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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Nefelococcigia


Giovedì 3 novembre, al Goldoni di Firenze, la Compagnia Lombardi – Tiezzi ed Emilia Romagna Teatro Fondazione, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze –, presentano un grande classico: “Gli Uccelli” di Aristofane (Atene, 445 ca. a. C. – 388 ca. a. C.)
Due ateniesi – Pistetero ed Evelpide – lasciano la loro città tediosa, divorata dalla passione e sull’orlo del crollo definitivo per andare in cerca di un luogo senza seccature dove trascorrere il resto della vita. Nel mondo degli uccelli i due cercano e trovano un sogno utopico, una patria dolce e materna, senza leggi né violenza: Nefelococcigia. Attraverso una comicità surreale e lirica, fantastica e liberatoria, Gli Uccelli (forse scritta nel 414) è un’opera colma di spirito di contestazione. Nonostante la sua ideologia aristocratica e conservatrice, Aristofane è qui più moderno di ogni moderno, nel rivendicare la necessità della gioia e della concretezza, dei piaceri del corpo. E’ il grande sogno della creazione di una società libera e felice, dove gli uomini, riconquistato il rapporto con la natura, possano vivere nel migliore dei mondi possibili. Questa commedia dissacra tutti i miti di allora (e di oggi). Ma cos’è e dove si trova il regno di Utopia? E’ forse il palcoscenico dove è possibile, nello stesso momento, la realtà e il sogno? Nel racconto di Aristofane, il regno di Utopia si trasforma a poco a poco nel mondo che conosciamo con le sue strutture e le sue figure: poetastri, scrocconi, politicanti da strapazzo, lenoni, parricidi, dèi e uomini vengono a bussare alla porta del “neo-regista” Pistetero, chiedendogli di essere rappresentati.
In questo Teatro del Mondo tutti gli stili teatrali concorrono alla rappresentazione: è il teatro con i suoi infiniti umori e linguaggi a rappresentarsi.
Ufficio Stampa:
Simona Carlucci: tel. 0765 - 423364 oppure 335 - 5952789; carlucci.si@tiscali.it

“Gli Uccelli” di Aristofane
traduzione di Dario Del Corno
drammaturgia di Sandro Lombardi
regia di Federico Tiezzi
In tournèe


Tropici più tristi


“Tristi tropici” di Claude Lévi-Strauss, un classico dell’etnografia, è del 1955.
Quest’anno, a mezzo secolo da quell’epocale pubblicazione, la giornalista Véronique Mortaigne a febbraio intervistò per “Le Monde” il grande antropologo, nato a Bruxelles nel 1908, oggi novantaseienne.
Le ottime edizioni nottetempo mandano in libreria in questi giorni – in uno dei microvolumi della collana ‘sassi’ – quella conversazione, rivista e ampliata da Lévi-Strauss, che esce col titolo Tropici più tristi.
Nelle pagine di questo librino, lo scienziato racconta il suo rapporto con il Brasile, riepiloga la sua vita di ricerca e di scoperta, rievoca spunti che ispirarono il libro “Tristi tropici” e osserva l’evoluzione di quell’universo, con l’acutezza e l’intelligenza di chi ha avuto il mondo come oggetto di studio.
Studio dai plurali approdi, che lo ha visto fare articolate riflessioni su molteplici pratiche sociali, e non ultima il Gioco (specie in “Antropologia strutturale”), aspetto questo di mio particolare interesse, sul quale, con ripetuti e ampi riferimenti a Lévi-Strauss, si è intrattenuta Paola De Sanctis Ricciardone nel suo Antropologia e Gioco, Liguori, 1994.
Leggendo Tropici più tristi apprendiamo che i “Tristi tropici” fatti a noi conoscere dal più grande antropologo vivente, quel mondo in mutazione, a cavallo fra due epoche, due civiltà, fra una tradizione in procinto di essere abbandonata e la cosiddetta civiltà occidentale non ancora assimilata, oggi sono ancora più tristi, e noi ci troviamo forse in quella stessa situazione: fra una cultura smemorata e un nuovo mondo che non ha nulla di ‘valoroso’.

Claude Lévi-Strauss, “Tropici più tristi”
Traduzione di Maria Pace Ottieri
nottetempo edizioni, pagine 36, 3:00 euro


Progetti Nuovi


Annamaria Testa, nello scenario italiano e non solo italiano, da anni un grande talento della comunicazione – dalla pubblicità all’insegnamento universitario passando per un’importante produzione di saggistica su linguaggio e creatività - ha fondato a Milano la società Progetti Nuovi che si occupa di piani comunicativi non standard per le imprese.
Di Annamaria Testa conservo anche il ricordo di un periglioso e divertente viaggio spaziale fatto insieme con lei.
In Progetti Nuovi è affiancata da Paolo Rossetti e Bianca Maria Biscione nonché da un gruppo di specialisti in vari campi del comunicare; Progetti Nuovi è, insomma, una struttura in grado di pianificare campagne, organizzare eventi, proiettare messaggi.
Compresi gli eventi culturali. E qui voglio soffermarmi per qualche rigo.
Anche perché i miei 25 lettori lavorano prevalentemente in campo culturale. E a loro rivolgo il sermoncino che segue.
Da noi, soprattutto nell’area dello spettacolo (ma anche nei festival, nelle rassegne musicali o d’arti visive), l’aspetto promozionale è perniciosamente visto come scisso da quello produttivo; cosa, insomma, che va ad aggiungersi a cose già varate, alla vigilia dei debutti. Gli esiti sono disastrosi. Sicché perfino i, pochi, soldi destinati alla comunicazione vanno persi, perché sono mal spesi e peggio impiegati. Arrivano nelle redazioni – e ne so qualcosa anch’io per via di questo webmagazine che conduco – comunicati stampa scritti in maniera agghiacciante, oltre che tardivi e oscuri.
In altri paesi europei, per non dire degli Stati Uniti, anche quando non dispongono di somme significative, preferiscono realizzare semmai qualche risparmio durante riprese o allestimenti pur di investire denari in promozione…”The Blair Witch Project”, per fare un esempio (piaccia o non piaccia quel film, a me non è piaciuto ma qui non c’entra il dato estetico), è costato 40mila dollari dei quali ben 5mila destinati alla comunicazione!…
E questo spiega, almeno in parte, il suo successo.
Insomma, è il caso di pensare alla comunicazione come parte integrante della produzione.
Chiudo con un cin-cin da me dedicato a Progetti Nuovi, ad Annamaria Testa e a tutto lo staff.


Tris d'assi alla Gnam


Sono in corso alla Gnam, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, tre mostre d’estremo interesse dedicate ad altrettanti artisti contemporanei: Giuseppe Chiari, Pino Pascali, Lisa Ponti.
In ordine alfabetico, qui mi occupo di Chiari e, nelle successive note, degli altri due.
Nelle sale della Galleria, è possibile godere di un evento inedito d’uno dei padri riconosciuti dell’avanguardia artistica italiana, Giuseppe Chiari, una grande installazione dell’artista fiorentino, dal titolo Omaggio a Roma.
Chiari sperimenta metodi diversi per suonare (fino a produrre video tape, autentici monumenti di compenetrazione di immagini e suoni), utilizzando acqua, capelli, pianoforti, sassi, violoncelli, e la carta; s’avvale di uno spirito poetico sintetico ed essenziale, sfornando testi considerati oggi veri e propri pezzi di culto delle neo-avanguardie, per conoscerne uno che ben illustra lo spirito di “Suonare la Città”, cliccate QUI.
La mostra – a cura di Paolo Coteni, Ada Lombardi, Carla Michelli.– è un ragionato e amoroso omaggio alla figura di Chiari, che rappresenta un significativo esempio di arte totale e unisce varie tecniche: dal gesto-azione al gesto-pittorico, attraverso la sua particolare musica “gestuale”.
Accompagnano l’installazione una serie di statements, libri, oggetti e opere selezionate con criterio antologico tale da restituire un’immagine concreta dell’opera e della figura dell’artista.
Inoltre sono rappresentate le collaborazioni con importanti personaggi dell’arte contemporanea quali Pietro Grossi, Sylvano Bussotti, George Maciunas, John Cage, e altri artisti internazionali del gruppo Fluxus nel suo periodo più propositivo. Gruppo al quale Chiari aderisce formalmente nel 1962.
I lavori in mostra illustrano il suo percorso, sonoro e visivo a un tempo, lavori che diventano elementi multicodice, come ad esempio la sua celebre opera Gesti sul piano rappresentata nella mostra.

