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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

I mondi di Miyazaki

Due anni fa le edizioni Mimesis pubblicarono I mondi di Miyazaki Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese, autore: Matteo Boscarol.
Il libro ebbe un immediato successo e, infatti, ne abbiamo adesso una seconda edizione.
Il volume contiene tre nuovi saggi: uno sulle musiche di Hisaishi Joe, uno sul recente cortometraggio “Il bruco Boro” e uno sul manga “Nausicaä della valle del vento”.

Boscarol vive in Giappone, è saggista e critico cinematografico e scrive di cinema e Oriente per “Il Manifesto”. Ha curato Tetsuo. La filosofia di Tsukamoto Shin'ya (Mimesis, 2013), Rock’n’Roll Virus di William S. Burroughs (2008) ed è intervenuto in volumi monografici su Satoshi Kon, Ōshima Nagisa, Sono Sion e con due saggi in World Film Locations: Tokyo (2011) e “Agalma”, n. 16 (Mimesis, 2009).

Dalla presentazione editoriale
«Giunto alla seconda edizione, I mondi di Miyazaki è il libro che meglio ha saputo raccontare i discorsi e le pratiche filosofiche dell’opera di Hayao Miyazaki. Non si tratta, però, di una monografia sulla carriera del più grande regista d’animazione vivente e neanche del racconto cronologico dei suoi successi cinematografici, che hanno battuto ogni record di incassi nelle sale giapponesi. I saggi qui raccolti intrecciano e sviluppano i principali temi messi in campo dalle sue pellicole: dal concetto di ucronia alla presenza divina in La principessa Mononoke, dal significato della tecnica fino al rapporto fra natura e scienza lungo tutta la sua carriera».

Quando uscì la prima edizione, Cosmotaxi intervistò l’autore. Qui di seguito trovate la replica di quella conversazione.

L’intento, riuscito aggiungo, del volume è studiare del regista nipponico “sia singoli lavori, o un insieme di essi, da un punto di vista filosofico”.
Cosa questa che assai bene contrassegnò anche il tuo libro su Tsukamoto Shin’ya.
Faccio la stessa domanda che, allora per Shin’ya, ti rivolsi: è possibile, oppure no, avvicinare l’essenza dell’opera di Mijazaki al pensiero di qualche filosofo occidentale
?

Direi di no, nel mio modo di intendere, il termine "filosofia" non significa solo filosofo, anzi come con Tsukamoto ma forse di più qui con Miyazaki, mi interessava de-autorializzare la produzione di Miyazaki. Certo la sua firma ed il suo tocco sono molto forti e ineludibili, ma ciò che mi premeva intercettare - o meglio, ciò che speravo che gli autori chiamati ad intervenire facessero e sono stati bravissimi a farlo - era intercettare idee, problematiche e/o faglie di pensiero che attraversano l'opus di Miyazaki, qualcosa che scaturisca cioè non solo dalla persona Miyazaki in quanto genio, ma da una serie di relazioni complesse in un dato periodo: momento storico-Miyazaki-Studio Ghibli-musiche-pubblico, eccetera, solo per farti un esempio.
Ma questa è solo una mia visione, magari scandagliando ogni singolo saggio il lettore riuscirà a trovare un filosofo o una corrente filosofica assimilabile al nostro. Buona caccia.

Qual è la posizione di Mijazaki di fronte alle religioni?

Penso che in alcuni lavori si rispecchi una sua certa posizione "religiosa" verso il mondo. Principessa Mononoke, La città incantata, Nausicaä della Valle del vento ed Il viaggio di Shuna sono forse i lavori dove questa visione è più manifesta ed evidente. Nel caso specifico di questi titoli, si può certamente dire che Miyazaki sia interessato alle pratiche shintoiste e come esse si relazionino con quelle buddiste, anche se si tratta di pratiche e modi di intendere la realtà che operano un certo scarto, piuttosto forte, rispetto allo Shintoismo ufficiale. Il tema mi sembra venga approfondito abbastanza bene nei saggi di Roberto Terrosi su Principessa Mononoke e Massimo Soumaré su Il viaggio di Shuna.

Mijazaki, restando pacifista, ambientalista, sostenitore del movimento sindacale e delle tesi femministe, nel 1984, si distaccò dal marxismo.
A tuo avviso, quali furono le ragioni che lo portarono a decidere in quel senso
?

Non saprei proprio rispondere a questa domanda, posso solo dirti che le spinte rivoluzionarie che sconvolsero e cambiarono il Giappone fra i sessanta ed i settanta, anche, se non soprattutto, nel mondo artistico-culturale, cominciarono a perdere forza a metà dei settanta, per dissolversi quasi completamente all’inizio del decennio successivo. Le scelte personali di Miyazaki potrebbero esser state influenzate anche dall’epoca e dai cambiamenti che il tempo ha portato con se.

Esiste una differenza fra il Mijazaki dei lungometraggi e quello dei cortometraggi?

Come nel libro ho tentato di spiegare nel mio breve pezzo conclusivo, la fruizione dei cortometraggi influenza molto l’idea che ce ne facciamo, essendo essi visibili solo all’interno del Museo Ghibli e non potendo quindi ritornarci per esaminarli come con i lungometraggi, è chiaro che si tratta di qualcosa di più difficile analisi.
Comunque sia, quello che ho potuto notare è che spesso i corti rappresentano una sorta di laboratorio dove provare nuove tecniche o approcci diversi che poi Miyazaki avrebbe usato nei suoi lungometraggi, o ancora, libero da pressioni narrative, Miyazaki si può qui sfogare con toni più scanzonati e leggeri. In questo senso sarà interessante vedere come sarà Il bruco Boro, il suo nuovo lavoro, un corto appunto, in uscita nel 2018 e che sarà realizzato interamente in CG.

………………………………….

Matteo Boscarol
I mondi di Miyazaki
Nuova edizione
Pagine 164, Euro 15.00
Mimesis


M in cucina

I miei 26 lettori… sì, ne ho uno in più di quello lì… embè?… sanno che durante i miei viaggi di lavoro tra Festival, servizi per la tv, spot pubblicitari e altre cose talvolta allegre talvolta meno, mi piace visitare sia ristoranti affermati sia ancora sconosciuti ma di promettente futuro.
Quello che segnalo oggi per chi non lo conoscesse, appartiene alla prima categoria, in ogni senso: perché è già ben conosciuto e perché è di una categoria d’eccellenza.
Si tratta di M in cucina a Reggio Emilia.
Dietro di quella M, non si nasconde ma splende la luce di Marta Scalabrini (in foto) che quest’anno ha ottenuto – ma vanta anche altri riconoscimenti – il Premio alle Giovani Stelle quale migliore chef.

Nata a Reggio Emilia, è laureata in Comunicazione e Marketing, con esperienza nell’àmbito della comunicazione istituzionale e dell’organizzazione di eventi, master in Visual Merchandising presso l’Istituto Europeo di Design di Madrid, sembrava destinata a impegni lontani dalla gastronomia, ma, si sa, le svolte della vita sono tante e una di queste l’ha vista appassionarsi alla cucina. Alla passione, ha scrupolosamente legato la volontà di approfondire la conoscenza delle materie prime e delle tecniche di preparazione, ed eccola nelle cucine di grandi chef: Andrea Incerti Vezzani (Ca' Matilde, Quattro Castella), Pietro Leemann (Joia, Milano), Giorgio Nocciolini (San Vincenzo, Livorno) Marco Stabile (Ora d'Aria, Firenze).

Nel locale (consiglio la prenotazione, specie in orari serali), arredato con sobria eleganza, incontrerete piatti straordinari.
Non descriverò le pietanze consumate, la trovo un’operazione improbabile che fatalmente finisce in quel logoro gergo dei critici di gastronomia, me ne tengo lontano. Posso dire soltanto che Marta ha creato un’impareggiabile armonia fra tradizione territoriale e innovazione, le sue creazioni sono esercizi di stile che producono emozioni sensoriali rare a trovarsi.
La sala è governata sapientemente da Ivan Giglio che sa guidare l’ospite in modo competente anche sulla carta dei vini.
Solo applausi? No. Una cosa che mi è piaciuta meno è trovare nel conto (assolutamente accettabile per la gloriosa esperienza fatta a tavola) una voce per il “coperto”. In un locale, specie di quel livello, quella voce non ci dev’essere.
Parlando, poi con Marta, donna di grande fascino culturale, e non solo culturale, confesso che di quel difetto, uscendo dal locale me ne sono scordato e solo adesso lo ritrovo sulla tastiera.

M in cucina
Vicolo del Folletto 1/C
dalle 12.30 alle 14,00
e dalle 20.00 alle 22.00.
Tel. +39 0522 – 43 57 55
ristorante@martaincucina.it
Reggio Emilia


Blasfemo!


Notizia di due giorni fa: in Irlanda al referendum sull’abolizione del reato di blasfemia hanno vinto i “Sì” con il 64,85 per cento dei voti: la blasfemia non sarà più un reato.
Questa cosa avvenuta nella cattolica Irlanda, fa apparire ancora più arretrati quei paesi nei quali i credenti decidono per tutti. Anche per gli agnostici e gli atei.
A proposito, quanti siamo noi atei nel mondo?
Una risposta articolata, paese per paese, la trovate QUI.
In nessun luogo per noi ci sono trionfali accoglienze, ma quelli che vivono nelle terre islamiche se la passano malissimo.
Ai musulmani è consentito solo e soltanto essere musulmani, se non lo sei, diventi un apostata passibile della condanna a morte. I paesi che puniscono l'ateismo e l'apostasia sono Arabia Saudita, Nigeria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Somalia, Pakistan, Afghanistan, Maldive, Iran, Mauritania e Sudan. In tutti questi Paesi l'Islam è la religione principale, quando non è religione di Stato; ad oggi il paese che ha eseguito più condanne a morte contro atei o persone considerate tali è il Pakistan.
Eppure in Occidente capita, non di rado, anche presso persone appartenenti a schieramenti laici, di sentire attribuire una presunta bontà, o addirittura “dolcezza” contenuta nell’islamismo. Il Corano, come i testi sacri d’ogni religione, contiene tante ambiguità da permettere ardimentose fantasie, ma l’interpretazione che ne danno alcuni (e perfino alcune!) consegna quei tali alla storia del varieté.
Ne volete un esempio? Eccone uno che proviene da un artista, assai bravo, qual è Moni Ovadia – “Non potremmo nemmeno pensare a una vera Europa senza il contributo islamico"– che così dicendo corre il rischio di trovarsi in compagnia di buontemponi.
Quei signori combinano adesso le stesse cose fatte dai cattolici nel tempo dell’Inquisizione. Ecco quanto dice la scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali: “Non ritengo che sia solo una frangia di musulmani radicali ad aver deviato l'Islam e neppure che i moderati siano la maggioranza dei musulmani. La violenza è insita nell'Islam – è un culto distruttivo e nichilista della morte. Legittima l'assassinio.“
E l’algerino Hamid Zanaz: “Il tentativo di adattare il dogma islamico alle esigenze dei tempi moderni è destinato al fallimento”.

Un chiaro esempio che testimonia della sulla durezza islamica è dato da un libro pubblicato dalle edizioni Nessun Dogma: Blasfemo! Le prigioni di Allah che documenta la drammatica situazione in cui si trovano i non credenti nei paesi islamici.
L’autore è Waleed Al-Husseini.
Attivista ateo nato nel 1989 a Qalqilya, in Cisgiordania. È arrestato nel 2010 dall’Autorità nazionale palestinese per articoli critici verso l’islam pubblicati su internet. Rilasciato nel 2011, ripara in Francia dove ottiene l’anno successivo lo status di rifugiato politico. Nel 2013 è tra i fondatori del CEMF Conseil des ex-musulmans de France, gruppo laico che dà voce agli apostati dell’islam.
In un’intervista ha detto: “La teocrazia islamica usa l’islamofobia come una maschera dietro la quale nasconde la sua vera natura e i suoi piani criminali. Rifiutando di affrontare l’islamizzazione, la società occidentale è complice dell’ascesa del terrorismo. Lo è la classe politica, alla ricerca del voto. E l’estrema destra usa questo alibi a fini elettorali”.

