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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Fischi per fiaschi

Esistono libri che chi lavora nelle redazioni della carta stampata, delle radio-tv, del web, gli insegnanti, e tutte e tutti che fanno politica, da eletti o non che siano, dovrebbero possedere per decreto legge (se ne fanno tanti di decreti moralmente agghiaccianti, perché non farne, ogni tanto, uno intellettualmente onesto?).
Un volume onestissimo l’ha pubblicato Longanesi ed è intitolato Fischi per fiaschi nell’italiano scientifico Leggere attentamente prima di parlare (a sproposito).
L’autore è Gianni Fochi, chimico della Scuola Normale Superiore di Pisa (QUI il suo sito web), ha scritto manuali universitari e ha fatto ricerca in laboratori accademici e industriali in Italia e all’estero. Da molti anni è anche giornalista scientifico, vincitore di premi come il «Voltolino» e il «Pirelli INTERNETional Award».
Nel catalogo Longanesi anche un suo precedente libro Il segreto della chimica.
Coordina la produzione di video su temi scientifici e tecnologici.

Perché questo libro è imperdibile per chi non vuole dire strafalcioni parlando o scrivendo? Lascio la parola a quanto afferma Gianni Fochi in Prefazione: Dare una mano a tutti coloro che non hanno ricevuto una buona formazione scientifica, magari persuasi che se ne possa fare a meno senza inconvenienti: ecco il desiderio all’origine di questo libretto […] Ho voluto raccogliere alcuni esempi che dimostrano come nel linguaggio comune un uso improprio di termini scientifici in questioni pratiche e di tutti i giorni pregiudichi, talvolta nettamente, la possibilità di capirsi, di trasmettere un pensiero senza malintesi.
Segue un dizionario che elenca parole d’origine scientifica usate di frequente a sproposito.
Intendiamoci, errori sintattici o grammaticali oppure ortografici se ne trovano anche in testi letterari, non siamo, quindi, un popolo che eccelle nelle materie umanistiche, ma in campo scientifico le cose stanno messe tragicamente. Perché? La migliore risposta l’ho avuta dall’amico Piergiorgio Odifreddi che, durante un’intervista, così mi disse: “Perché da noi c'è stata per anni una refrattarietà della cultura ufficiale, umanistica, a non considerare la scienza degna di attenzione.
In parte la cosa deriva dal deleterio influsso dell'idealismo di Croce e Gentile, e dalle loro riforme scolastiche. Entrambi sono stati ministri della pubblica istruzione, e hanno forgiato la riforma dell'insegnamento che ha prodotto la divisione fra i licei per dirigenti, e scuole tecniche per i lavoratori. L'idea era che per comandare bastava conoscere i classici. I bei risultati cui ha portato questa divisione si vedono oggi, nella spaccatura fra il mondo reale del lavoro, basato sulla scienza e sulla tecnologia, e il mondo irreale della politica, basato su una caricatura dell'umanesimo”.
Buon esempio recente l’ha dato una spensierata signora bresciana, diventata di recente in Italia Ministro della Pubblica Istruzione, che nel suo debutto parlamentare cadde nell’infausta pronuncia di “Nemési” suscitando l’ilarità di alquanti a Montecitorio; evidentemente una minoranza perché – dicono i maligni – alla maggior parte dei deputati, con colpevole innocenza, sfuggì del tutto l’errore di quella dizione.

I fischi per fiaschi più clamorosi nell’errato uso della terminologia scientifica applicata allo sport, alla cronaca, alla politica, Gianni Fochi li elenca nel suo libro attraverso le voci, esposte in ordine alfabetico, di un dizionario che, spesso, esemplificando, raggiunge voluti risvolti umoristici. L’autore, indica – per fare un esempio – lo sballato impiego di “minimo comun denominatore” per intendere che “due o più persone enti, gruppi o popolazioni hanno in comune almeno qualcosa, fra tanto altro che li differenzia. Ebbene, volendo ispirarsi all’aritmetica, bisognerebbe scegliere proprio il concetto antitetico: “massimo comun divisore” o più semplicemente parlare di ‘fattor comune’. Infatti il minimo comun denominatore è il minimo comune multiplo dei denominatori di frazioni che si devono sommare o sottrarre”.
Altro esempio, giustamente sunteggiato in retrocopertina, è il temerario ricorrere all’abusato “catalizzare”: Wolfgang von Goethe, grande amante della chimica, applicava una reazione chimica catalizzata per fornire alla popolazione lo zucchero che scarseggiava. Oggi si sente dire che Totti e Del Piero, hanno catalizzato l’attenzione dei tifosi. C’è relazione?”.

Per una scheda sul libro: CLIC!


Gianni Fochi
Fischi per fiaschi nell’italiano scientifico
Pagine 128, Euro 12.00
Longanesi


Georges Perec


Dell’Oulipo, “Perec” – scrisse Italo Calvino, oulipiano anch'egli – “era diventato il maggiore esponente, e si può dire che almeno due terzi della produzione del gruppo erano opera sua”.
Georges Perec (Parigi, 7 marzo 1936 – Ivry-sur-Seine, 3 marzo 1982), alla domanda “Chi vorrebbe essere?”, propostagli da uno studente che preparava una tesi sull’opera perecchiana, rispose “Uomo di lettere”. Preciserà, poi il senso che volle dare a quelle sue tre parole: “Un uomo di lettere è un uomo il cui mestiere sono le lettere dell’alfabeto”.
Su quelle lettere ha lavorato creando una poetica ispirata prevalentemente a principii matematici, scacchistici, geometrici, ludonumerici e ludolinguistici.
Si pensi, ad esempio, a quel suo testo di trecento pagine, (La Disparition, 1969; stupendamente tradotto per l’editore Guida da Piero Falchetta), scritto senza mai usare la vocale "e" al quale fa seguito un secondo lipogramma, come seguito in forma di specchio de “La Disparition”, intitolato “Le ripetizioni” nel quale, invece, utilizza come sola vocale in tutto il testo proprio la lettera "e".

Ora per Einaudi è uscito, per la prima volta in Italia, un piccolo, prezioso testo di Georges Perec con un titolo da manualistica di lunghezza settecentesca: L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento che si giova di una puntualissima traduzione di Emmanuelle Caillat.
È una narrazione che usando la tecnica del Diagramma di flusso pone il protagonista sempre di fronte a due possibilità per ogni risposta che sceglie, una lunga biforcazione d’opzioni che lo porterà ad esaminare, in modo esilarante e razionale, la scelta binaria che la vita gli propone al fine di vedere il suo stipendio aumentato.
In un tempo infestato da tanti romanzieri dal cuore aperto, giallisti, noiristi, e nientisti (mi riferisco, agli appartenenti al NIE (New Italian Epic), è una gioia trovare un autore come Perec e un libro come questo che sto qui presentando.
Perché il discorso di Perec e degli oulipiani investe in pieno tanti oziosi dibattiti sulla letteratura e sui romanzoni odierni che si svolgono oggi, fra convegni del Nulla e blog dello Strepito spazzandoli via insieme alle cosiddette scuole di scrittura creativa.
L’Oulipo, infatti, è, finora – in attesa di una vera scrittura elettronica e non l’attuale che è solo una trasposizione di pagine stampabili su pagine elettroniche – il più avanzato connubio fra arte e scienza in letteratura, vale a dire l’unione di quei due aspetti del sapere che s’è tentato, in Italia specialmente, di dividere.

Nell’illuminante postfazione Bernard Magné si sofferma anche, com’era giusto fare, sulle differenze fra i due maggiori rappresentanti dell’Oulipo, cioè Queneau e Perec: … i “Centomila miliardi di poesie”, di cui Queneau ci fa leggere solamente i dieci sonetti base che permettono di produrre cento mila miliardi di poesie, si oppongono alle “81 schede-cucina a uso dei principianti" di Perec oppure alle “Duecentoquarantatre cartoline illustrate a colori autentici” che schierano rispettivamente 34 e 35 ricette e cartoline (cioè tutte) realmente prodotte dalle strutture combinatorie utilizzate […] eppure malgrado le tecniche combinatorie diverse, Queneau e Perec convergono in una medesima strategia: la sfida lanciata alle possibilità della scrittura e della lettura. Infatti Queneau annota ironicamente che se i suoi “Centomila miliardi di poesie" permettono di “costruire poesie in numero limitato”, essi “offrono testi da leggere per quasi duecento milioni di anni leggendo 24 ore su 24”.

Si arriva così alla realizzazione di un libro esistente, ma impossibile da leggere tutto.

