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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Vecchiaia per principianti


Articoli giornalistici, trasmissioni radiofoniche, programmi televisivi, libri e pubblicità ogni giorno propongono i modelli della bellezza fisica e intellettuale della giovinezza e i modi per continuare a possederli sconfiggendo la vecchiaia.
Molti trattamenti sia chimici sia chirugici sono praticati per vincere sul corpo gli effetti indesiderati della tarda età; un territorio della vita dal quale sempre di più s’intende fuggire.
Aubrey de Grey, specialista in gerontologia, scienziato appartenente all’area dei Transumanisti, direttore di SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence) studia trattamenti che consentiranno agli esseri umani di estendere indefinitamente la durata della loro esistenza. Afferma che ha già raggiunto buoni risultati anche su se stesso (come il suo sodale, l’informatico Ray Kurzweil). Che cosa servirà per raggiungere i risultati che si propone? “Dipende dai livelli di finanziamenti che riceverà il mio Istituto” – risponde – “Solo da quelli”.
Vecchiaia. Che cosa dice su di essa un Dizionario filosofico?
”Periodo finale della vita dell'uomo, nella storia del pensiero, è stato giudicato in modi diversi e contrastanti. L'idea di vecchiaia ha presentato nella storia non un'evoluzione lineare ma una concezione complessa che vede alternarsi rispetto e indifferenza, derisione e venerazione, abbandono e assistenza sociale: comportamenti questi causati da una molteplicità di fattori come la struttura della famiglia, patriarcale o nucleare, la trasmissione orale o scritta della cultura, i modelli di bellezza e quelli sociali”.

Quante se ne sono dette sulla vecchiaia!
Sostanzialmente si tratta di due gruppi: uno che ne loda le presunte gioie che contiene e un altro (mi pare la maggioranza) che ne mastica amaramente i guai che procura.
Per un Victor Hogo che dice “C’è un’alba felice nel tramonto della vecchiaia” ascoltiamo la voce del commediografo romano Publio Terenzio Afro che da un secolo e mezzo prima di Cristo ammonisce: “Senectus ipsa est morbus” (La vecchiaia stessa è una malattia), o come un’altra voce che proviene dai nostri giorni, dell’attore Pino Caruso che diceva “La vecchiaia nuoce gravemente alla salute”. Oppure dell’attrice Bette Davis che, da tosta qual era, affermava combattiva: “La vecchiaia non è posto per femminucce!” alludendo alle feroci difficoltà da superare imposte da quell’età.
Ma fra le più aspre affermazioni ecco quanto pensa il filosofo romeno Emil Cioran: "La vecchiaia, in definitiva, non è che la punizione toccataci per essere vissuti".

Giungere alla vecchiaia, per chi ce la fa, comunque la si pensi, è l’attraversamento di una soglia, una cosa di non poco momento, una faccenda da affrontare munendosi di strumenti adatti a quel viaggio. Oppure a quel mestiere (o professione, fate voi) se la vecchiaia è una specializzazione dell’esistenza. Come promette (e mantiene) d’indicare il titolo di un libro d’istruzioni, pubblicato dalla casa editrice Laterza: Vecchiaia per principianti.
Ne è autore Alberto Cester.
Specialista in Geriatria e Fisiatria, dirige l’U.O.C. di Geriatria della Sede Ospedaliera di Dolo (Venezia) e il Dipartimento di Area Medica nel Distretto di Dolo e Mirano dell’Azienda 3 “Serenissima” del Veneto.
Ha avuto esperienze professionali nazionali e internazionali nel campo della geriatria e della riabilitazione geriatrica.
È autore di articoli scientifici e libri di tema geriatrico e riabilitativo.
Geriatra che confida ai lettori di trovarsi nell’anticamera della vecchiaia.

Prepararsi per tempo occorre.
Quando si diventa vecchi? Non esiste un’indicazione di età comune per tutti e, poi, chiarisce l’autore, esiste un’età cronologica, un’altra biologica e infine una percepita da chi l’indossa. E ci sono tanti tipi di vecchi: «vecchi “giovani dentro” e vecchi in cerca dell’elisir di lunga vita, vecchi usurati dal tempo nella salute e nello spirito, vecchi fiduciosi e vecchi disperati».
Cester intervalla alcuni capitoli con un frizzante sipario di riflessioni, una sorte di io narrante che riflette su se stesso e su ciò che la professione lo ha portato a conoscere e analizzare.
Per il tono piano, lieve, però mai superficiale, che usa nella scrittura si ha l’impressione che non si rivolga a una platea di lettori ma che parli proprio a te, standoti di fronte. Perciò è un libro che pur affrontando un tema trattato da altri autori in altri volumi, ha caratteristiche che lo rendono luminosamente singolare.
Non seguirò i saggi consigli di Alberto Cester, della vecchiaia, purtroppo, non sono un principiante e, quindi, farò a modo mio che – dicono alcuni di me – non è troppo salutare.
Cocludendo questa mia nota, spero tanto che il dottor Cester sia d’accordo, come io fervidamente lo sono, col suo collega medico e scrittore Celine quando afferma: “È il nascere che non ci voleva”.

Dalla presentazione editoriale.
«Se è vero che, come dice Tolstoj, «la vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo», questo piccolo libro prezioso ci prepara con tanti consigli pratici e buone abitudini a viverla nel migliore dei modi possibili.
C’è una buona notizia: l’Italia è una delle nazioni con più elevate speranze di vita. La cattiva notizia è che non siamo preparati ad affrontare una vita longeva. Diciamoci la verità: invecchiare fa paura a tutti. Il nostro corpo inizia a tradirci, la salute è altalenante, dare un senso nuovo al proprio vissuto può non essere una cosa semplice. Ma con un po’ di saggezza, seguendo i consigli di un appassionato geriatra, possiamo fare una scoperta molto confortante, risolutiva: non esiste una sola vecchiaia. Se è vero che in parte la nostra salute è determinata dai geni ereditati dai nostri genitori, moltissimo dipende da noi, dal nostro stile di vita, dalla volontà di vivere positivamente questa nuova stagione. Ecco perché Alberto Cester, geriatra di fama, ci indica quali pratiche seguire già a partire dai 50 anni: ci istruisce sul nostro corpo, sulle sue trasformazioni, sulla sua cura, in una virtuosa valorizzazione delle risorse che continuiamo ad avere dentro di noi».

