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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Crimini cristiani


E' in libreria “Ipazia, scienziata alessandrina” di Adriano Petta e Antonino Colavito.
Il volume è edito da Lampi di Stampa, distribuzione: Messaggerie (Vivalibri).
Adriano Petta e Antonino Colavito hanno scritto questo libro per ricordare la prima martire della Ragione che preferì essere trucidata pur di non rinunciare alla libertà di pensiero.
Ipazia (370 - 415 d.C.), erede della Scuola alessandrina, filosofa, matematica, astronoma, antesignana della scienza sperimentale, studiò e realizzò l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro.
Ho chiesto ad Adriano Petta - studioso di Storia delle religioni e della scienza, e autore dei romanzi storici “Eresia pura” e “Roghi fatui” (Stampa Alternativa) – un flash su questo suo più recente lavoro. Così mi ha risposto:
Erodoto disse che «un uomo si giudica dalla sua morte». Ipazia era l’erede della scienza antica, l’ultima rappresentante della scuola che aveva cambiato la concezione del mondo. Aveva rifiutato di convertirsi al cristianesimo dicendo “Se mi faccio comprare, non sono più libera. E non potrò più studiare. È così che funziona una mente libera: anch’essa ha le sue regole”. Se fosse stata uomo, l’avrebbero solamente uccisa. Essendo donna, dovevano farla a pezzi, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolo d’un sacrificio. Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano. Questo delitto segnò la fine del paganesimo, il tramonto della scienza e della dignità stessa della donna.
Ancora oggi nel mondo scientifico solo un 5% dei vertici è donna, mentre è donna oltre il 60% della manovalanza.
Nel 1999 l’Unesco ha creato un organismo per aiutare la donna a entrare nel mondo della scienza e a questo progetto ha dato il nome “IPAZIA”.
Concludendo, di Petta vi consiglio vivacemente anche la lettura di un’articolata riflessione – “L’Impero del Male” – pubblicata a sei anni dal Simposio Internazionale sull’Inquisizione, svoltosi in Vaticano nel 1998. Cliccare: QUI


Una per tutte


E’ possibile parlare di più cose attraverso, un’altra, sola cosa?
Sì, rispondono filosofi occidentali, maestri zen, rabbini lisciandosi la lunga barba.
Sì vabbè, però, a farlo mica è facile.
C’è riuscito, in occasione degli esami al liceo scientifico tecnologico (superati, ça va sans dire) la giovane e vivace intelligenza di Alessandro Del Vecchio che in un Cd presentato alla Commissione ha usato solo il cinema per parlare di varie materie letterarie e scientifiche.
Come? Presto detto. Ecco qualche esempio.
Letteratura: il rapporto tra pagina e schermo in Pasolini.
Storia: la fabbrica del consenso costruita dal fascismo attraverso il cinema.
Chimica: sostanza e corpo della pellicola.
Informatica: processi della produzione in digitale.
E così via. Questa tesina è sul web. Cliccare qui


Potevamo farne a meno


Al ritorno dalle vacanze, abbiamo trovato – insieme alle stangate berlusconiane – un altro inconveniente, ma fortunatamente di minore danno vista la sua diffusione: il quotidiano “Fatti nuovi”. Costa soltanto mezzo euro. Ne vale la metà.


Su funghi e web


Nuovi siti spuntano come i funghi nel bosco della Rete. Molti sono d’allevamento, altri in scatola, pochi i benvenuti velenosi che hanno aspetto e gusto (aldilà dei fatali esiti) d’interessante degustazione.
Fra questi ci metto Eadessovediamo.
Francamente potevano scegliere una testata di migliore dizione, questa è un po’ (un po’ parecchio) malmostosa.
Ciò detto, mi piace segnalarvelo perché ha contenuti – dalla letteratura alle arti visive, dal teatro alla società – di piglio corrosivo e d’intelligente conduzione.
Si condividano oppure no quei contenuti, vale la pena di dare un’occhiata a quell’angolo web ben costruito, di scorrevole consultazione, di bella grafica purtroppo un po’ appesantita nelle pur interessanti sezioni in cui è articolato.
Insomma, vi consiglio un viaggio su quel sito. Una ventata di buon antagonismo nella bonaccia che affligge tanti, troppi, siti web.


Cattive notizie.


“Da ieri” – come informa l’ANSA - “i Rom hanno la loro chiesa. E’ stato, infatti, inaugurato a Roma il primo luogo di culto per i nomadi in Italia. La comunità cattolica dei rom e dei sinti hanno celebrato l'evento insieme ai fratelli nomadi ortodossi e musulmani con una processione, una messa e una festa. Il luogo simbolico e' stato realizzato in una radura del bosco che sorge vicino al santuario del Divino Amore”.
Fin qui l’Ansa.
Dovunque si apra una nuova chiesa, di qualunque culto, la civiltà arretra.


Quattro secoli in scena.


Mercoledì 29 settembre, a Roma, alla Libreria Croce, Corso V. Emanale 158, alle 18.30, Renzo Tian e Antonio Audino presenteranno il libro “Teatri a Roma, tra storia e contemporaneità” di Silvana Matarazzo, edizioni Intra Moenia.
Interverranno Walter Veltroni, Manuela Kustermann, Mario Moretti, Giancarlo Nanni, Gigi Proietti, Maurizio Scaparro, Giancarlo Sepe.
Silvana Matarazzo ha iniziato a occuparsi di teatro da attrice frequentando il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca teatrale di Pontedera. Laureata in Lettere, pubblicista, ha collaborato con la cattedra di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea della Terza Università di Roma. Ha anche lavorato a lungo con “RadioRai” conducendo e curando rubriche di spettacolo… poco male, si sa, nessuno è perfetto.
Questo racconto sui teatri di Roma – dice Walter Veltroni nella prefazione – è anche un nuovo racconto su Roma. La storia inizia nel tardo Seicento, sulle banchine del Tevere con la costruzione del Teatro Tordinona e approda nelle attuali periferie, dove oggi stanno aprendo i nuovi spazi culturali della Capitale. Una storia lunga quattro secoli che descrive – anche attraverso un’ampia documentazione fotografica - la nascita, le sorti, le rivalità, le scelte e i percorsi degli spazi scenici della città, e insieme ripercorre il percorso dello sviluppo urbano e sociale di Roma. A completare il testo, inoltre, vi sono le testimonianze di alcuni fra i più importanti protagonisti della scena italiana.


