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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Il pasto impossibile

La casa editrice :due punti ha pubblicato un libro colto e raffinato che guarda al pasto attraverso un’originale ottica, titolo: Il pasto impossibile Teatro, Cibo, Fame.
L’autore è Ignazio Romeo, nato a Palermo nel 1950.
Bibliotecario, è stato dal 1981 al 1990 attore nella compagnia di teatro Teatès diretta da Michele Perriera.
Ha collaborato al “Giornale di Sicilia” e a “L’Ora”. Scrive sulla rivista palermitana “Segno”.
Per Sellerio ha tradotto “Il miracolo del vescovo assassinato” (1994), Anonimo francese del trecento.
Con le Edizioni della Battaglia ha pubblicato “La scuola di Perriera” (1997) e le note di linguaggio e costume di “Sulla bocca di tutti” (2005); con Prova d’autore: “La casa e la canicola. Saggi su Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Piccolo, Perriera” (2011). Per l’Assessorato regionale dei beni culturali ha curato fra l’altro: “I luoghi di Tomasi” (1996); “L’isola molteplice” (2001); “Passare il mare” (2007).

Scrive in una nota conclusiva del volume: “I lavori che compongono questo libro muovono dall’idea comune di vedere nel pasto la rappresentazione di un ordine; un ordine che tocca e riunisce inestricabilmente i diversi aspetti della realtà umana, il dato biologico e il fatto sociale, l’esistenza individuale e la visione metafisica. In tutti i testi che vengono esaminati, questo complesso ordine 'alimentare', di solito implicito, diviene palese perché messo radicalmente in crisi. Qui ci si occupa di 'disturbi alimentari', di occasioni in cui fame cibo e pasto perdono i loro caratteri 'naturali', l’aspetto di consuetudine che sfugge all’attenzione, e si fanno immagine di un senso ferito, di un esserci problematico o non più possibile”.

Dalla scheda editoriale: Il nostro tempo attribuisce al cibo nuovi valori, ora legandolo al benessere, ora demonizzandolo rispetto all’ideale di perfetta forma fisica, ora elaborando il culto del buon vivere e del buon mangiare. Ma da qualunque punto lo si guardi, esso viene sempre messo al centro del discorso. A questa odierna sensibilità appartiene sicuramente il singolare libro di Ignazio Romeo, che si occupa del ruolo del cibo (o meglio, della sua sparizione) in alcuni classici del teatro rinascimentale e moderno (Dom Juan di Molière, Macbeth di Shakespeare, La morte di Danton di Büchner, Il teatro e il suo doppio di Artaud, Il giudice e il suo boia e La panne di Dürrenmatt, Finale di partita di Beckett, Il calapranzi di Pinter); e, inversamente, del ruolo del teatro in quel grande sintomo collettivo del nostro rapporto disturbato col mangiare, che è l’anoressia secondo la dolorosa testimonianza di Fabiola De Clerq.
Fra le immagini ricorrenti del teatro, il cibo occupa un posto di prima importanza. Non a caso nel rapporto dell’uomo con il cibo entrano in gioco natura e cultura, crudo e cotto, spirito e materia, così come ordine e armonia sociali sono evocativamente rappresentate nella convivialità. Quando però appare in scena il cibo negato – che all’interno delle opere analizzate Romeo individua negli aspetti della fame, del rifiuto o della impossibilità del nutrimento – l’ordine rappresentato dal pasto entra in crisi e si produce una perturbazione dalle risonanze assai complesse, che tocca in vario modo tutti i livelli dell’umano stare al mondo.

Ho rivolto a Ignazio Romeo alcune domande.
Da quali esigenze è nato questo libro?

Prima di cambiar mestiere, e di dedicarmi alla critica letteraria, ho fatto l’attore, come hai ricordato prima, tra il 1979 e il 1990, a Palermo, nella compagnia Teatès diretta da Michele Perriera. Perriera non è stato solo un grande autore, ma – come regista – anche un acuto lettore dei testi che portava in scena. Per dodici anni ho recitato e sentito recitare opere magnifiche, molte e molte volte. Sono vissuto dentro la scatola sonora del teatro. Ho imparato che ogni grande testo è come una meravigliosa macchina del senso, una vasta casa in cui il senso risuona. Mi sono sempre chiesto: cos’è il teatro? cosa nasconde, cosa rivela? perché ne abbiamo bisogno? Interrogativi che non si possono affrontare in modo diretto. Ma le risposte, parziali e diverse secondo gli stili e le epoche, si possono ricercare nei singoli testi. A un certo punto mi sono accorto che il tema del cibo riuniva insieme molte questioni. Mangiare è riempirsi, aver fame è esser vuoti. Pieno e vuoto. Il teatro stesso è un non essere, un mancare, che si dà come un pieno. Ho letto e raccolto materiale. Alla fine, per “Il pasto impossibile” ho messo insieme sette studi che potevano formare un corpus comune: i morti che appaiono a cena in ‘Macbeth’ e ‘Dom Juan’; la rimozione della fame del popolo nella ‘Morte di Danton’ di Büchner; la fame che si fa simbolo della rivoluzione teatrale di Artaud; il pasto come il momento della rivelazione nei gialli di Dürrenmatt; la misteriosa cucina di Clov in ‘Finale di partita’ di Beckett e l’angoscioso ‘Calapranzi’ di Pinter; l’anoressia come recita, a metà strada fra Diderot e il teatro della crudeltà.

Che cosa c’è d’“impossibile” nei pasti di questo volume?

Da questo breve sommario, si vede che parlo di casi in cui il cibo “va di traverso”. Ogni pasto è la rappresentazione di un ordine, che tocca e riunisce i diversi aspetti della realtà umana, dato biologico e fatto sociale, esistenza individuale e visione metafisica. In tutti i testi che ho esaminato, questo complesso ordine “alimentare”, di solito implicito, diviene palese perché messo in crisi. Mi sono occupato di “disturbi alimentari”, di occasioni in cui fame cibo e pasto si fanno immagine di un senso ferito, di un esserci problematico.

I testi da te esaminati in questo libro provengono dal teatro.
Qual è la differenza della presenza del cibo tra la scena comica e quella tragica?

Di solito i personaggi della tragedia non siedono a tavola. Il pranzo in comune è la classica conclusione della commedia. Se nelle tragedie si banchetta, il pasto non può che essere terribile: Tieste che divora ignaro i propri figli. In ambito moderno le cose vanno un poco diversamente. Dopo il XVII secolo, venuta meno la possibilità della pura tragedia, si sono affermate forme miste di comico e tragico. La presenza del cibo si fa più frequente, è la spia di un mondo che sprofonda nel grottesco. È questa la ragione per cui nella raccolta prevalgono gli esempi del XX secolo. Ma in tutte le opere prese in esame la fame e il pasto suscitano l’analisi proprio perché fuori posto, proprio perché inquinano il contesto.

Ignazio Romeo
Il pasto impossibile
Pagine 192, Euro 12.00
Prezzo bookshop
(libro materiale): Euro 10.20
:due punti edizioni


La Festa dei Vivi

Ho ricevuto da Cesare Pietroiusti (in foto) – un artista che molto stimo, e siamo in tanti ad ammirare il suo lavoro, QUI cenni biografici – notizia della prossima 4ª edizione che si svolgerà il 2 novembre, della Festa dei Vivi (che riflettono sulla morte).
Un progetto di Emilio Fantin, Giancarlo Norese, Luigi Negro, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce per Lu Cafausu.
Che cos’è Lu Cafausu? Un “luogo immaginario che esiste per davvero”.
Il mistero è svelato QUI .

La Festa dei Vivi (che riflettono sulla morte) quest'anno accadrà in diversi luoghi, in Italia sia a Porto Cesareo sia, come da tradizione, a San Cesario di Lecce, sede del “Lu Cafausu”, e in Arizona dove si concentrerà su alcuni luoghi simbolici e su temi che in questi anni sono diventati oggetto di riflessione, indagine, discussione.

In Italia, fra Porto Cesareo, la sua costa e San Cesario si terranno, durante l’intera giornata del 2 novembre, vari appuntamenti, azioni, e inazioni.

• Primo appuntamento a Porto Cesareo ispirato a numerose suggestioni, fra queste il saggio “Canzoniere Italiano” di Pier Paolo Pasolini, le tradizioni salentine dei moroloja (canti funebri del sud dell’Italia), e ancora le “isole dei morti” (da quelle realmente esistite a quelle ricreate da artisti e scrittori, fino a quelle sprofondate nel mare e scomparse). Questa azione prevederà un canto curato da Oh Petroleum con il contributo delle cantanti Ninfa Giannuzzi e Rachele Andrioli che favoriranno l’invenzione di canzoni popolari che già esistono.

• Altro appuntamento è con l’azione lentissima di Francesco Lauretta; il pittore dipingerà i vivi nella posa di esser morti. L’opera inizierà fin dal mattino in una casa privata a Porto Cesareo e chiunque potrà parteciparvi come spettatore o come modello.

• Al tramonto vi sarà poi una sessione di consapevolezza sulla morte a Lu Cafausu a San Cesario di Lecce. Una pratica che ha origine dalla meditazione vipassana. Tale evento sarà a cura del gruppo Mindfulness dell'Ammirato Culture House di Lecce, durerà 40 minuti e inizierà alle ore 16.00.

• Successivamente si attiverà una video-chat con Emilio Fantin, Giancarlo Norese e i tanti che in Arizona, proprio in quel momento, inizieranno “The Celebration of the Living (who reflect upon death)” per le strade del centro di Phoenix.

• In serata ci sarà un omaggio a Ezechiele Leandro e al suo metaforico e instabile Santuario della Pazienza, che le cronache di questi giorni ci consegnano sempre più smembrato e precario e che si concluderà con la proiezione, nelle sale del palazzo Ducale di San Cesario, del film di Corrado Punzi “Leandro e Lu Cafausu”, un modo per riconciliare con la sua comunità una figura di artista irregolare, autodidatta e in passato spesso rifiutato.
Tale incontro sarà a cura del Comune di San Cesario di Lecce.

L’edizione italiana della "Festa dei Vivi" ha il contributo di Marsèlleria.

Per informazioni: tel +39.333 – 45 444 13 e +39.328 – 33 690 39


100 parole per la mente

Sono dieci anni, dal debutto del 2004, che il Festival della Mente passa di successo in successo per numero di eventi (dai 20 della prima edizione ai 90 di adesso), per originalità dei temi proposti, per affluenza di pubblico, per amplificazione sui media.
L’affermazione internazionale di questo primo festival europeo dedicato alla creatività, si deve a chi l’ha progettato e ottimamente lo dirige: Giulia Cogoli.
Ha ideato e conduce il Festival Pistoia - Dialoghi sull'Uomo, e a lei si devono l’ideazione e la realizzazione di premi letterari e rassegne.
Cura la collana “Strumenti” per la Fondazione Carispezia e tiene lezioni e corsi dedicati all’organizzazione e alla comunicazione di eventi culturali.
È curatrice per Laterza della serie “I Libri del Festival della Mente”.
Proprio in questa serie è stato recentemente pubblicato 100 parole per la mente.

Dal quarto di copertina: “Quali sono le parole della mente, le parole chiave che ci aiutano a svelare i processi creativi, a comprendere i percorsi di intuizione e di individuazione?
100 parole come memoria e percezione, futuro e passato, gioco e filosofia, ma anche giardino e passeggiata. Un libro da leggere dall’inizio o dalla fine, perché ognuno possa seguire la propria curiosità, alla ricerca di cosa sia la creatività e come funzioni la nostra mente".

A Giulia Cogoli ho rivolto due domande.
Come sei giunta a determinare in 100 parole i temi di questo libro?

Per festeggiare la decima edizione del Festival della Mente ho pensato a un volume che raccogliesse i contributi di 99 relatori e amici del festival: 99 grandi pensatori, scrittori, musicisti, attori, registi, scienziati, psicologi, storici, architetti che con i loro interventi hanno permesso al festival di esistere, anno dopo anno. Ho voluto inserire anche la definizione di una studentessa selezionata tra i volontari, il centesimo autore. Con tutti loro ho cercato di scegliere una parola che fosse legata al loro lavoro e ai processi creativi che ne sono alla base, chiedendo di darne una definizione non come un lemma o una voce di enciclopedia, ma il più possibile personale e diretta. Ne è nato un libro che ha come filo conduttore la creatività in tutte le sue forme, un libro grazie al quale il lettore possa riflettere e mettere a fuoco una propria definizione di creatività.

Quali sono le parole presenti nel volume – diciamo non più di tre – più care, in ragione del tema, al Festival della Mente? E perché?

Ogni parola è legata in qualche modo al percorso di questi dieci anni di Festival della Mente, ma dovendone indicare solo tre sceglierei le parole “idea”, “futuro” e “mente”.
“Idea” perché la definizione è scritta da una giovane ragazza selezionata tra i 4000 volontari, che in dieci anni con il loro lavoro hanno reso possibile il festival.
“Futuro” perché è ciò verso cui siamo proiettati, cercando di offrire attraverso incontri, conferenze e spettacoli nuove occasioni di riflessione e di crescita.
“Mente” perché, come testimonia il titolo del volume e del festival stesso, è una parola chiave: grazie alla nostra mente siamo situati nel mondo e agiamo in determinati modi, ed è importante quindi mantenerla attiva e vitale, coinvolgendola in processi creativi sempre nuovi. E questo è quello che ci proponiamo di fare al Festival della Mente
.

Riflettono ciascuno su di una parola i seguenti autori.
Acconci Agnoletti Agosti Aime Argentieri Augé Baharier Ballista Bara Barbera Barbero Barbujani Bartezzaghi Bauman Bay Belpoliti Bergonzoni Bertolino Bettini Bianchi Boccadoro Boella Bolognini Boncinelli Bonito Oliva Borgna Bosio Calza Cantarella Capitta Casati Cavalli Sforza Cibic Cimatti Civitarese Colombo Cordero Costa Cucchi D’Agostini Dalla Zuanna Demetrio Escobar Ferraris Finocchi Gabetti Galimberti Gallese Giorello Janson La Cecla Legrenzi Lumer Magrelli Mainardi Maldonado Manguel Marramao Martino Masbedo Montesano Moro Motterlini Natoli Nencioni Niola Nocentini Odifreddi Oldani Oliverio Oliverio Ferraris Ovadia Paolini D. Paolini M. Pasti Pejrone Peres Piccolo Pierantoni Pietropolli Charmet Pievani Pistoletto Recalcati Robecchi Romano Ronconi Salvo Santagata Saraceno Scarlini Scianna Servillo Settis Sieni Sini Siti Spregelburd Tortorella Zeki Zoja

100 parole per la mente
A cura di Giulia Cogoli
Pagine 118, euro 10.00
Laterza


A caccia di alieni

Ci sono donne e uomini che 24 ore su 24 lavorano alla ricerca di segnali che siano riferibili all’esistenza di vita intelligente su altri pianeti. Sono quelli del Seti, acronimo che sta per Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre); se volete conoscere la loro storia e come lavorano: QUI
Finora nisba. Nessun segnale. Questo non esclude, però, che, invece, degli alieni esistano, anzi fior di scienziati danno come molto probabile la vita su altri mondi e, accanto a civiltà meno evolute della nostra, anche numerose altre più evolute.
Eppure mai è stato dimostrato un incontro del terzo tipo. Com’è possibile?
Lo spiega molto bene, la grande astronoma Margherita Hack in un breve video sul sito di Editoriale Scienza in occasione dell’uscita del suo, purtroppo ultimo, libro Stelle, pianeti e galassie.