Alberto Cester
Vecchiaia per principianti
Pagine 120, Euro 14.00
Laterza


Cara Radio

"La radio non è soltanto una formidabile sveglia delle memorie, delle forze e degli antagonismi arcaici, ma anche una forza pluralistica e decentrante, come l'energia elettrica e tutti i suoi media in generale".
Così scrive Marshall McLuhan in "Capire i media. Gli strumenti del comunicare".
Oltre un secolo fa, si affacciò timidamente questo nuovo mezzo di comunicazione, invenzione non priva di contestazioni, ma sia come sia la radio nacque.
C’è stato un progenitore – come spesso accade ai media – anche della radio, lo trovate ben illustrato da Gabriele Balbi in La radio prima della radio.
Sono esistiti pure detrattori di quell’invenzione, e siccome anche grandi cervelli possono dire delle baggianate eccone due famose.
“La mania della radio? Si estinguerà in tempo” (Thomas Alva Edison).
“Ho previsto la completa sparizione della radio. Confido infatti che tutte quelle brave persone che oggi si divertono ad ascoltarla riusciranno a trovare quanto prima un passatempo più intelligente” (Herbert George Wells).
Ci ha visto giusto, invece, Rudolph Arnheim: “La radio organizza il mondo per l’orecchio”
Oggi è ancora ben viva tra i media e in tutto il mondo, grazie anche agli aggiornamenti tecnologici intervenuti, è tenuta in gran conto da milioni di ascoltatori.
Solo la radio pubblica italiana non se la passa troppo bene perché “a Viale Mazzini è considerata la sorellina povera e cieca della tv” (copyright Pinotto Fava, autore e produttore radiofonico, teorico dei nuovi media). Cammina zoppa tenuta per mano da esponenti dei partiti politici tutti, ben coinvolti nella spensierata dirigenza Rai.
La storia e l’attualità della radio è forte e ben presente nel ventaglio dei media, si pensi, ad esempio, a quell'opera (a cura di Peppino Ortoleva e Barbara Scaramucci) che Garzanti ha voluto nella collana delle Enciclopedie dedicate alla grande comunicazione: dal cinema, al teatro, dalla letteratura alla televisione, dalla musica alle arti visive; citazione questa con conflitto d’interesse essendo il mio nome e il mio lavoro ricordati in quelle pagine.

Tempo fa, nella sede della ex Discoteca di Stato, fu organizzato un convegno durante il quale autori, critici, giornalisti, saggisti anche stranieri esposero le proprie esperienze e riflessioni sul mezzo radiofonico.
Oggi l'editore Armando ha pubblicato quelle testimonianze in un volume intitolato come quel convegno: Cara Radio con l’accompagnamento del sottotitolo Cartoline dal mondo della radio nell’epoca del web.
Quel convegno fu ideato da Laura De Luca che troviamo, ovviamente, anche curatrice del volume.
Giornalista professionista, autrice radiofonica e teatrale, disegnatrice, sue notizie le trovate sul sito web che conduce in Rete
L’avevo lasciata tempo fa colta e frizzante autrice di un delizioso volumetto intitolato Piedi e ora la ritrovo puntuale conduttrice di memorie e vaticini radiofonici che gli intervenuti al convegno esprimono. Alcuni di loro sono corrucciati, altri speranzosi, altri ancora non privi di nostalgia, né mancano meditazioni sul presente tecnologico e sociopolitico del mezzo.

Dalla presentazione editoriale
«Una raccolta di testimonianze sulla nostra “cara radio”: da ricordi ed aneddoti da parte di professionisti a valutazioni di esperti e studiosi sulle mutate condizioni e abitudini di ascolto nell’epoca del web. Un ventaglio di testimonianze da parte di appassionati e specialisti di diversa estrazione e formazione: registi, autori, giornalisti, docenti, studenti, attori, tecnici, produttori e semplici ascoltatori. La do- manda che aleggia è sempre la stessa: la radio è morta? Le risposte sembrano ripetere la medesima certezza: la radio è viva, viva la radio. Con qualche riserva».

Laura De Luca
Cara radio
Prefazione di Gianpiero Gamaleri
Pagine 192, Euro 19.00
Armando Editore


Chantal Akerman (!)


La casa editrice Fefè ha pubblicato un denso saggio su di una regista e sceneggiatrice: Chantal Akerman uno schermo nel deserto.
Autrice del libro Ilaria Gatti con Alessandro Cappabianca.

Ilaria Gatti – Architetto, progettista di case e di attrezzature sociali, ha lavorato per molti anni all’ATER di Roma; ha realizzato, tra l’altro, “La casa intorno agli alberi”, un intervento residenziale di sostituzione edilizia per cento alloggi nel quartiere Tiburtino e il Centro culturale “Aldo Fabrizi” a San Basilio. Ha collaborato a lungo con la rivista Filmcritica e ha pubblicato libri di cinema e narrativa: “Jane Campion” (Le Mani, 1998); “Lo sguardo discreto. Il cinema dell’interiorità da Virginia Woolf a Kiarostami (Le Mani, 2005); La tenda color ruggine (Kappa, 2006), L’incanto della visione. Cinema d’autore tra Jane Campion e Clint Eastwood (Prospettive, 2010), Francesca Comencini (Le Mani, 2011) e Ricordando Berlino (Prospettive, 2015).

Alessandro Cappabianca – Firma storica della rivista "Filmcritica", è architetto e critico cinematografico. Si è sempre occupato del rapporto filosofico tra materiali filmici e loro trasposizione in immagini. Tra i suoi libri più recenti: “Carmelo Bene. Il cinema oltre se stesso” (2012); “Metamorfosi dei corpi mutanti. Il divenire altro delle immagini cinematografiche” (2016); “La parata dei fantasmi. Proposte per una filosofia post-cinema” (2018); “Cercatori di felicità. Luci, ombre e voci dello schermo yiddish” (con Antonio Attisani, 2018).

Chantal Akerman nacque a Bruxelles il 6 giugno 1950, morì a Parigi, il 5 ottobre 2015.
Fra i suoi lavori, il più noto è il film del 1975: “Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles” visibile per intero QUI.
A questo link più diffuse notizie su di lei.

Il cinema è arte luminosa e crudele, perché non è raro trovare nella sua storia nomi che hanno contribuito a rinnovarne il linguaggio (e, talvolta, perfino risorse tecniche) dimenticati lungo la via.
È il caso di Chantal e dobbiamo gratitudine a questo volume perché ha il merito non solo di portare alla luce un nome ignoto a tanti ma di essere capace di raccontare anche – senza cadere in romanzerie – la vita di una donna particolare che troverà nel suicidio la sua conclusione.
Libro eccellente questo dedicato alla Akerman, da consigliare, da leggere.