Dalla presentazione editoriale.
«Waleed Al-Husseini è un giovane palestinese. Racconta il suo ateismo su internet e critica l’islam. Ma un giorno viene scoperto, e finisce in carcere per vilipendio della religione di Stato. Subisce torture fisiche e psicologiche. Quando finalmente viene liberato, è costretto ad andarsene e deve trovare rifugio in Francia.
“Blasfemo!” narra la sua vicenda. Ma racconta anche come si diventa atei in Cisgiordania, e come sia difficile (impossibile?) dirlo pubblicamente senza rischiare di essere accusati di blasfemia, con le inevitabili conseguenze penali.
Un libro autobiografico che testimonia come la libertà di coscienza e di espressione siano a rischio anche in un paese che riscuote la simpatia di tanti occidentali. Nello stesso tempo, mostra però come nel mondo arabo stia emergendo una nuova generazione che vuol mettere in discussione lo strapotere dell’islam. In nome della libertà e della laicità».

Waleed Al-Husseini
Blasfemo!
Traduzione di Luisa Lanni
Pagine 212, Euro15.00


Pensa come Albert Einstein

È dal secolo scorso che una famosa linguaccia irride al pensiero unico e alle sue ottusità, per prime il razzismo e il totalitarismo.
Quella smorfia birichina appartiene a uno dei protagonisti delle scienze d’ogni epoca: Albert Einstein, nato a Ulma il 14 marzo 1879, morto a Princeton il 18 aprile 1955, naturalizzato svizzero e statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1921.
Ai più distratti che volessero ricordarne biografia, scoperte, pensiero scientifico, cliccare QUI.
Come accade a molti personaggi famosi, si è visto attribuire episodi e fatti non veri, ad esempio, eccone alcuni.
Anche molte frasi che avrebbe detto sono autentiche bufale, ma su di una non c’è dubbio gli appartenga: "La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto".
Queste poche parole riassumono, infatti, la filosofia e lo spirito che animò il grande Albert nella ricerca.

L'Editoriale Scienza ha pubblicato, nella collana A tutta scienza, Pensa come Albert Einstein, una raccolta di giochi per la mente dove allenare le capacità cognitive sulla scia del famoso scienziato.
Testo di Carlo Carzan e Sonia Scalco.
Illustrazioni di Ignazio Fulghesu.
Tanti giochi, tanti problemi da risolvere da soli o in compagnia.
E se non si riesce a trovare la soluzione?
Oppure nascono discussioni sulla validità di una risposta data da qualcuno del gruppo?
Niente panico. Basta andare a pagina 90 del coloratissimo volume e lì ci sono le soluzioni ai quesiti posti nelle pagine del libro.

Dalla presentazione editoriale
«Uno studente a tratti irrequieto, indisciplinato, polemico, ma anche molto creativo, curioso e coraggioso. Questo, ai tempi della scuola, era Albert Einstein, lo scienziato che ci ha fatto vedere il mondo sotto un nuovo punto di vista. Carlo Carzan e Sonia Scalco ti invitano a esplorare la mente del grande genio della fisica, per carpirne capacità e tecniche di apprendimento.
“Pensa come Albert Einstein” è un percorso tra narrazione e giochi per la mente, per scoprire come si può allenare il cervello alla ricerca, alla logica, al metodo scientifico, alla passione e alla motivazione. Viaggiando nel passato, esplorerai la mente del celebre scienziato per capire da dove nasca la sua genialità e come si intrecci con la passione, le arti, l’immaginazione, l’intuizione. Scoprirai, ad esempio, che Einstein aveva una spiccata immaginazione e che la sua intelligenza visuale è stata fondamentale nella formulazione delle sue teorie. Capirai come fare di uno sbaglio un punto di partenza e non una sconfitta, perché, proprio come affermava lo stesso Einstein, “la persona che non ha mai fatto un errore non ha mai tentato qualcosa di nuovo”.
Ispirandosi allo scienziato Nobel per fisica, il libro permette ai ragazzi di allenare le loro capacità nel modo più divertente e stimolante di sempre: il gioco! Tanti giochi per esercitare logica, osservazione e creatività li aspettano tra queste pagine. L’obiettivo non è diventare dei geni, ma capire come dare il meglio.
Carlo Carzan e Sonia Scalco continuano a esplorare il cervello e le sue potenzialità attraverso una metodologia giocosa e partecipata. Dal problem solving alla capacità di immaginazione, dal potenziamento della memoria ai giochi di logica, gli autori creano un percorso stimolante per allenare la mente dei ragazzi».

Età consigliata: da 8 anni

Carlo Carzan - Sonia Scalco
Pensa come Albert Einstein
Illustratore: Ignazio Fulghesu
Pagine 96, Euro 13.90
Editoriale Scienza


Per un figlio

Il film Per un figlio, prodotto da Gina Film è ora disponibile in DVD nella collana Real Cinema di Feltrinelli.
"Per un figlio" non è solo un film, ma anche una bella e genuina esperienza di coinvolgimento degli srilankesi in Italia. Esperienza che si trova raccontata negli extra e nel libretto, in doppia lingua italiano-srilankese, allegato al DVD.
Provincia di una città del Nord-Italia. Sunita, una donna srilankese di mezz’età, divide le sue giornate tra il lavoro di badante e un figlio adolescente. Fra loro regna un silenzio pieno di tensioni. È una relazione segnata da molti conflitti. Essendo cresciuto in Italia, il figlio fa esperienza di un’ibridazione culturale difficile da capire per la madre, impegnata a lottare per vivere in un paese al quale non vuole appartenere.

Nella pubblicazione di 40 pagine: un saggio sul "Cinema e G2 in Italia" di Leonardo De Franceschi e un kit didattico dal titolo "Laboratorio d'indagine sull'Italia di oggi" rivolto alle scuole medie, superiori e università realizzato da Asnada con il contributo di Il razzismo è una brutta Storia.
Il cofanetto, inoltre, è impreziosito da numerosi contenuti extra tra cui un'intervista al regista Suranga D. Katugampala condotta da Nanni Moretti, conversazioni con registi e critici cinematografici dello Sri Lanka, uno speciale sull'esperienza della distribuzione, un corposo making of e, in doppia lingua italiano-srilankese, un’introduzione di Goffredo Fofi che così scrive: «Katugampala non dà giudizi rigidi, ma constata, racconta, ci aiuta a capire con la semplicità e profondità del suo sguardo. Il suo non è un film allegro, è un film che ci lascia in sospeso, che si ferma a un’interrogazione che riguarda tutti, che riguarda l’Italia e riguarda l’Europa. Ma sta proprio in questo, ne sono assolutamente convinto, la sua importanza; proprio per questo “Per un figlio” è non soltanto un film di grande misura e di grande fascino, ma è anche un film di un rilievo davvero storico [...]. Il suo autore è un giovane regista cingalese/veronese al suo primo lavoro davvero impegnativo. Esso segna una data importante nella storia del cinema italiano – e, oso dire, del cinema cingalese – per una ragione molto semplice: è il primo lungometraggio a soggetto realizzato da un figlio di migranti (provenienti da un paese peraltro molto lontano e molto diverso dal nostro per storia tradizioni costumi, e numerosissimi in Italia da anni) che è bensì cresciuto in Italia e degli italiani ha assunto modelli di ragionamento e comportamento, confrontandoli con quelli della sua cultura di origine, ora mescolandoli ora adattandoli ora confrontandoli».

Per conoscere i premi ricevuti e vedere il trailer CLIC.

Per un figlio
Regìa di Suranga D. Katugampala
Produzione Gina Film
Feltrinelli Real Cinema
Euro 12.66


Audiolibri: Rossatti legge Bartleby

Uno dei vizi della critica letteraria, e non solo letteraria, è quello di cercare a tutti i costi paralleli fra un autore e un altro, fra un’opera e un’altra.
Nobile cosa è la letteratura comparata, pernicioso guaio è comparare l’incomparabile.
Una delle vittime di quel tic è Bartleby, personaggio creato dallo scrittore statunitense Herman Melville (1819 - 1891).
Noto per essere l’autore di Moby Dick, a mio avviso è proprio Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale: “Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street”) un’opera che supera il pur giustamente celebrato Moby Dick.
Bartleby fu pubblicato all'inizio anonimamente, in due parti, sulla rivista Putnam's Magazine nel 1853; fu poi incluso nella raccolta “The Piazza Tales” nel 1856.
Credo sia uno dei vertici della letteratura mondiale, certamente di quella occidentale.
Scrivevo in apertura di Bartleby vittima di paragoni. Che cosa non è stato detto di lui!
Accostato alle figure beckettiane di Wladimiro ed Estragone (ma lui non aspetta nessun Godot); al Mersault di Camus (ma lui non ha ucciso nessuno); a Joseph K del processo di Kafka (ma lui non sente in sé colpe da espiare); all’Oblomov di Gonciarov (ma lui non è pigro, per niente); perfino a un simbolo dell’anticapitalismo, ma qui su quel critico sono lestamente intervenuti i paramedici di un vicino ospedale psichiatrico e hanno provveduto.
Bartleby è senza spiegazioni non perché le contenga tutte, ma perché tutte le respinge.
E, forse, neppure mai s’ è posto un no alle spiegazioni perché è stato preceduto da un no a se stesso.
No, avverbio che avrà un ruolo centrale nella narrazione.
Perché Bartleby un giorno, all’improvviso, a tutte le richieste, anche le più ragionevoli, risponderà Preferirei di no; non più copiare, non accettare altri lavori, non sloggiare dall’ufficio dove ha preso dimora, fino a non più nutrirsi.
A tutto e a tutti, ad ogni proposta, replica inesorabilmente, inflessibilmente, ostinatamente, senza alcuna rabbia, quietamente, Preferirei di no.

Ora voglio segnalare un audiolibro in cui troviamo una splendida edizione di quel racconto edito da Il Narratore.
A questo link potete ascoltare anche l’incipit della versione tradotta e interpretata da Alberto Rossatti in foto.
Voce storica di Radio Rai, protagonista di un un notevole numero di audiolibri riesce mirabilmente a rappresentare vocalmente il percorso del soggetto narrante (il capufficio di Bartleby) tra le ombre di dubbi e sospetti, scintille di stupite sorprese fino alla meditativa epifania finale “O Bartleby! O umanità!

Bartleby lo scrivano
Traduzione e lettura di
Alberto Rossatti
Audiolibro
Durata: 1h 51’
Euro 7.99
Edizione Il Narratore


Bau

L’Associazione culturale BAU assembla, produce e distribuisce dal 2004 una rivista d’autore a scadenza annuale.
BAU Contenitore di Cultura Contemporanea, raccoglie in una scatola-contenitore multipli numerati e firmati di artisti italiani e stranieri.
In 15 anni di attività, ha coinvolto oltre 800 autori provenienti da ogni angolo del pianeta.
Esemplari della pubblicazione sono conservati presso biblioteche, musei, archivi e collezioni, dal Mart di Rovereto alla Tate Modern di Londra.

Il prossimo venerdì, 26 ottobre, alle 17,30 presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia si avrà la presentazione del n. 15 della rivista.
Testimoni speciali saranno i poeti verbovisuali Carla Bertola e Alberto Vitacchio e, come leggo in locandina, il mio vecchio amico William Xerra che presenterà il video “Mento a quest’ora”, immagino un’evoluzione della serie che già colsi anni fa quando nacque col titolo Io mento.

