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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Meret Oppenheim


La casa editrice Johan&Levi ha mandato in libreria un affascinante libro su Meret Oppenheim (1913-1985). Tedesca di nascita e svizzera d’adozione, è stata una delle artiste più eclettiche del secolo scorso. Grazie agli influssi e contatti della nonna Lisa Wenger e della zia Ruth, entrò in contatto in giovanissima età con artisti e letterati. Il suo esordio artistico risale al 1933, quando fu invitata da Alberto Giacometti e Hans Arp a esporre al Salon des Surindépendants; da quel momento fece parte del gruppo dei surrealisti e l’innovatività della sua arte fu così dirompente che Colazione in pelliccia del 1936 fu immediatamente acquistata dal Museum of Modern Art di New York.
Del volume, intitolato Meret Oppenheim Afferrare la vita per la coda, ne è autrice Martina Corgnati una delle più importanti firme italiane delle arti visive contemporanee.
Storica dell’arte e curatrice, è docente di Storia dell’arte presso l’Accademia Albertina di Torino. Si è occupata di arte femminile e arte moderna e contemporanea del Mediterraneo e Vicino Oriente. Tra le sue pubblicazioni: Artiste. Dall'Impressionismo al nuovo millennio (2004); L'opera replicante (2009); I quadri che ci guardano (2011).
Prima di scriverne la biografia, ha lavorato a lungo sulla figura di Meret Oppenheim di cui ha curato la prima retrospettiva italiana dopo la morte dell’artista al Palazzo delle Stelline di Milano (1998-99) e, con Lisa Wenger, la raccolta delle lettere e dei documenti privati di Meret Oppenheim (2013).

Il libro ora pubblicato da Johan&Levi ripercorre, a ritmo serrato, la vita privata e artistica, approfondendo le relazioni affettive, le modalità di lavoro e l’irrefrenabile creatività dell’artista, con sorprese e rivelazioni che affiorano dalla corrispondenza di Meret.
A Martina Corgnati ho chiesto: qual è il tuo principale motivo d’interesse per il lavoro dell’Oppenheim?

L'originalità, la versatilità e la forza creativa che trapela dall'insieme della produzione di Meret Oppenheim mi hanno sempre affascinata. Oltre a considerarla da sempre una figura esemplare nel contesto delle avanguardie artistiche del Novecento, mi ha sempre colpita la ricchezza del suo pensiero e il suo coraggio personale, la vastità dei suoi interessi e della sua cultura. Inoltre, Meret resta ancora un modello di grandissima attualità per tutte le donne che hanno scelto l'arte come destino, missione e vocazione.

Dapprima partecipe del surrealismo, poi allontanatasi, in che cosa è surrealista?

La partecipazione al surrealismo è, per Meret come per quasi tutte le altre artiste, sui generis. Per ragioni anagrafiche ella si è accostata al movimento intorno al 1934 quando il gruppo di Breton era già ampiamente navigato e maturo. Abbastanza indifferente alle questioni politiche che per Breton, Péret e altri costituivano un centro di gravità del loro pensiero e delle loro ricerche, Meret in un certo senso all'inizio soffre del gap anagrafico e culturale: è giovane e bella e forse intimidita dai discorsi di quegli uomini importanti, ma di fatto partecipa alle riunioni, firma almeno due documenti importanti, a differenza di altre artiste, e trova un sostanziale interesse per il suo modo di vivere e la sua opera. Breton, ma anche Arp, Péret, Giacometti, Duchamp e altri apprezzano davvero il suo lavoro: Colazione in pelliccia è per Breton un colpo di fulmine che gli ispira, probabilmente l'idea della "bellezza convulsiva". Essi le offrono le "conferme" di cui la giovane artista aveva probabilmente bisogno per "decollare" scegliendo la libertà. ma questa scelta è per lei così radicale che la porta da subito oltre il surrealismo: contrariamente ad altri ed altre che avevano bisogno di quell'etichetta per esistere, Meret è indipendente da subito; così, anche dopo la guerra e negli anni Cinquanta, ella frequenta i surrealisti e collabora con loro liberamente quando ritrova delle convergenze vere con il gruppo. certo, è insofferente della rigidità e del dogmatismo del gruppo e il modo sbagliato e fuorviante in cui il suo "Festino di primavera" fu esposto alla mostra surrealista del 1959 (EROS) le inferse un duro colpo ma neppure per quello ella "ruppe" i rapporti: continuò a scriversi con Breton a cui non esitò a dare pubblicamente torto quando riteneva fosse il caso - per esempio in occasione dell'espulsione di Max Ernst con cui ella non era d'accordo.
Meret era libera e leale: e pochi sanno che aiutò moltissimo nel momento della malattia anche finanziariamente sia Péret sia Elisa Breton. Con il surrealismo ci sono state importanti controversie, certo, che provano la forza della sua personalità: ma così come ella non si ritenne mai un'affiliata del movimento altrettanto non ritenne di doverlo "lasciare". e tutti questi aspetti nella biografia che ho concluso da poco sono dettagliatamente esplorati
.

Il testo è accompagnato da immagini tratte sia dagli album di famiglia sia da riproduzioni delle opere più significative.
Per una scheda sul libro: CLIC!

Martina Corgnati
Meret Oppenheim
Pagine 540, Euro 35.00
Editore Johan&Levi


Le vie dei Festival


La rassegna Le vie dei Festival, diretta da Natalia De Iorio, presenta un programma più vasto rispetto alle passate edizioni, dura, infatti, tre mesi.
Questo Festival dei Festival è realizzato dall’Associazione culturale Cadmo con il sostegno di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica, dell’Assessorato alla Cultura, Arte e Sport della Regione Lazio, del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo.
La storia, le ragioni espressive, i nomi che hanno reso famoso quest’importante evento teatrale, e inoltre quanto accaduto nel mese che sta per concludersi, si trovano QUI in un precedente servizio di Cosmotaxi.

In foto, il logo del Festival ideato Lino Fiorito.

Ecco il programma di novembre (quello di dicembre lo illustreremo in una successiva nota) cominciando con lo spazio riservato al teatro per ragazzi.
In scena una versione di “Biancaneve” di e con Bruno Cappagli e Fabio Galanti.
Voce narrante: Giovanni Boccomino
Luci: Andrea Aristidi. Oggetti di scena: Tanja Eick.
La regìa è di Bruno Cappagli.
Produzione: La Baracca Testoni Ragazzi.
Lo spettacolo è stato vincitore del premio del pubblico alla 3a edizione di "Piccolipalchi", rassegna teatrale dell'ERT (Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia) e, inoltre, ha vinto il premio "L'Uccellino Azzurro" e il premio "Silvia" dato a Fabio Galanti, come miglior attore, alla 13a edizione del Festival "Ti fiabo e ti racconto" di Molfetta.
Teatro Vascello
Domenica 2 novembre, ore 15.00
Ufficio Stampa del Teatro: Cristina D’Aquanno, promozione@teatrovascello.it

La compagnia giovane su cui quest’anno si vuole indirizzare in modo particolare l’attenzione del pubblico, dedicandogli un focus, si chiama CollettivO CineticO.
Nasce nel 2007 come sperimentazione performativa fra teatro, danza e arte visiva, ed è caratterizzato da una pratica di lavoro assai flessibile, con ruoli, relazioni e presenze in perenne mutazione, attorno alla direzione artistica e alla regia di Francesca Pennini. Danzatrice di formazione - ha lavorato con Sacha Waltz - e poi coreografa, la Pennini esercita anche un’intensa attività didattica sia verso professionisti sia verso neofiti della danza.
Nove teenager sono i protagonisti di "age". La performance è strutturata come un atlante in cui, round per round, “esemplari umani” (come li definisce una scheda dello spettacolo) sono chiamati a esporsi su un palco-ring e a rispondere - in tal modo rivelandosi - a una serie di domande su opinioni, gusti ed esperienze, mentre il gong della regia scandisce il tempo delle azioni.
Teatro Vascello
1 e 2 novembre
Info: 06 – 588 10 21 / 06 – 589 80 31

Da mercoledì 5 a domenica 16 novembre ore 20.30 (sabato ore 19.00, domenica ore 17.00, lunedì riposo), lo spettacolo itinerante The Walk, con la regia di Renato Cuocolo e con Roberta Bosetti.
Una coproduzione Cuocolo/Bosetti IRAA Theatre con Australia Council for the Arts, che ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi.
Una performance speciale, un attraversamento per le strade del centro storico di Roma riservato ogni giorno a un numero limitato di spettatori, invitati a camminare insieme nella città, guidati da una voce, da un’attrice e da una storia. Negli spettacoli di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti - che in Australia, loro patria di adozione, rappresentano la punta di diamante del teatro d’innovazione - spazio del teatro e spazio della vita, realtà e finzione si sovrappongono, a partire dalle proprie esperienze e usando luoghi reali.
Per le caratteristiche dello spettacolo, è obbligatorio prenotare al numero: 334 – 84 64 104.

Per leggere tutto il programma fino a dicembre: CLIC!

L’Ufficio Stampa del Festival è affidato a Simona Carlucci
info.carlucci@libero.it, 335 - 59 52 789 e 0765 - 24 182

Info e prenotazioni, Associazione Cadmo: Tel. 06.32 02 102 – 334.84 64 104


Piccoli musei a Padula (1)

Quei generosi che leggono queste pagine, sanno che a Cosmotaxi piace esplorare i piccoli musei lontani dal grande giro mediatico.
Stavolta mi soffermerò a Padula dove il lavoro mi ha portato settimane fa.
Località conosciutissima per uno dei più grandi monumenti europei: la Certosa di S. Lorenzo (in foto una veduta aerea) dichiarata nel 1998 Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco.
La Certosa, inoltre, ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale che raccoglie una collezione di reperti dalla preistoria all'età ellenistica.
Su questi grandi monumenti, però, si trova un’infinità di notizie in Rete, esiste una sconfinata saggistica, sono stati girati tanti documentari, volgiamo, quindi, lo sguardo in questo servizio ad altre realtà storico-culturali di Padula: la casa-museo di Joe Petrosino, il Museo del Cognome e quello Civico Multimediale. Di quest’ultimo, purtroppo, posso solo rimandare a quanto troverete sul web perché i giorni in cui mi sono trattenuto a Padula erano di chiusura del Museo.
Per una visita virtuale: CLIC.

Una preziosa risorsa locale è la Pro Loco guidata da Tina D’Urso.
Le sue indicazioni, infatti, non si limitano a comunicare informazioni sull’accoglienza del territorio, dall’ospitalità ai trasporti, ma si estendono al patrimonio culturale della zona e a lei devo preziosi aiuti nel visitare quanto esporrò nelle note successive.
La D’Urso, inoltre, ha proiettato la Pro Loco anche sul piano espressivo promuovendo installazioni e teatro.
Particolarmente significative sono le iniziative che va svolgendo da qualche tempo sul tema della violenza di genere.

Pro Loco Padula
Via Italo Balbo 45
Tel. 0975 – 77 86 11
Fax. 0975 – 77 88 14


Piccoli musei a Padula (2)

A New York, il 19 ottobre è stato celebrato il “Petrosino Day”.
Perché il 19 ottobre? Perché quel giorno di 130 anni fa un nostro giovane connazionale arrivato da Padula indossò per primo la divisa del New York Police Department.
Era Joe Petrosino che negli anni successivi si distinse nella lotta alla criminalità organizzata di matrice italiana nella città di New York. Pioniere della lotta alla mafia, fu messo da Teddy Roosevelt, il futuro presidente allora al vertice della polizia a New York, a capo della sezione omicidi dell'NYPD e fu il primo italo-americano a ricoprire quell'incarico. New York lo ricorda con il “Petrosino Day”, istituito nel 1985, in occasione del 125° anniversario della nascita del leggendario detective. Per un’estesa sua bio, cliccare QUI.
A Giuseppe Petrosino, detto Joe (Padula, 30 agosto 1860 – Palermo, 12 marzo 1909), è dedicato, a Padula, un piccolo, splendido, Museo nella casa dove nacque.
Là sono stato accolto dalla guida Angela Morena che mi ha presentato al pronipote di Joe: Nino Melito Petrosino che ha messo a disposizione dei visitatori parte della casa natale di Joe, di cui è proprietario.
Con elegante modestia questo signore chiama “relazione” l’illustrazione che fa delle stanze, in realtà è una vera e propria lezione di storia perché il suo racconto di ciò che va ad indicare, nelle 24 sezioni in cui è suddivisa la casa-museo, è intercalato con ciò che avviene anche intorno alla vita di Petrosino: avvenimenti nazionali ed internazionali, sottolineando il drammatico fenomeno dell’emigrazione cui fummo costretti.
E tale lezione, connotata con forti stimoli di lotta alle mafie d’oggi è quanto il signor Nino trasmette alle scolaresche in visita al Museo.
Ricchissimo di reperti e documenti cartacei sono le stanze della casa: da quaderni di scuola al rasoio, dall’amata chitarra alla divisa, dalle foto di familiari a lettere.
Tutto è stato disposto in modo sapiente, dalla luministica alla disposizione degli oggetti domestici, sicché si fa un viaggio nella vita di quell’uomo che la salvò a Enrico Caruso da un attentato mafioso, mago dei travestimenti arrestò nella sua carriera 20.000 criminali (900 in un solo anno) per poi morire in una missione che doveva essere segreta e che, tradito, tale non fu conducendolo a morte per volontà del boss Vito Cascio Ferro eseguita da Paolo Palazzotto com’è stato scoperto solo l’anno scorso, a 105 anni dall’omicidio, in un’intercettazione che potete ascoltare QUI.

