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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Clinica della tv (1)

La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere!
Così grida dal teleschermo Peter Finch, nei panni del disperato conduttore Howard Beale in “Quinto potere”. Howard Beale… come informa una voce fuori campo al termine del film “Il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto”.
Sulla crudeltà e sulla perniciosità della televisione hanno lavorato in molti ed ora disponiamo di un nuovo illuminante saggio pubblicato da Mimesis.
É intitolato Clinica della tv I dieci virus del Tele-Capitalismo. Filosofia della Grande Mutazione.
Ne è autore Carmine Castoro.
Filosofo della comunicazione, giornalista professionista, è stato collaboratore e inviato per quotidiani e magazine nazionali; autore televisivo, ha firmato numerosi programmi per il palinsesto notturno della Rai e per i canali Sky.
È professore incaricato di Semiologia degli artefatti e Teoria dell’immagine presso la Link Campus University di Roma. Insegna Estetica dei media presso lo IAC, Istituto Armando Curcio. Collabora con Semiotica dei media all’Università di Bari.
Fra le sue opere: Crash tv. Filosofia dell'odio televisivo (2009); Maria De Filippi ti odio. Per un'ecologia dell'immaginario televisivo (2012); Filosofia dell'osceno televisivo. Pratiche dell'odio contro la tv del nulla (2013).
Collabora in Cultura con il portale-tv del quotidiano Il Messaggero, e scrive saggi per la Rivista di Scienze Sociali diretta da Massimo Canevacci.

Nella clinica diretta da Castoro sono studiati dieci virus che rendono la salute della tv e di chi la guarda decisamente compromessa e pressoché inguaribile.
Eloquente il quarto di copertina: “Cos’è il tele-idiotismo? Ideologia dell’insignificanza. Gestione millimetrica delle percezioni. Allergia al reale, alle emozioni, alla fertile e vuota intimità del vero. Il Potere non più ontologia, ma peggio: istologia. Tessuto di immagini e credenze che si auto legittimano. Sortilegio, parola-trick che inceppa il divenire. La noia del noi, rigorosamente in presa diretta”.

Segue ora un incontro con l’autore.


Clinica della tv (2)


A Carmine Castoro (in foto) ho rivolto alcune domande.
Dopo gli altri libri sulla tv che ho ricordato prima, che cosa principalmente ti ha spinto a scrivere questo nuovo volume?

Sicuramente il calcificarsi, pur nelle sue illusorie iridescenze, di una Forma dell’immagine che ha trasfigurato, saturato, blindato ancor più degli anni scorsi l’orizzonte esistentivo delle nostre libertà. Perché oggi – come dimostra il libro – il falso non è solo copertura o nascondimento del vero, ma, peggio, auto-determinazione e auto-rafforzamento di una luccicanza tecnologica, di una retorica del visibile così pervasive, credibili, osannate e al di sopra di ogni sospetto, da alimentare i nostri convincimenti più stabili con estrema facilità, fino a far indossare al Reale stesso l’indumento ottico che più serve a difendere taluni profitti privati, e/o orientare le masse verso alcune precise stazioni dell’indottrinamento e dell’illiberalità tout court. Scopriamo che una nuova inquietante Tele-Polis ci insegna che diventare chef milionari è il top del momento, che è redditizio vendere cocaina, che la morte è un gioco di società, che se si finge amore si diventa famosi, che gossip e sciocchezze valgono le prime pagine, che si esiste solo se ci si “mitraglia” di selfie, che la dissidenza e la diversità sono reperti giurassici o rischi che non possiamo correre. Scopriamo, inoltre, che la pubblicità tanto amata e “naturalizzata”, e mai più messa sul banco degli imputati, tende ormai, più che a reclamizzare un prodotto di largo consumo, a incistare il linguaggio ordinario, le memorie collettive, le frontiere dell’autenticità, con ingranaggi da Meccano e automatismi commerciali che non ci separano più da un’unica melassa globalizzata di merci e compulsioni. Tutto questo ha il carattere ormai della sfida e dell’emergenza.

Popper e Pasolini, due diversi modi d’essere contro la tv.
Da quale ti senti meno lontano (o più vicino)?

Probabilmente la “cattiva maestra” televisione di Popper, visto il livello asfittico del dibattito intellettuale sui temi mediatici, corre il rischio oggi di essere presa per un moralismo d’antan. Certamente era ancor più profetico e vibrante Pasolini quando, con Massimo Fini per L’Europeo nel ’74 (in “Interviste Corsare”), così preconizzava (frase che, non a caso, ho citato in “Maria De Filippi ti odio”): “Questi giovani che la pagheranno carissima e che mi fan pena… Perché sono odiosi. I ragazzi dai quindici ai venti ai ventuno ai ventidue anni sono odiosi. Poveretti. Non sanno più parlare, sono completamente afasici, sono dei presuntuosi. Sono proprio una povera cosa… hanno perso la loro individualità, sono tutti uguali, fascisti, antifascisti, studenti, operai, borghesi, sottoproletari, delinquenti. Se tu vai per strada in una borgata romana o nelle periferie milanesi e cammini e vedi dei gruppi di giovani, niente, ma proprio niente ti può far dire guardandoli se quelli sono o no dei delinquenti e se fra cinque minuti ti ammazzeranno. Io lo trovo semplicemente spaventoso”. Era l’inizio della Grande Pialla della società consumista e tele-capitalista.

Nello scenario tv europeo, è la televisione italiana quella più colpita dai virus da te studiati?

Per certi versi sì. Paesi come Francia e Inghilterra, su tutti, esercitano da più tempo contrappesi di vigilanza, giornalismo critico e consumo culturale tali da controbilanciare l’offesa – va chiamata così – della demenza televisiva, calcistica, gossipara e pubblicitaria. Il punto, però, è che la stragrande maggioranza dei programmi – vedi soprattutto quelli sul “talento” come X Factor e tanti altri – sono scatole di cartone identiche per concept, scenografie, dialoghi in tutte le latitudini del mondo. E questo ha creato uno spaventoso vuoto autoriale. Dall’altro lato, dobbiamo pensare non solo agli effetti “nucleari” del televisivo, ma ad una sommatoria di condizionamenti strutturali che non lasciano fuori Internet, i social network, il framing sociale più diffuso e interattivo. La tensione, le inquietudini, gli attacchi sensoriali e mentali che subiamo corrispondono a una precisa strategia, a un apparato di cattura, potremmo dire deleuzianamente, che, attraverso una mobilitazione incessante dei nostri bisogni, paure e desideri, è come se ammantasse gerarchie e priorità più profonde, distraendoci, distruggendoci morbidamente, condizionandoci sottilmente, a livello di nervi e immaginario, dirottandoci verso tempi e modalità del nostro stare al mondo che ci condannano a un imperativo categorico ‘multilevel’: agisci, combatti, aspira, imponiti, senti e orientati in base a ciò che “dicono” che tu senta e faccia. Dice Sloterdijk: “I grandi corpi politici che chiamiamo “società” sono da intendersi, in linea di principio, come campi di forza stress-integrati, più precisamente come sistemi di preoccupazioni autostressanti e permanentemente proiettati in avanti… Un costante flusso tematico di stress, più o meno intenso, provvede alla sincronizzazione delle coscienze per integrare le rispettive popolazioni in comunità di cura e di eccitazione che si rigenera di giorno in giorno”

Scrivi che “serve una nuova ontologia critica dell’immagine”. A quali fonti attingerla?