Estratto dal comunicato di BAU.
«Tenendo fede alla sua vocazione sperimentale nelle arti visive e nei più diversi linguaggi, BAU ha immaginato per questo n.15 una pubblicazione di forma cubica (in foto), contenente opere bidimensionali inedite nel formato di cm. 21x21, incentrate sul concetto di OUT nelle sue infinite accezioni. OUT come “fuori”, "fuori da", o più ampiamente per "scoperto", "svelato", oppure anche come prefisso di vocaboli quali outlet, “via d'uscita”, outlive, “sopravvivere”, outcry, “protesta” (nel 50° anniversario del ’68), outsider, nel senso di autori “fuori gioco”, lontani dall’ufficialità e dalla omologazione culturale».

Contributi redazionali al numero 15: Vittore Baroni, Alessandro Bertozzi, Antonino Bove, Luca Brocchini, Susanne Capolongo, Paola Gribaudo, Angela Madesani, Mario Mulas, Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, Maurizio Spatola.
Progetto grafico: Gumdesign.

Associazione Culturale BAU
Via A. Pucci 109 - 55049 Viareggio
info@bauprogetto.net
tel. 0584 – 94 45 46


Il movimento 5 Stelle: dalla protesta al governo


Il Movimento 5 Stelle è fenomeno che in pochi anni ha sconvolto lo scenario politico italiano.
Un importante studio su questo caso politico, sociale, mediatico, è stato pubblicato dalla casa editrice Mimesis; un libro che anche in anni futuri servirà a quanti vorranno capire le ragioni del nascere di quel movimento e il suo profilo dalla nascita fino all’approdo a Palazzo Chigi.
Altro merito del volume è dato dal fatto che nel tracciare storia e motivazioni del M5S, viene analizzata in trasparenza lo scorrere carsico dei cambiamenti della società italiana.
Titolo del libro: Il movimento 5 Stelle: dalla protesta al governo.
Autori: Roberto Biorcio e Paolo Natale .

Biorcio è docente di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Svolge attività di ricerca sulla partecipazione politica e sociale, i partiti, le associazioni e i movimenti sociali. Autore di numerose pubblicazioni fra le quali: Italia civile. Associazionismo, partecipazione e politica (con T. Vitale, 2016); Il populismo nella politica italiana (2015); Gli attivisti del Movimento 5 Stelle (a cura di, 2015); Politica a 5 stelle (con P. Natale, 2013).

Natale è professore al Dipartimento di Studi sociali e politici dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna Metodologia della ricerca e Survey Methods. Esperto di sondaggi, collabora da anni con l’istituto di ricerca Ipsos. Tra gli ultimi volumi pubblicati: L’ultimo partito. 10 anni di Partito Democratico (con L. Fasano, 2017); Web & Social media (a cura di, 2017); Politica a 5 stelle (con R. Biorcio, 2013); Attenti al sondaggio! (2009).

Il M5S fu fondato a Milano il 4 ottobre 2009 dall’attore comico Beppe Grillo e dall'imprenditore del web Gianroberto Casaleggio sulla scia dell'esperienza del movimento Amici di Beppe Grillo, attivo dal 2005.
Questo avvenne dopo che era stata respinta la candidatura di Grillo alle primarie del Pd.
Un dirigente di quel partito commentò con sufficienza la proposta del comico genovese dimostrando un acume che ne fa lo statista che sappiamo.
I due autori, con gesto ispirato a quel grande sentimento che è la Pietà non fanno il nome di quell’uomo politico, ma Cosmotaxi, si sa, è crudele e farà non solo vedere quel tale, ma anche sentire le parole uscite da quella mente acuta; basta un CLIC... visto?... che statista!

Ai fini di una fondazione mediatica, si può considerare l’atto di nascita del M5S il Vaffanculo Day che apparve a molti una goliardata politica, tanto da essere perfino trascurato da quotidiani ed emittenti radiotv costretti poi ad occuparsene di corsa dopo il successo ottenuto da quell’iniziativa.
Da alcuni anni, e, particolarmente, dopo l’affermazione elettorale del marzo scorso, il M5S è oggetto di quotidiani commenti, dibattiti, e di frequenti polemiche. Pure tra le proprie file poiché più di un mugugno è sorto dopo l’alleanza al governo con la Lega di Salvini.

Ai due autori ho rivolto alcune domande. Li sentirete rispondere con una voce sola.
Prodigi della tecnologia di cui Cosmotaxi dispone a bordo.

Dei tanti errori, quale, secondo voi, è stato il principale commesso dai partiti politici tradizionali che ha favorito in Italia l’ascesa dei partiti populisti ?

Probabilmente l’errore principale è stato quello di sottovalutare la portata di alcuni dei problemi che vive in questo momento la popolazione italiana. In particolare, la percezione di un futuro che si manifesta come sempre più incerto, sia dal punto di vista economico-occupazionale che da quello sociale (sicurezza, immigrazione, ecc.), rispetto al quale i partiti tradizionali (il Pd, soprattutto, ma anche Forza Italia) non si sono impegnati più di tanto a fornire sufficienti rassicurazioni, né un progetto per fronteggiare queste incertezze.

Nell’opinione corrente, ma anche fra alcuni osservatori politici, è detto delle due anime – una di sinistra e una di destra – che formerebbero il M5S.
Ma è proprio così o c’è dell’altro
?

In parte è così. Nel Movimento coabitano certamente elettori politicamente schierati a destra e a sinistra, ma più in generale le anime che compongono il M5s sono piuttosto variegate, e non esattamente riconducibili alla dimensione dell’auto-collocazione politica. Ne abbiamo individuate almeno cinque, di cui una soltanto è nettamente vicina alle istanze della sinistra di base (li abbiamo chiamati “guachisti”). Le altre sono più lontane dai classici riferimenti ideologici e sono legate principalmente al ruolo e alla funzione che essi desiderano che abbia il Movimento 5 stelle, per cercare di trasformare il paese: abbandono dei privilegi della “casta”, maggiore attenzione alle istanze popolari (talvolta populistiche), più spazio a personaggi “non politici”, un nuovo corso nella gestione del potere, sia in Italia che nella UE. E’ molto probabile che l’immagine del “governo del cambiamento” dia immediata soddisfazione a tutte queste anime, che si sentono oggi più protagoniste della storia e del futuro del nostro paese.

Perché il M5S si è andato progressivamente affermando (fino all’indicativo voto del 4 marzo scorso) soprattutto nelle regioni del Sud?

Il motivo è forse da ricercarsi proprio in quello che è stato sottolineato più sopra: il meridione italiano sta vivendo in questi anni un forte problema di insicurezza e il messaggio del M5s va proprio nella direzione di cercare di dare risposte più efficaci a questo tema.

Andato al governo con un netto vantaggio di voti sulla Lega, unitosi alla formazione di Salvini, il M5S si è visto scavalcare dalla Lega in modo altrettanto netto.
È da considerare un errore di Di Maio quell’alleanza
?

Se è un errore, è stato certo in parte calcolato. La richiesta degli italiani di avere un governo diverso dal passato non poteva che venir esaudita attraverso l’unione di due forze non particolarmente compromesse con i passati esecutivi. Il M5s sconta ovviamente una sorta di “ingenuità” iniziale nella gestione politica, essendo neofiti in questo ruolo, al contrario della Lega e di Salvini che, avendo anche una più decisa (e uniforme) visione del mondo, riescono maggiormente ad indirizzare le azioni del governo verso i loro obiettivi primari. Col tempo, questo divario può venire colmato dai maggiori interessi del M5s nei confronti dei fattori economici-occupazionali, che hanno bisogno però di più tempo per venir affrontati (e risolti) rispetto a quelli sociali.

La vostra competenza così bene espressa nelle pagine del libro che avete scritto, vi porta a quale ipotesi sul futuro del M5S?

Stare al governo è ovviamente molto più difficile che criticare stando all’opposizione e il M5s sconta per questo un significativo calo di consensi, proprio perché deve decidere su temi che non sono mai stati affrontati a livello “operativo”, al contrario della Lega. Questo genera a volte scontento in una parte del suo precedente elettorato, che vede in Salvini un politico più deciso e con idee molto più chiare e definite. Ma se saprà gestire con oculatezza i temi suoi propri (come ad esempio il reddito di cittadinanza o l’alterità nei confronti della casta e dell’Europa della finanza), non si può escludere che nel futuro la sua azione politica venga salutata come una effettiva modalità inedita di gestire il potere in favore del popolo. Non facile, ma certamente possibile.

………………………………………………………

Roberto Biorcio – Paolo Natale
Il movimento 5 Stelle: dalla protesta al governo
Pagine 116, Euro 12.00
Mimesis


Grande trampoliere smarrito

“Signor Gide, mi sono permesso di venire a trovarvi, credo però sia il caso di mettere subito in chiaro il fatto che io preferisco di gran lunga la boxe alla letteratura”.
Chi rivolge questa battuta allo scrittore francese André Gide è un uomo alto 2 metri e 5 centimetri, pesa 110 chili, sa fare il pugilato, scrive poesie, è parente di Oscar Wilde, pubblica un giornale che si chiama “Maitenant” di cui è unico redattore e ne vende le copie trascinandole su di un carretto da fruttivendolo, il suo nome è Arthur Cravan.
La casa editrice Adelphi ha mandato nelle librerie una ghiottoneria intitolata Grande trampoliere smarrito che raccoglie scritti, poesie e lettere del pugile poeta, o poeta pugile, Cravan nato a Losanna il 22 maggio del 1887 e nel 1918 scomparso, nel senso proprio che nulla si sa di lui dopo che su di un fragile vascello attraversò (o tentò di attraversare) il Golfo del Messico per andare in Argentina dove mai giunse dopo una vita di amori, risse, scandali, conferenze punteggiate da colpi di pistola in aria, promesse di suicidio in pubblico, e altre bricconate che ne fanno un anticipatore e un ispiratore del Dada.

Un raro filmato che lo vede boxare: QUI.

Il volume, con un corredo fotografico, si avvale di uno splendido intervento di Edgardo Franzosini (autore di deliziosi libri editi da Adelphi), che traccia un racconto biografico che riesce, ripercorrendo la tumultuosa vita di Cravan, a farne in trasparenza un saggio sulla personalità e il profilo letterario di quel francese che calzava i guantoni e impugnava la penna con la stessa istrionica baldanza.

Concludo questa nota su “Grande trampoliere smarrito” con un brano che mi è piaciuto sul sito Avanguardie & Dintorni: “Cravan proietta la letteratura contro il corpo. Denuda la poesia per confrontarla alla barbarie del corpo poetico: il pugilato (…) Vuole travestire la poesia in pugilato ed i ko in rima. È il prosopoema che annuncia che l'anima del XX secolo non ha forma. È Proteo che atterra la sostanza di Prometeo. 'Sono tutto ed ogni cosa...' affermava Cravan".

Dalla presentazione editoriale
«Quante volte ho fatto scalpore» si compiace Arthur Cravan, un «colosso mistico» di quasi due metri per circa cento chili di peso, che sfidava sul ring pugili come Jack Johnson e Jim Smith, sosteneva (non del tutto abusivamente) di essere nipote di Oscar Wilde e dava conferenze (indossando, talvolta, solo un cache-sexe) in cui annunciava il proprio suicidio. Inoltre, sulle pagine della rivista di cui era editore e redattore unico (e che distribuiva andando in giro per Parigi con un carretto da fruttivendolo), osava pubblicare l'esilarante resoconto di una sua visita ad André Gide da cui, come affermò in seguito André Breton, il “venerato maestro” non si sarebbe mai più ripreso. Blaise Cendrars riconosce la sua influenza decisiva su Duchamp, Picabia e i membri del Cabaret Voltaire di Zurigo, dichiara che “raccontare la vita di Arthur Cravan a New York equivale a far la storia della fondazione del dadaismo” e rende omaggio all'”immenso talento del poeta”, capace di “illuminazioni folgoranti, non meno profetiche e ribelli e disperate e amare di quelle di Rimbaud”. Dopo aver letto i suoi scritti, seguiremo, con lo stupore di chi legge un romanzo di avventure, le vicende delle sua breve, tumultuosa esistenza, che Edgardo Franzosini ripercorre con il tono narrativo lieve e insinuante che lo contraddistingue».

