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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Preparare la venuta degli dei


Prima di scrivere del libro di oggi, voglio portare l’attenzione sulla giovane casa che l’ha edito – L'Orma – perché già ha un catalogo stimolante che v’invito a visitare.
Una sua recente pubblicazione è di Friedrich Kittler, s’intitola Preparare la venuta degli dei Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd nella traduzione di Elisabetta Mengaldo; altro merito dell’Editrice è di riportare in un’aletta del libro una nota dedicata a chi traduce. La Mengaldo insegna Letteratura tedesca all’università di Greifswald in Germania. Ha pubblicato saggi e articoli su Friedrich Nietzsche, sul mito di Medea nella modernità, su Georg Trakl e su Theodor W. Adorno.

Kittler (1943-2011) è stato professore di Estetica e di Storia dei media alla Humboldt Universität di Berlino, a Yale e alla Columbia Uni­versity.
Le sue teorie corrosive e rivoluzionarie sui rapporti tra media, tecnologia e linguaggio hanno segnato il dibattito intellettuale europeo e americano degli ultimi decenni. La sua opera è tradotta e studiata in tutto il mondo.
Preparare la venuta degli dei si compone di tre parti: due saggi (“Respiro del mondo” e “Il dio delle orecchie”) e una conferenza che dà il titolo al libro.

Il 10 maggio 1865, in occasione della prima mondiale del “Tristano e Isotta”, secondo Kittler è la data che segna il debutto dei moderni mezzi di comunicazione.
“I mass media” – scrive Francesco Fiorentino docente di letteratura tedesca all’Università Roma Tre – “sono per Kittler il trionfo del reale sul simbolico. Al quale si assiste per la prima volta sulla scena wagneriana: il suo Musikdrama è il primo mass medium in senso moderno, perché in esso la tecnica mediale comunica direttamente con la fisiologia, i nervi e i corpi del pubblico. Non contano più riflessione, immaginazione, cultura, alfabetizzazione”.

Ecco perché, aggiungo io, non deve meravigliare se a Wagner si è interessato una delle punte più avanzate della regìa contemporanea, Robert Lepage, che in una sua edizione de “L’anello dei Nibelunghi”, per il Metropolitan di New York, userà anche un sistema di motion capture e, inoltre, integrerà attori e immagini in una scena che si presenta come un grandissimo videowall.

Ancora Fiorentino: “Wagner fa saltare in aria seicento anni di dominio della lettera”, “mette il «sound (nel preciso senso di Jimi Hendrix) al posto del significato delle parole», mette i sensi eccitati al posto del significato. È l’atto di nascita della musica rock, coi suoi amplificatori che sostituiscono i valori musicali con il sound, gli effetti simbolici con la pura dinamica acustica. Il messaggio diventa il medium stesso. La metafisica del significato si trasforma nella fisica dei corpi e dei sensi che risuonano. Ed «è la stessa musica, da Wagner a Hendrix, da Hendrix ai Pink Floyd».

Kittler conclude il volume, chiosando la parte dedicata alle “fonti” con la seguente frase: Per quanto possa sembrare supponente, dedico questi studi a Sir Arthur Conan Doyle .

Friedrich Kittler
Preparare la venuta degli dei
Traduzione di Elisabetta Mengaldo
Prefazione di Hans Ulrich Gumbrecht
Pagine 107, Euro 11.00
Editore L’Orma


Teatro dei Venti

Cosmotaxi, pubblica solo notizie di avvenimenti raggiungibili da chi legge, oggi, però, fa un’eccezione poiché quanto sto per riferirvi non si trova proprio dietro l’angolo.
Perché scriverne allora? Perché è una testimonianza di quanto il lavoro teatrale italiano sia stimato all’estero cosa questa che fa maggiormente risaltare lo scarso sostegno che il nostro Governo fornisce al teatro e alla cultura.
Lo spunto per questa riflessione è dato dal Teatro dei Venti di Modena invitato in Cina, sull'isola di Taiwan, allo Yunlin AgriExpo dove dal 31 gennaio all'8 febbraio presenta uno dei suoi spettacoli di strada: Il Draaago.

Nell’immagine accanto un momento della rappresentazione in una foto di Chiara Ferrin.
QUI i nomi degli interpreti, una scheda tecnica, e il trailer dello spettacolo.

Musica, maschere giganti, trampoli, bastoni infuocati, macchine teatrali, e altri strumenti del teatro di strada trovano spazio nelle rappresentazioni del Teatro dei Venti che con le sue creazioni ha già altre volte valicato i confini nazionali ricevendo apprezzamenti di critica e pubblico in festival quali Sztuka Ulicy a Varsavia (Polonia), Mimos a Perigueux (Francia) e vanta oltre 90 repliche in Italia.

"Il Draaago", nel quale campeggia un drago alto 5 metri, è liberamente tratto dall’omonimo lavoro dello scrittore russo Evgenij Schwarz (1896 – 1958).
Da noi l’ha pubblicato Einaudi e nella prefazione Vittorio Strada scrive: Il drago, che è forse la fiaba filosofica piú bella di Schwarz, egli cominciò a scriverlo - secondo la testimonianza di Nikolai Akimov, che della pièce fu il primo regista - prima ancora dell'inizio della guerra, quando, a causa dei complessi rapporti diplomatici allora intercorrenti tra l'Urss e la Germania, non era possibile all'autore sovietico un aperto intervento teatrale contro il mostro di cui egli sentiva l'odiosa minaccia: il fascismo.
A quell’epoca, Stalin aveva firmato un patto di non aggressione con Hitler.

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Il dialogo nel doppiaggio


Da anni Andrea Lattanzio, nato a Verona, studioso di cinema, si occupa di doppiaggio cinematografico e televisivo. È autore dei libri quali “Il chi è del doppiaggio. Le voci del cinema di ieri e di oggi”, L'arte del doppiaggio e adesso per l’Editore Felici pubblica Il dialogo nel doppiaggio Doppiatori e adattatori-dialoghisti.
Il libro si divide in due parti.
Nella prima, troviamo i doppiatori di ieri e di oggi non inseriti nei precedenti volumi
Nella seconda, i dialoghisti del passato e del presente con le filmografie che elencano gli adattamenti realizzati.
Alcune schede, con dati biografici, filmografici, radiofonici e televisivi, si avvalgono d’interviste con quei protagonisti i cui nomi, notissimi nell’area professionale dello spettacolo e ai cinephiles, sono, spesso, ignoti a molti spettatori.
Né aiuta la loro popolarità la sciagurata abitudine (sia nelle reti tv pubbliche sia nelle private) di dissolvere i titoli di coda in corso di svolgimento.
Il libro riporta anche aneddoti.
Ad esempio, a proposito del celebre “Eva contro Eva” di Joseph Mankiewicz (1950), ricorda che una delle battute più note del cinema americano è quella pronunciata dal personaggio Margo Channing interpretato da Bette Davis: “Fasten your seat belts” che significa Allacciatevi le cinture, per preannunciare agli invitati a una festa un suo scandaloso discorso.
Ma siamo nel ’50, quanti da noi avrebbero capito quella battuta aeronautica?
In Italia, allora gli aerei erano più noti come bombardieri che non come mezzo di trasporto. Perciò si passò dall'aria all'acqua traducendo: Prendete il salvagente.

Il libro – corredato di bibliografia e webgrafia – oltre ad essere un omaggio ad una schiera d’interpreti che hanno dato molto a tanto cinema, è uno strumento prezioso per quanti vogliano documentarsi su come un film prima d’essere visto alla tv o in una sala cinematografica conosca fasi di lavorazione che possono determinare il successo, oppure il contrario, di una produzione.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Andrea Lattanzio
Il dialogo nel doppiaggio
Pagine 234, Euro18.00
Felici Editore


Optional mood

Cosmotaxi presenta talvolta gruppi rock di recente formazione.

È la volta oggi di Optional mood.
QUI si dice di loro un gran bene.
Lodi che mi sembrano meritate.

A voi il giudizio ascoltando il brano Personal Opinion.


FUOCOfuochino

“La più povera casa editrice al mondo”.
Così FUOCOfuochino è definita dal suo fondatore, l’artista patafisico Afro Somenzari che per le sue mostre ed i suoi scritti può vantare il sostegno di nomi che vanno da Enrico Baj a Edoardo Sanguineti, da Ugo Nespolo a Gillo Dorfles.

Specialità della casa: le micronarrazioni.
Da qui un ricco catalogo che vede scritti, ora dolci ora piccanti, di Gianni Celati, Lorenza Amadasi, Ugo Nespolo, Roberto Barbolini, Alberto Casjraghy, Giovanni Maccari, Brunella Eruli, Cristiana Minelli, Pupi Avati, Paolo Colagrande, nonché dello stesso editore e altre penne impegnate in rapidissimi saggi, miniracconti, raccolte di aforismi.

Due le più recenti pubblicazioni.
I perdenti di Guido Oldani.
Gelo di Lidia Beduschi.
Quest'autrice si presenta in un modo che mi piace: "E' nata senza averlo chiesto, come d'altronde tutti noi. Per ora vive".


Esperimenti con zombi e vampiri

Ligabue, in occasione dell’uscita dell’album “Arrivederci mostro”: Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi. Li si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora.
Dylan Dog: Non sono io a trovare i mostri... Direi che a volte sono loro a trovare me. Forse per loro il mostro sono io.

Ma fuori della nostra interiorità esistono i mostri?
Ad ascoltare racconti, a leggere tanta letteratura, a vedere tanto cinema, a giocare con tanti videogames, si direbbe di sì se non sorgesse il dubbio che quei mondi orribili evocati discendono tutti, dall’oralità fino a incarnarsi nelle nuove tecnologie, da un universo favolistico che, proprio per questo, nulla ha di vero.
I mostri autentici, sono quelli che spesso niente hanno di fisicamente mostruoso, sono esseri che si aggirano nella società vestendo i panni della più grigia normalità. E ancora: prima d’accusare il prossimo, è bene scrutare in noi stessi. Ecco perché uno dei più grandi capolavori sulla personalità del mostro è "Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde" di Robert Louis Stevenson, dove il buon Jekyll è la stessa persona del malvagio Hyde.
Vittime preferite di terrestri terrori e metafisiche paure sono da sempre i ragazzi, ora minacciati di essere rapiti dall’Uomo Nero, ora avvisati d’essere visitati da diavoli dal terribile aspetto.
Molto mi è piaciuto un recente libro di Editoriale Scienza che presentandosi con il titolo Esperimenti con zombie, vampiri e altri mostri propone un viaggio fra ventuno atroci creature come occasione per parlare di biologia, chimica, fisica, matematica e genetica, per descrivere fenomeni naturali e introdurre il lavoro di grandi scienziati.
Oltre ai mostri, popolano le pagine box con notizie curiose e quiz.
In un immaginario laboratorio scientifico (ideato dai testi di Claudia Bianchi – Annalisa Bugini – Lorenzo Monaco – Matteo Pompili con le funzionali e divertenti illustrazioni di Federico Mariani) si osservano, ad esempio, i tremendi muscoli dei troll e le pericolosissime fiamme dei draghi.
C’è, però, anche di più. Perché i giovani lettori sono invitati a costruire un mostro, a propria scelta, con la tecnica del “fai da te”, sicché si viene istruiti su come creare fantasmi, vampiri, zombi, effetti paurosi, tutti creati col bricolage. Una proposta di manualità per usare quelle tecniche dei prestidigitatori, e, quel che è peggio, dei ciarlatani che abbindolano creduloni.
Ne esce un percorso demitizzante che aiuta a cancellare paure, a non credere ai bau bau, un invito alla razionalità sostenuto da ricordi storici.
Ad esempio, nel 1692, a Salem nel Nord America, molti abitanti ebbero di colpo atteggiamenti folli; furono accusate di stregoneria alcune donne che furono bruciate sul rogo. In realtà, la responsabilità di quei comportamenti assurdi di persone che credendo di volare precipitava dai tetti e altre cose consimili, era da attribuire a un minuscolo fungo che aveva colonizzato la segale, cereale dal quale si ricavava la farina per fare il pane. Quel terribile parassita (“ergot” il suo nome) provoca, infatti, allucinazioni terribili.
Mai credere, quindi, a caccia alle streghe e ad esorcisti.

