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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Danterandom

Come accade da vent’anni, dal 2000, anno in cui nacque Nybramedia, il sito chiude a metà luglio per le vacanze estive e riaprirà a settembre.

Vi lascia proponendo di giocare durante l’estate al Danterandom di Mauro Pedretti.
Come si fa? Basta un CLIC e lo saprete.

Buone vacanze, a chi le fa.


Teresa Nocita presenta Giordano Falzoni


Personaggio che ha attraversato più linguaggi espressivi (dal teatro al cinema, dalla letteratura alle arti visive, con incursioni anche alla radio), spesso contaminandoli, Giordano Falzoni lo troviamo attivo a Parigi dalla fine degli anni '40.
Stimato da André Breton (di cui fu anche traduttore in italiano per Einaudi) proprio Breton presentò sia la prima personale di Falzoni nel 1951 alla Galleria romana L’Obelisco sia la prima personale parigina alla Galerie de l’Etoile Scelée nel 1954.
In Italia partecipò al Gruppo '63. Tradusse, oltre a Breton, pure diversi romanzi di Mickey Spillane per Garzanti. Fu anche autore attivo nel cinema d’avanguardia con il mediometraggio Le avventure di Giordano Falzoni, realizzato nel 1971 da Alberto Grifi un protagonista dell’underground italiano.
Apparve anche in molti film del grande circuito lavorando con registi quali Jean-Jacques Annaud, Giacomo Battiato, Damiano Damiani, Alberto Sordi, Dino Risi e nell’ultimo film di Federico Fellini “La voce della luna”.

Una raccolta dei suoi scritti è ora nel volume Opere Letteratura, teatro, cinema, arte, società, a cura di Teresa Nocita.
Laureata in Filologia Romanza all’università La Sapienza di Roma e addottorata in Letterature del Medioevo presso l’ateneo zurighese. Abilitata quale professore associato in letteratura, filologia e linguistica italiana, attualmente insegna all’università degli studi dell’Aquila. Tra i suoi primi interessi c’è la poesia volgare del Trecento, soprattutto la lirica minore, e il “Decameron” di Giovanni Boccaccio. Negli ultimi anni si è rivolta con particolare attenzione alla tradizione letteraria del XX secolo, come testimoniano i suoi studi in corso sugli archivi degli autori novecenteschi (Gianni Celati, Elsa Morante) e l’edizione delle carte autografe inedite del Gruppo ’63. Di questi interessi ne è maiuscola testimonianza un singolare libro: Album. Si tratta di una serie di disegni in forma d’appunti (ma si può, forse, dire anche viceversa) presi da Falzoni durante l’ultimo convegno del Gruppo ’63 a Fano nel maggio ’67. Oggi pressoché introvabile, “Album” fu pubblicato da Insula nel 2012.


Queste “Opere” di Falzoni che dobbiamo a Teresa Nocita, costituiscono finora l’unica ricostruzione di un aspetto di grande importanza di questo singolare poliartista. Quanti in futuro vorranno studiarne il suo tracciato espressivo dovranno passare per questo libro ringraziando – come io qui faccio – la curatrice.

Dalla presentazione editoriale del volume “Opere di Giordano Falzoni”.

«Pittore, scrittore e autore teatrale legato alla frazione romana del Gruppo 63, Giordano Falzoni (Zagabria, 1925 – Milano, 1998), è stato fino ad oggi senz’altro più apprezzato per le qualità di pittore surrealista che per il suo “engagement” di scrittore. Attraverso un difficoltoso lavoro di “recensio” del poco materiale ancora consultabile, tutto di arduo reperimento, trattandosi in massima parte di pubblicazioni tirate in un numero limitato di esemplari, in occasione, ad esempio, di mostre pittoriche, e procedendo al recupero dei molti articoli apparsi in rivista, è stato possibile stilare una consistente bibliografia degli scritti letterari dell’autore. Il corpus delle opere, pubblicato adesso in questo volume, testimonia interessi che spaziano dalla letteratura al teatro, dal cinema all’arte, senza disdegnare interventi su politica, costume e società, consegnandoci il profilo di uno scrittore che forse è stato per troppo tempo, e a torto, dimenticato. Quasi un eclettico funambolo, in programmatico equilibrio tra le più diverse forme d’espressione artistica del proprio tempo, Giordano Falzoni si ritaglia uno spazio caratterizzato da numerose tangenze all’interno del panorama letterario dell’ultimo quarantennio del Novecento. Non riconoscendo un limite per l’estro creativo nelle difformità che separano i prodotti dell’arte da quelli della letteratura, i contenuti del cinema da quelli del teatro, Falzoni sembra privilegiare, quale espediente comunicativo, la vertiginosa contaminazione tra espressione letteraria e rappresentazione artistica, tra performance teatrale e racconto filmico, raggiungendo un’ibridazione delle forme che lo caratterizza come uno dei più vivaci protagonisti della scena culturale italiana degli anni Sessanta e Settanta».

A Teresa Nocita (in foto) ho rivolto alcune domande.
Che cosa ti ha tanto interessato dell’opera di Giordano Falzoni da dedicargli questo lavoro?

Sono rimasta molto colpita dal “mistero” che avvolgeva la sua produzione di scrittore. Giordano Falzoni infatti è ricordato come artista figurativo e, in poche occasioni, anche come autore teatrale, ma la sua opera letteraria è del tutto sconosciuta. Eppure ha militato fin dall’inizio con il Gruppo ‘63, partecipando all’incontro costitutivo di Palermo e ai successivi di Reggio Emilia e di Fano; ha collaborato con riviste prestigiose come “Il Caffè” e vanta un esordio di scrittore in lingua francese nelle file del gruppo surrealista parigino, capitanato da André Breton. Non lo si può perciò definire un autore isolato, con un’esperienza periferica rispetto alle grandi avanguardie del Novecento; tuttavia è rimasto fino ad oggi un “sommerso”, a discapito della sua copiosa produzione letteraria. Ho cercato di capire perché.

Qual è stata la principale difficoltà che hai incontrato nel comporre questo libro?

Sicuramente il lavoro di reperimento dei testi letterari di Falzoni. Si tratta di opere apparse per lo più in fascicoli unici di riviste di avanguardia o in pubblicazioni tirate in un numero limitato di esemplari. Questa, per me, è stata anche la parte più affascinante della ricerca, tutta svolta in biblioteca ed emeroteca, spogliando cataloghi di riviste e periodici degli anni Sessanta e Settanta. Mi è sembrata una grande sfida, nella quale mi sono necessariamente dovuta muovere senza una bibliografia di partenza, perciò ogni nuova acquisizione si è rivelata una scoperta. Per ricostruire la bibliografia degli scritti di Falzoni un’importante linea guida è stata anche la trama delle amicizie letterarie e artistiche, seguendo le quali sono emerse collaborazioni come quella con Breton, in primis - e qui tengo a ricordare che la traduzione italiana di “Nadja”, presente nel catalogo Einaudi, è ancora quella firmata da Giordano Falzoni nel 1972- o, successivamente, con gli autori del Gruppo ’63.

