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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Cattiva tavola: il Diana di Bologna


Quando sono in giro per lavoro mi piace qualche resoconto enogastronomico e alberghiero. A Bologna – ero lì per il Future Film Festival –, due occasioni per segnalazioni.
Albergo. Vi consiglio il Centrale . E’ centrale di nome e centralissimo di fatto, ottima accoglienza, cordialità, servizio impeccabile, prezzi concorrenziali vista anche la dislocazione logistica.
Ristorante. Mal consigliato, sono incappato nel ristorante “Diana”.
E’ vero che, purtroppo, la città non vanta oggi grandi occasioni per il palato, ma certe guide potrebbero meglio documentarsi prima d’includere locali che, un tempo di prestigio, sono poi precipitati nella mediocrità o peggio. Nel caso di cui dico, già mi pare generoso il pur eloquente “senza voto” della Guida de L’Espresso ‘05.
Lì ho consumato tortellini scotti, bolliti salati, un improbabile strudel.
Non basta. Entrati alle 14.15 – il cartellino alla porta ammette l’ingresso fino alle 14.30 – , mi sono sentito dire da uno sbrigativo maître (si fa per dire) che dovevo ordinare in fretta perché il locale era in chiusura. Obbedisco. E vada per i tortellini di cui, vi ho già detto, avrò da pentirmi. Mi viene subito ingiunto di dire anche del secondo piatto. Replico che prenderò arrosti o bolliti, dopo aver consumato il primo. Macchè. Devo scegliere subito. Eppure gli arrosti e i bolliti sono a vista sul carrello, quindi, nulla vieta di scegliere al momento! E’ chiaro che viene così detto giusto per fare pressione psicologica sul cliente.
Alcuni sventurati, entrati minuti dopo di me (cioè perfettamente in tempo secondo gli orari esposti), sono accolti con un “Ringraziate Dio, siete ben fortunati ad entrare! Scegliete presto, siamo in chiusura”.
Non va trascurato che sul conto ritroverò la voce “coperto” a ben 4:20 euro!
Tavoli ravvicinatissimi sul tipo mensa aziendale.
Avviso ai naviganti che attraversano Bologna. Albergo Centrale: assai consigliabile.
Ristorante “Diana”: da evitare.



Buona tavola: la Sangiovesa di Santarcangelo


Questo ristorante di Santarcangelo di Romagna - gestito da Daniele Vasini e Loris Vestrucci - s'avvale del giovane chef Massimiliano Mussoni, uno di cui sentirete parlare; nell'attesa, venite qui ad assaggiare i suoi piatti, mi ringrazierete.
Il locale si trova in un antico palazzo fine '600 e il logo lo si deve alla matita di Federico Fellini, logo giunto fino a noi attraverso Tonino Guerra.
La visita a "La Sangiovesa" s'apre con un'escursione archeologica nelle vecchie grotte che giungono fino ad una fonte d'acqua e di leggende. Il percorso è illuminato da box e idee - ancora una volta di Tonino Guerra - dedicate alle "colombaie", omaggio ai postini d'un tempo, messaggeri d'amori e di guerre.
Non sono di quelli che descrivono le pietanze poiché penso che vadano mangiate, ma - credetemi - qui c'è del buonissimo (quando va male) e dell'ottimo quando va bene, vale a dire: sempre. Ancora una cosa, da anni accuso (e per fortuna non sono certo il solo) l'enogastronomia italiana di praticare indecenti ricarichi sui vini. Alla Sangiovesa - caso raro - ho trovato ricarichi onesti sulle molte etichette rigorosamente di territorio.
Ora la Sangiovesa assume nuovi meriti. Nei mercoledì del mese di febbraio, infatti, avrà luogo la settima edizione de "A cena con l'autore": rassegna letteraria che consente ai partecipanti di trascorrere una serata a tavola con gli scrittori invitati, rivolgendo loro domande e ricevendo in omaggio una copia del libro che viene là presentato.
Quattro gli autori che si alterneranno nel corso di questa edizione, curata, come sempre, dallo scrittore Stefano Tassinari.
Eraldo Baldini (il 2 febbraio), Maria Rosa Cutrufelli (il 9), Guido Barbujani (il 16), Guido Conti (il 23).
Cena a menù fisso (bevande incluse), più una copia del libro: 20 euro.
Prenotazione obbligatoria telefonando al numero 0541 – 62 07 10

La Sangiovesa Piazza Balacchi, 14 - Santarcangelo di Romagna, www.sangiovesa.it


Echaurren nella Rete


Tutti i rei prima o poi finiscono nella Rete.
E’ accaduto anche a Pablo Echaurren. Diciamo la verità: se lo meritava. Da tempo!
Ma, da artista grande qual è, è riuscito a trasformare il gabbio telematico in uno sfarzoso angolo del Web con un sito che di lui racconta storia e gesta.
Da anni Pablo conduce una ricerca anfibia tra i linguaggi e nel suo sito troverete cronaca e immagini dei tanti media frequentati: pittura, collage, arazzi, libri, manifesti, fumetti, illustrazioni, vetrate… che dico vado avanti? No, perché ho bisogno di farmi proprio un goccetto.
Sia resa lode anche alla webmistress di Colorville che ha ideato una home di grande funzionalità, elegante grafica, veloci caricamenti, realizzando: www.pablo.echaurren.com, una porta al cui citofono busseranno in molti.
Bussate anche voi. A vostro rischio, naturalmente.
Nel picchiare a quell’uscio, ricordatevi che il regista Marcus Nispel, prevedendo profeticamente l’avvento del sito di Echaurren, girò, saggiamente ammonendo, il film: Non aprite quella porta!


Nemo propheta in patria?


Spero proprio che la locuzione popolare latina che dà titolo a questa nota sia smentita nel prossimo futuro da ciò che ora vi segnalo.
Si tratta di CG Italia.
Che cosa sia CG Italia, quale il suo profilo, le ragioni per cui è al mondo, le sue finalità, ve lo faccio raccontare da Massimo Curatella che l’ha ideata e la conduce.
CG Italia si occupa di creatività, tecnologia ed intrattenimento con particolare amore per le arti visuali e tutto ciò che passa per il computer per essere rappresentato, visualizzato, disegnato. La schiera di creativi, aspiranti grafici, modellatori tridimensionali, registi di film d'animazione digitale, programmatori di software di visualizzazione, progettisti della comunicazione grafica, è sempre più folta. Noi italiani, siamo sistematicamente destinanti alla frustrazione in patria a causa della “mancanza della giusta cultura", della "mancanza di investimenti", della "mancanza di cinema di qualità", della "mancanza di scuole ed istituti di formazione all'altezza", della "mancanza di accademie dedicate al design", della "mancanza della ricerca". Insomma, tanto per cambiare, aspiriamo tutti a diventare i novelli Leonardo e Michelangelo avvalendoci, più o meno, delle stesse risorse che i "nostri" avevano all'epoca.
Personalmente stufo di tale situazione e stufo di sognare l'America ho deciso di cominciare a tirar fuori tutta la frustrazione accumulata in circa 10 anni di tentativi, proposte, imprese, riviste, associazioni, progetti. E' per questo che ho voluto mettere in questo sito la voglia di conoscere quelli che hanno passioni, aspirazioni e frustrazioni pari alle mie. E' per questo che da circa un mese chiedo a tutti quelli che conosco: si può fare un lungometraggio d'animazione, in Italia? Si può fare un cortometraggio di successo, in Italia? Si possono fare effetti speciali di qualità, in Italia? Si può fare un videogioco all'altezza dei titoli
più venduti, in Italia? E a tutte queste domande aggiungo sempre: e si possono fare tutte queste cose ed essere felici?
Per il momento mi limito umilmente a fare da facilitatore di una discussione nella speranza di avere almeno il polso della situazione. Nel futuro, spero di poter utilizzare questa mappa per tracciare un percorso. Dopo di che: proverò a percorrerlo. Ecco: questo vuole essere CG Italia
.


