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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

L'attore extraordinario

In un suo intervento si chiedeva Maurizio Grande: “Ma chi è l’attore: un corpo promosso a figura? Una maschera promossa a persona? Un sostituto promosso a originale?”
Domande dalle plurali risposte specie oggi in cui in scena avanzano le nuove tecnologie, le ibridazioni uomo-macchina, che all’attore pongono nuovi problemi espressivi.
Il teatro sta vivendo una grande trasformazione e, insieme con le arti visive, è stata una delle forme d’arte che più tempestivamente (In Italia, meno tempestivamente) ha saputo cogliere le nuove opportunità tecnosceniche, eccezione fatta per alcuni gruppi del nuovo teatro che anni fa rinnovarono lo spettacolo italiano quali il Martone di “Tango glaciale”, i “Magazzini Criminali”, “Kripton” di Giancarlo Cauteruccio e altri ancora.
Un libro che affronta tale tema e riesce, al tempo stesso, a farne ottimamente storia e interpretazione critica lo dobbiamo a Anna Maria Montevedi con il suo Nuovi media nuovo teatro.
Ma chi è l’attore?
Yoshi Oida, attore giaponese del Cirt di Peter Brook, paragonava l’attore al ninja, dicendo che l’attore che evoca la luna deve sparire stando in scena, per far comparire nello sguardo dello spettatore la luna che non c’è.
Ma come si diventa attore?
Su questa domanda dà una delle forti risposte possibili un bestseller internazionale, L’attore extraordinario. che esce nelle edizioni FrancoAngeli per la traduzione di Anna Manuelli.
L’autore è Ken Rea.
Professor of Theatre alla Guildhall School of Music & Drama di Londra, è direttore artistico del Koru Theatre. Attore professionista e regista, coach di movimento in molte compagnie teatrali, inclusa la Royal Shakespeare Company. Ha collaborato come critico teatrale con The Times e The Guardian.

Che cosa ci dice Ken Rea?
Nei miei 30 anni di insegnamento, sia alla Guildhall, una delle migliori scuole di recitazione esistenti, sia in accademie di recitazione in tutto il mondo, ho aiutato a formare più di 1.000 attori. La maggior parte ha continuato e intrapreso buone carriere e all’incirca 20 di loro sono diventati famosi anche a livello internazionale: Ewan McGregor, Joseph Fiennes, Dominic West, Hayley Atwell, Michelle Dockery, Damian Lewis, Orlando Bloom, Daniel Craig, giusto per citarne alcuni.
Una domanda che mi ha sempre affascinato nel corso degli anni è: che cosa facevano, quei 20, che gli altri non facevano?
Spiegherò nel dettaglio quello che quegli attori facevano e che li ha resi così di successo e mostrerò alcune tecniche che ho insegnato loro. Prenderò in esame sia le caratteristiche personali sia le abilità durante una performance, perché essere un attore extraordinario comprende non solo ciò che fai su un palco o per lo schermo, ma anche quello che fai nella tua quotidianità. In questo libro non esaminerò le abilità principali – come una solida
tecnica vocale, un corpo rilassato ed espressivo e un coerente processo attoriale – quanto le qualità in cima a queste abilità, quelle che rendono qualcuno davvero extraordinario.(…)
Questo non è un libro che parla di come diventare famosi, perché essere un attore extraordinario non riguarda la fama. Questo libro parla di come raggiungere il successo nella recitazione, che per me significa saper lavorare in modo extraordinario
.

Scrive Damian Lewis nella prefazione: “Il Dottor Teatro” ha guarito con la sua magia molte volte. L’insieme diazione fisica, parole pronunciate e pensieri immaginati può essere sentito come una forma di meditazione. Una “condizione” in cui, molto semplicemente, è davvero piacevole trovarsi.
In questo affascinante libro Ken esamina queste pulsioni e sostiene che possono appartenere ad ognuno di noi in momenti diversi. Descrive esercizi e giochi che possono darti libertà come performer, che ti offrono, come un atleta, una prontezza tale da essere in grado di cogliere l’attimo quando arriva – sia per il personaggio sia per te stesso.
Parla di energia ed entusiasmoe di come entrambi possano crescere in te in modo che tu possa avere più possibilità di essere selezionato per un lavoro.
Parla di “presenza”, quella cosa che ti rende interessante. La quale, a suo parere, mentre potrebbe essere innata per alcuni, può essere sviluppata in altri grazie alla passione, alla spontaneità e all’impegno messo in quel che si fa”.