Ancora Magné: Da parte sua Perec precisa cosa si aspetta dal suo lavoro sul diagramma di flusso: “Arrivare a un testo veramente lineare, quindi assolutamente illeggibile”. E, probabilmente per aumentarne l’illeggibilità in questo testo sopprimerà, come ha fatto, del tutto la punteggiatura.

Per una scheda sul libro e l’incipit: QUI.

Georges Perec
“L’arte e la maniera di affrontare il proprio
capo per chiedergli un aumento”
Traduzione di Emanuelle Caillat
Postfazione di Bernard Magné
Pagine 70, Euro 9.00
Einaudi


Una storia criminale


Mentre la Chiesa cattolica entra nel suo terzo millennio con un accompagnamento di scandali che minano la fiducia nella gerarchia ecclesiastica anche tra isuoi fedeli, una voce fuori del coro ne ripercorre minuziosamente la storia, finalmente anche per il pubblico italiano, partendo da un punto di vista inedito. Si tratta di un grande storico tedesco: Karlheinz Deschner.
Una sua sintetica biografia QUI.
Per visitare il suo sito web: CLIC!
Deschner (in foto) è noto soprattutto per la sua opera in 10 libri Storia criminale del cristianesimo, della quale è da poco in libreria il nono volume mentre l’ultimo è previsto per il 2012.
La casa editrice è Ariele.

Curatore della monumentale opera è Carlo Modesti Pauer del quale mi piace ricordare anche un suo recente, originale, libro di cinema Romani all'opera.

A lui ho chiesto: in questo nuovo volume – che tratta il periodo dalla metà del XVI fino all’inizio del XVIII sec. – il lettore può trovare parallelismi con quanto il Vaticano va praticando oggi? E, se sì, su quali linee?

Il IX volume sviluppa il racconto di un periodo fondamentale, direi anzi il momento decisivo della vicenda cristiana. Da una parte troviamo il precipitare degli eventi nel quadro dello scontro teologico avviato da Lutero, dall’altra la notizia di un mondo sconosciuto con i suoi abitanti dei quali all’inizio si dubita circa la loro “umanità”. Attraverso questi fatti, dal punto di vista della tenuta del potere di Roma sulle coscienze del
“suo” popolo, si spalanca la porta del “libero pensiero” che condurrà alle conquiste culturali, politiche e sociali dell’età dei lumi e quindi alla sconfitta storica del programma cattolico. Così inizia la lunga irreversibile crisi della chiesa di Roma, della quale oggi si vivono le conseguenze, benché nei secoli trascorsi molte cose siano cambiate. Il libro è davvero interessante perché squaderna la reazione al cambiamento, nel processo della cosiddetta controriforma tridentina, non ancora terminata e della quale anzi questo pontefice sta evidentemente recuperando i tratti essenziali, a cominciare dal rafforzamento del potere papale a scapito della prassi conciliare. Una lettura del passato aiuta sempre a comprendere il presente, più che mai quando si parla del Vaticano e la sua curia!
.

Per interviste, presentazioni, conferenze: tel. 339 – 31 88 116

In chiusura di questa nota, ricordo che da pochi giorni è uscito il più recente numero del bimestrale “L’Ateo” diretto da Maria Turchetto.
Per notizie e abbonamenti: QUI.


Karlheinz Deschner
“Storia criminale del cristianesimo”
Traduzione Luciano Franceschetti
Pagine 345, Euro 21.00
Edizioni Ariele


Il corallo della vita


La figura di Darwin è da qualche tempo al centro di nuove tenebrose attenzioni del Vaticano e dei suoi alleati. Il creazionismo, infatti, ha tentato rivincite dapprima negli Stati Uniti e poi anche da noi; ricordate la Moratti che tentò di escludere l’indirizzo evoluzionista dall’insegnamento scolastico?
E ancora: l’anno scorso si è assistito perfino che al Cnr si sia tenuto un convegno intitolato “Evoluzionismo: tramonto di un’ipotesi” su quale mi sono trattenuto QUI .
Perché tutto questo? Ne profilò bene la spiegazione Daniel Kevles, storico della Yale University, a Spoleto-Scienza: “Nel seicento la Chiesa teme Copernico che rimuove la Terra dal centro del sistema solare minando l'autorità dei teologi… poi perseguiterà Darwin che ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione”.
Quanto mai opportuno mi pare, quindi, la recente uscita di un ottimo saggio di Carlo Pagetti intitolato Il corallo della vita Charles Darwin e l’immaginario scientifico pubblicato da Bruno Mondadori.

Carlo Pagetti insegna Letteratura inglese contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni: “I sogni della scienza. Storia della science fiction” (Editori Riuniti, Roma 1993) e “The shape of a culture. Il dibattito sulla cultura inglese dalla Rivoluzione industriale al mondo contemporaneo” (con Oriana Palusci, Carocci, Roma 2004). Ha tradotto e curato la trilogia dell’Enrico VI di William Shakespeare (Garzanti Libri, Milano 1995-1999). È il curatore dell’edizione italiana delle opere di Philip K. Dick pubblicate da Fanucci.

In “Il corallo della vita”, Darwin emerge non solo con la sua grandiosa figura scientifica, ma Pagetti s’inoltra in un’accurata analisi sulle ripercussioni che l’evoluzionismo ha avuto nell’immaginario nella letteratura e nelle arti dagli ultimi decenni dell’800 a oggi.
A sottolineare l’importanza di quest’opera basti pensare che per trovarne un primo segno bisogna risalire addirittura al 1882 alle lezioni di Ugo Angelo Canello leggibili in edizione anastatica QUI.
In oltre un secolo tante le nuove opere, tante le nuove ottiche di cui si giovano le storie delle arti, da Pagetti – specie nel versante letterario – attentamente adesso esplorate.
E questo per non dire quanto è accaduto nel cinema fino alla videoart e al videogame design.
Questo sito s’ispira nelle sue sezioni allo Spazio e una di esse è chiamata Enterprise perché è ambientata sulla famosa astronave di Star Trek; ecco perché mi piace concludere questa nota con un passaggio di Pagetti nel suo libro: … si potrebbe sostenere che il discorso darwiniano più approfondito nella dimensione immaginativa venga sviluppato dalle serie televisive di “Star Trek” […] ci limitiamo a ricordare l’episodio ‘Il mostro nell’oscurità", trasmesso la prima volta il 9 marzo 1967, nel quale l’ufficiale scientifico Mr Spock – un “meticcio” che unisce in sé gli slanci emotivi degli esseri umani e la razionalità degli abitanti del pianeta Vulcano, e forse la più affascinante incarnazione dello scienziato darwiniano che ci abbia saputo dare la cultura di massa contemporanea – riesce a capire che l’apparente violenza di creature silicee simili a rocce, sottoposte allo sfruttamento della colonia terrestre Janus 6, nasconde invece la disperata richiesta di non uccidere i propri figli, minacciati dalle operazioni di scavo e di estrazione dei minerali del sottosuolo. Il corallo della vita si espande e ramifica tra le stelle.

Carlo Pagetti
“Il corallo della vita”
Pagine 133, Euro 12.00
Bruno Mondadori


Area Progetto (1)


Quanti sono i tipi d’inquinamento esistenti, oltre a quelli morali e politici che affliggono l’Italia dei nostri anni?
Tanti. Si va da quello radioattivo a quello idrico, da quello elettromagnetico a quello fotochimico, da quello acustico a quello luminoso.
Di quest’ultimo si parla meno degli altri sui media, eppure i danni che produce sono notevoli: difficoltà o perdita di orientamento negli animali (uccelli migratori, tartarughe marine, falene notturne), alterazioni del fotoperiodo nella vegetazione, dei ritmi circadiani nelle piante, animali ed uomo, per non dire dei guasti arrecati agli studi di astronomia.
Proprio sull’inquinamento luminoso è puntata l'installazione di Giovanni Lami (Ravenna, 1978), dal titolo 100.000 filters, settimo appuntamento della nuova edizione di Area Progetto, iniziativa dedicata alla creatività giovanile emergente promossa dalla Galleria Civica di Modena in collaborazione con l’Ufficio Giovani d'Arte del Comune di Modena, a cura di Silvia Ferrari, Serena Goldoni, Ornella Corradini, che a partire dal 2009, grazie alla collaborazione con l’Associazione per il Circuito Giovani artisti Italiani, interessa tutto il territorio nazionale.

