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Segnalato su Webtrekitalia - Portale di cultura Trek

L’ospite accanto a me è Renata Pisu. Sinologa, e studiosa delle culture orientali.
Ha frequentato i corsi di lingua cinese e di storia della Cina moderna all’università di Pechino fino agli inizi della Rivoluzione Culturale.
Da allora svolge la professione di giornalista con particolare attenzione ai problemi dell’Asia Orientale.
È stata corrispondente de La Stampa a Tokyo dal 1984 al 1988.
Dal 1990 è inviato speciale de La Repubblica con servizi dalla Bosnia al Ruanda, dal Kuwait alla Cambogia, dal Bangladesh all’Indonesia.
Ha tradotto dal cinese numerose opere di narrativa contemporanea ed è autrice di saggi sulla società cinese pubblicati su varie riviste italiane e straniere.
La sua bibliografia: Le cause della rivoluzione cinese, Isedi, 1976; L'Opera di Pechino, Mondadori, 1983; Cina, tra uomini e mostri, Rizzoli, 1991; La via della Cina, Sperling & Kupfer, 1999 (vincitore al premio Rapallo e finalista al Premio Strega); Alle radici del sole. I mille volti del Giappone: incontri, luoghi, riti e follie, Sperling & Kupfer, 2000; I volti negati. Reportage dal Bangladesh, con Ugo Panella, Motta Federico, 2000; Oriente Express. Storie dall'Asia, Sperling & Kupfer, 2002.
Un posto a parte occupa nella sua produzione libraria: Oltre. Sguardi sull'handicap è una storia scritta per immagini, ritratti di donne e uomini uguali/diversi che hanno saputo andare oltre i limiti imposti dal luogo comune della differenza.
Nel 2000 ha vinto il Max David, premio giornalistico nazionale per l’inviato speciale.
Nel 2003 ha ideato e condotto alla Rai (che s’è avvalsa spesso di suoi interventi) il programma “La stirpe del drago” e per Radio Rai ha curato altri due programmi, “Alle radici del Sole”, sul Giappone, nel 2004 e “Shanghai oh Cara: le megalopoli dell’Asia” andato in onda nella primavera del 2006.
Uscirà inoltre a novembre, sempre per Sperling, il suo nuovo libro sulla Cina  dal titolo:  “Cina, il drago rampante”.
E’ figlia dell’attore Mario e nipote di Raffaele Pisu, con il quale molti anni fa ebbi il piacere di lavorare alla Rai.
Leggo sempre con piacere gli articoli di Renata perché sono veri e propri microsaggi, capaci di far capire con semplicità problemi complessi; non è roba di tutti i giorni sulla nostra stampa. Con scrittura scattante e pensosa a un tempo, interpreta la figura dell’inviato come testimone dei fatti, verificando di persona e non attraverso le agenzie quanto accade. Ciò la porta a rinunciare, saggiamente, a quegli effetti speciali di spettacolarità tanto cari alle frettolose redazioni che spingono i propri giornalisti a costruirli.

 