La stessa casa editrice, ha pubblicato adesso un libro di estremo interesse sull’argomento: A caccia di alieni Guida galattica per futuri astrobiologi, ne è autore Mark Brake.
Il volume è stato concepito e realizzato in modo eccellente e risponde a tutti i quesiti (ovviamente segnalando anche quando la risposta ancora non è stata trovata) sull’argomento.
Da come riconoscere la vita a come trovare un mondo alieno, dall’incommensurabilità dello spazio dell’universo a come parlare agli alieni nella remota possibilità di un incontro.
Fino a una domanda che può sembrare superflua, ma non lo è: come riconoscere gli alieni? Già, perché la letteratura, il cinema, i fumetti, i videogiochi, tendono sempre a rendere gli extraterrestri simili a noi umani, solo un po’ più bruttini. Invece non è così.
Ecco che cosa mi disse l’astrofisico Giovanni Bignami, a una domanda su questo tema che gli rivolsi durante un’intervista: Credo che gli scienziati che studiano i pianeti extrasolari abbiano abbandonato da tempo l'idea che l'unica forma di vita possibile sia antropomorfica. Sarebbe peraltro un paradosso. Sul nostro pianeta vi sono forme di vita diversissime e di ogni dimensioni. Alcune che vivono in ambienti totalmente ostili per l'uomo. Il problema riguarda più la capacità di riconoscerle. Certo però si parte da ciò che si conosce, quindi si cerca su pianeti che abbiano acqua e ossigeno perché questi due elementi sono sicuramente legati alla possibilità che vi siano forme di vita, come è accaduto sul nostro pianeta.
C’è anche chi da risposte non troppo tranquillizzanti, come il fisico britannico Stephen Hawking: È possibile che là, tra le stelle, vi sia una specie progredita che sa che esistiamo, ma ci lascia cuocere nel nostro brodo primitivo. Però è difficile che abbia tanti riguardi verso una forma di vita inferiore: forse che noi ci preoccupiamo di quanti insetti o lombrichi schiacciamo sotto i piedi?.
Sia pure in forma umoristica, il fumettista americano Bill Watterson la mette giù dura: La certezza dell'esistenza di una vita intelligente da qualche parte nell'universo ci è data dal fatto che nessuno ha mai cercato di contattarci. E vagli a dare torto.
Poi c’è pure chi dagli alieni vuole essere rapito, come il cantante Eugenio Finardi: Extraterrestre portami via / voglio una stella che sia tutta mia… esagerato!

Per una scheda sul libro e per leggerne alcune pagine: CLIC!

Mark Brake
A caccia di alieni
Traduzione di Arlette Remondi
Illustrazioni di Colin Jack e Geraint Ford
Pagine 112 , Euro 7.90
Acquisto on line: Euro 6.72
Editoriale Scienza


Le vie dei Festival (1)

D’accordo, dopo Alemanno non ci voleva molto a suscitare speranze in un sindaco migliore per Roma, però, Ignazio Marino era riuscito in campagna elettorale a suscitare un maiuscolo entusiasmo che, purtroppo, oggi, ha lasciato il posto a una crescente delusione. Tanto che gli stessi partiti di centrosinistra hanno chiesto nei giorni scorsi un incontro urgente a Marino imbarazzati come sono da una politica che sta tradendo le attese degli elettori mentre infuriano liti e più di un assessore è stato sul punto di dimettersi.
Circa la politica culturale, al momento, nulla di nuovo è stato fatto e, peggio ancora, si registrano gravi ritardi nelle decisioni, parzialità nel sostenere progetti.

Una dimostrazione è data anche da quanto è accaduto a “Le vie dei Festival” rassegna internazionale diretta da Natalia Di Iorio, (in foto, scattata da Bartolo Ciccardini, in un momento che non corrisponde alll'attuale umore di Natalia), evento che da vent’anni rappresenta uno degli appuntamenti teatrali di maggior rilievo per Roma perché seleziona spettacoli italiani e stranieri che hanno partecipato a festival nel corso dell’anno.
Si pensi che la manifestazione, prevista da tempo con inizio a metà ottobre, solo il 3 di questo mese ha conosciuto l’entità del sostegno, peraltro falcidiato, di ben il 50%. Notizia questa appresa mentre erano stati conclusi accordi con compagnie, impegnate maestranze, fissate sale.
Nel corso di un’affollata conferenza stampa, la Di Iorio ha detto che “Solo tre lavori sono ospitati grazie al sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Capitale, e il resto si fa grazie a solidali adesioni di personalità della scena, o giovani realtà. Artisti amici che hanno rinunciato ai loro cachet abituali”.
Proprio tali difficoltà, culminate in quel consistente taglio delle risorse, impediscono a “Le vie dei festival”, in questa ventesima edizione, di mantenere la propria identità di “festival dei festival”. È stato, però, ideato un brillante racconto della propria storia che si andrà componendo, sera dopo sera, al Teatro Vascello, attraverso le azioni sceniche di alcuni degli artisti che vi hanno nel tempo contribuito, protagonisti italiani della scena che con la loro presenza testimoniano concretamente la condivisione di un progetto artistico.
Un progetto che ha permesso negli anni trascorsi l’incontro per la prima volta con artisti che oggi sono unanimemente considerati i maestri della nuova scena non solo europea (Eimuntas Nekrosius, William Kentridge, Alain Platel, Alvis Hermanis, solo per citarne alcuni), un progetto in cui hanno trovato spazio alcune delle esperienze più innovative di questi anni, quelle che maggiormente interrogano la forma del teatro che verrà, come l'intrecciarsi di cinema e teatro nel newyorkese Big Art Group di Caden Manson, la poetica scrittura drammaturgica dell’iraniano Amir Reza Koohestani, o dalla Bielorussia, il “teatro giornale” del Belarus Free Theatre.
Come scrivevo righe sopra, la Di Iorio è riuscita, nonostante tutte le difficoltà, a mettere su un cartellone di lusso articolato in più sezioni.
Una sintetica illustrazione nella nota che segue.


Le vie dei Festival(2)

Dopo l’anteprima affidata a Un anno dopo di Tony Laudadio, in scena con Enrico Ianniello al Teatro Due, la rassegna Le vie dei Festival racconta se stessa in un’ideazione sì nata dalle contingenze di cui s’è prima detto, ma risolte ingegnosamente da Natalia Di Iorio che si avvale della realizzazione dell’Associazione Cadmo.
Si avrà così al Teatro Vascello dal 28 ottobre al 10 novembre un fitto calendario di appuntamenti.
Si esibiranno protagonisti della nostra scena: da Toni Servillo a Fabrizio Gifuni, dal duo Scimone-Frameli a Enzo Moscato, dalla Compagnia Teatri Uniti a Sandro Lombardi, da Carlo Cecchi a Nicola Piovani, ad altri ancora.

Sempre al Teatro Vascello, il 9 novembre, ore 18.30, si ricorderà Antonio Neiwiller a vent'anni dalla morte; un omaggio all’autore, regista, artista visivo e visionario, napoletano di nascita ma di formazione culturale cosmopolita, morto a soli quarantacinque anni.
Ci sarà la proiezione del mediometraggio "L’altro sguardo", regia Rossella Ragazzi (presentato a Venezia nel 1996) poi scene da "Morte di un matematico napoletano" di Mario Martone e "Caro diario" di Nanni Moretti.

Presentato con successo nell’Off delle edizioni 2012 e 2013 del Festival d’Avignone, torna a Roma per un progetto realizzato grazie alla collaborazione con il Teatro Due, "Mistero Buffo e altre storie" di Dario Fo e Franca Rame, interpretato dagli allievi della Scuola Paolo Grassi di Milano, insieme a quelli della Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, ora riuniti sotto la sigla del Centro Teatrale MaMiMò con il partecipe sostegno dei due autori e il coordinamento artistico di Massimo Navone. Un passaggio di testimone alle giovani generazioni di artisti è il senso più autentico del progetto che ha portato alla creazione di questo spettacolo.

A “Le vie dei Festival” ci saranno esperienze di teatro d’appartamento.
Il gemellaggio con il Festival milanese 'Stanze', ideato da Alberica Archinto e Rossella Tansini, porta, infatti, alla realizzazione di tre appuntamenti ospitati in luoghi diversi della città.
Arte dell’incontro e della condivisione, il teatro esce dalle sale per entrare nelle case. La formula non è nuova, ma conosce una netta espansione: piace l’esperienza anomala di un contesto alternativo e "domestico", piace l’occasione di entrare in appartamenti sconosciuti, piace l’intimità con gli artisti.
Il primo spettacolo è “Essere norvegesi” con Elena Arvigo e Roberto Rustioni, storia dell’incontro tra un uomo e una donna nella Scozia d’oggi; “Uno”, di Gabriele Frasca, che racconta nove risvegli mattutini, densi d’inquieti interrogativi, con Tommaso Ragno e Daniela Piperno, regia di Alessandra Cutolo; “Il ballo”, nell’interpretazione di Sonia Bergamasco, ispirato al romanzo breve, scritto nel 1928, e pubblicato nel 1930, da Irène Némirovsky allora venticinquenne.


Altra sezione – I Venerdì da Pirandello – presenta due appuntamenti d’estremo interesse ospitati allo Studio Luigi Pirandello – grazie alla preziosa collaborazione con l’Istituto di Studi Pirandelliani e Teatro Contemporaneo.
Venerdì 22 novembre lo spettacolo di Renato Palazzi e Flavio Ambrosini, "Questa cosa vivente detta guidogozzano".
Il titolo è tratto dalla poesia “La via del rifugio” nel passaggio: “Sento fra le mie dita / la forma del mio cranio... / Ma dunque esisto! O Strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta guidogozzano!”.
Dietro il cantore delle “buone cose di pessimo gusto”, dietro l'esteta decadente, lettore di Nietzsche e Schopenhauer, gli autori scoprono quelle pulsioni auto-distruttive che ne segnarono la breve esistenza. “Questa cosa vivente detta guidogozzano” esplora il lato buio di un autore dalle risonanze sorprendentemente moderne, che pare prefigurare tante angosce e tante contraddizioni tipiche dell'uomo del Novecento, così come ne scrisse Edoardo Sanguineti.

Venerdì 29 novembre, altra chicca da non mancare: Guido Davico Bonino è il protagonista di una lettura-spettacolo dal titolo “Belacqua-Beckett”.
Omaggio a Samuel Beckett (Foxrock, 13 aprile 1906 - Parigi, 22 dicembre 1989), tratto da una raccolta - titolo originale: "More Pricks than Kicks" - di 10 racconti scritti da Beckett intorno agli anni 1930-33; il nome Belacqua è preso da Dante, dal IV canto del Purgatorio, dove simboleggia la pigrizia.
In questi “scritti sparsi” lo scrittore irlandese con spietata e sofferta sincerità si confessa: non certo rivelando aspetti inediti della sua personalità e della sua vita (nulla è più distante da lui quanto la scrittura autobiografica), ma scoprendo l’altra faccia della sua lunare immaginazione: gli affetti domestici repressi, le pulsioni affettive soffocate, i desideri frustrati (come quello della paternità), l’amaro rapporto con la socialità, la fuga nella protettiva solitudine.

Chiudo con un finale in musica. V’invito a cliccare QUI per un video del funambolico Circus Klezmer che sarà al Teatro Vascello dal 3 al 5 novembre.

Per leggere il programma in dettaglio della rassegna: CLIC!

Ufficio Stampa Festival: Simona Carlucci
tel. 0765 – 24182; 335 – 59 52 789; info.carlucci@libero.it

Ufficio Stampa Teatro Vascello:Cristina D’Aquanno:
promozione@teatrovascello.it; tel. 06 – 58 98 031 e 06 – 58 81 021

Le vie dei Festival
XX edizione
Direzione artistica: Natalia Di Iorio
Roma, 16 ottobre – 1 dicembre


Triora Gothic Tour

Nato in letteratura, il filone gotico ebbe il suo iniziatore in Horace Walpole con il tenebroso romanzo “Il castello di Otranto” (1764).
Anche la nascita del cinema fu marcata da quel genere, basti pensare a Georges Méliès con il suo “Le manoir du diable” (1896) che probabilmente è il primo film horror della storia. Non soltanto, però, la letteratura e il cinema si sono esercitati sul tema dell’Oscuro, nella seconda metà del secolo scorso, il gotico conobbe versioni espresse su altri media dal fumetto al rock, ai videogiochi.

Miti pagani, stregoneria, storie di mostri e di fantasmi attendono i partecipanti al tour che va alla scoperta dell’antico Castello di Triora, affascinante borgo montano medievale dell’estremo Ponente Ligure la cui bellezza nasconde però un passato tenebroso: nel 1587 fu infatti teatro del più famoso processo alle streghe della storia italiana, svoltosi ben un secolo prima di quello a Salem.
A Triora i visitatori saranno accolti da Storyteller, coreografie con il fuoco degli Iannàtampé, le note dell’arpa celtica di Claudia Murachelli e, infine, avranno la possibilità di partecipare al tour indossando abiti ispirati a uno dei tre “mondi” del percorso: bianchi per i morti e gli spettri, rossi per i miti e le creature del folklore, neri per streghe, stregoni e alchimisti.

La notte dedicata a Halloween firmata Autunnonero, con la direzione artistica di Andrea Scibilia, è uno speciale appuntamento del Ghost Tour Triora.
Le guide narranti del tour, con la loro lanterna e il fedele (almeno così definito) grimorio, guideranno i viaggiatori. Luci e fuochi illumineranno il percorso nel quale riecheggiano i racconti di antichi miti e tradizioni. Non a caso la scelta del fuoco, perché come dicono gli Storyteller, “è il solo elemento che possa accogliere in sé i due valori contrari: il bene e il male, perché splende in paradiso e brucia all’inferno”.
Dove ci si fa più male non è detto.
I fuochi della cucina del ristorante di Triora “L'erba gatta”, quest'anno in veste anche di main sponsor dell'evento, illumineranno un gusto ad hoc: L'erba gatta, infatti, proporrà un menù per il Ghost Tour di Halloween mentre il negozio “La Strega di Triora” preparerà un nuovo pacchetto di prodotti tipici, l’”Autunnonero Halloween Gift", acquistabile online e presso la biglietteria del tour.

Ancora una cosa: Triora è un borgo montano, soggetto a repentini cambiamenti atmosferici, per questo si consiglia ai partecipanti di portare con sé una giacca impermeabile. In caso di pioggia si sconsiglia l’ombrello perché alcune vie sono molto strette e il passaggio di molte persone potrebbe diventare difficoltoso. Si suggerisce inoltre di portare una torcia (anche quella del cellulare), utile nelle aree più buie del percorso.