Nella sovraesposizione del Tutto nello schermo, nella psicosi del pensiero disaggregato, nella cancellazione di ogni grado di giudizio dentro la ragnatela dell’Intrattenimento, dunque, una sorta di riedizione della Ragione kantiana ci riaffaccia a un ‘noumeno’ inarrivabile, che non apre smagliature dentro l’anima, e non svela la tragedia della libertà, ma si fa garante della stasi naturalistica del sensibile e della non-follia dell’intelletto, e del rapido smaltimento di ogni criticità. L’Immagine diventa la forma metafisica residuale dell’Occidente più dura da avvertire ed eradicare: essa è debordianamente la vita della non-vita, il sapere del non-sapere, non più il socratico sapere di non sapere. Diceva Barthes: “L’assenza di codice deintellettualizza il messaggio perché sembra fondare in natura i segni della cultura. C’è qui senza dubbio un paradosso storico importante: più la tecnica sviluppa la diffusione delle informazioni (e soprattutto delle immagini), più fornisce i mezzi per mascherare il senso costruito sotto l’apparenza del senso dato”. L’alternativa è la detonazione dell’Altrove, la Lingua III che Deleuze definisce con una bellissima immagine: “punteggiatura di deiscenza, un accento imposto da ciò che si apre, si ritrae e sprofonda, uno scarto che non scandisce più altro che il silenzio di una fine ultima”. La deiscenza appartiene al linguaggio della botanica e a quello della medicina. Nel primo caso, definisce la proprietà di alcuni vegetali di aprirsi spontaneamente attraverso liquescenza o fenditure per far fuoriuscire i semi. Nel secondo, analogamente, la rottura del follicolo dell’ovaio in vista della fecondazione dell’uovo maturo. Ma può anche significare la slabbratura dei margini di una ferita o dei punti di legatura. Metafora perfetta per quella nuova modalità dell’immagine (e del suo uso a livello informativo e/o artistico) che dovrebbe puntare proprio a un’”arte della dissonanza”, uno iato fra il “parlato” del logos comune e del pensiero collettivo ad esso agganciato, e la dimensione fantomatica di un Oltre. Un “flottement”, come dice Deleuze, termine francese che, non a caso, nella sua ricchezza semantica, rimanda all’esitare, al fluttuare, al rilassare, al piovere, all’aleggiare, allo sventolare. Come una bandiera che garrisce leggera e alta sulla nuova terra del Noi. Questo dovrebbe essere il “logo” della politica del futuro prossimo.

Carmine Castoro
Clinica della tv
Pagine 266, Euro 20.00
Mimesis


Cosmotaxi Special per Convegno Cicap

Cosmotaxi Special per il XIII Convegno Nazionale del CICAP

25 – 26 – 27 settembre 2015, Cesena, Teatro Bonci


Cosmotaxi special per Convegno Cicap (1)


A Cesena si svolge un convegno straordinario di tre giorni del CICAP in occasione dei suoi primi 25 anni di attività.

Per il programma: CLIC!

Il CICAP è un'organizzazione educativa senza finalità di lucro, fondata per promuovere un'indagine scientifica e critica sul paranormale e le pseudoscienze.
Fa parte dell'European Council of Skeptical Organizations e vi aderiscono molti personaggi dello scenario culturale italiano, qualche nome: Umberto Eco, Carlo Rubbia, Edoardo Boncinelli, Silvio Garattini, Umberto Veronesi, Piero Angela, Danilo Mainardi, Piero Bianucci, Piergiorgio Odifreddi, Roberto Vacca, Ennio Peres, Telmo Pievani.
Dispone di una rivista, Query, diretta da Lorenzo Montali che incontreremo nel corso di queste note.
In foto il logo del Cicap

Lo slogan, felicissimo, scelto per questo convegno è L’arte del disinganno.
Ben riassume, infatti, lo smascheramento fatto dal Cicap di tanti raggiri, il disvelamento di tanti pseudo prodigi che suscitavano candide credulità.
Carl Sagan, astrofisico ed eminente figura dello scetticismo metodologico, affermò: “La mente va tenuta ben aperta, ma non così tanto che il cervello ne cada fuori”.
Dalla filosofia dello scetticismo scientifico provengono benvenute luci.
Ne abbiamo bisogno perché in un’epoca come la nostra, dove il progresso della tecnoscienza ha raggiunto elevati livelli e altri importanti traguardi vanno profilandosi; dove perfino il Vaticano, sfidando impopolarità tra molti fedeli, ha preso le distanze da Medjugorje raccomandando ai pellegrini di non riconoscere, con la loro presenza, l’autenticità delle apparizioni ed evitare qualsiasi contatto con i sei “veggenti”, esistono ancora (e molti) angoli d’oscurantismo e colpevole ingenuità.
Per fare un solo esempio dei nostri giorni si pensi a quanto riferisce uno studio di Stefano Bigliardi per Query che dimostra come anche in Norvegia – un Paese considerato come un baluardo del secolarismo e del progresso sociale e materiale – la principessa Marta Luisa di Norvegia, persona dall’istruzione d’alto livello, affermi di comunicare con gli angeli e con i cavalli; ha perfino aperto a Oslo un'apposita scuola per insegnare queste abilità, facendo prodigiosamente sconfinare il divino nell’equino.


Sagge parole

“Un aruspice non può incontrare un altro aruspice senza ridere."

Marco Tullio Cicerone.


Cosmotaxi special per Convegno Cicap (2)


Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo alcuni studiosi in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli… eppure. Eppure c’è chi va a interrogare astrologhe e astrologi.
C’è di più, la Tv pubblica, il mattino, accanto alla rubrica meteo, trasmette l’oroscopo come se si trattasse di un’equivalente previsione scientifica (salvo, poi, a sbagliare, come accaduto al Tg 1 Rai di Minzolini, i numeri estratti il giorno prima del concorso Superenalotto).
Durante un’intervista con Margherita Hack – su questo sito, QUI – quella grande astrofisica espresse il suo rammarico per il fatto che pochissima luce venisse fatta sulla differenza fra astrologia e astronomia e mi disse: Sul Corriere della Sera del 22 marzo 2004 comparve un paginone dedicato alla scoperta del pianetino Sedna. Accanto a un articolo mio, fu pubblicato un articolo di un’astrologa pieno di stupidaggini, facendo credere ai lettori meno smaliziati che astronomia e astrologia fossero ambedue egualmente attendibili.
Ecco perché, giudiziosamente, Piergiorgio Odifreddi, in uno degli incontri avvenuti con lui nella mia taverna spaziale disse: Fermate gli oroscopi e date maggior spazio alla divulgazione scientifica. I rimedi: niente oroscopi negli spazi destinati all'informazione. Secondo, sottolineare esplicitamente che l'astrologia non è una scienza. E non lo è per buoni motivi: le costellazioni sono solo immagini costruite dall'uomo. In realtà non esistono, le stelle che le compongono sono lontanissime fra loro. E ancora, le costellazioni sono tantissime. Quelle classiche sono circa sessanta. L'astrologia occidentale ne considera solo dodici, quella cinese invece esamina quelle polari. Gli astrologi dovrebbero spiegare perché usano solo dodici costellazioni, mentre quelle sull'eclittica (il piano immaginario che passa attraverso il Sole) sono tredici. L'Ofiuco o Serpentario non serve a niente?.... Dal punto di vista astronomico non ha senso pensare che nel corso di un anno il Sole rimanga fermo nelle costellazioni per un periodo di tempo definito. Ogni tanto sta di più in una costellazione e ogni tanto di meno in un'altra.
Infine, c'è il problema della precessione degli equinozi: ogni duemila anni lo Zodiaco si sposta di un segno. Gli astrologi ne tengono conto?
.