Dalla presentazione editoriale

«Cosa rende davvero grande un attore?
E come si può diventarlo?
In che modo è possibile crescere e migliorare?
Attingendo alla sua trentennale esperienza di insegnamento, Ken Rea individua le sette qualità chiave che i più grandi attori hanno in comune ed accompagna con passione il lettore in un percorso di crescita per imparare a condividere la propria storia in modo aperto e generoso, raggiungendo quell'istante in cui sarà libero dalla tensione, dalla considerazione di sé e completamente immerso "nel momento". Presente. Ed extraordinario.
Tra aneddoti, storie e racconti di grandi attori come Ewan Mc-Gregor, Jude Law, Judi Dench e Al Pacino, L'attore extraordinario offre tecniche da mettere immediatamente in pratica nella sala prove, in classe o in preparazione privata, suggerendo strategie per porre le basi di una carriera longeva».

Ken Rea
L’attore extraordinario
Prefazione di Damian Lewis
Traduzione di Anna Manuelli
Pagine 248, Euro 28.00
FrancoAngeli


Mahabharata

Da ragazzo, quindi molti anni fa, abitavo a Napoli a due passi due da un via che si chiamava, e si chiama, via Michele Kerbacher.
Quante volte passando per quella strada (con soltanto quel nome e date di nascita e morte di Kerbaker senza attribuzioni professionali sul rettangolo di marmo col nome della via… chissà se oggi è più completo) m’interrogavo su quel cognome ripromettendomi di cercare chi fosse!
Poi riuscii – allora non c’era internet – un giorno a rintracciarlo in un’enciclopedia. Finalmente! Finalmente? Macché! Per un bizzarro gioco della memoria che talvolta tocca pure ai giovani, dimenticavo sempre il profilo che avevo letto di quel personaggio, mi sfuggiva come un’anguilla dal cervello: un medico?... un navigatore?... un politico?
Kerbacher, chi era costui?
Giorni fa quel nome mi si è di nuovo presentato sotto gli occhi, ma oggi c’è Internet.
“Michele Kerbaker (Torino 1835 - Napoli 1914) è stato uno dei padri degli studi di indologia in Italia. Letterato elegante, coltissimo, ebbe la cattedra in Lingue e letterature comparate, fu accademico dei Lincei e insegnò in quello che oggi è l’Istituto Orientale di Napoli. Da autodidatta imparò il sanscrito e dedicò buona parte della sua vita a tradurre il più grande poema epico dell’umanità, il Mahabharata, lavoro con il quale è passato alla storia".

Quel nome, Kerbacher, si è presentato giorni fa al mio sguardo perché Matteo Luteriani che guida la Luni Editrice, con impresa editoriale di non poco momento, ha ristampato proprio quel Mahabharata con una prefazione del maggiore sanscritista italiano: Giuliano Boccali.
Il prezzo non è da collana economica anche perché quell’opera non è un tascabile.

Dalla presentazione editoriale
«Composto fra la seconda metà del II secolo a.C. e l’anno zero, il Mahabharata, “Il grande (poema) dei discendenti di Bharata”, è fra le opere capitali della letteratura d’ogni tempo e paese. Dentro la vicenda epica che ne costituisce l’ossatura, che occupa la metà circa dell’opera, sono intrise altre vicende mitiche ed epiche secondarie, genealogie divine e umane, novelle, ma soprattutto trattazioni teologiche, filosofiche, etiche, geografiche, scientifiche ante litteram e perfino frammenti di enigmistica. Ed è esattamente proprio questo assetto che al gusto attuale ne fa un capolavoro unico.
Il centro della riflessione sfaccettata che vi si sviluppa è il dharma, la “legge sacra” o l’“ordine sociocosmico”. L’opera si autodichiara sorgente di luce spirituale – con al centro la Bhagavadgita, “Il canto del Signore”, che si può considerare il Vangelo di centinaia di milioni di hindu –, proseguimento della rivelazione sacra e fonte di autorità in ogni campo.
Una strofe molto famosa, collocata al principio e alla fine del Mahābhārata proclama che quello che nel poema si trova riguardo al dharma e ai fini dell’esistenza si può anche trovare altrove, ma quello che lì non si trova non c’è da nessuna parte. In altre parole: l’opera racchiude e dischiude in ogni aspetto e dimensione la sacra legge eterna.
Il lavoro di Kerbaker, riveduto dai suoi successori, offre al lettore oltre un sesto del poema. La scelta per la versione dell’ottava ariostesca è naturalmente intonata al metro usato per l’epica nella grande tradizione italiana. Al lettore contemporaneo le strofe kerbakeriane, molto scorrevoli, offrono con il loro linguaggio dovizioso un sapore inconfondibile, con immagini poetiche felici e lampi di folgorazione potente.
Senza nulla perdere della caratteristica originaria, lo stile di Kerbaker vi aggiunge la grazia orecchiabile e lo stupore incantato di una infinita, fantasmagorica fiaba».

