Cosmotaxi
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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

2 note 2

Con le due note che seguono, Cosmotaxi, da oggi, si concede – meritata o non che sia – una vacanza. Tornerà in Rete l’undici gennaio 2010.
Auguri di buon anno a chi affettuosamente legge questa rubrica e a chi, in modo meno affettuoso ma non per questo meno saggio, non la legge
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Vinum vita est?


Mi costa molto mettere il punto interrogativo su quel vecchio motto latino che all’origine è privo di quel segno. Il fatto è che, pur io amando molto il vino da parecchi decenni, respingendo da altrettanti decenni in modo competentemente accanito l’invito di più medici d’astenermi dalle mie bevute, non ce la faccio a sopportare l’ipocrisia italiana (e non solo italiana) che in plurali forme pubblicitarie – cartellonistiche e audiovisive – esprime rimproveri per molte droghe e non consideri il vino alla stregua di quelle.
E’ ben noto – fonte Oms, Organizzazione Mondiale della Sanità – che l’alcolismo, insieme con il tabagismo, è causa di morte che precede di molto le altre dovute ad eroina, extasi, ketamina e altre ancora. Eppure, perfino sulle autostrade (e qui il fenomeno in Italia è fra gag e tragedia) si vende e si fa pubblicità agli alcolici.
In molti, giustamente, sostengono che il cosiddetto “uso moderato” male non fa. D’accordo, ma pure l’uso di altre sostanze nocive può essere sopportato dal corpo umano, però quel limite si presta a interpretazioni e sorpassi difficili da valutare e controllare.
Ciò detto, e senza assolvere i miei vizi, passo a segnalare una pubblicazione meritevole perché del vino ne fa non lirica pubblicità, ma occasione per una riflessione culturale d’alto livello.
Si tratta di una delle tante, imperdibili, Garzantine.
Titolo esplicito: Vino. E’ a cura di Paolo Della Rosa.

Qual è il particolare merito di questo volume che pur vede in libreria tante altre pubblicazioni sul tema? Questo lavoro di Della Rosa, a differenza di quelle (poche, ma pur valide che segnalano annate, novità di mercato, esiti di concorsi), si candida ad essere un ever green perché dei vini, dei modi per produrlo e consumarlo, di vigne e produttori, si fa studio senza riferirsi all’attualità ma alla storia di tecniche e di sapori, di personaggi e cronache, illuminando uno dei territori di cultura materiale dell’umanità.
2300 voci, 630 illustrazioni, 106 schede d’approfondimento, 4 appendici, 74 termini di degustazione, 430 produttori, 40 profili enologici nazionali con approfondimenti regionali senza trascurare le tante occasioni internazionali (anche le più rare, Cina inclusa), rappresentano un monumentale contributo alla conoscenza di una sostanza che da millenni accompagna l’uomo nella sua avventura nel tempo.

Una scheda ragionata sul libro: QUI.

Cin Cin!

"Vino"
A cura di Paolo Della Rosa
Pagine 784, Euro 39.60
Garzanti


Il Reportage


Certamente coraggiosa appare l’iniziativa di dare oggi vita ad una rivista cartacea, e questo perché si legge di un Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del “New York Times”, che annuncia l’uscita solo in Rete, entro tre anni, di quel famoso giornale, quindi non più stampato, mentre altre testate quotidiane e periodiche, in vari paesi, s’accingono allo stesso percorso, alcune prevedendo lettura a pagamento ed altre confidando soltanto sugli incassi pubblicitari e offrendo gratis le proprie pagine ai lettori.
Sulla faccenda francamente non lacrimo – mentre vedo in giro tanti fazzoletti zuppi – perché ritengo il web sia già oggi una splendida occasione per la circolazione di proposte e idee. Ancora di più mi sorprendono coloro che, nati con una propria rivista sul web, esultano nell'annunciare “finalmente” il loro passaggio alla carta stampata; come dire, possedevamo un aereo ed ora, “finalmente”, un carretto.
In questo scenario va lodato il coraggio di chi lancia una nuova rivista acquistabile da gennaio in libreria: il Reportage, trimestrale di giornalismo e fotografia; sito web QUI .
Lascio la parola all’enunciazione della linea editoriale guidata da Riccardo De Gennaro; photo-editor Mauro Guglielminotti.

La rivista nasce dall’esigenza di riscoprire e dare spazio a una forma di giornalismo, spesso a cavallo con la letteratura, un po’ dimenticata o perlomeno sacrificata nei giornali di oggi. Il reportage ha avuto anni ruggenti (vi si sono dedicate tutte le grandi firme del giornalismo e moltissimi scrittori: come non ricordare i nostri Buzzati e Parise, per non dire di Hemingway, Orwell, Garcia Marquez?), che sembrano purtroppo lontani. Ma un reportage può avere due linguaggi, quello del testo e quello delle immagini. Gli esempi di Epoca o dell’Illustrazione Italiana parlano chiaro. A questo proposito, la rivista – edita da Edizioni Centouno – intende valorizzare la figura del fotoreporter, garantendo ai grandi fotogiornalisti pari dignità con coloro che firmano i pezzi di testo: il punto di vista del fotografo si affianca, non si accavalla, a quello del giornalista e dello scrittore. E non a caso ampio spazio è dedicato al fotoreportage, fatto di sole foto che parlano da sé. C’è anche una rubrica di una sola foto, la foto Vintage, collocabile tra gli anni ‘50 e i ’70, che racconta una storia con un solo scatto.

Tra i collaboratori: Francesco Acerbis, Maria Andreozzi, Alberto Giuliani, Beppe Sebaste, Lello Voce, Dario Voltolini e altri ancora.

“Il Reportage”
Trimestrale in libreria da gennaio
Edizioni Centouno
10.00 euro


Ogm: leggende e realtà


Articoli, convegni, programmi radiotv, chiacchiere al bar, allarmano circa i pericoli contenuti dagli Ogm.
Nella gran parte di questi dibattiti serpeggiano convinzioni religiose più che scientifiche tanto da far dire ad un grande scienziato dei nostri giorni: Umberto Veronesi: Gli ostracismi alle staminali, alla fecondazione assistita e agli Ogm mi fanno paragonare questi nostri anni al Seicento, quando al genio di Newton, Cartesio e Galileo si affiancò una profonda regressione culturale. Tanto per fare un esempio furono mandate sul rogo migliaia e migliaia di donne accusate follemente di stregoneria. Oggi non bruciamo più le donne, ma in tv sono tornati gli esorcisti, la superstizione.

La Zanichelli – nella collana ‘Chiavi di lettura’ a cura di Federico Tibone e Lisa Vozza – manda in libreria un utilissimo volume che serve a chiarire, in modo accessibile anche ai non addetti ai lavori, i termini di questo dibattuto tema.
Si tratta di Ogm tra leggende e realtà Chi ha paura degli organismi geneticamente modificati; autore: Dario Bressanini. Insegna e fa ricerca al Dipartimento di scienze chimiche dell’Università dell’Insubria a Como. Per la rivista “Le Scienze” scrive la rubrica ‘Pentole& Provette’, cura in rete un blog molto seguito: Scienza in cucina.

Il volume tratta il tema Ogm sia in sede storica sia in sede scientifica delineando come gli organismi geneticamente modificati (che non riguardano solo il settore alimentare) abbiano suscitato avversità e approvazioni, estendendo poi l’analisi agli aspetti commerciali e politici della questione.
Il libro – provvisto di sitografia e bibliografia – si conclude con 28 quesiti riguardanti le più frequenti domande che sorgono intorno agli Ogm.

Forse è venuto il momento - scrive Bressanini – di mettere in discussione la nostra idea istintiva di “naturalità”, che ha origini psicologiche, culturali, filosofiche, religiose, ma non ha un solido fondamento scientifico.

Dario Bressanini
“Ogm tra leggende e realtà”
Pagine 224, Euro 11.80
Zanichelli


I Simpsons


La Isbn , fra le più attente editrici italiane a rilevare i segni della cultura pop, dopo la pubblicazione di I Simpson e la filosofia, propone un altro viaggio attraverso il cartone giallo, titolo: I Simpsons La vera storia della famiglia più importante del mondo.
L’autore è il giornalista americano John Ortved che attraverso una serie d’interviste con il team che realizza il popolarissimo programma, fa conoscere origini, storia, retroscena, avventure di produzione della creazione di Matt Groening.
“I Simpsons” debuttano sul piccolo schermo l'8 Settembre del 1986. Dopo quattro anni di saltuarie apparizioni televisive, nel 1990 diventano un vero e proprio fenomeno tv, battendo ogni record di ascolti dell'emittente Fox Network.
Il cartone è noto in tutto il pianeta ad eccezione di Russia e Cina dove è stato proibito, pesanti censure le ha subìte anche in Argentina, Gran Bretagna, Venezuela, Giappone.
Né gli è stata risparmiata l’irritazione, espressa in un discorso ufficiale, di George H. Bush (che non perdona a Groening la sua professione di agnosticismo e l'appartenenza al Partito Democratico) per quella famiglia che con i suoi comportamenti è la caricatura del consumismo occidentale, e neppure è stata gradita da altri per l’uso della lingua politicamente scorretta che ricorre nei dialoghi.
Chi volesse saperne sul doppiaggio italiano, può cliccare QUI.
A proposito di voci italiane per i Simpsons, anticipo che prossimamente qui si parlerà di un libro di Liù Bosisio “Il Carbonio nell’anima”.

