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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Le stanze dei giganti


Il Cesac, attivo nell’esplorazione dell’arte contemporanea, nel proseguire il suo programma con mostre monografiche realizzate in collaborazione con gallerie private, enti pubblici nazionali e internazionali e sponsor privati, presenta al Filatoio di Carraglio un lavoro inedito di Patrizia Guerresi Maïmouna intitolato La stanza dei giganti.
Scultrice, autrice di video e di installazioni, presente nel 1982 e nel 1986 alla Biennale di Venezia e nel 1987 a Documenta di Kassel, propone questa sua nuova realizzazione – ideata per il Filatoio – praticando un’interpretazione dei mistici dell’Africa musulmana affidata a più media: foto, sculture, video, dando vita a una complessa installazione.
Le foto sono di grande formato stampate su alluminio, le sculture in tubolari d’acciaio, il video è composto da tre proiezioni simultanee in cui tre personaggi femminili simbolici ruotano, prima lentamente su se stesse, poi sempre più velocemente, al suono di una musica ipnotica.
Scrive il curatore della mostra Andrea Busto presentando l’artista: Patrizia Guerresi Maïmouna ci propone una realtà ibrida, commista di riferimenti culturali orientali e occidentali, cogliendo gli aspetti che rendono più simili tante genti del mondo.

Ufficio Stampa: Giuseppe Galimi, Turin Art International, tel. 340 – 66 21 047
e-mail: giuseppe.galimi@taiagency.it

Patrizia Guerresi Maïmouna
“La stanza dei giganti”
Filatoio di Carraglio
Orari: martedì - sabato: 14:30 – 19:00
domenica: 10:00 – 19:00
Informazioni: numero verde 800 329 329
Fino al 30 dicembre 2008


La notte di Némirovsky


Molte ombre gravano sulla vita e la morte della scrittrice Irène Némirovsky.
Nata a Kiev l’11 febbraio 1903, da famiglia ebraica, all’epoca della Rivoluzione d’Ottobre riparò in Francia dove lavorerà a molti titoli accolti con successo.
Le sue opere sono largamente tradotte in Italiano da Adelphi, come, ad esempio, I cani e i lupi proprio quest’anno giunto alla seconda edizione .
Irène NémirowskyPur ebrea, a causa dei suoi scritti, fu da molti considerata antisemita.
Scrive Gabriella Alù: “I personaggi ebrei di Irène Némirovsky sono il più delle volte - inutile nasconderselo - caricaturali, oltraggiosi, spesso abbietti; i suoi cosmopoliti che trascorrono la loro vita mondana a Biarritz (in ‘David Golder’) sono spesso immorali parvenus votati al culto del Dio Denaro. Se gli ebrei ricchi si comportano tutti come rapaci, quelli di modeste condizioni sono miserabili, ripugnanti, macchiettistici, sinistri, privi di cuore e di anima.
‘Io li vedo così’ si giustificava lei a chi glielo faceva notare”.
A questo s’aggiunga che a Parigi collaborò a settimanali di destra quali “Gringoire” e “Candide” anche se poi scrisse sul periodico socialista “Le Matin” e sul comunista “Le Peuple”.
La polizia nazista l’arrestò, in quanto ebrea, ad Issy-l’Êvêque il 13 luglio del ’42. Portata ad Auschwitz morì il 17 agosto, ma – altre ombre – mai s’è saputo se ad ucciderla fu il tifo o la camera a gas.
Conoscevo finora della Némirovsky solo “Il ballo” di cui mi piace riportare il giudizio che condivido di Daniela Padoan su il Manifesto: “Alla luce degli eventi che si sarebbero rapidamente succeduti, ‘Il ballo’ assume toni profetici. Scritto l’anno prima del grande crollo in Borsa e cinque anni prima dell’avvento del nazismo, è il romanzo di un massacro, in cui, anche se non accade quasi nulla, niente si salva. Resta un vuoto assordante: quello degli invitati che non arrivano, devastando ogni sogno di ascesa mondana, e quello di un’insanabile frattura familiare, tanto più tragica nel suo essere ammantata di vacuità”.
Ora, nelle Edizioni Via del Vento, dobbiamo ad uno scrittore finissimo qual è Antonio Castronuovo (di cui Cosmotaxi si è già occupato tempo fa QUI e QUI) la luce su di un bel racconto finora inedito in italiano: Notte in treno pubblicato nell’ottobre del 1939.
La scena - scrive Castronuovo - è il vagone di un treno che attraversa la Francia in una calda notte di settembre, prima notte di guerra […] al centro del racconto si erge la figura della ragazza fuggita di casa per amore, fuggita da una madre insoffribile, figura nella quale si coglie qualcosa della perfida madre di Irène […] Il tratto maggiore della Némirovsky è l’implacabile capacità di incidere mediante la scrittura: l’esperienza che si compie entrando nelle sue pagine è quella di una lingua senza alcuna decorazione, ma lacerata da una sorta di segreta irruenza, di velato tormento. “Notte in treno” ne è esempio vibrante.

Irène Némirovsky
“Notte in treno”
Traduzione e cura di Antonio Castronuovo
Pagine 32 con foto; Euro 4:0
Via del Vento Edizioni
info@viadelvento.it


Artivism


Nel 2001, Tatiana Bazzichelli, aka T_Bazz, fondò un networking artistico chiamato AHA, acronimo che sta per Activism – Hacking – Artivism.
Per conoscerla anche in video, vi propongo un suo intervento Do-It-Yourself in the Social Networks: QUI

AHA, si focalizza sulle collettività che usano i media in forma indipendente, attraverso mostre, eventi, incontri organizzati da Tatiana insieme a curatori sempre diversi.
Il progetto AHA è stato premiato nel Settembre 2007 al Festival di Linz ricevendo una Honorary Mention nella categoria Digital Communities del Prix Ars Electronica.
Nodo fondamentale del progetto è la comunità che si sviluppa nella mailing-list aha@ecn.org, da cui nasce la proposta di organizzare il primo AhaCamping.
Si svolgerà il 3, 4, 5 ottobre al S.A.L.E. Docks di Venezia (Magazzini del sale, Dorsoduro 187-188) un incontro nazionale degli iscritti alla mailing-list aha@ecn.org, ospitata dal server indipendente Isole Nella Rete.

L'ahaCamp nasce dall'esigenza dei circa 600 iscritti d’incontrarsi per la prima volta da vicino, per riflettere sulle tematiche dell’attivismo artistico, politico e tecnologico, in una situazione che e' molto diversa rispetto a quella in cui la lista ha avuto inizio. Sono al centro dell’incontro temi come l'analisi del Web 2.0 (in termini economici, sociali e tecnologici), i rapporti fra attività artistica e tecnologie digitali, la decostruzione linguistica e relazionale nella pratica della comunicazione.
Ci si propone di creare rete, di mettere in condivisione progetti e di costruire nuove operazioni per il futuro in àmbito artistico e tecnologico. L'ahaCamp nasce quindi come uno spazio di dialogo e di condivisione di conoscenze, con l'obiettivo di apprendere e diffondere pratiche e saperi in un ambiente libero e senza censure.