Mahabharata
Traduzione di Michele Kerbaker
A cura di Carlo Formichi e Vittore Pisani.
Introduzione di Giuliano Boccali
Prefazione di Andrea Kerbaker
5 volumi indivisibili
Pagine totali: 1.440
Euro 145.00
Luni Editrice


Io non odio


«Una malattia conosciuta col nome di odio. Non è un virus, né un microbo, né un germe. Ma nonostante questo è una malattia altamente contagiosa, con effetti mortali. Non la cercate là fuori, cercatela nello specchio. Trovatela prima che la luce vada via del tutto».
(Dalla serie tv “Ai confini della realtà”).

Mai c’è stata un’età dell’oro e della pace universale, ma pare proprio che il mondo in questi più recenti anni stia conoscendo un’epoca di rinvigorito odio che avvelena menti e cuori stravolgendo perfino una regola dell’odio di un tempo: mascherarlo.
Oggi, invece, c’è chi si fa vanto d’odiare, lo dichiarano sulla stampa, alla radio, alla tv, e i nuovi mezzi di comunicazione favoriscono poi la trasmissione di veleni, disprezzo, offese.
Giorni fa segnalavo su queste pagine web Fermare l'odio, un potente pamphlet pubblicato da Luciano Canfora. In quel piccolo libro (solo 80 pagine) sono analizzati benissimo i sicuri, terribili, approdi di questo tifone contemporaneo.
L’Italia non è esclusa da quel vento micidiale.
Si evidenzia, ad esempio, in modo maiuscolo sull’intolleranza verso gli stranieri immigrati producendo lo sconforto di tanti, fra questi Dacia Maraini che ha scritto giorni fa: “Pensavo che il razzismo fosse morto e sepolto dopo gli orrori di cui si è macchiato chi lo usava come base del suo comportamento politico e sociale. Ma evidentemente mi sbagliavo. Eppure, la scoperta del Dna ha provato quello che già Darwin aveva affermato, che le razze non esistono. Per quanto ci siano differenze fra persone, non esiste un Dna degli ebrei o del popolo dei neri”.

Fermare l’odio. Ma come? Oltre a quel poco che ognuno di noi può fare c’è necessità che si muovano grandi organizzazioni private e istituzioni pubbliche.
Di queste ultime voglio indicare un progetto che è di grande rilievo e ha un nome che contiene e chiarisce il suo programma: Io non odio.
Lo dobbiamo alla Regione Lazio che vede impegnati l’Assessorato Turismo e Pari Opportunità, con l’Assessorato Lavoro e nuovi diritti, Formazione, Scuola e diritto allo studio universitario.
Nato con l’iniziale obiettivo di combattere la violenza contro le donne, si è via via esteso ad altre ragioni civili come viene spiegato in questo video.
Tra gli strumenti di cui è dotato il progetto “Io non odio”, in collaborazione con la struttura Progetti Speciali, troviamo anche un documentario dal titolo Tumaranké parola della lingua bambara (parlata in Mali) che definisce “chi si mette in viaggio alla ricerca di un futuro migliore”. I giovani “viaggiatori” sono i protagonisti di questo documentario che ha coinvolto un gruppo di 40 minori stranieri non accompagnati in un workshop di educazione all’immagine e filmmaking.
Sulle modalità di realizzazione di “Tumaranké” ce ne parlano in video le curatrici Camilla Paternò, Simona Coppini, Marta Tagliavia, della Dugong Films.

