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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Teresa Macrì. Critica d’arte, si occupa di visual studies. 
Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti a L’Aquila.
Collabora a ‘il Manifesto’ e con magazine  internazionali.
Tra le sue pubblicazioni: “Il corpo postorganico” (1996, nuova ed.  2006), “Cinemacchine del desiderio” (1998) entrambi con Costa & Nolan;  Postculture (2002) con Meltemi che in questi giorni manda in libreria un nuovo volume di Teresa:  “In the Mood for show”. Per l’Indice e un estratto del libro: QUI.
Nel presentarla, dicevo, in apertura, “critica d’arte”, dizione corretta ma non esaustiva perché – come ancor più dimostra proprio questa recente pubblicazione – si tratta di una mercuriale intelligenza che investigando su plurali campi espressivi ne rileva sotterranee connessioni e feconde collisioni, perciò è una storica della cultura dei nostri giorni; un’interprete di quella trasversalità d’esistenza fra corpi e macchine, delle gemmazioni artificiali, delle emozioni cibernetiche.
In Rete c’è un suo sito personale dove potete sapere di più sulla sua bio, troverete notizie sui volumi e i cataloghi da lei firmati, ed immagini della Divina in una photogallery dallo stile pop.

 

Benvenuta a bordo, Teresa…
Nicola Batavia, chef e patron del ristorante L' Birichin di Torino mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio un certo vino. Mi ha scritto in spacefax… leggo: “Ti consiglio una Barbera d'Alba doc 2004 di Ermanno Costa, di San Defendente di Canale (Cuneo). Quando penso a questa terra come il Piemonte mi risalgono i profumi dell’uva e di qualche piatto che oggi cucino nel mio ristorante. Non posso starci lontano e non posso farne a meno... di cosa?... del ristorante e di cosa”. Fin qui Nicola Batavia… qua il bicchiere.
Grazie dell’invito. Mi piace navigare nello spazio ma sono astemia…
… ahi!… vabbè, mi sacrifico, la berrò tutta io. Ora ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Teresa secondo Teresa?
 “…future is past, old is new, losing is winning, work is play, attraction is repulsion, screaming is silence, desire is fulfilment, I am you, you are me”…cioè tutto e il contrario di tutto come l’opera di Douglas Gordon appunto…Io mi sento esattamente così: un soggetto transitorio e plasmabile che si declina e si dilata continuamente...
Nel tuo recente libro esplori con sguardo frattalico musica, cinema, filosofia, art-market, comunicazione, tecnologia, favole, videogames, video sharing, social broadcast, esperienze underground ed entertainment. Qual è il collante che lega tutto questo?
Il collante sono io stessa. Scrivo solo di ciò che esperimento, sento, provo, mi incuriosisce. Nessuna molecola dell’universo sopravvive a se stessa senza coniugarsi alle altre. In una visione globale del mondo tutto lo scibile è connesso. Noi stessi siamo ibridati da carbonio, idrogeno, azoto, potassio, fosforo eccetera, perché mai la conoscenza dovrebbe essere invece molecoralizzata? La musica non è scindibile dall’arte, dal cinema, dalla pop culture, dalla tecnologia. Non a caso in “In The Mood for Show” ho preso in considerazione 7 autori che hanno la stessa  attitudine a riconsiderare in una visione globale i fenomeni estetico-politico-economici. L’universo estetico su cui lavora Damien Hirst, che è l’artista, in più geniale, è prismatico: installazioni, sculture, dipinti, cover di CD musicali, ristoranti, hotel, jeans, t-shirt, gioielli….è il principio di esteticizzazione globale che ha introdotto Andy Warhol
Nelle pagine di “In the Mood for Show” è dato largo spazio al cervello come emblema sovrano della cognizione umana. “La vita umana e animale” – scrivi – “è incorporata entro quei 1.500 grammi di connessioni e cellule densamente impacchettate che costituiscono il cervello. Con i suoi cento miliardi di neuroni e i suoi trecento milioni di interconnessioni, il cervello è il fenomeno più complesso dell’universo conosciuto e da esso dipende la nostra esistenza”.
E’ possibile quindi parlare – come fa ad esempio Semir Zeki – di una “neurestetica”?
Se sì, quale n’è la tua interpretazione?
Il cervello ha sempre avuto una centralità nelle mie ricerche poiché noi siamo esattamente il prodotto elaborato dai nostri neuroni. Non darei aggettivazioni del tipo di Semir Zeki poiché l’estetica, la politica, l’economia, la comunicazione sono tutti prodotti generati dall’attività neuronale. La ricerca di Damien Hirst è platealmente ispirata al cervello, è profonda e glam al tempo stesso così come è giusto che sia in una epoca di esteticizzazione massiva. The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Livingè, secondo me,  l’opera più “neurotica” inverata nella post-modernità: spiazzante, spettacolare, vertiginosa che coglie in pieno le domande ontologiche intorno al senso della vita e della morte, alle paure e alle incertezze della soggettività contemporanea. E, Damien, lo fa  trasgredendo i canoni rappresentativi: inscatola uno squalo tigre in formaldeide, avvitandoci, attraverso il suo titolo, all’enigma dell’esistenza. Gli interrogativi ancestrali permangono ma la forma è spettacolarmente postmoderna. E’ un neuroshow.
E’ possible ascrivere le tue teoriche, da “Il corpo postorganico” a “In the Mood for Show”, al pensiero filosofico del transumanesimo?
Non mi sento legata a nessun pensiero filosofico specifico. La mia indagine è di carattere pop, intessuta da urban reality e slittamenti deleuziani. Il neuro-corpo, così come io lo considero, trova la sua reificazione totale nelle sculture spettacolari di Damien Hirst soprattutto nella provocatoria For the Love of God in cui il famoso teschio tempestato di diamanti evidenzia la centralità dell’attività neuronale (cognitiva, filosofica) e al tempo stesso la iper-preziosità di esso. Nell’estetizzazione (pop) che connota la ricerca di Hirst, diventa un oggetto iper-lussuoso…
