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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Viva Tutto!


“La vita di molti consiste nel rimpiangere il passato, perfino quello che non hanno vissuto, e la morte li coglie al termine di una vita non attraversata”.
Così Max More, filosofo transumanista.
In tanti vivono senza sapere, e volere, comprendere il nuovo, sicché, quando di ciò s'accorgono, l’ultima ora diventa più terribile ancora per ciò che si sono rifiutati di vivere nel loro presente e spaventati dal futuro.
Un libro che in modo vitale e non vitalistico tratta, col fuoco d’intelligente ragionamento e la freschezza dell’osservazione immediata, i materiali quotidiani che ci toccano, ci sfiorano, e, comunque, sono fra noi in plurali forme, l’ha pubblicato Add Editore e porta le firme del cantautore Jovanotti e del filosofo Franco Bolelli, titolo: Viva Tutto!.

Jovanotti, nome d’arte di Lorenzo Cherubini (Roma, 1966), è uno dei più celebri e amati cantautori italiani.
Franco Bolelli (Milano, 1950), da anni scrive e parla di frontiere avanzate, mondi creativi, nuovi modelli umani. Ha pubblicato con Castelvecchi: “Le nuove droghe: dalla sintesi vegetale all'estasi sintetica” (1994) e “Vota te stesso”, (1996); per Baldini & Castoldi “Più mondi: come e perché diventare globali”; con Garzanti Con il cuore e con le palle (2005), poi, nel 2007, “Cartesio non balla” di cui si occupò Cosmotaxi QUI.
Ha progettato e realizzato molti festival sperimentali e pop, tra filosofia, rock e nuove tecnologie.

Lorenzo il cantante (la L indica quando è lui a scrivere) e Franco il filosofo (lui ha scritto le parti con la F) si sono scambiate delle email, quasi ogni giorno, per quasi nove mesi, il tempo occorso per realizzare un disco nuovo di Jovanotti uscito giorni fa: “Ora”; anticipato da un singolo già massicciamente trasmesso dalle radio: “Tutto l'amore che ho” (qui il video).
È stato un pretesto per parlarsi di tutto.
Nelle loro mail romba il motore di Valentino Rossi e risuona la musica di Rossini, sfilano le acrobazie filmiche di Robert Rodriguez e i versi dell’Ariosto; riflessioni sulle religioni, sul rock, sul femminile e sul maschile, sulla perdita di senso oggi nel parlare in politica di “destra” e di “sinistra”.
In un’intervista con Sergio Messina (… a proposito, non perdetevi il suo vertiginoso Real Sex. Il porno alternativo è il nuovo rock 'n 'roll), Jovanotti disse di sé "Io non ho un corpo popolare; Io sono quasi un fumetto". E come un personaggio di fumetto tracciato da una matita impertinente rilascia i suoi pensieri in nuvolette tra autobiografia e dense riflessioni su vita e vite di oggi.
A un tratto Bolelli risponde – raffigurando, a mio avviso, un suo autoritratto – “ Il mutamento è quanto di più naturale, l'innovazione non è avanguardia né creativa stravaganza: l’innovazione è un'inevitabilità, l’espansiva espressione di ogni organismo sano; le soluzioni per i nuovi scenari vanno cercate nei nuovi scenari, non nel passato”.

A Franco Bolelli ho chiesto: com'è nato questo libro-mail e quali finalità di comunicazione si propone?

Viva Tutto! è nato dopo un paio d'anni buoni che Lorenzo e io ci dicevamo che avremmo dovuto fare un libro con le email che ci scambiamo. Ci attraeva l'idea di un libro che - grazie alla forma stessa della email - mescolasse linguaggio scritto e linguaggio parlato, visioni teoriche e frasi da status di facebook, racconti e diario. Ci siamo decisi a farlo, anche perché entrambi sentivamo la voglia irresistibile di creare un punto di riferimento per quanti - tutt'altro che pochi - nella loro esistenza pubblica e/o privata creano ogni giorno progetti, idee, stati d'animo, azioni, sentimenti, relazioni che sono pura evoluzione. In questo senso Viva Tutto! sta funzionando splendidamente proprio in quanto evidenzia le esistenze di questi esseri umani, le loro energie vitali.

Perché il titolo "Viva tutto"?

Viva Tutto! non è un titolo ottimista: è un titolo vitale.
Viva Tutto! vuole raccontare che il senso della vita è la vita stessa, che a dispetto di tutti i problemi e i drammi la vita non fa altro che espandersi. Vuol dire anche che la vita va vissuta tutta intera, abbracciandone le diverse spinte. E vuol dire pure che la stessa evoluzione tecnologica s è modellata su un metabolismo assolutamente biologico.
Non potevamo davvero trovare altro titolo, per un manifesto vitale di 480 pagine
.

Dal libro “Viva Tutto!” scritto a due tastiere da Jovanotti e Bolelli l'agenzia di comunicazione Adfarmandchicas ha creato un'applicazione che offre frasi, idee e concetti sulla vita che c'è nella vita.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Lorenzo “Jovanotti” Cherubini
Franco Bolelli
“Viva Tutto!”
Pagine 480, Euro 16.00
Add Editore


Narrare


E’ questo il titolo di un importante saggio di Davide Pinardi (sottotitolo: Dall’Odissea al mondo Ikea) che è al tempo stesso una riflessione teorica e un manuale operativo sulla scrittura oggi.
Il volume è stato pubblicato dalla nuova sigla editoriale Paginauno.
Come dichiara Giovanna Cracco, cofondatrice con Walter G. Pozzi della Casa, questo saggio: “…è composto da due parti, tra loro strettamente collegate ma dal diverso taglio. Nella prima, Pinardi riflette sulle narrazioni, abbattendo un muro: quello che comunemente separa le narrazioni di finzione – i romanzi, i film, tutto quello che è definito fiction – dalle narrazioni di realtà – un’analisi giornalistica, sociologica, storica, economica, una teoria scientifica, uno scenario finanziario, un progetto di marketing, lo storytelling politico […] Nella seconda parte, quella che si può definire un manuale operativo, Pinardi mostra quali sono le principali tecniche base del narrare: un percorso che può essere utile sia a chi voglia creare una narrazione, per poterla sviluppare al meglio, sia a chi voglia semplicemente destreggiarsi, valutare, controbattere, se necessario, le narrazioni di realtà che la società ci propone, grazie alla conoscenza dall’interno degli strumenti utilizzati per crearle”.

L’autore ha scritto romanzi, testi teatrali, saggi storici e libri per bambini tradotti in vari Paesi. Ha firmato sceneggiature per il cinema e format televisivi per emittenti italiane e straniere. È stato docente all’Università Statale, al Politecnico di Milano, al carcere di San Vittore. Insegna scrittura narrativa all’Accademia di Brera e in altre istituzioni italiane ed estere.

A Davide Pinardi ho posto due domande.
Un tempo le narrazioni erano frutto d’invenzione o racconti di realtà, ora nella società dello spettacolo, soprattutto la tv, fonde, nascostamente nei tg o dichiaratamente nell’infotainment, quei due generi. Quale forma di narrazione ne è nata?

Ne è nata, quasi sempre, una narrazione truccata: una narrazione che si spaccia per autentica ma, al contrario, appare soprattutto falsa. Cerchiamo di chiarire la questione. A nessuna narrazione si può chiedere di essere “vera”. Però le si può chiedere sempre di essere onesta, coerente, fedele. In altre parole essa deve rispettare uno statuto di legittimità che la “certifica” per quello che è nei confronti dei suoi fruitori: una sorta di certificato doc. L’unica differenza tra le narrazioni di invenzione e quelle “di realtà” sta nelle specifiche di questo certificato doc: che per le prime ammette l’invenzione (ispirata magari alla realtà) ma, per esempio, non la copiatura o la mancanza di capacità allegorica; per le seconde ammette, per esempio, la incompletezza ma non l’uso di elementi inventati.
Nell’infotainment tutto si confonde, non si capisce più quale sia lo statuto di legittimità che, ricordiamolo, è una garanzia per il fruitore perché gli ricorda quali meccanismi di difesa deve inserire per garantire la sua autonomia. L’infotainment, nella nostra società, presenta gli stessi pericoli per esempio dello storytelling. Sono le forme confuse delle narrazioni del potere, potenziate dai mezzi di comunicazione di massa e dalla società degli effetti speciali, dalle quali ancora non sempre sappiamo difenderci
.