Il fatto è che, piaccia o non piaccia, è una delle più indovinate trasmissioni tv di tutti i tempi e va di là dal puro divertimento (pur assicurato in ogni episodio), si pone come pietra angolare per misurare tic e tabù di una società nevrotica e bulimica, che fa il surf fra onde della bassezza e scala vette di alienazione.
Ha collezionato 23 Emmy e un Peabody Award, ha fatto guadagnare alla Fox miliardi di dollari, ha avuto influenza sul linguaggio giovanile non solo americano, se s’inserisce la parola “Simpsons” in un qualsiasi motore di ricerca, il numero di risultati che compare è nell’ordine delle decine di milioni.
Il Time nominò Bart uno dei personaggi più influenti del XX secolo così scrivendo: “Bart impersona cento anni di cultura popolare. Viene da pensare a Cechov, Céline, Lenny Bruce”.
Questa serie, inoltre ha il merito di costringere a interrogarsi sul distinguo fra umorismo e comicità riuscendo ad attraversare, in ogni puntata, terre e acque dei due territori in modo anfibio, usando il gioco di parole, l’andamento del vaudeville, le movenze slapstick.

John Ortved, con il suo libro, ci guida in un viaggio attraverso questa famiglia cartonata facendoci conoscere gli artefici di questa festa elettronica permettendo così di capire perché tanti linguisti, sociologi, antropologi abbiano dedicato serissimi volumi allo studio di “quelli di Springfield”.

La Isbn ha l’apprezzabilissima abitudine di lasciare l’ultima pagina dei libri stranieri alla voce di chi li ha tradotti. Qui si tratta di quattro traduttrici che, tra l’altro, così dicono: “In quest’opera si fondono linguaggio giornalistico e slang americano. Tale duplicità è presente nella struttura stessa del libro. Nella traduzione si è cercato di mantenere la spontaneità dell’oralità, intervenendo unicamente laddove questa impediva una trascrizione chiara […] Nel fare tutto ciò le traduttrici si sono tuffate in un mare di espressioni tanto divertenti quanto improbabili, di cui non riescono più a fare a meno… un esempio? Vanno in giro urlando: ‘Ciucciati il calzino!’… Rischi del mestiere”.

Per un sito al libro: CLIC!

John Ortved
“The Simpsons”
Traduzioni:
Elisabetta Nifosi
Paola Pavesi
Daniela Viezzer
Paola Zanacca
Pagine 310, Euro 18:50
Isbn Edizioni


Il ratto del ricciolo


"The Rape of the Lock è considerato il capolavoro poetico di Alexander Pope e la più alta espressione del genere eroicomico, forma letteraria satirica in cui grandi gesta vengono ridimensionate o messe in ridicolo ed eventi banali elevati per mezzo di espressioni magniloquenti”.
Così apre la postfazione Alessandro Gallenzi cui dobbiamo una mirabile, godibilissima traduzione in rima (con testo a fronte) di quest’opera dello scrittore inglese mandata in libreria da Adelphi.
Pope (Londra, 1688 – Twickenham, 1744), deforme a causa di una forma di tubercolosi ossea, alto un metro e trentasette centimetri, divenne ricco traducendo dapprima l’Iliade e poi l’Odissea.
Il ratto del ricciolo (pubblicato una prima volta nel 1712 e ampliato due anni più tardi) è ispirato a un fatto realmente accaduto: il giovane Lord Petre si era impossessato con astuzia di una ciocca di capelli della bella Arabella Fermor. Per via di questa birichinata, due nobili casate cui appartenevano i due giovani, un tempo legate da forte amicizia, avevano fra loro rotto ogni rapporto. Come Pope scrive in una sua lettera “un conoscente che aveva a cuore entrambe le famiglie, mi chiese di scrivere un poemetto per scherzarci sopra e farle riappacificare con il riso”.
Lo scrittore accettò, ma non riuscì nell’intento pacificatore perché, come informa Gallenzi, “molte delle persone ritratte nel poema, inclusa Arabella, si sentirono punte sul vivo dal tono poco lusinghiero con cui vi erano state descritte”.
Pope, però, era un tipo da non tenersi la posta, sicché impugnata la penna, scrisse un’altra irresistibile operina (adesso per la prima volta edita in italiano), Per afferrare il ricciolo, stavolta in prosa, che – ancora Gallenzi – “pubblicato sotto pseudonimo, rappresenta una sottile parodia del pamphlet diffamatorio, assai diffuso all’epoca, per mezzo del quale si attribuivano idee o intenzioni eversive all’autore di un determinato scritto letterario. In questo caso Pope, attraverso le forzature interpretative di uno zelante farmacista, accusa se stesso di aver scritto ‘Il ratto del ricciolo’ con l’intento segreto di propagare le dottrine papiste in Inghilterra e cospirare contro la Corona, e termina il trattato augurandosi l’arresto dello stampatore e la condanna dell’autore”.
Sia nella prima sia nella seconda opera ci sono fitti rimandi – a volte nascosti, a volte esplicitati – ad avvenimenti storici o letterari di un tempo oppure contemporanei della composizione (rimandi tutti chiariti in nota dal curatore).
Ecco una lettura che rinfranca il lettore in questi giorni afflitti da una parte da romanzi con lucchetti dell’amore e saggi servili di presentatori tv, dall’altra dalla mesta new italian epic.
Concludendo, scommetto che “Il ratto del ricciolo” sia piaciuto molto a Queneau per l’esercizio linguistico che contiene e abbia suscitato l’invidia di Dalì e Warhol per la capacità dell’autore di autopromuoversi.

Per una scheda sul libro: QUI.

Alexander Pope
“Il ratto del ricciolo”
A cura di Alessandro Gallenzi
Con nove illustrazioni di Aubrey Beardsley
Pagine 168, Euro 18:00
Adelphi


Una vita per la Scienza

E’ quella spesa da Umberto Veronesi che ne illustra percorsi, significati, traguardi in una videointervista in 12 capitoli rilasciata al giornalista Alessandro Cecchi Paone.
Una vita per la Scienza è una pubblicazione multimediale dell’editrice Longanesi.
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Umberto Veronesi è nato a Milano dove ha sempre vissuto e lavorato come chirurgo, ricercatore, uomo di scienza e di cultura. Il suo nome è legato a grandi contributi scientifici e culturali riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo. È stato direttore dell’Istituto dei Tumori di Milano e fondatore dell’Istituto Europeo di Oncologia.
Dall’ aprile 2000 a giugno 2001, lo abbiamo apprezzato come ministro della Sanità.
Alessandro Cecchi Paone è nato a Roma nel 1961. Laureato in scienze politiche e giornalista professionista, ha lavorato in Rai dal 1977, sia alla radio sia in tv. Ha lavorato anche per Sky e Mediaset. E' presidente di NEWORLD SRL, società di produzione e comunicazione integrata multimediale. Professore di Storia, Teoria e Tecnica del Documentario presso l'Università di Milano Bicocca e Napoli Suor Orsola Benincasa.

Nei 2 Dvd il professor Umberto Veronesi parla per la prima volta in maniera completa e approfondita della sua attività di medico e scienziato, oltre che della sua passione politica e civile al servizio del prossimo. Nelle 12 parti di 30’00” l’una di questa lunga video-intervista di Alessandro Cecchi Paone, Veronesi tocca alcuni degli argomenti più importanti e di maggior attualità della medicina e della scienza moderna, con il linguaggio semplice e il tocco umano che da sempre ne contraddistinguono la figura e che l’hanno reso, grazie alla qualità della sua ricerca, uno dei medici più conosciuti al mondo in un settore fondamentale come quello della lotta ai tumori.
Nel volumetto accluso ai Dvd, Alessandro Cecchi Paone, approfondisce i temi trattati nell’intervista aggiungendovi informazioni utili alla salute.

Per una scheda sul libro:QUI.

Umberto Veronesi
Alessandro Cecchi Paone
“Una vita per la Scienza"
2 Dvd + libro di 64 pagine, Euro 19.90
Longanesi


Il blues

Disse B. B. King: “Il blues non si può ripulire più di tanto; dev'essere grezzo e intenso. Il blues non può essere perfetto ed è il motivo per cui molti musicisti bianchi non sono capaci di suonarlo. Non per altro, ma perchè parlano un inglese troppo buono. Il blues e una buona pronuncia non vanno d' accordo. Per suonarlo bene, devi sporcare, devi spaccare le parole”.
E Jimi Hendrix: “Il Blues è facile da suonare, ma difficile da provare”.
Se volete saperne di più su questo suono che rappresenta uno dei momenti importanti della storia della musica, è in libreria, edito da Einaudi Il blues, volume firmato dal critico musicale e storico della musica Vincenzo Martorella
Ha insegnato ‘Storia della Musica Alternativa’, presso la SSIS dell'Università di Bari, e Twentieth-Century Music History presso la New York University.
Autore di quattro libri, e di centinaia di articoli e saggi, ha diretto riviste e festival jazz. Collabora con la Fonoteca Regionale O. Trotta di Perugia

A lui ho chiesto: qual è stata l'influenza del blues negli altri stili musicali?