Vastissima è la produzione artistica ispirata alla figura di Petrosino: narrativa, fumetti, film, sceneggiati tv. Fra questi, indimenticabile quello del 1972 diretto da Daniele D’Anza con il detective interpretato magistralmente da Adolfo Celi.
Concludendo, l’importanza di questo personaggio, aldilà delle sue imprese, sta nella grande intuizione che ebbe in quegli anni remoti, vale a dire l’intreccio tra malavita organizzata e potentati politici che lui scorse in Sicilia dove, dopo insistenze, riuscì a farsi inviare e lì incontrò la fine colpito da quattro colpi di pistola a Palermo in Piazza Marina.
Era quello il tempo ”in cui una volta la mafia era morale” come, senza arrossire, ha detto il signor Beppe Grillo il 26 ottobre scorso proprio a Palermo?
Mai la mafia è stata morale, praticando solo sanguinosi soprusi dalle sue origini a oggi.
Non a caso Nino Melito Petrosino ha voluto riservare uno spazio del Museo anche alle vittime della mafia dei nostri giorni.
Quell’intuizione di Petrosino in anni tanto lontani ha avuto tragiche conferme ai nostri giorni con i famosi “oscuri legami” che sono oscuri solo perché in tanti non vogliono illuminarli come ebbe un secolo fa il coraggio di fare per primo Petrosino che ci ha lasciato un monito che c’è da augurare sia ascoltato in questo paese di ostinati sordi: C’è un solo modo per combattere la Mano Nera ed è quello di eliminare l’ignoranza, istruendo le persone e rendendole consapevoli.

Casa Museo Joe Petrosino
Via Giuseppe Petrosino 6, Padula
Telefono: 0975 – 08 10 09
Fax: 0975 – 77 165
info@joepetrosino.org
Aperto tutti i giorni
10 – 13 e 15 – 19


Piccoli musei a Padula (3)


“Con la sponda di ghiaia / che alla prima alluvione va giù / e un nome e cognome / che comunque resiste di più…”
Così canta Ligabue ed ecco un altro piccolo museo di Padula: il Museo del Cognome.

In foto, un angolo dei locali.

“Tutti hanno un cognome: oggi è un fatto così scontato che lo si potrebbe quasi considerare naturale” – scrive Roberto Bizzocchi in 'I cognomi italiani' – “In realtà si tratta dell’esito di una lunga storia. Nel corso del tempo gli Italiani si sono chiamati fra loro in tanti modi, e quello che noi chiamiamo cognome si è sviluppato molto lentamente, come risultato dell’interazione di vari fattori: la coscienza di sé degli individui e delle famiglie (a cominciare da quelle nobili), la necessità di distinguersi e riconoscersi all’interno delle comunità di appartenenza, la spinta proveniente dalla Chiesa e dagli Stati verso la regolamentazione dell’identità onomastica di ognuno. La nascita dei cognomi non è stata perciò un evento puntuale e irreversibile, ma un processo segnato da contraddizioni, deviazioni, passi indietro e anche notevoli differenze fra una parte d’Italia e l’altra. È un tema appassionante che intreccia le grandi questioni storiche, quali la persistenza della tradizione romana nell’Alto Medioevo, la formazione delle signorie territoriali, l’impatto del concilio di Trento, l’azione di governo delle burocrazie dell’assolutismo illuminato, con quelle a noi più vicine, come il nazionalismo linguistico, le persecuzioni, le migrazioni del Novecento e oggi la questione del diritto di trasmettere il cognome materno".

A questi temi, con competenza e passione, da vent’anni lavora Michele Cartusciello che mi accoglie nei locali di questo Museo, che ha anche finalità didattiche, situato al piano terra di una casa del ‘700.
Alle pareti, accanto a immagini fotografiche d’un tempo e documenti antichi, non a caso, figurano riproduzioni d’opere di Escher perché le sue tassellature dell’infinito rimandano a quelle scale del tempo che sono le rampe della genealogia ascendente e discendente.
Genealogia, parola greca formata da “gheneà” e “loghia” – come ricorda un opuscolo distribuito all’ingresso – che insieme stanno a indicare lo studio sulla gente, cioè lo studio delle generazioni che hanno preceduto e determinato una famiglia e la sua storia.

Cartusciello ha del Museo una concezione moderna, non solo stanze da visitare e una piccola (ma non piccolissima) biblioteca aperta alle consultazioni, ma anche sala per proiezioni e incontri, inoltre, un calendario di attività con programmazione che va dal prossimo anno fino al 2017.

Museo del Cognome
Largo Municipio 8
+39.0975778376
+39.3478295374
museodelcognome@gmail.com
Orario di apertura:
10:00 - 13:00;
16:00 - 19:00
Dal Martedì al Sabato


Doppio Gaudio

Dell’editore Prova d'Autore segnalo il volume Il limite di Schönberg Il principio ibrido, il disagio e la mancata fine del romanzo di Alessandro Gaudio: ricerche estetiche con testi di V. S. Gaudio.
In pratica, contrapposto o correlato a ogni testo di Alessandro, c’è n’è uno firmato da V. S. Gaudio (padre del primo). E questo perché, “Il limite di Schönberg” è stata una rubrica fatta ogni mese per “lunarionuovo” firmata da Alessandro & V.S.Gaudio.

Per una scheda editoriale: CLIC!

Altro libro, stavolta del solo Alessandro Gaudio, è Lavorare con gli attrezzi del vicino La fisiognomica scientifica al vaglio della letteratura. L’editore è Ets.

Alessandro Gaudio (1975) è dottore di ricerca in Scienze letterarie Retorica e tecniche dell’interpretazione e lavora, in qualità di assegnista di ricerca e professore a contratto, presso l’Università della Calabria. Ha pubblicato i saggi “La sinistra estrema dell’arte. Vittorio Pica alle origini dell’estetismo in Italia” (Vecchiarelli, 2006), “Animale di desiderio. Silenzio, dettaglio e utopia nell’opera di Paolo Volponi” (ETS, 2008) e “Morselli antimoderno” (Sciascia 2011). Ha curato la ristampa anastatica della «Cronaca Sibarita» (Vecchiarelli, 2006) e, nel 2010, “Morselliana”, numero monografico della «Rivista di studi italiani», dedicato all’opera di Guido Morselli.

Cliccare QUI per una scheda sul libro.

Ancora una cosa: V. S. Gaudio è un personaggio che agisce in Rete in maniera colta che è modo opposto al culturale (copyright Angelo Guglielmi) conducendo Uh Magazine.
V’invito a leggere QUI una breve nota dove indico le sue plurali, e raffinatissime, monellerie letterarie.


Materials


Ho conosciuto Graziano Spinosi tanti anni fa, forse dieci, mentre mi trovavo a Santarcangelo di Romagna per quel famoso festival teatrale.
Fu un caso, l’occasione precisa non la ricordo, non escludo, però, che l’incontro sia avvenuto in un’enoteca visto il comune amore per il bicchiere.
Ricordo perfettamente, però, che fu un incontro straordinario con uno straordinario artista.
Le sue allarmanti foreste metalliche, le scarpe immaginarie calzate da spericolati viandanti, busti femminili dall’insidioso maquillage, e il suo vibrante parlare riuscendo a essere, al tempo stesso, timido e risoluto.
Poco dopo lo invitai nella sezione Nadir di questo sito, poi ci perdemmo di vista. Succede. Succede soprattutto a uno elegante come Graziano che non sta lì a informare il prossimo un giorno sì e l’altro pure su quello che fa. Esagera? Sì, esagera in questo, ma è un dissipatore d’esistenza, opere, creatività.

Ora so di una sua mostra (mentre scrivo questa nota ancora non l’ho sentito da quel tempo lontano) intitolata Materials.
La presentano lo scrittore Stefano Benni riproponendo un suo testo scritto per un’altra esposizione di Graziano al “Il Segno” di Roma, e il critico Raffaele Gavarro che così scrive: Osservando la parata di scarpe che andava pian piano aumentando nello studio di Spinosi, ho avuto l’impressione di uno speciale attrezzarsi a un viaggio, in cui il bagaglio erano quelle stesse scarpe di cui si poteva aver bisogno nel tragitto. Un viaggio a piedi, in cui i luoghi sono testimoniati dalla materia delle suole e delle tomaie, diversi per ogni luogo attraversato. Credo che questo sia stato un viaggio nell’amore e nel dolore. E non alludo solo a quello degli artisti a cui corrispondono le calzature. Queste sono le scarpe di Spinosi. È suo l’amore e il dolore di cui parlo, come è nostro nel momento in cui guardiamo quelle scarpe, immaginando la vita che hanno virtualmente portato e percependo la morte nel loro essere sotto una specie di teca museale. La regola dell’accelerazione visiva continua e a tutti i costi si frantuma su quell’attimo di fissità spazio-temporale che permette all’occhio di comunicare con l’anima dell’uomo. L’Arte molto spesso rende possibile questo.

E dei Materiali che cosa pensa Spinosi?
Alcuni materiali sono chiacchieroni, altri parlano poco. Un po’ come i gatti, ciascuno col proprio carattere. Cerco d’intonarmi a questo carattere avendo cura di rispettare le sue caratteristiche fisiologiche. Non mi piace che per dire una cosa se ne neghi un’altra. Non mi piace mai. Si dice una cosa per dire quella cosa, può bastare. Allo stesso modo mi piace dire un materiale per dire solamente quel materiale. Anche questo può bastare. Il cartone è cartone: arido, polveroso, voce rauca; l’acqua lo smembra e il fuoco lo consuma. È bello così, anche per questa vulnerabilità. L’acciaio è nervoso, austero, affidabile. Il ferro è buono, infaticabile e remissivo. La plastica spesso è incompresa. Non è bello che la plastica diventi finta-pelle, finto-legno, finta-plastica. Pur essendo un materiale sintetico ha la fierezza di quelli naturali. Bisogna accostarsi silenziosamente ai materiali, parlano loro. Il legno emette suoni che somigliano a quelli del pane. Anche l’acqua è un materiale. Come gli alberi, una strada, l’orizzonte.
La memoria e la nostra esistenza sono materiali
.

Graziano Spinosi
Materials
Galleria Santa Maria Novella
Salizada San Samuele • San Marco 3216
Venezia
Info: 041 – 522 08 14
Fino a domenica 9 novembre


Atlante immaginario


L’immaginazione è un tema che attraversa tutta la storia della filosofia, dall’antichità ai giorni nostri. Nella nostra epoca s’è trasferita anche nei laboratori neuroscientifici, dove parecchi ricercatori indagano su quel “movimento prodotto dalla sensazione in atto”, come la definì Aristotele, per capire se non dipenda anche, o esclusivamente, da determinazioni genetiche e ambientali.
Sia come sia, resta una delle grandi risorse di noi umani.
Ne è una brillante esemplificazione Atlante immaginario Nomi e luoghi di una geografia fantasma di Giuseppe Lupo, edito da Marsilio.

Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano e di Brescia. Per Marsilio ha pubblicato i romanzi “L'americano di Celenne” (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello opera prima e Prix du premier roman), “Ballo ad Agropinto” (2004), ”La carovana Zanardelli” (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical e Premio Carlo Levi), “L'ultima sposa di Palmira” (2011; Premio Selezione Campiello e Premio Vittorini) e “Viaggiatori di nuvole” (2013; Premio Giuseppe Dessì).
È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del «Sole-24Ore» e di «Avvenire».

Geografia e letteratura sono temi più vicini di quanto s’immagini.
Scrive Dino Gavinelli in un suo saggio su questo tema: “La percezione e la conoscenza del mondo, dei diversi ambienti, territori e paesaggi non avvengono solo attraverso il contatto diretto che sollecita l'intervento sensoriale ma anche con rielaborazioni mentali, emotive, analogiche e affettive fornite da rappresentazioni geografiche e letterarie di diversa forma e natura (…) La conoscenza del mondo non solo in termini oggettivi e geografici ma anche attraverso le parole di narratori e poeti evidenzia un terreno comune tra le due discipline. Gli spazi letterari e quelli della geografia sono attenti alla realtà introspettiva, al vissuto territoriale dell'uomo, alla dimensione qualitativa definita da aspetti sensoriali, culturali e psicologici e si rivelano tra loro complementari”.
Parole che ben s’attagliano anche a questo bel libro di Lupo che propone un catalogo di località vere viste come immaginarie e viceversa. Con uno sguardo che tiene a ricordarlo più volte ai lettori ha una precisa marca lucana, lo sguardo di chi si sente da sempre orfano “alla ricerca di una terra interiore”, anche quando ripercorre – come Lupo fa – le grandi narrazioni di Omero o di Ariosto, di Kafka o di Faulkner, di Calvino o di Márquez.