Dalla presentazione editoriale-
«Tutto il materiale prodotto da Chantal Akerman – regista sperimentale e video artist belga di grande rilievo internazionale scomparsa nel 2015 a 65 anni – può essere considerato un autoritratto filmico, un sistema di sovrapposizioni, pause, ricordi, verità, fisicità, tipiche di un soggetto moderno frammentato che percepisce la casualità del nostro stare al mondo. Il suo film più famoso è Jeanne Dielman, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) che costituisce ancora oggi un punto di riferimento nella storia del cinema. Ha diretto Juliette Binoche, Delphine Seyrig, William Hurt, Catherine Deneuve, Aurore Clément e ha documentato il lavoro di Pina Bausch; nel 2004 il Centre Pompidou le ha dedicato una retrospettiva con installazioni e catalogo. A tutt’oggi non esisteva una monografia critica, completa di regesto di tutte le sue opere (film, libri e installazioni); il volume è suddiviso in 12 capitoli che individuano i temi più importanti che attraversano i suoi lavori».

Segue ora un incontro con Ilaria Gatti


Chantal Akerman (2)

A Ilaria Gatti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Uno schermo nel deserto. Perché quel sottotitolo?

Il sottotitolo in realtà è ispirato ad una installazione che si chiama “Une voix dans le desert”, tratta dal documentario “De l’autre côté” girato lungo la martoriata frontiera tra Messico e Stati Uniti dove ogni anno mezzo milione di messicani attraversa il confine: mano d’opera a basso costo e temporanea che vive in Messico e lavora negli Stati Uniti, immigranti legali che hanno il visto d’ingresso o immigranti illegali, senza alcun documento. Nella sequenza finale, proprio quella utilizzata nel 2003 per l’installazione Une voix dans le désert, un grande schermo largo dieci metri fu montato in mezzo al deserto dell’Arizona, accanto alla frontiera tra Stati Uniti e Messico: sullo schermo fu proiettata per otto giorni e otto notti la sequenza finale di De l’autre côté, gli ultimi sei minuti dove si intravedono figure evanescenti che tentano di attraversare la frontiera. La voce nel deserto è quella di Chantal che non recita, ma racconta: in quegli otto giorni, la sua voce, in inglese e spagnolo, si poteva ascoltare da entrambi i Paesi.

Che cosa principalmente il cinema deve a Chantal Akerman?

La Akerman può essere considerata una regista che ha sperimentato una sua personale misura del tempo legata alla durata dei tempi di ripresa, a particolari tempi ritmici dell’alternanza, alla reiterazione – come avviene in Jeanne Dielman - dove il rumore dei passi su tacchi alti della protagonista diventa una forma ossessiva di scansione del tempo e di misura dello spazio consegnati al disagio della ripetizione quotidiana.
Ha sempre rifiutato di girare film secondo un’ottica commerciale e anche secondo le regole dei generi, seguendo cioè quelle convenzioni codificate soprattutto dal mercato influenzato dal cinema hollywoodiano. Ha infatti affrontato i generi più diversi sempre ad alto livello e con un atteggiamento sperimentale non narrativo o addirittura astratto: dalla letteratura al teatro e alla danza di Pina Bausch, dal documentario a sfondo politico alla commedia, dalle installazioni in gallerie e musei ai concerti per violoncello della sua compagna Sonia Wieder-Atherton. Il suo cinema è caratterizzato da una sintassi basata sui lunghi piani fissi, sulle riprese circolari, sull’uso della camera-car, tutto collegato all’eterna inquietudine dei suoi viaggi per il mondo ma anche alla necessità di mettere in scena la propria vita.
Parlando dei suoi film, ha detto: “Lo spettatore deve essere un vero Altro, il cinema non deve essere una macchina che lo assorba e lo inglobi. Per questo uso piani frontali o riprese in tempo reale. È necessario che lo spettatore non dimentichi il tempo e che non sia inghiottito dalla storia. Penso che nel mio cinema lo spettatore non debba mai dimenticare se stesso e non debba quindi crearsi un rapporto di idolatria”.

Perché, a tuo avviso, l’opera della Akerman la vede protagonista di se stessa in una sorta di “autoritratto filmico” per usare parole del libro?

Tutto il materiale che la Akerman ha prodotto può essere considerato una sorta di autoritratto filmico, è un sistema di sovrapposizioni, pause, ricordi, verità, fisicità, tipiche di un soggetto moderno frammentato che percepisce la casualità del nostro stare al mondo.
È così che ha vissuto, sempre spinta in avanti come sulla discesa inarrestabile di un piano inclinato lungo il quale affrontare un impegno dietro l’altro portando con sé ciò che le restava, i frammenti di memorie familiari disperse, le reticenze della madre, le parole del diario della nonna sedicenne, l’ombra della malattia, la passione di scrivere e di filmare. Nel fare cinema Chantal non utilizzava altro che i materiali della sua vita, seguiva le proprie pulsioni interiori ma questo non le ha impedito di aprirsi, con curiosità e acume, all’esperienza del mondo. Tutto ciò che apparteneva alla sua vita era prezioso materiale da elaborare. Se girava documentari, questi erano sempre l’altra faccia di un approfondimento interiore; ogni film era un documentario sul mondo e su se stessa e, in fondo, sulla ricerca del suo posto nel mondo.

Aldilà del film “Gli appuntamenti di Anna” di produzione tradizionale, la Akerman, pur fedele allo stile sperimentale, ha lavorato anche con attori del grande circuito commerciale (Delphine Seyring, William Hurt, Juliette Binoche, Aurore Clément).
Come è stato possibile questa cosa che a un filmaker italiano mai sarebbe accaduta
?

Nel 1975 Chantal fondò, con l’amica Marylin Watelet, una sua casa di produzione la Paradise Films (entrando così in contatto con molti nomi del cinema anche molto noti); nello stesso anno, tra marzo e aprile, girò “Jeanne Dielman”; affrontò quindi un lungometraggio ingaggiando un’attrice importante come Delphine Seyrig. Non conosco la situazione finanziaria della sua casa di produzione ma certamente è stato per lei un problema: c’è addirittura un corto del 1984, da lei interpretato, “Family Business”, che è una piccola commedia sulla ricerca di un finanziamento per girare il musical “Golden Eighties” che realizzerà nel 1986.
Nel 2011, Chantal si recò in Cambogia per girare “La folie Almayer”, tratto dal testo di Conrad, e le riprese incontrarono molte difficoltà: questo procurò seri problemi finanziari alla Paradise Films.

