, autore, consulente di innovazione, ma anche probabilmente un esperto di alta formazione artistica, e di ricerca, dirigo un PhD, ovvero un dottorato di ricerca internazionale, e un docente. Dopo un po' che insegnavo, mi formalizzarono la proposta di mettere in piedi la Scuola di Media Design della NABA, all'inizio rifiutai, poi di fronte a una seconda proposta e alla crisi del 2001 accettai. Infatti c'era molta gente critica che aveva tempo e voglia di appassionarsi. Non nascondo che l'obiettivo era potere studiare e ricercare le cose che ritenevo interessanti, i media studies, le bioarti, la filosofia estetica, l'ontologia... infatti i media, dal mio punto di vista costituiscono la realtà... adesso faccio il professore, il direttore-manager di istituto, il curatore di nuovi saperi, l' imprenditore culturale (e per fortuna il consulente), l'artista, sostanzialmente un ricercatore...
Dalla presentazione che ha aperto quest’incontro, mi pare di notare che la tua figura di studioso e d’artista possa essere avvicinata alle teorie del transumanesimo.
Se ci ho preso… mi succede di rado… dicci che cosa t’interessa in quel pensiero filosofico e quale forza gli attribuisci…
Credo che l'uomo attuale debba superare la dimensione antropocentrica e passare da un Ego Trascendente a un Ego Integrato. Ovvero dobbiamo iniziare a sviluppare un'etica con l'alterità animale e tecnologica. Infatti il paradigma umanista non regge più di fronte alla contemporaneità. E alla fine del futuro, data dalla 'singolarità tecnologica'. In questo senso sono Trans-umano.
Nei tuoi scritti, nei tuoi interventi a convegni, ricorrono spesso due termini: Moist Media e Tech-noetica. Cominciamo dai Moist Media. Che cosa sono?
I Moist media, sono i media ibridi tra il dry del silicio e il wet del biologico, il moist è il medium umido, ovvero fatto un po' di strutture tecnologiche, un po' di tessuti biologici e apparati viventi. Oggi esistono molti esempi, gli Hybrots del prof Steve Potter, sono chip che utilizzano culture di neuroni di pesce o di topo, e che hanno permesso l'esperimento del MEART, l'artista semi-vivente. Oggi sembrano fantascienza ma diventeranno sempre più presenti, e porteranno con loro i concetti di semi vita, di assieme, e di nuove etiche. Ma non sono così distanti, anche noi siamo in un certo senso un moist medium infatti il wet del nostro apparato biologico si è unito al dry della tecnologia alfabetica e ha creato la mente, in questo senso l'uomo è moist.
Fin qui i Moist Media. Parliamo ora della Tech-noetica…
Il termine è coniato da Roy Ascott, nell'ambito delle sue ricerche estetiche-artistiche. La prima voce pubblicata del termine si trova nel testo, "When the Jaguar lies down with the Lamb: speculations on the post-biological culture." Prima pubblicazione in portoghese nel 2003.
Moist Media è un termine sincretico, che denota la dimensione nuova di molte cose, cose tecnologiche e vive, e in questo senso sono tech-noetiche nel senso che fanno parte del discorso tra tecnologia e coscienza.
Chiarite le origini, diciamone qualcosa di più…
La tech-noetica è una disciplina che s’interroga sui rapporti tra coscienza (e incoscienza) e tecnologia. Infatti se l'assunto è che l'oggetto, la cosa è strumento per l'uomo, ebbene è un mezzo che entifica (per citare Heidegger) l'essere verso nuove proporzioni e ontologie. Il terzo millennio vede un'accelerazione verso le applicazioni delle tecnologie al corpo in maniera così marcata e decisa che ormai si può parlare di vera e propria ibridazione. La tecnologia è dentro ogni aspetto della nostra vita e scandisce la nostra mutazione e il nostro 'essere al mondo'.
L'inizio del terzo millennio è segnato dal concetto di Post-Biologico, in questa situazione due tendenze si scontrano: la de-materializzazione, definita Dry, prodotta dai sistemi telematici, e la re-materializzazione, definita Wet, prodotta dai processi biologici. Le due tendenze si scontrano e s’incrociano in un’ibridazione che realizza i Moist Media, ovvero le emulsioni metaforiche che definiscono una nuova mente e le nuove forme emergenti. Queste nuove menti e nuove forme definiranno, prima metaforicamente poi concretamente, una Cultura Post-Biologica compiuta.
Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo alcuni studiosi in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli…quale uomo, secondo te, potrà uscirà da queste acquisizioni, quale sarà l'atteggiamento esistenziale che più lo differenzierà da noi?
Kevin Warwick, non è amato, la sua operazione è molto criticata, ma è comunque ricca di stimoli, esattamente come quelle di Steve Man, Tom Ray, dello stesso Steve Potter e tutto questo porterà ad un uomo sincretico che dovrà essere in grado di gestire la complessità, una complessità senza confini o grandi narrative ideologiche. Questo uomo avrà un solo vero imperativo, essere consapevole, e la consapevolezza diventerà una posizione politica. Io comunque parlo sempre da una posizione materialista e non idealista. Non credo agli idealismi, noi siamo animali e abbiamo molto da imparare da loro, in questo senso la zooantropologia di R. Marchesini è interessantissima e le dissertazioni politiche di Peter Singer pure.
Molti studiosi sono divisi nel giudicare le prospettive del futuro di noi umani.