“100.000 filters” di Giovanni Lami, a cura di Silvia Ferrari, è un'installazione fotografica che pone l'accento sul fenomeno della progressiva perdita di una visione incontaminata del cielo da parte dell'uomo: l'immagine pura e primitiva della volta celeste si sta riducendo e offuscando a causa dell'inquinamento luminoso delle nostre città e insieme ad essa anche la relazione profonda dell'uomo con l'idea di assoluto, quella tensione verso l'infinito che è parte della nostra stessa identità e ne mette in dubbio la centralità dell'universo.
Questi temi sono sviluppati attraverso una serie di fotografie di grande formato sospese come un grande tetto sulla testa degli spettatori, con l'immagine visibile soltanto dal lato opposto al loro passaggio; la visione delle fotografie è infatti consentita soltanto dalla balconata superiore rispetto al tetto, un allestimento che punta alla presa di coscienza di come la percezione del cielo notturno sia ormai un fenomeno distante dall'uomo e necessiti di un artificio per ritrovarne la purezza.
Visioni del cielo notturno contaminato dalle luci artificiali, immagini di cieli osservati da planetari, la presenza umana che funge da anonimo osservatore, paesaggi urbani illuminati da lampioni, come contrappunto al cielo stellato.

Ricordo che alla Galleria modenese è ancora in corso (fino al 18 luglio) Bestiario fantastico, mostra alla quale Cosmotaxi ha dedicato una nota: QUI.

Entrambe le mostre, come quella nella nota che segue, s’avvalgono dell’Ufficio stampa della Galleria guidato da Cristiana Minelli: +39 059 – 20 32 883, galcivmo@comune.modena.it

Giovanni Lami
“100.000 filters”
Galleria Civica di Modena
Corso Canalgrande 103
tel. 059 – 203 29 11/203 29 40
Fino al 4 maggio ‘10


Area Progetto (2)


Ancora a Modena, a Palazzo Santa Margherita, inaugura venerdì 21 maggio 2010 alle 19:30, l'installazione di Jebe (Adriana Jebeleanu) dal titolo “Magazzino”, a cura di Serena Goldoni, ottavo e ultimo appuntamento di questa nuova edizione di Area Progetto, di cui ho riferito nella precedente nota.
Jebe (nata in Romania nel 1975), dal 1996 opera nei campi delle arti visive e applicate partecipando a diverse esposizioni in Italia e all'estero. L'artista, attraverso la pittura, il video e la performance, porta avanti da alcuni anni una ricerca artistica tesa ad esaminare la realtà sociale in cui viviamo.

Nella foto: Jebe, “Mikey”, 2007.

L'artista stravolge il senso e la destinazione d'uso del piano ammezzato, sede consolidata di Area Progetto, trasformandolo da luogo di passaggio per il pubblico della Galleria Civica in luogo di stoccaggio e deposito di quadri. Le opere dell'artista, assieme a cartoni e materiale da imballo, saranno allestite in modo da formare un cumulo variegato di tele grandi, piccole, capovolte o impacchettate, solo apparentemente in modo casuale, per rivelare la parte solitamente nascosta dell'atelier di un pittore.
Partendo da suggestioni desunte dalla pubblicità, l'artista propone un punto di vista diametralmente opposto a quello dei media. Le immagini/icone della contemporaneità nelle tele di Jebe vengono stravolte, decostruite, così da annullare il loro potere emblematico per riproporre nuove e più libere letture.

Jebe
“Magazzino”
Galleria Civica Modena
corso Canalgrande 103


Costruire con i suoni


“Una città non è disegnata, semplicemente si fa da sola. Basta ascoltarla, perché la città è il riflesso di tante storie”, dice l’architetto Renzo Piano.
Quel rumore che tanto intrigava nel 1913 il futurista Russolo (“Ogni manifestazione della nostra vita è accompagnata dal rumore. Il rumore è quindi famigliare al nostro orecchio, ed ha il potere di richiamarci immediatamente alla vita stessa”), nelle città è cresciuto col tempo tanto da meritarsi invettive in molti aforismi e malcerti provvedimenti da parte di molte amministrazioni. Al chiasso metropolitano però si è accompagnata anche una certa abitudine ad ascoltarlo fino al punto di non notarlo, di ritenerlo un elemento del paesaggio urbano che attraversiamo, e se il percorso acustico deviasse dal suo linguaggio funzionale (s’immagini un forte canto d’uccelli che copre lo sferragliare dei vagoni della metropolitana in un tunnel), ecco che l’attenzione si risveglia, ci si pone domande, pochi si divertiranno, molti s’allarmeranno.
“Le città” – ha scritto Italo Calvino - “come i sogni sono costruite di desideri e di paure”.

Un gran bel libro sul rapporto fra metropoli e suono – attraversando la storia dei tanti artisti intervenuti con le loro performances sul tema – l’ha scritto Ricciarda Belgiojoso.
Architetto, diploma di Pianoforte e in Tecnologie del Suono al Conservatorio di Milano, dottorato di ricerca in Storia dell’Arte all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e in “Luoghi e tempi della città e del territorio" all’Università di Brescia, svolge ricerche in tema di architettura, arte e musica. E’ docente di “Arte negli spazi pubblici” al Politecnico di Milano. Cura e conduce per Radio Classica la trasmissione Note d'autore.
Il titolo del suo volume – edito da Franco Angeli - è: Costruire con i suoni.

A Ricciarda Belgiojoso ho chiesto: che cosa, principalmente, ti ha spinto a scrivere questo libro?

Ho sempre vissuto tra musica e architettura e desideravo esplorare il rapporto tra spazio e suono. Volevo capire come l’architetto può appropriarsi del contesto sonoro circostante e pensare consapevolmente ad ambienti di cui fare esperienza mediante l’ascolto. Cercavo gli strumenti per imparare a progettare le forme costruite in funzione delle loro proprietà acustiche. Pensavo al suono come un elemento costitutivo del progetto di architettura, convinta che manipolando oggetti e geometrie si possano realizzare luoghi che suscitano tranquillità, ansia o paura, che incoraggiano la socializzazione o l’isolamento, che influenzano il nostro comportamento per le loro caratteristiche spazio-sonore.

Le performances sonore urbane possono suggerire nuove forme architettoniche?
Se sì, in quale direzione?

La musica e le sperimentazioni artistiche possono suggerire al progettista soluzioni creative e risposte intelligenti al diffuso problema dell’inquinamento acustico. Ad esempio, le installazioni di Bruce Odland e Sam Auinger mostrano come si possono filtrare i rumori del traffico urbano e trasformarli con strumenti semplici in suoni armoniosi. Gli interventi di Max Neuhaus insegnano come elaborare una definizione plastica degli spazi basata sull’esperienza uditiva: l’intervento ‘Times Square’ (New York 1977-92, 2002-permanente) consiste in un blocco di suono installato nel cuore di un crocevia; suggestionati dai suoni che emergono dalle grate della metropolitana ci ritroviamo in un luogo calmo, mentre in realtà siamo in uno dei luoghi più caotici al mondo. Un’architettura uditiva può dunque sicuramente proporre nuove forme architettoniche, ottenute lavorando su strategie di emissione, riverberazione, riflessione e assorbimento del suono, e può anche produrre strutture paradossalmente invisibili e intangibili, fatte di suoni.

Indice e scheda sul libro: QUI .

Ricciarda Belgiojoso
“Costruire con i suoni”
Pagine 144, Euro 18.00
FrancoAngeli


La rivolta

“Vivere significa rivoltarsi” scrive Pierandrea Amato in un libro pubblicato da Cronopio intitolato La rivolta.
Il libro di Amato è un acuto studio filosofico delle rivolte metropolitane contemporanee, e ha il merito di valicare il dato strettamente politico per farsi strumento d’analisi di quanti fuori del potere sono al tempo stesso attori e vittime di un sistema culturale, mercantile, ideologico che, assai spesso, in nome della democrazia, tende ad un mascherato assolutismo.
L’autore di questo volume ha già pubblicato Antigone e Platone. La "biopolitica" nel pensiero antico e Tecnica e potere. Saggi su Michel Foucault.
A Pierandrea Amato ho chiesto: che cosa principalmente ti ha spinto a scrivere questo libro?

Che cosa principalmente ti ha spinto a scrivere questo libro?

Il libro fa parte di un progetto di ricerca che da alcuni anni porto avanti intorno alla nozione di bio-politica e, più in generale, alle questioni sollevate dall’equivoco statuto della natura umana nell’età della sua riproducibilità tecnica. Assumo l’idea, in contrasto con la concezione politica moderna, che vi sia un nesso tra l’esistenza e la politica. Nello specifico, la permanente disponibilità al mutamento della natura umana si tramuterebbe in una manifestazione politica concreta: la rivolta.
Nell’orizzonte schiuso dal nesso tra la politica e l’esistenza, e all’ombra di un demone classico della filosofia novecentesca (l’ambizione di integrare teoria e prassi), il volume nasce inoltre con l’intenzione di mostrare che i moti urbani in grado di inquietare il potere globale degli ultimi anni (penso alle rivolte di Los Angeles, Genova, Atene e in particolare a quelle delle “banlieues” parigine), non sono, come generalmente si ritiene, forme violente di anti-politica, ma, al contrario, costituiscono la sedimentazione di un evento politico in grado di invocare una rottura delle forme con cui generalmente siamo governati
.