La scrittura elettronica, non più sequenziale ma reticolare con l’uso dei links, secondo te, che cosa ha principalmente cambiato nelle tecniche di narrazione?

La scrittura multimediale, come anche lo sviluppo della rete, sta portando a una perdita di centralità della fabula nella narrazione facendo prevalere il mondo narrativo nel quale essa si svolge. Le fabule si moltiplicano, si replicano, spesso sembrano riprodursi in un flusso narrativo esponenziale. Come narratori ci sentiamo più potenti e quadridimensionali, come narratari (fruitori di narrazioni altrui) ci sentiamo più vasti, più allargati e globali. Insomma, inizialmente ci sentiamo tutti più potenti. Ma al contempo riemerge in tutti noi un desiderio di nuova centralità perché la nostra vita quotidiana non può procedere a lungo su dimensioni molteplici ma chiede dei punti fermi sui quali basarsi. Di conseguenza le scritture non sequenziali, le narrazioni reticolari, vanno bene fino a quando non perdono la propria chiave di volta, la bussola interna di orientamento, il loro gps di localizzazione. Altrimenti i narratari, confusi e dispersi, hanno a disposizione una sola risposta: quella di disconnettersi.

Davide Pinardi
Narrare
Pagine 200, Euro 16.00
Edizioni Paginauno


Mio padre è un nazista


Il romanzo – in Italia, dati dell’Ass. italiana Editori, se ne pubblicano oltre 40 al giorno… brrr! – è certamente vivo, ma, a mio avviso, vive la vita dello zombi; non nego che accanto a tanti (ma proprio tanti!) romanzi brutti, ce ne sia qualcuno ben fatto o qualche altro addirittura bello, ma più che belli o brutti, oggi, sono inutili. Almeno nella forma in cui tradizionalmente s’intendono: scrittura su carta, trama, personaggi, dialoghi.
E questo non è da confondere con quanti, con colpevole innocenza, parlano di morte del libro perché il libro, per fortuna, non è solo romanzo. E il libro non morirà, è molto raro che un medium uccida un altro (raro pure fra cartomanti), anche se uno di quei casi ha visto l’Italia fra i testimoni con la telefonia circolare.
Le nuove forme narrative, a mio avviso sono rappresentate dai videogames, dalla graphic novel, dal vook e, ancora di più, da tutte quelle esperienze che non hanno origine sulla carta. Non, insomma, da quelle stampate su fogli per poi essere trasferite in digitale come sta accadendo, nella maggior parte dei casi, in questa prima fase di vita dell'ebook.
“I testi della eLiterature”, come scrive Alessia Rastelli, “nascono già elettronici, quasi sempre interattivi, arricchiti da audio e video oppure animati da algoritmi che spostano singole lettere o interi capitoli sotto gli occhi di chi li guarda. Così la letteratura si spinge ai confini con l'arte e la fruizione sembra di volta in volta irripetibile”. Grazie a un apposito programma, ad esempio, la mescolanza di suoni, immagini e testo varia a ogni riproduzione in “The set of the U” del francese Philippe Bootz, uno dei padri del sottogenere della poesia elettronica. Oltre cinquecento combinazioni, invece, in “Bromeliads”, opera in prosa dell'americano Loss Pequeño Glazier, ritenuto con Bootz e lo statunitense Michael Joyce (scrittore di ipertesti) tra i principali autori di eLiterature.

In Italia c’è chi si dà da fare alla ricerca di nuove strutture narrative, come fa Vincenzo Sarcinelli autore di un singolare esperimento che come accade spesso alle cose serissime si presenta come un gioco.
Mi accorsi di lui anni fa e nel 2002 (scriveva racconti, l’arte scrittoria più difficile che ci sia) l’invitai a salire sulla mia Enterprise dove, per certi versi, anticipò quello che avrebbe combinato anni dopo e, allora, neppure lui sapeva avrebbe fatto; se v’incuriosisce: QUI.
Ora ha scritto Mio padre è un nazista. E’ un romanz… no, non fuggite! Il meglio viene adesso… che mai verrà stampato sulla carta.
E’, se non sbaglio, il primo tube-romanzo in Rete. È stato letto, 3 pagine a testa, da 48 diverse persone, pubblicato in 65 video, più 1 prefazione e 1 postfazione.
Le letture sono iniziate il 17 ottobre 2010 e sono terminate il 10 gennaio 2011.

Tutti i clip che compongono l'opera sono presenti su YouTube CLIC!.

Si può videoascoltare a caso, montare in modo diverso la narrazione da come l’ha ideata l’autore, oppure disponendo i singoli video in ordine di pagina, in questo caso si vede e si ascolta su internet l'intero romanzo come originariamente immaginato dal sulfureo Sarcinelli..
Ogni interprete ha letto durante le sue quotidiane occupazioni: qualcuno andava al mercato per la la spesa, altri sviluppavano negativi in camera oscura, altri ancora si applicavano la maschera cosmetica sul viso, o nuotavano in piscina, oppure si spostavano in auto, cucinavano, facevano ginnastica e anche cose solitamente più riservate.
Le plurali voci, ovviamente, sono lontane dall’insopportabile birignao attoriale degli audiolibri, chi legge lo fa per se stesso e non per chi lo ascolta; la narrazione, componendosi e scomponendosi, slitta, prende rincorse, deraglia, fa salti, come chi, marinata la scuola e le sue austere leggi carcerarie (in questo caso, della trama e della cronologia), corre libero pinocchio sui prati calciando ora un barattolo, ora un sasso, e, più spesso, strumenti narrativi abbandonati.


Società Dante Alighieri


La Società Dante Alighieri, da sempre impegnata nella diffusione della lingua e cultura italiane, con sedi in tutto il mondo, s’è vista tagliare i fondi governativi nella scandalosa misura del 53%.

Quanto investono Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Portogallo, Spagna per la tutela della propria lingua e della propria cultura? Le cifre naturalmente cambiano da Paese a Paese. L’unico dato che non ammette repliche è l’ultimo posto occupato dallo Stato italiano.
A ribadirlo è un’inchiesta pubblicata sul nuovo numero di Pagine della Dante, trimestrale d’informazione della Società Dante Alighieri che su questo tema ha interpellato i rappresentanti dei grandi Enti culturali e linguistici europei - Alliance Française, British Council, Goethe Institut, Instituto Cervantes, Instituto Camões.
Cifre alla mano: si passa dai 220 milioni di euro erogati dallo Stato britannico al British, ai 218 a favore del Goethe, fino ai 90 del Cervantes, ai 13 del portoghese Camões e ai 10,6 milioni dell’Alliance Française.
E l’Italia? Fanalino di coda con 600.000 euro di contributo assegnato per il 2010 al bilancio della Società Dante Alighieri, diminuito del 53% rispetto al 2009.
“Di fronte all’egemonia dell’inglese” – spiega Mario Garcia De Castro, Direttore della sede di Roma del Cervantes – “abbiamo bisogno dell’appoggio istituzionale per la protezione e per la promozione delle nostre lingue. Per questo motivo è fondamentale che l’amministrazione pubblica e i Governi ci forniscano le risorse necessarie per diffondere i nostri idiomi che, oltre ad avere un inestimabile valore di tradizione e cultura, portano con sé anche un notevole valore economico”.
Sulla consapevolezza di un vero e proprio PIL culturale punta Susanne Höhn, Direttore Generale per l’Italia del Goethe Institut: “Ci sono settori della cultura che indubbiamente producono beni materiali: facendo conoscere la propria cultura all’estero si contribuisce in modo fattivo all’incremento dell’economia in patria”.
Di ridimensionamento parla anche Christina Melia, Direttrice per l’Italia del British Council, ma con proporzioni ben lontane dal “caso italiano”: lo Stato britannico ridurrà infatti il contributo al British da 180 a 149 milioni di sterline (oltre 176 milioni di Euro!) nel 2014/2015.
“Se l’Italia fosse consapevole del valore economico dei beni culturali - afferma Paulo Cunha e Silva, Consigliere Culturale del Portogallo presso l’Ambasciata di Roma - oggi probabilmente sarebbe il Paese più ricco del mondo, ben al di sopra di Cina e Stati Uniti”.