Arthur Cravan
Grande trampoliere smarrito
A cura di Edgardo Franzosini
Traduzione di
Maurizia Balmelli
Nicola Muschitello
Con inserto fotografico b/n
Pagine 196, Euro 13.00
Adelphi


Sepe per Barry Lindon


È imminente il debutto a Roma del più recente lavoro di Giancarlo Sepe: Barry Lindon(Il creatore di sogni).
Si tratta di un adattamento teatrale (non mi piace la parola “riduzione” perché fa pensare a un depotenziamento) del romanzo in 18 capitoli e una ‘Conclusione’ intitolato “Le memorie di Barry Lyndon“ dello scrittore inglese William Makepeace Thackeray, nato a Calcutta nel 1811 e morto a 52 anni in Inghilterra, a Londra, nel 1863.
Il romanzo – pubblicato a puntate nel 1844 sulla rivista Fraser's – narra le avventure di un arrampicatore sociale che tutte le tenta per affermarsi.
Anche se Thackeray è soprattutto ricordato per “La fiera delle vanità”, il suo Lindon (a ispirarlo fu un irlandese realmente vissuto) è di valore letterario di non inferiore intensità quanto a raffigurazione pungente della società all’autore contemporanea.
Il romanzo, come molti ricordano, ebbe una trasposizione cinematografica diretta da Stanley Kubrick nel 1975.

Questo mio Barry Lyndon – dice Giancarlo Sepe – prende le sue emozioni dal grande film di Kubrick. Il romanzo di Thackeray è servito a delineare caratteri, situazioni, indicare paesaggi e storie a noi lontane, ma forti e indimenticabili. Nella trasposizione teatrale ancora di più ci si vuole avvicinare alla favola nera che racconta la vita avventurosa tra amori e guerre del signor Redmond Barry di Barrybarry, discendente dai re d’Irlanda, così dichiara sfrontatamente al momento di arruolarsi il protagonista. Una rappresentazione scenica fatta di carne, carta e cartone, in cui campeggiano le storie dell’amore, ma anche quelle del tradimento e della seduzione. Un teatro trionfante nella forma e imbevuto delle storie che si tramandano, che si raccontano come monito per chi ha peccato e per chi, giovane, dovrà ancora peccare. Forse, lo si potrebbe anche scambiare per un teatro per famiglie, quello in cui la morale è: …chi sbaglia, paghi finalmente!.

In scena gli attori della Compagnia del Teatro La Comunità.
In ordine alfabetico: Massimiliano Auci, Sonia Bertin, Gisella Cesari, Silvia Como, Tatiana Dessi, Turi Moricca, Federica Stefanelli, Giovanni Tacchella, Guido Targetti, Pino Tufillaro, Gianmarco Vettori, Vladimir Randazzo.

Suggestive musiche a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team
Indovinate scenografie di Carlo De Marino
Sapienti luci di Guido Pizzuti
Produzione Associazione Teatro La Comunità 1972 – Teatro di Roma/Teatro Nazionale

Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino
mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net; tel. 06. 684 000 308 --- 345. 44 65 117

Barry Lindon
Regìa di Giancarlo Sepe
Teatro Argentina di Roma
Info: 06 - 68 4000 311 / 14
Dal 23 ottobre al 4 novembre


Intorno agli unicorni

«Non sempre il trapasso dall’essere al sapere ha luogo, e magari non è neanche una rovina, giacché il mondo può funzionare, nella maggior parte dei casi, in assenza di pensiero e in balìa di supercazzole».

Questa scritta campeggia sul quarto di copertina di una preziosa pubblicazione della casa editrice il Mulino intitolata Intorno agli unicorni Supercazzole, ornitorinchi e ircocervi.
Ne è autore Maurizio Ferraris.
Insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove è presidente del Laboratorio di Ontologia (LabOnt) e vicerettore alla ricerca in area umanistica.
In campo internazionale noto per i suoi studi, ha pubblicato oltre cinquanta libri.
Per il Mulino, «L’imbecillità è una cosa seria» (2016) e «Postverità e altri enigmi» (2017).
Inoltre, fu ospite nel 2007 della taverna spaziale da me aperta sull’Enterprise di Star Trek nelle vesti, fino ad allora inedite, di viandante del cosmo; cliccare QUI per credere.

L’autore ha abituato chi legge le sue pagine a fare e disfare filosofia attraversando plurali saperi, transitando da Giambattista Basile a Walter Chiari, da Marco Polo a Riccardo Pazzaglia, dal marchese de Sade a Totò.
Non sorprenda, quindi, che l’agile, birichino, coltissimo volumetto si apra con una pagina del copione del film “Amici miei” – diretto da Mario Monicelli nel 1975 – pescando la sequenza in cui il Conte Mascetti (Ugo Tognazzi) si rivolge e travolge un vigile urbano con la vertiginosa battuta: “Senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapia tapioco!”.
In effetti – sostiene Ferraris – con la supercazzola il conte Mascetti ci insegna tante cose. Non solo che si può parlare senza che le parole profferite abbiano un senso, ma soprattutto, con un fenomeno che va molto al di là del semplice fatto linguistico, che si può interagire nel mondo senza disporre di concetti.
Esternazioni di partiti politici, di promozioni aziendali, di asserzioni critiche, avanzate con convinzione (perfino, in rari casi, in buona fede) altro non sono che fake news le quali hanno un rapporto diretto con la supercazzola.
Ferraris lo spiega benissimo in questo breve video.
In "Intorno agli unicorni", l’autore, ragionando fra unicorni, ornitorinchi e ircocervi, invita il lettore a ricordare quella scena in cui Walter Chiari in un vagone ferroviario disquisisce in modo articolato sulle caratteristiche del Sarchiapone. E dove scopriamo come quell’enigmatica figura appaia nel “Cunto de li cunti” (1634-36) di Giambattista Basile e in una poesia di Totò, nella Cantata dei pastori Di Andrea Perrucci (1698), se ne trovi un gemello nello Scarpantibus di “Alto gradimento” e in un fumetto di Martin Mystére, fino a una versione italiana dei videogiochi Mana. Chiari, però, lo sentì nominare da un venditore ambulante sulla spiaggia di Fregene.
In un momento in cui siamo furiosamente bombardati da romanzi che incrudeliscono su di noi, ecco una lettura che ci dà grande sollievo.

Maurizio Ferraris
Intorno agli unicorni
A stampa Pag. 152, Euro 12.00
e-book, Euro 8.49
il Mulino


Tre lune in attesa


L’opera vincitrice, nella sezione Le Forme del Dire, del Premio Letterario indetto dalle Edizioni Formebrevi è intitolata Tre lune in attesa.
L’autore: Alfonso Lentini (in foto).
Siciliano di Favara, laureato in filosofia, vive a Belluno dalla fine degli anni settanta.
Si può ben a ragione definirlo un poliartista perché la sua opera si muove fra letteratura, creazioni d’immagini su particolari supporti come legno o pietra, poesia visiva.

Fra i suoi libri: “L’arrivo dello spirito” (racconti, con Carola Susani, dizioni Perap, Palermo 1991); il romanzo-saggio “La chiave dell’incanto” (Pungitopo, Messina 1997); “Mio minimo oceano di croci” (Anterem, Verona 2000); “Piccolo inventario degli specchi” (Stampa Alternativa, Viterbo 2003); Il morso delle cose (opera finalista alla XXIII edizione del premio nazionale di poesia Lorenzo Montano.)
Ha pubblicato inoltre numerosi libri d’artista in edizione autoprodotta o con editori specializzati come Pulcinoelefante o Laboratorio Dadodue.
Fra i suoi saggi, studi su Antonio Pizzuto e Angelo Maria Ripellino.
Numerose le mostre e installazioni tenute in Italia e all’estero.

Tanti nomi di rilevo hanno scritto di lui.
Gillo Dorfles: «Ho trovato davvero deliziosi i “collages” di Alfonso Lentini e penso che valga la pena di concretizzare il suo progetto di una mostra “angelica”».
Alessandro Fo: «La ricerca di Lentini, nei molteplici campi in cui si articola, sembra muovere da, e tendere verso, un’attonita, stralunata meraviglia».

Definizione quest’ultima che particolarmente si attaglia al principio concettuale e alla forma scrittoria di “Tre lune in attesa”.
Attraverso scritti brevi e brevissimi, troviamo protagonista la montagna che stavolta scompone la composizione paesaggistica perché si muove, vola, e le frasi del libro precipitano a valanga lungo le pagine come incise su sassi e schegge di roccia.
Il libro, più che esprimersi attraverso l’irreale o il surreale, mi sembra riveli uno sguardo trans-reale perché partendo dall’osservazione di forme oggettive, scompiglia le categorie associate al reale: esistenza, verità, realtà, certezza, soggetto, oggetto.
Sembra interrogarsi, attraverso lampi di scrittura, indeciso se considerare l’essere come verbo o come sostantivo.

Scrive Giovanni Duminuco in una Nota di Lettura: Attraverso una scrittura frammentata, visionaria, aperta sino ai limiti del nonsense, con l’opera Tre lune in attesa Alfonso Lentini riesce a cogliere la complessità dell’essere nel suo processo dialogico che trae in gioco l’immutabilità e il divenire, in una visione multiprospettica che ribalta il punto di vista assoluto verso un oltrepassamento – al di là del tempo e dello spazio – dell’umano, dove ogni cosa è accessibile da uno sguardo diverso e il punto di vista non è che un presupposto particolare, residuo della partecipazione alle cose e al mondo, nella misura di un mutamento che trascende l’attesa.

Alfonso Lentini
Tre lune in attesa
Pagine 52, Euro 6.00
In uscita il 27 ottobre
Edizioni Formebrevi


Vita e morte nel Terzo Reich

La casa editrice Laterza ha pubblicato uno studio particolarmente interessante sul rapporto fra i cittadini tedeschi e il Terzo Reich.
Titolo: Vita e morte nel Terzo Reich
L’autore è Peter Fritzsche professore di Storia all’Università dell’Illinois e autore di diversi volumi, tra cui “Germans into Nazis” (Harvard University Press 1999).