Darwin fra noi

Il bimestrale di Scienze darwin (la d minuscola è un’idea grafica della redazione, non mia), è un’occasione preziosa per informarsi su novità e riflessioni sociopolitiche che provengono da più campi: dalla biologia all’antropologia, dalla fisica alle neuroscienze, fino alle tecnologie innovative della ricerca.
A dirigere la pubblicazione che sta via via acquistando sempre più consensi e lettori: Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini.
Nel numero ora in edicola, troviamo uno ‘speciale’ (“L’altra faccia del genoma”) che descrive la rivoluzionaria scoperta dei piccoli RNA - molecole tanto piccole da essere sfuggite per 50 anni ad ogni osservazione - che ha colto di sorpresa i biologi e promette nuove terapie; l’ampio servizio è firmato da Giuseppe Macino, Carlo Cogoni, Gilberto Corbellini.
E ancora: “Elisir di lunga vita per le opere d’arte” di Piero Baglioni, Emiliano Carretti, Luigi Dei, Enzo Ferrosi, Rodorico Giorni i quali parlano della sperimentazione a Firenze di nanomateriali per conservare i capolavori; “Alessandro Magno storia di un maschio alfa” di Paolo Crocchiolo, lettura in chiave biologico-evoluzionistica della vita del conquistatore macedone; “La natalità oltre gli stereotipi” di Francesco C. Billari che indaga su quanto i trend demografici determinino i modelli sociali.
Inoltre, recensioni, polemiche, notizie.
Costo della rivista: 6:0 euro


Don Giovanni all'Opera dei Pupi


L’Unesco ha recentemente dichiarato il Teatro dei pupi "Capolavoro del patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità", attribuendo così per la prima volta tale riconoscimento non a statue, a monumenti o a siti storici, bensì ad una tipica espressione della cultura popolare.
Già Silvio D’Amico aveva avvertito l’importanza del teatro dei pupi allorché lo definì il più grande fenomeno teatrale italiano dopo la Commedia dell’Arte e il Melodramma. E tanti sono quelli che hanno condotto studi sulla storia dei pupi – si pensi alla monumentale opera di Giuseppe Pitrè – e, in epoca più vicina a noi, si sono avuti libri e riflessioni sul linguaggio di quella scena da Ettore Li Gotti, Sebastiano Lo Nigro, Carmelo Alberti, Fortunato Pasqualino, Vincenzo Consolo; e non pochi studiosi stranieri si sono avvicinati a quel mondo, come, per fare un nome solo contemporaneo, Ann Jo Cavallo.
Fra le Compagnie che agiscono in quest’area, spicca quella di Mimmo Cuticchio, nota in Italia e all’estero, che, pur nel rispetto della tradizione, ha innovato tecniche e forme di rappresentazione facendo di Mimmo uno degli autori-registi più importanti della nostra scena: reinventore dell'antica arte dei pupi siciliani attraverso l'incrocio con altri generi. E da questo stile espressivo, frutto di una trentennale ricerca, nasce ”Don Giovanni all'opera dei pupi” che debutta a Roma, al Teatro Valle, martedì 25 gennaio, alle ore 20.45.
L'artista palermitano si era già altre volte accostato al melodramma con una serie di spettacoli - Macbeth, Tosca, Manon - che hanno dimostrato il felice connubio tra gli intrecci dell'opera lirica e le trame del cunto.
Così nel Don Giovanni di Cuticchio si intersecano due mondi drammatici, quello delle "vastasate" palermitane del Settecento, e quello delle avventure di Don Giovanni, secondo il libretto di Lorenzo da Ponte.
A questa doppia drammaturgia corrisponde un doppio spazio scenico: un coloratissimo teatrino tradizionale dell'Opra, e una platea, in bianco e nero, dove agiscono le tante marionette manovrate a vista, create appositamente per l'occasione.
"Questo spettacolo mi permette di mettere insieme ancora una volta antico e moderno" - dice Cuticchio - "il teatrino dei pupi tradizionale e la manovra a vista. I pupi di farsa sono palermitani e parlano il loro dialetto,
Leporello, che sbarca da Napoli e racconta al famoso cuntista Mastro Ramunnu l'intricata vicenda del ‘conte Don Giovanni’, si esprime invece in italiano".
Quello di Cuticchio é un Don Giovanni popolaresco, che strizza l'occhio alla platea, più divertente che crudele, più compagno d'osteria che cavaliere tenebroso. Amori, tradimenti, duelli, delitti trovano un singolare contrappunto nei commenti del pubblico - i pupi Virticchio, Nofrio, Lisa,
Peppennino, Tistuzza, Tofalu, Japicu, Don Litterio, Sabedda e gli altri..... ai quali tutti Mimmo Cuticchio, da solo, dà voce.
La singolare partitura vocale che l'artista crea ogni sera in scena con tante inflessioni e toni diversi, si aggiunge alle più note arie dell'opera di Mozart, stemperando le passioni con qualche nota umoristica.
Lo spettacolo sarà successivamente a Gorizia (1-2 febbraio) e in primavera a Mosca.
Vestiti dei pupi, scene e cartelli Pina Patti Cuticchio - Tania Giordano
Roma - Teatro Valle - martedì 25/domenica 30 gennaio 2005 - ore 20.45
giovedì e domenica pomeridiana ore 16.45
Botteghino Teatro Valle: 06 68803794. Numero verde 800011616, www.teatrovalle.it
Biglietti da 16 a 29 euro
Per contatti con l’Ufficio Stampa: Simona Carlucci, tel. 067009459 – 3355952789;
essecci@libero.it


Parole di celluloide


“L’attore di cinema Ronald Reagan Presidente degli Stati Uniti nel 1985?... E magari Jerry Lewis, altro attore, sarà vicepresidente?... Marylin Monroe first Lady e John Wayne Ministro della Guerra… mi vien da ridere…Ah, ah, ah….”

(Cristopher Lloyd divertito nel 1955 alle predizioni del ragazzo Michael J. Fox, ‘Ritorno al futuro’, 1985)


Nota finale


Mi piace ricordare (ed è anche doveroso farlo) che tutte le battute con cui ho intercalato le note di questo ‘special’, le ho ricavate dalle 3659 contenute in “Segua quella macchina!” di Enrico Giacovelli, Gremese Editore, 1995.