CLIC! per iscriversi alla mailing-list AHA.


Una voce poco fa


Questo sito non s’occupa di poesia lineare (e la cosa mi ha procurato rimproveri e pressioni cui ho eroicamente resistito), ma di poesia sonora - che non significa leggere a voce alta propri componimenti nati per il foglio - e visiva sì.
Premessa necessaria affinché qualche distratto poeta di scrittura cartacea non creda che le cose siano cambiate e si senta autorizzato a richieste per sue pubblicazioni.
Oggi qui si parla di un protagonista della poesia sonora e verbovisiva: Enzo Minarelli; per saperne di più sulla sua biografia e produzione, cliccate QUI.
E’ tra i pochi in Italia, che alla sua opera artistica somma un corpus saggistico di notevole spessore (non è un caso che sia laureato in psicolinguistica).
N’è testimonianza il recente volume La voce della poesia vocoralità del Novecento, edito da Campanotto con una copertina di Carlo Marcello Conti.
Il libro è dedicato a Henri Chopin scomparso nel gennaio di quest’anno; alcuni suoi video li trovate sull’ottimo sito Erratum.

Questo volume - scrive Minarelli nella presentazione - sin dal titolo, identifica il processo poetico con lo sfruttamento della voce, sia in chiave orale che vocale (vocorale, quindi), una voce, come dire regina, una voce-protagonista, una voce trionfante sulle altre componenti performative, a cominciare dalla musica, dall’immagine, i movimenti, le luci, tutti elementi che entrano di fatto nel prodotto spettacolare finito, e che tuttavia sono parte integrante del percorso creativo, anche se deuteragonisti.

Il libro attraversa poi vari campi di relazioni semantiche tra voce-suono-azione producendo sia documentazioni su poeti di performances sia su più media: dall’audioeditoria al mondo radiofonico a quello pubblicitario. Né mancano indicazioni, con articolate note critiche sulle principali istituzioni “in/sensibili”, sia italiane sia straniere, e gli archivi privati di audioart.
Insomma, un libro necessario che fa chiarezza su di un campo in cui approssimazioni ed equivoci non sono stati, né sono, pochi e che sulla spinta delle nuove tecnologie (si pensi, ad esempio, alla net-art) s’avvia a conoscere inedite proiezioni espressive.

Enzo Minarelli
“La voce della poesia”
Pagine 111; Euro 13:00
Campanotto Editore


Il vertiginoso Charms


“Non c’è niente di più comico dell'infelicità” scrisse Beckett e quella frase potrebbe essere usata per connotare l’opera di uno scrittore russo non proprio notissimo da noi: Daniil Charms.
Eppure è autore in anticipo “di due tre decenni sull’Occidente, su Camus, su Ionesco, su Beckett”, come scrive Rosanna Giaquinta (se cliccate la vedrete in compagnia di personaggi alquanto noti) che ha splendidamente tradotto Casi ora riproposto da Adelphi dopo il successo che ebbe la prima edizione del 1990 diventata pressoché introvabile.
Daniil Charms, nato a Pietroburgo nel 1905 in vita vide pubblicati solo pochi libri per ragazzi e qualche poesia. E’ arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati, commutati dopo sei mesi in esilio a Kursk. Nel 1941, dopo altre disavventure, fu nuovamente arrestato ed internato in un manicomio dove morì il 2 febbraio 1942.
Casi è una raccolta di prose dove i personaggi agiscono come manichini straziati, compiendo azioni paradossali ed eccessive in una coazione a ripetere di gesti e parole che mi ricorda certe ipnotiche sequenze del cinema di Zbigniew Rybcinski.
Come dicevo prima, la traduzione, e il poderoso saggio che l’accompagna, sono di Rosanna Giaquinta. Ha studiato e vive a Venezia. E’ docente di Lingua e letteratura russa presso l’Università di Udine. Oltre alla traduzione di “Casi” ha pubblicato saggi dedicati ad autori classici (Dostoevskij) e contemporanei (Dovlatov, Limonov, Ulickaja, Vojnovič). Negli anni più recenti ha lavorato molto sul compositore Dmitrij Šostakovič: ha pubblicato, infatti, un saggio dedicato alla ricezione italiana della 'Settima sinfonia‘ e nel dicembre 2005 ha organizzato un convegno dedicato alla figura e al ruolo di quel musicista (D. D. Šostakovič tra musica, letteratura e cinema. Atti del Convegno internazionale, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2008).

A Rosanna Giaquinta ho chiesto: qual è l'importanza di Charms nella letteratura contemporanea?

Charms è molto più importante oggi di quanto non fosse negli anni in cui ha vissuto e lavorato, nessuno scrittore russo oggi può fare a meno di conoscerlo Fu certamente un precursore, ma era quasi totalmente sconosciuto, e tale rimase fino ai tardi anni Sessanta. Una lentissima riscoperta ha portato al suo ingresso ufficiale nella letteratura russa ed europea negli anni Novanta. Volendo, i minimalisti possono considerarlo una sorta di precursore, per la scomposizione degli elementi costitutivi del linguaggio e la tendenza all’antiestetismo, ma ciò che differenzia la sua poetica dall’estetica del postmoderno è il fatto che, pur descrivendo il vuoto esistenziale con occhio apparentemente distaccato, lo fa tremante di orrore, lo fa con sofferenza, e non con compiacimento. La sua incapacità di trovare senso, che sta al fondamento della sua prosa, è tragica, non accademica, quindi la sua scrittura non è un esercizio di stile. La letteratura d’avanguardia di oggi ha preso invece, in Russia, una direzione completamente diversa, ossia ha abbandonato proprio la ricerca del senso. Forse Charms è ormai un autore senza tempo: un figlio degli ultimi spasimi dell’avanguardia, certo, nonché un figlio del Saturno staliniano, ma lo si può leggere anche senza conoscere la sua storia, e credo che proprio così venga letto e compreso oggi.

La principale difficoltà nel tradurre Charms in Italiano?

In realtà, nella prosa Charms è facilissimo da tradurre, lessico e sintassi sono assolutamente elementari. La difficoltà sta nell’individuazione del registro appropriato: la sua parola non deve essere né abbellita né resa più cruda, non deve diventare drammatica o patetica ma neppure volgare; è necessario saper dosare la sciatteria. Insomma, si traduce senza vocabolario ma nulla deve essere lasciato al Caso.

Per una scheda sul libro: QUI.

Daniil Charms
“Casi”
Traduzione di Rosanna Giaquinta
Pagine 343; Euro 14:00
Adelphi


The Scientist (1)


E’ dedicata al fotografo ferrarese Dario Berveglieri la seconda edizione del Festival di videoarte The Scientist diretto da Vitaliano Teti; per conoscere coloro che hanno partecipato all’ideazione di questa rassegna, e tutto l’organigramma, cliccare QUI.
Per interviste, di ieri e di oggi, ad alcuni di loro: CLIC!