Ancora sul post-umano. Già nel tuo ottimo libro “Il corpo postorganico” ti sei occupata di performers che usano il proprio corpo come esplorazione antropologica della fisicità.
Cito, ad esempio, Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich. Penso, inoltre, a quanto accade alla Genetic Savings and Clone che ha ispirato la nascita della BioArts Gallery alla quale si riferiscono gli artisti biopunk – come Dale Hoyt che n’è capofila -  che considerano le biotecnologie una nuova forma estrema di Body Art.
Come interpreti quest’interesse delle arti per una sorta di neocorpo?
Che l’arte sia realmente interessata alla tecnologia ho sempre avuto dei dubbi, come ho scritto ne “Il corpo postorganico” gli artisti assumono le sue tecniche. Che alla fine degli anni Novanta alcuni artisti, come quelli che hai citato, si interessassero delle biotecnologie, era quasi obbligatorio in una società che stava diventando sempre più tecnocratica. Ma secondo me è stato un fenomeno temporaneo,nel senso che quella pulsione oggi non è più riscontrabile... Il processo è del tutto naturale: l’arte per continuare nelle sue pratiche ha bisogno di un mercato che la sostenga (come tutto del resto) ma se quest’ultimo svanisce, le ricerche si arrestano…Il record di vendita della stratosferica asta da Sotheby’s a Londra tenuta da Damien Hirst (mentre crollava la banca Lehman Brothers di New York) dimostra quanto l’art-market sia fondamentale al sistema dell’arte.
Dai primi happenings degli anni ’60 con Fluxus, fino alla performance detta ‘flash mob’ dei nostri giorni, il corpo e le azioni sono usati come strumenti dell’arte. Qual è l’elemento più rilevante che noti nel cambiamento fra quelle esperienze e queste di oggi?
Stiamo parlando del secolo scorso dunque: la Body era legata al suo contesto socio-politico. Era una corrente più o meno arrabbiata e rivendicativa: gender, femminismo soprattutto, e molti di quei movimenti antagonisti che col tempo si sono spenti ma che davano linfa all’arte…Oggi l’arte non è legata a movimenti sociali ne’ a questioni rivendicative… Il corpo è totalmente cambiato: da metafora autodistruttiva e nichilista si è tramutato in una realtà desiderante e sublimante. Fortunatamente le pulsioni autolesioniste sono sparite. La società è già violenta di per sé. quindi vengono prediletti modelli e canoni mediatici più “pacificati” con il sé.  Le teatrali performance di Orlan si sono rivelate quasi un atto di autoconfinamento, oltre non può più andare perché rischierebbe il grottesco e esulerebbe dal campo dell’estetica.
Baudrillard definisce “estasi da Polaroid” quella voglia tutta nostra contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. A tuo parere, questo desiderio che assilla (o anche delizia) l’uomo d’oggi è, oppure non è, all’origine del nuovo consumo delle immagini?
Le immagini sono fatte per essere consumate poiché viviamo in una epoca di turbo-consumismo, come suggerisce Gilles Lipovetsky, che ha cannibalizzato perfino l’idea baudrillardiana di estasi in quanto la frenesia del consumo ha sottratto il tempo della “delizia” estatica. L’utilizzo della fotografia, nell’arte, ha solo sostituito la classicità della pittura. E’ il mezzo più veloce per cogliere la realtà nelle sue epifanie
Credi che oggi siano le relazioni sociali a guidare le tecnologie o viceversa?
Credo che esista uno scambio tra società e tecnologia. Nessuno dei due si impone all’altro in maniera come dire, dittatoriale. Steve Job (genio indiscusso del XXI secolo)non ha imposto realmente nulla ma ha cambiato, con le sue idee di interconnessione, le relazioni sociali. Il fenomeno Barack Obama deve la sua esplosione e propagazione alle web community. Alla sua conferenza pubblica di Berlino questa estate c’erano 75.000 persone ad ascoltarlo non solo in virtù dell’importanza planetaria che la sua vittoria alle prossime presidenziali avrebbe potuto avere (com’è avvenuto) per il mondo intero. Obama che possiede quel carisma del leader non riscontrabile in nessun altro politico postmoderno, attraverso la multi-comunicazione è diventato una icona, un fenomeno di fandom né più né meno che Madonna.
Ci avviamo verso la conclusione della nostra conversazione. E’ fatale che ci sia un richiamo allo Spazio. Me ne fornisce l’occasione Laurie Anderson che canta "Language is a virus" citando William Burroughs che diceva "Il linguaggio è un virus venuto dallo Spazio". Segue, quindi,  una domanda acconcia in un viaggio spaziale: sei d’accordo con quella definizione? Se no, perché? E, se si, qual è oggi la principale insidia di quel virus?
Lo spazio siamo noi… quindi milioni di universi paralleli che si centrifugano e si assimilano. Il recente suicidio di uno scrittore cult come David Foster Wallace mi lascia annichilita in quanto mi fa pensare che a volte il linguaggio non basta per sopravvivere al proprio disagio interiore. Se non serve a se stessi come può diventare un virus? Ho sempre considerato il linguaggio come un momento di libertà, quindi profondamente liberatorio e per questo scrivo, ma la fine di Wallace mi riempie di enigmi, domande...
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Star Trek come Batman o Spiderman rappresentano quella pop culture di cui parlavamo prima…
Siamo quasi arrivati a TM-One , pianeta abitato da alieni che sono 25 ore su 24 in the mood for show… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista, anche perché è finita la bottiglia di Barbera d'Alba doc 2004 di Ermanno Costa consigliata da Nicola Batavia patron e chef del ristorante ‘L Birichin di Torino… Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
La mia navicella mi sta aspettando, mi rituffo nella galassia, grazie dell’ospitalità… lunga vita e lunghi viaggi a Enterprise!
Ricambio il saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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commenti presenti