Estratto da un comunicato stampa di “Io non odio”.
È nell’assenza della cultura del rispetto per l’altro che nasce l’odio e si propaga nelle sue diverse forme: il femminicidio e la violenza contro le donne, l’omofobia, il razzismo, il bullismo. Per contrastare i passi indietro in tema di diritti e per una cultura della convivenza fra uomini e donne, della parità e del reciproco riconoscimento, IO NON ODIO fino a dicembre 2019, porterà nelle scuole di Roma e del Lazio progetti artistici di varia natura, che si fanno percorsi di avvicinamento e sensibilizzazione con l’obiettivo di creare una rete contro la violenza negli istituti del Lazio. Per attivare un cammino di civiltà partendo dalle studentesse e dagli studenti, portando alla loro attenzione riflessioni e analisi stimolanti, coinvolgendo i protagonisti stessi di queste esperienze virtuose, insieme ad artisti e volti noti del mondo della cultura.

Ufficio stampa Progetto Io non odio
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it ; 340 96 90 012

Ufficio Stampa Comunicazione Lazio Innova
Alessandro Michelini a.michelini@lazioinnova.it
Michele Lombardi m.lombardi@lazioinnova.it

Ufficio Stampa Comunicazione Progetti Speciali - ABC
Simone Fusco s.fusco@regione.lazio.it
Stefania Sebasti progettoabc@regione.lazio.it


Contro la violenza sulle donne


Con l’omicidio avvenuto sabato a Palermo della romena Ana Maria Di Piazza, salgono a 95 quest’anno i femminicidi in Italia.
Dal web: “Ogni giorno in Italia 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 15 minuti. Vittime italiane in altissima percentuale ( l'80,2 per cento dei casi) con carnefici italiani nel 74 per cento dei casi. Senza distinzione di latitudine, l'aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso in Piemonte come in Sicilia. Sono agghiaccianti i dati aggiornati sulla violenza di genere in Italia diffusi dalla Polizia di Stato alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne”.
Sfugge, invece, alle statistiche il numero (prevedibilmente elevato) di donne picchiate da mariti, fidanzati, fratelli, le quali spesso non denunciano le violenze subite.

Tra le tante, valorose, riflessioni sulla giornata di oggi contro la violenza sulle donne, ho scelto l’intervento della filosofa Nicla Vassallo, in foto (QUI il suo sito web), stimatissima in Italia e all’estero, impegnata non solo nella docenza scientifica ma anche in preziosi ammonimenti sociopolitici.
Adesso ha lanciato in Rete alcune righe che troverete di seguito..
Sono rivolte alle donne, ma credo che faccia molto bene leggerle anche a noi uomini.

«La tua esistenza è una prigione, di quattro mura e null’altro?
Attenditi, un giorno o l’altro, l’arrivo nella tua cella di un boia/aguzzino, che magari credevi di aver ben selezionato tra i maschi ‘piacevoli’.
Non sei più un essere umano, bensì un oggetto. Ciò non implica affatto che tu sia solo un oggetto. Non perché tu, in quando donna, abbia compiuto atti efferati, o malvagi, bensì per l’unico fatto di essere una donna tra le altre? Nelle democrazie, soggiace maggior chiarezza sul fatto che le violenze contro donne e contro le ragazze, da quelle psicologiche agli omicidi, persiste nell’attestarsi una grave violazione dei diritti umani. Se non ti è per nulla chiaro, un giorno o l’altro, quel boia si volterà contro te stessa, nonostante tu lo abbia addirittura sposato.
Cosa sei tu? Un individuo prima un individuo/oggetto poi, da molestare, violentare e infine massacrare? Eppure consenti che boia, aguzzini eccetera finiscano col nutrirsi di te, del tuo corpo e della tua mente. Oppure non lo sai? È, dunque l’ignoranza ad abitare nella tua psiche e il tuo corpo? Se sì, meglio assicurarsi che la nostra terra giri attorno al sole, non viceversa. Tuttavia, se rimane vero che le donne accettano troppe violenze, non occorre affatto dimenticare le donne che contro la violenza lottano».

Concludo questa nota con una segnalazione letteraria che riguarda una ripubblicazione di questi giorni.
Si tratta di “Nascita e morte di una massaia” (1945) di Paola Masino (Pisa 1908 - Roma 1989), scrittrice che fu osteggiata dal regime fascista.
Con quell’opera anticipa temi che anni dopo saranno oggetto di particolari riflessioni del moderno femminismo. Pagine 240, Euro 16.50, Editore Feltrinelli.