I tuoi studi fanno luce su Falzoni autore di letteratura.
Perché a lungo è stato visto solo nella veste di pittore surrealista
?

Personalmente credo che si sia trattato di una scelta “d’immagine”, fatta da Falzoni stesso. Nel suo autoritratto cinematografico, realizzato con il regista Alberto Grifi e intitolato “Le avventure di Giordano Falzoni” di cui hai proposto prima la visione, egli si presenta infatti come un artista poliedrico, un performer attivo sulla scena teatrale, pittorica e letteraria, ma senza che uno di questi ambiti prevalga sull’altro. La sua concezione si avvicina all’arte totale, nella quale vita ed avventura culturale sono inscindibilmente legate e la sensibilità artistica costituisce una predisposizione naturale ed innata, secondo la filosofia della ‘Compagnie de l’art brut’ di Dubuffet, Paulhan, Tapié e Breton. Questa sua iniziale adesione al surrealismo, che in Italia ottiene in ambito letterario un’accoglienza controversa, potrebbe essere stata forse un motivo di misconoscimento per Falzoni come scrittore. A mio giudizio, la ragione della sua poca “popolarità” letteraria, ingiustificata per un autore che è stato sempre attivo sulla scena culturale à la page, risiede anche in un’erronea categorizzazione di Falzoni come “l’ultimo dei surrealisti”, mentre la sua produzione letteraria si apre in realtà verso prospettive nuove e tutte peculiari.

Falzoni autore teatrale.
Qual è l’importanza di questa sua avventura fra pagina e palcoscenico
?

La raccolta di copioni di “Teatro da camera” è senz’altro la sua prova letteraria più apprezzata e conosciuta; una di queste pièce, “Serata in famiglia”, venne rappresentata durante il primo incontro del Gruppo ‘63 a Palermo. Alla scrittura teatrale Falzoni affianca però sempre anche la pratica diretta di attore e regista, che lo porta ad esibirsi nei principali teatri d’avanguardia. Un capitolo significativo della sua storia di performer, quello legato alla sua collaborazione con Simone Carella e il Beat 72, resta ancora tutto da scrivere. Sul piano teorico, la sua concezione di teatro come spazio d’incontro tra autore, attore e pubblico, nella quale non esistono ruoli cristallizzati, ma solo interscambiabili, viene stigmatizzata nell’importante saggio “Teatro: presente e futuro”, pubblicato su ‘Il Verri’ nel 1967. In questa riflessione ci sono già le premesse di quel processo di demolizione del binomio autore-lettore, sul quale si fonda la sua analisi narratologia intorno al romanzo, sviluppata negli anni successivi.

Che cosa significò per Falzoni l’adesione al Gruppo ’63?

Mi sembra che Falzoni riconoscesse nel Gruppo un’occasione fondativa per la definizione di una nuova letteratura di qualità, all’interno della moderna società di massa. Molto incline alla sperimentazione, quale lui era, l’adesione alla Neoavanguardia gli permise di spingersi oltre i limiti della scrittura tradizionale. La sua proposta più singolare fu la creazione di un nuovo genere letterario, il “Teatral-cine-romanzo”, del quale pubblicò due esempi su ‘Il Caffè’, “La bananina d’oro”, nel 1968, e “La chiromante”, nel 1969. La natura ibrida e contaminata di queste opere, per quanto cronologicamente successive alle prove del Gruppo ’63, credo che tuttavia affondi le sue radici proprio nella discussione sulle caratteristiche del romanzo, posta al centro dell’incontro di Palermo del 1965. Penso infatti che Falzoni, con l’invenzione di questo nuovo genere letterario, abbia cercato di dare una sua personale risposta al problema della crisi del romanzo della seconda metà del Novecento. La particolare soluzione narrativa adottata dal “Teatral-cine-romanzo”, che assembla elementi romanzeschi, teatrali e cinematografici, cercando di superare le barriere tra testo, immagine e film, si rivela ancora oggi di sconvolgente attualità. Questo ibrido narrativo mostra infatti una singolare analogia con l’ipertesto della nostra epoca digitale, rispondendo alla proprietà intermediale di una scrittura geneticamente collegata a immagine, suono e film.

Giudicati rilevanti, hai pubblicato, come dicevo in apertura, nel 2012 due “Album” di Falzoni che si riferiscono all’ultimo incontro del Gruppo ’63

Si tratta di due blocchi da disegno autografi, modello Raffaello, contenenti 38 tavole in carta ruvida Fabriano, nelle quali Falzoni raccoglie gli appunti che prende durate l’incontro del Gruppo ‘63 a Fano. La sua mano d’artista schizza parole e immagini, così che l’aspetto delle tavole è quello di un calligramma, dove le linee della scrittura sono indissolubilmente saldate ai disegni. Prescindendo da una valutazione artistica, credo che la testimonianza sia rilevante anche per ricostruire la storia della Neoavanguardia, perché sull’incontro di Fano, che segnò tra l’altro la fine di questa esperienza e lo scioglimento del Gruppo, non esiste nessun’altra documentazione oltre a questa, che è riemersa tra le carte di Giordano Falzoni.

Perché scrivi: “L’intenzione ludica si conferma quale elemento fondamentale per capire Giordano Falzoni” ?

Nelle opere di Giordano Falzoni si percepisce una costante ironia dissimulatrice e canzonatoria, che segna come tratto peculiare la sua scrittura. Probabilmente è un retaggio di matrice avanguardistica, legato al surrealismo e al dadaismo, ma è anche elemento dovuto ad una rivalutazione del gioco, quale strumento creativo, come si legge nella tavola B12 degli “Album” di Fano: “La letteratura è gioco, libera attività creativa”. L’affermazione si richiama pure all’estetica Hegeliana, che classifica l’arte come Tätigkeit des Geistes (attività dello spirito) ed esalta la capacità produttiva dell’artista quale processo governato da meccanismi euristici di casualità, analoghi a quelli propri della prassi ludica. Per Falzoni inoltre il gioco è un mezzo per recuperare l’universo infantile, vero motivo ispiratore della sua poetica. Come scrive Vito Pandolfi nell’introduzione a Teatro da camera “il nucleo espressivo [..] appare chiaramente fiabesco e gentile, destinato a sollecitare il gioco dell’infanzia. [...] Conscio o meno che ne sia, Giordano Falzoni, in armonia con il rivoluzionario insegnamento di Antonin Artaud, dimostra come il teatro [...] debba dirsi una constante della psiche [e che] in questo senso vada anzitutto riscoperto e ricercato, rinnovandone la sua concreta libertà attraverso l’azione spontanea e imprevedibile». Un gioco, appunto.

