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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Tra le quinte del cinema

La raffinata casa editrice Oligo nella collana ‘Daimon’ diretta da Davide Bregola ha pubblicato una ghiotta curiosità: Tra le quinte del cinema; la copertina reca un’incisione del XIX secolo intitolata “Lumiére alla macchina da presa”.
Il testo è di Giustino Ferri (1857 - 1913), giornalista, intimo di Gabriele D’Annunzio, Luigi Capuana, Matilde Serao, Luigi Pirandello.
Di lui restano alcuni romanzi, un centinaio di novelle e forse più di un migliaio di articoli.
“Tra le quinte del cinema” uscì dai torchi della rivista “La Lettura” nel settembre 1906. Ora è ripubblicato a cura di Claudio Gallo e Luca Crovi

Crovi, è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove gestisce le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Collabora con diversi quotidiani e periodici, ed è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) trasformata nell’omonima trasmissione radiofonica di Radiodue. Per Rizzoli ha pubblicato L’ombra del campione (2018) e L’ultima canzone del naviglio (2020). Per Oligo Editore ha curato i testi del volume illustrato da Paolo Barbieri Draghi, dirigibili e mongolfiere. C’era una volta a Milano (2019) e ha tradotto L’Isola del tesoro. Il mio primo libro di Robert Louis Stevenson (2020, a cura di Claudio Gallo)

Gallo, già bibliotecario, è docente di Storia del Fumetto presso l’Università degli Studi di Verona e direttore de “Ilcorsaronero”, rivista salgariana di letteratura popolare. Tra le sue monografie ricordiamo Emilio Salgari. La macchina dei sogni (BUR 2011, firmata insieme a Giuseppe Bonomi). Per Oligo Editore ha curato l’edizione di Robert Louis Stevenson, L’Isola del tesoro. Il mio primo libro, tradotto da Luca Crovi e con la prefazione di Mino Milani.

Scrive Crovi: “Ferri fu probabilmente il primo critico a raccontare in presa diretta lo sviluppo e le suggestioni di quell’arte visive che stava tanto stupendo il mondo e che era davvero in continua e velocissima evoluzione. L’autore ci racconta le sue emozioni durante una proiezione e il desiderio di incontrare coloro che in Italia stavano dando vita all’arte del cinema”.

Ferri riesce a cogliere non solo la temperatura di un’epoca entusiasta di quel prodigio dato da “immagini animate”, ma del cinema ne intuisce pure i destini tematici e stilistici che allora nascono da opere letterarie per lanciarsi nel racconto di quelli che chiameremo “soggetti originali”.
Nelle sue parole vibra l’emozione che talvolta ci capita oggi di leggere in qualche reportage sulle novità prodotte da nuovi traguardi della robotica o della Realtà Virtuale.

Dalla presentazione editoriale.

La prima proiezione pubblica a pagamento di una pellicola dei fratelli Lumière avvenne a Parigi il 28 dicembre del 1895. Già nel marzo dell’anno successivo i due pionieri del cinema riuscirono a organizzare delle serate a Torino, Roma e Milano. Agli italiani la loro invenzione apparve subito come una incredibile meraviglia, ma anche un mondo nel quale poter impiegare il proprio ingegno e la propria originalità. Così, nel giro di pochi anni, anche nel Belpaese sorsero sale cinematografiche e case di produzione, come la Cines (Roma, 1905), la Itala Film (Torino, 1906) e la Partenope Film (Napoli, 1907).
Quando lo scrittore Giustino Ferri siglò sulle pagine de “La lettura” allegata al “Corriere della Sera” il suo testo ‘Tra le quinte del cinema’ fu probabilmente il primo critico a raccontare in presa diretta lo sviluppo e le suggestioni di quella nascente arte visiva.

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Giustino Ferri
Tra le quinte del cinema
A cura di Claudio Gallo e Luca Crovi
Pagine 50, Euro 12.00
Oligo Editore


Giornata della Memoria


“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di cruente certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi negazionismi.