Benvenuta a bordo, Renata …
Ecco, ci mancava anche l’avventura spaziale con questo alieno che mi fa domande…
Sulla terra le faccio io le domande… Ma… nello Spazio come nello Spazio… Mi adatto subito.
Sabrina Iasillo, spumeggiante sommelier dell’EnotecaBistrot Uve e Forme mi ha consigliato d’assaggiare durante la nostra conversazione nello Spazio questo vino dell’Azienda.Agricola Santa Lucia: Riserva Le More 2001 Castel del Monte Doc; segnalandomi in Spacefax … leggo le sue parole: “Corato Bari Regno dell’Uva di Troia con una piccola partecipazione di Malbec e Montepulciano d’Abruzzo. Roberto Perrone Capano, il produttore e’ uomo capace di fondere la famelica irruenza del Sud, rovente e volubile e la nobiltà del tratto, sicuro e modellato in un unico tratto”. Fin qui Sabrina Iasillo… qua il bicchiere.
Adesso ascoltami: il Capitano Picard è bravissimo, per lodarne la guida, a Roma direbbero “è un bel manico”, però noi nello spazio stiamo, schizziamo ”a manetta”, prudenza vuole che tu trasmetta sulla Terra, come sempre chiedo iniziando la conversazione con i miei ospiti, il tuo ritratto… interiore…insomma, chi è Renata… secondo Renata …
Questa proprio non me l’aspettavo, il mio ritratto interiore! No, sono tutt’una, dentro e fuori, dritto e rovescio, di faccia e di profilo. Mi hai già presentata così bene tu, dall’esterno, che se dovessi scavarmi dentro non ne uscirebbe fuori niente di più. O di meglio. Ma neanche di peggio. L’autoritratto è un genere infido, si rischiano scivoloni di stile, ci si autoincensa anche quando si finge che no, io sono come tutti gli altri…
So di non essere originale nel proporti la domanda che segue, ma i miei avventori spaziali non sempre leggono le notizie terrestri e, quindi, ti chiedo: quando e come è nato il tuo interesse per la Cina?
E’ un interesse nato da una fantasia cosmopolita. Da ragazzina volevo conoscere tutte le lingue del mondo e visitare tutti i paesi del mondo. Mi diedi allo studio in contemporanea del cinese e del russo. Vinsi una borsa di studio per la Cina, non per la Russia, e ora dico, ma che fortuna! In Cina allora, erano i primi anni Sessanta, c’era Mao, un comunismo che appariva diverso, forse possibile. Allora già si sapeva che in Unione Sovietica le cose andavano a rotoli, mentre Mao era un monosillabo dolce, un leader di popolo che avrebbe anche potuto fare le fusa. E così sono andata avanti imperterrita lungo la Via della Cina, anche se è una via che conosce brusche svolte. L’ultima è a U. Sono tornati al capitalismo selvaggio, un sistema che combina alta tecnologia e feudalesimo, un cocktail esplosivo. Io credo tuttavia che stiano disperatamente tentando di inventarsi qualcosa di nuovo.
Tempo fa, nel corso di un’intervista hai affermato: <L’uomo indo-europeo è un homo theologicus, lo stesso non può dirsi dell’uomo cinese>.
Quale dimensione occupa la religione tra i cinesi? Quale il rapporto con l’immortalità, ammesso che tale rapporto per loro esista?
No, l’uomo cinese non ha proprio nessun interesse per la metafisica, per la religione. Questo non significa che non posa essere “spirituale” ma lo è a modo suo, senza credere nell’aldilà, in un Dio creatore, in un inizio e una fine. A Confucio chiesero cosa pensasse della possibilità di una vita dopo la morte e il Saggio rispose: “Ancora non conosco questa vita prima della morte, come volete che possa conoscere quella dopo?”. E c’è un’altra bellissima immagine di un filosofo del XVII secolo il quale sosteneva che l’anima non poteva avere vita propria, cioè staccata dal corpo, così come non è pensabile il taglio della lama senza il coltello. A me questa praticità cinese piace molto. Mi piace anche l’’India, mi sembra una Grecia esagerata, tutti quegli dei, quei miti, che convivono con la modernità, con Internet. Una signora indiana un giorno mi chiese quanti fossero ancora da noi i fedeli di Giove. Per lei era una domanda normale, tutto da loro si svolge sul piano della contemporaneità o nel tempo incalcolabile dei kalpa. Quella cinese è invece una civiltà più terranea, pragmatica, che non conosce i due grandi pilastri su cui è costruita la nostra, greco-giudaica-cristiana, e cioè Dio e Legge, lo ha detto il grande sinologo francese Marcel Granet. Eppure, anche senza Dio e senza Legge, si può costruire la convivenza civile. Studiare la Cina antica per crederci. Quella moderna, invece, avrebbe bisogno secondo me di un po’ più di leggi. Ma questo è un altro discorso.
