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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Le regole del gioco

La casa Editrice Zanichelli può ben vantarsi d’avere una collana di divulgazione scientifica (genere editoriale difficilissimo da fare e scarsamente praticato con efficacia in Italia), chiamata Chiavi di lettura diretta da Lisa Vozza e Federico Tibone.
Ed è proprio in quella collana che è stato pubblicato il volume Le regole del gioco Come la termodinamica fa funzionare l’universo di Peter Atkins.
Professore al Lincoln College di Oxford, ha scritto libri di testo di chimica su cui si sono formate generazioni di studenti di tutto il mondo. Nei saggi di Atkins la competenza del didatta si accompagna a un brillante talento per la divulgazione; lo dimostra anche Il regno periodico, altro suo libro apparso nella collana prima citata..

Atkins ha idee molto chiare sul ruolo della scienza. Ecco come (in un saggio apparso su MicroMega, numero 7, 2010) esprime il suo punto di vista: Il metodo scientifico non ha nulla di difficile. Essenzialmente è l’applicazione del senso comune, che si spinge fuori nel mondo per effettuare su di esso osservazioni controllate, assicurandosi che i risultati di uno scienziato possano essere applicati da un altro, accertandosi che qualsiasi scoperta si adatti allo schema strutturale di altre scoperte, ed essendo onesti. In contrasto con quanti per disposizione d’animo religiosa, o puramente poetica, la pensano decisamente al contrario, vorrei far notare che questo metodo per giungere a capire le cose è illimitato nel suo àmbito. Grazie alla scoperta di questa tecnica alquanto semplice, il genere umano sembra aver trovato un modo piuttosto ovvio di raggiungere una conoscenza vera di qualsiasi cosa gli interessi, inclusi gli aspetti dell’esistenza che le religioni hanno considerato materia di loro esclusiva competenza.

Questo procedere, accompagnato da una grande forza comunicativa, è applicato anche in “Le regole del gioco” che illustra come, tra le numerose leggi della natura, quattro in particolare guidano e condizionano tutto ciò che avviene nell’Universo: sono le leggi della termodinamica, cui la storia ha dato una curiosa numerazione che parte dallo zero e arriva al tre. Princìpi che riassumono le proprietà dell’energia e delle sue trasformazioni da una forma all’altra. Le prime tre leggi introducono altrettante grandezze fondamentali: il concetto di temperatura; la conservazione dell’energia, e poi l’entropia. L’ultima legge decreta l’esistenza di una barriera che impedisce di raggiungere la temperatura dello zero assoluto; ma si scopre che al di sotto dello zero esiste un bizzarro mondo speculare, e quel mondo è raggiungibile. Su tutte campeggia il celebre “secondo principio della termodinamica”, la legge che spiega perché il caffè caldo cede calore al latte freddo, ma anche perché il nostro cervello riesce a formulare pensieri. Di più, il secondo principio rende conto del perché accade qualcosa, anziché nulla. Ed è la legge che svela addirittura il destino ultimo di tutto ciò che esiste ed esisterà nel cosmo.

Per leggere il primo capitolo: QUI.

Peter Atkins
Le regole del gioco
Traduzione di Luisa Doplicher
Pagine 144, Euro 10.20
Zanichelli


Due libri di Michele Rak


Teorico e storico della letteratura, Michele Rak studia le trasformazioni dei linguaggi d’arte e delle tradizioni artistiche sotto la pressione della cultura dei media e, nei processi di globalizzazione.
Ha insegnato nelle Università di Napoli, Palermo, Roma-Luiss, Siena.
Ha progettato e dirige l’Osservatorio permanente europeo della lettura (dal 1999) e la Scuola di dottorato in Scienze del testo - Sezione Letteratura, cultura visuale e comunicazione. I linguaggi delle arti nella cultura mediale. Per il patrimonio culturale italiano ha allestito il Museo della lana, ricostruito gli inventari di collegi storici, realizzato documentari e programmi televisivi. I suoi libri sono stati pubblicati da Einaudi, Arnoldo Mondadori, Bruno Mondadori, Marsilio, Liguori, Garzanti, Donzelli, Lupetti, Salani.
Non disdegna i viaggi spaziali, se ne volete la prova, cliccate QUI.

Ora nelle librerie ci sono due suoi nuovi titoli di generi diversi fra loro: La letteratura di Mediopolis (Editore Fausto Lupetti) e La Venere perduta (Salani Editore).
Il primo, dal sottotitolo di lunghezza settecentesca Divertimento, devianza, simulazione, gioco, fuga, evasione, divieti, conflitto, impulso, piacere, è un vertiginoso studio sui nuovi flussi di comunicazione che, interagendo fra loro nel mondo delle reti, influenzano e modificano la produzione espressiva rendendo necessaria una nuova teoria della letteratura nata dalla cultura mediale.
Il secondo è un romanzo che vede il protagonista Kanopous, esperto d’arte, e la sua assistente Axa alle prese con la misteriosa morte di un collezionista dal cui studio un ladro ha sottratto una Venere di Canova. Ladro che sfida i due nella ricostruzione di un puzzle fotografico della Venere fino a quando… no, il finale non ve lo rivelo sennò alla Salani s’arrabbiano di brutto.


A Michele Rak ho rivolto domande sui due volumi.
“La letteratura di Mediopolis”.
Quale il principale beneficio che trarrà la letteratura dall’intercodice che sta dissolvendo i tratti del suo vecchio volto?

La nuova letteratura capta e racconta le storie del pianeta sinora confinate nell'esotico e nel turistico. Sono le storie di vita che ogni giorno fanno irruzione nella nostra vita quotidiana, in autobus o attraverso i media. Ogni giorno decine di romanzi entrano nelle nostre biblioteche pubbliche e private, si fermano sui nostri tavoli o cuscini segnalando l'irruzione di altre identità e modelli di conoscenza. Se la vita global è complessa, forse traumatica, è anche creativa, deviante, eterodossa. Scompagina le tradizioni, le gerarchie, i miti letterari locali, incrina le mentalità. Ma il cambiamento, che è il fenomeno che studiamo con più attenzione, è ora più veloce che mai, nessuna cultura si è mai trasformata così velocemente come si trasformano oggi anche le culture locali più remote sotto la pressione di testi e tecnologie. La merce romanzo è un potente specchio riflettente delle trasformazioni in atto. A me, si sa, interessa la pressione dei linguaggi d'arte sul mutamento sociale. Mi dispiace che un sacco di libri del Novecento appaiano quasi all' improvviso antichi, ma così corre la vita global.

“La Venere perduta”.
In un momento in cui l'editoria produce molti titoli in giallo e noir, allorché ti sei deciso a scrivere questo romanzo qual è la prima cosa che hai giudicato necessario fare e quale quella assolutamente da evitare?

”La Venere perduta” non è un giallo e neppure un noir, è la storia della ricerca di un'opera d'arte che forse, come sempre in questa epoca della finzione e dei cloni, è qualcosa
d' altro, non meno fonte di attrazione e passione. E’ una storia di corpi, che sono l' unica cosa che davvero temiamo, desideriamo e possediamo. Scrivendo questo romanzo ho pensato al patrimonio culturale europeo e alla sua dissoluzione, che è compito nostro evitare o almeno è nostro piacere godere in questo momento in cui i modelli si mescolano e danno luogo a nuove forme della bellezza. Ho pensato alla necessità di evitare la cronaca nera (tanto ci pensano i periodici e la tv) e la romanzeria da serial killer, mi sono limitato a beffarne gli stili hard in nome di alcune persistenti tracce della bellezza che ancora e' sparsa dappertutto e rinasce continuamente e dell' amore che da qualche parte occultamente esiste e resiste
.


Bustric

Sergio Bini, in arte Bustric: autore, regista, attore.
Laconico, essenziale ritratto di uno degli artisti che più stimo dello spettacolo italiano.
Laureato alla facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Bologna, frequenta a Parigi la scuola di circo di Annie Fratellini e Pierre Etaix e quella di pantomima di Etienne Decroux poi a Roma la scuola di Roy Bosier.
Segue un periodo di studi con Jon Strasberg dell’ "Actor studio". Crea la compagnia teatrale "La compagnia Bustric" con la quale scrive e interpreta spettacoli che mette in scena usando varie tecniche: dal gioco di prestigio, alla pantomima, al canto e alla recitazione, in un ritmo narrativo che riempie le sue storie di sorprese, di cose buffe e inattese.
Tra le capacità di Bustric ce n’è una acutamente rilevata da Graziano Graziani e mi piace qui riportarla: … quella di sottrarre al tempo del mondo, che è quello della fretta, della produzione e dell’intrattenimento preconfezionato, il tempo per meravigliarsi delle cose. Per stupirsi. E se lui si definisce uno “stupido”, perché stupidi sono i suoi giochi e le sue storielle, Bustric ci ricorda che in fondo la radice di stupido è la stessa di stupore. Di chi cioè si prende il tempo per restare incantato a guardare il mondo. Di stupidi così l’Italia contemporanea – che è invece abbonda di cretini – ne avrebbe sicuramente bisogno.

QUI un assaggio delle capacità sceniche di Bustric.

A Roma, al Teatro Vascello, diretto da Manuela Kustermann, fra pochi giorni Bustric porta in scena uno dei suoi più celebrati titoli: Napoleone magico Imperatore.
A Bonaparte seguirà la mala parte (e per questo soavissima) di Nada Malanima che sarà in scena, sempre al Vascello, con “Musicaromanzo” qui illustrato da Nada stessa in video.

Ufficio Stampa: Cristina D’Aquanno: 06 – 58 98 031 e 06 – 58 81 021

Bustric
“Napoleone magico Imperatore”
Dal 4 al 16 gennaio

Dal 18 al 30 gennaio 2011
Nada in
“Musicaromanzo”

Teatro Vascello, Roma


Una storia della fotografia

La casa editrice Zanichelli ha pubblicato un libro imperdibile per tutti gli studiosi e gli appassionati del mezzo fotografico: Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo.
Ne è autore uno dei massimi studiosi della fotografia, lo storico dell’arte Walter Guadagnini.
Nato a Cavalese nel 1961, vive e lavora a Bologna, dove dal 1992 è titolare di una cattedra di Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti.
Ha diretto la Galleria civica di Modena dal 1995 al 2003.
Presidente dal 2004 della Commissione Scientifica del progetto UniCredit & Art, nel 2007 cura la mostra Pop Art! 1956-1968 alle Scuderie del Quirinale e nel 2009 Past Present Future allestita dapprima al Kunstforum di Vienna e poi nel 2010 al Palazzo della Ragione di Verona.
Ha collaborato come critico d’arte con il quotidiano “La Repubblica” e, dal 2006, per il “Giornale dell’Arte” è responsabile della sezione fotografia.
Nel catalogo Zanichelli, anche una sua precedente pubblicazione: Quarc-Fotografia.

“Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo” è, in realtà, un insieme di storie, poiché, come scrive l’autore, “la fotografia vive all’interno di un più articolato sistema di relazioni, non è solamente una forma d’arte, è una pratica” che si sviluppa e si definisce all’interno dei vari ambiti nei quali si applica.
E quindi: una storia della tecnica fotografica, dalla Brownic prodotta dalla Kodak nel 1900 alla fotografia digitale di oggi. E una storia delle riviste, dei libri e delle mostre che l’hanno diffusa in tutto il mondo, una storia dell’informazione e della propaganda, della documentazione e del reportage, una storia sociale della diffusione sempre più vasta e popolare, più democratica, dello strumento fotografico e una storia della fotografia come forma d’arte sempre più compiuta e autonoma.
L’autore tira i fili di tutte queste storie coniugando sguardo da storico e gusto dell’esplicita e acuta lettura critica, attraversando anche gli ultimi decenni del XX secolo per arrivare fino ad oggi.
A Walter Guadagnini ho rivolto alcune domande.
Quale la principale esigenza espressiva che ha determinato in lei la decisione di fare questo libro? E quanto tempo ha impiegato per la redazione del volume?

In primo luogo la considerazione che un libro di questo genere mancava sul mercato editoriale italiano: insegnando storia della fotografia in Accademia, mi sono accorto che non sapevo quale libro di base consigliare ai miei studenti... Da un punto di vista più personale, è stato il desiderio di cercare di mettere in ordine le conoscenze che emergono frammentate nel corso degli studi e degli interventi mirati a specifici ambiti. Infine, la convinzione che "una" storia della fotografia sia ancora possibile, e forse opportuna. Il tempo è stato piuttosto lungo, almeno un paio d'anni di redazione e lunghi anni precedenti di studio.

Lei scrive: "Gli anni Sessanta e Settanta sono caratterizzati da una progressiva concettualizzazione della pratica fotografica […] Conseguente a questo fenomeno è, dal punto di vista linguistico, la crescente contaminazione dei generi e degli stili...".
A quali esiti ha portato questa contaminazione?

A ciò che vediamo oggi in ambito fotografico, dove i fotoreporter o i fotografi di moda espongono nelle gallerie e nei musei, dove la fotografia fa concorrenza alla pittura, dove i fotografi si trasformano spesso in videomakers. Anche per questi motivi la pratica fotografica è sempre più centrale tanto nella definizione del clima artistico di questo periodo, quanto nella più tradizionale lettura della società.

Nel suo libro, su di un tema di grande attualità, la cosiddetta rivoluzione digitale, lei scrive che ha "sostanzialmente condotto alla nascita di un'era definibile come post-fotografica". Quale la principale conseguenza di quest’approdo?