Caro Consigliere, grazie per le sue parole, ma noi abbiamo in Italia il governo che abbiamo e per Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi.
Questo può spiegare molte cose della nostra vergognosa condotta del denaro pubblico investito negli studi umanistici, nella ricerca scientifica, nel cinema e nel teatro.


Breaking News


E' in corso la rassegna presentata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena Breaking News Fotografia contemporanea da Medio Oriente e Africa curata da Filippo Maggia.
Oggetto d’indagine è la scena artistica contemporanea di Medio Oriente e Africa, esplorata attraverso le opere fotografiche e video di 21 artisti, provenienti da 12 diversi Paesi.
Dopo Asian Dub Photography, mostra che ha presentato a fine 2008 la prima sezione della collezione voluta dalla Fondazione, dedicata all’arte dell’Estremo Oriente, e Storia Memoria Identità, incentrata, lo scorso inverno, sulla scena artistica dell’Est Europa, l’attenzione si sposta ora su un’area geografica ampia, segnata da profonde contraddizioni e al contempo intrisa di forza straordinaria.
Il catalogo, pubblicato da Skira, a cura di Filippo Maggia, ha come co-curatrici Claudia Fini e Francesca Lazzarini.

In foto: “Ogoni Boy” (2007) del nigeriano George Osodi.

A Francesca Lazzarini, ho rivolto qualche domanda.
Vorrei che tu illustrassi sinteticamente le linee guida praticate dalla Fondazione nel campo fotografico…

Il cuore del progetto Fondazione Fotografia, avviato nel 2007 dalla La Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, è la costituzione di una collezione internazionale di fotografia e video che procede per aree geografiche. A partire da questo nucleo sono poi nate diverse attività come i Workshop o il premio Special per artisti emergenti, le Residenze per artisti e le iniziative didattiche come i laboratori in mostra e nelle scuole. Alla formazione teniamo molto, sia a quella specialistica (il prossimo autunno verrà attivato anche un Master) sia a quella diffusa e continua, perché oggi saper leggere, interpretare e decifrare le immagini è fondamentale quanto saper leggere e scrivere un testo.

E’ possibile identificare l’elemento che più differenzia il lavoro di questi artisti africani e mediorientali in mostra da quello occidentale? Se sì, in che cosa lo rilevi?

Dovendo generalizzare direi che è una parte di mondo che rivendica il diritto di raccontare se stessa in modo autonomo e che lo fa credendo nella forza delle immagini. E sorprendono l’ironia e la leggerezza con cui molti riescono a farlo! L’arte, come ogni altro ambito dell’esistenza umana, si sviluppa in relazione al contesto, e dunque ad avvenimenti economici, politici e sociali che segnano la storia di un Paese e del suo rapporto col mondo. La realtà mediorientale è fortemente segnata dal conflitto arabo-israeliano e naturalmente l’argomento fa convergere buona parte delle ricerche degli artisti. Anche il diffondersi del fondamentalismo religioso o la nuova definizione del terrorismo, sempre più basata su un principio di contrapposizione spettacolare, sono temi che attirano l’attenzione analitica degli autori.
La stessa cosa avviene per l’Africa. Gli artisti sudafricani fanno ancora i conti con il passato dell’apartheid, con il sogno della Rainbow Nation di Nelson Mandela, con le nuove disuguaglianze che affliggono il paese. Mentre nei paesi nord africani si guarda molto al complesso rapporto con l’Europa, così vicina eppur lontana. Molte sono inoltre le ricerche che guardano con grande ironia agli stereotipi che l’occidente ha dell’Africa
.

Che cos'è secondo te che distingue la fotografia nello scenario dei media oggi?

Visto che mi trovo in un Cosmotaxi, per dirla con parole che immagino usiate spesso, oggi tutto corre a velocità supersoniche. Per quanto anche la fotografia sia inserita in questa accelerazione ipergalattica – sia nella produzione sia nella circolazione – rimane sempre e comunque un’immagine fissa. E questa fissità apre una dimensione spazio-temporale fertile per il pensiero. Se solo ci si concede una pausa di fronte a una fotografia, si entra in un mondo in cui alla nostra mente è ancora consentito e anzi richiesto di essere parte attiva. E questo oggi sembra sempre più raro….

Breaking News
A cura di Filippo Maggia
Ex Ospedale Sant’Agostino
Largo Porta Sant’Agostino 228, Modena
Fino al 13 marzo 2011


Aforismi verbovisivi


“Quando non si sa scrivere, allora un romanzo riesce più facile di un aforisma”. Così diceva Karl Kraus.
Forse, ecco spiegato il perché ci sono in giro tanti romanzieri. Ma proprio tanti, troppi!
Scrive l’italianista Gino Ruozzi – il maggiore studioso che abbiamo di aforistica – in “Scrittori italiani di aforismi” (‘I Meridiani’ Mondadori, 1994-96): “Lo scrittore di aforismi esprime in primo luogo la morale della verità, aggrappata alle cose e alle persone. Egli non è uno scrittore di fantasia, ma di realtà. Il suo obiettivo è descrivere le cose, non inventarle. Questo lo rende subito ostico, scomodo […] Ci invita non al sogno, ma al confronto con noi stessi e la società in cui viviamo […] L'aforisma è una riflessione. Presenta pertanto alcune caratteristiche: è in primo luogo il frutto di un ripiegamento della mente su se stessa, di uno sguardo a ritroso. È da questa investigazione del passato che nasce la frase aforistica, rivolta al presente e al futuro. L'aforisma sollecita il pensiero, sprona a nuove azioni e riflessioni”.
La scrittura aforistica è, insomma, arte difficile.
In quest’arte più difficile ancora è praticare l’aforisma visivo laddove la comunicazione si fa multicodice affidandosi sia alle parole sia al disegno.
Oggi presento una gran dama di cuori e di fegato che in quell’arte eccelle: Silvana Baroni (in foto).
Recentemente, a Torino in sintesi si è classificata al secondo posto di quel premio letterario che vedeva fra gli altri in giuria proprio Gino Ruozzi.
Nel prezioso sito web di Fabrizio Caramagna di quel Premio trovate un efficace ritratto e la classifica finale dell’edizione 2010: QUI.
Per conoscere della Baroni il suo profilo biobibliografico, sue dichiarazioni e composizioni: CLIC!

A Silvana Baroni ho rivolto alcune domande.
Com'è nato in te l'interesse per la scrittura aforistica e perché, in particolare, per l'aforisma visivo?