Claudia Bianchi – Annalisa Bugini
Lorenzo Monaco – Matteo Pompili
Illustrazioni di Federico Mariani
Esperimenti con Zombi…
Pagine 80, Euro 12.00
Editoriale Scienza


Antiche novità

La casa editrice Orthotes ha pubblicato un volume che studia i rapporti fra tradizione e innovazione, continuità e cambiamento,
Le pagine riflettono sul vecchio e il nuovo che nella realtà contemporanea convivono tra forme d’imitazione, spinte alla sopravvivenza, competizione a tratti feroce e inattese ibridazioni.
Titolo del libro: Antiche novità Una guida transdisciplinare per interpretare il vecchio e il nuovo a cura di Gabriele Balbi & Cecilia Winterhalter.
Il libro contiene saggi dei due curatori e di Maria Stefania Cataleta, Massimo Cerulo, Alberto Fragio, Alessandra Guigoni, Marco Pedroni.

Balbi è Assistant Professor in Media Studies presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano. Ha insegnato e ricercato presso le Università di Torino, Harvard, Maastricht, Columbia, Westminster, Oxford e Newcastle. Le sue ricerche si focalizzano sulla storia dei mass media e delle telecomunicazioni e sulla storiografia della comunicazione, temi sui quali ha pubblicato due libri: La radio prima della radio e Le origini del telefono in Italia.
Cecilia Winterhalter è una storica contemporanea indipendente che si occupa di costruzione dell'identità attraverso la religione, la moda, il cibo, i prodotti innovativi e la memoria selettiva. Ha ricercato o insegnato all’Istituto Universitario Europeo, le Università di Basilea, Roma, Pisa, Oxford, il Fashion Institute of Technology e il London College of Fashion. È nel direttivo della Global Conferece: Fashion e nell'Advisory Board della rivista Catwalk: The Journal of Fashion, Beauty and Style.

Ai due curatori ho chiesto d’illustrare com’è nato questo libro.
Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia a bordo di Cosmotaxi.

L’idea di scrivere un libro come questo è nata nel 2009 su un treno tra Gand e Bruxelles, di ritorno da una conferenza internazionale di storia. Discutendo del futuro della disciplina, abbiamo notato come la famosa multidisciplinarità o transdisciplinarità (noi propendiamo per la seconda voce) sia tanto decantata quanto poco praticata. Allora, abbiamo pensato di raccogliere in un volume le riflessioni di ricercatori provenienti da diversi campi, ma con il coraggio di confrontarsi su un tema comune: il vecchio e il nuovo. Così è nato questo libro che parla di vecchio e nuovo, tradizione e innovazione, cambiamento e continuità in sette campi di studio: i media, i diritti umani, le emozioni, le scienze, il cibo, la moda e la religione.
La cosa sorprendente è che, in tutti i contributi, sono emerse delle “costanti” che ci hanno permesso di stilare una sorta di guida per l’interpretazione (da qui il sottotitolo) di questa presunta dicotomia. Presunta perché uno dei risultati emersi con maggiore chiarezza è stato il fatto che vecchio e nuovo (così come tradizione/innovazione e cambiamento/continuità) non sono termini opposti e contrastanti, ma si sostengono ed esistono in un rapporto reciproco, influenzandosi e riconfigurandosi a vicenda in svariati modi. Questa è solo una delle conclusioni, per le altre rimandiamo al libro e alla capacità del lettore di applicare queste idee, magari anche sconfessandole, al suo specifico campo di studio o ai suoi interessi
.

A cura di Gabriele Balbi & Cecilia Winterhalter
Antiche novità.
Prefazione di Victoria de Grazia
Pagine 156, Euro 16.00
Orthotes Editrice


Wunderkammer

Wunderkammer è un percorso nel meraviglioso, tra arte antica e contemporanea, tra Piazza della Scala e via Manzoni a Milano. Le Gallerie d'Italia di Intesa Sanpaolo e il Museo Poldi Pezzoli in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta, presentano, infatti, la mostra: Wunderkammer Arte, Natura, Meraviglia, ieri e oggi.
L’esposizione racconta, come già il sottotitolo annuncia, i rapporti tra arte, natura e meraviglia attraverso il fenomeno delle Wunderkammer.

In foto: Giuliana Cunéaz, “Matter waves unseen”, 2009 – 2013, installazione multimediale.

La mostra, a cura di Lavinia Galli e Martina Mazzotta, attraversa diverse situazioni e momenti della storia dell’arte, del collezionismo, della scienza e della filosofia, con un approccio multidisciplinare, partendo dal Cinquecento per arrivare fino ai giorni nostri. Accostando a opere e manufatti cinque-seicenteschi di collezioni italiane presenze dell’arte contemporanea, la mostra stimola il visitatore a rintracciare analogie, rimandi e corrispondenze tra i significati implicati nel multiforme e complesso fenomeno delle Wunderkammer.
La mostra darà anche l’occasione di mettere in luce gli oggetti da Wunderkammer posseduti dal Museo Poldi Pezzoli: Gian Giacomo Poldi Pezzoli, fondatore della casa museo, fu, infatti, un collezionista poliedrico.
Alle opere di un tempo sono accostate quelle del Novecento e contemporanee: tra gli artisti presenti: Joseph Cornell, Érik Desmazières, Vedova Mazzei, Claudio Parmiggiani con Abel Herrero, alcuni dei quali hanno realizzato opere ad hoc per la mostra.
Se al Poldi Pezzoli i pezzi contemporanei impongono un dialogo serrato con la storia, alle Gallerie d’Italia – Piazza Scala, sede museale milanese di Intesa Sanpaolo, la presenza del contemporaneo si rivela preponderante.
Ed ecco opere di Maurizio Cattelan, Alik Cavaliere, Giuliana Cunéaz, Marcel Duchamp, Emilio Isgrò, Damien Hirst, Jannis Kounellis, Piero Manzoni, Mario Merz, Studio Azzurro.

Il catalogo, edito da Skira|Edizioni Gabriele Mazzotta, che contiene saggi e schede delle opere esposte.

Wunderkammer
Gallerie d’Italia e Museo Poldi Pezzoli
Piazza della Scala e Via Manzoni 12
Milano, fino al 2 marzo 2014


50 grandi idee. Futuro


Dalla seconda metà del XX secolo si sono avuti i primi segnali su come il futuro abbia cambiato natura. L’aveva intuito Paul Valéry, poco prima di morire, nel 1945, quando scriveva Il problema ai nostri tempi è che il futuro non è com’è sempre stato.
Oggi, con le nuove scoperte nelle scienze e la vertiginosa accelerazione avvenuta nelle tecnologie, è ancora più vero.
Dapprima fisicamente rappresentato, adesso, infatti, si è smaterializzato, corre su cursori invisibili come sono le reti di comunicazione o le banche dati che hanno assunto, nel breve volgere di pochi anni, l’importanza che ora sappiamo.
Il futuro, nell’antichità profetizzato da aruspici e fattucchiere (ma ancora oggi quei comici mestieri si esibiscono per i creduloni attraverso oroscopi e altre ciarlatanerie), adesso è indagato con metodo scientifico.
Scrive Antonio Caronia “Per questo il futurologo è molto sensibile ai termini: egli non ha la pretesa di «predire» il futuro, ma di «prevederlo» o di «congetturarlo». Egli non ci dice come inevitabilmente sarà il futuro: ci indica varie possibilità (eventualmente associate a diverse probabilità), ognuna delle quali comporta una certa evoluzione di certi parametri”.
Perciò i più avveduti tra i futurologi, proprio per questo, preferiscono parlare più di tendenze che di scadenze.
Come fa l’ottimo Richard Watson in un libro pubblicato dalle Edizioni Dedalo: 50 grandi idee. Futuro.
Watson, futurologo di fama internazionale, è autore di numerosi libri, fondatore di un sito internet dedicato ai trend in àmbito economico, sociale e ambientale.
In questo volume, prospetta possibili scenari che sono osservati in otto grandi ripartizioni: politica e potere, energia e ambiente, paesaggio urbano, cambiamenti tecnologici, salute e benessere, dimensione economica e sociale, la società post-umana, le esplorazioni spaziali.
Altri due capitoli sono dedicati ai possibili rovesci e alle domande ora senza risposte.
Su tutto spicca l’importanza e i risultati che si avranno dalla genetica e dalla robotica.
Questi due settori produrranno avvenimenti capaci di trasformare profondamente lo stesso concetto di vita di noi umani e Watson spiega perché e come.
Impossibile qui riassumere le tante trasformazioni – molte già profilate nei laboratori scientifici – che l’autore descrive. Perciò accennerò a una soltanto di esse attraverso la quale è possibile lanciare un’occhiata su ciò che avverrà in più campi: la società post-umana.
Si pensi a quanto fa Ray Kurzweil con la Teoria della Singolarità (oggi studiata nell’Università da lui fondata con i finanziamenti della Nasa e di Google).
La genetica, le nanotecnologie, la robotica, sono elementi che vanno a formare un futuro non più affidato al dinamismo dell’immaginazione ma a laboratori dove sono in corso ricerche che cambieranno non soltanto la società e le sue regole, le psicologie di gruppo e il pensiero politico, ma la stessa creatura umana (se così ancora si potrà definire, e in parecchi ne dubitano) sempre più derivata dall’ibridazione Uomo-Macchina.
Già oggi (e domani in forme difficili da immaginare) il cyborg è una realtà.
Kevin Warwick, ad esempio, studia e realizza l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo.
Naturalmente non mancano i catastrofisti che prevedono nerissime cose, ma finora, nonostante l’Uomo di guai ne abbia combinato parecchi e giganteschi, mai ha ricevuto i maggiori danni proprio da quelle cose che i profeti di sciagura andavano indicando.
Insomma quelli lì hanno toppato più di qualche futurologo imprudentemente troppo fantasioso.
Diceva John Cage: Molti sono spaventati dal nuovo, a me terrorizza il vecchio.

Libro affascinante questo di Watson, una lettura che rivela chi saremo, come lo saremo e perché lo saremo.
Per una scheda sul volume: CLIC!

Richard Watson
50 grandi idee. Futuro
Traduzione di Eva Filoramo
Pagine 208, Euro 18.00
Edizioni Dedalo


Alien Urbs

Pubblicato da Prospettive Edizioni, deriva da una mostra tenuta a Roma un libro verbovisivo che integra testo e immagini agitandole in uno shaker acidista.
È intitolato Alien Urbs, ne è autore Carlo Prati.
Testi febbrili e immagini vertiginose – un esempio qui accanto – con una Roma stravolta, invasa da cosmonavi, con piazza di Spagna che s’affaccia su di un fiume orientale, Ostia riedificata con torri di raccolta differenziata.

Giorgio de Finis scrive in prefazione: Una Roma che si veste da megalopoli asiatica, la Roma a macchia di leopardo delle immense periferie e del nuovo fronte della città, la Roma dei migranti e dell’emergenza abitativa, della lottizzazione selvaggia, degli scandali dei Mondiali di Nuoto. La Roma Capitale dell’amministrazione Alemanno. Una Roma piena di astronavi, ma non per questo meno reale. Alien Urbs sceglie il linguaggio della fantascienza per raccontare e provocare questa città. La città che ha visto tutto e che nulla riesce a scuotere. Ma che in verità, al di là di questa indifferenza di facciata, ci appare ogni giorno più sofferente, rabbiosa e inospitale.

Carlo Prati è nato a Roma nel 1971.
Da una sua biografia: “Diplomatosi al Liceo Artistico, dopo la laurea in Architettura inizia a occuparsi di pratica progettuale. Pubblica libri, insegna, vince concorsi e diventa Dottore di Ricerca in Progettazione Architettonica.
Il tutto sembra avvenire nel luogo e nel momento storico sbagliato. Cercando una risposta positiva a questa condizione operante, e preparandosi a tempi migliori, sceglie di investire nelle sue doti di artista per raccontare la realtà umana e urbana che lo circonda giocando a immaginarne il prossimo futuro”.