Nel libro, riferendoti alla dottrina neo-liberale nelle cui linee alcuni vedono un generico diritto naturale alla permanenza in vita e non veri e propri diritti sociali, scrivi: “Il disegno è più sottile […] la soppressione della povertà rimane probabilmente un auspicio degli organismi transnazionali del sistema produttivo globale che va realizzato attraverso una modalità inconfessabile → la soppressione del povero”.
Quali sono gli strumenti in atto, o futuribili, della soppressione dei poveri?

La risposta a una domanda del genere avrebbe bisogno di un ragionamento articolato per non rischiare di cedere a un effimero esercizio di giornalismo filosofico. Ma provo comunque a rispondere in modo stringato. La natura della guerra globale permanente in nome della democrazia, in cui siamo immersi dal 2001, cioè da quando la democrazia è diventata un “valore” da esportare, è ai miei occhi essenzialmente un conflitto per eliminare dal mondo la plebe mondiale. L’obiettivo è cancellare chi non incarna il nostro ventaglio di valori economico-politici.
Provo a spiegarmi meglio con un esempio: si ricorderà che quando Saddam Hussein, durante la seconda guerra del golfo, viene catturato, e lo si getta in pasto all’opinione pubblica mondiale, la scelta è chiara e in nessun modo obbligata: il nemico assoluto della democrazia è un povero; Saddam indossa i panni di un clochard di una qualsiasi metropoli del pianeta. Quello che all’epoca rappresentava il male assoluto incarnato, è un povero da eliminare. Insomma, non c’è di peggio che il povero
.

Operi un distinguo fra rivolta e rivoluzione?

Non penso che la rivolta sia opposta alla rivoluzione. Piuttosto, la precede e la eccede. La rivolta è collocata su un altro piano rispetto alla rivoluzione perché manifesta, come dimostra nel suo volume postumo, “Spartakus. Simbologie della rivolta”, un grande germanista italiano, Furio Jesi, un’altra figura della temporalità rispetto alla rivoluzione. Mentre la logica della rivoluzione si sviluppa con una concezione lineare del tempo, la rivolta esprime una temporalità legata all’evento; all’irruzione del tempo nel tempo. Ciò comporta una diversa relazione con il potere: se la rivoluzione pensa che l’accesso al potere sia il presupposto della trasformazione della singolarità, la rivolta immagina che il mutamento della singolarità nell’atto rivoltante sia il principio per la trasformazione di ciò che è.

Pierandrea Amato
“La rivolta”
Pagine 110, Euro 10.00
Cronopio


Dal buco della serratura


“Il pudore” – scrisse il Marchese De Sade – “è la maschera oscena degli ipocriti”.
Di sicuro, il pudore ha impegnato più penne e molte di quelle sono state intinte nel nero inchiostro giudiziario.
La casa editrice Dedalo ha mandato da poco in libreria un interessante volume sul tema: Dal buco della serratura Una storia del pudore pubblico dal XIX al XXI secolo
Ne è autrice Marcela Iacub, nata a Buenos Aires nel 1964.

Un illuminante saggio introduttivo e la scorrevole traduzione sono firmate da Graziella Durante. E’ dottore di ricerca in Filosofia politica e assegnista presso il Dipartimento di Teoria e Storia del diritto e della politica dell’Università di Salerno, dove collabora alle cattedre di Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica. Ha pubblicato diversi saggi su tematiche relative alla giurisprudenza del corpo, al lavoro femminile. I suoi maggiori interessi sono rivolti alla filosofia francese.
A lei ho rivolto alcune domande.

Il tema del pudore, dal punto di vista giudiziario è stato trattato più volte. Vorrei, però, conoscere che cosa ti ha spinto ad occuparti della Iacub, qual è l’originalità di questo saggio rispetto a testi consimili…

“Dal buco della serratura” non è una semplice storia giuridica dell’oltraggio al pudore pubblico e neppure una storia sociale del pudore, ma una complessa analisi politica della percezione visiva della sessualità. Marcela Iacub iscrive la sua accurata esplorazione del diritto penale francese a partire dal Codice napoleonico, l’indagine della casistica giuridica più rilevante, all’interno di un quadro molto più ampio che riguarda il rapporto tra potere e sesso, tra visibilità e distribuzione spaziale della sessualità, descrivendo le politiche di censura e controllo ma anche di produzione delle condotte sessuali da parte dell’occhio dello Stato. In questo contesto, il pudore emerge come un elemento centrale per la riconfigurazione dei confini tra spazio pubblico e spazio privato, ma anche come dispositivo capace di disegnare la mappa dei nuovi reati sessuali e di produrre il profilo dello status dei nuovi criminali del sesso.

Esiste, e, se sì, in che cosa lo riconosci, il maggiore, più vistoso, segno di cambiamento rispetto al pudore in Occidente nell’epoca presa in esame dal libro?

Il mondo del pudore – spiega Marcela Iacub – è stato letteralmente rimpiazzato dal nuovo ordine del sesso. Con la riforma del 1992 il termine pudore scompare dal Codice penale francese ed è sostituito dall’espressione “esibizione sessuale”. Questo cambiamento semantico è espressione di una trasformazione radicale che può essere estesa al di là dei confini dell’ordinamento giuridico francese. A cambiare sono le tecniche di spazializzazione della sessualità e le modalità di controllo della vita privata e delle condotte sessuali. Non si punisce più il fatto di rendere pubblico un generico comportamento sessuale, bensì un comportamento specifico che consiste nell’imporre ad altri lo spettacolo di una scena sessuale. Ciò che si vieta è l’esibizione volontaria di atti giudicati osceni e che trasforma lo sguardo del pubblico in un oggetto sessuale. La nuova infrazione vieta di trarre piacere dalla legge stessa, da ciò che deve imporci dei limiti.


Il volume della Iacub si occupa spesso di occasioni tratte dal mondo dello spettacolo per esemplificare le sue osservazioni. Perché avviene – in Occidente, di sicuro – che scene di sesso al cinema, in teatro, nelle arti visive, anche se non mostrano parti intime del corpo, ma scene di (cosiddette) perversioni, vengono spesso sanzionate più severamente di altre in cui c’è sesso esplicito?

La questione del nudo artistico o delle nudità naturiste ha costituito un elemento di frizione molto importante all’interno della definizione del concetto di pudore e di buoni-costumi, lasciando emergere importanti contraddizioni. Se le battaglie condotte in nome dell’eccezionalità delle nudità artistiche hanno ottenuto importanti riconoscimenti è anche perché progressivamente l’attenzione si è spostata sulla definizione della categoria di perverso sessuale. Attraverso una sempre più profonda convergenza tra istanze giuridiche e psichiatriche e l’introduzione di un nuovo rapporto tra giustizia e perizia medica, colui che si macchia di reati sessuali è considerato ‘malato’ e quindi sottoposto a misure terapeutiche e di controllo che lo accompagneranno per tutta la vita. Potremmo dire che la figura del criminale sessuale è al centro dei nuovi dispositivi securitari e che – nonostante la rivoluzione sessuale - il sesso rappresenta ancora un terreno di eccezionalità non solo all’interno del diritto penale ma anche nella percezione sociale.

Indice, scheda sull’opera, notizie biografiche dell’autrice, possibilità di leggere un brano del volume: QUI.