Ufficio stampa: Natascia Maesi, Giornalismo & Comunicazione.
mail: natascia.maesi@gmail.com - 338 3423462

Triora (Imperia)
Sabato 26 ottobre, dalle 21.00


Mal d'alcol

In molti discorsi a vanvera e, più colpevolmente, su molti media, si parla di droghe riferendosi a eroina, cocaina, cannabis ed ecstasy (spesso confondendo le une con le altre).
Meglio non hanno fatto i politici italiani varando leggi che equiparano la ketamina alla marijuana. Tutti questi signori trascurano (alcuni in buona altri in malafede) o ignorano (e questo è ancora peggio) che tra le sostanze nocive legalmente più diffuse – è l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dirlo – le prime in ordine di pericolosità sono l’alcol e il tabacco: due droghe sterminatrici.
Eppure, oltre a qualche facilmente aggirabile proibizione per i minorenni, specialmente dell’alcol non c’è palinsesto radiotelevisivo privato e pubblico che non sia ben infarcito di spot pubblicitari che lo esaltano associandolo a prestigio, belle donne, uomini invidiabili.
E i tanti comitati di genitori pronti a protestare indignati se al cinema, sul web, o alla stessa tv, passano immagini da loro ritenute osée, che fanno di fronte a quelle insidiose pubblicità? Nulla. Come niente di vero, di serio, tranne chiacchiere al vento, fanno i partiti contro quelle pubblicità (cartelli perfino in autostrada!) per non inimicarsi produttori, distributori, commercianti, e pubblicitari.

La casa editrice Salani ha pubblicato Mal d’alcol Il racconto di un grande medico per non cadere in trappola che è un’efficace narrazione di due casi d’alcolisti fatta da Luigi Rainero Fassati.
L’autore è stato professore ordinario di Chirurgia all’Università di Milano e a capo del dipartimento di Chirurgia e dei Trapianti all’ospedale Policlinico. Attualmente è direttore scientifico dell’Associazione Italiana per la Prevenzione dell’Epatite Virale COPEV. Ha firmato oltre trecento pubblicazioni specialistiche sulle più importanti riviste nazionali e internazionali; ha esordito con il romanzo “Avanti un altro” (Premio Selezione Bancarella, 1979), cui sono seguiti, tutti editi da Longanesi, “Fermo, non respiri” (1980), “Dalla testa ai piedi” (1982), “Una vita per l’altra” (1985), “Goccia a goccia” (1997), “Medici” (2004), “A cuore aperto” (2008).
Che il suo debutto letterario sia stato un romanzo, si avverte anche in queste pagine, dove assiduo è il ricorso al dialogo per ricordare le avventure di quei due casi, uno finito tragicamente e l’altro, fortunatamente, bene.
Il libro è diretto ai giovani, ma è istruttivo anche per noi adulti.
Diretto ai giovani perché l’alcolismo si va diffondendo proprio in verdi fasce d’età, sia tra maschi e sia tra femmine. L’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, in una sua ricerca, ha confermato quanto in tutta Europa accade, e ha rilevato che il 35% dei giovani intervistati ha dichiarato di praticare il “binge drinking”, l’assunzione a stomaco vuoto in pochi minuti di 5-6 bicchieri di superalcolici giusto per ubriacarsi velocemente in modo ricreativo.
Ecco una ricreazione che finisce male. Ricorda Fassati “Nel periodo tra il 1° gennaio 2007 e il 1° gennaio 2008, si sono verificati 4240 incidenti stradali documentati, legati alla guida di giovani che avevano bevuto oltre il limite consentito”.
Non solo stragi del sabato sera – questo lo aggiungo io, e ci tengo a scriverlo – ci sono pure tanti signori adulti in giacca e cravatta che s’imbottiscono di psicofarmaci per darsi sprint e ci bevono pure su andando a sbattere con le loro macchine. Non dimentichiamolo.

Libro necessario, quindi, questo di Rainero Fassati. Utile a giovani lettori, ma – come dicevo poco fa – anche a chi non più giovane al bere attribuisce solo una sorridente vitalità ignorando i pericoli che nasconde l’alcol “la sostanza che uccide chi è vivo e conserva chi è morto” come afferma in un suo aforisma lo scrittore francese Michel Zamacoïs.

Per una scheda sul libro e sfogliarne le prime pagine: QUI.

Luigi Rainero Fassati
Mal d’alcol
Pagine 192, Euro12
Salani Editore


Family Portrait


Segnalo la pubblicazione su UndoNet di un video di Debora Vrizzi intitolato Family Portrait.
Questa la scheda redatta dall’autrice sul suo lavoro: “Siedo, impolverata, ad un piccolo tavolo apparecchiato con del pane spezzato. La mia famiglia, in piedi affianco a me, soffia via la polvere che si è depositata sul mio corpo; è la famiglia che ci nutre e da cui allo stesso tempo siamo divorati. Il banchetto è fatto, il pasto principale siamo noi. Godiamo di questo duplice aspetto, fondamento dell'amore, contraddittorietà senza soluzione. Parlo dello scorrere del tempo e degli affetti.
Il video è stato girato dopo un grave incidente che mi ha visto costretta per lungo tempo a letto. La vicinanza dei miei genitori mi ha dato il modo di riflettere sul concetto di famiglia”.

Debora Vrizzi, tempo fa, è stata ospite di questo sito nella Sez. Nadir; per vedere le opere presentate in quell’occasione cliccare QUI.


Archivio Spatola

Dovuto all’infaticabile e competente opera di Maurizio Spatola, a cinque anni dalla fondazione, il suo prezioso Archivio dispone ora di un blog.
Quell'Archivio on line contiene rari materiali della poesia visiva e sonora. Un vero e proprio museo che nulla ha di polveroso perché è dinamicamente proiettato verso l’esterno presentando in Rete sia le avanguardie storiche sia la Neoavanguardia degli Anni 60/80.
L’Archivio conta a oggi circa 100 documenti per oltre 3500 pagine web.
Con il blog, il sito si apre all’esterno. Possono essere inviate, infatti, comunicazioni su mostre d’arte contemporanea, cinema sperimentale, presentazioni di libri.
Vi compariranno, ovviamente, notizie sugli aggiornamenti del sito e informazioni su eventi prossimi o in corso.

Recentemente, sul sito di Vincenzo Merola, è stata pubblicata un’intervista assai interessante a Maurizio Spatola sulla Neoavanguardia; per leggere CLIC!

Maurizio Spatola, Via Usodimare 11/8, 16039 Sestri Levante (Genova), Italia
Tel. (39).0185.43583; Mobile: 333 – 39 20 501


Verde


Arthur Rimbaud, associando lettere dell’alfabeto a colori, realizza immagini nel sonetto “Vocali” del 1874 e Corrado Costa, un secolo dopo, nel 1979, rivisiterà quel catalogo delle vocali concludendo che “la voce ha cinque punte / colorate di rosso”.
Lo scrittore americano Terry Brooks ha scritto: “I ricordi sono nastri colorati da appendere al vento”. Ammesso che sia così (ma io qualche dubbio ce l’ho), quali colori avranno quei nastri corrispondenti ai nostri ricordi?
E quanti e quali colori avranno avuto per Perec le sue reminiscenze in “Mi ricordo” libro strepitoso uscito nel 1978?
Di sicuro pare proprio che ogni rimembranza – insieme con la potenza evocativa che hanno suoni e odori – abbia soprattutto dei colori, diversi per ciascuno di noi.
Potenza e persistenza che nel 1848 Gérard de Nerval, in una lettera a Paul Chenavard, rilevava dicendo “… prima che svaniscano nell’eternità del silenzio persino i colori dei nostri ricordi”.
Nelle pagine della Storia dei colori Manlio Brusatin così scrive: “Lo scrigno dei colori è un piccolo universo delle apparenze dove la fisica moderna di Newton ha costruito con la luce del sole le sue certezze, dove ugualmente Goethe ha costruito una storia nel suo libro “La teoria dei colori”, per rendere più oggettivo un principio universale che egli cercava quasi con furore: l’imprevedibile della natura e la naturale semplicità delle arti, quella di saper guardare, sentire, accanto al principio della qualità […] Che cosa la scienza ha suggerito all’universo dei colori? Ne ha fissato le tinte fondamentali (sette) che apparivano nei fenomeni naturali (l’iride) ricomponendole nell’unico colore non positivo della mescolanza: il bianco; e ridurre poi i colori fondamentali da sette a tre (giallo, rosso, blu) dai quali nascono tutti gli altri, ma soltanto due sono forse quelli insostituibili: il rosso e il blu”.

E il verde? Secondo una recente inchiesta, in Europa, il verde sarebbe il colore preferito da una persona su sei.
Ora lo stesso Brusatin ha dedicato un libro pubblicato dalla casa editrice Marsilio – intitolato Verde Storie di un colore con 3 illustrazioni in b/n e 17 a colori – proprio a quel colore che il dizionario così definisce: “Il verde è uno dei colori dello spettro che l'uomo riesce a vedere, molto comune in natura. Le piante sono verdi da quando la clorofilla assorbe tutte le lunghezze d'onda (e quindi i colori) tranne il verde, che viene ‘riflesso’ e quindi captato dall'occhio umano. È uno dei tre colori primari additivi, il suo colore complementare è il magenta. Molti artisti, tuttavia, considerano ancora il rosso il suo colore complementare”.
Il verde è associato a cose diverse, connota, infatti, la giovinezza, ma anche la gelosia. Non c’è dubbio, però, che il colpo più duro l’abbia subito dalla Lega Nord quando quella formazione politica l’ha scelto come proprio colore deturpandone ogni virtù e peggiorandone ogni vizio.
Manlio Brusatin (1943) ha insegnato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, al Politecnico di Milano e all’Ateneo Turritano (Sassari), per tornare a insegnare all’Istituto di Architettura di Venezia, dove si era laureato con l’architetto Carlo Scarpa. Questo libro segue e si lega ad altri saggi dell’autore: il già citato “Storia dei colori” (1983), breve long seller uscito in varie edizioni e tradotto in più lingue, “Lezioni sui colori” (1995), “Arte dell’Oblio” (2000), “Colore senza nome” (2006) pubblicato da Marsilio, Arte come design (2007) .

Verde è una splendida cavalcata attraverso più territori: dalla storia alla letteratura, dalle scienze alle arti. Quante cose ha connotato quel colore… ecco solo pochi esempi fra i tanti. La Tavola di Smeraldo di Trismegisto che introduce alle scienze occulte e all’alchimia, oltre ogni interpretazione possibile, è verde. Verde è il Paradiso terrestre dell’Islam. La Fata Verde dell’assenzio segna un’epoca. Come di quel colore saranno i gas asfissianti che Brusatin scrive colorano di verde un secolo. Ed ecco citata anche la musica: “La vera onda verde in cui si bagna il secolo passato comincia dopo le guerre stellari, dalla conquista della Luna (1969). La canzone rock ‘Green is the colour' dei Pink Floyd brucia insieme due sentimenti troppo umani, che da sempre sono stati di un falso e vero verde: l’invidia e la speranza”.

Sul colore verde, ecco un video in cui Brusatin spiega il suo interesse per quel colore.

In ogni caso, forse è bene non affidarsi ad un colore solo.
Il verde, ad esempio, può tirare pure brutti scherzi, ricordo che uno dei celebri motti di Cristoforo Poggiali, infatti, così risuona: “Chi al naso ha verdi occhiali, se lor crede, dirà, ch'è verde tutto ciò che vede”.

Manlio Brusatin
Verde
Pagine 144, Euro 16.50
Marsilio


Lila e la donna lupo


“Un po' di oscenità aiuta a vincere la depressione. Certe risate, provocate da vecchie storie che le donne si raccontano, rimescolano la libido, riattizzano il fuoco dell'interesse alla vita”.
È un pensiero di Clarissa Pinkola Estès, nata (27 gennaio 1945) da una famiglia ispano-messicana, scrittrice, poetessa e psicoanalista statunitense, autrice, fra altri lavori, de “La donna Lupo”,
Sulla base delle sue teorie, ad attraversare la sua opera, è Enrico Bernard in un lavoro scritto nel 1990 che ha avuto versioni sceniche in varie lingue.
L’uomo nero nei sogni delle donne può anche essere, secondo Bernard, un’altra donna: la figura maschile sostituita da una femminile-dominante.
Su questo perno drammaturgico gira il testo Lila e la donna lupo dove la Lila del testo è l’interprete di una vicenda interiore condizionata da vissuti personali e collettivi con naturali desideri patiti come colpe o, addirittura, peccati da espiare.
Prima dell’alba una diabolica Sconosciuta arriva alla locanda di Lila tra i boschi dicendo di aver smarrito la strada. Comincia una discesa all’inferno. Uno psicothriller ad alta tensione, rappresentato a Zurigo, Vienna, Parigi, New York.
Adesso è a Roma, con la regìa dell’autore, dopo aver ricevuto lusinghieri giudizi come quello del Tagblatt Zürich che lo ha definito "Un provocatorio e riuscito gioco al massacro" o quello di Rita Cirio su L’Espresso: “Allucinato percorso della coscienza profonda”.

Le interpreti: Teodora Nadoleanu e Valentina Sinagra.

Lila e la donna lupo
Di Enrico Bernard
Regìa dell’autore
Teatro Stanze Segrete
Via della Penitenza 3, Roma
Da oggi al 27 ottobre
ore 21.00; domenica ore 19.00


Dio esiste, papà?


Il filosofo materialista Paul Henri Thiry barone d'Holbach, collaboratore dell'Encyclopédie, figura di spicco dell'Illuminismo radicale europeo, ha scritto: La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite per nulla.

Umberto Eco ha detto: L’umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull’autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico. Dio, gli angeli o i diavoli.

Due dichiarazioni, una del ‘700 e l’altra dei nostri giorni che pongono in modo chiaro lo sguardo dell’ateismo sul mondo. Un punto di vista che è tornato al centro del dibattito in più campi e dell’attenzione dei media anche perché il numero degli atei, già calcolati dalle statistiche in decine di milioni, è in impetuoso crescendo.

Come deve comportarsi un padre ateo nel rispondere a un figlio che pone domande sulla religione? Ecco un tema che pone problemi di democrazia del pensiero, responsabilità culturale, rispetto dovuto a una mente che va formandosi.
L’editore Ponte alle Grazie ha pubblicato un libro che in modo esauriente (e, a tratti, divertente) con un titolo interrogativo risponde alla domanda birichina Dio esiste, papà? Sottotitolo: Le risposte di un padre ateo.
L’autore è Clemente García Novella, nato a Salamanca nel 1970; non è un teologo, è un economista con grandi doti di divulgatore sicché la sua scrittura è razionale e rapida, chiara e stringente.