La data per la “Giornata della Memoria” fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è preferisco questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di religiosità insita in quest’ultimo.
I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine:I Dieci. .
Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori.
In questi giorni, poi, vanno moltiplicandosi, manifestazioni, spesso impunite, che inneggiano a passati regimi che si resero responsabili di quelle stragi. Si sente dire che è necessaria al proposito un’azione culturale che spieghi e illumini. Sì, è così, ma quell’azione ha tempi omeopatici ed è necessario accompagnarla anche con energiche misure repressive ripetutamente mancanti nonostante leggi esplicite al riguardo.

Ho ricevuto parecchi comunicati che segnalano spettacoli e mostre per ricordare quel 27 gennaio del 1945. Citare alcune di quelle occasioni potrebbe significare escluderne altre, allora scontento tutti e scelgo di pubblicare le immagini di un’opera - Yolocaust - pubblicata dall'ottimo webmag Exibart.
È dell'autore satirico tedesco-israeliano Shahak Shapira autore che ha agito sul tema della Shoah dimostrando con i suoi fotomontaggi quanto non esiste limite alla stupidità di tanti che si fotografano in selfie durante una visita al Memoriale dell’Olocausto di Berlino.


Perché i robot sono stupidi?


La casa Editoriale Scienza, come sanno gli addetti ai lavori e tantissimi lettori, è un’editrice specializzata in divulgazione scientifica per ragazzi e svolge benissimo da anni questo ruolo. Presenza culturale quanto mai necessaria specialmente in questi tempi funestati da negatori delle scienze, da ciarlatani che osano senza vergogna discettare di virologia e infettivologia, propalando fake news che avvelenano società e politica,
Oggi mi occupo di una pubblicazione ES che, pur mantenendo i caratteri originari diretti ai più giovani, presenta una particolarità: è un volume che può essere utile anche a noi adulti.

Il volume, si trova nell’indovinata collana Teste Toste (Premio Andersen 2013) e risponde a un’infinità di domande su di uno dei protagonisti della nostra epoca: il Robot.
Peccato che il libro, ben costruito, abbia un titolo bruttino: Perché i robot sono stupidi?”. Si poteva fare meglio, o no?
Gli autori – Federico Taddia e Barbara Mazzolai.- però, si riscattano nelle pagine svolgendo un fitto e ben orchestrato discorso su quella creatura meccanica ed elettronica che assiste e interviene nelle nostre vite con la quale scambiamo funzioni e destini e si propongono interrogativi semiologici e filosofici.
“Uomini sempre più artificiali. Robot sempre più umani. La vita va ripensata” afferma il fisico americano Sidney Perkowitz. Noi umani, cioè, ci integriamo da tempo, e sempre più accadrà, con apparati tecnici che già fanno, e vieppiù faranno, parte del nostro corpo, a volte perfino invisibili allo sguardo di chi ci osserva: by-pass, protesi, implantologia ossea, cuore fegato reni artificiali. Dall’altro lato le macchine vanno assomigliando sempre più ad esseri viventi perché integrate con materiali biologici.
Anni fa i robot svolgevano azioni meccaniche semplici, oggi si parla di psicologia robotica, campo di cui si è occupato, ad esempio, l’italiano Domenico Parisi.
Tra allarmi e promesse ci avviamo verso il postumanesimo di cui uno dei massimi rappresentanti è Ray Kurzweil premiato con la prestigiosa National Medal of Technology e fondatore dell’Università dell' Università della Singolarità finanziata da Google e dalla Nasa.
“Tra una ventina d’anni” – dice Kurzweil – “robot migliaia di volte più piccoli dei globuli rossi, «nanobot», saranno inviati all’interno del corpo umano per distruggere i germi patogeni, eliminare le cellule cancerose, rimuovere le scorie”.
Non solo robot per usi medici, industriali, domestici, ma li troviamo anche nel godimento estetico, si pensi, ad esempio, a ‘Yumi’ che al Teatro Verdi ha diretto l’Orchestra Filarmonica di Lucca, al robot disegnatore ‘Busker’ del triestino Paolo Gallina.
Ecco anche perché è di grande interesse questo libro che dei robot rivela forza e anche limiti (per lo meno quelli odierni). Spiega quali obiettivi possiamo raggiungere grazie a loro e allontana certe paure di marca fantascientifica quali, ad esempio, una presa del potere di questi esseri.
Paure che nascono proprio dalla parola “robot” (si può pronunciare con l’accento sia sulla prima sia sulla seconda “o”) che troviamo per la prima volta nel dramma R.U.R. (1920) dello scrittore ceco Karel Capek
Il robot governa e guiderà la genetica, le nanotecnologie, nell’aspetto sia scientifico sia tecnologico formando un futuro non più affidato all’immaginario fantascientifico ma a laboratori dove sono in corso ricerche che cambieranno non soltanto la società e le sue regole, le psicologie di gruppo e il pensiero politico, ma la stessa creatura umana.