La conseguenza più evidente è che si è aperto un dibattito sui limiti della manipolazione, soprattutto in ambito fotogiornalistico. Allo stesso tempo, è chiaro che tali processi di manipolazione - che sono sempre stati presenti nella fotografia sin dalla nascita - conferiscono al fotografo dei margini di "invenzione" dell'immagine sempre più ampi. Infine, il confine tra ciò che è reale e ciò che è virtuale sono sempre più labili, non solo in ambito fotografico. Per non parlare della diffusione delle immagini sulla rete....

Non posso lasciarmi sfuggire l'occasione di trovarmi a conversare con uno dei massimi critici e storici esperti di fotografia senza rivolgergli una domanda che da anni mi sta a cuore. Dice Roland Barthes che "le immagini fotografiche sono un messaggio senza codice". Con tutto il rispetto per quel grande semiotico, ho più di un dubbio su quella sua affermazione... professor Guadagnini, m'illumini!

Come tutti i grandi teorici, anche Barthes ha preso i suoi abbagli. Al di là della specificità di quest’affermazione, il problema di Barthes è che la lettura di un meccanismo così complesso come quello fotografico non può essere affidata a una sola chiave interpretativa - in questo caso quella semiotica. Ho sempre amato la definizione di Pierre Bourdieu della fotografia come "arte media", ai confini di tanti saperi e di tante pratiche, estremamente popolare ed estremamente colta, e che per la sua natura ha bisogno di differenti approcci e strumenti di indagine, quello storico, quello sociale, quello artistico, anche quello semiotico, purché non esclusivo.

Walter Guadagnini
Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo
Pagine 384 con larga documentazione iconica b/n e colore
Euro 37.50
Zanichelli


Atlante di un viaggio teatrale (1)

La Casa Editrice ubulibri ha pubblicato O/Z Atlante di un viaggio teatrale un’ampia riflessione iconica e saggistica sul più recente lavoro della Compagnia Fanny & Alexander, nomi che stanno per Chiara Lagani e Luigi de Angelis.
Né va dimenticato il lavoro di notevole valore svolto con loro da Marco Cavalcoli e Francesca Mazza che giorni fa ha ottenuto il premio UBU come miglior attrice 2010.
In realtà, il volume può essere letto e visto (una vera e propria composizione verbovisiva), non solo come nota su di uno spettacolo, ma come un viaggio nella poetica di questo gruppo – nato nel 1992 –, nome maiuscolo del nuovo teatro italiano.
Scrive giustamente Renzo Francabandera che Fanny & Alezander hanno portato in Italia “… una prassi continuativa sul performativo, sui nuovi linguaggi, dove la drammaturgia diviene non elemento di secondo piano, ma punto di partenza da asciugare e anche, ove necessario, eliminare, per creare una cesura, un corto circuito comunicativo con il pubblico, attraverso una ricerca estetica che ha sempre cercato il cross over e favorendo una riflessione sul rapporto fra tradizione e nuove tecnologie”.
Ed ecco Chiara Lagani in questa videointervista dello stesso Francabandera QUI.

Il libro, (In foto la copertina con Marco Cavalcoli), s’avvale dell’intervento di critici, attori, musicisti, studiosi; per conoscere i loro nomi, date un’occhiata al Colophon.
Per una scheda editoriale: QUI.

A Chiara Lagani ho rivolto alcune domande.
Avete speso finora quattro anni di lavoro prendendo le mosse dal racconto di L.F. Baum.
Che cosa tanto v'interessa in quell'autore da spingervi a dedicargli nove spettacoli?

Credo che “Il meraviglioso mago di Oz” sia un libro molto complesso, che contiene indicazioni importanti per noi oggi. È stato scritto nel 1900 ma certe immagini o metafore che evoca sono davvero attuali: basta pensare all’idea del mago mistificatore che inchiavarda occhialini verdi al cervello del suo popolo per filtrare la visione delle cose solo per garantire alla gente la felicità. Ci sono archetipi immortali, come quello delle scarpette magiche, dal triplice battito, gesto amuletico per eccellenza in ogni viaggio, simbolo della nostalgia che sempre si prova di fronte ad una scelta. Queste metafore così antiche e così attuali hanno innescato cortocircuiti labirintici con altre opere d’arte contemporanee (pensa solo a Him di Maurizio Cattelan, divenuto icona del nostro mago in tutto il progetto, o alle fanciulle in enigmatica attesa delle performance di Vanessa Beecroft, possibili avatar della nostra Dorothy). Penso che un mito quando è potente innesca sempre queste corrispondenze, tra epoche, espressioni artistiche, intuizioni umane. I grandi temi che riattiva la storia di Oz sono ad esempio quello del rapporto tra arte e potere, e quello della responsabilità singola in un percorso che è sempre collettivo. La necessità di produrre più opere forse è anche quella di declinare le molte possibilità di una risposta a partire da una domanda oggettivamente complessa.

Maurizio Grande in un suo intervento di anni fa si chiese: "Ma chi è l'attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?" Tu come risponderesti a tali domande?

L’attore è il vero indicatore di senso in un’opera teatrale. Attraverso di lui si compie la vera riattivazione dell’immagine mitica: non esiste idea, figura o maschera al di là di questa operazione alchemica incredibile che si compie sulla scena attraverso la persona dell’attore, una sorta di trasfusione di vita. L’attore è un essere immenso: se dovessi visualizzare un’immagine credo sarebbe quella di un fascio di colori saldamente intrecciati. La maschera, la figura, la persona, la storia individuale e collettiva sono i colori che vedo in questa treccia complessa, e non sempre è possibile separare il complesso andamento di questa vitale stretta e stabilire dove vada a finire un colore, dove l’altro. L’attore lavora tutta la vita per rendere attiva questa meravigliosa composizione di strati e la sua anima, credo, sarà allora alla fine dei suoi giorni una struttura formidabile, il più spettacolare prisma iridato.

Teatro di avanguardia, sperimentazione, alternativo, e poi dizioni con i fatali prefissi neo, post, trans che accompagnano spesso varie dichiarazioni di poetica. Vorrei una tua risposta alla domanda: che cosa vuol dire per Chiara teatro di ricerca oggi?

Il teatro è un luogo vivo, in cui più persone concorrono alla creazione di un senso. Per questo è un luogo raro, in questo momento storico. Questa qualità, essere un luogo di produzione collettiva dell’immaginario, è una qualità antica, di forte valenza politica; al di là del loro significato storico, pur sempre circoscritto solo a un certo numero di anni, questa qualità scavalca e polverizza di colpo tutti gli aggettivi e i prefissi che sono stati e saranno mai pronunciati.

Per visitare il sito web di Fanny & Alexander: CLIC!

Fanny & Alexander
O/Z – Atlante di un viaggio teatrale
Pagine 192, illustratissimo col. Euro 27.00
Ubulibri


Atlante di un viaggio teatrale (2)


Fra gli autori invitati da Fanny & Alexander a comporre il volume O/Z, ho notato alquanti nomi di miei amici. Ho tirannicamente deciso di scegliere due donne che, con la Lagani, fanno un trittico al femminile: un tris di dame che, si sa, battono tutti i tris di cavalieri.
Ed ecco una filosofa del linguaggio, Caterina Marrone, che ho avuto la fortuna di ospitare alcune volte su questo sito web.
A lei da Fanny & Alexander è stata assegnata la tavola chiamata “Ciclone”.
Giusta scelta. Perché costei un ciclone è, come dimostra anche il suo recente libro I segni dell'inganno

A lei ho chiesto di parlare del suo interesse per il linguaggio di Fanny & Alexander.

Il nuovo volume dei “Fanny&Alexander” è un Atlante: e non poteva essere altrimenti visto che l’ultima opera, l’ultimo affresco che ci hanno dato, è un viaggio attorno al mondo, alla Rosa dei Venti. Denso di simboli archetipici, quelli che sono perenni, dinamici, trasformativi nell’uomo, il volume ferma tappe vitali esperite nel corpo e nella carne oltre che dalla mente dei componenti della compagnia. La scelta simbolica è sapiente, elegante, piena di rimandi emozionali, di pieghe intime, di sensi nascosti da condividere con un pubblico conquistato e attivo, il quale, con loro, ha il piacere di pensare, di ascoltare e di scoprire, anche momentaneamente, un angolo di sé, e di dar forma a quel qualcosa che ciascuno del mondo percepiva e che ora vede palesato sulla scena. Li caratterizza, i “Fanny&Alexander”, un antico rizoma, una radice che origina quel quid catartico che tale è perché formato linguisticamente in una pluralità di codici e microsistemi comunicativi, e li qualifica altresì una ramificazione protesa in avanti che sospinge a un futuro aperto alla creatività. Teatro colto, teatro di pensiero e di emozione, teatro che appassiona.


Atlante di un viaggio teatrale (3)

Più volte la giornalista Silvia Veroli (la leggo spesso, ma mai tanto spesso quanto vorrei su “Alias”, il supplemento del sabato accluso a il Manifesto) è stata ospite di questo sito. Fra le volte, ad esempio, QUI e QUI.
Fa parte degli autori invitati da Fanny & Alexander a prodursi con un testo su di una “tavola” loro assegnata.
A Silvia è capitata la voce “Avatar” (in foto la tavola). Ed ecco il suo testo.

AVATAR

Premessa
Dorothy è il nostro avatar, il mago di Oz è un meravigliso Avatar anche se pessimo mago. Judy Garland è il primo Avatar di Dorothy (e chi sarà stato il primo di Baum)?
Avatar Oz, zoratava sicuramente il lonfo da qualche parte, con grande gusto dentro un trogolo, e da qualche parte sta anche l’ava Zorat, nonna di second life somewhere dall’altra parte dell’arcobaleno.

La tavola racconta la mia storia
Dorothy è anche il mio avatar.
Mia nonna sicula, nell’al di qua, mi dettava lettere alla sua comare nella terra di Baum. Madri insieme, erano, perché mia madre, sua figlia, era stata tenuta a battesimo pochissimo prima che la madrina emigrasse in America per cominciare la seconda vita.
Il primo tassello nella mia famiglia di una storia transoceanica di sorellanze e matrioske, donne dentro altre donne, di miracolosi gemellaggi.
La sera che ho conosciuto i F&A un’amica mi raccontava di una gravidanza finita male all’ottavo mese. Dopo tre anni capitava a me, uguale preciso, e al risveglio c’erano anche i F&A a consolarmi. Oh, why can’t I?
Poi ho incontrato un’Avatar, la sorella che mi ha ospitato nel suo utero. Il mio Avatar, la sua gravidanza, la mia nuova maternità. Le mie figlie gemelle diverse dopo quasi nove mesi hanno attraversato l’arcobaleno, la mia sorella americana le ha fatte scivolare attraverso di sé verso la vita, e ha fatto passare anche me, riconsegnata alla second life a colori.
Portare un figlio senza vederlo, vedere due figlie senza averle portate, mi sono vista di spalle che partivo, mi sono vista partorire.
“Over the rainbow”, abbiamo cantato come prima lulluby, Obama era presidente ed era il 70nnale del Film di Flemming.

Epilogo
”Sai, a volte mi chiedo se non abbiamo costruito noi inventandocelo
Se non sia altro che una raccolta dei nostri sogni e delle nostre speranze, dei nostri desideri pomeridiani. Qualcosa su cui impostare le nostre vite come il vecchio orologio in salone, che in sé è reale, ma che dobbiamo caricare per farlo funzionare”.
Angela Carter – “Figlie Sagge”.


Il primo giorno di sole

Continua il successo di vendite e di consensi al libro di Claudia Cucchiarato Vivo altrove mentre le misure prese dal governo hanno fatto ulteriormente precipitare le condizioni dei giovani. Il disastro, fra precariato ed emigrazioni, va assumendo misure mai viste prima . Ha scritto Rosaria Amato su “Repubblica” del 30 novembre di quest’anno: “La fuga dei ricercatori italiani all'estero ha un costo, un costo molto alto. Ha provato a calcolarlo l'Icom, Istituto per la Competitività, in un'indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica, e dalla Fondazione Cariplo: negli ultimi 20 anni l'Italia ha perso quasi 4 miliardi di euro. La cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali "l'inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all'estero" e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Questi brevetti in 20 anni sono arrivati a un valore di 3,9 miliardi di euro”.

In questo clima, voglio riferire di un prezioso film alla cui proiezione ho assistito settimane fa. E’ intitolato Il primo giorno di sole, durata 90’00”, è stato girato in 21 giorni ed è interpretato sia da attori delle scuole di teatro sia da non professionisti.
La storia racconta di una festa di Capodanno durante la quale, in quell’atmosfera festosa, stridono le storie di tanti ragazzi che parlano delle proprie vite dal futuro incerto ma che è guardato con malriposte speranze.
Non è recente, infatti, è stato girato cinque anni fa dal regista Carlo Bolli (in foto), e da un gruppo di studenti della facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Perugia dove all'epoca Bolli era docente di Teoria e Tecnica del linguaggio cinematografico.
Repubblica s’interessò al film dedicandogli un ampio servizio.
Fotografia: Andrea Fastella; musica: Stefano Micheletti; montaggio: Mauro Bonanni.
Fu premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno 2006.