Circa gli oroscopi, invito, chi non l’avesse già fatto, a leggere un piccolo saggio di Adorno (“Stelle su misura”, Einaudi) che smonta il meccanismo psicosociale degli oroscopi.
Eccone un passaggio: “Forse si può considerare simbolico il fatto che, all’inizio dell’epoca che ora sembra giungere alla fine, il filosofo Leibniz, il quale fu il primo a introdurre il concetto di inconscio, fu anche quello che – nonostante la sua mente tollerante e pacifica (talvolta si firmava Placidius) – disse che provava un profondo disprezzo per quelle attività intellettuali che avevano per fine l’inganno, e citava l’astrologia come l’esempio principale di tali attività”.
E Giacomo Leopardi: “La conoscenza degli effetti e l'ignoranza delle cause produssero l'astrologia”.
150 anni dopo, Umberto Eco: “Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo”.


Sagge parole

“L’occultismo è la metafisica degli stupidi"

Theodor Adorno


Cosmotaxi special per Convegno Cicap (3)


A tutti quelli che credono nel paranormale mi piace ricordare che esiste un Premio di un milione di dollari – mai da nessuno finora incassato – messo in palio da James Randi destinato a chiunque sia in grado di produrre un qualsiasi fenomeno paranormale purché in condizioni di controllo.
Perché tanta fede, che arriva al fanatismo, nella telepatia, chiaroveggenza, premonizioni oniriche, vite passate, esperienze extracorporee?
È la forza del mythos (discorso che non prevede dimostrazione) al quale si contrappone il lògos (cioè l’argomentazione razionale) che esercita un minore fascino in noi umani. Ma oggi, fuori delle analisi antropologiche sull’antichità e anche su epoche più vicine, c’è da chiedersi quanto si faccia nella modernità per comunicare lògos. Poco. Tanto che si è determinata una nuova avversione alla scienza, da un lato se ne sfruttano e godono i vantaggi, e dall’altro s’invoca un nostalgico ritorno al passato, perché non c’è un’effettiva consapevolezza di quanto si stia meglio oggi, rispetto al passato, proprio grazie alla scienza.
E qui ricordo le parole di un grande scienziato dei nostri giorni qual è Umberto Veronesi: Gli ostracismi alle staminali, alla fecondazione assistita e agli Ogm mi fanno paragonare questi nostri anni al Seicento, quando al genio di Newton, Cartesio e Galilei si affiancò una profonda regressione culturale. Tanto per fare un esempio furono mandate sul rogo migliaia e migliaia di donne accusate follemente di stregoneria. Oggi non bruciamo più le donne, ma in tv sono tornati gli esorcisti, la superstizione.
La regressione culturale consegna tanti a cavernose convinzioni sugli uomini, si finisce col credere a disegni cosiddetti intelligenti, a sciamani e sciamannati.
Né la scuola – e qui il discorso riguarda segnatamente l’Italia – aiuta troppo la diffusione scientifica. Perché da noi c’è stato il devastante influsso dell'idealismo di Croce e Gentile e delle loro riforme da ministri della pubblica istruzione. “L'idea era – scrive Odifreddi – che per comandare bastava conoscere i classici. I bei risultati si vedono oggi, nella spaccatura fra il mondo reale del lavoro, basato sulla scienza e sulla tecnologia, e il mondo irreale della politica, basato su una caricatura dell'umanesimo”.
Né la contestatissima “buona scuola” di questi giorni promette meglio.
Ma se non si crede alla scienza, ecco in soccorso di chi vuole spiegazioni dell’esistenza teorie – meglio se tenebrose e castigatrici – pronte ad essere servite in tavola da uno stuolo d’invasati o ciarlatani.

Può sembrare incredibile che in un’epoca come la nostra esistano tante parti oscure, ferme quasi al tardo Ottocento. Allora, ad esempio, si diffuse la moda dello spiritismo, delle sedute spiritiche e via via il fenomeno s’ispessì, di spettro in spettro, includendo la medianità, la metafonia, le asserite esperienze ultraterrene e via ectoplasmando.
Nel giornale “L'Illustration” del 14 maggio 1853 si leggeva: "Tutta l'Europa, anzi tutto il mondo ha oggi lo spirito disturbato da un’esperienza che consiste in fare muovere dei tavolini. Galileo fece meno rumore quando provò che era la Terra che girava intorno al sole".
Nel 1857 Allan Kardec pubblicò con grandissimo successo “Il libro degli spiriti” nel quale riportava sue esperienze con il mondo dell’aldilà, descriveva che cosa accadeva prima della nascita (… e per questo non ci voleva molta fantasia) e dopo la morte (… e qui ne serviva tanta), si diffondeva sul messaggio del Cristo, trascurando sgarbatamente altre divinità.
Anche Darwin, pur riluttante, partecipò ad una seduta ed ebbe a dire (lui agnostico, non ateo): "Il Signore abbia pietà di tutti noi, se dobbiamo credere a simili corbellerie".


Sagge parole


"Fantasma. Espressione materiale e visibile di una paura interiore".

Ambrose Bierce


Cosmotaxi special per Convegno Cicap (4)


Come avevo annunciato presentando questo special, avremmo incontrato Lorenzo Montali tra i fondatori del CICAP, di cui è stato fino al 1998 il Segretario Nazionale, e oggi è il Vicepresidente del Comitato.
Laureato in filosofia con una tesi di psicologia sociale sul fenomeno delle leggende urbane, ha un dottorato di ricerca in psicologia ed è professore associato di psicologia presso il Dipartimento di psicologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Nel 1988, con una borsa di studio messagli a disposizione da Piero Angela, ebbe modo per alcuni mesi di seguire negli Stati Uniti il lavoro del Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal, oggi CSI e di realizzare il numero zero di una newsletter che sarebbe diventata col tempo “Scienza & Paranormale” (2006 – 2009), inoltre di organizzare un primo incontro a Torino, nell’ottobre 1988, da cui sarebbe nato il CICAP.
Nel 2003 ha pubblicato il suo primo libro: Leggende tecnologiche (Edizioni Avverbi).
Dal 2005 dirige la nuova rivista del CICAP: Query. La scienza indaga i mysteri.
A lui (in foto) ho rivolto alcune domande.

Sei tra i fondatori del Cicap, quindi puoi riassumere quando, dove, su quale progetto nacque il Comitato

Lo spunto iniziale fu una trasmissione di Piero Angela che era andata in onda già nel 1976, Viaggio nel mondo del paranormale. Fu la prima trasmissione che parlava di fenomeni misteriosi e paranormali in maniera seria e scientifica, cercando cioè di verificarne la reale consistenza con l’aiuto di esperti e scienziati. Fino a quel momento infatti, questi temi erano stati presentati acriticamente sui mass-media, semplicemente presentando come vere le affermazioni di chi in quei fenomeni credeva o addirittura di chi dalla presunta esistenza di poteri paranormali traeva un vantaggio economico. Per alcuni anni Angela lavorò alla costituzione di un gruppo che potesse fare continuativamente ricerca e divulgazione su questi temi e poi nel 1988 il progetto prese la luce anche grazie al fatto che io e Massimo Polidoro, l’attuale Segretario, ci impegnammo proprio sul fronte organizzativo.
Da allora siamo molto cresciuti, abbiamo circa 1500 soci in tutta Italia, diversi gruppi regionali attivi, abbiamo pubblicato moltissimo materiale e ogni anno organizziamo in tutta Italia centinaia di conferenze pubbliche, interventi nelle scuole, iniziative speciali come la Giornata anti-superstizione che si tiene un venerdì 17 e siamo presenti sui mass-media portando il nostro punto di vista e la nostra esperienza.