Dalla presentazione editoriale.

«Si può insegnare qualcosa a un computer? Come fa l’assistente vocale a sapere tutto? Ha più bisogno l’uomo del robot o il robot dell’uomo? A rispondere è Barbara Mazzolai. A lei spetta il compito di soddisfare le mille curiosità di Federico Taddia che, nei panni dell’intervistatore, le rivolge domande a volte serie, a volte buffe e irriverenti, tutte utili a fare chiarezza sull’argomento. I lettori scopriranno così cosa c’è alla base delle tecnologie in uso nella quotidianità, che cos’è un algoritmo, cosa sono in grado di fare i robot e quali sono i loro limiti.
La struttura dialogica, tipica della collana Teste Toste, è particolarmente agile e adatta alla divulgazione scientifica per bambini e ragazzi: da un lato permette di affrontare singoli concetti in ciascuna domanda, dall’altro di creare un filo logico con il susseguirsi delle stesse. Consente inoltre un percorso di lettura personalizzato: si può scegliere infatti di iniziare dalla domanda che più incuriosisce, per poi procedere secondo gli aspetti che si vuole approfondire».

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Federico Taddia – Barbara Mazzolai
Perché i robot sono stupidi?
Illustrazioni di AntonGionata Ferrari
Pagine 96, Euro12.50
Editoriale Scienza


Cronache di un osservatore dell'arte


Proposto da Spazio Contemporanea con il titolo Cronache di un osservatore dell’arte ecco un volume fra documento e saggio di cui è autore Piero Cavellini, laureato in sociologia, cosa questa che influenzerà il suo lavoro.
Dal 1974 avvia un’attività espositiva volta ad effettuare una ricognizione sulla generazione di artisti internazionali suoi contemporanei, spaziando dal movimento Fluxus all’Arte Povera, all’uso del mezzo fotografico nell’Arte.
Fino al 1995 ha organizzato circa 200 mostre nei propri spazi espositivi, e più di sessanta a tutto il 2003 in spazi istituzionali.
Ha condotto anche un’attività editoriale – Edizioni Nuovi Strumenti – di supporto critico e creativo, intervenendo con numerosi testi a corollario delle opere pubblicate; le edizioni contano 195 titoli.
Si è occupato, dal 1977, d’arte ambientale, curando la rassegna “Arte-Ambiente” per il comitato di quartiere di Porta Venezia a Brescia.
Dal 1977 al 2000 è stato curatore della “Raccolta dei Campiani”, una collezione privata d’arte contemporanea per la quale ha formato uno dei più importanti parchi di scultura esistenti in Italia.
Ha tenuto corsi di ‘Storia della fotografia’ presso la Libera Accademia di Belle Arti di bresciana; condotto laboratori sia sulla produzione di Eventi Artistici alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Brescia sia su ‘Fenomeni artistici e Sistema dell’Arte’ alla già citata Laba.
In campo letterario, ha pubblicato nel 1992 un libro-opera, in collaborazione con Antonio M. Faggiano, dal titolo ”Venti canzoni di Amore e Psiche”,
Abbiamo poi “Senzazucchero” (Edizioni l’Obliquo), “Cent’anni” (Smith Editore)
Ancora una cosa. Piero Cavellini, con il suo massiccio curriculum creativo non lo si può definire figlio d’arte, ma sarebbe omissivo tacere che è figlio d’artista. Già, perché il padre, infatti, è Guglielmo Achille Cavellini (1914-1990), artista che, mi piace sottolinearlo, quando la critica italiana si deciderà a riconoscerne l’importanza, sarà sempre tardi.

A Piero Cavellini ho rivolto alcune domande.

Tra i tanti modi in cui potevi raffigurarti nel titolo del libro con una sola parola, ti sei definito “osservatore”. Qual è il motivo di questa scelta?