Parole di celluloide


“Io sono sempre grande. E’ il cinema che è diventato piccolo”.

(L’ex attrice Gloria Swanson allo sceneggiatore William Golden, ‘Viale del tramonto’, 1950)


Special per Future Film Festival (15)


Ecco una considerazione generale sul Festival cui ho assistito.
Organizzazione assolutamente perfetta.
L’ufficio stampa, guidato da Lorena Borghi, di grande efficienza e puntualità anche nella sua estensione bolognese affidata all’ottimo Simone Spallanzani.
La massiccia partecipazione del pubblico – prevalentemente giovanile – alle proiezioni e agli incontri con i protagonisti della scena digitale contemporanea, dimostra quanto interesse ha suscitato l’avvenimento che ha centrato perfettamente l’obiettivo di portare alla ribalta non soltanto tematiche tecniche ed espressive, ma anche di mercato.
E qui desidero soffermarmi su di un ulteriore aspetto che m’è parso di grande interesse.
Se scorrete il programma sul web (puntualmente rispettato nella realizzazione) v’accorgerete che non c’è stato un convegno, o altra occasione, di dichiarato approfondimento estetico perché da tutti gli incontri, non uno escluso, sono venuti fuori spunti di riflessione sul linguaggio dei nuovi media. Nessun accademico che ci abbia ammorbato con pesanti disquisizioni di quelle che infestano ogni rassegna. Qui i percorsi di riflessione sono stati manifestati dal pubblico e dagli autori senza squilli o esclamazioni.
E ancora: l’oggetto tecnico, gli strumenti tecnologici ci sono stati mostrati o con pari dignità all’oggetto estetico oppure essi stessi come oggetti estetici.
Insomma il Festival ha indicato una filosofia di percorso preferendolo affidarlo al programma stesso e non a pulpiti che ne dicessero finalità e traguardi.


Parole di celluloide


“La vita dovrebbe essere come il copione d’un film: desideri qualcosa?... dissolvenza… ce l’hai”.

(Edie Adams a Capucine, ‘Masquerade’, 1967)


Special per Future Film Festival (14)


Il Festival si avvia alle sue battute conclusive.
In apertura del FFF Giulietta Fara è qui intervenuta per spiegare le intenzioni di quest'edizione e ora a Oscar Cosulich ho chiesto un flash di bilancio. Questa che segue è la sua risposta.
Caro Armando, alla fine di questa settima edizione del FFF penso che abbiamo ottenuto il nostro scopo primario che era quello di capire meglio la realtà del cinema, della musica, e della tecnologia applicata alla vita quotidiana. Gli incontri con autori di formazioni e culture diverse, le proiezioni di film di ogni parte del mondo, il continuo e prezioso scambio con il pubblico che ha affollato i 124 appuntamenti offerti da quest’edizione, ci hanno permesso di chiudere questa esperienza con un minimo di consapevolezza in più e la voglia di riprovarci ancora. Siamo quindi già pronti a progettare l’ottava edizione del FFF, che si terrà nel 2006, pur sapendo che mantenere questo livello sarà impresa tutt’altro che facile.


Parole di celluloide


“Non trovo così eccitante scoprire che tutta la mia vita è stato un maledetto film”.

(L’eroe del cinema Schwarzenegger all’operatore Robert Prosky, ‘Last Action Hero’, 1993)


Special per Future Film Festival (13)


Il FFF non espone soltanto le nuove tecnologie audiovisuali e i tracciati della fantasia di tanti autori di cinema, tv e altri media, parla anche direttamente di scienza. Di quella che confina con la fantascienza, ovviamente. Come nell’incontro di ieri dove il professore Francesco Trabucco del Politecnico di Milano – coadiuvato nell’esposizione da Manuela Aguzzi, Marina Carulli, Silvia Ferraris – ha presentato i suoi lavori di extreme design per oggetti, veicoli, strumenti, che servono all’esplorazione spaziale sia umana sia robotica.
Sue, ad esempio, sono le tute che vediamo indossate dai cosmonauti.
E alla vita di costoro, Trabucco – con semplicità e umorismo – ha dedicato larga parte della sua conferenza supportata da filmati, animazioni, slides.
Gran brutta vita, credetemi. Ne ho appreso di cotte e di crude. Lassù soffrono da bestie. L’aria è puzzolente, l’acqua e il cibo non sono un granché, la qualità del sonno è scadente, il senso di derealizzazione li accompagnerà per tutta la vita, l’esposizione alle radiazioni ha una pericolosità di misura non ancora accertata, dal momento in cui avvertono lo stimolo d’andare al bagno a quando la fanno passano, per via delle manovre da fare, dai venti ai venticinque minuti nel corso dei quali c’è anche l’applicazione di cateteri… insomma sconsiglio vivacemente di candidarvi a viaggi spaziali.
Trabucco ha anche sfatato alcuni luoghi comuni come, ad esempio, il fatto di credere alla verità dei filmati con i cosmonauti che, una volta atterrati, aprono il portello e scendono agitando bandierine… macché! Sono filmati realizzati ben dopo la discesa a terra perché quegli esploratori hanno bisogno di non meno di 2-3 ore prima di rimettersi in piedi. E ancora: la commercializzazione dello spazio è stata finora un fiasco mentre ora, invece, sta sorgendo con serie ragioni di successo il business del turismo spaziale con brevi viaggi.


Parole di celluloide


“Sta diventando un film commedia anni Cinquanta: qualcuno dovrebbe cominciare a servire dei Martini”.

(Woody Allen a Diane Keaton, ‘Manhattan’, 1979)


Special per Future Film Festival (12)

“Future Film Game” è la sezione del FFF affidata ad uno dei maggiori esperti italiani (e non solo italiani) di videoludica: Matteo Bittanti che dispone (poteva essere diverso?) di un gran bel sito web che v’invito a visitare www.mattscape.com
Matteo ha presentato un interessante incontro con Alastair Burns del Guerrilla Studio, game designer e product manager del progetto Killzone che racconta l’evoluzione degli FPS (First Person Shooter) per consolle.
Spero che il prossimo anno a questa sezione sia dato maggiore spazio perché propone spunti di riflessione, di sociologia della comunicazione su cui riflettere. Gioiosamente. Senza pallosi monologhi professorali che rendono la cultura sinonimo di noia.
Bittanti, ad esempio, è il tipo giusto per condurre seminari su cose serissime con allegria.
E a Matteo mi sono rivolto per saperne di più sull’avvento dei game studios. Così mi ha risposto:
I giochi digitali, o più comunemente videogames, esercitano un’influenza culturale, economica e sociale di considerevole rilevanza. Pilastro dell’industria dell’entertainment, il videogioco è anche un potente strumento di socializzazione e di acculturazione. Il che spiega perché, dopo un’apatia ventennale, l’università si sia finalmente “accorta” dell’esistenza di questo medium, elevandolo dal rango di anomalia mediale a specifico oggetto di studio. In questo senso, l’emergere dei games studies o ludologia all’interno delle più importanti università statunitensi ed europee all’inizio del nuovo millennio conferma l’attenzione crescente per un artefatto culturale a lungo sottovalutato. Dell’investigazione del videogame si stanno occupando le più prestigiose istituzioni universitarie, come il Massachussets Institute of Technology di Boston, l’Università di Stanford, il Georgia Tech di Atlanta. L’Europa non è da meno. Negli ultimi anni sono nati veri e propri centri dedicati all’analisi specifica del game digitale, il più importante dei quali è il Computer Games Research Center dell’università di Copenhagen. La neonata disciplina dei game studies può contare su una vasta bibliografia, pubblicazioni autorevoli come Game Studies e The International Journal of Computer Gaming and Simulations, associazioni internazionali (ad es. la Digital Games Research Association), conferenze annuali e manifestazioni dedicate. In altre parole, oggi il videogame rappresenta per la Torre d’Avorio quello che il cinema era negli anni ’40 e ’50: una terra vergine, una landa incontaminata, un mondo da esplorare con una metodologia analitica eterogenea. Semplificando, possiamo individuare cinque aree fondamentali di indagine: le dinamiche interattive e le prassi di simulazione, l’esperienza di gioco e le pratiche di costruzione ed esplorazione di mondi virtuali, il potenziale pedagogico del ludus elettronico, gli effetti sociali, psicologici e fisiologici del gaming, nonché la dimensione ideologica, politica e culturale del game. La vera partita della critica culturale del videogame è appena cominciata.
Di Matteo Bittanti riparlerò prossimamente, proprio qui a Cosmotaxi, perché i suoi progetti m'interessano molto. Nel frattempo, date uno sguardo a Ludologica.