La mostra Alien Urbs, conclusasi alla Casa dell’Architettura il 3 gennaio scorso, ha registrato un maiuscolo interesse tanto che, sempre a Roma, al Chiostro del Bramante, sarà replicata dal 15 marzo al 15 aprile di quest’anno.

Prossimamente, Carlo Prati sarà ospite di questo sito nella sezione Nadir.

Carlo Prati
Alien Urbs
Prefazione di Giorgio de Finis
Pagine 40, con immagini:a colori
Euro 10.00
Prospettive Edizioni


Anno Cavelliniano


Perché chiamo il 2014 Anno Cavelliniano?
Per saperlo cliccate QUI.
Non saranno certamente esaustive le mie segnalazioni, ma, nel corso del 2014 ricorderò ai visitatori di questo sito alcune manifestazioni che mi sembrano di maggiore rilievo.
Del resto, chi voglia essere informato in modo completo può cliccare su questo sito appositamente allestito per tale finalità.

Oggi, segnalo un workshop in corso all'Accademia di Brera sul libro d'artista tenuto da Ruggero Maggi.
Quattro tornate: la prima si è tenuta il 23 gennaio, seguiranno altre il 30 di questo mese, poi il 6, il 19 e il 20 febbraio.

Copio e incollo la descrizione che segue pervenutami da un comunicato.
I partecipanti al workshop dovranno intervenire su alcuni post-it (7,6x7,6 cm., la misura classica del post-it) precedentemente forniti. Ognuno avrà a disposizione un blocchetto di 90 post-it. I foglietti dei post-it, una volta lavorati, diverranno ideali pagine da sfogliare di un grande affresco dedicato al libro d'artista”.

Tema centrale del workshop la figura di GAC, acronimo che sta per Guglielmo Achille Cavellini.


Giornata della Memoria

“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
E un’ondata di cruente certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi oppure a stanche ritualità commemorative che di certo non aiutano a capire e interpretare quei fatti.
La data per la “Giornata della Memoria” che si celebra oggi fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i pochi superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo.
Tante le manifestazioni previste per oggi, eccone QUI un elenco pubblicato da Tafter

Fra tutte queste, mi piace evidenziare la mostra romana “Terezin. Disegni e poesie dei bambini del campo di sterminio“.
I materiali esposti sono una selezione dei disegni e delle poesie conservati presso il Museo Ebraico di Praga e realizzati dai bambini rinchiusi a Terezin, città-fortezza cecoslovacca che divenne, tra il 1942 e il 1944, il “ghetto dell’infanzia”.

Da Undo.net riprendo parte di quanto pubblicato da uno scritto di Anita Frankovà, Direttore del Museo Ebraico di Praga.
Fra i prigionieri del ghetto di Terezin ci furono all’incirca 15.000 bambini, compresi i neonati. Erano in prevalenza bambini degli ebrei cechi, deportati a Terezin insieme ai genitori, in un flusso continuo di trasporti fin dagli inizi dell’esistenza del ghetto. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Dopo la guerra non ne ritornò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.
Dapprima i ragazzi e le ragazze che avevano meno di dodici anni abitavano nei baraccamenti assieme alle donne; i ragazzi più grandi erano con gli uomini. Tutti i bambini soffrirono assieme agli altri le misere condizioni igieniche e abitative e la fame. Soffrirono anche per il distacco dalle famiglie e per il fatto di non poter vivere e divertirsi come bambini. Per un certo periodo i prigionieri adulti riuscirono ad alleviare le condizioni di vita dei ragazzi facendo sì che venissero concentrati nelle case per i bambini.
La permanenza nel collettivo infantile alleviò un tantino, specialmente sotto l’aspetto psichico, l’amara sorte dei piccoli prigionieri. Nelle case operarono educatori e insegnanti prigionieri che riuscirono, nonostante le infinite difficoltà e nel quadro di limitate possibilità, a organizzare una vita giornaliera e perfino l’insegnamento clandestino […] Il complesso dei disegni che si è riusciti a salvare e che fanno parte delle collezioni del Museo statale ebraico di Praga, comprende circa 4.000 disegni. I loro autori sono per la gran parte bambini dai 10 ai 14 anni. […] Sui disegni c’è di solito la firma del bambino, talvolta la data di nascita e di deportazione a Terezin e da Terezin. La data di deportazione da Terezin è anche in genere l’ultima notizia del bambino
.

Ufficio stampa Zetema, Tel: 06 - 82077.1

Casa della Memoria e della Storia
Via San Francesco di Sales, 5 - Roma
Orario: lu – ve, ore 9.30-20.00
Fino al 28 marzo ‘14


La Musica ignorata


Il nome di Franco Mussida (Milano, 1947), chitarrista, compositore e cantante è noto non solo come come musicista ma anche come fondatore della Premiata Forneria Marconi. Ha firmato molti dei loro più grandi successi, tra cui “Impressioni di Settembre” e, nell’àmbito dell’arrangiamento e della produzione, molti dei brani di Fabrizio De Andrè rivisti dalla PFM. È, inoltre, autore di progetti musicali legati al teatro e al mondo delle arti visive.

Nelle Edizioni Skira si può ora leggere La Musica ignorata che Mussida così presenta.

La Musica, anche quella definita Popolare, così come si è manifestata in tutte le epoche e in tutte le culture, fonda le sue radici su tradizioni ancestrali e mitiche. Nasce dunque nel periodo musicale pre-razionale, ovvero quello antecedente la scrittura della notazione. L’odierna Musica popolare porta quindi in sé stessa memoria e testimonianza che la dimensione ancestrale e mitica della Musica vive ancora oggi.
La realtà oggettiva e sacra dei poteri del mondo vibrante dimora e si nasconde in tutti i generi e in tutte le musiche evocando ogni tipo di sentimento, compresa la collera e ciò che induce al desiderio di non conformarsi: sentimenti forti che vengono veicolati anche dalle intenzioni del Rock, del Metal e dei generi affini. Questo potere del mondo vibrante vitale si ritrova nell’entusiasmo ritmico dello Swing e dell'Hip Hop che provoca movimento e danza. Nella malinconia universale del Blues, in ogni forma di canzone melodica di natura riflessiva, e nell’armonia, nei timbri e nell'espressività di tutte le Musiche.
La realtà degli effetti emozionali della Musica sull’uomo si esprime su gradi diversi di udibilità e d’invisibilità. E una realtà che impregna tutte le forme musicali andando ben oltre: realtà eterna, lo specchio dell’origine e del mito, il motore vitale che attraverso il suono musicale ed i suoi poteri evocatori smuove emozioni, sentimenti, pensieri ed immagini di musicisti e ascoltatori. Rappresentare questa realtà è la vera motivazione, la vera ragione che ci induce a continuare a fare Musica. Ho sentito così l'esigenza di tradurre in forme visibili e con un peso specifico concreto, poteri invisibili che si manifestano attraverso gli effetti della Musica sull'uomo
.

Per una scheda sul libro: CLIC.
Per il sito web dell’autore: QUI.

Franco Mussida
La Musica ignorata
Pagine 44, colori
Euro 27, offerta web 22.95
Skira


1913


Quant’è importante la cronologia?
Senza di essa che localizza gli eventi storici del tempo, non esisterebbe la storiografia, o certamente camminerebbe su malferme grucce.
Inoltre, permette di fotografare un’epoca, contrassegnandone sostanze e tendenze, attraverso il concomitante avvicendarsi dell’attività umana in tutte le sue manifestazioni: dalla storia alle arti, dalla scienza alla tecnica.
Esistono molti manuali cronologici, ma quello ora pubblicato da Marsilio si segnala per una valorosa singolarità.
È intitolato 1913 L’anno prima della tempesta, ne è autore il tedesco Florian Illies. Nato a Schlitz nel 1971, è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», è stato poi anche direttore delle pagine culturali della «Zeit» e tra i fondatori della rivista d’arte «Monopol».
I suoi libri, tradotti in molte lingue, hanno venduto più di un milione di copie.

Quale la singolarità, cui accennavo prima, di questo libro?
Consiste in una forma espositiva insolita per una cronologia, perché è da prosatore che riferisce la simultaneità di avvenimenti – usando la struttura di 12 capitoli cioè 1 per ogni mese di quell’anno – che vedono protagonisti (a quel tempo spesso del tutto sconosciuti) personaggi diventati poi famosi nelle arti visive, nella musica, in politica, nelle scienze, nella letteratura.
Qualche firma pur eccellente ha parlato, a proposito di questo volume, di “romanzo della storia”; sono decisamente contrario a tale definizione perché Illies fa una cosa migliore e più faticosa d’inventare un romanzo: rileva cronache pescandone angoli sconosciuti finora, traccia aspetti inediti di vite diventate poi celebri talvolta tristemente, tratta la contemporaneità degli avvenimenti senza lasciarsi intrappolare da significati misterici, indica il tempo di cui si occupa spesso con fine umorismo (lontano da ironia che alcuni recensori gli hanno attribuito), e, sia pure nell’asciuttezza della sua scrittura, fa avvertire al lettore l’avvicinarsi di quella tempesta di cui fa cenno il sottotitolo.

È il primo istante del 1913. Un colpo echeggia nella notte scura. Poi un secondo sparo. La polizia allertata arresta subito il cecchino. Si tratta del dodicenne Louis Armstrong.
Messo in riformatorio è così turbolento che il direttore dell’istituto, Peter Davis, per tenerlo buono gli mette in mano una tromba.

”In questo momento: lo sparo di mezzanotte, le grida nella via e sul ponte dove però non vedo nessuno. Il suono della campana e i rintocchi dell’orologio”. Chi scrive da Praga è il dottor Franz Kafka, impiegato all’istituto di assicurazioni contro infortuni sul lavoro. Il suo pubblico si trova in un appartamento nella lontana Berlino, in Immanuel Kirkstraße 29, ed è costituito da un’unica persona che per lui rappresenta il mondo intero: è Felice Bauer, una venticinquenne biondina un po’ ossuta.
Kafka mai riuscirà a sposarla.

E ancora in quel gennaio: La polizia parigina interroga Pablo Picasso circa il furto della Gioconda avvenuto due anni prima. Il pittore ha un alibi e può tornare a casa. Al Louvre i parigini in lutto posano mazzi di fiori davanti alla parete vuota.

Un georgiano con passaporto falso arriva a Vienna. È Stalin. Vi resterà quattro settimane.
Mai più lascerà la Russia per così tanto tempo, un secondo viaggio all’estero lo porterà trent’anni dopo a Teheran, i suoi interlocutori si chiameranno Churchill e Roosevelt.
Usa passeggiare nel parco del castello di Schönbrunn seppellito nella neve di gennaio.
Lì un altro uomo passeggia … ventitré anni, pittore fallito al quale l’accademia ha rifiutato l’ammissione, dipinge acquarelli, ammazza il tempo nel dormitorio pubblico maschile di Meldemannstraße. Si chiama Adolf Hitler […] Nel 1939, quando Hitler e Stalin strinsero il loro fatidico “patto”, non si incontrarono neppure. Non erano mai stati tanto vicini quanto in quei pomeriggi di gennaio freddi da morire, nel parco di Schönbrunn.