Al pessimismo, ad esempio, di Katherine Hayles (“Come siamo diventati post-umani”), o di Bill Joy, scienziato della Sun Microsystems, il quale sostiene che “il futuro non ha bisogno di noi uomini”, s’oppongono, per citarne alcuni, Chris Meyer e Stan Davis che nel libro “Bioeconomia” sostengono che la futura complessità non sarà incomprensibile e offrirà molti vantaggi; oppure Andy Clark, docente di scienze cognitive all’Università dell’Indiana, autore di “Natural-Born Cyborgs”: “nel futuro continueremo a innamorarci, a desiderare di correre più veloci, di pensare più efficacemente… crescerà però l’abilità di creare strumenti che espandono la mente”.
Tu a quale dei due schieramenti ti senti più vicino, o meno lontano? Oppure hai un’altra ipotesi?
Oggi l'imperativo è essere consapevoli, il problema è sempre l'uomo, e dobbiamo attrezzarci per poter sopravvivere a noi stessi e superandoci uscire dal narcisismo culturale in cui ci siamo confinati da Platone in poi fino al pensiero giudaico cristiano islamico. Partire da Eraclito e Lao Tze, da Socrate e Budda, e osservare con distacco Platone, Plotino. L'uomo sarà prigioniero del post-humanesimo se non sarà in grado di gestirne le categorie. Ma d'altronde è sempre stato così per tutto. Questa volta però c'è una differenza, noi non ragioniamo più da soli ma assieme alle macchine, questa è la mia idea di 'assieme', che io derivo dall'equitazione. Ecco dalla natura dobbiamo recuperare la nostra immagine e nell'assieme, che prevederà un'etica, con le macchine dobbiamo impostare la nostra vita. Dobbiamo letteralmente "cavalcarle".
Una delle tue operazioni di maggiore successo e, secondo molti critici, fra quelle che meglio rappresentano il tuo pensiero è Tafkav; per i particolari tecnici, i miei avventori clicchino con fiducia QUI .
“Questa operazione” – scrive Cristina Trivellin –  “sarebbe riduttivo chiamarla artistica, in quanto attraversa diverse discipline legate alla conoscenza…”. 
Perché si chiama Tafkav? Quali discipline concorrono alla sua ideazione? Qual è il suo approdo espressivo?
Il titolo è l'acronimo di The Artis Formerly Known As Vanda, ovvero “l'artista una volta conosciuto come Vanda”, che è il nome latino di un'orchidea. Il titolo è ironico, vuol significare che anche l'alterità potrebbe utilizzare l'arte per comunicare. Le discipline che concorrono nella mia ideazione sono filosofia, arte, metodologia, estetica, e riflessioni technoetiche. Tafkav è una comunicazione comportamentale in forma di musica tra l'uomo e un'alterità… Goethe e poi Heidegger suggerivano che l'unico modo per comunicare con l'alterità animale e vegetale sarebbe stata la musica...
Nel presentarti, ho ricordato il tuo libro “Il dramma televisivo. L’autore e l’estetica del mezzo”.  Un testo che a me pare resterà attuale per molto tempo perché riflette su come il mondo conosciuto attraverso la verosimiglianza dello schermo tv mini alla base il concetto di esperienza.
Qual è il meccanismo psicosociale che fa apparire vero in tv ciò che, invece, è soltanto verosimile, e talvolta neppure è tale?
L'uomo in quanto specie sociale è continuamente impegnato a ricercare nel gruppo i segnali, le convenzioni, di appartenenza ad esso. E' l'essenza stessa della comunicazione, termine che deriva dal latino “comunicare”, ovvero rendere comune e ordinare e che rivela come il meccanismo alla base della definizione di una realtà da parte dell'uomo, sia la creazione di un mondo condiviso attraverso la 'resa comune'.
Nell’antichità ha usato prima la liturgia, ovvero la ripetizione di un'azione per ricreare una cultura sacra, inizialmente in un mondo orale e mitico. Con la rivoluzione alfabetica greca ha inventato il teatro, spostando la liturgia verso una dimensione maggiormente critica attraverso la prassi della visione, theorein, un'azione visiva e mentale per ricreare una cultura razionale.
Oggi, con i nuovi media, sta ricreando una seconda liturgia: elettronica.
Quello che fa apparire vero il verosimile, è la quantità di soggetti disposti a crederlo vero.
Oltre una soglia critica, che è un rapporto tra il numero totale raggiunto da una precisa identità comunicativa e il numero di coloro che supportano tale verità, avviene il passaggio tra il verosimile e il 'vero'.
In poche e semplici parole, la televisione si pone per definizione come medium sociale per il numero, sempre elevato, che riesce a raggiungere nelle sue trasmissioni, ovvio che parliamo di canali tv nazionali e di programmi di un certo successo. Insomma possiamo dire che il meccanismo psicosociale alla base è un meccanismo mimetico.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Immagina che in un puntata di Star Trek incontrano un alieno che è sconvolto perché gli uomini sono così arretrati che non usano la musica come forma di comunicazione con l'alterità...
Siamo quasi arrivati a Monico-Effe , pianeta  abitato da alieni technoetici che hanno tutti chiamato Vanda le figlie femmine… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di "Le Grive" doc 2004 Forteto de la Luja consigliata da Nicola Batavia patron e chef del ristorante ‘L Birichin di Torino…Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Contaci
Vabbè, ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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In un episodio della serie "Star Trek: Voyager" accade esattamente l'opposto di quanto immaginato da Francesco Monico, cioč la Voyager scopre un pianeta i cui abitanti, tecnologicamente avanzatissimi, non conoscono la musica, non hanno mai utilizzato strumenti musicali nč il canto, e ne restano immediatamente conquistati. Un episodio bellissimo, consiglio vivamente di guardarlo, s'intitola "Virtuoso", appartiene alla sesta stagione di Voyager. Ulteriori info qui: http://www.hypertrek.info/index.php/voy133

inviato da Hytok
 

 

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