Giuseppe Chiari
Fino al 27 novembre
Galleria Nazionale d’Arte Moderna
Viale delle Belle Arti, 131 – 00196 Roma
Orari: 9.30 – 18.40, lunedì chiuso


Tris d’assi alla Gnam (2)


Con l’esposizione nei saloni centrali della collezione Pino Pascali, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna celebra il settantesimo compleanno di Pino Pascali, che cade il 19 ottobre di quest’anno, nacque, infatti il 19 ottobre del 1935 e morì tragicamente in un incidente stradale mentre viaggiava sulla sua moto l’11 settembre 1968.
Per conoscerne estesamente biografia e percorso artistico, cliccate QUI.
Nell’occasione saranno presentate sedici opere dalle collezioni - datate dal 1964 al 1968 – che ben focalizzano le diverse fasi creative dell’artista, succedutesi rapidamente nella sua breve carriera, e che testimoniano una pirotecnica capacità di invenzione di forme e di spazi. La ricca collezione Pascali della Galleria Nazionale – dono dei genitori alla morte di Pino – fu accolta nel 1969 quando la Soprintendente Palma Bucarelli dedicò all’artista una vasta retrospettiva.
Pino Pascali è presente in importanti musei e collezioni italiani e internazionali, tra i quali: il Centre Georges Pompidou di Parigi, il il Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig di Vienna, l’Osaka City Museum of Modern Art, la Gam di Torino, il Macro di Roma, la Pinacoteca Provinciale di Bari.
Artista versatile e moderno nell’attraversamento di campi differenti (scenografia, scultura, pittura, pubblicità), per l’importanza e l’attualità del suo messaggio, Pascali si presenta in un modo assolutamente originale rispetto alla stessa Arte Povera, corrente della quale è considerato esponente di spicco.
La presentazione delle opere, a cura di Livia Velani, sarà corredata da filmati, tra cui uno inedito dal titolo 32 mq di mare circa, realizzato dalla regista Giuliana Gamba, in occasione della mostra a Castel Sant’Elmo a Napoli nel 2001. Saranno inoltre proiettate le interviste ed i filmati pubblicitari di Pascali, realizzati con Sandro Lodolo.
Memoria e forma, ironia e invenzione fantastica sono gli elementi che contraddistinguono l’arte di Pascali, e 32 mq di mare circa, opera tra le più note, ne è testimonianza: una superficie d’acqua a riquadri, plastica liquida, tanto evocativa quanto finta.
Il catalogo, per i tipi di Electa, sarà arricchito da una sezione documentaria inedita proveniente dagli Archivi della Galleria Nazionale .

Pino Pascali
Fino al 27 novembre
Galleria Naz. Arte Moderna
Viale delle Belle Arti 131, Roma
Ingresso: 9.30 - 18.40


Tris d’assi alla Gnam (3)


La Galleria Nazionale d’Arte Moderna presenta opere della disegnatrice Lisa Ponti.
Lisa, nata a Milano nel 1922, ha affiancato il padre Giò sin dal 1940 nella conduzione delle riviste ‘Stile’ e ‘Domus’, da lui fondate e dirette. In ‘Domus’, di cui è stata vicedirettrice, ha curato le pagine d’arte dal 1948 al 1986, scoprendo talenti e commentando quattro decenni di arte italiana e internazionale.
Ha progettato oggetti d’arredo e architetture con largo impiego di specchi, luci al neon e strutture in acciaio.
Accanto, poi, all’importante attività di critica d’arte Lisa Ponti coltiva da sempre il disegno. Lo pratica su carta A4 extra strong con un segno rapido e guizzante e pochi tocchi di acquerello.
Per visionarne un esempio, cliccate QUI.
I temi sono vari: le stagioni, i sentimenti, i giochi di parole, i sogni. Opere venate di buonumore e così sintetiche nella forma da risultare atemporali, in realtà esse si riallacciano alla grande tradizione italiana del disegno come esperienza del pensiero e del conoscere.
La mostra, brillantemente curata da Maura Picciau, presenta oltre sessanta pezzi – in maggior parte inediti – dalla produzione degli ultimi anni. Il catalogo, pubblicato da Electa, consta di una raccolta di cartoline postali che riproducono i disegni, accompagnati a tergo da testi di artisti e critici. Hanno aderito: Carla Accardi, Bob Wilson, Gillo Dorfles, Tommaso Trini, e inoltre Ciardi, Levi, Pieroni, Pezzi, Prini, e molti altri che non cito per motivi di spazio.

Lisa Ponti
Fino al 27 novembre
Galleria Nazionale d’Arte Moderna
Viale delle Belle Arti, 131 – 00196 Roma
Orari: 9.30 – 18.40; lunedì chiuso


Luci londinesi


Il Museo Hendrik C. Andersen presenta a Roma Let there be smoke opere recenti del pittore Lino Mannocci nato a Viareggio nel 1945, residente a Londra da oltre trent’anni.
Con tele di piccola e media dimensione, dove l’immagine è spesso spartita in riquadri consequenziali, Mannocci utilizza la figurazione in modo metaforico o, come è stato detto, ‘metarealistico’, per ripercorrere luoghi della propria memoria, della storia e del mito. Scrive giustamente Franco Marcoaldi nel catalogo: Già dallo stesso titolo della mostra – quel ‘let there be smoke’ che con anglofono understatement si propone come fantasiosa riscrittura del celebre 'fiat lux' di memoria biblica – la pittura di Lino Mannocci mostra in modo inequivocabile la sua natura assieme ironica e ambiziosa.
Una presenza, quella di Mannocci, che riesce, insomma, ad essere moderna ed originale pur agendo attraverso tecniche tradizionali.
Il catalogo, funestato da una nota di Vittorio Sgarbi, s’avvale di una puntualissima intervista all’artista di Elena Di Majo che riesce a farci conoscere anche aspetti espressivi non presenti nella mostra, come quando, grazie alle sue domande apprendiamo da Mannocci: “Da moltissimi anni dipingo sopra cartoline postali, alterandone contesto e contenuto. Le prime cartoline le feci negli ultimi anni Settanta. È un lavoro a sottrarre. Di solito le cartoline su cui lavoro sono immagini fotografiche affollate, complesse. Con la pittura a olio copro parzialmente e semplifico l’immagine, spesso promuovendo alcuni particolari della foto originale da comprimari a protagonisti della nuova immagine”.

Lino Mannocci, “Opere londinesi”
Fino all’8 dicembre 2005
Museo Hendrik C.Andersen
Via Mancini 20, Roma, 06 – 32 190 89
Orario: 9.00 – 19.00; lunedì chiuso
Ingresso gratuito


Website per Gianni Sassi


Ho conosciuto Gianni Sassi alla fine degli anni ’70 allorché progettava “Alfabeta” che sarà poi un mensile culturale di primo piano raccogliendo tanti e tanti nomi delle avanguardie europee. Lo avrò negli anni successivi più volte ospite di mie trasmissioni a Radiorai e, poi, chissà come, ci siamo persi di vista. Succede. Sono i difetti dell’esistenza.
In quei pochi ma intensi incontri, ebbi modo di conoscere un personaggio straordinario.
In una storia della cultura italiana della seconda parte del secolo scorso, è impossibile prescindere dal suo nome. Ha praticato, infatti, fra i primissimi quella che, oggi con parola fin troppo abusata, chiamiamo multimedialità, lo ha fatto agendo una molteplicità di campi espressivi che vanno dal design alla letteratura, dalla moda alla soundpoetry, dalla musica alla grafica, dalle arti visive all’arredamento, fino all’enogastronomia fondando “La Gola”: la prima rivista italiana che si occupa di cibo e delle tecniche di vita materiale indagando sul gusto sotto il profilo sociologico e storico.
E’ scomparso nel 1992.
Da poco è in rete un ottimo sito web dedicato a Gianni Sassi, di cui sono editori e promotori Claudio Bartolucci e Viviana Bucci dello studio di web design e multimedia Multiplanet (in collaborazione con Adriana Braga, compagna di Sassi).
Sito imperdibile e che v’invito a visitare perché dà un ritratto esaustivo dell’opera di Gianni, attraverso un attento percorso storico della sua opera distribuita in più sezioni.
Nel sito consiglio anche la lettura di un felicissimo articolo di Silvia Veroli, per Alias, che è riuscita a fotografare impeccabilmente la figura e l’importanza di questo grande interprete culturale.

Gianni Sassi
Sito in Rete


Irina, la nuova regina


L’osteria veneziana Vecio Fritolin si trova a ridosso del mercato di Rialto, nella calle dove nacque la regina di Cipro Caterina Cornaro.
Ora lì la regina è Irina Freguia che dirige un locale ricco di storia. Locale dal nome che rimanda alla tradizione dei fritolin, posti dove si poteva acquistare il pesce appena fritto per mangiarlo a casa o sul posto di lavoro. I ‘fritolin’ sono tutti scomparsi (e se ne trovate ancora qualcuno non è detto che sia proprio una fortuna), sicché questa soave osteria è la sola a mantenere in vita la vera tradizione dello “scartosso de pesse”, il cartoccio da passeggio
L’Osteria “Vecio Fritolin” di Venezia, manifestando interesse verso la cultura (al contrario del nostro Governo, Finanziaria docet) promuove degli incontri tra scrittori, artisti, vignaioli e gourmet che parleranno di ricette e di libri, di arti visive e di vini.
Il vivace titolo della rassegna è: Fritti Corsari. Libere incursioni tra cucina e cultura.
Rassegna che nasce da un'idea di uno storico della gastronomia: Flavio Birri; il programma è curato da Carla Coco storica e scrittrice di cose veneziane.
“Fritti Corsari” prende il via sabato 22 ottobre, alle ore 11.00.
Da sempre, a Venezia, si gode l’ora dell’aperitivo: momento di incontro, di scambio, di convivialità. Ed è stato scelto quel momento, giusto quant’altri mai, per incontrare due scrittrici e parlare dei loro libri con in mano un buon bicchiere di vino e gli accattivanti cicchetti.
Saranno presentati due volumi: “L’imperfezione dell’amore” (Editore Bompiani) di Camilla Baresani e “Me la dai la ricetta?” (Editore Tommasi) di Maria Sole Pantanella.
A dialogare con loro, il già citato Flavio Birri, e Marino Folin, rettore dello IUAV di Venezia.
L’ingresso è libero, ma – questo lo dico io, non Irina – “chi non beve con me peste lo colga” come affermava Amedeo Nazzari ne “La cena delle beffe”, celebre frase che (lo dico a beneficio degli appassionati di storia della pubblicità) gli fece guadagnare il ruolo di testimonial per i caroselli dell'aperitivo Biancosarti nel 1970.
Del resto, a non bere ci perdereste parecchio, visto che nel corso della matinée sarà possibile assaggiare il Cru Crede, di Bisol, magnifico risultato dell’accurata selezione e vinificazione di uve Prosecco provenienti da un solo podere.
Per i successivi appuntamenti, informazioni sul sito del locale o al telefono.