Parole di celluloide


“Taxi! Portami via da questo film!”.

(Il cattivo scornato Harvey Korman esce da ‘Mezzogiorno e mezzo di fuoco’, 1974)


Special per Future Film Festival (11)


Splendida la Sezione “Mars Attacks” guidata ottimamente da Franco La Polla che presenta film ispirati al tema marziano fino agli anni ’60.
Film che posti così come sono in programma raccontano non solo la storia dell’immaginario su di un luogo che più di altri ha attirato fantasie, ma anche le pulsioni d’attualità del momento in cui furono girate. Ad esempio, in “Himmelskibet” (1917) del danese Foster Holge-Madsen i terrestri sono accolti su Marte da una popolazione festosa. Mentre durante la guerra fredda il tema marziano veniva sfruttato per confezionare pellicole ferocemente anticomuniste, del resto richiama Pianeta Rosso, o no?
Ieri c’è stato in programma “Red Planet Mars” (1952) dell’americano Harry Corner; costui, in pieno trip allucinatorio dovuto ad una probabile indigestione di pollo fritto condito con burro d’arachidi, sostiene che il Pianeta Rosso è un mondo utopico e i terrestri possono salvarsi soltanto pregando Dio...!
A certi registi, prima di consentire loro l’accesso al set andrebbe fatto l’antidoping.


Parole di celluloide


“Suspense, risate, violenza, speranza, cuore, nudo, sesso… lieto fine… specialmente lieto fine”

(Il produttore Tim Robbins elenca a Greta Scacchi gli ingredienti per un film di successo: ‘I protagonisti’, 1992)


Special per Future Film Festival (10)


Un Festival della creatività digitale sarebbe incompleto senza una sezione dedicata a Internet. Il FFF, attento a tutte le occasioni transestetiche, tecniche e di mercato dei percorsi digitali, ha dedicato un’intera giornata a Internet curata da Luca Vaglio, giornalista attivo nell’area dei nuovi media.
La creatività interattiva – dice Vaglio – è ancora sulle pagine web ma sta uscendo dal web stesso per coinvolgere gli altri media: telefonia fissa e mobile, internet, tv.
Su queste linee s’è tenuto un convegno in due tempi. Dapprima (‘L’arte interattiva cambia forma’) con Alberto Cecchi, Mirco Pasqualini, Luca Simeone, coordinamento dello stesso Vaglio. Poi, nel pomeriggio, strappato dolorosamente dalla sedia di un bistrot in Via delle Clavature, ho ascoltato Alberto Cecchi impegnato in un workshop sui temi già profilati in mattinata.
Concludendo, lascio ancora la parola a Luca Vaglio: Grande è la nuova trasformazione che i media digitali stanno vivendo. Se da un lato la banda larga sta creando i presupposti per realizzare la tanto attesa convergenza digitale, dando la possibilità di raccogliere media diversi in un solo terminale, di accedere a contenuti differenti su unico schermo, dall’altro è evidente che i media, soprattutto i nuovi media, sono ora in grado di dialogare tra loro meglio che in passato. La Rete si sta allargando e, accanto alle interazioni tra internet e telefonini, già si affacciano quelle tra i telefoniniu e la tv. La grafica televisiva del prossimo futuro potrebbe essere sempre più contaminata da parole e immagini inviate via sms o mms. La diffusione di questo fenomeno dovrebbe preparare un salto di qualità nel campo della creatività interattiva, un po’ come è accaduto nei secondi anni ’90, quando, compresa la peculiarità di internet, si è sviluppato on line un linguaggio visivo nuovo, lontano da quello della pubblicità tradizionale. Altri sviluppi, poi, verranno dalla domanda dei contenuti, anche grafici, dell’emergente settore della telefonia mobile di terza generazione.


Parole di celluloide


“Io non spiego i miei film: sciupa tutta l’emozione”.

(Il narratore di trame William Hurt al suo compagno di cella Raul Julia: ‘Il bacio della donna ragno’. 1985)


Special per Future Film Festival (9)


Kelly Dobson, americana, occhialuta, falsa timida, straripante simpatia, ha presentato il lavoro che svolge al MIT.
Costruisce oggetti reinventando quelli di uso quotidiano per un uso critico e creativo.
Certo, fin qui capisco che non ho spiegato molto. Allora passiamo a qualche esempio.
Ha inventato polmoni indossabili che servono a urlarci dentro quando siamo stressati fino allo strillo, ma chi ci sta intorno non sente la nostra strillazzata perché quei polmoni (rassomigliano a una zampogna) sono perfettamente insonorizzati. Poi è possibile riascoltare – se si vuole – in cuffia oppure fra gli altri i propri urli grazie a un play back.
E che dire di una macchina (anch’essa indossabile) che può abbracciarci a comando nostro o di altri che desiderano abbracciarci? Macchina che ha interessato psicoterapeuti (la Dobson ha studiato medicina e psicoterapia) perché può essere utile agli autistici che molto desiderano l’affettuosità ma spesso hanno terrore del contatto fisico.
Kelly, poi, riesce anche a parlare alle macchine, e l’abbiamo vista alle prese in un brillante dialogo con un frullatore. Come? Applicando dei sensori all’oggetto e poi emettendo vocalmente suoni i quali imitano quelli (ad esempio, del frullatore) e viaggiando su determinate frequenze, stimolano risposte della macchina stessa.
Alla cosa s’è interessata la Boeing che ne terrà conto nella costruzione di nuovi aerei.
Chiaro mo’ che combina ‘sta Kelly?
Aldilà della spettacolarità delle sue invenzioni, la cosa sottende un discorso profondo sull’interazione Uomo-Macchina. Non più la macchina protesi dell’Uomo, ma l’Uomo che apprende, assimila e reinterpreta segnali di linguaggio delle macchine.
Le ho chiesto se era al corrente del lavoro che va svolgendo Kevin Worwick sullo stesso tema. No, non si conoscono, ma la Dobson s’è mostrata assai interessata a quanto le dicevo e mi ha detto che vorrà contattarlo il più presto possibile.
Quando s’incontreranno vorrei tanto essere presente a quell’incontro!