Il blues si è trasmesso in molta della musica popular del ventesimo secolo. Basti pensare, ad esempio, che il rock and roll si basa sulla forma blues (e deriva da modelli e prassi tipicamente afroamericane); che nella musica soul, funky e black in genere il blues resta l’elemento di linguaggio che più di ogni altro è stato, ed è, in grado di evocare la storia musicale degli afroamericani; che il boogie-woogie è un genere pianistico afroamericano che sfrutta la forma blues quasi esclusivamente.

E il jazz?

Anche il jazz utilizza il blues come parametro espressivo, oltre che formale. E tracce di blues si rinvengono anche nella musica còlta, da Gershwin ad Aaron Copland, e nel country, cui il blues, apparentemente antitetico, è legato da affinità geografiche e culturali. Le dodici misure del blues, cioè, costituiscono un congegno linguistico pressoché universale, in grado di adeguarsi a qualunque contesto stilistico; questo accade in virtù della loro forza di elaborazione sociale e culturale, nell’elasticità di un meccanismo modulare e infinito, nell’imprevedibile vortice dell’improvvisazione.
Tutte caratteristiche che oggi ritroviamo nel rap: l’utilizzo di una base armonica scarna (proprio come i primi bluesmen) e il versificare improvvisato legano presente e passato in un cortocircuito temporale che torna indietro fino alle pratiche vocali dei canti di lavoro nei campi
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Ai nostri giorni, nella produzione musicale italiana, è possibile, rinvenire tracce del blues? Se sì, dove le rintracci? Se no, perché?

In Italia esiste una scena blues assai fiorente: musicisti di grande spessore, festival di enorme successo, club che programmano blues con continuità. Ma la tua domanda, evidentemente, allude ad altro; e allora ti dico che sì, il blues sopravvive in tutte quelle espressioni artistiche in cui si prova a leggere la realtà, a fare il conto con essa, a sognare e lottare per condizioni di vita migliori, senza dimenticare che la musica serve a unire il corpo e lo spirito, a far danzare e riflettere.

Vincenzo Martorella
“Il blues”
Pagine 306, Euro 20:00
Einaudi


Premio "Anita Bucchi"

Conobbi Anita Bucchi a metà degli anni ’80, mi fu presentata dall’amico Mimmo Del Prete.
Era una creatura di straordinaria comunicatività, un ciuffo sbarazzino su due occhi dallo sguardo vivacissimo, una fonte di eccezionale vitalità.
L’abbiamo persa nel 2004.

Ecco una sua bio che, come la foto qui riprodotta, estraggo dal sito del Teatro Tesi da anni organizzatore del premio “Anita Bucchi”.
Amata allieva di Clotilde e Alexandre Sakharoff, si è formata nella danza con Elsa Piperno e Joseph Fontano a Roma, Rosella Hightower a Cannes, alla London Contemporary Dance School diretta da Robert Cohan e a Los Angeles con la coreografa americana Minsa Craig Burri.
Ha fondato la compagnia Alef con Rossella Fiumi, Lipika Danza, ed infine Balletto ’90 con Giancarlo Vantaggio, compagnia nella quale, dal 1991 all'estate 2004 ha creato spettacoli di successo come: "Streghe, Vittime e Regine", "Novecento Suite", "Toccata di fuoco", "Caffé la luna"e "Tota Passio".
Il suo amore per la danza si è espresso in ogni aspetto del vivere, producendo importanti risultati nell'ambito delle attività per il sostegno e la diffusione dell'arte coreutica. Ricordiamo ad esempio il primo Annuario Italiano della Danza, nel 1995, edito dal CIDIM-UNESCO e curato dallo IALS e il progetto DanzalnVideo, presso la Discoteca di Stato di Roma, Ministero per í Beni Culturali.
Una spiccata capacità didattica le ha consentito di sviluppare fertili rapporti con i giovani, ai quali ha fatto conoscere la potenzialità del linguaggio coreutico, anche al di là dei fini professionali. E’ così che dal 1994 ha guidato gli allievi dell’Accademia di Moda e Costume di Roma e ha creato il "Progetto Ottavo Teatro", con un gruppo di ragazzi portatori di handicap all’interno del Laboratorio Teatrale Integrato dell’Opera Sante de Sanctis di Roma, un’importante occasione di crescita e di scambio in area artistica, così come in quella sociale ed educativa.
Dal 1987 al 1996 è stata membro della commissione musica e danza del Dipartimento Spettacolo del Ministero dei Beni Culturali, Anita si è mossa, infatti, parallelamente nello spazio artistico e in quello istituzionale, portandovi una propria esperienza, come lei diceva di "diversa", ovvero di una donna che non si piega alle ragioni pure e semplici della convenienza e delle consuetudini.
Artista di grande carisma, ha incarnato un prezioso riferimento nel panorama artistico e sociale contemporaneo.

Domani, lunedì 21 dicembre, sarà ricordata al Teatro Nazionale di Roma, con il Gala del “Premio Anita Bucchi”.
Rossella Brescia e Luciano Cannito presenteranno una serata ricca di ospiti, una festa dedicata all’arte della coreutica con uno spazio rivolto alle étoile internazionali e una sezione per i giovani danzatori e coreografi.
Saranno assegnati i premi ai professionisti che si sono messi in luce con exploit artistici di particolare rilievo nella scorsa stagione: Migliore spettacolo di danza - Migliore coreografia - Migliore interprete maschile - Migliore interprete femminile - Migliore disegno luci - Migliori costumi - Migliore scenografia - Migliore musica - Premio alla carriera.

E’ possibile seguire lo spettacolo dalle 20:30 sulla web tv Chorusonline.

Ingresso: 10.00 euro
L’incasso della serata sarà devoluto alla sezione di Roma dell’Associazione Italiana Persone Down.

Ufficio Stampa: 339 – 37 65 953; tel.fax 06 – 88 45 975; e-mail:info@teatrotesi.it


Forum al PAN (1)


Il PAN, Palazzo delle Arti Napoli, è diventato con la guida di Marina Vergiani uno dei centri più vivaci sulla scena della nuova espressività dei nostri giorni in Italia.
Nel quadro delle sue plurali attività – espositive, didattiche, ludico-creative – propone per il terzo anno consecutivo il “Forum Internazionale sulla Documentazione e i linguaggi del contemporaneo”.
Con il Forum Internazionale, si prospetta un osservatorio e si offre un dibattito sulle condizioni della produzione e del consumo odierno di creatività e, in particolare, una riflessione sul ruolo interattivo e le modalità propositive dei centri per le arti d'oggi rispetto all’evoluzione dei concetti di museo, archiviazione, fruizione.
Il Forum Internazionale è inoltre un’occasione di scambio, diretto ed operativo, tra i maggiori responsabili delle istituzioni culturali italiane e straniere più significative che operano nell'area dell'interlinguaggio.

La terza edizione di questo Forum, s’intitola L’esperienza dell’arte Il sentire contemporaneo tra immagine, suono, informazione, trasmissione.
Ne sono curatori Lucilla Meloni, Stefano Perna, Marina Vergiani che presenteranno eventi e dibattiti, documenti visivi, materiali sonori, volti ad esplorare la stratificazione delle relazioni tra immagine, suono, informazione, trasmissione, nell’esperienza espressiva contemporanea. Si tratta, quindi, di un incontro che chiama alla ribalta artisti, critici, produttori, storici dello scenario intercodice per mappare alcune delle configurazioni che la produzione artistica e i suoi dispositivi hanno assunto all'interno del cosmo mediale, tra immaginazione e trasmissione, comunicazione e resistenza, espressione e informazione.

Il Forum si svolge in Palazzo Roccella articolandosi in tre giornate e si apre con “Anni ’70: l’immagine come controinformazione” a cura di Lucilla Meloni.
Negli anni Settanta, in pieno clima concettuale, alcuni artisti indagano la natura delle immagini mediali, al fine di demistificare la manipolazione operata dal potere; altri, attraverso l’uso del videotape, ritenuto uno strumento comunitario, si fanno produttori di immagini ‘vere’, democraticamente condivise, nel desiderio di creare una ‘televisione di strada’. A partire da queste esperienze, che promuovevano la conoscenza dei linguaggi (conoscerli per demistificarli, crearli per non subirli) si sviluppa la riflessione sul divenire dell’immagine nella società contemporanea.
Intervengono: Alessandra Cigala docente di Storia dell’arte contemporanea dell’ Accademia di Belle Arti di Viterbo / Lucilla Meloni docente di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Carrara / Pietro Montani docente di Estetica all’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’ di Roma / Paolo Rosa Laboratorio di Comunicazione Militante / Valentina Valentini docente di Teoriche dell'immagine elettronica per lo spettacolo all’Università ‘La Sapienza’ di Roma / Marina Vergiani Direttore PAN | Palazzo delle Arti Napoli.

Ufficio Stampa del Forum: Sarah Galmuzzi, sarah.galmuzzi@palazzoartinapoli.net

“L’esperienza dell’arte”
PAN, Palazzo delle Arti Napoli
Via dei Mille 60
tel: +39.081 - 79 58 604-05
fax: +39.081 - 79 58 608
email: info@palazzoartinapoli.net
Dal 17 al 19 dicembre ‘09


Forum al PAN (2)


Come già detto in apertura di queste note, il PAN (nell’immagine, foto di Fabio Fumo) è guidato da Marina Vergiani; per una sua biobliografia: CLIC!

