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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Tilt


Come avverte il dizionario, fare, andare in tilt, sta ad indicare l’avvenuto guasto in un circuito elettrico o elettronico e in senso figurato essere in tilt connota un momento di confusione in un soggetto che determina il blocco di un pensiero o di un’azione.
Di mio, aggiungo il ricordo di una band punk rock californiana di cui non sento più parlare che si chiamava proprio “Tilt” e praticava testi impegnati sul sociale.
Tilt, però, come ho di recente appreso grazie ad un libro che presento oggi, indica anche una terribile allergia causata dall’inquinamento e dall’esposizione a tutti i prodotti chimici di sintesi. La malattia, ignota fuori dell’ambiente scientifico e di chi n’è colpito, è diffusa più di quanto s’immagini, si chiama Mcs acronimo di Multiple Chemical Sensitivity traducibile con Sensibilità Chimica Multipla. Nella sua fase iniziale è definita Tilt: Toxicant induced loss of tolerance.
La vita di chi soffre di Mcs è drammatica. Niente profumi, deodoranti o saponi, niente roba appena lavata o nuova, niente farmaci, niente odori artificiali, pochissimi alimenti; un problema ogni contatto col prossimo: familiari, amici, per non dire con estranei.
Veniamo al libro – pubblicato da Einaudi – titolo: Tilt; l’autrice è Caterina Serra, nata a Padova nel 1969, vive a Milano.
Il volume ha tre meriti: 1) portare a conoscenza del pubblico quel male; 2) è scritto benissimo; 3) non è un romanzo, cosa che ai miei occhi lo rende elogiabilissimo.
C’è anche un quarto, singolare merito, ma di questo vi dirò dopo.
Caterina Serra ha incontrato (immaginate quante difficoltà pratiche ha dovuto superare, le precauzioni obbligatorie alle quali s’è dovuta attenere) alcuni fra gli italiani che soffrono di quest’allergia, ne ha raccontato le storie senza mai cedere a tentazioni letterarie pur riuscendo a profilare personaggi e drammi che toccano vertici dell’angoscia con una scrittura finissima, di grande forza espositiva. Quante penne, al suo posto, avrebbero tratto spunto da quel tema per rifilarci uno dei tanti angosciosi romanzetti che circolano nelle nostre librerie!
Prima dicevo di un altro merito che ha Tilt: è un libro stampato senza quegli elementi chimici che avrebbero impedito la lettura del testo proprio ai protagonisti degli incontri di cui riferisce il volume. Ad esempio, è inodore. Confesso che non m’ero accorto di questa particolarità e ne devo la conoscenza a Simonetta Gasbarro dell’Ufficio Stampa Einaudi, una grande professionista della comunicazione.
Concludendo, consiglio la lettura di Tilt che oltre ad essere un prezioso documento su di un male del nostro secolo n’è un’amara metafora. Quando Matthew Phipps Shiel nel 1901 scrisse “La nube purpurea” in cui si narra la quasi estinzione dell'umanità per via di una nuvola venefica terminò il suo lavoro con un accento di speranza. Oggi Shiel rifarebbe lo stesso finale se lo potesse?

Per una scheda sul libro: QUI.

Caterina Serra
“Tilt”
Pagine 142, Euro 14:00
Einaudi


Pensieri di Bobbio


In questi giorni di campagna elettorale girano molti ‘kit’. Manualetti ad uso di candidati o galoppini per convincere a votare questo o quel partito usando tecniche simili a quelle per vendere prodotti detersivi porta a porta, e, forse, non è un caso che una popolare trasmissione tv proprio Porta a Porta si chiami.
In questa pubblicità da mercato di paese, si distingue il PdL che non vende sostanze detergenti, ma idee tanto sporche da dissuadere ogni lavaggio. Eppure milioni d’italiani (forse addirittura la maggioranza degli elettori) s’accinge a dare fiducia a vocianti venditori. Questo avviene sia per le innumerevoli colpe della sinistra e sia per un motivo ancora più disperante: quegli elettori non scelgono il berlusconismo, sono il berlusconismo; ne riproducono in famiglia, nella società, nel lavoro, nello svago, tutte le bassezze culturali, le piccinerie sociali, le distorsioni morali, il disprezzo per il dubbio.

Un ritratto d’eccezionale intelligenza sull’Italia dei nostri giorni è contenuto in un piccolo, prezioso, libro - un nobile kit - pubblicato da Dedalo con lodevole tempestività: Contro i nuovi dispotismi Scritti sul berlusconismo.
Si tratta d’interventi sulla stampa di Norberto Bobbio (1909 – 2004) filosofo che ha bene esplorato la caratteristica dell’uomo tirannico "... che è credere di potere tutto […] di considerarsi infinitamente superiore agli altri esseri umani; che di sé ha l’idea d’essere un’eccezione".
Il libro appare nella collana ‘Libelli vecchi e nuovi’, biblioteca ideale del mensile Critica liberale edito da Dedalo.
A dirigere la collana è Enzo Marzo – che ricordo autore di Le voci del padrone – il quale firma una lucidissima prefazione del volume che si avvale di una postfazione di Franco Sbarberi attento nel rilevare origini e approdi filosofici del pensiero di Bobbio.
Dalla Premessa di Enzo Marzo: Basta leggere queste pagine scritte dal pessimista Bobbio in tempi non sospetti per scoprire che i suoi timori erano più che fondati, erano il preannuncio della decadenza del nostro Paese e delle sue classi dirigenti […] Leggendo, come non ripensare a Gobetti che vedeva nel fascismo l’autobiografia della nostra nazione, o addirittura al Leopardi del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”?

Per una scheda sul libro, l’Indice e assaggi di lettura: QUI.

Norberto Bobbio
“Contro i nuovi dispotismi”
Premessa di Enzo Marzo
Postfazione di Franco Sbarberi
Pagine 113, Euro 14:00
Edizioni Dedalo


Lucio Fontana


Quarant’anni fa, il 7 settembre 1968, moriva a Comabbio, in provincia di Varese, Lucio Fontana. Era nato in Argentina, a Rosario di Santa Fè, il 19 febbraio 1899; il padre Luigi, italiano, fu scultore e la madre, Lucia Bottino, di origine italiana, attrice di teatro.
Per una sua biografia, cliccate QUI.

Lucio FontanaFondatore del Movimento Spazialista è famoso per le sue tele monocrome con buchi e tagli che scandalizzarono anche per l'apparente facilità con cui sembra possibile rifarle. Numerosi, infatti, furono i falsari, ma Fontana, per cautelarsi, scrisse di suo pugno sul retro di ogni tela frasi insensate, affinché attraverso quelle scritte potesse svolgersi una perizia calligrafica a salvaguardia dei collezionisti.
Ora, a Roma, è in corso una mostra particolare dedicata all’artista. E’, infatti, prevalentemente puntata sulle sue sculture che rappresentano la parte meno nota al grande pubblico.
A quest’esposizione, possiamo dare uno sguardo guidati da Maria Vittoria Marini Clarelli Soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna in questo video.

La rassegna, curata da Filippo Trevisani con la collaborazione di Matilde Amaturo si avvale di un comitato scientifico composto da Enrico Crispolti, critico e storico dell’arte contemporanea, e dalla Fondazione Lucio Fontana.
Prima di raggiungere la sala monografica di Fontana, il pubblico incontra gli artisti che con lui sono stati in più diretto rapporto, entrando in dialettica con la sua arte o subendone l’influsso: Burri, Melotti, Manzoni, Castellani, Bonalumi, Gianni Colombo, Klein, Rotella, rappresentati da opere delle collezioni della Galleria e della Fondazione Lucio Fontana.

Il catalogo è edito da Electa.

L’Ufficio Stampa della Galleria nazionale d’arte moderna è guidato da Carla Michelli con la collaborazione di Chiara Giordano e Francesca Mardarella: 06 – 322 98 328; e-mail: cmichelli@arti.beniculturali.it

“Lucio Fontana scultore”
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
Informazioni: 06 – 322 98 221
Fino all’11 maggio 2008


Emilio Villa


Forse non molti, specie fra i più giovani, conoscono il nome di Emilio Villa (Affori, 1914 - Rieti, 2003), artista originalissimo, intellettuale enciclopedico, grande dissipatore della sua opera. Tanto che di lui, pur essendone estimatore, sui miei scaffali posseggo con orgoglio solo quell’ormai introvabile “Attributi dell’arte odierna, 1947-1967” – uscito presso Feltrinelli nel 1970 – che raccoglie i testi plurilinguistici di Villa su artisti quali: Capogrossi, Burri, Cagli, Colla, Fontana, Lo Savio, Manzoni, Scarpitta, Duchamp, Matta, Rothko, Pollock, Twombly, Sam Francis.
La sua figura aspra e difficile, mai ha suscitato fascino (né voleva lui stesso suscitarne) presso i media, sicché mai ha raggiunto la popolarità che pur avrebbe meritato e merita.
Per saperne di più, vi segnalo un appassionato ritratto che ne tracciò Gianfranco Baruchello per Alias e un attento prifilo critico scritto da Cecilia Bello QUI.