L’occasione della coincidenza di tempi e talvolta di proiezione fra “Jeanne Dielman” della Akerman e “India Song” di Marguerite Duras perché ha sostanziato un parallelo stilistico fra le due autrici?

La trasformazione di Delphine Seyrig, inaccessibile mistero in L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais o fantasma imperscrutabile di dolore in India Song di Marguerite Duras, diviene in Jeanne Dielman, nei movimenti asettici e stereotipati, nei passi privi di accelerazioni, nello sguardo dimesso, il modello esatto di una casalinga infelice; la Seyrig modifica perfino la sua voce fino a costruire il tono spento, quasi impersonale che la Akerman le richiedeva. Più che un parallelo stilistico tra i due film di Duras e Akerman - forse nei piani sequenza e nella staticità delle riprese - c’è una forte similitudine tra i due ruoli; tra il dolore sofisticato di Jeanne-Marie Stretter e la contenuta disperazione di Jeanne Dielman.
Per quanto riguarda la Duras, trovo che India Song sia molto più costruito sul piano intellettuale (giochi di specchi, testo indipendente dalle immagini, frasi che tornano dal passato…) mentre ci sono forse più affinità con Nathalie Granger, del 1972, in cui la Duras investiga i gesti quotidiani di due donne (Lucia Bosè e Jeanne Moreau) che vivono nella stessa casa e mandano avanti il ménage domestico; piccole cose, gesti banali, che al cinema non si erano ancora visti: cucinare, apparecchiare la tavola, sparecchiare…

Accanto, ma forse è meglio dire dentro, l’opera della Akerman cineasta c’è la sua attività di artista di video, installazioni, insomma in un’area specifica delle arti visive.
Quale continuità vi leggi fra quelle due presenze
?

La scelta della Akerman è stata, fin dalle prime esperienze, quella di mettere in crisi il linguaggio cinematografico consueto, decostruendolo, dilatando temporalmente il dettaglio, creando lunghe inquadrature fisse o interminabili carrellate tra silenzi prolungati o rumori assordanti: questo è già un invito, per lo spettatore, ad attivare uno sguardo dinamico, creativo e compartecipato, uno sguardo in qualche modo tattile.
Il suo cinema è andato oltre la progressione narrativa, evitando di fare ricorso alla struttura narrativa tipica del linguaggio cinematografico ed è approdato, quasi naturalmente, ad un format diverso che non era più film ma video-installazione. Dallo schermo singolo agli schermi multipli delle installazioni nelle gallerie d’arte, il percorso era quindi implicito, forse era già tracciato e, verso la metà degli anni Novanta, ha iniziato a sperimentare proiezioni simultanee. Un percorso diretto al coinvolgimento del corpo dello spettatore che viene costretto a muoversi, camminare, ad entrare nell’opera allestita, ad avere un rapporto con tutto lo spazio circostante e non più uno schermo piatto, unico, circondato dal buio, dove avviene la proiezione di un film di fronte a spettatori ordinatamente seduti al loro posto. La Akerman ha costruito così con le installazioni una sorta di erranza del visitatore, un’erranza forse parallela alla sua. L’installazione infatti richiede la presenza fisica dello spettatore, sfugge alla riproduzione mediatica molto più del cinema, la pittura o il teatro.

……………………………….…

Ilaria Gatti
Alessandro Cappabianca
“Chantal Akerman”
Pagine 282, Euro 15.00
Con corredo iconografico b/n
Fefè Editore



Gli irriducibili (1)

La casa editrice Longanesi ha pubblicato un importante saggio: Gli irriducibili I giovani ribelli che sfidarono Mussolini
Ne è autrice Mirella Serri
Insegna Letteratura e giornalismo all’Università La Sapienza di Roma.
Scrive per La Stampa, Ttl, Sette-Corriere della Sera e collabora con Rai Storia.
Tra i suoi libri: “Carlo Dossi e il racconto” (Bulzoni), “Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura” (Edisud), “Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista” (Marsilio), “I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948” (Corbaccio, 2005), I profeti disarmati. 1945-1948. La guerra tra le due sinistre (Corbaccio, 2008).
Ha curato: Doppio diario. 1936-1943 (Einaudi) di Giaime Pintor e ha partecipato ai volumi collettivi Donne del Risorgimento e Donne nella Grande Guerra (entrambi per Il Mulino). Con Longanesi ha pubblicato nel 2012 “Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi” (1945-1980), “Un amore partigiano” (2014) e “Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia” (2015).

Quella di Mirella Serri è una presenza maiuscola nello scenario di studi sull’opposizione al fascismo e su quanto di fascismo sia intriso in Italia anche il periodo postbellico.
Nei suoi libri, puntualissimi in una serrata documentazione pur inserita in pagine di scorrevole lettura, studiando quel passato porta alla luce molte cause della debolezza delle forze democratiche italiane di oggi. Nel raccontare ragioni e speranze, lotte e drammi di quanti animarono una valorosa minoranza che si oppose al fascismo, troviamo la lontana origine di tanta incertezza e precarietà dei nostri giorni. Basti pensare a quanto la tirannide stalinista determinò amarezze e divisioni fra i giovani antifascisti di quel tempo arrivando perfino ad assecondare la propaganda nazista, argomento sul quale tossicchierà imbarazzato il tribunale di Norimberga.
I giovani antifascisti, già. Il volume, infatti, su di loro riflette e narra. Perché è innegabile che il fascismo un’adesione giovanile la ebbe, ne convengono, ad esempio, due penne diversissime fra loro, quelle di Vittorini e Montanelli, non a caso citate nella prime pagine del saggio. Un’adesione frutto di un equivoco che si rivelerà tragico: credere che Mussolini fosse un capo rivoluzionario. Specie nei suoi primi discorsi, dietro le parole accese già si nascondevano gli agrari. Dopo l’assassinio di Matteotti, col discorso del 3 gennaio del ’25, tutto doveva essere più chiaro a tutti e invece…
Solo una minoranza di giovani non disarmò e con le poche forze disponibili posero le premesse, non tutte chiarissime, della Resistenza che di quella mancanza di chiarezza soffrirà durante la lotta armata e ancora di più dopo.
Gran bel libro questo della Serri. D’intensa riflessione. Partecipato e severo.

