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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Dalla chioma di Athena


Giorni fa, da una redattrice radiofonica mi è stato richiesto un consiglio di lettura su alcune figure femminili. Le ho consigliato un libro, non recente (2010), pubblicato da Odradek intitolato Dalla Chioma di Athena Donne oltre i confini.
Chissà se fra chi legge questa nota non ci sia qualcuna/o che abbia le stesse curiosità di quella redattrice.
Il libro si avvale di testi di Valeria Palumbo e immagini disegnate da Giancarlo Montelli.
Stimo Valeria Palumbo una delle migliori scrittrici sulla storia delle donne così come dimostrano tutte le sue pubblicazioni compresa la più recente: Geni di mamma.
È tra le migliori perché, con scrittura spigliata, veloce, che sapientemente rinuncia a ogni cosmetica e si tiene lontana da ogni apologia di genere, rafforza così maggiormente l’importanza della figura femminile nello scenario del mondo di ieri e di oggi.

In “Dalla chioma di Athena” ci sono biografie di: Eleonora de Fonseca Pimentel, George Sand, Louise Farrenc, Nellie Bly, Marie Curie, Alexandra David-Néel, Grazia Deledda, Rosa Luxemburg, Colette, Mata Hari, Isadora Duncan, Virginia Woolf, Mae West, Tina Modotti, Amelia Mary Earhart, Leni Riefenstahl, Marguerite Yourcenar, Greta Garbo, Frida Kahlo, Indira Gandhi, Dian Fossey.

QUI: bio degli autori, presentazione editoriale e assaggi di lettura.

Giancarlo Montelli – Valeria Palumbo
Dalla chioma di Athena
Pagine 112, Euro 35
Odradek Edizioni


Così extra, così terrestre

Specializzata in divulgazione scientifica per ragazzi, l’Editoriale Scienza, con sede a Trieste, festeggia in questo 2013 i suoi vent’anni essendo stata fondata da Hélène Stavro nel 1993.
Pubblica libri che svettano per moderna concezione didattica affidata a scritti scattanti, incisivi, con un corredo di box informativi sulla materia trattata e sontuose illustrazioni, funzionali alla narrazione e non decorative, ideate da esperte matite.
È il caso, ad esempio, del recente Così extra, così terrestre A che cosa servono le esplorazioni spaziali.
I testi sono dell’astronauta Umberto Guidoni (cliccare QUI per volare nel suo sito web) e da Andrea Valente che firma anche le illustrazioni (CLIC per planare sulla sua casa in Rete).
Lodevole abitudine dell’Editrice è quella d’indicare per ogni libro a quale età dei ragazzi è più adatto, per questo volume è detto “dagli 8 anni in su”, ma mi sento di smentire quella prudente dizione perché molte domande - qui chiamate “domande intergalattiche” – in forma di quiz possono mettere in difficoltà anche chi da tempo ha abbandonato la fanciullezza. Ma, niente panico, a tutte le domande si trovano sintetiche e chiare risposte.
Ad esempio, se chi sta leggendo questa nota ha anche più di 8 anni (facciamo... 78), sa dire quale forma ha una goccia d’acqua nello Spazio? Oppure: durante i viaggi nel cosmo ci si lava i denti con lo spazzolino, ma l’acqua usata, poi, che fine fa? E ancora: di quale materiale sono fatte le posate di un astronauta?

Il volume parte da oltre 400 anni fa tracciando una storia del cannocchiale, inventato da artigiani olandesi e perfezionato da Galileo Galilei. Si approda, poi, alla metà del secolo scorso con l’avventura dei primi missili (destinati, purtroppo, come avviene per molte invenzioni, a scopi bellici) e proseguire nel viaggio tra le colorite pagine in una ideale astronave con alla guida un pilota di lusso, vale a dire Guidoni che in missione nello Spazio c’è andato davvero. Ed ecco affrontate durante il tragitto tante difficoltà che la traversata propone e superarle cogliendo di volta in volta spunto per spiegare tante cose che avvengono lassù.
Il libro contiene anche un essenziale dizionario un po’ extra e un po’ terrestre che illustra vari termini usati nel testo, quali “centrifuga”, “gravità”, “orbita” e via dicendo.
Spiegare cose difficili in modo facile è il fine, pienamente raggiunto, da questo volume.

Umberto Guidoni • Andrea Valente
Così extra, così terrestre
Pagine 128, Euro 12.90
Editoriale Scienza


Tetsuo: The Iron Man (1)

Il cinema giapponese è stato conosciuto dal pubblico occidentale alla metà del secolo scorso, con Akira Kurosawa autore di “Rashōmon” vincitore nel 1950 del Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia e dell'Oscar per il miglior film straniero, film che rese popolare l’attore Toshiro Mifune. Seguì poi (1952) il successo internazionale della "Vita di O-Haru, donna galante" di Kenji Mizoguchi.
Da allora la cinematografia nipponica è stata seguita con crescente attenzione; una testimonianza italiana l’abbiamo anche dalla recente rassegna fiorentina.
In anni più vicini a noi alcuni autori hanno consolidato la loro notorietà come Hayao Miyazaki e Takeshi Kitano, altri sono saliti alla ribalta riscuotendo calorosa accoglienza soprattutto fra i critici e i cinephiles .
Tra questi spicca per l'originalità e la complessità della sua opera: Shin'ya Tsukamoto (1960), (in foto).
Noto al pubblico europeo già alla fine degli anni Ottanta con il suo lungometraggio d’esordio “Tetsuo: The Iron Man” conobbe maggiore popolarità quando nel 2011 fu premiato nella sezione 'Orizzonti' al Festival del Cinema di Venezia.

A lui dedicata, è nelle librerie Tetsuo: The Iron Man La filosofia di Tsukamoto Shin’ya una raccolta di saggi – edita da Mimesis – che investiga sulla visione antropologica, la figura stilistica, l’autopsia del sapere praticate da questo regista giapponese attraverso scritti di Damiano Cantone – Gianluca Pulsoni – Enrico Carocci – Daniele Dottorini – Adelina Preziosi – Laura Ester Sangalli – Dario Tomasi – Roberto Terrosi – Giulio Vicinelli – Alberto Brodesco.

Il libro è a cura di Matteo Boscarol, saggista e critico cinematografico che vive in Giappone. Scrive di cinema e Oriente, ed abbiamo imparato ad apprezzarlo per i suoi articoli su Il Manifesto, Alias e altre testate italiane; collabora sulla Rete con il blog Sonatine. Attualmente impegnato a studiare le relazioni fra Deleuze/Guattari ed il Giappone, ha curato “Rock‘n Roll Virus” di William S. Burroughs (Roma 2008), ed è intervenuto in volumi monografici su Satoshi Kon, Ōshima Nagisa, Sono Sion e con saggi in World Film Locations: Tokyo (Intellect Books, 2011) e Agalma n. 16 (Mimesis, Milano 2009). Collabora con alcuni festival cinematografici italiani in veste di osservatore (Torino, Milano, Festival dei Popoli) ed al momento è impegnato alla stesura di un volume sulla storia del documentario giapponese.

Oltre al merito di avere selezionato con acutezza i saggi presenti nel volume, gli va riconosciuta una capacità di scrittura che in poche righe riesce a tratteggiare il territorio in cui opera Tsukamoto.
Scrive nella Prefazione: … il suo resta un cinema che si impone prima di tutto come un privilegiato spazio di pensiero capace di sprigionare idee e domande [… ] Spinoza, il cyberpunk, il rapporto naturale/artificiale, i mind games, la “Crisi di presenza” dell’antropologia, il sogno, il femminino, l’ontologia del reale, il sapere medico. Sono queste alcune faglie di pensiero scaturite dall’opus di Tsukamoto e intercettate dai saggi presenti in questo volume, dei luoghi che speriamo invoglino il lettore a (ri)vedere, anche sotto una luce diversa, i film del regista giapponese.

Segue ora un incontro con Matteo Boscarol.