L’ultima lettera dell’acronimo Cicap una volta stava per “paranormale”, adesso quella P sta per “pseudoscienze”. Quale ragionamento ha suggerito questo cambiamento?

La constatazione che quel mondo è molto cambiato, in parte anche grazie all’azione di Comitati come il nostro. Oggi lo spazio che viene concesso ai classici fenomeni paranormali sui media è molto ridotto. In compenso proliferano teorie pseudoscientifiche, per esempio in campo medico, alimentare o psicologico, oppure teorie del complotto, che sono spesso costruite su affermazioni di tipo pseudoscientifico, come per esempio quella sulle scie chimiche. Ci siamo quindi resi conto che la parola paranormale rappresentava una porzione ormai piccola dei temi di cui ci occupavamo e che era necessario usare un termine più ampio e più corrispondente alla sfera delle nostre reali attività.

La rivista “Query” da te diretta: le sue finalità e il linguaggio scelto per raggiungerle

“Query” si occupa di mysteri, per riprendere il fumetto Martin Mystere, cioè di tutti quei temi e fenomeni che vengono presentati come misteriosi e inspiegabili, ma che se esaminati da vicino, con attenzione, serietà e rigore, si rivelano fenomeni spiegabili. Ma soprattutto “Query” ha l’ambizione di partire dall’analisi e dalla ricerca su questi temi per parlare di scienza e di metodo scientifico. Non ci interessa quindi fare una rivista per ‘sbufalare’ o negare l’esistenza di qualcosa, ma il nostro obiettivo è quello di ragionare criticamente e secondo un approccio scientifico basato sui fatti. Siamo una rivista divulgativa e quindi cerchiamo di usare un linguaggio alla portata di un lettore che sia interessato a questi argomenti pur non essendo un esperto.

Quale meccanismo psicologico induce a reputare per vere cose impossibili? Perché affascina il convincimento che un mondo senza misteri sia meno meraviglioso di uno popolato da enigmi, meglio ancora se tenebrosi?

Non credo ci sia una risposta univoca a questa domanda, in primo luogo perché le credenze sono fenomeni complessi e che variano nel tempo, per cui è difficile ipotizzare una causa univoca e costante. Si tratta cioè di fenomeni culturali e noi siamo in primo luogo fortemente orientati a credere in ciò che una certa cultura ci tramanda come vero.
E poi in effetti un mondo senza misteri, cioè senza domande da porsi, è meno affascinante di uno popolato di enigmi, ma questa non è la nostra condizione. Noi viviamo immersi nei misteri e sono proprio questi che giustificano il fatto che continuiamo a praticare la scienza, come tentativo di trovare risposte che al momento non abbiamo. Non dobbiamo quindi demonizzare la curiosità o il fascino verso ciò che è incomprensibile. Quello da cui, secondo noi, dobbiamo rifuggire è invece la risposta semplice: “lo dicono gli astri”… “è un giorno sfortunato”… “se faccio questo rito tutto andrà bene”…

Quale processo psichico spinge tanti a voler conoscere il futuro attraverso chiromanti e pitonesse ?

Noi abbiamo un fondamentale bisogno di controllo del mondo intorno a noi. Da un punto di vista adattivo questo bisogno ci ha aiutato a sopravvivere. E cosa c’è di meno controllabile del futuro? Ecco allora che chiromanti e simili forniscono delle risposte che possono rassicurare rispetto a temi sentiti come pressanti e angoscianti da alcune persone che stanno vivendo situazioni di difficoltà nelle quali certezze e punti di riferimento son venuti meno.

Internet ha ridotto o favorito la diffusione della credulità in astrologia, maghi e fattucchiere?

Internet contiene tutto e il suo contrario: la voce di chi crede e sostiene l’esistenza di certi fenomeni ma anche le testimonianze e gli argomenti di chi ragiona criticamente su questi temi. Peraltro non possiamo sostenere che la credenza in questi fenomeni sia in crescita, internet è come una grande arena, nella quale si confrontano versioni e posizioni diverse, dipende da chi lo usa decidere se si accontenta di una versione rassicurante e semplice, per quanto mysteriosa, o se vuole approfondire e provare a sfidare sul piano delle prove ciò che viene presentato come straordinario. In questi casi, infatti, noi suggeriamo sempre che un buon criterio per valutare la credibilità di una storia è che “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie”. Se queste mancano, ci troviamo sempre di fronte a storie inventate di sana pianta.

A te, studioso delle leggende metropolitane, chiedo: esiste una somiglianza fra la struttura comunicativa di quelle leggende e la narrazione del paranormale?

Direi almeno due. La prima è nel processo di diffusione: in entrambi i casi il racconto di chi ci è socialmente vicino, che si tratti di una leggenda o di una storia paranormale, implica un maggior grado di veridicità attribuito alla storia da chi la ascolta. In secondo luogo le due narrazioni sono accomunate dal presentare una versione ‘eccezionale’ e straordinaria della realtà, che ne giustifica il racconto.

Si nota spesso una paura nei confronti della scienza. Da dove viene quel panico ?

Non esiste una generica tecnofobia: l’uso di massa del telefonino e del computer dimostra che se le persone ritengono che una certa tecnologia sia utile e non dannosa la usano senza problemi. In altri casi invece una parte dell’opinione pubblica può avere delle riserve o delle difficoltà, che sono legate a diverse dimensioni: possono ritenere che certe tecnologie siano troppo rischiose, o poco utili o moralmente inaccettabili. Solo se si comprende la natura di queste motivazioni è possibile costruire un dialogo che possa eventualmente portare a un loro superamento.
Ancora diverso è il caso di alcune specifiche paure, per esempio che i vaccini provochino l’insorgere di patologie quali l’autismo. Qui si tratta di una vera e propria menzogna che è stata costruita e divulgata da un ricercatore che aveva volutamente diffuso dati falsi, smentiti da tutta la ricerca successiva. Il problema è che se una storia entra in circolazione diventa poi molto difficile smentirla con efficacia.

Qual è il tuo giudizio sulla divulgazione scientifica in Italia attraverso i media: dalla radio alla tv, dalla stampa ad internet?

Non voglio dare giudizi generici anche perché non è il mio ambito di attività professionale. Se guardo però al modo in cui si parla dei fenomeni misteriosi di cui ci occupiamo anche noi osservo una tendenza a spettacolarizzare e meravigliare più che a presentare una informazione corretta. Da questo punto di vista quindi ci sono amplissimi margini per migliorare, se lo si vuole, la qualità delle informazioni fornite al pubblico.


Sagge parole


“La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza”

Yoda, dal film Guerre stellari


Cosmotaxi special per Convegno Cicap (5)


Nel concludere questo special, un ringraziamento assolutamente non formale va alla responsabile dell’Ufficio Stampa del Cicap Laura Zampini che con il suo lavoro ha reso possibile la realizzazione di questo servizio.