Dalla presentazione editoriale.
«È una storia sconosciuta ai più quella del gruppo degli “irriducibili”, i giovani costretti all’esilio in Francia, in Palestina e in Tunisia che non vollero rassegnarsi al fascismo trionfante in Italia. Giovani che con le loro limitate forze, anni prima dell’inizio della Resistenza, si organizzarono e cercarono di colpire una dittatura apparentemente invincibile. Avviarono sabotaggi, attentati e iniziative di propaganda con l’obiettivo di dare un segnale forte: nonostante il massiccio consenso tributato al Duce nella Penisola, vi erano anche italiani che avevano scelto di schierarsi sul fronte dell’antifascismo.
Sono le storie emozionanti di Giorgio Amendola, Enzo ed Emilio Sereni, Giuseppe Di Vittorio, Maurizio Valenzi, Ada Sereni e molti altri: giovani comunisti, socialisti, seguaci di Giustizia e Libertà, repubblicani e altri ancora. Tutti utopisti, cosmopoliti e ribelli che, rifiutando il compromesso, divennero il volto internazionale della prima opposizione al fascismo e che ancora oggi sono importanti esempi di coraggio e dedizione.
Tra amori, tradimenti, persecuzioni e speranze, Mirella Serri ripercorre le vite straordinarie dei ragazzi che decisero di resistere alla dittatura anche a costo della vita. E in un libro ricco di spunti, documenti e aneddoti offre una nuova pagina alla storia dell’antifascismo».

Segue ora un incontro con Mirella Serri.


Gli irriducibili (2)

A Mirella Serri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Da quale precipua istanza nasce questo libro?

In questi ultimi anni, seguendo anche l’ondata che si sta verificando in tutta Europa, in Italia c’è stata una riscoperta del fascismo. È stata sostenuta da una propaganda demagogica che ripetutamente ribadisce l’immagine di una dittatura tollerante, capace di opere pubbliche e popolari in grado di sedurre e di attirare i ceti medi e i giovani. Una dittatura connotata da un tratto al contempo moderato e autoritario e persino indulgente verso i dissenzienti e gli oppositori fino alle leggi razziali e all’inizio della guerra. La presenza degli “Irriducibili”, di giovani come Giorgio Amendola, i fratelli Sereni, Enzo ed Emilio, Maurizio Valenzi, Giuseppe Di Vittorio che si ribellarono a Mussolini fin dal suo insediamento dimostra che esisteva un‘opposizione che aveva invece colto il carattere sanguinario e oppressivo del fascismo. Nel mio libro precedente “I redenti” raccontavo al contrario la storia dei giovani vissuti all’ombra del regime e arrivati all’opposizione dopo l’inizio della guerra o addirittura alla fine della seconda guerra mondiale.


Quando ti sei messa al lavoro qual è la cosa che hai deciso assolutamente da fare per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Volevo raccontare la storia dei grandi padri della democrazia italiana e contemporaneamente volevo ripercorrere ‘dal di dentro’ le storie di personaggi di cui magari si conoscono le battaglie ideologiche ma non le vicende personali, gli amori, i tradimenti, le lotte. “Gli irriducibili” erano intellettuali, pensatori e filosofi alle prime armi e accomunati da una medesima provenienza sociale e culturale. Appartenenti a famiglie borghesi e colte, una parte di loro aveva aderito al Partito comunista d’Italia (PCd’I), altri militavano in Giustizia e Liberta`, altri ancora erano socialisti riformisti o repubblicani. In comune avevano una fondamentale convinzione: la sconfitta dei fascisti e poi dei nazisti poteva venire solo da un ampio fronte che tenesse assieme tutte le forze cui loro facevano riferimento e magari altre ancora. Rappresentarono la «generazione delle vite difficili», come Nadia Gallico, coraggiosa combattente italo-tunisina, battezzò i suoi compagni italiani.

L’ordine partito da Mosca di considerare nemici (addirittura socialfascisti) tutti quelli che non erano comunisti, quali conseguenze ebbe tra tanti antifascisti (socialisti, repubblicani e altri ancora, come scrivi)?
Come si comportò Togliatti? Tutti i comunisti approvarono gli ordini moscoviti? Furono maggioranza coloro che obbedirono
?

Gli antifascisti che si trovavano all’estero obbedirono quasi tutti quando dall’Unione Sovietica arrivò l’ordine di rompere ogni rapporto con i «socialfascisti» (socialisti riformisti, GL e repubblicani). Tutti costoro erano considerati doppiogiochisti e pronti a una restaurazione dei traballanti assetti prefascismo e prenazismo. Questo diktat di Mosca fu assai duro da digerire per gli universitari o neolaureati che ambivano a una strategia unitaria e che proprio nell’ambiente liberaldemocratico avevano maturato la loro «avversione» contro il fascismo e poi contro il mostro nazifascista.


Tra i tanti capitoli di grande interesse contenuti nel volume, ce n’è uno che fin dal titolo (“Vietato parlar male di Hitler”) sorprende il lettore. Quel monito, come si apprende dalle tue pagine, era rivolto agli antifascisti comunisti. Puoi qui riassumere da chi proveniva quell’ordine e come fu accolto?

Il 23 agosto 1939 fu pubblicata dai giornali di tutto il mondo una notizia che apparve incredibile. Fu reso pubblico l’accordo che era stato siglato a Mosca dal ministro degli Esteri sovietico Vjacˇeslav Molotov e dal suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop: il trattato di non aggressione stipulato tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica lasciava mano libera alle ambizioni espansionistiche e guerrafondaie delle dittature. Stalin disse : «Vogliamo fare dei nemici di ieri i buoni vicini di oggi». Il nazismo era il «buon vicino».
I comunisti di tutta Europa furono costretti a prendere posizione e a schierarsi. Anche gli antifascisti come Giorgio Amendola e Velio Spano che a Tunisi dirigevano un giornale accettarono l’abbraccio tra i due totalitarismi, e sul loro “Giornale” si commentò l’insolita alleanza persino come un contributo del dittatore sovietico alla causa della pace.

E quando poi Hitler invase la Polonia che cosa ne fu di quell’ordine?