Così dovrebbe essere una critica d'arte, mettere insieme (copio e incollo dall'intervista) "musica, cinema, filosofia, art-market, comunicazione, tecnologia, favole, videogames, video sharing, social broadcast, esperienze underground ed entertainment". La Macri dimostra nell'incontro che quello non è solo un proposito ma una sua vera pratica. Brava! franca de matteo

inviato da franca de matteo
 

D'accordo con chi miha preceduto. Aggiungo che è necessario poi non fermarsi mai (questo auguro alla Macrì e credo che accadrà) altrimenti si corre il rischio di finire come Lea Vergine che un tempo colse e ci fece capire le novità e ora, purtroppo, sembra una che parla dall'aldilà. Giuliano Marmora

inviato da Giuliano Marmora
 

Teresa, grazie per avere ricordato David Foster Wallace. Baci. Tuo Belfagor

inviato da Belfagor
 

Probabilmente la chiave per capire tutto il pensero della Macrì la offre lei stessa quando dice del suo interesse per le neuroscienze. E' così oppure sbaglio? Possibile avere una risposta dalla critica intervistata? maria di vincenzo

inviato da maria di vincenzo
 

Ottima intervista. Però non capisco perché Teresa Macrì rifiu si dice non legata a nessun pensiero filosofico specifico. Non so se il transumanesimo sia il più vicino al suo procedere ma l'area m pare quella. In ogni caso è possibile elaborare teorie estetiche senza essere in qualche modo legato a qualche tendenza filosofica? mauro s.

inviato da mauro s.
 

Non sono d'accordo a proposito di body art e successive ricadute che come sostiene la Macrì il corpo sia uscito da "metafore autodistruttive". La spiegazione che dà la critica non mi convince. Per il resto tutto ok. Saluti cari. Silvana D'Arienzo

inviato da Silvana D'Arienzo
 

Una domanda per la Macrì: perché sostiene che l'arte sia (e mi pare aggiunga sia stata anche in passato) non interessata alla tecnologia? Non è in contraddizione con quanto leiafferma, cioè di vivere ed operare nel mondo dei social network, dei mixed? Grazie. giacomo giordano

inviato da giacomo giordano
 

 

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