Il libro è diviso in nove parti: Sugli dei; Sul mondo e le sue creature; Sulle anime e i loro viaggi; Sulle preghiere e sui miracoli; Sulle religioni; Sugli agnostici e gli atei; Sul rispetto; Sui buoni e sui felici; Su altre cose.
Ognuna di queste parti contiene una serie di domande che ragazzi rivolgono al loro genitore ateo. Ad esempio: “Dov’è Dio, papà?”, “Chi ha creato il mondo?”, Che cos’è l’anima?”, "Che cosa sono i miracoli?”,"Che cosa sono le religioni?”, “Che cosa vuol dire essere ateo?”, “Si può essere buoni senza credere agli dei?”, “Che cos’è il libero arbitrio?”.
Veniamo al punto che giudico molto importante di quelle pagine.
E’ il momento in cui l’autore risponde alle domande che riguardano l’essenza dell’ateismo.
Gli viene chiesto: “Anche l’ateismo è una religione? Vuoi che crediamo che gli dei non esistano?”.
La risposta: No. Quello che voglio è che nessuno ci obblighi a credere in nulla. In nulla, nulla. Nemmeno nel fatto che gli dei non esistono […] Voglio che capiate che nessuno ha il diritto di chiedervi di usare la vostra intelligenza per alcune cose e non per altre. Avete il diritto di usare il cervello per riflettere su qualsiasi argomento. Anche per chiedervi se gli dei esistono o meno. L’ateismo non è assolutamente una religione, anzi è l’opposto delle religioni, perché non cerca d’imporre qualcosa in cui credere ma soltanto di perseguire la conoscenza.

Ecco un libro non solo consigliabile a genitori laici, ma anche a quelli credenti perché nella maniera in cui l’autore risponde a domande innocenti (perciò più complesse) sono proposte questioni che sono al centro del rapporto culturale con i figli e all’equilibrio che siamo tenuti a dare loro nel rispondere senza precostituire nella loro mente idee che spesso sfociano poi in colpevolizzazioni. Guastando le loro vite e quelle di altri.

Clemente García Novella
Dio esiste, papà?
Traduzione di Francesca Valente
Pagine 238, euro 13.00
Ponte alle Grazie


Verdi in tasca


La mostra Verdi in tasca Giuseppe Verdi. La storia, il mito, le immagini organizzata dallo CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione) dell'Università di Parma, in collaborazione con il Museo Glauco Lombardi, è un contributo al programma delle manifestazioni dedicate al bicentenario verdiano.
Cartoline, calendari, figurine Liebig: questa la tipologia di oggetti attraverso i quali viene ricostruito il mito di Giuseppe Verdi, immagini di larghissima diffusione che forse più di quelle ufficiali restituiscono l'idea della rapida ascesa della figura del Maestro tra i personaggi più celebrati del XIX e del XX secolo.
Il materiale esposto, selezione fra più di 5000 elementi, è stato donato allo CSAC dalla famiglia di Renato Manici (dalla moglie Atilla e dalla figlia Simona), che nel Gruppo Appassionati Verdiani Club dei 27 era meglio conosciuto come "Macbeth".

L’esposizione è a cura di Lucia Miodini.
Studiosa del mezzo fotografico e degli artisti della fotografia (ad esempio, si legga Cuchi White. Un viaggio fra le illusioni della realta), la Miodini riversa nelle sue pubblicazioni la conoscenza di un vasto territorio delle arti visive. Spazia, infatti, dalla pittura alla performance, come nel volume dedicato a William Xerra, in quello destinato all’architettura di Giò Ponti, o anche alla poesia verbovisiva.

Con la mostra “Verdi in tasca” si recupera all’attenzione critica un materiale a torto considerato minore, che ha, invece, grande rilievo nella diffusione della cultura d’immagine nel nostro paese. Il materiale copre, infatti, un lungo periodo, in particolare sono numerose le cartoline prodotte nel 1901, anno della morte del musicista, e nel 1913 in occasione del centenario della nascita. È la storia di un racconto iconografico che cambia insieme alle trasformazioni avvenute nel sistema dell’immagine moltiplicata.
Il catalogo, firmato da Lucia Miodini, esce nella collana Quaderni CSAC grazie al contributo di Grafiche Step Parma.

A proposito di celebrazioni verdiane su Rai Storia, diretta da Silvia Calandrelli, domani e martedì 29 sempre alle 22.30, andranno in onda le puntate conclusive del programma dedicato a Verdi condotto dal musicista e storico della musica Guido Zaccagnini.
Il programma avrà un esito editoriale audio-video per l'Enciclopedia Treccani e, inoltre, sarà proiettato nel Padiglione Italia del Museo Nazionale di Pechino.
Per approfondimenti: CLIC!

Verdi in tasca
A cura di Lucia Miodini
Strada Garibaldi 15, Parma
Dal 22 ottobre al 20 novembre ‘13
Ingresso libero


Si fa così

Un nuovo libro di Franco Bolelli è una festa delle pagine e dell’intelligenza.
Nato a Milano, dove vive, filosofo fuori di ogni schema corrente, da sempre scrive e parla di frontiere avanzate, mondi creativi, nuovi modelli umani.
Ha pubblicato numerosi libri e ha progettato e messo in scena festival sperimentali e pop, come "Frontiere", tra filosofia, rock e nuove tecnologie.
Fra le sue pubblicazioni più recenti: Cartesio non balla; Viva tutto! (scritto con Jovanotti); Giocate!
Sulla Rete troverete parecchi suoi interventi, ne ho scelto uno in video che vi consiglio di non perdere.

Ora Add Editore ha pubblicato Si fa così 171 suggestioni su crescita ed evoluzione.
Dal quarto di copertina: “Si fa così” racconta come il solo modo per non lasciarsi sopraffare dal senso di crisi che oggi ci attanaglia è rilanciare il nostro potere inventivo e vitale (perché noi siamo sempre stati in tutta la nostra evoluzione più forti dei nostri falli- menti), è sviluppare un continuo senso di crescita in ogni situazione della nostra esistenza, è assumere il biologico, il corpo e il sesso come unità di misura per nuovi modelli comportamentali. “Si fa così” propone di accrescere e valorizzare il senso di noi stessi, le nostre relazioni, il nostro umore, le nostre capacità di scegliere, i nostri modelli sentimentali e mentali, il desiderio di lasciare il nostro segno sulle cose, il nostro fascino personale, la generosità, il coraggio, la spinta a migliorare, la consapevolezza del nostro posto nell’evoluzione, la gioia dei nostri muscoli, la capacità di segnare un gol in più e quella di conquistare il nostro amore per poi riconquistarlo ogni giorno”.

A Franco Bolelli ho rivolto qualche domanda.
Perché gli umani in larghissima parte non fanno “così”? Quali blocchi psicosociali li frenano?

Credo che ciò che da secoli impedisce a milioni di umani di esplorare il proprio potenziale sia la paura di scegliere da sé e di conseguenza il rifiuto della responsabilità personale. d'altra parte milioni di umani sono il prodotto del dna di gente che ha sempre fatto da preda, ha sempre subito le azioni di altri, e che di conseguenza si è abituata a volare basso, a non scegliere, ad appoggiarsi ad altri (in particolare ideologie e religioni). Oggi poi davanti a un mondo che per la prima volta ci propone la possibilità di superare le identità tradizionali, tanti ancora di più si rifugiano in quelle identità perché non sanno come costruirsi un'identità espansa e personale…

… e in Italia?

In Italia, poi, non c'è sensibilità per l'evoluzione, e anzi c'è una rovinosa tendenza a vedere il mutamento e il naturale dinamismo delle cose come una minaccia, senza capire che l'innovazione è semplicemente la naturale spinta di un organismo vivo. Metti assieme tutti questi ingredienti, e vedi che anche di fronte a crisi e al sempre più evidente fallimento dei vecchi modelli, tanti – troppi - continuano con il "si è sempre fatto così" e non si prendono appunta la responsabilità di se stessi.

Esistono eccezioni sul pianeta Terra a questa mortifera pigrizia?

Ci sono tantissime eccezioni. Sempre di più. Proprio perché abbiamo oggi l'opportunità senza precedenti di combinare da noi tutti i possibili materiali e conoscenze, proprio perché abbiamo la possibilità senza precedenti di connessioni potenzialmente illimitate, proprio perché - pur restando spettatori e consumatori - ci siamo trasformati - non piccole avanguardie ma milioni di noi - in produttori di contenuti, è inevitabile che si siano prodotte sempre più eccezioni, in ogni campo della nostra esperienza. Ce ne sono nelle tecnologie e nella comunicazione, nella scrittura e nella progettazione, nella ricerca scientifica e dappertutto. Ce ne sono soprattutto nell'esistenza quotidiana. È per questo che non cambierei questa nostra epoca con nessuna di quelle precedenti.

Se si va sulla pagina facebook di “Si fa così”, è possibile vedere una cosa molto interessante: Bolelli, partendo da un suo video, ha chiesto, a chi vuole, di leggere in monitor la suggestione che preferisce fra le 171 contenute nel libro.
Alla fine verrà fuori un grande mosaico di suggestioni.

Franco Bolelli
Si fa così
Pagine 162, Euro 13.00
Add Editore


Uh Magazine


Grande è l’offerta in Rete di magazine, impossibile seguirli tutti, ma – è il caso che segnalo oggi – qualche testata svetta non solo per qualità ma anche per la maniera di proporla, senza albagia, senza quel grigio percorrere la cultura come noia.
Un maiuscolo esempio è Uh Magazine.

Il nome del direttore (Gaudio) già ben promette, ma il suo nome si contorna di qualche mistero perché è preceduto da due iniziali puntate: V. S. Gaudio.
Escludendo che quelle lettere stiano lì per Vostra Signoria, nuotando nel tempestoso mare della Rete, onda su onda, si arriva su di un’isola chiamata Lankelot; lì il clima è dolce, ci sono palme e bambù, è un luogo pieno di virtù e si rintracciano su di un papiro abbandonato notizie di V. S. Gaudio evidentemente lì approdato tempo addietro.
Si apprendono varie cose e che è anche il blogger di gaudia 2.0 e di pingapa.

La rivista che dirige sul web, ha pure un sottotitolo che mi piace: letteratura insolubile e materialismo liquido e le sue pagine spaziando fra letteratura e critica, foto e video, musica e teatro, formano vortici e vertigini di direzione e senso.
Oltre a Uh Magazine, conosco qualche altra cosa di V. S. Gaudio. Tempo fa, infatti, trovai (non ricordo più come) due suoi libretti colti e funambolici.


Giuseppe Capogrossi


La produzione più nota al largo pubblico di Giuseppe Capogrossi è la serie delle Superfici nella quale articola la sua riflessione tra segno e forma in un sistema di segni elementari che si moltiplicano nello spazio della tela in diverse e originali composizioni.
Ma se è vero, e lo è, che sue ricerche sul segno lo affermeranno come uno dei maggiori esponenti dell’Informale in campo internazionale, è pur vero che prima di quel periodo espressivo esistono anni e anni di lavoro che, come lo stesso artista sosteneva, furono la premessa non solo temporale dei suoi successivi approdi stilistici.
Tutto questo è reso chiaro in modo documentato da un’importante pubblicazione (in italiano e inglese) di Skira presentata nei giorni scorsi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna da Maria Vittoria Marini Clarelli, Valerio Rivosecchi, Carla Fendi, Bruno Mantura.
Si tratta di Giuseppe Capogrossi. Catalogo ragionato Tomo primo (1920-1949) a cura di Guglielmo Capogrossi e Francesca Romana Morelli.
Guglielmo Capogrossi, nipote di Giuseppe, è Presidente della Fondazione Archivio Capogrossi. È autore di numerose pubblicazioni sull’artista e ha inoltre curato la sezione delle opere su carta nelle due grandi antologiche alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna: Giuseppe Capogrossi, 1974-75 e Capogrossi. I segni del secolo, 1999-2000.
Francesca Romana Morelli, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e membro del comitato scientifico della Fondazione, ha ideato e curato numerose mostre in rapporto all’opera di Capogrossi.

Questo primo tomo del Catalogo ragionato - voluto dalla Fondazione Archivio Capogrossi - è stato realizzato anche grazie al contributo di Fendi (in questo video è riassunta la storia del celebre marchio), che continua così quel suo legame con Capogrossi, di cui acquistò l’opera “Il temporale” (in foto), poi donata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
Il volume raccoglie per la prima volta in modo esaustivo la ricerca del pittore dai suoi esordi fino al 1949, cioè fino alla nascita del famoso "segno". Si scopre, leggendo il saggio introduttivo, che, come si diceva in apertura di questa nota, quella famosa conquista iconografica è stata preceduta da una lenta e travagliata crisi artistica durata una decina di anni. Il volume mostra come l’artista - fin dalla formazione avvenuta negli anni venti - prepari quegli strumenti e quelle scelte operative di fondo, che lo porteranno a diventare uno dei massimi esponenti della corrente Informale.
Nel volume sono catalogati, insieme ai lavori più conosciuti, anche numerosissimi inediti e opere finora disperse, che hanno permesso di ricostruire il percorso d'acquisizione da parte dell’artista di una propria identità figurativa, che l’ha reso una delle figure di maggiore rilevanza nell’ambito della Scuola Romana e più in generale del panorama artistico italiano, in un diretto confronto con la cultura parigina degli anni Trenta.
Importante è il successivo periodo, iniziato alla fine dello stesso decennio, quando l’artista avverte la necessità interiore di sperimentare nuove strade per il suo linguaggio: Al principio ho usato immagini naturali, paragoni o affinità derivate dal mondo visibile – dichiarerà più tardi Capogrossi – poi ho cercato di esprimere direttamente il senso dello spazio che era dentro di me e che realizzavo compiendo gli atti di ogni giorno.
Negli anni Quaranta il tema delle “ballerine”, insieme con articolate nature morte, si declina infine in un gruppo di opere che rielaborano i moduli figurativi in una direzione sempre più astratta, fino all’invenzione del suo famoso “segno”.
Nel Catalogo sono presentate circa 600 opere ordinate cronologicamente e suddivise per tecnica (dipinti, opere su carta, grafica), ciascuna corredata da una dettagliata scheda tecnico-critica. Completano lo studio saggi critici dei due autori e un’introduzione di Bruno Mantura al quale si deve la riscoperta, negli anni settanta, del Capogrossi figurativo, in occasione della grande mostra personale dell’artista alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1974 -1975).
A conclusione, un esteso regesto biografico e una ben curata bibliografia, in modo che il catalogo possa rivelarsi un utile strumento di lavoro per gli studiosi, gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati.

