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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Creativa 2009

E’ giunta alla X edizione Creativa Festival dell’autoproduzione artistica e culturale ideata da Pranco Piri Focardi; per una sua biografia, cliccare QUI.

A lui ho chiesto: in un’epoca nella quale prevale la centralizzazione della produzione, quale senso attribuisci all’autoproduzione?

Può sembrare un paradosso ma l'autoproduzione si sviluppa proprio mentre la produzione centralizzata appare dominante poiché per mantenere ed organizzare la propria struttura di potere centrale i suoi fautori sono costretti a trascurare tutto ciò che è marginale, e marginali siamo noi singoli con un pensiero non allineato ed è per questo che noi ci sentiamo dei protagonisti assoluti, liberi di autoprodurre le nostre opere!
Fra le mete dell'autoproduzione c’è quella di creare scambi, di aprire a liberi confronti e di dare spazio alla creatività personale “vuoi mettere il divertimento di fare un libro con fogli riciclati rilegati a mano o lasciare una pagina bianca nel proprio libro per personalizzarlo con interventi manuali a seconda del lettore...” e poi c’è quella di far rimanere un autore, la voce di collegamento di una comunità o di un gruppo, uno che muove le idee rimettendole in circolo.
Oggi se un autore vuole pubblicare qualcosa ha molte possibilità di farlo proprio per lo sviluppo della tecnologia digitale. Libri, cataloghi on demande da una copia a 1000, sono disponibili a prezzi accessibili e quel che più conta è poter decidere la quantità. Per la musica è un po’ più complicata la registrazione ma con i programmi che ci sono a disposizione diventa facile anche autoprodursi un CD.
La risposta, in questo momento, è proprio l'autoproduzione che offre la possibilità concreta ad ognuno di esprimere le proprie idee. Certamente dobbiamo misurarci con i numeri mentre i potenti parlano di centomila, noi possiamo parlare di decine, centinaia…forse! Ma non è la quantità che determina la bontà della comunicazione! Mi si obbietterà che in questo modo è scarsa la visibilità, ma occorre davvero raggiungere un vasto pubblico se la necessità è espressiva? Io rispondo di no! E comunque oggi ci sono le reti che si creano attraverso i social net: qui le idee sono in circolo e possono sempre influenzare l’altro e come in una catena trasformare la nostra società
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Cliccare QUI per leggere nomi e programma.

“Creativa 2009”
29, 30 e 31 maggio
Rignano sull’Arno
Info: creativa3@virgilio.it


Tavolini danzanti


Nel tardo Ottocento si diffuse la moda dello spiritismo, delle sedute spiritiche e via via il fenomeno s’ispessì, di spettro in spettro, includendo la medianità, le esperienze ultraterrene, la reincarnazione, la metafonia e via ectoplasmando.
I fatti cominciarono nel 1848 con gli apparenti fenomeni prodotti dalle sorelle Fox (gli scettici ritengono che usassero dei trucchi; una delle sorelle confessò tale circostanza, ritrattando però poco dopo), l'America e in seguito l'Europa furono invase da pratiche del paranormale. Nel giornale L'Illustration del 14 maggio 1853 si leggeva: "Tutta l'Europa, anzi tutto il mondo ha oggi lo spirito disturbato da una esperienza che consiste in fare muovere dei tavoli. Galileo fece meno rumore quando provò che era la Terra che girava intorno al sole".
Nel 1857 Allan Kardec pubblicò con grandissimo successo “Il libro degli spiriti” nel quale riportava sue esperienze con il mondo dell’aldilà, descriveva che cosa accadeva prima della nascita (… e per questo non ci voleva molta fantasia) e dopo la morte (… e qui ne serviva tanta), si diffondeva sul messaggio del Cristo, trascurando sgarbatamente altre divinità.
Anche Darwin, pur riluttante, partecipò ad una seduta ed ebbe a dire (lui agnostico, non ateo): "Il Signore abbia pietà di tutti noi, se dobbiamo credere a simili corbellerie".
Ancora oggi, è fitta la schiera di chi crede nel paranormale ai quali mi piace ricordare che esiste – mai da nessuno finora incassato – un "Premio di un milione di dollari" messo in palio da James Randi a chiunque sia in grado di produrre un qualsiasi fenomeno paranormale purché in condizioni di controllo. E consiglio, inoltre, una visita al sito del Cicap che svolge un eccellente lavoro demistificatorio.

Larga eco di quelle credenze ci fu anche in Italia, specialmente ai primi del XX secolo, e Fabrizio Foni, nelle edizioni Nerosubianco ce n’offre una ghiotta prova letteraria con Sette racconti fantastici da La Domenica del Corriere.
Essendo quel settimanale – nato nel 1899 – di larghissima diffusione non poteva certo trascurare un argomento di tanta attualità come lo spiritismo e nota Foni: il passo dalla divulgazione (para)scientifica alla fantasia, alla creazione narrativa, può essere molto breve: e per l’appunto Raffaele Pirro, un articolista piuttosto assiduo del periodico, dopo aver dissertato su “Miraggio e telepatia”, e su “Come si spiegherà la telepatia”, pubblica la novella “L’antropotelegrafia”, a metà strada tra metapsichica e protofantascienza.
Fioccarono altri racconti e alcuni di questi li ritroviamo in Il gran ballo dei tavolini che oltre a testimoniare su quanto inchiostro fu speso su quel tema è anche una testimonianza linguistica sull’epoca. Ancora Foni: Fatta eccezione per i refusi e le omissioni più evidenti, che sono stati emendati, ho cercato di restituire i testi nella loro integrità con l’intenzione di fornire, oltre che una curiosa e gradevole antologia, una significativa attestazione storica, anche linguistica, di un preciso contesto socio-culturale del primo Novecento italiano, permeato dall’interesse per spiritismo e “affini”.

Scheda sul libro e bio del curatore: QUI.

“Il gran ballo dei tavolini”
a cura di Fabrizio Foni
Pagine 149, Euro 12:00
Nerosubianco Edizioni