Ars sine Scientia nihil est.
Questa celebre frase è del Maestro Giovanni Mignot, architetto parigino, pare pronunciata nel 1399 allorché fu chiamato a Milano per valutare l’opera della fabbrica del Duomo.
Lo stesso concetto riecheggerà nel 1722 allorché il compositore francese Jean-Philippe Rameau scriverà: “L’arte, come ad esempio la musica, è una scienza che deve avere regole certe: queste devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l'aiuto della matematica”.
Ai nostri giorni quei pensieri sono tornati per la grande attualità offerta dall’ibridazione dei linguaggi, con la realizzazione cioè di un procedere artistico che sempre più s’avvale di forti richiami e pratiche delle scienze e delle tecnologie. Accade nelle arti visive, nella musica, nel nuovo teatro e perfino in letteratura dove con le tecniche del web, con i wiki, sorgono narrazioni collettive, di scrittura mutante.
Il Festival “The Scientist” – in foto il logo – è organizzato dall'Associazione culturale "Ferrara Video&Arte", in collaborazione Area Giovani del Comune, col supporto di Arci circolo “Louise Brooks”, ProArt, e con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, del Comune e dell’Università di Ferrara.

Cinque le sezioni in cui s’articola questa seconda edizione: “Video digital Art” con una selezione di opere italiane e straniere realizzata in partnership con il festival milanese InVideo; Sezione V-Art dedicata alla produzione audiovisiva digitale di artisti che operano a Ferrara, all’interno della quale è contenuta, in via sperimentale, una mini rassegna V-Art under 18 curata da Area Giovani del Comune; Sezione “Videodanza” realizzata in collaborazione con il Teatro comunale di Ferrara, proporrà una serie di dancefilm provenienti da vari festival europei e di autori italiani; Sezione storica di una selezione d’opere dell’archivio del Centro Video Arte di Ferrara. Qui giova ricordare che il Centro, nella sua ventennale attività, ha chiamato a collaborare alcune delle personalità più interessanti della video arte italiana e straniera: Marina Abramovic, Fabrizio Plessi, Mario Schifano, Nam June Paik, Woody e Steina Vasulka, Gianni Toti, Giuseppe Chiari.
A queste sezioni si aggiunge, come novità, quella dedicata ai giovani creativi universitari.
Nell'àmbito del Festival, infatti, un programma speciale è dedicato alle opere realizzate dagli studenti dell’ateneo ferrarese.
I video sono stati selezionati da Ada Patrizia Fiorillo, docente di “Storia dell'arte contemporanea" e di "Cultura visuale" e dal direttore del Festival.
Abbiamo pensato – dice Fiorillo – di mostrare i video della sezione universitaria in un contesto congeniale ai nostri studenti, per questo proietteremo, in anteprima la mattina di venerdì 19 settembre 2008, le opere selezionate nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Il Festival è diretto, come detto in apertura, da Vitaliano Teti; ecco di seguito il suo profilo.


The Scientist (2)


Nato a Catanzaro, Vitaliano Teti nel capoluogo calabrese dopo la maturità ha cominciato ad occuparsi di produzione video, dapprima frequentando un corso di alta formazione di “Progettista e realizzatore di audiovisivi didattici” e successivamente come socio di TecoSud srl, società di produzione audiovisiva che ha realizzato video per le istituzioni della Calabria e collaborato con le più importanti tv locali.
Si trasferisce poi a Ferrara dove continua il suo lavoro nel settore video specializzandosi nel montaggio elettronico e nella regìa. Importante in questo periodo è l’incontro con i creativi dello studio “VideoZoom” di Ginevra dove impara ad usare il linguaggio dell’immagine cinetica.
I suoi lavori spaziano dal film di finzione al documentario d'inchiesta, dal reportage al film didattico a quello scientifico.

Laureato al DAMS in discipline cinematografiche con una tesi sull’estetica e la regìa del documentario resistenziale italiano, inizia ad occuparsi di produzione video legata all’arte; oltre al montaggio di alcuni documentari su mostre e autori di arti visive si dedica alla sperimentazione di prodotti video legati alla danza contemporanea, nasce così l’incontro con il Teatro Comunale di Ferrara con il quale collabora per la realizzazione di video che riguardano sia le stagioni di danza ma anche alcuni lavori sull’opera lirica.
Da otto anni insegna alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara nel corso di laurea in “Tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale ”. L’esperienza con gli studenti ha dato frutti sia nei settori classici della produzione audiovisiva sia nel settore videoartistico. Due sono i progetti importanti realizzati con il Teatro Comunale di Ferrara nel settore della videodanza e uno ha riguardato la realizzazione di tre video sull’opera lirica Motezuma di Vivaldi.


The Scientist (3)


Nato a Ferrara nel 1969, laurea in Lettere Moderne, videoartista dalla produzione così intensa da renderne dissuasiva la citazione dei tanti titoli, docente di Teoria e tecnica della videoarte, questi i tratti salienti di Filippo Landini che del Festival si occupa della direzione artistica locale e della sezione V-Art.
A lui ho chiesto: perché la rassegna si chiama “The Scientist”?

Il termine è stato coniato da Roby Futur – Guerra ed è stato subito condiviso dagli altri ideatori della rassegna, da Vitaliano Teti e da me.
E’ un termine che definisce l’approccio che il video artista ha con la materia poetica. La Video arte è una disciplina e un linguaggio che non può prescindere dall’utilizzo di mezzi tecnologici e, anzi precisando, elettronici. E come uno scienziato, il video artista realizza i propri esperimenti e trae risultati impiegando tali tecnologie alla propria conoscenza
.

A Vitaliano Teti, ho chiesto d’illustrare in sintesi qual è la caratteristica che differenzia “The Scientist” dalle altre rassegne di videoarte.

Già da questa II edizione, la rassegna si propone come una vasta piattaforma dove i fruitori potranno vedere il meglio di alcuni settori videoartistici specifici; tra le cose che ci caratterizzano c’è la presenza dei video storici, un’attenzione alla videodanza che sempre più è fucina di talenti che sperimentano con il linguaggio audiovisuale e poi la produzione universitaria che diventerà il focus per le prossime edizioni del festival .

“The Scientist”
Festival di videoarte
Ferrara
Dal 19 al 21 settembre ‘08


Giochi da tavolo


La triestina Editoriale Scienza con le sue pubblicazioni ha rinnovato lo scenario italiano dei libri per ragazzi con dei volumi che stimolano un’interattività tra le pagine e i giovani lettori.
N’è esempio questo recente Battaglia navale e altri giochi con carta e matita - con illustrazioni d’Alberto Rebori – che al divertimento accoppia intelligenti stimoli cognitivi.
N’è autore Andrea Angiolino, per saperne di più su di lui cliccate QUI ma sappiate che per conoscere la sua ricca biobibliografia agisce in Rete anche un suo sito web.
Ecco un libro che può essere un bel regalo d’inizio anno scolastico destinato ai ragazzi delle elementari con o senza il funereo grembiule nero.