Marcela Iacub
“Dal buco della serratura”
Saggio introduttivo e traduzione: Graziella Durante
Pagine 328, Euro 18.00
Edizioni Dedalo


Cinema Glbt (1)

La rappresentazione dell’omosessualità nel cinema ha una lunga storia con occasioni che sono venute, spesso, alla ribalta per motivi scandalistici più che per quelli riferiti al valore espresso da molte pellicole di ieri e di oggi.
Oggi, tutta la tematica Glbt è venuta alla luce uscendo – grazie alle scienze e a un'evoluzione del concetto di società – da un ingiustificato clima di colpevolezza in cui – prime fra tutte le religioni, specie quelle monoteiste – l’avevano cacciata. Nonostante il progresso scientifico e sociale abbia fatto maiuscoli passi in avanti, larghe parti del consorzio umano, ottusamente rinchiuse in un pensiero reazionario, manifestano, purtroppo (Italia non esclusa), un atteggiamento ostile e violento contro le diversità di genere.
E’ un problema politico di cui dovremmo occuparci di più anche noi eterosessuali perché ogni discriminazione porta fatalmente a forme, talvolta anche occulte, e ancora più subdole, di fascismo.
Mi piace qui riportare una frase di Michele Serra: “Leggere sulle prime pagine le parole "contro natura", pronunciate dal papa Benedetto XVI a proposito delle unioni omosessuali, mi fa rivoltare le viscere. La natura umana è così complicata e ricca (essendo biologica, psicologica, culturale, sociale) che estrarne un pezzo e appenderlo al lampione del Giudizio Divino equivale ad amputarla”.
Benvenuto sia, quindi, il festival cinematografico torinese Da Sodoma a Hollywood, giunto alla XXV edizione, diretto dallo sceneggiatore e regista Giovanni Minerba, e che sarà inaugurato alla presenza di Claudia Cardinale protagonista di “Le Fil” del tunisino Mehdi Ben Attia.

Dice Minerba: L'edizione d'esordio, che si tenne nel 1986, era poco più di una coraggiosa, piccola manifestazione. A quei tempi l'acronimo GLBT non faceva ancora parte del nostro lessico e della nostra storia. Oggi il ‘Torino GLBT’ è il più antico Festival d'Europa e terzo nel mondo solo ai leggendari ‘Frameline’ di San Francisco e ‘Outfest’ di Los Angeles. Un bagaglio di esperienze e d'idee che è andato di pari passo con la visibilità e le conquiste del movimento gay, un patrimonio che si è tramutato in memoria storica, un cammino che, anno dopo anno, ci ha cambiato la vita. In occasione del venticinquennale il Festival si propone in una veste in parte rinnovata, con una nuova squadra di collaboratori. A cominciare dall’immagine della locandina, realizzata per questa edizione, dal grande pittore e scultore Ugo Nespolo.

Per conoscere staff, consulenti e ufficio stampa: CLIC!

Per il programma del Festival: QUI.

“Da Sodoma a Hollywood”
Via Montebello 15, Torino
Mail: info@tglff.com
Info Tel: 011- 81 38 850-4
Dal 15 al 21 aprile ‘10


Cinema Glbt (2)


"Queering Roma" è la festa del cinema a tematica LesboGayBisexTransQueer organizzata nella Capitale dall'associazione Armilla grazie al sostegno della Provincia di Roma e alla collaborazione del Festival “Da Sodoma a Hollywood” di Torino.
Il termine inglese “queer”, dapprima usato in modo denigratorio nei confronti degli omosessuali, poi adottato dai teorici del movimento gay e lesbico, è usato per descrivere un'appartenenza identitaria contraria, o comunque diversa, dagli stereotipi culturali usati per connotare maschi e femmine.
Un’interessante nota su questo termine con articolate bibliografia e sitografia, QUI.
Queer, coniugato come un verbo (queering), vuole proporsi come istanza socioculturale contrapposta all'ipocrisia del perbenismo, come azione di rottura rispetto ai discorsi dominanti di tanti cosiddetti benpensanti che pensano da sempre, e in ogni campo, in modo poco assennato.
Eppure le occasioni per informarsi sul piano scientifico e su quello sociale non mancano perché le pubblicazioni sul tema Glbt vanno moltiplicandosi studiando l’argomento da varie ottiche; colgo l’occasione per segnalare, ad esempio, un libro recentissimo edito da Cronopio che esamina la questione sul piano psicanalitico e filosofico: Il corpo senza qualità.

Collegato, ma indipendente dal Festival torinese di cui ho riferito prima, nasce Queering Roma.
Per saperne di più, mi sono rivolto a Massimo Iacobelli. Fa parte dell’associazione Armilla, con la quale ha organizzato iniziative dedicate al cinema e alle arti visive, ad esempio la mostra fotografica dal titolo “La Roma di Moretti”. E’ ricercatore presso l’Università di Siena e conduce l’ufficio stampa presso la casa editrice Meltemi.
Ecco quanto dice sul Festival.

Queering Roma non nasce dal nulla. Nel 2007, Armilla, la nostra associazione culturale, ideò una manifestazione dedicata al cinema gay-lesbico, in collaborazione con i festival italiani più importanti dedicati a queste tematiche: il Festival di Torino, Gender Bender a Bologna e Festival Mix di Milano. L’iniziativa si svolse per due edizioni all’interno del Gay Village, e andò bene su molti fronti. L’idea era quella di fare una piccola Massenzio, l’evento di cinema all’aperto che per due decenni aveva connotato l’Estate romana. Il pubblico venne numeroso anche con film più “difficili”. Ricordo la proiezione di un documentario sui transessuali in Iran. Temevamo che la sala sarebbe andata deserta mentre fu sorprendente, e ci riempì di gioia, vedere una platea di 300 persone assorte nella visione. Nonostante questo, i problemi tecnici erano molti perché si trattava comunque di un villaggio pensato per il divertimento “discotecaro”. Per questo motivo, lo scorso anno abbiamo deciso di trovare una collocazione più cinematografica a questa iniziativa. Con il sostegno della Provincia di Roma, che ha creduto nel progetto, abbiamo preso accordi con il cinema Aquila e abbiamo deciso di dedicare questa prima edizione esclusivamente al Festival di Torino, con alcuni piccoli eventi collaterali.

“Queering Roma”
Nuovo Cinema Aquila
Via l'Aquila 68, Roma (Pigneto)
tel/fax: 06 – 70 39 94 08
email: info@cinemaaquila.com
Da 23 al 25 aprile ‘10


Re-Book


Dall’ottimo Ufficio Stampa di minimum fax guidato da Alessandro Grazioli, ricevo un’interessante comunicazione che volentieri rilancio.


minimum fax ha ideato il progetto Re-Book. La seconda vita dei libri con l’obiettivo di prolungare la vita dei libri oltre il normale ciclo di esistenza e dare loro un’alternativa al macero.
Pur essendo una piccola casa editrice, minimum fax produce ogni anno oltre 50 tonnellate di libri. Parallelamente, come per ogni altro editore, una parte della sua produzione è di tanto in tanto destinata al macero: copie rovinate, guasti, scarti di produzione; che si aggiungono ai libri fuori catalogo, quelli di cui sono scaduti i diritti, le vecchie edizioni.
minimum fax – che tanto nella produzione quanto nel macero si è sempre impegnata a seguire principi di responsabilità ambientale – vuol dare una chance ulteriore al libro, che viene così utilizzato come punto di partenza per la produzione di altri oggetti.
Il recupero di scarti industriali diventa oggi sempre più rilevante: da una parte consente di riutilizzare beni “a fine ciclo”, trasformandoli in nuova risorsa (risparmio di materie prime); dall’altra comporta benefici in termini ambientali (minori consumi energetici e quindi meno emissioni). Pur essendo ancora un fenomeno di nicchia, il riuso di scarti è destinato a espandersi ma può farsi addirittura determinante in tempi di crisi. Nell’ambito del design, il concetto di riciclo presenta poi l’ulteriore vantaggio della unicità dei prodotti: se ogni scarto è diverso dall’altro, anche i manufatti che se ne servono saranno pezzi unici.
Una delle iniziative di Re-Book è Re-Book Design Contest, un concorso per idee realizzato in collaborazione con Amaneï/salina e Cirps (Centro Interuniversitario di Ricerca Per lo Sviluppo sostenibile della Sapienza di Roma), finalizzato alla produzione di oggetti progettati a partire dal riciclo dei libri e degli scarti librari.

Il concorso verrà lanciato da minimum fax al FuoriSalone di Milano con due iniziative.

La prima: “Non c'è rosa senza spine”, un'installazione di Alice Visin, curata da Laura Lazzaroni. La giovane progettista ha creato per Re-Book un giardino di carta usando libri destinati al macero.
L'installazione sarà ospitata fino al 19 aprile (orario: 14 - 19) presso lo studio di Dorota Koziara (Alzaia Naviglio Grande 42 – Milano).

La seconda iniziativa: “Il mercatino biologico del libro” con la presenza di Re-Book sul suolo pubblico nell’ambito del Public Design Festival, in corso Vigevano 28, in uno spazio 2x5 (corrispondente a un’area di parcheggio), questa fino 18 aprile (orario: 10 - 20). Qui sarà possibile comprare e barattare libri a peso, scambiare libri usati con libri di minimum fax, incontrare autori, parlare di libr
.