L'umorismo


Così è intitolato un famoso saggio di Pirandello pubblicato la prima volta nel 1908.
Mai titolo fu più azzeccato per uno scritto che ha avuto un’avventura giallo-comica.
Il grande drammaturgo in quell’anno non se la passava troppo bene con i quattrini e aspirava alla cattedra d’ordinario al Magistero dove già insegnava. Per accumulare titoli, in tutta fretta imbastì il saggio avvalendosi (per usare un eufemismo) di scritti d’altri autori trascurando di citarli, in pratica plagiando.
Del resto, Lautreamont ha detto “Il plagio è necessario, il progresso lo implica”.
Il saggio, l’anno successivo, fu violentemente attaccato da Benedetto Croce che, però, non s’accorse che intere parti erano copiate.
Nel 1920, Pirandello ripubblicò “L’umorismo” lasciando inalterate le pagine plagiate, ma aggiungendovi parti in funzione anticrociana.
L’edizione integrale dell’opera è stata ripubblicata adesso da Newton Compton con note di Maria Argenziano.
Un accurato studio che ha portato alla luce la birbonata di don Luigi, lo dobbiamo all’italianista Daniela Marcheschi che ne ha diffusamente illustrato la documentazione in un convegno tenutosi a Lucca nel mese scorso.
E’ “L’umorismo” per queste ragioni meno interessante?
No – è la stessa Marcheschi ad affermarlo – perché leggendolo si può ricostruire tutto il dibattito sui temi dell’umorismo e della comicità degli anni precedenti la stesura pirandelliana… pirandelliana in tutti i sensi.
Ma che cos’è che faceva imbufalire Croce? Egli sosteneva che “vi sono umoristi, ma non l'umorismo”.
Pirandello rispose (stavolta con parole tutte sue) riaffermando, invece, l’esistenza dell’umorismo dicendo che consiste nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell’arte, una forma del sentimento, ma il suo contrario pur seguendo passo passo il sentimento come l’ombra segue il corpo. L’artista ordinario bada al corpo solamente: l’umorista bada al corpo e all’ombra, e talvolta più all’ombra che al corpo; nota tutti gli scherzi di quest’ombra, com’essa ora s’allunghi e ora s’intozzi, quasi a far le smorfie al corpo.
Sta di fatto che l’umorismo spesso con la sua moralità e la comicità spesso col suo cinismo, sono forme indagate (da Hobbes a Bergson, da Schopenhauer a Kant, da Voltaire fino a Freud) senza che mai si sia trovato un accordo unificatore delle teorie.
Chissà che non abbia ragione Jim Holt, quando dice: “Tentare di definire l’humour è già fare dell’umorismo”.

Per una scheda sul libro: QUI.

Luigi Pirandello
“L’umorismo”
A cura di Maria Argenziano
Pagine 189, Euro 6:00


Luci (di) corpi - 1


Dedico questo servizio in due parti al LookArtFestival che inizierà domani negli spazi post-industriali della Ex Manifattura Tabacchi di Lucca.

In foto: un’immagine da “Passaggi di Stato” di auroraMeccanica

Dalla videoscultura all’interattività al videoambiente, con uno sguardo anche all’animazione e alla performance: saranno proposte installazioni che in modo diverso e dialettico riflettono su di una problematica che ha come oggetto il corpo, da qui il titolo di questa terza edizione: Luci (di) corpi.
Il Festival, diretto da Fabio Bertini, s’avvale della curatrice Elena Marcheschi.

"Lo spettatore" - affermano gli organizzatori - "incontrerà corpi mutevoli e perturbanti, fluttuerà nel canto e nella danza di abiti erranti alla ricerca di un corpo da contenere e si ritroverà in una dimensione immersiva avvolto da luci, specchi, brividi elettronici.
Come tasselli di un mosaico intercambiabile, le opere selezionate racconteranno storie che parlano di noi e del mondo che ci ruota intorno, ci mostreranno Luci (di) corpi".

Gli artisti presenti in questo progetto sono: Alessandro AmaducciAuroraMeccanica – Cilema Reisen# (Cabiria Nicosia / Mauro Milone) – InFluxClaudia MainaSantiFantiFilmSara Taigher.

Il “LookAtFestival” è una produzione Associazione LookAt, in collaborazione con Comune di Lucca, Provincia di Lucca, e la Fondazione Ragghianti che cura anche l’edizione del catalogo.


Luci (di) corpi - 2


Ideatore e direttore del Festival è Fabio Bertini, nato a Lucca il 14 Giugno 1981.
Videoartista e produttore di eventi culturali.
I suoi video raccontano spesso storie universali che invitano lo spettatore ad entrare in una dimensione interattiva, a calarsi nel narrato.
A lui ho chiesto ragioni e approdi del Festival.

Ho ideato il LookAtFestival tre anni fa con la volontà di fare emergere e dare spazio alle realtà artistiche legate all’ambito dell’arte elettronica con particolare riferimento al panorama delle videoinstallazioni, in tutte le possibili accezioni: videosculture, videoambientazioni, installazioni interattive. Accanto alla rassegna di opere selezionate che fino ad oggi sono state ospitate nella location della ex-Manifattura Tabacchi di Lucca, l’idea di partenza è stata quella di associare in un connubio non discordante le arti visive alle nuove tendenze di musica elettronica.
A differenza delle edizioni passate dove non esisteva un tema unificatore, quest’anno la selezione ha come tema centrale il corpo, che abbiamo riscontrato essere oggetto e luogo di riflessione privilegiato nella produzione artistica degli ultimi dieci anni. La performance, seppure presente, è solo un aspetto nell’ambito interdisciplinare che ormai caratterizza gran parte del panorama dell’arte contemporanea. Mi piace però pensare che sia un’azione performativa a dare nuova luce a un luogo ora abbandonato, ma per anni dedito all’attività industriale e che grazie all’arte riapre le porte a un altro tipo di esistenza
.

Elena Marcheschi è nata a Pisa nel 1975 dove ha studiato cinema e arti elettroniche. Dopo un Master in Scienza e Tecnologia dei Media presso l’Università di Pavia ed esperienze televisive è rientrata in Toscana, dove ha lavorato ad eventi d’arte contemporanea. Attualmente è dottoranda in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università di Pisa, dove svolge una ricerca dal titolo “I sentieri visionari del fantastico nella produzione internazionale in Video”. Ricercatrice (e viaggiatrice) tiene lezioni e conferenze sulla videoarte, ha scritto saggi in libri e riviste (“Duellanti”, “Predella”, “Art’o” e per la rivista canadese “Les Fleurs du Mal”) e come giornalista ha scritto articoli di arte contemporanea, media arts e film festivals per il quotidiano ‘il Manifesto’.
Dal 2005 è collaboratrice di Invideo, sia come selezionatrice di opere sia come curatrice del catalogo.

A lei ho chiesto: non solo performers quali Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich, usano il proprio corpo come esplorazione antropologica della fisicità. Penso, ad esempio, a quanto accade alla Genetic Savings and Clone che ha ispirato la nascita della BioArts Gallery alla quale si riferiscono gli artisti biopunk – come Dale Hoyt che n’è capofila - che considerano le biotecnologie una nuova forma estrema di Body Art.
Come interpreti quest’interesse che si riflette, in parte, anche nella tua mostra per una sorta di “neocorpo”?