“I militanti comunisti obbedirono. Il Comintern orientò i suoi aderenti e le associazioni antifasciste alla conciliazione con i gruppi connotati da svastiche e aquile imperiali. Contemporaneamente la complicità tra i dittatori accese anche in Urss, sul modello nazista, la propaganda contro gli ebrei. I giornali comunisti scrissero che «era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti nella campagna antisemita». In Unione Sovietica venne avviata l’epurazione degli ebrei dall’esercito, dalla diplomazia e dagli uffici pubblici. Nel primo anno di guerra con ordini segreti – resi poi noti solo decenni più tardi, come spiega lo storico del Pci Paolo Spriano – i sovietici proibirono ai partiti comunisti polacco e ceco di prendere posizione contro Hitler”.

Il libro si apre ponendo la questione dell’attrazione che ebbe il fascismo su molti giovani. Ne spieghi molto bene le ragioni. Oggi che assistiamo al drammatico ritorno di idee fasciste e naziste, e che conosciamo gli esiti tragici che ebbero quelle idee, come spieghi che molti giovani siano affascinati proprio da quelle ideologie?

Oggi circola molta demagogia e propaganda. Del fascismo si apprezza la bonifica delle Paludi Pontine, la costruzione dell’Eur e passano in secondo piano l’esercizio della violenza, la cancellazione delle libertà, il confino, gli arresti, gli omicidi di Stato degli anni Venti e Trenta (da Giacomo Matteotti a Piero Gobetti a Giovanni Amendola ai fratelli Rosselli al ventiduenne italo-tunisino Giuseppe Miceli e tanti altri ancora). La storia degli “Irriducibili” aiuta a tenersi lontano dal cadere nelle trappole della demagogia.

………………………….

Mirella Serri
Gli irriducibili
Pagine 240, Euro 19.00
Longanesi


La paura dello straniero (1)


La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un libro che pur essendo di grande attualità ha il pregio d’analizzare un fenomeno osservandolo anche in modo non strettamente legato alla cronaca dei nostri giorni, individuandone motori storici e sociologici: La paura dello straniero La percezione del fenomeno migratorio tra pregiudizi e stereotipi
Ne sono autori Carmelo Dambone e Ludovica Monteleone.

Dambone, psicologo clinico - psicoterapeuta, è docente di Comunicazione, mass media e crimine presso l'Università IULM di Milano. Presidente della Società Italiana di Psicologia Clinica Forense e Direttore Scientifico del corso di perfezionamento in Audizione e valutazione dell'idoneità a testimoniare in minori vittime di abuso sessuale e maltrattamento nonché docente di Psicologia clinica forense e Psicopatologia forense in varie scuole di psicoterapia italiane. In Italia ha preso parte al gruppo di lavoro e ha sottoscritto l'aggiornamento della Carta di Noto IV, linee guida nazionali sull'ascolto del minore testimone e vittima di abuso sessuale. È autore di diversi articoli, a carattere scientifico e divulgativo, nell'ambito della psicologia clinica forense.
Oltre al libro qui presentato, sempre per FrancoAngeli ha recentemente pubblicato La violenza spettacolarizzata.

Monteleone, studiosa di politiche per la cooperazione internazionale allo sviluppo, ha frequentato la National High School Model United Nations Conference, prestigiosa simulazione dei processi diplomatici multilaterali che si tiene presso la sede delle Nazioni Unite a New York.
È autrice di diversi articoli di cronaca per alcuni noti quotidiani online e webmagazine.

Giovanbattista Presti in una vasta prefazione scrive fra l’altro: “Il libro di Carmelo Dambone e Ludovica Monteleone dipinge in modo documentato il contesto sociale in cui stiamo vivendo e che alimenta la rete mentale del pregiudizio e le estreme dicotomie verso cui spinge. Una tracimazione di parole che inonda e sommerge le menti fino a impedire il fiorire di pensieri più connessi alla realtà”.

Gli autori nell’Introduzione: “L’altro il ‘diverso’, lontano dal nostro pensare per una complessità di motivazioni, riattiva in noi un processo di ‘insicurezza’. Le paure e le insicurezze ci proiettano su un comportamento difensivo e, al contempo, di rabbia (…) La paura dello straniero è sempre, in un certo modo, la paura dello straniero che ciascuno di noi è per se stesso e da cui ci difendiamo per proteggere la nostra identità”.

Dalla presentazione editoriale

«È una questione senza tempo quella dell'immigrazione: da sempre l'uomo si è spostato alla ricerca di un migliore tenore di vita, cercando nel mondo posti sicuri da ribattezzare "casa".
Oggi la migrazione ha assunto un significato nuovo ed evoca, il più delle volte, un'immagine di pericolo e morte, complice la narrazione dei mezzi di comunicazione che quotidianamente informano sulle conseguenze della fuga clandestina di uomini e donne da Paesi che vivono situazioni di forte criticità.
Le immagini dei barconi in avaria e dei passeggeri che si dimenano tra le onde si alternano a quelle dei migranti accusati di crimini in ogni giornale e programma televisivo nazionale.
L'esposizione prolungata a un racconto di questo genere ha portato a considerare solo le negatività di un fenomeno che è sempre esistito e che di nuovo, a distanza di tempo, coinvolge l'Italia in modo significativo.
Attraverso l'analisi di fattori culturali e psicopatologici propri di alcune popolazioni, il libro si propone di indagare l'estensione di questo condizionamento e di verificare il potere dell'esperienza personale quale garanzia contro il pregiudizio e la paura a priori».

Segue ora un incontro con Carmelo Dambone.


La paura dello straniero (2)

A Carmelo Dambone (in foto) ho rivolto alcune domande

Aldi là delle urgenze che provengono dalla cronaca, quali le motivazioni storiche e sociologiche che hanno fatto nascere questo libro?

Il libro nasce dalla necessità, o quantomeno dall’analisi del significato che assume il fenomeno migratorio e sulla correlazione dell’immagine dello straniero come soggetto di pericolo e paura.
Il momento storico e sociale, le immagini dei barconi in avaria e dei passeggeri che si dimenano tra le onde alternate a quelle dei migranti accusati di crimini in ogni giornale e programma televisivo nazionale, ha fatto nascere la necessità di comprendere l’entità del fenomeno, analizzando il tema fuori da ogni strumentalizzazione politica.
Altro elemento che ha suscitato curiosità, è stato quello di indagare, attraverso l’analisi dei fattori culturali e psicopatologici, il potere dell’esperienza personale quale garanzia contro il pregiudizio e la paura a priori.

Perché “non basta invocare uguaglianza” com’è scritto nell’Introduzione?