Tra gli incartamenti e le scartoffie di mia madre, proprio di recente, ho ritrovato un mio libretto zeppo di pensierini, ognuno con a lato un disegnetto colorato a pastelli, roba da dodicenne, è ovvio, ma nell’età in cui le ragazzine normalmente tengono i diari. Chissà se ne ho scritti altri, non ricordo, ma una cosa è certa, già in quegli anni leggevo molto e più i romanzi erano brevi, quasi racconti, più li divoravo.
Ho sempre amato la sintesi, la chiarezza, la concretezza, e le persone che non mi inchiodavano alle loro lunghe dissertazioni.
Per il disegno e la pittura non c’è mistero alcuno: ho alle spalle una famiglia di artisti, quindi era normale fin da bambina intrattenermi con carta e china o tela e tubetti, al posto di altri giochi, sport, o diversivi.
Dopo i vent’anni iniziai a fare esperimenti: presi a disegnare in velocità e ad occhi chiusi. Intuitivamente, ed anche per quel po’ d’esperienza che già m’ero fatta, davo sfogo a quel piacere che mi veniva dall’escludere quella parte della mente che mi suggeriva il buon gusto, l’ovvietà. Con questa tecnica passai dalla raffigurazione dei corpi, alla loro silhouette, poi al movimento, e ancora al tipico disporsi nello spazio di un corpo sottoposto ad un preciso stato emotivo. Perché non disegnavo con gli occhi ma con la mente. Già frequentavo il terzo anno di medicina e la psiche mi affascinava più di qualsiasi mal di pancia. Oltre a studiare per la mia laurea, continuavo a disegnare e dipingere quadri ad occhi chiusi ma anche tanti altri ad occhi aperti, perché quando li riaprivo ormai era rimasta in me l’esperienza dell’originalità percepita precedentemente.
Nell’84 ebbi conferma che tutto quello che avevo intrapreso intuitivamente era scritto nero su bianco da Betty Edwards docente d’arte presso la California State University di Log Beach nel tomo della Longanesi “Disegnare con la parte destra del cervello” .
Seguirono gli anni in cui feci mostre personali, curate da critici come Filiberto Menna, Guido Montana, Luciano Marziano, e altri.
Ma essendo soprattutto in cuor mio una ricercatrice, quando trovavo quello che cercavo cambiavo strada. Perché c’è sempre ancora altro e tanto da ricercare nella vita.
In ogni modo nel ’92 per le edizioni ‘Il Ventaglio’ esce il mio primo libro di aforismi visivi “Tra l’Io e il Se c’è di mezzo il me”. Seguiranno per Arion “La maglifica”, “L’amore è come una scatola di biscotti” e “The best”. L’ultimo “Neppure i fossili” ed. Quasar si è classificato secondo al premio internazionale ‘Torino in sintesi’ nell’ottobre 2010, come tu hai ricordato prima
.

Qual è la differenza fra aforisma e proverbio?

Permettimi di rispondere alla mia maniera, ancora una volta con un mio aforisma: “L’aforisma è lo spillone che sgonfia un otre colmo d’aria, mentre il proverbio colma l’otre col vino della sua vigna” .

Perché la letteratura aforistica vede in netta maggioranza firme maschili?

Nella cultura dominante, ancora fino ad una manciata d’anni fa, il pensare con rigore filosofico si riteneva fosse un’attitudine prettamente maschile, mentre erano da ascriversi alla femminilità: l’umoralità, l’emotività, la volubilità. Insomma, di lei non ci si poteva fidare a ragionare.

"Leggendo gli autori di aforismi, pare che si conoscano tutti assai bene fra loro", così Elias Canetti.
In virtù di quale meccanismo psichico nella nostra mente si forma assai spesso quell'immagine?

Anche l’aforisma di Canetti forse risente di quel passato a cui prima accennavo. Gli aforisti erano uomini colti, scrittori di fama, storici, filosofi, e la soddisfazione che ricercavano probabilmente era la medesima: nobilitare il pensiero, ma farne anche una prerogativa del proprio genere e ceto, uno sport elitario da praticarsi in club veri o metaforici. Insomma, una pratica per pochi.


Un lussuoso videoclip

Da molto tempo sostengo, e non sono il solo, che Canio Loguercio e Antonello Matarazzo – il primo musicista, il secondo videomaker – siano due importanti presenze dello scenario artistico italiano.
Non a caso, anni fa, entrambi, separatamente, li invitai nella sez. Nadir; Canio QUI e Antonello QUI.

A quel tempo mai avevano lavorato insieme, ora, invece, si sono incontrati su alcuni progetti comuni e il risultato è maiuscolo.
Con piacere e convinzione, quindi, vi propongo questo videoclip che trovo, sia sul piano musicale sia su quello iconico, di grande bellezza.

Buon ascolto e buona visione.


La religione di uno scettico


E’ più facile capire le ragioni che hanno portato al successo – meritato o immeritato che sia – un autore che non capire perché tante meritevoli penne quel successo non l’hanno conosciuto. Per questi ultimi si parla di “caso letterario” sinonimo di sfiga per quello scrittore.
Uno conosciuto da pochi – ma quei pochi, di cui faccio parte, lo amano molto – è l’inglese John Cowper Powys (Shirley, Derbyshire, 1872 – Blaenau Ffestiniog, Galles, 1963) del quale Adelphi ha mandato in libreria uno spigoloso librino: La religione di uno scettico.
Eppure Powys è stato elogiato dal critico George Steiner, adorato dal pianista Glenn Gould, largamente ricordato da Henry Miller nel volume “I libri della mia vita” (il brano che lo riguarda è riportato in quest’edizione adelphiana); Ottavio Fatica nella sua bella postfazione avanza un perché dell’oscurità che circonda Powys. Scrive, infatti, “…Powys, purtroppo per lui, è felice e l’ha scontato. In Spite of All è il titolo di un suo saggio: malgrado tutto Crazy Jack Powys riesce a godere della sua stessa pazzia. ‘Come mi sono sottratto alle peggiori sofferenze fingendomi pazzo, così è possibile salvarsi, in senso contrario, fingendo di essere sani’. Per quanto ostinatamente eccentrico, ai limiti dell’accettabile e oltre, Powys è sempre stato più sano della maggior parte delle persone”.
Si sa, è spesso difficile tracciare un confine netto tra salute e malattia specie quando si parla della mente.
Primo degli undici figli di un vicario, giunse tardi alla narrativa pubblicando nel 1929 “Wolf Solent” (che è uno dei libri della mia vita). Poi si avrà tre anni dopo “Il romanzo di Glastonbury” e nel 1934 “Autobiografia” che molti (io non sono fra questi) ritengono il suo capolavoro.
Ancora da Ottavio Fatica: “Nella spericolata Autobiography, ripercorrendo col ‘candore’ di un Rousseau, maestro dichiarato, arriva a definirsi una volpe paranoica, un donchisciottesco burattino, uno spaventapasseri profetico, una prostituta romita, un totemista, un feticista, un caoticista, un saltimbanco e via iperboleggiando”.

“La religione di uno scettico” (1924), è il testo di una delle tante conferenze con le quali Powys guadagnava per vivere.
Mena fendenti sia ai Fondamentalisti sia ai Modernisti per approdare a uno scetticismo sul quale sale come su di un altare da profanare a sua volta.
Prima di scrivere questa nota sono andato a rileggere alcune pagine del “Wolf Solent” e mi sono imbattuto in una sottolineatura (oggi non faccio sottolineatura nei libri che leggo, sottolineare è una speranza di rileggere) che tracciai quarant’anni fa circa e che illumina il retroterra sconsacrato del volumetto “La religione di uno scettico”.
Trascrivo da “Wolf Solent”: Tutto ciò che suggerisce un’entità metafisica mi è odioso. Deve essere perché il mio mondo è essenzialmente eclettico e la mia religione, se ne ho una, essenzialmente politeista. Eppure in fatto di bene e di male, io credo d’essere quel che si direbbe un dualista. Ah, è buffo! Non appena si arriva ad esprimere i sentimenti in parole, si è costretti ad accettare contraddizioni disperanti nel più profondo dell’essere.

Per una scheda sul libro: QUI.