La rassegna di videoinstallazioni “Luci (di) corpi” che ho curato per LookAtFestival 2009, si lega alla questione del neocorpo, del postorganico o postumano attraverso alcune delle opere selezionate: mi riferisco in particolare a “Croma Soma” di Amaducci e “In&Out – Contemporary Slave” di Taigher. Si tratta infatti di corpi mutanti, lacerati, estesi o mutilati che riflettono non solo la violenta presenza delle tecnologie nella nostra vita, ma anche come l’arte sente di esprimere le pressioni e le reazioni a un decennio di profonda crisi, generate da un entropico stato di panico collettivo causato dai fatti tragici che hanno segnato questa epoca.
In generale, dunque, tutte le opere presentate portano in luce questa cultura dell’emergenza, dell’urgenza e del disordine e individuano nel corpo il depositario dell’esperienza umana, luogo dove si materializzano radicalmente tutte le ansie e le paure di un’epoca in cui il soggetto rischia di essere annullato.
Gli artisti rivendicano questa centralità dell’essere umano mostrando una rappresentazione del corpo che violentemente oscilla tra una presenza lacerata e stravolta e il dissolvimento dello stesso che resta però presente come traccia di luce, riflesso, ricordo, movimento
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“Luci (di) corpi”
Ex Manifattura Tabacchi, Via Vittorio Emanuele 45
Lucca
Dal 22 al 31 Maggio
Orario: tutti i giorni 11.00 – 20.00
info@lookatfestival.it
Ingresso gratuito


La Voce Regina


E’ così intitolato, un progetto curato da Enzo Minarelli (Archivio 3Vitre di Polipoesia ) e Roberto Pasquali (Associazione Interculturale Polo Interetnico).
La voce Regina poesia sonora/polipoesia è un archivio digitale di registrazioni audio provenienti dall’Archivio 3Vitre di Polipoesia, consultabile attraverso postazioni multimediali, interattive in Biblioteca Salaborsa e presso la Biblioteca del Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna. Da novembre 2006, ha proposto l'ascolto di un centinaio di poeti sonori del secolo scorso, da Marinetti a Stratos, da Hugo Ball a Spatola, da Schwitters alla Vicinelli. In questi anni le postazioni hanno registrato oltre 5 mila consultazioni al mese.
Grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e al contributo del Comune di Bologna - Settore Cultura, “La Voce Regina” viene oggi integrata da preziosi e rari video provenienti dagli archivi di Rai Teche, riguardanti poeti e figure del Novecento letterario italiano: dai video in bianco e nero tratti dalla storica trasmissione culturale della Rai L’Approdo, a filmati relativamente recenti come quelli di L’Ombelico del Mondo, trasmissione di Rai Educational dedicata alla poesia. Nasce così La Voce Regina 2 - tradizione e avanguardia della poesia del Novecento, una selezione di video curata da Niva Lorenzini ed Enzo Minarelli, che comprende, sul versante sperimentale, poeti come Pagliarani, Porta, Giuliani, Sanguineti, Balestrini, Vicinelli, Leonetti, Zanzotto; per la tradizione si annoverano Merini, Pasolini, Luzi, Bigongiari, Bertolucci, Ungaretti, Montale, Saba, Penna, Caproni, con due documenti eccezionali riguardanti Ezra Pound e Louis-Ferdinand Céline. Da segnalare infine la presenza dei poeti più giovani con le loro performance, come Lo Russo, Voce e Minarelli.
Non basta. Ecco infine anche il tris con La Voce Regina 3 - la grande stagione della poesia ispanoamericana, curata da Roberto Pasquali.
Questa sezione contiene importanti e storici materiali in audio con le voci originali di poeti ispanoamericani che hanno segnato la storia letteraria del' 900. Nomi universalmente noti come Neruda, Borges, Cortázar, Benedetti, Cardenal convivono con altri meno famosi ma fondamentali per conoscere la varietà e la qualità di questa poesia. Dal gioco linguistico di Girondo e Silva all'impegno sociale e politico di Dalton, Tuñon e Gelman, passando per la singolarità delle voci femminili di Orozco, Vilariño e Marosa di Giorgio.
I materiali provengono dall'archivio privato di Roberto Pasquali, presidente dell'Associazione Interculturale AIPI, con registrazioni realizzate nell'arco di trentanni; da archivi pubblici sudamericani quali l'Audiovideoteca di Buenos Aires e il Museo de la Palabra del Ministero di Educazione e Cultura dell'Uruguay e da donazioni private (Julio Valle Castillo, Nicaragua).
Per festeggiare il triplice evento AIPI e l’Archivio 3Vitre di Polipoesia hanno prodotto un CD audio, dal titolo “La Voce performante: vocoralità del Novecento” a cura di Enzo Minarelli.

Info
Biblioteca Salaborsa
tel. 051.2194400
...
Biblioteca del Dipartimento di Italianistica
Università di Bologna
tel. 051.2098559
...
Aipi: tel. 051 - 67 551 38
Archivio 3Vitre di Polipoesia: info@3vitre.it


Gac in Rete


Guglielmo Achille Cavellini (1914 – 1990), in arte Gac, è uno degli artisti più originali della seconda metà del secolo scorso.
Intorno a lui, è calato un silenzio colpevole da parte dei critici italiani, mentre all’estero sulla sua opera fanno tesi di laurea, scrivono saggi, organizzano esposizioni e convegni.
Se non sbaglio, in questi più recenti tempi, anche da noi, però, qualcosa si sta muovendo e noto, con gioia, che la sua figura compare in alcune mostre.
Gac scommise di campare cent’anni. Non vi riuscì, purtroppo. Ma lanciò un’opera d’autostoricizzazione che arriva fino al centenario (2014).
Nato a Brescia, dal 1946 al 1958 collezionò autori contemporanei dell’astrattismo europeo. Nei primi anni ‘60 riprese la sua attività artistica con opere legate al recupero d’oggetti personali ed alla citazione dei grandi maestri del ‘900.
Nel 1971 coniò il termine “autostoricizzazione” attraverso il quale iniziò un’operazione di comunicazione internazionale attorno al Sistema dell’Arte producendo lavori in cui esaltò la trasformazione dell’artista attraverso l'autopromozione.
Le sue mostre a domicilio furono una specie di vessillo per tanti giovani artisti con cui ebbe un fitto scambio d’arte postale, tanto da creare uno degli Archivi-Museo tra i più cospicui ed interessanti di questo tipo d’opere provenienti da ogni parte del mondo.
Propugnò "l'autostoricizzazione dell'artista" che concretizzò scrivendo un’ampia e fantasiosa autobiografia sotto forma di voce enciclopedica, pubblicata all'interno del volume autoprodotto “Vita di un genio” spedito gratuitamente ad amici ed artisti suoi corrispondenti.
Fra i suoi ammiratori, personaggi quali Quasimodo, Montale, Andy Warhol che gli dedicò un ritratto.

Ora, grazie anche al figlio Piero, critico d’arte, il vecchio sito in Rete dedicato a Gac è stato rinnovato con nuove sezioni e dotandolo di un’agile navigabilità.
V’invito a visitarlo.


Quando diamo i numeri


Galilei diceva: “La Natura è un libro scritto in caratteri matematici”.
E Darwin: “La matematica dota una persona di un nuovo senso”.
Eppure la matematica è vista da tanti come un mondo arcigno e inospitale dal quale ricevere torture mentali.
Tutto il nostro mondo concettuale e sensoriale è governato dalla matematica, ma la gran parte di noi - non solo i giovani studenti - arretra di fronte ad essa, la temiamo, ci sgomenta, perché?
Lo chiesi durante un'intervista su questo sito a Piergiorgio Odifreddi che così mi rispose: In parte le difficoltà sono oggettive. La matematica usa un suo linguaggio particolare, che bisogna imparare prima di poterne usufruire. Ma lo stesso vale per la musica: chi non l'ha studiata, non può leggere uno spartito, e può fruirne soltanto a livello superficiale. Ora, imparare una tecnica non e' mai divertente o piacevole: non lo e' fare scale al pianoforte, e non lo e' risolvere espressioni algebriche. Ma serve, per impratichirsi con lo strumento.
Ci sono poi difficoltà soggettive. non tutti sono "portati" per la matematica, o per la musica. Ma molta colpa ricade sull'insegnamento e sui media. I professori delle scuole hanno per anni insegnato malamente programmi antiquati e poco interessanti, e i giornalisti che controllano i media portano con sé le cicatrici di questa mala educazione. Oggi, però, sembra che le cose stiano cambiando, e la matematica e' ormai arrivata al grande pubblico, non solo attraverso libri di divulgazione fortunati, ma addirittura attraverso romanzi di successo
.