Dal quarto di copertina: “Gli atlanti sono fatti per immaginare mondi, per sognare orizzonti o percepire un altrove spesso sconosciuto. Questo libro contiene nomi di località, ricordi d'infanzia, invenzioni fantastiche, riflessioni critiche e può essere letto come itinerario in una mappa dove realtà e irrealtà arrivano a confondersi. Pagina dopo pagina prende forma una geografia che appare e scompare come un fantasma, si intuisce vera anche se non c'è e lascia nel lettore la sensazione di aver vissuto un'avventura onirica, un viaggio su un simbolico tappeto volante. È possibile rintracciare nelle nuvole i volti delle persone non ancora nate? Quali rotte seguono i manoscritti chiusi in bottiglia e gettati in mare? E se i satelliti inventano isole? In ogni capitolo Giuseppe Lupo incuriosisce ed emoziona, si cimenta con una scrittura che sta all'incrocio tra narrativa, saggistica, autobiografia e con tono scanzonato svela i caratteri e i temi del suo immaginario”.

Giuseppe Lupo
Atlante immaginario
Pagine 160, Euro 15.00
Marsilio


Cucina Calibro Noir


Era il 24 ottobre del 1934 quando lo scrittore statunitense Rex Stout (1886 – 1975) pubblicò “Fer-de-lance” – ‘La traccia del serpente’ – in cui compare per la prima volta Nero Wolfe: pesa ben oltre cento chili, ama le orchidee e la cucina raffinata.
Nella finzione nasce nel 1893, il 17 aprile, ed è di origine montenegrina. Nei primi romanzi il luogo di nascita è Trenton (New Jersey), in seguito Stout decise di farlo diventare montenegrino a tutti gli effetti e in “Nero Wolfe fa la spia” Wolfe torna al suo villaggio natale nel Montenegro.
L'io narrante dei romanzi è il suo assistente e tuttofare Archie Goodwin.
Una curiosità: Rex Stout prima di creare Wolfe aveva tentato la via della letteratura sperimentale con “How like a God” che non piacque a nessuno e meno ancora a Dio.

La Casa Editrice Beat per festeggiare gli ottant’anni del noto personaggio di carta, pubblica Palla avvelenata e organizza - domani, a Milano - Cucina Calibro Noir una cena senza delitto con l’intervento di Camilla Baresani, Piero Colaprico, Hans Tuzzi, incontro guidato da Luca Crovi con letture di Gigio Alberti.
L'ottimo chef Marco Tronconi proporrà un menù ispirato alle ricette create da Fritz Brenner, il cuoco-maggiordomo svizzero senza il quale l’eccentrico detective si sente perduto.
E chissà che nel menu non ci sia una delle ricette che ricordo più amate dall’investigatore gourmet: “Oeufs au cheval con paprika”.

“Cucina Calibro Noir” è un format che propone alcune serate in cui viene dato spazio a quei libri, virati in giallo e in nero, che hanno dato spazio nelle loro pagine all’enogastronomia.
Spero si tratti soprattutto di classici (si parte benissimo con Nero Wolfe) perché ormai autori sporchi di colore giallo spuntano da ogni dove e siamo diventati il paese in cui il numero dei giallisti supera quello degli evasori fiscali.

Ufficio Stampa Beat: ufficio.stampa@beatedizioni.it

Cliccare QUI per il programma.


Last Finds

Marco Abbamondi e Stefano Ciannella presentano Last Finds reinforced and random thoughts in Pausilypon a cura di Sabina Albano che si avvale del coordinamento tecnico-scientifico di Marco De Gemmis.
La mostra figura tra le proposte del Servizio Educativo della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli.
Questa la scheda firmata dai due artisti.

Quattro postazioni di scavo che rivelano il reperimento dei frammenti sparsi di alcune superfici di copertura, di non chiara identificazione, rispetto alla funzione e al tempo di realizzazione. Sono dei falsi del contemporaneo, che alimentano un dibattito sul tempo e sulle ragioni scientifiche e storiche sottese alla tradizione dei contenuti attraverso la storia della conservazione. Trasformando un’opera d’arte in reperto solleviamo una riflessione sull’altro processo, quello inverso, che trasferisce i pezzi residuali della storia, nell’alveo del museo, inteso come luogo di attenzione/osservazione/contemplazione.
Accendiamo delle domande che possono essere sintetizzate nella seguente: quale relazione esiste tra gli uomini, i luoghi, le cose e il tempo? Una certezza è data, secondo noi, dal fatto che lo status di oggetto sacro ovvero di reperto suscettibile di attenzione, sia conferito allo spettatore, più dalle convenzioni, dagli usi e dalle complesse impalcature politiche di ogni tempo, che dall’oggetto in sé. Rappresentazione e finzione sono i luoghi mentali di questa azione site specific. Tracciamo con il segno che contraddistingue uno dei capitoli principali della ricerca Reinforced Concrete, THERE IS NOT TOO MUCH SPACE, la superficie orizzontale di un pezzo di storia emersa. Alla base della proposta vi è la dialettica tra ricerca e scoperta, un nucleo concettuale che è premessa e cardine del nostro modo di indagare il mondo, attraverso l’arte, con il segno di una poetica rigorosa, stabile e in evoluzione.
Creiamo in laboratorio dei reperti della modernità. Generiamo una ragionata confusione, uno straniamento. Il progetto last FINDS fa proprio ed ingloba uno dei principi fondamentali di tutte le arti ovvero che nel massimo della finzione si possa reperire, il massimo della realtà. La memoria, la percezione, le convinzioni e i condizionamenti individuali e collettivi, la cultura di massa e la massa della cultura sono alcuni degli ingredienti generativi di questo strano e straordinario meccanismo della coscienza, che rende l’arte sempre contemporanea e inutilmente necessaria
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QUI il sito web di Marco Abbamondi
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Marco Abbamondi • Stefano Ciannella
Last Finds
Parco Archeo Pausilypon
Discesa Coroglio 36, Napoli
Info e prenotazione visite guidate: tel. +39 081 - 2403235
dal 25 ottobre al 23 novembre 2014


Il mondo segreto delle piante


Botanica: “Disciplina della biologia che studia le forme di vita del mondo vegetale (la flora), specie in rapporto alla loro anatomia, fisiologia, utilità, classificazione ed ecologia”.
Fin qui il vocabolario.
Circa la storia di questa disciplina, è Teofrasto ad occuparsene per primo in modo scientifico, dopo, nel tempo ma non per minore importanza, troviamo i nomi di Discoride e Plinio il Vecchio con la sua “Naturalis Historia” che resterà insuperata fino al Rinascimento.
In quel periodo gli studi ebbero nuovi impulsi da Otto Brunfels, Hieronymus Bock, Conrad Gessner, Carolus Clusius, e, tra gli italiani, da Bartolomeo Maranta, Luca Ghini, Andrea Cesalpino.
Ma è con lo svedese Carl Nilsson Linnaeus, meglio noto come Linneo (Råshult 1707 – Uppsala 1778) che la botanica assunse i caratteri di scienza moderna. Linneo dimostrò, fra l’incredulità e l’irrisione rivoltegli dal mondo accademico, che la maggior parte delle piante sono dotate di organi riproduttivi maschili e femminili.
La botanica compare anche in opere letterarie famose (si pensi a Omero con l’ erba moly (forse la mandragora o la ruta siriaca, “radice nera, il fiore simile al latte”) o al Nepente il cui succo Elena versa nel vino per lenire lo sconforto e la tristezza. Ovidio parla dell’erba mangiata dal pescatore Glauco che dopo averla ingerita, si tuffa in mare immaginando d’essere una divinità. Insomma, è chiaro un riferimento a sostanze che oggi chiameremmo psicoattive con effetti di modificazioni degli stati di coscienza.
In altre parole Elena, la Pizia, i sacerdoti dei templi: fatti come capanne.
La letteratura anche più vicina è piena di botanica allucinogena, basti pensare a tanti viaggiatori europei e a tanti autori della beat generation. A questo proposito, durante il periodo 1970-90, molti studiosi avviarono ricerche anche sulla flora europea, scoprendo varietà di funghi potenzialmente allucinogeni; solo in Italia ne contarono 19.
Esiste, però, pure una narrativa orientata in modo lontano dalla fattezza:
Soltanto per restare nei nostri anni, cito a memoria alcuni esempi in cui piante e giardini hanno ruoli da protagonisti o non secondari: da Eduard von Keyserling (Afa, 1906) a Knut Hamsun (Pan), da John Steinbeck (La valle lunga) ad Harper Lee (Il buio oltre la siepe), da Agatha Christie (La parola alla difesa) a Sophie Kinsella (La regina della casa), da Giorgio Bassani (Il giardino dei Finzi Contini) a Erri De Luca (Tre cavalli) ad Andrea Canobbio, (Il naturale disordine delle cose, 2004) e chissà quanti altri ancora che non conosco o al momento non ricordo.
La botanica, inoltre, vanta la sua presenza nelle arti visive, nella musica, nel teatro, nelle performances, nel cinema, nel teatro; sarebbe interessante una pubblicazione a tema che elencasse, attraverso titoli di opere, a quanti autori ha dato ispirazione.

Su di un area prettamente scientifica, dedicato ai lettori più giovani (è indicata l’età dei 10 anni, ma può essere utile anche a chi ha qualche anno in più) è stato pubblicato dall’Editoriale Scienza un libro che si deve a due autrici: Jeanne Failevic e Véronique Pellissier.
Titolo: Il mondo segreto delle piante Tutto quello che avresti sempre voluto sapere sui vegetali.
Un volume – con eleganti e funzionali illustrazioni di Cécile Gambini – che già nella prima pagina invita a non fidarci delle apparenze perché “ciò che nel gigano assomiglia a un pisellino si chiama spadice, e se pensate che lui sia un fiore, beh, vi sbagliate! I fiori (ce ne sono molti) sono ben nascosti”.
E di curiosità e stranezze del mondo vegetale ne incontriamo tante nelle pagine dove si trovano risposte a domande del tipo: “Le piante si sanno difendere?”, “Si spostano?”, “Parlano?”, “Sono immortali?”.
Apprendiamo che esistono piante vampiro e piante carnivore ghiotte di bistecche di mosca, cotolette di limaccia, salsicce di ragno.
Alla fine del volume un piccolo dizionario aiuta a capire le parole scientifiche usate nel libro.

Un volume molto utile che dimostra quanto il mondo vegetale ci è utile, amico, e come noi ricambiamo, spesso, malissimo quanto da esso riceviamo, distruggendo foreste, edificando dove non dovremmo, inquinando e avvelenando e avvelenandoci.
Concludo con un aforisma di Mario Andrea Rigoni: Bellezza delle piante: i soli esseri viventi in questo universo che non producano rumore né rifiuti.

Jeanne Failevic
Véronique Pellissier
Il mondo segreto delle piante
Illustrato da Cécile Gambini
Pagine 94, Euro 18.90
Editoriale Scienza


FUOCOfuochino 3

Si chiama FUOCOfuochino, è “la più povera casa editrice del mondo”, così la definisce il suo fondatore, l’artista patafisico Afro Somenzari.
QUI una sua intervista rilasciata in Rete.
Ogni anno sono raccolte in volume unico – distribuito da Corraini – le micropubblicazioni che vedono la luce a Viadana.
Quest’anno siamo alla terza edizione con testi di Paolo Colagrande, Camillo Cuneo, Miklos N. Varga, Francesca Bonafini, Mario Aldovini, Diego Rosa, Roberto Barbolini, Paolo Albani, Carlo Battisti, Renzo Butazzi, Hans Tuzzi, Gianfranco Mammi, Daniela Marcheschi, Virginia Boldrini, Aldo Gianolio, Simonetta Gilioli, Antonio Castronuovo, Don Backy, Alfredo Gianolio, Valerio Magrelli, Andrea Soncini.

Illustrazioni di Ugo Nespolo e un intervento di Andrea Cortellessa che così apre una godibilissima prefazione: Nella sua guida minima (ma, a dispetto delle apparenze, quanto mai attendibile) alla Repubblica delle Lettere, Antonio Castronuovo si dice convinto che «esiste una letteratura che vive di altrimenti e tutto il resto, forse, è calligrafia da scalzacani». È raro che gli autori di FUOCOfuochino lo dicano in modo così esplicito, ma in realtà tutti loro incarnano con precisione l’altrimenti dal quale puntuale ci fa raggiungere Afro Somenzari con le sue edizioni, le più povere del mondo. Un po’ come l’«ortolano della letteratura» Alfredo Gianolio, ce lo si immagina battere i sentieri meno frequentati, Somenzari (o «L’Editore», come da un certo momento in avanti ha preso a firmarsi, con impersonalità ‘patafilologica da antico erudito), a raccogliere fiori di carta che poi ci offre con infallibile discrezione, e liberalità tanto semplice quanto preziosa. Per infine comporli in almagesti dal fasto rustico e ricercato: così accostando, con mancanza di pregiudizi che si può solo invidiare, il poeta di fama internazionale all’aedo vagabondo in cui s’imbatte sotto casa, il giallista mascherato all’urlatore sgangherato che un dì fu celebre. Come il più incondito dei suoi autori, l’amico Afro «trova la vita in tutto ciò che gli altri gettano via e che raccoglie per costruire»: e la trova sempre, come nel gioco d’infanzia dal quale ha preso il nome, andandola a cercare là dove s’era nascosta.