Nuova gita a Frizzipalli.


Torna in libreria con la II edizione, dopo il successo della I, “Filippo”, libro che nel sottotitolo avverte: “Tenere il prodotto alla portata dei bambini”.
Ne è autore Raoul Giordano che, attraverso 14 racconti dislocati in 90 pagine, ha fondato una città immaginaria chiamata Frizzipalli dove i suoi abitanti devono affrontare i nostri stessi problemi – il razzismo, la criminalità, le mode – e lo fanno in modo eccessivo ed irreale, con propositi ragionati realizzati con esiti da slapstick.
Raoul Giordano, autore teatrale e radiofonico, sceneggiatore televisivo per la Rai e Mediaset, ha già pubblicato “Viaggio al centro del freezer” (1998) e “Il trionfo del diavolo” (1999).
“Filippo” s’avvale di illustrazioni di Marianna Mengarelli, in questa seconda edizione, e, come la prima, è pubblicata da Di Renzo Editore.


Obiettivo soggettivo


S’inaugura oggi a Roma, alla Galleria “Mascherino”, Via del Mascherino 24, alle 18.30, la mostra “Strade” allestita (preferisco questo termine all’altro più usato di “a cura” che ha un vago sapore ospedaliero) da Barbara Martusciello. Ecco un critico da segnalare in maiuscolo perché in questi più recenti anni s’è prodotto in un crescendo di originali interventi tesi all’accostamento fra artisti di ieri e di oggi - con scommesse sui futuribili - accomunati, nella differenza degli stili e delle tecniche, dalla ricerca sull’intercodice.
Estraggo una parte di quanto scrive Barbara Martusciello presentando “Strade”:
E’ una mostra tematica che vuole restituire, attraverso lo sguardo fotografico di autori di varie generazioni, la complessità di un'area geografica ampia e ricca di bellezze come quella laziale.
L'esposizione si articola attraverso una campionatura di sguardi, quanto più ampia, personale e particolare possibile, che per tutti gli autori è mirata a concentrare in immagini significative la propria visione: parziale ma allo stesso tempo completa come può esserlo un riassunto visivo, somma di sensazioni e concezioni individuali colte, profondamente pensate e sentite. Attraverso le opere degli artisti in mostra sembra prendere corpo l'idea di Walter Benjamin di un territorio urbanizzato che "a volte è un giardino, a volte una stanza".
La sfida che questa mostra lancia è quella di affidarsi alla fotografia, che è il medium privilegiato per concretizzare le immagini da cartolina, palesando quanto è invece possibile allontanarsi da quella tipologia figurativa convenzionale riuscendo comunque a restituire una perfetta e calzante adesione alla tematica data. A fare la differenza sarà il ‘linguaggio’, o la sua assenza. Per intenderci: potremo avere milioni di immagini dell'Eur o della Pianura Pontina tutte fedeli, riconoscibili e diverse l'una dall'altra; tra queste, le riproduzioni da postcard saranno facilmente individuabili, così come, diversamente, lo potranno essere quelle realizzate da un certo tipo di turista, o dall'appassionato frettoloso: questo perchè ognuna di queste categorie fotografiche è fondata su una propria struttura e una specifica formalizzazione. In ognuno di questi casi, comunque, non potremo parlare di totale ‘oggettività’. La fotografia mantiene, com'è ovvio, un legame fisico con il soggetto che rappresenta, ma rispetto a questo non può essere veramente ‘oggettiva’ poiché è pur sempre una valutazione delle cose, un punto di vista, quello di chi fotografa; è quindi un fatto culturale. Nell'ambito dell'arte, soprattutto dalle avanguardie in poi, questo legame si è via via allentato in favore -specialmente dalla metà degli anni Sessanta - del progetto artistico che considerava l'opera una proposizione analitica più che un oggetto. Questa scelta ha reso ancor più netta e irreversibile la necessità, ben formulata da Man Ray, di chiedersi e cercare di dedurre il "perché" dietro o dentro un'opera d'arte piuttosto che cercare di vedere il "come". La mostra invita a fare lo stesso con le differenti proposte degli artisti invitati qui a esporre; esse prospettano una straordinaria miscellanea rappresentativa di tanti diversi "perché", e dunque un'eccellente campionatura dell'uso linguistico della fotografia
.
La mostra - aperta fino al 13 ottobre - si avvale di lavori Roberto Boscaglia, Emiliano Cataldo, Federico Del Prete, Daniele Fragapane, Renato Mambor, Luca Maria Patella, Mirai Pulvirenti, Giuseppe Tubi… ho dimenticato qualcuno?... spero di no.
Orari: dalle 16.30 alle 19.30, escluso lunedì e festivi.
Per informazioni: telefono e fax: 06 - 68 80 38 20.


Lamberto e le Muse

Esiodo, sette secoli prima di Cristo… ah, bei tempi!... apriva la Teogonia chiarendo il suo rapporto (in senso poetico) con le Muse. Lamberto Pignotti, duemila anni dopo Cristo… ah, signora mia, che tempi!... ci fa sapere che lui frequenta (in senso poetico) solo Muse Apocrife. Da parte mia nessuna meraviglia, lo so da tempo, perché da alcuni decenni conosco quel discolo che è uno dei più importanti poeti visivi esistenti in Europa, e forse non solo in Europa.
Et pour cause, “Muse apocrife” si chiama la mostra di Lamberto Pignotti che, da domani 23 settembre al 7 ottobre, si tiene a Roma, nella Galleria “Arte e Pensieri”, Via Ostilia 3a.
Orari: dal mercoledì al sabato dalle 16.00 alle 20.00.
Per informazioni: 06 – 700 24 04
Di solito ai visitatori di una Mostra si dice “Buon percorso!”. Io, conoscendo Lamberto e le sue vertiginose, corrosive immagini, più prudentemente, dico loro: “Buona fortuna!”.