Parole di celluloide


- Lei non legge le critiche?
- No.
- Allora, come fa a scegliere i film?
- Come scelgo una donna: correndo dei rischi

(L’intellettuale Silvano Tranquilli all’uomo d’azione Lino Ventura: ‘Una donna e una canaglia’, 1972)


Special per Future Film Festival (8)


Ho già detto che ci sono nostri operatori nel settore dell’animazione e degli effetti speciali che emigrano e trovano fama all’estero.
Uno dei casi più famosi, forse il più famoso, è quello di Andrea Maiolo.
Pochi dati per dirvi di costui che ha presentato in maniera estremamente comunicativo il suo lavoro punteggiandolo con raffinate battute umoristiche.
Andrea Maiolo lavora all’Industrial Liht and Magic di Lucas, è stato direttore tecnico delle creature digitali di Hulk, Men in Black II, Van Helsing, sta collaborando al nuovo Guerre Stellari. Scusate se è poco.
Andrea Maiolo: un perfetto incrocio fra tecnica e arte, un uomo (di giovane età) che è al tempo stesso un grande tecnico e un grande artista.
Alla faccia di quelli che tentano di separare le due doti in modo gentiliano e culturalmente poco gentile.


Parole di celluloide


“Io non voglio vincere premi: voglio dei film che finiscano con un bacio e facciano soldi”.

(Il regista-produttore Walter Pidgeon a Barry Sullivan: ‘Il bruto e la bestia’, 1952)


Special per Future Film Festival (7)


Massimo Carrier Ragazzi di Maga Animation Studio, Gabriele Cipollitti della Rai, Daniele Lunghini e Francesco Mastrofini di Digitrace, Franco Valenziano di Ubik, Paolo Zeccara di Proxima, sono i rappresentanti delle maggiori produzioni digitali italiane.
Il Festival ha offerto loro l’occasione di presentare al pubblico i lavori che hanno prodotto negli anni scorsi e vanno producendo in questi giorni. E anche di conoscersi meglio tra loro. Tanto che Oscar Cosulich e Giulietta Fara, direttori del FFF, guidando l’incontro, hanno colto l’occasione per proporre la continuazione del discorso in questa stessa edizione, e poi successivamente, di rendere stabili questi confronti affinché gli operatori del settore possano scambiarsi non solo le esperienze di laboratorio, ma anche le riflessioni sulle occasioni di questo particolare mercato.
Noi italiani, infatti, come è stato detto senza lamentazioni, con considerazioni a ciglio asciutto, in questo settore siamo schiacciati fra la potenza economica statunitense e quella tecnica coreana (del Sud, preciso io, al Nord quel governo non ha ancora fatto sapere ai cittadini che l’uomo è sbarcato sulla Luna) e di altre cinematografie asiatiche. Il tutto, però, avviene senza che manchino da noi energie creative. Non è la solita protesta patriottica, trova infatti conferma nel fatto che nostri operatori emigrano e vengono accolti alla grande nei paesi dove sbarcano.
Ancora una cosa su quest’incontro con i nomi che ho già fatto in apertura di nota.
Mi ha colpito la loro grande, grandissima umiltà con la quale esponevano percorsi e progetti. L’esatto contrario di quanto accade quando sentiamo parlare, registi, sceneggiatori, scenografi, produttori. E pensate che molti di questi varcano la soglia degli studi di quei signori per chiedere aiuto (e, talvolta, disperatamente) a quei laboratori per le loro produzioni. Così va il mondo. E non va un granché.


Parole di celluloide


“Il più bel film che mai sarà fatto, è stato già fatto!.

(Ryan O’ Neal a Burt Reynolds, ‘Vecchia America’, 1976)


Special per Future Film Festival (6)


Questo FFF, accanto alle proiezioni, presenta una serie d’incontri che s’avvalgono di grandi tecnici nel campo dell’animazione e degli effetti speciali.
Molti di noi gradirebbero che fosse previsto anche un incontro un po’ riservato con Lorena Borghi che guida l’ufficio stampa, ma, almeno per me, tira ‘na brutta aria.
Torniamo agli altri incontri… sigh!
Prima di passare a qualche nota in particolare, voglio cogliere un aspetto che mi sembra confermi l’originalità di questo Festival. Qui la tecnica è presentata non solo come uno strumento al servizio dell’estetica, ma come oggetto estetico essa stessa.
Notevole cosa.
Naturalmente dalla platea mai è mancata una voce (una, la stessa, pur pronunciata da diverse persone) che chiedeva, a chi esponeva i percorsi del proprio lavoro, se avvertisse fra tante macchine, la mancanza di una presenza umana. Giusta e puntuale la risposta (unanime, la stessa, pour pronunciata da diversi operatori): “Per me, è la macchina un’emozione” (mia trascrizione a memoria, ma fedele).
Da parte di chi sollevava quella domanda-obiezione, quanta raccapricciante fiducia,
nell’umano
Come se fino ad oggi avesse data buona prova di sé!
Quando qualcuno mi dice, ad esempio "Vada dal dottor Rossi… è così umano", io scappo via dalla parte opposta rispetto al Dottor Rossi. Mi guida la prudenza.


Parole di celluloide


“Questa è la mia vita, e lo sarà sempre… Eccomi, De Mille, sono pronta per il primo piano”
(L’ex attrice Gloria Swanson all’ex regista Erich von Stroheim: ‘Viale del tramonto’, 1950)


Special per Future Film Festival (5)


Sezione ricca d’interesse di questo Festival è “Mars attacks”: retrospettiva di opere cinematografiche dedicate a Marte fino agli anni Sessanta.
Sezione inaugurata ieri con una breve introduzione di Franco La Polla in occasione della proiezione di “Aelita”, il primo film di fantascienza sovietico (1924) di Yakov Protanazov.
Splendida scelta mettere oggi sullo schermo (a proposito, una buonissima copia) questo film dove sia l’Urss sia Marte – come ha detto giustamente La Polla – non escono troppo bene come mondi abitabili e felici.
Un particolare gustoso: l’attrice che interpreta la marziana Aelita, paffuta, sopracciglia unite, ricorda la sicula Daniela Rocca in “Divorzio all’italiana”.
A Franco La Polla - americanista, studioso di cinema, autore di libri su Star Trek – che di ‘Mars attacks’ ha guidato la programmazione, ho chiesto di spiegare come mai Marte sia diventato il luogo privilegiato di tanta letteratura e cinema. Ecco la risposta.
Vi sono luoghi nello spazio che diventano luoghi della mente e che vivono e funzionano solo in quanto tali fintantoché l'evidenza scientifica non li riduce agli stretti termini della realtà. Uno di questi posti è Marte, che ha rappresentato un luogo della fantasia per più di mezzo secolo.
Un luogo della fantasia? Che cosa vuol dire? Che vi si sono infiorati attorno invenzioni, racconti, fictions. E' un caso classico, certo. Ma con Marte c'è una differenza: il pianeta rosso è diventato il referente dell'ignoto spaziale fantastico, vale a dire non un luogo immaginario ma IL luogo dove qualunque fantasia poteva essere formulata e accadere. Non esiste, intendo dire, un'idea univoca, per quanto falsa e fantasiosa, di Marte. Se si scorre la letteratura su di esso ne emergerà un luogo ogni volta diverso che con gli altri soltanto ha in comune la sua qualità fantastica. Insomma, Marte come contenitore di qualunque possibile invenzione saltasse in mente allo scrittore o cineasta di turno.
Naturalmente c'è sempre un inizio. E questa volta esso data agli studi astronomici sul pianeta rosso che attrassero l'attenzione mondiale verso la fine dell'Ottocento. A differenza dalla Luna gli astronomi vedevano su Marte mutamenti atmosferici e climatici, e nei canali ipotizzarono la presenza di acqua. Dal punto di vista dell'immaginario, Marte non è un solo pianeta: al contrario, ogni pianeta può essere Marte
.