FuocoFuochino 3
Pagine 192, Euro 18.00
Edizioni FuocoFuochino
Distribuzione Corraini (Mantova)


La stagione al Teatro Ringhiera


La direttrice artistica Serena Sinigaglia e la direttrice organizzativa Anna Chiara Altieri con una voce sola invitano il pubblico al teatro Ringhiera che dirigono.

Intanto, per cominciare, chi è venuto all’inaugurazione della stagione il 28 settembre ha scoperto la nuova facciata del Teatro Ringhiera.
Anzi: “le” nuove facciate del Teatro Ringhiera. Sono quattro! E tutte dipinte di fresco. Del resto è noto: la bellezza del cuore si nutre della bellezza che all’occhio risplende e viceversa. In una relazione sempre viva, sempre presente. Perché cosa altro significherebbe “riqualificazione” di un territorio, se non appunto trasformare quattro enormi pareti marroncine, brutte, anonime, che solo a guardarle ti vien la tristezza nel cuore e la voglia di scappartene via, in una grande opera pittorica che ti fa venir voglia di fermarti lì, ti fa sentire come a Berlino o a Londra, e magari i turisti ci vengono pure a far le foto
?

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinuino più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.
Peppino Impastato

Ecco, questo per cominciare.
Se poi vi prenderete la briga di entrare, vi ritroverete nel pieno di una piccola laboriosa e variegata società. Anziani, bimbi, diversamente abili, attori, registi, scenografi, tecnici, scultori, danzatori, drag queen, drag king, architetti, costumisti, musicisti, cantanti, studenti, scrittori, organizzatori di ogni parte d’Italia. Tutti insieme per raccontare un film corale che parla di “inclusione sociale”, di paure e sogni, di bisogni e speranze, di quella testarda cocciutaggine che li spinge a non arrendersi all’evidenza di un paese che francamente fa venire voglia di emigrare altrove.
Sfogliate la stagione, partecipate, venite a conoscerci, se ancora non lo avete fatto (!) e vedrete… ne uscirete “ricaricati” anche voi
!

Per conoscere il programma della stagione ’14 – ’15, basta un CLIC!

Lo spettacolo (in foto: un momento della pièce in uno scatto di Serena Serrani) che inaugura stasera il cartellone è “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare” (fino a sabato 1 novembre) di Rayhana. Pseudonimo di un’autrice algerina.
Non è esattamente un nome d’arte, la scrittrice ha dovuto assumere uno pseudonimo se voleva poter continuare a scrivere (e salvare la vita). Infatti, in Francia, dove vive, mentre si recava a teatro, è stata aggredita da un gruppo d’integralisti islamici. Il perché è detto nel suo testo già dal titolo eloquente che qui è bene ripetere: “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare”.

Ufficio Stampa e Promozione: lestaffette@gmail.com
Raffaella Ilari, mob. +39.333 - 43 01 603
Marialuisa Giordano, mob. +39.338 - 350 01 77

Teatro Ringhiera
Via Pietro Boifava, 17
02 – 58 32 55 78
Milano


Leone e Moscati


Chi era, o meglio chi è Sergio Leone?
A quest’interrogativo risponde un libro pubblicato da Lindau, è intitolato: Sergio Leone Quando il cinema era grande.
Ne è autore Italo Moscati.
Mica facile parlare di Moscati. Perché è un personaggio non incasellabile in uno o due riquadri, infatti, ha lavorato in plurali aree dello spettacolo: cinema, tv, radio, teatro. Non solo. Inventò in anni lontani alla Rai un contenitore di cinematografia sperimentale che ospitò nomi allora perfettamente sconosciuti, si chiamavano Gianni Amelio, Giuseppe Bertolucci, Peter Del Monte, altri ancora. Tutto questo in anni dove la tv guardava al nuovo con forti sospetti e, al tempo stesso, era di qualità migliore di quella d’oggi e, quindi, imporsi – come Moscati fece – era molto più difficile che ai nostri giorni dove ci sono tante reti e perfino (si pensi a Sky Arte) tv che fanno prodotti editoriali simili concettualmente a quelli proposti da Moscati allora.
Una sua biografia estesa QUI.
Sintetizzando: regista, scrittore, sceneggiatore (con Liliana Cavani, Luigi Comencini, Silvano Agosti, Giuliano Montaldo), produttore (Jean Luc Godard, Marco Ferreri, Glauber Rocha). Ha insegnato Storia dei Media all’Università di Teramo, tiene lezioni e corsi in vari atenei italiani e stranieri.
Fertile la sua produzione letteraria. Ha pubblicato “Anna Magnani”, “Vittorio De Sica”, “Pasolini passione”, “L’albero delle eresie” editi da Ediesse; “Greta Garbo”, pubblicato da Sabinae; e “Così amavano (così ameremo?)”, edito da RaiEri.
Tra i volumi nel catalogo Lindau: ricordiamo Gioco perverso. La vera storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, I piccoli Mozart. Wolfie e Nanneri una storia di bambini prodigio, Sophia Loren. La storia dell'ultima diva.

Veniamo adesso al libro che presento oggi: Sergio Leone. Quando il cinema era grande.
Sono passati esattamente cinquant’anni da “Per un pugno di dollari” che il regista realizzò nel 1964. Nessuno poteva prevedere il suo straordinario successo e che sarebbe diventato il western italiano più conosciuto nel mondo. Se il film – seguito un anno dopo da "Per qualche dollaro in più", un altro successo – segnò a sorpresa una data fondamentale nella storia del cinema non solo italiano, “Il buono, il brutto, il cattivo” (l’ultimo della cosiddetta «trilogia del dollaro») sancì definitivamente l’affermazione di un nuovo grande regista, anzi di un nuovo grande autore, inventore di uno stile che entusiasmò la critica e appassionò il pubblico.
Questo libro ha il principale merito d’essere una biografia che è al tempo stesso un tracciato critico della filmografia di Leone.
Non è poco, mi pare.
A Italo Moscati ho rivolto alcune domande.
Da quale finalità nasce questo libro?

Lo scopo del libro che ho scritto su Sergio Leone sta nell' intento di tornare sulla questione del cinema italiano che è stato un grande cinema e che oggi stenta. Vince anche premi prestigiosi, persino l'Oscar alla "Grande bellezza" di Paolo Sorrentino, ma produce faticosamente un centinaio di pellicole l'anno che si perdono. Salvo alcuni casi, come i film di Checco Zalone, exploit veri e propri, discutibili ma confermati dal successo, in un ambito ben delimitato, il grande nostro cinema non c'è o c'è sempre meno in ogni genere. Il cinema, salvo qualche eccezione, è piccolo piccolo nelle sue scelte e nella qualità. Ci consoliamo con troppi festival nazionali che principalmente mettono in risalto le nostre condizioni di difficoltà, peraltro ben note, anziché il contrario.

I principali tratti che fanno di Sergio Leone la figura che giganteggia nel nostro cinema?

Sergio Leone ha avuto coraggio e ha fatto mille esperienze, in parte sotto l'ala del padre che fu un bravo regista del muto: Roberto Roberti, pseudonimo di Vincenzo Leone. Sergio è stato umile nella bottega del cinema, ha fatto di tutto e ha imparato da grandi maestri, come Vittorio De Sica, il sentimento del cinema che si aggancia alla bellezza e all'intensità delle inquadrature, e soprattutto alla ricerca di un rapporto fecondo con il pubblico. Leone ha fatto pochi, pochissimi film importanti: sei, sette; ma ha saputo mettere in grande con i suoi western e con "C'era una volta in America" emozioni, pensieri, fantasia, immagini ben costruiti. Oggi di personalità di questo tipo non si trovano, anche se non mancano alcuni nomi significativi: Sorrentino, Garrone, Virzì e pochi altri.

Il sottotitolo del volume è “Quando il cinema era grande”. Che cosa ha reso il cinema grande quando era grande?

Il cinema era grande perché si misurava con temi e fatti importanti, essenziali, e mescolava registi sensibili a collaboratori artistici straordinari. Oggi autori come Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Comencini, Monicelli e tanti altri non ci sono. La concorrenza delle televisioni è stata ampia e deleteria. I giovani si muovono tra stretti spazi e i produttori, salvo qualche caso, non finanziano i film, attendono le sovvenzioni dello Stato o delle Istituzioni; sono deboli e svogliati, con visioni anguste (come del resto molti debuttanti). Il mercato è debole. Il pubblico è diffidente: troppe delusioni. Se non cambia qualcosa non sarà possibile che emergano registi-autori come Leone e a tanti altri. Infine, il cinema italiano esita per quanto riguarda le nuove tecnologie di riprese, le usa ma senza ricavarne esperienze significative.

Oggi, tu ritieni che il cinema italiano non sia più grande?

Il cinema italiano è grande nel ricordo. Per lavoro ho fatto le regie di decine di filmati per documentare l'attività di Cinecittà (per una Mostra di cui è stata aperta per adesso solo una parte). Non ho visto certo i circa quattromila film che a Cinecittà sono stati girati dalla fondazione dal 1937 (pausa 1943-1948) ma ne ho visti un bel numero. Una scoperta continua. Talenti a tutti i livelli. Il cinema italiano, anche fuori da Cinecittà, è stato alto e grande, fantasioso e persino diciamo così pasticcione, ma ha vinto nel mondo, oggi piange lacrime di coccodrillo. Nessuno pensa a scrivere, anzi a ri-scrivere la storia del nostro cinema che è stata asservita a scelte parziali ideologiche e tematiche, ripetitive, senza creatività. Un vuoto impressionante. Pochi nomi da salvare, le dita di una mano. Ha dominato non tanto il caso, che può essere persino positivo, stimolante, quanto un conformismo culturale insistito, e nocivo. Il mio libro su Leone vive di dissenso verso la situazione attuale, senza arroganza, con voglia di capire.

Italo Moscati
Sergio Leone
Pagine 288, euro 22
Lindau


Voci vicine


Superate le esperienze mashup della bootleg culture, dopo l’uso articolato e plurale dei campionatori, come può il “nuovo” non tenere conto di quanto avviene intorno a noi? La Rete, per fare un solo esempio, propone scenari di Net Art che hanno investito dapprima le arti visive ma sono approdate poi sulle spiagge del suono sollevando temi estetici non soltanto problemi Siae.
Eppure, in tanti credono di ritrovare il nuovo nei vecchi strumenti, nella composizione che ancora si muove tra celle dodecafoniche e qualche ora d’aria nel carcere di Darmstadt.
Del resto, in altri campi non va meglio: le librerie giacciono sotto frane di romanzi che sono pubblicati a valanga ogni giorno, in tanti pittano ancora con pennelli e colori su tela, sui palcoscenici si abbaia teatro di parola a tutto andare.

Un autore che da anni stimo perché autentico innovatore è Fabio Cifariello Ciardi, (in foto), è tra i musicisti che hanno dato vita all’Edison Studio; per leggere la sua biografia: CLIC!
Propone non solo un intercodice fra suono e immagine, ma, traendo singolare ispirazione prima e operando una complessa realizzazione tecnica poi, trasforma in sonificazioni il flusso di dati dal quale siamo lambiti, oppure in sonorità le scansioni dell’arringare dei politici, insomma opera laddove la musica non c’è.
Lo conobbi in una lontana occasione alla Strozzina (… a proposito, sono riusciti a far scappare via da lì Franziska Nori una delle più grandi curatrici del contemporaneo che avevamo in Italia) dove presentò la strepitosa installazione "a BID match".
Troverete QUI un’intervista in cui parla delle sue ricerche; sono passati anni, nuove sue realizzazioni hanno portato avanti quel discorso, ma è interessante sentire da lui le origini del suo lavoro.

Ora chi si trova a Reggio Emilia, o dintorni, ha la possibilità d’assistere alla prima nazionale del suo più recente impegno intitolato Voci vicine.
Ecco la scheda di presentazione.
Un concerto-passione per musica, video e giornalista dedicato alle voci dell’indignazione che udiamo ogni giorno attraverso i media: una forza – o una debolezza – tutta italiana scaturisce da appelli, denunce, invettive, parole anche sgrammaticate. Talvolta sentiamo istintivamente vicine queste voci, talvolta no, talvolta non sappiamo.
Il fenomeno è di ambigua decifrazione, ci bombarda e frastorna quotidianamente fra genuinità della testimonianza, recitazione artefatta e ogni sfumatura intermedia. Come amplificare queste voci a noi vicine, come attenuare il babelico brusìo che le confonde, come tentare di cogliervi un senso, magari frenando il giudizio?
Traducendole.
Fabio Cifariello Ciardi ha fermato il fiume in piena, non fosse che per il breve volgere di un progetto artistico: si è imposto la raccolta e l'esame di centinaia di documenti video, e ha imposto al materiale una classificazione in temi del disagio e in luoghi geografici, persino in ‘stili dell'indignazione’. Insomma ha imposto un ordine al disordine.
Di qui il lavoro di ‘traduzione’ musicale: le inflessioni e i ritmi delle voci parlate diventano, a tratti, i timbri di un ensemble strumentale. Traduzione da voce-che-parla a strumento-che-sembra-parlare, per cogliere l’intensità emotiva, la prossemica della parola, anche senza la parola, e dunque prima della sua stessa comprensione. Poiché, come sappiamo da quando in fasce udivamo la voce della mamma senza capirla eppure capendola benissimo, la comunicazione verbale trasmette – accanto ai contenuti – toni e pause non meno significanti, melodie del parlato, gesti, atteggiamenti, microemozioni disegnate sul volto di chi ascoltiamo
.