La casa editrice Longanesi rende un buon servizio alla divulgazione scientifica mandando in libreria La matematica spiegata alle mie figlie di Denis Guedj.
Nato nel 1940 a Sétif, in Algeria. Trasferitosi a Parigi nel 1957 per studiare matematica, partecipa alla contestazione studentesca del 1968; in quel periodo scopre la sua vocazione alla scrittura che lo porterà, nel 1987, a scrivere romanzi, il primo dei quali è “Il Meridiano” (in Francia insignito del Prix de L’Institut), seguito, nel 1988, da “La Révolution des Savants” e “L’impero dei numeri”, apparso in Italia nel 1997. Parallelamente alle attività di scrittore e d’insegnante – è docente di Storia delle scienze all’università Paris VIII – Guedj si è impegnato nel cinema e nel teatro, convinto che “anche i concetti possono dare emozioni: per questo li racconto e li metto in scena”.
Nel volume, l’autore, racconta l’avventura millenaria dei numeri spiegando come troppi dizionari ritengano erroneamente sinonimi cifra e numero: “I numeri sono composti da cifre, così cole le parole sono composte di lettere”. E poi: la differenza tra algebra e aritmetica, quella tra uguaglianza e identità, e molto altro.
Ho cominciato questa nota con degli aforismi, la chiudo con un altro di Fernando Pessoa:
“Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo. Il fatto è che pochi se ne accorgono”.

Per una scheda sul libro: QUI.

Denis Guedj
“La matematica spiegata alle mie figlie”
Traduzione di Pietro Gianinetti
Pagine 139, Euro 12:00
Longanesi


Dal nostro inviato


Kraus diceva: “Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo”.
E Oscar Wilde: “La differenza che corre tra la letteratura e il giornalismo è questa: il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta”.
Accanto a queste considerazioni, c’è anche chi come Camus affermava: "Il giornalista è lo storico dell'istante".
A questo tipo di giornalista è dedicata un’antologia curata da Silvana Cirillo e Giuseppe Neri che presenta famosi articoli di firme illustri impegnate a raccontare grandi avvenimenti di mezzo secolo.
Titolo: Dal nostro inviato 50 anni di giornalismo italiano.
Il libro contiene 44 articoli che scandiscono importanti eventi di cinquant’anni di storia italiana e internazionale commentati da nomi che vanno da Dino Buzzati a Paolo Monelli, da Italo Calvino a Gianni Brera, da Pier Paolo Pasolini a Sergio Saviane, da Beniamino Placido a Vittorio Zucconi, a tanti altri ancora.

Silvana Cirillo è docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Molte le sue pubblicazioni, ne trovate una scheda QUI.
Tra le sue più recenti imprese, ricordo che è promotrice del Comitato nazionale per il centenario della nascita di Tommaso Landolfi con manifestazioni tenutesi anche giorni fa.
Scrive nella postfazione: I brani antologizzati sono di natura diversa rispetto ai racconti e romanzi che siamo abituati a leggere e analizzare […] I pezzi proposti costituiscono invece brevi spaccati di vita contemporanea, che, riferendosi a spazi e tempi reali, presentano molteplici attori ma un solo vero protagonista: la “notizia”. Sia che si tratti di informazioni immediate, legate a fatti di cronaca, sia che si tratti di analisi più approfondite, relative a guerre o a rivoluzioni nel costume, nella scienza, la “notizia” costituisce la sostanza di ogni brano.

L’altro curatore è Giuseppe Neri, narratore e saggista, collaboratore da giovanissimo a “Il Mondo” di Pannunzio, ha pubblicato “L’uccello di Chagall”, finalista al Premio Viareggio per l’opera prima nel 1983, “Verso il terzo millennio” (1987), il libro di racconti “L’ultima dogana” (1990), Premio Selezione Piero Chiara; “Bolero” (1999); Il sole dell’avvenire (2003); “Il letto di Procuste” (2005).
Ha lavorato in Rai dove per quindici anni ha diretto il rotocalco radiofonico quotidiano ‘Il Paginone’, ha ideato tantissimi programmi, tra i quali la trasmissione cult “Lampi”; è stato, in seguito, direttore dei programmi culturali di RadioRai.
Nella prefazione, che esamina il giornalismo non solo stampato ma anche radiotelevisivo, dice: … noi qui parliamo del giornalismo così come si è configurato nel corso del Novecento […] dello sviluppo del giornalismo moderno, favorito e potenziato dal coevo sviluppo di nuove tecnologie: senza il processo d’industrializzazione sarebbe quasi impossibile pensare la diffusione, l’espansione di uno strumento come il giornale. E che la lettura del giornale acquistasse, in breve tempo, le caratteristiche di un rito, lo si può dedurre da un’annotazione di Hegel: “Il giornale è la preghiera laica dell’uomo moderno”.

Quest’antologia, mostrando famosi “pezzi”, sembra ammonirci, sullo stato attuale del giornalismo in Italia che va sempre più appiattendosi al servizio del potere politico evidenziando le crepe della nostra democrazia.
Inoltre, è una raccolta che testimonia sulla scrittura giornalistica in un momento di radicale trasformazione; è abbastanza recente la comunicazione dei vertici del quotidiano statunitense “New York Times”, che ha ora un milione e mezzo di lettori on-line ed un milione off-line, di editare nel volgere di cinque anni la testata unicamente attraverso Internet.

Silvana Cirillo e Giuseppe Neri
“Dal nostro inviato”
Pagine 258, Euro 20:00
Bulzoni Editore


Biancofango


E’ questa l’ultima volta che scrivo di una Compagnia teatrale che non ha un sito web.
Mi ha convinto a farlo, Laura Neri che di quel gruppo cura ottimamente (come si può notare dal mio cedimento) la promozione assicurandomi che presto Biancofango provvederà a quella mancanza.
Perché tanta severità sull’assenza di un sito web? Per due ragioni. In ordine d’importanza: perché, non per avventura, questo accade a molti – è il caso, infatti, del gruppo che m’accingo a presentare – fra quelli che agiscono nelle loro produzioni lontano da modalità tecnologiche, vale a dire lontano da quanto questo sito predilige e sostiene preferendo – non solo in area teatrale – realizzazioni tecnosensoriali (a proposito, di eccellenti ne ho visto a gennaio di quest’anno al Netmage di Bologna). Inoltre, perché chi, oggi, svolge un’attività artistica professionale senza attrezzarsi in Rete è, per me, come un tipografo che non avesse un biglietto da visita.