A lei ho chiesto: qual è la particolarità che distingue il PAN dagli altri musei d'arte contemporanea?


Il Palazzo delle Arti Napoli, PAN, è innanzitutto un Progetto culturale che, si potrebbe dire, ha in cura un edificio storico della città, il settecentesco Palazzo Roccella, destinato appunto ai linguaggi dell'arte contemporanea.
Nel presentare al pubblico questo progetto così abbiamo scritto:

Il Pan, dispone d’oltre 6000 mq nella centrale via dei Mille, e offre spazi espositivi, spazi di consultazione, servizi strumenti per l’incontro e lo studio delle opere e dei protagonisti dei linguaggi e delle forme dell’arte contemporanea: arti visive, architettura e fotografia, design, cinema, musica, letteratura, video-arte... La pluralità delle iniziative e la diversificazione delle opportunità di fruizione caratterizzano la programmazione, che spazia tra memoria e creazione, tra ricerca e intrattenimento culturale, e si articola in tre piani di azione e di proposta: l’esplorazione della produzione artistica contemporanea attraverso mostre ed eventi espositivi; lo sviluppo di progetti di ricerca, raccolta e trattamento di documenti e archivi del contemporaneo; la programmazione di rassegne, laboratori ed eventi d’arte, occasioni di conoscenza e confronto tra esperienze e sperimentazioni artistiche internazionali, confermando Napoli quale sede europea di un sistema museale complesso.

Non un museo, dunque, quanto piuttosto un centro di ricerca e di sperimentazione, di studi e documentazione, con attività e progetti espositivi temporanei che vengono ideati e prodotti per allestimenti al PAN ed anche per la circolazione in altre sedi in Italia ed all'estero. Dalla progressiva acquisizione di documenti - cartacei, fotografici, digitali - si generano inoltre raccolte tematiche d'archivi digitali, concepite per la produzione, la conservazione e la trasmissione di contenuti in costante aggiornamento - per esempio attraverso “radiopan” - secondo gli indirizzi della programmazione.
Tre sono le linee guida: la documentazione e storicizzazione delle arti a Napoli dal secondo Novecento, la documentazione ed i linguaggi del contemporaneo e, dal 2010, le residenze d'artista presso il PAN.
Se dovessi con una battuta veloce parlare delle particolarità che distinguono il PAN, a quattro anni dall'inaugurazione del 2005, direi che si possono riassumere in tre punti:
1) l'indipendenza del progetto culturale originario dal mercato dell'arte e la sua tenuta nel tempo, nonostante inevitabili criticità di percorso;
2) la fertile convergenza di professionalità artistiche e tecniche di recente formazione, con le quali si progetta a 360 gradi e soprattutto in termini e con strumenti pluridisciplinari;
3) Napoli, per la forte stratificazione dei suoi patrimoni artistici, per la diffusa e consapevole presenza di opere e documenti, per il continuo e necessario confronto con le proprie vocazioni a dimensione internazionale
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Forum al Pan (3)

Dopo la prima giornata a cura di Lucilla Meloni sul tema “Anni ’70: l’immagine come controinformazione”, la seconda tornata del Forum – Radioakvität: arte e radiofonia – è guidata da Stefano Perna.

E’ Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione all'Università di Salerno.
Ha pubblicato saggi su design, teoria dei media e cultura visuale per diverse case editrici (Plectica, Meltemi, Liguori, Alos), ed ha collaborato alla traduzione di “Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica”, Cronopio, Napoli, 2006.
Dal 2009 è curatore della sezione web degli archivi digitali e multimediali del Centro di Documentazione del PAN ed è il creatore di RadioPan, la webradio del Palazzo Arti Napoli. E' autore di progetti grafici e di new media design tra cui Ber.loose.coin (recensito e archiviato dal network internazionale Rhizome.org) e Sound Barrier, progetto di live cinema e sound design presentato in diversi festival e rassegne internazionali.

A lui ho chiesto: quale ruolo recita nello scenario dei media oggi la radio?

Per prima cosa direi che oggi (forse fin dall’inizio, ma ora in misura maggiore) la parola “radio”, più che indicare un unico assetto tecnico-produttivo-linguistico, può essere riferita a un’ampia gamma di congegni mediali, se per medium intendiamo l’assemblaggio tra un sostrato tecnologico-materiale e le strategie espressive che lo organizzano. C’è radio quando delle voci e dei suoni vengono trasformati in onde elettromagnetiche e dispersi nell’etere in cerca di un ricevitore; c’è radio quando un flusso di dati viene scomposto in pacchetti di informazione e ricomposto in suoni attraverso un computer. FM, web, onde corte, infrarossi, bluetooth, GPS, non importa. Si può fare in modo che ci sia della “radio” anche rimanendo chiusi in un piccolo spazio, ad esempio in una singola stanza. C’è radio soprattutto quando è messa in gioco una modalità comunicativa che spinga le percezioni e le cognizioni di un corpo a disporsi sull’asse dell’ascolto.
Arnheim aveva colto il nucleo della questione già nell’infanzia del medium, un’ “arte dell’ascolto”. Da questo punto di vista non credo ci sia un “nuovo” ruolo della radio. Semmai, in un’epoca in cui la radio, classicamente intesa, sembra perdere di forza nella competizione mediale, la “modalità radiofonica” di creazione e di ricezione può allora rilanciare con forza il lavorìo sull’ascolto, spingendo a farci e rifarci, continuamente, delle nuove orecchie
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Forum al Pan (4)

Nella giornata dedicata alla radio, coordinata da Stefano Perna, intervengono: Knut Aufermann & Sarah Washington Mobile-Radio / João Bacahlau Radio Zero / Cappa & Drago Istituto Barlumen/ Pinotto Fava Scrittore, Audiobox / Gabriele Frasca Scrittore, Audiobox / Heidi Grundmann Kunstradio / Honor Harger Radioqualia / Carola Haupt Radiopapesse / Etienne Noiseau e Irvic D'Olivier Silence Radio / Richard Thomas Resonance FM / Ilari Valbonesi RAM live.

Con Pinotto Fava, ho avuto il piacere di lavorare a RadioRai per molti anni e qui ne riassumo, in estrema sintesi, la biografia. Dopo giovanili esperienze teatrali, è assunto nel 1960 alla Rai lavorando dapprima in Tv poi alla prosa radio e, successivamente, in programmi di sperimentazione e audiodrammaturgia.
A quest’attività si aggiunge l’impegno dell’analisi teorica svolta sul mezzo radiofonico e i suoi rapporti con i newmedia e il web.
Tesi di laurea intorno al suo lavoro si sono avute all’Università di Bologna, Siena, Napoli, e della Basilicata.
Fra i premi ottenuti, ricordo quello della Presidenza del Consiglio per un programma speciale sul terremoto irpino-lucano del 1980, l’Ondas di Barcellona, il Premio Italia, Ars Electronica di Linz.

A lui ho chiesto: nell’età contemporanea, spesso definita come civiltà dell’immagine, il suono mi pare abbia larghi spazi e ne va conquistando di nuovi, mentre proprio alla radio, pubblica e privata (specie in Italia), mi sembra, che manchi una sperimentazione sonora.
Se sei d’accordo con quanto prima detto, quali sono le spiegazioni che dai ai due fenomeni cui accennavo?

Il suono – ne convengo – ha allargato in termini generali i suoi spazi, grazie anche al grande dinamismo della comunicazione digitale. La definizione del nostro tempo come civiltà dell’immagine sembra superata (non così quella – niente affatto recente – di “società dello spettacolo”, realtà nella quale siamo immersi, ci piaccia o no). Lo conferma la nascita e lo sviluppo di un sound design anche a livello didattico. E tuttavia questa crescita non appare strepitosa, se perfino nella pubblicità, che funziona spesso da apripista – e certo in quella televisiva – il suono è inadeguato e subalterno rispetto alle pirotecnie degli elementi visivi. (Pensiamo un attimo agli scenari narrativi di Wii, per esempio).
Mi sembra invece evidente che la radio, in particolare nel nostro in ogni senso regredito paese, abbia da tempo rinunciato alla ricerca di nuove forme sonore, che pure hanno nella radio pubblica una storia piuttosto ricca e vivace benché discontinua sin dagli anni ’60. Le ragioni sono molte, ne indico alcune. L’appiattimento sull’informazione banalizzata (compresa quella sportiva, sconfortante) e sulla musica di consumo. L’esiguità se non la mancanza, del budget per la ricerca, riducendo la produzione alla sola occasione dei premi a partire dal Prix Italia. La progressiva perdita del paesaggio radiofonico nella programmazione generalista: estinto il vecchio naturalismo non si incrementa l’invenzione di altro/i sound landscape. E sì che la radio è mezzo più di ogni altro immaginifico e visionario. L’aura neoaccademica e “terzista” della cultura, non a caso confinata negli spazi della rete per definizione seria e “alta”. L’idea che la sperimentazione sia una pratica stravagante e bizzarra, avulsa dalla realtà: eppure la “realtà” è spesso falsata e fittizia e reale è il linguaggio che crea. La mancanza di apertura alle tecniche emergenti, ai new media, l’ignoranza di un pubblico nuovo, mobile, curioso non omologabile.Si espande e ristagna così l’incapacità di avvertire e di provocare l’arte dell’ascolto
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Forum al PAN (5)

Il Forum si concluderà il 19 dicembre con una giornata guidata dall’architetto Marina Vergiani che dirige il PAN.