A prima vista può apparire come un tema già esplorato, ma non è proprio così perché Fritzsche (il libro ha avuto una lunghissima gestazione) osserva il fenomeno attraverso diari e scambi di lettere fra cittadini tedeschi rintracciando in quale modo l’essere germanici finì con l’essere nazisti.
Abilità della propaganda nazionalsocialista? Sì, certamente, si pensi che a guidarla fu Goebbels un genio nel suo mestiere, definito un grande pubblicitario (non si offenda la categoria dei pubblicitari per l’accostamento) del secolo scorso. Ma questo non basta, c’era qualcosa fra i tedeschi che, specie dopo la sconfitta nella prima Guerra mondiale, fermentò nei cuori e nei cervelli. Guerriera volontà di rivincita? In alcuni di sicuro avvenne, ma nella massa, secondo Fritzsche, al contrario, vi fu piuttosto debolezza, un senso di smarrimento, di perduta identità che unita alle sofferenze della crisi economica contribuirono a creare una rassegnata atmosfera sociale.
Cosa questa che deve far riflettere sui rischi (dai quali in maniera meno drammatica e pur con diversi connotati storici sta vivendo l’Italia da qualche anno con moto progressivamente accelerato), che corre un paese, il suo popolo, quando cedono punti di riferimento psicostorici.
Il nazismo ebbe l’abilità di presentarsi come lampo di luce che dissolve la nuvolaglia, prometteva futuro, e, una volta al potere (1933), specie nei primi tempi, farà nascere negli animi la paura che una crisi del nazismo potesse significare un ritorno al 1918.
Qui, in verità, mi pare che Fritzsche sottovaluti la forza della macchina poliziesca nazionalsocialista e che, pur essendo vera, come l'autore sostiene, molta spontaneità in molti nell’aderire alle tesi del Nsdap, si sia pure instaurato un timore, poi diventato paura e, infine, negli anni, autentico terrore, d’essere sotto la mira dell’ occhiuta polizia hitleriana.
Al vertice della produzione del consenso c’era poi la teatrale figura del Führer che ipnotizzava - i moltissimi desiderosi di farsi ipnotizzare -“con la sua ampia visione del futuro, la sua fiducia nel verdetto della storia e la sua totale sicurezza nella capacità di arrivare dove voleva”.
In conclusione: fin dove giunse l’adesione dei tedeschi al nazismo?
Fin quando non si sentirono traditi – sostiene Fritzshe – dal nazionalsocialismo “quando apparve evidente l’incapacità dei nazisti di stabilizzare i fronti e difendere il paese, di vendicare gli attacchi aerei alleati, traditi perché sviati dalle bugie e illusioni della propaganda”. Insomma, tranne i pochi, veri oppositori, il popolo si risentiva della mancata vittoria e, ovviamente, delle conseguenze della sconfitta. Tanto che “dopo la guerra, la gente non rese mai onore agli assassini (…) ma si concesse un’amnistia e il Bundestag all’inizio degli anni Cinquanta l’approvò a stragrande maggioranza”.
Il disprezzo popolare s’indirizzò solo verso i vertici del partito nazista “i burattinai, in modo da autoassolvere i burattini”.
E l’antisemitismo?
Un ospite di questo sito, Claudio Vercelli, nel recensire questo libro su il Manifesto ha scritto “questa è un’opera che identifica i passaggi cruciali attraverso i quali i tedeschi introiettarono l’anatema antisemita e lo declinarono nei termini di un’esigenza salvifica, capace di giustificare pressoché tutto”.

Dalla presentazione editoriale
Peter Fritzsche scruta la vita privata dei tedeschi, ne esamina le lettere, i diari, le conversazioni. Scopre i loro diversi punti di vista, il desiderio, il fascino e lo sgomento con cui affrontarono la rivoluzione nazista. Questo è l’agghiacciante racconto, magistralmente narrato, delle vicende di un regime che intendeva ricostituire una nazione e che, nel corso di questo processo, trasformò l’Europa in un campo di sterminio».

Peter Fritzsche
Vita e morte nel Terzo Reich
Traduzione di Marco Cupellaro
Pagine 350, Euro13.00
Laterza


Il diritto di morire

Ci sono voluti anni e anni di battaglie laiche per ottenere il 14 dicembre 2017 l’approvazione in via definitiva al Senato, della legge sul biotestamento entrata ufficialmente in vigore il 31 gennaio 2018.
Siamo, però, ancora lontani dalla legislazione sull’eutanasia nonostante l’impegno di tanti.
Ricordo, ad esempio, in prima linea Exit-Italia guidata da Emilio Coveri, e poi l’Uaar, e altri gruppi meno noti ma che hanno nei loro programmi un sostegno a chi ne abbia purtroppo necessità e possa avere una dignitosa fine della vita.

Sul tema, le edizioni Sem Libri hanno pubblicato Il diritto di morire, ne sono autori Claudio Volpe e Dacia Maraini impegnati in un dialogo sull’eutanasia, il suicidio assistito, il testamento biologico e l’accanimento terapeutico: una riflessione sugli antitetici concetti del diritto di morire contrapposto al dovere di vivere.

Ha scritto Carlo Troilo su MicroMega:“Ora la Maraini – anche a seguito della perdita del suo compagno, ucciso dalla leucemia – rivolge la sua attenzione, in un libro/intervista con il giurista Claudio Volpe, ai problemi del fine vita, chiedendosi se dinanzi ai progressi vertiginosi della scienza non sia il caso di fermarsi un attimo a riflettere. L’autrice insiste soprattutto sul tema della dignità umana: “C’è ancora qualcuno che si preoccupa della dignità della persona umana, prima che del potere fine a se stesso? Quella di tenere vivo un corpo morto con agenti chimici e macchine evolute può sembrare una vittoria dell'uomo sul suo destino mortale ma può costituire invece una prigionia crudele e alla fine una sconfitta della collettività nel suo complesso. Fra l'altro c'è una contraddizione logica in chi sostiene le ragioni ideologiche e religiose della vita a tutti i costi e l'idea che è Dio a decidere quando un uomo deve vivere o morire: se deleghiamo a una macchina la sopravvivenza di un uomo, dove sta la volontà di Dio?”.
Intense le riflessioni della Maraini – che fa esplicito riferimento alla vicenda del DJ Fabo ed al processo a Marco Cappato – sul suicidio e sull’aiuto a commetterlo: “Siamo di fronte a una volontà da rispettare o a un atto illecito da condannare? Secondo la religione cattolica un uomo non ha il diritto di togliersi la vita, che è un dono di Dio e solo il Santissimo può decidere di toglierla o lasciarla. Il suicidio viene interpretato come un atto di disobbediente arroganza”. E invece, almeno in gran parte dell’Europa, siamo arrivati a distinguere le leggi della Chiesa da quelle dello Stato: “di conseguenza la vita non appartiene più a un Dio incomprensibile e lontano, ma alla stessa persona che la porta nel proprio corpo”.

Dalla presentazione editoriale del volume
«Il mondo cambia velocemente, la tecnologia trasforma le nostre abitudini quotidiane, anche le più consolidate. La morale da un lato e le leggi dall’altro faticano a tenere il passo. Eppure, certi temi, certe questioni ci impongono una riflessione attenta, puntuale, veloce. Dacia Maraini, una delle più note e apprezzate scrittrici di oggi, dialoga in questo piccolo, densissimo e illuminante libro con il giurista Claudio Volpe sulla delicata questione del ‘fine vita’. È ammissibile che una persona decida di morire, a prescindere dalla sua condizione fisica e di salute? La libertà di togliersi la vita può essere considerata una libertà degna? Si tratta di un diritto che, in estremo, può essere sancito da una legge, tenendo conto che comunque la Costituzione afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che mai è consentito «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»? Dalle parole di Maraini e Volpe emergono molti spunti di riflessione, anche suscitati dalla cronaca di ogni giorno. Muovendosi fra il mondo giuridico-normativo e quello delle testimonianze dirette, della letteratura e della mitologia antica, Il diritto di morire, con parole semplici e un tono sempre riguardoso, perfino commovente, aiuta il lettore a ragionare senza pregiudizi di sorta, sempre al riparo dal luogo comune, su un tema cruciale della nostra contemporaneità».

Dacia Maraini
Claudio Volpe
Il diritto di morire
Pagine 123, Euro 12.00
Edizioni Sem Libri


Non si fucila di domenica

Le edizioni Mimesis hanno pubblicato Non si fucila di domenica del francese Lucien Rebatet (1903-1972).
Ricorda Massimo Raffaeli: «In una delle scene capitali del suo film più claustrofobico, L’ultimo metrò, François Truffaut inserisce, letto a voce alta da un regista ebreo in clandestinità a Montmartre nell’autunno del ’42, un passo che proviene dal pamphlet antisemita e filonazista che fu anche il massimo successo letterario dell’Occupazione: “Non contenti di monopolizzare gli schermi e i palcoscenici, gli ebrei si prendono le nostre donne più belle”. Destinataria della citazione è un’algida e sentimentalmente ambigua ma comunque stupenda Catherine Deneuve, qui attrice e moglie del regista, forse ignara del fatto che il libro si intitoli Les décombres (alla lettera “Le macerie”) e che rechi la firma di Lucien Rebatet, notista politico e critico cinematografico del più famigerato foglio collaborazionista, “Je suis partout”».
QUI la biografia di questo scrittore collaborazionista, convinto antisemita, autore di un grande successo nel 1942 con il violento “Les Décombres”. Fu una delle voci radiofoniche di Vichy, il suo ultimo articolo su "Je suis partout" è del 28 luglio 1944, si intitola ‘Fedeltà al Nazional-socialismo’. Arrestato nel maggio 1945, processato nell’ottobre ’46 è dapprima condannato a morte, poi graziato e la pena commutata in lavori forzati a vita, sconterà solo 7 anni.
Durante questa detenzione completa il romanzo “Les Deux Etendards”.
Quest'opera, pubblicato da Gallimard, sarà in gran parte ignorata dalla critica, anche dopo la sua ristampa nel 1991. Eppure pare sia un libro straordinario. Ammirato da Mitterand, ha fatto dire al grande George Steiner “È uno dei capolavori segreti della letteratura moderna”
Di Rebatet su Youtube esistono vari documenti, ad esempio, QUI.

La Francia, quanto a scrittori e intellettuali che furono vicini al fascismo – alcuni assai impegnati, altri meno – ha la particolarità, a differenza di vari paesi, d’annoverare nomi di elevata qualità artistica.
A parte il gigante Celine, vanno ricordati, infatti, nomi che vanno da Robert Brasillah a Drieu La Rochelle, da Jacques Benoist-Méchin, a Maurice Bardéche da Alphonse de Chateaubriant a Georges Montandon, da Henry de Montherlant a Rebotet che dà lo spunto a questa nota.
Perché ciò accadde? Perché, pur non condivisibili, è innegabile che certe posizioni derivassero, o risentissero, da un profondo e ragionato pensiero.
Scrive Piero Ottone: A partire dagli ultimi decenni dell' Ottocento, una folta schiera di filosofi e di scrittori, di storici e di uomini politici, da Renan a Taine, da Barrès a Maurras, da Sorel a Bertrand de Jouvenel, ha preso le distanze dal retaggio della Rivoluzione dell' Ottantanove, e dall' illuminismo e dal positivismo che l' hanno generata; ha contestato le due grandi ideologie che hanno dominato il secolo, liberalismo e socialismo; e "alla società frammentata e atomizzata delle democrazie liberali - così scrive Sergio Romano - contrappone una società organica in cui i cittadini sono legati l'uno all'altro dalla comunanza delle tradizioni e dei ricordi. Alle illusorie teorie ugualitarie della democrazia repubblicana contrappone una nuova sociologia, fondata sulla realistica constatazione che i protagonisti della lotta politica sono sempre le élites, vale a dire una minoranza energica, dinamica, dominatrice". L' ideologia che ispirerà il fascismo ha matrici francesi.

Non si fucila di domenica è una sorta di diario scritto in carcere da Rebatet in attesa, che durò cinque mesi, dell’esecuzione. Si tratta di una scrittura tesa, scattante, che a tratti ha bagliori che rivelano lo scrittore vero.
Il volume, tradotto da Giancarlo Rognoni, è a cura di Simone Paliaga che così scrive: “Purtroppo, o per fortuna, tra gli uomini di cultura che nelle année sombres dell’occupazione tedesca di Parigi stettero dalla parte sbagliata a lui non toccò in sorte nulla di tragico. E questo non ne favorì la notorietà”.