Appare evidente che osservando il palcoscenico nazionale, internazionale e il mutamento sociale, non è possibile non rimanere colpiti dalle vicende che accadono.
La paura dello straniero, la diffidenza e gli atteggiamenti di rifiuto, sebbene sempre esistiti, in questo scenario assume una caratteristica differente creando un sentimento di netta chiusura. Il diverso da “noi”, diviene come qualcosa da cui mantenerci lontani e non confrontarci.
L’altro, il “diverso”, lontano dal nostro pensare per una complessità di motivazioni, riattiva in noi un processo di “insicurezza”. Le paure e le insicurezze ci proiettano su un comportamento difensivo e, al contempo, di rabbia. Ecco nascere i pregiudizi e l’odio, che si possono manifestare sotto forma di gesti razzisti. Le comunità si lasciano andare a parole di odio nei confronti degli “stranieri”, giudicati i responsabili degli eventi criminali. Anche la non conoscenza del numero reale di immigrati fa emergere una errata percezione del fenomeno migratorio e dell’atteggiamento verso l’immigrazione. È come se all’aumentare dell’ostilità verso gli immigrati, aumentasse anche l’errore nella valutazione sulla presenza di immigrati nel proprio Paese.
Come detto nel libro, non basta invocare uguaglianza, poiché l’incontro/scontro con lo straniero, l’immigrato, è uno scontro di paure. La paura va concettualizzata e incontrata, vissuta, e non rimossa.
Fondamentalmente la paura dello straniero è sempre, in un certo modo, la paura dello straniero che ciascuno di noi è per se stesso e da cui ci difendiamo per proteggere la nostra identità.

Nello scrivere “La paura dello straniero” qual è la cosa che avete ritenuto assolutamente da fare per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Abbiamo sicuramente cercato di concettualizzare il sentimento di paura partendo da noi autori, in una sorta di autoanalisi, differenziando le emozioni, la parte più emotiva, dalla parte più razionale. A seguire abbiamo cercando di approfondire quanto il nostro sentire fosse amalgamato o si uniformasse al sentire comune. Abbiamo cercato comunque di non subirne il condizionamento e la sopraffazione attraverso ciò che noi psicologi chiamiamo distanziamento emotivo.

Nel volume è dato efficacemente spazio al modo in cui media fanno narrazioni che vedono protagonisti gli immigrati.
Come si differenzia il linguaggio tra stampa, tv e web
?

Oramai è chiaro che l’industria dell’informazione oggi è in grado di rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più vasto grazie a una varietà di mezzi a sua disposizione che la rendono efficiente e veloce e le permettono di raggiungere simultaneamente più parti del mondo veicolando notizie in tempo reale.
Tutte queste forme di giornalismo si avvalgono di particolari strumenti per rendere le notizie immediatamente fruibili al pubblico. Tra questi, importante considerazione deve essere data alla fotografia che, con il suo forte potere evocativo, è in grado di ergere a simbolo di un intero evento un singolo particolare. Con la fotografia i contenuti della notizia non riguardano più l’evento in generale, ma gli aspetti particolari di quanto il fotografo ha ritratto.
Tuttavia, di uno stesso fatto si possono dare versioni diverse e addirittura opposte, pur essendo queste sempre legittime, perché nessun evento è a priori una notizia, ma è il giornalista che la riconosce come tale quando questa è capace di generare interesse per un determinato pubblico. Per quanto fedele alla realtà essa possa essere, sarà quindi sempre reinterpretata dalla mano dell’esperto. Esistono comunque dei criteri valutativi, che permettono di fare una selezione delle informazioni verificando la “notiziabilità” di un avvenimento.
Ad esempio, nella cronaca nera è importante fare riferimento con consapevolezza alla nazionalità dell’autore del reato. Si è ormai diffuso l’uso della “nazionalità sostantivata”: l’autore del reato viene identificato secondo la sua provenienza e non secondo attributi più generali come l’essere uomo o donna, giovane o anziano. Frasi come “africano arrestato per rapina” possono alimentare sentimenti razzisti e xenofobi dovuti alla diffusione dell’idea, errata, che la causa di questi avvenimenti sia proprio l’appartenenza dei responsabili a una certa etnia.
Una menzione a parte merita la rappresentazione televisiva. I programmi che trattano l’immigrazione devono “evitare ricostruzioni fuorvianti e manipolazioni del girato durante il montaggio, per esempio ricorrendo a commenti musicali che hanno come unico scopo quello di suggestionare l’ascoltatore” e prevenire la diffusione di immagini stereotipate come per esempio riprese di donne che indossano il velo o uomini in preghiera nel caso si tratti di servizi sui musulmani. Ugualmente, è preferibile mandare in onda immagini recenti e in linea con ciò che si sta raccontando per presentare un resoconto e un’informazione chiara, coerente e veritiera. È considerato errore, per esempio, “l’uso di immagini drammatiche risalenti al passato con il fine di spettacolarizzare la realtà e dimostrare la tesi del sovraffollamento delle strutture per l’accoglienza dei rifugiati” anche quando le condizioni attuali sono cambiate.
Anche il giornalismo online è un punto caldo per la deontologia in materia di immigrazione. La vastissima e rapida diffusione delle notizie sul web facilita l’insorgere di posizioni razziste e di discorsi d’odio sia da parte di chi scrive che da parte di chi legge e commenta. È in questo caso doveroso censurare i commenti razzisti postati dagli utenti e assicurarsi che gli articoli pubblicati siano il più neutrali possibile riportando integralmente fonti, dichiarazioni e documenti, il che è buona norma del giornalismo online in genere.
I media locali, infine, ricoprono un ruolo importantissimo nella costruzione di un rapporto di convivenza pacifico in una comunità multiculturale. Essi devono quindi adattarsi a un pubblico diversificato, adoperare le tecniche di narrazione e il linguaggio appropriati e garantire ai cittadini immigrati la parità di accesso all’informazione.
Che si tratti di giornalismo cartaceo, televisivo o online, è dovere di chi fa informazione non arrestarsi al margine degli eventi, ma indagare fino in fondo le cause che sottostanno a questo fenomeno tanto imponente quanto complesso, capirne le dinamiche ed eliminarne gli stereotipi.

Nei tanti paesi in cui si esprime la xenofobia, esiste una particolarità in quella italiana? Se sì, qual è? Se no, perché?