A cura di Teresa Nocita
“Opere”
di Giordano Falzoni
con 10 ill. in b/n
Pagine 276, Euro 24.00
Longo Editore Ravenna


La lezione della videoarte

La casa editrice Carocci ha pubblicato un eccellente saggio intitolato La lezione della videoarte Sguardi e percorsi.
Ne è autrice Sandra Lischi.
Firma di primo piano nell’area della nuova espressività intermediale e tra le prime, già negli anni ’70, ad avvicinarsi in Italia alla nascente videoart.
È docente di Cinema, Fotografia e Televisione all’Università di Pisa.
La sua ricerca esplora opere, figure e percorsi della sperimentazione audiovisiva e della videoarte, àmbiti in cui ha svolto attività in molti paesi del mondo; ha pubblicato articoli, saggi e libri, curato rassegne.
Dirige la collana I Mirtilli per le edizioni ETS nel cui catalogo figura anche Il respiro del tempo.
Altre sue pubblicazioni:Visioni elettroniche per Marsilio; mentre Carocci ha già edito Il linguaggio del video nel 2005, giunto alla quinta ristampa nel 2014.

Esistono tanti libri sulla videoarte, ma questo saggio fra i suoi plurali meriti ne annovera uno in particolare che lo rende imperdibile sia per gli addetti ai lavori sia per tutti coloro che desiderano capire da dove viene tanta parte di cose che vediamo al cinema, in tv, a teatro, nella pubblicità, nei videoclip musicali.. Perché l’autrice oltre a studiare questo medium – agito fra i primi dal profetico Nam June Paik – prospetta e interpreta i contributi concettuali e tecnici che ha dato allo scenario contemporaneo. In pratica: la lezione della videoarte.

Dalla presentazione editoriale del volume.

«La videoarte, nata alla fine degli anni Cinquanta del Novecento e cresciuta nell’intreccio con arti e media, per lungo tempo poco conosciuta e poco esplorata anche per la sua felice inafferrabilità disciplinare, richiede e merita una rilettura dei suoi aspetti più vitali, delle sue domande ancora aperte, delle sue intuizioni di futuro. Ha anticipato le narrazioni anomale del cinema attuale, indicato nuove strade per la parola e la musica, vissuto in modo giocoso e curioso la tecnologia, rielaborato il teatro, la poesia e la pittura, ripensato la Tv, creato modalità di fruizione partecipata, inventato effetti, diversificato gli schermi. Ha elaborato estetiche complesse e un complesso discorso sul mondo. Oggi è diffusa, oggetto di mostre, pubblicazioni e riconoscimenti importanti ma la sua lezione è rintracciabile anche in tanti aspetti delle rapide mutazioni audio-visive e dello spettatore. Il libro ripensa la videoarte in un percorso storico, teorico e critico ricco di esperienze, riferimenti ed esempi, che parte dalle origini per arrivare alla contemporaneità attraverso snodi e temi cruciali. Ne rintraccia il contributo pionieristico alla comprensione e alla critica del panorama mediatico, ne illumina il percorso eretico e visionario quanto istruttivo e anticipatorio, la lezione artistica e di conoscenza».

QUI una presentazione in video del libro nella rubrica on line Montag introdotta da Anna Masecchia che invitai su questo sito quando pubblicò Al cinema con Proust.

A Sandra Lischi (in foto) ho rivolto alcune domande

Qual è il più importante insegnamento che apprendiamo dalla lezione della videoarte?

Il mio libro invita a riflettere su quanto la videoarte, fin dai suoi inizi - fra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta del Novecento - ci ha indicato con grande anticipo, intuendo e interpretando in modo artistico e visionario le mutazioni del panorama mediatico in cui oggi viviamo. Una mutevolezza e fluidità di sguardi, di “narrazioni”, di fruizioni, di schermi, che enfatizza la dimensione dell’esperienza di spettatore e della metamorfosi di forme e linguaggi, e invita a opere e percorsi eretici. Tutto questo le avanguardie l’hanno sempre fatto ma la videoarte è figlia dell’era elettrica ed elettronica e ha saputo rilanciare le idee delle avanguardie artistiche e cinematografiche in questa particolare dimensione. Cerco in particolare di individuare alcuni aspetti di anticipazione e di collegamento con l’oggi.

Esprimi “cautela nei confronti di datazioni troppo rigide per la nascita della videoarte”.
Perché in molti la collocano nel 1963
?

Per alcuni la videoarte risale all’uso artistico dell’oggetto televisore, con le operazioni di Wolf Vostell (la luce vibrante del monitor collocato dietro le sue tele di pittura squarciate), e siamo alla fine degli anni Cinquanta. Per i più si colloca nel 1963, con la storica mostra di Nam June Paik a Wuppertal, “Exposition of Music.Electronic Television”, che analizzo nel libro (mostra in cui furono esposti vari monitor con l’immagine alterata) e con la sua “scoperta” della televisione astratta, alterabile in diretta con un magnete. Per altri ancora gli inizi coincidono con la reale possibilità di “fare video”, cioè con la diffusione alla metà degli anni Sessanta degli apparecchi di ripresa e registrazione elettronica (quello che si chiamava il videotape). Il termine videoart è comunque arrivato più tardi.

Il pioniere della videoart è riconosciuto nel profetico sudcoreano Nam June Paik.
Puoi tracciare in sintesi il valore delle sue intuizioni nella storia di quel medium
?

Come detto sopra, Paik ha intuito la natura dell’immagine elettronica come campo di segnali trasformabili in diretta, ha sperimentato vari modi di usare, disporre ed esporre i televisori, ha ibridato e oltrepassato i generi, incurante delle etichette; ha fatto del video una protesi del corpo, con le esperienze performative insieme a Charlotte Moorman; ha invitato a giocare senza timore con la tecnologia; ha sperimentato il medium televisione con programmi innovativi e sperimentali.

Dopo Nam June Paik, il nome più citato nelle tue pagine è quello di Marshall McLuhan.
In quale modo il suo pensiero ha influenzato i videoartisti
?

Il periodo della diffusione del videotape coincide con quello del testo più noto e importante di McLuhan, Understanding Media (Gli strumenti del comunicare, traduzione del titolo in Italia). Alcune idee – la processualità, l’importanza di analizzare il medium in sé, il paradigma della bassa definizione, l’umanizzazione della tecnologia – dialogano con le pratiche artistiche di quegli anni, in reciproca influenza e in un contesto di grande fermento politico e culturale. McLuhan invita a considerare il medium come “già” messaggio in sé, e in effetti le sperimentazioni videoartistiche hanno esplorato le potenzialità dell’immagine elettronica in sé, indipendentemente dall’allora assai diffusa analisi dei contenuti; invita a considerare i media come estensioni della persona, e gli artisti giocano con questa intuizione, “indossano” le immagini, vi si specchiano, mettono letteralmente mano alle macchine, senza paura.