Bolli è uomo di vasta esperienza di spettacolo e comunicazione, ha iniziato il suo percorso nel campo cinematografico con “I cinegiornali liberi”, un’iniziativa promossa nel 1968 da Cesare Zavattini. Pur continuando la sua attività nel cinema militante, varia negli anni i suoi interessi nel documentario, nei video musicali, nella pubblicità. Collabora, cura e dirige programmi televisivi. Ha realizzato “Anche le donne hanno perso la guerra”; “Adelaide Festival State” (un film di sei ore sulla manifestazione biennale che si svolge in South Australia); “Ciao Federico” (mediometraggio omaggio a Fellini); “Perché gli uomini invece stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?” (road-movie realizzato in Australia) e questo “Il primo giorno di sole”, titolo ironico, ci tiene a precisare.

A Carlo Bolli ho chiesto di parlarmi di come andarono le cose.

Molti degli studenti che avevano discusso la loro tesi con me, mi chiedevano se potevo aiutarli a trovare un lavoro. Ma, purtroppo, non essendo proprietario di reti televisive e/o di produzioni cinematografiche, mi rimaneva difficile aiutarli. Ho iniziato ad incuriosirmi sulla loro condizione di giovani neolaureati ed ho scoperto che nessuno, dico nessuno (allora ne “avevo laureati” circa un centinaio) aveva un lavoro. Nessuno di loro era depresso, demotivato o rinunciatario. Percepivo in loro una energia che poi mi ha convinto ad imbarcarmi nell'impresa di realizzare con 'loro' un film sulla 'loro' condizione.
Quasi tutti gli attori, i tecnici, gli aiuti, sono gli stessi studenti
.

E’ un gran bel film, ma non ha avuto distribuzione…

E già! Non ti racconto le vicissitudini, dovrei fare i nomi e sarebbe umiliante per loro.

A cinque anni da allora che ne è di quei laureati?

Ti dico solo che quasi tutti sono ancora precari, quelli fortunati. Non sono un sociologo dei flussi giovanili, ma ho potuto constatare le reazioni dei giovani in questi ultimi tempi, il modo in cui si sono identificati con i problemi che affliggono tutta la società italiana. L'unica speranza è che non mollino.

Lo spero anch’io.


I marziani siamo noi


Nella preziosa collana di divulgazione scientifica Chiavi di Lettura – a cura di Lisa Vozza e Federico Tibone – edita da Zanichelli, è stato pubblicato un riuscitissimo titolo: I marziani siamo noi Un filo rosso dal Big Bang alla vita.
Porta l’autorevole firma di uno dei nostri più brillanti scienziati: Giovanni Fabrizio Bignami.
Accademico dei Lincei e membro dell’Accademia di Francia, è tra gli uomini di scienza più stimati, non solo in Italia, nel settore della ricerca astrofisica e spaziale. Ha identificato Geminga, nuova stella di neutroni, e ha diretto progetti internazionali e istituti di ricerca in Italia e all’estero.
Nel luglio 2010, dopo una selezione mondiale, è stato nominato – è la prima volta per un italiano – Presidente del Cospar, il Comitato Mondiale per la Ricerca Spaziale, attivo dal 1958 e che ora conta 44 Paesi Membri.
Nel 2010 ha ricevuto il von Karman Award della Int. Academy of Astronautics (nostro primo connazionale dopo Luigi Broglio).
Per una sua più estesa biografia: QUI.

Questo suo libro propone la domanda “Che cosa fa più paura? Credere di essere soli nell’universo, o pensare che ci sia qualcun altro là fuori?”. Si apre con la fantaradiocronaca di due partite (andata e ritorno) dell’ ”Anthropa Cup” fra la Dinamo Universal F.C. e il Man-Centered United. E’ questa un’occasione per un excursus filosofico tra i sostenitori dell’antropocentrismo e i loro avversari.
Un’invenzione scrittoria godibilissima, sarebbe piaciuta a Borges.
Volete sapere chi la spunta fra le due squadre? Non ve lo dico, alla Zanichelli si arrabbierebbero di brutto, in fondo le librerie stanno lì apposta, comprate il libro: lo saprete e mi ringrazierete per il consiglio che vi ho dato.
Quest’agile, scorrevolissimo, volumetto è un grande esempio di come si possa praticare la divulgazione scientifica. Racconta la storia delle esplorazioni svolte finora con risultati spesso sorprendenti, che incoraggiano a proseguire nella ricerca di vita nel cosmo. Sapevate per esempio che ogni anno cadono sulla Terra molti pezzi di Marte? E che nella chioma di una cometa si è trovato uno dei nostri aminoacidi? Dietro l’angolo ci sono scoperte importanti, che getteranno luce anche sull’altro grande enigma: com’è nata la vita sulla Terra?

A Giovanni Bignami ho rivolto alcune domande.
Quale il principale motivo che ti ha spinto a scrivere questo libro?

La voglia di raccontare la storia dell'uomo partendo dal big bang e facendo vedere che da esso e quindi dalle stelle che noi discendiamo in modo diretto, fisico. E anche la voglia di raccontare questa nuova astronomia, l'"astronomia di contatto", termine che ho inventato ex-novo, ma che spero renda l'idea .

“Sono sbalordito da chi crede si possa conoscere l'universo. Tu non pensi che sia già abbastanza difficile non perdersi nel quartiere cinese”?
L’autore della domanda è Woody Allen. Se la rivolgesse a te che cosa risponderesti?

Certo è più facile conoscere l'Universo... per anche il quartiere cinese ha le sue indicazioni stradali, basta saper leggere il cinese... cosa che vale anche per l'Universo, ovviamente.

Talvolta leggendo dichiarazioni di alcuni fisici, si ha la sensazione che la fisica oggi rischi di diventare metafisica (mi riferisco alle ricerche della cosiddetta "particella di Dio")… mi sbaglio?.... mi allarmo troppo facilmente? Se sì, oppure no, perché?

Mah, sai si sentono un sacco di stupidaggini e l'espressione "particella di Dio" è proprio una di quelle, quindi non ti sbagli. La fisica è fisica e la metafisica è metafisica: come dice il nome, va al di là, cioè insomma con la fisica non c'entra niente.
Però non è il caso di allarmarsi troppo: la gente ama sognare e mescolare concetti e pseudoconcetti. Un divulgatore ci fa l'abitudine e si rassegna, pensando: meglio dire scemate sul bosone di Higgs che stare solo a guardare il grande fratello...
.

Sono stati apportati tagli ai fondi destinati alla ricerca e alla cultura. Quali i principali danni che in campo scientifico verranno da questa decisione governativa?

I danni generali sono immensi. Non possiamo vivere in un paese col motto: perché pagare gli scienziati, visto che già facciamo le scarpe più belle del mondo? Io voglio non dovermi vergognare in Europa e nel mondo (al momento, come hai ricordato introducendo quest’intervista, sono il presidente del Comitato mondiale della ricerca spaziale, primo italiano ad avere questo onore dalla fondazione, nel 1958) di fare l'astrofisico, cioè un mestiere che non "serve" a niente.
I danni in campo scientifico sono ancora più importanti. La comunità scientifica mondiale vive in continuo contatto ed evoluzione e non tenere il passo vuol dire scomparire rapidamente. Sta succedendo a molte dimensioni della ricerca e della cultura italiane. Semplicemente, non riusciamo più ad affrontare la concorrenza ad armi pari e anche se siamo molto bravi, scivoliamo indietro, nel mondo competitivo della scienza. E' questo che si vuole? Francamente, sembra masochismo puro, se non è insipienza
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Giovanni F. Bignami
I marziani siamo noi
Pagine 208, Euro 10.20
Zanichelli


Collettiva a Modena


La Galleria Civica di Modena ha organizzato e prodotta con la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena la mostra Lo spazio del sacro.
Si tratta di una collettiva che presenta opere provenienti da istituzioni pubbliche e collezioni private italiane e straniere di alcuni fra gli artisti della scena contemporanea internazionale che hanno maggiormente riflettuto sul tema del sacro: Adel Abdessemed, Giovanni Anselmo, Kader Attia, Paolo Cavinato, Chen Zhen, Vittorio Corsini, Josep Ginestar, Anish Kapoor, Richard Long, Roberto Paci Dalò, Jaume Plensa, Wael Shawky.
Ogni opera occuperà in completa solitudine un ambiente della Galleria, da una parte accentuando il rapporto diretto, esclusivo, che ciascuna di esse instaura con lo spettatore, dall’altra amplificando la propria capacità di entrare in relazione con gli spazi architettonici.

In foto: Anish Kapoor, “Untitled”, 2004 (legno, plexiglas, luce).

Sostenne Mircea Eliade, intellettuale gravemente compromesso con il movimento fascista rumeno “Guardia di ferro” tanto da fornirne le basi teoriche e (a differenza del grande Cioran che ripudiò la giovanile adesione a quel movimento totalitario e antisemita) mai pentito delle sue idee politiche; per una sua bio QUI) che il sacro, nell’arte contemporanea, “è divenuto irriconoscibile; si è camuffato in forme, propositi e significati che sono apparentemente ‘profani’. Il sacro non è scontato, com’era per esempio nell’arte del Medioevo. Non si riconosce immediatamente e facilmente, perché non è più espresso attraverso il convenzionale linguaggio religioso”. Meno male! Viene da esclamare. Oggi, infatti, molti artisti che lavorano sul concetto del sacro sono impegnati su di un orizzonte di spiritualità lontano dal bigottismo reazionario di Eliade.
Si legge nel testo in catalogo del curatore della mostra Marco Pierini, direttore della Galleria Civica di Modena Non di rado l’opera d’arte definisce con la sua mera presenza uno spazio di riguardo, inviolabile, sacro nell’accezione che rimanda direttamente all’etimologia della parola: circoscritto, ristretto, separato. La distanza che essa delimita – quand’anche non abbia a che vedere con una dimensione trascendente, o comunque ‘superiore’ – può essere sia puramente spaziale, fisica, sia temporale, sia culturale. In ogni caso, tuttavia, questa distanza rimarrà invariabilmente a segnare una straordinarietà, un’eccezionalità, una dimensione non ordinaria né quotidiana. Ma tale dimensione non è, contrariamente alle apparenze, avulsa dalla vita perché, anzi, alla sua forza attrattiva è quasi impossibile resistere, che sia fondata sull’incanto e la fascinazione oppure sul timore e l’inquietudine dell’ignoto. Limite e soglia, confine e passaggio, lo spazio sacro si costituisce sempre come rapporto – quando esclusivo e privato, quando collettivo e condiviso – tra mondi diversi e come invito per chi guardi a lasciarsi trasportare, ad affidarsi all’opera e sperimentare una sorta di estraniamento contemplativo o di empatetica immedesimazione.
Nel catalogo, i saggi di Michele Emmer, Vito Mancuso, Vincenzo Pace e Vincenzo Vitiello guideranno i lettori verso una più ampia comprensione dei limiti, dei significati e delle possibilità che la parola “sacro” ancora conserva ai nostri giorni.

Con “Lo spazio del sacro”, è riaperta al pubblico la Palazzina dei Giardini, a conclusione del secondo stralcio dei restauri curato dal Settore Lavori Pubblici del Comune di Modena che ha interessato gli interni dell’edificio, con il rinnovo degli impianti elettrici e termici alimentati a energia geotermica e che terminerà con il recupero pittorico dei decori della cupola.

Ufficio Stampa della Galleria: Cristiana Minelli +39 059 – 20 32 883
galcivmo@comune.modena.it

“Lo spazio del sacro”
Galleria Civica di Modena
Corso Canalgrande 103
Info: 059 – 20 32 911
Fino al 6 marzo 2011


Le Radici e le Ali

Vedremo anche nelle sale il docufilm Le Radici e le Ali, prodotto da Baker Pictures, per la regìa di Claudio Camarca e Maria Rita Parsi (in foto), già premio Selezione 2010 al Festival Internazionale del Film di Roma, nella Sezione “PerCorso”.
Il premio ricevuto è destinato al miglior documentario italiano della sezione Extra: un riconoscimento che valorizza l’attualità del soggetto affrontato: la vita quotidiana degli adolescenti alle prese con la socializzazione e il confrontarsi col mondo esterno adottando comportamenti e linguaggi spesso lontani dal mondo di molti adulti. Emoticon, segni e numeri al posto delle parole, tatuaggi, modi di dire, videogames; è un mondo che, spesso, i loro stessi genitori non conoscono, non capiscono, occhieggiano come spie ignare.
Ma sono barriere apparenti – ha commentato Maria Rita Parsi (psicoterapeuta e saggista, ma anche cosmonauta, se non ci credete cliccate sul suo nome prima in link) – che dobbiamo imparare ad abbattere cosicché anche questo docufilm può essere lo strumento di una necessaria opera di ascolto.
Nel film, sono, pertanto, i giovani a raccontarsi, parlando, senza trincerarsi dietro i silenzi e le reticenze di chi presume di non poter essere capito, delle loro ansie, paure, delusioni, illusioni, alleanze ed alienazioni.
I giurati della sezione “PerCorso” hanno riconosciuto come questa pellicola sottragga l’immagine degli adolescenti dal processo di “adultizzazione” che è proprio della società dei consumi, per offrire loro un palcoscenico ove potersi narrare nella loro effettiva quotidianità. Una scelta utile per capirli ed imparare con umiltà a leggere il loro mondo.
Il documentario, secondo le note di produzione, segue la logica del viaggio, seguendo il fil rouge delle tappe dolorose di un’adolescenza che combatte contro i disturbi del comportamento alimentare; oppure che sfila per fare il modello o la modella, ma rivela di sognare un futuro da magistrato, avvocato, architetto o ricercatore; permettendo alla testimonianza in presa diretta di smentire un’interpretazione superficiale dei loro comportamenti, assai più comprensibili, invece, se si impara a decrittare i linguaggi delle chat, degli sms, del mondo dei social network, in cui riconoscono la loro espressività.