Perché in Cina s’è avuta nel 1949 l’affermazione dell'ideologia comunista? Esistevano già elementi culturali in quella civiltà che lo hanno permesso?
No, non credo proprio che esistesse una vocazione cinese al comunismo, anche se quando i cinesi sono diventati tutti comunisti, da noi si è parlato di una loro predisposizione naturale. Li chiamavamo le formiche blu. Penso che siano altri i motivi per cui l’ideologia comunista si è affermata da loro. Nei primi anni del secolo scorso - ma ancora oggi, per molti versi - sentivano l’urgenza di rinnovarsi, di diventare uomini moderni e cinesi moderni allo stesso tempo, e andavano alla ricerca di un “ismo” che potesse aiutarli senza costringerli a rinnegare la loro civiltà. Il comunismo, con Marx, criticava aspramente lo sviluppo all’occidentale, la religione che era “oppio dei popoli”, eccetera. Così i cinesi che ci tenevano a mantenere un equilibrio fra la loro cultura e la nostra, decisero che se non ci poteva essere un equilibrio positivo, poteva sempre esserci un equilibrio negativo. Se dovevano buttare via qualcosa della loro antica civiltà, il boccone era meno amaro se si buttava via anche qualcosa della nostra, come faceva appunto il comunismo. Un Occidente non più cristiano e una Cina non  più confuciana potevano ripartire insieme alla pari verso il sole dell’avvenire. Le cose poi sono andate diversamente, il sole è tramontato, l’avvenire non è più quello di una volta, eccetera eccetera. Comunque, ho affrontato questo tema nel mio libro che uscirà a novembre “Cina: Il Drago Rampante”.
La Rivoluzione Culturale ebbe larga eco in Occidente con conseguenze, specie in Italia, in parte folkloristiche. Oggi, ad esempio, molti militanti di “Servire il Popolo” – a cominciare dal capo, Brandirali – militano senza vergogna in Forza Italia. Com’era visto in Cina (intendo dalle gerarchie politiche, forse tra la gente nulla si sapeva) quel movimento che si muoveva da tradizioni, culture, storia, tanto lontane? Era ritenuto attendibile? Oppure solo come un’occasione propagandistica priva di solida materia ideologica?
L’ultima che hai detto! I cinesi delle alte sfere non erano affatto interessati, in quegli anni, a quello che succedeva da noi, a come da noi venisse recepito il Pensiero di Mao. Nonostante avessero fatto la loro rivoluzione, tempo nemmeno dieci anni erano tornati ad essere l’Impero del Centro, poco importa se Celeste o Rosso. Noi, soprattutto noi europei, eravamo tornati ad essere la loro periferia. Ma ci rendiamo conto che per loro, in quegli anni, l’Europa era tutta racchiusa nei confini della povera Albania? In un bellissimo romanzo mai tradotto in italiano che si intitola “Le Concert”, Ismail Kadarè racconta magistralmente di questa assurda situazione. Ecco, io penso che la Cina dovrebbe indennizzare in qualche modo l’Albania che aveva ridotto a sua pedina e sua serva.
Passiamo all’oggi e alla cultura di adesso in Cina. In un tuo recente articolo hai scritto che talvolta i cinesi ti chiedono quale lingua si parli in Italia.
Insomma, nulla di noi è noto in quel paese? Nessun artista, scrittore o regista?
E se qualcuno laggiù è noto, puoi fare qualche nome?
I giovani sono molto ignoranti, come lo sono da noi. Da noi ci sono deputati che credono che la Rivoluzione francese sia scoppiata intorno al 1860 e che l’America sia stata scoperta intorno al  Milleseicento, quindi non critico i ragazzi cinesi che per lo meno non si danno alla politica, non si fanno chiamare “onorevoli”. Certo, sono chiusi nel loro orizzonte cinese e se guardano fuori guardano all’America che amano e detestano. Secondo loro, nel mondo si parla inglese, le lettere dell’alfabeto latino sono le lettere dell’alfabeto inglese. Di noi sono note alcune cose, alcuni nomi: il calcio è italiano, la pizza no, è americana. La moda è italiana, la mafia pure. L’arte? Be’ , bisogna vedere di quali cinesi stiamo parlando... Certo, ci sono cinesi che sognano di visitare Roma, Venezia, Firenze, ma sono percentualmente pochi. Quando c’era ancora l’’Unione sovietica mi ricordo che uno studente universitario mi domandò se l’Italia era una delle repubbliche sovietiche. Pazienza, mi dissi. Che nomi nostri che siano noti da loro posso mai fare? Ferrari, per la Testa Rossa, Valentino Rossi, Armani, Versace, Ferré… Ah, dimenticavo: Berlusconi. Tra i cinesi che leggono i giornali, e sono percentualmente assai pochi, ha avuto il suo momento di celebrità per la storia dei bambini bolliti…