Giuseppe Capogrossi
Catalogo ragionato. Tomo primo (1920-1949)
Curatori: Guglielmo Capogrossi, Francesca Romana Morelli
400 pagine, Immagini: 166 colori e 700 b/n
Euro 160.00, Offerta Web: 136.00
Editore Skira


Big Data

Big Data: è stato uno degli argomenti più dibattuti all’Internet Festival che si è svolto a Pisa la settimana scorsa.
Big Data: due parole che sempre più spesso leggiamo sulla stampa, le sentiamo nominare in trasmissioni radiotelevisive, seguite da una sfilza di termini oscuri che ne rendono spesso incomprensibile il significato.
Con Big Data, s’indica una grande aggregazione di dati interrelati fra loro provenienti da più fonti (non solo, quindi, strutturati come in un database): cifre, parole, immagini che, analizzate riescono a prevedere i futuri comportamenti nei campi più vari, dal commercio alla finanza, dalla politica alla ricerca scientifica. Tanto per citare aree che per prime si sono interessati a questo tipo di tecnica previsionale.
Protagonista di questa metodologia è l'algoritmo. Da qui l’ascesa dell’algoritmista – esperto d’informatica, matematica e statistica – nelle aziende private e in delicati gangli degli Stati, supertecnici che custodiscono segreti con l’impegno di mantenerli tali stipulato per contratto.
Un ottimo libro su questa materia che sta progressivamente cambiando il nostro modo d’interpretare il mondo, è stato pubblicato da Garzanti: Big Data.
È stato scritto da Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier.
Il primo è professore di Internet Governance and Regulation alla Oxford University; il secondo è Data Editor presso “The Economist” e membro del Council on Foreign Relations. Suoi articoli di tecnologia, business ed economia sono apparsi su “The New York Times” e su “Financial Times”.
Gli autori affrontano l’oggi dopo aver tracciato una storia della datizzazione (… d’accordo la parola è bruttina forte, ma al momento non è stato trovato un neologismo migliore, e spero che arrivi), un modo per quantificare il mondo: “Nel III millennio a. C., l’idea di registrare le informazioni aveva già fatto progressi nella valle dell’Indio, in Egitto e in Mesopotamia […] Nel corso dei secoli, la misurazione si estese dalla lunghezza e dal peso alla superficie, al volume e al tempo. All’inizio del primo millennio d. C. le caratteristiche principali della misurazione erano ormai radicate in Occidente”.

Ben altri strumenti disponiamo adesso per raccogliere, classificare, decifrare i dati che sempre più ci necessitano perché i dati sono per la società dell’informazione quello che era il petrolio per l’economia industriale: la risorsa critica che alimenta le innovazioni su cui fa affidamento la gente”.
Grandi progressi sono stati fatti nel campo della previsione matematica degli sviluppi degli eventi, eppure, secondo Mayer-Schönberger e Cukier, siamo solo agli inizi perché s’intravedono nuovi sconvolgenti traguardi: “Le prossime frontiere della datizzazione sono di carattere più personale: attengono alle nostre relazioni, alle nostre esperienze e ai nostri stati d’animo”. Ovviamente qui intervengono allarmanti interrogativi sul futuro della nostra privacy già oggi violata in plurali modi sia da chi vuol vendere a noi merce sia da chi vuol conoscere le nostre opinioni, per non dire (Prism docet) che la nostra vita privata è intercettata perfino aldilà di uno scopo preciso (in pratica, intercettazione non diretta a qualcuno in particolare) andando a formare un’immensità di dati, ghiotto boccone per agenzie che se di Stati li incamerano a futura memoria e se private, le vendono alle aziende che ne fanno richiesta.
Un mondo così investigato e previsto chiuderà spazio alla fantasia, alla sorpresa, all’entusiasmo? No, rispondono di due autori, perché potremo sempre reagire alle informazioni che riceviamo. Insomma, servircene senza rendercene prigionieri.
Il libro si apre con il luminoso esempio di come i Big Data siano stati utilissimi per fermare una possibile pandemia nel 2009, proseguono illustrando i tanti vantaggi che, specie nella ricerca scientifica, i Big Data permettono, e si chiude evidenziando i rischi sociali – ai quali si è prima accennato – derivanti da quelle indagini.
Come difendersi?
In molti campi, dalla tecnologia nucleare alla bioingegnera, prima costruiamo degli strumenti che possono danneggiarci e solo dopo ci mettiamo a sviluppare i meccanismi di sicurezza per proteggerci”, circa i Big Data (come per altri strumenti) non esistono soluzioni assolute. Le leggi antitrust indicano un metodo di discreta efficacia, ma più ancora vale la nostra vigilanza su quanto accade e agire sui media affinché amplifichino gli allarmi giustificati e provati e non facendo controproducente allarmismo.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Viktor Mayer Schönenberg
Kenneth Curier
Big Data
Traduzione di Roberto Merlini
Pagine 306, Euro 18.60
Garzanti


Un anno dopo


Va in scena l’anteprima de Le vie dei festival che vede alla ribalta un testo scritto e diretto da Tony Laudadio intitolato Un anno dopo.
Interpretato dall’autore insieme con Enrico Ianniello (entrambi qui in una foto scattata da Giuseppe Di Stefano), lo spettacolo debutta in prima nazionale a Roma, al Teatro Due, prodotto da OTC (Onorevole Teatro Casertano/Teatri Uniti), dopo il successo riportato alla Milanesiana dove, però, è stato proposto solo in forma di lettura.

L’azione scenica è così riassunta in un comunicato.
Quest’atto unico, scritto appositamente per la collaudata coppia di attori, racconta trent’anni di due vite. Due colleghi, due amici, o semplicemente due persone costrette a condividere per tanto tempo lo stesso luogo fisico - Goffredo e Giacomo - forse non si sopportano, ma in fondo vivono le stesse situazioni, gli stessi desideri di fuga, la voglia di lasciare finalmente la provincia per conoscere qualcosa di nuovo, quindi la disillusione e la frustrazione che deriva dall'impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni. Il tutto raccontato in 30 flash, 30 giorni della loro vita, un giorno all'anno. Quest’universo concentrazionario e claustrofobico, non è però né cupo, né triste. Al contrario è comico e vivace, condito di riflessioni argute e situazioni bislacche .

Scrive Laudadio: “… ho provato a giocare con il caso, a snocciolare i brevi segmenti, anno dopo anno, di queste due vite, che uniti insieme vogliono formare la lunga linea di una condivisione umana. A questa condivisione assistiamo tramite il teatro”.

Tony Laudadio ha pubblicato alcuni suoi testi teatrali nel volume “Teatro Fuorilegge” (Spartaco, 2010) ed è in libreria il suo primo romanzo “Esco” (Bompiani).
Note biografiche di Enrico Ianniello QUI .

Le vie dei festival, è una manifestazione organizzata dall’Associazione Cadmo (Piazza dei Carracci 1, Roma tel 06.3202102 - 331.2019941) e diretta da Natalia Di Iorio.
Quest’anno la rassegna è giunta alla XX edizione.
Dopo lo spettacolo di cui si è detto, il Festival proseguirà fino all’1 dicembre, con appuntamenti al Teatro Vascello, costruendo il racconto della storia del Festival attraverso la presenza di alcuni degli artisti che vi hanno nel tempo partecipato e che testimonieranno così, concretamente, la condivisione di un originale progetto artistico.

Ufficio Stampa: Simona Carlucci, tel. 0765. 24182 – 335. 59 52 789; info.carlucci@libero.it

Le vie dei Festival
“Un anno dopo”
di Tony Laudadio
Teatro Due
Roma, Vicolo dei Due Macelli 37
Info: tel. 06/67 88 259; teatrodueroma@virgilio.it
dal 16 al 27 ottobre


Circus Dark Queen


Un originale e rigoroso percorso di sperimentazione, fondato sul linguaggio del corpo è il tracciato espressivo maturato da Stefano Napoli insieme con la sua compagnia “Colori Proibiti”. Un teatro nel quale i corpi degli attori, quasi sempre muti si esprimono in quadri plastici di forte emozione che, accompagnati da un evocativo impianto sonoro, sollecitano scene di memoria nello spettatore.
Tutto questo lo ritroviamo in Circus Dark Queen ricordando Antonio e Cleopatra di W. Shakespeare, spettacolo ispirato a uno dei miti intramontabili della storia e della letteratura: Cleopatra.
Stefano Napoli non è nuovo a questo tipo di scrittura scenica, ricordo che Cosmotaxi si occupò di lui in occasione del suo Io non ti salverò una nuova versione dell’Ifigenia di Euripide.
Il regista, in “Circus Dark Queen” ripercorre per flash la vicenda di potere e passione di cui la regina d’Egitto è protagonista, creando un corto circuito di citazioni colte e materiali popolari, di musica raffinata e canzonette, con luci sapienti che illuminano una scena di arredi essenziali e i corpi degli attori, quei corpi ai quali la narrazione è affidata quasi integralmente.

Nella nota di regia, Stefano Napoli scrive: “La Dark Queen è Cleopatra e va in scena con la sua leggenda nera e il suo amore per Antonio. Ma Hollywood è lontana. Siamo piuttosto dalle parti del circo, un circo alla buona, come se ne vedevano una volta nei piccoli paesi. Però non potevano mancare le belve feroci e neanche il domatore, i lustrini e la fatica, insomma un impasto di crudeltà e sentimentalismo. Innumerevoli sono le opere letterarie, pittoriche, filmiche e musicali ispirate a Cleopatra, ma per lo spettacolo si ringraziano soprattutto William Shakespeare per lo struggente poema della fine, Cecil B. De Mille e Claudette Colbert per la sfacciata ironia, il pittore Guido Cagnacci per la superba teatralità che ha impresso alla morte di Cleopatra e, infine, una ignota marca di saponette rinvenuta in un supermercato di Parigi che commercializza il suo prodotto con il nome Cleopatra e, naturalmente, in una lucida carta dorata, perché l’oro, vero o falso che sia, sembra avvolgere tutto il mito di Cleopatra. Tutto è smisurato in lei: lusso, avidità, brama di potere, passione, ferocia, dignità nella morte. Forse avrà vissuto come su un palcoscenico, consapevole di essere guardata e quindi attenta all'effetto che produceva e forse, come avviene a teatro, le splendide sete erano solo stracci ben illuminati.
Nello spettacolo ho pensato a lei come alla protagonista di Scarpette rosse: una creatura giovane e bella, nella pienezza della vita, che entra in un ruolo e non può più disfarsene e balla e balla fino allo sfinimento e alla morte
”.

In scena: Francesca Borromeo, Giuseppe Pignanelli (i due nella foto), Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano.
Disegno luci: Mirco Maria Coletti
Supervisione sonora: Federico Capranica
Fotografie: Dario Coletti

Da segnalare che Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, è celebrata a Roma, al Chiostro del Bramante (12 ottobre ‘13 – 2 febbraio ’14), da un’importante mostra. Tra i 180 capolavori esposti, da non perdere: il ritratto di Cleopatra cosiddetto “Nahman”, esposto in Italia per la prima volta.

Ufficio Stampa: Simona Carlucci - info.carlucci@libero.it; tel. 0765.24182 - 335.5952789

Circus Dark Queen
Teatro Ulpiano
Roma, Via Luigi Calamatta 38
Da oggi al 10 novembre 2013
ore 21.00 – domenica ore 18.00


Esploratori italiani


I nuovi esploratori, oggi, sono quelli che vanno nello Spazio, ne abbiamo anche d'italiani.
C’è stato un tempo, però, quando il mondo era meno noto a noi occidentali, che le esplorazioni – specie in Oriente e in Africa – furono celebrate come memorabili imprese. Non tutte. Qualcuno di quei spericolati viaggiatori ebbe minor fortuna e in Italia ne abbiamo plurali esempi che sono proposti da Neri Pozza in un gran bel volume: Esploratori italiani.
Nel libro, sei figure: Giacomo Bove (1852 - 1887); Augusto Franzoj (1848 - 1911); Guglielmo Massaja (1809 – 1889); Giovanni Miani (1810 – 1872); Pietro Savorgnan (1852 - 1905); Giovanni Battista Cerruti (1850 – 1914).
Questi sei personaggi hanno cercato un autore che ricostruisse le loro vite, ne hanno trovato uno splendido: Silvino Gonzato. Giornalista e scrittore, editorialista del giornale “L’Arena” di Verona. Massimo biografo di Emilio Salgari, è autore di numerosi saggi sul romanziere, tradotti anche all’estero. Se si vuole studiare, infatti, la figura di Salgari è assolutamente necessario leggere di Gonzato la fondamentale biografia Emilio Salgari, demoni, amori e tragedie di un capitano che navigò solo con la fantasia (1995) e La tempestosa vita di capitan Salgari (2011).

A Silvino Gonzato ho rivolto alcune domande
Hai scritto prima su Salgari, ora sugli esploratori italiani. Ti piace l’avventura? Sei un tipo avventuroso?

Parecchi anni fa ho scritto due romanzi storici che si possono ricondurre al filone dell’avventura. Ho viaggiato e, quando posso, mi piace viaggiare con lo spirito del giornalista e dello scrittore che vuole conoscere e indagare aspetti sconosciuti di civiltà ormai conosciute, come, ad esempio, quella degli Iban del Borneo, nelle cui “case lunghe” i televisori più moderni convivono con i teschi dei nemici uccisi in battaglia dai loro nonni. Si dice oggi che non ci sia più niente da scoprire, mentre invece ci sono certi reportages giornalistici, come quelli dell’amico Ettore Mo, che sono l’esatta conferma del contrario. Certe realtà, come quella degli Indios dell’Amazzonia che lottano per la sopravvivenza sono ancora tutte da raccontare. Un viaggio sulla Transiberiana con fermate nelle piccole stazioni può rivelare cose che non sono mai state scritte. Così come un viaggio a bordo di una nave dei pescatori dell’Alaska o della Groenlandia. Nonostante sia finita l’epoca delle esplorazioni geografiche, non è finita quella dell’etnologia. Credo comunque, che lo spirito d’avventura, sia utile anche nella vita quotidiana. Ti aiuta a sognare e, col sogno, a rendere più accettabile la realtà.

Fra la metà dell’800 e i primi anni del secolo scorso molti furono gli esploratori stranieri. Dal tuo libro si ricava l’impressione che, però, fossero animati da uno spirito colonialista molto più duro del nostro. Esploratori o predoni? O, com’è probabile, sto esagerando e si possono definire in modo diverso?

Livingstone era un esploratore missionario e, come tale, va ricordato. Stanley, che partì alla ricerca di Livingstone, dato per disperso nell’Africa centrale, era un cronista mandato dal suo giornale, il New York Herald, il cui editore-direttore voleva così aumentare le tirature del giornale. Fece poi l’esploratore per conto dell’Inghilterra che voleva fortemente aumentare la propria influenza coloniale in Africa, e i suoi metodi non furono sempre ortodossi. Quando poi passò agli ordini del sanguinario re Leopoldo II del Belgio che aspirava a una colona personale in Congo, ne adottò i metodi e fu spesso brutale con le popolazioni di quel Paese, preferendo l’uso delle armi al dialogo: in contrapposizione con Pietro Savorgnan di Brazzà, un friulano che agiva per conto della Francia, il quale usava invece la persuasione e la pazienza. Va ricordato che anche il nostro Giovanni Miani nel suo sfortunato viaggio alle sorgenti del Nilo, fu protagonista di episodi discutibili.

Gli esploratori di cui scrivi non ebbero aiuti dallo Stato italiano né la Chiesa aiutò i suoi missionari. Perché?