Emilio VillaGran merito va, quindi, riconosciuto alle Istituzioni Culturali del Comune di Reggio Emilia che, con il sostegno del Gruppo Industriale Cooperativo Ccpl, hanno reso omaggio ad uno dei protagonisti più significativi della cultura italiana del Novecento.
La mostra, ideata e curata da Claudio Parmiggiani, ne ricostruisce, attraverso materiali originali, editi ed inediti, l’attività dello studioso, del poeta, del letterato e del critico d’arte.
La mostra sarà accompagnata da un’ampia monografia - Gabriele Mazzotta Editore - che, oltre a documentare la produzione letteraria ed artistica di Villa, costituisce il primo tentativo di catalogo ragionato della sua opera. Nel volume interventi di Nanni Balestrini, Giulio Busi, Cecilia Bello, Davide Colombo, Bruno Corà, Andrea Cortellessa, Stefano Crespi, Elena La Spina, Niva Lorenzini, Marco Mazzi, Riccardo Panattoni, Gianluca Solla, Aldo Tagliaferri, Marco Vallora.
Fra questi, ho tenuto per ultimo il nome di Nanni Cagnone perché è da un suo scritto – come al solito di grande eleganza – che ho scelto d’estrarre alcune righe che tracciano un ritratto di Villa.
Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamare da ogni dove le cose piú disparate – riti arcaici e congetture scientifiche o stridule solennità del momento – e di farle gentilmente convergere entro il cratere di un vulcano, affinché piú che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le sue parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il talento […] La cosa piú impressionante di Emilio – per me, che tra i poeti ho conosciuto solo anime stentate – era l’entusiasmo. Non ho incontrato nessun altro che avesse quella simpatia per l’esistenza, quella magnifica propensione per qualunque cosa, nessuno che potesse meravigliosamente rimescolare tutto, essendo ugualmente felice per Delfi e Honolulu, che traducesse la Bibbia e tenesse una corrispondenza con Burroughs e Duchamp, che apprezzasse i modi beceri delle osterie e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel.

Uffici Stampa:
- Patrizia Paterlini Comune di Reggio Emilia:
Tel. 348 – 80 80 539; 0522 – 45 65 32; e-mail: patrizia.paterlini@municipio.re.it
- Alessandra Pozzi Edizioni Gabriele Mazzotta
Tel. 02 – 80 55 80; e-mail: ufficiostampa@mazzotta.it

Emilio Villa poeta e scrittore
Reggio Emilia, Chiesa di San Giorgio (Via Farini 10)
Ingresso libero
martedì-domenica ore 10 – 13 e 16 – 19
Informazioni: 0522 – 45 66 35; mail: roberta.conforti@municipio.re.it
Fino al 6 aprile 2008


Lettere dalla prigionia

Il caso Moro è una storia che vede condanne a morte eseguite e pacchi di ergastoli mai scontati. Come se non bastasse, gli autori di quella strage – grazie alla ricerca di ascolto morboso da parte dei media – sono esibiti, intervistati, ospitati da case editrici, studi radiotv, università. E c’è pure – vedi Piperno sabato scorso – chi non esita a definirle brave persone. E chi ancora perdona e perdona… l’intreccio fra cristianesimo e comunismo, si sa, è micidiale.
Viene detto che su quel caso “ormai si sa tutto” e, invece, s’ignora perfino chi sia stato l’autore materiale del delitto.
Strano paese l’Italia, né il futuro (compreso quello immediato, elettorale) promette meglio.
Nel trentennale di quel tenebroso caso, sono molti i libri usciti. Non tutti memorabili.
C’è perfino chi, come Ferruccio Parazzoli, ne ha scritto in chiave demoniaca. Perché quell’autore cattolico si è così prodotto? Perché il Male ha un’infinita fantasia.
Esistono, però, anche pubblicazioni di grande interesse storico. Una di queste, forse una delle maggiori per qualità, la si deve a Einaudi che ha mandato in libreria le Lettere dalla prigionia di Aldo Moro a cura di Miguel Gotor.
Nel corso dei 55 giorni che trascorse prigioniero delle Br, Moro scrisse almeno 97 testi: settantotto lettere, sette testamenti, un promemoria, cinque biglietti e sei versioni differenti di cinque missive. Tutto questo materiale è stato da Gotor raccolto, postillato, commentato, studiato in una prospettiva linguistica e politica che ne fa un libro destinato ad essere consultato da tutti quelli che da oggi in poi vorranno studiare quel caso.
Miguel Gotor (Roma, 1971) è ricercatore di Storia moderna all'Università di Torino. È stato borsista della Fondazione Michele Pellegrino e della Fondazione Luigi Firpo e fellow presso “Villa I Tatti. The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies”. Si occupa di santi, eretici e inquisitori tra Cinque e Seicento e ha pubblicato, tra l'altro, “I beati del papa. Inquisizione, santità e obbedienza in età moderna” (Firenze, L. Olschki, 2002); “Chiesa e santità nell'Italia moderna” (Roma-Bari, Laterza, 2004).

A lui ho chiesto: man mano che trascorre il tempo della prigionia, che cosa noti progressivamente nelle lettere di Moro? In altre parole, qual è la cosa che più ti ha fatto riflettere?

Collocare cronologicamente le diverse lettere seguendo l’ordine di stesura del loro autore è stato molto utile. Il principale aspetto che ha suscitato la mia attenzione è la compresenza di due tempi differenti, utilizzati negli stessi giorni, tra le lettere inviate agli uomini politici che le Br volevano fossero divulgate e quelle non spedite oppure distribuite riservatamente dai brigatisti. Nel primo caso abbiamo un tempo frenetico, in cui tutto è urgente e ogni attimo viene presentato come decisivo; nel secondo caso Moro utilizza un tempo dilatato, che ritiene di potere ancora avere davanti a sé. Di conseguenza, egli non mette fretta ai suoi collaboratori, anzi raccomanda prudenza e rinvia a momenti più opportuni determinate azioni.

Esiste un momento in cui capisce qual è il suo destino oppure lo ha intuito fin dal primo momento?

Sono persuaso che Moro, dopo la morte della scorta, avesse piena consapevolezza del suo destino. Eppure, nonostante questo tragico convincimento, egli consegna alla parola e alla scrittura di queste lettere la sua unica speranza di salvezza, la possibilità di aprire una trattativa per arrivare a uno scambio di prigionieri che doveva però rimanere segreta. Va pure ricordato che per ben due volte le Br lo minacciano di una morte imminente e gli fanno scrivere le sue ultime volontà, un espediente tradizionale nei sequestri di persona per aumentare il dominio psicologico dei carcerieri sul prigioniero. In base a queste missive è possibile ritenere che tra il 18 e il 24 aprile e nei primi giorni di maggio Moro viva un esile, ma significativo momento di speranza che si esprime attraverso la stesura di circa la metà delle lettere che compongono questo epistolario.

Per una scheda sul libro: QUI.

“Aldo Moro. Lettere dalla prigionia”
A cura di Miguel Gotor
Pagine 400, Euro 17:50
Einaudi


Vivere con i miti


In un vecchio albo del mio amato Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo arriva alla soluzione del suo mensile enigma vedendo le figure scolpite su di un sarcofago; figure che dietro un’apparenza di serenità e di pace nascondevano sulfurei miti.
Senza l’assistenza di Groucho, Paul Zanker e Björn C. Ewald si sono dati ad una dotta indagine sugli antichi sarcofagi romani e di fronte alle difficoltà, pare, che mai abbiano esclamato: “Giuda ballerino!”.
La loro investigazione, contenuta nel prezioso volume Vivere con i miti L’iconografia dei sarcofagi romani – edito da Bollati Boringhieri – non tende, infatti, a smascherare demoni assassini, ma a far conoscere i rilievi degli antichi sarcofagi a un ampio pubblico, mostrando soprattutto quale fosse il ruolo centrale dell’iconografia mitica nell’esistenza dei contemporanei, quale messaggio quelle immagini comunicassero a chi visitava le sepolture, quale rappresentazione di sé, quale concezione della felicità e del piacere.
Il risultato di quel lavoro è un’opera riccamente illustrata (con molte foto di reperti mai visti se non dagli specialisti) che costituisce un modo assai originale per accostarsi alla cultura e alla mentalità degli antichi romani.

A Guglielmo Bilancioni, docente di Storia dell’Architettura all’Università di Genova, e già curatore proprio per Bollati Boringhieri di Mistica e Architettura. Il simbolismo del Cerchio e della Cupola ho chiesto una riflessione sul volume di Zanker ed Ewald.

“Il simbolo si formò presso le tombe”, scrisse Bachofen, il massimo studioso della Simbolica funebre degli Antichi. E in questo poderoso volume di Zanker ed Ewald questa asserzione viene verificata come Scienza dell’arte, in uno studio sui sarcofagi romani. Il mito è “sostegno per il lutto”, spiegano gli autori. Sui rilievi delle tombe nessuna nostalgia della bellezza potrà mai essere più nostalgica, poiché la celebrazione della morte, ed il culto dovuto ai defunti, i Migliori e Superiori, è un inno alla vita attraverso la bellezza. L’arte sui sarcofagi illumina, con “visioni di felicità”, il territorio silenzioso e smisurato dei Mani, ne è il Decoro: bucrani, esseri alati, colonne di rose, ghirlande chiuse o ancora aperte, nereidi e tritoni che guizzano giocando. La muta eloquenza delle immagini qui presentate, nella bellezza delle quali vibra l’eternità, reca il brivido dell’Acheronte assieme alla consolazione: ‘gravitas’, ‘hybris’ e ‘pietas’, frenesia e Stasi. E Amore. Amore e Morte.
“L’aldilà misterioso = assillo dei mortali”, è stato scritto, con anagrammatica Autorità, proprio in questo Sito. E i centauri continuano a risiedere presso le porte degli inferi
.