Come già detto la paura del diverso, chi non fa parte del gruppo, dello stranierò, è radicata nel nostro cervello.
Qualcuno sostiene che l’Italia sia tra i paesi europei più razzisti oltre che uno dei più xenofobi d’Europa: il 70% ha paura degli immigrati, malgrado ci sia una riduzione dei reati. La xenofobia genera odio per gli estranei.
Alla base c’è un forte pregiudizio, una non conoscenza, una sub-cultura stereotipata. Bisognerebbe fare prevenzione investire nella cultura, nell’educazione, affinché i contesti di formazione siano in grado di neutralizzare pregiudizi discriminatori. È evidente che si tratta di un fenomeno e di un sentimento che vengono strumentalizzati e alimentati politicamente.
I mezzi d’informazione italiani parlano di “un’emergenza razzismo”, assumendo toni allarmistici. In Italia comunque come nella maggior parte dei paesi occidentali, i crimini di odio, motivati da ragioni etniche, religiose e razziali sono in aumento da anni, anche se le cause di questo incremento sono difficili da stabilire e non hanno una univoca risposta.

Come accennavo nella presentazione, di recente lei ha pubblicato “La violenza spettacolarizzata”, saggio dedicato all’analisi della narrazione resa dai media di fatti criminali. Qual è la critica che rivolge a quei mezzi d’informazione?

Mi piacerebbe pensare più che ad una critica ad un invito a riflettere.
Appare evidente che sempre più gli eventi vengono raccontati dai mass media con modi e finalità spettacolari con l’intento di suscitare nello spettatore-lettore forti emozioni, soprattutto paura.
Il linguaggio utilizzato e la presentazione ripetuta di questi contenuti creano un clima di allarmismo portando lo spettatore-lettore a una percezione di rischio di pericolo maggiore rispetto a quello reale. Ovvio che all’interno del processo di comunicazione si colloca la modalità con cui lo spettatore-lettore percepisce il crimine. Parlare di violenza attraverso i mass media presuppone il rischio della connessione causale fra la violenza sociale rappresentata e la violenza che realmente esiste nella nostra società: la violenza si insinua nella quotidianità creando, a volte, mostri e sospetti.
Tale modalità porta ad intercettare il dolore della vittima e la malvagità del criminale; i mass media, allora, con il loro linguaggio reinterpretano la violenza caricandola di un livello emotivo volto a creare allarmismo nel contesto sociale.

È questo un fenomeno italiano o trova paralleli anche in altri paesi occidentali?
In pratica, esiste un mercato dell’informazione e, se sì, quali modelli reclama
?

La verità è ciò che certi media ci propongono come, appunto, verità. Sembra paradossale ma in alcuni casi ciò che non è riportato dalla stampa non esiste, e quello che esiste è solo nella forma in cui appare in essa.
Oramai il mercato dell’informazione ha la gestione di una azienda, da cui derivano obbiettivi commerciali che vanno sicuramente ad influire sulla politica informativa. Da ciò deriva il configurarsi di un sistema di manipolazione sottile, che più che mirare all’informazione pretende imporre una realtà mediante opinioni presentate come verità indiscutibili. Un flusso comunicativo, un modello che condanna o acclama in base alla linea ideologica.
Gli elementi cardini possono essere riassunti in un pregiudizio corporativo, politico e sociale, che influisce nell’orientamento dell’informazione.

Andando oltre il dato giornalistico e passando al campo della fiction, trova anche lì cose che possono stravolgere la realtà o, come alcuni sostengono, mitizzare certi personaggi e creare il pericolo di gesti imitativi?

Come ho già espresso, non è difficile comprendere come le nostre idee e convinzioni siano facilmente influenzate da ciò che la società vuole comunicarci, e se consideriamo gli effetti dei potenti mezzi di comunicazione di massa e dai quali attingiamo sostanzialmente le informazioni, rischiamo di considerare veritiero un messaggio distorto e “creato”, che spesso non prende in considerazione prove empiriche.
I nuovi format televisivi incentrati sulla drammatizzazione e la serializzazione dell’evento criminale attraverso il linguaggio della fiction appassionano ed emozionano. All’insaputa del pubblico, però, si fa credere loro che il male sia presente quotidianamente nella vita di tutti. Il racconto della medesima storia narrata sempre allo stesso modo è così rassicurante e confortante che diviene allora un rito ma anche elemento relazionale funzionale allo sviluppo dei processi regolatori, specie delle emozioni. Talmente importante la richiesta pubblica della ripetitività, evidentemente corrisposta dalle modalità utilizzate dai media, e la necessità di trovare soddisfacimento al bisogno umano sottostante, da supportare l’ipotesi che anche il grande successo di cui godono serie tv come “Carabinieri”, “CSI” e le sue spin off “CSI Miami” e “CSI Las Vegas” o “RIS” sia attribuibile proprio all’elemento costanza che caratterizza tali fiction. Tutte prevedono delle peculiari e stabili metodologie investigative rispetto al delitto, stili narrativo e sintattico, ritmo veloce, l’alone di mistero rispetto a chi possa aver compiuto il misfatto, il così detto cold case, il fare giustizia scovando il colpevole e sottoponendolo a giudizio, dando lui la giusta pena per il reato commesso. Il coinvolgimento dello spettatore che tende ad identificarsi nell’eroe che lotta per la giustizia e per il bene dell’umanità sollecita la costruzione di una propria idea rispetto a come si sia consumato il delitto, chi sia il colpevole e quale il movente, accennando anche ad una possibile dinamica rispetto a come il fatto possa essersi consumato. Per quanto irreali e consapevolmente frutto dell’invenzione degli autori, i modi di procedere dinanzi ad un crimine sono assimilati dal pubblico che suppone possano concretizzarsi nella realtà fattuale, quando cioè il crimine è un fatto di cronaca nera, realmente accaduto, non più solo recitato.
Si evince, tuttavia, come la complessità delle dinamiche mediatiche e collettive allontanino un’interpretazione ed una lettura superficiale e sprovvista degli elementi e dei fatti trasmessi pubblicamente. Molto più semplice e meno dispendioso cogliere e abbracciare l’immagine del crimine proposta dalla tv che più si avvicina ad una realtà costruita mediaticamente attraverso l’utilizzo di stereotipi culturali, quello che molti definiscono il fenomeno della realicità.

……………………………………….

Carmelo Dambone
Ludovica Monteleone
La paura dello straniero
Prefazione di Giovanbattista Presti
Pagine 114, Euro 17.00
FrancoAngeli



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