Ho pensato a lungo prima di definire la mia presenza in questo libro così strettamente autobiografico. Non sono stato un Gallerista in senso tradizionale, né un Mercante, la mia figura credo sia stata abbastanza anomala nel contesto dell’Arte contemporanea. Definirmi un intellettuale dedicato all’arte mi sembrava alquanto presuntuoso. In fin dei conti la mia presenza in quel contesto era condotta dalla curiosità verso le figure dell’arte che si trasformava presto in complicità, voluttà di una frequentazione intensa. La scelta di definirmi Osservatore mi è sembrata la meno compromettente e quella che più si avvicinava alla libertà che ho usato nel frequentarlo.

Il volume reca, ma non in copertina, parafrasato un sottotitolo duchampiano “Le galeriste mis a nu par ses contraddictions měme”.
Quali sono le sue ‘contraddictions’
?

Innanzitutto, parafrasando Duchamp mi sembrava di marcare un territorio che è stato tra i più importanti nella mia formazione ed ha condotto la gran parte delle mie scelte. Una sorta di identificazione col personaggio anche solo citandolo in questo modo. Infine, il Grande vetro è una forma contraddittoria che ha la stessa funzione sia integro che crepato. Anch’io ho subito numerose lesioni durante il lungo percorso nei luoghi dell’arte che ho frequentato.

Il libro è stato pubblicato nel 2018. Tra le cose che lì si trovano qual è la cosa cui più tieni a confermare?

Assolutamente tutto. Se ci sono contraddizioni è perché fanno parte della vita ed in questo libro di vita si tratta . E’ per questo motivo che in seguito, come preannunciato nell’ultimo capitolo della Cronache, ne ho scritto un altro romanzando le vicende da me vissute e dando libero sfogo ad una scrittura in cui entrano in primo piano passioni e sentimenti che in una cronaca fanno fatica ad entrare.

C’è qualcosa, invece, di cui sei pentito d’avere scritto allora e che oggi più non scriveresti? O scriveresti in modo diverso?

Io scrivo di getto e difficilmente torno sui miei passi se non con correzioni sintattiche e formali. Il libro è stato scritto dopo che un capitolo vitale si era ormai concluso. La vita non si può cambiare tornando indietro.

Come dicevo prima, il libro è di tre anni fa. In questo tempo sono apparse cose nuove o personaggi che t’interessano… correnti, nomi?
Se sì, quali? Se no, perché
?

Vale la risposta precedente. Una cronaca ha un inizio ed una fine, come non posso cambiare ciò che ho descritto così non posso aggiungere nulla. Continuo ad interessarmi alle cose dell’arte ma da un punto di vista differente.
Chissà se un giorno avrò dato corpo ad un ulteriore luogo talmente prepotente da esigere un’ulteriore puntualizzazione?

…………………………………..
Piero Cavellini
Cronache di un osservatore dell’arte
Pagine 200
Con 41 immagini in b/n
Spazio Contemporanea


Il clown e la coscienza (1)

Il clown, il Pagliaccio dove e quando nasce?
Per chi ha voglia di sapere su questi argomenti: date e nomi con un CLIC.
Il libro che presento oggi, pur partendo dal clown con le più note caratteristiche, ha una particolarità: esplora territori dell’espressività legate al corpo che risiedono non sulla pista del circo ma sul palcoscenico, in teatro.
Lo ha pubblicato la.casa editrice Lindau
Titolo: Il clown e la coscienza Homo Stupidens
L’autore è Gerardo Mele
Danzatore, attore e insegnante, fa parte della compagnia Les Fusains di Parigi diretta da Pierre Byland, del quale è stato assistente e coautore in “Solo sei” (2002), “Cadavre exquis” (2007) e “Masterklass” (2011).
Dal 1990 pratica la «danza sensibile» seguendo un percorso personale di ricerca sul «corpo sensibile».
È inoltre performer e si esibisce con la compagnia Stalker Teatro di Torino.
Si è formato con diversi maestri, fra cui Mareike Schnitker, Anna Sagna, Doriana Crema, Pauline Sasaki.

Per visitare il suo sito web cliccare QUI.

Dalla presentazione editoriale.