Tetsuo: The Iron Man (2)


A Matteo Boscarol ho rivolto alcune domande.
Fra le caratteristiche stilistiche di Tsukamoto quale, a tuo avviso, è la predominante?

Se agli inizi della sua carriera (Tetsuo e Bullet Ballet su tutti) predominava uno stile aggressivo e volutamente grezzo, soprattutto grazie all'impiego della shaky camera e del montaggio frenetico, con le successive opere a queste si aggiunge, o emerge maggiormente, una cura per la composizione dell'immagine e per l'impiego dei colori. Fondamentale A Snake of June, totalmente immerso in una luce bluastra, mentre nell'ultimo lavoro, Kotoko, i colori caldi, specialmente il rosso (sangue) svolgono una funzione importantissima nel film.

Il sottotitolo che hai dato al libro è “La filosofia di Tsukamoto Shin’ya”.
A quale corrente filosofica occidentale è più vicino, o meno lontano, il regista giapponese? E perché?

Come regista, cioè consciamente, probabilmente a nessuna, ma la sfida del libro era quella di individuare delle faglie di pensiero che attraversavano le sue opere indipendentemente dalla volontà del regista. In questo senso potremmo allora dire che il cinema di Tsukamoto ha (ri) portato al centro della discussione cinematografica/filosofica il corpo, inteso qui nelle sue innumerevoli valenze, non solo l'immagine del corpo ma anche il corpo dell'immagine. Inevitabile allora non pensare ad alcune opere di Deleuze, autore per altro spesso citato nel libro.

È lecito, oppure no, associare Tsukamoto anche alle produzioni filosofiche del Transumanesimo? Mi riferisco ai vari Eric Drexler, Ray Kurzweil, Nick Bostrom…

Come J.G. Ballard, Tsukamoto non mi sembra interessato al futuro, il suo è un cinema che cerca di mappare il presente ed i suoi punti di rottura. Che questo sia fatto attraverso il costante rapporto con l'inorganico (sia esso metallo, carne morta, gli oggetti di ogni giorno, il cemento della città, il sangue) rende la "sua filosofia" ben più ampia e profonda del transumanesimo (non negando però delle possibili consonanze con esso). Essendo radicato (che orribile parola!) in un paese "pagano" (vedi: pratiche shintoiste) il suo è un cinema che è oltre l'umano da sempre, fin dagli inizi, essendo la modalità umana solo una delle tante possibili nell'infinito ventaglio dell'esistenza .

In una tua intervista chiedi a Tsukamoto, quali siano i registi da lui più amati. Risponde facendo i nomi, fra i giapponesi, di Akira Kurosawa, Kumashiro Tatsumi e Imamura Shohei.
A te, esperto di cinema nipponico, chiedo: perché non fa il nome di Takeshi Kitano?

Una ragione è storica: sono due registi coevi, Kitano esordisce nel 1989 con Violent Cop e nello stesso anno Tsukamoto debutta nel lungometraggio con Tetsuo. Un'altra ragione, questa è una mia lettura, è più legata ai temi trattati: Tsukamoto mi sembra più interessato all'individuo in crisi con sé stesso ed alle sue trasformazioni fisiche e psicologiche, alle fobie ed ai terrori del singolo a contatto con gli elementi disturbanti della contemporaneità (altra assonanza con la letteratura di J.G. Ballard), al magma che si agita sotto l'individuale insomma.
C'è poi una grossa differenza estetica, Kitano ha un approccio più "classico" (mi si passi e non mi si lapidi per la forzatura) all'arte cinematografica, Tsukamoto, come si diceva più sopra, ha uno stile aggressivo, "basso", malato, selvaggio e perfino espressionista in alcuni frangenti. Il cinema di Tsukamoto costringe a farci più domande, ci mette più in difficoltà di quello di Kitano (che io pure adoro) è un cinema che è quindi anche riflessione filosofica. Questa sua "difficoltà" e "parte selvaggia" è una delle ragioni per cui forse Tsukamoto non è mai andato a Cannes
...

Per una scheda sul libro: CLIC!

A cura di Matteo Boscarol
Tetsuo: The Iron Man
Pagine 166, Euro 14
Edizioni Mimesis


Moments musicaux


Su questo sito già una volta mi sono occupato di Winfried G. Sebald, allorché fu pubblicato Le Alpi nel mare presso Adelphi che lo ha largamente tradotto sempre affidandolo ad Ada Vigliani che lo ha reso in uno splendido italiano.
Come in questo Moments musicaux che è la più recente traduzione nella nostra lingua di questo scrittore tedesco.

Sebald nacque a Wertach il 18 maggio 1944, perì in un incidente stradale il 14 dicembre 2001. Stava guidando l'auto, accompagnato da sua figlia Anna, che sopravvisse allo scontro; sembra che abbia subito un infarto e sia sbalzato nella corsia opposta, causando uno scontro frontale.
È sepolto nel cimitero di St. Andrew a Framingham Earl, vicino a dove viveva.
Più volte annoverato da molti critici letterari fra i più grandi saggisti e prosatori contemporanei, in parecchi lo avevano individuato come possibile vincitore del Premio Nobel per la letteratura.
In “Moments musicaux” si rintracciano in una serie di scritti dedicati a ricordi legati alla musica, le origini del suono della sua affascinante prosa sospesa tra la fantasia e il documento.

Scrive Roberto Gilodi: "Il tema della memoria affiora nella sua prosa in uno stato di perenne oscillazione tra biografia, memoria storica e memoria letteraria. La peculiarità di questa singolare costruzione è la capacità di scontornare le figure, le situazioni, i gesti minimi, ottenendo un effetto di decontestualizzazione e insieme di raffinata stilizzazione. E’ questa la ragione per la quale la sua maniera di raccontare acquista una valenza sottilmente allegorica in cui la chiave che decodifica il senso non è mai consegnata al lettore ma sempre nascosta in qualche dettaglio figurale".

Per una scheda sul volumetto: CLIC!

Winfried G. Sebald
Moments musicaux
Traduzione di Anna Vigliani
Pagine 64, Euro 7.00
Adelphi


La buona uscita


Due segnalazioni sullo stesso tema: l’eutanasia.

È nelle sale il film Miele che ha avuto ampi consensi da parte dei critici e sta riscuotendo successo anche presso il pubblico.
QUI una videointervista con la regista Valeria Golino (in foto).
Non perdetevelo.

L’Associazione Exit (il nome può far sorridere, ma per un Centro che si occupa dell’eutanasia io lo trovo assolutamente perfetto) sostiene presso l’Editore Genesi Il viaggio di Marco Longhi.
Si tratta della descrizione del viaggio di un ammalato di Sla verso il suicidio assistito.
QUI una scheda sul libro che ha il costo di 12.00 euro in libreria e di 10 euro acquistandolo presso l’Associazione, intestando a Exit, Corso Monte Cucco 144, 10141 Torino, c/c numero 391 67 101, causale: libro.


La forza della Modernità

È questo il titolo di un’interessante mostra proposta dalla Fondazione Ragghianti, guidata da Maria Teresa Filieri.
L’esposizione è a cura di Maria Flora Giubilei e Valerio Terraroli.

In foto: Bruno Munari, Bulldog, 1934, terraglia, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza.