Ed ora, avvalendomi della tua competenza, facciamo una carrellata sulla situazione delle arti contemporanee cinesi.
Cominciamo dalla letteratura. Non credo d’essere il solo a saperne poco di quanto nella narrativa accade in Cina. Ricordo che di recente è scomparso il grande Ba Jin, e che nel 2005, Einaudi – dopo una prima edizione italiana del ’94 – ha ripubblicato, con tuoi preziosi contributi, “Sorgo rosso” di Mo Yan.
Ma è possibile usare un termine (scusami l’anzianotta dizione) quale ‘avanguardia’ – così come in Occidente è inteso – per altri autori?
C’è chi si dedica ad una ricerca su nuove strutture narrative?
Sì, l’espressione ‘avanguardia’ è un po’ superata, anche in Cina. Comunque, ci sono scrittori che fanno ricerca sulla lingua, sullo stile, come Bei Dao che tenta di riscoprire le pulsazioni poetiche di una delle più antiche letterature del mondo. Ma è ovvio che sono ricerche èlitarie. Non si deve dimenticare che la Cina, intorno agli anni Ottanta, era culturalmente un deserto e che all’improvviso è arrivato di tutto dall’esterno: Sartre, Joyce, Virginia Woolf, Kafka, Kundera, Kerouac, Marquez, Calvino… tutti insieme caoticamente. Così ci sarà di certo chi si dedica alla ricerca di nuove strutture narrative ma di più non saprei dire. Lo ha fatto, per esempio, il Premio Nobel Gao Xinjiang con il romanzo “La montagna dell’anima”, ma i cinesi non lo considerano un cinese, bensì uno scrittore francese di lingua cinese. E per questo ha poco seguito in Cina, nel senso che non fa scuola.
Non sei soltanto esperta in cose cinesi, ma studiosa di molte culture orientali.
Trovandoci qui a parlare di letteratura, spostiamoci in Giappone. Con l’Enterprise si va veloci.
A proposito della scrittrice Banana Yoshimoto, da noi notissima, hai scritto (cito a memoria, perdonerai qualche inesattezza sempre che non tradisca il tuo pensiero) che rispetto alla giovanissima Wataya Risa – autrice di Install, uscito in Italia per Einaudi –  Banana potrebbe essere la madre di Wataya.
Da quale riflessione è originata questa tua affermazione?
Sì, Banana potrebbe essere la madre di Wataya Risa non soltanto anagraficamente ma perché il suo disincanto ha ancora qualcosa di umano, cioè di antico, mentre Wataya Risa è proprio un “figlia mia, non ti capisco”. Scommetto che lo direbbe anche Banana. Mi chiedi da quali riflessioni è originato questo mio giudizio e non saprei rispondere, più che riflessioni sono impressioni, sensazioni. Riflettere sul Giappone di oggi ipertecnologico e allo stesso tempo “depresso” in conseguenza dello scoppio della “bolla” economica, è arduo. Per certi versi la loro cultura si è come vagamente addolcita, ammorbidita, per altri no anche se certamente hanno perso aggressività. I giovani sembrano appartenere a una specie diversa ma Wataya Risa non è che li rappresenti pienamente. Lei ha avuto la forza di scrivere un qualcosa di simile a un  romanzo, si è impegnata.. I giovani giapponesi invece è difficile che si impegnino in qualcosa. Li chiamano  Hikikomori che vuol dire coloro che si ritirano dalla società”. E’ un fenomeno dilagante e proprio non si sa che Giappone avremo domani.
E dal Giappone torniamo in Cina… con l’Enterprise ci si mettono pochi nanosecondi.
Qualcosa a noi arriva circa le arti visive. Ho visto, ad esempio, un’interessante mostra di video l’anno scorso a Roma. C’è stata a Milano, sempre nel 2005, un’altra mostra, curata da Daniela Palazzoli, che nel catalogo accenna all’esistenza di “… un movimento che viene definito “popi”. Lo si può tradurre come punk, pazzoide, o schizoide underground. In base alla strategia “popi”, l’artista, per ottenere margini di libertà, si finge pazzo e accetta di vivere ai margini della società”.