Per informazioni, l’Ufficio Stampa è condotto da Cristina Donati: 393 – 97 26 276.


Le seduzioni del destino

Gli Editori Riuniti, superata una grave crisi aziendale, si sono rilanciati sullo scenario culturale italiano.
Tra le nuove collane anche una di narrativa contemporanea che si apre con Le seduzioni del destino.
Ne è autore Claudio Sestieri. Regista, film-maker e critico cinematografico, al suo debutto come romanziere. Ha lavorato a lungo per la Rai, scrivendo e realizzando radiodrammi, programmi, documentari e film tv (“Indagine sui sentimenti”; “Infiltrato”; “La Strada segreta”). Esordisce sul grande schermo nel 1986 con “Dolce Assenza”, in concorso al festival di Locarno; nel 1991 dirige la sua opera seconda, “Barocco”, presentata alla Mostra D'Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2006 firma sceneggiatura e regia di “Chiamami Salomè”, versione attualizzata del celebre dramma di Oscar Wilde; a questo film Cosmotaxi dedicò tempo fa un servizio con un'intervista al suo autore.
Ha, inoltre, scritto con G. Fasanella e G. Pellegrino “Segreto di Stato – La verità da Gladio al caso Moro” (Einaudi 2000), premio Capalbio 2001 e “Segreto di Stato – Verità e riconciliazione sugli anni di piombo” (Sperling & Kupfer 2008).

“Le seduzioni del destino” esce in contemporanea all’edizione Dvd in alta definizione e in versione integrale di Metropolis (1927) di Fritz Lang e la cosa riguarda da vicino il libro. Perché? Lo potete apprendere dall’intervista che segue con Claudio Sestieri e dalla scheda sul volume che conclude questa nota.

Che cosa distingue “Le seduzioni del destino” dalle tante pubblicazioni di giallistica che offrono le librerie?

Mi verrebbe da dire “tutto”. Al di là degli ovvi diversi livelli qualitativi, i gialli e i noir che in questo momento dominano il mercato editoriale danno corpo alle inquietudini della società dei nostri giorni mettendo in scena delitti efferati, crimini, bassezze e scelleratezze a tutto campo. Le mie Seduzioni invece, del giallo hanno solo il meccanismo dell’indagine e quei tiranti narrativi capaci di stimolare nel lettore la curiosità di scoprire, pagina dopo pagina, “come andrà a finire”. Questo è un giallo sui generis, una sorta di giallo cinefilo non solo perché l’intreccio si snoda sulle orme di un mistero legato al cinema di Fritz Lang e al clima torbido degli anni del nazismo, ma anche perché prende l’avvio da una clamorosa rivelazione che il maestro tedesco avrebbe fatto sul set de ‘Il Disprezzo’ di Godard a uno dei protagonisti del romanzo. Qui finiscono dunque per intrecciarsi non solo tre piani temporali (gli anni '30, quelli '60 e i nostri giorni) ma anche i rispettivi rispecchiamenti tra le vicende dei film e quelle della narrazione. Insomma, il mio protagonista, Sandro Savona, un autoironico critico cinematografico detective per caso, vive sulla propria pelle fino alle estreme conseguenze una sorta di inquietante, progressivo sconfinamento tra vita reale e finzione cinematografica. E, sin dall’’incipit, questa storia ci parla di doppi, ambiguità, false piste. Della impossibilità, in una parola, di raggiungere una verità che è sempre e irrimediabilmente altrove.

A quali lettori consigli il tuo libro e a quali lo sconsigli?

Il primo consiglio è ovviamente per gli appassionati di cinema e poi di storia e di viaggi, direi. Ma paradossalmente, un intreccio all’apparenza così complesso si snoda con una leggerezza tale da renderlo gradevole ad un pubblico anche più ampio. Non lo dico io, naturalmente, me lo stanno dicendo tutti quelli che finora hanno letto il libro. Sorprendendomi. Visto che vengo da film considerati da molti “troppo difficili”, scopro per la prima volta di essere capace di mettere, una volta tanto, tutti d’accordo….

Per una scheda sul libro: CLIC!

Claudio Sestieri
Le seduzioni del destino
Pagine 190, Euro 18.00
Editori Riuniti


Il Papa e l'Inquisitore


La storia è birbona se vista attraverso le date che riecheggiano avvenimenti simultanei per calendario ancorché lontani fra loro nel tempo dando luogo a cronografie inquiete. Giorni fa in queste pagine notavo come il 28 ottobre segni nel 312 la vittoria di Costantino e la sua entrata a Roma, secoli dopo lo stesso giorno, del 1922, vi fu la marcia fascista su Roma.
Esempio di data che scrive contemporaneamente due episodi è il 6 dicembre 1938. Era un martedì.
Quel giorno Enrico Fermi lasciò l’Italia fascista diretto a Stoccolma dove ritirò il Premio Nobel per poi proseguire per gli Stati Uniti; da allora tornerà una prima volta in Italia nel 1949.
Quello stesso 6 dicembre, Il ministro per l’Educazione Nazionale dichiarava Ettore Majorana decaduto dalla cattedra di fisica teorica a Napoli (e Fermi l’apprenderà di mattina durante un Consiglio di Facoltà) “per essersi allontanato dall’ufficio senza giustificati motivi, per un periodo superiore a dieci giorni”; erano trascorsi più di otto mesi dalla sua misteriosa scomparsa.
Nei soprannomi che circolavano a Via Panisperna, Fermi era detto “il Papa”, l’infallibile; Majorana “il Grande Inquisitore” per la sua grandissima acutezza di teorico.

La casa editrice Zanichelli ha mandato nelle librerie: Il Papa e l’Inquisitore Enrico Fermi, Ettore Majorana, via Panisperna; né è autore Giulio Maltese, fisico, si occupa da tempo di storia della scienza.
A lui ho rivolto alcune domande.
Quale la principale esigenza storico-scientifica che l’ha spinta a questo suo lavoro?

Le motivazioni principali di questo lavoro sono due. Da una parte, molte delle ricerche su Ettore Majorana si sono indirizzate verso l’alone di mistero che circonda la sua scomparsa, perdendo di vista la fisica che ha fatto negli anni in cui fu un membro autorevole della scuola di via Panisperna. È un po’ come se Majorana sia stato troppo spesso raccontato come figura a sé stante. Dall’altra, la stessa scuola di via Panisperna viene tradizionalmente raccontata come una scuola di fisica sperimentale, la cui fama si riassume nelle eccezionali scoperte della radioattività artificiale provocata dai neutroni e del potere dei neutroni lenti. Ma a via Panisperna c’era una scuola di fisica sperimentale e una scuola di fisica teorica, ambedue all’avanguardia e strettamente connesse tra loro. Spesso i teorici facevano la teoria degli esperimenti condotti dai colleghi sperimentali o discutevano con gli altri teorici. In questa luce l’operato di Majorana emerge con chiarezza, e uno degli scopi principali del libro è di metterne i contributi nel giusto contesto.

Che cosa legava sul piano amicale e scientifico Fermi a Majorana?

Direi poco dal punto di vista dell’amicizia, si tratta di due caratteri molto diversi tra loro e per di più Fermi aveva un atteggiamento cordiale e garbato con tutti, ma era estremamente riservato e difficilmente, come ricorda Segrè, si sarebbe andati da lui a parlare di un problema personale. La fisica era il collante che unì Fermi e Majorana. Fermi a Roma era abbastanza isolato come teorico, e l’unica persona con la quale poteva parlare di fisica teorica da pari a pari era Ettore Majorana. Alcuni lavori di Fermi furono discussi con Ettore, e viceversa. Da una parte Ettore fu quindi allievo di Fermi, dall’altra fin dall’epoca in cui era studente di Fermi fu anche suo collega.

Qual è l’importanza di Via Panisperna nella storia della scienza contemporanea?

Via Panisperna è stata una grande avventura scientifica, rimasta purtroppo isolata nel panorama italiano. Negli anni Trenta Roma era uno dei centri importanti della fisica mondiale. Sfatiamo il mito che sia costata pochissimo – in realtà il grosso dei finanziamenti per la fisica negli anni Venti e Trenta confluiscono sui gruppi di Roma e Firenze, sotto la regia di Antonio Garbasso e Orso Mario Corbino. Ma già con la guerra d’Etiopia, le sanzioni e l’autarchia, i fondi si spostano verso le applicazioni, lasciando da parte la ricerca fondamentale. È una tentazione ricorrente nel panorama politico-scientifico italiano, secondo cui i finanziamenti tendono a privilegiare ciò che si può fare in breve ed è immediatamente “visibile” a scapito dei programmi di ricerca a lungo termine. Per questi ultimi ci vogliono capacità e visione del futuro del tutto sconosciute – tranne qualche caso isolato – ai membri delle classi dirigenti che si sono alternate alla guida del Paese.

Giulio Maltese
Il Papa e l’Inquisitore
Pagine 400, Euro 27.00
Zanichelli


Luce Voce


Consiste nella realizzazione di un originale apparecchio rice-trasmittente per trasferire la voce attraverso la luce e creare un "ponte radio" tra le due sponde del fiume Arno.
Il progetto propone l’applicazione tecnica e la visualizzazione pratica di un concetto suggestivamente metaforico: fare luce con le parole, creare una via di circolazione della voce che sia stabile come un ponte e quindi urbanisticamente individuabile - con apparecchi temporanemente installati sulle due sponde di un fiume - ma immateriale come la luce. Segnali di luce, di voce, di linguaggi che si fanno strada nel paesaggio urbano per divenire comunicazione condivisa.
Il tutto a cura di Sebastiano Bazzano su un'idea di Massimo Magrini.
Promozione dell’Associazione culturale New Grass: Laura Giannini presidente, Cristina Avanzinelli segreteria, e con la partecipazione di Massimo Bianchini e Gabriele Bartolucci.

La conferenza/laboratorio “prove_tecniche_di_trasmissione“, che precede l’effettiva realizzazione sperimentale di ‘Luce Voce’, prevede la presentazione del progetto nel corso di un incontro multimediale coordinato dal poliartista Vittore Baroni, con la sonorizzazione interattiva audio/video del Gruppo VipCancro .
La proiezione di rari filmati ed esemplificazioni audiovisive accompagnano una sintetica ricognizione storica attraverso un secolo e mezzo di singolari invenzioni e applicazioni tecnologiche riferite alla comunicazione fono-ottica, dal Photophone progettato da Alexander Graham Bell a esperimenti recenti come la Camera Lucida sono-luminescente degli artisti Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand.

“Luce Voce” è realizzata con i contributi del DSU Università di Pisa e il patrocinio del Comune di Pisa.
La direzione artistica è di Vittore Baroni.

Ufficio Stampa: Cristina Avanzinelli, c.avanzinelli@gmail.com

Luce Voce
prove_tecniche_di_trasmissione
sabato 18 dicembre 2010
Polo Carmignani - Piazza dei Cavalieri n. 8, Pisa
Organizzazione: New Grass / EAS Elettronica Alla Spina
Informazioni: info@newgrass.it
Ore 16.00-18.30, ingresso libero


Quando l'Europa è diventata cristiana

E’ bene e saggio conoscere le origini dei guai.
Ad esempio, conoscere i fatti che determinarono l’espansione del cristianesimo in Europa.
A studiarli, rappresentarli e interpretarli ci ha pensato Paul Veyne in un libro di scorrevole quanto densa scrittura pubblicata da Garzanti: Quando l’Europa è diventata cristiana Costantino, la Conversione, l’Impero.
L’autore afferma “Ho scritto questo libro contro me stesso. Sono totalmente miscredente e fra tutte le religioni quella che sopporto meno è proprio il cristianesimo. Ma da storico ho dovuto sforzarmi di non prendere partito né pro né contro. La cosa più difficile è stato capire cosa si ha nel cuore e nell'animo quando si è cristiani”.
Impresa quanto mai disperata, aggiungo io.

Paul Veyne (Aix-en-Provence, 1930), storico e archeologo, è considerato tra i massimi studiosi di storia romana antica. Membro dell’École française de Rome, fino al 1998 ha ricoperto, infatti, la cattedra di Storia romana al Collège de France, di cui attualmente è professore onorario. Vive a Bédoin, nella Valchiusa.
Tra le sue numerose opere, le più recenti sono: “La società romana” (Laterza, 2004); “I greci hanno creduto ai loro miti?” (Il Mulino, 2005); “La vita privata nell'impero romano” (Laterza, 2006) e “L'impero greco romano. Le radici del mondo globale” (Rizzoli, 2007); Foucault, nelle edizioni Garzanti.