Vecio Fritolin
Calle della Regina (Rialto), 2262, zona Santa Croce
Tel. 041 – 52 22 881
Riposo settimanale: lunedì


Shin Vision


Ho conosciuto Luca Della Casa nel gennaio scorso in occasione del Future Film Festival di Bologna dove aveva allestito la sezione dei toons e gli chiesi l’importanza degli autori giapponesi in questo campo. Se volete conoscere la sua risposta di allora, cliccate QUI.
Non mi ha sorpreso, quindi, saperlo ora impegnato nella comunicazione della società Shin Vision che proprio di animazione e fumetto giapponese si occupa.
Passo a lui la parola affinché c’illustri il profilo e le finalità di Shin Vision
Da pochi mesi, con Carlo Tagliazucca, guido l’ufficio stampa di Shin Vision, casa produttrice di Home Video e fumetti specializzata in animazione giapponese.
La ditta nasce nel 2001, creata da un gruppo di esperti di animazione e fumetto nipponico, con un’esperienza più che decennale nel settore, che hanno contribuito nei primissimi anni ’90 a creare dal nulla un'attenzione vero questo genere , quando nelle fumetterie e nei negozi si trovavano solo prodotti americani. L’intento principale di Shin Vision è quello di portare in Italia i migliori prodotti provenienti dal Giappone e farli uscire dalla nicchia di appassionati per abbracciare fasce di pubblico più ampio. Per ottenere questo scopo Shin Vision si impegna da sempre nel confezionare prodotti di qualità, con lavorazioni certosine ed esclusive per i fumetti, e masterizzazioni, confezioni e box molto pregiati per i DVD. Prodotti di lusso come “Last Exile Collector’s Editino” o il prossimo “Wolf’Rain 10 Libro della Luna Gift Set" sono esperimenti assolutamente inediti in Italia, presuppongono un pubblico raffinato ed esigente come quello del pubblico del cinema, e hanno attirato l’attenzione di molte persone che normalmente non seguono l’animazione giapponese.
Ultimamente Shin Vision ha scelto di tentare nuove strade sviluppando una sezione del proprio catalogo dedicata a film live-action. I primi due ad uscire sono “Bichunmoo” e “Volcano High”, due particolarissimi action coreani destinati a far parlare di sé. Per l’occasione abbiamo approntato un apparato storico-critico d’eccezione, a cura dell’esperto Carlo Tagliazucca, che prevede per ogni DVD una serie di approfondimenti tematici sul film (ad esempio, su storia e stili del wuxiapian per Bichunmoo, e sul filone scolastico del cinema coreano per Volcano High) e dettagliate schede sulla carriera di attori, registi e coreografi coinvolti. Siamo curiosi di vedere che accoglienza avranno queste nuove proposte e un tipo di extra così specifico
.


In nome del Padre


Umberto Orsini e Massimo Castri s’incontrano per la prima volta sulla scena, sotto gli auspici dell’Ert – Emilia Romagna Teatro, Fondazione diretta da Pietro Valenti (della quale mi sono già occupato ieri, nel presentare il Festival VIE) - in coproduzione con Arena del Sole Teatro Stabile di Bologna, nel nome del grande drammaturgo August Strindberg (Stoccolma, 1849 – 1912).
Dopo diversi allestimenti ibseniani (tra cui i recenti “Spettri” e “John Gabriel Borkmann”), Castri si accosta all’altro grande scrittore scandinavo di lingua svedese, con Il Padre (1887) un testo che può essere letto come la risposta polemica al celebre “Casa di bambola”. Se Ibsen, infatti, nel suo dramma più noto, guarda al femminismo con gli occhi della donna oppressa, Nora, che alla fine decide di abbandonare il tetto coniugale per trovare la libertà, Strindberg, con un atteggiamento che, allora come oggi, può apparire “non politicamente corretto”, descrive ne Il padre lo sconvolgimento che la liberazione femminile può suscitare nel maschio eterosessuale e smaschera al tempo stesso le labili mitologie su cui si basa il secolare dominio del maschio sull’altro sesso.
Un capitano di cavalleria, colto, ateo e dedito a studi scientifici (Umberto Orsini), è in disaccordo con la moglie Laura (Manuela Mandracchia) sull’educazione da impartire alla figlia. Egli vorrebbe farne un’insegnante, lavoro che si addice ad una donna, mentre la moglie tende ad assecondarne le ambizioni artistiche, che il marito, dal canto suo, ridicolizza. Basta che la caparbia Laura instilli in lui il dubbio che egli potrebbe non essere il padre della propria figlia, per far crollare la sua visione razionale dell’esistenza, secondo cui la paternità è il fondamento primo del potere nella famiglia e nella società e costituisce, al tempo stesso, l’unica valida garanzia di eternità. Al padre non resta altra possibilità che cercare rifugio in un’apparente conversione religiosa e votarsi alla follia come ad una sorta di “suicidio psichico”.
In una lettera al suo traduttore francese, Strindberg definì Il padre “scritto con l’accetta, non con la penna”. Friedrich Nietzsche scrisse a Strindberg di aver letto due volte il testo “con profonda commozione e con eccezionale sorpresa” e lo giudicò “un capolavoro di dura psicologia”. Chi meglio del cantore della “morte di Dio” e della “trasmutazione di tutti i valori” poteva apprezzare questa cruda e preveggente metafora del “tramonto dell’Occidente”?
Dopo una prima per la stampa a Cesena al Teatro Bonci ed una per il pubblico, sempre a Cesena, domenica 23 ottobre, lo spettacolo sarà poi nelle sue prossime tappe a Bologna, e Modena.
Per l’Ufficio Stampa:
Simona Carlucci: 0765 – 42 33 64 oppure 335 59 52 789 – carlucci.si@tiscali.it
Francesco Rossetti: 059 – 21 36 042 stampa@emiliaromagnateatro.com
Assistente: Giulia Carcani: 349 -13 24 392

“Il padre”, di August Strindberg
Traduzione: Luciano Codignola
Regia: Massimo Castri
In tournée


Nuove vie del Teatro


Mentre la Finanziaria 2005 falcidia i fondi per lo spettacolo (alcune delle allarmanti cifre sono QUI), nasce, coraggiosamente, un nuovo festival per merito dell’ERT, Emilia Romagna Teatro - Fondazione diretta da Pietro Valenti – che merita perciò massima lode. Del resto è da tempo che Emilia Romagna Teatro ci ha abituati alla sua produzione di qualità affiancata da intensi programmi dedicati alle scuole, a laboratori, incontri con grandi nomi della scena nazionale e internazionale.
Mi piace anche ricordare una particolare attività dell’Ert: lo svolgimento di ricerche sulla cultura e sull'economia dello spettacolo dal vivo, ricerche volte a delineare i sistemi di finanziamento e di relazioni che qualificano il teatro come impresa. In questo ambito, promuove, in collaborazione con l'Università di Modena, indagini dalle quali ricavare una conoscenza più precisa, sulle modalità di gestione delle attività teatrali, delle diverse tipologie di pubblico, dei suoi gusti, delle sue preferenze.
E’, insomma, una protagonista fra le organizzazioni teatrali del nostro territorio.
Il Festival che ora presenta pone al proprio centro la creazione contemporanea, dando allo sguardo la responsabilità di individuare la forza del nuovo, gli artisti capaci di esplorare le zone di contatto fra le arti sceniche, i territori espressivi dove il teatro interagisce con la danza, la musica, le arti visive, il cinema.
Si chiama Vie. Scena Contemporanea e si svolgerà a Modena, Carpi e Vignola dal 20 al 30 ottobre 2005.
Undici giorni di prime assolute, prime nazionali, performance, installazioni, spettacoli che scavalcano le barriere tra le diverse forme codificate. Il tema espressivo ricorrente è l'esperienza del conflitto - un conflitto a volte non programmato e non governabile -, ma non solo perché vi compaiono anche i meccanismi di produzione del consenso e l’ipocrisia della guerra: guerra militare e guerra culturale.
Vie si prefigge di creare per il pubblico le condizioni per una sorta di navigazione in mare aperto: la scena contemporanea come una dimensione del tempo-spazio, aperta all’esperienza, nella quale gli spettatori si muovano liberi di comporre una propria visione d'insieme, di tracciare traiettorie personali.
Oltre agli spettacoli il festival ospiterà una serie di attività collaterali quali letture, incontri, installazioni video-performative tra le quali Looking at Ta’ziyè del grande regista cinematografico e teatrale iraniano Abbas Kiarostami e Journey to the moon and 9 drawings for projection dell’artista sudafricano William Kentridge.
Il programma completo del Festival è disponibile sul sito VIE.
Per i redattori della carta stampata, delle radiotelevisioni, del web, segnalo che l’Ufficio Stampa è guidato da Simona Carlucci: 0765 – 42 33 64 e 335 – 59 52 789


Fiabe sgarrupate


“Sgarrupato”, deriva da ‘sgarrupare’ che, secondo Giancola Sitillo (Nuovo Dizionario Napolitano-Italiano, 1888), sta per ‘dirupare, precipitare, rovinare, abbattere’.
A Napoli, l’aggettivo sgarrupata/o viene, infatti, frequentemente usato per indicare rovina edilizia, casa malandata che sembra stia lì lì per crollare. E Napoli, si sa, è piena di case sgarrupate. Anche grazie al sacco edilizio che le amministrazioni laurina prima e dc poi (senza scordare i socialisti) commisero mettendo, come profeticamente titolò Rosi, le mani sulla città.
Ma mentre quei signori sgarruparono il territorio e il paesaggio “parte napoletano e partenopeo”, come diceva Totò, diversa cosa fa Marcello D’Orta che con il recente Fiabe sgarrupate, pubblicato da Marsilio (per una scheda sul libro cliccate QUI), con scaltra e malignazza ironia sgàrrupa il territorio letterario di famose fiabe.
Lo fa con il garbo corrosivo da maschera di Commedia dell’Arte, con conclusioni spiazzanti che costringono la fiaba – priva d’ammaestramento morale, al contrario della favola – ad un’epifania, ad un disvelamento che sa di beffa, di rovesciamento comico, di reinterpretazione saggia e maliziosa.
Marcello D'Orta rinuncia a tessere di nuovo, come in tutte le fiabe, il nero mantello horror in cui quel genere è intabarrato.
Una riflessione mi viene leggendo queste fiabe giocosamente violate: in molti si stracciano le vesti davanti ai videogiochi affermando che sono strumenti di violenza e terrore messi sotto gli occhi dei ragazzi. Sia, ma quanti bambini e adolescenti sono stati terrorizzati a lume di candela mentre riecheggiavano nella stanza racconti splatter di tante fiabe?