Ad Andrea Angiolino ho chiesto: l'avvento dell'informatica che cosa ha determinato nello scenario del pianeta Gioco?

Innanzi tutto l'emergere di un nuovo avversario. L'uomo gioca con tutto: sassi, semi, bottoni, noci, carta e matita... Fin dai primi enormi computer anche con essi, e poi contro di essi: che ne hanno tratto grande vantaggio poiché l'intelligenza artificiale è stata messa alla prova e sviluppata soprattutto facendoli giocare. Ciò ha reso reale il mito dell'automa che vince l'uomo al gioco: prima del computer era solo truffaldina finzione. Al computer si fanno giochi antichi e anche nuovi: questi ultimi vanno negli anni guadagnando in grafica e bellezza, anche se i primi giochi per computer come gli adventure testuali, che ne mancavano, compensavano con assai più arguzia e intelligenza degli attuali. Ma anche il gioco classico, praticato "dal vivo" e non con la macchina, ha guadagnato dal computer e soprattutto dal Web: le comunità in rete di giocatori, anche di quelli che giocano al tavolo, sono vastissime e molto attive; l'informazione su giochi e prodotti e appuntamenti corre veloce, editori anche piccoli instaurano collaborazioni internazionali. Questo rivitalizza ogni gioco. Infine da alcuni giochi da tavolo vengono tratte versioni per computer e consolle: è un nuovo stimolo all'attività autoriale ed editoriale e una nuova vetrina per i giochi non informatici. Grazie al computer, insomma, si gioca di più e meglio anche senza di lui.

Per una scheda su Battaglia navale: CLIC!

Andrea Angiolino
“Battaglia navale e altri giochi”
Illustrazioni di Alberto Rebori
Pagine 48, con matite, gomme, tabelloni riscrivibili
Euro: 18:90
Editoriale Scienza


Un tipo adorato


E’ vivo? E’ morto? Qualcuno dice che da anni al suo posto compaia un sosia… si parla di Kim Chŏng-il. Sia come sia, giorni fa ha destato divertito stupore la notizia che, in un paludato comunicato ufficiale, il paffuto dittatore nordcoreano abbia suggerito ai suoi denutriti sudditi di mangiare dei nuovi spaghetti che, fatti con farina di soia e altri non citati elementi, provocherebbero un senso immediato di sazietà.
La Corea del Nord fa parte della lista degli Stati-Canaglia, anche se, in verità, quanto a Stati–Canaglia è forse più prudente fare l’elenco di tutti gli Stati presenti sul mappamondo, ma è pur vero che a Pyongyang s’esagera in statolatria, repressione, censura, basti pensare che mai è stato data notizia dello sbarco umano sulla Luna.
Per non sorprendersi troppo delle bizzarre notizie che talvolta apprendiamo su quel paese che soffre di un’arretratezza medievale (eccetto il campo militare dove il governo non lesina le spese) consiglio di leggere L’adorato Kim Chŏng-il Biografia ufficiale del leader nordcoreano.
Trovate il libro pubblicato dall’ottima O barra O, per la prima volta in Italia, in una traduzione direttamente dal coreano di Andrea De Benedittis (autore anche delle preziose note di cui è corredato il testo) e interventi di Maurizio Riotto docente di Lingua e Letteratura coreana all’Università ‘L’Orientale’ di Napoli e di Rosella Idéo che insegna Storia politica e diplomatica dell’Asia orientale all’Università di Trieste. Il testo, stampato a Pyongyang dalla casa editrice del Partito Comunista (per l’esattezza: Partito del Lavoro della Corea del Nord) è un capolavoro di umorismo involontario.
La vita e le opere dell’“adorato” Kim Chŏng-il (ha ereditato il potere per trasmissione dinastica dal padre, il “Grande Leader” Kim Il-sŏng), sono descritte con lo stesso ampolloso modo che troviamo nell’agiografia dedicata in occidente alla vita dei santi. Roba che da noi neppure Bondi riesce ad usare gli stessi elogi appassionati a proposito di un uomo pur a lui molto caro.
Kim Chŏng-il scrive poesie, gira film, inventa, filosofeggia, teorizza, profetizza, zompa, balla, carezza bambini (più un dittatore è fetente più ama carezzare i bambini), insomma tutto quello che fa è esaltato dall’oscuro redattore che se la deve avere vista brutta quando aveva, già a pagina tre, esaurito aggettivi trionfanti da associare all’“adorato” Nome.
E’ un libro da leggere, per vari motivi: per capire la Corea del Nord; per meglio sapere delle tecniche di mistificazione; per conoscere l’incredibile esistenza ancora oggi di una propaganda politica tanto rozza ma efficace (anche in Italia, però, ne sappiamo qualcosa).
E, in tutto questo, è assicurato il divertimento nello scorrere quelle pagine cantate da una lingua color marrone.
Divertimento che, però, cessa di colpo se si pensa quali tragedie sono consumate all’ombra di un libro come quello. Basti pensare che secondo Amnesty International la Corea del Nord è uno dei paesi con la peggiore situazione riguardo i diritti umani e le libertà fondamentali; si veda al proposito il rapporto 2008 di Amnesty QUI.

Per una scheda sul volume CLIC!

“L’adorato Kim Chŏng-il”
Traduzione di Andrea De Benedittis
Pagine 428, Euro 23:50
ObarraO Edizioni


ll cammino di Inkyung


Cosmotaxi da tempo segue con interesse il percorso di Inkyung Hwang che va affermandosi in quell’area di contaminazione fra le arti attraverso un’attività che va dalla scrittura al suono.
Segnalai, infatti, tempo fa un suo libro: Il lungo treno di John Cage e, successivamente, presentai un video che potete vedere QUI.
Nata a Seoul, laureata in Letteratura Italiana all'Università di Firenze, diplomata in scultura e specializzata in Nuove Tecnologie per l'Arte presso l'Accademia di Brera, Inkyung ha realizzato installazioni, video e performance musicali in vari musei e gallerie d'arte in Italia e in Europa.
Ora è stata invitata a partecipare alla mostra Il gesto del suono un attraversamento visivo e sonoro che ripercorre le tappe fondamentali - proposte da Claudio Chianura - del lungo itinerario di avvicinamento tra l’atto del fare musica e la sua esaltazione in immagine nella sperimentazione del '900. Un intenso itinerario di “video musicali” che comprende l’avanguardia colta di John Cage e Cornelius Cardew, l’improvvisazione creativa di Fred Frith e Han Bennink e conduce fino alla sperimentazione elettronica di Alessandro Cipriani, di Steve Jansen e David Sylvian con le immagini di Shoko Ise.