Seguono nello stesso mese e in quelli successivi tanti emozionanti momenti; l’ultimo paragrafo di questo libro straordinario (qui corredato da un particolarmente necessario Indice dei nomi) è questo: È il 31 dicembre 1913. Arthur Schnitzler annota qualche parola sul diario: “Stamattina finito di dettare la novella Follia”. Nel pomeriggio legge il libro di Ricarda Huch “La grande guerra in Germania” Per il resto: “Giornata molto nervosa”. Poi, serata mondana: “Giocato alla roulette”.
A mezzanotte brindano al 1914
.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Florian Illies
1913
Traduzione e cura:
Marina Pugliano e Valentina Tortelli
Pagine 304, Euro 19.50
Marsilio


Poesia oscura con presa


Conobbi Corrado Costa nei primi anni ’70 a Mulino di Bazzano dove viveva Adriano Spatola. Qualche frequentazione occasionale ma intensa, poi anni dopo lo invitai a produrre per RadioRai una performance acustica (la intitolò “Agrimensura celeste per una geometria campata in aria”) nella serie di programmi sperimentali “Fonosfera” di cui ci occupavamo Pinotto Fava ed io. Dopo quella settimana di lavoro, tanti incontri a Reggio, a Roma e, una volta, per caso, a Ferrara.
Una ragionata biografia di Corrado, a cura di Antonella Mollo, si trova sull'inventario Costa presso la Biblioteca Palizzi di Reggio Emilia.
Corrado: poliartista, lo troviamo nella storia della poesia visuale, sonora, di pittura ed ha prodotto una quantità di disegni su ogni tipo di carta; nell’88 mi presentò in anteprima un personaggio, Frank il Bacillo, serie di minuscoli disegni che il comune amico Valerio Miroglio gli pubblicò, per più di un anno, sul «Bollettino della Vittoria», ‘il mensile più piccolo della storia e del mondo’.

Ora l’Editore Consulta ha pubblicato Poesia oscura con presa Leggere Corrado Costa un ottimo lavoro di ricostruzione storica ed interpretazione critica che dobbiamo a Ivanna Rossi.
Laureata in Lettere e Filosofia a Bologna, ove ha seguito i corsi di Estetica di Luciano Anceschi. Assessore alla Cultura di Reggio Emilia, nel 1982 ha organizzato proprio con Costa la fortunata kermesse “I Porci comodi” sulla cultura del maiale.
Ha pubblicato: “Come si cucinano gli animali fantastici”, 1995-2010; “Filosofia del pangrattato”, 2007; “Nei dintorni di Don Camillo”, 1994; “Don Camillo sono io”, 1997; “I porci comodi”, 1997-2000; “Il cliente misterioso”, 2005; “Devo esser tigrato”, 2013.
Con “4 gatti. Racconti” ha vinto il Premio Nazionale “Silvio d’Arzo” 2012.

A lei ho chiesto: che cosa rende unica la figura di Costa nello scenario espressivo italiano del secondo Novecento?

Beh… Corrado era unico in quanto plurimo! ‘Sono un dada zen della Costa Ovest’ mi ha detto una volta. ‘Esercito l’avvocatura e la patafisica’ ha scritto nell’autobiografia, tra il serio e il faceto. Giocava a tanti giochi, con leggerezza e ironia: scriveva films senza supporto materiale e senza immagini, recitava ‘con voce azzurra’, disegnava da dio.

Per chi volesse studiare l’opera di Costa nel suo complesso (poesia, disegno, teatro, saggio/narrazione) che cosa diresti di fare per prima cosa?

Prima di tutto, il lettore non deve aspettarsi un poeta facile, che vellichi i suoi sentimenti. Consideri piuttosto i suoi lavori come relitti di un naufragio, o segni da decifrare con santa pazienza. Non per nulla ‘Opera Aperta’ di Eco, considerata il manifesto del ‘Gruppo 63’, dà grande importanza al ruolo del fruitore: dunque, che il lettore di Costa si dia da fare! che ricomponga il puzzle! Il poemetto ‘Il fiume’ esemplifica bene la poetica e il modo di fare di Costa: il contenitore originale della registrazione è fatto a mano da Giovanni d’Agostino, uno dei tanti amici con cui amava giocare. Il poema sviluppa la metafora dello scorrere della vita e del fiume, per esempio il Nilo, che alla fine raggiungere la Nihilità. Tutto il lato B del nastro è occupato da un avvertimento: “questo è un retro, un retro, un re-tro! lo vuoi capire che questo è un retro?” La divertente registrazione viene usata spesso per introdurre i convegni su Costa. Niente di più pertinente, dato che per lui il “retro” era molto importante. Costa infatti attinge lo zen (il silenzio, il bianco, il vuoto), nonostante l’enorme fardello della cultura e della controcultura occidentale che aveva dietro di sé. Il poeta non poteva permettersi di ignorarla e di scrollarsela di dosso atteggiandosi a naif.

Per questo quali tecniche usava?

Escogitava raffinate tecniche di appropriazione e di alleggerimento, come nel corpo a corpo messo in scena nel fumetto ‘Saggio visionario su William Blake’, o come quando il suo Ciclope singhiozza ‘Nessuno mi ama’. Costa duetta con Wittgenstein; fa prove di lucida follia con Emilio Villa; commenta la mostra di ombre di Miroglio; scova le teorie di Ficino nella pietra paesina; mixa Giordano Bruno con Shakespeare; sfida l’Arciere della filosofia zen senza mai dimenticare l’Uomo Invisibile, i Tarocchi, i cruciverba e gli scrittori sporcaccioni de l’Enfer… A questo punto è superfluo avvertire che per capire il poeta bisogna conoscere il suo non detto, condividere il peso del suo bagaglio e ripercorrere con lui tutte le strade. Insomma, Costa obbliga il lettore ad esplorare il “retro”. Io ho provato a farlo in ‘Poesia Oscura con Presa’, un lungo e circostanziato reportage che ha preso il titolo da un lavoro-rebus di Costa, dove una lampadina nera getta un cono di scrittura indecifrabile che va a friggere in un padellino. Accanto, c’è una presa elettrica: “con presa”! E’ stato divertente, un bel ripasso senza esame finale.

A Rosanna Chiessi (QUI la sua bio), fondatrice di “Pari&Dispari”, organizzatrice di eventi, festival ed esposizioni, protagonista nella presenza in Italia di gruppi quali Fluxus e l’Azionismo Viennese, ho chiesto un ricordo di Corrado Costa che trovò in lei ampio sostegno.

Il nome Pari&Dispari fu creato da Corrado Costa nel 1971, ma non solo, l'amico Corrado era parte attiva dell’associazione Pari&Dispari, creatrice di eventi, happening, festival di musica e poesia, performance.
Corrado partecipò con interventi letterari e performance agli eventi "Umori naturali", "Il sesto senso della natura", "La festa dell'aria" che si svolsero a Cavriago (Reggio Emilia) negli anni settanta e ottanta.
Nel mio laboratorio di produzione di carta a mano Corrado realizzò le sue famose opere "I casalinghi" che furono esposte in numerose gallerie d'arte.
Corrado era sempre presente ed interagiva con il mondo artistico che frequentava la mia casa, sede dell’associazione Pari&Dispari, meta di artisti Fluxus, viennesi, concettuali italiani, poeti e musicisti.
Emilio Villa veniva a Reggio Emilia invitato da Corrado e da me e insieme trascorrevamo giorni straordinari facendo progetti mai realizzati
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Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa
Pagine 270, Euro 15.00
Edizioni Consulta


Garzantina della Matematica (1)


Due opinioni sulla matematica.
Un grande scienziato qual è stato l’inglese Charles Darwin (1809 – 1882): “La matematica dota una persona di un nuovo senso”.
Un grande scrittore come il portoghese Fernando Pessoa (1888 – 1935): “Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo. Il fatto è che pochi se ne accorgono”.
Eppure la matematica è vista da tanti come un mondo arcigno e inospitale dal quale ricevere torture mentali.
Perché mai? “Molta colpa ricade sull'insegnamento e sui media.” – mi disse in un’intervista Piergiorgio Odifreddi – “I professori delle scuole hanno per anni insegnato malamente programmi antiquati e poco interessanti, e i giornalisti che controllano i media portano le cicatrici di questa mala educazione”.
Un malinteso senso della Bellezza, poi, porta molti a consegnarsi a estenuanti file davanti a musei, a faticose letture di opere letterarie, all’assistere a impegnativi spettacoli teatrali, ma a escludere dallo studiare o a incuriosirsi a quanto la matematica propone sulla scena dei saperi e della godibilità estetica prodotta dall’ingegno umano: dalle scienze alle tecnologie alle arti.
Tutto ciò che ci circonda, infatti, e usiamo quotidianamente, è fatto di numeri: dal bancomat al cellulare, dal navigatore satellitare alle macchine fotografiche digitali, dalle più recenti attrezzature mediche che analizzano il nostro corpo alle mail che ci scambiamo, dalla musica che ascoltiamo nei compact disc ai film che vediamo nei Dvd. E ancora: che cosa accade nelle nuove arti visive, negli effetti speciali di tanto teatro, di tanto cinema, nei videogames, nella musica con sintetizzatori, campionatori, sequencer?
Non deve, quindi, stupire se parecchi matematici si sentano vicini all’arte e gli artisti – come, peraltro, accadeva prima che irrompesse sulla scena l’Idealismo – vicini alla scienza. Ne abbiamo prove, per fare pochi esempi, ieri nella letteratura con l’Oulipo che lavora su occasioni espressive derivate da strutture matematiche, oggi con Apostolos Doxiadis che ha studiato matematica alla Columbia University ed è un pioniere nello studio dell’interazione tra matematica e narrativa, o con Maria Mannone che realizza reversibilità fra opere visive in musicali e viceversa.
E ora un aneddoto che riguarda un grande matematico: David Hilbert.
Un giorno egli notò che un certo studente aveva smesso di frequentare le sue lezioni. Quando gli venne riferito che aveva deciso di abbandonare la matematica per diventare poeta, Hilbert rispose: “Ha fatto bene. Non aveva abbastanza immaginazione per fare il matematico”.

Un maiuscolo contributo alla conoscenza e alla pratica della matematica è data da una recente Garzantina che si deve al monumentale lavoro di due eccellenti curatori: Walter Maraschini e Mauro Palma.
L'opera si rivolge sia a chi ricerca il significato di termini matematici o proprietà e teoremi che non conosce oppure di cui ha un ricordo approssimativo, sia al docente o al ricercatore specializzato in un settore di questa disciplina che voglia approfondire il collegamento con altri settori.
Forte di 7800 voci e 4 Appendici, nelle sue 1536 pagine, esplora l’universo dei numeri avvalendosi anche di schede di approfondimento che spaziano nei plurali campi d’interconnessione fra la matematica e il cinema, la letteratura, la musica. E vi troviamo, inoltre, vertiginose storie come quelle dello scozzese John Napier o del francese Pierre Fermat con il suo teorema che ha resistito per oltre tre secoli prima che Wiles ne trovasse la soluzione nel 1995.
Giusto orgoglio dell’Editore Garzanti, è un volume prezioso che meglio conosceremo nelle note che seguono.


Garzantina della Matematica (2)


I curatori.


Walter Maraschini.
Matematico di formazione algebrica, è stato ricercatore del CNR in Didattica della matematica. Insegnante di Matematica e Fisica nella scuola secondaria superiore, formatore di docenti presso la SSIS (scuola di specializzazione all'insegnamento superiore) della Sapienza di Roma, ha curato le voci di matematica dell'Enciclopedia dei ragazzi Treccani e del Vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli (2009). Con Mauro Palma ha pubblicato numerosi testi di matematica per la scuola superiore. Tra i suoi libri di divulgazione Numeri e figure (con M. Palma, 1985) e Bravi in matematica (2008).


Mauro Palma.
Matematico di formazione logica, ha fatto parte di commissioni ministeriali e internazionali di studio sull'innovazione dell'insegnamento della matematica e diretto progetti di ricerca in ambito europeo su tali temi. È coordinatore scientifico dell'area Education dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani per il quale ha diretto la rivista Iter e la sua estensione on-line. Con Walter Maraschini ha pubblicato numerosi testi di matematica per la scuola superiore. Ricopre incarichi istituzionali nel settore della tutela dei diritti umani presso il Consiglio d'Europa.


Garzantina della Matematica (3)


Segue ora un incontro con Mauro Palma.
(In foto: Dettaglio del quadro “Gli Ambasciatori” (1555 ca.) di Hans Holbein il Giovane, conservato nella National Gallery di Londra.
Tra le opere più celebri della Galleria, è entrata nelle collezioni del museo nel 1890).

Quanto tempo è stato impiegato fra ideazione e scrittura di questa Garzantina?

