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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

A teatro nelle case

Ho conosciuto il Teatro delle Ariette in una lontana edizione del Festival di Santarcangelo, ci scambiammo poi delle mail, ne derivò anche un incontro nella mia taverna spaziale sull’Enterprise di Star Trek. Era il 2006, ma, quanto dissero in quell’occasione credo ancora li rappresenti.
Per chi non li conoscesse, ecco anche un video tratto da uno spettacolo (spettacolo simbolo del loro lavoro è stato definito) replicato centinaia di volte, anche con numerose presenze all’estero. Nella parte iniziale è raccontata la storia delle origini di questo singolare gruppo scenico.

Veniamo ai nostri giorni.
Da domani nel Comune di Valsamoggia, nelle località di Bazzano, Monteveglio e Castello di Serravalle, si svolgerà la diciottesima edizione del Festival d’autunno "A teatro nelle case", un progetto nato nel 1997, direzione artistica del Teatro delle Ariette, con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Valsamoggia, Fondazione Rocca dei Bentivoglio, in collaborazione con l’Associazione Carta | Bianca.
Nella casa delle Ariette, e nel territorio circostante, saranno ospitati artisti e compagnie con omogenea tensione etica e poetica incontrate in questi anni nel percorso creativo.
Il tema che legherà i dieci giorni di spettacoli e incontri di studio è Sentire vicino, guardare lontano.

A conclusione del Festival, al Deposito degli Attrezzi, sarà presentato in prima nazionale il nuovo lavoro del Teatro delle Ariette “Sul tetto del mondo” (9 e 10 ottobre ore 20.30), con Paola Berselli, Maurizio Ferraresi, Stefano Pasquini, regia Stefano Pasquini.
A un chilometro e mezzo dalle Ariette, salendo su per Via Cassole, si arriva alla cima del colle più alto della piccola valle del Rio Marzatore, luogo chiamato dalle Ariette “Il tetto del mondo”.
Da venticinque anni ormai, viviamo all’ombra di quel colle – dicono alle Ariette – e ogni tanto, a piedi, saliamo su fino in cima per guardare il mondo. Quando siamo su in cima, ci teniamo per mano, restiamo in silenzio e guardiamo lontano. Abbiamo fatto questo spettacolo per condividere con voi questo sguardo, che non sappiamo spiegare con le parole.
Al centro dello spazio scenico due grandi tavole basse, con sopra le cose da mangiare che la natura e il lavoro dell’uomo ci offrono per celebrare le gioie ed alleviare i dolori dell’esistenza. Sul fondo un teatrino-finestra per guardare fuori, ogni tanto. Il resto sono gesti e parole che raccontano il tempo della vita come se fosse un gioco, un teatro delle utopie e delle passioni, il sogno di due spaventapasseri
.

Per il programma di "A teatro nelle case" cliccare sul sito web del teatro delle Ariette.

Ufficio stampa e promozione: le Staffette
lestaffette@gmail.com
Raffaella Ilari, mob. +39.333.4301603
Marialuisa Giordano, mob. +39.338.3500177

Teatro delle Ariette
A teatro nelle case
Loc. Castello di Serravalle-Valsamoggia (Bologna)
Prenotazione telefonica obbligatoria: +39.051.6704373
Dall’1 al 10 ottobre ‘14


Arte italiana del terzo millennio


Prima di parlare del libro edito da Mimesis che troverete fra poco citato in questa pagina, segnalo un’iniziativa della stessa casa editrice che si concretizza in un impegnativo quanto lodevole progetto a cura di Luca Taddio.
Si tratta del Mimesis Festival Arte, Filosofia, Diritto che si terrà a Udine dal 15 al 19 ottobre.
Per conoscere il programma e i suoi protagonisti, cliccare QUI.

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Lo scenario delle arti visive in Italia, in questo inizio del nuovo secolo, presenta, da parte degli artisti, dei galleristi, dei critici, una pluralità di scelte espressive e direzioni di ricerca da rendere interessante sia l’osservazione del presente sia la previsione del futuro.
Interessante ma anche difficile perché bisogna disegnare una mappa che innanzitutto permetta di raggiungere tanti territori e poi di esplorarli per capirne la natura del terreno, i suoi frutti sperando – almeno così io la penso – di trovarne quelli che contengano provvidi veleni finora sconosciuti.
Chi si è posto quest’ambizioso progetto, felicemente realizzato, è una delle giovani voci forti della critica d’arte italiana: Fulvio Chimento, per una sua biografia: CLIC.
Pubblicato da Mimesis, è autore di Arte italiana del terzo millennio I protagonisti raccontano la scena artistica in Italia dei primi anni 2000.
Lo strumento scelto da Chimento per indagare quest’arcipelago di vocazioni e tecniche, è quello dell’intervista, felice scelta perché il più adatto – come scrive Sebastiano Colombini, uno dei prefatori – “a conoscere meglio se stesso attraverso la scoperta delle idee altrui”.
Interviste realizzate via mail (cosa questa che essendo scritta permette a chi risponde di riflettere meglio su quanto va sostenendo che non in una risposta a voce) tra dicembre 2010 e gennaio 2012.

Traggo dalla presentazione del volume da parte dell’autore, alcuni passaggi che illustrano motivazioni e scelte delle rotte e delle derive della traversata da lui effettuata.
In “Arte italiana del terzo millennio” metto virtualmente in relazione tra loro personalità, stili e piani differenti del mondo dell’arte di oggi, accomunati dalla passione per lo studio e l’analisi della contemporaneità […] Nel selezionare gli argomenti dibattuti ho tenuto presente la primaria necessità di trattare problemi teorici relativi all’arte, anche attraverso l’utilizzo di domande che all’apparenza muovevano in direzione altra, un modo per mettere l’intervistato nella condizione di trasmettere la propria conoscenza con ampio respiro […] La scelta di inserire tutti gli artisti in un’unica sezione, senza suddivisioni tra i più affermati e i meno noti, ricalca la volontà di considerarli tutti potenzialmente uguali, almeno da un punto di vista narrativo, venendo meno a una di quelle regole non scritte che suggerisce di introdurre dei distinguo.

Dalla conclusione della prefazione di Chimento cito una frase di un artista che molto stimo – Cesare Pietroiusti, ospite di questo sito QUI – che così dice: “Giocare con le regole, disattivandole dall’interno dei loro stessi meccanismi”.

Circa la struttura del volume e i nomi citati, eccone l’indicazione.
Dopo una triplice introduzione per opera dell’autore, di Guido Bartorelli, Sebastiano Colombini, il volume si articola in cinque sezioni.

Agli artisti: Andrea Chiesi – Umberto Chiodi – Cuoghi Corsello – Paola de Pietri – Simone Fazio – Franco Guerzoni – Emilio Isgrò – Davide La Rocca – Loredana Longo – Eva Marisaldi – Walter Niedermayr – Orodè Deoro – Chiara Pergola – Cesare Pietroiusti – Davide Tranchina – Ettore Tripodi – Wainer Vaccari – Nico Vascellari - ZimmerFrei.

A curatori, critici, docenti universitari: Renato Barilli – Alessandra Borgogelli Fabrizio D’Amico – Gillo Dorfles – Francesca Fabiani – Stefano Ferrari – Filippo Maggia – Giovanna Monti – Luca Panaro – Tommaso Tuppini.

A direttori di Museo: Cristiana Collu – Beatrice Merz – Marco Pierini.

A direttori di riviste:Elisa Delle Noci – Rosanna Gangemi – Massimiliano Tonelli.

A Galleristi: Enzo Cannaviello – Paola Capata – Paola Guadagnino.

Fulvio Chimento
Arte italiana del terzo millennio
Pagine 254, Euro 20.00
Mimesis Edizioni


Il mouse e la matita (1)

Quali strade ha preso e quali evoluzioni ha subito il cinema d’animazione in Italia negli ultimi quindici anni, anche grazie all’avvento del digitale? Quali sono i nuovi autori scesi in campo e quali nuove forme, tematiche e stilemi si sono affermati?
Marsilio ha pubblicato Il mouse e la matita L’animazione italiana contemporanea che ha accompagnato l’omonima retrospettiva organizzata dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, e risponde a queste e ad altre domande esplorando il panorama dell’animazione di casa nostra, dal cortometraggio sperimentale e d’autore al lungometraggio mainstream, dal clip animato alla sigla e allo spot, fino alla web animation. Il tutto senza tralasciare i rapporti con il mondo delle arti visive, della grafica e dell’illustrazione e comprendendo un approfondimento sul suono e sulle tecniche e sui programmi di computer animation 2d e 3d.
Due saggi sono infine dedicati alle scuole in Italia - l’Isia di Urbino (che quest’anno compie 60 anni di attività) e il Csc di Torino - palestre che hanno formato e continuano a formare schiere di professionisti del campo.

Il volume è a cura di Bruno Di Marino e Giovanni Spagnoletti.

Bruno Di Marino, storico dell’arte contemporanea, è specializzato in sperimentazione audiovisiva, insegna Teoria e metodo dei mass media presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone.
Tra i volumi da lui scritti o curati segnalo: “Studio Azzurro. Tracce, sguardi e altri pensieri” (Feltrinelli, 2007); “Pose in movimento. Fotografia e cinema” (Bollati Boringhieri, 2009); “La messa in scena delle cose” (2011); “Hard Media. La pornografia nelle arti visive, nel cinema e nel web” (Johan & Levi, 2013) che fu lo spunto, ci crediate o no, per un viaggio in sua compagnia sull’Enterprise di Star Trek; cliccare per credere
I suoi saggi sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Portogallo, Germania, Russia, Giappone, Cina, Ungheria.Tante sono poi le mostre da lui curate.