“Il gesto del suono”
Palazzo Reale
Milano
Fino al 22 settembre ‘08


Ladies and Gentlemen


Nel Castello Scaligero di Malcesine, è allestita una grande mostra dedicata ad uno dei protagonisti dell’arte contemporanea: Andy Warhol.
L’artista è presentato al pubblico attraverso la serie intitolata Ladies and Gentlemen realizzata nel 1975. L’opera si compone di dieci serigrafie che ritraggono dieci volti di travestiti neri, anonimi protagonisti della società del benessere e degli eccessi di cui Andy Warhol seppe essere fra i maggiori cantori e rappresentanti.

Così scrive Ilaria Bignotti nella presentazione della mostra:

Si tratta di perfetti sconosciuti, attentamente scelti, fotografati, dipinti e soprattutto trasformati dall’artista con un intervento pittorico vistoso, fatto di pesanti segni grafici e larghe pennellate di colore spesso indifferenti ai contorni del soggetto. Dieci ritratti capaci di raccontare la storia di un artista e di un’epoca. O meglio, dell’artista che, forse più di ogni altro, ha saputo rappresentare un’epoca: gli anni ‘60 e ’70, negli Stati Uniti.
Fu proprio quando videro la luce i suoi “Ladies and Gentlemen” che Warhol pubblicò anche la “Filosofia di Andy Warhol”: un diario autobiografico, ma anche il miglior testo critico con il quale addentrarsi nella sua opera, e quindi nel suo pensiero e nella sua vita. È in queste pagine che egli stesso descrive questi dieci volti come “la testimonianza vivente di come un tempo volevano essere le donne, di come qualcuno le vuole ancora, e di come alcune di loro vogliono essere ancora…archivi ambulanti della femminilità ideale…” […] Sono, queste, solo alcune delle suggestioni che offrirà la mostra, organizzata dal Comune di Malcesine e dal suo Assessorato alla Cultura in collaborazione con la Galleria Colossi Arte Contemporanea, che ha concesso il prestito delle dieci serigrafie componenti la cartella “Ladies and Gentlemen”, eccezionalmente completa della copertina del portfolio.
Volti eccessivi, affascinanti, suadenti, eppure carichi di domande. Le domande che ancor oggi ci pone, turbandoci, l’opera di Andy Warhol
.

Andy Warhol
Ladies and Gentlemen
Colossi Arte Contemporanea
Malcesine (Verona)
Castello Scaligero
Fino al 30 settembre 2008


A teatro nelle case


Chi sono, dove stanno, e come la pensano quelli del Teatro delle Ariette?
Se v’incuriosisce, cliccate QUI.
Adesso che ne sapete di più, è ora d’annunciare la dodicesima edizione del loro tradizionale Festival d’autunno che vedrà il Circo Ariette sposterà il suo accampamento nei Comuni di Castello di Serravalle, Monteveglio e Bazzano.

In foto un’immagine tratta dallo spettacolo Zoo sentimentale che sarà di giro quest’anno.

Teatro nelle case – dicono quelli delle Arietteè un progetto nato nel 1997. Riguarda tutte le attività teatrali organizzative, creative e produttive che realizziamo nel nostro territorio di residenza cioè nei Comuni di Bazzano, Castello di Serravalle, Monteveglio, nella Valle del Samoggia in provincia di Bologna.
Presso la nostra sede, la nostra casa, e sul nostro territorio presentiamo i nostri spettacoli e ospitiamo il lavoro di artisti e compagnie che incontriamo nel nostro percorso creativo e che sentiamo vicini per tensione, etica e poetica
.

Per leggere il programma: CLIC!.

Teatro delle Ariette
"A teatro nelle case"
Festival d’autunno
info@teatrodelleariette.it
tel e fax 051- 6704373
12 – 30 settembre ‘08


Endemia a Viterbo


La Kyo Art Gallery presenta Ricordi romani: una personale di Ilaria Loquenzi.
La mostra è a cura di Antonella Pisilli e Francesca Pontuale.
L’artista, nata a Roma nel 1976, laureata all'Accademia di Belle Arti di Roma, è tra le fondatrici del RomaDocFest e del RialtoSantambrogio; ha esposto finora i suoi lavori a Roma, Lecce, Palermo, Belfast e Rotterdam.
Ricordi romani consiste in una serie fotografica che nasce su commissione del PARC per l’immagine-logo del Padiglione italiano del Festival d’Architettura di Londra Sustainab.Italy - Contemporary ecologies.
Roma è così diventata la scenografia per temi quali la sostenibilità, il recupero del patrimonio architettonico e del paesaggio.
La composizione dell’immagine nasce da una sorta di mini istallazione che condensa e rappresenta una serie di pensieri, emozioni e riflessioni.
Un bicchiere da cocktail contiene al suo interno cubetti di ghiaccio-souvenir con vari simboli di Roma: famose architetture e anche elementi paesaggistici.
Per la mostra alla Kyo, Ilaria Loquenzi realizzerà, come lei l’ha definito, "un intervento di marketing artistico on site specific giocato sulla memoria” realizzerà, infatti, per l’occasione una serie limitata di bottiglie di Chin8Neri con etichetta d’artista e ricreerà con una finta pubblicità radiofonica i suoni, l’atmosfera degli anni ’50 e l’ottimismo del boom economico.
Ufficio Stampa: Massimiliano del Ninno, ufficiostampakyo@tele2.it

La mostra s’inserisce nella manifestazione Endemia che vede tre gallerie di Viterbo agire in simultanea; oltre alla Kyo, lo Studio Fontaine presenta opere di Valeria Giordano e la Giovanna Scappucci Arte Contemporanea lavori di Maddalena Mauri.

Ilaria Loquenzi
“Ricordi romani”
Kyo Art Gallery
Via San Pellegrino 55, Viterbo
Info: Tel/Fax 0761 – 34 0378
Fino al 18 settembre ‘08


La mafia devota


E’ uscito un libro che esplora il complesso legame che unisce l’universo criminale mafioso al mondo della Chiesa; tema che ha avuto negli anni degli approcci ma, a me pare, che finora mai quello spinoso fenomeno era stato fotografato con tanta chiarezza tridimensionale.
Ci riesce La mafia devota Chiesa, religione, Cosa Nostra mandato in libreria da Laterza, una lettura che vigorosamente consiglio.
N’è autrice Alessandra Dino docente presso l’Università di Palermo; per saperne di più su di lei consultate il suo sito personale in Rete.
Il volume – giovandosi anche di documenti giudiziari e interviste – svolge un’ampia riflessione sociologica su di una parte della nostra società che in Sicilia nasce ma non solo in Sicilia vive.
Il testo non si propone d’attaccare singole posizioni o personaggi, perché come la Dino scrive in una nota “… il mio intento non è stato tanto quello di collocarmi sul versante di una oggettiva e neutra fattualità (della cui esistenza dubito fortemente), quanto quello di individuare e comprendere le rappresentazioni, le logiche, le dimensioni simboliche e relazionali che, nel tempo, hanno mediato i rapporti tra mafia e Chiesa…”.

