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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Giovanni Bai. Sociologo e Videopittore. Si occupa dei problemi della comunicazione sia tradizionale sia elettronica, della manipolazione dell'immagine e della possibilità/impossibilità di comunicare. Nel 1990 ha fondato con Teo Telloli “Museo Teo”, un museo senza sede e senza opere, proprio una di quelle cose che a me più piacciono, per raggiungerlo è inutile prendere il tram, cliccate su http://utenti.lycos.it/MUSEO_TEO/museoteo.html; organizza mostre di un solo giorno e pubblica “Museo Teo Artfanzine”, la rivista dei fans dell'arte, una pubblicazione aperiodica, giunta al venticinquesimo numero.
Giovanni ha sempre inteso la pratica artistica come momento di riflessione sull'arte e sui problemi della società, ma anche come momento ludico, testimoniato dall'attività di performer e di organizzatore di eventi.
Non meraviglia, quindi, trovarlo nel catalogo di Stampa Alternativa per la quale nel 1996 ha pubblicato Manuale per il giovane artista nella collana Millelire www.stampalternativa.it
La sua biografia è ricca di tante imprese e fittissima è la sua partecipazione a mostre personali e collettive, rassegne video, performances, pubblicazioni, che rinuncio a sintetizzare e invito a cliccare su http://utenti.lycos.it/BAI/bai.html dove troverete un’esaustiva cronaca di realizzazioni ed utopie, miracoli e misfatti.

 