Terre in disordine: voci racconti immagini della Campania oggi".

Sarà analizzato il complesso rapporto tra memoria, creazione, narrazione, presente nella produzione artistica contemporanea che, muovendosi con impegno e disinvoltura crescente tra mezzi e strumenti, accentua le relazioni tra immagine, suono, informazione, trasmissione.
E' il caso di opere e documenti che vedono la convergenza di apporti letterari, cinematografici, fotografici, musicali, ma soprattutto che si realizzano mediante la condivisione di esperienze dirette e di codici espressivi che pongono sempre al centro la ricerca ed il superamento di un confine dato.
Questa terza, conclusiva, giornata del Forum si interroga sulla reciproca attrazione tra l'inchiesta, il reportage narrativo, ed il paesaggio tracciato dalle arti nelle nostre "terre in disordine" (l'immagine con cui vengono percepiti oggi i territori della Campania).

Intervengono: Stefano Laffi Codici - Nicola Muccillo, Giornalista Rai - Pasquale Scialò, Compositore.

Nelle sale – presentata da Laura Bardier – l’installazione audio/video: “Terre in disordine. Racconti e immagini della Campania di oggi”, a cura di Maurizio Braucci e Stefano Laffi minimum fax, 2009.


Volti e Robot (1)

A Lugano sono in corso due mostre parallele per date e, in qualche modo, per tema.
Entrambe, infatti, riflettono con diverse modalità e differenti approcci sul concetto di identità.

Il Museo Cantonale d'Arte – diretto da Marco Franciolli - presenta Guardami. Il volto e lo sguardo nell'arte, 1969-2009.
Al Museo d'Arte – diretto da Bruno Corà – è di scena (in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano e con la partecipazione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano) Corpo, automi, robot. Tra arte, scienza e tecnologia.

Nelle note che seguono uno sguardo ravvicinato sulle due esposizioni.


Volti e Robot (2)

“Guardami. Il volto e lo sguardo nell'arte, 1969-2009” è diligentemente divisa in quattro sezioni: Nel volto – Autoritratto – Lo sguardo negato – Nel tempo.
Questa suddivisione permette di accedere ai vari cursori storico-critici sui quali scorrono le immagini e ai molteplici supporti sui quali sono state realizzate, dalla tela allo specchio all’immagine digitale.

Nel volto: lo sguardo del soggetto si articola secondo diverse traiettorie: assorto, soprapensiero, immerso in se stesso. Oppure si rivela all’altro, dà voce alla propria intimità. O ancora, è orientato verso un luogo vicino, lontano, proiettato all’infinito. Il soggetto, insomma, abita il reale secondo diverse modalità che lo proiettano in una complessa rete di relazioni.
Opere di: Stefan Balkenhol, Vincenzo Cabiati, Chuck Close, Till Freiwald, Franz Gertsch, Roni Horn, Craige Horsfield, Alex Katz, João Onofre, Mimmo Rotella, Beat Streuli, Bill Viola, Andy Warhol.

Autoritratto: lo sguardo dell’artista si orienta su di sé, sulla propria identità di artefice dell’opera oppure indaga la questione dell’identità, di tipo sociale, generazionale o culturale.
Opere di: Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Laurie Anderson, Chuck Close, Daniela De Lorenzo, Francesco Gennari, Richard Hamilton, Urs Lüthi, Mario Merz, Liliana Moro, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Pietro Roccasalva, Thomas Ruff, Thomas Schütte, Ian Tweedy, Jan Vercruysse.

Lo sguardo negato: lo sguardo smarrisce la propria centralità, si eclissa, si nega, si assenta o si maschera. Gli occhi si velano o si accecano, non resta alcuna traccia di plausibili traiettorie dello sguardo.
Opere di: Marina Abramovic-Ulay, Tony Cragg, Gino De Dominicis, Daniela De Lorenzo, John Hilliard, Richard Hamilton, Roni Horn, Giovanni Kronenberg, Joan Jonas, Marisa Merz, Jonathan Monk, Bruce Nauman, Arnulf Rainer, Markus Raetz, Gerhard Richter, Pietro Roccasalva, Remo Salvadori, Markus Schinwald.

Nel tempo: lo sguardo registra e rivela il trascorrere del tempo individuale e collettivo; conserva un’immagine in assenza, lasciando affiorare la memoria, (ri)guarda la morte.
Opere di: Vincenzo Agnetti, Christian Boltanski, Roman Opalka, Giulio Paolini, Thomas Schütte.

Dalla metà del XX secolo in Europa e America l'astrattismo, portò alla riduzione della produzione di ritratti, affidati sempre più spesso alla fotografia. Andy Warhol, ad esempio, per creare la celebre serigrafia di Marylin Monroe, volle servirsi di una foto scattata da Gene Korman per la pubblicità del film “Niagara” del 1953.
Sorse un nuovo modo d’avvicinarsi allo studio introspettivo del volto umano che rifletteva il mondo popolato da volti usciti da una folla solitaria. A Warhol con la sua ripetizione seriale subentra un soggetto che esce dalla tautologia per entrare in un universo postmoderno con trasformazioni di chi guarda e chi è guardato.
S’assiste alla negazione dell'identità univoca tra modello/figura, soggetto/immagine e s’assiste anche all’irrompere di chi come Vincenzo Agnetti (in foto un suo lavoro: “Autoritratto”, 1971) nega l’immagine del suo stesso volto risolvendo l’opera in forma verbovisiva.
Mostra godibilissima, curata da Marco Franciolli e Bettina Della Casa.
Della Casa ha studiato Filosofia presso l’Università Statale di Milano e ha frequentato la Scuola Curatori del Museo Pecci di Prato.
E proprio a lei – ha intitolato il suo saggio in catalogo con la frase di Agnetti in foto - ho chiesto: qual è la finalità espressiva di questa mostra?

La “finalità espressiva” è compito che abbiamo riservato agli artisti. I curatori della mostra si sono limitati a definire alcuni temi di riflessione. Lo sguardo e le sue possibili declinazioni sono stati assunti come elemento necessario a orientarsi all’interno di un tema tanto vasto. Di qui il configurarsi dei quattro momenti espositivi da te illustrati prima.
Dice Giorgio Agamben: “La rivelazione del volto è rivelazione del linguaggio stesso. Essa non ha, perciò, alcun contenuto reale, non dice il vero su questo o quello stato d’animo o di fatto, su questo o quell’aspetto dell’uomo o del mondo: è soltanto apertura, soltanto comunicabilità. Camminare nella luce del volto significa essere questa apertura, patirla”. Ecco, proprio tenendo presente quelle parole abbiamo tracciato un excursus volto a ricordarci le infinite possibilità di “apertura” che attendono il nostro sguardo.
L’augurio è che il visitatore colga come nell’inesauribile potenzialità di miriadi di volti e nelle loro reciproche possibilità relazionali può risiedere l’ipotesi di una rinnovata consapevolezza, nella contingenza della vita come nell’eternità dell’arte
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Mi piace chiudere questa nota con una frase di Derrida, che il catalogo (SilvanaEditoriale) riporta in esergo: “Le visage n’est visage que dans le face à face”.

Ufficio Stampa: Benedetta Giorgi Pompilio, 41 (0)91 910 47; benedetta.giorgi@ti.ch
Battage Comunicazione, Alessandra de Antonellis tel. +39 339 3637388
e-mail: alessandra.deantonellis@battage.net

“Guardami”
Museo Cantonale d'Arte
Via Canova 10, Lugano
Fino al 21 febbraio 2010


Volti e Robot (3)

Il Museo d’Arte della Città di Lugano, come già detto in apertura di queste note, presenta nelle sedi di Villa Malpensata e di Villa Ciani: Corpo, automi e robot. Tra arte, scienza e tecnologia in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta e il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano
La mostra affronta con un approccio interdisciplinare il rapporto tra il corpo umano e la rappresentazione che di esso è stata data da parte delle arti, della scienza e della tecnologia, soprattutto per quanto riguarda la dinamica dell’imitazione del corpo (con gli automi) e della sua sostituzione (con i robot).
La complessità e le meraviglie del funzionamento del corpo umano sono state oggetto di studio e fonte di ispirazione per le invenzioni delle arti e i progressi della scienza fin dall’antichità. Perciò l’esposizione si compone di due sezioni: la prima, dedicata alla storia degli automi, propone un excursus dalla Grecia classica ai nostri giorni, includendo prodotti della più avanzata tecnologia e la loro applicazione, quali robot, androidi (Villa Ciani); la seconda dà spazio alla riflessione sulla creazione artistica dell’età moderna e contemporanea incentrata sul rapporto corpo-macchina e corpo-tecnologia (Villa Malpensata).
Reperti archeologici, disegni, libri a stampa, documenti relativi alla letteratura, al teatro, al cinema e alla musica, varie tipologie di automi fra i quali i celebri “bambini” di Jacquet-Droz, realizzati nel XVIII secolo, giocattoli, dipinti, sculture, video e installazioni, sono presentati seguendo un allestimento a carattere prevalentemente cronologico, senza peraltro escludere ibridazioni di tipo tematico, tali da consentire la messa in dialogo delle opere esposte, provenienti da diverse raccolte sparse in tutto il mondo.
Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano partecipa con sei modelli storici di macchine costruite negli anni ‘50 partendo dall’interpretazione dei disegni di Leonardo da Vinci e dedicate allo sviluppo di automatismi o alla traduzione di forme animali e umane, come le strutture alari e il palombaro.