Marcello D’Orta, “Fiabe sgarrupate”
Marsilio, pagine 186, euro 14:50


The Surrender


Nata l'anno scorso come collana della Fazi Editore, Lain è diventata una casa editrice che pubblica 8 libri l'anno, dischi e fumetti.
Il suo più grande successo, finora, è stato il libro di Melissa P. “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” e da poco ha mandato in libreria un volume che si profila anch’esso come un possibile best-seller, come lo è già in America: The Surrender.
L’autrice è Toni Bentley. E’ stata un’apprezzata ballerina con il grande maestro Balanchine al New York Ballet. Costretta ad interrompere la sua carriera per un incidente alla gamba, ha iniziato a scrivere pubblicando libri di notevole interesse critico quali Winter Season: A Dancer’s Journal e Sisters of Salomé.
Alla loro uscita, i suoi libri, come accaduto anche per The Surrender, sono stati scelti dal ‘New York Times’ tra i migliori libri dell’anno. Il suo sito web: www.tonibentley.com.
Il libro è un memoir erotico di una sodomita che vive la sua avventura carnale in una maniera che è al tempo stesso reale e trasfigurata, una storia che pur dai toni di voyage au bout de l’esclavage, proprio tale non è, perché la protagonista nell’essere posseduta, possiede, nell’essere consenziente dominata, domina: con rancore, sono uscita dalla schiavitù anche se non riesco a dimenticare quanta libertà mi dava.
Narrazione non priva anche di giocosità, con accanto ad episodi realistici anche altri degni di un erotico barone di Münchausen.
Forse il volume ha trenta-cinquanta pagine in più, ma se le lascia perdonare perché l’autrice, di molte e buonissime letture, ha continui scatti di scrittura, riflessioni folgoranti quanto aforismi, passaggi lussuosi di pensiero.
Ottima la traduzione di Anna Mioni che conferisce al testo un’aura spudorata e delicata, ben riproducendo nella nostra lingua le scene estreme e senza trascurare i tanti angoli di commosso sentimento della vita in quelle pagine.
Anna Mioni, è una delle nostre migliori traduttrici e quest’anno ha già mandato in libreria sette titoli.
A lei ho chiesto un flash su The Surrender. Così mi ha risposto.
E’ un libro molto più cerebrale che carnale, nonostante l’icasticità di molte descrizioni. È un testo quasi filosofico, intriso di psicanalisi; un esempio di scrittura come terapia (e infatti nasce inizialmente sotto forma di diario).
Un libro cifrato, in cui le parole sono chiavi ricorrenti che per il lettore fungono da punti fermi di una mappa, a partire da quella “Surrender” del titolo che in inglese racchiude in sé varie sfumature di significato: l’abbandono, la resa, la capitolazione, il cedimento. Le parole sono anche un elemento ludico con cui condire di ironia alcuni punti del testo. Un testo scritto con somma raffinatezza e con un sostrato culturale notevolissimo, ma che sa anche abbandonarsi a descrizioni prosaiche e dettagliate.
Il sesso anale è inoltre la metafora della scoperta di sé, di un percorso di autocoscienza femminile. Diventa la libera espressione del masochismo della protagonista, che lei esorcizza trasformandolo in assertività contro l’ordine “maschile” della società, in ribellione contro la figura paterna e le altre figure maschili istituzionali della sua vita affettiva.
Un libro profondamente femminile e anche profondamente spirituale: una pratica sessuale così estrema e stigmatizzata viene vista anche come mezzo per avvicinarsi al divino e alla spiritualità. Come nella danza, usare il proprio corpo in qualità di tramite verso un Oltre
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Toni Bentley, “The Surrender”
Traduzione di Anna Mioni
Edizioni Lain, 220 pagine, euro 12:50


Disegni in moto


Hai una moto? Hai un motorino? Hai uno scooterone?
Un mio invito: leggi il saggio Anatomizzo il motociclista di Guido Ceronetti, sta in “La carta è stanca”, edizioni Adelphi. Comincia così: Vieni, giovane motociclista, lattonzolo di ciclomotore, crema di motorino, vieni – ti voglio squartare. Ecco, se dopo quella lettura vi sentite ancora fieramente rombanti, avete superato l’esame, siete tanto consegnati al vostro motoristico destino da andare in edicola e acquistare il gustoso libro Due ruote e una sella di uno dei migliori vignettisti italiani Stefano Disegni che in 150 pagine di strip satiriche illustra tic, manie e kamasutra dei motociclisti.
E se non siete appassionati di moto (perché siete persone sane e dabbene)?
Don’t panic please! Potete fare un dono graditissimo ai vostri amici dueruotisti… chi non ha disgrazie nella propria cerchia d’amici o in famiglia?

Stefano Disegni, “Due ruote e una sella”
allegato alla rivista 'Due Ruote', 150 pagine, 3:00 euro


Fronde di alloro sulla radio


E’ noto che solo i dirigenti di Radiorai non sanno dell’importanza della radio ai nostri giorni.
Intorno all’ex antenna pubblica, oggi un incrocio fra Radio Maria e Radio Caciotta, ferve, infatti, un’attività d’esperienze e di studi che hanno rilanciato quel mezzo nello scenario dei media.
Una valida testimonianza in tal senso proviene da Francesco Martinelli che si è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Siena – relatore Fabio Pianigiani – con una tesi dal titolo: Radio di flusso e radio sperimentale tra ritmo e audiodrammaturgia.
Martinelli non è soltanto uno studioso della comunicazione, ma è anche un operatore avendo condotto trasmissioni per ‘Facoltà di Frequenza’, la prima campus radio in Italia a debuttare nell’etere (per saperne di più su quell’emittente cliccate QUI). A lui ho chiesto due cose: perché fra i media ha scelto d'interessarsi proprio della radio, e di dire in sintesi la differenza tra radio di flusso e radio sperimentale.
Francesco Martinelli mi ha così risposto.
Ho scelto la radio perché come succede a molti, mi ritrovo una limitatissima capacità di concentrazione che è inversamente proporzionale a quella di “astrazione”. L’acustica, l’orecchio, ha sempre rappresentato per me il senso e la leva privilegiata in questa direzione. E così ritengo la radio, in virtù di certa affinità elettiva, come dotata di un potenziale immaginifico straordinario, sicuramente dimostrato in certe forme “antiche” (come il radiodramma). La pratico e non di rado la ascolto, ma c’è rimasto poco da immaginare e di solito mi stanco presto.
Circa quanto mi chiedi sulla differenza fra radio di flusso e sperimentale, rispondo dicendo che a quelle due modalità corrispondono due generi radiofonici: il flusso e l’audiodrammaturgia, la cui nascita e sviluppo sposano concezioni opposte del trasmettere: la radio come mezzo di: diffusione vs. produzione.
Analizzando il puro dato acustico, si nota una forte differenza che, essenzialmente, è ritmica. Allora, posto che di una trasmissione radiofonica non si possa dire che ha “più ritmo” o “meno ritmo” (cosa che avviene frequentemente laddove il ritmo si identifica con il flusso) si individuano scansioni ritmiche (concepite come sintassi della materia acustica) che si reggono su diversi modi di interpretare e organizzare il tempo di trasmissione. L’ipotesi è che dallo studio delle loro caratteristiche sia possibile definire i suddetti generi
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Totò a New York

La notizia che segue fa riflettere su quanto la nostra cultura sia apprezzata all’estero e disprezzata dal nostro Governo, come dimostrano i tagli apportati dalla Finanziaria allo spettacolo.
Nel giugno scorso dedicai uno Special al Napolifilmfestival ed ora qui segnalo una sua trasferta negli Stati Uniti dove ha ottenuto successo di pubblico e critica a New York la seconda edizione di 41esimo Parallelo, rassegna cinematografica organizzata proprio dal NapoliFilmFestival diretto da Davide Azzolini e Mario Violini. La rassegna si è svolta dal 5 al 12 ottobre in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, la Fondazione Mediterraneo e New York University/Casa Italiana Zerilli-Marimò, con il sostegno della DG Cinema del MiBAC.
Sette giorni di programmazione con dodici film (sei napoletani e sei provenienti da vari paesi del Mediterraneo) e quattro cortometraggi accompagnati a New York da Liliana De Curtis (figlia del grande Totò, al quale era dedicato il documentario You don¹t know who is Totò! , prodotto da Sky e diretto da Massimo Ferrari), dai produttori Angelo Curti e Nicola Giuliano e dallo scrittore Diego De Silva, intervistati alla presenza del pubblico dal critico cinematografico Antonio Monda.
Questa seconda edizione di 41esimo Parallelo è stata festeggiata nel corso della serata di chiusura alla quale hanno partecipato alcuni tra i più prestigiosi esponenti del mondo della cultura, letteratura e cinema newyorchesi: Jonathan Franzen, Nathan Englander, Willem Dafoe, Ethan Coen, Sigourney Weaver, Gay Talese, Arthur Penn, Mira Nair, Peter Bogdanovich, Noah Baumbach e Jennifer Jason Leigh, solo per citarne alcuni.