CLIC per trovare tutti gli indirizzi cui rivolgervi per informazioni e richieste, nonché i link dei partners.

Successivi appuntamenti: Salone Internazionale del Libro di Torino, 13/17 maggio 2010".


Cinefestival a Lecce (1)


Nell’Italia dei nostri giorni, le iniziative in campo culturale sono sconsideratamente danneggiate, ricordo i gravi tagli apportati dal Governo al Fondo Unico per lo Spettacolo, quelli inferti alle tariffe editoriali agevolate decretando un aumento del 700 per cento delle spese di spedizione, per non dire di quanto accade nelle scelte di palinsesto della radiotelevisione pubblica.
Sono particolarmente da elogiare, quindi, quei progetti che con coraggio resistono allo tzunami in atto.
Uno di questi è il Festival del Cinema Europeo, nato a Lecce nel 2000 e che giunge quest’anno l’XI edizione.

La manifestazione è diretta da Alberto La Monica e Cristina Soldano.

Il Festival del Cinema Europeo di Lecce è membro dell’Associazione Festival Italiani di Cinema, del circuito CineNetFestival ed è patrocinato dal Festival of Festivals. Inoltre, è riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, come “manifestazione di interesse nazionale”; e conta patrocini, tra i quali: Regione Puglia, Provincia di Lecce, e Apulia Film Commision.
Presenterà una competizione ufficiale, fra dieci lungometraggi europei, tutti in anteprima nazionale, giudicati: da una giuria internazionale e da una organizzata dalla Fipresci .
Affiancate alla gara principale, diverse “sezioni”. Tra queste: “i protagonisti del cinema europeo” che tributa omaggio al regista turco Ylmaz Gunei.
“Un grande regista” - ricorda Massimo Causo nella monografia a lui dedicata – “che il mondo intero aveva imparato ad apprezzare e ammirare per la sua incredibile forma di ‘resistenza cinematografica’, ma anche una delle figure più carismatiche del panorama sociale (culturale, politico, popolare) turco: una personalità sfaccettata e catalizzante per l'immaginario del suo paese, che il critico americano Jim Hoberman ebbe a definire, con felice intuizione, una sorta di combinazione tra Clint Eastwood, James Dean e Che Guevara”.

Novità di questa edizione è l’istituzione del “Premio Mario Verdone” che poi ogni anno sarà consegnato durante il Festival a un autore che si sia contraddistinto nel panorama cinematografico italiano. Il riconoscimento vuole onorare il critico, saggista e storico del cinema Mario Verdone.

Importante, fra le iniziative previste nei giorni del Festival (dal 18 aprile), il primo Forum di Coproduzione del Mediterraneo con la finalità di sostenere i progetti filmici che abbiano un legame con il Mediterraneo e con le Regioni Balcaniche, favorendo l’incontro e le partnership tra gli operatori del settore quali società di produzione, finanziatori, esperti di mercato e distributori.
Il programma prevede seminari e incontri tra produttori, distributori, film commissioner, autori e registi al fine di favorire processi di coproduzione e uno scambio di best practices per migliorare le modalità operative degli attori coinvolti nel Forum.

Per il programma del Festival: CLIC!

Ufficio Stampa:
Giovanna Mazzarella 348 3805201 & Cristina Scognamillo 335 294961

Sede del Festival:
Cityplex Santa Lucia
Via San Lazzaro, 32 Tel. 0832 – 34 34 79

Sede del Forum di Coproduzione del Mediterraneo:
Hotel President, Lecce - Via Antonio Salandra 6, Tel. 0832 – 45 61 11
Dal 13 al 18 aprile ‘10


Cinefestival a Lecce (2)


Come già detto nella precedente nota, il Festival è diretto da Alberto La Monica e Cristina Soldano.
Il primo, è Presidente dell'Associazione Art Promotion impegnata nell'organizzazione di rassegne, incontri di studio, e manifestazion.
E' fondatore del Festival del Cinema Europeo di Lecce.

Ad Alberto La Monica (in foto), ho chiesto: Qual è la particolarità di questo festival che lo distingue dagli altri festival di cinema in Italia?

Forse la cosa che maggiormente caratterizza il Festival del Cinema Europeo di Lecce è la volontà di portare nel cuore dell'area mediterranea l'idea di una condivisione di varie culture e storie nazionali. Non è un caso la particolare attenzione che dedichiamo ogni anno nel Concorso Internazionale anche alle aree geografiche europee più nordiche, così come non è un caso se una delle nostre sezioni si occupa specificamente del Cinema Euromediterraneo, con uno sguardo attento alle cinematografie dell'Est.
Quest'anno, per esempio, l'attenzione alla Turchia, con la retrospettiva dedicata a Yýlmaz Güney e la Settimana del Cinema Turco è un segnale forte di apertura all'area eurasiatica, in un momento in cui la Turchia vede Istanbul capitale europea della cultura. In ogni edizione cerchiamo poi di confrontare la storia e il presente della nostra cinematografia con i nomi fondamentali della cinematografia europea, ponendo l'uno accanto all'altro un Protagonista del Cinema Italiano (quest'anno Carlo Verdone) con un Protagonista del Cinema Europeo, ai quali dedichiamo pubblicazioni, convegni e ampie retrospettive dei loro film. Rispetto ad altri festival italiani, poi, abbiamo una particolare attenzione per gli attori, sia quelli dalla carriera già affermata, ai quali dedichiamo spesso omaggi e rassegne, sia quelli emergenti o di più recente successo, ai quali sono dedicate le Giornate degli Attori
.


Bestiario fantastico


“La zoologia di Dio è più povera di quella dei sogni”.
Così scrive Borges, autore fra le sue splendide opere anche di un “Manuale di zoologia fantastica”, attraversamento di terre cartacee popolate da strani animali osservate dalle fantasie di tanti: da Omero a Erodoto a Plinio il Vecchio; e poi le creature evocate dal Talmud, dalla Bibbia, dalle Mille e una notte.
Sterminata, è nei secoli la produzione nel Medio Evo di Bestiari che molti fanno discendere dal “Fisiologo” una piccola opera d’autore ignoto redatta ad Alessandria d'Egitto, probabilmente in ambiente gnostico, tra il II e il IV secolo d.C.: contiene la descrizione simbolica di animali (sia reali sia immaginari), piante e pietre.
Quei bestiari sembrano partoriti da incubi mitologici e affabulazioni stregonesche facendosi simboli, spesso, del Male e più raramente del Bene e della Fortuna.
Anche la nostra epoca non manca di bestie e bestiari, basta accendere la tv;.specie durante i tg che sono prodighi nell’indicare mostri, ma tendono a rassicurare i telespettatori dicendo loro che l’Amore vince sempre sull’Odio e sull’Invidia.
A Modena, invece, hanno scelto un’altra via, sicuramente più saggia, per esplorare le forme animalesche fantastiche d’epoca contemporanea.

In foto, un’opera di Pino Pascali: “Rinoceronte”.

E’ in corso, infatti, una mostra (che – come diceva Petrolini – non è la moglie del mostro) intitolata Pagine da un bestiario fantastico prodotta dalla Galleria Civica di Modena, Raccolta del Disegno Contemporaneo e dalla Fondazione Cassa di Risparmio della città.
L’esposizione – a cura di Silvia Ferrari e Serena Goldoni – che trae ispirazione da suggestioni medievali, reinterpretate anche dalla letteratura moderna, si articola in un percorso espositivo che interessa tutte le sale di Palazzo Santa Margherita.
La Raccolta del Disegno Contemporaneo della Galleria Civica di Modena - fondata da Flaminio Gualdoni nel 1988 e ricca di oltre 5000 fogli di alcuni fra i maggiori autori italiani della scena artistica tra XX e XXI secolo - ritorna così protagonista con questo progetto che valorizza uno degli àmbiti specifici di ricerca dell'istituto modenese, quello del disegno contemporaneo, che insieme alla fotografia ha contribuito nel corso degli anni a caratterizzare l'indirizzo scientifico e le linee progettuali della Galleria.