Giovanni Spagnoletti professore di Storia e Critica del Cinema all’Università «Tor Vergata» di Roma e direttore artistico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. È il direttore della rivista trimestrale di studi cinematografici «Close-up» e del mensile su Internet «Close-up on Line». Autore e/o curatore di più di sessanta pubblicazioni ha collaborato e/o collabora a «Studi Germanici», «Bianco&Nero», «Cineforum», «Altro Cinema», «Movie», «Il Manifesto», «L’Unità», «Il Mattino», «Rinascita», «L’Espresso», a RAI 3 e ai quotidiani tedeschi «Süddeutsche Zeitung» e «Frankfurter Rundschau» (Francoforte).

Il libro si apre con “Appunti per una storia dell’animazione italiana prima del 2000” di Bruno Di Marino. In realtà si tratta di parecchio più di “appunti” perché Di Marino riesce a fare, com’è nel suo stile che ho già rilevato in altri suoi lavori, storia e critica nello stesso tempo.
Partendo dai primi del secolo scorso, arriva agli anni ’60 e ’70 che segnano un rinnovamento di tecnica e stili dopo gli anni ’50 sostanzialmente di tradizione.
Sono tracciati i profili d’importanti autori quali Bozzetto, Giannini-Luzzati, Manfredi-Gomas, Pino Zac. Ed ecco poi le arti applicate dell’animazione: spot, sigle, trailer e titoli di testa; il cinema d’artista con un flashback sugli anni ’30 fino a Luca Patella, Magdalo Mussio, Pino Pascali, al “caso” rappresentato dal milanese Cioni Carpi.
Il percorso è concluso da quanto accade negli anni ’80 fra continuità e rottura col passato.

Il volume contiene saggi di Paola Bristot – Pierpaolo De Sanctis – Bruno di Marino – Emiliano Fasano – Igor Imhoff – Alessandro Izzi – Chiara Magri – Andrea Martignoni – Fabio Rocci, Federico Rossin.

Conversazioni con Mario Addis – Basmati – Leonardo Carrano – Magda Guidi – Simone Massi – Cristina Diana Seresini – Federico Solmi – Iginio Straffi – Virgilio Villoresi .

Segue ora un incontro con Bruno Di Marino


Il mouse e la matita (2)

A Bruno Di Marino (in foto) ho rivolto alcune domande
Quali segnali vanno letti nel titolo “Il mouse e la matita”?

Il titolo allude a una realtà sospesa tra passato e futuro, tecnica e tecnologia, materia e software; esplicitando da un lato l’indispensabile ricollegarsi al mondo delle arti visive, ma anche della grafica e dell’illustrazione, dall’altro lo sforzo di guardare avanti, accettando anche la sfida hi-tech.

Mentre la pubblicità e la videomusica s’avvalgono talvolta dell’animazione, perché in Italia è scomparsa quasi del tutto la committenza televisiva?

Naturalmente parliamo dell'animazione sperimentale e d'autore, perché quella per ragazzi, seriale e mainstream campa ancora sulla committenza televisiva. Diciamo che per l'animazione autoriale non c'è mai stato il supporto della tv, si tratta di opere quasi sempre autoprodotte, destinate quindi a circuiti alternativi, come quelli dei festival.

In questo panorama non incoraggiante, com'è possibile dare maggiore visibilità al cinema di animazione d'autore in Italia?

E' una bella domanda. Intanto Sky Arte ha realizzato uno speciale di 40 minuti sulla retrospettiva pesarese e si appresta a fare altro su questo argomento, ma non posso anticipare nulla anche perché non sono coinvolto direttamente nel progetto. Mi sembra comunque incoraggiante. Per il resto la visibilità la si ottiene attraverso l'educazione, nel senso che bisognerebbe far circolare nelle scuole questo tipo di animazione, molto istruttiva per educare i bambini a un nuovo e diverso modo di vedere. Abituandoli insomma anche alla raffinatezza nel disegno, oppure a comprendere che animazione non è solo Pixar e Dreamworks ma c'è anche dell'altro. Dai film astratti al computer usato in un certo modo. Certo, mi prendo conto che questo è uno sforzo titanico e soprattutto è diretto agli spettatori più piccoli, da 3 ai 6 anni, poi il gusto comincia un po' a corrompersi e le esigenze sono diverse. Poi naturalmente per dare maggiore visibilità bisognerebbe per esempio trasmetterli in tv o comunque farli conoscere nel circuito delle sale, cosa che mi pare ancora più improbabile.

È possibile, riconoscere fra gli autori emersi in questi ultimi quindici anni una cifra, un solo dato, che possa accomunarli, oppure no? Se no, perché?

Non mi pare ci sia una cifra stilistica univoca, anzi è proprio nella diversità anche delle tecniche che si caratterizza l'animazione cosiddetta "non ortodossa" o sperimentale. Certo, se si prendono gli animatori usciti dall'ISA di Urbino magari si possono riscontrare dei tratti in comune, soprattutto per quanto riguarda l'uso del disegno per simulare i movimenti di macchina cinematografici, poi c'è uno stretto rapporto tra animazione e illustrazione, ma in generale c'è un panorama variegato quindi è difficile incasellare autori che sono poco uniformabili.

Bruno Di Marino
Giovanni Spagnoletti
Il mouse e la matita
Pagine 224, Euro 20.00
Marsilio


FantastikA Dozza


Si trova in provincia di Bologna Dozza che meritatamente fa parte dell’elenco dei Borghi più belli d’Italia.
Nota anche per essere la località che ospita la Biennale del Muro Dipinto, ha un’intensa attività di mostre e rassegne promosse dalla Fondazione Dozza Città d’Arte.

Per esemplificare, ricordo che mesi fa segnalai Lampi di luce, poi Cento ventagli d'autore ed oggi FantastikA, due giorni di fantascienza, epica e fantasy, annunciata dalla presidente della Fondazione, Simonetta Mingazzini e da Ivan Cavini coordinatore della manifestazione che intende diventare un appuntamento fisso per appassionati del genere e turisti.
Dice Cavini: La mission di FantastikA è quella di fornire ai giovani autori e agli artisti contemporanei, una vetrina per le loro opere a tema fantastico, di promuovere nuove professioni creative legate ai comics, al cinema d’animazione ed alla letteratura, senza discriminazione di tecnica o stile.
Mingazzini precisa: Nei giorni di sabato 27 e domenica 28 settembre, la Rocca di Dozza sarà animata da dibattiti, mostre artistiche, sketch session, incontri con gli artisti e gli autori, fumetti, editoria e gioco. I temi e gli spazi dedicati saranno particolarmente indicati anche per le scuole, di cui abbiamo già riscontrato interesse e ricevuto adesioni.

FantastikA è realizzata in collaborazione con il Comune di Dozza, l’Associazione di Studi Tolkieniani, Enoteca Regionale Emilia-Romagna, Vari.china.

Per il Programma: CLIC!

Per sapere degli ospiti: RICLIC!

FantastikA
Fondazione Dozza Città D’Arte
Piazza della Rocca
Info:segreteria@fondazionedozza.it
Tel e fax +0390542678240
27 e 28 settembre ‘14


Celacanto

Credo di non essere il solo ad aver letto soltanto pochi giorni fa per la prima volta la parola che dà il titolo a questa nota.
A sentirla pronunciare può sembrare la promessa di una serenata, ma poi l’Enciclopedia Treccani smentisce intenzioni canore e spiega che si tratta di una creatura marina, infatti, si legge come segue.

Celacanto. Pesce del genere Latimeria, considerato un fossile vivente; unico rappresentante attuale dei Celacantiformi, contemporaneo dei Dinosauri.
Sembra essere il testimone vivente del passaggio dei Vertebrati dalla vita acquatica a quella sulla terraferma.
I celacanti vivono a una profondità di circa 150 metri, raggiungono i 2 metri di lunghezza e vivono circa 20 anni”.

E proprio con quel nome, la Casa Editrice Laterza ha deciso di chiamare una nuova collana (in foto l’acquatico logo) destinata ai più giovani lettori.

L’Ufficio Stampa così la presenta.
CELACANTO è la nuova collana per ragazzi degli editori Laterza. Una collana pensata per parlare di storia senza mai perdere il gusto del racconto, dell’avventura, dell’immaginazione. Alcuni tra i migliori storici e scrittori italiani e internazionali raccontano le vicende, i personaggi, i popoli del passato, le grandi esplorazioni e le scoperte scientifiche, catturando l’attenzione e la fantasia dei piccoli lettori. Le illustrazioni sono firmate da disegnatori di grande prestigio.
Qui le schede dei libri con le notizie sulle uscite e gli autori
.