Ecco una sintesi della presentazione estratta dal sito della Fondazione.
Nel panorama di una serie di mostre dedicate all'arte del Novecento italiano e del periodo compreso tra le due guerre, inaugurate tra il 2012 e il 2013, quella aperta a Lucca nel Complesso di San Micheletto, sede della Fondazione Centro Studi sull'arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, punta i riflettori sulle connessioni, i confronti, le analogie tematiche, espressive, stilistiche, tra le arti decorative prodotte in Italia tra il 1920 e il 1950 ed esempi emblematici di contemporanee espressioni dell'arte figurativa, con l'obiettivo di evidenziarne l'elevatissima qualità inventiva e formale e, allo stesso tempo, la sostanziale identità di gusto che delinea la specificità del gusto italiano di quei decenni riconosciuto a livello internazionale, e che ha rappresentato il terreno di coltura per la nascita dell'Italian Design.
Il tema è appunto la forza della modernità, intesa come spinta inarrestabile di ricerca e di innovazione, talvolta infarcita di nostalgie e ripensamenti del patrimonio classico, ma in un'ottica di trasformazione moderna dell'arte italiana, talaltra pronta ad abbracciare scelte più radicali, dalle ironiche e potenti sperimentazioni futuriste, alle scelte geometrico/monumentali di matrice novecentista fino all'esaltazione della materia e di una sorta di proto informale.
La mostra mira da un lato, far comprendere al grande pubblico quanto le arti decorative siano testimoni fedeli del variare del gusto e della trasformazione dei linguaggi artistici, vere e proprie “cartine di tornasole” delle diverse opzioni dell'invenzione artistica negli anni Venti e Trenta, dall'altro rendere visibili in modo accattivante, e promuovere, le straordinarie collezioni dei musei di Faenza e di Doccia, ma anche della Galleria d'Arte Moderna di Genova come della Wolfsoniana, sempre nel capoluogo ligure, abbinate a pezzi di grande qualità appartenenti a collezioni private
.

Per una scheda tecnica sulla mostra: CLIC!

Ufficio Stampa: Elena Fiori, elena.fiori@fondazioneragghianti.it

La forza della Modernità
Fondazione Ragghianti
Via Micheletto 3, Lucca
Fino al 6 ottobre 2013


Vinylmania


C’è un forte ritorno del collezionismo dei dischi in vinile così come dimostra anche il Record Store Day tenutosi nello scorso aprile che ha visto aderire all’iniziativa, solo in Italia, circa 200 negozi.
Dati del “Sole 24Ore” rivelano che pur muovendo appena 2 milioni degli oltre 150 su cui si assesta il business del settore in Italia, il fenomeno sia in crescita, anche se da noi siamo molto lontani dai livelli, in percentuale sugli abitanti, raggiunti negli Stati Uniti dove si spendono in media 60 milioni all’anno per dischi in vinile.
Circa la qualità dell’ascolto esiste un dibattito fra i sostenitori del vecchio microsolco e quelli (in grandissima maggioranza) – ed io sono fra questi ultimi – che preferiscono il Cd.
Un particolare aspetto della vecchia discografia che spinge al collezionismo sono le copertine di un tempo. In tanti artisti si sono misurati con la “Cover Art” in discografia, basti pensare all’inglese Peter Saville, autore di storiche immagini per gruppi come Joy Division, New Order, Ultravox, OMD, e, per citare artisti italiani: Mario Schifano, Andrea Chiesi, Ugo Nespolo, Pablo Echaurren.

Un significativo esempio dell’interesse e della passione per il vinile è dato anche da un lungometraggio di Paolo Campana intitolato, manco a dirlo, Vinylmania.
Il film è stato presentato in molti festival cinematografici: da Goteborg a Chicago, a Minneapolis, passando per Sarajevo, Seoul, Rotterdam; di recente è stato trasmesso anche sul canale televisivo Sky Arte.

A Paolo Campana ho rivolto qualche domanda.
Com’è nata, da quali motivazioni, l’idea del film?

L’idea del film è nata soprattutto dalla mia passione per la musica ed in questo caso per i dischi in vinile il cui primo ricordo si perde nella mia infanzia. A circa 4 anni mia madre mi svegliava con un disco gracchiante di W. A. Mozart che conteneva ‘Eine Kline Nacht Muzik’. Sono comunque nato ed ho vissuto la mia adolescenza quando ancora il digitale non esisteva… e nonostante l’avvento del cd non ho mai smesso di comprare musica su disco. La mia seconda passione è il cinema e in quanto autore di documentari ho sentito di voler raccontare questa mia passione per condividerla con altri. Alla fine degli anni ’90 stavo scrivendo una piccola sceneggiatura e osservando la realtà che mi circondava, in quanto dj e collezionista, ho deciso che le storie non avevano bisogno di essere inventate ma mi stavano di fronte tutti i giorni. Allora ho seguito le mie pulsioni e telecamera alla mano ho documentato ciò che avevo intorno. Di qui ho tratto l’ispirazione che mi ha spinto a realizzare il film che è una sorta di road movie spazio-temporale nelle pieghe del disco alla ricerca di cosa ci tiene così legati a questi padelloni.

Quali difficoltà hai dovuto superare per realizzarlo?

All’inizio nessuno credeva in questo progetto, a parte il produttore, in questo caso la Stefilm http://www.stefilm.it di Torino. Le televisioni internazionali che finanziano documentari di creazione, a cui ci siamo molte volte rivolti, vedevano nel vinile un argomento di nicchia ed un sinonimo di nostalgia per il passato. Fino a che un giorno il fenomeno del ritorno del vinile con le sue cifre legate alle vendite in costante salita ha acquistato una sua importanza rimbalzando come notizia sui tabloid di tutto il mondo. Nel 2006 è arrivato il Record Store Day, la festa mondiale dei negozi di dischi, e si è usciti per così dire dalla nicchia. Un’altra difficoltà è stata mettere insieme dal punto di vista narrativo l’enorme mole di materiale raccolto ma in quel caso ho pensato di rifarmi all’estetica del disco e come in un concept album ho unito i differenti argomenti tra loro sino a dargli la forma di flusso progressivo con un inizio ed un epilogo.

Come rispondi a chi sostenendo le nuove tecnologie porta ad esempio che gli esperimenti di psicoacustica musicale si svolgono oggi tutti usando suono digitalizzato?

In parte è vero e in parte no… come sempre la verità sta nel mezzo anche se non è così semplice spiegarlo con poche parole. La musica registrata su disco prima dell’avvento del digitale è analogica così come lo è il nostro orecchio ed oggi sono sempre più numerosi gli artisti che sono ritornati a metodi di registrazione analogica per preservare certe frequenze altresì non apprezzabili dal nostro udito. Primo tra tutti tra i pionieri di questo purismo è stato Steve Albini con la sua band lo-fi degli Shellac. Anche una registrazione digitale riproposta su vinile suona comunque sempre più calda perché il nostro orecchio è conformato per il suono analogico. Come dice nel film Sanju Chiba, costruttore dell’unico giradischi al laser, il Laser Turntable, che legge otticamente i solchi di un disco “Il suono analogico è paragonabile ad una conversazione dal vivo” e quindi suona più naturale. I veri esperimenti fatti con suoni analogici portano si portano dietro una quint’essenza che dal digitale non scaturisce. Per fare un esempio semplice è un po’ come andare in trattoria e magiare una bistecca invece che un hamburgher ad un fast-food… la materia è la stessa ma la differenza la senti! Il vinile non è solo una questione di suono ma può essere assunto come metafora di uno stile di vita differente, più umano, più legato ad un tempo vero e presente, un tempo biologico e non numerico.

“Vinylmania” è acquistabile in dvd ed è possibile visitare il suo sito in Rete.

Ufficio Stampa: Marta Volterra, marta.volterra@gmail.com, 340 - 96.900.12


Leonardo in 3D

A cura di Massimiliano Lisa, Mario Taddei, Edoardo Zanon, a Milano, è in corso una mostra sui lavori di Leonardo concepita e organizzata dal milanese Centro Studi Leonardo3.
Leonardo3 è un innovativo centro di ricerca, casa editrice e media company la cui missione è di studiare, interpretare e rendere fruibile al grande pubblico l’opera di Leonardo da Vinci, impiegando metodologie e tecnologie all’avanguardia.

Negli ultimi decenni sono state presentate molte mostre su Leonardo. Se le opere artistiche del grande genio sono state oggetto di attenzione, studio e divulgazione, non è accaduto lo stesso per le pagine dei suoi manoscritti, anche perché sono notevolmente più difficili da comprendere e apprezzare. Leonardo lasciò 120 volumi, molti purtroppo perduti, rimangono comunque 5 mila pagine, la maggior parte delle quali contengono disegni ancora da interpretare.
La mostra presenta il frutto delle ricerche degli ultimi dieci anni di Mario Taddei ed Edoardo Zanon, e pone i riflettori proprio sul lavoro di Leonardo come “ingegnere”, oltre che “artista”, facendo comprendere i suoi scritti, i suoi progetti e gli studi per le macchine, le sue metodologie.