Parole di celluloide


“Le stelle cambiano il proprio corso, l’universo può bruciare, il mondo andare a picco, ma Paperino esisterà sempre”.

(Trevor Howard a Clelia Johnson: ‘Breve incontro’, 1946)


Special per Future Film Festival (4)


Il “Futuro dei Toons” è la sezione del Future Film Festival dedicata alle novità più interessanti nel mondo dell'animazione.
Qui si parla giapponese. Sono, quindi, come potrete immaginare, completamente a mio agio.
Le serie TV che arrivano dal Giappone, negli ultimi anni, hanno saputo rinnovarsi raggiungendo livelli qualitativi straordinari.
E non a caso a questo Future Film Festival, sfilano le nuove proposte dei più importanti studi di produzione nipponici, da ‘Gainax’ a ‘Studio Bones’, da ‘Tezuka Production’ alla ‘Mad House’.
La sezione è stata allestita (preferisco questo termine all’altro più usato “a cura” perché quest'ultimo ha un odore vagamente ospedaliero) da Luca Della Casa che collabora col Festival fin dalla prima edizione.
A Luca ho chiesto l’importanza dello sguardo a mandorla nei toons. Ecco la sua risposta.
Caro Armando, il Giappone è ormai da quaranta anni la prima realtà produttiva al mondo nel settore del disegno animato seriale: la sua importanza non è diminuita, anzi, negli ultimi anni è diventata punto di riferimento costante per tutti gli animatori e i disegnatori occidentali. È però straordinario che gli autori giapponesi non si siano seduti sugli allori, perché se è vero che vi è stata una vasta produzione di anime popolari e di media qualità, ora su quelle solide basi sta esplodendo una sperimentazione creativa assolutamente inconcepibile per i canoni dell’animazione occidentale. Le tecniche utilizzate hanno raggiunto la perfezione nell’animazione di disegni altamente realistici e dettagliati, con un’integrazione del digitale nel disegno 2D molto più consapevole e contestuale rispetto agli esempi americani. Ma è soprattutto nel tipo di racconto che l’animazione giapponese sta tentando strade nuove: ne sono esempi “Paranoia Agent”, la prima serie TV diretta dall’osannato autore Kon Satoshi, che si distingue per le sue storie di violenza metropolitana con protagonisti ogni volta diversi e dai destini intrecciati, o “Samurai Champloo”, la nuova opera pulp del regista Watanabe Shinichiro, arrivato al successo internazionale con “Cowboy Bebop”. Non va dimenticato anche l’apporto di una nuova leva di sapienti sceneggiatori, come Murai Sadayuki, vero autore di “Kino's Journey - The Beautiful World” diretto da Nakamura Ryutaro e collaboratore di Otomo Katsuhiro per “Steamboy”, o Konaka Chiaki, il creativo celato dietro a serie di genere come l’horror-splatter “Hellsing” e il fanta-apocalittico “RahXephone”. Per questo la Sezione ‘Futuro dei Toons’ è dedicata alla produzione giapponese, quella che meglio rappresenta le possibilità attuali dell’animazione seriale.


Parole di celluloide


“E’ proprio roba da matti… in quindici anni che proietto film, uno come questo non m’era mai capitato!”.

(Il proiezionista Shemp Howard all’inizio di ‘Helzapoppin’, 1941)


Special per Future Film Festival (3)


Scena davanti al Cinema Capitol.
Un signore mi chiede che cosa “succede lì”.
Gli spiego sinteticamente.
Ho fretta d’entrare “lì”.
Lui replica con forte accento milanese: “Ma, dica la verità, tutte ‘ste robe saranno le solite cose di sinistra, o no?”.


Future Film Festival

SPECIAL COSMOTAXI PER IL VII FUTURE FILM FESTIVAL


Ultime parole famose


“Cartoni animati con un topo? Che idea orribile! Terrorizzerebbe tutte le donne incinte”.

Louis Meyer, capo della MGM, rifiutando il personaggio di Topolino, 1927.


Special per Future Film Festival (1)


Apro queste note che seguiranno il Festival dicendo del mio faticoso approdo a Bologna.
Colpa dell’Ora Eff. Che cos’è l’ora Eff.?
Dobbiamo l’invenzione ad eccelse teste di Casio delle FFSS che, meditando fra orologi ad acqua, atomici, a quarzo, a sabbia, hanno ideato quest’innovativo tipo d’indicazione del Tempo.
Scienziati, glottologi, viaggiatori, si sono a lungo angosciosamente interrogati invano sul significato di quella scritta sui tabelloni nelle stazioni. Che vorrà dire?... Ora Efficace?... Ora Efficiente?...Ora Effemeridi?...Ora Effusiva? Poi si è scoperto che la criptica scritta sta per “Ora Effettiva”, volendo così dire Ritardo.
Mi sono consolato, poco dopo l’arrivo, bevendo Sangiovese di Romagna Domus Caia Riserva 2000, dell’Azienda di Stefano Ferrucci.
L’accoglienza al “Future Village” per l’accredito stampa è stata squisita, press office cordiale ed efficiente affidato allo Studio Sottocorno guidato da Lorena Borghi.
Tutto promette il meglio, come prevedevo.
Per accingermi a godere questo Future Film Festival, mi sono subito concesso ancora del Sangiovese di Romagna Domus Caia; si sa, ogni scusa è buona.