Magazzini Innominati


Come vi ho annunciato qualche giorno fa, eccomi a dire, e a consigliarvi la lettura, della più recente pubblicazione di Mario Lunetta, “Magazzino dei monatti” stampato da Campanotto Editore.
Premessa necessaria: come annuncia la scritta d’ingresso in questa sezione del sito, non mi occupo in “Cosmotaxi” di poesia lineare, l’eccezione presente in queste righe non fa che confermare la regola, in questo caso più famigerata che famosa. Mai me ne occuperò in futuro, fosse pure un libro dello stesso Mario. Lo giuro. Da sobrio. Sulla testa dei miei monatti! Sarò inflessibile: dura lex sed Tex…. pardon!... lex.
Due cose, però, di questo libro mi sono assai piaciute: il bellissimo titolo e, ovviamente, il testo, con una sua particolarità di cui saprete appresso.
Il titolo: che ci sarà nel magazzino dei monatti? Oltre agli abiti di morti di cui Mario si fa indossatore? Delizie nere, immagino: brani di vite sbagliate, pezzi di cuore di pezza, sguardi perduti, un bicchiere di vino lasciato a metà da un bevitore quando l’ora lo colse.
E chissà quant’altro… titolo splendido.
E splendido il testo che oltre al valore alto ottenuto da parole luminescenti, oltre la sostanza poetica lussuosa, s’avvale di una particolarità stilistica (presente anche in precedenti prove del Nostro) che grazie a un verso libero usato spesso su grandi lunghezze ti fa uscire a fine pagina a cavallo fra poesia e prosa; con il flash d’incantesimo che possiede la parola in verso – anche quando naviga, e qui accade spesso, nel Mare dell’Indignazione – e la malizia raziocinante tessuto dalle parole in prosa.
Concludendo, mi piace citare una parte della bella prefazione di Francesco Muzzioli: “…il testo di Lunetta è duramente etico e liberamente giocoso, disperato eppure materialisticamente vitale, dissonante e cantilenante, legato agli autori della tradizione d’avanguardia (…) eppure rivolto a progettare un antagonismo letterario di tipo nuovo, senza le certezze programmatiche che hanno nutrito il Novecento”.
Il libro si può ordinare anche on line sul sito dell’editrice che ho prima segnalato.
“Magazzino dei Monatti”: una scrittura di valore per lettori di valore.


Ulisse e il naso di Pinocchio

Lontano dagli sciagurati esiti di tanti romanzieri che affollano, e infestano, i banchi dei librai, è uscito un libro importante di cui consiglio la lettura: “Le menzogne di Ulisse”, Editore Longanesi.
L’autore è Piergiorgio Odifreddi. Ha studiato matematica in Italia, Stati Uniti e Unione Sovietica, e insegna logica presso le Università di Torino e di Cornell (New York). Collabora a La Repubblica, L’Espresso e Le Scienze. Ha vinto nel 1998 il Premio Galileo, e nel 2001 il Premio Peano. Ha scritto “Il Vangelo secondo la Scienza” (Einaudi, 1999); “Il computer di Dio. Pensieri di un matematico impertinente” (Raffaello Cortina, 2000);
”La matematica del Novecento. Dagli insiemi alla complessità” (Einaudi, 2000); “C’era una volta un paradosso. Storie di illusioni e verità rovesciate” (Einaudi, 2001); “La repubblica dei numeri” (Raffaello Cortina, 2002); “Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Godel” (Einaudi, 2003)
Questo recente libro di Piergiorgio Odifreddi, è un vertiginoso attraversamento del logos, percorrendo i tracciati e le mete del pensiero e del linguaggio, che conduce il lettore – rifornendolo lungo la lettura di fulminanti dimostrazioni scientifiche e saporosi aneddoti – a smascherare gli adescamenti della metafisica e delle religioni. “L’illusione di percepire la presenza di un mondo metafisico con le stesse parole con cui descriviamo il mondo fisico” – ha scritto Guido Panvini presentando il libro su L’Espresso – “si rivelò un inganno dove il mondo delle idee divenne più reale di quello degli oggetti”.
Una dichiarazione di Piergiorgio sulla sua recente fatica la trovate sull’ottimo sito Infinite Storie.
Per una documentazione aggiornata sulla sua attività pubblicistica: Via Lattea.


Viaggio fino a Bardamu


Il pubblicitario Enrico Maria Porro ha ideato e realizzato un sito che si chiama Bardamu.
Presenta professionisti di arti e mestieri prevalentemente artistici i quali si offrono al mercato.
Scommessa sulla net-economy? Sfida manageriale alle potenzialità del web?
Di sicuro, un’interpretazione dello sviluppo delle tecnologie di informazione interattiva con una home ben costruita, di facile consultazione, di scorrevole comunicazione.
Fornisce l’occasione di conoscere giovani speranze (ma anche meno giovani figure) alla ricerca di una visibilità oggi più di ieri difficile da raggiungere.
Bardamu?... chi era costui?
Ferdinand Bardamu è il protagonista di “Viaggio al termine della notte”, il capolavoro di Louis-Ferdinand Destouches, detto Céline (Courbevoie, 1984 – Meudon, Parigi, 1961), libro molto amato da Porro, e anche da me.
Ecco come Bardamu fu ritratto da Gesualdo Bufalino che amava Céline quanto lo ama Enrico Maria Porro: “Il Dottor Bardamu, fra bestemmie, reticenze, farneticazioni, dileggi, disegna la curva scientifica di un’agonia. E’ lui l’Occidente al tramonto che affoga in una pozzanghera. E la sua voce di stridulo profeta non è soltanto della recente sale guerre che parla, con quegli odori di lisoformio e di merda, ma della nuova che già s’incammina verso il termine della notte. E le sue mani di faiseur d’anges di suburbio dalla viscere della storia non sapranno estrarre che demoni”.
L’iscrizione a Bardamu è, al momento in cui scrivo, gratuita.