«L'immagine del clown è sempre stata legata al mondo del circo e dunque confinata nella sfera dell’animazione e dell’intrattenimento. Negli ultimi decenni, tuttavia, questa figura è radicalmente cambiata grazie a un grande maestro, Pierre Byland, che l’ha portata in teatro e ne ha fatto l’elemento centrale del proprio lavoro creativo.
Gerardo Mele, allievo e collaboratore di Byland, ci parla qui del nuovo clown e del percorso di trasformazione interiore richiesto a tutti coloro che si dedicano a questa forma d’arte. Perché essere clown significa tornare alle origini e recuperare la capacità di stupirsi di fronte alla realtà, ritrovando dentro di sé gli aspetti ridicoli e naïf senza preoccuparsi per la propria reputazione. Significa, in altre parole, riappropriarsi dello sguardo di un bambino che scopre il mondo. Il vero desiderio del nuovo clown è semplicemente essere, ritornare al punto zero, cioè all’Homo Stupidens, che non si preoccupa né del passato né del futuro, ma vive esclusivamente nel presente. Soltanto così si apre lo spazio vuoto della creazione, dove la mente è capace di grande amore ed è veramente libera.

Questo libro, arricchito da una prefazione di Pierre Byland e Mareike Schnitker dispone pure di un’intervista di Grazia Roncaglia a Pierre Byland, un piccolo viaggio all’interno del mondo del clown teatrale sul filo di una ricerca non solo artistica, ma anche interiore, umana e spirituale».

Segue un incontro con Gerardo Mele.


Il clown e la coscienza (2)


A Gerardo Mele (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa ti ha principalmente spinto a scrivere questo libro?

Non avevo mai pensato di scrivere un libro ma è stato sorprendente vedere che il mio desiderio di crescere spiritualmente, dopo tanti percorsi di consapevolezza, ha trovato molte risposte nella pedagogia del nuovo clown.
Può sembrare buffo che un clown parli di spiritualità, sembra fuori luogo, eppure questa ricerca pedagogica ha favorito un’apertura interiore tale da annullare qualunque condizionamento; la sorpresa è stata grande, e come il bambino che scopre qualcosa di sé, delle sue emozioni, e vuole dirlo alla mamma, così mi sono sentito io scoprendo il “nuovo clown”, e allora a chi raccontarlo? Il desiderio di condividere è stato forte, come per il bambino, e allora ho pensato di scrivere un libro: un piccolo viaggio all’interno del mondo del clown teatrale per soffermarsi sul valore di una ricerca interiore, umana, spirituale, oltreché artistica.

Dai primi del Novecento (l’epoca dei “Fratellini” per intenderci) è cambiata la figura del clown? Se sì, in che cosa? Se no, perché?

Il cambiamento è stato notevole perché il nuovo clown si è spogliato di tutti gli aspetti esteriori quali costumi vistosi e trucchi appariscenti, per fare ricerca e per portare alla luce la propria stupidità, intesa come ingenuità, e sviluppare un clown interiore, più legato alle peculiarità della persona stessa. Il nuovo clown si rinnova ogni giorno con la ricerca, e lo scopo della ricerca è la ricerca.

Quando irrompe in teatro la figura del clown?

Il nuovo clown nasce ufficialmente a Parigi nei primi anni 60 da Jaques Lecoq e da un fenomenale Pierre Byland che approfondisce e diffonde una pedagogia che per la prima volta storicamente entra in una scuola e diventa materia di studio per la formazione dell’attore. Fino ad allora il clown era solo nel circo e gli insegnamenti, secondo gli stessi clown dell’epoca, potevano solo essere tramandati; spesso i numeri erano sempre gli stessi, escludendo la ricerca e l’evoluzione verso un clown contemporaneo.

Chi è il “clown sensibile” ?

Il clown sensibile, sulle basi della pedagogia del nuovo clown, sviluppa un’ulteriore attenzione al corpo, a partire dal processo di verticalizzazione dell’essere umano per incontrare i punti deboli della propria evoluzione e viverli.
Il vero desiderio del clown sensibile è semplicemente “essere”: abbandona schemi mentali, nuovi e vecchi, per ritornare al punto zero, cioè all’homo stupidens, dove non c’è il desiderio che oscilla tra passato e futuro, ma solo il presente, senza alcuna preoccupazione per il domani.
L’homo stupidens non ha ancora sviluppato una mente condizionata dall’educazione, dalla cultura, dalle convinzioni della stessa mente e nessuno gli ha mai detto “questo non è permesso”, la sua educazione è all’inizio, è primitiva, è stupidens.