Fabia Biellese con le scienze alle prese


L’Editoriale Scienza di Trieste è una casa editrice specializzata in divulgazione scientifica per ragazzi; opera in questo settore da più di dieci anni, il suo catalogo comprende più di 150 titoli fruibili per età dai 2 ai 15 anni.
Meritoria impresa editoriale questa, specie in un momento che le Scienze subiscono attacchi oscurantisti da chi, per motivi religiosi e politici, ne teme la loro diffusione.
Produce libri estremamente ben fatti per contenuti e grafica, avvalendosi d’autori italiani e stranieri che sono applicati nelle nuove tecniche d’esposizione didattica per l’infanzia e l’adolescenza.
I meriti di Editoriale Scienza non finiscono qui, perché accanto alla pubblicazione dei volumi agisce su di un cursore parallelo che punta alla diffusione del sapere scientifico attraverso uno strumento di cui si è dotata: il Club della scienza. Attraverso questo Club ha creato una rete d’attività per introdurre i ragazzi alla sperimentazione e alla ricerca.
A guidare in modo impeccabile il Club è Fabia Biellese.
Da sempre appassionata di scienze, ispirata fin dalla tenera età dai documentari di Piero Angela (dicono che da piccola volesse sposarlo, ma poi pare non se ne sia fatto niente), ha una preparazione ad hoc perché è laureata in Scienze Biologiche ed è una studiosa dei temi ecologici. Collabora con l’Editrice dal 2000 dove progetta e conduce i laboratori scientifici di promozione alla lettura; nel 2005 fino ad ora ha già incontrato 2500 piccoli scatenati aspiranti scienziati riuscendo ad uscirne viva.
Insomma, Fabia Biellese pilota un programma di didattica informale che ha la finalità di stimolare la curiosità scientifica dei ragazzi. Durante i laboratori, seguendo le istruzioni del libro di volta in volta preso in esame, vengono utilizzati semplici materiali e strumenti, appositamente pensati per rendere autonoma la sperimentazione dei ragazzi anche a casa o a scuola. Sono incontri della durata di 2 ore incentrati su un percorso tematico, ad esempio: l’acqua, la fisica dell’aria, l’energia, l’ecologia, il corpo umano.
Ulteriori informazioni si possono trovare QUI e altre ancora cliccando QUA, manca QUO perché è indaffarato.
La realizzazione di questi laboratori avviene in tutta Italia, compatibilmente con la disponibilità di animatori in zona.

Per contatti
• scrivere a Editoriale Scienza, via Romagna 30, 34134 Trieste
• telefonare allo 040 – 36 48 10
• inviare un fax allo 040 – 36 49 09
• inviare e-mail a: info@editscienza.it


Il caso GAC


Guglielmo Achille Cavellini, in arte GAC (1914-1990), è un maiuscolo rappresentante dell’arte moderna italiana, specie se riferita alla seconda parte del Novecento. E’ soltanto un mio parere? No, siamo in parecchi a pensarla così. Lo sanno anche molte illustri firme della critica che, però, avendo fallito il giudizio allorché l’artista era vivente, continuano scandalosamente a ignorarlo (con conseguenti assenze del suo nome in molte Enciclopedie) per non ammettere il loro precedente errore.
GAC inizia la sua attività come collezionista, nel 1946. La sua collezione, che si basava inizialmente su una vasta selezione di arte astratta italiana e europea, divenne presto così importante da essere esposta nel 1957 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e in numerosi altri musei d'Europa.
Nel 1960 GAC decide di produrre arte in prima persona e per tutto il decennio incentra la sua ricerca sull'uso di materiali diversi e sulla reinterpretazione del lavoro dei maggiori artisti contemporanei.
Nel 1970, con il termine Autostoricizzazione, inizia un lungo lavoro di autopromozione concettuale, surrogando il ruolo della critica e del mercato. In questo modo, mette a fuoco, e sul fuoco, il funzionamento e i meccanismi del sistema dell'arte. Esempi particolarmente interessanti di questa fase comprendono gli ‘Stendardi’ all'entrata dei musei, gli ‘Autoritratti’, i ‘Francobolli’, gli ‘Autoadesivi’, le ‘Cartoline postali’ e massicce incursioni nella Mail Art, i ‘Manifesti’ delle mostre che i più importanti musei del mondo avrebbero dedicato a Cavellini per la celebrazione del suo centenario, e una memorabile pagina della ‘Enciclopedia’, dove la sua biografia è riscritta in modo ironico e surreale.
Cavellini nacque a Brescia, e lì si trova la Fondazione a lui dedicata che è meta di visite di studenti (gli sono state dedicate più tesi di laurea) e cultori dell’arte contemporanea provenienti da molti paesi europei e dagli Stati Uniti.
Accudisce quest’immenso Archivio – un vero e proprio Museo – il figlio Piero Cavellini che insegna storia della fotografia alla Laba, Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, e tiene un corso di riflessione sociologica dedicato ai fenomeni artistici e al sistema dell’arte.
Ho visitato quel Museo, di 500 metri quadrati circa, dove sono raccolti autentici tesori: non soltanto d’opere di Cavellini, ma anche di famosissimi maestri italiani e stranieri che gli hanno dedicato ritratti, sculture, fotografie, collages.
Per non dire dello sterminato numero di riviste, cataloghi, libri, oggi introvabili che testimoniano circa cinquant’anni di storia delle arti visive italiane e straniere.
Sorprende, e addolora, che il Comune di Brescia non abbia trovato il modo di valorizzare quel patrimonio ora giacente in un sotterraneo, meriterebbe ben diversa sistemazione che il figlio Piero non può evidentemente allestire come si dovrebbe. Nonostante il suo impegno, oltre l’amor filiale, sia sostenuto da un ragionato convincimento critico – e lui critico d’arte è – del valore di GAC.
Gli ho chiesto una sintetica illustrazione dell’Archivio-Fondazione.
L'Archivio nasce da due anime reali: quanto ci ha lasciato GAC, materialmente e moralmente, aggiunto ad una notevole quantità di materiali cartacei accumulati dalla galleria che ho diretto per circa trent'anni. Non è poco visto che la qualità e l'estensione di tutto ciò lo rendono uno degli Archivi più appetibili per gli studiosi riguardo l'arte contemporanea a partire dal secondo dopoguerra. Innanzitutto possiede una collezione di opere: i ritratti di GAC fatti dagli amici artisti: da Andy Warhol a Ceroli, da Vostell a Rotella, fino ad autori di epoca più concettuale come Ketty La Rocca e Marina Abramovic, senza dimenticare Claudio Costa ed Emilio Villa. In aggiunta, per partire dall'inizio della storia, conserviamo un epistolario molto vasto giunto a GAC dagli autori che collezionava negli anni Quaranta/Cinquanta, soprattutto quelli del gruppo degli Otto che vedevano in lui un compagno di strada con cui confidarsi. Le più numerose: quelle di Vedova (circa 200), molte di più quelle di Birolli, e poi Afro, Santomaso e molti altri.
L'altro grande corpus è quello della Mail art. A partire dal 1971 GAC riceve, al suo ossessivo e fantasioso anatema contro il sistema dell'arte, risposte osannanti da tutte le parti del mondo.
Abbiamo già catalogato circa 1870 opere di questo museo cavelliniano carico di segni, immagini e disegni di ogni tipo, un vero e proprio ritratto socio-antropologico dell'artista e del suo immaginario. Infine fotografie, dossier su artisti, centinaia di documenti autografi, testi inediti. Sarebbe lungo documentare tutto, devo comunque citare la biblioteca, circa diecimila pezzi tra volumi, cataloghi, riviste, manifesti, edizioni rare, multipli, libri. Un grande corollario all'arte a noi più vicina che giace sottoterra e che tentiamo di ordinare per quanto i nostri modesti e solitari sforzi ci consentono.
Mi sento di dire che tutto ciò meriterebbe di più
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Archivio Cavellini
Via Milano 110, Brescia


Chiudere un giorno per non chiudere sempre


La finanziaria 2006 taglia pesantemente i fondi destinati al Ministero dei Beni e delle Attività culturali, fondi che servono a garantire la vita di oltre 350 musei statali, biblioteche, archivi nonché il finanziamento dello spettacolo.
Il Ministero disponeva nel 2001 di 2100 milioni di euro, oggi ridotti del 30%. Questi tagli renderanno la situazione drammatica se si aggiunge che gli altri tagli operati a danno degli enti locali comportano un’inevitabile ricaduta negativa sui bilanci degli assessorati alla cultura.
Il taglio al finanziamento della cultura incide percentualmente in maniera irrilevante (in misura inferiore all'1%) sul bilancio generale dello Stato mentre incide pesantemente sulle attività culturali che vedrebbero i fondi ad esse destinati ridotti complessivamente del 40%.
Più che imporre sacrifici questa finanziaria va dunque nella direzione della dismissione di un intero settore, mettendo a rischio di chiusura circa 5 mila aziende con conseguente perdita del lavoro per oltre 60.000 addetti dei 200.000 che il settore occupa.
Per questi gravi motivi, come informa un comunicato da Fabbrica Europa di Firenze, oggi giovedì 13 ottobre, proprio a Firenze, alle ore 18.00 in Piazza della Repubblica ci sarà una manifestazione degli operatori della cultura e dello spettacolo alla quale hanno aderito ben 121 sigle del territorio.
E Chiudere un giorno per non chiudere sempre è lo slogan dello sciopero indetto per domani, venerdì 14 ottobre, dalle Associazioni e dai Sindacati dello spettacolo, per protestare contro i tagli nel settore previsti dalla Finanziaria 2006.
Nello stesso giorno, è stata convocata anche una manifestazione nazionale a Roma, al Centro Congressi Capranica, in Piazza Capranica, alle 14.30