Videominuto (1)

“La fantasia non è altro che un aspetto della memoria svincolato dalle contingenze, prima fra tutte: il Tempo”. Così diceva Samuel Taylor Coleridge, quasi due secoli fa, in uno scritto del 1808. Riflessione che risuonava ancora attuale a Prato sere fa, nel corso del Festival “Videominuto Pop Tv” egregiamente diretto da Andrea Mi.
Videominuto è una rassegna di ultracorti, ogni filmato deve durare non più di un minuto, ed è giunta alla XII edizione. E’ organizzata da Controradio, dal Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”, dall’Associazione culturale Grav (Gruppo Ricerca Arti Visive), in collaborazione con Data Port - Apple Centre, Surproduction, e s’avvale del sostegno della Regione Toscana, Provincia di Prato, e Comune di Prato… ho dimenticato qualcuno?... spero di no.
Uno dei difetti più ricorrenti delle opere (letterarie, musicali, cinematografiche, etc.) è, spesso, la lunghezza. L’autore mai si sazia di produrre pagine e sequenze e, non di rado, è la sua condanna. Più raramente avviene il contrario. “La brevità è un’alleata degli autori”, sfoggio ancora un aforisma, stavolta di Frank Zappa il quale diceva d’imporsi una fatica bestia per ridurre le sue composizioni alla misura che gli pareva adatta all’idea ispiratrice e temeva fossero sempre più lunghe del necessario.
A Prato, durante le proiezioni mai s’è sofferto di quella tormentosa malattia temuta dallo spettatore: la noia da prolissità.


Videominuto (2)


Merito grande quello di Andrea Mi e dei suoi collaboratori: un Festival dedicato alla brevità!
Lo consiglio ai miei 25 lettori. Fate in tempo per la prossima edizione.
Prato è accogliente, ma si soffre di una situazione gastronomica depressa, però in località vicine la faccenda migliora. Il solo luogo che mi sento di consigliare in città è “Cibbè” in Piazza Mercatale 49, tel. 0574 – 60 75 09, evitate la domenica: è giorno di chiusura.
Torno a parlare di “Videominuto” per dire una cosa sulla quale riflettevo guardando dei clip che scorrevano sul monitor della Sezione “Autovision”: sala riservata alla visione su Cd Rom e DVD dedicati alla produzione sperimentale di artisti legati da anni al Festival e particolarmente vocati al format proposto.
Insomma pensavo che se a molti lungometraggi di giovani registi, italiani e stranieri, fossero tagliate le sequenze dedicate alle camminate fatte dai protagonisti delle storie, quei film diventerebbero dei corti se non addirittura dei videoclip; in molti casi, forse giovandosene.
Chissà perché sul più bello gli attori prendono a passeggiare muti, a testa china, prevalentemente inquadrati di spalle, e attraversano di seguito vie, piazze, stradoni, angiporti, lungolaghi, vicoli, salite, discese, larghi, campielli, viali…luoghi quasi sempre deserti anche se è mezzogiorno…con un inevitabile commento musicale di note meste per strumento a fiato. Passeggiate lunghissime, tanto che puoi uscire dalla sala, comprare i pop-corn e poi tornare a sederti senza che ti sia perso una battuta, tanto quelli lì sullo schermo li ritrovi che camminano ancora inesausti.
A quell’andare è affidato qualche significato che evidentemente mi sfugge.
Mi piacerebbe montare di seguito in una sola, eterna, pellicola tutte quelle scarpinate, forse capiremmo meglio il profondo segno che esprimono quegli afflitti marciatori, oppure scopriremmo inedite interiorità del podismo.
Videominuto ha, tra gli altri meriti, anche quello d'imporre agli autori d'escludere tali podisti dagli schermi. Non è roba da poco.


Videominuto (3)


Uno speciale spazio a “Videominuto” è stato riservato – ulteriore merito della Direzione del Festival – alle produzioni di Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Spazio meritato quant’altri mai. Rezza e Mastrella rappresentano un angolo di vivacità e poliedricità espressive piuttosto raro nel nostro scenario praticando con pari impegno e, quel che più conta, ottimi risultati, teatro, cinema, tv.
Quindici anni fa circa, li proposi invano a RadioRai perché mi sarebbe piaciuto fare con loro una serie radiofonica, ma un tetro direttore non ne volle sapere, bocciò la mia proposta e la cosa finì prima di cominciare.
Hanno realizzato opere teatrali premiate a Cetona, Forte dei Marmi, Grottammare, e realizzato cortometraggi che hanno raccolto riconoscimenti al Fano Festival, a Bellaria, al Torino Cinema Giovani.
A Videominuto hanno presentato, insieme con una selezione di cortissimi, anche uno dei due lungometraggi da loro prodotti: “Delitto sul Po” (lo ha trasmesso anche l’allora Stream oggi Sky), l’altro è “Escoriandoli” che a me piace di più ancora di “Delitto sul Po”, che è un fantapoliziesco assai godibile ma, forse, soffre proprio di un minutaggio abbondante e guadagnerebbe da qualche sforbiciata in moviola.
Antonio Rezza e Flavia Mastrella: quando l’avanguardia è già un classico.


Videominuto (4)


I temi che solleva “Videominuto” investono problemi di fondo del linguaggio audiovisivo oggi, ma il tutto è praticato da Andrea Mi e dai suoi compagni di viaggio, in modo elegantemente sommesso. Forse perfino troppo. C’è stato un workshop (“Digital Vision”) del quale non riferisco perché non vi ho assistito, ma nessun convegno sulla filosofia estetica proposta da “Videominuto”, e non da oggi. Fossi in loro, ci farei un pensierino per il prossimo anno. Perché a Prato hanno il non piccolo merito di proporre non solo un originale format, ma anche una riflessione – tutta affidata alla produzione selezionata – che s’interroga sulla molteplicità dei linguaggi, dalla didattica alla pubblicità, dal cinema alla tv, e ragiona sull’intersezione espressiva fra i mezzi.
Naturalmente, mi auguro che il convegno che auspico duri non più di un minuto, secondo più secondo meno.