Special per Convegno Cicap

Cosmotaxi Special per il XIII Convegno Nazionale del CICAP

25 – 26 – 27 settembre 2015, Cesena, Teatro Bonci

FINE


Elio Petri e il cinema politico


Un grande del nostro cinema, Elio Petri, nacque a Roma il 29 gennaio 1929 da una famiglia di artigiani.
Morirà, a Roma, a 53 anni il 10 novembre 1982.
Della sua infanzia dirà, in un’intervista rilasciata a Dacia Maraini: “Ero un bambino infelice, avevo paura della morte, ero insicuro, solo. L’unica cosa che rimpiango sono certe giornate di sole in una Roma vuota e silenziosa, accanto al corpo bassotto di mio padre”.
Ora è in libreria un maiuscolo saggio di Alfredo Rossi intitolato Elio Petri e il cinema politico italiano La piazza carnevalizzata con lettere e scritti del regista e interventi di Goffredo Fofi, Franco Ferrini, Oreste De Fornari.
Lo hanno pubblicato le Edizioni Mimesis.
A proposito di quest’editrice, segnalo che da settembre è tornato Scenari settimanale dedicato al commento e all’approfondimento dei fatti più significativi dei nostri giorni: dalla politica alle arti, dalla cultura all’economia.

Rossi, ha scritto su “Cinema&Film”, “Nuova corrente”, “Bianco e Nero”.
Ha pubblicato diversi saggi e due monografie su Elia Kazan ed Elio Petri.
Per Mimesis, ha recentemente curato il volume antologico Barricate di carta.
Il suo stile, come anche in questo volume si conferma, è strutturato attraverso ragionate analisi attraversate da folgoranti sintesi come quelle che mi piace qui trascrivere: Todo modo sta alla politica come Ultimo tango a Parigi sta alla sessualità e anche La cinefilia è la malattia infantile dell’ideazione critica.

Ad Alfredo Rossi ho rivolto alcune domande.
Quali ragioni l’hanno spinto a riproporre, sia pur riccamente aggiornato, un lavoro pubblicato nel 1979?

Il Castoro–Petri uscì nel 1979. Elio era allora splendidamente vitale e coltivava bellissimi progetti, assecondando, nel rischio linguistico e produttivo, la sua natura più radicale e sperimentale. Il saggio, pur chiuso nella struttura della collana, voleva contrapporsi, già allora, a un atteggiamento di deriva basso-cinefila che cominciava a imporsi, contravvenendo a quel rapporto non feticistico con il cinema e i film praticato attorno al ’68 e rappresentato, in Italia, soprattutto da due riviste “Ombre Rosse” e “Cinema&Film”. Ho curato, con Gianni Volpi e Jacopo Chessa, un’antologia di testi di queste (“Barricate di carta”, Mimesis 2014) per riproporre il loro livello d’analisi, politica e/o semiologica. La monografia ricercava polemicamente questa distanza sia per gli strumenti utilizzati, sia per la linea generale dell’assunto che metteva al posto di comando i film dell’ultimissimo Petri, i più politici e scritturalmente azzardati. Il saggio del ‘79 nella sua radicalità e nel suo estremismo entusiasta mi appare ancora validissimo: l’affaire Petri non può dirsi infatti chiuso, “La Proprietà non è più un furto” e “Todo Modo” sono tutt’altro che accettati come film ai massimi livelli di elaborazione linguistico-politica e di pratica spinta verso un “nuovo cinema”. Ma non solo: il libro rappresentava per me il “dono” a un amico e del dono aveva quel particolare “calore” che considero un valore di verità all’interno del saggio meritevole di esser preservato. Precisato ciò, il volume attuale non è solo una cornice al vecchio testo ma ne è un arricchimento assolutamente sostanziale: lo completa e rinnova profondamente e in modo definitorio. E’ questo avviene anche grazie all’esame dei suoi ultimi lavori, agli scritti di Elio e a quelli di Fofi, Ferrini, e De Fornari, che generosamente hanno aderito alla mia richiesta di ricordare i loro rapporti con il regista.

Perché questo libro dedicato all’opera di Petri ha per sottotitolo ‘la piazza canevalizzata’?

La scena carnevalesca è lo spazio storico- sociale in cui si può assumere la maschera della classe dominante e dirsi tale. Uno spazio simbolico però, assolutamente codificato in cui si organizza a livello fantasmatico ogni rappresentabilità del sé come Potere e in cui l’assunzione immaginaria di questo si chiude in perdita, nel conseguente tempo della Quaresima penitenziale. Le citazioni, in esergo al libro, di Goethe, sul carnevale romano, da “Viaggio in Italia”, “Sia ammazzato il Signor Padre” e di Lacan, dal Seminario XVII, “L’aspirazione rivoluzionaria ha una sola possibilità, quella di portare sempre al discorso del padrone” mi paiono spalancare la porta all’evidenza su cosa intendere per un cinema che voglia essere “politico” e metta la politica sulla scena. La “scena della politica” è in realtà una “doppia scena”: della detenzione del Potere e di quella del Fallo. Il cosiddetto “cinema politico italiano” di Rosi, Maselli, Pontecorvo, e altri, cui Petri è stato assimilato indebitamente, “pietrificato”, “dice“ la politica, ne fa oggetto, di narrazione, di appello, ma non “mesta nel suo torbido”, ovvero nell’esistenza di una doppia scena in cui il soggetto-cittadino si misura con il fantasma non della politica ma del Politico, del Desiderio del Politico.

E Petri come la rappresenta?

La rappresenta come scena simbolica di impossibilità discorsiva, come luogo di padroneggiamento esclusivamente immaginario del reale del Potere, di invocazione in perdita. Di qui il gioco delle mascherature e di Volonté – Ispettore - operaio Massa - Moro: è un gioco non semplicemente di sublime e basso, alla Bachtin, ma di Maschere del Sublime, sia esso Potere che Fallo, e di ritorno comico quaresimale come impossibilità di sussumerle come tali. In questo senso i film di Petri sono fortemente comici, come lo è tutta la grande narrazione. Il comico sta nello scarto, nel reale come scarto: è il destino delle petizioni ideali.

Trova nel cinema di oggi tracce del lavoro di Petri?

Non vedo chi elabori oggi un pensiero radicale e una pratica del rischio. Un certo gruppo di cineasti irregolari, cresciuti negli anni sessanta e settanta, di cui Petri era parte, non ha eredi.

Per il sito web di Alfredo Rossi: CLIC.
Per quello di Elio Petri: QUI.

Alfredo Rossi
Elio Petri e il cinema politico italiano
con interventi di:
Goffredo Fofi
Franco Ferrini
Oreste De Fornari
Pagine 228, Euro 20.00
Edizioni Mimesis


Saleterrarum


Natura e Cultura sono termini che nelle loro rare alleanze e, più frequentemente, nel loro contrasto si confrontano su molti campi, dall’antropologia alla filosofia.
I precipitati di quest’incontro-scontro li vediamo illustrati o interpretati anche nelle arti.
Fra i tanti, un esempio è dato alla Villa Visconti Borromeo Litta che ospita – patrocinata dal Comune di Lainate – la mostra Saleterrarum , ideata e curata da Angela Madesani.
La Villa è visitata ogni anno da oltre 20mila visitatori nel periodo tra maggio e ottobre; in concomitanza con Expo Milano 2015 questo numero è già stato superato anche per la grande vicinanza al sito espositivo.