Nel 312, si verificò uno degli avvenimenti decisivi non soltanto della storia occidentale, ma di quella mondiale. Uno dei tetrarchi, Costantino (perno di quest’opera di Veyne) si convertì al cristianesimo in seguito ad un sogno (ricordate? In hoc signo vinces). Col soccorso della Smorfia, forse è ancora possibile ricavare dei numeri da giocare, ma Costantino di sicuro non lo fece non disponendo allora di quel prezioso volumetto.
Si ritiene che a quell’epoca solo il 5 o il 10 per cento della popolazione dell’Impero (circa 70 milioni d’abitanti) fosse di religione cristiana.
“Non bisogna dimenticare” – scrive Veyne citando J. B. Bury – “che la rivoluzione di Costantino fu forse l’atto più audace mai commesso da un autocrate in spregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi”.
Sia come sia, Costantino entrato in guerra con Massenzio, alla vigilia della battaglia decisiva ebbe quello sciagurato sogno, vinse a Ponte Milvio ed entrò a Roma. Volete sapere quant’è birbona la Storia? Quel giorno del 312 era il 28 ottobre, lo stesso che secoli dopo sarà data ricordata per la marcia fascista su Roma.
Ma questo Veyne non lo dice.
Dice però tante altre cose che altrettante ne spiegano su quello che accadde dopo e che rende questo “Quando l’Europa è diventata cristiana” un libro che possiede un gran fascino di lettura.
La traduzione, tutta da elogiare per vivacità e scorrevolezza, è a cura di Emanuele Lana.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Paul Veyne
Quando l’Europa è diventata cristiana
Traduzione di Emanuele Lana
Pagine 208, Euro 12.50
Garzanti


Pensare per immagini


La casa editrice Bruno Mondadori ha pubblicato un libro di estremo interesse che affronta il tema dei codici e dell’intercodice delle immagini oggi: Pensare per immagini Tra scienza e arte.
Il volume è firmato, infatti, da uno scienziato qual è Olaf Breidbach e dal filosofo Federico Vercellone.

Olaf Breidbach insegna Storia della scienza all’Università di Jena. È direttore dell’Ernst-Haeckel-Haus dell’Università di Jena e membro della Deutsche Akademie der Naturforscher Leopoldina e dell’Accademia delle Scienze di Göttingen per la classe di Matematica e Fisica.
Tra i suoi libri: Bilder des Wissens (Fink, 2005) e Neue Wissensordnungen (Suhrkamp, 2008).

Federico Vercellone insegna Estetica all’Università di Torino. Ha fondato il Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Morfologia “Francesco Moiso” (Università di Udine). Tra i suoi libri: Morfologie del moderno. Saggi sull'ermeneutica dell'immagine (il melangolo, 2006) e Oltre la bellezza (il Mulino, 2008), Premio Filosofico Castiglioncello 2009.

A Federico Vercellone ho rivolto due domande.
Qual è stata la prima esigenza storico-critica che l’ha spinta a scrivere questo volume?

Olaf Breidbach e io da tempo ci proponevamo di scrivere un libro che cercasse di fare il punto sulla questione dell’immagine affidandoci a un approccio che unificasse la considerazione dell’immagine scientifica a quella artistica.
Ci fondavamo naturalmente sulla tradizione statunitense ed europea dei “visual studies”, e in particolare ci interessava la tesi di Hans Belting secondo cui l’immagine è destinata oggi a fuoriuscire ufficialmente dai territori dell’arte e della coscienza estetica per assumere una valenza molto più ampia, antropologica.
L’immagine è una modalità espressiva, una forma di conoscenza oggi sempre più influente, dotata di leggi autonome e di una grammatica propria. E’ una forma di conoscenza molto plastica, in senso lato creativa, capace in alcuni casi di prefigurare una realtà che ancora non si conosce in modo determinato. Non si tratta di una conoscenza in concorrenza con quella concettuale, ma è piuttosto contigua a quest’ultima. E si avvale, anche in ambito scientifico, di connotazioni estetiche: per esempio l’immagine del cervello proposta da una Tac non fotografa la realtà ma consente alla comunità scientifica di riconoscersi in un modello uniforme di rappresentazione, potremmo dire: in un unico stile
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Nelle arti visive contemporanee si notano i più evidenti segni di un riavvicinamento fra umanesimo e scienze. Perché questo è avvenuto proprio in quel campo e non in altri?

L’arte figurativa ha in realtà sempre avuto un forte rapporto con le scienze. La geometria, a partire dai Greci, ha svolto costantemente un ruolo di primo piano nell’ambito delle arti figurative. Senza dimenticare la presenza di artisti-scienziati come Leonardo o Ernst Haeckel. Ritengo comunque che il fattore che produce nell’arte contemporanea un rapporto più stretto ed evidente con la scienza siano le nuove tecnologie. Esse consentono talora un’opera di vera e propria trasfigurazione del mondo. Si pensi per esempio a operazioni come quella di Olafur Eliasson, “The Weather Project” nel 2004 alla Tate Gallery in cui, grazie a una sofisticata procedura di ‘rendering’ dell’immagine, viene prodotto un nuovo sole artificiale che sembra annunciare addirittura una sorta di reincantamento del mondo.

Per una scheda e l’Indice del libro, cliccare QUI

Olaf Breidbach – Federico Vercellone
Pensare per immagini
Pagine 155, Euro 15.00
Bruno Mondadori


Brain Race


1 tabellone, 200 carte, 44 tessere, 1 clessidra, 4 pedine, 40 monete, 4 raccoglitori, 1 libretto di istruzioni: ecco gli elementi che costituiscono la più recente invenzione del giocologo, nonché mathemagico, Ennio Peres che ho avuto il piacere d’ospitare tempo fa nella taverna che gestisco a bordo dell’astronave Enterprise.

Brain Race La grande sfida delle menti – questo il nome della nuova giocosa creatura nel catalogo Clementoni – è un gioco da tavolo, pensato per coinvolgere tutta la famiglia in un'appassionante gara contro il tempo, per un divertimento che allena la mente.
I partecipanti, che possono anche raggrupparsi in squadre (da 2 a 4), devono rispondere a varie domande, a diversi livelli di difficoltà, ripartite nelle quattro categorie corrispondenti alle più importanti competenze intellettive: Memoria (ricordare), Logica (ragionare), Parole (leggere, scrivere), Numeri (e far di conto…).
La confezione del gioco contiene anche un interessante manuale, scritto da Ennio Peres, che fornisce indicazioni utili su come allenare la propria intelligenza, stimolandone le competenze basilari.

Oltre che nelle giocattolerie che distribuiscono prodotti della Clementoni e in molti supermercati, “Brain Race” può essere acquistato, presso il seguente negozio virtuale.
Ecco una buona idea per un regalo in occasione delle feste che arrivano. O incombono. Scegliete voi il verbo che meglio vi garba.


Parola di Duce


Giornalista e saggista, nato a Napoli nel 1932, Enzo Golino è stato fra i fondatori di “Repubblica”, è fra i più rigorosi analisti del rapporto fra cultura e società di cui disponiamo; sicché oltre ad essere un maestro di giornalismo è uno storico della cultura.
Oggi scrive per “L’Espresso”, “la Repubblica”, “il venerdì”. I titoli dei suoi libri sono: “Cultura e mutamento sociale” (Edizioni di Comunità, 1969); “Letteratura e classi sociali” (Laterza, 1976); “La distanza culturale” (Cappelli, 1980); “Pasolini, il sogno di una cosa” (Il Mulino 1985 e Bompiani 1992); “Tra lucciole e Palazzo. Il mito Pasolini dentro la realtà” (Sellerio 1995); “Sottotiro. 48 stroncature (Manni 2002).

La BUR ha ripubblicato, con larghe nuove parti, un libro che già ebbe successo in Casa Rizzoli nel 1994: Parola di Duce Il linguaggio totalitario del fascismo e del nazismo. E la nuova parte, ora proposta nella recente edizione, è proprio quella dedicata a uno studio del linguaggio nazista nella propaganda.
Libro che dovrebbe figurare per decreto legge nelle biblioteche di scuole e università perché è uno studio che permette di comprendere come popoli, pur ricchi di cultura e storia, possano essere preda del totalitarismo attraverso un sapiente quanto velenoso uso del linguaggio, ieri ad opera di dittatori, ma anche di ladri di libertà in agguato oggi.
Certamente le forme mutano, i mezzi nuovi che le trasmettono (si pensi solo che ai tempi di Mussolini e Hitler non esistevano tv e internet) provocano nuove amplificazioni, nuove forme d’assorbimento percettivo, il vocabolario è cambiato, ma la struttura autoritaria del linguaggio con fatali conseguenze è presente anche nelle democrazie dei nostri giorni.
“… anche in democrazia” – scrive Golino – “esistono oggi totalitarismi parziali; dittature settoriali; commissariamenti improvvisi per gestire casi d’emergenza reali oppure oculatamente esagerati; invenzioni affaristiche e criccaiole per espandere illegalmente guadagni, consenso, favoritismi; muniti fortilizi politicamente protetti dai quali partono comandi che arrivano al corpo sociale e ottengono effetti desiderati”.
E ancora Golino: “… un settore in particolare – quello politico – risulta di fondamentale importanza nella galassia comunicativa e va tenuto d’occhio, sotto controllo, come spia insopprimibile di quel che accade nel governo di una collettività. Analizzarlo nel suo caleidoscopico manifestarsi aiuta a capire come veniamo governati e sulla base di quali illusioni, promesse, ideali, realizzazioni, trucchi, menzogne, raggiri”.

A Enzo Golino ho rivolto alcune domande.
Qual è la principale differenza che si trova tra il linguaggio totalitario praticato dal fascismo e quello del nazismo?

La maggiore differenza consiste nel fatto che in Germania esistevano i Lager e che la persecuzione degli ebrei era massiccia: due elementi che hanno generato sia il gergo dei lager utilizzato dai kapo sia l'insultante campionario di parole e di segni indirizzato agli ebrei (valga per tutti l'imposizione della stella di David). Le parole degli aguzzini sono messaggi di potere e di morte: colpiscono la vita altrui a cominciare proprio dalle parole, avvilite a funzioni di mero scambio per la sopravvivenza. Diventano così il riflesso più veritiero di una condizione umana dove carnefici e vittime si confrontano in un crescendo di degradazione: i carnefici nell'esercizio della più cinica bestialità; le vittime nel dolore estremo di un annullamento disumano.
Per il resto, secondo vari gradi d'intensità, il settore scolastico - quindi l'intero sistema dell'educazione nazionale - è stato uno dei più bersagliati dal linguaggio imposto dal pensiero unico del regime fascista e del regime nazista. Si pensi all'inquinamento dei libri di testo che in Germania è stato analizzato - per esempio - da Erika Mann, figlia di Thomas Mann, in un libro di straordinaria evidenza intitolato "La scuola dei barbari" a cui ho attinto per "Parola di Duce"
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Esiste, oppure no, un diverso approccio fra Mussolini e Hitler nel comunicare alle masse? Se sì, in che cosa lo indichi?

La gestualità di Mussolini trasmette all'intero corpo energia e tensione. Le frasi che escono da una bocca enorme sono brevi come slogan, le pause istintivamente collocate nei punti chiave del discorso, l'eloquio privo di sostanza razionale eppure carico di emotività per esaltare l'uditorio, sono immerse nella colonna sonora di un italiano comprensibile, lingua madre del Duce. Testimoni attendibili come Victor Klemperer, grande filologo e assiduo diarista, ebreo perseguitato dal regime del Fuhrer, ricorda che Hitler “gridava sempre in maniera spasmodica” incitando rozzamente gli altri e se stesso “con voce tutt'altro che melodiosa, sforzata fino all'urlo” e spesso “neppure in buon tedesco”. Oggi è davvero incomprensibile come i due dittatori siano riusciti a dominare e convincere, tranne fin troppo esigue minoranze, milioni di italiani e di tedeschi coinvolgendoli nel disastro finale.

Anche ai nostri giorni in Italia, ci troviamo alle prese con una manipolazione delle coscienze…

Vecchio problema quello della manipolazione dell'opinione pubblica. Nonostante gli anticorpi mediatici che per fortuna esistono ancora, incombe oggi in Italia un pensiero unico che si esprime da anni in una forma di tolleranza repressiva sia nella gestione della cosa pubblica sia attraverso i troppi mezzi di comunicazione concentrati in una sola persona - il premier Silvio Berlusconi - o che fiancheggiano il suo operato.

Per una scheda sul libro: QUI.

Enzo Golino
Parola di Duce
Pagine 142, Euro 9.00
Bur - Rizzoli


La mansuetudine dell'abiura


La frase latina Quid est veritas? tradotta letteralmente, significa "Che cosa è la verità?".
L’espressione si trova nella Vulgata, per la precisione nel Vangelo secondo Giovanni (18,38); è pronunciata da Ponzio Pilato durante il suo interrogatorio a Gesù.
Un anagramma rivelerebbe la risposta: “Est vir qui adest”. Cioè: “E’ l’uomo che hai davanti”.
Via, un po’ presuntuosa quell’enigmistica risposta attribuita a Cristo. Chiunque dichiara di possedere la Verità va guardato con molta diffidenza.
Con stima e gioia va vista, invece “Quid est veritas (?)”, la terza stagione espositiva della home gallery Sponge Living Space di Pergola (PU), dopo le personali: Il punctum di Rita, di Rita Vitali Rosati, Aimless, di Veronica Dell'Agostino ed Inner drawings/Drawings inside, di Claudia Gambadoro (visitabile fino al 15 gennaio 2010 presso lo Spazio NovaDea di Ascoli Piceno), propone La mansuetudine dell'abiura, tripersonale di Federico Forlani,Michele Pierpaoli, Red Zdreus (di quest’ultimo in foto: ‘Paradise Snare’) a cura di Francesco Paolo Del Re e Roberta Fiorito.