Videominuto (5)

Accanto alle “vetrine” proposte da vari gruppi italiani e stranieri, al workshop “Digital Vision”, e alla lounge area Autovision, “Videominuto” era imperniato, come nelle precedenti edizioni, sul concorso vero e proprio.
La giuria – presieduta da Daniel Soutif, direttore artistico del Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” – era composta da Emanuele Nespeca (Pablo Film); Botto & Bruno (Artisti); Tommaso Casini (Shortvillage); Flavia Mastrella (Regista); Ada Korvafaj (Edizioni Zero); Domenico Viducci (35 mm.); Andrea Bruciati (Gall. Com. Arte Contemporanea di Monfalcone); Moreno Morelli (Stazione di Topolò); Edoardo Donatini (Teatro Metastasio Stabile della Toscana).
Questi sapienti, dopo una riunione-fiume (non so se serena o nervosa, nel frattempo io me la godevo al bar) hanno deciso le premiazioni.
Troppe righe fin qui in un solo post, se volete conoscere gli eletti, leggete appresso.


Videominuto (6)

Il Primo Premio di 1000 euro è andato, meritatamente, a “Banana Rossa” di Paolo Zucca, autore di un’opera sul tema delle mine anti-uomo. Una bambina s'aggira fra tanti giocattoli colorati, mentre è nascostamente spiata da un gruppo di “specialisti” (psicologi? scienziati? costruttori di armi? Certamente dei gran fetenti) che vogliono capire qual è il giocattolo che più attira lo sguardo infantile per farne poi una trappola mortale.
Andrebbe proiettato tutte le sere in tv a reti unificate.
Menzioni speciali sono andate a “Rumorismi” di Pasquale Scalzi e “Making love with my camera” di Giuseppe Salerno. Assegnazioni a mio avviso alquanto discutibili, soprattutto nel primo dei due casi. Meritata, invece, la menzione a “Ilda Tribute” di Eugenio Rigacci, (Ilda, è il magistrato Ilda Boccassini in riprese di repertorio) per “l’ottima sinergia fra forma e contenuto”. Proprio vero.
Il Premio Short Village – la distribuzione del video nei circuiti televisivi e cinematografici italiani - è andato a “Mia nonna è un violino” di Benedetto Piazza… mah!..., mentre il premio SurProduction (16 ore di studio di post-produzione) è stato vinto ex equo da un buon “Fuego” di Ignacio Heer e da “Le ali della libertà” di Benedetto Piazza e Massimiliano Nocco. Quest’ultimo titolo è una goliardica esercitazione di comicità ispirata al genere “pecoreccio movie” che ha avuto uno dei più brillanti interpreti in Alvaro Vitali con le sue corporali sonorità, che qui risuonano emesse da altro attore.
Mi dispiace che i giurati abbiano trascurato due proposte che mi sono parse eccellenti: la intelligente video art di “Porno dance” di Francesco Moretti, e l’impegnato e divertente “Otto per Mille” del trio Querci, Targioni, Dolfi. Presenze che meritavano migliore fortuna.
Il pubblico è accorso numerosissimo riempiendo l’anfiteatro del Centro Pecci nella serata conclusiva del Festival, costringendo gli organizzatori a ritardare l’inizio della proiezione delle opere dei 44 finalisti per consentire alla lunghissima fila di spettatori d’accedere all’interno. Da notare: la serata era a pagamento, biglietto a 7 euro, e anche questo dimostra l’interesse che la manifestazione ha suscitato.


Videominuto (7)

Dopo avere in questo reportage citato tante volte Andrea Mi, in questa nota voglio lasciare la parola a lui. Non prima d’aver rilevato quanto l’organizzazione sia stata perfetta, il livello medio delle produzioni in concorso soddisfacente, le retrospettive dedicate a gruppi e singoli artisti di grande interesse.
Due parole per presentarlo: Andrea è originario di Lecce, 33 anni, architetto, dirige dal 1997 “Videominuto”. Uomo dalle molteplici curiosità culturali, è Dj a Controradio, ha collaborato con il supplemento culturale de “il Manifesto” Alias , organizza rassegne di musica elettronica, s’interessa di nuovo teatro, ha pubblicato per la casa editrice fiorentina “Alinea”: Da così a così: l’idea del prototipo nel progetto industriale.
Ecco che cosa mi ha detto a proposito di Videominuto.
L’idea di un Festival che raccogliesse produzioni della durata di un solo minuto è nata in Brasile tredici anni fa, si chiamava “Festival do minudo”; è’ stata importata in Italia da Controradio, ed io dirigo la manifestazione dal 1997.
E’ successo che ora il Festival in Brasile non si fa più, mentre in Italia, come vedi, siamo alla dodicesima edizione.
Allorché assunsi la responsabilità di “Videominuto”, accanto al concorso vero e proprio, mi piacque, attraverso le “vetrine”, esplorare altre geografie di produzione, come, ad esempio, l’est europeo. Abbiamo così ospitato tante occasioni prodotte da videomakers professionisti di quei paesi. Quest'anno, a proposito di professionisti, abbiamo avuto nomi quali Roman Coppola, Mario Martone, Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Bianco e Valente, Darren Almonds, Botto e Bruno, Tina Franck, e musicisti come Michael Stipe dei R.E.M. perché l’intercodice è protagonista del nostro tempo che vede i vari linguaggi (arti visive, musica, fumetto, video, pubblicità) concorrere alla creazione di oggetti estetici di nuovo conio.
E “Videominuto”, è un’idea altra di estetica, diversa da quella tradizionale (filmica o televisiva); punta sulla velocità di comunicazione e, negli anni, ha anticipato quanto sta avvenendo sui media, liberando energie espressive nuove.
Inoltre, l’idea del formato di un minuto, da quando esiste Internet, risponde anche all’esigenza di creare un prodotto leggero quindi più facilmente caricabile e fruibile in Rete. Ancora di più tale esigenza si porrà – e stiamo già lavorando su questo tema – con la videotelefonia dove s’arriverà alla produzione di microopere di dieci-quindici secondi.
La misura oggi praticata, cioè quella di un minuto, sospesa fra lo spot pubblicitario di 30” e il videoclip musicale di 3’, stimola uno spirito molto critico da parte degli autori rispetto ai materiali prodotti e, più ancora, sull’impianto dell’idea stessa. Sarà interessante notare che cosa accadrà quando realizzazioni di pochi secondi proporranno nuove sfide. Al momento, si nota nei materiali che ci pervengono una ricerca del finale a sorpresa, uno scarto brusco del percorso narrativo, una spiccata tendenza verso la soluzione ironica se non addirittura – come spesso accade – la frequentazione di un registro comico.
I risultati finora confortano i nostri sforzi e la partecipazione che vedi stasera del pubblico qui per le proiezioni è per noi che lavoriamo a Videominuto incentivo ad impegnarci sempre più
.
Fin qui Andrea Mi.
Altri suoi interventi sul web: su Videominuto, cliccando su Short Village; sui rapporti fra architettura e musica in un brano scritto anni fa sul tema Urbanesimo sonoro.
Concludendo mi auguro che le istituzioni pubbliche (come ad esempio la Rai, la Biennale, l’Istituto Luce) e fondazioni private colgano in maniera concreta il segnale che proviene da questo Festival e lo aiutino ad amplificarlo, a viaggiare nel campo della ricerca, della sperimentazione, nel quale valorosamente già naviga da anni.