Tempo fa lanciai una buffa proposta ai miei lettori: segnalare - con attendibili prove, s'intende - un mafioso ateo. Sapete come andò a finire? Non ebbi alcuna segnalazione.
Ho chiesto ad Alessandra Dino: perché un mafioso non può essere ateo?

Come chiunque altro – e il “mafioso” non è che una persona come tante – anche per gli affiliati all’organizzazione criminale mafiosa l’adesione o meno ad un credo religioso riguarda una dimensione intima, soggettiva e personale nella quale tutto è possibile.
In tal senso e in linea teorica, un “uomo d’onore” potrebbe tranquillamente essere ateo o anche religiosissimo. Quello che – di fatto – è accaduto, e su cui occorre soffermarsi a riflettere, è che la religione, il suo simbolismo, l’accreditamento e il consenso che essa proferisce all’osservante, hanno costituito un utile strumento di cui la stessa Cosa Nostra si è servita per veicolare l’immagine di sé come di un’organizzazione deputata a “fare giustizia”. Naturalmente, questo discorso era tanto più valido nel passato ed è tanto più valido anche oggi, fintantoché si parla di un livello medio basso del consorzio criminale.
Più di recente, a seguito di un processo di progressiva secolarizzazione, si assiste ad una duplice deriva del fenomeno. Da una parte, il venir meno della religiosità, comporta lo sviluppo di una esasperata sacralità formalistica svuotata di contenuto religioso (il riferimento è alle bibbie di Provenzano o al decalogo di Lo Piccolo). D’altra parte, la perdita del simbolismo religioso e sacrale agevola la trasformazione dell’organizzazione, enfatizzando la dimensione economico-strumentale, a danno di quella politico-simbolica.
Se tale processo si affermasse, Cosa nostra – pur consolidando la sua forza economica – rischierebbe di perdere la sua specificità, divenendo forse più adattabile allo scenario internazionale, ma smarrendo i suoi caratteri identitari.
Un discorso a parte andrebbe poi fatto per i cosiddetti “colletti bianchi”, organici al sistema di potere mafioso, che difficilmente sono definiti “criminali” e che, anche all’ombra dell’approvazione e del consenso di una parte delle gerarchie ecclesiastiche, costruiscono i loro ambigui affari e gestiscono un sistema di relazioni illegali di portata internazionale
.

Per una scheda sul libro: QUI.

Alessandra Dino
“La mafia devota”
Pagine 304, Euro 16:00
Editori Laterza


Una vita da Motamedian


S’è conclusa la Mostra del Cinema, ma non tutti sanno che uno dei Premi è stato rifiutato.
Da tre anni l’Uaar assegna il “Premio Brian” – con birichino riferimento al “Brian di Nazareth” dei Monthy Piton – al film che meglio ha rappresentato valori laici.
Per quest’edizione, la scultura d'oro firmata da Giovanni Corvaja è stata data dalla giuria – composta dallo studioso di cinema Paolo Ghiretti e dalle professoresse Maria Chiara Levorato dell’Università di Padova, e Maria Turchetto dell’università Ca’ Foscari di Venezia – al regista iraniano Bahman Motamedian per la sua opera prima “Khastegi” che tratta della vita e delle sofferenze di un gruppo di transessuali a Teheran.
Carla Reschia, tra le pochissime ad occuparsi del caso, scrive su La Stampa: “Ai giudici dell'Uaar la pellicola è piaciuta perché ‘affronta la problematica dell’identità sessuale di ragazzi e ragazze che, nella difficile realtà dell’Iran contemporaneo, non accettano il ruolo assegnato loro dalla società in base al sesso biologico”.
E anche perché: ‘Il tema è affrontato in modo asciutto, senza semplificazioni, toni retorici o slogan, dunque con quello che riteniamo un approccio autenticamente laico’.
A Motamedian invece non è proprio piaciuto il premio. Tanto che lo ha formalmente e platealmente rifiutato. Paladino dei trans, tanto più con la benedizione dall'alto dei cieli di Khomeini, passi, ma ateo proprio no. Secondo lo Uaar: ‘È la dimostrazione che, quando si deve agire in un ambito fortemente intriso di religione, il rispetto e il dialogo possono venire meno, anche da parte di chi ha saputo esprimere questa sensibilità’.
L'Uaar continuerà ad assegnare il premio Brian e il regista tornerà in patria. Dove, detto per inciso, il 18 luglio scorso è stato presentato un simpatico disegno di legge che prescrive la pena di morte per chi crea siti web sull'ateismo, crimine equiparato così alla rapina armata e alla violenza carnale”.

Maria Turchetto – membro della giuria Uaar - ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La motivazione del rifiuto, da parte del regista, è: ‘il mio film e lo scopo del mio film non ha nulla a che fare con la religione’.
In realtà né la finalità generale del premio, destinato a "un film che evidenzi ed esalti i valori del laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose", né la specifica motivazione dell'assegnazione di quest'anno, fanno alcun riferimento alla religione. La cosa era tanto evidente che la stessa direzione della Mostra, senza alcuna sollecitazione da parte nostra, ha ritenuto opportuno ricordarlo al regista, che tuttavia ha ribadito la sua risposta. [...]
Detto questo, per sottolineare la correttezza con cui hanno agito la giuria dell'UAAR e la direzione della Mostra del Cinema, desidero testimoniare tutta la mia personale solidarietà al regista iraniano, che legittimamente può non gradire nel suo curriculum la menzione di un premio assegnato da una associazione di atei non solo per sottrarsi a sanguinarie fatwa, ma più semplicemente per evitare ritorsioni in termini di censura o difficoltà nella sua ulteriore carriera in termini di accesso alla distribuzione e alla produzione. Certo, Motamedian non mostra la tempra di un Salman Rushdie: ma, come disse Galileo dopo l'abiura (così almeno narra la leggenda), "meglio un asino vivo che un professore morto".