Paul Zanker e Björn C. Ewald
“Vivere con i miti”
A cura di Gianfranco Adornato
Traduzione di Flavio Cuniberto
Pagine 392, Euro 68:00
Bollati Boringhieri


Uno scacco matrimoniale


Poche biografie di Marcel Duchamp (1887 – 1968) riportano la notizia di un matrimonio ch’ebbe prima di quello del 1954 con Alexina "Teeny" Sattler Matisse.
Eppure, il 7 giugno 1927, l’artista francese sposò una ragazza vivace, colta, ammiratrice della rivoluzione sovietica, il suo nome: Lydie Fischer Sarazin-Levassor.
Pochissimo avremmo saputo di quell’unione (durata appena sei mesi, ma uno solo di convivenza) se a Lydie, nel 1977, non fosse stato richiesto dagli organizzatori di una grande mostra dedicata a Duchamp, di scrivere i suoi ricordi.
Quanto al marito Marcel, ho trovato in una lunghissima intervista fattagli da Pierre Cabanne (“Ingegnere del tempo perduto”, Multipla, 1979), in 155 pagine solo un breve accenno a quel matrimonio: "… fu organizzato da Picabia. Ma la cosa non funzionò. Io ero molto più celibe di quanto immaginassi. Lei, molto gentilmente, accettò di divorziare. Non avevamo figli, né chiese gli alimenti, così tutto fu assai facile. Del resto lei si risposò ed ebbe dei figli".
Disponiamo del testo di Sarazin-Levassor, grazie a Marc Décimo che ne recuperò i 195 fogli dattiloscritti originali pubblicati adesso nella traduzione di Attilio Marasco dall’Editrice Archinto.
Il titolo, Uno scacco matrimoniale (con sotteso richiamo alla passione per gli scacchi di Marcel), e il frizzante sottotitolo Il cuore della sposa messo a nudo dal suo scapolo, anche (che parafrasa il nome della notissima opera di ‘La Sposa messa a nudo dai suoi Scapoli, anche’ alla quale Duchamp lavorò dal 1915 al 1923) già dimostrano effervescenza intellettuale, senso dell’umorismo, doti che s’addizionano nelle pagine ad una grande grazia di scrittura.
Volume che ha, inoltre, il pregio d’essere un dettagliato documento non solo su di un angolo poco noto della biografia di Duchamp, ma anche su come vivevano e agivano artisti che segneranno le arti (non solo visive) del secolo scorso (e la loro influenza è ancora viva), sull’atmosfera culturale che si respirava a Parigi alla fine degli anni ’20.
Matrimonio infelice - nella foto della copertina i due sposi - fu quello di Lydie che 24enne s’innamora follemente del “Papa dei Surrealisti”, capace di creare opere al calor bianco con mente algida, maestro di scacchi, adorato da un gruppo di cui facevano parte Man Ray, Picabia, Brancusi
Presto la giovane donna si rende conto che il suo ardore affettivo non è corrisposto in ugual misura da Duchamp, ma, come lei stessa confessa, chiude gli occhi per non vedere. Il primo segnale che nota, sconfortandola fino alle lacrime, è la delusione di Duchamp di fronte alla notizia della scarsa dote assegnata a Lydie. Seguono numerose incomprensioni, piccoli esercizi di sadismo psicologico da parte di Marcel, improvvise lontananze, poi si arriva – e il primo a decidere in tal senso è il marito – al divorzio.
Lydie non si perdona d’avere capito tardi l’impossibilità di vivere con quell’uomo e si firmerà perciò autoironicamente in molte lettere ad amiche e amici Lydiote.
Donna d’intelligenza finissima, da questo libro viene fuori anche scrittrice di notevole spessore e non c’è dubbio che leggendo si parteggi per lei.
Eppure, è innegabile, ed è lei stessa ad ammetterlo, che gli strazi sofferti in qualche modo andò proprio a cercarseli per troppa leggerezza, generosità, ingenuità.
Ancora da “Ingegnere del tempo perduto” traggo un’illuminante frase di Duchamp che in risposta all’intervistatore il quale gli chiede se nel ‘Grande Vetro’ vi sia una “negazione della donna”, risponde: ”Si tratta soprattutto di una negazione della donna nel senso sociale, della donna-sposa, la madre, i figli, eccetera. Tutto ciò io l’ho evitato accuratamente fino all’età di sessantasette anni. Ho sposato allora una donna che per la sua età non poteva avere figli.
Purtroppo Lydie nel ’27 non poteva ascoltare le parole di quell’intervista perché rilasciata cinquant’anni dopo il suo divorzio.

Per una scheda sul libro QUI

Lydie Fischer Sarazin-Levassor
“Uno scacco matrimoniale”
A cura di Marc Décimo
Traduzione di Attilio Marasco
Pagine 204, Euro 22
Archinto


Una folle giornata


Nella collezione teatrale di Einaudi appare, in una nuova versione di Valerio Magrelli, il lavoro in cinque atti La folle giornata o Le nozze di Figaro che è la seconda parte di una trilogia composta dal francese Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais (1732 – 1799); le altre opere che la compongono sono “Il barbiere di Siviglia” e “La madre colpevole”.
La commedia fu resa celebre dalla trasposizione nell'opera lirica “Le nozze di Figaro” di Wolfgang Amadeus Mozart rappresentata per la prima volta nel 1784.
L’azione si svolge nel castello di Aguas-Frescas, a tre leghe da Siviglia. Figaro sta per sposare Susanna, ma il conte Almaviva s’è invaghito proprio di quella lì, vuole impedire le nozze e cogliere per primo il frutto. Da qui si dipana una trama ricca di colpi di scena.
Per molti critici La folle journée ou le mariage de Figaro rappresenta il vertice del teatro francese dopo Molière, altri sostengono che è il primo grande vaudeville della storia del teatro mondiale. Di sicuro, è l'ultimo grande capolavoro scritto prima della rivoluzione del 1789; si dice addirittura che Napoleone avesse definito questa commedia la rivoluzione francese già in azione. Accolta al debutto da un successo senza eguali, fu rappresentata per cento sere consecutive.
L’ottima riuscita ottenuta da “Le Nozze di Figaro” fu dovuta anche ai metodi di auto-pubblicità capiti da Beaumarchais con molto anticipo sui nostri tempi e molto bene da lui praticati.
Ma chi era Beaumarchais?
Figlio di un orologiaio, visse alla corte di Luigi XV e XVI: finanziere, spia, imprenditore, fu anche editore e pubblicò per primo le “Opere complete” di Voltaire. Ebbe un’esistenza quanto mai movimentata, la trovate sintetizzata in un sapido ritratto scritto dal drammaturgo Armand Salacrou: QUI.
Mi va di sottolineare che Beaumarchais fu anche tra i primi a battersi (preceduto solo dagli inglesi) a favore del diritto d’autore vincendo il contrasto opposto da Condorcet che sarà pure un grande filosofo, ma sull’argomento qui evocato non gode dei miei favori… pussa via, Condorcet… evviva Beaumarchais!
La nuova versione di Valerio Magrelli … a proposito giorni fa ho parlato in queste pagine web di un’altra sua traduzione, quella d’un testo di Paul Valéry: L'idea fissa … possiede scorrevolezza e incisività particolari anche perché è nata da una speciale occasione. Di questa e delle difficoltà nel tradurre Beaumarchais, ce ne parla ora proprio Magrelli in una dichiarazione rilasciata per i lettori di questo sito.

La “Folle giornata o Il matrimonio di Figaro” di Beaumarchais offre un perfetto compendio delle difficoltà presenti in ogni traduzione letteraria. La violenta polemica dell’introduzione, l’irresistibile svolgimento dialogico dell’intreccio, l’inserimento di versi rimati, costituiscono infatti altrettanti modelli di scrittura saggistica, teatrale e poetica. In un unico testo, ecco così raccolti i tre diversi generi che gli studenti di ogni scuola di traduzione dovrebbero padroneggiare. Scritto nel 1778, rappresentato nel 1784, questo capolavoro è però innanzitutto un’opera teatrale, e proprio in vista della sua realizzazione scenica (prodotta nel 2007 dal teatro Stabile di Torino, dal Teatro Due di Parma e dal Teatro di Roma per la regia di Claudio Longhi) è stata realizzata questa versione. Una versione, dunque, collaudata sul palco, per essere affidata alla parola viva degli attori.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Pierre – Augustin Caron de Beaumarchais
“Il matrimonio di Figaro”
Traduzione di Valerio Magrelli
Pagine 174, Euro 11:50
Einaudi


El Dorado


La toponomastica gronda sangue, non tanto per i martiri ricordati, ma per i tanti nomi, cui sono intestate piazze e vie, celebrati come eroi e che, invece, furono uomini violenti, grassatori, stupratori, autori di stragi.
E’ il caso, giusto per fare un nome di casa nostra, di Cristoforo Colombo (cui Dario Fo dedicò nel 1963 un indimenticabile lavoro: Isabella, tre caravelle e un cacciaballe) che al merito d’avere scoperto le Americhe (pensando d’essere approdato per nuova rotta alle Indie) va aggiunto il demerito d’avere commesso crimini di vario genere dagli omicidi allo schiavismo.
Molte targhe stradali ricordano in Occidente i conquistatori del Nuovo Mondo, ma nelle scuole poco o nulla viene detto delle loro imprese da codice penale.
Costoro furono mossi nella loro voracità anche da una ricerca di un territorio favoleggiato all’epoca: El Dorado.
Luogo leggendario dove, si affermava, che esistessero immense quantità di oro e pietre preziose, oltre a conoscenze esoteriche antichissime.
In questo posto, situato al di là del mondo conosciuto, veniva detto che i bisogni materiali erano tutti appagati, e gli esseri umani vivevano in pace spassandosi la vita.
Ai viaggi, alle scoperte, ai genocidi che la caccia a questo territorio provocò è dedicato un libro – Infinito Edizioni, patrocinato da fondazione “Luz de Amor” di Bucaramanga, Farfalle in cammino, Il Cassetto, Vagabondi di pace – intitolato La ricerca dell’El Dorado La conquista europea del nuovo mondo.
N’è autore Yuri Leveratto, viaggiatore e studioso dell’America Latina, nato a Genova nel 1968. Laureato in Economia, ha vissuto a New York. Oggi vive in Colombia.
Conduce in Rete un suo sito web, per accedervi: CLIC!
Scrive Giuseppe Esposito in una breve ma densa prefazione: … il volume si sofferma sulle sofferenze di tanti uomini e donne che subirono la violenza “civilizzatrice” di quegli europei che si ritenevano esseri superiori, persino in missione per conto di Dio. Non a caso, avventurieri, criminali, religiosi e altra gente più o meno in buona fede giustificavano le violenze che infliggevano agli indigeni adducendo anche motivi di evangelizzazione e civilizzazione. Per molto tempo, perfino in una “dotta” disputa, gli europei si chiesero se gli autoctoni avessero o no un’anima, come i “buoni” cristiani.

E’ questo uno studio che in tono elegantemente sommesso riesce al tempo stesso a fare storia e controstoria, illustrando fatti e misfatti con una puntuale, diffusa documentazione frutto di una ricerca vigile e appassionata. Lo dimostrano anche la ricca bibliografia e l’abbondante materiale illustrato nelle pagine.