Nuova rivista scientifica


E’ in edicola oggi il terzo numero di un nuovo periodico scientifico: “Darwin”, cadenza d’uscita bimestrale. E’ diretto da Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini, coordinamento editoriale di Giovanni Sabato, redazione romana, sito web: www.darwinweb.it.
Ho chiesto a Gilberto Corbellini di parlarmi della pubblicazione e così mi ha risposto:
“darwin”, bimestrale di scienze, è un esperimento. Si tratta di un’ipotesi di lavoro concepita da persone appassionate di scienze, che mettono alla prova alcune idee maturate a partire da esperienze e riflessioni culturali diverse. Con Gianfranco Bangone, giornalista scientifico che tiene insieme a chi ti parla il timone della rivista, e con Anna Meldolesi abbiamo innanzitutto cercato di capire quali sono i principali limiti e difetti della divulgazione e della comunicazione scientifica in generale, e quali le carenze specifiche del panorama italiano. In altre parole, “darwin” è un’ipotesi di come si potrebbe migliorare la qualità della comunicazione scientifica in Italia, e valorizzare le valenze culturali, sociali ed economiche della scienza – intesa come approccio razionale, basato su conoscenze dimostrabili, ai problemi e alla loro soluzione.
“darwin” è una rivista di divulgazione e dibattito. Ma lo scopo non è solo quello di presentare al largo pubblico i risultati della ricerca in forma comprensibile, evitando le banalizzazioni. Né si vuole dar conto di un dibattito “sulle” scienze, che troppo spesso prescinde dalla natura e dal modo di funzionare della scienza, o che assume la conoscenza scientifica e l’innovazione tecnologica come qualcosa di astorico e privo di dialettiche interne.
“darwin” va a caccia delle idee, degli spunti creativi che alimentano la ricerca scientifica e tecnologica, e il dibattito “all’interno” delle scienze. E lo fa in modo disincantato. Con lo stesso spirito critico e antidogmatico che ha garantito alla scienza straordinari successi, e a larga parte dell’umanità più libertà e più benessere. Vuole creare un nuovo spazio per discutere di politica ed economia della ricerca scientifica, coinvolgendo però chi ha competenze e cose interessanti da dire. In modo particolare gli scienziati stessi, perché anche in Italia la comunità scientifica si confronti pubblicamente sulle scelte politiche che, a livello nazionale e internazionale, hanno delle ricadute sui finanziamenti e l’organizzazione della ricerca.
darwin vuole collocarsi al di là del provincialismo tipicamente italiano, per analizzare il farsi concreto della scienza, i contesti e i problemi, ovvero le sfide conoscitive, ma anche le dinamiche geopolitiche ed economiche che stanno condizionando la dislocazione a livello planetario dei progetti scientifici e delle innovazioni tecnologiche.
darwin si rivolge a un pubblico che forse comincia ad annoiarsi della banalizzazione dei temi scientifici e vuole leggere qualcosa di un po’ meno scontato. In qualche modo cerca di inventarsi lettori “nuovi”, che forse non acquistano nessuna rivista scientifica. Sin dalla fase di progetto si è posizionata in una nicchia di mercato che probabilmente non interesserebbe a nessun editore commerciale. Il lancio di darwin è stato possibile grazie all’aiuto della Fondazione Umberto Veronesi e dalla Fondazione Silvio Tronchetti Provera, che hanno riconosciuto la validità del progetto e hanno trovato un corrispondenza con gli obiettivi che ispirano le loro attività di diffusione della cultura scientifica nel paese
.
Nel terzo numero, tra gli argomenti trattati, segnalo articoli su:
- La lenta morte delle scritture: un folto gruppo di studiosi si chiede non solo perché le scritture scompaiono, ma perché a volte sopravvivano così a lungo
- Sulle ali dell’evoluzione: un gigantesco esperimento per mettere all’angolo gli antidarwinisti che strumentalizzano un classico esempio di selezione naturale, la farfalla Biston betularia
- Tre nature per la mente dell’uomo: l’unitarietà della natura è solo apparente e lo stesso termine indica entità diverse di cui siamo centro, disorientati interpreti o garanti
- Il radioso futuro della microscopia ottica: con i nuovi strumenti multifotonici, il microcosmo del vivente si apre a sorprendenti esplorazioni nelle tre dimensioni e nel tempo
- Il gioco dei sessi accende l’evoluzione: le diverse specie hanno escogitato un numero incredibile di modi per accoppiarsi e rimescolare il proprio corredo genetico
- L’enigma dei buchi neri: in un meeting a Dublino Stephen Hawking ha annunciato la soluzione di un celebre paradosso, ma tra i fisici prevale lo scetticismo


Sbrighiamoci!


Mancano ancora pochissimi giorni (fino al 20 settembre) per firmare la richiesta di Referendum sull’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita.
Una legge oscurantista e clericale contro la quale il Comitato promotore ha ricevuto il sostegno di 50 premi Nobel e 2400 accademici e scienziati. Un Comitato composto di un vasto schieramento trasversale di donne e uomini delle istituzioni, della politica, della scienza, del diritto, dell’università, dei media, dei movimenti, delle associazioni.
Hanno detto: “Una legge ingiusta” (Umberto Veronesi); “Una legge inaccettabile e immorale” (Rita Levi Montalcini); “Una legge vergognosa che ci riporta ai tempi della persecuzione contro Galileo Galilei” (Margherita Hack).
Per saperne di più e per conoscere come e dove firmare: Comitato Referendum.