Il progetto viene da lontano: circa undici anni fa abbiamo iniziato la costruzione del lemmario. Poi, dopo aver affidato la stesura delle voci ai vari specialisti dei settori della matematica, abbiamo dedicato gli ultimi cinque anni alla revisione, al coordinamento anche simbolico, alla ricerca di un linguaggio comune tra settori che a volte dialogano poco tra loro.

Quando vi siete mesi al lavoro qual è la cosa che avete deciso di fare per prima e qual è quella che avete deciso per prima d'evitare?

La prima cosa a cui ci siamo dedicati è stata l’organizzazione del lemma-tipo in modo tale da permetterne la lettura a diversi livelli di approfondimento. La prima cosa che abbiamo voluto evitare è stata progettare un insieme anche esaustivo di lemmi senza evidenziare l’insieme di connessioni che li lega.

Tutto il nostro mondo concettuale e sensoriale è governato dalla matematica, ma la gran parte di noi arretra di fronte ad essa, la temiamo, ci sgomenta, perché?

La matematica è una disciplina che spesso separa nettamente coloro che la amano e coloro che la detestano: coloro che ricorrono ai suoi metodi anche per problemi che nulla hanno apparentemente di matematico e coloro che non riescono a cogliere la sua potenzialità anche in territori semantici apparentemente distanti da essa. Il rapporto con la matematica non sembra concedere sfumature di grigi. Forse ciò dipende dall’insegnamento, soprattutto nella delicata fase del passaggio dall’osservazione e la concretezza alla formalizzazione e all’astrazione. Se un oggetto “astratto” non viene fatto vivere come oggetto “pluriconcreto”, che cioè nasce dalla concretezza per potersi poi riferire, proprio prescindendo da essa, a molte altre concretezze, allora è facile che esso diventi semplicemente un oggetto “astruso”. E come tale venga rifiutato.

Un tempo arte e scienza procedevano insieme, poi c’è stata una progressiva separazione fino ad arrivare – specie in Italia – nella prima parte del secolo scorso ad una netta divisione. Perché è accaduto? A chi lei riferisce le maggiori colpe?

Nell’ultimo secolo le discipline, in particolare quelle scientifiche, hanno avuto un forte impulso verso la specializzazione: un percorso proficuo che ha portato a importanti risultati e all’individuazione di nuove aree di ricerca. Tuttavia, nel percorso d’insegnamento si è data a volte minore rilevanza alle competenze di base, quasi riproponendo a livello di istruzione secondaria una separatezza tipica dell’insegnamento universitario. Oggi un ragazzo percepisce spesso le singole discipline come ambiti separati e non viene guidato a ricercare ciò che le unisce: a leggere cioè le discipline come isole diverse e tuttavia appartenenti a un comune arcipelago che struttura le loro reciproche relazioni.

La matematica è presente in tanta parte di nuove arti visive, di tanta musica, negli effetti speciali di tanto teatro, di tanto cinema.
Possiamo considerare l'arte elettronica come una versione moderna del pitagorismo, che sosteneva che "tutto è numero"? Se sì oppure no, perché?

In un quadro a cui sono particolarmente affezionato, “The Ambassadors” di Hans Holbein il giovane, aritmetica, geometria, astronomia e musica, sono simbolicamente rappresentate insieme, a significare l’unità culturale che teneva insieme questi ambiti disciplinari e l’arte nel mondo umanistico-rinascimentale. Connessioni tra arti figurative e regolarità matematiche le ritroviamo del resto sia nell’antichità, sia nelle età moderna e contemporanea: basti pensare ai tentativi di rappresentare lo spazio visivo, a quelli di rappresentare il movimento o il tempo che scorre. La regolarità del rapporto aureo nella costruzione di edifici, la rappresentazione prospettica, il dinamismo delle opere anche scultoree – dalla Nike di Samotracia, al berniniano gruppo di Apollo e Dafne fino a Boccioni – e anche il concettualismo regolare del fruttuoso dialogo tra la logica del Novecento e la contemporanea grande astrazione della cultura figurativa, sono solo timidi esempi di un percorso continuo e comune. Un percorso, ovviamente, da leggere senza alcuna suggestione che riduca lo spazio libero della creatività per riportarlo a soggiacenti regole prescrittive, quantunque implicite.

Gli anni recenti hanno poi rafforzato e modificato tali legami?

Sì, attraverso i pervasivi processi di numerizzazione: non si tratta più soltanto di leggere le strutture soggiacenti all’atto artistico per contribuire alla sua comprensione, ma di concepirlo come prodotto del libero utilizzo di ciò che le regolarità numeriche offrono. Basti pensare alle composizioni ottenute con la geometria frattale, alle installazioni che propongono regolarità numeriche, alle geometrie variabili di forme nello spazio: non siamo più nella semplice riproducibilità tecnica del segno artistico e nella sua serialità, che pure avevano rappresentato una mini-rivoluzione, ma nel pieno utilizzo della tecniche per forme artistiche non altrimenti concepibili. Insomma, siamo oltre Andy Wharol, quando osserviamo una superficie di rivoluzione di Hiroshi Sugimoto.
Eppure non è vero che tutto è numero: non siamo in un neo-pitagorismo dove la regolarità numerica ha sopravvento sulla libertà del pensiero e dell’agire. Piuttosto siamo in una situazione concettuale in cui il numero può estendersi a interpretare e leggere molto, quasi tutto. La matematica, infatti, non va vista come soggiacente al fatto artistico o, più in generale al manifestarsi di eventi, concetti o espressioni linguistiche: non ne è una struttura implicita. La matematica non è “nelle cose”. È piuttosto una comoda rete attraverso cui noi “imbrigliamo” efficacemente le cose per poterle interpretare: è una raffinata mappa del territorio, sempre irriducibilmente diversa dal territorio stesso. Le accresciute potenzialità offerte dagli strumenti di calcolo permettono oggi un maggiore e migliore raffinamento di questa opera di utile riduzione volta all’interpretazione, rendono la nostra maglia interpretativa così sottile da diventare essa stessa parte del mondo da rappresentare. Ma non si tratterà mai di “scoperta”, rimarrà sempre “invenzione”
.

Georg Cantor, il padre della teoria degli insiemi e della scienza dell'infinito, ben presente nella Garzantina, sosteneva che l'essenza della matematica è nella libertà. Eppure appare a molti come una scienza della costrizione. Che cosa spinge Cantor a quell’affermazione?

L’affermazione della libertà come essenza della matematica va letta in riferimento alla possibilità che essa offre di costruire liberamente mondi formali coerenti, indipendentemente dalle interpretazioni che a tali mondi potranno essere date. La visione della disciplina che questa geniale posizione offre è da una parte centrata sul ruolo della logica, così come era venuto affermandosi tra la fine del secolo XIX e l’inizio del secolo scorso, dall’altra sulla ricerca di una essenzialità depurata da limiti, vincoli ed elementi spuri tipici dell’affannosa ricerca di stretta aderenza al reale. Non possiamo dimenticare come l’avvento delle geometrie non euclidee avesse rotto lo stretto e biunivoco legame tra razionalità e realtà ed evidenziato la possibilità e la potenzialità di mondi razionali non immediatamente riconducibile al reale. Del resto, la sistemazione geometrica di David Hilbert evidenzia in quegli anni mondi geometrici coerenti, distanti dalla nostra intuizione fisica degli enti che in essi compaiono. Rispetto a questo processo ci fu chi vide il rischio di ricondursi a un mero gioco formalistico, chi ne esaltò invece le possibilità, chi, infine, cercò di coniugare i due aspetti. A mio parere, la definizione che Cantor dà dell’infinito attuale, quale insieme che può essere messo in corrispondenza biunivoca con una sua parte propria, va in questa direzione.

Che cosa più le piacerebbe si dicesse di questa Garzantina?

Che ha riconciliato alcuni – molti? – giovani e non giovani con questa disciplina.

Walter Maraschini – Mauro Palma
Garzantina della Matematica
7800 Voci
4 Appendici
Pagine 1536, Euro 46.00
Garzanti


Il segreto di Joe Gould

In un momento in cui tanta editoria si abbandona colpevolmente a biografie romanzate, grazie ad Adelphi leggiamo una cronaca che, oltre a narrare sapientemente, senza nulla inventare, la storia di un uomo realmente esistito, fa il ritratto della società nella quale si svolgono le vite dell’autore e del personaggio biografato. Facendo rigorosamente restare “i fatti scrupolosamente documentati e privi di ogni orrenda romanzatura” come scrissero Fruttero & Lucentini presentandone la prima edizione.
L’autore è Joseph Mitchell (1908 – 1996), fu una delle glorie del “New Yorker”, nella cui redazione lavorò per più di cinquant’anni. Si vantava d’essersi piazzato terzo in un torneo clam-eating mangiando 84 vongole cherrystone.
Il personaggio di cui scrive in quest’affascinante Il segreto di Joe Gould, è un eccentrico barbone del Greenwich Village; il libro è redatto in due fasi: Il professor Gabbiano, profilo uscito sul “New Yorker” nel 1942 e Il segreto di Joe Gould, apparso nel 1964. Quest’edizione Adelphi include entrambi gli scritti.

Joe Gould è un tipo “bislacco, presuntuoso, curioso, pettegolo, beffardo, sarcastico e scurrile”, di lui nel Village si favoleggia che vada scrivendo, quando non è ubriaco, il libro più lungo del mondo raccogliendo quanto va sentendo per strada. Dovrebbe costituire, come il titolo dice, “Una storia orale” e a volte si aggiungeva la dizione “del nostro tempo”. Questo bizzarro scrittore, non privo di robuste letture, infatti, affermava “Ciò che la gente dice è Storia”.
Quattro capitoli sono dedicati alla morte del padre, ma non manca anche una lunga parte intitolata “Esempi della così detta barzelletta sporca del nostro tempo”. Insomma una composizione universale di tic, vizi, virtù, abitudini malate dell’umanità.
Altra occupazione di Gould è girare per strade e bussare alle porte di conoscenti per raccogliere soldi per il “Fondo Joe Gould”, vale a dire per se stesso, per pagarsi rari panini e più frequenti sbornie.
Mitchell incontra Gould nell’inverno del 1932, quando vide, nel locale dove stava mangiando, entrare un ometto di circa un metro e sessantacinque, tanto magro da non pesare più di quaranta chili. Dieci anni dopo quel primo incontro a Mitchell viene in mente che quel sempre più noto personaggio del Village poteva essere l’occasione per redigerne un Profilo.
Diventerà l’interesse (ma anche l’ossessione) di Mitchell per molti anni. Dovrà sopportare un numero infinito di visite di Gould, ascoltarne racconti, concorrere più volte a rifornire il “Fondo Joe Gould”, assistere spesso nel bel mezzo di una festa al "ballo del Gabbiano" fatto di salti e grida stridule di Gould.
Della “Storia orale”, però, Mitchell può leggerne solo piccole parti perché il suo autore ha disseminato i fogli in appartamenti d’amici, bar dai proprietari compiacenti, donne di facili costumi. Lo stile di scrittura è “rigido e ampolloso, piuttosto monotono, ma ravvivato qua e là da osservazioni sorprendenti oppure da una punta di perfidia o di assurdità”. Inoltre il testo è “pieno di digressioni; digressioni che portavano ad altre digressioni, e digressioni dentro altre digressioni”. E questo sia che trattasse la morte del padre massone appartenente alla Chiesa Universalista sia scrivesse “La terribile storia del pomodoro. Un capitolo della storia orale di Joe Gould”.
Questo scrittore di tutto ma non per tutti, muore nell’agosto 1957.
Di lui Mitchell riesce a farne un ritratto in 3D, conferendogli il fascino che indubbiamente possiede, l’intensità psicologica che dispiega, i torbidi processi mentali, la generosità del dissipatore d’intelligenza, insieme con la meritata fama di sesquipedale seccatore.