John Cowper Powys
La religione di uno scettico
Traduzione di Franco Salvatorelli
Con un saggio introduttivo di Henry Miller
Un nota di Ottavio Fatica
Pagine 83, Euro 6.00
Adelphi


La fiamma è bella


Il titolo di questa nota non inganni. Non si parla qui della dannunziana Mila, figlia di Jorio, che così dicendo sale sul rogo, ma di una festa popolare che si svolge a Novoli (Lecce) dove fervono i preparativi per la tradizionale magica notte del 16 gennaio.
La “Fòcara”, il fuoco più grande del bacino del Mediterraneo, rivive tra sacro e profano e, fra i due termini, l’estensore di questa nota predilige il secondo.
Un falò di 25 metri di altezza e 20 metri di diametro per l’ormai secolare festa di Sant’Antonio Abate.
Intorno al fuoco anche la musica degli Elio e le Storie Tese.

In questo video si può ammirare la maestrìa pirotecnica che, è il caso di dire, dà luce e calore all’avvenimento.

La “Fòcara”, tornerà a bruciare nel piccolo comune nel cuore del Salento, dove sono già iniziate ad arrivare le prime fascine di tralci di vite secchi, sapientemente assemblate con tecniche antichissime, tramandate di padre in figlio. E saranno proprio con queste che si costruirà il monumentale falò che verrà acceso a conclusione di un lungo percorso costellato di eventi.
La “Fòcara” è un antichissimo rito (nato per la Festa di Sant’Antonio Abate, patrono della città), che ancora oggi racconta dell’identità popolare di questa terra.
Promosso oggi da Regione Puglia, Provincia di Lecce e Comune di Novoli in collaborazione con numerosi partner pubblico-privati, l’evento è carico di simboli legati alla cultura popolare e contadina del territorio.
Il fuoco sacro e rigenerante della terra ogni anno, da secoli, viene acceso la sera della vigilia della festa con suggestivi fuochi pirotecnici. Così il “fuoco buono di Puglia, messaggero di pace nel mondo” diventa universale simbolo di pace e di solidarietà.
Attorno al fuoco, sono tanti gli eventi che rendono quest’appuntamento unico e davvero imperdibile come, ad esempio, illuminata dal fuoco, la piazza che diventa multimediale e rende protagonisti gli spettatori che potranno pubblicare sul sito Internet dedicato alla Fòcara le loro immagini in diretta. E ancora: dalla riscoperta di un tratto meno noto e celebrato della medievale via Francigena cui sarà dedicato un convegno, alla vetrina di prodotti tipici e enogastronomici di questa terra, dal concorso fotografico “La Fòcara, paesaggi di fuoco e spirito mediterranei” alla collaborazione con l’associazione “Forlife onlus” per la realizzazione di progetti umanitari per l’Africa “Fòcara for Africa”.
Assente giustificato il Ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi. Alcuni suoi accorti collaboratori – prontamente ascoltati dal Ministro – gli hanno sconsigliato il viaggio temendo che a Novoli i cittadini e i turisti che hanno a cuore i destini della cultura italiana approfittassero della sua presenza per farlo salire rispettosamente sul falò.

Per il programma dei tre giorni: CLIC!

Ufficio Stampa
Agenzia Freelance
Tel. 0577 272123; Fax 0577 247753
info@agfreelance.it
Sonia Corsi: 335 – 19 79 765
Natascia Maesi: 335 – 19 79 414
Daniela Fabietti: 335 – 19 79 415

Per informazioni
Ufficio Cultura Comune di Novoli
Da lunedì a venerdì ore 8 -14
0832712695 - 335 8202336
cultura@comune.novoli.le.it


Caro Diario

In Francia, Le Channel Scéne Nationale de Calais presenta "Entre les lignes", dal 14 al 23 gennaio, manifestazione letteraria, festiva e popolare curata da Martine Laval, giornalista del giornale Télérama.
In cartellone anche il gruppo italiano Teatro delle Ariette con un progetto speciale di Paola Berselli e Stefano Pasquini.
Due persone, un uomo e una donna, italiani, per una settimana vanno in giro per la città di Calais. Città conosciuta soprattutto in relazione a Dover, alla Manica, al traffico di clandestini tra la Francia e l'Inghilterra.
I due osservano, ascoltano, respirano da stranieri l'atmosfera di questa piccola località, al centro dell'Europa, vicina alle grandi capitali europee (Parigi, Londra, Bruxelles), ma in fondo sola e sperduta su un mare grigio e impetuoso.
Ogni giorno scrivono, in francese, un diario della vita quotidiana, sulla loro esperienza giornaliera di contatto e osservazione della città.
Alla fine della settimana questo materiale scritto verrà restituito, in forma di lettura, durante due giorni d’incontri con il pubblico. Incontri che si svolgeranno in forma conviviale attorno a un grande tavolo dove, dopo aver ascoltato il diario, verrà consumata insieme una pizza preparata per l'occasione dagli attori del Teatro delle Ariette.
Il tutto sarà replicato 5 volte durante due giorni (22 e 23 gennaio) alle ore 11, 13, 15, 17, 19.

La manifestazione "Entre les lignes" è organizzata in collaborazione con la Libreria de Le Channel e con la partecipazione della Mediateca di Calais e del Centro Nazionale del libro.

Cliccare QUI per conoscere il programma di tutta la manifestazione.

Le Channel Scène Nationale de Calais
Teatro delle Ariette
“Caro Diario…”
Journal de la vie quotidienne
Info 0033 (0)3 21467700
Calais, dal 14 al 23 gennaio 2011


Anatomia di un'anima

Questa nota ha una particolarità.
Come vedete è messa on line l’11.1.’11 alle ore 11.
E’ un’occasione unica, non potevo farmela sfuggire e la dedico ad una delle mie artiste preferite: Giovanna Torresin che è stata ospite di questo sito nella sez. Nadir; per vedere alcune sue opere CLIC!.


In foto: “Cuore cerniera”, 1999.

Anatomia di un’anima è una mostra di suoi lavori che inaugurerà prossimamente e s’avvale della curatrice Simona Bartolena che così scrive in catalogo: Un filo sottile ma molto resistente collega opere quali “Coperto per due”, realizzato nel 1994, o quali l’eloquente tavolo “San Valentino”, del 1995, ai lavori più recenti di Giovanna Torresin. Un percorso lineare e coerente, quasi inevitabile, che ha condotto l’artista in un’indagine sempre più approfondita e rischiosa delle dinamiche di relazione della coppia, delle logiche dei rapporti interpersonali, del ruolo sociale dell’individuo e della sua capacità (o incapacità) di adattamento: quasi un esperimento in vitro, uno studio scientifico – a dispetto della lacerante emotività del linguaggio con cui è condotto – sulla dimensione quotidiana della nostra esistenza e sul ruolo che in singolo può (o deve?) saper trovare nell’ambiente che lo circonda.
L’anatomia di un’anima raccontata in opere espressivamente molto potenti, che offrono spunti di riflessione su tematiche sempre attuali, tanto complesse quanto scottanti e dolorose.
Un messaggio chiaro, disperatamente lucido, espresso in toni visionari, a tratti allucinati, che si esprime in un lungo viaggio nelle pieghe più profonde dell’animo e del corpo umano, fino a toccarne la carne viva
.

Giovanna Torresin
“Anatomia di un’anima”
Apeiron
contemporary art gallery
via Roma 47, Macherio
+39 339 – 14 36 401
info@studioapeiron.it
Dal 15 gennaio al 20 febbraio 2011


Il Re che ride

Dice Berlusconi “Diffidate di chi non ride”. Giusta cosa. Anche se, attraverso i secoli, l’hanno detta in parecchi prima di lui. Bisognerebbe, però, aggiungere, ‘diffidate di chi ride male’. E ridono malissimo gli elettori che si divertono alle sue barzellette, qualcuna da liceale ripetente, qualche altra che perfino Alvaro Vitali nei film di Pierino si rifiutava di dire, tutte vecchie spacciate per nuove, ma ben recitate.
E’ possibile un ritratto di questo anziano cummenda attraverso le storielle che racconta?
E’ possibile capire com’è arredato il suo cervello?
Ci ha pensato uno dei nostri più brillanti saggisti: Simone Barillari.
Ha scritto, infatti, Il re che ride (con la collaborazione di Nicola Baldoni ed Emmanuela Nese) pubblicato da Marsilio.
Barillari (1971) ha firmato curatele e traduzioni per alcuni dei principali editori italiani (Bompiani, Castelvecchi, Fandango, Fazi, minimum fax, Rizzoli) e collabora con le pagine letterarie di vari quotidiani. E’ stato ideatore e direttore di collane di letteratura e ha dato vita alla casa editrice Alet, che ha guidato fino al 2005.
Poi, ci crediate o no, ha anche un esperienza da astronauta, cliccare QUI per verificare.