Sulla scena, un giornalista, Gad Lerner, un ensemble strumentale e le sorgenti video da cui si affacciano coloro che per qualche minuto hanno raccontato, si sono indignati, con parole cariche di emozione o di rabbia.
Un lavoro che lega inestricabilmente l'arte compositiva, l'indagine sociale, una riflessione sui linguaggi, l'impiego di tecnologie audiovisive in un'inventiva forma di concerto rappresentato, in cui frammenti video diventano solisti di un'opera sui generis, o meglio, di una Passione come recita il sottotitolo.
Voci vicine Passione in 4 quadri per giornalista narrante, video, ensemble ed elettronica si avvale dell’Icarus Ensamble.
Giovanni Mareggini flauto - Mirco Ghirardini clarinetto - Cristiano Boschesi trombone - Luciano Cavalli viola - Andrea Cavuoto violoncello - Anna D'Errico pianoforte - Gianluca Severi percussioni, Yoichi Sugiyama direttore.

Angelo Benedetti regia del suono - Lucia Bova, Valeria Carissimi arpe registrate - postproduzione audio/video Edison Studio - commissione e produzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Società Aquilana dei Concerti "B. Barattelli".

Voci vicine
di Fabio Cifariello Ciardi
con Gad Lerner, giornalista narrante
Teatro Cavallerizza
Reggio Emilia
Domenica 19 ottobre 2014, ore 18.00
Prima nazionale
Prima replica: 9 novembre a L’Aquila


Le vie dei Festival (1)


In un anno in cui, purtroppo, molti Festival hanno chiuso i battenti, è da salutare con gioia Le vie dei Festival, Festival dei festival, che anche quest’anno, giunto alla XXI edizione, presenta a Roma il meglio della scena visto nelle manifestazioni dell'estate.
Il merito di quest’impresa va alla tenacia, passione e competenza di Natalia Di Iorio, (in foto), che – da domani 17 ottobre al 13 dicembre – presenta una maiuscola rassegna di spettacoli realizzata dall’Associazione culturale Cadmo con il sostegno di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica, dell’Assessorato alla Cultura, Arte e Sport della Regione Lazio, del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo.

Fin dall’inizio del nostro lavoro” – scrive Natalia Di Iorio – “ci siamo posti una domanda: che cosa è un festival? Qual è la sua peculiarità? Forse non basta mettere uno dopo l’altro tanti spettacoli, sia pure di successo o alla moda. E forse non basta nemmeno programmare “eventi” atipici, strani, addirittura unici. Programmare un festival non è come costruire una stagione teatrale: un festival deve mostrare “prima” ciò che riempirà le stagioni teatrali “dopo”; deve mostrare al grande pubblico ciò che essi non conoscono, ma che, grazie al festival, impareranno a conoscere. Questo ha fatto Le Vie dei Festival da quando è nato, ventuno anni fa. E basta scorrere i programmi delle passate edizioni per vedere ciò che ha anticipato.
Le difficoltà crescenti ci hanno obbligato quest’anno ad operare delle scelte e a rinunce anche dolorose, ma la qualità artistica delle proposte non è stata intaccata. Ad esempio, nonostante la complessità logistica e il numero elevato dei componenti del cast, non abbiamo rinunciato ad ospitare una compagnia che ci sta molto a cuore, il Belarus Free Theatre, che torna – dopo il grande successo riscosso nel 2011 e nel 2012 con spettacoli che avevano emozionato e incantato il pubblico – con “Red Forest”, toccante racconto sul problema universale della devastazione dell’ambiente da parte dell’uomo.
Ci accompagneranno naturalmente anche artisti italiani, largamente previsti nel programma, sia di riconosciuta professionalità sia insieme con nomi meno noti che sapranno pian piano farsi conoscere e apprezzare dal pubblico
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“Le vie dei festival” ha sempre proposto una cifra di alta qualità.
Qui si sono incontrati per la prima volta artisti che oggi sono unanimemente considerati i maestri della nuova scena non solo europea, da Eimuntas Nekrosius a William Kentridge ad Alain Platel, ad Alvis Hermanis. Qui si sono potute conoscere alcune delle esperienze più innovative di questi anni, quelle che maggiormente interrogano la forma del teatro che verrà, come l'intrecciarsi di cinema e teatro nel Big Art Group di Caden Manson, la poetica scrittura drammaturgica di Amir Reza Koohestani, la danza energica di Erna Omarsdòttir. Da mettere a confronto naturalmente con un teatro italiano altrettanto ricco di fermenti, sia che guardi alla“tradizione del nuovo” con Pippo Delbono, Scimone e Sframeli, Socìetas Raffaello Sanzio,Tiezzi e Lombardi, sia che si apra alle ultime generazioni della scena.


Le vie dei Festival (2)


Le vie dei Festival si svolge durante un periodo di tre mesi, elencare tutti gli spettacoli in una sola nota non mi è parsa la scelta migliore perché ne sarebbe venuto fuori un pezzo sterminato, dissuasivo per la lettura; Cosmotaxi, quindi, oggi segnalerà solo quanto accade in questo mese. Successivamente, con altri servizi – a novembre e dicembre – illustrerà quanto è agito dal programma in quel tempo.
Per chi, però, volesse ora dare uno sguardo a tutto il cartellone, al termine di queste righe troverà un link che fa al caso suo.

In foto l’immagine dell’edizione 2014.
È realizzata da Lino Fiorito scenografo di teatro e cinema (QUI sue note biografiche).

L’apertura del Festival è affidata a Fabrizio Gifuni, che al talento d’attore aggiunge una straordinaria capacità nel trasporre per la scena testi letterari di autori complessi come Gadda e Pasolini.
Domani 17 ottobre, alle ore 20.30 debutta a Roma “Lo straniero”, lavoro tratto da L'Étranger di Albert Camus, regia di Roberta Lena, prodotto dal Circolo dei Lettori di Torino, primo spazio pubblico italiano dedicato ai lettori e alla lettura sia individuale sia di gruppo.
Fabrizio Gifuni dà corpo e voce al protagonista Meursault, accompagnato dal musicista/dj G.U.P. Alcaro che scandisce i quadri di questo racconto con brani liberamente ispirati al romanzo: da ‘Killing an Arab’ dei Cure a ‘The Stranger’ dei Tuxedomoon.
Teatro Vascello: ore 20.30
Via Giacinto Carini 78, Tel.06.5898031; Press Office del Teatro: Cristina D’Aquanno.

Martedì 21 e mercoledì 22 ottobre, in prima nazionale: “Red Forest”, una produzione del Belarus Free Theatre, insieme con lo Young Vic di Londra, commissionata da LIFT Festival London e Melbourne Festival. Spettacolo in inglese con sopratitoli, in Italia grazie alla collaborazione con il Festival Vie di Modena/ ERT, che lo presenta il 24 e 25 ottobre al Teatro Fabbri di Vignola.
Negli anni, la Compagnia fondata a Minsk dal drammaturgo e giornalista Nikolai Khalezin e da Natalia Kaliada, è stata invitata nei maggiori festival, dove ha espresso con forza il suo progetto di resistenza alla violenza del potere in Bielorussia. L’impegno sociale e politico del loro fare teatro è accompagnato da una straordinaria capacità tecnica e artistica e da una carica poetica che ha emozionato il pubblico di tutto il mondo. L’attività del Belarus ha ricevuto il sostegno di importanti personalità del teatro e della vita pubblica internazionale come Vaclav Havel, Harold Pinter, Tom Stoppard, Mick Jagger, Ariane Mnouchkine, Mark Ravenhill, Jude Law, Kevin Spacey.
Con "Red Forest" il Belarus Free Theatre punta il suo sguardo sul problema universale della devastazione dell’ambiente da parte dell'uomo; la creazione ha la forma di un racconto popolare, di una favola crudele, sul mondo globalizzato nel quale tutti noi viviamo.
I video e un’ipnotica musica live ne amplificano le suggestioni.
Teatro Vascello: ore 21.00

Dopo l’omaggio dedicato ad Antonio Neiwiller lo scorso anno, Le vie dei festival presenta martedì 28 ottobre, uno dei suoi spettacoli più significativi, “Titanic The End”, in una visione di Salvatore Cantalupo, storico attore della sua compagnia.
Antonio fu autore, artista visivo e regista, napoletano di nascita ma di formazione culturale cosmopolita, morì a Roma il 9 novembre 1993 a soli quarantacinque anni e Le vie dei festival vogliono ricordarlo a chi lo ha conosciuto e farlo conoscere ai più giovani.
Teatro Vascello: ore 21.00


Giovedì 30 ottobre ore 21.00, due testi di Eduardo De Filippo - Dolore sotto chiave (1964) e Pericolosamente(1938) - arricchiti da una ouverture, un adattamento in versi e in lingua napoletana della novella del 1914 di Luigi Pirandello I pensionati della memoria - per la regia di Francesco Saponaro.
Ne sono interpreti Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano.
In "Dolore sotto chiave" Eduardo intreccia diversi registri e generi che si inseguono sul filo del cinismo e dell'ironia. La vicenda si colora di risvolti comici, a tratti paradossali, carichi di morbosa e grottesca esasperazione. L’ oggetto-simbolo, usato come sottile minaccia di suicidio in “Dolore sotto chiave”, la rivoltella, in “Pericolosamente” si materializza e si trasforma in un vero e proprio strumento di tortura coniugale e rimedio alle bizzarrie improvvise di una moglie bisbetica.
Teatro Vascello: ore 21.00


Venerdì 31 ottobre ore 21.00, "L’inatteso", di Fabrice Melquiot, interpretato da Anna Amadori, con la musica eseguita in scena da Guido Sodo.
Una produzione Associazione Liberty - Reon Future Dimore, in collaborazione con Face à Face – Parole di Francia per Scene d’Italia.
Teatro Vascello: ore 21.00

In “Le vie dei Festival”, è dato spazio anche al teatro per ragazzi.
Sabato 18 ottobre, ore 17.00, Teatro Vascello
Domenica 19 ottobre, ore 17.00,Teatro del Lido di Ostia
Lunedì 20 ottobre, ore 10 Teatro del Lido di Ostia
"Aquarium" di Lucio Diana, Roberto Tarasco, Adriana Zamboni.
Collaborazione alla drammaturgia Gabriele Vacis
Regia di Roberto Tarasco

Domenica 26 ottobre, ore 11.00, Villa Sciarra
"Villa Sciarra racconti fantastici”
a cura dell’Associazione Monteverde Living Lab.

Per leggere tutto il programma fino a dicembre: CLIC!

L’Ufficio Stampa del Festival è affidato a Simona Carlucci
info.carlucci@libero.it, 335 - 59 52 789 e 0765 - 24 182

Info e prenotazioni
Associazione Cadmo per Le vie dei Festival
Tel. 06.32 02 102 – 334.84 64 104


Rodolfo Valentino

Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Filibert Guglielmi di Valentina D’Antonguella, dietro questo nome, che richiede grandi capacità respiratorie per pronunciarlo in un fiato solo, potreste mai immaginare che si nasconde – o, forse, meglio, gioca a rimpiattino – uno dei grandi miti del cinema: Rodolfo Valentino?
Ebbene sì, proprio di lui si tratta.
Nato a Castellaneta (Taranto) il 6 maggio 1895, morirà a New York il 23 agosto 1926.
Una Fondazione ne ricorda la vita anche con un Premio annuale.
Dopo faticosi inizi nel cinema, nel 1921 interpretò “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” dove ballava il famoso tango con Alice Terry: fu un trionfo.
Rudy è stato indagato da molte biografie, alcune scrupolose sul piano storico, altre più tendenti al sensazionalistico, ma la sua figura vista attraverso la lente semiologica finora risultava alquanto carente.
Di grande rilievo è uno studio pubblicato da Mimesis: Rodolfo Valentino Un mito dimenticato a cura di Angelo Romeo.
Romeo insegna Sociologia, Teorie della comunicazione e dei media digitali presso lo IED (Istituto Europeo di Design e Pontificia Università Gregoriana di Roma). È PhD. in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse. I suoi àmbiti di ricerca riguardano i media digitali, i processi culturali e mediali. È autore di numerosi volumi monografici, curatele oltre che articoli in collettanee e riviste internazionali.
Tra i lavori: “E- learning. Teorie, modelli ed esempi” (Aracne, 2006); “Lo spazio abitato. Scenario e tecniche della comunicazione in rete” (Pel, 2010); “Società, relazioni e nuove tecnologie” (Franco Angeli, 2011); “Sociologia dei digital media” (con Marco Centorrino, Franco Angeli 2012).
Di quest’anno: Socialmente pericolosi (Mimesis, 2014).
Ha curato, inoltre, la pubblicazione de “I sociologi dimenticati. Antologia del pensiero proto sociologico italiano” (con Mariella Nocenzi, 2011).