Tutta l’esposizione è caratterizzata da esperienze interattive in 3D per il pubblico, tra le quali anche le anteprime del “Codice Atlantico” in edizione completa, con oltre 1100 fogli consultabili digitalmente. Inoltre, “Leonardo a Milano”, che consente di vivere in prima persona la costruzione della Macchina Volante di Milano, della torre più alta del mondo prevista al Castello Sforzesco e di dipingere l’Ultima Cena. Al Cavallo gigante, cioè “Il Monumento a Francesco Sforza”, è dedicata una stazione che svela anche come avrebbe potuto essere il monumento completo. Le esperienze interattive sono tutte anche in lingua inglese, per favorire la fruibilità dei contenuti pure al pubblico internazionale.
Per i più piccoli, è stato ideato il “Laboratorio di Leonardo”, che consente di assemblare alcune macchine dello scienziato e stampare il proprio certificato d’inventore.

Carlo Pedretti, il più importante studioso leonardiano vivente, ha scritto: Quando c’è da interagire si entusiasmano tutti e questo lavoro è molto rigoroso. Il computer è uno strumento indispensabile. A Leonardo3 devono avere coraggio e andare avanti. Nella città in cui Leonardo visse dal 1482 al 1500 servirebbe un progetto sistematico sull’artista e lo scienziato. Una permanente.

Ufficio stampa: Alessandra Pozzi
pozzicomunicazione@gmail.com; Tel. 02 76003912, 338 5965789

Leonardo3 - Il Mondo di Leonardo
Milano, Piazza della Scala
Fino al 31 luglio 2013


Tra Arte e Cinema


Un comunicato pervenutomi dall’Ufficio Stampa di Ester Di Leo m’informa che presso lo Spazio Oberdan si terrà Tra Arte e Cinema rassegna di film sull’arte contemporanea dall’archivio dello Shermo dell'Arte, festival internazionale, diretto da Silvia Lucchesi, che si svolge ogni anno a Firenze. Nato nel 2008, riunisce documentari che raccontano l’opera dei maggiori protagonisti delle arti visive contemporanee e film realizzati da artisti che usano anche il cinema fra i loro mezzi espressivi.
La prossima edizione di “Lo schermo dell’arte” si terrà dal 13 al 17 novembre di quest’anno a Firenze.

La rassegna allo Spazio Oberdan (In foto, la Sala Ada Merini) è a cura di Francesca Alfano Miglietti – Laura Lombardi – Elisabetta Longari.

Tema di grande interesse è quello del rapporto fra arti visive e cinema investigato da autori ormai classici, che hanno dedicato energie al tema: Arnheim, Panofsky, Ejzenstejn, Rohmer.
E in Italia? Ci soccorre una pagina di Ninni Radicini: “Negli anni ’50 un certo numero di artisti scelgono di entrare in modo diretto nell'ambito cinematografico. I fondatori di Forma 1 frequentano il Centro Sperimentale e uno di loro, Mino Guerrini, diventerà regista, girando varie pellicole tra gli anni '60 e '80.
Negli anni '60 arriva la Pop Art e il rapporto tra arte e cinema cambia ancora. Soprattutto, si afferma la televisione che incide in maniera definitiva sul modo si costruire l'immagine e di relazionarla con lo spettatore.
Sul rapporto tra macchina da presa e opera d'arte le valutazioni differivano. Ad affermarsi fu lo stile di Luciano Emmer in cui l'opera veniva adattata agli standard cinematografici. Non mancarono gli storici dell'arte passati alla regia, come Carlo Ludovico Ragghianti, che tentò di realizzare una sintesi tra il purovisibilismo viennese e la sua formazione crociana, e Roberto Longhi, una delle personalità più influenti nello sviluppo teorico del cinema degli anni '50 e '60”.

Interessante anche quanto Scrive Marco Senaldi in “Doppio sguardo”: “Il rapporto tra cinema e arti visive è stato sovente interpretato come un educato scambio di cortesie – o in termini di citazione reciproca, oppure come un confronto fra dispositivi differenti. Ma, se si osserva che il vero partner storico del cinema non è tanto l’“arte” come tale, con la sua vicenda millenaria, ma la più o meno coeva “arte contemporanea” (la Biennale di Venezia è nata nel 1895, lo stesso anno dell’invenzione del cinematografo!) – allora si capisce che le cose stanno diversamente. In realtà, il rapporto fra cinema e arte è una vera relazione di odio-amore, una autentica dialettica che comprende momenti di rivalità, di passione, di rapimento, coronati, talvolta, da un riscatto finale. Se all’inizio era il cinema che cercava di sottrarre all’arte il primato estetico, ricreandone filmicamente le atmosfere e le immagini, a un certo punto è avvenuto il contrario, e il cinema è divenuto il “repertorio visivo” dell’arte contemporanea. La novità è che oggi entrambe queste figure, pur conservando la loro rispettiva autonomia, si rispecchiano l’una nell’altra in una nuova dimensione riflessiva della cultura. Ed è con questa dimensione che tutti – appassionati cinefili o fruitori d’arte, o anche semplici spettatori – siamo chiamati a misurarci”.

Uno sguardo al presente lo dedica con un’acuta riflessione Maria Rosa Sossai: “Oggi c’è da parte di tutti e degli artisti in particolare la consapevolezza che, come scrive Guy Debord ‘Il mondo è già filmato. Si tratta ora di trasformarlo’. Questa fase sintetizza in maniera efficace il tramonto di una visione delle immagini in movimento, cinema e video, che decretava un ruolo passivo dello spettatore al quale la società dello spettacolo lo aveva destinato. A una tale rivoluzione di prospettiva hanno contribuito in modo determinante gli artisti visivi i quali, attraverso la loro ricerca nel campo del film e video d’artista, hanno esteso le potenzialità della visione sino a coinvolgere aspetti della vita sociale”.

Per conoscere in dettaglio il programma di Arte e Cinema allo Spazio Oberdan: CLIC!

Tra Arte e Cinema
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
Dal 22 al 25 maggio 2013


Julian Schnabel

È in corso al Centro Italiano di Arte Contemporanea di Foligno una personale di Julian Schnabel con 14 capolavori dell’artista in parte mai esposti in Italia.

Julian Schnabel (New York, 1951) formatosi alla Houston University, all’inizio degli anni ’80 è divenuto esponente di spicco del neoespressionismo con grandi assemblage di materiali di recupero su opere dalle dimensioni monumentali.

In foto: “Japanese Girl”; olio, cera e resina su poliestere, 2004.

Notevole anche la sua produzione cinematografica: Basquiat (1996); Prima che sia notte (2000); Lo scafandro e la farfalla (2007); Lou Reed's Berlin (2007); Miral (2010).

Mostra e catalogo sono a cura di Italo Tomassoni che così scrive: In Schnabel l'intero bagaglio iconografico dell'Espressionismo viene sottoposto a una manipolazione radicale che scarta ogni grammatica e spinge la materia dentro la sua opulenza, nella finitezza della sua caotica fenomenologia, tracciando percorsi indeterminati in cui lo smarrimento dell’identità e dell’autobiografia si presentano come l’unica esperienza autentica. In questo senso Schnabel, in linea con l’orizzonte culturale dell’eclettismo nuovayorkese, azzera storia e geografia, stabilizzandosi in un asse che è tanto più forte quanto più è antropologico, materiale e inaccessibile a una traduzione definita.