Per una scheda sul libro: QUI.

Yuri Leveratto
“La ricerca dell’El Dorado”
Pagine 192, Euro 14:00
Infinito Edizioni


Lingue tagliate


Si parla poco delle letterature regionali. Quando s’affronta l’argomento viene in primo piano il tema dei dialetti, ma la faccenda merita una trattazione che coinvolge anche altri problemi che legano l’espressività letteraria al territorio.
Lo fa egregiamente Nicola Tanda in un suo recente libro edito dall’Editore Delfino intitolato Quale Sardegna?
Tanda, nato nel 1928 a Sorso, già Professore ordinario di Filologia e letteratura sarda presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Sassari, è particolarmente esperto di Teoria della Letteratura applicata a periodi di transizione come l'Umanesimo e l'Illuminismo.
Per una biobibliografia, cliccate QUI.
Poiché il problema da lui sollevato è principalmente antropologico-culturale, ho chiesto a Paola De Sanctis Riccardone, docente di Storia della Cultura Materiale all’Università della Calabria (il suo più recente libro è un imperdibile Ultracorpi) di parlare, durante una veloce corsa in Cosmotaxi, di “Quale Sardegna?”

Il libro di Tanda è ricco e appassionato. Ti fa venire un po' d’invidia, loro sono bilingui, noi no. loro sono impaesati noi spaesati. Pensa alla Deledda che per vincere un Nobel doveva tradursi nella testa i concetti in una lingua straniera, l'italiano, e doveva pure imparare a scriverlo bene, come confessava. E poi perché tanti politici sardi? Due presidenti della repubblica, en passant.
Sono immagini della Sardegna come emergono da una composita produzione
letteraria e civile, da Deledda a Carlo Levi, Luigi Pintor e tanti altri. Il problema del linguaggio è centrale: l'italiano, lingua della comunicazione esterna, il sardo, con le sue varianti, lingua madre, strumento oggi anche di riconfigurazione interna e di battaglie per un concreto pluralismo culturale. Ma il volume non gira a vuoto su quella limacciosa nebulosa concettuale che si condensa intorno alla parola "identità". Piuttosto si
orienta sugli usi sociali e politici delle varie rappresentazioni. I punti di identificazione della Sardegna - fissi e mobili al contempo - sono il risultato di una cultura del fare, repertorio della creatività di scrittori, poeti, portatori di saperi locali, pittori, cineasti, musicisti. Il mondo salvato dai poeti? Certamente, dice Nicola Tanda
.

Nicola Tanda
“Quale Sardegna? Pagine di vita letteraria e civile”
Pagine: 360, Euro 27
Editore Carlo Delfino


La notte gioca a dadi


Anni fa fu ospite della mia taverna spaziale Mario Lunetta, ripropongo quella conversazione perché i temi sui quali lui ed io c’intrattenemmo non hanno perso d’attualità.
Allora – 2001 – aveva pubblicato 52 titoli fra narrativa, poesia e saggistica. Oggi quella cifra è aumentata; già su questo sito mi sono occupato di altri suoi libri: QUI e anche QUI, oltre a citarne il nome in un gruppo di narratori che hanno composto l’antologia dell'Editrice Azimut Roma per le strade.
Adesso, con La notte gioca a dadi – presentato al Premio Strega 2008 da Newton ComptonMario Lunetta ci offre un nuovo romanzo. Narrazione in prima persona che si sviluppa in un arco di ventiquatt’ore in uno scenario soprattutto mentale (quello dei nostri giorni, della globalizzazione selvaggia e della guerra “preventiva” e “infinita”). Il protagonista è Stefano Assiro, uno scrittore non più giovane, da tempo divorziato e preso in un gorgo di scontentezze, di delusioni e di sensi di colpa, specialmente nei confronti del figlio Alberico che all’epoca del caso Moro, giovanissimo, ha militato nelle br, rompendo poi del tutto i rapporti col padre.
Una ventina d’anni prima della notte in cui, preda dell’insonnia, racconta soprattutto a se stesso il caos della propria esistenza come nell’impossibile risistemazione di un puzzle sconvolto, Assiro ha avuto una relazione devastante con Fuscalda Roth, una bella ebrea veneta affascinante, instabile e nevrotica, che cerca a più riprese, come per una coazione a ripetere nel delirio di un gioco torbido, di invischiare lui e la memoria di suo padre, gerarca fascista del tutto privo di fanatismi ideologici, in un gorgo di responsabilità morali legate all’Olocausto.
Le ultime pagine del romanzo vedono l’incontro di Assiro col figlio Alberico: un incontro drammatico, senza catarsi, che svela una tragedia feroce e apre un altro abisso nella solitudine ormai irrimediabile dello scrittore.
Questo il traliccio del libro, che è folto di presenze, di episodi, di “fantasmi” anonimi e famosi (da Sarah Bernhardt a Galeazzo Ciano a Julio Cortazar), e si snoda in tre tempi fondamentali, tra loro irrimediabilmente intrecciati: 1) il presente quotidiano di Assiro, segnato dall’insonnia vissuta come un vizio; 2) la memoria dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse fra Verona e Roma durante la Repubblica di Salò e l’occupazione nazista della capitale; 3) il turbine del rapporto con Fuscalda, che per i due partner si risolve in una catena di sfide e di partite autodistruttive.
Come sempre in Lunetta, la scrittura è densamente articolata, ricca di rimandi e di echi, e capace di alternare il registro drammatico al registro ironico, la velocità dei dialoghi alla dialettica della riflessione. In un romanzo multistrato e polistilistico come La notte gioca a dadi, il timbro di una visione critica della società e del mondo non può che essere forte, e sempre comunque riassorbito nell’energia della lingua e nella consapevolezza sguincia dello sguardo.
E i personaggi delle sue pagine hanno vite effimere e dolenti, perché come dice Lunetta stesso in un suo aforisma: “Tutte le vite, alla fine, sono aforismi mancati”.

Per leggere una scheda sul libro e la biografia dell’autore: CLIC!.

Mario Lunetta
“La notte gioca a dadi”
Pagine 286, Euro 9:90
Newton Compton


Bonus per farla franca


La fantapolitica è un genere narrativo che in letteratura si può sostanzialmente dividere in due comparti: opere partorite in modo esclusivo dalle fantasie dell’autore, oppure altre riferite a fatti accaduti e persone esistenti presentati in forma romanzata.
Entrambi, solitamente, appartengono all’universo della distopia (parola aspra che sta a indicare un’utopia negativa), con descrizione di mondi soffocanti vigilati da occhiute polizie al servizio di un dittatore o di una tirannica oligarchia. L’elemento comico, compare, prevalentemente, più in lavori che satireggiano realtà esistenti, ma non mancano capolavori frutto di geniali invenzioni, uno per tutti l’Ubu Re di Jarry.
Un libro che meriterebbe ampia diffusione – specie in questi giorni italiani di duelli elettorali – l’ho appena letto: 2048. Bonus Berlusconi (titolo originale: “The Berlusconi Bonus”), e ne sono grato all’ottima casa editrice Azimut condotta da Guido Farneti.
L’autore è uno scozzese vissuto a lungo in Italia: Allan Cameron.
L’originalità di questo lavoro mi pare di coglierlo nel fatto che descrive, attraverso vicende fantastiche derivate da un personaggio ben noto (Berlusconi), in modo comico un paese che abbia la disavventura d’essere governato da un tipo come quello prima nominato. E lo fa – questo è il gran merito – senza rinunciare ad elementi ossessivi e claustrofobici che, di solito, appartengono a libri che comici non lo sono: dal “Noi” di Evgenij Zamjatin al “1984” di George Orwell.
L’effetto che ne deriva è quello di una scenografia dipinta da humor nero che conferisce alla storia inventata tratti di attendibilità e terribilità.
Ma che cos’è il Bonus Berlusconi – nel libro citato anche con l’acronimo BB –, ambito titolo accanitamente ricercato da molti e dal protagonista Adolphus Hibbert, nella Londra del 2048?
“Con un Bonus Berlusconi non si pagano le tasse, si può corrompere chiunque, va da sé che si ha il diritto di condurre affari illeciti, che si possono stuprare le donne e sodomizzare i ragazzi finché anch’essi o i loro genitori non abbiano un BB”.
Ma non crediate che possedere un BB vi salvi. Perché può accadere che… no!, non vado oltre a dirvi tutto quanto, sennò all’Azimut s’incazzano; comprate il libro, non ve ne pentirete.
Dotta è la postfazione di Alessandro Barbero che tra l’altro dice che questo libro esprime una riflessione inquietante sul peggio del nostro presente e, forse, del nostro futuro.
Speriamo che circa il futuro, Barbero si sbagli.

Per una scheda sul libro: QUI.

Allan Cameron
“2048. Bonus Berlusconi”
Traduzione di Chiara Manfrinato
Postfazione di Alessandro Barbero
Pagine 223, Euro 12:00
Azimut


Thierry Kuntzel


Il nome di Thierry Kuntzel è noto soltanto agli addetti ai lavori delle arti visive contemporanee e, in particolare, a chi si occupa d’arte elettronica.
Gran merito dell’Accademia di Francia a Roma è quello di offrire i lavori di qust’artista a un pubblico anche non specializzato attraverso un piccolo festival dedicato a Kuntzel, ai suoi video e ad un’installazione (‘Venises’) che sarà visitabile durante tutto il periodo della manifestazione.
Elogi, quindi a Lili Hinstin che da tempo va proponendo personaggi dell’arte d’oltralpe con particolare riferimento ai contemporanei; ricordo, infatti, proiezioni e rassegne su Daniele Huillet, The dark side of the Show, Jean-Claude Rousseau, Guy Debord, per citare alcune delle cose recenti.
Ora a Villa Medici è la volta di Thierry Kuntzel (1948-2007) a cura di Christophe Marchand-Kiss, artista residente all’Accademia di Francia.