Proprio partendo dai punti chiave di Expo Milano 2015, l’esposizione indaga il tema della terra e delle sue risorse, attraverso i lavori di 15 artisti.
I nomi, di ambito internazionale, appartengono a diverse generazioni; sono stati selezionati in ragione delle loro ricerche, incentrate nel corso del tempo sul tema proposto dalla mostra.
In esposizione lavori di Pierpaolo Curti, Fernando De Filippi, Federico De Leonardis, Dick Dickinson, Ines Fontenla, Nicoletta Frigerio, Leonardo Genovese, Andrea Kacziba, Luciano Maciotta (in foto un suo lavoro in mostra), Antonio Marchetti Lamera, Paolo Parma, Saverio Pesapane, Matteo Procaccioli, Giulia Roncucci, Fiorenzo Rosso, Elisabeth Scherffig.
Il visitatore si troverà di fronte a opere e riflessioni sul tema dellʼambiente, della produzione e della natura del cibo, sul significato e la creazione dellʼenergia, attraverso fonti alternative. Unʼesperienza questa profondamente innovativa e interdisciplinare in cui lʼarte diviene spunto di riflessione anche per i non addetti ai lavori.

Dal testo della curatrice Angela Madesani: "Saleterrarum" è una parola inventata. Certo lo sposalizio fra un ablativo singolare “sale” e un genitivo plurale “terrarum” potrebbero anche avere un senso, ma qui il tentativo è solo quello di richiamare una certa atmosfera. La mostra nasce in occasione di Expo 2015. Il tema della manifestazione ci è stato ripetuto sino alla noia: «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita». Quello che ho cercato di fare non è stato un compitino: trovare lavori di artisti sul tema della manifestazione. Se anche ci fossi riuscita sarebbe stato didascalico e tutto sommato inutile (…) Se dovessimo trovare il bandolo della matassa, il momento iniziale di "Saleterrarum" potremmo rintracciarlo nel concetto di free energy, un’energia ottenuta da una sorgente pressoché gratuita e inesauribile: un po’ come la nostra. Il concetto ha assunto una valenza di carattere sociale che dovrebbe, potrebbe, portare al bene comune: tutti hanno diritto all’energia libera dunque gratuita. Non è questa una novità, il primo ad occuparsene è stato Nikola Tesla, uno scienziato serbo-croato, trasferitosi negli Stai Uniti nel 1884, alle cui teorie, ad esempio, si ispira Luciano Maciotta. Il suo in mostra è un lavoro dedicato alla creazione di free energy attraverso uno dei numerosissimi ingranaggi che costituiscono il rotismo della natura.

Ufficio stampa: Alessandra Pozzi, Studio Pozzi AP, tel. 338 – 59 65 789

Saleterrarum
Villa Visconti Borromeo Litta di Lainate
Mostra ideata e curata da Angela Madesani
Lainate (Mi), Largo Vittorio Veneto 12
Info: 02 – 93 59 82 67/266, cultura@comune.lainate.mi.it
Dal 19 settembre fino al 4 ottobre ‘15


Le vie dei Festival

Quanti sono oggi in Italia i Festival, le rassegne, che abbiano raggiunto la XXII edizione consecutiva? Pochi esempi, purtroppo. Fra questi brilla – è proprio il caso di dire perché di luce ne ha tanta – Le vie dei Festival ideato e diretto da Natalia Di Iorio (in foto) realizzato dall’Associazione Cadmo con il sostegno degli Assessorati della Cultura del Comune di Roma, della Regione Lazio, e del Ministero Beni Culturali e Turismo.
Ricordo ai più distratti che questo Festival ha presentato, spesso per la prima volta artisti che oggi sono unanimemente considerati i maestri della nuova scena non solo europea, da Eimuntas Nekrosius a William Kentridge ad Alain Platel, ad Alvis Hermanis. Ci ha fatto conoscere alcune delle esperienze più innovative di questi anni, quelle che maggiormente anticipavano nuove forme teatrali, come l'intrecciarsi di cinema, tv e teatro nel Big Art Group di Caden Manson, la poetica scrittura drammaturgica di Amir Reza Koohestani, la danza energica di Erna Omarsdòttir. Il tutto senza trascurare un teatro italiano altrettanto ricco di fermenti, da Pippo Delbono a Scimone e Sframeli, dalla Socìetas Raffaello Sanzio a Tiezzi e Lombardi, per citare i primi nomi che mi vengono sulla tastiera.
Le vie dei Festival non solo ha resistito ai tempi difficili in cui vive la cultura in Italia (secondo un buontempone “con la cultura non si mangia” mentre all’estero ci banchettano allegramente), ma nel corso delle più recenti edizioni ha ridisegnato il proprio profilo e oltre a proporre creazioni provenienti dalle manifestazioni estive, si è fatto promotore di nuovi progetti, che poi continua a seguire per garantire loro una vita futura.
E questo perché, considerate le crescenti difficoltà da noi vissute nella vita teatrale (e non solo), la Di Iorio afferma che “non basta più essere una vetrina di eventi ma occorra andare oltre, offrire agli artisti una reale prospettiva di lavoro e di crescita, e agli spettacoli una vita non effimera”.

Cosmotaxi quest’anno se l’è presa comoda nel riaprire i battenti dopo l’estate e perciò alcuni avvenimenti li registra solo dalla data odierna in poi, ma riferisce il successo che ha accolto una meravigliosa Sonia Bergamasco nello spettacolo d’apertura del Festival: “Il trentesimo anno”, un racconto di scena liberamente tratto dall’omonimo racconto di Ingeborg Bachman, al Teatro Vascello di Roma, prodotto dal Festival e dalla protagonista.

Nel cartellone, tanti gli appuntamenti futuri di qualità. Ne cito alcuni.
- “Scannasurice” - regia di Carlo Cerciello, con Imma Villa. “Scannasurice” segnò, nel 1982, il debutto “ufficiale” di Enzo Moscato come autore e interprete. Scritto dopo il terremoto, ne porta il segno, cogliendo di quel sommovimento l’effetto disgregante piuttosto che quello rigeneratore di energie. Carlo Cerciello, regista ben capace di confrontarsi con i nodi della storia del nostro paese, con ciò che lega il passato al presente, sceglie di tornare alla messinscena di un testo in lingua napoletana, “di tornare” - come dice lui stesso - “a un autore antiolografico per eccellenza come Moscato, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno che nuovamente appesta Napoli di retorica e luoghi comuni".
C'è un altro appuntamento con un lavoro di Carlo Cerciello: “La madre”, di Bertolt Brecht.
Protagonista ancora Imma Villa, che per questa interpretazione ha vinto il Premio dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro 2013 e il Premio Antonio Landieri dello stesso anno. Lo spettacolo, prodotto da Teatro Elicantropo Anonima Romanzi, Prospet, Teatro Franco Parenti, si è aggiudicato il Premio Museo Cervi Teatro per la Memoria 2013.

- Fabrizio Falco con “Ritratto d’Italia”. Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, tagliente pamphlet di Giacomo Leopardi sulla mentalità, il carattere e la moralità della società italiana, scritto nel 1824 e pubblicato per la prima volta solo nel 1906 è ancora (purtroppo) attualissimo. Fabrizio Falco, insieme all’alter ego Sara Putignano, da voce a un Leopardi diviso tra idealismo e realismo, passione e disincanto, ma trascinato dalla volontà - se non dalla speranza - di indicare la strada da intraprendere collettivamente.