A Foligno, come detto in apertura, sono esposti quattordici lavori di grandi dimensioni che esemplificano il lavoro dell'artista dal 1985 sino al 2008: parte di queste opere appartengono al gallerista Gian Enzo Sperone, che conosce profondamente Schnabel, suo vicino di casa a New York e così lo descrive nel volume “Julian Schnabel” edito da Skira: Con Julian Schnabel, che ho conosciuto parecchio tempo fa in un ascensore di West Broadway che portava da Leo Castelli, ho incominciato un discorso che non si è ancora esaurito. Strano parecchio, perché la grande parte egli artisti che ho esposto, amato e sostenuto, non li vedo più... La persona è debordante per energia e stazza, non si sottrae al dialogo, anzi lo esige, non elude e richiede molta attenzione... Come pittore, Julian ha una capacità d'intonazione fuori dal normale, con slanci e finezze talvolta in controcanto con il resto, magari cupo, del quadro: mai retorico... l quadro, alla fine, incombente o sbilenco che sia, funziona sempre e mantiene negli anni il forte slancio che ne ha caratterizzato la genesi: una freschezza impressionante... La sua pittura picchia duro, su telacce d'accatto, formati vertiginosi, colore non steso, ma spalmato con le mani. Scritte insolenti, a volte ovvie a volte fulminanti, mai tremolanti.

Ufficio Stampa: Lucia Crespi, tel. 02. 89415532 – 02. 80401645, lucia@luciacrespi.it

Julian Schnabel
Ciac di Foligno
Via del Campanile 13
Info: tel. 0742. 357035 – 0742. 621022
info@centroitalianoartecontemporanea.it
Fino al 23 giugno 2013
Ingresso gratuito


Ambiente Domestico


È in corso alla Galleria Melesi una mostra di Matilde Domestico che con garbo birichino è intitolata Ambiente Domestico.

L’artista, nata a Torino nel 1964, da tempo lavora (in collaborazione con l'Ipa Ceramiche) sui riti quotidiani che scandiscono le nostre giornate e le relazioni che da quei riti nascono o s’interrompono. Immagini quiete che, però, nascondono l’insolito, come quelle suggerite da pile di tazze ora ben ferme, ora in improbabile equilibrio e ora in cocci.

Nella foto, scattata da Gianpiero Trivisano, “Sfera”, 2013, porcellana Ipa.

Adesso è stata selezionata per il progetto Coffeebreak.Museum realizzato dal Museo Gianetti di Saronno, e ha ricevuto una menzione speciale da Sabina Melesi dell’omonima Galleria lecchese.

Il progetto, nato per creare, attraverso un concorso, un nuovo dialogo tra la collezione di ceramiche del XVIII secolo del Museo Gianetti e l’arte contemporanea, ha visto una grande partecipazione da parte di artisti provenienti da tutta Italia. L’idea s’ispira alle così dette pause caffè praticate negli uffici per staccare dal lavoro quotidiano: una breve sosta in cui si chiacchiera in allegria oppure si tenta di azzerare delusioni, invidie, gelosie, non sempre riuscendovi.
L’idea del Coffeebreak in un museo, però, è cosa diversa (almeno per i visitatori), infatti, è un originale appuntamento con la cultura, un momento di riflessione e di curiosità.
La collaborazione con Sabina Melesi ha dato poi la possibilità a Matilde Domestico di proporre le sue opere in una personale in galleria, dopo avere esposto al museo. La giuria del Gianetti, infatti, composta di galleristi, artisti, specialisti della ceramica ed editori, la selezionò per l’esposizione in museo tra marzo e aprile cui fa seguito ora la mostra in corso in galleria.

Per chi volesse conoscere una dichiarazione stilistica dell’artista e vedere alcune sue opere, basta un CLIC!

Matilde Domestico
Galleria Melesi
Via Mascari 54, Lecco
0341.360348; 348.4538002
info@galleriamelesi.com
Fino al 7 giugno ‘13


images... in, images... off


Compie vent'anni la rassegna imagespassages.
La manifestazione di Annecy è celebre in campo internazionale per essersi sempre interessata all'evoluzione delle immagini in movimento e ha tratto la sua definizione dall'importante mostra del 1990 al Centre Pompidou "Passages de l'Images" che già allora s’interrogava sul futuro delle immagini in relazione all'avvento dell'era digitale.
La rassegna 2013 si caratterizza per una specifica attenzione nei riguardi delle pratiche artistiche connesse con le nuove tecnologie.
Quando sento: image... in, images... off - afferma Annie Aguettaz curatrice della rassegna – è per me musica "images all the people" che risuona trasportandomi in un mondo racchiuso tra realtà e immaginario.

In foto: Giuliana Cunéaz, “Fire Flows”, 2013, animazione in 3D, videoinstallazione stereoscopica.

images... in, images... off, nello Spazio d'Arte Arteppes di Annecy, mostra immagini che riportano al nostro quotidiano ponendo una serie d'interrogativi sull'arte e sulle possibili future applicazioni attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie.
La rassegna, infatti, è un invito ad abbandonarsi a una nuova visione estetica dell'arte che può risultare familiare o, al contrario, distante dalla realtà: ciò che interessa non è tanto la tecnica quanto l'aspetto innovativo dell'utilizzo della stessa per approdare a un nuovo linguaggio artistico con i suoi aspetti poetici, ludici, e, talvolta, perturbanti.
La mostra traccia un percorso dove lo spettatore può connettersi con l'arte, con l'attualità e con il proprio immaginario.
Ed ecco il ritratto del robot digitale di Laurent Marechal & Tami Notsani; la machinima (machine animation) di Frederic Nakache; l’animazione 3D playmobil di Rodolphe Demol.
Noto con piacere (e ben io lontano da ogni spirito patriottico) la presenza di un’artista italiana che molto stimo: Giuliana Cunéaz – cliccare QUI per visitare il suo sito web – che presenta “Zone fuori controllo”, animazioni stereoscopiche 3D, un ciclo dedicato a visioni particolarmente attuali quali catastrofi naturali e disordini ecologici.
Prossimamente, a giugno, Giuliana sarà ospite della sezione Nadir di questo sito.

Ha scritto di lei Gillo Dorfles riflettendo su di un lavoro della Cunéaz intitolato “In Corporea Mente”: … ha una profonda e nativa sensibilità per gli incontri e le contaminazioni con la natura e le cose: un’innata amorevolezza per certi materiali, una costante attenzione per certi contrasti materici, per certe ubicazioni paesaggistiche… L’artista ha afferrato l’importanza che riveste una rappresentazione “dal vero” e “dal vivo” d’un evento o di un distretto corporeo provvisto dei suoi ritmi, delle sue funzioni, dei suoi “palpiti vitali”; e questo secondo un’angolatura molto più partecipe e riguardosa di quanto non accadesse nei tanti casi di Body Art (Gina Pane, Gunther Brus, Vito Acconci ecc.) dove la corporeità era straziata, oltraggiata, vilipesa o smaccatamente esibita… Mi permetto di giudicare quest’opera come messaggera d’una nuova e in buona parte inedita presa di coscienza circa il destino dell’arte visiva ai nostri giorni, e forse in quelli d’un prossimo futuro.

Images…in, images…off
Curatrice: Annie Aguettaz
Arteppes, Espace Art Contemporain des Teppes
Annecy
14 maggio - 20 giugno 2013


Stephen J. Gould

Nel maggio 2011, a Venezia, si tenne un convegno su Stephen J. Gould a dieci anni dalla morte di quel grande scienziato statunitense. E’ stato il biologo evolutivo più influente del XX secolo, protagonista d’innovative teorie, e all’origine di una grande quantità di dibattiti e polemiche costringendo a ripensare idee radicate su modelli da lui ritenuti superati; le sue illuminazioni, infatti, hanno avuto incredibili conferme sperimentali.
Cresciuto in una famiglia ebraica laica, Gould preferiva definirsi agnostico.
Non a caso il bimestrale dell’Uaar (Unione degli Atei e Agnostici razionalisti), “L’ateo” gli dedicò uno ‘special’. In uno di quegli articoli, scriveva il genetista Marcello Buiatti: Gould, come Charles Darwin, era un agnostico razionalista e sosteneva che scienza e religione possono convivere perché appartengono a due aree di pensiero totalmente diverse. Diceva Noi scienziati calcoliamo l’età delle rocce e la religione ha le rocce dell’età; noi studiamo dove vanno i cieli e loro come si fa ad andare in cielo.
Nel convegno veneziano, una sezione fu dedicata alla traduzione allora in corso di Ontogenesi e filogenesi (titolo fedele all’originale, ma non troppo amichevole), il primo testo importante di Gould che preannuncia i suoi principali interessi intellettuali.
Ora, pubblicato da Mimesis, quel libro è stato tradotto da Andrea Cavazzini - Silvia De Cesare - Marco Pappalardo - Federica Turriziani Colonna; ciascuno di loro ha curato gruppi di capitoli.
Quel convegno a Venezia, di cui dicevo in apertura, fu organizzato dall’epistemologa Maria Turchetto, curatrice del volume dato adesso alle stampe.
Da me intervistata sull’importanza di Gould e sul perché quell’incontro internazionale avesse per sottotitolo ”Natura, Storia e Società”, così mi rispose.