Speial per Future Film Festival (2)


Il Future Film Festival è giunto alla sua VII edizione diventando un appuntamento di fama internazionale. Meritata fama. Perché tra i tanti festival di cinema spicca per originalità tematica e per la grand’attualità dei temi tecnici ed estetici proposti.
Proposti non separatamente, ma esaltandone gli incroci, tutti senza semaforo, che permettono fruttuosi incontri e scontri animati dalla volontà di compenetrarsi, contaminarsi, lanciare l’ostacolo oltre il cuore.
Al timone del Festival: Giulietta Fara e Oscar Cosulich.
Per sapere i nomi di chi ha validamente con loro collaborato, cliccate su: QUI.
Per conoscere finalità e traguardi di quest’edizione del FFF ’05, ho chiesto a Giulietta Fara di parlarmene e la Divina così mi ha risposto:
Anche quest’anno è stato creato un programma ricco, che tiene conto delle novità e delle sorprese dell’animazione e degli effetti speciali da tutto il mondo. La finalità di questa edizione, per me che ho fondato il Festival e lo seguo dalle sue origini, credo sia un po’ differente rispetto agli altri anni. Se prima infatti abbiamo guardato molto a tutte le novità nell’utilizzo degli effetti speciali e del 3D, senza considerarne solo una qualità espressiva, ma in gran parte tecnica, ora l’attenzione si è spostata molto di più sulla qualità con cui la tecnica viene utilizzata, lo scopo e la motivazione estetica per cui si utilizza un effetto, una animazione al computer. Per questo, sin dalle origini abbiamo voluto sempre presentare animazione tradizionale e digitale come una unica grande “categoria” espressiva (brutto termine, ma efficace). Più che avvicinare l’animazione al cinema tout court, operazione che più di una manifestazione si propone di fare, ci teniamo infatti ad avvicinare l’animazione digitale a quella tradizionale, per evidenziarne le origini espressive e le caratteristiche di sinteticità, ironia, gioco con le forme ed i colori. Affrontata da questo punto di vista, l’animazione digitale tutto ha nell’animo meno che di eguagliare la realtà fotografica, di competere con il film dal vero, anche se molti sono i tentativi in questo senso, messi in campo dalle major più potenti dell’industria cinematografica. Certo è che il computer serve a mettere in scena con sempre più impressionante fotorealismo situazioni che altrimenti sarebbero risolte in modo più artigianale, ma non è detto che, per lo stile di un film, sia necessario il fotorealismo: quest’ultimo non è infatti un termine qualitativo assoluto, ma dipendente dal tipo di storia da narrare e dallo stile del regista e del suo team di creativi. Così quest’anno Miyazaki convive con Nelson Shin, l’animazione giapponese delle origini con i film di fantascienza degli anni cinquanta e sessanta: un viaggio nelle viscere della fiction, ecco cosa propone il Future Film Festival 2005 al suo pubblico.
“L’animazione”, come afferma Bruno Bozzetto, “è una operazione di sintesi, e meno elementi espressivi l’animatore ha a disposizione, più deve far leva sulle sue qualità espressive.” Così The incredibles è un esempio eccellente di questa sintesi, ma non solo i blockbuster fanno dell’animazione e delle nuove tecnologie la più interessante forma espressiva dell’arte contemporanea: l’animazione per adulti in Europa e in Occidente infatti è molto spesso sinonimo di animazione indipendente, di nicchia, ed ecco che Bill Plympton, Phil Mulloy ne sono un esempio più che calzante. La Corea poi, da questo punto di vista, sta sfornando capolavori di tecnica, di storie, di stili, da far invidia ai colossi americani e giapponesi degli ultimi anni. La Francia, da un po’ di anni, sta cercando una sua via molto originale all’animazione al computer e agli effetti speciali, mentre l’Italia oggi ha alcune armi espressive da sfoderare, anche se la mancanza di cultura dell’animazione nel nostro paese penalizza inevitabilmente anche il settore del 3D, della computer grafica
.


Frasca volante su vento Meltemi


Narratore, poeta, saggista, Gabriele Frasca da anni conduce su più registri (e su più media: dalla letteratura al fumetto, dal teatro alla radio) una valorosa ricerca anfibia tra i linguaggi.
Insegna Letterature Comparate all’Università per Stranieri di Siena. Si è occupato di Medioevo, Barocco, Modernismo e di teoria delle comunicazioni. E poiché in questa nota mi occupo di una sua pubblicazione saggistica (ma nel link dato in apertura troverete dell’altro), ricordo fra i suoi saggi: “Cascando. Tre studi su Samuel Beckett” (1988), “La furia della sintassi. La sestina in Italia” (1992) e “La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale” (1996). Ha curato e tradotto opere di Samuel Beckett (“Watt”,”Le poesie”, “Murphy”) e Philip K. Dick (“Un oscuro scrutare”).
Da domani in libreria, pubblicato dall’ottima Meltemi, il suo più recente lavoro: “La lettera che muore”, 360 pagine con un ricchissimo apparato di note e una sterminata bibliografia.
“La lettera che muore” non è un pamphlet contro i disservizi postali, bensì un’acuta, articolata riflessione sulla produzione dell’”arte del discorso” attraverso le sue modificazioni e riattualizzazioni nell’evolversi dei supporti della comunicazione.
Ecco le seducenti dizioni di alcuni dei dodici capitoli: “L’empietà dei diacritici”, “Spartiti, auditoria, specchi”, “La macchina di spropositi”, “Topoi di biblioteca”, “Dove guarda il grammofono?”, “Come rimanere rimasti”.
Splendida la chiusura del volume, eccola: “La ‘letteratura’ nel reticolo mediale? Un pacco. Sempre che qualcuno, magari un artista di merda, non vi metta un ordigno… o un sandwich”.
Ditemi voi, come si fa a non comprare un libro così?
Gli ho chiesto di parlarmene, e così ha risposto:
L’innocuo concetto di «letteratura», come attività indirizzata alla produzione di testi scritti con finalità meramente estetiche, emerge in realtà con la diffusione della carta e con la successiva rivoluzione tipografica, per poi affermarsi con l’esplosione della stampa periodica. Ma la «letteratura» ricopre a malapena un fenomeno essenzialmente linguistico ben più complesso, l’ ”arte del discorso”, che ha attraversato nel corso del tempo una varietà di supporti, modificandosi a ogni nuova incarnazione mediale e rileggendo ogni volta genealogicamente (vale a dire assorbendo e riattualizzando) le sue forme precedenti. Lo scopo che mi sono proposto in questo lavoro è stato dunque quello di riattraversare, con una serie di esempi che vanno dalla ricezione comunitaria delle lettere di Paolo nel sistema comunicativo imperiale alla funzione «resistenziale» della cosiddetta «letteratura triviale» nell’attuale reticolo audiovisivo, gl’intrecci di media con cui, nel corso del tempo, l’«arte del discorso» ha ricoperto la scena del mondo. Perché riorganizzare ad arte delle parole di una lingua (anzi, riorganizzare ad arte una qualsiasi porzione di mondo) non è mai un procedimento neutro. I segni sono sempre legami, e leggi, anche quando parrebbero messi insieme così, per dilettare: ricoprono i corpi e stanno fra i corpi, e il modo in cui i loro reticoli ricoprono e stanno fra, determina la vita stessa di ciascuno di noi.