Biancofango nato da un incontro fra Andrea Trapani e Francesca Macrì è oggi formato da un trio con Lorenzo Acquaviva.
Andrea Trapani, nato a Firenze nel 1972, diplomato in recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, ha lavorato, fra gli altri, con Maurizio Scaparro, Andrea Camilleri, Massimiliano Civica.
Francesca Macrì (Milano, 1980), drammaturga e regista, laureata a Pavia in Storia del Teatro, in quell’ateneo collabora tuttora con il “Laboratorio di Drammaturgia Antica” per la riscrittura e messinscena di testi. Ha studiato con Luca Ronconi, Cesar Brie, Bread and Puppet e Biljana Sbrljanovic.
Lorenzo Acquaviva (Trieste, 1968), diplomato in recitazione presso l’“Advanced Residential Theatre and Television Skillcentre” in Inghilterra, ha avuto per maestri Jean Pierre Marie, Danio Manfredini, Gabriele Vacis e Mammadou Dioume.
Il loro più recente lavoro è una trilogia intitolata Nei dintorni dell’inettitudine che nei prossimi mesi, dopo un già avvenuto debutto romano, andrà in tournée in città italiane e in paesi dell’America del sud.
Al gruppo ho chiesto: qual è il progetto complessivo della vostra Compagnia? In altre parole, con quali differenze e/o quali riferimenti vi proponete nel panorama scenico?
Li sentirete rispondere con una voce sola, prodigi della tecnologia di bordo su Cosmotaxi.

Un teatro d’attore. Su questo si basa, ossessivamente e rigorosamente, la nostra indagine e la nostra ricerca. Sin dagli inizi: la compagnia “BiancoFango” è nata nel 2005 dall’incontro tra Andrea Trapani, attore-autore, e Francesca Macrì, drammaturga e regista.
Da un comune lavoro sulla scena, iniziato ancor prima della fondazione della compagnia, ha preso sempre più corpo la necessità di un teatro che si propone di nascere dall’attore e una drammaturgia che in qualche modo ne diventi la sua azione e che non si accontenti mai di rimanere parola. Parole in lotta, potremmo dire. Parole rubate alla scena. Eppure a volte senza suono, a danzare dentro il corpo. A creare contorni nuovi per forme conosciute.
Prendendo a prestito e giocando con le parole di altri diremmo: “è bello che dove finiscono le parole debba in qualche modo incominciare un attore”
.

Il vostro più recente lavoro è la trilogia di cui s'è detto in apertura. Com'è nata l'idea e su quali specificità di linguaggio è agita?

La trilogia, “Nei dintorni dell’inettitudine: linea bianca + panchina”, è un lavoro che si è delineato sempre più non come un percorso alla ricerca di domande e di conclusioni, ma come il tentativo di scovare, imparare e sostenere il ritmo di un respiro, il respiro di chi si sente sempre al di qua, di chi non riesce a trovare la propria strada eppure la desidera disperatamente.
L’inettitudine diventa così il ritratto di tre uomini alle prese con la propria in-attitudine a vivere. Tre spettacoli, tre personaggi, tre maschere spogliate di una vera identità e accomunate da un identico soprannome, Mastino, che in fasi diverse della loro vita, sono costretti in qualche modo a ri-guardare indietro (o altrove?) e affrontare una perdita d’identità generata e alimentata da un confronto, quasi sempre esasperato e claustrofobico, con un altro diverso da sé e inevitabilmente percepito come migliore.
Una linea bianca, di volta in volta confine da attraversare o muro invalicabile, e una panchina, luogo di tormentata inazione e di sola apparente staticità, sono gli unici elementi scenici a far compagnia a dei corpi in lotta con la scena per non cedere al lirismo. Fino all’ultimo respiro

Biancofango
Ufficio Stampa: Laura Neri, laura.neri@gmail.com; 347 – 47 16 598


Teatri possibili


Questo è il titolo di una mostra in corso a Biella dove il sottotitolo esplicita il significato della finalità espositiva:Percorsi visivi, simmetrie e affinità dall’epoca barocca alla video/art
Teatri possibili si sviluppa attorno al tema delle problematiche sociali contemporanee quali l’emigrazione, il lavoro, la differenza razziale, lo svago, la scuola, l’amicizia, la sessualità, la politica, la natura, la gioventù e la vecchiaia.
Problematiche comuni a molte epoche e periodi storici che hanno trovato eco nelle interpretazioni e nelle differenti sensibilità degli artisti del passato e di oggi. Una “corrispondenza” fuori dal tempo si è venuta a instaurare fra molti video/artisti che si sono ispirati ai capolavori del passato. Uno fra tutti è l’americano Bill Viola che prende spunto per la produzione dei suoi video dalle opere di secoli fa, in modo particolare da Pontormo, dalle grandi pale rinascimentali e dalle icone del Trecento senese.

In foto: Patrizia Guerresi Maimouna: “Oracles”,2007, still da video a colori

Dal catalogo firmato da Andrea Busto curatore della mostra:
Una riflessione sugli ultimi cinquant’anni della storia dell’arte contemporanea porta a risultati in cui sempre più le influenze e le contaminazioni fra le diverse discipline generano opere ibride e commiste in bilico fra novità e rielaborazioni post moderne. Fin dal passato – e in particolar modo nelle corti rinascimentali – l’artista era chiamato a esprimere la propria creatività in diversi domini: architettura, pittura, poesia, filosofia eccetera. Il cerchio di azione non veniva determinato da una regola circoscritta a campi precisi, bensì da un bisogno reale e utilitaristico, dove l’eccellenza di pensiero poteva esprimersi liberamente in tutti gli ambiti possibili.

E oggi? Ancora Andrea Busto:

A un livello intermedio tra narrazione visiva, documentario poetico, reportage pittorico e tutte le declinazioni conseguenti, sta una certa produzione video che vuole raccontare senza narrare, alludere e non esplicare, porsi nella dimensione filmica e non appartenere a nessun genere.
Da tempo ormai la produzione di video-art ha spostato i propri interessi dalla ricerca underground alla dimensione paradossalmente più cinematografica. Mattew Barbey con la serie “Creemaster” ha definitivamente sdoganato l’opera video da una dimensione ‘confidenziale’ a quella pubblica e museale
.

L’Ufficio Stampa è di Giuseppe Galimi: 011 – 7640258; giuseppe.galimi@taiagency.it

“Teatri possibili”
Palazzo Ferrero
Biella
Info: 0154 – 507212 / 213
Fino al 28 giugno ‘09


Radio e Machete


In Rwanda, quindici anni fa, nella primavera del 1994, circa ottocentomila persone persero la vita in una strage che fu presentata dalla maggioranza dei media, per malafede o per colpevole frettolosità, come una faida fra tribù africane.
Le cose non stavano in quel modo.
Ecco in pochi minuti, con un amaro e divertente finale, come la racconta Dario Fo.

La casa editrice Infinito, proseguendo nella sua lodevole linea editoriale tesa a sostenere i valori e i diritti civili, ha mandato in libreria, La radio e il machete Il ruolo dei media nel genocidio in Rwanda.
N’è autore Fonju Ndemesah Fausta, nato in Camerun. Laureato in Lingue Straniere Applicate presso l’Università di Dschang (Camerun) e in Scienze della comunicazione presso quella di Bologna, ha lì conseguito il dottorato in Cooperazione Internazionale e Politiche dello Sviluppo Sostenibile. Vive in Italia dal 1999.