Ma qual è il segreto di Joe Gould annunciato dal titolo?
Se ve lo dicessi, probabilmente, incorrerei nelle comprensibili ire dell’Adelphi e, francamente, non ci tengo. Sarebbe un po’ come dire il nome dell’assassino in un giallo.
Posso solo dire che vale la pena conoscerlo quel segreto perché è più sorprendete di quanto si possa immaginare.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Joseph Mitchell
Il segreto di Joe Gould
Traduzione di Gaspare Bona
Pagine 152, Euro 10.00
Adelphi


Non si sa come


Come si legge nella Treccani "Pochi autori hanno avuto un impatto sull’immaginario e la cultura del XX secolo quanto Pirandello, forse l’unico scrittore del Novecento italiano noto al grande pubblico di tutto il mondo. Con il "pirandellismo" entrano nella letteratura italiana tematiche e atteggiamenti nati con le avanguardie europee d’inizio secolo: relativismo, espressionismo, surrealismo”.
Tra pochi giorni, d’un testo di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), ci sarà una nuova messa in scena al Teatro Storchi di Modena: il 23 gennaio alle ore 21.
Si tratta di Non si sa come, nella drammaturgia di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, con la regia di quest’ultimo (in foto).
Gli interpreti sono Sandro Lombardi, Pia Lanciotti, Francesco Colella, Elena Ghiaurov, Marco Brinzi; le scene di Pier Paolo Bisleri; i costumi di Giovanna Buzzi.

Scritto in Toscana, a Castiglioncello, nell'estate del 1934 e andato in scena il 13 dicembre del 1935 a Roma (dopo un debutto a Praga in traduzione ceca) in piena dittatura fascista, e in un periodo di aspri conflitti dell’autore col regime a causa delle difficoltà incontrate dal suo progetto di un Teatro di Stato, “Non si sa come” si apre in un ‘luogo incantevole’ come recita la didascalia d’apertura del primo atto, nella casa di campagna in Umbria di Giorgio Vanzi, un giorno di settembre: una dimora dove i protagonisti, che appartengono a una borghesia agiata e ignara dei cambiamenti politici e storici in atto, conducono una vita disinvolta, tra mobili da giardino e pettegolezzi: pare infatti che Romeo Daddi sia improvvisamente impazzito, di gelosia pare...
La trama di questo testo deriva dalla fusione di tre novelle (“Nel gorgo”, “La realtà del sogno” e “Cinci”). Al centro del dramma vi è il rovello di Romeo Daddi, che, dopo aver ceduto un momento alla passione per Ginevra, moglie dell'amico Giorgio, si rende conto di quanto sia facile commettere un ‘atto’ che forse può rivelarsi una colpa, senza averne responsabilità, perché il fatto è accaduto ‘non si sa come’, fuori della coscienza di chi l’ha compiuto. Ci sono dunque delitti innocenti, atti irriflessi che marchiano a fuoco le vite umane. A tormentare Romeo sono tutti quegli atti che, ‘non si sa come’, ci portano a fare quello che facciamo. Preso dall'irrefrenabile desiderio di scoprire negli altri questi ‘delitti’, Romeo dà inizio a una specie di seduta freudiana di gruppo: il tormento del protagonista si allarga agli altri personaggi e tutti, in una folle corsa autodistruttiva, si confessano sogni e pulsioni del cuore, in un sanguinoso mattatoio metafisico, dove i corpi e le coscienze sono fatti oggetto di una violentissima vivisezione, che ricorda da vicino quella, tutta contemporanea, di Thomas Bernhard. Da questa situazione di partenza Pirandello svolge uno dei suoi drammi più feroci, immergendosi, armato di una scrittura-bisturi che analizza i misteri dell'anima e del pensiero, nei labirinti segreti del cuore e della psiche umani, nell'ennesimo tentativo, più che mai riuscito, di dimostrare che «ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, una debolissima parte, di ciò che siamo» (Giovanni Macchia).

Tornando a Pirandello dopo aver messo in scena nel 2007 “I giganti della montagna”, Federico Tiezzi conferma il suo interesse per la fase estrema del drammaturgo siciliano. Lo spettacolo succede all’allestimento di “Un amore di Swann”, dal romanzo di Marcel Proust, e costituisce un ideale “secondo tempo” di una riflessione scenica sull’ebbrezza e la tortura dell’amore: un amore inteso non solo come manifestazione emotiva, ma come lo spazio di una violenta verifica della “tenuta” della condizione umana nel momento della sua più alta e significativa tensione storica ed esistenziale.

Lo spettacolo sarà in tournée fino a marzo.
Per informazioni su date e piazze: CLIC!

Ufficio Stampa
Simona Carlucci
info.carlucci@libero.it
Tel. 0765 – 24 182 ; 335 – 59 52 789

Teatro Storchi
Modena
“Non si sa come”
di Luigi Pirandello
regia di Federico Tiezzi
dal 23 al 26 gennaio incluso


Marco Cadioli: Necessary Lines


Marco Cadioli vive e lavora a Milano, dove è docente presso l'Accademia di Comunicazione. Fra le sue mostre personali, ricordiamo Der Neue Wanderer (Overfoto, Napoli 2009) e Abstract Journeys (Gloriamaria Gallery, Milano 2012). Dal 2004 ha preso parte a festival e collettive a livello nazionale e internazionale, tra cui: Premio Michetti, Francavilla al Mare 2005; Superneen, Milano 2006; Netspace, MAXXI, Roma 2007; Atopic Festival, Parigi 2009 e 2010; FotoGrafia, Macro Testaccio, Roma 2010; Neoludica, Biennale di Venezia 2011; AFK, Casino Luxembourg 2011; BYOB, Museo Pecci Milano 2012; InterAccess Electronic Media Arts Centre, Toronto 2013.
Fin dal 1985 segue gli sviluppi dei nuovi media e questo sito lo intervistò anni fa: cliccare QUI.

La sua più recente esposizione, Necessary Lines, è al Link Center di Brescia.
In questo lavoro, Cadioli guarda alla terra adottando il punto di vista della visione satellitare, per concentrare la propria attenzione sulle linee che l'uomo traccia sulla sua superficie nel corso della sua incessante appropriazione del paesaggio: linee "necessarie," secondo la felice definizione proposta da Carl Andre per i dipinti di Frank Stella in un testo del 1959.
Il credo modernista di Stella trova un’impressionante analogia nelle immagini satellitari dei campi arati, che ripetono le linee necessarie dei confini del campo come il pennello di Stella seguiva il perimetro rettangolare e la griglia della tela: segni tracciati dall'uomo senza badare al loro possibile valore simbolico o estetico, ma limitandosi a rispettare l'economia interna di un’attività monotona e ripetitiva, di ascendenza fordista; "segni tracciati dall'uomo senza saperlo", come quelli già cercati da Mario Giacomelli ricorrendo alla fotografia aerea.

Dal 2009, la mappa è il territorio delle esplorazioni di Marco Cadioli, il cui lavoro si concentra da sempre sulla documentazione delle simulazioni. Precorrendo una sensibilità oggi ampiamente diffusa, Cadioli ha affermato la realtà del "virtuale" e la necessità di raccontarlo attraverso lo sguardo analitico della fotografia sin dai primi anni del nuovo millennio, entrando nelle prime chat grafiche, frequentando come fotografo "embedded" i videogames (vedi Arenae, 2004), producendo reportage dai mondi virtuali come Second Life (notevole il suo libro Io, reporter in Second Life ) e, infine, concentrando la sua attenzione sull'ambizioso sforzo di replica 1:1 del mondo - e dell'universo a noi noto - avviato da Google con progetti come Google Maps e Google Earth.
CLIC per vedere le immagini di Necessary Lines.


Un nuovo sito web


L’aforisma possiede una cosa che, aldilà della sua saggezza (meglio se velenosa) amo sommamente: la brevità.
Gesualdo Bufalino ha scritto un aforisma che aspira alla formula matematica assoluta: «Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole». Tante quante ne ha usate in quel suo detto.
Quanto al contenuto, Karl Kraus affermava che «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza».
Sia come sia, questa breve proposizione che fustiga più che accarezzare ha una tradizione che risale a severi moniti medici della scuola medica salernitana e “Aforismi” era il titolo di un’opera che raccoglieva i precetti medici di Ippocrate, sicché il termine indicò nel medioevo lo studio e la pratica della medicina.
Medichessa junghiana (...si sa nessuno è perfetto) e grande aforista è Silvana Baroni che si misura anche nell’aforisma visivo e in letteratura.
Fu ospite di questo sito (QUI) dove in un’intervista spiega molte cose a cominciare dalla differenza fra aforisma e proverbio.
Ora sbarca con un suo sito in Rete.
Basta un CLIC per bussare a quella porta web.


L'arte della parola


Anterem, rivista di ricerca letteraria diretta da Flavio Ermini, insieme con la Biblioteca Civica di Verona presentano L’arte della parola che coinvolge gli studenti del “Nuovo Liceo Artistico “Nani - Boccioni” di Verona.
Gli allievi della sezione Moda e Costume del Nuovo Liceo, ispirandosi al Futurismo, alla Poesia Visiva ed avvicinandosi alle neoavanguardie, interpretano immagini, parole libere, caratteri tipografici e le suggestioni di alcuni artisti riconosciuti storicamente, reinventando colori, forme e patterns di stampa. Alcuni elementi caratterizzanti le correnti artistiche del Novecento trovano così nuova vita nell’oggetto tessile e nelle stampe eseguite in ambito scolastico su tessuti, mediante antiche tecniche artigianali, come la serigrafia e lo stencil, abbinate a procedimenti innovativi offerti dalle tecnologie informatiche.
Ne sono scaturite realizzazioni grafico-pittoriche ed abiti, che hanno voluto intrecciare l’eredità del passato con nuove esperienze di valore estetico, dimostrando come si possa distillare l’inedito, il nuovo, in un contemporaneo progetto artistico.

Per informazioni:
Biblioteca Civica: Tel +39 045 8079700 bibliotecacivica@comune.verona.it
Nuovo Liceo Artistico "Nani - Boccioni": Tel. 045 569548
Fino al 25 gennaio 2014.


Luci sulla ribalta

Chi è Lucia Baldini? E perché parlano così bene di lei?
Tutto si spiega.
Come scrive l’editore PostCart per il recente libro “Luci sulla ribalta” (Pagine 204, Euro 12.50): Racconta per immagini dagli anni ottanta. Inizia a collaborare con festival e compagnie di teatro, danza e musica, in particolare per oltre 12 anni con Carla Fracci. Da compagnie e musicisti argentini si lascia coinvolgere dalla cultura del tango che la porta a realizzare quattro libri. Dall’incontro con Carlo Mazzacurati si è lasciata appassionare dal mondo del cinema. Ha esposto suoi lavori in Italia e all’estero e alcune opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Conduce seminari e laboratori sulla fotografia di scena. Da sempre porta avanti un suo progetto di ricerca legato all’onirico.

Cliccare QUI per vedere il booktraiiler del libro.