Ti chiedo: t’è capitato di conoscere qualcuno che faccia parte di quel movimento? E’ roba nota solo agli intellettuali o ha qualche diffusione?
E rieccoci in Cina dove c’è tutto e il contrario di tutto. Artisti “popi” non ne ho conosciuti personalmente ma ho conosciuto artisti Gaudy, artisti del “realismo cinico” e tanti altri di altre scuole e altre etichette. C’è un gran fiorire di arti visive in Cina, ma è roba che interessa soltanto gli intellettuali o i mercanti d’arte e i galleristi di Hong Kong o San Francisco, non i nuovi ricchi cinesi dei cui gusti niente, per fortuna, si sa.
Teatro. Anche qui una domanda sullo stato della ricerca sui nuovi linguaggi.
Esistono gruppi che lavorano sull’intersezione dei codici, la plurisensorialità? E se non esistono, quali le cause?
No, di questo proprio non so niente. Posso soltanto dire che il “teatro parlato” in Cina non ha mai avuto vasto seguito, non gli appartiene culturalmente. Non avendo conosciuto il teatro borghese, non hanno bisogno di decostruirlo. Jiang Qing, la moglie di Mao, aveva tentato di rivoluzionare il teatro con le sue “opere modello”, cantate e parlate, ma l’esperimento si è fermato lì e dopo la Rivoluzione culturale è stato dimenticato. O quasi.
Solo dieci anni dopo la sua invenzione avvenne l'ingresso del cinema in Cina con il film "Ding Junshan" girato sul palcoscenico dell'opera di Pechino.
Da allora la Cina ha girato oltre 7000 film.
C’è chi sostiene che, forse, quei dieci anni di ritardo sono stati fatali e non ancora recuperati. Sei d’accordo oppure no?
E cosa saranno mai dieci anni di ritardo? No, non sono d’accordo. I cinesi hanno fatto film di tutto rispetto a partire dagli anni Ottanta, basta citare “Terra Gialla” di Chen Kaige. Film belli, film brutti, film così così… i cinesi producono di tutto. La cosa insopportabile è il doppiaggio in perfetto italiano. Non posso vedere un film cinese doppiato, quanto a quelli americani ci sono abituata, ho fatto il callo. Ma i cinesi no, proprio no… E’ uno strazio insopportabile, la lingua è talmente diversa, la mimica pure…
Ci avviamo alla conclusione del nostro incontro. Non so se sai che qui a bordo si parla spesso di enogastronomia e sono stati ospiti famosi chef italiani.
L’arrivo di molti cinesi in Italia (spesso cuochi quanto io sono neurobiologo) ha compromesso l’immagine della tavola cinese, cosa che m’addolora perché quelle rare volte che ho frequentato, autenticamente, una delle cucine cinesi le ho trovate sublimi.
La domanda che ti rivolgo è la seguente: da noi, pur rispettando tradizioni e territorio, ci sono molte ricerche che hanno prodotto notevoli innovazioni meritando (quando lo meritano) la dizione di “cucina creativa”.
Esiste una simile ricerca in Cina, pratiche enogastronomiche che si muovono fuori della tradizione?
I cinesi stanno riscoprendo adesso le loro mille cucine regionali, da poco conoscono l’abbondanza - almeno la conoscono quelli che se la possono permettere. Così non sono inclini a ricerche fuori dalla tradizione. Nei ristoranti di lusso di Shanghai o Pechino, ci sono ottimi ristoranti innovativi ma l’innovazione è più dovuta a contaminazione che a creatività, è più Fusion che Nouvelle cuisine. Ma giuro che si mangia benissimo. Un mese in Cina, quattro cinque chili guadagnati
Prima di lasciare i miei ospiti di questa taverna spaziale, li costringo crudelmente a fare una riflessione su Star Trek, non necessariamente elogiativa… che cosa rappresenta quel videomito nel tuo immaginario? Ammesso che qualcosa rappresenti, s’intende…
Mamma! Aiuto! Fatemi scendere!
Siamo quasi arrivati a RePi-One, pianeta ideogrammatico abitato da alieni tanto alieni da essere definiti tali anche da loro stessi… se devi scendere, ti conviene prenotare la fermata. Stoppiamo qui l’intervista anche perché è finita la bottiglia Le More 2001 consigliata da Sabrina Iasillo dell’EnotecaBistrot “Uve e Forme … Però torna a trovarmi, io qua sto… intesi eh?
Intesi. Arrivederci alieno dal nome alieno, arrivederci!
Ti saluto com’è d’obbligo sull’Enterprise: lunga vita e prosperità!