L’abiura - scrive Francesco Paolo Del Re - compiuta dagli artisti contemporanei nati alla fine degli anni Ottanta si radica nel fallimento di quell’utopia politica e ideologica dell’arte che era insita nel progetto avanguardistico del Novecento. L’abiura è un atto mansueto, di creature che in un qualche altro tempo o con qualche altra ragione avrebbero potuto ruggire e azzannare, ma che ora non lo fanno. Queste creature scelgono un silenzio raccolto, tramato di parole sommesse o sfrangiato da un chiacchiericcio a volte troppo rumoroso e tuttavia osservato con distacco clinico, fitto di gesti familiari in paesaggi di consuetudine, addensato da esorcismi delle paure quotidiane, azzardati attraverso il consumo e la spettacolarizzazione di una pleonastica banalità dell’esistenza. Non c’è niente di eroico nell’essere abiuratori. Né c’è una qualche forma di compiacimento o struggimento; solo una porosità contemplativa. Se la loro è una qualche forma di religione, è una religione della perdita. Quella degli abiuratori è infatti una egoistica generazione di rinunce: rinunce a valori, ideali, prospettive future. Una generazione ripiegata in un privato mappato, rarefatto o gridato.

La mostra in collaborazione con Fabrica Fluxus Art Gallery di Bari e Galleria BT’F di Bologna sarà visitabile, su appuntamento, fino al 9 gennaio 2011, allo Sponge Living Space, via Mezzanotte 84, Pergola.
Pergola: prima città delle Marche ad insorgere contro il Regno Pontificio, favorendo l’annessione della regione al Regno d’Italia e guadagnandosi la Medaglia d’Oro per "benemerenze acquisite durante il periodo del Risorgimento Nazionale".

Per ulteriori informazioni consultare il sito SpongeArteContemporanea o telefonare ai numeri: +39 339 4918011; +39 339 6218128

“La mansuetudine dell'abiura” dal 28 Aprile al 28 maggio 2011 sarà ospitata presso gli
spazi della galleria BT'F di Bologna.

Ufficio Stampa: Luca Dentini, luca.dentini@gmail.com ; 340 – 38 86 992


La scomparsa di Mario Ricci

Nei media è passata sotto silenzio la scomparsa, avvenuta giorni fa, di Mario Ricci, uno dei pionieri della sperimentazione teatrale italiana.
Nome maiuscolo della scena di ricerca, era nato a Roma nel 1932.
E’ stato autore, regista e attore; fu a lungo anche presidente dell'Atisp, l'Associazione del Teatro Sperimentale.
Antonio Arévalo ha affidato un efficace ritratto di Ricci alle pagine del webmagazine artapartofcult(ure).


Francesca Colosi


Siciliana, vive e lavora a Milano. Scrive servizi di viaggio per quotidiani. Ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata "La poeta", Gattare e gatti vagabondi, due romanzi per ragazzi e un libro, nel 2000, che definii e, ne sono ancora convinto, strepitoso: Enza.
E’ stata già ospite di questo sito anni fa, QUI una sua intervista a bordo dell’Enterprise.

Ora torna in libreria con un romanzo pubblicato da Cairo Editore: Tutto è perduto fuorché l’amore.
A Francesca Colosi ho rivolto qualche domanda.

Giorgio Manganelli ha scritto: "Ogni libro che abbia sulla copertina la parola 'romanzo' nasconde qualcosa di losco".
Tu hai scritto un romanzo. Che cosa rispondi a quell'affermazione?

In “Tutto è perduto fuorché l'amore” non c'è nulla di losco. Qui c'è l'ironia e l'esagerazione. C'è l'esasperata accettazione delle debolezze, debolezze con cui si piange e si ride. In questa storia c'è anche una finta intossicazione amorosa che pare autobiografica. Sia ben chiaro: l'autrice è altro dalla vittima, vittima di quel maledettissimo Giorgio. Quando Giorgio insulta, e Fernanda incassa, c'è una lotta dialettica all'ultimo sangue. Lui la ama e la odia, lei lo ama e lo odia. Lui si lamenta di avere i topi in casa, si dimentica degli appuntamenti dati alla fidanzata, non risponde al telefono, e lei si dispera, mangia falefel libanesi, e lo ama perché lui in qualche modo la ama. Poi però Fernanda finisce per odiare Giorgio, odiarlo soltanto, e poi lo ama di nuovo, anche con i topi in casa. Fernanda mangia ancora falafel, e prepara frittate per le amiche. Ed ecco, di nuovo, qui non c'è niente di losco, c'è solo frustrazione. C'è la piccineria della vita, e dell'amore voluto a tutti i costi. Eppure, l'amore per un lui o per una lei non è tutto, dice l'autrice, contrapponendosi alla afflitta Fernanda. L'amore per un lui o per una lei non è la sola strada verso la felicità. La vita può essere filtrata da una sana solitudine, da sciali veri o presunti, metodi escapisti o semplicemente da uno stoico e sano distacco da una realtà che ci vuole sempre tutti in famiglia. Qui c'è la finta rincorsa all'amore, quella rincorsa che quando diventa forsennata è miseria. L'autrice, che ancora una volta non tifa per Fernanda, vuole strappare una risata amara, tra incontri maldestri e quei soliti falafel che profumano d'oriente. Nero d'Avola e psicofarmaci. Con questo chiaro messaggio: si sta male per amore soprattutto per colpa di chi soffre, perché un amore malvagio si cancella e basta. Insomma, all'amore malvagio, si può preferire una nota che si gonfia come una mongolfiera fino a voler scoppiare, una nota che però alla fine non esplode perché alla fine vola'. O all'amore malvagio, si può pure preferire un modestissimo falafel!.

Tra i lettori di "Enza" e quelli di questo tuo più recente lavoro, di differente cifra stilistica, ti rivolgi a due platee di lettori diversi o ritieni che quella platea sia la stessa?

La platea cambia pur rimanendo, a volte, la stessa: però cambiano i gusti dei lettori. Oppure i gusti non cambiano, ma cambiano i bisogni, e c'è la fretta o la stanchezza, o la voglia di leggerezza che ci avvicina a qualcosa di nuovo. 'Tutto è perduto fuorché l'amore' si rivolge alla platea che ha amato Enza, ma anche a chi Enza non l'ha conosciuta o l'ha trovata volgare, stucchevole o troppo dialettale. Qui, come anche in Enza, c'è la ferita, e c'è l'amore. Un amore sbagliato e un uomo irraggiungibile. Questo è un ambiente borghese e milanese, a volte odiosamente borghese, quello era un palcoscenico di antiaristocrazia palermitana, pieno di umidità e freddo, povertà e latrocinio. Però anche in “Tutto è perduto fuorché l'amore” c'è una forma di povertà, e la si risolve ingozzandosi di vino, chiacchiere infinite e uscite tra i bar. Forse si cerca una soluzione alla vita. Si pensa di poterla trovare, si spera di poter trovare un modo per non soffrire o per soffrire meno ma alla fine, si pensa, è meglio farsi un bicchiere.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Francesca Colosi
Tutto è perduto fuorché l’amore
Pagine 304, Euro 14.50
Cairo Editore


Special: Tradurre (in) Europa


Cosmotaxi Special per “Tradurre (in) Europa”

Napoli, dicembre 2010


Tradurre (in) Europa

Talvolta l’originale non è fedele alla traduzione.

Jorge Luis Borges


Tradurre (in) Europa: premessa


Molto mi dispiace leggere, purtroppo spesso, segnalazioni di libri e, talvolta, perfino recensioni nelle quali chi ha tradotto il volume non è citato.
Succede anche di peggio, accade, infatti, che talvolta neppure il comunicato stampa della casa editrice ne riporti il nome.
Il traduttore, insomma, si ritrova non di rado in un inspiegabile cono d’ombra; eppure il suo ruolo è decisivo nel successo (e anche nell’insuccesso) di un’opera.
E’ bene ricordare che dietro ad ogni libro tradotto – vale a dire a più del 70% dei volumi pubblicati in Italia oggi – sta un professionista della traduzione il quale ha dedicato il suo tempo e il suo talento a volgere quel testo nella nostra lingua.
Ma come lavora? Chi è il traduttore?
Mi piace ricordare uno scritto di John Dryden, riportato in uno studio di Cesare Segre: Ogni traduzione, appartiene a tre categorie. La prima è la metafrasi, quando si ha una traduzione letterale, parola per parola. L’Arte Poetica di Orazio tradotta da Ben Jonson è pressappoco di questo tipo.
La seconda è la parafrasi, che è una traduzione operante in uno spazio di significato meno ristretto; qui, pur mai perdendo di vista l’autore e tenendolo sempre accanto, non si segue tanto da vicino le parole quanto il senso della frase e anche se il senso non può essere alterato, in certi casi è legittimo, in una nuova lingua, ampliarlo. Avviene, ad esempio, per Waller nel Quarto Libro dell’Eneide.
La terza categoria è l’imitazione, quando il traduttore (ammesso che a questo punto possa ancora chiamarsi tale) prende la libertà non soltanto di variare le parole ma d’aggiungere variazioni. Lo fa Cowley nel rendere in inglese due Odi di Pindaro e una di Orazio
.

Questo terzo modello operativo, il più acrobatico, per stare ai nostri giorni, ha guidato Umberto Eco in alcune parti degli “Esercizi di stile” di Queneau.
Molti anni fa, ebbi il piacere d’intervistare per Radiorai Giulio De Angelis (ricordo ai più distratti ch’è il traduttore dell’Ulisse di Joyce) e alla domanda che gli posi su quale dovesse essere la più grande qualità di un traduttore, rispose: l’umiltà. E aggiunse un aforisma di Delphine de Girardin: “Quel tale si crede Kant perché l’ha tradotto”.


Tradurre (in) Europa


La parola è un'ala del silenzio.

Pablo Neruda


Tradurre (in) Europa: profilo di un convegno


L'iniziativa, realizzata a Napoli, dal 22 al 29 novembre, ha avuto un grande successo.
Molto si deve all’impegno dell’Università Orientale guidato dal Rettore Lida Viganoni – in foto – che ha sostenuto quest’incontro di studio.
Per un profilo audiovisivo dell’Orientale con un intervento del Rettore: CLIC!

Ricco il programma: 61 eventi - con più di 80 ospiti e relatori di particolare prestigio e personalità - articolati in 10 percorsi tematici distribuiti su 8 giorni in 24 suggestivi luoghi con 57 partner locali, nazionali, internazionali (tra cui 10 università). E con 42 lingue parlate ed esaminate al microscopio, senza contare i dialetti e le lingue antiche.
Temi trattati:
- Il teatro della traduzione
- Traduzione, musica, cinema
- La traduzione verso il XXI secolo: arti performative, fotografia, fumetto, Internet
- Filosofie della traduzione
- Pratiche e politiche della traduzione
- L’antico che oggi si riscrive
- Tradurre i classici della modernità
- L’Italia esportata dai traduttori
- L’Europa delle lingue e dei dialetti
- Il mondo in Italia con le voci dei traduttori.

Un significativo commento a quanto avvenuto lo trovate QUI.


Tradurre (in) Europa


‘Amo’ è parola anfibia, pericolosa per il pesce e per l'uomo.

Groucho Marx


Tradurre (in) Europa: Camilla Miglio


Coordinatrice dell’iniziativa è stata Camilla Miglio.
Germanista e traduttrice, ha insegnato nelle Università di Pisa e di Napoli "L'Orientale". Ora insegna alla Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università di Roma "La Sapienza".
Ha pubblicato numerosi saggi sulla poesia del Novecento, sulla storia della cultura in ambito tedesco, sulla letteratura dell’età di Goethe, sulla teoria e storia della traduzione. Ha tradotto volumi di Enzensberger, Kafka, Waterhouse, Liebeskind.
Ha fondato il sito "Il Porto di Toledo. Testi e studi intorno alla traduzione"; ed è project manager del progetto “EST-Europa spazio di Traduzione" finanziato dall'Unione Europea. Al centro dei suoi interessi di ricerca negli ultimi anni: questioni di geografia letteraria e geopoetica; approfondimento dello spazio letterario delle letterature di lingua tedesca extraterritoriali (ebraico tedesche o tedesche delle minoranze dell'Europa centro-orientale); studi sulla traduzione (teoria e storia), in particolare le questioni legate alla riscrittura e alla citazione e alla traduzione tra Oriente e Occidente e le modificazioni del canone ad essa legate; studi sul ritmo e sui rapporti tra scrittura e arti (figurative e musicali). Nel 2010 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Federale di Germania il Bundesverdienstkreuz, e nel 2005 il "Premio Ladislao Mittner per la Germanistica" del DAAD e del Ministero degli Affari Esteri tedesco.


A Camilla Miglio, (in foto), ho rivolto alcune domande.
Da quali esigenze e con quali premesse è nata l’idea di questa manifestazione?