I curatori sono Bruno Corà (Direttore del Museo d’Arte e Coordinatore del Polo Culturale di Lugano), Pietro Bellasi (Curatore della Fondazione Antonio Mazzotta e docente di sociologia presso l’Università di Bologna).
Hanno centrato un tema attualissimo perché le trasformazioni che ci aspettano non riguardano solo il fisico, ma perfino le nostre risorse sensoriali che risulteranno accresciute grazie all’incrocio delle nanotecnologie con la genetica.
Si avrà una sempre maggiore integrazione Uomo-Macchina che darà vita a qualcosa di straordinariamente diverso (nel bene e nel male) nelle arti, in economia, nell’etica.
Una nuova visione, e proiezione esistenziale, del nostro Essere come verbo e come sostantivo.
E’ quanto va sostenendo, ad esempio, il Transumanesimo. Corrente filosofica sostenitrice della Teoria della Singolarità di cui parlò nei primi anni ’80 Verner Vinge (suo il concetto di cyberspazio) e poi approfondita da Ray Kurzweil. E proprio quest’ultimo, non a caso, due giganti come Google e la Nasa lo hanno voluto a capo della Singularity University che finanziano con miliardi di dollari e aperta da quest’anno per preparare scienziati in grado d’affrontare il futuro post-umano.
Intanto, Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo scienziati di più campi in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli d’esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.
Tutte cose queste che dimostrano l’estrema attualità della mostra a Lugano.

Corpo, automi e robot. Tra arte, scienza e tecnologia è una mostra scandita da numerose manifestazioni collaterali tra cui una rassegna cinematografica a cura del Cineclub Luganocinema93, una serie di iniziative organizzate da 'Oggi Musica' e di spettacoli teatrali nell’àmbito della stagione teatrale luganese.

Il catalogo è edito da Mazzotta.

Ufficio Stampa: Sabina Bardelle tel. +41 (0)58 866 7090, e-mail. sbardelle@lugano.ch
Ufficio stampa Fondazione Mazzotta: Alessandra Pozzi +39 02 878380 / 878197; ufficiostam@mazzotta.it

“Corpo, automi e robot”
Museo d’Arte Lugano
Fino al 21 febbraio 2010


Gli intramontabili


In un’epoca come la nostra dove il nomadismo culturale (favorito dalle tante reti di comunicazione) da una parte e la grande produzione del nuovo (sia scientifico sia tecnologico) dall’altra, spingono, più di ieri, le società verso il futuro, accade che s’avverta anche la necessità di legarsi ad occasioni del passato.
Così accade che le forme del marketing tribale funzionano al meglio quando vengono rinforzate da icone spesso raccolte e rilanciate da tempi trascorsi, talvolta rinvenute in anni non lontanissimi. Icone che s’inverano in stili di vita, bussole del gusto e investono moda, cinema, radiotelevisione, musica, cosmetica rimescolati nella centrifuga di ciò che si definisce vintage.
Su questi temi Meltemi ha mandato in libreria un interessantissimo volume: Gli intramontabili Mode, persone, oggetti che restano.
N’è autrice Patrizia Calefato già ospite di questo sito quando pubblicò Che nome sei?
M’interessa sottolineare come su di un argomento tanto complesso che incrocia antropologia, sociologia, linguistica, in molti avrebbero attaccato pipponi tremendi infarciti di termini per capire i quali sarebbero stati necessari vari vocabolari di lingue morte, vive e agonizzanti, la Calefato, invece, pratichi una vispa, seducente scrittura, facendo correre pensosi temi su coloratissimi vagoni di montagne russe che legano passato e presente, mai cadendo nella cultura come noia. Già alcuni titoli di capitoli fanno intravedere feste di pagine: “ Uno sparo nel buio: il dandismo grottesco di Peter sellers”, “Il diavolo non sempre veste Prada”, “Sette parole per dire Capodanno”.
Per una bibliografia dell’autrice: QUI.
Dispone in rete di un sito web dove si trovano altre notizie.

A Patrizia Calefato, ho rivolto due domande.
Nell'intramontabilità di opere e tendenze di un tempo rivissute oggi, in che cosa si connota la nostra epoca dalle altre trascorse?

La tecnica della citazione di immagini, forme, oggetti di epoche passate in forme di espressività successive ha attraversato la storia dell’arte, della musica, della letteratura. Si fanno citazioni come ossequio a una “auctoritas”, oppure come “ammiccamento” colto comprensibile a una élite, o ancora come riproposizione di stereotipi che incarnano precise simbologie. E’ la presenza del “classico” e del simbolo nella storia della cultura.
Oggi però l’intramontabilità ha fortemente a che vedere con la complessità delle forme di comunicazione e con la trasformazione in miti degli oggetti e dei segni del recente passato che rivivono in nuove configurazioni a distanza di pochi decenni. Si tratta di oggetti e segni che già al loro tempo facevano parte dell’universo comunicativo massificato, pop, o di moda e che si insinuano nel presente un po’ con il sapore della nostalgia, un po’ con la curiosità della scoperta per le nuove generazioni. La 500 o un disco in vinile dei Beatles riproposti oggi non hanno lo stesso senso che poteva avere, per esempio, nella pittura barocca il simbolo del teschio o della clessidra che rappresentava il tempo in riferimento alla vanitas. Oggi l’estetica è fortemente entrata nella quotidianità, modella il gusto come senso comune, quindi l’intramontabile è destinato a vivere anche vite diverse
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Quali virtù (o anche quali vizi) devono possedere mode, persone, oggetti, per aspirare oggi all'intramontabilità?

E’ difficile dire quali possano essere qui ed ora quelli che tra qualche decennio percepiremo come gli intramontabili. Se si può avanzare però un’ipotesi, ciò che fa di un oggetto, di una moda, o di una persona un intramontabile è la sua “unicità”, il suo “dandismo” in un certo senso, se per dandismo intendiamo quella qualità estetica che non permette la copia. Paradosso, certo, in un mondo serializzato, quello di non permettere copie. Ci sono segni che non solo restano nel tempo come “classici”, nel senso più tradizionale della parola, ma ritornano, rielaborati sotto forma di citazione visiva, deformati dalla memoria, riciclati e riusati, a volte dopo essere passati nel cestino dei rifiuti, per dar vita a nuove configurazioni. Sono questi gli intramontabili, i sempreverdi, gli implacabili. Segni che restano perché resistono, anche se si tratta di una “resistenza” che ha il senso del residuo ottuso e della leggera ossessione, piuttosto che dell’autodifesa attiva.
Forse gli anni a venire non avranno tanto bisogno come oggi di intramontabili. Ma speriamo invece di no
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Per una scheda sul libro: CLIC!

Patrizia Calefato
“Gli intramontabili”
Pagine 190, Euro 18:00
Meltemi


Clint Eastwood


Il grande Sergio Leone quando finì di girare il suo fortunato “Per un pugno di dollari” (1964) pronunciò una battuta su Clint Eastwood passata alla storia: “Clint ha due espressioni: una con il cappello, l’altra senza”. Chissà, forse era un po’ vero allora, ma dopo le cose sono cambiate. E di molto.
Leone, però, ci aveva giusto scritturando Eastwood, mentre ci fu chi mai lo avrebbe fatto. Ad esempio, il direttore della Universal Picture che bocciando Clint Eastwood al provino (1959) disse: “Lei ha un dente scheggiato, il pomo d’Adamo sporgente, parla troppo lentamente. E chiuda la porta quando esce”.

Una maiuscola testimonianza di studio sull'attore e regista ci viene offerto da un recente libro pubblicato dalla casa editrice Marsilio: Clint Eastwood.
E’ a cura di Giulia Carluccio che ha coordinato saggi di Vincenzo Buccheri – Giacomo Manzoli – Guglielmo Pescatore – Matteo Pollone quest’ultimo curatore anche dei puntualissimi apparati.
Giulia Carluccio insegna storia del cinema presso l'Università di Torino. Ha pubblicato vari saggi e monografie e curato volumi sul cinema muto e sul cinema americano classico e contemporaneo. Tra le sue pubblicazioni, "Scritture della visione. Percorsi nel cinema muto” (Premio Limina - Carnica 2007 per il miglior libro di ricerca teorica e storiografica) e Otto Preminger regista. Generi, stili, storie.

A lei ho chiesto: nello scenario dei registi americani dei nostri giorni quale profilo attribuisci a Clint Eastwood?