I primi titoli da oggi 25 settembre


Bau A3D


BAU è un’Associazione culturale no profit. Nasce nel 2004 a Viareggio per opera di un gruppo di artisti e curiosi attenti ai multiformi aspetti della cultura del nostro tempo. Grazie a una rete diffusa e in costante espansione di contatti, il progetto si materializza ogni anno nel cofanetto BAU Contenitore di Cultura Contemporanea.
La pubblicazione, già approdata in numerosi musei, biblioteche e collezioni internazionali, dal Mart di Rovereto alla Tate Modern di Londra, è prodotta in tiratura limitata di 150 copie, con contributi originali numerati e firmati di numerosi autori internazionali.
Ora, la GAMC di Viareggio in collaborazione con l’Associazione culturale BAU presenta il nuovo numero di questa rivista/laboratorio affermatasi fra le più originali pubblicazioni d’artista attive oggi in Italia. Dopo le prime dieci scatole in tiratura di 150 copie, prodotte nel formato UniA4 con lavori in prevalenza bidimensionali e su carta, BAU Undici A3D è uno speciale numero che raccoglie, in un cofanetto formato UniA3, su progetto grafico di Gumdesign, cinquantatre opere originali in tre dimensioni (micro-sculture, oggetti poetici, tracce d’affezione) di altrettanti autori internazionali, più un opuscolo redazionale con testi di critici d’arte e direttori di musei quali Valerio Dehò, Duccio Dogheria, Patrizio Peterlini, Marco Pierini, Maurizio Vanni, Alessandro Vezzosi.
BAU ha coinvolto, in undici anni di attività, oltre seicento partecipanti da trenta nazioni operanti nelle più diverse discipline, dalla poesia sperimentale al libro d’artista, dalla musica alla video-arte, dalla fotografia alla performance. Alcuni autori di BAU A3D saranno presenti alla GAMC di Viareggio sabato 27 settembre con performance, azioni poetiche, proiezioni e installazioni temporanee. L’incontro, a cura della redazione BAU, sarà introdotto da Alessandra Belluomini Pucci, direttrice della Gamc, e presentato da Vittore Baroni, Antonino Bove, Luca Brocchini.

Scrive Patrizio Peterlini in BAU 11: Se penso a BAU penso ad una scatola piena di sorprese. Un contenitore che nel corso degli anni è diventato sempre più grosso, più ingombrante. Un vero e proprio pacco che non si sa mai bene dove sistemare nella libreria. Se lo si apre, il suo interno trabocca sul tavolo, lo colora, lo scombina. Molte delle cose contenute si vorrebbero incorniciare ed esporre ma ci si rende subito conto che prima bisognerebbe cambiar casa. Quando penso a BAU, quindi, penso a qualcosa che occupa fisicamente uno spazio, che lo invade, lo conquista e lo converte ai propri canoni estetici. Una colata vischiosa che impregna di sé lo spazio con cui viene a contatto. Qualcosa che impregna l’aria, che s’infila negli interstizi e nelle pieghe, soprattutto nelle circonvoluzioni cerebrali, per risiedervi in modo latente e insistente per poter poi riemergere quando meno te lo aspetti.

Per i nomi dei partecipanti e altre informazioni: CLIC!

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
Palazzo delle Muse, Piazza Mazzini
Viareggio
Info:
gamc@comune.viareggio.lu.it
info@bauprogetto.net
sabato 27 settembre 2014
ore 17.00-19.00; ingresso libero


American Icons


“Se le nostre vite sono dominate dalla ricerca della felicità, allora forse sono poche le attività in grado di rivelare le dinamiche di questa ricerca – con tutto il suo entusiasmo e I suoi paradossi – come i nostri viaggi”.
Così scrive Alain de Botton in ‘The Art of Travel’.
Citazione che figura non a caso come epigrafe alla Premessa di un gran bel libro pubblicato da Franco Angeli nella collana Comunicazione e Società diretta da Vanni Codeluppi che, mesi fa, è stato ospite della mia taverna spaziale sull’Enterprise.
Il titolo del volume è American Icons Viaggio tra i luoghi più significativi della cultura americana, ne è autore Arthur Asa Berger.
È stato professore emerito di Broadcast and Electronic Communication alla San Francisco State University, dove ha insegnato dal 1965 al 2003. Visiting professor in Italia, Germania e Cina, ha partecipato a lezioni e convegni in molti Paesi. È autore di articoli e volumi che combinano i suoi interessi per i media, la cultura pop, lo humor e il turismo.

Citazione, quella di de Botton, giusta quant’altre mai per introdurre un libro che pur non essendo stricto sensu una guida turistica pur è un lussuoso Baedeker dove più del paesaggio osservato vale lo sguardo stesso dell’autore.
Per Asa Berger, infatti, conta vedere più che guardare. Guardare e vedere proprio sinonimi non sono; chiarisce, infatti, il Vocabolario Treccani: «Guardare: dirigere gli occhi, fissare lo sguardo su qualche oggetto, persona o panorama; non include necessariamente l’idea del vedere, in quanto si può guardare senza vedere».
Il viaggio del professor Arthur attraversa luoghi del paesaggio statunitense, vedendoli radicati nell'immaginario culturale americano, ai quali si avvicina "da straniero" e cioè, come insegna Georg Simmel (nel suo saggio “Lo straniero” del 1908), come colui che riesce ad essere più obiettivo di chi quei posti abita o vede quotidianamente, scorgendone il lato inconsueto.

I luoghi: Disneyland - Il Westin Bonaventure Hotel di Los Angeles - Il Gateway Arch di Saint Louis - Il Mall of America - Il Grand Canyon - Il Golden Gate Bridge – Las Vegas Strip – Lo Space Needle - La Statua della Libertà - Coney Island – La prigione di Alcatraz – Il monte Rushmore - Madison Avenue – Alamo – Graceland - Il Teatro cinese di Grauman – Il quartiere francese – Santa Fe, New Mexico - La Chinatown di San Francisco – Il World Trade Center.

Un viaggio interpretativo in una foresta di segni contenuta in ognuna di quelle icone, viaggio nel quale l’autore si avvale di teorie e concetti provenienti da epoche e paesi diversi che ben arricchiscono le pagine, ecco perché troviamo Bachtin accanto a Freud, Baudrillard a Peirce, Debord a Mc Luhan, e così via.
Viene così osservato un mondo che, visto dal vecchio continente, appare spesso irrazionale e privo di senso, ma che in realtà è solamente frutto di una cultura differente e può essere adeguatamente compreso se lo si vede con attenzione, come fa questo libro.

Arthur Asa Berger
American Icons
Traduzione di Pierluigi Micalizzi
Pagine 128, Euro 17.00
Franco Angeli


Naviga il Vascello

Dall’ottimo Ufficio Stampa del Teatro Vascello, Cristina D’Aquanno informa sulla prossima stagione di questa preziosa ribalta romana.
Si tratta di spettacoli di qualità – come potrete notare cliccando sul link a fine pagina – sia sul versante della prosa sia su quello della danza.
Il teatro si presenta rinnovato anche nel suo aspetto e funzionalità scenica, con nuove poltrone e nuovi impianti tecnologici.

Dall'anno 1998 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconosciuto La Fabbrica dell'Attore, che al Vascello agisce, come Teatro Stabile d'Innovazione, premiandone la storia e la pluriennale attività di ricerca e sperimentazione fatta, oltre che delle proprie produzioni, anche di laboratori e promozione di spettacoli teatrali d'altre compagnie.

Il Vascello ha il rilevante merito di resistere in una città com’è diventata Roma che progressivamente chiude alquanti teatri, ora con la pietosa formula dello standby ora con la trasformazione in sale da gioco.
Altro merito non da poco è quello di avere abbassato i prezzi per la prossima stagione.
L’ingresso – Festival a parte – è, infatti, sceso da 20 a 15 euro.

Cliccare QUI per leggere il cartellone 2014 – 2015.

Teatro Vascello
Info e contatti: CLIC
Via Giacinto Carini 78
Roma


Falsomiele

Quei generosi che leggono queste mie note, sanno che non mi occupo di narrativa contemporanea (né di poesia, se non di quella videoelettronica realizzata con strumenti di recente tecnologia). I motivi li ho ripetuti nei 14 anni di vita di questo sito web tante volte che non mi va di replicarli. In sintesi, la penso come quelli che già si sono espressi contro il romanzo prima e meglio di me: Valéry, Pessoa, Charms, Manganelli, Ceronetti, tanto per citare solo alcuni fra i nomi più noti.
Oggi, però, di un romanzo mi occupo.
Stimo da anni Franco La Cecla (QUI la sua biografia) fin da quando lessi lo splendido “Jet-lag” e poi “Modi bruschi” e ancora "Indian Kiss. Viaggio sentimentale a Bollywood e oltre", libri che ho cari sui miei scaffali. Poi un giorno ho notizia che aveva pubblicato un romanzo. Mi fece lo stesso effetto di quando si subisce una sgarberia da un amico.
Il romanzo è intitolato Falsomiele Il Diavolo, Palermo ed è pubblicato dall’eccellente casa :due punti.
“Falsomiele” – come si legge nel quarto di copertina – “non è soltanto un quartiere palermitano, è un ossimoro che intrappola i sensi con dolcezza e mette in guardia sulla caducità di tutte le cose, di tutti i posti dove si è, si è stati o si vorrebbe essere”
Durante un incontro con l'editore Peppe Schifani, gli chiesi di mettermi in contatto con La Cecla, persona con la quale si conversa con grande piacere come a me è capitato; La Cecla: una malinconia mediterranea illuminata dai lampi di un’intelligenza vertiginosa che punteggia il discorso con rasoiate d’umorismo nero.

A lui ho rivolto alcune domande.
Come accade al saggista La Cecla di decidere d’esprimersi attraverso un romanzo?

Io ho una adorazione per i romanzieri e per la scrittura di romanzi. Sono un lettore compulsivo di romanzi e ritengo questa forma di scrittura una delle più evolute e ricche della nostra cultura (occidentale e non, visto che negli ultimi tempi scrivono magnificamente indiani, malesi, indonesiani, eccetera).
Quindi cimentarmi nella scrittura di un romanzo - di più romanzi ( ne sto scrivendo un'altro adesso) per me è una forma di sfida importantissima. Sopratutto perché ci arrivo da una maniera di "raccontare" la saggistica e non da una forma di scrittura accademica. E' quello che l'Accademia mi ha sempre rimproverato ed i miei lettori sempre amato. Quindi il passaggio è logico, anche se non naturale. Per imparare a scrivere "romanzi" ci vuole un training lungo e diversissimo da quello che serve per scrivere saggi. E infatti ci ho messo sette anni per scrivere Falsomiele
.