Gould è un personaggio amatissimo. Amato dai biologi, perché ha riformulato la teoria dell’evoluzione facendola uscire dalle secche della cosiddetta Sintesi Moderna; dai filosofi, per la sua grande cultura e sensibilità ai problemi metodologici; dagli scienziati sociali, per il suo impegno civile contro gli usi ideologici della biologia; dai non addetti ai lavori, per le sue doti di scrittura e comunicazione che hanno permesso a tutti di comprendere le nuove strade imboccate dalla ricerca.
Il sottotitolo del convegno è “Natura, Storia, Società” perché intende valorizzare la grande sensibilità filosofica, storica e sociale di Gould: la sua visione della scienza come impresa razionale in divenire e immersa in contesti sociali, il suo interesse per gli intrecci tra cultura generale, ideologie e pratiche sociali nella formazione dei concetti biologici
.

Per un’articolata scheda editoriale sul libro: CLIC!

Stephen J. Gould
Ontogenesi e Filogenesi
A cura di Maria Turchetto
Pagine 436, Euro 28
Mimesis


Quartetto


Quei generosi che leggono queste mie note sanno che non mi occupo di narrativa tranne in eccezionali casi. Come quello di oggi. Perché non di fiction si tratta, bensì dell’autobiografia di un periodo della vita di una scrittrice, autobiografia che indossa provvisoriamente per pudore (o per sfacciataggine, poiché la storia è di grande trasparenza) i panni del romanzo.
Mi riferisco a Quartetto di Jean Rhys, pubblicato da Adelphi.
La trama della storia è, infatti, ispirata da un’esperienza realmente vissuta: il rapporto che l'autrice intrattenne, durante gli otto mesi di carcere del marito, con Ford Madox Ford e sua moglie Stella Bowen.

Jean Rhys, pseudonimo di Ella Gwendolen Rees Williams, scrittrice britannica di origini caraibiche, nacque a Roseau, Dominica, Indie Occidentali, da padre gallese e madre creola il 24 agosto 1890, morì il 14 maggio 1979 a Exeter, nel Devon, in Inghilterra.
La sua vita fu contrassegnata da periodi di povertà e dalla dipendenza dall’alcol.
Qualche rigo dalle sue opere: La mia vita in apparenza tanto semplice e monotona, in realtà è tutta una complicata faccenda di bar dove sono bene accetta e bar dove non mi vogliono, strade amiche e strade minacciose, specchi in cui sono decente e specchi in cui non lo sono, abiti che portano fortuna e abiti che portano sfortuna; e così via per tutto il resto Ci vuole un programma. Mangiare. Cinema. Mangiare di nuovo. Un drink. Lunga passeggiata di ritorno dall’albergo. Letto. Luminal. Sonno. Non sogni, soltanto sonno.

A diciassette anni parte con una zia per l’Inghilterra e giunta a Londra s’iscrive a una scuola di arte drammatica. Per mantenersi recita in una compagnia di giro. Nel 1919 si sposa con Jean Lenglet, dal quale ebbe due figli, William, che muore all’età di tre settimane, e Maryvonne. Si trasferisce a Parigi, dove inizia a scrivere racconti e romanzi. Lenglet viene arrestato per frode nel 1924; nello stesso periodo, Ella incontra lo scrittore modernista Ford Madox Ford, di cui diviene l’amante. Ford la incoraggia a scrivere e la convince inoltre ad adottare lo pseudonimo di Jean Rhys.
Il legame con Madox Ford, costituisce l'episodio che darà ispirazione a “Quartet” – inizialmente intitolato Postures, 1928 – dove gli altri due componenti del quartetto sono la moglie di Ford e il marito in carcere che, una volta uscito, apprende del tradimento, minaccia vendette, ma poi conosciuta una donna amica della famiglia Ford, si acquieterà subito e se ne andrà via con la sua nuova donna.
Per Ella seguirà un nuovo matrimonio. Negli ultimi anni della sua vita, la Rhys visse a Londra presso l'amico jazzista George Melly; scrisse anche una sardonica canzone d'amore per lui chiamata “Life With You”.

A proposito di “Quartetto” scrive Maria Grazia Midossi: “In Quartet Jean Rhys riscrive e ridiscute parodicamente il libro di Ford Madox Ford, suo tutore letterario. La scrittrice riprende l'impianto generale di The Good Soldier, come il richiamo di determinate situazioni, alcune somiglianze tra i vari personaggi, ma ciò che più conta è il modo in cui Jean Rhys sia riuscita a cogliere il messaggio fordiano e l'abbia fatto suo arricchendolo della propria sensibilità e della propria esperienza di scrittrice”.

Nel 1981, da “Quartet”, James Ivory, con l’adattamento della sua assidua collaboratrice Ruth Prawer Jhabvala, ha tratto l’omonimo film con protagonista Isabelle Adjani (in foto sulla copertina un fotogramma) che non è ricordato fra le sue migliori opere. Per il Dizionario Mereghetti, infatti, il film, che può vantare “un'impeccabile ricostruzione ambientale, si fa ammirare senza mai appassionare” per la “narrazione fredda, priva di vitalità”. Anche per il Dizionario Morandini è “bello, ma senza cuore”, la fotografia, i costumi e le scenografie sono ammirevoli ma “la cornice vale più del quadro”.

Nel catalogo Adelphi della stessa autrice si trovano anche Il grande mare dei Sargassi (vincitore del WH Smith Literary Award nel 1967) e Addio Mr Mackenzie.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Jean Rhis
Quartetto
Traduzione di Franca Cavagnoli
Pagine 172, Euro 16.00
Adelphi


The Fragility of Happiness


Due punti di vista.sulla felicità
Quel cattivone di Ambrose Bierce, in un libro non a caso intitolato ‘Dizionario del diavolo’, così definisce la felicità: “Gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui”.
Charles Schulz fa dire a Charlie Brown: “La felicità è il singhiozzo dopo che è passato”.

Marco Abbamondi, invece, riflette – nella sua mostra “The Fragility of Happiness” – sul fatto che la felicità è per niente solida, per nulla robusta, e di breve durata.
Per dimostrarlo, nel vernissage si affida, oltre alle proprie opere, a più mezzi espressivi convocando una coreografa e una costumista teatrale. Cioè Gabriella Stazio con le sue coreografie ideate per Movimento Danza, e le creazioni della costumista Sabina Albano di Modart Gallery.
Si crea così un percorso scenico che attraversa questa retrospettiva dell’artista che vede per la prima volta raccolto a Villa di Donato l’intero suo lavoro degli ultimi 5 anni al quale per l’occasione si aggiungono delle miniscenografie d’intonazione onirica.

In foto, un esempio.

La cosa non deve sorprendere troppo perché da tempo Marco Abbamondi conduce un’attività multimediale che partendo dalle arti visive proietta la propria espressività anche in altri campi quali la scenografia, la costumistica, la pubblicità.

La mostra è a cura di Cynthia Penna Simonelli, Art director di Art 1307.