Una vita in campo

Borges ha scritto: Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Questa dichiarazione è del 1957, non so se sia ancora valida, c’è il rischio che oggi quel bambino prenda a calci un altro bambino che tifa per una squadra a lui sgradita.
Particolarmente in questo tempo fa un gran bene ascoltare o leggere racconti di un calcio di ieri che è si è profondamente trasformato da, sia pure accesa, passione sportiva a lotta tribale fra i sostenitori d’opposte tifoserie e anche in campo, aldilà dell’asprezza di sempre dell’agonismo, gira spesso una gran brutta aria fra gli atleti.
Per non dire dei tanti idioti che fanno dagli spalti echeggiare in campo cori razzisti usando le tribune per diffondere messaggi politici meritevoli di risuonare neppure nei servizi igienici.
Ecco anche perché fa un gran bene leggere le pagine di un libro che segnalo oggi pubblicato dalla casa editrice Baldini+Castoldi intitolato Una vita in campo scritto da Carlo Mazzone con i giornalisti Marco Franzelli e Donatella Scarnati.

Mazzone (Roma, 19 marzo 1937) è stato dapprima un calciatore, di ruolo centro-mediano, poi un famoso allenatore che detiene il record di panchine in Serie A con 795 partite ufficiali. È conosciuto con il soprannome di “Sor Carletto” o “Sor Magara” a sottolineare la sua spiccata parlata romanesca. Nel 2019 gli è stata intitolata la nuova tribuna Est dello Stadio Cino e Lillo Del Duca di Ascoli Piceno.
Questo libro è una vera chicca per gli appassionati del gioco del calcio perché racconta tanti episodi e retroscena – alcuni finora inediti – accaduti nei campi e fuori, ma è una lettura che può coinvolgere anche chi è interessato a scorgere l’evoluzione della vita sociale italiana di cui lo sport è una lente d’ingrandimento di grande capacità visto i tanti che lo interpretano nelle gare, sulle gradinate, sui giornali, nelle radiotelevisioni, riflettendo stili di partecipazione e comunicazione di plurali parti della società.
Fa un gran bene, scrivevo prima, leggere queste pagine perché scorre sotto i nostri occhi non soltanto l’avventura sportiva di Carletto Mazzone ma la vita particolare di un uomo particolare: sanguigno e mai violento, focoso e mai bravaccio, irruente e mai prepotente.
In una nota contenuta nel libro, intitolata “A un padre ulteriore”, Fernando Acitelli scrive su Mazzone: “Che fortuna osservare un ‘padre’ lungo la linea laterale! È un segreto che ho custodito per molto tempo e che mi ha a lungo confortato. Mi comunicava proprio questa sensazione, più che quella dell’allenatore, e inoltre l’idea di un uomo onesto che stesse proteggendo non soltanto l’uscio della propria casa ma anche le sue idee. E per realizzare questo erano necessari presenza fisica lungo la linea bianca e anche un linguaggio quello del corpo, d’una virilità buona, stradaiola (…) e poi accanto a linguaggio del corpo, quello vero, una miscela di concretezza e umanità”.

Ho cominciato questa nota con un vaticinio di Borges, la chiudo con una sua disperazione che traggo da “Esse est percipi” (1967): … come? Lei crede ancora al tifo e agli idoli?... Ma dove vive, Don Domeq?… non esiste punteggio, né formazioni, né partite. Oggi le cose succedono solo alla televisione e alla radio. La falsa eccitazione dei locutori non le ha mai fatto sospettare che è tutto un imbroglio? L’ultima partita di calcio è stata giocata tanto tempo fa… Da allora il calcio, è un genere drammatico, interpretato da un solo uomo in una cabina e da attori in maglietta davanti al cameraman”.