Aldilà dei personaggi, protagonista di quelle pagine è l’ubiquità.
Quale senso attribuisci a quella capacità oggi, nell’epoca delle “psicotecnologie” (copyright De Kerckhove)?

L'ubiquità è la nostra mitologia contemporanea. Tutto ci spinge a pensare che siamo e saremo sempre più ubiqui. Come ogni mitologia non corrisponde al vero, ma lo è nella nostra "anima" di contemporanei. Non è solo una questione di tecnologie informatiche. Forse è la piega che la velocità ha preso. Il problema è che mentre la mitologia è pronta la società non lo è. La globalizzazione vale solo in positivo per alcuni cosmopoliti, ma per la maggioranza è un peso ed un gravame. Anche se sono proprio le "vittime " delle diaspore ad imparare prima di tutti i vantaggi che la globalizzazione può apportare. A me interessa cosa accade nell'anima delle persone che hanno più io geografici con cui fare i conti. L'io geografico è uno dei "disturbi" ma anche delle opportunità che il presente ci dà, quello di rivelarci che abbiamo più personalità che si attivano a seconda dei luoghi e delle latitudini.

Uno dei tuoi libri di successo che ha suscitato molti dibattiti è intitolato “Contro l’architettura” pubblicato da Bollati Boringhieri.
Mi pare, però, che non ce l’hai con l’architettura bensì con il modello dell’archistar. O sbaglio?

Ce l'ho con il sistema dell'Architettura e con quello che l'Architettura è diventata trasformandosi in glamour di massa. L'Architettura potrebbe essere un'occasione straordinaria per migliorare il mondo se gli architetti non fossero caduti nella trappola compulsiva dell'architetto artista e creativo. Il compito degli architetti è di essere i garanti della bellezza urbana e della qualità dello spazio comune e personale. Nel momento in cui diventano stilisti di moda o semplicemente "artisti" perdono completamente la loro funzione e fanno concorrenza al balletto che c'è nel mercato dell'arte o del branding.

Franco La Cecla
Falsomiele
Pagine 220, Euro 13.00
: due punti edizioni


Scienza (1)


In Italia, siamo messi male circa il sostegno alle scienze e alla loro divulgazione.
La perniciosa eredità idealistica dei vari Croce, Gentile and company è ben presente dentro e fuori delle aule scolastiche. Cambiano i nocchieri al timone dei governi, ma ognuno di loro apporta scrupolosi tagli alla ricerca scientifica. Fino al 2011 abbiamo avuto per otto anni alla vicepresidenza del Cnr Roberto de Mattei autore del libro “Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita” (… una testimonianza in prima persona dell’autore?); nel 2009 promosse un workshop internazionale in occasione del bicentenario della nascita di Charles Darwin, svoltosi nella sede centrale del CNR, con gli atti dell'incontro pubblicati, con contributo finanziario dello stesso Istituto, intitolati “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi”; perfino Radio Maria, nel febbraio scorso è stata costretta ad allontanarlo per le sue dichiarazioni contrarie a Giovanni XXIII e all’attuale papa Francesco.
La tv pubblica con Giacobbo e il suo paranormale sfida il ridicolo ed è giustamente sbeffeggiata da Crozza. Al mattino le antenne televisive private e pubbliche insieme con le previsioni meteo trasmettono anche le previsioni dell’oroscopo!
C’è poco da sorprendersi, quindi, se girano tante bufale sui pericoli che scienza e scienziati rappresenterebbero. Panzane condite con inni alla Natura e al buon tempo antico. Per fortuna abbiamo anche voci che portano luce nelle tenebre.
Ad esempio, quella di Gilberto Corbellini una delle grandi intelligenze di cui disponiamo che ancora una volta con una sua pubblicazione è capace d’intrecciare scienza e filosofia, politica e società, con una scrittura chiara, diretta, veloce.
Tutto questo troviamo in Scienza pubblicato da Bollati Boringhieri.
Dodici capitoli con altrettante confutazioni a diffuse credenze sempliciotte che ritroviamo non solo in discorsi da bar aziendale, ma anche, come scrivevo in apertura, in sedi insospettabili:
Dodici capitoli che sono 12 round dai quali escono malconci i detrattori della scienza e della tecnologia che ritengono dannose o inutili tante scoperte.

Gilberto Corbellini insegna Storia della medicina e Bioetica alla Sapienza Università di Roma e scrive sul supplemento «Domenica» del «Sole 24 Ore».
Le sue ricerche spaziano dalla storia dell’immunologia, della malaria e dell’epistemologia medica alla politica economica e alla psicologia sociale della ricerca scientifica. Tra le sue pubblicazioni: “Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare” (1999), “Storia delle idee di salute e malattia” (2004).“Medicina basata sull’evoluzione” (2007), “Perché gli scienziati non sono pericolosi” (2009) e “Scienza, quindi democrazia” (2011).
Particolare un suo volume (scritto con Pino Donghi e Armando Massarenti): Biblioetica. Si tratta di un dizionario che ha dato vita a uno spettacolo teatrale per la regia di Luca Ronconi; è costituito da una quarantina di voci sulle quali si fonda l'attuale dibattito scientifico intorno alle origini, ai modi e al fine della vita; voci scritte da filosofi, scienziati, giornalisti, sia italiani sia stranieri.
Per Bollati Boringhieri ha pubblicato, con Giovanni Jervis, La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (2008), ha curato L'evoluzione del pensiero immunologico (1990) e, insieme con Massimo Marraffa, Il mito dell'interiorità. Tra psicologia e filosofia(2011).

Segue ora un incontro con l’autore di “Scienza”.


Scienza (2)


Dal quarto di copertina di “Scienza”.

“La scienza è fallibile, è troppo riduzionista e quindi non può comprendere la complessità del mondo, è divisa al suo interno e quindi inaffidabile, è un puntello del potere e schiava del mercato. Per tacere del fatto che ha causato tragedie immani e che nonostante ciò si arroga unilateralmente il diritto di decidere per tutti, pur mancando della profondità di pensiero tipica della filosofia e della religione, da cui dovrebbe semmai farsi guidare. E poi la scienza è solo un’opinione, come tutte le pratiche umane, per cui è insensato darle un vantaggio sociale e politico, magari sovvenzionandola: anzi, è dannoso.
Chi la pensa così dovrebbe davvero leggere questo libro, in cui ognuno di questi argomenti è analizzato, soppesato e – dati alla mano – smontato. Perché se c’è una cosa di cui siamo ragionevolmente sicuri è che la scienza ha consentito il funzionamento della prima macchina socio-culturale ed economica in grado di produrre più benessere, più salute, più libertà, meno violenza, più eguaglianza e più razionalità”.

A Gilberto Corbellini (in foto) ho chiesto: tra i tuoi libri che ho ricordato prima, impegnati a contrastare oscurantismi e disinformazioni, “Scienza” che cosa particolarmente si propone?

In questo ho voluto prendere in esame e spiegare gli argomenti contro la scienza. Ho scelto dodici affermazioni che si possono ascoltare, più o meno frequentemente, da parte di chi ritiene che la scienza non sia attendibile e affidabile, o che addirittura rappresenti un pericolo per l’uomo. L’intento è di mostrare a chi critica la scienza, che non sta argomentando in modo logico o fondato, ma soltanto in conformità a pregiudizi ideologici o metafisici. In questo senso, i diversi capitoli affrontano le varie relazioni che si stabiliscono tra l’attività di ricerca scientifica e innovazione tecnologica, e i contesti delle discussioni e delle scelte politiche, economiche, giuridiche ed etiche. Credo di poter dire che questo libro va al cuore delle controversie sulla scienza e il ruolo nelle società umane.

È diffusa, purtroppo, l’accusa alla scienza di procurare tragedie e peggiorare il mondo. Che cosa rispondere?

Che questa idea o percezione è un autoinganno, nel senso che la nostra mente è naturalmente predisposta a farci credere che il passato fosse meglio del presente.
O che la Natura sia per definizione più buona e più giusta. Il che non è vero, da nessun punto di vista, e basterebbe conoscere un po’ di storia per rendersene conto. Vogliamo discutere e mettere a confronto le condizioni di vita oggi nei paesi sviluppati (ma anche in quelli sottosviluppati) rispetto anche soltanto a mezzo secolo fa, in termini di mortalità infantile, aspettativa di vita alla nascita o a qualunque età, disponibilità di cure mediche, alfabetizzazione, violenza su donne e bambini, tassi di omicidio, benessere economico, libertà individuali, eccetera? E più si va indietro nel passato, cioè alle condizioni di vita più vicine alla cosiddetta Natura, più il paragone diventa insostenibile. Ebbene se noi oggi stiamo molto meglio, larga parte del merito lo si deve al successo del metodo scientifico. Paradossalmente, chi critica la scienza lo può fare grazie alle condizioni che ha scienza stessa ha creato. Parafrasando una famosa battuta, si può dire che “quelli che vogliono tornare al Passato (o alla Natura), non hanno alcuna intenzione di andarci a piedi”
.