Dalla prefazione editoriale
«Un pamphlet corrosivo e provocatorio di un autore che racconta il suo arresto, il processo e la successiva condanna per collaborazionismo. Con questo testo, pubblicato per la prima volta nel 1953, Rebatet ripercorre il periodo tra la sua resa ai partigiani francesi, l’8 maggio 1945, fino al 9 aprile 1947, giorno in cui venne graziato. Il volume costituisce una testimonianza storica dello spirito che animò gli intellettuali fascisti durante il periodo dell’occupazione tedesca della Francia»

Lucien Rebatet
Non si fucila di domenica
A cura di Simone Paliaga
Traduzione di Giancarlo Rognoni
Pagine 64, Euro 5.10
Mimesis


Ryoichi Kurokawa

Nel presentare una mostra di cui riferirò fra poco, voglio far precedere la presentazione stessa da alcune riflessioni di firme illustri sulla fotografia e sul cinema.
Anche i grandi possono dire delle cospicue castronerie. Ne volete un esempio?
Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita... sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”.
Pure il grandissimo Kafka ne disse una che, forse, oggi più non direbbe: “Se il cinema è una finestra sul mondo, ha le persiane di ferro”.
Con Walter Benjamin, la musica cambia: “Non colui che ignora l'alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l'analfabeta del futuro”.
Ecco il pensiero di due fotografi diversissimi fra loro.
Helmut Newton: “Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.
Henri Cartier-Bresson: “Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”.

Alla Fondazione Modena Arti Visive – diretta da Diana Baldon che da quando ne ha assunto la guida, ha impresso in breve tempo alla Fondazione nuova energia e nuova qualità – è in corso una mostra intitolata al-jabr, parola araba per algebra. Il termine al-jabr – spiega il dizionario – significa "unione", "connessione", deriva dal libro del matematico persiano Muḥammad ibn Mūsā al-Ḫwārizmī, intitolato (mi risparmio la grafia araba) "Compendio sul calcolo per completamento e bilanciamento".
L’esposizione, a cura di Node, raccoglie alcune tra le produzioni recenti più significative di Ryoichi Kurokawa (1978), attraverso un percorso multisensoriale caratterizzato da imponenti opere audiovisive, installazioni, sculture e stampe digitali.
È la prima mostra che si ha in Italia presso istituzioni pubbliche di quest’artista.


Dal comunicato stampa.
«Originario di Osaka ma residente a Berlino, Kurokawa descrive i suoi lavori come sculture "time-based”, ovvero un’arte fondata sullo scorrimento temporale, dove suono e immagine si uniscono in modo indivisibile. Il suo linguaggio audiovisivo alterna complessità e semplicità combinandole in una sintesi affascinante. Sinfonie di suoni che, in combinazione con paesaggi digitali generati al computer, cambiano il modo in cui lo spettatore percepisce il reale.
Il concetto di unione delle parti rappresenta il tema chiave della mostra.
Nelle opere esposte si ripropongono concetti e metodologie quali la decostruzione e la conseguente ricostruzione di elementi naturali (elementum, lttrans, renature), la riunione di strutture divise (oscillating continuum), la rielaborazione di leggi e dati scientifici (ad/ab Atom, unfold.alt, unfold.mod). Tali metodologie ricordano una versione moderna e tecnologicamente avanzata della tecnica artistica del kintsugi, ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze e vasi, in cui le linee di rottura sono evidenziate con polvere d’oro che rende la fragilità il loro punto di forza. Il kintsugi non è solo un concetto artistico ma ha profonde radici nell’estetica del wabi-sabi, la visione del mondo tipica della cultura giapponese fondata sull'accettazione della transitorietà delle cose che echeggia anche nella poetica di Kurokawa».

Ufficio stampa: Irene Guzman: 349 – 12 50 956 - i.guzman@fmav.org

Ryoichi Kurokawa
al-jabr
Galleria Civica di Modena
Palazzo Santa Margherita
Corso Canalgrande 103, Modena
Info: 059 - 203 29 40
Fino al 24 febbraio 2019


Umberto e Lina


Dal 28 settembre è in corso a Roma presso l’Associazione culturale Atelier la prima tappa di LINA progetto ideato e realizzato da Umberto Giovannini.
QUI il suo sito web con biografia e immagini di alcuni suoi lavori.

A Umberto Giovannini ho rivolto due domande.

La tua bio indica interessi espressivi che spaziano dalla letteratura alla musica, dalle arti visive al teatro. Che cosa ti ha interessato particolarmente dell’arte incisoria?

Ho un percorso artistico e professionale non lineare mosso soprattutto dalla curiosità di indagare sempre nuovi linguaggi, un po’ perché credo profondamente che non esistano univocità espressive, ma che tutto si sviluppi senza soluzione di continuità, in un bombardamento sensoriale e percettivo che non si può non abbracciare nella sua complessità. L’altro motivo, meno aulico, è che tendo ad annoiarmi profondamente. Vagando tra le esperienze fatte nel mondo delle arti performative, c’è sempre un punto fermo che considero la mia identità: la grafica e in particolar modo la xilografia. Per me è un linguaggio di una potenza meravigliosa, una comunicazione che parla per archetipi, nella necessità binaria di colore-non colore, in cui i luoghi intermedi non sono contemplati.

Dove ti sta portando il tuo lavoro xilografico?

Negli ultimi anni, e specialmente con il progetto LINA…

… scusa se t’interrompo, vorrei sapere perché quel tuo progetto si chiama LINA…

… Lina è una donna nata nel 1915 in una zona rurale della Romagna. Inviata a servizio a undici anni a Roma presso una famiglia nobile catanese, ha vissuto con loro fino al suo diciassettesimo compleanno seguendoli nelle residenze di Roma, Monte Porzio, Catania, Randazzo, Milano.
Cosa hanno visto gli occhi di una bambina, cresciuta in un mondo rurale all’inizio del Novecento e trasportata in un ambiente radicalmente diverso? Venendo da un mondo solidamente chiuso nelle tradizioni? Quale è stata la percezione di quel flusso ininterrotto di cose in divenire? Così, attraverso una serie di immagini, che hanno preso forma dal media xilografico, sto indagando la percezione del contemporaneo riletto attraverso la lente annebbiata di una memoria che mi appartiene solo per una conoscenza indiretta: quelli di Lina, appunto.

Bene. Riprendo il discorso da dove l’avevamo lasciato riproponendoti la domanda: dove ti sta portando il tuo lavoro xilografico?

Sto spingendo la xilografia verso ambiti non convenzionali (almeno per me), mischiando le tecniche europee e quelle giapponesi e lavorando su grande formato: il lavoro più grande della serie LINA è una xilografia di 3,6 metri per 1 metro realizzata a 4 colori. Mi piace pensare alla possibilità di un’immersione iconografica attraverso installazioni che partono dalla serie di incisioni su legno. Questi lavori vanno a cercare frammenti di una memoria collettiva attraverso un’indagine sugli spazi e sul concetto di appartenenza e di sradicamento. Con la stessa intenzione sto lavorando con il musicista Stefano Pagliarani a delle performance che accompagnano LINA e partono dalle melodie popolari di inizio Novecento per essere dissezionate attraverso l’elettronica.

Umberto Giovannini
Progetto LINA
Associazione Atelier
Via Panisperna 236, Roma
Info:+39 3284249215
+39 333 4840131
atelier@email.it
Fino al 13 ottobre ‘18


Come

Le edizioni Cronopio hanno pubblicato un originale raccolta di scritti intitolata Come.
L’autrice è Vega Tescari. Ricercatrice e docente universitaria.
Ha pubblicato En suspence. Scenari del tempo.
I suoi studi si concentrano sulle relazioni tra arti visive, letteratura e filosofia, con una particolare attenzione agli orizzonti della temporalità e della spazialità.

Ho usato l'espressione “originali scritti” perché sono traiettorie verbali sospese fra prosa e poesia, notturne e solari, surreali e pure icastiche al tempo stesso.
Leggendo le non-storie di creature e oggetti, atmosfere e ore, sembra di vedere un quadro di Magritte rivisitato in animazione.
Questi sguardi sghembi su ambigue terre lessicali fanno dire a Fabio Pusterla nella postfazione: «I testi di Vega Tescari non sono dei racconti nel senso tradizionale del termine, anche se non sono estranei ai modi della narrazione, e non sono neppure delle poesie versificate, benché presentino la potenza evocativa e il lavoro sulla parola tipici del linguaggio poetico. Non è facile trovare dei punti di riferimento letterari, se non proprio dei modelli; si pensa subito, inevitabilmente, a certe atmosfere kafkiane, più dei racconti brevi che dei romanzi; oppure a Robert Walser, alla tersità narrativa di certe sue scene; o ancora, per l’irruzione dissimulata dell’onirico e del surreale, ai racconti misteriosi di Corinna Bille. Per rimanere o ritornare in Italia, probabilmente si potrebbe pensare a un punto intermedio tra Landolfi e un certo Calvino».

Vega Tescari
Come
Postfazione di Fabio Pusterla
Pagine 96, euro 10.00
Cronopio


Spatola 30

Della poesia visiva, un protagonista internazionale è stato Adriano Spatola.
Sono trent’anni che ci ha lasciato.

Lo ricorda lo Studio Segni & Segni con una esposizione di opere (dal 12 al 21 ottobre) e, venerdì prossimo, con letture poetiche e ascolto di registrazioni..
Interventi di: Pasquale Fameli, Giovanni Fontana, Nanni Menetti, Maurizio Osti, Gian Paolo Roffi, Carlo Alberto Sitta, Maurizio Spatola.

A proposito di suo fratello, Maurizio, fidando solo sulle sue forze e senza alcun aiuto economico pubblico manda avanti un Archivio di poesia verbovisiva e di soundpoetry che abbraccia un tempo che va dalle avanguardie storiche ai nostri giorni.
Accanto a questi materiali esiste un prezioso repertorio di riviste ormai altrove introvabili sicché per gli studiosi della letteratura d’avanguardia è obbligatorio passare per quell’Archivio onde consultare la grande massa di pagine, illustrazioni, fotografie, lì conservate.

Studio Segni & Segni
via San Pier Tommaso 20 B
Bologna


Genocidi animali


Nelle case italiane vivono sette milioni di cani e sette milioni mezzo di gatti.
Ancora più numerosi gli animali acquatici, tra pesciolini rossi ed esemplari più esotici; nei nostri acquari ci sono non meno di trenta milioni di esemplari.
Almeno 13 milioni gli uccellini ospitati dalle famiglie italiane. E i roditori? Quasi due milioni. E ancora: tra iguane, tartarughe e serpenti, è stata calcolata l’esistenza nelle case di un milione e mezzo di rettili.
Queste sono cifre che estraggo da un rapporto Assalco-Zoomark e viste le tendenze illustrate in quel documento, è possibile che quelle cifre possano essere oggi approssimate per difetto. Impossibile, se non avventurandosi in improbabili calcoli, valutare il numero degli animali che solo in Europa vivono in condizioni domestiche.
Tutto questo deve far credere a un amore di noi verso gli animali non umani (ammesso che nelle case quegli esseri siano ben tenuti)? Sì, ma anche no.
Perché molti sono gli episodi di crudeltà che commettiamo verso quei nostri simili. Alcuni dovuti alla voracità di profittatori che importano o esportano animali in condizioni terribili, altri consumati nei circhi equestri, nei grandi acquari, o da delinquenti che organizzano combattimenti fra quelle creature, per finire con la tormentata questione della vivisezione. Finisce qui la collana dei nostri crimini? Purtroppo no. Perché c’è la macellazione condotta assai spesso con metodi raccapriccianti
Cose tutte che sono il doloroso risultato della dottrina cristiana di Cartesio sugli animali che ha determinato lo specismo, termine coniato dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali” (1973).
Ancora una cosa sul tema di queste sofferenze. Molti stupratori e serial killer hanno sfogato durante l'infanzia il loro desiderio/bisogno di violenza torturando animali; ecco un interessante intervento su queste angosciose vicende.
Come fare per evitare che si acquisti coscienza di questi problemi?
Ancora una volta, è la scuola ad essere coinvolta anche in questo còmpito.
Non la “buona scuola” renziana naufragata com’era prevedibile (e meritava), ma una scuola vera, seria, che abbia coscienza dell’importante ruolo che ha nella società

Un libro che consiglio a quelli sensibili al tema dell’animalismo lo ha pubblicato la casa editrice Mimesis, è intitolato Genocidi animali.
Ne sono autori Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe.