Dalla presentazione editoriale
«Non capita a tutti di avere una passione che stravolge la vita. E solo a pochi è consentito di trasformarla in una professione. Carlo Mazzone è uno di questi privilegiati. Per la prima volta, dall’alto dei suoi quarant’anni di panchina, il decano degli allenatori rivela tutto quello che avreste voluto sapere sul calcio. Quale clausola pretese Roberto Baggio quando firmò il contratto con il Brescia? Come reagì il giovanissimo Francesco Totti quando seppe che avrebbe esordito come titolare con la maglia della sua Roma? Cosa accadde negli spogliatoi prima di Perugia-Juventus, posticipata per un nubifragio e decisiva per lo scudetto del 2000? Che cosa disse al telefono Guardiola, l’allenatore del Barcellona, poche ore prima della finale di Champions League vinta contro il Manchester United? Tutti i retroscena, i segreti e le curiosità, le sconfitte e le vittorie del calcio italiano e dei suoi protagonisti raccontati in prima persona».

“Una vita in campo”
Di Carlo Mazzone
con Marco Franzelli
e Donatella Scarnati
Prefazione di Francesco Totti
Con una nota di Fernando Acitelli
Pagine 235, Euro16
Baldini+Castoldi


Sapori della mente

Sarebbe stato felice Gianni Sassi nel sapere della pubblicazione di questo Sapori della mente Dizionario di Gastronomia Potenziale pubblicato dalla casa editrice in riga.
Perché nei primi anni ’80 quando fondò la rivista gastronomica “La Gola”, pensava anche ad un’antologia di giochi linguistici sui menu e volle un mio “Panettone all’acrostico” e poi altri testi di altri amici.
Oggi quel libro che mai nacque in qualche modo ha visto la luce in area oulipiana grazie a Raffaele Aragona che ha arredato un arsenale con munizioni verbali di varia potenza e gittata. Così abbiamo proiettili di cellulosa monocromatica che portano in volo velenosi inchiostri al palindromo, al calligramma, al lipogramma e via esplodendo; missili alcuni aria-aria,altri aria-terra, altri ancora terra-terra.

Raffaele Aragona, ingegnere, ha insegnato Tecnica delle Costruzioni all’Università di Napoli “Federico II”. Giornalista pubblicista, ideatore e promotore dei convegni di Caprienigma, è tra i fondatori dell’Oplepo.
Tante le sue pubblicazioni, fra le più recenti: per Manni ha curato il volume “Italo Calvino. Percorsi potenziali” (2008); per Zanichelli “Oplepiana. Dizionario di letteratura potenziale” (2002); per in riga edizioni “Enigmi e dintorni” (2019)

Anni fa la grande amica Brunella Eruli – e quanto ci manca! – per spiegare l’Oulipo – amava dire, riferendosi a uno scritto di Queneau, “... il tragico greco che scrive i suoi versi obbedendo a regole che conosce perfettamente è più libero del poeta che scrive quello che gli passa per la testa e che è schiavo di regole che ignora”.

Dalla presentazione del volume "Sapori della mente" di Raffaele Aragona.

«Il libro, con un rapido accenno alla storia e alle tematiche della letteratura à contrainte, contiene testi di carattere gastronomico: i laboratori dell’Oulipo e dell’Oplepo, però, non producono nuovi prodotti gastronomici né diverse procedure culinarie, bensì assemblaggi, combinazioni il cui legame non è necessariamente quello del gusto e dei sapori ma un nesso d’altro tipo.
Vengono così fuori storie gastronomiche e menu caratterizzati esclusivamente da una unicità cromatica, da riferimenti letterari o cinematografici, dal rispetto di regole che non hanno a che fare con la cucina ma con la retorica, non con i fornelli ma con la combinatoria, non con i tempi di cottura ma con la metrica, non grammi ma lipogrammi, non crostacei ma acrostici, non pasticci ma bisticci, non glasse ma glosse, non ossibuchi ma ossimòri.
Del resto lo stesso “D’une théorie culinaire” di Noël Arnaud poneva l’attenzione su tutto quanto vi fosse di commestibile nell’universo incommestibile, esaltando una cucina di eccezioni.
Non è detto, però, che le pietanze, esito di queste strane ricette o elencate nei sorprendenti menu potenziali, non siano immediatamente edibili né che non lo diventino col tempo; resterà in ogni caso il piacere di lèggere nuove combinazioni di alimenti atti a suscitare la nostra fantasia e che, eventualmente, saranno anche da gustare».