La Gam per la Giornata del Contemporaneo


Sabato 15 ottobre si terrà la Giornata del Contemporaneo.
D’accordo, detta così la cosa non è troppo emozionante.
Cerchiamo di vedere meglio di che si tratta, non vi prometto brividi, ma la faccenda può suscitare plurali interessi.
Quel giorno si avranno tanti eventi: mostre, convegni, incontri, saranno coinvolti 23 musei pubblici italiani d'arte contemporanea, e oltre 140 istituzioni e organizzazioni operanti nel settore col fine di alimentare nella coscienza collettiva la percezione dell'arte di oggi che è elemento essenziale del nostro patrimonio culturale.
In altre parole, il contrario di quello che pensa il Governo (Finanziaria docet) sulla cultura in Italia.
La meritoria iniziativa è promossa dall’Amaci, Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiani, guidata da Gabriella Belli.
Ne risulterà una mappa dell’arte di oggi, che coinvolge non soltanto le grandi città ma anche i centri più piccoli, dove i musei hanno assunto il ruolo di poli culturali con la missione di presentare e valorizzare l’attività degli artisti contemporanei.
Tante, dicevo, le iniziative. Fra queste ho tirannicamente scelto (e non me ne vogliano troppo gli altri Musei, tutti con programmi di qualità) quanto farà la Gam, Galleria d’Arte Moderna di Bologna, che proprio il 15 ottobre presenta e inaugura l’esposizione Wayleave che raccoglie ed espone in mostra circa 1500 riviste d'arte, architettura e design contemporanei provenienti da tutto il mondo.
I curatori sono: Lorenzo Benedetti, Cecilia Casorati, Silvia La Padula in collaborazione con il Dipartimento didattico della Gam, Dipartimento sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna.
Tutte le riviste saranno consultabili all'interno di ambienti funzionali ed interattivi; attraverso una postazione computer sarà possibile accedere al sito e alle riviste on-line.
All'interno dello spazio espositivo sarà allestito un laboratorio permanente, dove tutti i visitatori potranno realizzare una loro piccola e personale rivista d'arte.
Durante la mostra sono previsti incontri con architetti, artisti, critici, direttori e redattori di riviste.

Galleria d’Arte Moderna di Bologna
Fino al 28 febbraio 2006
Info stampa: Simona Di Giovannantonio
tel. 051 - 50 28 59; fax 051 - 37 10 32
Mail: ufficiostampagam@comune.bologna.it


La Casa di Tolleranza


Continua festosa l’attività de La Casa di Tolleranza di cui già vi parlai tempo fa.
Avete cliccato sul link?... no?... meglio farlo, per evitare equivoci sull’attività di quella Casa.
Ospita in accoglienti spazi domestici piccole esposizioni di giovani artisti, spesso, al loro primo vernissage.
Adesso presenta una mostra di Sergio Sansevrino a cura di Marco Baj.
Titolo: "Ulteriori esercizi sulle Libertà".
In programma, poi, dal 17 dicembre al 29 gennaio 2006, “Frank is back!”, progetto internazionale di mail art a cura di Giorgio Del Basso, artista e patron della Casa stessa.

Casa di Tolleranza
Via Ingegnoli 17 - Milano
Cortile interno, I Piano
Fino al 30 ottobre, visite solo su appuntamento
Per annunciarsi: tel/fax 02 – 26 10 360


Le ribalte di Pietro Favari


Da oltre trent’anni Pietro Favari conduce un discorso culturale ed espressivo che spazia dal teatro alla poesia verbovisiva, dalla grafica al fumetto, dal giornalismo alla tv.
E’ docente di Storia della Radio e della Televisione, Teorie e Tecniche del Linguaggio radio-televisivo al Dams di Bologna.
Con lui ricordo un viaggio spaziale nel corso del quale parlammo tra le stelle di tutte queste cose.
Ora, in attesa di sue nuove scritture per il teatro, è stata pubblicato un libro che raccoglie tutto il lavoro scenico prodotto da Favari fino ad oggi.
E’ pubblicato da BE&A con la formula del print-on-demand (nella nota successiva troverete un flash su quest’editrice e il suo conduttore Enrico Bernard), titolo: Teatro delle metamorfosi.
Comprende lavori quali: “Cenerentola in cerca d’autore”, 1984; “Salve Regina”, 1986; “Sentimental”, 1988; “Il sofà indiscreto”, 1989; “La lussuria” episodio di “I sette peccati capitali”, 1993; “L’ultimo desiderio”, 1994; “Le nuvole sul divano”, 2001; “La grande sorella”, 2001.
Il teatro di Favari, autore icastico, è un tripudio d’invenzioni fatte mettendo spesso in scena personaggi famosi della memoria letteraria che agiscono in metamorfosi surreali. Capaci, perfino nello scintillìo del musical, di portare alla ribalta umori neri come l’inchiostro che, secondo il loro nuovo autore, è stato il liquido amniotico nel quale hanno nuotato.
Nota, infatti, acutamente Paolo Petroni nell’introduzione al volume: Prima Cenerentola, personaggio di una fiaba illustre dalla storia dolorosa, come dice lei stessa pirandelleggiando, quindi la Madonna (alla quale, l’uomo a cui appare, implora: “Non possiamo continuare a vederci così”) e infine la soubrette, Lola, come quella di “L’angelo azzurro”, che si innamora del professore, un docente di semiotica che studia il Varietà. E poi ancora la psicoanalisi, con Edipo sul sofà di Freud, e la Tv dei nostri giorni, in cui si esibisce in diretta il dolore e il privato degli ospiti, e i fumetti. Insomma i personaggi e i temi che Pietro Favari ha affrontato nei suoi testi degli ultimi vent’anni sono tutti icone e miti del nostro tempo, o icone e miti che lui costringe a vivere il quotidiano del nostro tempo, quello della società spettacolo.

Pietro Favari, “Teatro delle metamorfosi”, Opere Complete,
Enrico Bernard Entertainment & Art , Trogen (CH) 2005
Rilegato, 250 pagine, 50 euro
Per ordinazioni, scrivere a: entertaimentart@gmx.net


BE&A: print-on-demand


Da tempo sostengo che il print-on-demand sia un possibile avvenire dell’editoria che lavora su contenuti di qualità non destinati a diffusione popolare. Quando quest’anno, alla Fiera del Libro di Torino, ho chiesto ad alcuni editori – specie quelli dei piccoli marchi – se quella formula fosse nei loro programmi, ho notato sguardi smarriti. Devono averla presa come il nome d’una pietanza crudista dello Yorkshire o di una tecnica erotica fetish. E’ chiaro che di ‘print-on-demand’ ne sapevano tanto quanto io ne so di guida dei sottomarini nucleari. Da persone tanto impreparati al nuovo, non ci si può, purtroppo, aspettare innovazioni. Dovrebbe essere necessaria una patente per diventare editori.
O, quanto meno, l’antidoping.
Con gioia, quindi, segnalo BE&A casa editrice che, con successo, pratica proprio il print-on-demand, stampa su richiesta del lettore.
L’impresa è dovuta ad Enrico Bernard che svolge tale attività editoriale con BE&A, casa fondata nel 1987.
Prima d’essere editore, Enrico Bernard è autore teatrale e filmmaker.
E' nato a Roma nel 1955, dal 1990 vive in Svizzera.
Molti suoi testi sono stati rappresentati e tradotti: "Un mostro di nome Lila", "Il giuoco dei sensi", "4everblues", "Benedetta trasgressione", "La voragine", "Cenerentola assassina". Ha tratto alcuni film dalle sue commedie: "Un mostro di nome Lila" (1997) con Arnoldo Foà e Eva Henger, il primo film "impegnato" della sexy diva ungherese. Nel 2002, sempre da una sua commedia "Il giuoco dei sensi", ha realizzato il primo film senza scene di nudo della stessa Eva Henger (ammettiamolo, più di uno spettatore può essere stato deluso nelle sue attese). Seguono "Benedetta trasgressione" nella serie di Tinto Brass "Corti circuiti erotici", "Cenerentola assassina", "Foreverblues" con Franco Nero e Paola Saluzzi.
Sta ultimando le riprese di "Transfert" un lungometraggio in lingua inglese con Joseph Murray (ricordate? era il protagonista di "Cats"), Giorgia Massetti e Sonia De Domeneghi.
E' l'ideatore e curatore della prima enciclopedia del teatro italiano contemporaneo.
Sta per uscire negli Stati uniti una raccolta dei suoi testi teatrali.
Per conoscere alcuni tratti del suo pensiero su cinema e teatro, cliccate QUI.
Gli ho chiesto di tracciare in sintesi un profilo della sua casa editrice. Così ha risposto.
In quasi vent'anni BE&A ha pubblicato 150 volumi di teatro contemporaneo, ristampe anastatiche, Opere Complete. Circa un terzo delle pubblicazioni sono state realizzate in lingua tedesca.
Nel 2004, grazie allo sviluppo delle tecnologie di stampa digitale, la Casa Editrice si è specializzata nel settore dell'editoria "on demand" permettendo così la realizzazione di un contenitore rappresentato dalla collana de "I meridiani del Teatro - Le grandi opere complete", in cui alcuni tra i maggiori autori viventi del teatro italiano hanno trovato la possibilità di raccolta critica della loro opera omnia. La Collana è rivolta in particolar modo agli studiosi ed ai centri di ricerca teatrali poiché offre, oltre accanto al panorama completo delle opere dei singoli autori, anche la loro biografia, teatrografia e antologia critica.
I volumi usciti nel 2005 sono: “Il Teatro dell'Anarchia” di Giuseppe Manfridi, (Presentazione di Claudio Giovanardi); “Il Teatro delle metamorfosi” di Pietro Favari (Presentazioni di Paolo Petroni e Ugo Gregoretti); il mio "Teatro S-naturalista" (Presentazione di Sabine Heymann); “Teatro Completo” di Maria Letizia Compatangelo (Presentazione di Ferruccio Marotti); “Teatro Completo” di Renato Giordano (Presentazione di Franco Cordelli).
E’ in corso di pubblicazione “Teatro Civile e Politico” di Mario Moretti
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Per ordinazioni, scrivere a: entertaimentart@gmx.net