Interessandomi, come studiosa, al cinema americano classico e contemporaneo, ho voluto occuparmi in particolare del cinema di Eastwood, dell’Eastwood regista, per ragionare sullo specifico rapporto di questo cinema con i generi e le forme classiche. È addirittura un luogo comune definire Eastwood come un regista classico, o meglio, come “l’ultimo dei classici”, quasi che non appartenesse – o non appartenga - alla contemporaneità.
Il mio obiettivo era quello di verificare in che cosa consistesse la cosiddetta classicità eastwoodiana, al di là del recupero evidente e ovvio di generi e temi che certamente sono classici, e non solo del cinema, ma anche più in generale della narrativa e della mitologia statunitense.
In particolare, mi aveva colpito il fatto che, al di là della critica cinematografica e della stampa specializzata, in ambito di studi accademici e di saggistica sul cinema americano contemporaneo, il nome di Eastwood è assai poco frequente. L’attenzione alle pratiche del cinema, prima della New Hollywood, e poi della postmodernità sembra escludere totalmente il percorso di un regista, come Eastwood, che ha comunque risalito quarant’anni di storia del cinema americano, conquistandosi tutto sommato solo di recente il titolo di autore. Mi interessava quindi smontare la contraddizione che sta tra l’apparente anacronismo del suo cinema (anacronismo che sembra motivare la totale esclusione del cinema eastwoodiano dagli studi sul contemporaneo) e quella che invece è l’oggettiva attualità di un regista che conosce in questi anni un successo crescente.
L’analisi proposta da tutti coloro che hanno collaborato al volume, i nomi dei quali tu hai ricordato prima, spiega questo paradosso attraverso la messa a fuoco di una particolare complessità di un cinema che alla fine risulta solo apparentemente classico (nell’accezione più ovvia del termine). Una complessità che riguarda sia il modo in cui motivi e generi classici svuotano il loro senso e il loro percorso morale tradizionale dall’interno, sia la peculiare assunzione e rielaborazione degli stilemi classici, anche a livello di regia e di scrittura filmica, per cui configurazioni linguistiche convenzionali, come, poniamo, il montaggio alternato, giungono a sostenere percorsi narrativi e semantici che si allontanano profondamente da quelli classici, attualizzandone radicalmente la retorica e l’ideologia, pur spesso contraddittoria
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Nella raccolta da te curata di saggi dedicati a vari film, ti sei riservata quello su "Mystic River". Perché?

Perché “Mystic River”, tra tutti i film analizzati, è un esempio tra i più significativi di questa riscrittura della classicità.
E’ l’adattamento di un thriller di Dennis Lehane, dove motivi narrativi, riferimenti di genere e forme di scrittura svuotano dall’interno ogni morale classica, in uno dei film più radicalmente cupi e pessimisti di Eastwood, in uno degli esiti più profondamente attuali e quindi ‘contemporanei’
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Per una scheda sul libro: CLIC!
A cura di Giulia Carluccio
“Clint Eastwood”
Pagine 172, Euro 12:00
Marsilio


Pronto soccorso letterario


Quando ricevo da una casa editrice per recensione un libro che è strutturato in forma di catalogo, sono felice. Registrazione di ciò che già è inesorabilmente accaduto, catalogazione che con nomi e numeri stimola più fantasia di tanti scrittori qui sostituiti da un diligente scriba.
Altro che romanzi o teorie!
Esistono anche cataloghi particolari, fatti con penna un po’ sfottente che dei casi – pure quelli impervi – della vita se ne fa gioco.
Un catalogo ludico lo ha redatto Stéphanie Janicot che la casa editrice Corbaccio ha mandato in libreria.
S’intitola 100 romanzi di primo soccorso per curare (quasi) tutto.
Ogni acciacco dell’esistenza è affrontato in tre tempi: sintomi, orientamenti per la cura, e, infine, suggerimento terapeutico attraverso titoli di narrazioni note e meno note.
Esempio. Sintomo: “Ho poca voglia di lavorare. Niente che mi viene dato da fare mi piace, la vita m’è insopportabile”. Come accade per tutte le malattie, si crede di soffrire in modo unico quel dolore. No, non siete soli. Leggete Bartleby, lo scrivano (è uno dei più grandi racconti che sia stato scritto su questo pianeta) e vedrete che c’è chi sta peggio di voi. Naturalmente, l’autrice sa bene che Bartleby non è uno sfaticato, il suo caso è molto più complesso, ma fa un’affettuosa burla proponendo una cura che proprio sicurissima non è.
Così quando descrive i sintomi di chi soffre d’inerzia fisica e spirituale, indica nella lettura di Oblomov un omeopatico rimedio.
Sfogliando vari angoli delle nostre vita (e non risparmiando la sua) la Janicot con stile sanitario dispensa ricette per affanni amorosi, dubbi sull’identità sessuale, sofferenza da bulimia e/o anoressia, paura della morte. Costruisce cioè una biblioteca che corrisponde ai più frequenti mali dell’esistenza, una sorta di pronto soccorso per le ferite che la vita infligge. Non sceglie solo capolavori, ma anche titoli che sfiorano la letteratura rosa, perché, si sa, esiste anche la medicina eretica.
L’ultimo capitolo è dedicato ad una diffusa, e grave, patologia: “Non amo leggere”.
Poco male, il rimedio c’è. Si tratta di... no, non posso dire di più sennò alla Corbaccio s’arrabbiano. Comprate il libro e lo saprete.
Non vi nego, però, una scheda sul volume: CLIC!

Se volete conoscere foto e biobibliografia dell’autrice: QUI.

Stéphanie Janicot
“100 romanzi di primo soccorso”
Traduzione di Rita Giaccari
Pagine 208, Euro 15:60


Una strenna importante


“A rigore la filosofia è nostalgia, il desiderio di trovarsi dappertutto come a casa propria”. Così scrisse Novalis.
Quella casa ha una mappa complessa. Esistono, però, bussole che ben ci orientano.
Ad esempio, il Dizionario delle opere filosofiche che costituisce per l'editoria italiana la traduzione del tedesco “Lexikon der philosophischen Werke”.
Quest’opera – mandata in libreria da Bruno Mondadori in edizione economica – fornisce le informazioni essenziali relativamente a più di 1300 testi di circa 650 filosofi, coprendo l’intero arco della storia della filosofia dall’antichità ai giorni nostri.
E’ il primo dizionario filosofico in lingua italiana interamente dedicato alle opere, cioè alle fonti primarie in cui è trasmesso il pensiero dei filosofi.
Molto ben fatti gli apparati che consentono una veloce consultazione attraverso strumenti quali elenchi per nomi, per opere, per voci, per titoli in italiano.
Di ogni opera, è tracciata una sintesi che illumina non solo sui contenuti di quella pubblicazione, ma con rapidi tratti la collega al tempo in cui nacque, alla eco ch’ebbe, alla sua influenza su altri filosofi.

Tale impresa la si deve a Franco Volpi (e a un nutrito gruppo di collaboratori da lui scelti) che, purtroppo, non è più fra noi.
Il pomeriggio del 13 aprile di quest’anno, mentre era in sella alla sua bicicletta a San Germano dei Berici, fu vittima di un incidente stradale, per il quale morirà il giorno dopo.
Aveva 57 anni. Lo ricorda QUI un articolo di Sergio Givone.

L’intento del “Dizionario” - scrive Volpi in prefazione - non è quella di sostituire la lettura diretta del testi, bensì, al contrario quello di far vedere le opere più da vicino, agevolarne l’accesso, e motivare alla loro lettura.
I destinatari principali sono dunque gli studenti liceali e universitari, gli insegnanti di filosofia e quanti lavorando nell’informazione hanno necessità di possedere un sensibile strumento di documentazione da consultare in modo veloce, ma di accurata redazione.
In questi giorni nei quali si pensa alle strenne da fare, con la morsa della crisi economica che ci tormenta, un’opera come questa merita più di un pensiero d'acquisto tenuto conto della massiccia importanza culturale che possiede e del prezzo che contrassegna il volume.

Franco Volpi
“Dizionario delle opere filosofiche”
Pagine 1168, Euro 18:00
Bruno Mondadori


Il tempo ritrovato


L’Associazione culturale Il tempo ritrovato va da tempo esplorando temi e problemi contemporanei associando agli incontri che promuove mostre e premi letterari.
Ora è in corso la seconda parte di un ciclo chiamato Va pensiero… libero con una mostra a cura di Daniela Vaccher che presenta quattro artisti: Enrico Grasso - Emilio Gagliardi - Vincenzo Ceccato - Piergiorgio Pirrone.

Di quest’ultimo, la foto con la bambina che legge il giornale.

Ma quale giornale potrà leggere domani quella bambina? A giudicare dai nostri giorni c’è da essere pessimisti.
L’informazione è meno libera, suona sinistramente profetico quanto dichiarò Gelli all’Indipendente nel febbraio 1996: “Berlusconi ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto”. E in quel piano di cosiddetta ‘rinascita democratica’ (lo si può leggere integralmente QUI) al controllo dell’informazione fu dedicato ampio spazio.

Una tavola rotonda proprio sull’informazione si terrà sabato 12 dicembre.
C’è da credere che la data non sia stata scelta a caso perché ricorrono quarant’anni dalla strage di Piazza Fontana che per la sua gravità e rilevanza politica ha assunto un rilievo storico primario venendo convenzionalmente indicata quale primo atto della strategia della tensione che vede, purtroppo, oggi realizzati alcuni obiettivi che si proponeva.
Dibatteranno sui temi della libertà nel giornalismo e nello scenario culturale dei nostri giorni: Silvana Cirillo, Dario Esposito, Cecilia Gentile, Fabrizio Mastrofini, Giuseppe Neri.