Lo Stato Italiano aveva appena raggiunto l’unità ed era in corso d’opera. Si mosse molto dopo gli altri paesi europei e solo perché non ne poteva fare a meno. Quello che fece poi dal punto di vista coloniale fu un disastro. Senza uno Stato alle spalle, i nostri esploratori sono stati costretti ad improvvisare. E così fecero gli esploratori del mio libro come Miani, Cerruti e Franzoj. Costretto a fare da sé fu anche un altro esploratore del mio libro, il frate Gugliemo Massaja che, spedito dalla Chiesa nell’inospitale terra dei Galla, venne quasi subito abbandonato al proprio destino cosicché dovette fare di tutto per sopravvivere, tanto che alla fine, fallita la missione tra i Galla, fece il consigliere di Menelik. Anche la Chiesa allora era distratta da molti problemi: il papa era appena tornato dall’esilio a Gaeta.

I media del tempo si occuparono dei tuoi sei esploratori?

Giacomo Bove, tornato dall’impresa della “Vega”, la nave che inaugurò il passaggio a Nord-Est, dalla Svezia al Giappone attraverso i ghiacci dell’Artico, fu subito celebrato in Italia e ricevette tutti gli onori come un eroe. I giornali lo incensarono ma quando, qualche tempo dopo, chiese al ministro degli Esteri italiano di poter avere una nave da comandare per esplorare l’Antartico, ricevette un secco rifiuto. Cosicché, se volle continuare a fare l’esploratore, dovette dipendere ancora da una nazione straniera, stavolta l’Argentina che però gli finanziò una missione limitata alla Terra del fuoco. Brazzà ebbe gli onori dalla stampa francese perché, pur essendo italiano, era stato per la Francia che aveva operato. Le imprese di tutti gli altri ebbero scarsa eco.

Silvino Gonzato
Esploratori italiani
Pagine 272 , Euro16.50
Neri Pozza


I fili del discorso


A tesserli è l’Imbiancheria del Vajro di Chieri – ex storica fabbrica tessile chierese e ora sede dell’Eco-Museo del Tessile della provincia di Torino – che ospita nelle sue sale e nel parco, la collettiva, a cura di Roberto Mastroianni e Benedetta Catanzariti, dal titolo I fili del discorso.
La mostra, organizzata dalla Città di Chieri e dall'Associazione Piemonte Arte, espone lavori di quattro scultori: Enzo Bersezio, Tegi Canfari, Matilde Domestico, Elio Garis. Sono loro quelli chiamati a realizzare le opere che comporranno il nucleo originario del futuro parco sculture di Chieri.
La mostra mette in luce il legame tra cultura, tecnologia e natura attraverso i lavori di questi artisti che nell'occasione riflettono sul rapporto tra forme, materia, narrazione e gli spazi post-industriali dell'Imbiancheria, come un'opportunità poetica.
La tessitura diventa la metafora attraverso cui si dipana il senso prodotto dai discorsi umani svolgendo – e, forse, riannodando – i fili delle pratiche quotidiane.
Per dare forma alle sculture sono stati usati ferro, legno, tessuto, ceramica, resine, bronzo, carta e gesso dai quattro artisti.

Fra loro, noto con piacere Matilde Domestico (in foto un suo lavoro in questa mostra), amica da anni di questo sito che l’ospitò QUI anni fa nella sezione Nadir.
Matilde vive e lavora a Torino. Si è diplomata all’Istituto d’Arte “A. Passoni” e all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Corso di Scenografia.
Nel suo tema espressivo trovano spazio gli oggetti di uso comune quali: tazze, piatti, cocci di ceramica, teiere.
Le installazioni e opere ambientali sono composte aggregando in equilibri precari centinaia di oggetti, proponendo una visione insolita della quotidianità e ponendo l'attenzione sui riti e gesti abituali, che scandiscono il tempo delle giornate.

I fili del discorso
a cura di Roberto Mastroianni e Benedetta Catanzariti
Imbiancheria del Vajro, via Imbiancheria 12, Chieri
Info: Tel 011 9428462; cultura@comune.chieri.to.it
Ingresso libero, visite su prenotazione per le scuole
Da domani al 10 Novembre ‘13


Arte per luoghi intimi


Durante la pausa estiva di questo sito, mi è pervenuto, da Daniela Fabietti dell’Agenzia Freelance, un comunicato che annunciava una singolare mostra.
Purtroppo non fu possibile darne notizia allora proprio perché il website era in vacanza, ma la cosa merita di essere ricordata.
Così ha scritto Exibart: “C'era un passo, piuttosto divertente, della Filosofia di Andy Warhol. Parlava, ovviamente, di consumo. Raccontava di come tutto finiva nello scarico del wc, dai colori che usava Lichtenstein al cibo, dai trucchi ai pennelli. Ovviamente per certi versi si trattava di metafore, ma era emblematico di quanta roba finisse nel cesso.
Ecco, il progetto che vi stiamo per raccontare si svolge esattamente in un bagno pubblico (…) per una settimana un cesso sarà lo spazio di un esperimento che, divertente pensarlo, sarebbe piaciuto a Duchamp!”.

Esplicito il titolo: "Cacate”.
Due gli artisti che hanno proposto l’originale mostra a Grottaglie.
Il valoroso ceramista Giorgio Di Palma che in un’epoca di eccessi e sprechi si prefigge lo scopo di realizzare manufatti caduti in disuso già dalla nascita, inutilizzabili ma impossibili da lasciarsi dietro.
Il bravissimo fotografo Dario Miale (in foto un suo scatto) che ha eletto la fotografia quale terreno di sperimentazione artistica, uno strumento che, come lui afferma, produce singolari soluzioni espressive attraverso l’uso del bianco e del nero, tecnica che valorizza i ritratti e le immagini di repertorio, le storie e gli stati d’animo.
Una mostra sui bagni pubblici, dentro gli stessi. In tutto una ventina di opere, dove il ceramista e il fotografo concentrano l’uno in una serie di manufatti e l’altro in un reportage fotografico il loro procedere icastico, il primo plasmando oggetti d’uso comune in un bagno pubblico, e il secondo scattando come un voyeur fotografie ai fruitori del luogo nei loro momenti più intimi.

Su altro mezzo espressivo – la letteratura – ricordo un lavoro di Mauro Pedretti, pubblicato nel 1983 da Stampa Alternativa: Parole in ritirata.
Pedretti è scrittore e webperformer, eccolo in una netperformance audiovisiva intitolata Smascherato laddove dovrete lavorare duro di mouse per scoprirne il doppio percorso d’immagini e smascherare trucchi e trappole tra i pixel ideate dall’autore.
Chissà che un giorno i tre non s’incontrino.
In fondo, l’interesse comune almeno per un tema ce l’hanno.


Per un cuore da guerriero

Questo libro è una bellissima lettura. Chiaro, coinvolgente, pieno di umorismo e di idee stimolanti. Le domande che solleva e il dialogo che crea non solo sono utili ma, a mio avviso, essenziali. Sono felice che in queste pagine passi l’eredità di mio padre, Bruce Lee. A me è piaciuto ritrovarlo nelle parole di Daniele Bolelli”.
Firmato: Shannon Lee.

Daniele Bolelli è nato a Milano nel 1974, vive a Los Angeles dove è professore universitario, scrittore, artista marziale che pratica le MMA quei combattimenti che si svolgono in una gabbia miscelando tecniche di kung fu, pugilato, judo, kickboxing, brazilian jiujitsu, e varie altre ancora.
Bolelli, In Italia ha pubblicato “La tenera arte del Guerriero” (Castelvecchi). Negli Stati Uniti, il suo “On The Warrior’s Path (Philosophy, Fighting and Martial Arts Mythology)” è diventato un piccolo cult.
Ora ADD Editore ha mandato nelle librerie Per un cuore da guerriero Le arti marziali, la filosofia e Bruce Lee, un volume che illumina con sguardo filosoficamente anarchico il concetto di Arti Marziali intorno alle quali troppo spesso è calata un’aura beata – per alcuni versi perniciosa – d’illuminanti meditazioni, pacificazioni dello spirito, vie verso la serenità. Senza disprezzare tali approcci e traguardi, Bolelli, però, va alla radice del problema: il rapporto tra l’Uomo e la Paura, rapporto che condiziona la nostra vita fino a soffocarne pensieri ed espressività. Il rapporto fra la creatura umana e il proprio corpo trascurato o allevato secondo i principi fitness, oppure modificato con la chirurgia estetica o guastato dal “dominio di filosofie e religioni che apprezzano una metafisica ultraterrena più della natura somatica dell’esperienza”.
Un libro dove ogni pagina, attraverso una scrittura scattante, contiene luce d’intelligenza. Eccone un esempio: Solo nella sintesi dei più diversi campi del sapere la vita si rivela in tutta la sua intensità. L’epoca della specializzazione è finita: mescolare insieme aspetti della vita che non hanno apparentemente molto in comune sarà il talento essenziale del XXI secolo. È arrivata l’ora della filosofia atletica – una filosofia forgiata da cuore e muscoli, nata dall’unione di mente e corpo, pragmatismo e utopia, di sensibilità dolce e determinazione guerriera.

Spaziando tra aneddoti, filosofia, storia, combattimenti e personaggi mitici, Bolelli racconta il cuore delle arti marziali di cui, è fine teorico e, come già detto, assiduo praticante.
Un libro per tutti, non solo per gli sportivi, perché in queste pagine l’arte marziale si sposa con l’arte di vivere.
Per visitare il website dell’Autore: CLIC!

Il prossimo mese, Bolelli sarà ospite di questo sito nella Sezione Enterprise.

Daniele Bolelli
Per un cuore da guerriero
Pagine 288, Euro 15.00
Add Editore


Una proposta non fumosa

Giorni fa, nel comunicato che annunciava la ripresa, dopo la pausa estiva, delle pubblicazioni di Nybramedia, è stata inserita – volutamente senz’alcuna spiegazione (ma oggi spiego l'arcano) – una delle immagini di Soslo. Spero proprio che abbia incuriosito qualcuno e che ci abbia cliccato sopra venendo a conoscenza (o ricordando ai tanti che già sanno) una delle numerose imprese di Sergio Messina.
Astuta manovra la mia, perché oggi proprio di lui sto per scrivere e riferire della sua più recente iniziativa.
Prima di accennare a quell’idea, 2 cose 2 su Messina che da tempo guida questo sito web.
Da anni invade e pervade più aree espressive facendo registrare successi dalla musica – suo campo di partenza, laddove vanta l’apprezzamento di Frank Zappa – alle arti visive, dalla radio alla web performance, dal sound design alla scrittura, sempre impegnandosi impagabilmente nelle aree più estreme dei linguaggi.

Ora, durante l'estate, opponendosi alla proposta referendaria radicale sul tema della Cannabis ha elaborato una proposta di nuova regolamentazione di quel consumo. L'idea è di ribaltare il solito paradigma, anche alla luce del notevole dibattito internazionale purtroppo assente in Italia, e di coniugare il consumo di Canapa (che coinvolge molti milioni d’italiani) e l'eccellenza italiana nel campo del gusto.

Cliccando QUI troverete la proposta articolata su plurali versanti: legali, sociali, sanitari.


Storia della pubblicità italiana


Di due pubblicitari (e non solo tali) sono stato amico: Marcello Marchesi al quale mi legano anni di lavoro a RadioRai e Pino Pascali col quale ho trascorso tante serate al bar.
Entrambi avevano una sorta di dolce rassegnazione di fronte a quel mezzo espressivo, lo frequentavano senza prenderne le distanze e senza neppure abbracciarlo entusiasti.
Grande misura elegante che non appartiene a tutti; molti, infatti, fanno la pubblicità parlandone male e non con quella sorridente e piccante leggerezza con la quale il grande Jacques Séguela ha intitolato un suo famoso libro: "Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello"

“Esiste una vita al di fuori dei cartelloni pubblicitari” affermava nel 1909 Karl Kraus in “Detti e contraddetti”, sessanta anni dopo Lamberto Pignotti (il primo ad avere una cattedra universitaria denominata "Tecniche pubblicitarie", nel '71, al Dams dell'Università di Bologna) nel suo libro PubbliCITTA’ noterà come da quei cartelloni la pubblicità sia uscita per occupare tanti nuovi spazi, ne analizzerà gli effetti che saranno poi utilizzati nelle sue opere visive.
Ma dove risiede la forza della pubblicità? Quale il ruolo che recita sulla scena del mondo?
Per capirlo è necessario ripercorrerne la storia come fa un magnifico libro, pubblicato da Carocci: Storia della pubblicità italiana.
Ne è autore Vanni Codeluppi, un grande sociologo, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia, che da anni, con le sue tante pubblicazioni, illumina le dinamiche della comunicazione all'interno dei consumi, dei media e della cultura di massa.
Con Carocci ha pubblicato molti volumi eccone QUI l’elenco.

Questo recente volume, con le sue oltre cento illustrazioni, si propone come un testo verbovisivo laddove le immagini con la loro presenza non solo documentano ma integrano espressivamente il testo verbale. Un testo che si concentra “su quello che la pubblicità italiana ha prodotto di meglio nel corso della sua storia. Riteniamo, infatti, che nonostante i ritardi che l’Italia ha accumulato in questo campo nel Novecento nei confronti degli altri paesi economicamente avanzati, la storia della pubblicità italiana sia estremamente ricca sia sul piano quantitativo, che su quello qualitativo”.
Il racconto di quanto accaduto dalle origini ai giorni nostri scorre attraverso un’infinità di riferimenti, nomi, episodi, attraverso i quali affiora in trasparenza la storia di centocinquant’anni italiani. Si pensi, ad esempio, quando nel volume si riflette sul periodo fascista dove s’assiste a un notevole rallentamento dello sviluppo della cultura pubblicitaria, proprio mentre governa un grande pubblicitario di se stesso e delle sue idee, quale fu il dittatore Mussolini.
Codeluppi, pur sostenendo, a differenza di altri studiosi, che la pubblicità più che una forma d’arte è “un’attività praticata da imprese che si pongono generalmente al servizio di quelle operanti in altri settori”, non manca di sottolineare l’importanza che hanno avuto nella veicolazione dei messaggi tante firme illustri della letteratura, del teatro, del cinema, delle arti visive.
Grande attenzione è riservata anche all’interpretazione di fasi sociali che hanno visto emergere fenomeni quali, ad esempio, il femminismo e l’ambientalismo, e come tali fenomeni siano stati assorbiti e rilanciati dalla pubblicità anche in forme indirette.
Né viene trascurata la trasformazione che i mezzi tecnici hanno determinato sulla pubblicità: dalle prime tipografie alle moderne attrezzature di stampa, dalla radio alla televisione, dal cinema ad internet.
Un libro non solo bello, ma anche fruttuoso, ad esempio nelle redazioni della carta stampata, delle radiotv, del web perché può tornare utile in molte occasioni nella stesura di articoli non solo, com’è ovvio, sulla pubblicità, ma sulla storia del nostro costume.