E’ prima di tutto un monito ai professionisti dell’informazione, questo libro scrive Massimo Zaurrini nell’introduzione in un’era in cui il giornalismo e i mezzi di comunicazione di massa sembrano essersi piegati alle logiche del potere.
Nel libro è particolarmente osservato quanto combinò Radio Libre des Mille Collines (Rtlm) che incitò al genocidio con le sue trasmissioni orientate a presentare i Tutzi come degli approfittatori e gli Hutu come dei liberatori. I programmi non trascurarono nessun veicolo semantico pur di raggiungere i cruenti scopi che si prefiggevano: dall’uso del linguaggio e dei simboli religiosi ad una costante demonizzazione del nemico con falsificazioni della storia, con incitazioni al razzismo fino all’uso di canzoni che facevano appello all’emotività.
Non si trattò solo di Rtlm, tutto lo scenario mediatico internazionale si macchiò allora di gravi colpe, non esclusa l’Italia.
Il libro (bella la copertina ideata da Enrico Pugni), oltre ad una corposa bibliografia, s’avvale di una cronologia dal 1990 al 1994 di quella tragedia, e, inoltre, di un glossario e di una scheda che illustra il significato di tante sigle a noi ignote e perciò è ancora più preziosa la loro esplicitazione.

Per una scheda e leggere pagine del libro: QUI.

Fonju Ndemesah Fausta
La radio e il machete
Introduzione di Massimo Zaurrini
Pagine 144, Euro 12:00
Infinito Edizioni


I riciclisti

Chi sono i riciclisti?
Per saperne, CLIC!


Senti questa


Quando lo storiografo olandese Johan Huizinga (nato nel 1872 morì, deportato dai nazisti, nel gennaio ‘45) pubblicò “Homo Ludens” nel 1939 – apparirà in Italia nel 1946 – la filosofia idealistica subì uno dei più duri colpi della sua storia. In quel libro, infatti, un principio consolidato ai nostri giorni, sembrò addirittura oltraggioso, perché s’affermò allora, come scrive Umberto Eco, “una nozione di cultura come complesso di fenomeni sociali di cui fan parte a pari titolo l’arte come lo sport, il diritto come i riti funerari”.
Fu smontata l’idea di cultura “alta” e di cultura “bassa”, fu chiaro che l’indagine sui comportamenti umani può essere condotta, con un metodo di ricerca interdisciplinare come Huizinga aveva fatto in ‘Homo Ludens’, anche osservando il gioco.
Molte opere di sociologia e d’antropologia sono debitrici da quel tempo all’impianto di studi di Huizinga, sicché oggi interpretiamo la società anche attraverso aspetti quali i programmi radiotv, la moda, il packaging, la pubblicità, le canzonette, rinvenendo tanti profili, tic e tabù degli umani.
A questo filone di ricerca appartiene Senti questa Piccola storia e filosofia della battuta di spirito titolo di un bel libro mandato in libreria da Isbn Edizioni; n’è autore Jim Holt che collabora da molti anni con il “New Yorker” e vive nel Greenwich Village.
“Senti questa” non è un libro di barzellette, anche se ne contiene molte, dall’antichità ai nostri giorni. L’autore, difatti, apre il suo lavoro con riflessioni sulla prima raccolta di brevi battute, il “Philogelos” - IV o V sec. d.C. - (ad esempio: “Come vuole che le tagli i capelli?” chiese un barbiere loquacissimo, “In silenzio” gli rispose un buontempone).

“Che cos’è che ci fa ridere? E perché si ride?” Si chiede Holt ed attraversa i tanti studi sull’argomento: da Hobbes a Bergson, da Schopenhauer a Kant, da Voltaire fino a Freud con “Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio”.
Francamente sorprende, in tante ragionate e ben fatte citazioni, l’assenza di Pirandello col suo importante saggio “Sull’umorismo” che tanto fece imbufalire Benedetto Croce; vabbè, càpita anche nelle migliori famiglie qualche infortunio del genere.
Dopo una cavalcata attraverso varie epoche viste attraverso il loro modo di ridere, alla fine, Holt, conclude saggiamente ch’è impossibile arrivare ad una definizione univoca dell’umorismo perché “tentare di definire lo humour è già fare dell’umorismo”.
Dimentico niente… ah sì… c’è chi poi racconta barzellette vecchissime e trucibalde, pare che anche in Italia ce ne sia uno specialista, ma a lui ci ha già pensato il poeta newyorchese Richard Wilbur, due volte Premio Pulitzer per la poesia, che in “To a Comedian” fulmina un tipetto così con il verso: Sei il pagliaccio che nella risata infila il ribrezzo.

Per una scheda sul libro: QUI

Jim Holt
“Senti questa”
Traduzione di Alfonso Vinassa de Regny
Pagine 128, Euro 12:00
Isbn Edizioni


Colori dello spazio


E’ in corso nella sede di Palazzo Piozzo a Rivoli la mostra Dipingere lo spazio di Giuliana Fresco artista che vive e lavora tra Milano e Londra.
L’evento espositivo, organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Città di Rivoli, è curato dalla storica dell’arte Martina Corgnati della quale ricordo la splendida mostra Le porte del Mediterraneo di cui m'occupai tempo fa.
E’ questo per Giuliana Fresco un ritorno e insieme un’avventura del tutto nuova: ritorno a Torino a qualche anno di distanza dalla personale nelle sale storiche di Palazzo Bricherasio, e avventura per l’incontro con Filippo Juvarra, con il sentimento dello spazio barocco, veicolato dallo straordinario progetto su scala ambientale che collega idealmente il Castello di Rivoli con la basilica di Superga.
Una novità di questa mostra è rappresentata anche dalle grandi tele non intelaiate, alla “support-surface”, leggerissime e sospese negli eleganti ambienti settecenteschi del Palazzo del Piozzo. Sono esposte circa 100 opere in un allestimento che contempla varie installazioni site specific studiate per ogni ambiente.

In foto: “Progetto spaziale 09”

Ecco un passaggio estratto dallo scritto di Martina Corgnati in catalogo:
… oggi la pittura non è al centro ma si trova invece in una posizione piuttosto appartata nell’insieme dei linguaggi dell’arte e ancora di più fra le immagini: una condizione insieme pericolosa e promettente. Il pericolo sta, naturalmente, nella tensione sempre incombente all’emulare linguaggi oggettivamente più analitici: perché il racconto della realtà che la pittura può offrire è insignificante rispetto a quello facilmente accessibile alla fotografia, al video, alle installazioni; allora non resta che collocarsi in un luogo di dubbi, in cui le cose diventano incerte. In questo luogo la pittura, e solo la pittura ha la possibilità di corrispondere a un pensiero più sfuocato e al tempo stesso più comprensivo e diacronico: il pensiero che possiamo anche fallire, e fallire nell’immagine, ma che possiamo continuare a pensare, vedere, sentire il discorso degli altri.
Allora questa estrema ricchezza di rimandi, questa “pienezza di storia” che leggo sempre da anni, nel lavoro di Giuliana Fresco non è affatto un’ostentazione capricciosa e superflua ma una forma consapevole e meritoria di appartenenza a questo tempo liquido
.