Videominuto


Tanti i festival di corti che si svolgono in Italia, specie d’estate.
Per motivi di lavoro ne frequento alquanti, ma spesso assisto a proiezioni che corte non sono, succede perfino di vedere robe che durano 30’ o 40’. Il fatto è che in molti casi il corto è un lungo mancato perché non c’erano i soldi per produrlo; per loro dico: cartellino rosso!
Anche perché il corto deve avere una sua precisa concezione (e, quindi, ideazione) narrativa con tempi del tutto diversi dal mediometraggio o dal film.
Tutto questo accade mentre il corto, quello veramente tale, si lancia in spazi che vanno oltre le inospitali sale del normale circuito puntando sulla telefonia mobile.
Un Festival che raccoglie autentici corti, anzi cortissimi, è Videominuto_08, tutti i video, infatti, durano 1 minuto.
Giunto alla sua sedicesima edizione, s’avvale da quest’anno della direzione artistica di Raffaele Gavarro. Critico d’arte e curatore indipendente presso il Macro (Museo d’Arte Contemporanea di Roma). Dal 2005 cura l’attività espositiva dell’Isola di San Servolo a Venezia dedicata alla fotografia e ai nuovi media che ospiterà dal 13 settembre: Zoom - inside the human space.
È inoltre direttore artistico di V_Venice Videoart Fair.
Ha pubblicato articoli e saggi su riviste nazionali e internazionali e ha realizzato numerosi progetti espositivi in gallerie e musei.
Agisce in Rete un suo sito web.
Il Festival - nella foto il logo - è organizzato dall'emittente radiofonica toscana ‘Controradio’, dal Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci e dall’Associazione culturale Grav, in collaborazione con la Provincia e il Comune di Prato e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Videominuto_08 occuperà gli spazi del Centro Pecci con rassegne internazionali, installazioni, workshop e performances audio video che si affiancheranno alla finale del concorso.

Logo FestivalA Raffaele Gavarro ho rivolto alcune domande.
Videominuto. Perché video di 1'00"? Quale la loro specificità? Insomma, che cosa t'interessa in una narrazione di quella misura?

Come ricordavi prima, Videominuto è un festival che è arrivato alla sua sedicesima edizione. Quando mi è stato chiesto di occuparmi della sua direzione artistica, ho cercato di comprenderne lo spirito e di valutare quanto questo formato temporale fosse efficace nel nostro tempo e, soprattutto, quanto fosse compatibile con il linguaggio video. Direi che i risultati sono spesso sorprendenti, e che la ridotta unità temporale crea delle condizioni elaborative decisamente efficaci.
Naturalmente io sono un critico e un curatore d’arte contemporanea e quindi ho cercato di immettere in Videominuto questa mia specificità, cercando di spostare l’asse del festival nell’ambito dell’arte attuale. L’ho fatto sia nel concorso vero e proprio, che con la sezione ‘Crossing’, allestita nelle sale del museo. Una vera e propria mostra con video di Matt Stokes, Tarin Gartner, Haris Epaminonda, Tobias Bernstrup e Nico Vascellari. ‘Crossing’ espone dei video che durano ben più di 1 minuto, ma mi interessava mostrare come la videoarte fosse ormai un linguaggio che si basa sulla contaminazione con tutti gli altri linguaggi video e narrativi. Da quello cinematografico al documentario, dal videoclip musicale alla performance, fino ai nuovi linguaggi digitali
.

Hai deciso di sospendere Venice Video Fair (riprenderà nel 2009), decisione coraggiosa, roba di non tutti i giorni.
Che cosa principalmente ha determinato questa tua scelta?

La situazione economica internazionale è piuttosto difficile. Soprattutto, in questo momento, per le gallerie degli Stati Uniti. Potevo comunque realizzare anche quest’anno la fiera, ma avrei dovuto farlo penalizzando economicamente alcune gallerie a favore di altre. Succede spesso che in una fiera, soprattutto emergente, alcune gallerie paghino la quota per intero, mentre altre una parte e altre nulla. Ecco io credo che questa pratica sia eticamente sbagliata. Che il lavoro di tutti vada rispettato. Noi siamo una piccola fiera, dedicata ad un linguaggio che ha un mercato minore, e che va tutelato e promosso in modo corretto e chiaro. La cosa straordinaria è che ho ricevuto sostegno alla mia decisione da decine di gallerie straniere, che hanno manifestato consenso alla chiarezza della decisione e alle sue ragioni, e che si sono già iscritte alla prossima edizione. Dalle gallerie italiane invece nessuna risposta.

Per Meltemi hai pubblicato Oltre l'estetica. Di che cosa ti occupi nel libro?

“Oltre l’estetica” è un saggio che cerca di comprendere e spiegare lo stato dell’arte del presente, di restituire senso e strumenti alla riflessione critica. Ho cercato di dimenticare la mia pratica curatoriale, ragionando su questioni generali che in una mostra entrano sempre e giocoforza in modo parziale. “Oltre l’estetica” è solo la prima parte di un lavoro che sta proseguendo con la stesura del nuovo saggio, il cui titolo provvisorio è ‘Arte ed Etica’, e che in breve intende dimostrare come l’arte sia oggi lontana da qualsiasi problematica estetica e di antiestetica, e che invece si ponga altri problemi di partecipazione alla realtà attuale. L’impegno etico è senz’altro uno dei modi.

"Videominuto"
Festival diretto da Raffaele Gavarro
Centro Pecci di Prato
Viale della Repubblica 277, Prato
Info: 0574 – 5317
Dal 6 al 13 settembre ‘08


Immagini in parole


Il flusso d’immagini che ci avvolge e gli stimoli che produce in noi, solleva temi non solo iconografici ma anche simbolici e stilistici; immagini che riportano ad altre immagini, come quelle evocate dalla letteratura, in un corto circuito di percezioni e traslazioni.
Su questo tema l’Editrice Meltemi manda in libreria L’immagine ripresa in parola Letteratura, cinema e altre visioni una raccolta di saggi a cura di Matteo Colombi e Stefania Esposito.
Matteo Colombi, comparatista, è collaboratore scientifico al Geisteswissenschaftliches Zentrum Geschichte und Kultur Ostmitteleuropas di Lipsia. Si occupa di Mitteleuropa, in particolare di letteratura ceca, slovena e tedesca, su cui ha pubblicato articoli e contributi in riviste e raccolte di saggi.
Stefania Esposito è dottore di ricerca in generi letterari. Le sue pubblicazioni riguardano il tema della rappresentazione del volto nelle arti figurative e in letteratura ed i testi teatrali di Pier Paolo Pasolini.
A Matteo Colombi e Stefania Esposito ho chiesto: quali i motivi che vi hanno principalmente stimolato a fare questa raccolta di saggi?
Li sentirete rispondere con una voce sola. Prodigi della tecnologia di bordo su Cosmotaxi.

Il libro nasce da un progetto di ricerca nazionale del MIUR “Letteratura e cultura visuale: dall’era prefotografica all’era del cinema” che ha coinvolto diversi studiosi italiani e stranieri a partire dal 2006. Il nocciolo di questo progetto è stata la riflessione sulle immagini intese come un’esperienza antropologica importante: ci sono immagini in letteratura, in altre arti, nella scienza e nella vita quotidiana. “L’immagine ripresa in parola” si ritaglia uno spazio di questa esperienza a partire da un’intramontabile domanda estetica: in cosa differiscono fra loro i vari tipi di immagine? Ad esempio quella evocata da parole in letteratura, quella ripresa dalle tecniche cinematografiche e quella che la nostra vista struttura? Non abbiamo però cercato di definire attraverso la teoria estetica cosa sia lo specifico di queste immagini. Abbiamo provato a vedere come la letteratura parla e usa le immagini filmiche e come il cinema impiega le immagini letterarie, genericamente verbali o provenienti da ambiti differenti: l’architettura, il paesaggio, il corpo. Si tratta di un’ipotesi di lavoro non nuova nella ricerca: contribuendo ad approfondirla il volume offre analisi di casi specifici, che a nostro parere insieme funzionano bene proprio per la loro varia provenienza: dal primo al secondo Novecento, dall’Europa ad altri continenti, dalla politica e dal ‘gender’ all’estetica… l’eterogeneità mette in evidenza gli scambi (ma anche le smarcature) fra diversi modi di fare e recepire immagine.

