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Un bar notturno dove gli avventori si conoscono tutti fra loro. Più per nome che per cognome.
Da un vecchissimo juke-box in fondo alla sala,
provengono le note della canzone che vi aggrada.
In Primo Piano, Adolgiso parla con i suoi amici di sempre, sfaccendati o peggio.

 

Strilli, versi e contumelie

 

Scommettiamo un Campari che un tempo venni in possesso di un documento che permise di fare completa luce sulla biografia e la produzione letteraria di un grande poeta italiano?... l’atto rintracciato è un verbale seguito ad un tumulto.
Alcuni pensarono che fosse un falso da me prodotto, non rispondo a tali calunnie… io falsario?... perfino come falsificatore sono autentico io!
Fu recitato quel mio racconto-saggio, scritto per RadioRai, in un programma che si chiamava “Il giardino delle delizie” (a cura di Pinotto Fava, 1983); al microfono l’attore Dario Penne che oggi è tra i più grandi doppiatori italiani.
Sì, grazie a quella mia scoperta ora sappiamo com’è nato un famoso sonetto e accertare per vere alcune notizie biografiche date per incerte. Già, perché da quelle carte saltano fuori più precisi riferimenti a fatti solo parzialmente rintracciabili nell’opera già studiata da tanti storici (De Sanctis, Flora, Momigliano, Russo, Sapegno) e classificata da Gigi Cavalli, Maurizio Vitale, Carlo Steiner… Inoltre, è la dimostrazione di come da banali occasioni della vita possano nascere piccoli capolavori ricordati dalla Storia… il poeta?... giusto, dimenticavo… il senese Cecco Angiolieri, nato nel 1260 e morto nel 1312.
Si sa, non fu uno stinco di santo, lui stesso ammette che tre cose solamente ebbe in gradimento: “la donna, la taverna e ‘l dado"… leggervi tutto quanto?... non se ne parla proprio, è tardi… m’offrite una birra alta?... vabbè, allora non posso negarmi… ma siccome la faccenda è sul lungo, ne sunteggerò le parti essenziali intercalando la mia narrazione a frasi estratte dalla cartapecora che rinvenni dopo accanite ricerche e buona dose di fortuna.

 

L’11 luglio 1302, di notte, appena dopo il terzo suono della campana del Comune, in una via di Siena, s’udì “gran romore, getto di fusaiole, lancio d’antefisse, e scellerate grida”. Fra gli accorsi, due armati di cui dal verbale da me trovato s’evince furono “homini d’arme napolitani, l’uffiziale Scuozzo e il suo uomo di soldo Scognamiglio”. Insomma, una sorta di “madama” dell’epoca. Presto fu riconosciuto Cecco Angiolieri il quale “d’alito vinoso e incerto passo guerciava contro la donna sua che sovrastava lui con alti lai”.Si trattava dell’ennesima lite tra Cecco e la sua amante Becchina (… bel coraggio a mettersi con una con quel nome!) da lui amata e temuta. E che così fosse, ne abbiamo, infatti, riscontro: Quando veggio Becchina corrucciata / se io avesse allor cuor di leone, / sì tremarei com’un picciol garzone / quando ’l maestro gli vuol dar palmata (Sonetto III del Canzoniere). 
La pergamena, riferisce di Cecco come figlio di Angiolieri e nipote di Angioliero “detto Sòlafica pe’ sui molli costumi”. E qua finalmente luce su quel nomignolo che il Marti propose di leggerlo “Solàfica”, cioè Serafica, mentre la maggioranza degli studiosi, dal D'Ancona fino al Lanza, lo leggono “Sòlafìca”, con evidente significato osceno.
Cecco è descritto anche “proscritto dallo spirito di nostra religione” perché “sucido bestemmiatore, taverniere, rissoso, nonché “inimico di chi come lui dicasi poeta”. E come non leggere un trasparente riferimento all’inimicizia di Cecco col suo più famoso contemporaneo: Dante Alighier, i’ t’averò a stancare / ch'eo so’ lo pungiglion, e tu se’ ’l bue (Sonetto CII, op. cit.).


Il documento prosegue riportando a verbale il dialogo concitato fra l’uffiziale Scuozzo e l’Angiolieri:

- Che ha', fi' de la putta? – I' son rubato.
- Chi t'ha rubato? – Una che par che rada
  come rasoio, si m'ha netto lasciato.

 

E qui permettete che mi lasci andare all’emozione nel notare come quel dialogo sia stato trascritto dal poeta stesso pari pari nel suo Canzoniere al I Sonetto intitolato dal primo verso: “Accorri accorri accorri, uom, a la strada!”.
Breve: Cecco fu portato al commissariato dell’epoca, ma il bollore della rabbia sua e i fumi del vino lo videro “giamai quetarsi che tutto invase di strepiti e quando gli fur detto della multa pe ‘l notturno schiamazzo raddoppiò da par suo il clangore e come febbre l’assalisse delirando dicea minacce strane: S'i' fosse foco, arderei 'l mondo… s'i' fosse vento, lo tempestarei… s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo
Ed ecco comporsi davanti ai nostro occhi il famoso Sonetto LXXXVI (Canzoniere, op. cit.) che ora più non ha misteri nelle cause e nei modi in cui nacque.
O Cecco, o Umanità!

 

… ma che ora s’è fatta?... ‘azzo!… è tardissimo!...domattina ho una sveglia terribile, devo alzarmi per mezzogiorno. ‘Notte… buonanotte a tutti.

 

 

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