Paradisi sulfurei


All’ingegno poliedrico e seduttivo di Maria Turchetto (presto la troverete ospite nella mia taverna spaziale sull’Enterprise), si deve la traduzione di “Paradisi” cinque racconti – tre dei quali finora inediti in italiano – di Samuel Langhhorne Clemens, in arte Mark Twain, nato a Florida nel Missouri nel 1835 e morto, a 75 anni, a Redding nel Connecticut nel 1910.
Il corto circuito fra la corrosività dell’autore americano e quella della sua traduttrice, ha prodotto un agile libro di 106 pagine, irriverenti, divertite, malpensanti oltre il punto giusto, che ben superano in valore gli otto euro di costo del volume.
“A Mark Twain piaceva immaginare paradisi.” – scrive Maria Turchetto nell’introduzione – “Gli servivano, naturalmente, per dare sfogo al suo spirito beffardo, che non risparmiava niente e nessuno: né angeli, né santi, né fanti, né generali, patriarchi, profeti, predicatori, arcivescovi, amici, nemici e nemmeno lo stesso Mark Twain. Sì, perché Twain va in paradiso nel racconto Un singolare episodio: l’accoglienza del reverendo Sam Jones in paradiso. Con l’imbroglio, ma ci va. Ci vanno più o meno tutti, del resto, perché i paradisi di Mark Twain sono paradisi tolleranti. Sono paradisi burocratici e sconclusionati, i cori celesti steccano, gli angeli non sanno volare, San Pietro fa quello che può…”.
La pubblicazione si deve alla neonata – o meglio, rinata – casa editrice Edizioni Spartaco; "Paradisi" è in catalogo nella collana “Il risveglio” diretta da Piero Brunello in collaborazione con Filippo Benfante.


Per ammirare Miró


Si è appena conclusa con grande successo la Mostra dedicata ai maestri del fumetto e già il Mart (Museo di Arte Moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) propone un altro grande evento. Si è aperta, infatti, l’11 settembre: una mostra dedicata al grande spagnolo Joan Miró, nato a Barcellona il 20 aprile 1893 e morto novantenne a Palma de Maiorca il 25 dicembre 1983.
“Possiamo guardare un quadro per una settimana e non pensarci mai più. Possiamo guardare un quadro per un secondo e pensarci per tutta la vita”.
Così disse Miró, uno che ha prodotto cose che a pensarci sopra sono necessarie più vite.
L’esposizione (chiuderà il 28 novembre di quest’anno), è realizzata in collaborazione con la Fondazione Maeght, ed è a cura di Gabriella Belli – direttrice del Mart -, di Eugenia Petrova (vice direttore del Museo di San Pietroburgo), dello storico dell’arte Jean-Louis Prat.
Sotto la guida, intelligente e appassionata della Belli, il Mart è diventato un punto di riferimento nel panorama internazionale delle arti visive.
La ricerca nel campo della contemporaneità, rientra tra i fini istituzionali del Museo e negli anni più recenti grazie ad un coerente progetto di sviluppo delle collezioni sono stati acquisiti significativi lavori di artisti interpreti della ricerca più avanzata degli anni settanta e ottanta, come ad esempio, Boetti, Merz, Paolini, Kounellis, Naumann, Rainer, Nitsch, Kiefer, Long, Cragg, Struth, e di giovani emergenti come Candida Hofer, Eva Marisaldi, Ryan Mendoza.
Sono 35.000 le schede relative al patrimonio archivistico; 7000, e tutte corredate da immagini, quelle relative ai dipinti, alle sculture, ai disegni, alle installazioni e ad ogni altra opera d'arte si trovi nelle collezioni del museo; 30.000 invece quelle relative ai libri della ricca biblioteca d'arte.
Per altre informazioni, cliccate su Mart.


Vado al Massimo


Uso il titolo di una canzone di Vasco Rossi, trasformando un aggettivo di quei versi in un nome, per invitare a recarvi da Massimo Bottura patron e magico chef dell’Osteria “La Francescana” di Modena che proprio oggi riapre i battenti dopo la pausa estiva.
Stimo Massimo, e non da oggi, come uno dei grandi chef italiani; per il suo inconfondibile stile l’ho definito da tempo un Raymond Queneau dell’arte gastronomica, per quel modo di destrutturare e ricomporre gli elementi di tanti piatti rintracciandone antichi sapori o rinvenendone di inediti: dalla spuma di mortadella alla scomposizione della zuppa inglese, ad altre feste della Gola.
Sì, Queneau. Perché alla Francescana s’attraversano esercizi di stile trascorrendo da un anagramma di verdure a un lipogramma di pesci, ad una sciarada di carne.
Nell’elegante locale, sarete accolti da un servizio assolutamente perfetto: dall’inappuntabile Kamal al puntualissimo Alessandro Bertoni, dalla gentile Francesca Vallefuoco col volto che sembra uscito da un antico cammeo al giovane e sapientissimo sommelier Giuseppe Palmieri. A proposito, sarà lui quest’anno a suggerire i vini che offrirò ai miei ospiti nella taverna spaziale sull’Enterprise nella sezione omonima di questo sito.
Massimo Bottura: Osteria “La Francescana”, Via Stella 22, Modena.
Per prenotare: 059 – 210 118.
“Vado al Massimo / vado a gonfie vele…”