Teorico del cinema dagli inizi degli anni ‘70, Thierry Kuntzel è diventato uno degli artisti francesi più importanti dei nostri giorni. Nasce a Bergerac nel 1948, studia filosofia, linguistica, semiologia e prepara una tesi (incompiuta) sotto la direzione di Roland Barthes intitolata "Lavoro del film / Lavoro del sogno", scrive numerosi testi sulla teoria e l'analisi del film.
Dal 1972 al 1989, lavora al servizio della ricerca dell’Ortf, poi dell’Ina ed insegna semiologia del cinema e analisi testuale del film all'Università Paris 1, all’Idhec (la scuola nazionale di cinema) e in alcune università americane.
Alla fine degli anni ’70, decide di dedicarsi interamente alla creazione artistica.
Dopo avere realizzato alcune installazioni, a partire dal 1974, con marmo e neon, produce gran parte delle sue bande video tra il 1979 ed il 1980. Da allora, realizza soprattutto installazioni che implicano la proiezione di immagini, luce e suono. Anche la scrittura prende un posto rilevante nella sua carriera artistica. Il libro Title TK, che racchiude gli appunti dei suoi lavori, è apparso nel 2007 per le Edizioni Anarchie a cura d’Anne-Marie Duguet.
Il suo lavoro è stato oggetto di numerose mostre in ogni parte del mondo e le sue installazioni sono state acquisite da molti musei.

Scrive Silvia Bordini che Kuntzel … elabora una propria teoria sul rapporto figura-sfondo, movimento-stasi, oscurità-colore nelle intermittenze di forma e segni che si rincorrono su di una superficie monocroma come in Nostos del 1979 opera questa che fa parte della rassegna a Villa Medici sostenuta dalla Groupama Assicurazioni.

Per il programma, consultare il sito web dell’Accademia di Francia.

Thierry Kuntzel
Académie de France à Rome - Villa Medici
Viale Trinità dei Monti 1
Info: 06 - 67 61 1
Ingresso libero nel limite dei posti disponibili
Da lunedì 17 a martedì 25 marzo 2008


Un paese spaesato


Bene fa Zanichelli a pubblicare in questi giorni un volume che affronta una delle piaghe italiane più vergognose: il nostro disprezzo (pur negato a parole, ma affermato nei fatti) verso monumenti e territorio.
Il libro cui mi riferisco è I Beni culturali e il Paesaggio Le leggi, la storia, le responsabilità; encomiabili sono i due autori: Francesca BottariFabio Pizzicannella.
Encomiabili perché con competenza e passione hanno scritto un testo che non solo esplora un’infinità d’esempi di nostre ricchezze (che potrebbero essere preziose risorse economiche per tutto il paese), ma producono anche una fittissima documentazione sulle nostre istituzioni preposte alla cura di quelle ricchezze attraverso schede, agilmente consultabili, su tutta la legislazione in materia.
Un libro che dovrebbe stare nelle biblioteche delle scuole e delle università per decreto legge, ma è anche un valido strumento informativo utilissimo nelle redazioni della carta stampata, delle radio-tv, del web. Un libro, insomma, che fino ad oggi mancava, per rendervene conto date un’occhiata all’Indice.
Il nostro turismo culturale interno si muove massicciamente solo sull’onda di casi mediatici (vedi il caso dei Bronzi di Riace) oppure (e qui siamo quasi alla gag) preferisce indirizzarsi verso località rese note dalla pubblicità, da un set cinematografico, da occasioni miracolistiche. In particolare me ne sono occupato giorni fa QUI.
Da noi, poi, il bene pubblico è visto come un bene di nessuno e quello privato è difeso con abbaiante accanimento; la cicca che accuratamente viene spenta nelle case, viene lasciata cadere disinvoltamente, semmai in un bosco; il festeggiamento per una vittoria calcistica è occasione per decapitare statue; luoghi preziosi diventano discariche.
Mi soffermo su questi atteggiamenti collettivi perché sono più gravi e imparabili rispetto ad altre azioni (vedi la speculazione edilizia) mosse da volontà d’arricchimento illegale e promosse e difese da varie mafie; per fare un esempio solo: la siciliana Valle dei Templi. Lì, se c’è volontà politica di farlo, si può intervenire perfino prevenendo, ma di fronte al teppista o allo sconsiderato è più difficile difendersi.
Perciò ho rivolto ai due autori la domanda che segue.
Aldilà di coloro che di proposito, mossi da interessi economici, deturpano il nostro paesaggio, quali le motivazioni psicosociali per cui altri (purtroppo tanti) cittadini italiani, per incuria o indifferenza, trascurano, e spesso offendono, il proprio patrimonio artistico e paesaggistico?

È un problema di senso civico, ossia il senso di ciò che è comune.
Tutto ciò che non è riportabile a bene privato - come ad esempio l’aria e l’acqua – generalmente non è considerato ricchezza.
La questione è come far sì che le persone percepiscano ciò che è comune come ricchezza. A questo mira il nostro libro.
In primo luogo offrire le parole per chiamarla tale; quindi indicare le ragioni per volere e desiderare ciò che è giusto fare.
Infine indicare esempi di azione efficace - non solo scempi, offese o altro - che mostrino la salvaguardia e la valorizzazione di ciò che è di tutti come una via percorribile e non preclusa in partenza
.

Esistono buone intenzioni che, talvolta, si trasformano in azioni inefficaci o addirittura controproducenti. Immaginate di avere davanti a voi un urbanista che si metta al lavoro mosso dai migliori propositi: quale la prima cosa che gli direste di fare e quale la prima da evitare?

Innanzi tutto lo esorteremmo a riflettere su cosa significa davvero qualità della vita e quanto essa non sia fatta solo di cose ma delle percezione che di esse si ha.
Poi su tutto ciò che concorre a costruire quella percezione: il senso del bene comune e la storia.
Cosa evitare? Risposte immediate ai bisogni.
Risposte d’impulso a bisogni non decantati, non trasformati in riflessione comune: e quindi non resi pubblici. Proprio come i beni di cui ci occupiamo
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Per la quarta di copertina e la biografia degli autori: CLIC!

Francesca Bottari – Fabio Pizzicannella
“I Beni culturali e il Paesaggio”
Prefazione a cura di Antonio Paolucci
Pagine 368 con 200 illustrazioni
Euro 32:50
Zanichelli Editore


Là comincia il Messico


“Lo stile, egregio signore, lo stile è l’unica realtà estetica. La letteratura è un fatto di lingua, pertanto il suo proprium consiste nell’organizzazione formale dei contenuti. Il vero e solo significato si annida fra le crespe del significante”.
Così dice un personaggio che chiude, in un dialogo teatrale ideato dal curatore, il recente Giunte e caldaie di Antonio Pizzuto. Il curatore di quel volume è Gualberto Alvino che di Pizzuto n’è da anni impareggiabile esegeta. Ora, Alvino pubblica – editrice Polistampa – un suo libro intitolato Là comincia il Messico che, a mio avviso, ha la sua migliore definizione critica proprio nelle righe con le quali ho aperto questa nota.
La copertina reca impressa la dizione ‘romanzo’ ed è una formulazione editoriale che avrei vivacemente sconsigliato.
Là comincia il Messico è scrittura tanto complessa per struttura, linguaggio, esiti stilistici da non avere niente a che fare con il romanzo così come oggi lo si intende e – ahimé – si pratica.
La torbida, violenta narrazione, s’articola attraverso rifrazioni che attraversando più generi tutti li nega; l’avventura del protagonista è espressa più da uno scenario che da una trama; in un capitolo (da rendere felice Gérard Genette) si ragiona perfino sul paratesto interrogandosi lo scrivente sulla grafia computerizzata di quanto va scrivendo.
Lampeggia fra le luci livide di una storia psichica il fulmine della metaletteratura; si aprono squarci saggistici; le pagine conoscono le derive magnetiche dello smemorare ricordando, come in un film in cui le sequenze si autocancellano dopo essere state viste, dando allo spettatore la suggestione del mai più poter vedere ciò che una volta gli è stato dato.
Grande libro. Grande esempio di narratologia. Grande piacere di lettura per palati fini.

Ho detto a Gualberto: immagina d'avere davanti a te una platea di potenziali lettori. A chi consiglieresti la lettura di 'Là comincia il Messico'?
Mi ha risposto in modo originale, traendo parole dal suo libro.
I periodi, infatti, che troverete tra virgolette sono estratte dal volume.

A chi non ha bisogno “d’epopee di cartapesta, turpiloquî sotto specie di meditata mimesi, sagre famigliari spalmate nei secoli e stipate di personaggi soverchi, scene madri arroganti e interminabili che di materno hanno solo la pazienza di chi s’acconcia a patirle”. A chi è stanco di “dialoghi monocordi, soporiferi, coi loro chiese grattandosi il mento, pensò scendendo le scale, ribadì scrutandola mesto in controluce, esclamò sussurrò rispose”.
A chi condivide l’invettiva del mio personaggio contro i narratori d’oggidì: “le vostre descrizioni torrenziali non valgono un lembo della carta che le accozza, la vostra lingua goffa e smidollata è un perpetuo oltraggio al buon gusto, il vostro umorismo à la page ha lo stesso brio di una marcia funebre; non voglio essere intrattenuto da voi, sono forse la pattumiera della vostra incontinenza? nessuno vi autorizza a scrivere qualsiasi cosa, senza freni, senza pudore, centinaia e centinaia di pagine, roba da pazzi, esigo rispetto, quando capirete che in arte lo sguardo conta assai più del guardato, un ciglio più del volto, il tono più di quel che dite senso, sarete in pasto ai vermi; ho diritto al nuovo, io, pretendo d’essere turbato osteggiato demolito sottomesso covato sorpreso gabbato scosso ammaliato sfamato”
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Per una scheda sul libro: QUI