“Metto sempre in guardia i miei studenti dall’assegnare un valore aggiunto alle opere interattive, a prescindere dalla loro qualità e dalla loro intensità…”
Puoi spiegare questa tua diffidenza
?

Esiste una sorta di “ideologia” dell’innovazione tecnologica come valore di per sé, e in particolare l’interattività è presentata spesso in modo euforico ed eccessivo, come unica garanzia di dialogo con l’opera e di coinvolgimento dello spettatore-visitatore. A parte l’enfasi (di cui sempre diffido) sull’azione, che va spesso a detrimento del pensiero, credo che ognuno di noi dialoghi con ogni tipo di opera e che le emozioni e l’intensità conoscitiva nel contatto con l’arte non dipendano certo da un qualche trucchetto di azione e reazione. Come sempre, è la qualità, la “necessità” di un’opera a fare la differenza. Ci sono installazioni interattive sciocche, e bellissime installazioni non interattive. Così come ci sono gruppi, autori e autrici, e opere, capaci di pensare e usare con pertinenza, intelligenza e intensità il dispositivo interattivo tecnologicamente inteso.

Aldilà dei nomi più famosi, da Nam June Paik a Bill Viola – per fare solo due nomi uno delle origini e l’altro dei nostri giorni – esisterà mai un diffuso mercato per le opere di videoarte?

La domanda è valida per ogni tipo di arte. Ci sono opere meravigliose, e sommerse. Ci sono opere meravigliose, emerse. Ci sono opere non necessarie, emerse. E opere non necessarie che magari è bene che non emergano. Le leggi attuali del mercato dell’arte mi sfuggono e indagarle non mi ha mai attratto, ma nei due casi citati nella domanda credo che il successo e l’indubbio valore di questi (e di altri) artisti abbia facilitato la conoscenza di un ambito rimasto a lungo “di nicchia”.
Continuo comunque a credere che anche le piccole realtà, sia nel concreto tessuto di incontri, festival, gruppi, produzioni minori, che nella possibilità di diffusione della grande rete, possano creare pensiero, valorizzare diversità e sguardo critico, trovare voce e ascolto.

Sandra Lischi
La lezione della videoarte
Pagine 116, Euro 13.00
Carocci Editore


La Stanza di Sebaste


Chi è Giovanna Iorio e perché parlano così bene di lei?
Artista italiana che vive a Londra ha realizzato una mappa sonora mondiale della poesia che si chiama Poetry Sound Library. Conta moltissime voci. Ad esempio: Eliot, Montale, Dylan Thomas, Allen Ginsberg… Ginsberg? Volete ascoltarlo?... Basta qui un CLIC e poi andare sul suo nome.
Ma le cose non si fermano qui. Perché Giovanna, affascinata dall’epifania di quelle voci le ferma visivamente. Nascono così quelli chiamati Voice Portraits (ma si può dire anche Ritratti Vocali, o è proibito?) ritratti di voci dei poeti: frutto dell’incontro fra acustica ed ottica, segno sonoro e segno visivo. Ascoltare con gli occhi vedere con le orecchie non generando solo un rapporto simbiotico, vale a dire solo uno stretto rapporto fra campi sensòri, bensì proponendo in chi guarda/ascolta una sinestesia: "fusione in un'unica sfera sensoriale delle percezioni di sensi distinti".

In foto: Iorio, Voce di Amelia Rosselli

Come crea Giovanna Iorio queste singolari opere, l’ha spiegato con queste parole: Per ritrarre una voce parto da una traccia sonora di pochi minuti. Realizzo uno spettrogramma. Vale a dire l’impronta digitale di una voce. È un grafico che fa visualizzare la voce. I colori sono il risultato di un algoritmo che studia toni e sfumature. Poi ci sono anche scelte estetiche e rielaborazioni. Per fare un esempio: ogni voce entra in una specie di camera oscura in cui immergo i suoni. Il risultato è ogni volta spettacolare. È come se l’anima di una persona si materializzasse davanti ai miei occhi. Ho intenzione di fare i ritratti a tutti i poeti del passato che amo, per vedere la forma e i colori della loro voce.

Per conoscere queste opere, la più vicina occasione in Italia è data dal Narnia Festival che si avvale della direzione artistica di Cristiana Pegoraro e si svolge nella città umbra dal 21 luglio al 2 agosto.
L’installazione si chiama “Poesia nell’aria” e si potrà vedere in un posto d’eccellenza di Narni, vale a dire alla Stanza, una creazione dello scrittore Beppe Sebaste.
La Stanza, nata nel novembre 2016, ha per motto “Ci sono cieli dappertutto”, forse sono gli stessi che il suo ideatore muove da anni con le sue pagine.

Giovanna Iorio
Poesia nell’aria
Stanza - Ci Sono Cieli dappertutto
Info: info@stanza.cloud
Via del Campanile 13
Narni


Ti impediranno di splendere

Le “Lettere luterane” sono una raccolta d’articoli di Pier Paolo Pasolini scritti tra l'inizio del 1975 e gli ultimi giorni di ottobre di quell'anno.
Il libro uscì postumo presso Einaudi nel 1976.
Alcune immagini ritraggono PPP con fogli di quel futuro libro sul tavolo dietro il quale siede lo scrittore. Sono foto scattate dal venticinquenne Dino Pedriali destinato a diventare il grande fotografo che oggi conosciamo.
Quelle foto sono, a Roma, in mostra con un titolo tratto proprio dalle “Lettere Luterane: Ti impediranno di splendere. E tu splendi invece.
Curatore: Raffaele Curi.
Sono esposte alla Fondazione Alda Fendi Esperimenti, nello storico palazzo, ristrutturato da Jean Nouvel. Ospita 110 scatti di Dino Pedriali; vedono Pasolini nella sua casa di Sabaudia e in quella di Chia, vicino a Viterbo.
I centodieci scatti di Dino a Pier Paolo nei giorni precedenti il suo omicidio, sono tra le cose più importanti della mia collezione – dice Alda Fendi – Tutti vorremmo che Pasolini fosse ancora tra noi come castigatore virile e incandescente di un popolo ormai senza occasioni di riscatto, afflitto da un endemico “non ritorno”.

Efficace l’allestimento.
All’ingresso il suono dei titoli di testa dell’Edipo re di cui Pasolini disse: “In Edipo, io racconto la storia del mio complesso di Edipo. Il bambino del prologo sono io, suo padre è mio padre, ufficiale di fanteria, e la madre, una maestra, è mia madre. Racconto la mia vita mitizzata, naturalmente resa epica dalla leggenda di Edipo”.
Lungo il percorso della mostra, la sua voce che rilascia interviste.
Indovinata l’esposizione della pagina riprodotta dal Corriere della Sera in cui il poeta vede nella scomparsa delle lucciole, piccoli esseri bioluminescenti, la scomparsa della democrazia nel nostro paese.

QUI un video in cui Franca Leosini intervista Dino Pedriali sui giorni che il fotografo trascorse con Pasolini per realizzare il servizio in mostra.