Alessandro dal Lago, già professore ordinario di Sociologia presso l’Università di Genova, è autore di oltre trenta volumi di argomento filosofico e sociologico. Collabora stabilmente con “aut aut”, “Etnografia e ricerca qualitativa” e con diverse riviste italiane e straniere. Tra gli altri, è membro dei comitati scientifici di “California Italian Studies” e “Simmel Studies”. Tra i suoi ultimi saggi, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra (2017), Blind Killer. L’Europa e la strage dei migranti (2018), Sporcare i muri. Graffiti, decoro, proprietà privata (con Serena Giordano, 2018) e la raccolta di racconti Ultime notizie da un paese di merda (2018).

Massimo Filippi, professore di neurologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Ha pubblicato Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte (Verona 2010); Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia (Mimesis, Milano 2010); I margini dei diritti animali (Aprilia 2011); Natura infranta (Aprilia 2013) e Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio (Milano 2013).

Antonio Volpe, ricercatore indipendente, è autore di diversi saggi filosofici sulle riviste “Liberazioni” e “Animal Studies”.

Il volume, di poche ma dense pagine, è strutturato in tre parti: due interventi, uno di Filippi e l’altro di Volpe e un’intervista dei due studiosi ad Alessandro dal Lago. Che in una delle sue prime risposte afferma: “…i miliardi di animali uccisi ogni anno rappresentano lo sterminio di un genere di viventi, cioè un genocidio”
In conclusione della conversazione – dopo avere affrontato plurali temi dell’antispecismo sia sotto il profilo filosofico sia politico – nel libro ci s’interroga se l'animalismo possa, o non, essere rappresentato con efficacia dai movimenti e, qualora lo fosse, con quale di quelli meglio potrebbe intersecarsi.

Dalla presentazione editoriale
«Lo sfruttamento istituzionalizzato e il massacro industriale degli animali hanno reso la questione animale un’urgenza politica inderogabile. Attraverso un dialogo tra il noto sociologo Alessandro Dal Lago e due teorici e militanti antispecisti, Massimo Filippi e Antonio Volpe, questo volume si domanda se sia possibile arrestare le lame taglienti delle norme dicotomiche in cui siamo immersi, senza impegnarsi in una radicale decostruzione dell’umano e senza riconoscere che gli animali sono al contempo il centro e il “prodotto” principale dei meccanismi di animalizzazione che investono anche la stragrande maggioranza dei membri della specie Homo sapiens. Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?».

Alessandro Dal Lago
Massimo Filippi
Antonio Volpe
Genocidi Animali
Pagine 62, Euro 6.00
Mimesis


Il mondo in alfabeto


Anni fa in questo sito ospitai lavori che m’interessarono perché rappresentavano l’essenza stilistica di famosi artisti, attraverso un complesso esercizio grafico, prendendo spunto da una lettera dell’alfabeto – vedi QUI.
Quei lavori andati avanti nel tempo sono opera di Gloria Soriani (della quale al link di prima troverete sia biografia sia una sua riflessione) che ora a Ferrara, sua città natale, presenta in questi giorni alla Galleria Cloister una mostra intitolata: Il mondo in alfabeto Segno e significato.

In tanti hanno scritto su di lei, su quel suo percorso dalla scrittura al segno, come, ad esempio Franco Patruno che dice “Gli alfabeti di Gloria Soriani, simili e dissimili come le arsi e le tesi del canto gregoriano, sono una gioiosa celebrazione delle parole”.

Com’è nato quest’esercizio di stile? Quale direzione e senso hanno quell’operazione verbovisiva?
Qui lo spiega la stessa Soriani.

«Mi appassionai di calligrafia antica e di miniatura molti anni fa. Alle prese con le antiche scritture l’attenzione si è focalizzata sul segno come pura forma, al di là del suo significato linguistico.
Può avere vita propria una singola lettera? Ridisegnata, colorata, slegata dal suo severo compito, dall'ordine obbligato, può diventare divertente e inquietante. La lettera modifica così il suo scopo; chiunque può vedere, nel puro segno, ciò che preferisce: una nuvola, un fiore, un rinoceronte, o solo una tranquilla e distratta fantasia di linee, di cerchi, di triangoli, restituendo all'immaginazione la massima libertà. La sensibilità di chi osserva una immagine la riconduce a parametri spesso diversi dalle intenzioni dell’artista. Se così non fosse, mancherebbero i colori dell’emozione. Nell’astrarre il segno dal significato, nell’elaborarlo, come piacere ludico, attraverso lo spazio, il colore, le forme, si può creare un oggetto in sé, munito di vita propria.
Si può giocare con un tema come l’alfabeto, che segna momenti seri e talvolta gravi dell’intera esistenza? Io ci provo.
La libera creazione non è sinonimo di indifferenza. Ha l’intenzione anche di aggredire la realtà, che quando scivola in un ordinato opportunismo trova motivi di oppressione violenza e conflitti. In questa direzione va anche la scelta di occuparmi, da diversi anni, di alfabeti ‘altri’, come il cinese (vedi foto), l’ebraico, l’armeno, il tibetano, lo zingaro, l’arabo, il cirillico, il cambogiano e del rapporto con l'alfabeto latino: l’interno della iniziale alfabetica straniera viene così illustrato per mezzo del segno corrispettivo, con l’intento di creare una sorta di dialogo tra mondi e culture diverse, che comunicano tra loro nella sintesi armonica di una lettera ‘miniata’: la pratica calligrafica, da semplice riproduzione, si è fatta atto creativo».

Gloria Soriani
Il mondo in alfabeto
Galleria Cloister
Corso Porta Reno 45, Ferrara
Info: 0532 - 21 06 98
galleriadarte@cloister.biz
Fino al 26 ottobre '18


Conversazione con Bergman

Del regista svedese Ingmar Bergman (1918 – 2007) quest’anno ricorre il centenario della nascita e la sua personalità, la sua filosofia, la sua maniera di fare cinema, sono rese in 3D da un’intelligente intervista edita dalla casa editrice Lindau: Conversazione con Ingmar Bergman.
Gli intervistatori: Olivier Assayas e Stig Björkman.
Assayas, critico cinematografico dei «Cahiers du cinéma» dal 1980 al 1985, è in seguito passato alla regia affermandosi come uno dei più interessanti autori del cinema francese contemporaneo, con pellicole quali “Désordre – Disordine” (1987), “Il bambino d’inverno” (1989), “Contro il destino” (1991), “L’eau froide” (1994), “Irma Vep” (1996), “Demonlover” (2002), “Clean” (2004), “Sils Maria” (2014), “Personal Shopper” (2016).
Björkman, cineasta e scrittore, ha diretto diversi lungometraggi ed è autore dei libri-intervista “Lars von Trier. Il cinema come Dogma” (2001) e “Io, Woody e Allen. Un regista si racconta” (2005). Il documentario “Io sono Ingrid” (2015) è stato proiettato al Cannes Film Festival dello stesso anno.

In occasione dei cento anni della nascita di Bergman, è andato in onda nello scorso luglio su Sky Arte HD (per chi se lo fosse perso, occhio a quella programmazione perché ne è prevista a breve una replica) di Jane Magnusson “Bergman 100: la vita, i segreti, il genio”.
Il documentario ha il merito di dare uno sguardo sia sulla complessa opera registica sia sulla turbinosa vita privata dell’artista: 5 mogli, innumerevoli amanti, 9 figli. Non facciamogli una colpa se dei figlioli – come lui affermava – non ricordava le date di nascita, via, 9 date sono troppe.
Con Carl Theodor Dreyer, supera i confini della cinematografia svedese per essere fra i protagonisti della storia della settima arte indagando nelle sotterranee, cupe, atmosfere psichiche dei suoi personaggi fra i quali interpreti spicca la figura di Gunnar Björnstrand, attore svedese (180 film) da considerarsi un alter ego del regista col quale girò 22 opere tra il 1946 (“Piove sul nostro amore”) e il 1982 (“Fanny e Alexander”, vincitore di Oscar).

Conversazioni con Bergman illumina il carattere, ora cedevole ora improvvisamente spigoloso, del regista, attraversa la storia delle sue gioie (ad esempio per la realizzazione di “Monica e il desiderio”) e delle sue intolleranze (aspre queste, verso certi comportamenti di suoi studenti nel ’68).
Inoltre, è un documento sul suo modo di scegliere gli attori, il suo rapporto con i collaboratori, la sua maniera d’organizzare le produzioni specie quando il budget non gli sorrideva.
Il libro si chiude con queste parole di Bergman: ”Quando si è artisti, quando si creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti. Se si è logici, la bellezza ti sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo. Ma se si ha fiducia nelle proprie emozioni, allora si può essere del tutto incoerenti. Non fa nulla. Perché si ha il potere di cogliere le conseguenze delle emozioni che hai suscitato. Per sempre”.

Dalla presentazione editoriale degli autori.
«Abbiamo incontrato Bergman nel 1990 tre volte, il 14, 15, e 16 marzo dalle quattordici alle sedici. Il rituale era sempre lo stesso: lui ci faceva da guida fra i meandri del teatro fino alla piccola anticamera del suo ufficio contrassegnata da una piccola targa in cuoio «Ingmar Bergman - Regissör».
Qui, ci sedevamo intorno a un tavolo basso e chiacchieravamo di tutto un po’.
Interessato al cinema francese, sondava i nostri punti di vista, ci interrogava su alcuni film recenti, ci parlava dei suoi progetti teatrali.
Poi, facevamo partire i registratori, due piccoli mangiacassette antidiluviani che entrambi osservavamo di tanto in tanto con i sudori freddi.
Lui distendeva i piedi su uno sgabello, si allungava all’indietro e rispondeva – o evitava di rispondere – con molta attenzione e precisione».

Olivier Assayas
Stig Björkman
Conversazione con Ingmar Bergman
Traduzione di Daniela Giuffrida
Pagine 104, Euro 14.00
con inserto fotografico in b/n
Edizioni Lindau


Audiolibri: Il giro di vite


Dall’Indipendent del 5 gennaio 1899: “È la storia più disperatamente malvagia che sia mai stata letta in qualunque letteratura, antica e moderna”.
Virginia Woolf, 1921: “Questo raffinato, mondano, sentimentale, vecchio signore riesce ancora a farci avere paura del buio”.

Qual è quella storia? E chi è quel signore?
Il racconto è Il giro di vite, una storia di fantasmi apparsa originariamente a puntate sulla rivista Collier's Weekly dal 27 gennaio al 16 aprile del 1898.
Il vecchio signore è Henry James (New York, 15 aprile 1843 – Londra, 28 febbraio 1916) scrittore e critico letterario statunitense naturalizzato inglese.
“Il giro di vite” (titolo originale "The Turn of the Screw") è tra le celebrate pagine della letteratura occidentale.
“Chiunque abbia una conoscenza di psicologia, assimila oggi i fantasmi ad una proiezione dell’inconscio, ogni libro/film/poesia/canzone che parli di fantasmi ci proietta siffatta interpretazione sullo schermo delle nostre angosce: un’opera come “Il giro di vite” va oltre, gioca col nostro personale doppelganger e ci porta in una Twilight Zone da cui è tutt’altro che facile uscire”. (Copyright Vieri Peroncini)..
Questo racconto lungo o romanzo breve, definizioni che si alternano nelle tante edizioni, ha conosciuto molte versioni su più mezzi. Si hanno, infatti, edizioni radiofoniche; televisive; teatrali; musicali (memorabile l’opera di Benjamin Britten del 1954); cinematografiche (da ricordare “The Innocents” del 1961, film diretto da Jack Clayton con una maiuscola interpretazione di Deborah Kerr (una curiosità: fu tra le prime pellicole a utilizzare effetti sonori elettronici); con i fumetti, si pensi quello realizzato da Guido Crepax pubblicato, con prefazione di Emilio Tadini, nel 1989.