Ad Angelo Romeo ho rivolto alcune domande.
Da quali motivazioni nasce il tuo interesse per la figura di Valentino?

Il volume e lo studio proposto su Rodolfo Valentino, nascono dalla sinergia di un gruppo di ricerca composto da docenti universitari ed operatori della comunicazione nel corso di un convegno tenutosi a Castellaneta, città natale di Rodolfo Valentino due anni fa. Da quell’incontro è nato in me l’interesse scientifico e la curiosità di proporre uno studio su un uomo del sud, che amava l’arte in tutte le sue espressioni, dal cinema al teatro, dalla poesia all’estetica. La domanda principale che mi sono posto durante l’elaborazione del progetto e in seguito leggendo diverse biografie su quest’uomo è stata perché non studiarne la sua arte con un approccio diverso, non una biografia o una filmografia, ma uno studio sociologico su un uomo che oggi più che mai non è superato, ma anzi incarna le incertezze, speranze e sogni di molti giovani artisti e non solo. Da li, il coinvolgimento di diversi studiosi di fama, che hanno accettato con piacere di cimentarsi nello studio, spesso non facile, di un uomo la cui vita è stata molto breve, ma a mio avviso intensa di piccole significative esperienze che hanno contribuito ad arricchire la storia del cinema e della comunicazione.

Quali le principali finalità di questo studio su Valentino?

Ha come priorità essere uno studio “scientifico” che vuole far riemergere talvolta dal dimenticatoio tutte quelle doti di cui Valentino come figura artistica si caratterizzava, non a caso il testo cerca di evidenziare il suo contributo allo sviluppo della moda e del costume, il suo ruolo svolto all’interno del teatro. Chiaramente pur non trattandosi di una biografia storica, il rimando ai momenti cruciali della sua storia cinematografica e del suo vissuto, diventano necessari e vengono utilizzati dai vari studiosi a seconda del loro interesse specifico. Ogni film, ogni suo debutto diventano spesso un tassello per delineare la sua vita artistica ma soprattutto delineano il Rodolfo Valentino da un punto di vista umano e sociale.

Esiste una differenza fra la star Valentino e una star dei nostri giorni? Se sì oppure no, qual è?

Affermare che esiste una differenza specifica nel modo di intendere le star oggi rispetto alla figura di Valentino, non credo sia corretto, nel senso che oggi come ieri la star alimenta il suo successo, la sua fama, attraverso i media, che divengono gli strumenti e le vetrine più adeguate per coltivare la loro notorietà. Ciò che però rispetto all’epoca di Valentino va rilevata è l’accessibilità da parte di molte star al mondo della comunicazione, basti pensare ai numerosi Talent, così come alla possibilità da parte di ogni star di oggi di essere quotidianamente al centro del dibattito, attraverso l’uso dei Social network, che hanno garantito ai molti personaggi del mondo dello spettacolo, di allargare lo Star system anche nel mondo digitale, garantendo un contatto con il pubblico che è più forte rispetto all’epoca di Valentino, in cui i media tradizionali garantivano una notorietà di “vetrina”. Quando, e da quali motivazioni nasce il tuo interesse per la figura di Valentino?

Il volume contiene saggi del curatore e di Sergio Brancato – Patrizia Calefato – Bonizza Giordano Aragno – Massimo Locatelli – Lia Luchetti – Anton Giulio Mancino – Mariella Nocenzi – Francesco Specchia – Mariselda Tessarolo – Savino Zaba – Vito Zagarrio.

Per finire, ecco una sequenza dall’ultimo film interpretato da Rodolfo Valentino: “Il figlio dello sceicco” (1926).

A cura di Angelo Romeo
Rodolfo Valentino
Pagine 154, Euro 15.00
Mimesis


I brutti anatroccoli


La casa editrice Einaudi Einaudi ripropone un magnifico testo di Piergiorgio Paterlini intitolato I brutti anatroccoli Dieci storie vere.
Il libro uscì vent’anni fa, nel 1994, con l’autore reduce dal successo di Ragazzi che amano ragazzi pubblicato nel ’91.
I brutti anatroccoli è un libro che attraverso dieci interviste trascritte, senza domande - con l’intervistato come io narrante - parla della bruttezza fisica. Niente romanzerie. Donne e uomini che dicono come giudicano il mondo che li giudica, come vivono questa calamità che li ha colpiti. Calamità… sì, è questa la parola per indicare la sorte toccata a quei sfortunati.
In tanti hanno provato a mitigare la bruttezza, e a denigrare la bellezza.
Petrarca: Cosa bella e mortal passa e non dura… Théophile Gautier: Nulla di ciò che è bello è indispensabile nella vita… Gandhi: La vera bellezza sta nella purezza di cuore… sì, vabbè.
L’ha detta giusta Arthur Bloch: La bellezza è opinabile, sulla bruttezza sono tutti d'accordo.
Più amaro Daniel Mussy: “La bruttezza ha un solo vantaggio sulla bellezza: dura”.

Libri sulla bruttezza ne esistono, si pensi a “Storia della bruttezza” (2007) di Umberto Eco, bel testo antologico, preziosissimo per redazioni e compendio tematico ma meno utile a comprendere il dramma di chi è fisicamente brutto.
Ancora: un titolo di Amélie Nothombe, elogiato da Paterlini, “Attentato” (1997), bel libro non c’è dubbio (una perla: "La donna brutta è straziante e comica; l'uomo brutto è sinistro e grigiastro") ma ha, almeno ai miei occhi, il limite che è un romanzo e chi generosamente legge queste mie note, sa che la narrativa contemporanea l’amo quanto una colica renale.
No, I brutti anatroccoli, tra quelli che conosco sul tema, è il migliore.

Qualche nota sull’autore.
Nato a Castelnovo di Sotto, Reggio Emilia, nel 1954, ha pubblicato una ventina di libri, alcuni dei quali tradotti in Francia, Spagna, Olanda, Stati Uniti. Il suo long seller, come ho ricordato in apertura, è “Ragazzi che amano ragazzi”. Ha scritto un'«autobiografia a quattro mani» con Gianni Vattimo, “Non Essere Dio” (2006). Nel 2013 ha pubblicato, per Einaudi, Fisica quantistica della vita quotidiana. 101 microromanzi. Dopo aver abbandonato il giornalismo a tempo pieno, ha scritto programmi per Radiorai e per Raidue, Raitre e La7, e testi per il teatro (fra cui l'adattamento de “La Califfa”, di Alberto Bevilacqua). Ha sceneggiato il film “Niente paura”, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2010.
Le Nuvole è il suo blog d'autore sull'«Espresso».

I brutti anatroccoli è un grande documento su uno dei drammi vissuti dagli umani. Un testo singolare dalle cui pagine si colgono le voci di giovani e meno giovani, donne e uomini, di ogni parte d’Italia e di diversa estrazione sociale, culturale, professionale, religiosa.
In retrocopertina è giustamente scritto: “Uno dei più misteriosi scacchi esistenziali, ma anche uno dei più rimossi e potenti tabù del nostro tempo”.
I brutti anatroccoli: non perdetevelo.

Piergiorgio Paterlini
I brutti anatroccoli
Pagine 118, Euro 10.00
Einaudi


Dimmi come ti chiami


Delicata questione quella del nome. Importante per un prodotto fino ad influenzare le sue fortune sul mercato, importante ancora di più per una persona.
In quest’ultimo caso, la cosa buffa è che il proprio nome mai si sceglie, ci viene imposto e, ci piaccia o non ci piaccia, lo indosseremo per tutta la vita.
Pensate a degli sprovveduti che chiamino adesso il proprio figlio… faccio un nome a caso… Silvio. E’ chiaro che lo condanneranno a un’esistenza in cui buscherà battutacce. Attenti, quindi!
La semiologa Patrizia Calefato in “Che nome sei?” così scrive: Il nome proprio racchiude in sé sempre piccoli o grandi racconti, e non è solo l’etimologia a svelarcelo. Il nome può essere una parola o un simbolo che vale denaro sonante: è la marca, la griffe. Può essere una caricatura: è il nomignolo. Una maschera virtuale: il nickname. Un ghirigoro d’arte di strada: la tag.
Il libro di cui sto per dire, pubblicato da Laterza, studia origini non soltanto di nomi ma anche di cognomi, altro segno che, a volte, strazia gli umani.
Titolo: Dimmi come ti chiami e ti dirò perché Storie di nomi e di cognomi.
L’ha scritto Enzo Caffarelli.
L’autore dirige la “Rivista Italiana di Onomastica” e coordina il Laboratorio Internazionale di Onomastica dell’Università di Roma Tor Vergata. È autore di vari saggi di onomastica, tra cui: “L’onomastica personale nella città di Roma dalla fine del secolo XIX ad oggi” (Niemeyer 1996); “I cognomi d’Italia. Dizionario storico ed etimologico” (con Carla Marcato, Utet 2008); “Roma e il Lazio nome per nome” (Società Editrice Romana 2011).

Caffarelli fin dalla prima pagina precisa: Se pensate di scoprire in queste pagine quanto il vostro nome o cognome vi porterà fortuna oppure jella, potete fare una cosa sola: riporre delicatamente il volumetto nello scaffale della libreria. Questo è un libro non di “onomanzia” ma di “onomastica”: L’onomastica sta alla onomanzia come l’astronomia all’astrologia. Dunque il titolo è sbagliato? Lo sarebbe, fatta salva l’ironia, se fosse "Dimmi come ti chiami e ti dirò chi sei".

Né questo è un libro in cui leggendo il vostro nome vi troverete di colpo la testa coronata o sulla targhetta del citofono un’immagine araldica, no, questo è un libro serio ma scritto con scorrevolezza e talvolta con punte di umorismo.
Un libro scientifico che riserva sorprese e smentisce credenze, eccone una: “Mario Rossi” mai è stata l’accoppiata nome-cognome più frequente in Italia.
Oppure apprendiamo che molti cognomi imbarazzanti (Feci, Puzzone, Suino, Mezzasalma, Fallo, Muoio) vogliono dire tutt’altro da quello che s’immagina.
Certo le eccezioni ci sono. Qui sfoggio un esempio non contenuto nel libro… faccio un nome a caso… Berlusconi: “dal lat. Bis-luscus: due volte lósco”.

Il volume indaga anche su nomi di strade e piazze italiane notando la scarsa presenza di donne, se si escludono la Madonna con i suoi vari nomi e le sante, i personaggi femminili a cui sono dedicate più di 100 strade in Italia sono appena 5: due scrittrici (Grazia Deledda e Ada Negri), una pedagogista (Maria Montessori), una giurista medievale (Eleonora d’Arborea, quasi esclusivamente in Sardegna) e Anna Frank […] Perfino nel campo dello spettacolo gli uomini nelle insegne stradali sono molto più numerosi delle donne. E tra i giornalisti, due soli nomi femminili sono ricordati in qualche decina di aree di circolazione: Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli. Come dire: se uomini, basta essere stati dei bravi professionisti; se donne, bisogna essere uccise su un fronte di guerra per meritare una dedica.

"Dimmi come ti chiami e ti dirò perché": una lettura colta e piacevole, un viaggio attraverso il paesaggio dei nomi e dei cognomi (questi in Italia sono oltre 300mila) che illumina storie e curiosità, leggende e linguistica.

Cliccando QUI troverete la presentazione del libro fatta dall’autore in un video.

Enzo Caffarelli
Dimmi come ti chiami e ti dirò perché
Pagine 180, Euro 8.50
Laterza


Special per lo Zingarelli 2015 (Parte prima)

Cosmotaxi dedica questo “special” al famoso vocabolario Zingarelli ogni anno proposto in una nuova edizione da Zanichelli.
Da una raccolta di aforismi sul dizionario, uno che mi pare eccellente è del filosofo e poeta statunitense Ralph Waldo Emerson: “Il vocabolario è poesia fossile”.
Intervistai tempo fa un maestro del giornalismo italiano, Enzo Golino, che mi disse a proposito della lingua italiana oggi: “Consiglio a tutti, cittadini italiani di ogni età, e anche agli immigrati, la lettura quotidiana di una pagina di vocabolario. Anzi, mi piacerebbe sancire questa raccomandazione con una proposta: qualcuno ne avesse voglia e ne avesse la volontà politica e culturale di farlo, potrebbe istituire la Giornata del Vocabolario Italiano con adeguate manifestazioni”.

La Zanichelli fin dalla sua fondazione, nel 1859, ha sempre riservato grande attenzione alla lingua italiana tendendo sia alla sua precisione comunicativa e sia a liberarla da pesantezze e oscurità.
Ad esempio, sul suo sito c’è un’interessante sezione che vi consiglio di visitare .