Dino Pedriali
110 foto di Pasolini
Fondazione Alda Fendi
Cancellata Arco di Giano, Via di S. Giovanni Decollato
Roma
Da martedì a domenica, dalle 11.00 alle 23.00
Entrata consentita a 20 persone ogni 40 minuti.
Si prega di prenotare per rispettare le norme di sicurezza.
Info: info@rhinocerosgallery.com
Fino al 20 settembre 2020
Ingresso gratuito.


Pignolerie

Poeti attenzione!
Un Gran Pignolo si aggira tra i vostri versi ed è riuscito a pubblicare le sue osservazioni presso la casa editrice Quodlibet un libro che altro titolo non potrebbe avere se non quello che ha: Pignolerie.
Riporta in copertina la riproduzione di un murale del 2008 di Ericailcane del quale… sì è un uomo, sui quarant’anni, originario di Belluno… Wikipedia dice che “i suoi lavori sono caratterizzati da una precisione scientifica”… boh, eufemismo per dire che sarà un altro pignolo come l’autore del testo… chi è quest’autore?... il suo nome all’anagrafe è Alberto Piancastelli.
Nella bandella è detto che Piancastelli “Nato nel 1960 al confine fra Emilia e Romagna, ha pubblicato nei primi anni Novanta disegni e vignette su «la Repubblica», «Satyricon», «Comix» e «Cuore». Suoi racconti sono usciti su giornali e raccolte antologiche.

Ho lanciato al primo rigo quell’allarme perché i poeti stavolta non devono difendersi da critiche contro il valore, vero o presunto, del loro lavoro, cosa che si può sempre legittimamente e, a volte, anche vittoriosamente fare, ma da una minaccia ben più insidiosa. Al momento, i poeti di cui si è occupato Piancastelli sono tutti trapassati, ma è chiaro che presto potrebbe mettere l’occhio su versificatori viventi e trovare non un pelo ma molti peli nello stesso uovo; del resto, fate caso all’anagramma del suo nome: Alberto Piancastelli = “Scartabella noti peli”.
Lui non scorona i versi che pone sotto il suo microscopio, ne riconosce la bellezza e perfino la grandezza. Del resto, sono autori che fanno parte dei programmi scolastici: da Carducci a Pascoli, da Manzoni a Leopardi, ad altri noti poeti. No, lui verifica quanto nei versi è detto. Agisce con il piglio del poliziotto che controlla un alibi. Faccio un esempio. Carducci sostiene in “Davanti S. Guido” che viaggiando di sera in treno rivede i cipressi… e il resto lo sapete.
Piancastelli gli oppone «La sera è il periodo della giornata che va dalle 18 alle 24. Siamo in una zona d’Italia dove il sole a dicembre cala fra le 16:44 e le 16:51. Quando passa il treno era dunque trascorsa oltre un’ora dal tramonto. Che Carducci possa averli visti dal treno sembra strano, anche perché i cipressi hanno una chioma verde scuro, colore che ha un’alta capacità di assorbimento della radiazione elettromagnetica. In condizione di luce scarsa il verde tende ad apparire nero».
Altro esempio. La famosa spigolatrice di Sapri. La quale essendo spigolatrice altro non poteva fare che spigolare come puntualmente opera nei versi di Luigi Mercantini in tanti di noi costretti a imparare a memoria. Piancastelli scrive: «La spigolatrice afferma che i partecipanti erano 300, ma non è esatto. Da Genova partirono in 24 più Pisacane. A Ponza, dove avevano fatto scalo, il gruppo iniziale aveva liberato 323 detenuti politici e delinquenti comuni che si unirono alla missione. Gli imbarcati erano 348, non 300. Un dato sottostimato del 16% circa, non è poco». Seguono poi altre inesattezze o contraddizioni implacabilmente rilevate.
Credevo che nel bersagliare Foscolo ci fosse solo Gadda che oltre alle frecciate che si trovano nell'"Adalgisa", gli ha dedicato addirittura quel gioiellino intitolato “Il guerriero, l’amazzone e lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo”, ma anche Piancastelli va messo in lista. Lavora d’ascia e di bulino su ben quattro fra le più famose composizioni di quel poeta.

Dalla presentazione editoriale
«Un critico pignolo all’inverosimile commenta le più note e scolasticizzate poesie italiane, e trova errori di calcolo, di misura, di chilometraggio, di logica, e poi errori di meteorologia, di tempi di percorrenza, di acustica, di assonometria, di parallasse e così via. E vorrebbe consigliare l’autore, se mai tornasse in vita, di aggiustare la sua poesia, perché se già è in parte valida, lo diventerebbe di più. Devo dire che ci si diverte a leggere queste meticolose e paradossali disamine, senza che il poeta, se è un grande poeta, ne resti scalfito o irriso. Casomai è il critico che, nella sua maniacalità, nella sua stringente incomprensione, diverte».

Queste righe che avete appena lette sono siglate E.C.; ci sono fondati sospetti che siano le iniziali di Ermanno Cavazzoni.

QUI l’autore Gran Pignolo spiega le sue ragioni.

Alberto Piancastelli
Pignolerie
Pagine 160, Euro 14.00
Quodlibet


Festival teatrale di Resistenza

«Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa.
A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari».

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.


«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pier Paolo Pasolini, Il caos, Garzanti, Milano 2015.

In un momento in cui l’attacco all’immagine della Resistenza si fa sempre più aggressivo, quant’è necessario che esistano occasioni come quella che sta per svolgersi a Gattatico in un luogo sostenuto dall’autorità morale della tragica storia che evoca.


Dal comunicato stampa

«Giunge alla 19^ edizione il Festival Teatrale di Resistenza che si svolgerà dal 7 al 25 luglio negli spazi esterni di Casa Cervi, rassegna di teatro civile contemporaneo, ideata e promossa dalI’Istituto Cervi insieme con la Cooperativa Boorea, il sostegno di Proges e Conad, il patrocinio di Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, Comune di Reggio Emilia, Restate 2019, Unione Terra di Mezzo-Comune di Castelnovo di Sotto (Re), Provincia di Reggio Emilia, Comune di Parma, Provincia di Parma, Comuni di Gattatico, Campegine, Poviglio (Re), Comune di Casalmaggiore (Cr), in collaborazione con Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, ErmoColle.

Nel clima di incertezza causato dall’emergenza sanitaria per il Covid-19, che costringe a rivedere priorità, a riposizionare relazioni, a trovare nuovi equilibri, individuali e collettivi, il Festival rappresenta per l’Istituto Alcide Cervi l la ripresa ufficiale delle attività in presenza di pubblico.
È proprio dal teatro, settore culturale tra i più colpiti dall’emergenza sanitaria, che Casa Cervi si assume il compito di ripartire, sia nell’impegno sociale e civile che racconta, sia nella sua funzione salvifica di riportare ai simboli e ai valori universali e a preparare il terreno ad una possibile rinascita e alla ricostruzione di uno spirito di comunità.