Questo suo recente Il re che ride è una Tac alla testa del premier e, citate in ordine cronologico le sue barzellette dal 2004 ad oggi, ne viene fuori un rapporto scientifico sul suo linguaggio, i suoi tic; questo volume è un mezzo per cogliere lo spirito aleggiante dietro a quel fenomeno plebeo e qualunquista che ha conquistato tanta parte dell’elettorato italiano.
“D’altro canto” – come dice Sabina Guzzanti – “è giusto. Berlusconi ha vinto le elezioni, gli italiani le hanno perse”.

A Simone Barillari ho rivolto alcune domande.
Com’è nata in te l’idea di questo libro? Da quale considerazione sei partito?

Un pomeriggio di un anno fa, sfogliando Il Giornale in biblioteca, mi è caduto l'occhio su un trafiletto laterale che riportava, accanto a un ampio articolo su Berlusconi che aveva tenuto un comizio, una barzelletta che lui aveva raccontato durante quello stesso comizio e che era una sorta di ironico pendant alla situazione in cui si trovava a parlare (Berlusconi era a un convegno di industriali, e aveva detto una lunga barzelletta in cui trasforma il paradiso in un’azienda). Ho pensato che negli anni erano state raccolte più volte le sue battute e le sue gaffe, ma mai le sue celeberrime barzellette, e che forse raccogliere e analizzare criticamente le sue “storielle”, come lui ama chiamarle, poteva essere l'occasione per un'analisi obliqua del personaggio e dei suoi popolarissimi metodi di comunicazione – la dimensione comica, mi è sempre parso, è il vero arcano della sua persona e del suo potere.

Poco fa dicevi di gaffe. Ne puoi citare una?

Certamente. Eccola commentata da Nicola Baldoni: CLIC!

Le “storielle” raccontate da Berlusconi (non solo ai suoi elettori, ma anche a capi di Stato talvolta perplessi all’ascolto) sono frutto di una sua vanità da showman oppure di un calcolo politico?

La mia sensazione, che viene anche da interviste con uomini che gli sono stati a lungo accanto, è che nella stragrande maggioranza dei casi Berlusconi racconti barzellette senza alcun calcolo politico. In parte, naturalmente, lo fa per vanità di cabarettista (il suo primo mestiere, quando intratteneva i passeggeri delle navi da crociera), perché a Berlusconi più di ogni altra cosa piace piacere alle gente. Ma la verità, io credo, è che Berlusconi racconta barzellette perché non può farne a meno, Berlusconi è un raccontatore tourettico di barzellette

… perdonami se t’interrompo, ai più distratti ricordo che “tourettico” è un termine che si riferisce a un disordine neurologico. Scusa l’interruzione e vai pure avanti…

Grazie. Insomma, non riesce a trattenersi anche quando sa che sarebbe meglio tacere: le barzellette sono il suo linguaggio più vero, violento e rivelatorio, quello in cui dice fino in fondo tutto quello che pensa perché può dirlo scherzando. È solo con una barzelletta che può dare a Bossi del figlio di puttana (in una storiella berlusconiana del 2008 il piccolo Bossi va ogni sera a prendere la mamma che lavora al bordello) e a Prodi del testa di cazzo (Prodi ha mal di testa e il dottore gli diagnostica un’orchite), è solo scherzando che può permettersi di alludere con Clinton, durante il caso Lewinsky, all’incontrollabile virilità del presidente americano e di deridere Bush, in mezzo a un G8, per la sua faccia scimmiesca. Nella sua vita Berlusconi ha esercitato i due mestieri in cui è più fortemente istituzionalizzata l’ipocrisia: il venditore e il politico, ed è come se attraverso la comicità affiorassero continuamente i suoi pensieri repressi, quelli che il suo ruolo di imprenditore e di premier gli impedisce di rivelare. Le barzellette, in fondo, sono il suo inconscio che parla e dice tutto, spesso suo malgrado.

Berlusconi ha formato un pubblico di ascoltatori delle sue barzellette o lo ha già trovato da anni pronto all’ascolto?

Alla fine degli anni ’60 Ennio Flaiano ha scritto profeticamente che di lì a trent’anni gli italiani non sarebbero stati come li avrebbe fatti il governo, ma come li avrebbe fatti la televisione. È andata così oltre ogni possibile aspettativa: il proprietario delle televisione è il capo del governo.
La sua comicità è esattamente quella dei suoi vecchi varietà televisivi: non bisognerebbe dimenticare che uno dei primi e più longevi programmi delle sue reti è stato “La sai l’ultima?”, di cui era autore uno dei suoi consulenti all’immagine. Così ora, se si pensa alla storia italiana, la prima Repubblica è l’ironia cardinalizia di Andreotti, espressione di quel potere ecclesiastico che ha a lungo formato gli italiani e li ha fatti votare Democrazia Cristiana, mentre la seconda Repubblica è la comicità televisiva di Silvio Berlusconi, espressione di quelle reti che hanno formato l’elettorato di Forza Italia
.

Per una scheda sul libro:CLIC.

Un’intervista video di Antonino Luca a Barillari QUI.

Simone Barillari
Il re che ride
Pagine 208, Euro 13.50
Marsilio


Le parole della mafia

Diceva Karl Kraus: “Il linguaggio è la madre, non l'ancella del pensiero”.
A quest’aforisma ho pensato dopo aver letto una preziosa pubblicazione dell’Editrice Newton Compton: Dizionario Mafioso – Italiano // Italiano – Mafioso. Un’esplorazione della lingua usata dai mafiosi che è al tempo stesso un viaggio nella mente degli affiliati alla nota organizzazione criminale.
Ne è autore Vincenzo Ceruso nato a Palermo, dove vive e lavora. Laureato in filosofia, già ricercatore presso il Centro Studi “Pedro Arrupe”, è militante nel mondo del volontariato cittadino. Ha lavorato per vent’anni nella Comunità di Sant’Egidio con minori a rischio devianza in alcuni dei quartieri più difficili di Palermo. Analista della criminalità mafiosa, si è occupato negli ultimi tempi di tematiche riguardanti le connessioni tra Cosa Nostra e religione. Collabora con le riviste “Segno”, “Narcomafie”, “Aggiornamenti sociali”.
Per conoscere i suoi libri nel catalogo della Newton Compton, cliccare QUI.

Questo “Dizionario” ha una sua particolarità come chiarisce l’autore nell’Introduzione: … non è sistematico. Piuttosto, è un viaggio sentimentale tra le parole, nel senso in cui queste veicolano i sentimenti, e anche la comprensione della mafia passa attraverso una diversa percezione del mondo. Alcune espressioni fanno ormai parte del nostro album di famiglia, tanto hanno segnato la storia recente d’Italia, fino a confondersi con la grammatica politica del nostro Paese. Altre appartengono al gergo di una minoranza criminale, quella degli uomini d’onore. Giovanni Falcone utilizzava una metafora linguistica per far comprendere quanto fosse importante la collaborazione con lo Stato del mafioso Tommaso Buscetta: “Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un codice, un linguaggio”.