Gilberto Corbellini
Scienza
Pagine 158, Euro 9.00
Bollati Boringhieri


Il mondo secondo Pino Caruso


“Quando non si sa scrivere, allora un romanzo riesce più facile di un aforisma”.
Così diceva Karl Kraus.
Forse, ecco spiegato il perché ci sono in giro tanti romanzieri. Ma proprio tanti, troppi!
Scrive Gino Ruozzi – il maggiore studioso che abbiamo di aforistica – in “Scrittori italiani di aforismi” (‘I Meridiani’ Mondadori, 1994-96): “Lo scrittore di aforismi esprime in primo luogo la morale della verità, aggrappata alle cose e alle persone. Egli non è uno scrittore di fantasia, ma di realtà. Il suo obiettivo è descrivere le cose, non inventarle. Questo lo rende subito ostico, scomodo […] Ci invita non al sogno, ma al confronto con noi stessi e la società in cui viviamo […] L'aforisma è una riflessione. Presenta pertanto alcune caratteristiche: è in primo luogo il frutto di un ripiegamento della mente su se stessa, di uno sguardo a ritroso. È da questa investigazione del passato che nasce la frase aforistica, rivolta al presente e al futuro. L'aforisma sollecita il pensiero, sprona a nuove azioni e riflessioni”.
La scrittura aforistica è, insomma, arte difficile.
Chi da tempo ci si misura è Pino Caruso. Che non è un solo un attore straordinario – possedendo sia il registro comico sia quello drammatico, e di pari bravura su plurali mezzi: dalla radio alla televisione, dal cinema al teatro – ma è anche uno scrittore dalla pagina amara e divertente al tempo stesso.
Ne è una testimonianza Appartengo a una generazione che deve ancora nascere Aforismi, riflessioni, storie, persone, personaggi e ragionamenti sullo stato attuale del mondo da poco pubblicato da Eri-Rai.
Generazione futura? Non mi sorprende. Che Caruso traffichi col futuro è dimostrato dal fatto che è stato pure cosmonauta, se non ci credete cliccate QUI.

Altri suoi libri sono L'uomo comune (Palma d’Oro al Festival dell’Umorismo di Bordighera) Marsilio 2005: la raccolta di poesie Il silenzio dell'ultima notte (Flaccovio, 2009); Nasco improvvisamente a Palermo (2011); "Il venditore di racconti"; "Ho dei pensieri che non condivido".
Notevole anche il suo impegno politico che è leggibile in tanti suoi testi e nell’essere stato – nel 1988 al termine di una lunga fase costituente – il primo Segretario Generale del SAI (Sindacato Attori Italiani) attivo all’interno della CGIL.
Caruso lo abbiamo rivisto poco tempo fa in tv nel programma “Giass” mentre la sua più recente interpretazione teatrale è un indimenticabile Ciampa in “Il berretto a sonagli”.

Il volume ora nelle librerie, tenendo fede al sottotitolo di lunghezza settecentesca, non è costituito soltanto da aforismi, una parte, infatti, è dedicata a brevi, godibilissimi, racconti (il mio preferito è “Visconti e La bella Gigogin”).
Quanto agli aforismi, accanto a quelli dall’esito comico, è capace di scriverne di fulminanti che diventano dei microsaggi. Volete un esempio? Eccone uno in undici parole: “Un testo drammatico sopravvive a una cattiva recitazione, uno comico no”.

Pino Caruso
Appartengo a una generazione che deve ancora nascere
Pagine 168, Euro11.00
Rai-Eri


I fascisti di sinistra (1)

Dove va, anzi, dov’è andata la critica letteraria in Italia?
Ha senso ancora ricordare le varie scuole contemporanee, dalla critica semiologica a quella sociologica, dalla psicoanalitica alla formalista, dalla linguistico-stilistica alla filologica? Ho forti dubbi. Da quando le concentrazioni editoriali hanno soffocato le voci fuori del coro, la critica letteraria assai spesso è ridotta a ufficio stampa di editori che sono padroni al tempo stesso di quotidiani e case editrici, e, come sappiamo, nei casi peggiori anche di televisioni e reti radiofoniche.
Più giusto chiedersi: dove sopravvive la critica letteraria? La troviamo su pochi territori assediati: giornali che rischiano di chiudere un giorno sì e l’altro pure, qualche rivista dalla vita precaria, editori che coraggiosamente osano.
A questo va aggiunto che tanti critici si sono bene assuefatti a questo clima bene attrezzandosi per viverne sia i momenti torridi sia quelli gelidi.
Tutto perduto dunque? No, anche se penso che tutto quanto ho scritto durerà a lungo.
No, perché un’area di libertà la vedo nel web e, da tecnofilo quale sono, me ne rallegro.
Esistono poi, pochi critici che rifiutando asservimenti mantengono la schiena diritta e continuano ad esercitare un libero pensiero critico.
Uno di questi pochi è Massimo Raffaeli che oltre a meriti morali possiede una pregevolissima macchina di decifrazione linguistica e stilistica perciò è un nome maiuscolo della critica letteraria italiana.
Scrive sul quotidiano "il Manifesto" e su numerose riviste specializzate. Ha curato testi di autori italiani (Carlo Betocchi, Alberto Savinio, Massimo Ferretti, Primo Levi) e versioni di scrittori francesi (fra cui Zola, Artaud, Céline, Crevel, Genet, Duvert).
Parte della sua produzione è raccolta in diversi volumi, fra cui il recente "I fascisti di sinistra" di cui mi occuperò fra poco; Novecento italiano (Sossella, 2001); Bande à part. Scritti per "Alias" (Gaffi, 2011, “Premio Brancati”); Don Chisciotte e le macchine. scritti su Volponi (peQuod, 2007).
Certamente ai miei occhi che amo (o, forse, amavo) il calcio, un altro merito di Raffaeli è di adorare quello sport (o ex sport). Se ne trova una prima testimonianza in una sua lettera da ginnasiale al giornalista Caminiti in cui chiedeva “se fosse legittimo istituire un paragone tra lo juventino Furino, incarnazione di un calcio tutto ruvidezza ed essenzialità, e la poesia virile e tormentata del greco Archiloco“. E poi, da saggista affermato, nella trilogia chiusa da La poetica del catenaccio e in questo video.

Ora, è nelle librerie un suo recente volume (ha fatto parte della terna finalista per la saggistica del Premio Viareggio di quest’anno), pubblicato da Nino Aragno, intitolato I fascisti di sinistra.
Di questo libro, ecco la presentazione in bandella.
“Il fascismo non è stato una mascherata ma una dittatura di classe e, nello stesso tempo, un dispositivo biopolitico. Presi in mezzo alla generazione fascistissima, alcuni fra i grandi narratori italiani del Novecento hanno tradotto il fascismo nel motivo ispiratore di un romanzo di formazione poi concluso da ognuno con una scelta dichiaratamente antifascista. Quel drammatico passaggio di fase è il tema dominante della raccolta saggistica di Massimo Raffaeli che ne rintraccia la memoria negli autori del dopoguerra disposti a interrogare il lascito della cosiddetta “autobiografia italiana” fra il boom economico e gli anni della globalizzazione. Disposti a mosaico ma intramati dall’interno, scritti in stile netto e affilato, i saggi di cui si compone ‘I fascisti di sinistra’ propongono, in controtendenza, un libro di vera e propria critica militante”.

Segue ora un incontro con l’autore.


I fascisti di sinistra (2)

A Massimo Raffaeli (in foto) ho rivolto alcune domande.
Qual è il criterio che hai seguito nello scegliere i saggi che compongono il volume?

Ho cominciato relativamente tardi a occuparmi di prosa, perché la mia giovinezza di critico è stata dominata dalla poesia e dalla saggistica. A un certo punto, grazie alla sollecitazione amichevole dell’editore Nino Aragno, ho cercato di dare un qualche ordine a una parte essenziale del lavoro dell’ultimo decennio. Così ho scoperto di essermi prevalentemente occupato di romanzi formazione e ho scoperto, altresì, una cosa del tutto evidente: che il romanzo di formazione italiano, per gli autori del secolo scorso, è tout court il fascismo.

Un intero capitolo del libro, uno spazio che spesso si nota anche nella tua restante opera critica, è riservata a Paolo Volponi. Tra le plurali motivazioni di quest’attenzione, puoi indicarne la principale?

Ho avuto la fortuna di frequentare Paolo Volponi, che annovero fra i miei primi maestri. Lo ritengo non solo uno fra i maggiori romanzieri del secondo dopoguerra ma anche e soprattutto uno scrittore che, senza essere affatto engagé, ha saputo dare corpo e voce ai destini generali e ai grandi temi della Polis. Basti pensare al suo romanzo terminale, Le mosche del capitale, che prefigura con violenza corrusca gli scenari della cosiddetta globalizzazione.

Tra gli scrittori che in Italia fascisti si dichiararono e tali restarono, mi pare che ci troviamo in uno scenario alquanto povero. Perché da noi è successa questa cosa a differenza di quanto avvenuto, ad esempio, in Francia o in Germania?

Ha detto di recente uno storico, Guido Crainz, che l’Italia è alla lettera un Paese Mancato. Se questo è vero, vuol dire per esempio che il trasformismo/opportunismo, o in altri termini il gattopardismo, resta un dato elettivo della identità italiana e delle sue classi dirigenti, non esclusi ovviamente gli scrittori. Non c’è autore di rango che, dopo il ’45, abbia continuato a dichiararsi fascista: trovo più interessanti (e queste ho cercato di indagare nei miei saggi) le forme di una mutazione, o di una vera e propria metamorfosi, che li ha condotti tutti, o quasi, all’antifascismo militante.

Massimo Raffaelli
I fascisti di sinistra
Pagine 208, Euro 15.00
Nino Aragno Editore


Venezia: Premio Brian


Da nove anni l’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) assegna un Premio a uno dei film presentati a Venezia alla mostra del cinema.
Da nove anni quel premio viene ignorato dalle radio dalle televisioni e dalla carta stampata sia quotidiana sia periodica.
Anche quest’anno la negligente dimenticanza si è manifestata in tutte le sue tenebre.
Rilancio, dal sito web Uaar, il comunicato sul film premiato quest’anno.