La mostra segue dunque una linea di ricerca - visionaria e fantastica - che parte dalla storia dell'arte italiana, seguendo una direttrice che attraversa il classicismo e si nutre di matrici surreali e simboliste, per finire con le ricerche degli artisti dell'ultima generazione.
Il progetto scommette sull'idea che sia possibile, oggi, osservare come la fascinazione nei confronti dell'animale - nutrita di fantasie, credenze religiose, simbologie - possa essere ancora in grado di esprimere l'universo dell'irrazionale, del mistero, o anche, più semplicemente, dello svago e del divertimento.
Una selezione ragionata di opere che si raccolgono intorno ad alcune macrocategorie: l'animale come elemento della natura e quindi oggetto di osservazione, descrizione, catalogazione; l'animale come simbolo, categoria che può essere declinata a sua volta come incarnazione di vizi e virtù, elemento di proiezione dell'animo umano, con possibili digressioni nel demoniaco; l'animale come figura mitologica riguardo al rapporto con la tradizione letteraria; l'animale come metamorfosi, culla ideale per una costellazione di temi fra i più affascinanti dell'universo culturale, fra cui lo zoomorfismo, la mostruosità, la bizzarria, il meraviglioso, il surreale.

Per conoscere i nomi degli artisti presenti: QUI.
Per sapere delle iniziative che affiancano la mostra, CLIC!

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web, l'Ufficio stampa è guidato da Cristiana Minelli: 059 – 20 32 883; galcivmo@acomune.modena.it

“Pagine da un bestiario fantastico”
a cura di Silvia Ferrari e Serena Goldoni
Galleria Civica di Modena, Corso Canalgrande 103
Info: tel. +39 059 2032911/2032940 - fax +39 059 2032932
Fino al 18 luglio 2010
Ingresso gratuito


Il genio della bottiglia


Leggendo Il genio della bottiglia di Joe Schwarcz, pubblicato da Longanesi, e ammirando la capacità di fare divulgazione scientifica in maniera tanto chiara, piacevole e, perfino, divertente, mi chiedevo perché da noi sono in pochi a sapere fare bene quel tipo di scrittura.
Nelle mie interviste, ho chiesto spesso il perché di questa carenza.
La migliore risposta me l’ha data Piergiorgio Odifreddi che così mi disse: “Perché da noi c'è stata per anni una refrattarietà della cultura ufficiale, umanistica, a non considerare la scienza degna di attenzione. In parte la cosa deriva dal deleterio influsso dell'idealismo di Croce e Gentile, e dalle loro riforme scolastiche. Entrambi sono stati ministri della pubblica istruzione, e hanno forgiato la riforma dell'insegnamento che ha prodotto la divisione fra i licei per dirigenti, e scuole tecniche per i lavoratori. L'idea era che per comandare bastava conoscere i classici. I bei risultati a cui ha portato questa divisione si vedono oggi, nella spaccatura fra il mondo reale del lavoro, basato sulla scienza e sulla tecnologia, e il mondo irreale della politica, basato su una caricatura dell'umanesimo”.

Joe Schwarcz, in Il genio della bottiglia, come chiarisce il sottotitolo La chimica del quotidiano e i suoi segreti affronta l’argomento mettendo a proprio agio il lettore (e merito va anche al traduttore Libero Sosio) spaziando con leggerezza dalle qualità più curiose dell’acqua ossigenata all’influenza dell’acetone nel corso dei secoli, passando attraverso ritratti non convenzionali di giganti come Lavoisier e Mendeleev.
Roald Hoffmann, premio Nobel per la chimica nel 1981, ha scritto che «la magia di Joe sta nel convincerci che la chimica è divertente e utile».
Schwarcz è professore di chimica e direttore dell’Ufficio per la Scienza e la Società alla McGill University di Montreal. Tiene una popolare rubrica radiofonica in cui dialoga con gli ascoltatori e appare regolarmente sul Discovery Channel canadese. Ha ricevuto molti riconoscimenti, fra cui il prestigioso Grady-Stack Award dell’American Chemical Society per la divulgazione della chimica al grande pubblico. Fra i suoi libri apparsi in italiano “Radar, hula hoop e maialini giocherelloni” (Dedalo, 2000) e nelle edizioni Longanesi Come si sbriciola un biscotto?
Le pagine affrontano anche un problema che sentiamo ripetere ogni giorno da più pulpiti con aria grave: lo strano convincimento che tutto ciò ch’è naturale è buono mentre i prodotti della chimica sarebbero nocivi. E Schwarcz spiega perché tale convinzione è profondamente errata così come quella che fa ritenere i cibi geneticamente modificati nemici dell’umanità: "perché rinunciare a produrne, così da risolvere i problemi nutrizionali e di salute in un mondo in cui milioni di persone muoiono di fame ogni giorno"?
E qui ricordo anche le parole di un grande scienziato dei nostri giorni qual è Umberto Veronesi: “Gli ostracismi alle staminali, alla fecondazione assistita e agli Ogm mi fanno paragonare questi nostri anni al Seicento, quando al genio di Newton, Cartesio e Galileo si affiancò una profonda regressione culturale. Tanto per fare un esempio furono mandate sul rogo migliaia e migliaia di donne accusate follemente di stregoneria. Oggi non bruciamo più le donne, ma in tv sono tornati gli esorcisti, la superstizione”.

Joe Schwarcz
“Il genio della bottiglia”
Traduzione di Libero Sosio
Pagine 304, Euro 19
Longanesi


Igudesman & Joo


Gli effetti della dislocazione e la dislocazione degli effetti è uno dei cardini della scena teatrale sia nella commedia sia nella tragedia. Il teatro contemporaneo di ricerca, anche grazie alle nuove tecnologie, di quella condotta scenica ne ha fatto una delle principali occasioni di rappresentazione. Lo spiazzamento, la sorpresa, l’incanto spezzato sono ingredienti che troviamo pure in altre ribalte, ad esempio, in quella musicale. Purtroppo l’insegnamento della musica (ulteriormente danneggiato dall’infausta Riforma Gelmini) punta poco o per nulla su questi aspetti ottenendo spesso il risultato contrario a quello che si propone, finisce cioè con l’allontanare i giovani dalla musica a furia di centrarsi su “Requiem”, “Sinfonie” non sempre godibili, cantanti lirici facchini dell’ugola. Eppure di musica divertente ce n’è tanta. Si pensi, per fare un solo esempio, alla “Sinfonia degli addii” di Haydn dove gli orchestrali della Cappella Musicale per far capire al mecenate Estherazy che era venuta l’ora di concedere loro una vacanza, nel finale, uno a uno, lasciano lo strumento, spengono la candela sul leggìo e se ne vanno via.
Da qualche tempo, alcuni musicisti si sono dati a un tipo di performance che esplicitamente s’indirizza all’effetto comico, spesso, applicato su famose note.
Qualche nome: i Dosto&Yevsky, Quintetto Bislacco, Red Priest, Duel, Le Quatuor.

Maiuscola presenza fra questi è data da Igudesman & Joo (in foto), un frenetico duo formato da Aleksey Igudesman, violino e Richard Hyung-ki Joo, pianoforte.
Sono giustamente amati da pubblici d’ogni parte del mondo e ghiotta preda per i cartelloni di festival internazionali.Si esibiranno il 6 aprile in Italia, al Teatro Dante di Campi Bisenzio nel cartellone musicale che s’avvale della direzione artistica di Massimo Barsotti.
Lo spettacolo è intitolato “A Little Nightmare Music”. I due in scena sono incontenibili e nella composizione mimica sono leggibili derivazioni dalla clownerie del circo all’ironia del burlesque. Famose le scene del duo che si scambiano gli strumenti, quasi si picchiano, suonano con i piedi.
A proposito di “suonare con i piedi”, chiudo questa nota con una riflessione di Federico Capitoni: “La musica classica può anche far ridere. Ma a patto di seguire una regola: per fare gli spiritosi con la musica bisogna conoscerla seriamente. Non solo perché non c’è niente di divertente nel suonare male, ma anche perché senza una preparazione di base forte non si potrebbe allestire spettacoli che prevedono largo uso di movimenti, mimica, recitazione”.
In tutto questo, Igudesman & Joo hanno le carte perfettamente in regola.

Sito del duo con notizie, foto e video: QUI.