Benvenuto a bordo, Giovanni…
Grazie dell’ospitalità, effettivamente di una vineria interstellare si sentiva la mancanza: mi sento a mio agio e quindi citerò subito il mio proverbio preferito: «Non è vero che è bello ciò che piace. Ciò che piace, piace. Ma è bello ciò che è bello»...
Voglio farti assaggiare questo bianco frizzante Sauvignon Doc Colli Piacentini di Torre Fornello…qua il bicchiere…ecco fatto.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Giovanni secondo Giovanni …
Giovanni è una persona che ama stare al mondo ma che non sempre ama il mondo in cui sta. O forse lo ama ma non ne è tanto contento. E così invece di cambiare mondo cerca di dare il suo piccolo contributo a cambiare almeno un pochettino quello su cui vive. Sul come le possibilità sono forse molte, ma ne conosco solo due: l’arte e la scuola, sia perché credo nell’arte “come mezzo di trasformazione del mondo”, per quanto sia una delle strade più difficili, sia perché credo nel valore della scuola (pubblica, ovviamente, in cui insegno da troppi anni...) e nella possibilità che offre ancora di aiutare a non soccombere le giovani menti già bombardate da un flusso ininterrotto di informazioni criticabili. Nelle mie note biografiche più recenti mi definisco infatti anche un “agitatore culturale” che si occupa di manipolazione delle immagini ma anche delle coscienze.
Bai: sociologo e videopittore. Quale ruolo ha la sociologia nel tuo lavoro artistico?
Come sempre non si sa mai chi ha cominciato. Sicuramente l’arte è venuta per prima, almeno come passione, disgiunta dagli studi scientifici e sociopolitici. Ma è dopo l’incontro con la sociologia che sono entrato in contatto attivo con il mondo dell’arte, con altri “artisti”, la critica e il mercato. L’influenza della sociologia è allora più che nei contenuti, nelle forme della pratica: nonostante una presenza nel mercato e partecipazioni a mostre istituzionali, il mio intervento si è sempre svolto ai margini del mondo ufficiale, in particolare con l’esperienza di Museo Teo. Non posso negare tuttavia che anche i contenuti abbiano risentito di questa vena, possiamo infatti trovare tra i temi che ho affrontato la metropoli e la fabbrica, la guerra piuttosto che l’ironia polemica del ritratto multiplo di Saddam Hussein.
Esprimersi ai giorni nostri su tela e colori, lavorare con quei materiali, ha ancora un senso?
Non avendo fatto scuole artistiche (e quindi non avendo avuto maestri) ho sempre privilegiato il disegno e la grafica, che mi hanno più naturalmente portato alla contaminazione con la fotografia prima e al video poi, quando era ancora uno strumento di uso assai raro. Ho sempre cercato di usare tecniche ibride, apparentemente in contrasto tra di loro: con il video ho realizzato dei veri e propri quadri su tela, solo che al posto del colore a olio c’era la stampa del frutto delle mie manipolazioni. Per me era come dipingere. Paradossalmente è stato il passaggio al computer che mi ha riportato all’uso vero e proprio dei colori ad olio, anche se soltanto in forma di contaminazione: sicuramente una reazione all’abuso oggi imperante di fotografia e video. Penso quindi che ci sia ancora molto da dire anche con le tecniche tradizionali, magari ripensando i modi del loro uso.
L’arte elettronica, la vedi come una smaterializzazione del corpo fisico delle arti così come le conoscevamo? Oppure come una mutazione genetica?
Le tecniche intese come software contano troppo nella produzione della computer art. Se si vuole realizzare opere di questo tipo, in rete per esempio, si rischia di realizzare dei giochini (si dipende essenzialmente dai programmi: sono pochissimi gli artisti che sono in grado di scrivere i propri software, per realizzare i progetti che hanno in mente); se invece si realizzano delle immagini si sente poi la necessità di stamparle, non solo per poterle vendere, ma anche per poterle veramente vedere. Direi che l’elettronica costituisce una evoluzione delle tecniche pittoriche, ma senza aver realizzato una sua smaterializzazione e tanto meno una mutazione genetica, almeno per ora. La pratica della navigazione poi è ben lontana da quella della fruizione museale, si tratti di entrare in un sito di un artista interattivo che di visitare le pagine del Louvre.
Quale differenza vedi tra informazione e comunicazione?
Che l’informazione è sempre e comunque comunicazione, ma la comunicazione non è sempre informazione, almeno in modo diretto, perché usa altri canali. Ciò non toglie che ci possa informare più un film che non un telegiornale. La comunicazione artistica – sempre volendo semplificare, vista la brevità del nostro viaggio - ha un pregio e un difetto: di saper dare emozioni che la informazione non è in grado di dare, (non prenderei in considerazione i telegiornali strappalacrime) ma di essere assai più difficile da comprendere, e richiedere tempi lunghi per essere apprezzata e comunque sempre da una minoranza di persone.
Hai lavorato e scritto sulla fotografia, sei il tipo giusto per la domanda che segue. Presto i telefoni cellulari faranno ed invieranno fotografie digitali. Le e-mail saranno accompagnate da immagini e suoni. L’unione di tre media (foto, musica, comunicazione scritta) quale influenza potrà avere sul linguaggio dell’immagine fotografica?
Non c’è dubbio che le pubblicità che ci mostrano le sorridenti foto inviate via telefono mi facciano venire la voglia di sperimentare, d’altro canto soffro ogni volta che sento il suono di un cellulare, soprattutto quando la suoneria è impostata su di un brano musicale. Non credo che potrei sopportare l’dea di ricevere una immagine musicata come già succede con i gif con le musichette natalizie. Certo si potrà fare di meglio, ma anche la tecnologia WAP mi sembra che non abbia incontrato successo. L’immagine fotografica è per me ancora quella stampata, possibilmente con tecniche fotografiche e non digitali... Guardare delle foto – o anche sfogliare un libro fotografico – mentre ascolto un bel disco e bevo un buon bicchiere come questo Sauvignon di Torre Fornello, o visitare una bella mostra con adeguato sottofondo mi sembra ancora meglio che non ricevere una pur bella immagine via cellulare o computer. Così come un libro è fatto ancora di carta stampata.
Arte e Mercato, secondo alquanti sono termini inconciliabili. Anche per te?
Nella attuale situazione storica credo che lo siano, perché il mercato ha le sue regole, che con l’Arte intesa come sperimentazione di rottura dei codici comunicativi non vanno troppo in sintonia. Posso anche aggiungere che ho sperimentato sulla mia pratica questa mancanza di sintonia. Non sarei contrario a questo rapporto, se non altro come mezzo per procurarsi altri mezzi, peccato che mi manchino le caratteristiche che oggi critici e mercanti (e spesso le due figure coincidono) apprezzano di più, in particolare l’età, l’uso del cervello e l’allergia a farsi porre sotto tutela. Se poi sei noto per operare al margine se non in opposizione a questo sistema non sei sicuramente un buon articolo per un buon mercante.
Ci avviamo alla conclusione di questa conversazione, ma ora che i miei avventori ti conoscono meglio, è venuto il momento di parlare del Museo Teo.
Com’è nato? Quando? Che cosa farà da grande?
Museo Teo ha dodici anni, pochi per un museo ma molti per una pratica di intervento sulla realtà sociale: La pretesa di Museo Teo era di portare l’arte al di fuori dei suoi consueti circuiti e di arrivare tra la gente, per le strade, sui luoghi di lavoro... per mostrare che l’arte non era poi qualcosa di così lontano. Allora non si vedeva molto l’arte fuori dai suoi luoghi istituzionali, e così - pur non avendo inventato niente di nuovo - abbiamo cominciato a organizzare mostre in case, studi, tram e centri commerciali, dando il via a una formula presto ripresa da altri. La situazione è dunque cambiata, ma ci siamo anche resi conto che avevamo da molto tempo di fatto rivolto il nostro intervento – anche se non in ambito istituzionale - a un pubblico di addetti ai lavori. Anche “Museo Teo artfanzine” non era mai stata veramente una fanzine, ma una vera rivista (a volte anche su carta patinata): e così abbiamo diminuito i nostri interventi a favore di una pratica di installazioni sul territorio e stiamo lavorando alla creazione di una nuova rivista, anzi di una vera fanzine (almeno per quanto riguarda la tecnica della fotocopia). Forse anche questo è un modo per diventare grandi.
A tutti gli ospiti di questa taverna spaziale, prima di lasciarci, infliggo una riflessione su Star Trek… che cosa rappresenta quel videomito nel nostro immaginario?
Qui mi trovi impreparato...sono stato rapito dall’Entrerprise all’improvviso, senza mai essermi posto il problema dell’influsso di questo videomito, in quanto ero convinto che la fantascienza fosse sulla terra, nella vita di tutti i giorni. Anche se è vero che qualche problema avevo cominciato a pormelo il giorno che avevo visto uscire da quell’astronave atterrata alla Barona, nella profonda periferia milanese, in cui Don Gino Rigoldi ha installato la sua base, una decina di individui tra loro identici, vestiti in modo strano e, soprattutto, con delle strane orecchie...
Siamo quasi arrivati a Bai-G, pianeta videopittato nella Galassia abitato da alieni che sono immortali perché non esistono…se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Sauvignon Doc di Torre Fornello…
Non ho ben capito quale tram prendere per tornare a casa da qui, comunque ti auguro buona continuazione del tuo viaggio e della tua ricerca, ricordandoti però che «Chi cerca trova, e i cazzi sono suoi»...
Caro Giovanni, ti ringrazio per il sapiente avvertimento, ma mi rassicura il fatto che sto sì facendo un viaggio, ma nessuna ricerca e, quindi, non corro alcun rischio di ritrovamenti spiacevoli.
Ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

È possibile l'utilizzazione di queste conversazioni citando il sito dal quale sono tratte e menzionando il nome dell'intervenuto.

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