- “L’asta del santo”, uno spettacolo-gioco. Un mercante in fiera sulle vite dei santi. Le carte, come le scritture, sono di Luca Zacchini, gli interpreti-conduttori Luca Zacchini e Francesco Rotelli, produzione Gli Omini.
“L’Asta del Santo” non è solo un gioco. Eppure non si può nemmeno dire sia uno spettacolo teatrale. Di certo c’è un mazzo di carte. E le vite dei santi. Un uomo solo di fronte alla folla. Un uomo che ha selezionato 52 santi tra i 4000 esistenti, per narrarne vita, gesta, miracoli e poi farne un gioco da tavola, o da bettola, o da teatro. Ogni Santo ha una sua storia di straordinarie avventure, sovrannaturali peripezie, impensabili morti, superpoteri. E sta dipinto su una carta. Ogni storia verrà raccontata per vendere tale carta al miglior offerente. Il gioco sta nel credere forte in uno o più Santi, comprarli, puntare su quelli per arrivare in finale e vincere uno dei tre premi in palio.
Nel 2014 Gli Omini diventano compagnia residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese e ricevono il Premio Enriquez come “Compagnia d’innovazione” per la ricerca drammaturgica e l’impegno civile.

- Lunaria Teatro presenta “Lunga vita di Marianna Ucrìa”, dal romanzo di Dacia Maraini, regia di Daniela Ardini, con Raffaella Azim e Francesca Conte, spettacolo che s'avvale di un interprete L.I.S. (Lingua Italiana dei Segni) per rivolgersi anche alle persone ipoudenti. Fin dalle sue prime pagine il romanzo di Dacia Maraini, vincitore nel 1990 del Premio Campiello, immerge il lettore nel clima cupo e pieno di contraddizioni della Sicilia del Settecento. Marianna, costretta ad andare in sposa a soli tredici anni a suo zio, investita “con rimproveri e proverbi” quando osa sottrarsi al suo ruolo di moglie, sembra all’inizio destinata alla medesima sorte. Lei è però diversa, sordomuta, ma proprio da questa menomazione trarrà la forza per elevarsi al di sopra della chiusura e della meschinità che la circonda.

- Roberto Rustioni, uno degli artisti che Le vie dei Festival ha scelto di accompagnare nel suo percorso, chiude il Festival presentando “Villa Dolorosa”.
L’adattamento e la regia sono di Roberto Rustioni; lo spettacolo è prodotto da Fattore K. in collaborazione con Associazione Olinda Onlus e Cadmo/Le Vie dei Festival.
Il testo della giovane Rebecca Kricheldorf, una sorta di riscrittura delle Tre Sorelle di Čechov trasposte ai nostri giorni, è ricco di suggestioni. “Villa Dolorosa” è un gioco di sguardi: la riscrittura dell’autrice parte da un'invenzione poetica, da un gioco di specchi: da una parte all'orizzonte, il capolavoro, il modello, la matrice, dall'altra il suo sguardo irriverente, audace ma, al tempo stesso, rispettoso. Da questo incontro/scontro nasce un cortocircuito brillante, estremamente divertente e denso. “Al di là dei tormentoni, delle gag, del gioco degli equivoci attraverso cui si sviluppano le tre feste di Irina con i loro inesorabili fallimenti,” - dice Rustioni - “Villa Dolorosa” è un testo molto divertente con battute folgoranti. Malgrado il titolo un poco ingannevole, la Villa non è solo Dolorosa!”

Per il programma con sedi e orari: CLIC!

Ufficio Stampa del Festival: Simona Carlucci
tel. 0765.24182 - 335.5952789
info.carlucci@libero.it

Ufficio Stampa Teatro Vascello: Cristina D'Aquanno, promozione@teatrovascello.it

Le vie dei Festival
15 settembre – 5 ottobre
Roma - Teatro Vascello, Teatro Tordinona
Ostia, Teatro del Lido - Studio Pirandello
Informazioni e prenotazioni:
Associazione Cadmo: tel. 06.3202102 – 334.8464104


Noi animali


Quest’anno Cosmotaxi intensificherà la già praticata attenzione sul tema animalista, ad esempio, nei prossimi giorni la sezione Enterprise di questo sito ospiterà il Presidente della LAV Gianluca Felicetti.
Proprio dall’Ufficio Stampa della Lega Antivivisezione – ottimamente guidato da Maria Falvo – ho avuto notizia della presentazione di un libro bello e necessario.
Si tratta di Noi Animali firmato dalla fotoreporter canadese Jo-Anne Mc Arthur (QUI il suo sito web) che – afferma giustamente orgoglioso l’editore Safarà – “guida il lettore-spettatore in un viaggio complesso ed emotivamente intenso nel mondo della relazione tra animali umani e animali non umani – rapporto di cui mostra le molte contraddizioni, a tratti sconcertanti e commoventi. Questo saggio fotografico, in virtù della forza rivelatrice delle immagini e di poche, essenziali parole, vuole far luce su un rapporto che può – e deve – essere ripensato. Noi Animali, ci rammenta, con il suo stesso titolo, la matrice di una condizione condivisa”.

Il volume s’avvale della prefazione di Roberto Marchesini, filosofo, etologo, direttore della rivista “Animal Studies” e autore di oltre quaranta volumi sul tema.
Dall’introduzione: Quello che vedrete in queste pagine potrebbe sorprendervi o disturbarvi. Il mio scopo non è quello di farvi allontanare, ma di trascinarvi dentro, portarvi più vicino; rendervi partecipi. Voglio che le mie fotografie siano tanto belle ed evocative quanto veritiere e potenti. Spero che vi prendiate il giusto tempo non solo per guardare ma per vedere, anche solo come gesto di rispetto per i miliardi di animali di cui non notiamo né la vita, né la morte. Guardare questo libro significa offrire la propria testimonianza insieme alla mia, e questo significa anche confrontarsi con la crudeltà e la complicità che questa comporta. In quanto appartenenti a una specie, è necessario adottare una nuova mentalità, imparare nuovi atteggiamenti e disimparare quelli vecchi.

Jo-Anne McArthur, è originaria di Toronto, ha fotografato la drammatica situazione in cui versano gli animali nei sette continenti per più di dieci anni.
Il suo progetto We Animals documenta la presenza degli animali in contesti umani, allo scopo di abbattere le barriere che questi ultimi hanno eretto e che permettono di trattare gli animali non-umani come oggetti, e non come esseri la cui vita ha un significato morale.
Jo-Anne è presente nel documentario della regista canadese Liz Marshall The Ghosts in Our Machine.

“Noi Animali”: in 250 pagine le storie e le foto scattate in più di 40 paesi; un grande contributo a più di 100 campagne contro la crudeltà verso gli animali non umani.

Jo-Anne Mc Arthur
Noi animali
Prefazione di Roberto Marchesini
Pagine 252, Euro 30.00
Safarà Edizioni


Glifo Edizioni


Si alza oggi il sipario sulla stagione 2015-2016 di Cosmotaxi e in scena troviamo una giovane casa editrice: Glifo.
Nasce a Palermo, città dove è particolarmente difficile operare in aree culturali. Perciò maggior merito va a Sarah Di Benedetto storica dell’arte e Luca Lo Coco artista e graphic designer… (a proposito, è stato al centro di un'incredibile denuncia, roba da rubrica della Settimana Enigmistica “Strano, ma vero!”).

Per date, luogo e occasioni della nascita di Glifo e sul significato di quella parola, troverete tutto spiegato QUI.
In foto, il logo.
Per meglio conoscere questa casa editrice, ai due fondatori ho rivolto alcune domande.
Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia a bordo di Cosmotaxi.

Quando avete dato vita al progetto Glifo, qual è la prima cosa che avete deciso fosse da evitare e quale, invece, la prima da fare?

