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L’ospite accanto a me è Annacarla Valeriano.
Ha studiato Storia contemporanea all’Università di Teramo. Lavora presso l’Archivio della memoria abruzzese della Fondazione Università di Teramo. Con Donzelli ha pubblicato Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo (2014), con cui ha vinto il premio internazionale di saggistica Città delle Rose, miglior autore abruzzese (2014), il premio Franco Enriquez (2014) e il premio Francesco Alziator (2014).
In questo 2018, ha pubblicato uno splendido libro: Malacarne (Pagine 218, Euro 28.00, Donzelli Editore). Una parte del materiale fotografico e documentario che costituisce la base di questo libro è stata esposta in una mostra dal titolo “I fiori del male” (2016), curata dall’autrice e Costantino Di Sante.

 

Benvenuta a bordo, Annacarla…
Grazie, credo sia meglio allacciare la cintura di sicurezza.
Fai benissimo, ma sappi che è rotta… la stellare Irina Freguja che da patronne illumina lo storico Vecio Fritolin veneziano aperto (non da lei) nel 1700 ci ha consigliato di sorseggiare durante la nostra conversazione una bottiglia di Campofiorin di Masi… cin cin!
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore… insomma, chi è Annacarla secondo Annacarla …
Sono una studiosa di storia contemporanea. Da qualche anno, ormai, mi interesso di storia della psichiatria, con un’attenzione particolare per quelle che fino a qualche anno fa potevano essere considerate “storie disonorevoli”. Mi riferisco alle storie di vita delle persone ricoverate in manicomio e che, nelle cartelle cliniche, hanno lasciato diverse tracce dei loro passaggi all’interno dell’istituzione psichiatrica.
Com’è nato “Malacarne”? Da quale tuo particolare interesse?
Il libro è frutto di un lavoro di ricerca iniziato nel 2009 nell’ambito delle attività che svolgo per l’Archivio della Memoria della Fondazione Università di Teramo, di cui sono attualmente responsabile. Sono teramana, ho studiato storia contemporanea all’Università di Teramo e ho sempre avuto sotto gli occhi l’edificio del manicomio, che sorge a ridosso del centro storico cittadino: un giorno, mi sono detta che se vi erano le mura doveva esserci anche un archivio storico. Una volta accertata l’effettiva esistenza di questo giacimento documentario mi sono immersa nella consultazione delle cartelle cliniche: ne ho consultate all’incirca 7000. Un primo prodotto del lavoro sulle cartelle si è concretizzato nel 2014 con la pubblicazione di “Ammalò di testa”. Storie dal manicomio di Teramo (Donzelli) ma già nel corso della stesura di questo primo libro mi sono accorta che esisteva una “questione femminile” nelle dinamiche di internamento. E così, nel 2017, è nato “Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista”.
Scrivi nell’Introduzione che nel corso della stesura di questo libro hai avuto “davanti agli occhi il quadro di Paul Klee Angelus Novus… eccolo apparire sullo Spacemonitor… quadro che ha ispirato la riflessione filosofica di Walter Benjamin. Vuoi spiegare perché?
L’Angelus Novus di Paul Klee, ha un significato simbolico profondo che si è rivelato ai miei occhi man mano che il lavoro di studio sulle cartelle cliniche andava avanti. Il dipinto di Klee ritrae l’angelo della storia nell’atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo: va incontro al futuro di spalle e rivolge lo sguardo al passato con la volontà di raccogliere, conservare, spiegare quello che è stato. Non nell’illusione di ricomporre l’infranto, ciò che è accaduto, ma nel tentativo di evocare, anche solo con l’attenzione che deriva dallo sguardo, la realtà degli sconfitti della storia. Questa è stata un po’ la postura che ho voluto assumere approcciandomi alle cartelle cliniche: fissare negli occhi ciò che è stato, per rinvenire nel passato gli elementi che storicamente hanno costruito i concetti di esclusione e devianza, per restituire spessore a storie di vita dimenticate e, consapevole di quanto accaduto, ricavare interpretazioni utili anche per il tempo presente.
L’ottocentesca invenzione della normalità in quale modo fu applicata dal fascismo sulle donne?
Già nel corso dell’Ottocento si sedimentano nella cultura scientifica, nella riflessione filosofica e nel pensiero delle classi borghesi alcuni stereotipi sulla natura femminile: pensiamo a Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero che individuano nel desiderio sessuale non finalizzato all’istinto riproduttivo una delle deviazioni della donna prostituta e delinquente; oppure a Arthur Schopenauer che parla del sesso femminile come secondo sesso subordinato a quello maschile. La stessa identità nazionale si struttura intorno a virtù fondamentali come l’onore femminile incarnato dalla capacità di osservare comportamenti morali che non intacchino il buon nome della famiglia. Tutte questi modi di pensare il femminile rappresentano un terreno fertile per la retorica fascista, che li riprende e li rafforza all’interno di un recinto ideologico ben delimitato. Nel corso del Ventennio, infatti, le donne vengono “nazionalizzate” e chiamate a contribuire alla “rivoluzione fascista” nei ruoli tradizionali di madri e mogli esemplari. Tutte coloro che in quegli anni si discostano da questa normalità costruita – le cosiddette “donne crisi” – sono percepite come creature imperfette, mancanti degli istinti propri delle donne “normali” e dunque già per questo soggette a un giudizio morale.