Zingarelli 2015: 144.000 voci, oltre 380.000 significati e 964 schede di sfumature di significato che analizzano altrettanti gruppi di parole e ne consigliano l'uso in base al contesto, 55 definizioni d'autore, oltre 9300 sinonimi, 2000 contrari e 2350 analoghi, oltre 5500 parole dell'italiano fondamentale, 3125 termini da salvare, oltre 11.600 citazioni letterarie di 123 autori, da Francesco d'Assisi a Dario Fo, oltre 44.600 locuzioni e frasi idiomatiche, indicazione di oltre 1700 reggenze (capace di o capace a?), 118 tavole di nomenclatura, note grammaticali e sull'uso corretto dei vocaboli, divisione sillabica delle parole che presentano dubbi, in appendice: sigle, abbreviazioni, simboli; nomi di persona; luoghi d'Italia; abitanti d'Italia; abitanti del mondo; locuzioni latine.
Su questa parte del sito Zingarelli, poi, sono disponibili esercizi linguistici, anche multimediali, di vari livelli e suddivisi per difficoltà, per studiare la grammatica o lavorare sul lessico divertendosi.

Cliccare QUI per informazioni tecniche e conoscere i prezzi delle varie versioni dei formati cartacei e digitali dello Zingarelli 2015.


Special per lo Zingarelli 2015 (2)


"... e c’erano parole assai pungenti, parole sanguinose, parole terrificanti e altre assai disgustose a vedersi. Le quali tutte sciogliendosi insieme, udimmo: hin, hin, hin, hin, his, ticche, torsc, lorgn, brededin, brededac, frr, frrr, frrr, bu, bu, bu, bu, bu, bu, bu, traccc, trac, trr, trr, trr, trrr, trrrrr, on, on, on, on, ououououon, goth, magoth e non so quali altre parole barbariche. E il pilota diceva che erano le grida di guerra e i nitriti dei cavalli al momento dello scontro. Poi ne udimmo di grosse che, disgelandosi, mandavano ora un suono di pifferi e tamburi, ora di trombe e cornette…”.

Avrete riconosciuto questo brano tratto da Rabelais quando i suoi protagonisti si trovano ad ascoltare gli scoppiettii di parole gelate che si disciolgono al sole della primavera.
In quelle pagine parole e suoni si manifestavano all’udito, noi sfogliando un vocabolario scorgiamo sotto gli occhi le parole passare veloci lampeggiando ricordi, sensazioni. Perché basta aprire un vocabolario per perdersi in pensieri suscitati dalle parole.
Lo Zingarelli 2015 ha messo per iscritto certi pensieri su certe parole.
Ha, infatti, invitato alcuni esponenti del mondo della cultura, della scienza, dello sport, del costume italiani a scrivere la definizione di una parola che potesse essere rivelatrice della loro personalità, del loro lavoro, del loro mondo.

In foto: Lamberto Pignotti, Libro oggetto, Alluminio anodizzato, 1975.

L’operazione si chiama “Definizioni d’autore”.
Si tratta di 55 piccole narrazioni o ricordi personali, punti di vista originali sul significato di una parola, messi ciascuno a corollario nella scheda lessicografica della voce di riferimento nel vocabolario.
Così, ad esempio, alla parola Canto, una delle più grandi cantanti italiane, Mina, scrive: Il canto è un grido, un ululato a gola aperta. Sfiora e urta e sfonda e spacca e libera e imprigiona.
Il regista Gabriele Salvatores ha ragionato sul concetto di Realismo e il suo rapporto con il cinema che è: Un tacito accordo tra film e spettatore basato sull'accettazione della finzione e sulla sospensione del principio di realtà.
Lo scrittore triestino Claudio Magris ha ricordato la sua Frontiera: …era la Cortina di Ferro, che vedevo quando andavo a passeggiare sul Carso….

Gli autori delle Definizioni (tutti i loro nomi nella parte conclusiva di questo “special”) hanno rinunciato al compenso proposto dall’editore, che l’ha devoluto per loro conto al programma nazionale Nati per leggere o ad altre associazioni indicate dagli autori stessi.


Special per lo Zingarelli 2015 (3)

Le Definizioni d’autore alle quali mi riferivo nella precedente nota, incontrano il cinema: saranno, infatti, il tema dei “Corti d’autore” Premio per cortometraggi indetto da “il Morandini”, il dizionario dei film e delle serie televisive.
Da oltre 15 anni, anno per anno, edizione dopo edizione, Il Morandini (a proposito… Morando Morandini – in foto – decano dei critici cinematografici italiani, è stato insignito dell’Ambrogino d’oro il 25 settembre a Palazzo Marino) è ormai l’appuntamento imprescindibile, il riferimento di tutti gli appassionati di cinema. E quest’anno diventa “promotore” di cinema. Il Morandini, infatti, organizza un Premio dedicato ai cortometraggi, in collaborazione con Radio Monte Carlo e il supporto di Milano Film Festival, Ciak e la Cineteca di Bologna.

L’interazione fra la produzione editoriale e segnali di ritorno dall’esterno è cosa cui la Zanichelli ci ha abituati da tempo.
Mi riferisco al Premio di Scrittura – ideato da Laura Lisci che guida l’Ufficio Stampa – che ogni anno fin dal 2004 ha proposto agli studenti italiani e stranieri concorsi a premi, ben lontani dai soliti inviti a scrivere racconti e poesie, ma veri modelli d’educazione alla scrittura come, ad esempio redigere un testo di senso compiuto scegliendo fra 50 locuzioni popolari, o scrivere un microsaggio, oppure ancora comporre un testo per una canzone e così via, sempre obbligatoriamente prendendo spunto da parole ed espressioni contenute nel vocabolario Zanichelli.
Proprio nel solco di quell’iniziativa, un Premio che ha visto negli anni la partecipazione di migliaia di concorrenti da ogni parte d’Italia e di moltissimi Istituti scolastici – con premiazione al Salone Internazionale del Libro a Torino – quest’anno l’invito a misurarsi col cinema.
Tema del Premio saranno le Definizioni d’autore tratte dal vocabolario Zingarelli 2015.
“Per partecipare” – spiega Luisa Morandini - “bisogna leggere l'elenco delle 55 voci d'autore dello Zingarelli, capire e decidere sotto quale di esse il cortometraggio realizzato va collocato, come se la voce prescelta fosse il titolo del tema di un eventuale bando”.
La premiazione, come ogni anno, ancora una volta, si svolgerà al Salone Internazionale del Libro di Torino 2015.
I primi tre premiati dei dieci finalisti, entreranno nel dizionario Morandini. Un’occasione offerta ai cineasti e film-maker per essere conosciuti dal grande pubblico dei lettori del più importante dizionario di cinema pubblicato in Italia.

I cortometraggi partecipanti saranno raccolti dal 21 ottobre 2014 al 21 gennaio 2015.
Una prima selezione sarà fatta dallo staff di Milano Film Festival, una seconda da Luisa Morandini (autrice con il padre Morando del Dizionario dei film).
I 10 finalisti saranno esaminati da una Giuria così composta: Ferzan Ozpetek, (regista) presidente; Luca Argentero (attore); Alberto Barbera (critico cinematografico); Cristiana Capotondi (attrice); Antonello Catacchio (critico cinematografico); Ivan Cotroneo (scrittore, sceneggiatore e regista); Carolina Crescentini (attrice); Geppi Cucciari (attrice, conduttrice televisiva); Piera Detassis (giornalista e critica cinematografica): Gaetano Liguori (musicista); Valentina Lodovini (attrice); Neri Marcorè (attore, conduttore televisivo); Paola Minaccioni (attrice, conduttrice radiofonica); Alba Rohrwacher (attrice).

Cliccare QUI per maggiori informazioni.


Special per lo Zingarelli 2015 (4)


Come già detto nella nota precedente, lo Zingarelli, in questa sua nuova edizione, si avvale di 55 definizioni che presentano altrettanti temi illustrati da firme famose.

Di quegli argomenti – tutti trattati in modo tanto sintetico quanto acuto – ne ho scelti due che sono per contenuto vicini al profilo di questo sito: Futuro e Nuovo.
Non a caso rispettivamente tracciati da due amici già ospiti di Nybramedia nella mia taverna spaziale che gestisco sull'Enterprise di Star Trek: l’astrofisico Giovanni Bignami e la pubblicitaria Annamaria Testa.

Futuro: Il futuro è quella cosa che mentre lo pensi arriva, ma poi non c'è più perché è diventato presente, che però a sua volta non dura niente e diventa subito passato. Un bel pasticcio questa storia della “freccia del tempo”, che va in un senso solo e non si ferma mai. Agostino diceva che il tempo è un'estensione dell'anima. Seguiamo la sua ricetta: il futuro è quello che immaginiamo. E immaginare il futuro, soprattutto per uno scienziato, vuol dire immaginare cosa resta da scoprire. Per fortuna, quasi tutto: il futuro delle scoperte è immenso ma a portata di mano. Quello che resta da scoprire oggi è ciò che domani cambierà la nostra vita.

Giovanni F. Bignami, astrofisico.
Sito web: QUI.


Nuovo: Nuovo è un aggettivo incantatore: rende attraente ogni sostantivo. Nuovo è fresco, giovane, moderno, intatto, sorprendente, vitale e trabocca di promesse. Appare (salvo rari casi: “una nuova seccatura”) bello e migliore. Nuovo fa notizia: ha un valore commerciale a cui vecchio non può ambire, se non come antico e raro. In forma di sostantivo è un miraggio circonfuso di un'aura luminosa. Del resto, è ciò che è nuovo (o sa rinnovarsi) a fare il giro del mondo, e sono le idee nuove a cambiarlo. Ma nuovo ha in sé la propria nemesi: invecchia subito. Sfuggirà all'oblio solo a patto di risultare, secondo il paradigma della creatività, anche appropriato, efficace, consistente. Utile, insomma.

Annamaria Testa, esperta di comunicazione e saggista.
Sito web: QUI.


Special per lo Zingarelli 2015 (5)


Le 55 definizioni e i loro autori.

In foto, una composizione verbovisiva di Nanni Balestrini.

Affabulazione: Ermanno Cavazzoni, scrittore
Agenda: Valeria Parrella, scrittrice
Angolo: Andrea Tarabbia, scrittore
Brand: Roberto Lobetti Bodoni, Head of Brand
Cantautore: Francesco Guccini, cantautore e scrittore
Canto: Mina, cantante
Civile: Milena Gabanelli, giornalista
Coach: Ettore Messina, allenatore di basket
Desiderio: Walter Siti, scrittore
Design: Giorgetto Giugiaro, designer
Donna: Lella Costa, attrice
Eleganza: Carla Fracci, étoile
Elettricità: Enzo Gentile, critico musicale
Energia: Vincenzo Balzani, chimico
Esperimento: Fabiola Gianotti, fisico
Fango: Mauro Bergamasco, rugbista
Fatalità: Tiziano Scarpa, scrittore
Fatica: Vanessa Ferrari, ginnasta
Femminicidio: Serena Dandini, conduttrice televisiva
Femminilità: Alba Rohrwacher, attrice
Figlio: Massimo Recalcati, psicoanalista
Frontiera: Claudio Magris, scrittore
Futuro: Giovanni F. Bignami, astrofisico
Generosità: Cesare Prandelli, allenatore di calcio
Gioco: Stefano Bartezzaghi, scrittore
Giovinezza: Ilvo Diamanti, sociologo
Immaginazione: Lidia Ravera, scrittrice
Immagine: Philippe Daverio, critico d’arte
Interpretazione: Mirella Freni, soprano
Ironia: Carlo Verdone, attore e regista
Luce: Antonio Moresco, scrittore
Madre: Alina Marazzi, regista
Maschera: Toni Servillo, attore
Mistero Vito Mancuso, teologo
Nostalgia: Paolo Di Stefano, scrittore
Numero Piergiorgio Odifreddi, matematico
Nuovo: Annamaria Testa, esperta di comunicazione e saggista
Obiettività:Enrico Mentana, giornalista
Padre: Valerio Magrelli, poeta
Paesaggio: Salvatore Settis, storico dell’arte
Ragazzo: Gianni Morandi, cantante
Realismo: Gabriele Salvatores, regista
Ricerca: Elena Cattaneo, scienziata
Sapore: Bruno Barbieri, chef
Scena: Emma Dante, regista
Scuola: Mariapia Veladiano, scrittrice
Sguardo: Oliviero Toscani, fotografo
Soqquadro: Alessandro Baricco, scrittore
Spazio: Luca Parmitano, astronauta
Stile: Giorgio Armani, stilista
Talento: Caterina Caselli Sugar, editore discografico
Tradurre: Ilide Carmignani, traduttrice letteraria
Vita: Luigi Luca Cavalli-Sforza, scienziato
Vittoria: Sara Simeoni, atleta
Voce: Gianna Nannini, cantautrice


Il lato oscuro della Rete


Mentre in questo momento state remando tranquilli sulle calme onde del mare Web di questa nota, sotto la vostra barchetta di silicio, nelle profondità di quelle acque, si muove un mondo agitato, inquieto, e spesso assai insidioso.
È descritto come meglio non si potrebbe nel volume pubblicato da Apogeo intitolato Il lato oscuro della Rete Alla scoperta del Deep Web e del Bitcoin.
Ne è autore: Riccardo Meggiato.
Dopo la programmazione di videogiochi e di sistemi d’intelligenza artificiale, si è dedicato alla divulgazione tecnologica con centinaia di articoli e tutorial. Apprezzata firma del magazine Wired Italia, per Apogeo è autore di numerose pubblicazioni. Tra le sue più recenti troviamo Piccolo manuale della sicurezza informatica; Facebook - Guida all'hacking; Sherlock Holmes al computer.