SM in onda va


Sergio Messina torna ai microfoni della radio dopo i successi che aveva ottenuto guidando trasmissioni di Radiorai all’epoca in cui si usava la R maiuscola per indicare quell’antenna, ora non più; i tipografi, infatti, da qualche tempo sono in gara tra loro per cercare il più piccolo dei minuscoli quando scrivono radiorai.
Di cose, nel frattempo, SM ne ha combinate molte: ha girato con sue performances audiovisive in mezza Europa, e pure nell’altra mezza, ha collaborato a riviste stampate e web, è intervenuto in prestigiosi convegni sulla comunicazione, ha prodotto colonne sonore.
Per saperne di più cliccate sul suo sito in Rete.
Torna stavolta ai microfoni di Play Radio, la nuova emittente di Rcs MediaGroup, che ha debuttato nell’etere giorni fa, il 6 ottobre.
Play Radio parte con una copertura del segnale del 75% del territorio nazionale, e raggiungerà il 90% entro la fine del 2006 attraverso ulteriori acquisizioni di frequenze.
Dispone un budget di 10 milioni di euro per il 2005 e altrettanti per il 2006.
La direzione artistica è affidata a Luca Viscardi, mentre la direzione musicale è di Alex Benedetti.
Credo che Play Radio – afferma Pietro Varvello, l’a.d. di Rcs Broadcast – per posizionamento e tipologia del palinsesto, abbia tutte le caratteristiche per rappresentare una proposta innovativa nel panorama radiofonico nazionale. Avremo musica, informazione, sport, intrattenimento, gossip, tendenze, grazie alle sinergie con le diverse redazioni del gruppo, che partecipano al palinsesto con le loro professionalità e specificità.
La "sound image" di Play Radio è stata realizzata da uno dei maggiori studi al mondo, l’inglese Wise Buddah.
I dati per ascoltare Sergio Messina, li trovate QUI.
A lui ho chiesto di dirci qualcosa sulle sue intenzioni.
Tenebrose, immagino, e non solo perché trasmette di notte.
Una delle cose molto possibili nel panorama radiofonico italiano contemporaneo (soprattutto sull'FM, specie di sabato notte) è la sovversione: dello stile e del format, ma anche della relazione tra chi parla e chi ascolta. Questo e' ciò che si proverà a fare in questo programma, costruito come un talk show rock con musica e ospiti. Tra gli ingredienti principali abbiamo molte domande, tra le più varie e diverse, che saranno poste indifferentemente a ospiti, ascoltatori ed esperti. Domande nostre (come "La vita è sogno o Marzullo esiste veramente?"), domande rubate e rivoltate (come chiedere "Che mondo sarebbe senza Nutella?" a un nutrizionista) e ovviamente quelle poste dagli ascoltatori, come "Secondo te, c'è vita nel naso?" Un programma fatto anche di ospiti, di telefonate e di finestre sui mondi, che in fondo ruota intorno a tre idee portanti: che niente sia irrilevante o secondario, che la realtà batta di gran lunga la fantasia e che la ferocia sia una chiave utilissima per capire il mondo, e del mondo l'immondo.

Sergio Messina su Playradio
Rolling Stone Play Show
Ogni sabato da mezzanotte alle tre


Chiara Boni è Sensitive


Ho conosciuto Chiara Boni in occasione del Festival sulla creatività “Nuovo e Utile” che si tenne a Firenze nel maggio scorso. Donna di plurale fascino, è una delle protagoniste del rinnovamento della moda italiana facendo confluire nel suo lavoro non solo gli elementi della più avanzata fashion theory ma anche altri spunti che provengono da un’attenta osservazione di quanto va accadendo nel mondo delle arti visive e dei performing media.
Per conoscerne cenni biografici e brevi note sul suo profilo di stilista, cliccate QUI.
Chiara Boni, a riprova di quanto vi ho finora detto, nella sua collezione prèt-à-porter primavera/estate 2006, ha lavorato su di un tessuto che finora mai era stato usato per l’abbigliamento.
Le ho chiesto: qual è il principio, cui s'ispira questa tua nuova collezione e perché hai lavorato su di un particolare tessuto il cui uso era finora inedito per l'abbigliamento?
La Divina mi ha così risposto.
Credo che troppo spesso le collezioni siano fatte di tessuti tradizionali.
Io ho sempre prediletto le forme, lavorare su un unico tessuto per di più elastico mi permette vestibilità, varietà di modelli e confort. Inoltre posso realizzare capi pratici che occupano poco spazio.
In questa mia nuova creazione presento quarantotto piccoli pezzi, un unico tessuto, che si chiama
Sensitive tanti colori, tre pesi per dare la mano giusta ai drappeggi o alle impunture.
Una collezione non ingombrante, che si può tuffare nell’acqua in albergo dopo un lungo viaggio e si può indossare nuovamente fresca e asciutta in poco tempo.
Una collezione di piccoli pezzi e di piccoli prezzi.
Una collezione in cui credo. Fatta per le donne, che si può mischiare sia con accessori firmati sia con infradito di plastica.
Abiti, piccole giacche, gonne, tutto sempre, come sempre, al femminile.
Penso inoltre che l'uso di un solo materiale in una collezione "griffata" sia, come tu dicevi, inedito
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Per vedere le immagini, cliccate sul suo sito web.


Camisa negra


Visto che nella nota confinante parlo di moda, ne faccio seguire, pretestuosamente, un’altra che in qualche maniera di moda tratta.
Si porta tanto – non solo al Governo – ma anche in discoteca la “Camisa negra”.
E’ un brano spiaggiaiolo, banalotto e orecchiabile, sorretto, o meglio ulteriormente acciaccato, da un soporifero video. Il tutto si deve ad un cantante colombiano, Juan Esteban Aristizabal , in arte Juanes, in carriera con oltre 3 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
Per via di una «g» che cade, «Camisa negra» suona «Camisa nera», apriti cielo!
Indymedia lancia una campagna di boicottaggio, il ‘Secolo d’Italia’, quotidiano d’Alleanza Nazionale difende il brano, Isabella Rauti, figlia di Pino, leader di Fiamma tricolore, e moglie del ministro Alemanno, sporgendosi dalla lapide dice che “dobbiamo uscire dal fascismo e dall’antifascismo e andare oltre” (ma dove, non lo dice).
Juanez intervistato da Gene Gnocchi: «È vero che "La camisa negra" è l’inno di Alleanza nazionale?” risponde: «No, è una canzone d’amore». E ha ragione. Il testo, infatti, (tradotto) recita: «Ho la camicia nera, oggi il mio amore è in lutto».
La canzoncina, è poco macha, per come il maschile è ottusamente interpretato da alcuni, e se, come pare, i giovanotti fasci in discoteca, quando partono le prime note di Juarez scattano nel saluto romano, ciò si deve soltanto al fatto che sono figli di quella nota signora che è sempre incinta partorendo infallibilmente creaturine fesse.
Tutto questo mi riporta alla memoria cose di qualche tempo fa.
Allora al Governo c’era il centrosinistra guidato dallo skipper di Gallipoli. In Tv, sulla prima Rete Rai, Paolo Limiti esibì un coro che cantò l’inno della X Mas. Proprio così. E fu ascoltato, inevitabilmente, chissà da quanti che hanno avuto parenti torturati o fucilati da quelli là, capirai che allegria!
Inoltre, sempre a quel tempo, nei tg nazionali, il sindaco di Chieti rivolse alla telecamere un saluto romano, e la stessa cosa fece Buontempo, detto er Pecora, inneggiando ai caduti della Repubblica Sociale. Questi signori furono denunciati per apologia del fascismo? No. Nonostante la legge sia ancora in vigore. Lo skipper veleggiava lontano.
Ecco, se alle prossime elezioni, grazie ai benvenuti errori della Destra, la Sinistra tornerà al Governo, ci stia attenta a queste porcate.
Queste sono cose serie e gravi, altro che Juanez e il suo cuoricino in camisa negra perché la morosa lo ha accannato.
A proposito, valle a dare torto a quella morosa colombiana! Ha tutta la mia comprensione.