Per una scheda sul libro: QUI
.
A cura di Matteo Colombi – Stefania Esposito
“L’immagine ripresa in parola”
Pagine 359, Euro 27:00
Meltemi


Gli ultraterrestri


Nonostante l’ambientazione spaziale di questo sito, gli ultraterrestri di cui oggi si parla sono sì alieni, ma vivono sul pianeta Terra.
La loro esistenza è illustrata e interpretata in un libro che ha il non piccolo merito di trattare un tema originale, finora toccato da servizi giornalistici, ma fino ad oggi mai affrontato in un volume.
Gli ultraterrestri Musiche della rivoluzione globale mandato in libreria da Cronopio esplora quel mondo connesso da flussi e reti che attraverso il linguaggio musicale si oppone alla globalizzazione, “musiche inebriate di terrestrità […] sollecitate a cantare le meraviglie della variazione. Che non vuol dire patchwork, ma itinerari verso innovazioni, azzardi, leggiadre esplosioni, trasformazioni”.
L’autore del volume è Mario Gamba.
Ha lavorato come giornalista dal 1972: “il manifesto”, “L’Espresso”, il “Tg3”, ancora “il manifesto” sono, in successione, le testate più importanti del suo itinerario professionale. Scrive di musica contemporanea e di jazz a partire dal 1977.
Una raccolta di suoi saggi si trova in Questa sera o mai (Fazi, 2003)
Con una scrittura scattante che rende scorrevole la lettura, illustra il tema prescelto facendo sfilare figure di ieri e di oggi che anche se non sempre apparentate stilisticamente rispondono tutte ad un’esigenza di liberazione dagli schemi voluti da un mercato omologante.
Il volume comprende tre ‘intermezzi’ cioè tre interviste a studiosi della politica e dei linguaggi. La prima vede alla ribalta Toni Negri che occupa alcune pagine con il suo pensiero che amo quanto una colica renale; ne illustrai parte dei perché QUI.
Nel secondo intermezzo è di scena Franco Berardi “Bifo” e nel terzo Tiziana Terranova, (autrice di un interessante “Corpi in Rete”, pubblicato da Costa & Nolan), docente all’Università ‘L’Orientale’ di Napoli, svolge un avvincente discorso sul rapporto Arte e Reti.

A Mario Gamba ho chiesto: quali le qualità di un brano affinché sia da te giudicato come appartenente alla musica della rivoluzione globale?
E quali, invece, le caratteristiche che principalmente lo allontanano da quella definizione?

Ovvio che le musiche che sono in sintonia con la cultura viva, avanzata, spregiudicata di un processo rivoluzionario globale, forse sotterraneo ma non così fuori dalla realtà come molti sembrano credere, non appartengono per forza a una sola area. Io ritengo che ci sia poco da reperire nelle aree pop, folk, world, hip-hop “di protesta”. Niente uso didascalico delle musiche, non è più il tempo, se mai lo è stato. Penso che in un brano con quel tipo di sintonia ci sia ricchezza di pensiero e di elaborazione. Complessità, non pallosità. Anzi la leggerezza è elemento decisivo, perché le forme di vita della rivoluzione globale in atto non possono che essere ispirate dal piacere. Poi: desiderio ben udibile di innovazione. Nei materiali usati. Nei procedimenti. Il miglior Sun Ra – prendiamo ‘Legend’ dall’album “The Solar-Mith Approach” - aveva tutte le carte da giocare, molto tempo prima dell’attuale insorgenza ‘global’.

Grazie alle tecniche digitali, oggi è possibile fondere una traccia vocale di un brano con le parti strumentali di un altro, è il concetto base della Bootleg Culture, fenomeno – lo dico non a te, ma a beneficio dei più distratti – che pur risalendo ai primi anni ’90 ha avuto riconoscimenti e successo di recente, come attestano i festival Transmediale di Berlino e Sonàr di Barcellona. Premessa per chiederti: in un genere musicale fondato sulla contaminazione, sul copia e incolla, quale nuovo senso ha assunto il parlare di identità espressiva?

Di solito quando sento la parola “contaminazione” in ambito musicale e “identità” in tutti gli ambiti vengo colto da un attacco di itterizia. La prima ha largo commercio in lavori dove si assembla un po’ di jazz un po’ di “contemporanea” molto folk e rock e si crede di fare musica “di sinistra”, rappresentativa di tutte le civiltà in armonia tra loro. Roba detestabile. La seconda è smerciata, sempre “da sinistra”, per rendere statica invece che dinamica la storia di persone, comunità, popoli. Nell’espressione, vuoi nella vita quotidiana vuoi nelle arti, le carte d’identità devono essere stracciate. Ma qui ci si riferisce a lavori artistici realizzati col metodo del “copia e incolla” e con accostamenti-fusioni di visuale, sonoro, gestuale. Hanno un senso molto attuale se mostrano singolarità. Sappiamo che è cosa diversa da individualità e che ha gran parte nell’invenzione di un nuovo tipo di “comune”.

Una scheda sul libro la trovate nella prima pagina di Cronopio.

Mario Gamba
“Gli ultraterrestri”
Pagine 209, Euro 18:50
Cronopio


Misteri Buffi


Tante cose sono accadute mentre Cosmotaxi era in vacanza.
Ne scelgo una che avrebbe meritata migliore attenzione dei media.
Laurea honoris causa a Dario Fo e Franca Rame negli Stati Uniti concessa dal prestigioso Middelebury College nel Vermont.
In occasione del conferimento dell’alloro, ha debuttato oltreoceano il drammaturgo e regista italo-svizzero Enrico Bernard presentando una nuova versione in lingua italiana di "Mistero buffo" che vede quel titolo volto al plurale: Misteri buffi

Lo spettacolo (tocchera' altre citta' e centri universitari negli Stati Uniti), la sera della prima ha visto Fo e Rame collegati in videoconferenza.

Tutti sanno della famosa coppia, per i più giovani vale ricordare che “Mistero buffo” fu scritto dal premio Nobel Fo nel 1969 e debuttò l’1 ottobre di quell’anno a Sestri Ponente; per saperne di più, cliccate QUI.
Un profilo di Enrico Bernard in quest'intervista di Fabio Franceschelli.


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