Il cuoco e i suoi re

Che uno dei più grandi cuochi mai esistiti si chiami Carême (in italiano = Quaresima), può sembrare uno scherzoso tiro del destino, perché Marie Antoine (Antonin) Carême, nato a Parigi l’8 giugno 1784 e morto a 48 anni in Germania il 12 gennaio 1833 proprio così si chiamava.
A lui, Edgarda Ferri ha dedicato uno splendido libro, Il cuoco e i suoi re, pubblicato da Skira.
L’autrice, giornalista e saggista, ha scritto biografie di Maria Teresa d’Austria, Piero della Francesca, Giovanna la Pazza, La Grancontessa (Matilde di Canossa) più volte ristampate negli Oscar Mondadori.
In questo volume raggiunge un triplice bersaglio: raccontare la vita di un uomo che ha amato il proprio lavoro fin, forse, a morirne, fare una cronaca storica raccontando vicende e tic della società europea attraversata da Carême, tracciare le origini della storia del Gusto moderno in cucina.
Attraverso le pagine si compie un percorso originale e rigoroso, che fa riflettere sul rapporto tra natura e cultura, soggettivo e oggettivo, etica ed estetica, forma e materia, in pratica uno scenario filosofico.
Come accadeva a molti della sua generazione Antonin a dieci anni, abbandonato dai genitori, comincia a lavorare in una taverna: agli spiedi, lavoro durissimo, riempiendosi i polmoni di fumo, in cambio solo di vitto e alloggio, ma facendo tesoro di quanto va apprendendo sulle cotture delle varie carni. Passerà poi alle dipendenze del pasticciere Bailly e s’istruirà su creme e sfoglie, diventando sapiente nelle pièces montées. Poi dall’altro pasticciere Gendron dal quale imparerà gli impasti con la fecola di patate mai usata prima e capirà l’importanza di fornirsi di adeguati attrezzi per il lavoro tanto che anni più tardi li modellerà lui stesso adeguandoli alle sue esigenze. Passerà da un maestro ad un altro e ad un altro ancora sapendo individuare coloro dai quali può imparare cose nuove e diventare il più bravo di tutti.
Alla pratica, Antonin affianca studi leggendo fino ad ora tarda nelle biblioteche non solo i testi delle cucine antiche, ma anche quelli di architettura che gli serviranno per costruire anni più tardi le arditissime costruzioni delle sue torte, legge di chimica e fisiologia, l’Iliade e l’Odissea, libri di viaggi nel lontano oriente e antichi testi dove sono descritti fastosi banchetti, aneddoti di cucina, curiose ricette, cose tutte che gli daranno spunti per invenzioni che stupiranno i migliori palati d’Europa.
Fra questi, Talleyrand del quale diventa lo chef. Sarà “prestato” a Napoleone (gli regalerà un castello, dove saranno ricevuti i diplomatici stranieri e “presi per la gola” da Carême che disporrà di enormi cucine e da molti di aiutanti, diremmo oggi una “brigata di cucina”), alla caduta dell’Imperatore, eccolo a Londra dove lavora per il futuro Giorgio IV, poi a San Pietroburgo alla corte dello Zar, e di nuovo in Francia al servizio dei Rothschild, passando di successo in successo, rivoluzionando l’ordine dell’ingresso a tavola delle portate, scrivendo libri, inventando il cappello a fungo che ancora troneggia sulla testa degli chef, riclassificando le salse della cucina francese in gruppi partendo da quattro salse di base.
Uno dei suoi più grandi ammiratori? Gioacchino Rossini. Carême di lui dirà: “È l’unico che abbia capito veramente la mia cucina”.
Alla sua morte diranno che l’hanno ucciso i fumi dei fuochi respirati per quarant’anni, più probabilmente, però, si è trattato di un tumore al fegato.
Chiudendo questo delizioso libro è lecito chiedersi che ne è oggi della Gola e quale il suo futuro strettamente gastronomico. Credo che la migliore risposta si trovi in un profetico scritto del celebre Brillat-Saverin fatto proprio da Carême: “La cucina, senza smettere di essere un'arte, diventerà scienza e dovrà sottomettere le sue formule, purtroppo ancora troppo empiriche, a un metodo e a una precisione che non lasceranno nulla al caso”.
Mi pare proprio (si pensi alla cucina molecolare) che Brillat-Saverin e Carême ci abbiano preso.

Ecco un libro che può fare felici non soltanto gli appassionati di enogastronomia, e questo perché le sue pagine investono plurali campi dell’umano rispetto alla nutrizione, al gusto, ai presunti vizi e alle autentiche virtù della tavola. Un libro che consiglio anche vivamente ai più raffinati chef poiché potranno venire loro gustosi (è il caso di dire) spunti per nuove idee ed invenzioni.

Edgarda Ferri
Il cuoco e i suoi re
Pagine 172, Euro 15
Skira


Intermedia Edison


Nello scenario internazionale della musica elettronica un forte segnale proviene dall’Italia ed è rappresentato da Edison Studio.
Oltre a produzioni per committenze, quel collettivo svolge ricerche estetiche e scientifiche sul suono e propone ogni anno un appuntamento – intitolato Intermedia Edison – con le nuove produzioni dello Studio e altre esperienze, arrivato quest’anno alla sua XIV edizione il 22 dicembre scorso, negli spazi dell’Ex Mattatoio di Testaccio a Roma.
Sono ben poche oggi le iniziative che, con continuità, raggiungono un tale numero di edizioni e la cosa, specialmente in questi tempi grami, va ammirata e salutata con gioia.

Ad Alessandro Cipriani Cosmotaxi ha chiesto di parlare del collettivo Edison Studi e di “Intermedia Edison”.

Edison Studio, il collettivo di cui faccio parte insieme a Mauro Cardi, Luigi Ceccarelli, Fabio Cifariello Ciardi, è attivo dai primi anni ‘90 nel panorama della musica elettroacustica internazionale, soprattutto grazie a spettacoli di “live cinema” nei quali le nostre musiche a forte componente tecnologica incontrano storici capolavori del cinema muto come “Gli Ultimi Giorni di Pompei” (1913), “Das Cabinet des Dr. Caligari” (1919), “Inferno” (1911) e "Blackmail” (1929).
“Intermedia Edison” è un evento che integra video arte, musica elettronica, musica per strumenti acustici e suoni elettronici insieme a presentazioni dedicate alle nostre nuove produzioni e ai concerti che svolgiamo altrove durante l’anno. Una sorta di festa di Natale dedicata alla musica sperimentale e alla tecnologia. Quest’anno, di ritorno dal nostro ultimo spettacolo al Scotland's Festival of New Music abbiamo deciso di presentare per la prima volta al pubblico romano due nostri lavori: lo storico e nefasto discorso tenuto da Adolf Hitler il 10 febbraio del 1933 “tradotto”, a partire dal profilo melodico e dal ritmo della voce del futuro Führer, da Fabio Cifariello Ciardi per l’eccezionale violino di Marco Rogliano, e “Il Contatore di Nuvole”, commissionato a Luigi Ceccarelli dal lussemburghese Noise Watcher Unlimited ed eseguito per l’occasione dal pianista Ciro Longobardi
.

“Intermedia Edison” è dedicato esclusivamente alle vostre musiche?

Inizialmente lo era, ma da alcuni anni ci piace ospitare e presentare anche lavori di giovani compositori e video-artisti che selezioniamo personalmente, nella speranza di contribuire, nel nostro piccolo, alla loro affermazione. Fra i molti giovani in programma quest’anno, vorrei segnalare il compositore russo Nikolay Khrust, che ha presentato una curiosa installazione per audio, video e sistemi di bio-feedback e Diego Capoccitti, giovane ingegnere e soprattutto compositore e video-artista, già messo in luce dal Concorso Internazionale di composizione e produzione musicale “Sincronie Remix”, vincitore quest’anno di un premio che abbiamo deciso di assegnarli per l’alta qualità artistica di due suoi lavori: “(Dis)Taste”, un’ironica telecronaca audio-video di un pasto... disgustoso, e “Il Vaso di Pandora”, un raffinato intreccio fra le immagini di Capoccitti, la musica di Gabriele Paolozzi e la voce del poeta “pre-testuale” Giovanni Fontana. Una giovane promessa, Capoccitti, che speriamo di poter mettere presto accanto a Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, presentati nel nostro Intermedia Edison 2011 e da poco vincitori del premio speciale della giuria nella sezione "Italiana.corti" al Torino Film Festival.


Roma. Le ragioni di una visita

Il Touring Club Italiano – centoventi ma non li dimostra – dal luglio 2010 con la Presidenza di Franco Iseppi sta sempre più promuovendo una visione che si segnala per modernità e trova il suo centro nell’idea di un turismo consapevole, fondato sui valori della conoscenza, della responsabilità ambientale e sociale, dell’apertura alle voci del mondo, cose queste strettamente associate all’ecosistema italiano della cultura.
Lo dimostra anche, ad esempio, un’iniziativa editoriale giunta al suo quarto appuntamento.
Si tratta di agili librini che pescando nel ricco archivio della “Guida d’Italia”, nata nel 1914, riportano alla luce scritture di eccellenti nomi che hanno collaborato con il Touring.
Nel 2010 si è cominciato con Calvino, poi Valentino Bompiani, poi ancora Dino Buzzati, e quest’anno ecco Giulio Carlo Argan, in foto, con "Roma Le ragioni di una visita".
Come scrive Franco Iseppi nella Prefazione: L’ottava edizione della Guida Roma, preparata e stampata nel 1992, fu distribuita nel gennaio ’93. Ma Giulio Carlo Argan non la vide, perché ci lasciò il 12 novembre 1992. Probabilmente dunque questa che vi presentiamo resa l’ultima testimonianza dell’impegno civile e culturale dell’autore.

Argan, (Torino, 1909 – Roma, 1992) è stato un critico d'arte, politico e docente italiano, primo sindaco non democristiano della Roma repubblicana dal 1976 al 1979. Fu dagli anni settanta un esponente di prestigio della Sinistra Indipendente e senatore dal 1983 al 1992 nella IX e X Legislatura.
In questo suo intervento per il Touring, oltre vent’anni fa traccia una diagnosi delle origini dei mali di Roma: Fu quanto mai singolare la storia urbana di Roma, con epoche di fasto superbo alternate con altre di tragico decadimento: rifiorì sempre e forse proprio per questo ebbe nome di città eterna. Sarà ancora così nel futuro? La discontinuità e l’apparente disordine dello sviluppo urbano si spiegano: Roma è sempre stata una città di potere, politico o religioso o l’uno e l’altro che fosse. Fu capitale, ma non fu mai un municipio nel senso di quell’autonomia di governo cittadino che fu dei Comuni italiani. Non ebbe comunità cittadina omogenea, una borghesia di artigiani e commercianti interessati alla funzionalità strutturale, al prestigio della figura, alla comodità della casa comune, che in realtà fu sempre comandata dall’alto, prima dagli imperatori, poi dai pontefici. La città era l’alone del loro accentrato potere.


Storia dell'arroganza


L'arroganza, secondo il vocabolario, è “il senso di superiorità nei confronti del prossimo, che si manifesta con un costante disdegno; l'origine del termine è giuridico, dal latino ‘ad rogare’, richiedere ed attribuirsi ciò che non spetterebbe”.
Già, ma esiste una sola arroganza o più di una?
Diverso è il caso, ad esempio, di chi vuole occupare un posto che non gli spetta in una fila o in una graduatoria, da quello che possedendo poche nozioni pretende di dare lezioni a tutti, oppure da un altro che pratica in politica o in religione il pensiero unico sostenendo così monoculture, dittature, monoteismi.
La casa editrice Moretti&Vitali ha pubblicato un libro che riflette su di un altro tipo di tracotanza quella che propone nel suo saggio Luigi Zoja con Storia dell’arroganza Psicologia e limiti dello sviluppo. il sottotitolo è eloquente e indica con chiarezza il campo d'indagine.

L’autore è uno psicoanalista. Laureato in economia, ha compiuto le prime ricerche sociologiche nella seconda metà degli anni sessanta. Ha studiato presso il C. G. Jung Institut di Zurigo. I suoi saggi e libri sono pubblicati in 14 lingue.
Tra le sue pubblicazioni: “Nascere non basta” (Cortina, 1985); “Crescita e colpa” (Anabasi, 1993); “Il gesto di Ettore” (Bollati Boringhieri, 2001); mentre per Moretti & Vitali abbiamo “Coltivare l’anima” (1999) e la curatela di “L’incubo globale” del 2002, volume dedicato all’11 settembre.
Junghiano, laureato in economia, non sorprende che Zoja indaghi sulla psicologia dello sviluppo e sui danni che produce. Tra gli studiosi di studiosi di psicologia a interessarsi di economia, appartenenti a varie scuole, ricordo l’israeliano Daniel Kahneman, Premio Nobel per l'economia nel 2002 (secondo psicologo, il primo fu Herbert Simon nel 1978, ad aver ottenuto il Nobel in economia) uno dei fondatori della cosiddetta finanza comportamentale che discende dalla psicologia cognitiva lontana da quella analitica praticata da Zoja il quale, non a caso, scrive che “la visione scientifica perfeziona la comprensione, ma può impercettibilmente sottrarla all’uomo”.
E ancora, riflettendo sui mali di oggi derivanti da un’espansione senza limiti: “L’origine, sta in un’inconscia conversione dei nostri antenati. Per gli antichi greci, la morale stava nell’osservanza dei limiti. Gli dèi volevano la felicità solo per sé, erano invidiosi, punivano chi aveva o voleva troppo. Ma proprio i greci si insuperbirono dei loro successi e capovolsero il tabù del limite: cominciarono a sostituirsi agli dèi. Se è vero che una cultura può negare solo superficialmente le proprie origini, che le antiche divinità svaniscono ma i loro miti rinascono in forme moderne, allora la nostra ansia per i limiti dello sviluppo non riguarda solo un problema tecnico, ma riporta alla luce un tormento e una colpa infinitamente più antichi”.
È bene pure ricordare che Pasolini, molto tempo fa, aveva operato un netto distinguo fra “progresso” e “sviluppo” condannando i guasti dello sviluppo e apprezzando il progresso che, forse, talvolta è aiutato da un necessario pizzico d’arroganza verso la Natura.