L'idea è nata dal lavoro di base di un gruppo di docenti e studenti dell'Orientale, che si è raccolta per anni introno a un seminario interdisciplinare "occidentale-orientale", e dai corsi di teoria e Storia della Traduzione nella stessa università.
La particolarità, dal primo momento, è stata esporsi a lingue e suoni non conosciuti, prima ascoltati nel loro valore fonico, poi osservati sul testo (di solito proiettato da PC), provvisto di versione interlineare. Progressivamente si sono creati gruppi di traduzione in cui solo alcuni componenti conoscevano la lingua originale, e avevano il compito di spiegarla agli altri. Questo concreto lavoro di mediazione "metalinguistica" ha sviluppato in una intera generazione di studenti, ma anche in un buon gruppo di docenti, una grande sensibilità linguistica e culturale che va oltre l'idea di una traduzione come corrispondenza biunivoca tra lingua 1 e lingua 2, ma si configura come spazio in cui si esplora il diverso e lo sconosciuto, senza paura. I seminari storico-culturali, di cui cito solo alcuni titoli: "Esistono gli intraducibili?", oppure "Patrie, territori mentali", o ancora "Patrie in traduzione", hanno fornito gli strumenti teorici per attrezzare e far partire una ricerca.
Abbiamo fondato un sito di studi e testi intorno alla traduzione lerotte.net in cui ancora raccogliamo i risultati del nostro lavoro. Ci siamo poi federati con altri centri di ricerca, a Vienna e Parigi 8, e abbiamo tentato la strada del finanziamento europeo. Ed eccoci qua. Una cosiddetta "best practice" che dimostra quanto ancora l'Università Italia sia viva, se solo si lascia spazio alla discussione vera, profonda e attenta, e al passaggio di saperi tra generazioni
.

Al termine di quest’importante sessione di studi, fra le urgenze, culturali ed espressive, venute fuori sul piano internazionale, qual è quella alla quale lei attribuisce maggior rilievo?

La presenza di una rete di giovani studiosi cittadini del mondo, e certamente d'Europa, che condividono un grande amore per l'arte e per la letteratura, ma anche una concreta consapevolezza dei processi politici e sociali che tendono a soffocare le iniziative e le scienze nuove. Lo sguardo non eurocentrico che nasce proprio dall'approfondimento della storia della cultura e dei transiti linguistici e culturali in Europa. La capacità di uscire dalle strettoie dell'Accademia, in questo momento assediata da venti di normalizzazione, non solo in Italia.

Dal cinema ai fumetti, dal teatro ai versi in musica, dal romanzo alla poesia alla saggistica (tutti campi affrontati nel convegno) dove le sembra che esistano i maggiori problemi di traduzione dalle lingue straniere occidentali alla nostra?

Lo scoglio maggiore resta sempre la poesia: c'è bisogno di molto coraggio per rendere in libertà e ri-creare un'opera che porti in sé le caratteristiche ritmiche e sensuali di una poesia. Per tutte le diverse declinazioni della traduzione vale comunque lo stesso principio: capacità di adattamento, e dunque attitudine all'ascolto sottile dell'altro.

Per concludere: esiste l’intraducibilità? Se sì oppure no, perché?

A sorpresa, vediamo come sia urgente riflettere sulle parole-chiave della filosofia. E' quello che ci ha insegnato il gruppo di traduttori europei al lavoro intorno al "Dizionario degli intraducibili filosofici" diretto da Barbara Cassin. Dire Esprit, o Geist, o Spirito apre nelle tre lingue mondi e associazioni completamente diverse. Ma è pur vero che l'intraducibilità è anche un elemento positivo: è la "forza", la "energia" circolante nelle parole, che rende sempre necessaria una nuova traduzione, una metamorfosi di adattamento: ad ogni passaggio di confine linguistico il pensiero si arricchisce.


Tradurre (in) Europa


Lo spirito di una lingua si manifesta chiaramente soprattutto nelle parole intraducibili.

Marie von Ebner-Eschenbach


Tradurre (in) Europa

Cosmotaxi Special per “Tradurre (in) Europa”

Napoli, dicembre 2010

Fine


Real Sex (1)

Un maiuscolo lavoro che sta fra informazione e sociologia, antropologia e psicologia, è Real Sex Il porno alternativo è il nuovo rock ‘n ‘roll pubblicato dall'Editrice Tunuè che con questo libro inaugura la collana Frizz.
Il libro s'avvale di una prefazione di Carlo Antonelli, direttore di Rolling Stone.
Un saggio per niente accademico e astratto ma realistico e concreto, spesso divertente, caratteristiche queste che accompagnano da sempre le impagabili imprese di Sergio Messina, personaggio fantasioso e icastico al tempo stesso, artista dei nuovi media e studioso degli stessi, autore che dal suo campo d’origine, quello musicale (l’unico musicista italiano positivamente citato da Frank Zappa), si spinge in modo corsivo e corsaro sulla molteplicità dei saperi, realizzando una plurale attenzione sulle intersezioni della cultura contemporanea illuminata dalle nuove tecnologie.
Ne è dimostrazione il suo articolato webmagazine che contiene un blog che sprizza intelligenza da tutti i pixel.
Questo suo libro riflette sul pornoweb e, nella panoramica, corredata da foto, su tanti singolari aspetti dell’Alt Porn (Alternative Porn) in Rete, compone, attraverso la lente del porno digitale, un ritratto contemporaneo sull’Essere come verbo e come sostantivo.

Ciò che è pornografia per qualcuno, per altri è il riso del genio, scrisse un giorno D. H. Lawrence. Oggi quel riso non affiora solo sulle labbra del genio, ma anche di persone non necessariamente geniali, ma che grazie a una nuova liberazione sessuale, tutta tecnologica e per niente teorizzata da politici di movimento o da ideologie libertarie solo a parole, approda a risultati di felicità personale e di particolare comunicazione collettiva.
Sono in molti a sostenere, e con ragione, che la pornografia nasce con l’avvento della borghesia. Fino allora, le civiltà classiche prima e il Medioevo e l’era moderna poi, non avevano ritenuto che esistessero produzioni letterarie o artistiche destinate alla sola, esclusiva, finalità d’eccitare sessualmente. L’arte classica nel mondo greco-romano era immediatamente legata alla vita, alla gioia del piacere, ai riti della fertilità; nel Medioevo e nel Rinascimento la riscoperta del nudo femminile è un fatto esclusivamente estetico. E’ nell’Inghilterra del ‘700 che nasce un’industria della carta stampata destinata all’eccitazione sessuale e John Cleland, con “Fanny Hill”, ne è il magnifico capostipite.
L’800 e tutta la prima metà del ‘900, oltre alla letteratura s’affida progressivamente ai nuovi mezzi emergenti: dalla fotografia al fumetto al cinema. Ma una tappa fondamentale è realizzata nel 1966 quando lo psichiatra svedese Lars Ullstram pubblica “Le minoranze erotiche”. Scrive in quel libro: I grandi sessuologi, Hirschfeld, Krafft-Ebing, Havelock Ellis, Stekel e altri, nascondono dietro una reboante terminologia una superficialità teoretica. Con i loro metodi, non è difficile convincere che le perversioni sessuali siano patologiche. E’ una sanzione scientifica alla svalutazione delle perversioni da una parte di teologi, giuristi e moralisti; un atteggiamento che ha origini nelle idee superstiziose del Vecchio Testamento.
Il critico Kenneth Tynan dirà di rimando: Per me i veri libri pornografici, diabolici, sono quelli che trattano della crudeltà fisica offrendo ad essa una giustificazione morale. Sto pensando a quei libelli cattolici che apparvero nel sanguinoso clima dell’Inquisizione, dicendo ai credenti che era necessario torturare e bruciare gli eretici. Penso pure ai manuali militari sull’uso delle armi, anche delle piccole armi, per infliggere al nemico le ferite più dolorose per la maggior gloria del paese.
Ullstram: una bomba che, esplodendo, fu tra le cause che costrinsero l’Apa (American Psychiatric Association) che governa il Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), noto con l'acronimo DSM – uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali più utilizzati da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo –, a rivedere molte delle sue posizioni. Per dirne una soltanto, a non considerare l’omosessualità una malattia. Era il 1972. Appena ieri.

Real Sex illumina un nuovo percorso delle perversioni (o dette parafilie) viste alla luce lattiginosa dei monitor dei nostri computer. Fissa la propria attenzione sul porno cosiddetto ‘amatoriale’ che riserva – come pagine e foto del libro dimostrano con abbondanza di esempi – sorprese che si prestano a più riflessioni sulla nostra epoca. Di quel porno, domestico, intimo (ma pure pubblico grazie al web), ne analizza ambienti, personaggi, abitudini, costumi e costumistica, parole scambiate dei newsgroups, la sconfinata, vertiginosa, invenzione di scene sessuali.
Ma è ora di dare la parola a Sergio Messina.
Lo faccio sùbito, nella seconda parte di questa nota.


Real Sex (2)


A Sergio Messina, in foto, autore di Real Sex Il porno alternativo è il nuovo rock ‘n ‘roll, ho rivolto alcune domande.

Scrivi in apertura: "Le riflessioni che hanno prodotto questo libro nascono anche dall'osservazione di un certo genere di pornografia, che ho chiamato Realcore".
Ti chiedo d'illustrare questa parola da te scelta e i significati che gli attribuisci.

Il porno, si sa, è finzione: illuminazione, montaggio, attori professionisti, eccetera. Con l'avvento delle tecnologie digitali (sia di produzione sia di distribuzione), ormai da una quindicina d'anni è nato un nuovo genere che di solito si chiama "Amatoriale". Secondo me però non si tratta di un semplice genere, ma di un cambiamento più profondo. Siamo passati dall'Hardcore (che, a differenza del Softcore, mostra sesso vero e non simulato) al Realcore, dove oltre al sesso sono vere le emozioni, le situazioni e le dinamiche tra le persone.

Dalle pagine di "Real Sex" mi sembra di capire che non esiste una pornografia, ma delle pornografie. E' così? E, se sì, perché?

Perché, grazie al cielo, esistono delle sessualità: non una, due o tre ma infinite; e molte categorie che abitualmente sono parte di un dualismo, come omo/etero, normale/bizzarro o perfino maschio/femmina sono in realtà gli estremi di una gamma di toni di grigio quasi sempre molto più interessanti del bianco o nero. Non solo ma, grazie alla democratizzazione della produzione di pornografia, oggi possiamo parlare di pornografie, come parliamo di letterature, di musiche e di arti.

In che cosa il digitale ha innovato le pornografie al di là del mainstream?

Allo stesso modo in cui la chitarra elettrica ha innovato la musica. Prima erano in pochi a fare musica per molti, poi negli anni '50 le cose hanno iniziato a cambiare e col Punk è nata l'idea che la distanza tra palco e pubblico non fosse poi così incolmabile, e l'attitudine fosse tanto importante quanto la tecnica. Il porno digitale è simile, e chi lo fa è quasi sempre stato prima uno spettatore, che a un certo punto s'è detto: "Forse questo posso farlo anche io".

Il sottotitolo del tuo libro recita "Il porno alternativo è il nuovo rock'n'roll". Si sa che il r'n'r non fu soltanto una rivoluzione musicale, ma ebbe anche un'influenza politica sui costumi, sulla società, il modo di rappresentare opposizioni. Prevedi che l'Alt Porn possa avere oggi un'influenza pari a quella avuta dal rock sulla nostra contemporaneità?

Certamente. Penso alla disperazione di chi vorrebbe aderire ai canoni estetici della pubblicità e non ci riesce. A quell'idea, rinforzata ogni giorno da media anche involontariamente, che dei corpi diversi sarebbero indesiderabili. La pornografia digitale afferma esattamente l'opposto: tutti i corpi sono corpi sessuali, e l'adesione a certi modelli è irrilevante. Quello che conta non succede tra le gambe ma tra le orecchie, e quello che passa nel cervello dei protagonisti di questo tipo di porno (molto spesso facilmente intuibile) è molto più essenziale della semplice e banale avvenenza di chi passa nello schermo.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Sergio Messina
Real Sex
Pagine 112 con illustrazioni a colori e b/n
Euro 9.70
Edizioni Tunuè


Lo spettatore addormentato

“La psicanalisi è una pseudoscienza inventata da un ebreo per convincere i protestanti a comportarsi come i cattolici”.
“Non sono fascista. Non sono comunista. Non sono democristiano: ecco che mi restano, forse, venti probabilità su cento d’essere italiano”.
“Se i popoli si conoscessero meglio si odierebbero di più”.
“La situazione politica in Italia è grave, ma non seria”.
“Non sono comunista, non posso permettermelo”.

Sono solo alcuni fra i tanti aforismi dai quali si può capire perché il loro autore sia stato per niente amato da molti e amato alla follia da pochi; quell’autore è Ennio Flaiano.
Nacque a Pescara nel 1910, morì a 62 anni nel 1972.
Vinse la prima edizione del premio Strega, nel 1947, con Tempo di uccidere. Giornalista, sceneggiatore (con famosi registi da Rossellini a Fellini, da Antonioni a Germi, da Monicelli a Wyler, da Berlanga a Bolognini), autore teatrale e radiofonico, è uno scrittore unico nello scenario letterario italiano riuscendo ad essere al tempo stesso umorista e saturnino, commosso e feroce.
Ora le edizioni Adelphi hanno pubblicato Lo spettatore addormentato, una silloge ampiamente rappresentativa delle circa quattrocento recensioni teatrali apparse fra il 1939 e il 1967.
Recensore particolare fu Flaiano perché ogni suo pezzo si rivela un microsaggio che ha la capacità di mettere insieme riflessioni sull’autore in scena, sui tanti vizi e le poche virtù degli attori, del pubblico, della società italiana nella quale viveva lo spettacolo rappresentato.
“ 'E’ dunque tanto grave dormire a teatro?' si chiede Flaiano intervenendo nella polemica scatenata da Luchino Visconti contro i critici, colpevoli di assopirsi durante gli spettacoli. 'Chi una sola volta si è appisolato a un concerto' continua 'o alla rappresentazione di un melodramma, o anche a un’opera drammatica, sa che nel momento del passaggio dallo stato di veglia al sonno, in questo punto detto la soglia, la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria, diventano liquidi, celestiali. I sensi fatti più acuti colgono ogni più lieve sfumatura dell’orchestra, del canto, della voce dell’attore, e li ricevono come un indimenticabile e personale messaggio… E’ in quegli istanti che abbiamo lo spettatore perfetto, unico, ideale'. Il titolo Lo spettatore addormentato, che Flaiano pensò per una raccolta solo progettata di recensioni teatrali, rivela allora, sotto le apparenze della confessione di una colpa, una convinzione di altro tenore, che invita a leggere nella défaillance dell’assopimento la cifra della perfezione interpretativa”.
Si apre così una bellissima postfazione di Anna Longoni a questo libro da lei curato.