Gualberto Alvino
“Là comincia il Messico”
Pagine 184, Euro 9:00
Polistampa


Olandesi a Legnano


In un momento in cui le psicotecnologie – come le chiama Derrick de Kerckove – impongono nuove riflessioni sul significato di realtà, è interessante visitare il lavoro di quanti s’attengono a dettati realistici che è cosa diversa dal naturalismo.
Da quei principii, infatti, nasce anche un nuovo modo d’intendere lo sguardo che può trasformare l’elemento reale in espressionistico o in iperreale dislocandolo in altri lidi della percezione e della creazione, operazione che genererà anche molte forme postmoderne.
Un’occasione per conoscere artisti che lavorano su immagini realistiche, è data da una mostra in corso a Legnano: Realismo olandese dall’Avanguardia Magica alle ultime generazioni.
Sessanta opere, esposte per la prima volta in Italia, che documentano uno dei più interessanti movimenti artistici europei del Novecento, il realismo olandese appunto, dai suoi fondatori fino alle più recenti esemplificazioni.
L’esposizione, egregiamente allestita, è dovuta a Flavio Arensi, direttore di Palazzo Leone da Perego e Annanelle Birnie, Head ING Art Management Italia.
Realismo, si diceva, ma non senza benvenuti scarti e felici deviazioni. Come le clonazioni fra pittura e modello tridimensionale di Carel Wllink, le legnose trasfigurazioni dei personaggi di Theo l’Herminez, o gli omaggi a Piero della Francesca di Anneke van Brussel, uno dei quali (1995) è nella fotina.
Del resto, anche artisti olandesi lontani dalla figurazione hanno avuto periodi di frequentazione col realismo. Basti l’esempio di Piet Mondrian che, come scrive Annarita Camardella, “… alla fine della carriera, quando la sua opera neoplastica era considerata una delle manifestazioni più radicali dell’arte astratta, continuava ad asserire di essere sempre stato un realista. Le forme astratte, che aveva iniziato a usare alla fine della sua vita, le considerava reali e capaci di rappresentare la Bellezza in una forma ancora più concreta di quella presente in natura”.

Scrive Flavio Arensi presentando la mostra: Ha ragione Dick Ket quando afferma che il Realismo Magico olandese (da lui patrocinato insieme a Carel Willink, Pyke Koch, Raoul Hynckes, Wim Schuhmacher e Johan Mekkunk), ha perseguito coscientemente la verità (l’illusione), ‘ha impiegato immagini possibili ma non probabili, a differenza del Surrealismo che predilige situazioni impossibili e inesistenti’, se non nel campo mentale. Esercita in questi autori la trasfigurazione dell’esistenza, la sintesi appunto fra rappresentare e presentare, che significa prendere posizione, rispondere all’invito della vita.
E Annanelle Birnie aggiunge: Mentre la pittura realista del XVII secolo fa spesso riferimento a simboli che il fruitore medio avrebbe facilmente potuto riconoscere, nel caso dei realisti magici la superficie realistica cela un universo più profondo e personale. L’effetto prodotto da questo loro realismo minuzioso è un senso di alienazione. I dipinti sono pacati e sommessi, mai clamorosi né troppo eloquenti: un esito che suggerisce un mondo nascosto sotto la realtà, un mondo di fantasia e di magia.

Il catalogo, con i testi dei due curatori e gli apparati di Yildith Della Coletta e Caroline Vos, è pubblicato dall’editore Allemandi.

Per i redattori della carta stampata, delle radiotv, del web, l’Ufficio Stampa è affidato a Elisabetta Benetti: 0331 – 47 12 44

“Realismo olandese”
Palazzo Leone da Perego
Ore 16:00 – 19:30
Info: 0331 – 471 335
Ingresso libero
Fino al 23 aprile ‘08


L'idea fissa


“A volte penso, a volte sono”.
“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà”.
“La politica è l'arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda”.
“Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia”.
“Bisogna entrare in se stessi armati fino ai denti”.

Sono frasi tratte da testi di Paul Valéry (1871 – 1945), scrittore che diciottenne definì Mallarmé ‘un algebrista al servizio di un pensatore affinato’ tracciando così, forse allora ancora inconsapevolmente, il ritratto di quello che sarà il suo progetto di vita e di arte. Un disegno che lo portò ad un riserbo letterario fatto di orgoglioso distacco dai generi (ma in vita i riconoscimenti e gli onori pubblici non gli mancarono) fino a renderlo (e qui la mia gioia è somma nel ricordarlo) odiatore del romanzo.
Ora Adelphi manda in libreria L’idea fissa, stampato per la prima volta nel 1932 da un’industria farmaceutica che aveva commissionato a Valéry uno scritto con pensieri sul mondo, riflessioni che lo scrittore immaginò di svolgere su di una spiaggia attraverso un dialogo fra l’autore e un medico.
L’attuale edizione italiana s’avvale della curatela e della traduzione di Valerio Magrelli, uno dei nostri maggiori poeti contemporanei e grande francesista (la sua traduzione è governata da precisione e lucentezza, le due virtù lessicali cui Valéry più teneva) che fu tempo fa ospite della mia taverna spaziale.
Nel saggio ‘Valéry on the beach’ che chiude il volume, Magrelli scrive: “… due interlocutori parlano dei soggetti più diversi – psicologia, cosmologia, fisica, biologia, letteratura, medicina –, con ipotesi e obiezioni che si susseguono incalzanti come le mani di una partita a carte. E non è tanto l’approfondimento dei singoli temi a interessarli, quanto il movimento stesso del loro pensiero, il bagliore dei loro processi cerebrali".
Pietro Citati in un articolo apparso su Repubblica (4 – 3 – ’08), dopo avere illuminato sapientemente il pensiero dello scrittore francese, conclude sostenendo che “... nell’ ’Idea fissa’ la controfigura di Valéry pretende di giungere alla precisione assoluta. Ma poi non raggiunge nessuna meta […] abbiamo ascoltato soltanto il lungo delirio di un folle che non riesce a dormire”. Mi permetto di dissentire. Se è vero che si sa del presto levarsi di Valéry e lui stesso dice della sua morbosa insonnia, mi pare altrettanto vero che l’illustre critico abbia dormito un po’ troppo, sicché la sua conclusione sul testo valeriano patisca forse di valeriana presa per sbaglio.
Lo vedo, invece, come un libro profondo e lieve al tempo stesso. Quel suo svariare tra vari saperi nulla ha di delirante, ma s’impernia su di una centralità culturale interdisciplinare tra umanesimo e scienza. Un’esperienza che, rinnegando la Storia, spia e profetizza dinamiche future come si può rintracciare in parole scritte da Valéry in Letterature: “La venerazione del passato conduce a un pessimismo ingiustificato sul presente e impedisce di capire che l'avvenire non è già più quello che era”.

Ho chiesto a Valerio Magrelli un flash su questo libro.

Rispetto all’insieme della produzione di Valéry, "L'idea fissa" rappresenta un testo talmente ricco da apparire come una specie di centone. Pur senza avere la densità e la coerenza di altri dialoghi (da “Eupalino” a “L’anima e la danza”), quest’opera colpisce per la sua straordinaria varietà. Infatti l’autore la compose attingendo a piene mani all’immenso deposito dei quaderni che andava accumulando anno dopo anno. Il tutto, mescolato con il tema della delusione amorosa subita dall’insonne protagonista, così cocente da apparire quasi una confessione autobiografica. Una simile ipotesi, del resto, sembra trovare conferma in una affermazione dell’autore riportata da Yanette Delétang-Tardif: “Guarda, guarda, cara Yanette, l'Idea fissa: lo sa che secondo me questo libro è una delle cose più significative che ho fatto?”

Paul Valéry
“L’idea fissa”
A cura di Valerio Magrelli
Pagine 152, Euro 12:00
Adelphi


Viaggi Presentimentali


E’ questo il titolo di una nuova collana lanciata da Luca Sossella che ha caratteristiche editoriali innovative nel rapporto autore-lettore.
Le opere presentate, infatti, saranno composte appositamente per i sottoscrittori, durante il periodo stesso in cui si articolerà il loro patto con l’autore. A partire dalla pubblicazione del primo fascicolo, i lettori e committenti dell’opera potranno contattare ogni domenica, per commenti, suggerimenti e questioni relative allo stato del lavoro, il loro autore (o sotto-sottoscrittore) attraverso questo sito.
Alla fine di ogni fascicolo, l’editore, dopo l’elenco dei sottoscrittori, pubblicherà il resoconto dei costi e dei ricavi dell’intera operazione.
Nella fotina l’elegante logo – ideato da Alessandra Maiarelli - della nuova collana.

Il primo titolo dei Viaggi Presentimentali è Dai cancelli d’acciaio di Gabriele Frasca qui in una conversazione ch'ebbi con lui nella mia taverna spaziale sull'Enterprise qualche anno fa, ma che conserva ancora caratteri d’attualità.

Che cosa succede la notte fra il venerdí e il sabato nella megadiscoteca Il Cielo della Luna, sorta in un niente, come un bubbone o un fungo, a Santa Mira? E che cosa ci fa lí, appeso come un quarto di bue in un alveare di schermi rilucenti, il segretario privato del cardinale Bruno? C’entra qualcosa il cosiddetto Protovangelo di Giovanni? O è invece la prospettiva di partecipare da protagonisti ai dvd commercializzati dalla Defective Vows Disc a indurre ogni volta centoquarantasette persone a dissipare i propri soldi, e non solo, nei sotterranei del locale? E perché si contendono una cintura piena di esplosivo i rispettabili professionisti che affollano mascherati le riunioni dei Figli dell’Evento? Per saperne di piú, come già detto, basterà cliccare QUI e richiedere Dai cancelli d’acciaio, il romanzo in cinque fascicoli (o file mp3 con la voce dell’autore) che Gabriele Frasca scriverà solo per i sottoscrittori.

A Gabriele ho chiesto di parlare su questa estrosa formula scrittoria. Così ha risposto.