Luigi Zoja
Storia dell’arroganza
Pagine 244, Euro 18
Moretti & Vitali


Web e nuovo teatro


Per tutti quelli che lavorano nelle nuove forme teatrali, o studiano il rapporto fra teatro e nuovi media, c’è da pochi giorni in Rete una maiuscola, occasione per informarsi sull’espressività scenica dei nostri giorni e quella futuribile.
Quest’opportunità è data da un sito ideato e guidato da una eccellente studiosa e saggista: Anna Maria Monteverdi (in foto).
Esperta in digital performance e videoteatro, ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Pisa in Forme della rappresentazione teatrale, cinematografica e audiovisiva studiando a Québec City presso la struttura produttiva di Robert Lepage.
Insegna Storia dello spettacolo all’Accademia di Torino e Digital Video all’Accademia di Brera.

Il suo website, alla ribalta dal primo gennaio, raccoglie quindici anni di scrittura on line e più di venti di ricerca teatrale allargata ai territori della performance tecnologica e del videoteatro. In mezzo ci sono quattro monografie e tre antologie pubblicate, ristampate, riedite anche in formato e-book.
Mi va qui di ricordare con piacere un intervento di Anna Maria Monteverdi su questo sito quando fu pubblicato il suo "Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità".

Ecco una dichiarazione che profila gli intenti della pubblicazione.
La scrittura critica mi è congeniale, ho nel pc decine di articoli inediti che voglio mettere on line e prima o poi diventeranno il nucleo di qualche nuovo libro. Ho sempre fatto così. La teoria dopo la pratica. Pratica da spettatrice. Da osservatrice creativa, come mi chiamava Giacomo Verde e il titolo mi piace! Il sito (che amplia il campo del precedente digitalperformance.it) ospiterà articoli già pubblicati (che verranno indicizzati tematicamente nella MonteverdiPedia) e nuove recensioni, still da spettacoli, eventi culturali, riflessioni. E’ anche un sito di supporto alla didattica perché inserisco materiali di studio, testi di conferenze e dispense visionabili dagli studenti dei miei corsi attraverso login. Ho aggiunto una pagina I LIKE dove segnalo siti interessanti, blog e materiale di comune utilità reperita in rete. Vorrei ospitare testi di altri studiosi, critici, liberi pensatori. Vorrei che il sito che fosse un collettore di pensieri teatrali sparsi senza gerarchie. Dedico il sito alla persona che in questi anni ha maggiormente guidato con il suo lavoro e il suo pensiero, la mia scrittura: l’artista Paolo Rosa, scomparso ad agosto 2013. Mi scelse nel 1994 per un volume di Studio Azzurro della Lindau che lui generosamente voleva fosse scritta da giovani critici sconosciuti. Condivisi la scrittura con talenti curatoriali, artisti e giornalisti del calibro di Andrea Lissoni, Fabio Francioni e Alessandro Amaducci. Sono partita da lì e non ho più smesso. Buona lettura!


Anarchiche

La casa editrice Shake ha un catalogo assai interessante che meriterebbe di essere meglio conosciuto, vi consiglio un’iscrizione alla sua newsletter.
Tra i più recenti titoli, grande rilievo merita Anarchiche Donne ribelli del Novecento di Lorenzo Pezzica.

Dalla quarta di copertina: “Quindici profili narrativi restituiscono la vicenda biografica e l’azione politica di altrettante donne, da Emma Goldman a Virgilia D’Andrea, da Noe Ito a Maria Luisa Berneri, da Nancy Clare Cunard a Luce Fabbri. Le loro storie sono condizionate in particolare dalle lotte politiche degli anni venti e trenta del Novecento: dall’avvento del fascismo, alla guerra di Spagna alla seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze. Ripercorrendo la loro esistenza, vissuta con una libertà di schemi impensabile per quegli anni, il libro riconosce in queste anarchiche una comune disposizione che le portò volta per volta a impegnarsi in prima persona nelle battaglie politiche e sociali del movimento anarchico e nella lotta per l’emancipazione femminile, confrontandosi ogni giorno con la persecuzione delle istituzioni, i pregiudizi del tempo e in parte con la stessa diffidenza dei militanti”.

L’autore (1965), storico e archivista, vive e lavora a Milano. Collabora con il Centro studi libertari/Archivio Giuseppe Pinelli, la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e la Fondazione Anna Kuliscioff. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi di argomento archivistico e storico. Per Elèuthera ha curato il volume Voci di compagni, schede di questura (2002), e Michail Bakunin. Viaggio in Italia.

A Lorenzo Pezzica ho rivolto alcune domande.
Le quindici donne descritte nel tuo libro sono diverse per luoghi d’origine, cultura, estrazione sociale. C’è fra loro un tratto in comune? Se sì, quale?

Hanno in comune il tratto della ribellione e della trasgressione al destino che in qualche modo era segnato per loro. Sono tutte donne colte, che hanno studiato, sia che appartengano alla classe operaia sia all’aristocrazia, come Nancy Cunard. Scrivono sui tanti giornali del movimento anarchico, sono militanti, editrici, poetesse. L’esperienza dell’esilio è un altro tratto comune per molte di loro. Non solo un esilio esterno ma spesso anche interiore. Per tutte loro essere anarchiche significa conservare la libertà del proprio sguardo e riconoscere da una parte i meccanismi dell’oppressione e dello sfruttamento del potere, dall’altra sentirsi solidali con gli oppressi, gli umiliati, gli sfruttati, gli offesi, ovunque si trovino.

Scrivi che anarchismo e femminismo pur condividendo luoghi ed epoca storica, non riescano ”però riuscire completamente a incontrarsi nel corso della loro lunga storia”.
Come spieghi quest’incontro sostanzialmente mancato?

Non mancato ma solo in parte realizzato. Tra gli anarchici dell’epoca era convinzione che la questione dell’emancipazione femminile potesse rientrare all’interno del pensiero anarchico in generale e quindi risolvere in una visione meno parziale e più complessiva le stesse questioni, attraverso la rivoluzione sociale. Queste donne sono state femministe ante litteram, come Emma Goldman che si impegna nell’impresa di dare una dimensione femminista al movimento anarchico e contemporaneamente una dimensione libertaria all’idea di emancipazione femminile. Hanno partecipato alla lotta per l’emancipazione femminile durante la prima ondata del movimento femminista, pur criticando nettamente le suffragette considerate “borghesi”, e hanno dato vita al movimento anarco-femminista “Mujeres libres” in Spagna dal 1936 al 1939. Pensieri ed azioni che trovavano qualche diffidenze da parte del movimento. Ricordo per l’esempio la nota conversazione tra Emma Goldman con Kropotkin, senza dimenticare però di ricordare che Errico Malatesta invece si dimostrò sempre attento alle questioni dell’emancipazione femminile.

Proprio tra le anarchiche è nata l’intuizione di riconoscere la matrice totalitaria che apparenta fascismo, nazismo e comunismo; si pensi a Luce Fabbri, ma non è la sola.
Perché proprio tra quelle donne nacque quel pensiero di critica storica?

Come è noto, la cifra peculiare dell’anarchismo è lo scontro con il dominio, qualsiasi ne sia la forma storica e ovunque esso rivesta di sé le dinamiche sociali e culturali. Gli anarchici sono stati fin dal principio contro il fascismo e il nazismo e fortemente critici nei confronti della Rivoluzione bolscevica, denunciandone subito il pericolo della sua deriva autoritaria e dittatoriale. Sono stati contro il regime stalinista. E ne conosciamo le conseguenze. Vedi la Spagna del 1936. È quindi nelle corde di queste donne la riflessione sulla matrice totalitaria di fascismo, nazismo e stalinismo. Giustamente citi Luce Fabbri che riflette in modo profondo sulla questione, con analisi che l’avvicinano al pensiero di Simone Weil e di Anna Harendt.

Per un estratto dal libro: CLIC!

Lorenzo Pezzica
Anarchiche
Predazione di Ida Faré
Pagine 224, Euro14.00
Shake Edizioni


Novecento


Si tratta di una realizzazione di Nero Project (pseudonimo con cui si firma Antonello Fresu) a cura di Giannella Demuro e di Ivo Serafino Fenu (curatore della Pinacoteca Carlo Contini), in collaborazione con il Pav – Progetto Arti Visive dell’Associazione culturale Time in Jazz.
Fresu, psichiatra e psicanalista, curatore di mostre ed eventi espositivi, dopo aver partecipato a diverse mostre collettive in Sardegna dal 2004, nel 2012, ha presentato in anteprima all’Auditorium Parco della Musica di Roma Offrimi il cuore.

La mostra “Novecento”, attraverso le più importanti vicende belliche che nel mondo hanno tragicamente scandito quel tempo rilegge il percorso del cosiddetto “secolo breve”.In questa prospettiva il Novecento è parso, viceversa, interminabile, tanto da proiettare, ancor oggi, le sue ombre lunghissime.
Il Secolo breve, dizione diffusissima nei media, è la ripresa del titolo del fortunato saggio dello storico britannico Eric J. Hobsbawm; nella sua titolazione originale il libro si chiamava "Age of Extremes” (Il Secolo degli Estremi). Nel volume sono analizzate le svolte storiche di un secolo - il ventesimo - la cui estensione temporale l’autore racchiude in due date: 1914-1992.
Fu, infatti, nel giorno 28 giugno di questi due anni che accaddero eventi che racchiudono il periodo all'interno del quale - o in conseguenza del quale - il mondo non sarebbe stato più lo stesso di prima. Il 28 giugno 1914 a Sarajevo fu assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando; nel medesimo giorno di settantotto anni dopo - il 1992 - il presidente francese François Mitterrand parlò nella stessa città martoriata dalla guerra balcanica per invocare - rivolto ai grandi di tutto il mondo - una nuova e duratura pace.

“Novecento” propone immagini che provengono dagli archivi dei maggiori musei mondiali di storia e di fotografia, da quelli privati d’epoca oppure dall’iconografia familiare ritratte dalle riviste di propaganda del tempo. Si ha così un percorso à rebours attraverso momenti di repertorio di un foto-giornale quale fu ‘Life’ e di quelle apparse su ‘Tempo’, che al settimanale statunitense s’ispirò e della cui cura grafica si occupò Bruno Munari, maestro della contaminazione tra parola e immagine.
Presenti anche altre immagini tratte dal più recente medium, la Rete, rielaborate attraverso la tecnica del “pop-up” che Antonello Fresu ha adottato per descrivere il drammatico contrasto fra l’innocenza infantile e tragiche brutalità.
La mostra, apre simbolicamente le celebrazioni che fino al 2018 ricorderanno gli avvenimenti luttuosi del primo conflitto mondiale.
“Novecento”, è inserito per la sua peculiarità anche nel programma dell’iniziativa Letture&Visioni.

Novecento
di Nero Project | Antonello Fresu
Oristano
Pinacoteca “Carlo Contini” – Via Sant’Antonio
Info: tel. 079 – 21 40 52 | cell. 339 – 59 06 900
Fino al 15 febbraio 2014


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