Vanni Codeluppi
Storia della pubblicità italiana
Pagine 184, Euro 20
Carocci Editore


Enrico Giardino


Giorni fa, all’improvviso ci ha lasciato Enrico Giardino.
Ingegnere elettronico, una vita alla Rai, ha lavorato nel settore tecnico dell’azienda radiotelevisiva pubblica distinguendosi sia sul piano professionale sia su quello dell’impegno politico infaticabilmente da lui praticato.
Lavoro fra radio e tv da circa quarant'anni, ma in quell’area mai ho trovato uno più preparato di Enrico sull’intreccio fra tecnologia e politica, approfondita conoscenza (già dalla fine degli anni ’80) di come l’analogico stava per cedere il passo al digitale e le conseguenze tecniche ed espressive che vedevano la Rai in grave ritardo.
Presiedeva il Forum Dac – laddove Dac sta per Diritto a Comunicare – dove conduceva, anche dopo aver lasciato la Rai, la sua battaglia di sempre per importare democrazia nelle strutture dell’informazione.
Mai fu troppo amato da molti della Sinistra e del Sindacato, ma stimatissimo negli stessi ambienti da pochi che ne avevano intuito le grandi capacità.
Fosse stato ascoltato!
Ma Giardino sapeva anche perché le sue parole avrebbero trovato orecchie sorde, accusava, infatti, molti dirigenti di sinistra di opportunismo e di consociativismo.
I suoi interventi erano vibranti, documentatissimi, eppure sintetici; ne è una prova questo recente video dove in pochi minuti ricostruisce la storia di trent’anni di malcostume alla Rai.

Sue pubblicazioni: Comunicazione e potere; Diritto a comunicare e sovranità popolare.
Altri scritti reperibili sul sito ForumDAC: "Storie dell'altra Rai" (1968-2003) e "Dal clerico-fascismo mussoliniano al clerico-imperialismo berlusconiano” (2009).


Sulle lobby del Teatro

Prezioso il lavoro dell’Associazione per il Teatro Italiano che oltre a svolgere in maniera egregia plurali interventi politici che riguardano il mondo della scena, sviluppa anche un lavoro d’informazione segnalando tempestivamente quanto altre organizzazioni e siti giornalistici scrivono su ciò che riguarda la ribalta.

Ad esempio, ho ricevuto ieri dall’ApTI un comunicato web che mi dava notizia di un importante articolo di Nicola Fano sulle lobby del teatro.
Per leggere: CLIC!

È un articolo che pur interessando principalmente noi che lavoriamo nello spettacolo, credo possa interessare anche chi pratica altre attività, perché è una felicissima illustrazione critica di come vanno (e vanno male) le cose in Italia e non soltanto nelle fabbriche e negli uffici.


Tessitori di sogni


La casa editrice Bompiani ha mandato nelle librerie un volume in prosa che ribadisce l’intreccio d’interessi e linguaggi fra letteratura e rock praticato da Patti Smith. Titolo: I tessitori di sogni.
Patricia Lee Smith – questo il suo nome – prima di quattro figli, è nata lunedì 30 dicembre 1946 mentre imperversava una bufera di neve nel North Side di Chicago.
Cantante, poetessa, scrittrice, pittrice, fotografa, ha pubblicato alcuni degli album più importanti della storia del rock, primo tra i quali il celebre Horses (1975). Ha esposto le sue opere in gallerie d’arte e musei di tutto il mondo. Il suo memoir “Just Kids” ha vinto nel 2010 il National Book Award per la sezione non fiction.
Sua la voce in “Because to night” il sonoro della sigla tv di Fuori Orario.
Ha due figli: Jackson e Jessie. Quattro grandi dolori hanno segnato la sua vita, quattro morti alcune improvvise, quelle del marito Fred, del fratello Tod, e dei suoi grandissimi amici il fotografo Robert Mapplethorpe e l’attore River Phoenix.

Questo libro, dedicato a suo padre, nasce da un invito da lei ricevuto da Raymond Foye, fondatore con Francesco Clemente di “Hanuman Books”, in cui le si richiedeva un manoscritto.
Si tratta di una serie di sensazioni provate nell’infanzia e che risalgono come un’onda lungo la vita. Ricordi a volte luminosi e diafani e a volte scuri e oscuri, che attraversano la mente di un’osservatrice febbrile, ora incantata ed ora icastica.
Tanti vissuti fra sogni che invadono il reale e viceversa in un continuo sconfinamento che rendono le pagine come sospese su di una geografia immaginaria della mente.
Il titolo è dovuto alla definizione che dà un vecchio venditore di esche a un gruppo che incuriosiva la ragazzina Patti: Mi sembrava che fossero lì, quelli del campo. Di tanto in tanto li sentivo mormorare e fischiettare come se fossero dietro un muro di ovatta. Riuscivo a udirli ma non a decifrarne la lingua che parlavano né le melodie che le intessevano […] Rimasi lì accanto a lui. Mi sembrò di non averglielo chiesto davvero. Ma forse una frase o due mi erano sfuggite. Infatti rispose, mentre voltava la conca della pipa senza aprire gli occhi, quasi senza muovere le labbra: “Devono essere i tessitori di sogni….

Ha scritto David L. Ulin su The Los Angeles Times: “Una sensibilità – fluida, visionaria, arrischiata – connota I tessitori di sogni, una raccolta di poemi in prosa impressionistici che possono sembrarci memorie prima di trasformarsi in qualcosa di più difficile da definire. Originariamente pubblicato nel 1992, il libro riappare in una versione leggermente ampliata. Per Patti Smith tutto comincia con un’invocazione: “Ho sempre immaginato che avrei scritto un libro”, confessa, “anche un piccolo libro, che potesse trasportarti via, in un regno che non può essere misurato né ricordato”. I tessitori di sogni tiene insieme la concretezza e il mito, come fosse un matrimonio tra rock e poesia. Comincia con l’infanzia di Patti Smith prima di scivolare in un territorio più metafisico, che è tutto suo. Il libro è l’espressione di un’artista che si trova nel centro esatto della sua vita (ha finito di scriverlo il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno) e riflette su dov’è stata e dove vuole andare”.

Sui rapporti musica/letteratura nella Smith ecco un’acuta dichiarazione del critico Alberto Castelli che ne parla inquadrandone la figura nella cornice newyorchese dei primi anni ‘70 .

In questo video, alternate a brani di una sua famosa hit, troverete dichiarazioni di Patti Smith su questo suo libro.

QUI il sito web dell’autrice.

Patti Smith
I tessitori di sogni
Traduzione di Andrea Silvestri
Pagine 120, Euro 9.00
Bompiani


Verdiana

I palinsesti della Rai mostrano non poche sofferenze e spesso sulla stampa quotidiana e periodica, sul web, fra i teleutenti si avvertono ragionate critiche ai programmi radiotelevisivi.
Esistono, però, anche reti che si distinguono, talvolta con risicati budget, per la capacità di produrre attenzioni culturali e qualità realizzative di notevole livello.
Ad esempio, Rai Educational – diretta da Silvia Calandrelli – di cui fa parte Rai Storia con l’interessante programma Testimoni del tempo.
Proprio in questo spazio è annunciato un ciclo di quattro trasmissioni con originale taglio dedicate a Giuseppe Verdi prodotte da Annalisa Proietti con la regìa di Daniella Mazzoli e Laura Vitali.
Autori della serie: Guido Zaccagnini e Isabella Donfrancesco.

Le quattro puntate saranno condotte da Guido Zaccagnini (in foto), musicista, storico della musica, docente al Conservatorio S. Cecilia di Roma.
Curò nel 1979, al Teatro Argentina della Capitale la prima esecuzione mondiale integrale delle composizioni di Friedrich Nietzsche, pubblicate dall'editrice Bären-Reiter. Successivamente, come pianista, con l'Ensemble “Spettro Sonoro”, da lui fondato, registrò per l'etichetta Edipan le musiche liederistiche dello stesso Nietzsche, affrontando poi, per anni, il repertorio contemporaneo, suonando, tra l'altro, in prima esecuzione assoluta, "Madrigale" di Aldo Clementi.
Ha curato e tradotto “La generazione romantica” di Charles Rosen (Adelphi, 1997); “Su Beethoven” di Maynard Solomon (Einaudi, 1998); ha scritto “Hector en Italie”, monografia su Berlioz (Pendragon, 2002).
Da circa trent’anni è una delle voci più note di Radio 3.
A lui ho chiesto di fare una sintesi di quanto vedremo. Così ha risposto.

Tutti conoscono il nome di Verdi, alcuni suoi titoli e anche ricordano frasi celebri dei suoi libretti: "La donna è mobile", "Parigi, o cara", "Vendetta, tremenda vendetta".
Ma al di là di questo? Poche cose, alcune delle quali nemmeno troppo vere.
Nella prima puntata, "L'uomo Verdi", risponderemo a domande quali: fu e rimase davvero un ardente patriota? Quale fu la sua vita sentimentale? Quali le sue passioni extra-musicali o i suoi rapporti con la religione?
Nella seconda si parlerà di musica: del suono, orchestrale e vocale, di Verdi.
Nella terza, della lingua delle sue opere: libretti, fonti letterarie, vocabolario.
Non escludo che ci sia anche qualche momento di buon umore: per esempio, parlando di alcuni passaggi testuali al limite dell'illogico.
L'ultima puntata, "Verdi, uomo di teatro", sarà incentrata su quello che è proprio il suo punto di forza: vale a dire, la sua capacità di sfornare, nell'arco di più di mezzo secolo, melodrammi sempre nuovi, sempre diversi, sempre capaci di coinvolgere e conquistare pubblici di tutto il mondo. Prezioso è stato il contributo delle Teche Rai
.

Suoi ospiti in video: Bruno Cagli, Presidente dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia; il soprano Cinzia Forte; Luca Serianni, Storico della lingua italiana; Daniele Abbado, regista teatrale e operistico.
Il programma avrà un esito editoriale audio-video per l'Enciclopedia Treccani e, inoltre, sarà proiettato nel Padiglione Italia del Museo Nazionale di Pechino.

Le 4 puntate, di 60' ciascuna, andranno in onda ogni martedì (8, 16, 23 e 30 ottobre), alle 22.30 su Rai Storia.
Repliche: ogni giovedì dal 10 ottobre alle ore 10.00, e il lunedì dal 14 ottobre alle ore 18.30.


The Fragility of Happiness

Due punti di vista.sulla felicità
Quel cattivone di Ambrose Bierce, in un libro non a caso intitolato ‘Dizionario del diavolo’, così definisce la felicità: “Gradevole sensazione suscitata dalla contemplazione delle miserie altrui”.
Charles Schulz fa dire a Charlie Brown: “La felicità è il singhiozzo dopo che è passato”.

Marco Abbamondi, invece, riflette – nella sua mostra “The Fragility of Happiness” – sul fatto che la felicità è per niente solida, per nulla robusta, e di breve durata.

A questo concetto s’ispira la mostra – a cura di Cyntia Penna per ART1307 – che l’artista di Napoli, nel Project 02: E:K:V:A: & Italian art Now , inaugura alla “Sixty29 Contemporary" di Culver City.

Periodo d’’esposizione: dal 4 al 13 ottobre di quest’anno.

CLIC per entrare nel sito web di Marco Abbamondi


Il tocco crudele

Poco noto fuori dell’àmbito delle neuroscienze, Gaëtan G. De Clérambault (1872-1934) col suo lavoro descrisse alcune patologie che sono diventate oggi talmente diffuse da essere rappresentative del nostro tempo. Tra esse, ad esempio, la dipendenza da sostanze che danno ebbrezza e il narcisismo.
La sua osservazione si concentrò sul fenomeno da lui individuato come “automatismo mentale”; nelle schede bioscientifiche, è definito un “organicista metaforico”.
Il perché di questa definizione è ben spiegata dagli psichiatri Marco Alessandrini e Massimo Di Giannantonio in un loro scritto: In effetti, l’automatismo mentale, che per questo autore si identifica con il fenomeno elementare delle psicosi e che al suo livello più iniziale, corrisponde soprattutto a sintomi quali il vuoto del pensiero, l’estraneità, la perplessità, con l’eventuale aggiunta dei giochi di parole, nella sua natura di meccanismo impersonale e invariante, vale a dire identico in tutti gli individui e privo di legami con la soggettività, pur rinviando all’organicità cerebrale suggerisce virtualmente anche la sotterranea azione dell’inconscio, potenzialmente impregnata di soggettività. Anzi, la descrizione dell’automatismo sembra essere una inconsapevole metafora dei meccanismi inconsci. D’altronde, questa è proprio l’interpretazione che fornirà un allievo di De Clérambault, il celebre Jacques Lacan.
Già, perché Lacan riconobbe proprio in De Clérambault il suo maestro. Lascio la parola allo psicanalista Antonio Caccia: È Lacan stesso a indicare come "il nostro unico maestro in psichiatria", Gaëtan de Clérambault, lo psichiatra che dirigeva l'infermeria speciale della Prefettura di Parigi quando il giovane Lacan vi faceva il suo apprendistato.
Ma de Clérambault non gli fu solo maestro per averlo guidato nel suo primo approccio con i malati mentali, poiché aveva sviluppato tra l'altro una teoria sulla sindrome di automatismo mentale che per Lacan sono un'illustrazione del funzionamento inconscio nell'essere umano, come pure egli aveva elaborato uno studio accurato del delirio erotomane - in cui un soggetto è convinto di essere l'oggetto dell'amore e della passione di un personaggio pubblico e importante, una star, un vip, eccetera - e che Lacan indicherà come un tratto peculiare di certe forme di psicosi
.

La vita di questo psichiatra finì tragicamente.
Il 17 novembre 1934, quasi cieco dopo una cataratta, postosi in piedi davanti a uno specchio si uccise sparandosi un colpo di rivoltella in bocca.

Le Edizioni Mimesis hanno pubblicato un piccolo prezioso libro di questo grande psichiatra: Il tocco crudele La passione erotica delle donne per la seta.
Tre casi di donne da lui osservate nei ragionamenti e nei deliri che le accomuna per l’amore verso quel pregiato tessuto di cui fanno frequente uso erotico.
Non sorprenda troppo l’affascinante scrittura con la quale De Clérambault descrive quei casi morbosi, da giovane, infatti, aveva dimostrato vivo interesse per la letteratura (amando soprattutto versi e prose di Alfred de Vigny), il disegno, la fotografia. Studierà, infatti, due anni presso l'Ecole des Arts Décoratifs di Parigi, poi contro il parere del padre che lo voleva magistrato, decise di studiare medicina rivolgendosi alla specialità psichiatrica.
Questo libro indaga una passione segreta legata alla sessualità: l'amore di molte donne per la seta. "La sfiorano, la accarezzano come si farebbe con un amante. Passione fredda che si esaurisce in un rapporto univoco col tessuto e con se stesse".
Nelle pagine si direbbe che solo le donne soffrano quella mania, ma non ne sono troppo sicuro, internet, infatti, nei siti erotici abbonda di casi in cui anche gli uomini amano quel tessuto e non per uso d’abbigliamento.
Questo, però, poco toglie all’analisi di De Clérambault che resta un valido studio di una curiosa mania e anche un paradigma di una relazione molto diffusa oggi nell’odierna società in cui assistiamo ad un’epidemia di solipsismo.