Panico nella Bottega degli Orrori


Panico è un video che è stato presentato come un mini cult b-movie alla Mostra del cinema di Venezia e sarà presto trasmesso su alcuni network italiani.
La band che propone panico sonoro e visivo è la B-Nice ed è composta da: Francesco Arpino (voce, basso), Alberto Bassani (chitarre, cori), Camillo Alberini (batteria, cori).
Molte scene del video – diretto da Luigi Cozzi – sono state girate nella Bottega degli Orrori di Dario Argento e compaiono nelle sequenze volti di attori e registi famosi quali Carlo Lizzani, Lamberto Bava, Alessia Goria, Massimo Bonetti, Tim Burton. Tanti i credits, per non far torto a nessuno vi do il link dove potrete trovare tutto quanto cliccando su Cinecittà.
A Francesco Arpino, autore di quasi tutti i brani dei B-Nice, ho chiesto:
Qual è, a tuo avviso, il principale elemento di linguaggio che ha reso il videoclip un genere audiovisivo particolarmente vocato alla comunicazione musicale dei nostri giorni?
Così mi ha risposto:
Il fatto di sposare un immagine ad una musica fa sì che la musica stessa assuma una nuova vita e quindi una magia diversa dal semplice ascolto di un brano, ma il segno del videoclip va oltre, incrociando più linguaggi: dalla fotografia al fumetto, dalla danza alla tv, dai videogiochi al tag writer. Linguaggio rintracciabile negli scenari metropolitani e in tutto ciò che accoglie vita e immaginario dei ragazzi.
Trovo molto importante in una produzione discografica l'utilizzo dei video come mezzo di comunicazione e di promozione....non a caso artisti come Michael Jackson o Robbie Williams hanno fatto la loro fortuna grazie anche a dei bellissimi clip e credo che per realizzare un ottimo video occorrano sì le attrezzature e i macchinari ma soprattutto le idee… con un idea vincente anche molto semplice si può arrivare al cuore di milioni di persone....
Nel nostro video abbiamo cercato di sposare la musica di un brano apparentemente semplice con una spiccata ironia di ciò che è il “Panico” citando il cinema horror e molti grandi personaggi di quel genere cinematografico si sono prestati a regalarci grandi emozioni......Il tutto è nato da un’idea di Vittorio Giacci
.
A proposito di linguaggi dei videoclip, mi piace ricordare che mesi fa, in queste pagine, parlai di un libro che si occupa proprio della semiologia di questo genere audiovisivo.
Per saperne di più, cliccate QUI.


Secondo Tempo per Franco Cavallo


Nel maggio di quest’anno, ci lasciò Franco Cavallo.
Narratore, poeta, saggista, organizzatore culturale, è stata una delle voci forti della scrittura italiana del secolo scorso. Voce forte espressivamente quanto sommessa ed elegante fu la sua presenza lontana da ogni promozione personale.
Un buon ritratto lo avrete cliccando QUI.
Su di lui sul web c’è altro ancora, ma molto è in credito con i media che non gli hanno tributato lo spazio che meritava. Di particolare rilievo le colpe degli operatori che a Napoli, proprio la città dove ha prevalentemente agito, troppo spesso hanno trascurato di sostenerne l’opera.
Meritoria quant’altre mai è, quindi, l’operazione svolta da Alessandro Carandente che ha dedicato l’intero fascicolo di Secondo Tempo - rivista da lui diretta – all’opera di Franco Cavallo attraverso una puntuale biografia, e poi testi, testimonianze, interventi critici, e un apparato bibliografico attentamente ripartito per opere in prosa, in poesia, raccolte antologiche, nonché articoli e saggi scritti sul lavoro di quest’autore.
Omaggio a Cavallo che viene da un poeta e saggista qual è Alessandro Carandente; le sue più recenti presenze in “La parola negata” di Mario M. Gabriele, un rapporto sulla poesia a Napoli, Edizioni Nuova Letteratura, Campobasso, 2004; e nel suo polemico volume Il paradosso dell’evidenza: saggi e interventi (1985-2001), Napoli 2002.
Secondo Tempo è una rivista quadrimestrale nata nel 1997, in tre sezioni: testi inventivi, interventi critici, recensioni; ed è pubblicata da Marcus Edizioni. Si occupa di letteratura contemporanea e arte, indagando prevalentemente sulle intersezioni fra i linguaggi, sull’intercodice che segna tanta parte del pensiero artistico contemporaneo.
Ho evitato per scelta di citare i nomi dei tanti autori intervenuti in questo numero monografico (150 pagine) di “Secondo Tempo” sull’opera di Franco Cavallo perché, come rabbiosamente diceva Kraus, “talvolta si finisce col ricordare più il nome dei cantori che il nome dell’eroe cantato”. Stavolta, almeno stavolta, non succede.
Chi vorrà procurarsi il fascicolo, trova informazioni per farlo sul link che ho dato prima.


L'uomo bianco è senza sogni


White man got no dreaming!, questo detto popolare degli aborigeni australiani indica nei bianchi la perdita di energia del sogno inteso come potere creatore, proprio di uno stato di coscienza fluido e non sequenziale.
Un'antica leggenda parla di razze umane per le quali l’esperienza reale era quella del sogno, e lo stato di veglia una fase assai meno creativa e produttiva. Alcuni pensano che gli aborigeni siano tra gli ultimi rappresentanti di queste antiche civiltà, portatori di un sapere le cui origini e modalità da una parte ci sfuggono, dall’altra risuonano nel più profondo del nostro essere.
Ed è proprio un omaggio alla cultura aborigena australiana, lo spettacolo multicodice Dreamtime Project che, partendo da un’idea musicale, coinvolge diverse forme comunicative: parola, immagine, voce, gesto.
Dicevo della musica come punto di partenza dello spettacolo: essa si deve ad uno dei più raffinati musicisti della scena contemporanea italiana: Roberto Laneri. In quest’occasione si serve sia di mezzi ancestrali come il canto armonico sia di mezzi d’oggi come le tecniche di registrazione, campionamento e manipolazione del suono.
Per saperne di più sul pensiero musicale di Laneri, cliccate QUI.
La composizione multimediale di Dreamtime Project, s’avvale dei testi e della voce di Ilaria Drago (per la bio artistica, c’è il suo sito web), delle immagini di Alberto Tessore, dei costumi di Karuso e di un intervento in tape di Mara Cantoni.

Dreamtime Project
Prima nazionale:
Sabato 8 ottobre, ore 21; Domenica 9, ore 17
Roma, Teatro Vascello


Radioparole


Afferma il cyberpensatore De Kerckhove che questo nostro tempo – da lui definito delle psicotecnologie – è contrassegnato dal Suono molto più di quanto si creda, e porta ad esempio il grande consumo dei files audio, il walk ascolto, il successo dell’Mp3, la telefonia mobile. Insomma dal panegirico della cecità come inno alla radio di Arnheim alla lettura sonora del silenzio che fa Cage, dalle ricerche scientifiche contemporanee sulla psicoacustica fino all’attenzione auricolare del progetto Seti che ricerca segnali extraterrestri, il suono sembra smentire, o almeno ridimensionare, la ricorrente espressione “civiltà dell’immagine” che si usa per indicare una delle principali caratteristiche della nostra epoca.
Deve avere pensato a queste cose Andrea Giuseppini nel progettare e realizzare Radioparole: un centro di produzione che punta proprio sulla centralità del suono nell’ambiente mediatico, in un mondo che si fa sempre più occhiuto.
Giuseppini ha cominciato a lavorare per le radio nel 1993, all’inizio come fonico e poi come autore di programmi. Da allora ha realizzato numerose inchieste e documentari. Si occupa prevalentemente di tematiche legate al sociale, in particolare all’ immigrazione e alla multiculturalità, alla Storia e alla Memoria.
Ha prodotto molti documentari, genere oggi in Italia colpevolmente trascurato dalla radio pubblica e presente solo su alcune private, mentre all’estero è largamente praticato.
Le sue opere, però, pur avendo come prima fruizione il mezzo radiofonico, sono concepite anche per l’ascolto di sala: festival e rassegne, incontri sulla comunicazione, convegni di studi storici e linguistici, didattica.
Suoi lavori sono andati in onda su Radiorai (2 e 3) e sulla Radio svizzera di lingua italiana. Nel 1998 ha vinto il secondo premio del concorso per documentari radiofonici “Canevascini” bandito dalla Radio svizzera, mentre nel 2004, con un reportage realizzato a Cipro, ha vinto la prima edizione del “Premio Claudio Accardi”.
Per saperne di più sul suo progetto, cedo a lui la parola.
L’idea di partenza era quella di cercare la risposta ad alcune domande che alla fine degli anni '90 mi ponevo, e cioè: esiste in Italia un interesse per il documentario radiofonico? Se sì, è possibile produrre e distribuire in maniera indipendente documentari radiofonici nel nostro paese? Nel 2001 ho realizzato, senza alcun finanziamento, “Le voci di San Sabba”, un programma di 90 minuti che cerca di ricostruire le complesse vicende del processo per i crimini nazisti compiuti nel lager della Risiera di San Sabba a Trieste. Il documentario era pensato per il Giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno. Dopo aver creato una pagina web in cui comparivano alcune informazioni su questo argomento, ma che soprattutto consentiva di scaricare i file audio del documentario, ho spedito una quantità innumerevole di e-mail alle radio private. Il risultato è che “Le voci di San Sabba” è andato gratuitamente in onda su 15 diverse emittenti locali. Questa prima esperienza mi ha incoraggiato nel continuare su questa strada. Oggi, a tre anni di distanza, sul sito www.radioparole.it si possono ascoltare altre due trasmissioni (sempre in tema di persecuzione e sterminio nazista e fascista). Le radio che mandano in onda i documentari sono diventate 20 e anche i primi finanziamenti da parte degli assessorati alla cultura cominciano ad arrivare.
Infine, altre strade si sono aperte senza che io le prevedessi. La più importante è l’acquisto dei cd da parte di singole persone, in particolare di insegnanti che utilizzano i documentari come ausilio didattico, ma non solo
.


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