Promozione: Fulvia Falsetti, fulvia.falsetti@tiscali.it

“A Little Nightmare Music”
Teatro Dante
Campi Bisenzio
6 aprile, ore 21:15


Schegge d'incanto

Di videoarte se ne parla da molto tempo, fin dai primi esperimenti di Nam June Paik e Wolf Wostell esponenti del gruppo Fluxus, ma da quando è concretamente presente in Italia?
Scrive Silvia Bordini: “Solo nel 1970 la videoarte approda in Italia, nella mostra “Gennaio 70”, organizzata da Renato Barilli, Maurizio Calvesi e Tommaso Trini a Bologna.
“Gennaio 70” è una rassegna collettiva sulle tendenze artistiche allora più recenti - largamente concettuali e comportamentali - presentate all'interno di un ragionamento critico che fa i conti ancora con la fisicità dell'informale, con il superamento della Pop art, con le disponibilità alla metafora dell'arte povera, con gli sconfinamenti nello spazio, da un lato, e nell'immateriale dall'altro; e tocca inoltre i problemi ideologici, le richieste di procedere "oltre l'estetico", il che fare dell'arte e dell'artista, così pregnante in quegli anni, come analizza Trini riflettendo sullo spostamento di attenzione dall'oggetto artistico alla sua dimensione e matrice concettuale”.
Oggi, il video pur mantenendo certe sue caratteristiche d’origine (ad esempio, l’atemporalità) si muove – e non solo per ragioni d’evoluzione tecnologica dei mezzi di ripresa e montaggio – in modi diversi da un tempo preferendo, per limitarci a una soltanto, l’interiorità all’ideologia politica, oppure quando è impegnato civilmente punta sull’ecologia o sulla lotta alla repressione sessuale.
Il panorama italiano è frazionato in molti segmenti e merita uno studio che non può certo inverarsi in una veloce nota come questa che è dedicata a una mostra in corso.
Si tratta di una personale dei Masbedo, uno dei gruppi più interessanti del nostro scenario; la fotina è tratta da uno still di un loro lavoro.
Il gruppo, in realtà è un duo formato da formato da Nicolò Massazza (Milano, 1973), e Jacopo Bedogni (Sarzana 1970).
Perché si chiamano così, quale il loro metodo di lavoro, e quali i loro traguardi espressivi, lo si può leggere QUI.
Conducono un sito web, per visitarlo:CLIC!

La mostra, organizzata presso il Centro Ricerca Arte Attuale di Villa Giulia a Verbania, propone una serie di lavori fotografici, scultorei, installativi e video scelti in modo da offrire una panoramica completa e inedita del ventaglio di tematiche espressive che caratterizzano la poetica dei Masbedo.
Il titolo dell’esposizione, è tratto da quello dell’opera Schegge d’incanto in fondo al dubbio (2009), videoinstallazione che ha riscosso successo al Padiglione Italia alla 53ª biennale di Venezia.
Il curatore Andrea Busto, ripercorre le tappe fondamentali della produzione del duo soffermandosi sia sulle potenti e penetranti immagini fotografiche, evocative di atmosfere d’inedito lirismo, sia – in modo preponderante – sulle parvenze suggestive e sulla pregnanza comunicativa del mezzo video.
La video-arte, secondo le parole dei due artisti, rappresenta, infatti, la massima espressione dell’epoca contemporanea, perché consente di usare e sperimentare svariati linguaggi a partire da quello più contemporaneo del cinema, incrociandolo però con la scrittura e la sceneggiatura: è un terreno franco, una sorta di contenitore dove si ibridano molteplici discipline.

Ufficio stampa: Giuseppe Galimi; Tai – Turin Art International; tel: 011- 76 40 258
e-mail: info@taiagency.it

Masbedo
“Schegge d’incanto”
Villa Giulia, Verbania
Informazioni, 0323 – 55 76 91 / 329 – 97 555 45
info@craavillagiulia.com
Fino al 23 maggio ‘10


Realcore a Torino

Se a Torino vivete o vi ci trovate di passaggio per turismo, affari, sport o sesso, non mancate a uno spettacolo one-man-show di Sergio Messina intitolato Realcore.
Il termine Realcore deriva da ‘Softcore’ (sesso totalmente simulato) e ‘Hardcore’ (sesso reale ma recitato per la telecamera).
Questa lecture show è stata rappresentata in mezza Europa e anche nell’altra mezza, ma pochino in Italia e, visto il tema erotico, il perché è intuibile.
Si tratta di foto e filmati frutto di una ricerca su materiali reperiti in zone libere della Rete, come i Newsgroup di Usenet; materiali postati liberamente e scaricati gratis.
Un lavoro che sta fra antropologia e sociologia trattate in modo per niente accademico e astratto, ma realistico e spesso divertente.
Caratteristiche queste che accompagnano da sempre le impagabili imprese di Sergio Messina che dal suo campo d’applicazione d’origine, quello musicale, si spinge in modo corsivo e corsaro sulla molteplicità dei saperi, realizzando una plurale attenzione sulle intersezioni della cultura contemporanea illuminata dalle nuove tecnologie.
Ne è dimostrazione il suo articolato sito in Rete.
Per presentare “Realcore”, tra le interviste sul web, traggo brani da due di esse.
La prima è di Tiziana Gemin.

Tiziana - Come è cominciata questa tua ricerca?

Sergio - Ho iniziato perché quando sono andato online, una delle prime cose che ho cercato è stato il porno: se qualcuno non l'ha fatto, forse dovrebbe cercare un medico. L'ho fatto anche per curiosità, per vedere com'è, e ho iniziato a trovare queste immagini. Sono molto attratto dal concetto di underground, mi piace la musica underground, la cultura underground, e quando ho capito che esisteva un porno underground ho indagato. A quel punto è successo che queste foto mi hanno raccontato una storia, e allora mi sono detto: forse queste immagini raccontano una storia anche per qualcun altro.

Tiziana - Da cosa nasce l'immaginario realcore? Descrivici alcune sue caratteristiche.

Sergio - Nell'immaginario realcore c'è l'elogio della diversità fisica. E questo è chiaro facendo una comparazione fra i soggetti del porno mainstream e i soggetti del realcore. Ma c'è anche tutto un discorso sulle location: i soggetti realcore solitamente si esibiscono all'interno della propria casa, con l'idea della persona all'interno del suo ambiente. Personalmente adoro questo aspetto un po' documentario, cioè che in una foto come questa si possa rintracciare un racconto relativo al luogo. E anche se così l'ambiente diventa molto identificabile, tutto sommato per il proprietario non ha importanza, come se il concetto di privato in pubblico non riguardi solo i corpi nudi, ma riguardi anche la propria casa nuda ed esibita. In certi casi c'è proprio questa impressione. Alcune foto sembrano dei ritratti fiamminghi, per esempio con la signora in mezzo agli status symbol del suo benessere. In altre immagini ci sono dettagli non previsti come foto dei nipoti, biberon, regali di Natale.

Sexyshock e Carniscelte intervistando Sergio Messina, gli hanno chiesto: sostieni che la "pornografia è nell'occhio di chi guarda", facendo una valutazione sia sull'influenza del tipo di tecnologia utilizzata sulla produzione di immagini, sia sulla problematicità di definire cosa sia un prodotto pornografico. Parlacene.

Sergio - Già McLuhan aveva notato un rapporto tra la bassa definizione e la nostra integrazione creativa del contenuto mancante o poco visibile. Nel Realcore, si baratta l'alta definizione col calore, con la sensazione di realtà, di "qui e ora". A volte però la definizione è talmente bassa che l'immagine diventa porno solo nell'interazione con chi la guarda. Allo stesso modo molti dei protagonisti appaiono vestiti, a volte molto vestiti - come nel caso dei feticisti del velluto. In questo caso viene a cadere la prima caratteristica che definisce il porno: la nudità. Anche in questo caso il porno è negli occhi di chi guarda. La pornografia amatoriale su web è un mare magnum. Tutto e il suo contrario.

Si parla di “Realcore”, e pure di altro (rock, internet, media strategici, tv): QUI.

Sergio Messina
“Realcore”
Venerdì 2 aprile alle 21.00
Fattore K, via Balbo 10/D
Torino


Squaz


E’ in corso a Perugia presso la Galleria Miomao, in collaborazione con la casa Grrrzetic (guidata da Silvana Ghersetti, mostrando i denti come il suono della sigla editoriale fa pensare) una mostra del fumettista Squaz.
Titolo: Dimmi la verità e vedendo il severo mascherone di Santa Maria in Cosmedin a Roma sputare dita incautamente messe in quella fatale bocca, è chiaro l'invito alla prudenza trasmesso dall'artista.
Per saperne di più, o suppergiù, chiedete al portiere di notte del malfamato Hotel Tarantula.

Pasquale Todisco, in arte Squaz (Taranto, 1970), è autore di copertine per Feltrinelli, illustrazioni e fumetti per riviste come “Rolling Stone”, “XL” di Repubblica, “Linus”, “Internazionale”.
Tra i suoi libri a fumetti recenti: “Pandemonio” (Fernandel, 2006) e Minus Habens (Grrržetic, 2009).

Nella sezione Nadir di questo sito, trovate immagini di Squaz e dichiarazioni sul suo stile.


Squaz
“Dimmi la verità”
Galleria Miomao
via Podiani 19-21, Perugia
tel. (0039) 347 – 78 31 708
info@miomao.net
Fino al 10 aprile 2010


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