“Vince la nona edizione del Premio Brian, assegnato dall’Uaar a una delle pellicole presentate alla Mostra del Cinema di Venezia, il film “Mita Tova” (“The Farewell Party”) di Tal Granit e Sharon Maymon.

Il film, spiega la giuria dell’Uaar, 'affronta il tema dell’eutanasia superando, con grande intelligenza e raffinato senso dell’umorismo, tabù religiosi e luoghi comuni. La “buona morte” è un bisogno umano capace di cancellare il confine tra fede e miscredenza. Quando la vita abbandona inesorabilmente il corpo e la mente, generando angoscia e sofferenza, la soluzione estrema è “buona” non solo perché indolore, ma perché praticata in un contesto di forte affettività, amicizia, solidarietà umana'.

È dal 2006 che l’Uaar assegna il Premio Brian, dal nome del film dei Monty Python "Brian di Nazareth", al film che meglio evidenzia ed esalta 'i valori dal laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose'.

Della giuria fanno parte Michele Cangiani, Giuliano Gallini, Paolo Ghiretti, Maria Giacometti, Maria Chiara Levorato, Caterina Mognato, Maria Turchetto.

Vincitori delle passate edizioni del Premio Brian sono stati:
nel 2006, “Azul oscuro casi negro” di Daniel Sanchez Arevalo
2007, “Le ragioni dell’aragosta” di Sabina Guzzanti
2008, “Khastegi” di Barman Motamedian
2009, “Lourdes” di Jessica Hausner
2010, “I baci mai dati” di Roberta Torre
2011, “The Ides of March” di George Clooney
2012, “Bella addormentata” di Marco Bellocchio
2013, “Philomena” di Stephen Frears.


Il fotografo di Auschwitz



Per chi ama episodi storici contemporanei esposti in forma narrativa le Edizioni Piemme hanno pubblicato un libro che va nella direzione dei lettori di quel gusto.
Titolo: Il fotografo di Auschwitz, una drammatica storia vera raccontata da Luca Crippa e Maurizio Onnis.
I due autori sul loro blog si definiscono “compagni di penna” e questo è l’autoscatto (detesto l’espressione “selfie”) cui affidano la loro immagine: Hanno cominciato a scrivere assieme diversi anni fa ed era naturale che andasse così, per due persone conosciutesi in libreria. Lavorare a quattro mani non è semplice, ma ci si può riuscire, con tanta buona volontà e fondendo i propri talenti. Insieme hanno pubblicato sette romanzi, tutti per Piemme. I due non rinunciano infine a prendersi i propri spazi. Luca ha dato alle stampe il saggio “Inferni e Paradisi" (2007) per Piemme. Maurizio ha pubblicato per l'editore Cadmo “L'imperfezione dell'assassino” (2005) e “Dopo la confessione” (2008).

La drammatica storia di cui dicevo è quella del fotografo polacco Wilhelm Brasse (Żywiec, 3 dicembre 1917 – Idem, 23 ottobre 2012) che, dopo aver rifiutato, come gli era stato proposto, di entrare nelle file della Wermacht, fu deportato il 31 agosto 1940 ad Auschwitz che era stato reso operativo poco prima, il 14 giugno 1940.
Le forze americane lo libereranno ai primi di maggio del 1945.
Probabilmente a Brasse – numero di matricola 3444 – sarebbe toccata la sorte di varcare la soglia di una delle camere a gas di quel campo di sterminio, ma a salvarlo fu proprio la sua professione. Alle SS del lager serviva un fotografo che ritraesse i prigionieri in arrivo per le foto segnaletiche e, più tardi, l’obiettivo di Brasse fu costretto a fissare anche gli atroci esperimenti del dottor Mengele. Costui, purtroppo, è sfuggito alla cattura; non così Rudolf Höss, comandante di Auschwitz che arrestato dagli inglesi l’11 marzo 1946, dopo un regolare processo tenutosi in Polonia, fu condannato a morte mediante impiccagione, eseguita il 16 aprile 1947 davanti all'ingresso del crematorio di Auschwitz.
A poco a poco, il fotografo Brasse decise che lo scopo della sua vita non poteva essere solo quello di sopravvivere. Agirà. Farà di tutto perché attraverso di lui si conservi la memoria di Auschwitz. A rischio della vita, ingegnosamente, riuscirà a far pervenire alla Resistenza una parte delle sue fotografie. Sono le immagini di Auschwitz che noi tutti conosciamo.

La storia è stata ricostruita da Crippa e Onnis – com’è detto in una nota degli autori – prevalentemente basandosi su di un documentario polacco (“Il ritrattista”) che contiene un’intervista a Brasse e da un libro (“Wilhelm Brasse Photographer 3444 Auschwitz 1940 – 1945”).
L’andamento, come accennavo in apertura, è narrativo anche con dialoghi che lo avvicinano a una sceneggiatura televisiva, un tipo di scrittura dal quale sono lontanissimo.
Ma c’è a chi piace, e questo libro è fatto su misura per loro.

Luca Crippa – Maurizio Onnis
Il fotografo di Auschwitz
Pagine 296, (16 di documentazione fotografica)
Euro 14.90
Edizioni Piemme


Travellers

Non lasciatevi ingannare dalla foto, non si tratta del reperto di un museo criminologico ma di un’immagine tratta da Travellers Esperienze, racconti, immagini, sguardi, esposizione multimediale – promossa dalla Fondazione Credito Valtellinese – che, partita a marzo da Genova, è approdata ad Acireale.
La curatrice della mostra è Lucia Miodini.
L’occhio che fissa viaggiatori e migranti è quello di Gionata Xerra, figlio d’arte (il padre William è un protagonista dell’intercodice verbovisivo), eccellente fotografo, che propone un viaggio il cui percorso è illustrato QUI.

Che cosa si ricava dalla mostra di Gionata Xerra? In un saggio del catalogo, Remo Bodei così risponde: Che viaggiatori non sono solo i turisti frettolosi che si spostano in cerca di spiagge bianche e di palme o di emozioni dell’esotico, ma anche innumerevoli persone, esistenze individuali vulnerabili, costrette a prendere la valigia e a rischiare per sopravvivere o per trovare una vita migliore. Con intelligenza e forza espressiva, Xerra sembra parlare di altri, ma in realtà – costringendoci a esercizi di immedesimazione – parla di noi, di come avremmo potuto essere e, più in generale, della nostra comune umanità. Del resto, anche se non nello spazio geografico, tutti noi siamo emigranti nel tempo. Ad ogni momento veniamo espulsi dal passato come patria irrecuperabile e sospinti verso un avvenire ignoto, da cui non possiamo tornare indietro. Su questo terreno condiviso, Gionata Xerra ci aiuta a meglio comprendere la cesura più netta e dolorosa dei migranti rispetto al loro paese e alla loro storia personale.

Il libro-catalogo bilingue, pubblicato da Silvana Editoriale, comprende contributi filosofici di Remo Bodei, critici di Lucia Miodini, psicologici di Fulvio Scaparro, oltre a testi narrativi di Giuseppe Aloe, Carla Cerati, Daniele Manca e Gabriele Tarelli.

Gionata Xerra
Travellers. Esperienze, racconti, immagini, sguardi.
A cura di Lucia Miodini
Galleria Credito Siciliano
Piazza Duomo 12 – Acireale
Tel. +39 095.600.280; licata.filippo@creval.it
Fino all’11 ottobre 2014
Ingresso libero


Diaphoria - Totilogia

Il videopoeta Gianni Toti e la Casa Totiana.
Nella Galleria Ostrakon di Dorino Iemmi, a cura di Daniele Poletti, con la collaborazione della Casa Totiana illustrata da Pia Abelli Toti, ci sarà una giornata inserita nella terza edizione della rassegna ideata da Biagio Cepollaro “Tu se sai dire dillo”.
Oltre ai nomi già citati, interverranno: Giovanni Anceschi, Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giacomo Cerrai, Pier Luigi Ferro, Raffaele Perrotta.

Daniele Poletti ed Ermanno Moretti presenteranno l’antologia Totilogia dovuta all’eccellente webmagazine dia•foria, con il sostegno della Casa Totiana, nelle Edizioni Cinquemarzo.

L’”artivista tecnologico” Giacomo Verde presenterà il video Fine Fine Millennio, che partecipò all’UTAPE del 1987, con Gianni Toti in giuria e, di Toti, sarà proiettato il video 2/4.

Galleria Ostrakon
Via Pastrengo 15, Milano
e-mail: info@spazioostrakon.it
18 settembre, dalle 19.00


Da Cerignola a San Francisco


Ama viaggiare con un bagaglio leggero perciò una delle sue canzoni preferite è Bag Lady di Erykah Badu, e ha viaggiato molto riuscendo, passando di città in città negli Stati Uniti, a cambiare 12 appartamenti in 13 anni, carattere tosto ma che conosce l’umiltà, sto parlando di una grande chef: Cristina Bowerman.
Stellata Michelin, chef donna dell’anno 2013 per “Identità Golose”, citata da tutte le più importanti Guide per i locali Glass e Romeo che s'avvalgono della sua opera, è stata anche viaggiatrice sull’Enterprise di Star Trek, se non ci credete cliccate QUI.
Edito da Mondadori, è nelle librerie un suo volume: Da Cerignola a San Francisco e ritorno La mia vita da chef controcorrente.