Raffaele Aragona
Sapori della mente
Pagine 252, Euro 22.00
Con ill. in b/n
In riga edizioni


Fermare l'odio


Come spiega il vocabolario la parola “odio”?
Ecco la dizione: «Risoluta ostilità, che implica di solito un atteggiamento istintivo di condanna associato a rifiuto, ripugnanza verso qualcosa, oppure un costante desiderio di nuocere a qualcuno».
Detto così, via, sembra poco più di un pernicioso fastidio.
E invece… invece l’odio procura tragedie in casi singoli e collettivi.
Da noi da tempo si commenta il crescere di questo sentimento che progressivamente sta avvolgendo la società italiana soffocandola.
Ecco in questo video una pacata riflessione sull’odio che viene da chi l’odio lo conosce bene per averne patito il peso e ancora ne è vittima. Basta poi leggere qualche commento a quello stesso video per rendersi conto di quanta ferocia serpeggia in Italia.
È accaduto che è stato legittimato l’odio, non ci si vergogna, come un tempo, ad odiare, anzi sembra diventato un modo come un altro d’esprimere opinioni.
Ci si odia al bar e ai semafori, allo stadio e in treno, nel ristorante e nelle file negli uffici pubblici, dovunque. Le manifestazioni più clamorose, ovviamente, si hanno nelle convinzioni e manifestazioni razziste.
Ho avuto su questo sito una conversazione con Carmelo Dambone docente di Comunicazione, mass media e crimine presso l'Università IULM di Milano, estraggo da quell’incontro un suo passaggio: “Qualcuno sostiene che l’Italia sia tra i paesi europei più razzisti oltre che uno dei più xenofobi d’Europa: il 70% ha paura degli immigrati, malgrado ci sia una riduzione dei reati. La xenofobia genera odio per gli estranei. Alla base c’è un forte pregiudizio, una non conoscenza, una sub-cultura stereotipata. È evidente che si tratta di un fenomeno e di un sentimento che vengono strumentalizzati e alimentati politicamente".
E Dacia Maraini in un suo recente intervento: “Pensavo che il razzismo fosse morto e sepolto dopo gli orrori di cui si è macchiato chi lo usava come base del suo comportamento politico e sociale. Ma evidentemente mi sbagliavo. Eppure, la scoperta del Dna ha provato quello che già Darwin aveva affermato, che le razze non esistono. Per quanto ci siano differenze fra persone, non esiste un Dna degli ebrei o del popolo dei neri”.

Gli Editori Laterza hanno pubblicato un potente pamphlet intitolato Fermare l’odio che reca la firma di Luciano Canfora.
Ai più distratti ricordo che è professore emerito dell’Università di Bari.
Dirige i “Quaderni di storia” e collabora con il “Corriere della Sera”.
QUI i titoli pubblicati per Laterza.

Dalla presentazione editoriale.
«Questo libro è stato scritto mentre imperversava la disumana ‘chiusura dei porti’ imposta dal governo italiano allora in carica a danno di profughi in fuga dall’inferno libico. Quella pagina vergognosa della nostra storia recente, che ha macchiato l’onore del nostro Paese, è stata anche rivelatrice di un male antico e sempre latente: il lauto consenso che premia la demagogia xenofoba. Drammatica conferma di quello che Umberto Eco definì efficacemente il «fascismo eterno». La xenofobia sovranista ha fatto credere che la soluzione alle ondate migratorie sia «alzare il ponte levatoio». Ma la storia ci insegna che la vicenda degli spostamenti di masse umane coincide con la storia stessa del genere umano. È puerile volervi porre un freno ‘a mano armata’. Gli stessi Stati europei che ora indossano l’elmetto per chiudere le porte e i porti traggono origine da migrazioni di popoli che investirono – in un processo storico durato secoli – la struttura statale all’epoca considerata la più forte: quella dell’impero romano. Il Mediterraneo – oggi cimitero a cielo aperto –, che l’imperialismo europeo per lungo tempo ha diviso in colonizzati e colonizzatori, era stato molto prima, e per un tempo non breve, un’area politico-culturale unitaria. Può tornare a esserlo se sapremo ripensare radicalmente la troppo augusta, arroccata e qua e là incrinata, ‘unione’ europea».