Non c’è innovazione che non recuperi qualcosa di già sperimentato e dimenticato. Il sistema adottato, non solo per la diffusione, ma anche per la stesura stessa di “Dai cancelli d’acciaio”, è quello che ha fatto la fortuna del romanzo nel suo nascere, vale a dire del romanzo inglese del XVIII secolo, e delle opere di Laurence Sterne in particolare. Le famose apostrofi al lettore di Sterne non erano una trovata comica, erano il puntuale ribadimento di un contatto privilegiato. Il romanzo nasce insomma per la periodicità e per la creazione in contemporanea di una più o meno grande, o piccola, comunità di lettura. Ora, grazie al blog, c’è anche la possibilità che questa comunità possa rispondere alle chiamate in causa dell’autore. Il massimo del democratico e il massimo dell’elitario: ma soprattutto la nascita di un gruppo di ascolto, in grado di discutere le questione sull’oggi che solleverà il romanzo. Per questo i sottoscrittori di “Dai cancelli d’acciaio” saranno i committenti, gli editor e i recensori dell’opera.


Guglielmo Achille Cavellini


Il lavoro di Guglielmo Achille Cavellini detto GAC (1914 -1990) sta finalmente prendendo luce ed attenzione collezionistica dopo anni di silenziosa, e per molti di noi tormentosa, attesa dovuta sia alla sua particolare ed anticipatrice formula artistica sia alla pigrizia mentale, per non dire di peggio, di tanti critici.
L’autore, infatti, dalla metà degli anni Sessanta ha iniziato un’opera di scomposizione e rielaborazione del sistema dell’arte, tracciato che sembra oggi ripreso da alcuni artisti attenti alla trasformazione dei linguaggi e del ruolo dell’artista in contrapposizione al sistema dell’arte.
Un lavoro che è sfociato nel 1971 nell’ “autostoricizzazione” mettendo l’Io artistico in un autoironico primo piano.
Nella foto: “The portrait by Claudio Costa (1972), which illustrates the evolution from Neanderthal Man to Cavellini”.

Martedì 11 marzo 2008 alla Galleria Fabbrica Eos in Piazza Baiamonti 2 a Milano verrà inaugurata una mostra di alcune opere dell’artista, lavori che riflettono i periodi centrali della sua vertiginosa produzione che, partendo dalla metà degli anni Quaranta, si è conclusa con la sua scomparsa avvenuta nel 1990.
Durante la serata verrà presentato un libro-catalogo curato dall’Archivio Cavellini per la Florence Lynch Gallery di New York.
Il catalogo, con testo introduttivo all’opera della critica newyorkese Sue Spade, verrà presentato in seguito, il 17 marzo, all’Istituto Italiano di Cultura di New York e servirà come contributo alla mostra di Cavellini che la Galleria Florence Lynch inaugurerà il 20 marzo.

Info: 030 – 28 02 00
cavellini@alice.it


Batavia: Birichin e Diabolik


Il primo novembre del 1962 apparve, edito dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, il primo numero di uno dei più famosi fumetti italiani: Diabolik.
L’albo era intitolato “Il Re del Terrore” (nella foto la storica copertina), il protagonista era allora fidanzato con Elisabeth Gay, ma presto la lasciò, appena al terzo numero della serie, dopo l’incontro con la fascinosa Eva Kant con la quale, sempre in lotta con l’Ispettore Ginko, vive ancora oggi spericolate avventure a Clerville, la capitale dell'omonimo stato immaginario in cui compie le sue attività criminali.
Il successo di Diabolik s’è esteso oltre la cellulosa, entrando nel mondo della celluloide nel 1967 con un film del grande Mario Bava; non ebbe un grosso successo in Italia, ma fu molto apprezzato dai ‘Cahiers du Cinéma’ e diventò un piccolo culto all'estero.
Oltre lo schermo, Diabolik lo troviamo pure in videoclips, come quello dei Tiromancino girato da Lamberto Bava, figlio di Mario, e in un altro della band hip-hop americana Beastie Boys.
Anche la pubblicità ha usato il personaggio con mascherina e calzamaglia: in campagne contro l’eccesso di velocità e l’abbandono di animali lungo le strade.
Alla Rai, alla metà degli anni ’80 la celebre coppia ideata dalle Giussani comparve per la prima volta in un vertiginoso audiofumetto in 20 puntate – “Diabolik ed Eva Kant uniti nel bene e nel male”, testo e regìa di Lamberto Lambertini – prodotto da Pinotto Fava nella serie sperimentale ‘Audiobox’ da lui diretta su RadioUno.
Né poteva mancare Diabolik nei videogames, ed eccolo protagonista di alcuni videogiochi della italiana Simulmondo all'inizio degli anni ’90, e, nel 2007, in un’avventura grafica completamente in 3D dell’Artematica.
Ora Diabolik ed Eva Kant, parcheggiata (ovviamente in divieto di sosta) la loro Jaguar E-Type, in Via Monti davanti al civico 16/a, li troviamo nel ristorante torinese del grande Chef Nicola Batavia che accanto alle prelibatezze che si gustano nel suo locale 'L Birichin offre alla clientela la visione della malandrina coppia effigiata in stampe artistiche della Mycrom – esclusivista mondiale delle immagini di Diabolik e di Eva Kant – che ha esordito nel 2007 con la Diabolik Collection.
Del celebre fumetto, sono state selezionate alcune immagini tratte da opere pubblicate dall'editore Astorina, firmate da illustratori quali Sergio Zaniboni, Ferenc Pintér, Franco Paludetti, Enzo Facciolo.
Per la Collezione 2008, cinque i soggetti disegnati ad hoc da Sergio Zaniboni, autore nel 2001 dell’illustrazione di Eva Kant Classic, oggi “cult” della Diabolik Collection della Mycrom.
Le stampe hanno invaso tutto il locale: pareti, pavimento, tavoli, sicché se i gioielli gastronomici ideati dal patron Nicola li vedrete sparire di colpo è facile immaginare da chi siano stati furtivamente sottratti.
Quest'iniziativa del funambolico Batavia… a proposito, si occuperà in esclusiva del catering per la Nike-vip-house durante le Olimpiadi di Pechino… s’inserisce in una serie di esposizioni mensili che allietano quest’anno lo sguardo dei suoi clienti.

‘L Birichin
Via Monti 16/a, Torino
tel./fax: 011 – 65 74 57
Chiuso la domenica


Storie di vampiri


Il titolo della nota non tragga in inganno, non sto per parlare degli indagati presenti nelle liste del PdL.
Voglio solo presentare un libro della Newton Compton che proprio Storie di vampiri è intitolato.
Il ‘fantastico’ è uno dei generi letterari più antichi, alcuni studiosi, infatti, ne rintracciano origini in lontane mitologie che narravano di spiriti (spesso per ingraziarseli) e delle loro gesta in mondi dell’aldilà.
In epoca moderna, la letteratura fantastica, per comune accezione, è quella che s’esprime in una pluralità di generi che vanno dal gotico all’horror a parte della fantascienza.
Articolate classificazioni e studi critici di grande spessore sono stati svolti su quella letteratura; tra gli studiosi in tale senso impegnati vanno ricordati Italo Calvino e il franco-bulgaro Tzvetan Todorov.
A parlare di fantastico, gotico, horror, Il pensiero corre sùbito al più noto dei personaggi tenebrosi, il famoso (o famigerato, fate voi) Dracula nato nel 1897 dalla penna dell’irlandese Bram Stoker. Ma prima di quella conosciutissima opera, nell’800, già fanno la loro glaciale apparizione altre storie vampiresche. Le ricorda, ad esempio, Fabio Giovannini in “Prima di Dracula”, un libro di Stampa Alternativa del 1999: la beffa di Prosper Mérimée che con “La Guzla” architetta un falso, le vampire dell’antica Roma rievocate da Marcel Schwob, l’anonimo “Bacio di Giuda” del 1893 illustrato da Aubrey Beardsley, fino al primo vampiro omosessuale che si conosca dovuto alla penna del decadente conte Stenbock.
Nell’antologia Storie di vampiri, di cui dicevo in apertura, i due curatori – Gianni Pilo e Sebastiano Fusco – hanno svolto un egregio lavoro raccogliendo in questo volume oltre settanta tra romanzi brevi e racconti: storie di sangue, amore e morte in cui il Principe delle Tenebre è il protagonista assoluto. L’antologia contiene la letteratura nota e meno nota sull’argomento, proponendo i racconti di tanti autori che, sulla scia del famoso pallido Conte hanno immortalato la figura del Vampiro appassionando i lettori fino ai nostri giorni.
Accuratissima è la bibliografia, ricca la filmografia, puntuali ed estese le schede biografiche dei tanti scrittori presenti nel ponderoso libro.

Gianni Pilo e Sebastiano Fusco
“Storie di vampiri”
Pagine 1034, Euro 9:90
Newton Compton Editori


Gran Via


Ben due città, Madrid e Barcellona, hanno una strada che si chiama Gran Vía e da qui deriva il nome che si è data una casa editrice, nata nel gennaio 2006, che alla letteratura spagnola dedica prevalentemente le proprie energie.
L’italiana e quella spagnola sono per più versi culture gemelle, anche se con aspetti eterozigoti e non monozigoti, tant’è vero che da loro non esiste un partito che si chiama “Arriba España”, il premier col Papa si limita a cordialmente accoglierlo senza però seguirlo in Chiesa, esistono leggi che autorizzano libertà civili da noi impensabili.
A questo punto mi viene il dubbio che, poi, non siano culture tanto gemelle… diciamo cugine, và... così rischio di meno.
A guidare Gran Vía è Fabio Cremonesi. Milanese, 39 anni, una formazione da storico dell'arte medievale, già dirigente nella consociata spagnola di una multinazionale delle telecomunicazioni. Essendo uno dei pochi italiani che non ambisce a scrivere ha deciso di diventare editore.
Lo spunto per parlare di Gran Vía, mi è dato dall’uscita di Mala suerte un allegro, scanzonato noir che però s’avvale di un’intrigante, sorvegliatissima, struttura.
Il libro è stato premiato alla “Semana negra” di Gijòn come miglior noir in lingua spagnola.
L’autore è Juan Aparicio-Belmonte, per saperne di più su di lui, visitate il suo sito web; per una scheda sul libro CLIC!