Gabriele Frasca, “La lettera che muore”, Pag. 360, Meltemi Editore, Prezzo 25:00 euro


Classi dirigenti e punto interrogativo


"Che fine ha fatto la borghesia?" si sono chiesti in un volume Einaudi, curato da Antonino Zaniboni, tre noti studiosi: Aldo Bonomi, Massimo Cacciari, Giuseppe De Rita.
Alberto Abruzzese, uno dei protagonisti della nostra scena culturale, un innovatore degli studi sui media, ha promosso un convegno che prende spunto proprio da quel saggio einaudiano per verificare quali sono le nuove classi dirigenti, qual è il loro progetto, la percezione che ne hanno i giovani oggi.
Il convegno è intitolato “Classi dirigenti” e, in locandina, è seguito da un birichino ed eloquente punto interrogativo.
Abruzzese – assistito da Vincenzo Susca – ha voluto questo convegno di tre giorni nel luogo dove da anni lavora: la Facoltà di Sociologia delle comunicazioni di massa della Sapienza di Roma.
Il tutto si svolge nel quadro delle sue lezioni con incontri sul tema che costituirà l'intero secondo modulo del secondo semestre: le classi dirigenti, appunto.
I giorni: lunedì 17 gennaio nell'Aula Magna della Facoltà di Scienze della Comunicazione, dalle ore 14 si terrà un incontro con studenti di varie tendenze politiche; il 18, stesso orario, un incontro con le testate dell'informazione universitaria. Il 19, infine - e l’ora è sempre quella - intorno al tema di cui s’è detto si confronteranno Presidi e Docenti della Sapienza.
Per informazioni: alberto.abruzzese@uniroma1.it


Gioco a Zona


L’Editrice Zona, condotta da Piero Cademartori e Silvia Tessitore, è tra le più vivaci case che si sono affacciate sullo scenario editoriale italiano di questi ultimi anni.
Lo testimonia anche una recente pubblicazione imperdibile per gli studiosi di teatro, ma anche per tutti coloro che sono appassionati alla scena del nuovo teatro: “Katzenmacher. Il teatro di Alfonso Santagata”.
N’è autrice Cristina Valenti, Docente presso il Corso di Laurea DAMS e quello di Laurea specialistica GIOCA dell'Università di Bologna; proveniente da studi di carattere storico e filologico (il suo volume ‘Comici artigiani’ ha vinto il Premio Pirandello per la saggistica teatrale nel 1994), negli ultimi anni ha rivolto la sua attività al teatro contemporaneo d'innovazione, al quale si è dedicata sia sul piano della produzione scientifica sia sul piano dell'organizzazione. Fra i volumi pubblicati: “Conversazioni con Judith Malina” (1995); “Living with The Living” 1998); “Oiseau Mouche. Personnages“(con Antonio Calbi, 2000); “Il teatro nelle case” (2001). Svolge, inoltre, collaborazioni drammaturgiche e organizzative per diversi artisti, compagnie e strutture teatrali.
Al percorso artistico di Alfonso Santagata, autore, nella sua carriera, di 31 testi e regista di 37 spettacoli, è dedicato il più recente volume della Valenti, ne ripeto il titolo: “Katzenmacher. Il teatro di Alfonso Santagata”, quinto titolo della collana ‘Pedane Mobili’, diretta da Franco Vazzoler e Paolo Gentiluomo per l'Editrice Zona.
Una lunga storia, quella di Alfonso Santagata, fondamentale per la ricerca teatrale italiana a partire dal 1980, l'anno del primo spettacolo, "Katzenmacher", che darà il nome alla compagnia. Creatore di visioni personalissime, Alfonso Santagata è regista, attore e autore di testi pieni di incanto e ferocia, oltre che reinventore, sulla scena, delle grandi opere della letteratura occidentale: i tragici greci, Shakespeare, Cervantes, Büchner, Dostoevskij, Beckett, Pinter, approdando, oggi, a Eduardo.
Il saggio, segue l'intero arco dell'esperienza dell'artista, dagli anni della formazione a quelli della rapida ed esplosiva affermazione nell'ambito del teatro di ricerca, fino all'attuale approdo alla scena "maggiore" del teatro di prosa. Fra vita e teatro, la monografia segue il percorso irregolare di un "attore per caso", proveniente da una famiglia di agricoltori di un piccolo paese in provincia di Foggia, emigrato giovanissimo in Germania e quindi conquistato prima al cinema (attraverso una particina in un film di Lizzani) e poi al teatro (scoperto attraverso i lavori di Carlo Cecchi). Dopo la Scuola del Piccolo Teatro a Milano e i primi lavori da scritturato (con Dario Fo, Carlo Cecchi, Luca Ronconi), inizia l'avventura personale dell'attore- autore, condivisa, dal 1980 al 1992, con Claudio Morganti.
Il volume comprende inoltre una sezione dedicata allo sguardo fotografico di Maurizio Buscarino, certamente fra i più prestigiosi e sensibili fotografi teatrali contemporanei, una selezione dei testi di Alfonso Santagata e, infine, la teatrografia e la videografia complete dell'artista


Dentro le parole

Sarebbe forse piaciuto a quelli de l’Oulipo l’iniziativa della Zanichelli che ha promosso il Premio “Dentro le parole”.
Ecco un Premio che mi piace, non di quelli che provocano nuovi romanzi (come se non ce ne fossero già troppi!) e nuovi componimenti poetici (come se ne fossimo a corto).
Chi propone Premi letterari - dai più famosi ai meno noti - per stimolare nuove pagine di prosa o versi, andrebbe punito in modo esemplare, con dure pene, come obbligarli alla lettura degli scritti e discorsi dell’On.le Bondi, oppure all’ascolto con bis dell’intero repertorio del cantante Mariano Apicella con i testi scritti da Berlusconi.
Torniamo alla Zanichelli, è meglio và.
Le cose di quel concorso stanno messe così come ora riferisco.
Su depliant in distribuzione presso scuole secondarie di 1° e 2° grado di tutto il territorio nazionale, sono individuate 30 parole significative dello Zingarelli 2005 e si chiede di sceglierne 20 per comporre uno scritto di lunghezza massima 50 righe. Le 20 parole scelte e utilizzate andranno evidenziate nel testo (sottolineandole o mettendole in neretto o usando il colore) per consentire una rapida verifica. Il genere di scritto è lasciato alla fantasia di ognuno. Le parole suggerite potranno dar vita alla libera espressione di quanto è più congeniale a chi partecipa: un componimento letterario, una recensione di un libro o di una mostra, un articolo giornalistico, un pezzo di cronaca sportiva, una critica cinematografica, una lettera, il testo di una canzone, una poesia, il soggetto di un film e così via, purché si tratti di un testo di senso compiuto.
Quello che conta è l'uso pertinente (e plausibile) dei termini nel contesto creato.
I componimenti in cui verranno meglio usate le parole, saranno selezionati da una giuria ad hoc, e pubblicati sul sito Zanichelli.
L'appuntamento per i primi cinque selezionati sarà invece a maggio 2005, durante la Fiera del libro di Torino (5/9 maggio 2005), dove saranno invitati i ragazzi ad andare, ed eventualmente l'insegnante (se verrà indicato dall’autore o autrice del breve testo).
Gli scritti sono da inviarsi entro il 31 marzo 2005.
Ancora una sottolineatura: è riservata alle scuole. Si prega d'astenersi dall'invio volenterosi poeti e scrittori in prosa.
Per più dettagliate notizie, cliccare Qui


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