Scrivi: “Il clown mi ha regalato non solo una brillante vita artistica, ma soprattutto un nuovo punto di osservazione sulla vita”. Quale?

Nella società contemporanea abbiamo quasi l’obbligo di essere capaci, belli, di sapere tutto, di essere impeccabili insomma… accettare di fallire, di essere derisi, di essere un perdente è stato il trampolino per una nuova visione della vita.
Accettare l’incertezza e il fallimento, non inteso come passività, ha cambiato molto il mio punto di vista riguardo i valori del vivere, e quando la tua sconfitta è una vittoria sei superlativo, sei imbattibile.
Un vero antieroe sempre positivo anche nei grandi temi quali la morte, l’avidità, il successo, ampiamente trattati nel libro e negli spettacoli.
La libertà da certi vincoli culturali e psicologici vissuti nella pratica sono diventati concreti esercizi per conoscersi e per apprezzare con umorismo le proprie debolezze.

Nel volume sottolinei l’importanza di Pierre Byland per te e per la scena contemporanea. Puoi tracciarne un sintetico profilo?

Per quanto riguarda il clown osservando la scena contemporanea è impossibile non sottolineare l’importanza di Pierre Byland, nato nel 1938 in Svizzera e cresciuto artisticamente a Parigi: pedagogo, attore, acrobata, pianista, un artista a tutto tondo che ha speso molto soprattutto per l’insegnamento, portando il clown contemporaneo ad un elevato livello di coscienza.
Pierre Byland, un uomo controcorrente che ha compreso il valore di un contatto intimo con se stessi, senza il bisogno di cercare l’originalità nel costume o nel naso rosso, sebbene importantissimi nella pedagogia.
La sua missione? Riportare ogni attore al punto zero (homo stupidens) cioè spogliarlo di ogni orpello decorativo per fare affiorare la fragilità umana come percorso di crescita personale e artistica dove viene distrutto qualunque stereotipo, non ci sono ideologie, mode, conformismo e non c’è arrivismo ma soltanto l’essere umano nudo che non ha vergogna della sua fragilità.

……….…...…..……..…

Gerardo Mele
Il clown e la coscienza
Pagine 92, Euro12.00
Lindau


Arte elettronica a Modena (1)

La Fondazione Modena Arti Visive va assumendo un sempre più marcato ruolo protagonista nello scenario espositivo italiano fedele alla finalità del suo programma che lo vuole un “centro culturale di formazione professionale e didattico” ma attento alla diffusione della nuova espressività intermediale.
Testimoniano questa direzione di lavoro due mostre che possono essere visitate ancora fino a fine gennaio

Luca Pozzi e il Gruppo auroraMeccanica (il primo presentato da Lorenzo Respi e il secondo da.Francesca Fontana) agiscono metodologie nelle quali arte e tecnologia s’incontrano attraverso un tempo che va dal Rinascimento ad oggi suscitando interrogativi e scoprendo epifanie che illuminano territori che vanno anche oltre le opere in mostra.


Arte elettronica a Modena (2)



“Figura” di auroraMeccanica, (Ph Rolando Paolo Guerzoni)

A Francesca Fontana ho chiesto:
Alla luce dei progressi tecnologici e delle emergenti realtà di mercato, quale dovrebbe essere il ruolo oggi di un curatore museale?

Al giorno d’oggi il curatore non può esimersi dal tenere in considerazione le possibilità offerte dalla tecnologia e dal multimediale: credo che questi debbano essere considerati come strumenti in grado di diffondere ed approfondire la conoscenza del patrimonio museale. Tuttavia, non devono certamente sostituirsi all’opera stessa, che rimane unica e irripetibile; la presenza fisica dell’oggetto-opera, il qui ed ora, l’aura di cui parlava Walter Benjamin sono gli elementi fondamentali che caratterizzano l’esperienza della visita a un museo. La tecnologia può però aiutare a migliorare tale esperienza, farci comprendere meglio l’opera, o fornire suggestioni e spunti di riflessione, come nel caso della mostra “Figura”.