 

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commenti presenti

Che bella panoramica sulle cose cinesi! Domande indovinate alle quali seguono risposte chiare, mai reticenti, mai sussiegose. Complimenti. marcello de sisti

inviato da marcello de sisti
 

Ecco come, in breve,ma senza sciatteria si può fare una fotografia di un paesegrande e difficile come è la Cina. Mi piacerebbe se questo sito di ragguardevoli meriti, facesse una serie di reportage così fatti su altri paesi con specialisti di varie nazioni. Saluti. Katiuscia

inviato da Katiuscia
 

Vorrei ricordare al Sig. Adolgiso (e anche alla Signora Pisu) che Servire il Popolo fu un grande momento italiano di tentare un profondo rinnovamento del pensiero politico. Non va trattato come avete fatto. E' vero che ci sono state defezioni e avventure politiche riprovevoli di vari personaggi appartenuti a quel movimento, ma questo è un altro discorso. Mai più tornerò su questo sito. hortagonal

inviato da hortagonal
 

Ottimo. Tutto ottimo. Ho segnato il titolo del libro della Pisu e lo comprerò appena esce. rossella militi

inviato da rossella militi
 

Condivido che si tratta di una bellissima intervista, ma io sono una fumettista e, purtroppo, non ho trovato una domanda su quel genere espressivo. Domanda per la Pisu che faccio io: esistono fumetti lì come da noi? Grazie per la risposta. Marzia Di Federico

inviato da Marzia Di Federico
 

La Pisu certamente ne sa più di me, ma un dubbio mi viene e chiedo di chiarirmelo. Quando lei risponde sulle arti visive in Cina accenna a movimenti nuovi che, come sappiamo, comprendono anche performances (mi è capitato di vederne filmati in una trasmissione su Sky). Però quando risponde sul teatro afferma che lì non avvertono la necessità di destrutturare il teatro parlato. Ma le performances non fanno anche questo pur partendo non propriamente dal teatro? E' possibile una risposta della Pisu? Suo affezionato lettore su Repubblica. carlo romano

inviato da carlo romano
 

Ho fatto il '68 e non sono affatto pentita, ma Servire il Popolo era una buffonata e non deve meravigliare quantoè accaduto a tanti di lorooggi. Ci tenevo a dirlo. Per il resto, che dire, conversazione di grande livello questa che con leggerezza dice e fa capire. Cordiali saluti a tutti. Franca Cavalli

inviato da Franca Cavalli
 

Banana Yoshimoto madre di Wataya. Mi pare un'ottima definizione. Gloria Bianco

inviato da Gloria Bianco
 

Ho letto con molto entusiasmo quest'intervista. Ho letto molti articoli e libri di Renata Pisu. Sono laureanda in mediazione linguistica e Renata Pisu per me rappresenta un'ispirazione. A proposito di questo sto per scrivere la mia tesi di laurea, vorrei fare un parallelismo tra culture cinesi e giapponesi e sul loro etnocentrismo. Però è un pò difficile da sviluppare in quanto molto vasto; dovrei cercare un argomento preciso su cui focalizzarmi. Secondo voi è possibile in qualche modo avere una risposta direttamente da lei? Se potete aiutarmi in qualche modo... Vi ringrazio.

inviato da Roberta
 

 

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