Fabio Cremonesi oltre ad essere editore del volume n’è anche il traduttore.
A lui ho chiesto: quali particolarità stilistiche hai trovato in Juan Aparicio-Belmonte? Che cosa potrà dare al lettore italiano "Mala suerte" in un momento in cui il genere 'noir' è molto frequentato e, perfino, inflazionato?

Aparicio-Belmonte è un autentico sabotatore del genere noir, ne sfrutta le convenzioni, gli stilemi e i luoghi comuni per riderne insieme al lettore, e al contempo per ritrarre – in tono esilarante – la borghesia spagnola di oggi vista “dall’interno” (Aparicio-Belmonte è quello che a Parigi definirebbero un ‘BoBo’, ossia un ‘bourgeois bohemienne’). Un altro aspetto molto interessante è la sua attenzione per l’architettura dei suoi romanzi, che sono dei raffinati congegni in cui, come in un disegno di Escher, il lettore non sa mai esattamente in che punto si trova: Aparicio-Belmonte gioca con lui, lo prende in giro, ogni indizio che semina è un trabocchetto, ogni personaggio un labirinto e una giostra. Ancora più che in "Mala suerte", questo è particolarmente evidente ne “Il delirante circolo degli uccelli ubriachi”, di prossima pubblicazione sempre presso Gran Vía.

Quali le motivazioni che hanno indirizzato prevalentemente sulla letteratura spagnola di oggi la linea editoriale di Gran Vía?

La Spagna, un paese con cui l'Italia ha profondissime affinità storiche e culturali, negli ultimi trent'anni ha saputo rinnovarsi a un ritmo sorprendente in tutti i campi - sociale, economico, politico, culturale - e la letteratura è uno specchio fedele di queste trasformazioni, in certi casi ne è addirittura il motore: penso ad esempio al ruolo delle letterature in catalano, basco e galiziano nella questione delle autonomie, oggi centrale nella vita politica spagnola. Va anche detto che in generale gli autori spagnoli hanno il dono, abbastanza raro negli italiani, di parlare di temi anche parecchio “pesanti” con grande leggerezza di tono, ironia e auto-ironia.
Segnalo infine che l’interesse per la letteratura spagnola è per noi prevalente ma non esclusivo: abbiamo una piccola collana di autori italiani e in gennaio abbiamo lanciato una nuova collana di narrativa ispanoamericana
.

Juan Aparicio-Belmonte
“Mala suerte”
Traduzione di Fabio Cremonesi
Pagine 221, Euro 14:50
Gran Vía Edizioni


Maestri irregolari


Chiesero a Talete chi fosse da considerare un Maestro. Ed egli rispose che Maestro è colui che fornisce all’allievo la possibilità di superarlo in grandezza, anche con idee diverse da quelle apprese un tempo dal suo Maestro.
Antico dibattito è stabilire quale caratteristiche debba avere un Maestro. Poi la cosa si complica secondo le zone del mondo. Ad esempio, se non prendo la mia solita cantonata, mi pare che una delle differenze fra il Maestro com’è inteso in Oriente e com’è inteso in Occidente consista nel fatto che laggiù l’allievo scelga un Maestro solo mentre da noi è frequente il caso che il Maestro sia più d’uno. Non mancano, naturalmente, le eccezioni. Emilio Fede – giusto per dirne una – ha scelto un solo Maestro, o ammaestratore, fate voi.
Sia come sia, ho capito perché Filippo La Porta sia uno dei migliori critici letterari (anche se la dizione nel suo caso rischia d’essere restrittiva) di cui disponiamo. L’ho capito leggendo Maestri irregolari Una lezione per il nostro presente pubblicato di recente da Bollati Boringhieri.
Nel libro, infatti, elenca quelli che ritiene Maestri. Tutti irregolari. Come felicemente irregolare è La Porta.
Apre l’Introduzione con un suo ricordo scolastico che ci aiuta a capire il significato di irregolare: “… A quindici anni, mentre il professore in classe insegnava Manzoni, leggevo di nascosto Marcuse e Sartre [….] la scuola mi annoiava ed esasperava, né mi dava alcun stimolo intellettuale […] sentivo che la cultura era dalla mia parte, dalla parte di chi non si conforma, mentre dall’altra parte c’era l’istituzione, il potere, la burocrazia…”.
Seguono ritratti di figure esemplari, a ciascuna delle quali è dedicato un sintetico, folgorante saggio. I nomi: Nicola Chiaromonte, George Orwell, Simone Weil, Albert Camus, Ignazio Silone, Arthur Koestler, Carlo Levi, Hannah Arendt, Christopher Lasch, Pier Paolo Pasolini, Ivan Illich
Filippo La Porta, critico e saggista, è autore di “Non c’è problema. Divagazioni morali su modi di dire e frasi fatte” (Feltrinelli); “Manuale di scrittura creatina. Per un antidoping della letteratura” (Minimum fax); “Narratori di un Sud disperso. Cuntastorie in un mondo senza storie” (L’ancora del Mediterraneo); “Pasolini. Uno gnostico innamorato della realtà” (Le lettere).
Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato “La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo” e “L’autoreverse dell’esperienza. Euforie e abbagli della vita flessibile”.
Dal 24 aprile ’08 sarà in libreria un suo nuovo testo: “Diario di un patriota perplesso negli Usa”, edito da e/o.

A lui ho chiesto: introducendo il libro, scrivi che adesso “nessuno vuole eleggere nessun altro a suo maestro: se ne sentirebbe sminuito! Non si ammira più nessuno. Tutt’al più lo si invidia”.
Perché questo accade oggi e non avveniva un tempo?

Non si ammira più nessuno per due ragioni. Innanzitutto, per quanto riguarda l'ammirazione verso scrittori, artisti, pensatori, eccetera, credo che la cultura non sia più sentita come quella cosa sovversiva che a quindici anni io contrapponevo al conformismo e ai doveri scolastici. Per un adolescente oggi la cultura tende a confondersi con tutto il resto, ad essere un consumo tra gli altri, forse solo un po' più noioso, certo in nessun caso competitivo con playstation e giochi interattivi (implica una "passività" creativa, direi inattuale). Dunque perché ammirarla?
E poi ammirare qualcuno, eleggerlo a maestro, implica un atto di umiltà, anch'esso piuttosto anacronistico. Nella attuale cultura democratico-egualitaria dei diritti (o meglio in una sua lettura perversa) se conferisco a qualcuno una speciale autorità morale in un certo senso mi sminuisco. Tanto più il consumatore è eterodiretto e manipolato quanto più vuole sentirsi - del tutto illusoriamente - autonomo e autosufficiente.
Eppure di maestri abbiamo bisogno, per capire meglio qual è il "limite" nella nostra esperienza, e anche per litigarci
.

Filippo La Porta
“Maestri irregolari”
Pagine 154, Euro 14:00
Bollati Boringhieri


Ricordi e Commenti


“Un artista è semplicemente un maiale che cerca tartufi”.
“Più l’arte è controllata, limitata, lavorata, e più è libera”.
“La musica esprime soltanto sé stessa”.
“Gli artisti mediocri prendono in prestito, quelli grandi rubano”.

Questi sono alcuni aforismi attribuiti a Igor Strawinskij, una delle figure artistiche che più incisivamente ha segnato il secolo scorso.
‘Il rapporto di Strawinskij con le parole’ – nota Emanuele Ferrari – ‘è la storia di un amore-odio. La lunga carriera del compositore è accompagnata da dichiarazioni, interviste e da una nutrita corrispondenza, ma lo spiegarsi a parole ha qualcosa di paradossale. L’autore ama ribadire la sua scarsa fiducia nelle possibilità del linguaggio verbale, ma riconosce d’altra parte che quando parla, parla troppo e conclude: il che è un’ironia, perchè io non credo nelle parole, perlomeno non come credo nella musica”.
Robert Craft ha ascoltato a lungo le parole del musicista russo, è l’uomo che gli è stato più vicino perché “fin dagli anni Cinquanta ho accompagnato il compositore nelle sue tournée concertistiche, e dalla metà degli anni Cinquanta al termine della sua vita (1971) ho condiviso con lui la direzione dei suoi concerti”.
Ma Craft è stato molto di più perché ha seguito anche vicende familiari del Maestro e i non sempre facili rapporti contrattuali con il mondo della musica e quello della carta stampata.
Ecco perché il libro Adelphi da poco in libreria firmato Igor Stravinskij ° Robert Craft e intitolato Ricordi e Commenti è un documento imperdibile non solo per musicisti, musicologi, amanti della musica, stimatori di Strawinskij, ma anche per quanti sono interessati a capire come un Genio può agire la propria vita tra grandezze e piccole noie, tra magnificenza del gesto creativo e necessità pratiche.
Robert Craft conduce i lettori, ricordando quanto ascoltato dal Maestro, non soltanto attraverso i vent’anni in cui gli visse accanto, ma anche lungo i lontani anni di San Pietroburgo, tra immagini della famiglia di Strawinskij, fra le trepidazioni del tempo della formazione.
Ancora Craft: “Questa nuova versione delle ‘Conversations’ in volume unico presenta in ordine cronologico le fasi della vita di Strawinskij: russa, svizzera, francese e americana. […] La nuova struttura lineare paese-per-paese mette meglio a fuoco le riflessioni di Strawinskij sulla propria vita familiare, su colleghi e amicizie personali, e colloca le composizioni maggiori nel loro ambiente culturale”.
Nel corso della narrazione, lampeggiano gli incontri del compositore con alcuni dei grandi nomi del secolo scorso: da Satie a Picasso, da Proust a D’Annunzio, da Matisse a Puccini, da Valéry a Segovia a Monet.
Il volume s'avvale di una documentazione fotografica con alcune rare immagini di Strawinskij, dei suoi familiari, di amci del compositore, di carte autografe.

Per una scheda sul libro: QUI.

Igor Stravinskij ° Robert Craft
“Ricordi e Commenti”
Traduzione di Franco Salvatorelli
Pagine 414, Euro 36:00
Adelphi


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