Per molti mesi abbiamo lavorato per chiarirci le idee su come intendevamo muoverci. Il panorama culturale italiano è già abbastanza ricco di grandi, medie e piccole case editrici, aprirne un'altra senza un'idea precisa si sarebbe rivelata una piccola goccia d'acqua in un oceano. Così, come prima cosa abbiamo evitato di lanciarci in questa attività con l'ansia di creare subito un ricco catalogo, calcolando quanti titoli dovessimo pubblicare all'anno, eccetera.; al contrario, abbiamo cercato di definire al meglio una linea editoriale e grafica specifica, senza essere avventati nelle scelte e senza pubblicare un nuovo progetto se non ne fossimo stati convinti.

Quale tipo di lettori intendete raggiungere?

Glifo si occupa di arte e teatro contemporaneo e si rivolge a un pubblico di lettori ben definito, ma potenzialmente sfaccettato. Da subito ci siamo rivolti a un pubblico molto vario che va dagli studiosi e specialisti del campo a nuovi lettori che andiamo fidelizzando nel tempo, anche a livello internazionale nel caso di alcuni testi.
Al momento, oltre alla pubblicazione di cataloghi d'arte contemporanea, abbiamo tre collane principali: “Fuoriscena” dedicata alle arti sceniche (teatro, musica, danza); “Margivaganti” all'arte outsider e irregolare (in italiano e in inglese); “Betulla” dedicata all'annotazione e al rapporto fra disegno e parola, una collana di libri d'artista per appunti realizzati su carta riciclata e multilingue (italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco). Inoltre, sin dall'inizio della nostra attività abbiamo pubblicato, per la prima volta su carta dopo tre anni di pubblicazioni esclusivamente digitali, la rivista semestrale “O.O.A.” (Osservatorio Outsider Art), rassegna internazionale, diretta da Eva di Stefano, dedicata agli artisti irregolari che creano per passione e follia
.

Perché ritenete che esista il segmento di mercato su cui lavorate?

Da un lato questo segmento di mercato esiste, da un altro ne va ridestato l'interesse perché è indubbio che sia in atto un preoccupante calo di attenzione per la cultura in genere, da un altro lato ancora, va completamente creato. In particolare mi riferisco al mercato italiano a cui, ad esempio, si rivolgono titoli che approfondiscono l'arte outsider, ancora più nota e istituzionalizzata all'estero che in Italia.
Riteniamo che questo mercato esista perché l'amore per l'arte – intesa in tutte le sue forme –, per fortuna, fa parte degli interessi e delle passioni di molti, non solo degli specialisti. La questione riguarda principalmente come intercettare e raggiungere il segmento di pubblico preciso al quale intendiamo destinare i nostri libri, per questo motivo cerchiamo di essere quanto più creativi nell'organizzare presentazioni ed eventi, in città e fuori, adatti a promuovere al meglio i nostri titoli
.

Che cosa Glifo si rifiuta di pubblicare e mai pubblicherà?

Libri o progetti editoriali che non rientrano nella linea editoriale adottata fino ad ora o che non apprezziamo e non ci convincono. Secondo noi è importante che se al momento non ci occupiamo di narrativa siamo onesti con gli scrittori che ci propongono manoscritti e gli consigliamo di rivolgersi ad un'altra casa editrice. Per uno scrittore, o un aspirante tale, non dovrebbe contare soltanto che il suo testo sia pubblicato, ma che sia accolto e sostenuto dalla casa editrice adatta ad esso perché competente per quel tipo di testo che si tratti di narrativa o di un saggio di storia dell'arte: dalla revisione del testo, alla sua messa in opera, fino alla sua promozione e vendita.

Ci sono in Italia tante fiere – piccole, grandi, medie - del libro, ma servono veramente a voi editori (a vendite immediate al banco?... ad acquisire pubblico futuro?) oppure è una favola per mettere su degli ambaradam? Come riconoscere una fiera a voi utile fra tante?

Sì, ce ne sono tante e ne scopriamo sempre di più. Dopo aver aperto Glifo abbiamo partecipato a varie piccole fiere e in particolare all'enorme rassegna editoriale che è il Salone del libro di Torino, nella sezione “Incubatore”. Potrebbe sembrare una scelta un po' azzardata ma non ce ne siamo pentiti. È chiaro che per noi, con un marchio ancora poco conosciuto e un piccolo catalogo, le vendite dirette e l'acquisizione di nuovo pubblico rappresentano una minima parte degli aspetti positivi da poter sfruttare. Perciò è stato fondamentale vivere l'esperienza come momento d'incontro con nuovo pubblico, ma soprattutto con colleghi, librai e distributori, per scambiarci pareri, promuovere in prima persona la nostra linea editoriale, senza temere di chiedere consigli o esternare dubbi. Insomma, se le si vive in un certo modo, le fiere editoriali sono momenti imprescindibili per nuove realtà editoriali. Per identificare la fiera utile bisogna soppesare bene pro e contro, e soprattutto le spese che comporterebbe. È facile sbagliare nella scelta ma con il tempo l'esperienza aiuta a capire quale fiera sia più adatta e in quale momento parteciparvi.

Glifo Edizioni
Beato Angelico 53
90145 Palermo
mail: info@glifo.com
tel e fax: 091 – 76 59 376


Il Premio Brian


Come accade ogni anno, nel riportare i premi dati ai film e agli interpreti delle opere presentate al Festival del cinema di Venezia, i media trascurano con regolarità degna di miglior causa di citare il Premio Brian (pur ufficialmente riconosciuto dalla Mostra) assegnato dall’Uaar, Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.
Quest’anno la giuria composta da Michele Cangiani, Paolo Ferrarini, Giuliano Gallini, Paolo Ghiretti, Maria Giacometti, Chiara Levorato, Caterina Mognato, Maria Turchetto ha conferito il premio al film Spotlight di Tom McCarthy.

Il film (nella foto gli interpreti) racconta l’inchiesta con la quale, nel 2001, il quotidiano Boston Globe portò alla luce, per la prima volta, lo scandaloso fenomeno della pedofilia tra il clero cattolico, prima statunitense, e poi mondiale.
Informa un comunicato dell’Uaar riportando le motivazioni della giuria: "Il film rimarca l’importanza del ruolo dell’informazione e della ricerca della verità come elementi fondamentali di una società che si possa definire civile e democratica. Un compito particolarmente difficile per chi deve muoversi in un contesto dove spesso prevalgono tabù e omertà. Oltre a essere un’opera cinematografica di qualità, Spotlight è un film importante e attuale, perché si propone di documentare e contribuire attivamente a divulgare fatti gravi che a lungo sono rimasti nascosti, assumendo quindi grande rilevanza politica e sociale”.

È dal 2006 che l’Uaar assegna il “Premio Brian”, dal nome del film dei Monty Python “Brian di Nazareth”, all’opera cinematografica che meglio evidenzia ed esalta «i valori dal laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose».
Vincitori delle passate edizioni del “Premio Brian” sono stati: nel 2006, “Azul oscuro casi negro” di Daniel Sanchez Arevalo; nel 2007, “Le ragioni dell’aragosta” di Sabina Guzzanti; nel 2008, “Khastegi” di Barman Motamedian; nel 2009, “Lourdes” di Jessica Hausner; nel 2010, “I baci mai dati” di Roberta Torre; nel 2011, “Le Idi di Marzo” di George Clooney; nel 2012, “Bella addormentata” di Marco Bellocchio; nel 2013, “Philomena” di Stephen Frears; nel 2014 “Mita Tova” di Tal Granit e Sharon Maymon.


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