Scopriremo in questo volume di Ceruso ciò che s’intende nell’universo dei clan con il termine “chiesa”, chi sono gli “scappati”, cosa implica la “messa a posto”, chi ha il potere nei “mandamenti” siciliani, chi può essere “combinato” e chi va “posato”, chi “curatolu”.
Ma non si tratta di una traduzione dal siciliano in italiano, ma dal mafioso in italiano.
Molte parole possono apparire perfino trasparenti, ma è un inganno perché contengono significati lontani dall’uso di quel tal sostantivo o aggettivo che usiamo anche noi nella vita quotidiana. Sicché anche vocaboli dalle semplici sembianze nascondono riferimenti quanto mai selettivi e di gradualità semantica assai complessa.
Di sicuro c’è uno scarto intuibile tra quelle parole dette o scritte; la voce, si sa, può alleggerire o appesantire un concetto come fa il grassetto o il corsivo sulla pagina stampata. Nei “pizzini”, infatti, ritroviamo, nella loro rapida scrittura, un’ampollosità ecclesiastica che rimanda al sussiego di chi sa cose segrete, alla minaccia velata dietro espressioni di pretesca bontà, alla promessa (ma anche minaccia inquisitoria) di qualcosa che lo scrivente “manda a dire”.
Un universo verbale denso, un’oleosa colata di parole attraverso la quale s’intuisce la viscidità di vite consegnate a una comunicazione piana, ma in realtà criptica.

Il libro riflette anche sulle parole dette o scritte sulla mafia dai media. E per l’autore è un’occasione (scorrendo espressioni quali “Trattativa con lo Stato”, o “Delitto eccellente”) di ripercorrere quel tracciato linguistico con i suoi tic e le sue pigrizie, e fare riferimenti a episodi di cronaca mafiosa che hanno insanguinato l’Italia.

Vincenzo Ceruso
Dizionario
Mafioso – Italiano
Italiano – Mafioso
Pagine 240, Euro 9.90
Newton Compton Editori


Artigiani del digitale


Segnalo oggi un libro che aiuta a capire in modo efficacissimo il problema del gap sofferto da tanta parte della società produttiva in Italia. Dovrebbe essere letto, in particolare, da quanti in ogni campo della comunicazione agiscono nell’offerta di prodotti, indipendentemente dalla natura degli stessi pur non trascurando le singole specificità.
Lo ha pubblicato l’editore Luca Sossella (casa che s’avvale dell’art director Alessandra Maiarelli la quale contribuisce al successo di quella sigla con originali impianti grafici); titolo: Artigiani del digitale Come creare valore con le nuove tecnologie.
L’autore è Andrea Granelli, uno dei nostri maggiori esperti in pianificazione informatica. La sua più recente fase professionale è stata caratterizzata dallo start-up di molte iniziative: tin.it, TILab, Loquendo (spin-off legato alle tecnologie vocali), un fondo USA di Venture Capital ($280M di committed capital), l'Interaction Design Institute di Ivrea, l'Esposizione permanente di tecnologia presso i chiostri di S. Salvador a Venezia e il laboratorio Multimediale dell'Università La Sapienza di Roma.
E’ presidente e fondatore - con Stefano Santini - di Kanso; per una sua più estesa biografia CLIC!
Scrive nella prefazione Patrizia Grieco, Amministratore Delegato di Olivetti (impresa che in Italia e non solo in Italia è uno dei simboli di come si faccia innovazione e assunto ad esempio da Granelli) che questo libro … contribuisce finalmente a rimettere nella giusta prospettiva le riflessioni – necessarie – sul digitale, i suoi processi produttivi, le problematiche legate all’innovazione. Va al cuore del problema e “smaschera” molti degli stereotipi utilizzati a piene mani dai media e da una parte della politica.
Questo volume è importante anche perché dimostra come non basti dotarsi di strumenti tecnologicamente avanzati per intervenire nelle nuove forme della comunicazione, ma sia necessaria un’attrezzatura culturale che sappia agirli. Altrimenti si finisce col disporre di un jumbo, ma farlo procedere a terra come un carretto trascinato da asini.

Ad Andrea Granelli ho rivolto alcune domande.
Chi sono, o chi dovrebbero essere, gli artigiani del digitale?

Professionisti, creativi, free lance esperti delle nuove tecnologie digitali e che hanno scelto un approccio “artigiano” alla loro professione. I loro luoghi di lavoro assomigliano più alle botteghe o agli atelier che non alle fabbriche; la passione che nutrono verso quello che fanno è grande e ogni prodotto da loro realizzato è un unicum.
Lo sviluppo di soluzioni digitali (software, contenuti digitali, ambienti digitali, …) è una attività non industriale ma artigiana; si pensi ad esempio l’importanza della manutenzione nel software, attività (la riparazione) intimamente legata alla cultura artigiana. Per cui i veri creativi del digitale sono profondamente artigiani.
Oltretutto la materia fisica e quella digitale non solo non sono antagoniste, ma si avvicinano e si modificano reciprocamente: la materia cerca leggerezza e significati e il virtuale corporeità e concretezza
.

Le imprese italiane, in larghissima parte, si sono dimostrate impreparate al 2.0, quale la causa di questo ritardo?

Uno dei motivi è – a mio avviso – la scarsa diffusione di una autentica cultura digitale che non ha permesso alle aziende di coglierne gli aspetti rivoluzionari e trasformativi. Purtroppo il racconto del digitale da parte dei media è spesso trionfante, senza ombre e non riflette sulle trasformazioni profonde che le imprese devono affrontare per cogliere le reali opportunità del digitale. Una semplice infarinatura di queste (adottare un ERP o fare una vetrina digitale dei propri prodotti) oltre ad essere sostanzialmente inefficace si trasforma con grande facilità in semplici costi incrementali che – a lungo andare – generano delusione verso queste tecnologie.

Questo è un sito che si occupa del digitale prevalentemente nell’area della letteratura e dello spettacolo. Quale consiglio dai a quanti lavorano in campo alternativo (piccoli editori, case di produzione cinematografiche indipendenti, imprese teatrali fuori del grande circuito)?

Io penso che questi operatori siano tra coloro che possano trarre il massimo dei benefici dalla rivoluzione digitale. È ovvio che ci vuole del tempo, non solo per aumentare la penetrazione di Internet fra le famiglie, ma anche per educarne i comportamenti digitali e spazzare via i falsi miti.
Il digitale crea nuovi prodotti culturali e nuove modalità fruitive (i lettori MP3, l’iPad e i nuovi video-giochi immersivi ne sono esempi recenti), rende possibili nuove forme distributive (come gli eBook e YouTube) e nuove modalità di gestione dei diritti d’autore. Questo insieme di opportunità apre nuovi spazi competitivi e generalmente facilita i nuovi entranti e i piccoli operatori rispetto ai player consolidati
.

In alquanti fra i piccoli imprenditori di ogni campo – da quello industriale al commerciale al culturale – affermano da tanto, troppo tempo, “siamo piccoli ma cresceremo”.
Su quella dizione ho molta diffidenza. Sei d’accordo? Se sì, oppure no, perché?

Anche io non credo al “pensiero unico”, soprattutto in economia. Molte aziende – soprattutto produttrici di tecnologie o di prodotti standard – devono crescere poiché la crescita innesca un circuito virtuoso che assicura a tali organizzazioni economie di scala che le consentono di investire in ricerca e sviluppo e di proteggersi finanziariamente durante il “malo tempo”. Ma vi sono anche aziende “ontologicamente piccole” che non devono – né vogliono – crescere necessariamente e che seguono i cicli della società. In momenti espansivi sono più floride e fanno arrabbiare i clienti per l’allungamento dei tempi di consegna, mentre nei tempi di magra mettono i remi in barca e proteggono le proprie risorse – soprattutto il capitale umano. Un artigiano difficilmente sogna di ingrandire la propria bottega – che spesso è integrata nel luogo in cui vive. Piuttosto le sue preoccupazioni si concentrano nel trovare un serio praticante a cui passare le consegne.
Ora per queste tipologie di attori economici i prodotti informatici standard non sono adatti: sono infatti pensati per aziende più grandi, con differenti esigenze. Sarebbe come realizzare un vestito per un adulto e adattarlo a un bambino (“tanto crescerà”)
.