Marco Abbamondi
“The Fragility of Happiness”
A cura di Cynthia Penna Simonelli
Villa Di Donato
P. Sant’Eframo Vecchio, Napoli
info@art1307.com
Tel: +39 081660216
Fax: +39 081665456
Dal 9 al 26 maggio ‘13


Preistoria acustica della poesia

Un importante studio sulla poesia è offerto da una recente pubblicazione, edita da Aragno, di Brunella Antomarini, intitolata: Preistoria acustica della poesia Per uno studio antropologico del fenomeno poetico.
Scopo di questo saggio, è quello di considerare la complessità dell’arte della poesia che si può comprendere tracciandone le radici antropologiche e i suoi sviluppi storici non lineari, a partire dall’ambiente orale in cui l’esigenza di trasmissione di credenze si esprime attraverso linguaggi rituali e corporei, per arrivare alla scrittura come auto-esibizione estetica.

L’autrice lavora con le filosofie contemporanee che si occupano delle modalità della conoscenza ordinaria. Tra le sue pubblicazioni: L'errore del maestro (Roma, 2006); La natura come caso speciale della tecnica, in “Il corpo e la tecnica. Intorno a un saggio inedito di Pavel Florensky”, a cura di Antomarini e Silvano Tagliagambe; Pensare con l'errore, ed. inglese: “Thinking Trough Error”, Idaho Falls 2012, “The Maiden Machine, Philosophy in the Age of the Unborn Woman” (New York 2013).
Insegna Estetica e Fenomenologia alla John Cabot University di Roma.


A Brunella Antomarini ho rivolto alcune domande.
La prima che ti rivolgo è la stessa che apre il tuo libro: perché nella nostra civiltà c’è una cosa come la poesia?

E' una domanda semplice ed esterna: se da un osservatorio estraneo e indifferente (alle tradizioni, letterarie o teoriche) osserviamo le culture umane, troviamo quasi sempre queste nenie un po' dette, un po' cantate, un po' rituali, un po' oscure, ma sempre avvolte in un senso di serietà e importanza, legate a un significato portato da un ritmo (il verso poetico). Che cosa sono? Da dove vengono? E allora questa osservatrice estranea (i miei libri hanno spesso questo carattere di osservazione esterna, non a caso femminile, perché della storia, in quanto donna, non mi sento così responsabile) si mette alla ricerca di una genesi. Senza mito dell'origine e senza causalismo, però, nel senso che non leggo né tanto meno valuto la poesia di oggi come effetto di questa genesi, o come allontanata dalla sua fonte, ma come erede di essa, poi complicata dalle tradizioni. La poesia come la concepiamo oggi, anche se è un fenomeno complesso, comunque deve qualcosa a questa sonorità-ritmicità, che fa andare il testo ' a capo', per una decisione del poeta.

Intitolasti un tuo intervento di anni fa: “L’intraducibilità della poesia rende necessaria la traduzione”. Svelaci l’arcano…

Ho lavorato per molto tempo al problema della traduzione letteraria - che riprendo poi in questo libro - e penso che illumini la questione della lingua poetica, che essendo sempre inafferrabile, va tradotta, o nella stessa lingua (la parafrasi, con i suoi limiti) o in un'altra lingua. Cioè il verso è quell'offrire all'ascoltatore/lettore una parola fluida che viene introiettata prima che venga capita, e che quindi viene poi pensata, ridetta, tradotta, all'infinito... C'è un continuum tra una lingua e l'altra, o un trait d'union che è il corpo vivo.


Dalla preistoria acustica della poesia alla contemporaneità.
Ricordo ai più distratti che dopo le esperienze futuriste, con Dick Higgins nasce la nuova poesia sonora che farà sentire la sua voce con Henri Chopin, Julien Blaine, John Giorno, Paul De Vree e altri ancora. In Italia abbiamo il caposcuola Adriano Spatola (al quale si deve “Baobab”, 1979, prima audiorivista di poesia sonora italiana) e Patrizia Vicinelli, Giovanni Fontana, Enzo Minarelli…
Vorrei un tuo giudizio su questo ritorno (talvolta anche tecnologico) della vocalità in poesia di questi nostri anni.

Sì, da un punto di vista genealogico, queste sono forme - importanti sul piano culturale, come tutte le avanguardie - archeologiche o anche melanconiche di ricordare il debito che il verso scritto contrae con la corporeità. E il valore storico di quegli esperimenti aumenta oggi che con i new media il corpo viene replicato dalle tecnologie, cioè siamo di nuovo concentrati su di esso, ripiegati su noi stessi a osservarlo e invaderlo biotecnologicamente, a chiederci che cos'è e come funziona, a renderlo complementare a supporti artificiali.

Brunella Antomarini
La preistoria acustica della poesia
Pagine 108, Euro 10.00
Nino Aragno Editore


Il negazionismo

L’insorgenza in Europa di movimenti fascisti e razzisti vede, purtroppo, anche l’Italia fra i paesi dove, fra colpevoli distrazioni della Sinistra, si affermano insidiose tesi tendenti perfino a negare l’evidenza della Shoa.
Fra le iniziative italiane per contrastare il razzismo e l’antisemitismo, mi piace ricordare il Museo della Shoa e la Rete uniiversitaria creata da Paolo Coen che la lanciò proprio dall’Università di Teramo dove un professore invitò il famigerato Faurisson, uno dei protagonisti del negazionismo.
Ora, però, alle pregevoli cose citate, vi aggiungo un libro straordinario pubblicato da Laterza: Il negazionismo Storia di una menzogna che mi piacerebbe vedere nelle biblioteche delle scuole e delle università.
Ne è autore Claudio Vercelli, ricercatore di Storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino, dove coordina il progetto didattico pluriennale “Usi della storia, usi della memoria”. È coautore del manuale di storia “Un mondo al plurale” (a cura di Valerio Castronovo, La Nuova Italia 2009) e autore di: Tanti olocausti. La deportazione e l'internamento nei campi nazisti; Israele: storia dello Stato. Dal sogno alla realtà: 1881-2007; Triangoli viola. Le persecuzioni e ladeportazione dei testimoni di Geova nei lager nazisti.

A Claudio Vercelli ho rivolto alcune domande.
Quale il principale motivo che ti ha spinto a questa pubblicazione?

Parto da un dato che rimanda alla mia biografia professionale. Nel microuniverso del negazionismo mi sono imbattuto fin da subito, ovvero dal momento stesso in cui ho iniziato a studiare con sistematicità lo sterminio degli ebrei europei da parte nazista. Era come un fastidioso rumore di sottofondo, un acufene al limite dell’allucinazione uditiva, ossessivamente persistente. La sua forza, per così dire, stava – e riposa a tutt’oggi – nella sua inverosimiglianza. Studiare il negazionismo implica il confrontarsi con quella che io chiamo la seduzione della controfattualità, quell’insieme di atteggiamenti falsamente intellettuali, ovvero pseudoscientifici, che erigono la negazione dell’evidenza a paradigma di lettura del presente. Capire il negazionismo olocaustico richiede di addentrasi nei meandri del cospirazionismo, un vero e proprio sistema di pensiero “alternativo”, che finge di svelare le trame occulte del “potere” nel momento in cui, concretamente, concorre a renderle ancora più irreali e, quindi, incomprensibili.

I negazionisti, venuti alla ribalta alla fine degli anni 70, oggi, rispetto a quel tempo hanno adottato nuove strategie?