Cristina, dalla copertina, fissa il lettore con birbone sguardo acceso, in un flash di Andrea Federici che ne coglie il carattere di birichina bambinaccia.
Il volume oltre a narrare viaggi e incontri, sentimenti e scoperte, esperienze golose e cultura d’impresa, è corredato da una serie di ricette che l’hanno resa famosa.
Non sono un critico enogastronomico (quindi non mi attarderò in descrizione dei piatti gustati ai suoi tavoli), ma appartengo alla razza dei ghiottoni curiosi e come tale vi dico che se abitate a Roma, o di passaggio vi trovate in città, una puntata in uno dei due locali che ho segnalato prima è d’obbligo se non volete perdervi un’emozione sensoriale.

A Cristina Bowerman ho rivolto alcune domande.

La Cristina che approda a Roma in che cosa è principalmente diversa da quella che partì da Cerignola passando per San Francisco?

Tutte le esperienze ti formano, ti modellano. È importante decidere a priori quali sono le esperienze che vuoi fare poiché esse ti trasformano. L'America ha lasciato un segno profondissimo nella mia maniera di pensare e agire. Come persona e professionista mi sono formata lì e ho cercato di conservare ciò che ho trovato positivo custodendo però nel mio cuore e cervello una piccolissima e intima parte tutta pugliese, fatta di odori, sapori e sorrisi come solo il sud sa dare.
La mia memoria con mia nonna, le conserve di pomodoro, i pomodori secchi, lo sgusciare dei baccelli di pisello, i carciofini sottolio... sono tutte memorie non solo impresse nella mia testa, ma memorie palatali che non si dimenticano. Mi spiace, davvero, che molti ragazzi di oggi non saranno mai così fortunati da provare certi sapori... oggi il mondo è solo digitale e spesso anche le esperienze! Un mio sogno è il Machu Picchu, a piedi, anche sola per ritrovare sensazioni che nel mondo digitale si sono perse
.

Sul piano professionale – sia gastronomico sia gestionale – che cosa hai imparato negli Stati Uniti?

Tanto, tanto. La professionalità, la puntualità, il sogno americano esiste ed è vivo e vegeto! Non c'è ostacolo che si può sovrapporre tra te e il tuo sogno ma solo te stesso. Quello che l'America insegna è che "si può fare" e che ognuno di noi è fautore del proprio destino. Ovvio, si potrebbero opporre le mille contraddizioni e paradossi americani, ma io ho assorbito ciò che ho ritenuto importante per la mia crescita. Si sa, l'America è un mondo che schiaccia i deboli, vero, ma grazie all'educazione che ho ricevuto e al fatto di essere una donna cresciuta al sud, per me non è stato un problema integrarmi.

Siamo su di un Cosmotaxi e parlare del futuro è quasi obbligatorio.
Quale nuovo traguardo vorresti raggiunto (dalle tecnologie e dal gusto) dalla cucina nei prossimi anni?

Vorrei che la fermentazione fosse ammessa e anche regolata dall'HCCP così potremmo reintrodurre una vecchia tecnica di conservazione che non solo fa bene al corpo e alla mente, ma anche all'ambiente con un importante risparmio di energia (no frigoriferi!).

Per visitare il sito di Cristina Bowerman: CLIC!

Cristina Bowerman
Da Cerignola a San Francisco
Illustrazioni di Alberto Rinaudo
Pagine 160, Euro 16.90
Mondadori


Breve storia della tecnologia

Consultando un Dizionario alla parola “Tecnologia” si legge: “Il termine è una parola composta che deriva dal greco tékhne-loghìa, cioè letteralmente 'discorso (o ragionamento) sull'arte', dove con arte s’intendeva sino al secolo XVIII il saper fare, quello che oggi indichiamo con la tecnica. Per tecnica si può intendere un qualunque metodo organizzato e codificato per raggiungere uno scopo definito. La parola tecnologia indica perciò la catalogazione e lo studio sistematico di tecniche, spesso riferite a un certo ambito specifico (ad esempio, tecnologia informatica)”.
La tecnologia esiste fin da tempi antichissimi, attraverso i secoli c’è stata poi un’evoluzione tecnologica espressione coniata nella seconda metà del XX secolo dal filosofo ceco Radovan Richta (1924 - 1983) che con quell’espressione sviluppa una teoria secondo la quale le società diminuiscono il lavoro fisico aumentando il lavoro mentale, creando così più favorevoli condizioni di vita e più tempo libero; secondo Richta la tecnologia evolve in tre fasi: strumenti, macchine, automazione.
Ecco perché torna utilissimo un libro pubblicato, con la consueta brillante cura sia contenutistica sia grafica, da Editoriale Scienza intitolato: Breve storia della tecnologia, autori: Paul Beaupère e Anne-Sophie Cayrey.
Volume che sintetizza attraverso vari oggetti di uso quotidiano l’evoluzione che quello stesso oggetto ha avuto dalla nascita ai nostri giorni fino a renderlo un attrezzo, sia per aspetto sia per funzioni, assai lontano da quando nacque.
Sono sicuro che se mostrassimo oggi a Meucci uno dei nostri cellulari, non è escluso che chiedesse: “Che cos’è questo?”.
E si pensi all’orologio che adesso serve anche a misurare le ore, però fa pure tante altre cose. Come, del resto, fa lo stesso cellulare.

“Breve storia della tecnologia” si apre con una tavola che sunteggia dal 5000 a. C. (l’invenzione della ruota) fino al 2010 (tablet con touch screen) le principali tappe che noi umani abbiamo raggiunto attraverso l'evoluzione tecnologica.
Seguono vari capitoli, ad esempio: dal primo apparecchio telefonico allo smartphone, dal cannocchiale al telescopio Hubble, dal grammofono al lettore mp3, dal dagherrotipo alla fotocamera digitale, dalla tv col tubo catodico agli schermi Lcd e al plasma; e ancora tanti altri oggetti che usiamo quotidianamente senza neppure chiederci la loro età, né la loro storia qui, invece, efficacemente narrata.
Ognuno dei capitoli dedicati a uno strumento, si chiude con due intriganti box intitolati: Oggi (dove si fa il punto della tecnologia raggiunta ai nostri giorni); E domani? (con ragionate ipotesi scientifiche delle trasformazioni possibili di quella stessa tecnologia). A proposito di domani, ecco quanto viene detto sul possibile futuro del cellulare: “Secondo alcuni, il telefono sarà innestato nel braccio e le informazioni saranno visualizzate sulla pelle. Oppure potrà avere la forma di un microchip collegato al nervo uditivo o direttamente impiantato nel cervello”.

Un libro che può tornare di grande aiuto per capire in quale mondo ci muoviamo e in quale mondo vivremo.

Breve storia della tecnologia
Paul Beaupère – Anne-Sophie Cayrey
Illustrazioni di El don Guillermo
Traduzione di Erica Mazzero
Pagine 96, Euro 13.90
Editoriale Scienza


Noi che abbiamo l'animo libero (1)


La casa editrice Longanesi ha pubblicato un libro che è un gioco d’intelligenza critica fra un genetista e un filosofo: Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello; qui, in sede letteraria, precisamente fra un formalista (il primo) e un contenutista (il secondo). I due articolano un confronto fra due personaggi shakespeariani.
Tratto da una battuta del dramma il titolo del volume: Noi che abbiamo l’animo libero Quando Amleto incontra Cleopatra.

Edoardo Boncinelli genetista, è professore di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Collabora a Le Scienze e al Corriere della Sera. Ha pubblicato, tra l’altro, “L’anima della tecnica” (2006), “La magia della scienza” (2006), “Idee per diventare genetista” (2006), “Il Male” (2007), “L’etica della vita” (2008), “Dialogo su Etica e Scienza” (con Emanuele Severino, 2008), “Come nascono le idee” (2008), “Che cos’è il tempo?” (2008), “Lo scimmione intelligente. Dio, natura e libertà” (con Giulio Giorello, 2009) e “Perché non possiamo non dirci darwinisti” (2009).
Per Longanesi ha scritto: Mi ritorno in mente.

Giulio Giorello è ordinario di Filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano e collabora con il Corriere della Sera. Tra i suoi numerosi saggi ricordiamo “Prometeo, Ulisse e Gilgamesh” (2004), "La scienza tra le nuvole". Da Pippo Newton a Mr Fantastic (con Pier Luigi Gaspa) 2007; “Libertà”. Un manifesto per credenti e non credenti (con Dario Antiseri) 2008; “Lo scimmione intelligente (con Edoardo Boncinelli) 2009; Senza Dio (Longanesi, 2010), “Lussuria” (2010); “La filosofia di Topolino (con Ilaria Cozzaglio), 2013.
Presso Longanesi sono usciti Senza Dio e Il tradimento.

Il libro si apre con una premessa scritta a quattro mani da Boncinelli e Giorello, prosegue con un saggio di quest’ultimo intitolato “Cleopatra e il teatro della mente” seguito da un altro saggio di Boncinelli intitolato "La condizione umana nell’Amleto” e si conclude con un dialogo fra i due autori coordinato da Ilaria Cozzaglio.

Dal quarto di copertina.
In questo loro omaggio al teatro, metafora del mondo, Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello hanno individuato nelle figure di Amleto e di Cleopatra una lente con la quale osservare i grandi dilemmi della religione, della politica e della scienza. I protagonisti dei due capolavori di Shakespeare (Amleto e Antonio e Cleopatra) esprimono il congedo da un mondo finito, ordinato e circoscritto, per inoltrarsi in un universo senza più confini, costellato di innumerevoli incognite e sfide. Una svolta cosmologica, politica e morale dalla quale non si torna indietro. Sono allora la «dismisura» delle passioni e la tensione verso l’infinito ad avvicinare idealmente la regina d’Egitto e il principe di Danimarca. Un’«esperienza di libertà», la loro, che è insieme opera di creazione e di distruzione. E noi, a distanza di secoli, non cessiamo di pensare e di stupirci di fronte alle loro grandiose parabole.
Prendendo spunto dall’immaginario di Shakespeare, e facendo interagire le loro conoscenze in materia di biologia e di filosofia, Boncinelli e Giorello danno vita a un appassionato confronto sui temi cruciali della condizione umana: fallibilità della ragione e brama di gloria, caducità dell’esistenza e spinta creatrice, vincoli della responsabilità e aspirazione alla libertà.