In un suo scritto Andrea Chiarenza nota che il “Manifesto degli intellettuali fascisti” è firmato anche da tre psichiatri e "Se si confronta attentamente questo manifesto con quello degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce pochi mesi dopo, salta immediatamente all’occhio che il primo poteva contare sulle firme di tre personaggi importanti del panorama psichiatrico come Enrico Morselli, Arturo Donaggio e Cesare Agostini, mentre nel secondo non pare ravvisare il nome di nessuno psichiatra".
Quale fu l’atteggiamento verso il fascismo degli psichiatri italiani?
L’atteggiamento della psichiatria italiana fu di generale allineamento nei confronti del regime con alcune importanti eccezioni: si pensi, ad esempio, a Guglielmo Lippi Francesconi che proprio nell’anno delle leggi razziali fu nominato direttore del manicomio di Maggiano – lo stesso dove qualche anno più tardi sarebbe arrivato Mario Tobino – e si distinse per la sua particolare umanità nei confronti dei pazienti. La sua concezione dei ricoverati come persone, e non solo come pazzi da segregare e custodire, non era in linea con l’approccio dominante. Lippi Francesconi pagò con la vita questa sua visione della psichiatria che contrastava con le esigenze di difesa sociale imposte dall’alto e fu ritenuto quindi colpevole di non voler collaborare con il regime. Fatto oggetto di un mandato di cattura, fu costretto a scappare verso la Certosa di Farneta ma qui fu catturato dai nazisti e fucilato poi a Massa nel settembre 1944.
Come spieghi che anche dopo la caduta del fascismo siano sopravvissuti (fino a Basaglia) gli stessi principii di un tempo sulla medicalizzazione psichiatrica delle donne?
Alla caduta del fascismo, la situazione nei manicomi italiani rimase pressoché immutata perché continuò a sopravvivere una “ortodossia medica organicista”, in continuità con quanto praticato negli anni del regime, che favoriva trattamenti farmacologici e terapie convulsive a scapito di un’assistenza ai pazienti più umana. Confermavano questa immobilità le inchieste che si susseguirono nei vari anni, come gli articoli di Angelo Del Boca nei quali si denunciavano le condizioni in cui versavano la maggior parte degli ospedali psichiatrici italiani, tra sovraffollamento e scarse condizioni igieniche. Le donne, nel processo di medicalizzazione psichiatrica, continuavano a rappresentare l’anello più debole e a pagare con l’internamento le ribellioni a un codice patriarcale di cui la società sembrava essere ancora per larghi tratti pervasa.
Nel 1922, quando il fascismo andò al potere, Freud aveva già pubblicata la maggior parte della sua opera ed era largamente conosciuto in Europa. Possibile che le sue idee non avessero toccato i nomi di spicco allora fra gli psichiatri italiani?
Ovviamente non è possibile. Il pensiero psicoanalitico penetrò nell’Italia di quegli anni per subire una battuta d’arresto nel 1938 in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Basti pensare a Marco Levi Bianchini, prima direttore del manicomio di Nocera Inferiore e poi direttore proprio del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo dal 1924 al 1931. Levi Bianchini tradusse e divulgò in Italia il pensiero e le opere di Freud e fondò, nel giugno del 1925, a Teramo, la Società Italiana di Psicoanalisi. Inoltre, iniziò ad applicare la psicoterapia ad alcuni pazienti ricoverati in manicomio, a testimonianza della volontà di trasformare l’approccio terapeutico alla malattia mentale. Tra l’altro, nel 1932 - nel pieno dell’affermazione del regime fascista - Edoardo Weiss fondò la Rivista di Psicoanalisi che, tuttavia, fu subito oggetto di controlli e pressioni politiche e sospese poco tempo dopo le sue pubblicazioni. Poi, almeno fino al 1945, in Italia non si parlò più di psicoanalisi.
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… come sai, Roddenberry ideò il suo progetto avvalendosi non solo di scienziati ma anche di scrittori, e non soltanto di fantascienza, tanto che ST risulta ricca di rimandi letterari sotterranei, e talvolta non troppo sotterranei…che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Star Trek mi ha sempre affascinata ma anche meravigliata. Per parafrasare una battuta di Woody Allen: non ho mai capito questa curiosità di conoscere l’universo quando è già difficile riuscire a orientarsi sulla Terra.
A proposito, Picard stavolta si è ben orientato e ci ha preso… altre volte ‘mbriaco sul Ponte degli ologrammi ha sbagliato rotta… siamo giunti al pianeta Malacarne, abitato da alieni sani ritenuti matti da altri alieni autenticamente folli. Se vuoi scendere, prenota la fermata e… torna a trovarmi.
Puoi contarci.
Ed io ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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