Il grande spartiacque è quello della visibilità mediatica, che ha avuto un impatto potente sia su un pubblico fino ad allora altrimenti inesistente sia, in una sorta di gioco di reciproco rinforzo, sui negazionisti medesimi. Da tema – e soprattutto mentalità – di nicchia, tipica della destra estrema, soprattutto neonazista, è divenuto discorso pubblico con un qualche grado di legittimità, quanto meno in alcuni ambiti. In un percorso a cerchi concentrici, poi, l’udienza che il negazionismo, non in quanto movimento culturale (che come tale è inesistente) ma come mentalità ha raccolto, si è di molto amplificata con la sua assunzione nel discorso politico dell’islamismo radicale, che parla al mondo arabo-musulmano, sia soprattutto nel cospirazionismo presente nel web, oggi terreno elettivo di diffusione della negazione dello sterminio degli ebrei. Le nuove strategie rinviano soprattutto al ricorso ad una lettura “tecnicista” delle fonti, per ribaltarne il significato comunemente condiviso nel loro contrario, e nella relativizzazione morale della questione della Shoah, vista semmai come un crimine ordinario, derubricabile a evento bellico tra i tanti. L’obiettivo rimane tuttavia quello di relativizzare le colpe del nazismo e dei fascismi.

Sostieni che il negazionismo è praticato anche da “gruppi della sinistra più estrema”. Che cosa determina questo che può sembrare un paradosso politico?

C’è una pulsione negazionista che si alimenta del conflitto israelo-palestinese, della sua perduranza, del suo essere assurto a sentina di risentimenti di ogni genere e tipo. È come un campo minato, dove tutto sembra cadere in contraddizione. In altre parole, una ferita aperta, purulenta. Alcuni segmenti della sinistra più radicale, soprattutto sul web, come anche parti di quel magma populistico che accompagna la politica contemporanea, hanno sposato la causa palestinese in quanto prisma assoluto della lotta degli oppressi contro gli oppressori. Da questa reificazione delle parti come dell’angolo del giudizio critico, sono derivati fraintendimenti non casuali. Alla lotta di classe si è sostituita una lotta per così dire “etnica”, dove il “sionismo” è visto come il burattinaio nel teatro della storia e il responsabile di infinite nequizie. Se Israele è il carnefice (dei palestinesi) non può rivendicare il ruolo di rappresentanza delle vittime. E se i conti con la storia non quadrano li si aggiusta ridimensionando o negando del tutto l’esistenza, del pari all’impatto morale e civile, della tragedia dello sterminio.

Vorrei una tua riflessione sul negazionismo in Italia che, mi pare, sia cresciuto in questi ultimi anni…

Più che il negazionismo ad essere cresciuta è l’area dello scetticismo programmatico e del dubbio sistematico verso ogni narrazione pubblica, percepita come mero esercizio di occultamento del potere (e quindi, in immediato riflesso, di spoliazione dei diritti delle collettività). Se questo modo di vedere i fatti si incontra con i populismi allora si rischia di fare una frittata. Il vero obiettivo di qualsivoglia negazionista è di introdurre l’idea che quello che si dice del passato sia il risultato di una convenzione e non il prodotto di una storia condivisa, ossia di un patto civile fondato sulla verità. Il negazionismo si presenta sempre sotto le capziose sembianze di una offerta di conoscenza, che rivelerebbe lo scandalo dell’altrui menzogna, in questo caso quella di Auschwitz. Per tali ragioni le sue potenzialità sono non trascurabili. Lo sono tali tanto più il giorno in cui dovesse incontrare in un qualche movimento politico un comodo vettore di legittimazione.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Claudio Vercelli
Il negazionismo
Pagine 228, Euro 20.00
Laterza


Elogio di Nulla e di Qualcosa

E’ proprio vero che la cosa più seria è il Gioco. Attraverso di esso si raggiungono plurali mete, non solo la satira, ma anche la decostruzione del linguaggio, l’abbattimento delle certezze, lo smontaggio dei miti.
In letteratura ai giorni nostri si gioca pochissimo. Per fare esempi non troppo lontani nel tempo, quando Balestrini fece conoscere la signorina di carta Richmond tanti lo guardarono storto (e nel cinquantenario del Gruppo ’63 in molti, da Scalfari a Conte, sono tornati ad azzannare con malferme dentiere quel gruppo), così come, ancora per stare ai tempi nostri furono guardati con sufficienza quelli dell’Oulipo o, ancora in Italia, certe sperimentazioni di Malerba, Pignotti, Xerra e tanti altri.

In foto, l’illustrazione – libero accostamento – è tratta dall’opera di uno dei massimi autori satirici francesi: Honoré Daumier, Le passé, le présent, l’Avenir (Louis Philippe d’Orlèans), 1834.

Un campione del ‘700 in fatto di gioco attraverso il quale in trasparenza è messa alla berlina ora l’apparente logica ora il falso razionalismo, ora il moralismo ipocrita della società, è stato un anonimo francese poi identificato con Louis Coquelet (in italiano coquelet = galletto) nato nel 1676 e morto nel 1754, autore di almanacchi, celebre per il suo spirito fine e originale.
La casa editrice :duepunti edizioni ha pubblicato di questo autore satirico Elogio di Nulla e Elogio di Qualcosa.
“Protagonisti di questi due bizzarri elogi” – scrive Letizia Magro – “sono Nulla e Qualcosa, ovvero… due pronomi indefiniti che, attraverso la scrittura encomiastica e l’accorgimento del corsivo, prendono vita e diventano due entità degne di lode ed ammirazione per le loro insospettabili virtù, tanto da essere sempre indicate con la lettera maiuscola”.
L’editore, felicemente intuendo lo spirito dei due scritti, li ha stampati in modo contrapposto in maniera che dopo aver letto uno dei due elogi, bisogna capovolgere il libro per leggere l’altro: ecco un modo in cui l’impostazione grafica diventa interpretazione letteraria.
L’elogio del Nulla è dedicato a Nessuno e l’elogio di Qualcosa a Qualcuno, ma, in modo volpino, l’autore fa sì che percorrendo la via del Nulla mai si arrivi a Qualcosa, e, facendo il cammino inverso, da Qualcosa si arrivi di certo al Nulla.
Un funambolico nichilismo che è tradotto benissimo da Andrea L. Carbone (e chi meglio di lui autore di Filosofia della chiacchiera poteva farlo?) che dà alle pagine l’andamento della musica barocca.

Il testo è stato messo dalle Edizioni Due Punti anche in open access.

Louis coquelet
Elogio di Nulla
Elogio di Qualcosa
Traduzione di Andrea L. Carbone
Libro cartaceo, pagine 80
Euro 9.00
Due Punti edizioni


L'alchimista di parole

Dieci anni fa moriva il regista portoghese João César Monteiro (in foto), uno dei più grandi autori del cinema europeo.
Un cinema vertiginoso, stimatissimo da Carmelo Bene, dove la visionarietà e l’allucinazione sposano il burlesco e pare sentir risuonare quelle parole di Beckett: “Quando si è nella merda fino al collo, non resta che mettersi a cantare”.
I brividi di follia che attraversano lo schermo di Monteiro furono vissuti anche in prima persona facendogli dire all’uscita da un periodo di ricovero psichiatrico: “Adesso sono un pazzo certificato”.
Ora abbiamo per le Edizioni Sigismundus una preziosa ricognizione negli scritti di Monteiro che non fu solo regista ma anche scrittore: L’alchimista di parole, scritti scelti di João César Monteiro, a cura di Liliana Navarra.
La curatrice è dottoranda presso l’Università Nova di Lisbona, la sua ricerca verte sul cinema di João César Monteiro. Giornalista e fotografa freelance si occupa di cinema, arte visuale, fotografia, antropologia e documentario. È inoltre membro della AIM – Associazione dei Ricercatori dell’Immagine in Movimento, del NECS – European Network for Cinema and Media Studies e del IFL – Istituto della Filosofia del Linguaggio di Lisbona.

Crea nel 2009 questo portale dedicato a Monteiro.
QUI Navarra spiega le motivazioni di questo particolare lavoro che trovo tutto da elogiare.
Un importante passaggio nella sua prefazione: “Monteiro fu un vero e proprio giocoliere di parole che riusciva magistralmente a mescolare insieme il linguaggio erudito dei detti popolari: indecenze e volgarità, si trasformavano, attraverso la sua penna in deliri poetici”.

A cura di Liliana Navarra
L’alchimista di parole
Pdf Euro 3.00
Copia cartacea, Euro 13.00
Sigismundus Editrice


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