Segue ora un incontro con Edoardo Boncinelli.


Noi che abbiamo l'animo libero (2)


A Edoardo Boncinelli (in foto) ho chiesto: com’è nata l’idea di questo libro?

Giulio Giorello e io siamo molto amici e abbiamo già scritto insieme un libro qualche anno fa come lei ha prima ricordato. Abbiamo di recente scoperto che eravamo entrambi appassionati di Shakespeare. L’idea ha preso piede e ci siamo cimentati in questo gioco: Amleto come esempio di personaggio maschile e Cleopatra come esempio di personaggio femminile. Ci siamo molto divertiti e il prodotto finale ci sembra più che decoroso. In verità i nostri due approcci sono un po’ diversi. Io sono un formalista che guarda solo alla bellezza letteraria del testo. Giulio è più contenutista e grande amante della storia, soprattutto dell’Inghilterra.

L’immaginario incontro fra Amleto e Cleopatra avviene – com’è scritto nella Premessa – “in un’esperienza di libertà che è insieme opera di creazione e distruzione”.
Che cosa crea quell’esperienza e che cosa distrugge?

Non c’è, per la verità, un vero incontro fra Amleto e Cleopatra. È piuttosto un accostamento e un’occasione di riflessioni, sulla misura e la dismisura, sulla seduzione e la tracotanza, sul potere e i suoi limiti, sulla forza di affrontare la vita e sull’ansia di infinito. In comune i due personaggi hanno il fatto di essere inseriti in una storia che va avanti troppo più grande di loro e di dover impersonare il ruolo di esseri umani in un mondo genericamente non troppo umano.
La libertà è quella di noi due che ne abbiamo parlato e del drammaturgo che li ha rappresentati: l’esperienza positiva è quella che conduce a vivere e l’esperienza negativa è quella che costringe i nostri due personaggi a morire, anche se in circostanze molto diverse. Amleto cade vittima di una trappola alla quale non si può sottrarre; Cleopatra si dà molto romanticamente la morte per non arrivare a vivere una vita che non si sarebbe addetta al suo luminoso passato.
In entrambi i casi, grande passato pieno di speranze, presente più che decoroso e degno di essere vissuto e futuro incerto. Ma tutti noi cerchiamo di vivere un presente degno, ben sapendo che il futuro non presenterà niente di interessante. Però “dobbiamo a Dio una sola morte”
.

Lei nel libro definisce Amleto “un giovane normale”.
In che cosa consiste quella normalità?

In tutta onestà per me Amleto è un giovane normale, forse un po’ adolescenziale, relativamente istruito, onesto, limpido e riflessivo che si trova a vivere in un ambiente decisamente non suo: la corte di Danimarca, con i suoi intrighi, le sue ipocrisie e la sua vuota retorica. Vive come può, tormentato da un atroce dubbio che stenta a divenire convinzione. Nonostante l’amicizia di Orazio, e magari di Laerte, è una persona sola, come soli sono sempre gli adolescenti. Fino al punto di parlare con la morte e… con i teschi.
Suoi sono i pensieri più belli e le parole più belle, in un linguaggio sempre in bilico fra la ricchezza e l’enfasi, fra la misura e l’esagerazione. Mirabile equilibrio dell’arte di Shakespeare, in piena epoca barocca di grandi invenzioni verbali e di fiorita eloquenza. Inimitabile
.

Edoardo Boncinelli
Giulio Giorello
Noi che abbiamo l’animo libero
Pagine 186, Euro 14.90
Longanesi


The Factory Photographs

La Galleria Bolognese MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) presenta la mostra The Factory Photographs: 124 opere di David Lynch notissimo autore di cinema che come artista nasce proprio sull’immagine ferma (pittorica e fotografica).
La scrittrice Sabina Incardona, nella sua tesi di laurea sul lavoro di Lynch, pescò un'illuminante dichiarazione del grande regista sulle origini del suo cinema: Volevo vedersi animare le mie tele.

Le fotografie in b/n di David Lynch testimoniano la sua fascinazione per le fabbriche, la passione per comignoli, ciminiere e macchinari, per l'oscurità e il mistero. In un periodo di oltre trent’anni ha fotografato i monumenti decadenti dell’industrializzazione, edifici in laterizio decorati con volte, cornicioni, cupole e torri, finestre e portali imponenti, impressionanti nella loro somiglianza con le antiche cattedrali. Rovine di un mondo che va scomparendo, in cui le fabbriche erano pietre miliari di un orgoglioso progresso e non luoghi desolati, scenografie per storie cariche di quell’aura emozionale caratteristica di Lynch.
Le fotografie sono state scattate tra il 1980 e il 2000 nelle fabbriche di Berlino e delle aree limitrofe, in Polonia, in Inghilterra, a New York City, nel New Jersey e a Los Angeles. È come se la fuliggine, i vapori o le polveri che avvolgevano quei luoghi si fossero posate sulla superficie della carta: ne risultano immagini di straordinaria potenza sensoriale, come disegni fatti a carboncino, in cui il nero carico delle linee nitide, grafiche, taglia il grigio scuro dei campi.

La mostra comprende 124 scatti - alcuni dei quali inediti - realizzati in due diversi formati: 28 x 35,6 cm e 100 x 150 cm.
Inoltre, fanno parte della mostra un'installazione sonora dell'artista ed una selezione dei suoi primi cortometraggi, meno noti al grande pubblico.
La mostra è a cura di Petra Giloy-Hirtz, in collaborazione con il Mast e la Photographers’ Gallery di Londra.
Nelle giornate di aperture straordinarie sarà proiettato nell’Auditorium del Mast, il film Industrial Symphony N. 1: con Nicolas Cage, Laura Dern, musiche di Angelo Badalamenti e Julee Cruise.
Il volume “David Lynch: The Factory Photographs” di Petra Giloy-Hirtz, pubblicato da Prestel Verlag, Munich-London-New York, 2014, sarà disponibile all’ingresso della Galleria.
La Cineteca di Bologna dal 27 al 30 Settembre dedicherà al regista David Lynch una retrospettiva dei suoi film.

Concludo questa nota segnalando un video (tradotto in italiano) nel quale Lynch, rispondendo a domande del pubblico, esplora labirinti della mente.

Ufficio Stampa: Lucia Crespi, Tel. +39 02 – 89 41 55 32, 338 8090545; lucia@luciacrespi.it

The Factory Photographs
di David Lynch
MAST
Via Speranza 42, Bologna
Informazioni: staff@fondazionemast.org
17 settembre - 31 dicembre 2014


Canna bis

Molto si discute nel mondo sul tema delle droghe, sul vero significato di questo termine (anche alla luce di nuove dipendenze slegate dall'assunzione di sostanze, come per esempio quella da Gioco d'azzardo, recentemente riconosciuta dal nostro SSN) e sulle politiche più efficaci per regolamentare la materia.
Si tratta di un dibattito sfortunatamente assente in Italia, dove intorno alla questione ci sono molta ideologia e poco senso pratico.
Vorrei quindi avanzare una proposta che non riguarda tutte le sostanze ma esclusivamente la Canapa (cioè la Cannabis, insomma la Marijuana) e i suoi derivati e che, a differenza di altre proposte sulla materia oggi in circolazione in Italia, produrrebbe una serie di effetti positivi: legali, sociali, sanitari e economici
.


Comincia così una proposta assai interessante di Sergio Messina che v’invito a leggere QUI.


Scenari

È questo il nome della rivista trimestrale lanciata dalla Casa Editrice Mimesis.

Redazione Scientifica / politica: Francesco Bilotta, Edoardo Greblo, Marco Laudonio, Giovanni Leghissa, Marco Pacini, Francescomaria Tedesco, Maria Grazia Turri, Andrea Zhok.

Redazione Scientifica / cultura: Giovanna Maina, Sara Martin, Roy Menarini, Valentina Re, Federico Zecca.

Scrive il capo redattore Damiano Cantone nell’editoriale: Questa rivista vuol essere una sorta di strumento di giunzione, o se volete un laboratorio, nella quale gli autori che già collaborano con la casa editrice Mimesis mettono alla prova il loro pensiero, confrontando le loro acquisizioni e attrezzature teoriche con i fatti di attualità. In tal modo vogliamo creare anche una comunità degli autori e dei lettori, un territorio comune di confronto e di dialogo che sfugga all’estemporaneità dei dibattiti affidati ai social network e che permetta di rilanciare il ruolo importante della riflessione nella creazione di una consapevolezza sociale, politica, artistica e filosofica. Per questo motivo, accanto all’edizione on-line, Scenari uscirà in forma cartacea, con cadenza trimestrale, raccogliendo il materiale pubblicato sul sito. Questa rivista non potrà sopravvivere senza l’affetto dei lettori e degli autori che la vivono, e questa forse è la nostra scommessa più grande: far nascere una comunità di persone pensanti che possano portare pezzi della riflessione che qui facciamo nelle loro esperienze di ogni giorno.

Scenari
Direttori Editoriali:
Pierre Dalla Vigna
Luca Taddio
Mimesis Edizioni


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