Ufficio stampa: Stilema – Cristina Negri; tel. 011- 530066; cristina.negri@stilema-to.it

Giuliana Fresco
“Dipingere lo spazio”
Mostra antologica 1996-2009
A cura di Martina Corgnati
Palazzo Piozzo - Rivoli
Fino al 31 maggio 2009
Ingresso gratuito


Archivio Videoludico (1)


Dedico questo servizio in due parti all’Archivio Videoludico nato, il 23 marzo scorso, all’interno di una delle più efficienti strutture culturali del nostro paese: la Cineteca di Bologna che ha per Presidente Giuseppe Bertolucci e Direttore Gian Luca Farinelli.
Spesso in Cosmotaxi mi sono occupato di videogames, sarà perché m’intriga quel loro modo giocoso di proporre un intercodice tecnologico fra musica, immagine, letteratura, cinema sia quando sono umoristici sia quando sono distopici, sarà che preferisco Lara Croft, la creatura di Toby Gard, con i suoi pixel che lèvati, all’altra Lara, quell’Antipov di Boris Pasternak, funesta crocerossina full time dello sfortunato Dottor Zivago

Come definire un videogioco? Lascio la parola a Paola Carbone che da me intervistata tempo fa così mi disse: Il videogioco può essere inteso come un ‘dispositivo tecnosociale’, vale a dire un fenomeno sociale e culturale che deve imprescindibilmente avvalersi della tecnologia.
Nato come mera sperimentazione (si ricordi, “Tennis for two”, sviluppato per oscilloscopio nel 1958), il videogioco ha sempre seguito l’evolversi della tecnologia fino a diventare oggi un vero e proprio campo di sperimentazione. Negli ultimi anni la modellazione tridimensionale degli ambienti e lo sviluppo della grafica applicata alla caratterizzazione dei personaggi hanno favorito la creazione di ambienti immersivi sempre più coinvolgenti dal punto di vista emotivo. In particolare, il non-luogo (o l'iper-luogo virtuale) videoludico oggi si configura fortemente come luogo della socializzazione, del consumo, dello scambio
.

In Italia, Matteo Bittanti ha dedicato alla materia alcuni suoi libri, fra i quali ricordo Per una cultura dei videogames e Schermi interattivi; insieme abbiamo parlato di videogiochi anche durante un volo spaziale.
Ecco una sua definizione del videogame durante un’intervista data a Marco Leonardi:
E’ una macchina della felicità: è appositamente sviluppato per soddisfare il giocatore per mezzo di una gratificazione istantanea […] I videogiochi producono endorfine e riducono i livelli di stress, ansia ed irritabilità. Non dimentichiamo che la prassi videoludica è performativa: richiede abilità, dedizione, pratica. Il videogame si colloca a metà strada tra lo sport e la danza, tra la narrazione e l’esplorazione. Quello che mi affascina di questo medium è che contiene tutti i linguaggi e i codici degli altri, ma non è per questo una forma espressiva inferiore o “minore”. L’errore da evitare è di applicare al videogame i criteri qualitativi dei media tradizionali, analogici e lineari.

Avviciniamoci ora all’Archivio Videoludico di Bologna e ai suoi protagonisti.


Archivio Videoludico (2)


L’Archivio Videoludico è una nuova iniziativa della Cineteca di Bologna realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Discipline della Comunicazione e del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna, con Aesvi (Associazione Editori Software Videoludico Italiana), le associazioni e i principali publisher italiani. Per la prima volta, lavorando a stretto contatto con l'industria e con l'àmbito accademico, l’Archivio punta a dar vita ad un polo di tutela e promozione del medium videoludico e permette non solo di conservare il patrimonio storico, ma di promuoverne la fruizione e lo studio, di realizzare incontri d’approfondimento, di coinvolgere a scopo educativo i più giovani e le scuole.
Ad esempio, nel mese di maggio l’Archivio propone una serie d’appuntamenti indirizzati ad appassionati e curiosi per scoprire e analizzare giochi, serie e generi, approfondire il linguaggio videoludico, le convenzioni estetiche e narrative che lo caratterizzano, e le relazioni che questo intrattiene con gli altri media.
E’ questo un ciclo che intende diventare un appuntamento fisso ed esordisce con due serate: martedì 12 maggio alle ore 20.30, Marco Benoît Carbone presenterà l’incontro “Heartbeats and neonscapes. Estetica del codice e passioni sinestesiche: Rez, Tron, The Lawnmower Man, eXistenZ”; giovedì 21 maggio, sempre alle ore 20.30, incontro con Giovanni Caruso e Mauro Salvador: “Following Gears. Il percorso evolutivo della virtual camera negli shooter. Dalla soggettiva nei classici first person alla terza persona ‘embedded’ di Gears of War 2”.
L’Archivio rientra nelle attività degli Archivi non filmici della Cineteca di Bologna, dei quali è responsabile Anna Fiaccarini.

Ho rivolto alcune domande ad Andrea Dresseno ideatore e curatore del progetto e a Matteo Lollini che ha il ruolo di consulente e si occupa dei rapporti con l'Università.
Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia di bordo su Cosmotaxi.

Quanti titoli esistono in Archivio e com’è stato raccolto il materiale?

Ad oggi l'archivio conta 22 piattaforme, dallo storico Atari 2600 del 1977 agli hardware più recenti, e 1114 titoli. Se si considerano anche le raccolte – ovvero quei titoli che includono numerose opere del passato e che figurano come unico oggetto all'interno del catalogo – il numero totale dei giochi a disposizione degli utenti cresce sensibilmente. Si tratta in ogni caso di numeri costantemente aggiornati: a partire dal 23 marzo 2009, giorno di apertura dell'archivio, il fondo è cresciuto di circa 300 unità.
Il materiale viene reperito sia mediante le donazioni dei produttori di hardware o software italiani, che hanno aderito senza eccezioni al progetto, sia attraverso donazioni di privati e acquisizioni mirate della Cineteca

Quali criteri hanno guidato le scelte del repertorio?

La selezione dei titoli dell'archivio si muove su due strade: per quanto riguarda la produzione presente e futura i titoli vengono donati in occasione della pubblicazione, senza distinzione, dagli stessi produttori. Una selezione viene invece operata in particolare sulla produzione passata, che rappresenta la vera sfida dell'archivio. Maggiore attenzione è rivolta alle opere che più hanno influenzato l'evoluzione del medium e a quelle che mettono in luce i rapporti intermediali tra il videogioco, gli altri media e le arti.

I videogiochi, hanno poco meno di cinquant’anni.
Dai lontani “Spacewar” e “Pong” ad oggi qual è stato, a vostro avviso, il principale elemento (ammesso che si possa restringere il campo ad uno solo) che ha connotato l’evoluzione del loro linguaggio?