Le ho rivolto un paio di domande.
Proprio nella sua postfazione, lei scrive che Flaiano addebitava "al mestiere di giornalista e di sceneggiatore il (presunto) fallimento della sua attività di scrittore […] Ma le cose stanno diversamente". Ci spiega il perché?

Perché credo che sia più corretto ribaltare i termini della questione: le centinaia di articoli e le decine di sceneggiature firmate da Flaiano anziché apparire come una limitazione, si offrono al lettore come ulteriore testimonianza di quanto sia stato originale il suo stile e acuto il suo sguardo. Ciò che contraddistingue la pagina creativa trova infatti nel giornalismo e nel cinema quasi uno sbocco naturale: la forma della sua prosa, segnata dalla chiarezza e dall’essenzialità, dalla brevità aforistica e dalla precisione lessicale, è la più adatta alla scrittura giornalistica, mentre l’abilità a scalettare una storia precede soggetti e sceneggiature poiché nasce da una precisa visione del mondo e della letteratura (che affida al lettore il compito di colmare ampi margini di non detto).

Aldilà dell'attività di giornalista e sceneggiatore, qual è l'importanza di Flaiano nello scenario letterario italiano? Quale la sua originalità? Quale la sua attualità?

“Scrittore minore satirico dell’Italia del Benessere”, così Flaiano si vedeva ritratto in un’ipotetica enciclopedia del 2050. Lo sapeva bene che la satira, in Italia, viene guardata con un certo sospetto e condanna alla marginalità: eppure il passare degli anni sta dimostrando che la sua opera, così eterogenea nelle forme ma così unitaria nelle tematiche, ha la capacità di mettere a nudo menzogna e inesattezza come storture dell’anima prima che di una società. I suoi racconti, appunti, aforismi, epigrammi, sembrano nascere da un’intelligenza ferita che cerca di dare voce alla propria indignazione, se non per cambiare le cose almeno per sopravvivere, nella certezza che la parola riesca a scalfire il reale restituendogli senso. Questa fiducia nella parola, che si fa spesso nei suoi testi denuncia spietata delle distorsioni cui è sottoposta, credo che sia uno dei motivi che, per dirla con Arbasino, fanno davvero di Flaiano (a cui l’attenuazione sarebbe piaciuta) un “piccolo maestro postumo”.

Per una scheda sul libro: QUI.

Ennio Flaiano
Lo spettatore addormentato
A cura di Anna Longoni
Pagine 267, Euro 15.00


Rezza e Mastrella

“Nessuno annoia come le persone imprevedibili. Sai già in anticipo che faranno qualcosa che non ti aspetti. E ci si stanca ad essere stupiti”.
“Ho perso una gamba, sono diventato invalido civile. Almeno un po' di civiltà l'ho acquisita”
“Ho visto poveri tagliarsi i piedi per non sentirli freddi”.
“Credo in un solo oblio”.

Sono soltanto alcune frasi tratte da spettacoli, libri, film di Antonio Rezza che rappresenta un caso unico nello scenario teatrale (e cinematografico) italiano insieme con Flavia Mastrella. Unico perché si pongono da vent’anni in un territorio che non appartiene al teatro di parola né a quello tecnologico, un teatro che sarebbe piaciuto forse a Beckett di cui un suo aforisma afferma “Quando siamo nella merda fino al collo non resta che metterci a cantare”.
Tutta l’opera di Rezza Mastrella (QUI il loro sito web) è permeata da una comicità disperata, fatta di scarti e scatti, frammenti, incantevoli mostruosità che indicano verminose piaghe del vivere e amare pieghe del riso.
Mi piace quanto ha scritto ha scritto Maria Lucia Tangorra su Antonio Rezza: “Non ama definirsi attore, è d'obbligo dunque sposare l'accezione da lui stesso proposta di performer – ben più appropriata. Rezza è autore di una drammaturgia ‘(mai) scritta’ che, con lo strumento del corpo, segna l'habitat pensato e costruito a sua misura da Flavia Mastrella. Lo abita vivendolo fisicamente, segnando traiettorie ed imbrigliandosi in reti da pescatore. Dice: ‘Lo spazio è come un numero [..] per chi rinuncia al filo del discorso che è lo stesso filo che ti impicca’ “.

Al Teatro Vascello, diretto da Manuela Kustermann, si presenta – a partire dal 7 dicembre e fino al 9 gennaio – un’imperdibile occasione: un’antologica che comprende cinque spettacoli che tracciano il più recente percorso di Rezza Mastrella.
Si tratta di Pitecus, Io, Fotonifish, Bahamuth, 7– 14 – 21 - 28.
QUI un trailer di Bahamuth e basta un CLIC per accedere a una videointervista ai due.

E’ possibile un abbonamento cumulativo agli spettacoli.

Per i redattori della carta stampata, delle radiotv, del web, l’Ufficio Stampa è a cura di Cristina D’Aquanno: promozione@teatrovascello.it ; tel. 06 – 58 98 031


On the DOCKS


In occasione della V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, è stata presentata la piattaforma On The DOCKS, un modo innovativo per sviluppare progetti e distribuire in campo internazionale produzioni indipendenti italiane; diffondere, promuovere e distribuire documentari e più in generale film indipendenti che raccontino in modo non convenzionale la realtà italiana.
Il portale Onthedocks è già on line nella versione per consumer, accessibile a tutti on demand; e nella versione business accessibile solo ai professionisti (broadcaster, buyer, selezionatori di festival). Sono disponibili in video on demand – attualmente in modalità streaming, tra pochi mesi anche in modalità download to rent e to own – i film in versione italiana e in edizione inglese.


L’esperimento è pionieristico in Italia ma collaudato in altri paesi. Entro dicembre 2010 i contenuti della piattaforma On The DOCKS saranno distribuiti nel mercato nordamericano e su una base di 60 canali in Europa, con sottotitoli in inglese e francese. On The DOCKS ha già stabilito rapporti di partnership con la piattaforma francese cine4me e l’austriaca Flimmit, con il canadese Hiltz Squared, il nordamericano Bigstar.tv, gli inglesi Freeband, Quod e Joningthedocs.tv.
Sono in corso accordi con diversi festival italiani tra i quali Arcipelago, Torino Film Festival, e Torino GLBT Film Festival, all’interno dei quali verrà conferito un premio “On The DOCKS” che garantirà la distribuzione internazionale al vincitore.
Il tutto nasce da un’idea di Dario Formisano di Eskimo e Monica Repetto di Deriva Film ed è un progetto realizzato con Giusto Toni di Wiz Media, Antonio Cecchi La Casa Gramatica, Rino Sciarretta Zivago Media, Andrea Granata Studio Essegi.

Dario Formisano Ceo della società Eskimo, già redattore e capo servizio del quotidiano l’Unità, è stato anche direttore editoriale e acquisitions manager di ElleU Multimedia. Eskimo è una media label della distribuzione e dell’editoria audiovisiva, con speciale orientamento ai mercati del dvd e dei contenuti aggregati.

Monica Repetto. Regista, autrice e produttore cine-televisivo. Nel 2002 fonda con Pietro Balla la società di produzione indipendente Derivafilm. Tra le produzioni recenti, il docufilm "ThyssenKrupp Blues", presentato alla 65.Mostra d’arte cinematografica di Venezia e vincitore del Mediterraneo Film Festival, il documentario "Imam" di Emmanuele Pinto sviluppato con il sostegno Media dell’Unione Europea e realizzato con il contributo della Regione Campania. Il documentario "La Forza delle Idee" sull’economista Ezio Tarantelli, assassinato dalle BR negli anni ’80.

A loro due ho rivolto un paio di domande. Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia di bordo su Cosmotaxi.
Come e quando nasce l'iniziativa? Con quali traguardi?

Nasce nel corso del 2010, con l’intento di promuovere presso distributori e broadcaster esteri la vendita di alcuni documentari italiani, di buona qualità e recente produzione.
Alla creazione di una piccola ‘sales agency’ dedicata – presente anche fisicamente nelle principali manifestazioni del settore - si è pensato subito di affiancare un sito bilingue che facilitasse le transazioni, la visione e lo scambio di materiali in chiave business-to-business. Ben presto abbiamo però compreso che il nostro sito onthedocks.it poteva e doveva rivolgersi direttamente ai potenziali utenti sparsi per il mondo e proporre loro, senza mediazioni ulteriori, la visione sul web - legalmente e a fronte di un prezzo modico - dei nostri documentari.
L’obiettivo è adesso mettere insieme, in tempi rapidi, un’offerta ampia e strutturata di documentari (ma anche film indipendenti e cortometraggi), rappresentativa del meglio della produzione italiana e comprensiva di titoli il cui argomento e la cui attualità possano renderli particolarmente interessanti anche per un pubblico non italiano.
Tutti i film sono e saranno sottotitolati almeno in inglese. Ognuno di essi è e sarà visibile nei territori relativamente ai quali i produttori ci hanno concesso i diritti di diffusione (il geolocking consente di riconoscere il territorio da cui proviene la richiesta di visione e i codici che caratterizzano i singoli file dei film consentono di escludere quel territorio se relativamente a esso non ci sono stati concessi i diritti di diffusione)
.

Per meglio capire la vostra linea editoriale, qual è (o quali sono) la cosa o le cose che mai distribuirete?

Distribuiremo, soprattutto ma non esclusivamente, documentari di produzione italiana che raccontino in maniera non convenzionale (indipendente, libera, non “su commissione”) il nostro Paese.
Distribuiremo, nel limite degli accordi che potremo fare, quei documentari che abitualmente vediamo nei festival e nelle rassegne specializzate ma raramente (quasi mai) riusciamo a vedere nelle sale cinematografiche o in televisione.
Non è facile dire che cosa mai distribuiremmo. Non abbiamo preclusioni, anzi!, verso il “politicamente scorretto”, lo shocking, la provocazione intellettuale. Certo non distribuiremo titoli che ci sembrino gratuitamente offensivi o dichiaratamente al soldo di un progetto economico, politico, imprenditoriale che personalmente non condividiamo.
Siamo aperti e curiosi nei confronti delle produzioni molto indipendenti, anche provenienti da gruppi e strutture che non operano abitualmente nell’entertainment o nell’industria culturale. Tuttavia il nostro non è un sito, non adesso almeno, per contenuti ‘user generated’. Poiché la gran parte dei contenuti suscettibili di streaming sarà a pagamento, vorremmo sempre offrire prodotti di alta qualità e standard professionale
.

Per informazioni:
Tel 0039 06 – 551 35 808
Fax 0039 06 – 55 78 442
Mail to info@onthedocks.it

Ufficio stampa:
Giovanna Mazzarella mob. +39 348 3805201; e-mail mazzarella@fastwebnet.it
Cristina Scognamillo mob. + 39 335 294961; e-mail cristinascognamillo@hotmail.com


Carla Paolini

Se è vero, ed è tremendamente vero, che la moltiplicazione dei blog ha invaso la Rete con quantità enorme di pagine illeggibili, è pur vero che esistono angoli di qualità nel web.
Uno di questi è abitato dallo Specchio carrolliano di Carla Paolini laureata in Lettere con una ricerca sulla retorica per immagini nella pubblicità. Partecipa a progetti per varie manifestazioni culturali, è stata più volte segnalata al Premio di poesia “Lorenzo Montano” promosso dalla rivista Anterem.
Come sanno quei generosi che leggono le mie note, questo sito non si occupa di poesia, e, quindi, non riferirò delle molteplici imprese che la Paolini ha prodotto su quel versante espressivo, ma due parole voglio dirle sui brani di prosa che sul suo blog sono pubblicati senza regolarità ché è poi il migliore dei modi di scrivere, senza affanni di calendario, o ansietà di presenza.
Sono brevi prose di grande qualità, riflessioni su momenti dell’esistenza vissute con forte sentimento della vita e lontane da ogni sentimentalismo. Tessuti di parole sui quali sono impressi segni metanarrativi, visioni fuggevoli, attimi di una grammatica del vivere e di una sintassi del morire; luci di crepuscolo su presenze aliene, fiori di sensualità che scompaiono e riappaiono come segreti segnali.
Dolori? Rimpianti? Illusioni? Niente di tutto questo.
Scrisse Céline: “E’ il nascere che non ci voleva”. Carla Paolini quel nostro giorno natale ce lo ricorda. Con feroce delicatezza.


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