Prossimo ai suoi vent’anni di attività e momento centrale delle iniziative dell’Istituto Cervi legate al teatro, il Festival di Teatro di Casa Cervi si presenterà diverso sotto il profilo organizzativo per l’osservanza delle norme imposte per il contenimento del contagio (quali, ad esempio, la capienza limitata agli spettacoli, il distanziamento e la prenotazione dei posti da parte del pubblico, l’obbligo di indossare mascherine), ma non perderà la sua natura di Festival militante, di luogo privilegiato di osservazione del teatro di impegno civile e della Storia nelle sue trasformazioni, provocando nuove riflessioni intorno alle questioni che riguardano la società contemporanea.
Il Festival si ripropone così con le sue cifre più caratteristiche, sedimentate nelle diverse edizioni e che ne definiscono l’identità: guardare alle questioni che interessano le persone, nella loro dimensione individuale e collettiva; partire dalla Storia per indagare il tempo presente e le resistenze in atto; difendere valori, diritti conquistati e oggi disattesi; guardare all’ambiente e al rispetto delle differenze; rimettere al centro il lavoro, duramente colpito anche in questo momento; far riflettere e divertire nel segno della condivisione e della socialità in grado ora più che mai di riconnettere il tessuto di partecipazione diffusa.

Anche quest’anno il Festival porta in scena 7 compagnie di rilievo nazionale provenienti da tutta Italia con 7 spettacoli di Teatro Civile individuati sulla base di un Bando di Concorso.
Le serate saranno precedute dall’ascolto di 7 voci significative registrate da attori, registi, esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura di rilievo nazionale - Emma Dante, Lino Guanciale, Antonio Latella, Marco Martinelli, Renato Palazzi, Alessandro Serra, Babilonia Teatri - che hanno donato al Festival un loro messaggio di resistenza per sottolineare l’importanza del teatro nell’esplorazione di nuovi modi di condividere e dialogare, di creare appartenenza e trasmettere memoria».

Per leggere il programma del Festival: CLIC!

Raffaella Ilari, Ufficio Stampa Festival Teatrale di Resistenza
cell. 333 – 43 01 603 – email: raffaella.ilari@gmail.com

Michele Alinovi, Ufficio Stampa Istituto Cervi
cell. 346 – 58 37 11 5 – email: alinovimichele@gmail.com

L’ingresso alle serate è a capienza limitata, in ottemperanza alle misure anti Covid-19; è necessario munirsi di mascherina. Ingresso libero con prenotazione telefonica obbligatoria ai numeri 0522-678356; 333.3276881 e/o via mail al seguente indirizzo info@istitutocervi.it.
In caso di maltempo gli spettacoli si terranno al chiuso.
Durante le serate di spettacolo, Casa Cervi rimane aperta ai visitatori.

Festival Teatrale di Resistenza
Casa Cervi, via Fratelli Cervi, 9
Gattatico (Reggio Emilia)
Dal 7 al 25 luglio 2020


Un attimo quarant'anni

Sono trascorsi quarant’anni quando in un attimo 85 persone persero la vita e oltre 200 riportarono ferite.
La Jaca Book ha pubblicato un libro che documenta in modo partecipato e vibrante quel giorno e illustra con scrupolosa documentazione le indagini che seguirono, i risultati (non pochi) finora ottenuti.
Il titolo: Un attimo quarant’anni Vite e storie della strage alla stazione di Bologna.
L’autore è.Daniele Biacchessi.
Per visitare il suo sito web: CLIC!

Dalla presentazione editoriale

«Una stazione d’agosto. Il caldo non dà tregua, la confusione sotto le pensiline, gente in fila per un biglietto, qualcuno perde il treno, altri aspettano figli, nipoti, nonni, madri, parenti lontani. Arrivi e partenze, sogni e speranze, voglia di mare e riposo. Nulla è diverso intorno alle 10,25 del 2 agosto 1980, a Bologna. Nella sala d’aspetto di seconda classe c’è chi legge, chi fuma una sigaretta. Storie di gente comune, di vita quotidiana. Volti, occhi, mani, sguardi, discorsi. Accade quarant’anni fa alla stazione di Bologna, prima che qualcosa la trasformi in una grande catasta di macerie, di dolore, di orrore, di morte. 85 morti, oltre 200 feriti. Questo libro parla di vittime e si rivolge al grande pubblico, specie ai più giovani. Quello che leggerete è il percorso individuale e collettivo di uomini e donne che chiedono solo la verità. Vogliono che ai loro morti venga resa giustizia».

Segue ora un incontro con Daniele Biacchessi.


Un attimo quarant'anni (2)


A Daniele Biacchessi (in foto) ho rivolto alcune domande.

Perché hai intitolato l’introduzione “Un libro a futura memoria”?

Pensando alla strage di Bologna, alle verità che sono andate addizionandosi, soprattutto temendo i tanti malintenzionati che tenteranno in futuro di offuscare o ribaltare i risultati giudiziari.

Tante le stragi avvenute in Italia.
Perché quella di Bologna (oltre a causare, fra tutte, il più alto numero di vittime, 85) è una strage che assume un suo particolare carattere
?

Non solo perché Bologna era allora un simbolo della Sinistra che pure è cosa che conta, ma anche – com’è venuto fuori da uno dei processi – perché l’atto stragistico poté avvalersi di un clima politico che determinò finanziamenti provenienti da più fonti e questo sembrò a più menti, non solo italiane, il momento politico più opportuno.

Già, gli anni ’80… qual è il tuo pensiero sul fatto che sono proprio gli anni ’80 quelli più presi di mira dagli stragisti (da Bologna a San Benedetto Val di Sambro), oltre a registrare la morte per mano mafiosa – solo mafiosa? – di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Carlo Palermo e tanti altri ancora?

Per capirlo bisogna allargare il campo visivo. Guardare non solo all’Italia, ma al contesto culturale e politico di quel periodo che lanciava precisi segnali di trasformazioni in atto. E le trasformazioni sociali fanno paura al potere costituito, alterano equilibri di cui si giovano in tanti. Si aggiunga poi che gli Stati Uniti avevano raggiunto il momento di maggiore debolezza umiliati in Iran dalla cattura degli ostaggi e dal fallimento militare del tentativo di liberarli. Era partita la campagna elettorale di Reagan galvanizzando parti della Cia. Parigi, Londra, Bonn, tentavano una confusa equidistanza tra arabi e israeliani
In questo quadro, s’inseriscono poi – si veda, ad esempio l’Italia di allora – obiettivi particolari cari a parti politiche e utili a centrali criminali che faranno causa comune.
Alla situazione italiana va aggiunta ancora una cosa importante: negli anni ’80 la P2 non era stata ancora scoperta (lo sarà dal 1981) e le pedine che muoveva potevano agire con maggiore intraprendenza.