Dalla nascita l’arte elettronica ha riproposto con forza un interrogativo: esiste un progresso delle arti o solo un progresso delle tecniche?

Da sempre l’arte è legata al progresso delle tecniche. La mostra di auroraMeccanica sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa, appunto perché non esistevano le tecnologie per poterla realizzare. Mai avremmo potuto immaginare un’opera d’arte “scollegata” dal proprio supporto fisico – un quadro senza la tela, o una figurina senza la carta – cosa che adesso invece sta accadendo. Non parlerei però di “progresso delle arti”, o almeno non intendendo la parola progresso con accezione positiva, in senso di perfezionamento o miglioramento. Ogni manifestazione artistica è frutto della propria epoca e credo anzi che il fascino di un museo come quello della Figurina consista proprio nel poter ammirare oggetti realizzati con tecniche diverse da quelle attuali, altamente specializzate e specchio di una determinata società.

Qual è il principale valore espressivo di auroraMeccanica nello scenario delle Media Arts?

auroraMeccanica è un gruppo di progettisti multimediali che si occupa di video-installazioni interattive e di produzioni artistiche multimediali. I loro progetti sono esposti in musei e gallerie in Italia e all’estero. L’attenzione alla produzione dei contenuti multimediali unita ad un particolare riguardo verso l’accessibilità culturale e alla riflessione sul rapporto spettatore-tecnologia rappresentano il cardine attorno al quale nascono tutti i progetti dello studio.
L’obiettivo principale è quello di creare nuove forme di comunicazione e coinvolgimento del pubblico attraverso l’uso dell’interattività. In tal modo le persone non sono più soltanto spettatori passivi, semplici fruitori, ma diventano protagonisti attivi al centro del metodo di auroraMeccanica, un metodo che lavora sui contenuti per creare un racconto intorno all’oggetto, per valorizzare storie, contesti e narrazioni.


Arte elettronica a Modena (3)

Luca Pozzi, Hyperinascimento (Ph Michele Alberto Sereni)

A Lorenzo Respi ho rivolto alcune domande.

Alla luce dei progressi tecnologici e delle emergenti realtà di mercato quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo oggi di un critico d’arte?

Il critico d’arte è oggi una figura professionale in crisi. Oggi la vera critica d’arte è fatta dai curatori. Si tratta dunque di una figura un po’ diversa rispetto a quella tradizionale. Penso che il ruolo debba essere più proattivo nei confronti di ambiti che non sono prettamente artistici. La tecnologia, ad esempio, prevede la necessità di ampliare le conoscenze, quindi, il curatore deve essere una figura che per seguire gli andamenti del mercato si specializza maggiormente in altri settori.

Dalla nascita l’arte elettronica ha riproposto con forza un interrogativo: esiste un progresso delle arti o solo un progresso delle tecniche?

Credo che non ci sia un progresso delle arti senza un progresso delle tecniche. La tecnologia e le nuove frontiere delle ricerche scientifiche sono ambiti sia linguistici per l’arte sia tecnici intesi quindi come materiali per la realizzazione delle opere. Non farei quindi distinzioni, essendo legati i due progressi. Inoltre, la tecnologia permette linguaggi espressivi più innovativi e all’avanguardia.

Qual è il principale valore espressivo nel lavoro digitale di Luca Pozzi?

Credo che il principale sia quello di calare lo spettatore all’interno di una realtà pluridimensionale stratificata dove attraverso la tecnologia, l’uso del digitale e dei device si possa scegliere a che livello di realtà aumentata e virtuale accedere e in base a quello avere una maggiore o minore interattività con l’opera e quindi un approfondimento e una conoscenza del lavoro di Pozzi su più livelli, che è poi il concetto alla base dell’Hyperinascimento teorizzato dall’artista.

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Ufficio Stampa: Santa Nastro, +39 3201122513 ; s.nastro@fmav.org
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Fondazione Modena Arti Visive
auroraMeccanica e Luca Pozzi
Info: 059 224418; info@fmav.org
fino al 31 – 1 – 2022


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