Gaëtan G. De Clérambault
Il tocco crudele
Pagine 82, Euro 9.00
Mimesis Edizioni


Vallardi per il multiculturalismo

L’Italia s’è vista costretta a riconoscere di possedere un’anima razzista che, nonostante tempestivi allarmi di anni fa, si tentò allora di smentire e occultare.
Ormai non soltanto alcuni beceri negli stadi si rendono protagonisti d’infamità, ma perfino uomini politici che ci rappresentano in Europa (vedi il caso del leghista Borghezio), o sindaci, oppure deputati, si lasciano andare a dichiarazioni da far pensare alla necessità di un psichiatrico TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

Ecco perché merita molti elogi la casa editrice Vallardi che ha dato avvio al progetto Cittadini di Milano - Cittadini del Mondo sviluppato in partnership con il Forum Città Mondo del Comune di Milano e Bookcity Milano.

“L'iniziativa è aperta a tutti, italiani e stranieri, milanesi e non” – è detto in un comunicato – “e mira a costruire una cartina di Milano che indichi i luoghi della città con valenza multiculturale, perché legati a protagonisti della storia o della politica straniera (come l'Antica trattoria della Pesa dove lavorava Ho Chi Min negli anni '20), perché teatro di avvenimenti internazionali (come l'edificio in via Armorari che, adibito a ospedale della Croce Rossa americana, ha ospitato Ernest Hemingway nel 1918).
Per partecipare è sufficiente inviare una segnalazione indicando attraverso questo sito uno o più luoghi, e cosa li rende multiculturali.
Tutte le segnalazioni inviate entro il 25 ottobre verranno raccolte e selezionate da una giuria di esperti; quelle idonee saranno riportate sulla cartina con il nome di chi le ha proposte.
Il progetto si concluderà in un incontro pubblico che avrà luogo nella prima giornata di Bookcity , giovedì 21 novembre. Una giuria di esperti discuterà di cittadinanza e integrazione delle diverse culture nell'Italia di oggi, con particolare attenzione alle nuove generazioni. La giuria sceglierà inoltre dieci segnalazioni fra quelle ricevute, omaggiando chi le ha inserite di alcuni titoli del catalogo di linguistica Vallardi.
La cartina sarà distribuita gratuitamente durante Bookcity e sarà pubblicata sul sito Vallardi, sul sito di Bookcity e sul sito del Comune di Milano - Forum Città Mondo.
Per l'occasione Vallardi donerà alla nuova biblioteca del Forum Città Mondo del Comune di Milano una serie completa dei suoi Dizionari Plus composta da oltre cinquanta lingue”.

Per maggiori informazioni: Silvia Pilloni, Ufficio Stampa Vallardi
mail: silvia.pilloni@vallardi.it
telefono: 02- 438 11 659
cellulare: 389 – 31 44 073


All you need is Love

Alla Galleria Civica di Modena ha riscosso un grandissimo successo la mostra dedicata a John Lennon artista, attore e performer tanto da indurre la direzione a prorogare la mostra fino al 3 novembre.
Per la prima volta in Italia si espongono e si riflette sugli esiti del multiforme talento di John Lennon, in questa occasione solo di riflesso considerato nella celebre veste di musicista.
La mostra è curata da Enzo Gentile, Marco Pierini, Antonio Taormina.

All’avvenimento è stato dedicato uno “special” di Civico 103, free magazine della Galleria, dove Marco Pierini, Direttore della Civica di Modena, così scrive: Dotato di un’inclinazione naturale per il disegno e di una fervida fantasia John Lennon venne indirizzato quasi inevitabilmente al Liverpool College of Art, ove entrò nel settembre 1957. Studente complicato e problematico non brillò certo per i risultati scolastici, tuttavia, sebbene insofferente alla disciplina e ai programmi, trovò un ambiente non del tutto contrario alla maturazione dei suoi talenti, talvolta addirittura assecondati dagli insegnanti più illuminati come il pittore Arthur Ballard. Fu però l’incontro con Stuart Sutcliffe l’evento decisivo di quegli anni: entrambi indocili e ribelli i due amici prediligevano i movimenti di rottura, come l’impressionismo e le avanguardie storiche, e figure ostinatamente e romanticamente controcorrente come Niicolas De Staël e Vincent Van Gogh […] A partire dalla metà del 1968 John e Yoko Ono cominciarono a lavorare congiuntamente a numerosi progetti artistici, che si concretizzarono poi in performance, installazioni, film e – naturalmente – album musicali. Progetti intessuti dei principali orientamenti di Fluxus: multimedialità, improvvisazione, attenzione per la cultura popolare e di massa, coincidenza di arte e vita, concetti che attraverso la celebre coppia conobbero una diffusione fino ad allora inimmaginabile.

Nel fascicolo Antonio Taormina ricorda: Alcuni anni fa negli Stati Uniti fecero una ricerca sociologica: chiesero alle più diverse persone se ricordavano dove si trovavano quando avevano saputo della morte di Lennon. Emersero ricordi nitidi, immagini di un momento di sgomento e sorpresa condiviso a tutte le latitudini. Una memoria collettiva improbabile se Lennon fosse stato solo un musicista pop o il quarto tassello di un magico puzzle. Lennonimpose i Beatles sul piano culturale e li guidò alla conquista dei media, per poi divenire, egli stesso, il simbolo di una generazione in bilico tra impegno politico e creatività. Fu un grande comunicatore – non a caso all’inizio della sua seconda vita artistica volle conoscere Marshall McLuhan, uno dei pionieri degli studi sui mass media – un artista dalle grandi intuizioni capace di spostarsi con disinvoltura dal pop alla sperimentazione, alla controcultura.

Così Cristiana Minelli, sempre su Civico 103: Giocò con versi e calembours, dialogando con se stesso e con la capacità di articolare in mille direzioni pensieri e parole […] Ha vissuto la scrittura quasi come bisogno che negli anni lo ha accompagnato giorno dopo giorno, come fosse una compagnia invisibile e necessaria. “In genere scrivo così e non sto a pensarci, ma quando spedisco è come una piccola parte di me che se ne va nelle mani di qualcuno” da una lettera a Stuart Sutcliffe del 1961 […] Nel gennaio del 1979 scrive una lunga lettera alla cugina Liela nella quale troviamo “L’anno prossimo compio quarant’anni – spero sia veramente l’inizio della vita”. Sappiamo che non è così perché l’8 dicembre 1980 John perse la vita davanti al Dakota Building ma per ricordarlo, ancora una volta, ci piace rileggere un biglietto, del 1948, da un album del cugino Stanley Parkes: “Di riffa o di raffa l’ultimo nel libro sono io” .

Galleria Civica di Modena.
All you need is Love
John Lennon artista, attore e performer
Prorogata fino al 3 novembre



Il signore del caos


Dopo Kitano, Tsukamoto e Miike, tocca ora al regista Sono Sion rappresentare quanto di meglio e nuovo il cinema giapponese è oggi capace di esprimere. Poeta e teatrante di strada prima di diventare cineasta, Sono è autore di film stravaganti e visionari, fatti di personaggi esuberanti che vivono o si gettano ai margini di una società che non comprendono e che, a sua volta, non li comprende.
Un efficace suo ritratto è oggi in un libro tradotto e pubblicato in Giappone prima ancora di uscire nell’edizione italiana nelle Edizioni Caratteri Mobili: Il signore del caos Sono Sion; il volume è a cura di Dario Tomasi e Franco Picollo con la prefazione di Mark Schilling e la postfazione di Luigi Abiusi.

Dario Tomasi insegna Storia del cinema all’Università di Torino. Ha pubblicato diversi volumi e saggi sul cinema orientale fra cui Racconti crudeli di gioventù. Il nuovo cinema giapponese degli anni Sessanta (con Marco Müller, 1990), Ozu (1992), Mizoguchi (1998), Ozu. Viaggio a Tokyo (2007), Il cerchio e la spada. I sette samurai (2008), Il cinema dell’estremo oriente (2010), Il cinema asiatico. L’estremo oriente (con Marco dalla Gassa, 2011). È inoltre autore, con Gianni Rondolino, della nota introduzione al linguaggio cinematografico Il manuale del film, Seconda edizione (2011).
Franco Picollo è senior program manager di una fondazione culturale e critico cinematografico. Nel 2010 ha fondato «Sonatine», un blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo che con oltre cento film recensiti ogni anno è diventato in breve tempo un punto di riferimento per gli appassionati e i festival italiani di cinema orientale.

Scrive Schilling in prefazione: “Tra tutti i registi emersi con la New Wave giapponese degli anni Novanta – tra cui Kitano Takeshi, Miike Takashi, Koreeda Hirokazu e Tsukamoto Shin’ya – Sono è, in questo momento, il più creativo e sperimentale, in contrapposizione a coloro che rievocano i classici del passato o rivisitano vecchi successi. All’età di cinquant’anni – è nato il 20 dicembre 1961 nella città costiera di Toyokawa – non è né un giovane, né un esordiente, eppure si muove rapidamente da un progetto all’altro, non come un venditore, ma come un autore che sviluppa, scrive e dirige le sue storie, e imprime su ogni immagine il suo sguardo unico se non addirittura inconfondibile”.

Il volume contiene saggi di Emanuela Martini, Dario Tomasi, Claudia Bertolè, Luca Calderini, Luigi Abiusi e s’avvale di due interventi del nipponista e grande esperto di cinema giapponese Matteo Boscarol del quale ho presentato tempo fa su queste pagine web il suo libro dedicato a Tsukamoto Shin’ya.
Nel primo dei suoi scritti, Boscarol esamina il rapporto fra Sono Sion e le forme religiose da lui negate, nel secondo troviamo un’illuminante conversazione proprio con il regista giapponese.
Anche per chi non è particolarmente interessato a quella cinematografia si tratta di pagine che possono lo stesso interessare perché offrono sguardi inediti ed estremi sul Giappone contemporaneo.

Ottimi gli apparati che vedono una filmografia curata da Giacomo Calorio, trame dei film, bibliografia.

Il signore del caos
A cura di Dario Tomasi e Franco Picollo
Pagine 192, Euro 18.50
Edizioni Caratteri Mobili


L'Archivio Spatola


Da anni, Maurizio Spatola, in foto, fratello di Adriano ha fondato un Archivio di poesia sonora e visiva che va arricchendosi di novità provenienti dall’area della Neoavanguardia letteraria e delle arti visive.
Ora l’Archivio segnala alcuni aggiornamenti.

- Si comincia con un ampio documento sulla mostra “Libriste” alla Classense allestita a Ravenna nella primavera scorsa e riguardante molte artiste e poetesse visive autrici di libri d'artista o di pagine particolari edite in antologie e riviste negli ultimi cinquant'anni.
Troviamo – in ordine d’apparizione – scritti di Maurizio Spatola, Claudia Giuliani, Ada De Pirro, Dino Silvestroni, e numerose immagini: CLIC!

- Ampi stralci del più recente libro di Giulia Niccolai Cos'è poesia (Edizioni del Verri, 2012).

- Ancora altri due documenti, il primo relativo alla Rassegna dell'Esoeditoria organizzata a Trento nel lontano 1971; l'altro costituisce un ricordo del poeta modenese Adriano Malavasi, personaggio curioso e misconosciuto, scomparso a 60 anni nel 2006.
Malavasi, fra l'altro, partecipò al famoso incontro Parole sui muri, organizzato a Fiumalbo, sull'Appennino modenese, nel 1967 da Corrado Costa, Claudio Parmiggiani e Adriano Spatola. Reportage QUI e QUI.

– Poco prima di pubblicare questa nota, mi è pervenuta una nuova comunicazione.
E’ online nel sito dell’Archivio un ampio omaggio a Gianni Toti, con una prefazione di Maurizio. E’ stato ripubblicato in Rete il libro “Strani Attrattori” di Toti, una sua breve autobiografia, alcuni appunti su questo libro e due recensioni di Adriano Spatola del 1966 e 1972.
Il tutto QUI.

Archivio Spatola, via Usodimare 11/8, 16039 Sestri Levante (Genova)
Tel. (39) 0185 – 43 583; Mobile 333 – 39 20 501


Festival Ottobre Africano

Ben venga quest’undicesima edizione del Festival Ottobre Africano (in foto, il logo) in un momento in cui in Italia s’assiste ad un crescendo di episodi d’intolleranza razziale; basti pensare a quanti hanno berciato contro il nostro Ministro per l’integrazione Cècile Kashetu Kyenge.
Il Festival – avrà per madrina Fiorella Mannoia – nacque a Parma su iniziativa dell’Associazione di promozione sociale “Le Réseau”, creata per favorire la reciproca conoscenza e la collaborazione fra immigrati ed italiani e la convivenza fondata su rispetto, comunicazione e scambio culturale.
Ottobre Africano quest’anno si trasforma in un festival, delle culture e delle sinergie, itinerante e multidisciplinare, estendendosi da Parma a Roma, Reggio Emilia, Milano, spaziando fra cinema, conferenze, mostre, danza, musica.

Per il programma: QUI. Per conoscere i protagonisti: CLIC! Il Festival è sostenuto dal patrocinio di molte istituzioni.
Altre informazioni sul sito della manifestazione.

Ufficio Stampa Nazionale leStaffette
lestaffette@gmail.com
Raffaella Ilari, mob. +39.333.4301603; raffaella.ilari@gmail.com
Marialuisa Giordano, mob. +39.338.3500177; retropalco@alice.it

Festival Ottobre Africano 2013
Parma, Roma, Reggio Emilia, Milano
dal 6 al 27 Ottobre 2013


Irina e il Vecio Fritolin


Già in altre occasione, in queste mie note, ho cantato le lodi del Vecio Fritolin, storico locale di Venezia, aperto fin dal '700.
Si trova a ridosso del mercato di Rialto, nella calle dove nacque la regina di Cipro Caterina Corsaro e che ora vede imperare Irina Freguia che dirige quel locale, con gusto trionfante e travolgente simpatia.
Per una sua biografia: CLIC!

In foto, Irina con parte dello Staff

Il locale prende nome da un nobilissimo cibo di strada, da passeggio, qual è il cartosso de pesse ancora oggi acquistabile presso il locale oppure gustarlo a tavola, nel piatto, nel suo splendore di colori e sapori.
Ha scritto giustamente Paolo Marchi (lo ritengo tra i massimi critici italiani d’enogastronomia): “Per non innamorarsi del Vecio Fritolin bisogna avere un sasso al posto del cuore e il vinavil a quello del sangue”.
L’ho rivisitato pochi giorni fa quel luogo di delizie per noi ghiottoni e l’ho trovato ancora più soave d’un tempo.
Piatti di commoventi sapori grazie allo chef Daniele Zennaro (QUI la sua bio), carta dei vini ampia e oculata nelle scelte, servizio in sala curato dal Signor Mauro che sa consigliare con discrezione e competenza.
A questo s’aggiunga che in una città qual è Venezia nota per i prezzi assassini di tanti locali, lì c’è un conto assolutamente di grande grazia e poi, rapportato alla qualità che si gusta, addirittura sorprendente per levità.
L’Osteria promuove anche degli incontri tra scrittori, artisti, vignaioli e gourmet che si ritrovano a tavola per parlare di ricette e di letteratura, di arti visive e di vini.

Vecio Fritolin
Calle della Regina 2262 (Rialto, zona Santa Croce)
Per prenotazioni:
041 – 52 22 881
info@veciofritolin.it
Riposo settimanale: lunedì


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