L’Italia, oggi, la ritieni più sicura da colpi di forza autoritaria oppure no rispetto agli anni delle stragi (la meno lontana è quella che nel libro ricordi del 27 luglio ‘93 in Via Palestro a Milano con 5 morti)?

Se guardiamo oggi ai vertici delle polizie e dei servizi, senz’altro sì, più sicura.
Non dimentichiamo che allora quegli stessi vertici erano iscritti alla P2 oppure influenzati da quanto quella Loggia voleva.
Se, invece, guardiamo alle forze politiche, la situazione, prima che essere più sicura o meno sicura, è profondamente cambiata in peggio. La classe politica di un tempo, pur nello scontro duro si muoveva con un certo rispetto delle istituzioni, oggi non c’è, è assente. Perfino i rigorosi appelli del Presidente della Repubblica a quel rispetto cadono nel vuoto.

In Italia, a chi riferisci le principali responsabilità del risorgere del neofascismo cui oggi assistiamo?

Alla totale indifferenza del popolo italiano dinanzi ai pericoli che quel risorgere comporta.
Alla pigra abitudine di lasciarsi andare a incredibili espressioni del tipo “Però Mussolini ha fatto anche delle cose buone” che la dicono lunga sull’assenza di volontà, di andare se non a studiare, almeno a leggere la Storia. Allo svilimento della Resistenza. Dietro certi libri (uso il plurale perché ne sono stati non pochi) che anni fa rivendicavano il sangue dei vinti, non c’è stata solo una letteratura revisionista, ma un vero piano politico.
E poi: si tratta di un risorgere? L’Italia mai si è autenticamente riscattata dal fascismo. Si pensi agli organigrammi dello Stato che negli anni ’60 erano pieni di persone che avevano avuto cariche dirigenziali durante il ventennio…

… e ci sono anche responsabilità della Sinistra?

Certamente. Alcune provengono da anni lontani, risalgono al secondo dopoguerra. Ma, oggi, la principale consiste nell’assenza di un progetto culturale e politico.

……………………………………..

Daniele Biacchessi
Un attimo quarant’anni
Postfazione con Paolo Bolognesi
Pagine 200, Euro 20.00
Jaca Book


Scienziati pazzi

- Signor Presidente, non escluderei la possibilità di conservare un nucleo di esemplari umani in fondo a una delle profonde miniere dove la radioattività non arriva
- Ma quanto tempo ci dovrebbero stare?
- Bè… dico che ce la caveremmo con cento anni…
- La gente là sotto per cento anni?!
- Senza dubbio, mein Fürrer… volevo dire Signor Presidente!
Lo scienziato Peter Sellers illustra un folle piano nel film “Il Dottor Stranamore”, 1964
.
Quanti Stranamore s’aggirano fra noi? E non solo nelle file militari, ma fra chimici, biologi, fisici, medici? Temo che ce ne siano parecchi.
I nemici delle nuove tecnologie, oggi, ma anche ieri, accusano il Progresso di ogni infamia, ma sbagliano sostantivo, non raccogliendo un saggia riflessione di Pier Paolo Pasolini che operava un distinguo fra Progresso e Sviluppo, riferendo al primo un avanzamento sia sociale sia scientifico e al secondo una corsa, spesso scriteriata, per raggiungere traguardi apparentemente fruttiferi ma che nel tempo si rivelano fatali, con un peggioramento dell’economia, della moralità e della salute di noi umani.
Esempi di oggi non mancano, basta nominarne uno che parecchi ne contiene: l’inquinamento.
La voracità del raggiungimento veloce dell’arricchimento praticato dalle grandi multinazionali fino a piccole ditte determina l’avvelenamento del pianeta e di noi suoi abitanti.

Un libro pubblicato dalla casa editrice Carocci riflette su personaggi, tutti realmente esistiti, che hanno attirato ragionate critiche sul loro operato a dir poco discutibile.
Titolo: Scienziati pazzi Quando la ricerca sconfina nella follia.
Ne sono autori: Luigi Garlaschelli e Alessandra Carrer.
Garlaschelli, chimico, svelatore di misteri e miracoli, sbugiarda la falsa scienza.
Carrer, designer e grafica, si occupa di comunicazione e d’immagine.

Il volume parte indagando sull’aspetto e la lingua dello scienziato pazzo così com’è tramandato dalla letteratura, dal cinema, dal fumetto.
Ha un aspetto trasandato, forse è tipo non troppo amico del sapone, abiti troppo larghi o troppo stretti, occhi accesi, andatura dai passi lunghi, parla prevalentemente in tedesco.
Tutto ciò ha un’origine che in parte deriva dalle descrizioni della fantascienza, quanto alla sua parlata non stupisca l’accento germanico se si pensa che ben 25 premi Nobel per la chimica e la fisica andarono nei primi anni del Novecento a ricercatori tedeschi.
Quel personaggio così vestito e così parlante diventa lo stereotipo dello scienziato pazzo.
Gli autori del libro, con una scrittura che non di rado ha lampi umoristici, passano in rassegna aree d’intervento e uomini in quelle aree intervenuti, dei quali è legittimo dubitare del loro impianto scientifico sia per le mete che si proponevano di raggiungere sia per i mezzi usati per pervenirvi.

Sia chiaro, il libro non si occupa di quelli che non riscossero fiducia presso i contemporanei ma sostenevano tesi poi, tardivamente, riconosciute valide. Per capirci, in quelle pagine non troverete il nome di Thomas Hodgkin o di Ignaz Semmelweiss.
Anche se – incredibile a dirsi! – c’è stato perfino un Premio Nobel assegnato al medico portoghese Antonio Egas Moniz sostenitore, e praticante, della lobotomia.
Troverete, invece, tanti casi orripilanti: pietrificatori di cadaveri e altri che i morti li fanno andare in altalena tentando così di resuscitarli, trapiantatori di teste, chi si dice in grado di parlare con gli extraterrestri, inventori di strani ordigni, e altre neurofollie che vanno dalla fisicità straziante della lobectomia cerebrale alla immateriale vertigine del paranormale.
Ancora una cosa: trovo che per un curioso effetto grafico in italiano le prime 6 lettere di paranormale sono uguali a quelle di paranoia... che strano, vero?

Dalla presentazione editoriale
«Protagonista di romanzi, film, fumetti, lo scienziato pazzo – archetipo nato con la scienza moderna e, dunque, vecchio di secoli – in fondo non è altro che la caricatura di uno scienziato “normale”. Motivati dal desiderio di conoscere, infatti, gli scienziati hanno spesso condotto esperimenti pericolosi, ridicoli, addirittura macabri, che ai nostri occhi possono apparire folli. Il libro presenta una carrellata di questi personaggi e dei loro esperimenti incredibili... ma veri!».

QUI i due autori parlano di scienziati pazzi.