La più recente edizione in audiolibro è di questi giorni, l’ha pubblicata Il Narratore; che ricordo come una delle prime editrici italiane di audiolibri.
La dirige Maurizio Falghera.
“Il giro di vite” rivive oggi avvalendosi della traduzione e della lettura, entrambe eccellenti, di Alberto Rossatti (in foto).
Voce storica di Radio Rai, Premio Sabaudia 2005 per il CD “Il mutamento dell’anima” quale migliore interprete della poesia di Mario Luzi. Per Il Narratore AudioLibri e Giunti Editore, ha registrato opere di Pavese, Pascoli, Neruda, Schnitzler, Dickens e Kafka; per le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB), il Vangelo di Matteo; per la Società Dante Alighieri, un'Antologia di poesie di Giorgio Caproni, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.

La policroma voce di Rossatti rende plasticamente la tenebrosa atmosfera del racconto, i suoi momenti di ansia, le sue ore d’angoscia, i tanti battiti di terrore.

Henry James
Il giro di vite
Traduzione e lettura di
Alberto Rossatti
Audiolibro
Formato Kindle
Euro: 2,99
Edizione Il Narratore


Prossimi umani (1)


Un gran bel libro è stato pubblicato da Giunti, titolo: Prossimi umani Dalla genetica alla robotica, dalla bomba demografica ai big data… Come sarà la nostra vita tra vent’anni
Ne sono autori. Francesco de Filippo e Maria Frega.

De Filippo: trovate QUI il suo sito web. Frega: per sue notizie bibliografiche CLIC.

Nel volume non si fa futurologia che, spesso, sconfina nella fantascienza, ma si legge una rigorosa inchiesta su come si svilupperanno le ricerche in atto.
Cioè nessuna concessione a fantasie romanzesche, nessuna cosmesi avveniristica, solo e soltanto ciò che in larghissima parte accadrà senza peraltro negarsi a quanto potrà accadere. Perché è ben accertata nella storia delle scienze e delle tecnologie che raggiunto un traguardo da quello si scorgano mete che non erano state previste.
Questo risultato è stato ottenuto dai due autori intervistando tredici fra le migliori intelligenze italiane applicate dalla ricerca di base alla ricerca applicata.
In ordine d’apparizione nell’Indice: Edoardo Boncinelli – Valerio Rossi Albertini – Mauro Giacca – Roberto Cingolani – Roberto Basili – Nicola Zamperini – Umberto Guidoni – Guido Martinelli – Piergiorgio Strata – Giuseppe Roma – Roberto Battiston – Marina Cobal – Giovanni Amelino-Camelia .

Fra vent’anni come sarà il nostro pianeta? Come diventeremo noi? Quali le relazioni che avremo con il nostro corpo, con la comunicazione, con l’espressività artistica?
Questo libro fa riflettere su come il futuro abbia cambiato non solo velocità nel manifestarsi ma la sua stessa natura rispetto alla misurazione in qualità e quantità immaginata un tempo.
Basti pensare che solo nei vent’anni trascorsi le cognizioni apprese e praticate si sono succedute con una velocità finora mai registrata nella storia dell’uomo.

Dalla presentazione editoriale
«È in atto la rivoluzione destinata a cambiare con velocità esponenziale la vita dell'uomo sulla Terra. Il progresso scientifico e tecnologico è drammaticamente rapido, ma ''Homo sapiens'' è rimasto quello di 60.000 anni fa.
I più prestigiosi scienziati italiani esperti di domotica, robotica, astrofisica, fisica nucleare, biotecnologie, demografia, genetica, intelligenza artificiale e bioingegneria disegnano gli scenari prossimi venturi.
Avremo una vita molto più lunga ma virtuale e sempre meno reale, abiteremo in gigantesche aree metropolitane, ci serviremo (forse) degli asteroidi come fonti di materie prime, ne sapremo di più sulla materia oscura e sull'Universo, con terapie geniche potremo rigenerare alcuni organi del corpo umano, consumeremo su larga scala prodotti ispirati al mondo vegetale, saremo coadiuvati dagli umanoidi nella vita quotidiana, la popolazione mondiale sarà di 11 miliardi, finalmente sbarcheremo su Marte...
E infine, con il dominio della tecno-scienza, sarà sempre più arduo distinguere tra ''artificiale'' e ''naturale''...
Dalle loro previsioni emerge una necessità ineludibile: investire nella ricerca applicata è l'unico modo per non essere travolti da una rivoluzione che non sarà nulla di paragonabile a quanto è successo in oltre due millenni di storia».

Segue ora un incontro con gli autori.


Prossimi umani (2)

A Francesco de Filippo e Maria Frega (in foto) ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

Stiamo vivendo un tempo di rapide trasformazioni, ogni giorno siamo investiti da notizie che riguardano le nuove frontiere della ricerca. Non sempre, però, l’informazione riesce a rendere correttamente quel che accade nei laboratori di genetica e di robotica, negli osservatori, negli acceleratori. Anzi: spesso sulle prime pagine dei giornali leggiamo news esagerate o parziali. La nostra intenzione, con questo libro, è dare un quadro scientificamente esatto di quello che accadrà nel prossimo futuro e, per farlo, abbiamo interrogato scienziati, ricercatori ed esperti, i protagonisti della rivoluzione già in atto.

Esiste un sottofondo filosofico postumanista (Nick Bostrom, Max More, solo per citare due nomi) nei vari campi di ricerca scientifici da voi visitati? O vi ravvisate anche altre tendenze di pensiero ?

Non abbiamo seguito sottofondi filosofici aprioristicamente. Al contrario, ci siamo mossi come se fossimo una lavagna bianca da riempire senza infingimenti né pregiudizi e raccogliendo le testimonianze di chi oggi sta elaborando quel che avverrà domani. Non ci sono indicazioni teoriche, nessuna corrente da seguire; c’è invece la libertà di chi non è esperto e con maggiore curiosità e libertà di pensiero può trasmettere quelle testimonianze.

In un’epoca in cui esisterà quell’ambiente tecnologico determinato dall’intersezione delle scienze da voi esplorate, quale pensate potrà essere nell’uomo di quel tempo l'atteggiamento esistenziale che più lo differenzierà da noi di oggi?

È molto difficile stabilire oggi, sulla scorta di quello che possiamo solo presumere che cosa avverrà prossimamente all'esterno dell’uomo, come potrà essere o evolvere il pensiero su noi stessi, sulle relazioni che intesseremo con l’ambiente circostante.
È tuttavia possibile immaginare un mondo dove il controllo sarà sempre più nelle mani di pochi e un uomo fisicamente più potente e, forse, emotivamente più stabile. Determinare un nuovo possibile equilibrio è troppo complicato.
Occorre arrivare preparati a questo futuro e non smettere di considerare la cultura che abbiamo accumulato come cardine del nostro agire e dell’interpretazione del mondo.

"Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie", così diceva John Cage.
Da dove viene quel panico che affligge tanti da spingerli fino alla tecnofobia
?

I tecnofobi, oggi, sono prevalentemente una classe anagrafica, quella che, non conoscendo il telecomando, oggi ha in mano, spesso inconsapevolmente, dispositivi di intelligenza artificiale e, nei prossimi anni, supercomputer quantistici.
Negli ultimi cento anni, il gap generazionale in ambito culturale e tecnologico si è acuito e forse non è mai stato così profondo come quello che sta vivendo l'attuale generazione. Partendo da questo presupposto, coloro che oggi sono adulti possiedono valori e riferimenti completamente diversi da quelli dei figli, si trovano a essere sovrastati dalle ultime sensazionali scoperte: stare al passo è difficile e, dunque, un rifiuto è comprensibile.
C’è un segmento sociale di persone più avvedute che, pur volendo evitare di essere travolti dall’ondata tecnologica, non possono essere definiti tecnofobi, né animati dal panico verso un mondo che non riconoscono più. Questa tendenza la osserviamo nel rapporto con i social network: vengono criticati utilizzando proprio facebook o whatsapp, sfruttando i messaggi virali e una sintassi nata proprio in questi ambienti sociali. È qui che si avverte la paura del cambiamento e, al contempo, la necessità di non essere vittime della tecnologia.
Su altri fronti della scienza, i tecnofobi sono una minoranza davvero esigua. Tutti sfruttiamo, per esempio, i risultati della ricerca medica - e i suoi trasferimenti da quella spaziale, per esempio - per vivere meglio e più a lungo.

Semir Zeki prospetta, nel suo libro “La visione dall’interno”, la nascita di una neurologia dell’estetica che chiama neuroestetica.
Questo sito, come sanno quei generosi che lo visitano, si occupa frequentemente dell'influenza di scienza e tecnologie sulle arti della nuova espressività dove intervengono principalmente neuroscienze, robotica, informatica.
Ad esempio, non solo performers di arti ibride quali Stelarc oppure Marcel.li, ma anche gruppi del teatro tecnosensoriale usano il proprio corpo come esplorazione tecno-antropologica della fisicità. Come interpretate quest’interesse delle arti per una sorta di “neocorpo”
?

Il dialogo fra scienza e arte è sempre ricco e in evoluzione: sono due ambiti che si rincorrono vicendevolmente. Nei secoli passati, la letteratura e l’iconografia hanno anticipato innovazioni tecnologiche, suggerendo ai ricercatori soluzioni per l’esplorazione spaziale e l’ingegneria genetica. Oggi, proprio grazie alla vorticosa rivoluzione che abbiamo esplorato in questo libro, accade anche il contrario e, in ogni continente, lavorano artisti che invitato alla riflessione su temi etici, anticipando ciò che ancora manca nell'opinione pubblica.
Nel nostro libro abbiamo affrontato il ruolo di avatar e bot come nuova classe sociale “priva di corpo”, ma abbiamo anche dettagliato le innovazioni della robotica e della medicina: esoscheletri, dispositivi neuronali, taglia-e-cuci cromosomico. Osserviamo questi fenomeni come una chance in più per una vita che, se sarà più lunga, sia degna di essere vissuta con consapevolezza.

Come ho già detto nella presentazione, il vostro libro saggiamente si è posto lo sguardo sulla distanza di vent’anni.
Prima di salutarci, vi chiedo malvagiamente di fare qualche passo in più.
Poco prima di morire, Stephen Hawking, rivedendo al ribasso una sua precedente previsione, affermò che ci restano appena 100 anni di tempo per emigrare su altri pianeti prima che la Terra sia inabitabile e l’umanità conosca la propria fine.
Volendo trovare un'alternativa lontano da casa, al momento, pare che dovremmo spingerci verso altri sistemi stellari. Non è difficile credere che con miliardi di stelle nella Via Lattea ci sia una buona probabilità di trovare pianeti con acqua e aria respirabile.
Data la mia età, la cosa non mi riguarda troppo, ma voi pensate che altri ce la faranno
?

Per raggiungere uno di quei pianeti gemelli della Terra occorrono almeno 500 anni luce e una tecnologia propulsiva che ancora non esiste; sarà possibile quando riusciremo a realizzare un’astronave a fusione nucleare ma, verosimilmente, è un progetto al quale nessuno riesce a mettere una data. Di più realizzabile c’è la colonizzazione di Marte. Noi viventi vedremo fra 25-35 anni dei terrestri sul Pianeta Rosso. Ci arriveranno con un biglietto di sola andata e andranno incontro a condizioni difficili, come vivere in un ambiente artificiale per evitare le radiazioni esterne e le avverse condizioni climatiche, ma lì sarà possibile la vita, lontanamente simile, a quella del nostro pianeta.
Siamo convinti tuttavia che, intanto, potremmo rimediare ai danni inferti alla Terra, soprattutto negli ultimi decenni, e ciò è possibile proprio grazie alla ricerca scientifica, in gran parte ecosostenibile.

…………………………….

Francesco De Filippo
Maria Frega
Prossimi umani
Pagine 202, Euro 14.00
Giunti


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