Le prospettive attraverso cui leggere l’evoluzione del medium sono molteplici ed è difficile considerarle separatamente. Ciononostante, potremmo rintracciare questo fattore evolutivo in una progressiva tendenza all’immersività: la capacità dei videogiochi di coinvolgere l’utente nel mondo finzionale, dissimulando la soglia che divide l’universo di gioco dalla realtà del giocatore. Per accorgersene è sufficiente riprendere in mano un vecchio classico. Il “minimalismo” visivo e sonoro non incideva necessariamente sulla godibilità del gameplay. Sicuramente, però, i limiti tecnici dei primi titoli agivano da ostacolo all’immersione nel mondo ludico.
Nel corso della sua evoluzione il medium ha puntato a coinvolgere il giocatore attraverso la complessità dell’impianto narrativo (è il caso delle avventure grafiche e dei giochi di ruolo, per esempio), ma non solo. L’avanzamento della tecnologia ha aperto nuove strade al potenziale immersivo dei videogame. La sofisticazione delle interfacce e l’introduzione di vere e proprie protesi di gioco hanno raffinato l’interazione. In alcuni casi, la tecnologia ha puntato alla forza mimetica del realismo, come negli sparatutto di ultima generazione. Altre volte, sono il valore estetico e la coesione formale a catturare il giocatore
.

Per accedere alle postazioni in Biblioteca, occorre prenotare telefonando al numero 051 – 21 95 307.
Per ulteriori informazioni rivolgersi a: archiviovideoludico@comune.bologna.it

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web, l’Ufficio Stampa è guidato ottimamente da Patrizia Minghetti: cinetecaufficiostampa@comune.bologna.it


Sabina nella blogosfera


Quando è nato il primo blog? La data è controversa.
Secondo certi storici della Rete il Weblog Day è da festeggiare il 14 giugno 1993.
Pare, infatti, che, fu quello il giorno in cui può ritenersi nata quella tipologia di comunicazione che incrocia pubblico e privato. Perché quel dì al National Center for Supercomputer Applications Mosaic, qualcuno – un buontempone? – mise sul web notizie d’utilità aziendale con l’aggiunta di notazioni che riguardavano la sua vita privata.
Secondo altri studiosi, la data è il 18 luglio 1997 riferendosi allo sviluppo, da parte dello statunitense Dave Winer del software che ne permette la pubblicazione. Più certo, in verità, è l’anno in cui fu coniata l’espressione ‘weblog’: il 23 dicembre del 1997, da John Barger, un commerciante americano appassionato di caccia, che decise di aprire una propria pagina personale per condividere con altri notizie circa il suo cruento hobby.
Da allora ad oggi il numero dei bloggers in Rete è cresciuto enormemente producendo anche un vero e proprio nuovo genere letterario specie quando s’avvale pienamente dell’ipertesto, vale a dire, come ben spiega Caterina Davinio: “…un testo in cui il contenuto non è in ordine sequenziale, ma è diviso in blocchi disposti secondo una struttura reticolare, in cui il lettore, attraverso i links, può individuare più di un percorso o anche andare alla deriva (dipende dal grado di gerarchizzazione che l'autore ha imposto al proprio ipertesto); l'ipertesto si presenta oggi spesso nella forma più spettacolare dell'ipermedia, dotato di una grammatica che coniuga musiche, immagini, filmati, animazioni; se il tutto non è una semplice sovrapposizione, ma concorre a formare un testo intersemiotico, possiamo trovarci di fronte a un sistema nuovo”.
Un ottimo libro sul blog, l’ha scritto Giuseppe Granieri: Blog generation (Laterza, 2005).
Il genere “blog” accanto ai sostenitori trova anche detrattori corrucciati (in realtà spesso tecnofobi), costoro sbagliano perché esistono blog di valore e blog idioti, dipende da chi scrive e come scrive.
Sia come sia, sto qui a segnalare un nuovo, buon blog, nato poco fa che mi sembra valga la pena visitare: QUI.
N’è conduttrice Sabina Incardona.
Di lei mi sono già occupato quando si laureò con una tesi dedicata al cinema di David Lynch; si sa: nessuno è perfetto.
Non a caso, quindi, sul suo blog si trovano recensioni cinematografiche ben scritte e spesso cattivelle come gradirei più spesso trovare nelle cronache cinematografiche sul web.
A concludere: le brave ragazze vanno in Paradiso, Sabina dappertutto.


Primo Maggio


In questa data, è da sempre l’immagine più citata da quotidiani, periodici, tv: “Il Quarto Stato”.
Guardiamola più da vicino.

Così ne scrive Aurora Scotti, in Cento opere. Proposte di lettura, nell’ Enciclopedia dell'arte, edita da Garzanti nel 2002:

Il Quarto Stato - (1901), olio su tela, cm 293x545 - fu dipinto da Pellizza tra il 1898 e il 1901 e venne acquistato per pubblica sottoscrizione dal Comune di Milano nel 1920; da allora fa parte delle Civiche Raccolte d'Arte (oggi Galleria d'Arte Moderna presso palazzo Belgiojoso Bonaparte in via Palestro). Pellizza decise il titolo con cui il quadro è universalmente noto poco prima di inviarlo alla Prima Quadriennale di Torino del 1902, in sostituzione del precedente “Il cammino dei lavoratori” con una più consapevole scelta di classe, maturata a margine di letture socialiste e anche di una riflessione sulla Storia della rivoluzione francese di Jaurès, che in quegli anni usciva in edizione italiana economica e a dispense. Il soggetto è ispirato a uno sciopero di lavoratori, un tema che aveva interessato i pittori del realismo europeo alla fine dell'Ottocento (da “Lo sciopero dei minatori” di Alfred-Philippe Roll del 1884 a “Sciopero” di Plinio Nomellini del 1889, a “Una sera di sciopero” di Eugene Laermans del 1893).
Rispetto ai contemporanei il quadro di Pellizza rifiuta caratterizzazioni di eccitata protesta o di passiva rassegnazione, ma legando il tema iconografico dello sciopero con quello della sfilata che caratterizzava le celebrazioni della festa dei lavoratori, presenta una schiera di braccianti che avanza frontalmente, guidata in primo piano da tre persone in grandezza naturale: un uomo al centro affiancato, in posizione leggermente arretrata, da un secondo lavoratore più anziano e da una donna con un bimbo in braccio. La scena si svolge su una piazza illuminata dal sole chiusa sul fondo da folte macchie di vegetazione, che schermano anche le architetture esistenti, e da una porzione di cielo bluastro con striature rossastre iscritta in una cornice centinata. L'organizzazione dei personaggi fu lungamente studiata da Pellizza attraverso disegni preparatori a carboncino e gesso di grande suggestione compositiva e chiaroscurale: disegni singoli per i tre protagonisti, a gruppi per i personaggi in secondo piano, e di dettaglio per teste o mani delle ultime figure sul fondo […] In essi si materializza l'avanzare inarrestabile di uomini e donne le cui connotazioni descrittive di età e di classe vengono rielaborate e riassorbite in forme nutrite di una profonda cultura pittorica che attinge ai modelli rinascimentali (Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Botticelli) lungamente studiati nei musei di Firenze, nelle Stanze e nei Palazzi Vaticani, e sulle fotografie Alinari, che di tali capolavori documentavano efficacemente forme, ritmi e articolazioni compositive […] Un simile elogio della contemporaneità non poteva essere realizzato se non con una tecnica capace di essere assolutamente moderna, e cioè scientificamente controllata nei passaggi costruttivi della figura ma anche nello studio degli accordi e dei contrasti delle luci a partire dalle basi offerte dalla fisica e dalla chimica ottocentesche.


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