Luigi Garlaschelli • Alessandra Carrer
Scienziati pazzi
Pagine 184, Euro 13.00
Carocci


Cesare Colombo in mostra


Presentata dal Comune di Milano e dal Civico Archivio Fotografico ha riaperto, dopo l’interruzione imposta dalla pandemia, la mostra al Castello Sfozesco: Cesare Colombo. Fotografie (1952-2012) curata da Silvia Paoli con Sabina e Silvia Colombo, responsabili dell’Archivio Colombo.
Allestimento e grafica di Italo Lupi.
Cesare Colombo è stato uno dei principali fotografi e studiosi della fotografia del Novecento; sin dal Dopoguerra ha contribuito a far crescere in modo significativo la cultura fotografica in Italia.
Nasce a Milano nel 1935. Figlio di pittori, a metà degli anni 50, sceglie la professione della fotografia, cui resterà legato per tutta la vita affiancandovi una maiuscola attività nella comunicazione visiva e nelle ricerche storiche.
Dagli anni ’60 ha prodotto servizi fotografici per grandi riviste di architettura come “Abitare”, “Domus" e per importanti aziende pubbliche e private quali Iri, Ibm, 3M, Bayer, Ciba, Kraft, Enimont.
Ha diretto l'ordinamento della Fototeca 3M Italia (ex-Ferrania) e ha contribuito da consulente all'ordinamento e alla valorizzazione degli Archivi Alinari, Touring Club Italiano e “Archivio dello spazio” della Provincia di Milano.
Nelle sue fotografie il motore è l’uomo, “protagonista dinamico dell’inquadratura” – come è stato scritto – “ma anche simbolo della condizione sociale odierna”.
Nel 2014, due anni prima di morire, pubblica l’autobiografia intitolata "La camera del tempo".

Dal comunicato stampa.

«Scriveva Corrado Stajano nel 1990 sul catalogo Alinari che accompagnava la prima grande mostra milanese di Cesare Colombo:Quasi quarant’anni, una vita, dedicati da un fotografo a vedere Milano, grande città italiana e nello stesso tempo simbolo di una qualsiasi grande città del mondo.
Dopo tre decenni, questa nuova rassegna riprende e completa l’eredità lasciata per restituire un nuovo affresco dell’attività fotografica dedicata da Colombo alla sua città, nella quale le foto più conosciute si uniscono a immagini inedite e a vere e proprie riscoperte d’archivio.
A partire dal corpus di fotografie recentemente entrate a far parte delle collezioni del Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco, la mostra restituisce la sua visione coinvolgente e appassionata della metropoli lombarda. Il percorso comprende oltre 100 fotografie esemplificative dell’intera carriera di Colombo, divise in sei sezioni, dove la città viene descritta nei suoi molteplici aspetti culturali, politici e sociali e offre un vivido racconto biografico lungo sessant’anni (1952-2012) di sviluppo urbano, trasformazioni del lavoro e mutamenti del tessuto sociale. Il mondo delle fabbriche e le manifestazioni sindacali, le rivolte studentesche e le periferie, ma anche uno sguardo attento su una città in continuo cambiamento, che produce e crea: le fiere e i negozi, la moda e il design, l’arte e lo spettacolo. Punti di vista di una città ‘abitata’ da uno dei suoi più attivi interpreti.
L’allestimento e la grafica di Italo Lupi, aiutano il visitatore a ricostruire la figura di Cesare Colombo nella sua complessità. In mostra un tavolo biografico, lungo venticinque metri, ricostruirà la vita di Cesare Colombo dalla sua formazione giovanile, ai primi lavori, ai progetti di comunicazione pubblicitaria, alla sua vita familiare, alle sue molte collaborazioni con l’editoria, all’impegno politico e ai suoi impegni culturali. Un affresco coloratissimo che fa da contraltare al rigore delle fotografie in bianco e nero, affiancato da un altro lungo tavolo più sobrio di colori e grafica, con brani di suoi scritti e citazioni di differenti testi critici e letterari».

Il catalogo (italiano-Inglese) a cura di Silvia Paoli, è pubblicato da Silvana Editoriale. Contiene il saggio critico della curatrice (Oltre i bordi dell’inquadratura. Cesare Colombo 1935-2016, fotografo, storico, critico), una sezione dedicata all’allestimento con una nota di Italo Lupi e ricchi apparati bio-bibliografici a cura di Sofia Brugo. Tutte le fotografie riprodotte nel volume sono divise secondo le sezioni della mostra: Album Metropolitano - Stagioni di lotta - Offerte di lavoro - Ingresso Libero - La città della moda e del design - Arte in scena.

In questo video una carrellata sulla mostra guidata da Silvia Paoli e anche un breve intervento di Cesare Colombo alla Triennale di Milano nel 2015.

L’accesso alla mostra, gratuito, è consentito solo su prenotazione, da giovedì a domenica dalle ore 11.00 alle ore 18.00 (orari e modalità di accesso valide fino al 13 settembre 2020, ultimo ingresso ore 17.00).
La prenotazione è effettuabile anche dal sito ufficiale del Castello Sforzesco.

Ufficio Stampa: Alessandra Pozzi ǀ press@alessandrapozzi.com ǀ Tel +39 338 59 65 789

Cesare Colombo. fotografie (1952-2012)
A cura di Silvia Paoli
con Sabina e Silvia Colombo
Allestimento di Italo lupi
Castello Sforzesco, Milano
Fino al 30 settembre 2020


Una lettera a Gianni Letta


Lo sfavillante, scintillante, brillante, rutilante, smagliante, sfolgorante… ho finito i sinonimi… mondo dello spettacolo. Sì, vabbè, ma le cose non stanno solo così.
Il nostro è un lavoro che, come tanti altri lavori, conosce anche momenti sciagurati. Si pensi a che cosa è accaduto – e le conseguenze infauste sono ancora presenti – con la pandemia che ha costretto allo stop tante produzioni, alla chiusura di cinema e teatri.
Ma, come tanti altri lavori (ci tengo a ripetere questa frase), conosce periodi di magra, avventure di vita sfortunate, e altri intoppi con vecchiaie non invidiabili.
Succede pure a nomi un tempo noti al pubblico e poi finiti male, o malissimo.
A chi non ha una famiglia che può accoglierli, c’è un’istituzione alla quale ci si può rivolgere per trovare aiuto: la Fondazione Piccolomini.

Come accade spesso, troppo spesso, in Italia le cose si complicano quando burocrazia e politica intrecciano le loro articolazioni.
Succede anche con la Piccolomini.
L’ApTI (Associazione per il Teatro Italiano) è una sede eccellente per il lavoro che produce a favore delle categorie artistiche. Ha per Presidente l'attore Massimo Dapporto e molto si deve alla continua attività dell’attrice Benedetta Buccellato che anima quell’Associazione.
La trovo anche impegnata nella vertenza che riguarda proprio la Fondazione Piccolomini sulla quale v’invito a leggere una lettera indirizzata a Gianni Letta, Presidente dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.


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