Hortus Musicus


L’amico Mario Lunetta… a proposito! Fra poco troverete proprio qui una nota sulla sua più recente pubblicazione: “Magazzino dei Monatti”… Mario, dicevo, mi ha parlato – e dato alcuni numeri recenti – d’una rivista di cui già avevo sentito dire, ma non ancora visto. Come tutte le segnalazioni di ML, si tratta di una cosa di qualità: “Hortus Musicus” il suo nome.
La pubblicazione è ottimamente diretta da Roberto De Caro.
In redazione lavorano: Gaspare De Caro, Michelangiolo Gabrielli, Antonello Lombardi, Elio Matassi, Elisabetta Pistolozzi, Andrea Schiavina, Valeria Tarsetti. La consulenza iconografica è di Marilena Pasquali.
“Hortus Musicus” esce con assoluta regolarità trimestrale da cinque anni.
E' disponibile per abbonamento (23,50 euro per 4 numeri), oppure la trovate nelle librerie del circuito Feltrinelli (7,50 è il prezzo di copertina) e in altri punti vendita elencati sul sito Hortus Musicus , dove ci si può abbonare e da cui si possono scaricare tutti gli articoli apparsi sulla rivista ad eccezione di quelli dell'ultimo anno.
E proprio dal sito copio e incollo una dichiarazione editoriale che
illustra in modo sintetico e chiarissimo le finalità di comunicazione:
Hortus Musicus è un trimestrale indipendente di cultura e politica. Nonostante il titolo quindi non è in alcun modo una rivista di settore: il richiamo alla musica vuole piuttosto sottolineare polemicamente l’arbitrario destino di isolamento cui quest’arte è storicamente condannata nella cultura italiana. La musica insomma come esempio eminente di una lacerazione del sapere contro la quale Hortus Musicus intende reagire. Essenziale ispirazione della rivista è infatti di mettere criticamente in evidenza, al di là di ogni artificiosa separazione disciplinare, i nessi e gli intrecci sottesi alla produzione intellettuale del passato e del presente, di promuovere una ricerca dichiaratamente eretica rispetto agli usi accademici prevalenti, secondo una prospettiva di indagine programmaticamente la più ampia possibile. Di questa ricerca, che si richiama volentieri alle intenzioni e alle esperienze delle avanguardie storiche, è parte criticamente integrante il ricco apparato iconografico".


Poesie di pietra

Durante il Festival Santarcangelo dei Teatri da dove ho fatto un reportage quotidiano – chi con sprezzo del pericolo è interessato a quelle mie cronache può cliccare qui – ho conosciuto lo scultore Graziano Spinosi che proprio nella terra dei Malatesta vive.
Graziano: uomo schivo, sostanzialmente timido, occhi vivacissimi dietro lenti dalla pesante montatura, gagliardo bevitore, accanito fumatore, parlata a scatti; interessato da alcune cose che avevo visto sul suo sito web, annunciandomi telefonicamente gli ho chiesto di farmi visitare il suo atelier.
Ospitalissimo mi ha accolto, e ha commentato alcune opere raccolte nel suo studio presentandole con elegante ritrosìa, cosa questa ben rara nel mondo dell’arte dove assai spesso l’autore ti parla avendo prima cura d’incoronarsi con (frequentemente improbabile) aureola.
I suoi lavori – che hanno ampi riconoscimenti di pubblico, di critica, e anche di mercato – s’avvalgono di materiali duri (ferro, legno, cemento) che diventano macchine soffici dell’emozione, monumenti (talvolta svettano fino a 5 metri d’altezza) accorati, nidi d’aquila abitati da colibrì che nella lingua caraibica significa “arie risplendenti”.
Bellissima, poi, la serie chiamata “Patocche” (neologismo da lui ideato). Che cosa sono le “patocche”? Non ve lo dico. Ma potrete vederle prossimamente nella Sez. Nadir di questo sito.
Ha scritto Francesca Michelotti, Direttrice dei Musei di Stato di San Marino: “… cartesianamente laico nel suo spazialismo netto, nel rispetto della solidità e materialità delle cose, ma vibrante di memorie arcane”.
Mi pare un buon ritratto dell’opera di Graziano Spinosi.


Gemelle birraiole.


Esiste a Roma un angolo di felicità del gusto che da oggi, dopo la chiusura estiva, riapre i battenti: il ristorante-birreria Mizzoni.
A gestirlo le cordialissime gemelle Emma e Anna Mizzoni; Anna è stata nominata anche Cavaliere (e, forse, pure Cavallerizza) del Commercio. E questo non perché Emma non meriti onorificenze, ma per ragioni burocratiche di licenza.
Il locale ha una storia che risale al 1930.
Che cosa succedeva nel 1930 nel mondo?
Limitiamoci all’area letteraria, visto il profilo di queste pagine web.
Sfoglio la Cronologia Rizzoli e leggo: Silone pubblica “Fontamara”, Corrado Alvaro “Gente di Aspromonte”; Robert Musil la prima parte de “L’uomo senza qualità”; Herman Hesse “Narciso e Boccadoro”; Dashiell Hammett “Il falcone maltese”.
Torniamo a parlare del ristorante. Il 15 marzo di quell’anno, Giuseppe e Luisa Mizzoni aprono il locale che oggi è gestito dalle figlie gemelle di cui vi dicevo.
L’ambiente è assai accogliente, arredamento in legno, tavoli ragionevolmente distanziati fra loro, servizio familiare ma non per questo meno efficiente, anzi…
Particolarità: il menu s’avvale da sempre di ottimi piatti che ben s’accordano con la birra: landjäger, würstel, servelad, canederli, kaiserfleisch, speck. Le materie prime vengono direttamente dalla Bottega Artigiana Bernardi di Brunico, cosa questa che garantisce eccellente qualità di base cui segue un’ineccepibile lavorazione successiva in cucina.
Ma se volete mangiare (duplice orario: mezzogiorno e sera) in lingua italiana, la carta non manca di onorevoli indicazioni.
Ve lo consiglio: Ristorante-birreria Mizzoni, via Brescia 24, tel. 06 – 854 81 55.


Ristoranti apocrifi.


E dopo aver indicato un ristorante vero, mi piace segnalare un gustoso (et pour cause!) esercizio letterario su ristoranti inesistenti.
Lo si deve alla penna di Piero Meldini, raffinato scrittore autore di opere quali: L’Avvocata delle vertigini, Lune, L’antidoto della malinconia, tutti pubblicati da Adelphi.
Per goderne: cliccate su Italmensa sito web diretto da Giancarlo Roversi.



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