Il lato oscuro della Rete tratta quel nascosto universo dove i siti del Deep Web non sono indicizzati dai motori di ricerca, e non sono accessibili da un semplice browser. Per addentrarsi occorre una connessione tramite TOR (The Onion Router), un software che rende invisibili crittografando i dati di navigazione.
Insomma, sotto l’Internet che conosciamo e che navighiamo un clic dopo l’altro, si nasconde un’altra Rete: il Deep Web. Un mondo a sé stante, con regole particolari, che poco ha a che fare con il “Web tradizionale”, le sue leggi e i suoi controlli. Nel Deep Web l’anonimato regna sovrano, l’informazione è libera e così il commercio e i traffici, anche e soprattutto, illegali: armi, droga, pedofilia, terrorismo.
Per dare un’idea della vastità della Rete, secondo una ricerca condotta da Bright Planet, un'organizzazione statunitense, nel 2000 (quattordici anni fa, ma ora i numeri sono, ovviamente, cresciuti) il Web era costituito da oltre 550 miliardi di documenti mentre Google (il più potente motore di ricerca esistente e perciò il più frequentato) ne indicizzava solo 2 miliardi, ossia meno dell'uno per cento.
E il web invisibile, detto anche web sommerso?
Spiega Meggiato: … se Internet vanta un totale quotidiano di circa due miliardi di persone, nel Deep Web ne gironzolano appena 400mila al giorno. Un rapporto di 5000 a 1 che è ormai considerato una costante. Se abiti in una città come Roma, che ha una popolazione di circa 2,7 milioni di abitanti, sappi che solo 540 si muovono nel Deep Web. Perché accedere al Deep Web è complesso; è un posto molto pericoloso; poche persone, fino a oggi, avevano dei buoni motivi per entrare nel Deep Web.
Il primo punto è comprensibile: accedere al Deep Web non è come andare su Internet. Non che serva una laurea, intendiamoci, ma si deve conoscere qualche software e qualche tecnica un po’ particolare. Inoltre, è una questione di mentalità. Chi non sa nulla di computer e Internet, messo di punto in bianco davanti al Deep Web, non solo incontrerebbe qualche difficoltà, ma sarebbe facile preda delle scorribande di tizi poco raccomandabili che frequentano quelle zone. E qui arriviamo al secondo punto: il Deep Web è pericoloso.
Il terzo punto è più criptico. Ho sottolineato che poche persone, “fino a oggi”, avevano dei buoni motivi per entrare nel Deep Web. Questo perché, mai come oggi, è chiaro che la nostra privacy è fin troppo a rischio. Non solo: anche l’informazione è sempre meno libera. Di rado le notizie che ci arrivano sono di prima mano. Si ha sempre l’impressione che un occhio elettronico osservi tutto e tutti. Tanto che diamo quasi per scontato, senza scandalizzarci, che dati, foto, video nostri e dei nostri cari, siano memorizzati nei computer di aziende che possono farne ciò che vogliono. Dici che non hai mai dato le tue foto a un’azienda? La parola Facebook ti dice nulla?

Ma allora solo spioni, malintenzionati, loschi trafficanti sul web sommerso?
No. Ci sono anche attivisti che si battono contro le dittature che impediscono totalmente o parzialmente l'accesso a Internet (Corea del Nord, Cuba, Russia, alcuni paesi arabi, africani e del sud est asiatico) e anche grandi democrazie, si pensi a quanto Weakileaks ha svelato sulle agenzie di spionaggio statunitensi.
Inoltre, c’è un’economia che là si è sviluppata, quella della criptomoneta bitcoin.
Soprattutto, però, il Deep Web è popolato da gente per niente raccomandabile.

Alla fine dell’appassionante lettura di questo libro, come nel videogame BioShock dove Rapture è una città sommersa che l'Adam (sostanza che altera il codice genetico) ha trasformato in un luogo infernale attraversato da colpi ipersonici e dardi criogenici, uscirete dal Deep Web risalendo alla superficie della Rete grazie alla sicura cyberguida di Riccardo Meggiato… a proposito!… per visitare in apnea l’abissale sito web dell’autore: CLIC!

Riccardo Meggiato
Il lato oscuro della Rete
Pagine 189, Euro 9.90
Apogeo


Sempre in contatto


Prima di scrivere questo pezzo, ho cercato in Rete due informazioni alle quali il World Meters ha così risposto: la popolazione mondiale ha superato i sette miliardi di umani viventi; il numero dei telefonini in circolazione è di circa 6 miliardi.
E i cellulari in Italia? Sono 48 milioni rispetto a una popolazione di poco superiore.
Cifre eloquenti che dimostrano come questa tecnologia abbia avuto rispetto ad altre (Internet incluso) la più impetuosa crescita.
L’influenza della diffusione di questo strumento sui nostri comportamenti - politici, economici, sociali - è tale che ha prodotto negli Stati Uniti nel giugno di quest’anno una sentenza della Suprema Corte che vieta alla polizia la perquisizione dei telefonini, anche in caso d’arresto in flagranza di reato. Queste le parole del Giudice Roberts: “Un marziano sbarcato sulla terra potrebbe pensare che il telefonino è un pezzo importante dell'anatomia umana. Ormai il 90% degli americani ne possiede, contengono una trascrizione digitale di ogni aspetto delle loro vite, dai più banali ai più intimi, sono una parte pervasiva e onnipresente della vita quotidiana. Perfino la parola telefonino ormai è inadeguata, fuorviante. Li potremmo chiamare videocamere, videoregistratori, agendine personali, calendari, librerie, diari, album, televisioni, mappe, giornali”.
Comprensibile la lotta che ingaggiano i giganti dell’industria delle telecomunicazioni.
L’Apple ha pronto per il lancio il suo iPhone6 (a Cupertino, alcuni dicono, si preparino a sfornarne una produzione di 70 o 80 milioni di pezzi fino al dicembre ’14) e Samsung corre ai ripari con Galaxy Alpha: fotocamera da 16 megapixel, schermo più ampio di quello da 5.1 del Galaxy S5 e con una risoluzione doppia di 2k.

Le Edizioni Dedalo hanno pubblicato un prezioso volume che sul fenomeno della telefonia mobile conduce un’approfondita indagine: Sempre in contatto Storia sociale del telefono cellulare.
L’autore è Jon Agar professore del Dipartimento di Scienze e Studi Tecnologici dell’University College di Londra. Ha insegnato storia della scienza e delle tecnologie nelle Università di Manchester, Cambridge e Harvard ed è autore di “Science in the Twentieth Century and Beyond” e di “The Government Machine: A Revolutionary History of the Computer”.
Il libro è composto in quattro parti, nella prima troviamo la spiegazione di come funziona il cellulare; nella seconda l’origine dell’invenzione e il passaggio dei telefonini dall’analogico al digitale; nella terza si esplorano le culture della mobilità; nella quarta si esamina la mutazione, e le conseguenze sociali, di questa tecnologia nel momento in cui il cellulare è diventato smartphone.
L’autore usa una prosa – ben resa in traduzione – veloce e brillante, non priva di accenti umoristici come quando scrive: “È una meravigliosa coincidenza il fatto che lo studio che proponeva l’idea di cellulare portasse il nome di Douglas H. Ring (in italiano, come ricorda la traduttrice, Ring = Trillo). Proprio così si passava dallo squillo del telefono di Bell (Bell = Squillo) alle suonerie del cellulare di Ring”.
Particolarmente originale nel panorama della saggistica sui telefonini, è il capitolo dedicato al cellulare nei film. Una vera manna per gli sceneggiatori che hanno risolto (o addirittura inventato) situazioni altrimenti difficili da risolvere o ideare. Gli esempi: da “Wall Street” a “The Hurt Locker”, da “Strade perdute” a “Matrix”.
Forse più spazio di quanto gli è dato avrebbe meritato nelle pagine l’ingegnere della Motorola Martin Cooper, oggi ottantenne, ritenuto l’inventore del telefonino.
Riccardo Luna in un suo articolo riporta l’episodio della prima telefonata senza fili fatta proprio da Cooper il 3 aprile 1973. Telefonata maliziosa quant’altre mai perché effettuata lungo la Sesta Strada di New York proprio sotto l'ufficio del suo rivale, Joel Engel, un ricercatore dei laboratori Bells di AT&T impegnato anch'egli a sviluppare un telefono cellulare. Cooper, però, per l’emozione sbagliò numero. Ci riuscì poi formulando quello giusto esclamando perfidamente: “Hey Joe, indovina?... sono sotto il tuo ufficio e ti sto chiamando con un telefono cellulare”.
Certo, quel telefono era molto diverso da quello di cui disponiamo oggi, aveva dimensioni monumentali e tenerlo sospeso all’orecchio a lungo (sempre che il “campo” reggesse) era fatica da atleta. Per ricordare quel tempo, ecco uno spot di un quarto di secolo fa.

Jon Agar
Sempre in contatto
Traduzione di Chiara Alberghetti
Pagine 240, con illustrazioni
Euro 16.00
Edizioni Dedalo


Anno Cavelliniano


Cosmotaxi in più occasioni si è occupato di Guglielmo Achille Cavellini, in arte GAC (in foto), specialmente nel 2014 in cui ricorre il centenario della nascita di questo protagonista delle arti visive italiane del secolo scorso troppo spesso colpevolmente ignorato dalla critica.
A giugno, ad esempio, queste pagine gli hanno riservato uno special QUI.

In altre occasioni sono state segnalate alcune manifestazioni, oggi è la volta di una mostra che gli dedica lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery di Salerno.
L’esposizione è a cura di Giovanni Bonanno (direttore della Galleria che ha come co-direttore Sandro Bongiani) in collaborazione con l’Archivio Cavellini di Brescia.
Titolo: Gaconcettual Poetry.
La mostra s’avvale d’una presentazione di Piero Cavellini, di un poema visuale e un saggio critico del curatore.

Un estratto dalla presentazione:
Guglielmo Achille Cavellini a compimento del Centenario (1914-2014) aveva espresso il desiderio di attuare una sorta di celebrazione postuma come completamento di una sua importante operazione artistica incentrata sull’”Autostoricizzazione”. Per tale importante occasione vengono presentate 86 opere significative dell’artista lombardo. Nella prima sala sono presenti i lavori degli anni 60, dalla pittura dei primi anni sessanta alle opere oggetto, dai francobolli ad intarsio in legno alle casse che contengono opere distrutte del 1966 al 1968. Nella seconda sala vi sono i lavori degli anni 70, dalle casse che contengono opere distrutte del 1968 ai carboni, dai francobolli alle fotografie e le tele emulsionate. Nella terza sala vi sono i lavori degli anni 80, con la serie dei personaggi della storia, i francobolli, gli autoritratti, la scrittura sul corpo, la performance e gli ultimi autoritratti realizzati dall’artista nel 1990 in una clinica di Brescia prima della morte. Per diversi decenni GAC in Italia è stato osteggiato come “un ricco eccentrico in vena di esibizionismo”, non compreso perché ritenuto soltanto un importante collezionista d’arte contemporanea e di conseguenza collocato dalla critica ufficiale nel completo isolamento […] Artista per certi versi difficilmente classificabile per le diverse pratiche utilizzate, ma sicuramente protagonista del superamento trasversale di una logica tradizionale, oggi, a distanza di qualche decennio di riflessione, Guglielmo Achille Cavellini appare un personaggio geniale e poliedrico. Ha vissuto l'arte contemporanea dal secondo dopoguerra fino al 1990, anno della sua morte, come battitore libero, diceva: “preferisco vivere la mia avventura, proiettata nel futuro, piuttosto di dovermi impantanare nell’intricata giungla dell’arte”, da artista non condizionato da schemi e imposizioni. Non é stata una questione di semplice eleganza o puro stile ma di una lucida operazione illuminata che ha evidenziato e messo in luce i problemi e le contraddizioni di un sistema culturale che non lascia niente al caso e che quasi sempre tratta l’opera e l’artista come mera merce di scambio.

Ancora una cosa. Al Mart di Trento, a cura dell’Archivio del '900, dal 4 ottobre all'11 gennaio '15: "Propheta in patria, Cavellini 1914 - 2014"
Cosmotaxi prossimamente si soffermerà su questa mostra.

Guglielmo Achille Cavellini
Gaconcettual Poetry
Ophen Virtual Art Gallery
Fino al 27 ottobre ‘14


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