Andrea Granelli
Artigiani del digitale
Prefazione di Patrizia Grieco
e un dialogo con Giulio Sapelli
Pagine 114, Euro 12
Luca Sossella Editore


MovEm09

Ricevo notizie del MovEm09 dall’Ufficio Stampa del Teatro Vascello, guidato da Cristina D’Aquanno, e volentieri rilancio il comunicato che segue.
La foto con un teatro vuoto e il sipario chiuso non è casuale, è voluta quanto fortemente temuta.
.

Il 27 dicembre presso la sede dell’Anac ( associazione nazionale autori cinematografici) si è svolta una riunione delle Associazioni, Movimenti e Sindacati dell’intero arco professionale dell’informazione, delle università, del cinema, del teatro , della musica, della danza, della comunicazione e dei tecnici di questi settori che sono e rappresentano la cultura italiana.
Dopo un’appassionata discussione che ha giudicato repressiva la decisione del governo di respingere tutte le richieste dei settori, l’assemblea ha deliberato all’unanimità di aprire nel Paese una fase di studio e di lotta che andrà avanti finché persisterà l'attuale emergenza democratica, i continui attentati alla libertà di espressione, al diritto allo studio, alla pluralità delle opinioni, alla libera informazione con il deliberato obbiettivo di far prevalere l’ignoranza sulla consapevolezza.
Questi problemi coinvolgono tutti i cittadini e i loro figli e necessitano di una mobilitazione permanente.
Le forme e le azioni di lotta saranno definite di volta in volta anche in rapporto alle situazioni politiche e si delibera fin da ora di organizzare un grande convegno politico, scientifico e culturale che spinga i cittadini e le personalità dell’arte, della comunicazione e dello spettacolo ad abbandonare l’indifferenza, l’apatia e la rassegnazione. Questa mobilitazione avrà probabilmente tempi lunghi e difficili e per questo bisogna stanare con forza e pazienza le forze politiche ad essere pro o contro.
Il comitato si prefigge di coinvolgere professionisti e i lavoratori dei settori e i cittadini partendo dalla richiesta del rispetto degli articoli 9, 33, 34 della Nostra Costituzione.
Si è dato corpo ad un Comitato denominato COMITATO DICEMBRE 010 in cui il movimento promotore MovEm09 è confluito e a cui aderiscono – insieme con tante singole personalità di tutti i settori spettacolo dal vivo, cinema, dell’università e della ricerca e dell’editoria – le seguenti sigle:

AFIC –Ass. Festival Italiani Cinematografici; AGIS-lazio ANEC; ANAC- Ass. Nazionale AutoriCinematografici; ANART – Ass. Nazionale Autori Radiotelevisivi e Teatrali; APTI- Ass, per il teatro Italiano; ARCI- NAZIONALE; ARTICOLO 21, liberi di - Ass. giornalisti; ASC – Associazione Scenografi Costumisti Arredatori; ASST- Ass.Sindacale Scrittori Teatro; CEDRAP Centrodi Documentazione E Ricerca Sull’arte Pubblica; CENTO AUTORI- Ass. cinematografica televisiva; DOC.IT- Ass. Documentaristi Italiani; COMITATO 3 –Movimento cinematografico; CORE- Ass. danzatori; C.Re.S.Co. –Coordinamento delle realtà della scena contemporanea; Federazione CEMAT- Ente Promozione Musicale; FE.IT.ART. federazione Italiana Artisti; FIDAC – Federazione Italiana Associazioni Cineaudiovisivo; FNSI – Federazione Nazionale Stampa Italiana; GRUPPO ARTE TAPE; NERAONDA – Produttore Teatrale; NUOVA CONSONANZA – Ass. musicale; MAUDE- Ass. Lavoratrici Spettacolo; MUSICA ARTICOLO9 – Ass. musicale; SACT- Scrittori Associati Cinema Televisione; SAI – Sindacato Attori Italiani; SIAM –Sindacato Italiano Artisti Musica; SLC-CGIL- Nazionale; SLC_CGIL Regionale; SNCCI- Sindacato Nazionale Critici Cinematografici; SNS- Sindacato Nazionale Scrittori; RETE 29 APRILE- Ricercatori Universitari; RICERCA LIBERA - TAM TAM cinema; Teatro ARGOT studio; Teatro ELISEO; teatro LA BILANCIA; Teatro VASCELLO; Tutti a casa (movimento spettacolo audivisivo); UCCA- Unione Circoli Cinematografici Arci; Ufficio Sindacale Troupe SLCCGIL; UILCOM-Uil Lazio; USIGRAI; ZERO PUNTO TRE- Ass. teatrale.


Smemorando


Queste note di Cosmotaxi si occupano – come sanno quei generosi che le leggono – di avvenimenti culturali che accadono da me notati o scelti fra i tanti segnalati dagli uffici stampa.
Comincio, però, il 2011 con qualcosa che non è accaduta nei 12 mesi del 2010.
Non è avvenuto un ricordo cospicuo, come maiuscola fu la sua opera, di Giorgio Manganelli scomparso vent’anni fa; era nato a Milano il 15 novembre 1922.
E’ stato ricordato dall’Università di Pavia con una “Scommemorazione”, dal “Cantiere Manganelli” a Roma, dalla Casa Editrice “Sedizioni” con una mostra fotografica, da qualche blog, stop.
E il Comune di Milano dov’è nato uno dei più grandi autori del ‘900?
Notte e nebbia. Troppo impegnati in altre faccende. Si consegnano così alle cronache della vergogna: Moratti Letizia, sindaco della città; Podestà Guido, presidente della Provincia; Formigoni Roberto, presidente della Regione.
Né un euro è uscito da altre tasche pubbliche (cioè da fondi riforniti dalle tasse che paghiamo) a cominciare dal Ministero dei Beni Culturali retto da quel Bondi che se sente pronunciare il nome Manganelli va sùbito col pensiero, forse sbiancando, al capo della polizia italiana Antonio Manganelli.
Essendo, però, Manganelli (Giorgio) un autore che appartiene a tutta la storia letteraria nazionale, non sono meno colpevoli assessorati alla cultura da Aosta a Bari, da Trieste a Trapani, da Livorno a Rimini.
Eppure sarebbe bastato, e basterebbe, raccogliere l'appello lanciato da Lietta, figlia dello scrittore, che sta tentando di mettere su un Centro Studi dedicato al padre.
La stessa Lietta, lamenta giustamente in un suo intervento ospitato sul sito web dello scrittore Luca Tassinari (il più attivo in Rete a sostenere il ricordo dell’opera di Manganelli), che se l’apparato pubblico s’è dimostrato tanto distratto, non è venuta da parte dei privati troppa partecipazione. E conclude – comprensibilmente sfiduciata – che questo potrebbe in parte dare ragioni agli amministratori tanto dimentichi. Elegante pensiero, ma le cose non stanno così. I soggetti privati “possono” prestare ascolto, i soggetti pubblici “devono”. Specie da noi, dove un soggetto pubblico (la Rai nell’esempio che segue) elargisce un milione di euro alla signora Donev, amica del premier, per la produzione di un film e avere speso per la stessa, attraverso un altro soggetto pubblico (la Biennale) altri quattrini per darle un premio, fino ad allora inesistente nel medagliere della Mostra del Cinema, ospitando giornalisti con annesso ricevimento e buffet. Non è che un esempio, perché di altri se ne contano a centinaia fra governo, regioni, province, comuni.
Però Lietta, va riconosciuto, tutti i torti non li ha a scoraggiarsi tanto.
Amici lettori di Manganelli, mostriamoci migliori di chi ci governa (e non ci vuole molto), mostriamoci riconoscenti al grande Giorgio per le tante gioie di lettura che ci ha permesso e, con un piccolo sforzo personale, contribuiamo a mettere su questo Centro Studi che lo ricordi.
I modi per farlo sono indicati nel primo link di questa mia nota.


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