Per leggere le note della curatrice sulla mostra: QUI.

Galleria "Il tempo ritrovato"
Lungotevere degli Altoviti 4, Roma
Tel/fax 06 – 68 30 87 07
Mail: iltemporitrovato@hotmail.com
Orario: da martedì a venerdi-16,30-19,30 Sabato: 17,00-20,00
Fino al 18 dicembre ‘09


Lo sboom


Si usa anche in editoria l’espresione ever green per indicare quei titoli che non passano d’attualità.
Fare un libro, come ha fatto Adriana Polveroni che, pur legandosi a temi dei nostri giorni nelle arti visive, non passino d’attualità, è arte difficile.
L’autrice di Lo sboom Il decennio dell'arte pazza tra bolla finanziaria e flop concettuale - mandato in libreria da Silvana Editoriale, con un’intensa postfazione di Pierluigi Sacco - ci è riuscita, perché pur scrivendo di problemi molto legati all’oggi, sarà utilissimo domani a chi vorrà capire quanto avvenuto ai nostri giorni nell’arte.
Adriana Polveroni è nata e vive a Roma. È giornalista del Gruppo l'Espresso, ha collaborato anche con altre testate come "Il sole 24 ore" e "l'Unità". È stata regista televisiva per programmi culturali di RaiEducational e di Cult in piattaforma Sky. Si è occupata di museologia e di Arte Ambientale, curando alcune mostre e la voce “Arte e paesaggio” per l’Enciclopedia Treccani Terzo Millennio in uscita in autunno 2009. È autrice di numerosi saggi in cataloghi e riviste d'arte e di "This is contemporary! Come cambiano i musei d'arte contemporanea"; in quell’occasione è stata già graditissima ospite di Cosmotaxi; per leggere: QUI.

Ad Adriana Polveroni, ho rivolto alcune domande.
Nello scenario di crisi da te descritto, hai notato qualche particolarità italiana? Siamo stati colpiti così come altrove o meno. Se sì, oppure no, perché?

In Italia siamo stati meno colpiti semplicemente perché da sempre nella cultura, e quindi anche nell’arte, girano meno soldi e si contano mediamente meno strutture, tra musei e centri, rispetto all’estero. Anche il mercato, che pure vanta molti importanti collezionisti, per giro d’affari non è paragonabile a quello americano, inglese e forse anche spagnolo. Dunque, da noi “Lo sboom” è stato meno vistoso che altrove. Soprattutto in Italia non si è mai verificata una vendita come quella fatta da Damien Hirst in occasione del suo teschio costellato di diamanti, né si sono visti musei chiudere o entrare in serie difficoltà perché erano fallite grandi banche, come per esempio la WaMu che finanziava il SAM di Seattle.

Cito dal tuo libro.
“Dalle colonne di “The Art Newspaper”, il critico Tom Shapiro lancia una proposta: anziché piangersi addosso dopo le tristi vicende del Rose Art Museum e del MoCA di Los Angeles, è venuto il momento di “condividere”. Sharing, letteralmente, a cominciare dai dipartimenti per finire con le spese, passando per i fondi da richiedere alle collezioni. Dopo, quindi, esperimenti di co-housing e di co-working, sarebbe arrivata l’ora del co-museum. Posizione che rimette in gioco il patrimonio più prezioso che ha un museo, la collezione”.
Questa opzione può essere praticata anche in Italia?

Per ora è difficile praticare questa opzione perché in Italia sono pochissimi i musei che vantano una vera collezione. In realtà l’unica che si conosce veramente è quella del Castello di Rivoli vicino Torino, quella del Pecci di Prato è stata esposta raramente per la mancanza degli spazi adeguati, quella del MAXXi è ancora tutta da vedere. Ciò nonostante, penso che si possano avviare delle attività in cui pezzi delle collezioni girano e vengono presentati di volta in volta attorno a dei temi interessanti che li valorizzano e in grado di suscitare un interesse maggiore nel pubblico, che invece in genere è attratto dalle grandi mostre.

Se tu dovessi esprimere una nota d’ottimismo per il futuro in che cosa la indicheresti?

Penso che quanto a strutture non possiamo che cominciare dal MAXXI e dal MACRO di Roma, che apriranno nel maggio 2010 e che quindi convoglieranno in questa città l’interesse internazionale. Un’occasione da non sprecare, anzi da rendere memorabile con mostre di alto livello e un’offerta complessiva di servizi altrettanto impeccabile. Detto ciò, non si vive di soli musei, che pure costituiscono l’ossatura del sistema dell’arte. Il futuro si costruisce soprattutto correggendo gli errori del nostro passato prossimo, non solo le quotazioni stellari delle opere, dettate per lo più dal meccanismo della domanda e dell’offerta, ma con una specie di “ritorno a casa dell’arte”. Che insomma cerchi di essere un po’ meno modaiola e mondana, un po’ meno elitaria e superficiale e un po’ di più fertile linguaggio simbolico calato e impregnato di mondo, come è nella sua natura.

Per una scheda sul libro CLIC!

Adriana Polveroni
“Lo sboom”
Postfazione di Pierluigi Sacco
Pagine 127, Euro 14:00
Silvana Editoriale


Memorie intime


E’ stato uno dei più prolifici scrittori mai esistiti, ha scritto 193 romanzi pubblicati con il suo nome e un numero imprecisato (e ignoto probabilmente anche a lui) di romanzi e racconti editi con pseudonimi; il suo più noto personaggio è il commissario Maigret protagonista, fra il 1931 e il 1972, di 76 romanzi e 26 racconti.
Com’è chiaro si tratta di Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989).
In quella vastissima produzione dedicata a storie d’invenzione, due volte s’è trovato a fare i conti con durissime realtà della propria vita lasciando trace autobiografiche.
La prima con “Pedigree”, scritto tra il giugno 1941 e il gennaio 1943, quando a causa di un’errata diagnosi apprende che gli rimangono suppergiù due anni di vita perché affetto da una grave cardiopatia. Solo quattro anni più tardi scoprirà di essere perfettamente sano.
La seconda con Memorie intime – ora in libreria per Adelphi che ha intrapreso la pubblicazione dell’opera omnia di Simenon nel 1985 – una lunga confessione dedicata alla figlia Marie-Jo suicidatasi nel 1979.
A tre anni da quel tragico episodio, traccia un grandioso affresco al centro del quale c’è lo stesso Simenon che, tuttavia, affianca al proprio scritto le poche pagine autografe ritrovate della ragazza: Le livre de Marie-Jo. Testo presente in quest’edizione italiana che contiene anche parti non pubblicate nella prima edizione francese per volontà dell’ex moglie Denyse Ouimet la quale ne ottenne la soppressione per via giudiziaria.

In retrocopertina, scrive Goffredo Fofi: “Queste Memorie intime aggiungono molto alla comprensione dell’opera simenoniana e sono loro il vero “romanzo autobiografico” di Simenon ... sono uno dei grandi libri di Simenon, un’interrogazione profonda che, per molti versi, per molti lettori, può stimolare la stessa adesione sofferta e rivelatrice dei suoi grandi romanzi”.

… il vostro talento senza limiti e la vostra sovrumana possibilità di disciplina nel lavoro creano soggezione e meraviglia; bisogna pensare alle vostre qualità umane per ristabilire un rapporto di equilibrio ed ecco che allora uno scopre di volervi bene, anzi, sopratutto questo, e diventate una presenza famigliare, l'amico più grande che tutti vorrebbero avere, un compagno di lavoro e di vita, un punto di riferimento che non delude mai e da forza. Scusatemi se mi lascio un po' andare, so benissimo che certe cose sentirsele dire dà anche un po' ai nervi....
Sono parole di un grande estimatore di Simenon: Federico Fellini. Le ho estratte dal libro Adelphi "Carissimo Simenon Mon cher Fellini” che raccoglie il carteggio, comprendente tutte le lettere superstiti che Fellini e Simenon si scambiarono fra il 1960 e il 1989.

Georges Simenon
“Memorie intime”
Traduzione di Laura Frausin Guarino
Pagine 1228, Euro 16:00
Adelphi


Selva Serafiniana


La Bur festeggia i suoi primi felicissimi sessant’anni con tre libri d’artista, uno dei quali è di Luigi Serafini già autore del celebre Codex Seraphinianus.
Titolo di questa sua nuova impresa: Le storie naturali ispirate al libro omonimo di Jules Renard.
Le ragioni poetiche di quest’operazione e i suoi traguardi espressivi sono illustrati in questa ben condotta videointervista della giornalista Sabina Sacchi a Serafini.

Questo volume di grande formato ha la copertina in tela grigia su cui è applicata una riproduzione dell’edizione originale BUR del 1959, con l’immagine in stampa lenticolare di una volpe (in francese: ‘renard’). Le pagine in carta pregiata ospitano i testi di Renard, alcune tavole a formato intero e le tasche che contengono le fantasiose foglie dell’erbario, in cartoncino fustellato, da montare sui supporti per creare una piccola foresta da tavolo.


Luigi Serafini
“Le storie naturali”
Rilegato in tela (23x33 cm) con stampa lenticolare
Pagine 262 con tasche e inserti
Tiratura ordinaria di 600 copie numerate e firmate dall’artista
Euro: 3,00,00


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