Un brano dal libro.
«Sarà fortissima la resistenza di chi dirà: mi piace troppo questo mondo che mi sono conquistato, ci sto troppo bene e perciò non ho intenzione di condividerlo con altri. Non solo per l’egoismo di alcuni, ma anche per le difficoltà degli altri: perché lo sviluppo diseguale induce, su scala mondiale, chi pur avrebbe interessi comuni da difendere ad assumere comportamenti difformi e reciprocamente ostili o incoerenti. Se parve facile (e invece non lo fu) coordinare i socialismi d’Europa che poi finirono con lo spararsi addosso da opposte trincee nella ‘Grande Guerra’ – nell’odierno mondo ‘globalizzato’ i popoli “vivono in tempi storici differenti”, il che costituisce impedimento grande alla loro solidarietà. Anche per questo, soprattutto per questo, l’utopia deve sposarsi col realismo e andare a lezione dalla storia».

Luciano Canfora
Fermare l’odio
Pagine 80, Euro 10.00
Laterza


Il club del coding

Che cosa combinano in quel club?
Niente allarmi, si occupano di cose lecite che già riguardano il presente e ancora di più riguarderanno il futuro.
Coding… facciamoci aiutare a capire quella parola da una delle tante dizioni esplicative che si trovano in Rete: «Coding significa “programmazione informatica” e potrebbe diventare nei prossimi anni una vera e propria materia di studio a scuola. È necessario però imparare (ma lo possono apprendere anche i giovanissimi) i concetti base d’informatica e del pensiero computazionale».
Pensiero computazionale?!... niente panico… è l'insieme dei processi mentali coinvolti nella formulazione di un problema e della sua soluzione in modo tale che uno di noi o una macchina possano effettivamente eseguire.
«Il coding possiamo intenderlo come una nuova lingua che permette di “dialogare” con il computer per assegnargli dei compiti e dei comandi in modo semplice».

Ora che ne sappiamo di più su quella parola è venuto il momento di segnalare un libro per ragazzi dai 9 anni in su (senza escludere i 99) edito dalla casa editrice Dedalo nella collana Piccola Biblioteca di Scienza molto ben diretta da Elena Ioli.
Titolo del volumetto: Il club del coding.
Ne è autore Alberto Barbero insegnante di informatica nella scuola media di secondo grado. Inoltre, è docente a contratto presso l’Università di Torino nella Facoltà di Scienze della Formazione Primaria.
In questo video è intervistato dai suoi alunni.

L’agile libretto spiega, attraverso una piccola storia immaginaria, come si fa per programmare divertenti animazioni, buffe avventure, videogiochi.
Videogiochi… quanto mi piacciono! M’intriga quel loro modo di proporre un intercodice tecnologico fra immagine, letteratura, arti visive, cinema, sia quando sono umoristici sia quando sono distopici, sarà che preferisco Lara Croft, la creatura di Toby Gard, con i suoi pixel che lèvati, all’altra Lara, quell’Antipov di Boris Pasternak, funesta crocerossina full time dello sfortunato Dottor Zivago.
Il mio amico Matteo Bittanti, uno dei grandi esperti a livello internazionale della relazione tra l’arte contemporanea e le tecnologie emergenti; ha svolto attività di ricerca e insegnamento presso l’Università di Stanford, l’Università della California a Berkeley e il California College of the Arts di San Francisco e Oakland, afferma: “Il videogame è una macchina della felicità. I videogiochi producono endorfine e riducono i livelli di stress, ansia ed irritabilità. Non dimentichiamo che la prassi videoludica è performativa: richiede abilità, dedizione, pratica. Il videogame si colloca a metà strada tra lo sport e la danza, tra la narrazione e l’esplorazione. L’errore da evitare è di applicare al videogame i criteri qualitativi dei media tradizionali, analogici e lineari.”

Dalla presentazione editoriale del libro “Il club del coding”.
«L’arrivo inaspettato di una nuova compagna di scuola sconvolge la vita svogliata di Mattia, più appassionato di videogiochi che di libri e di studio. Linda diventerà sua grande amica e gli insegnerà che è più divertente ideare e creare videogiochi che giocarci. E che tutti possono farlo con un po’ di logica e tanta fantasia.
Con l’aiuto della maestra, verrà organizzato a scuola un corso per imparare le basi del coding, cioè della programmazione del computer. Mattia, Linda e i loro compagni inizieranno così a esplorare un nuovo mondo fatto di blocchi colorati che, sovrapposti, permettono di ottenere il codice per progettare e sviluppare giochi, animazioni, storie…».

Alberto Barbero
Il club del coding
Il. a colori di Debora Gregorio
Pagine 72, Euro 10.00
Edizioni Dedalo


Viva la Lav!


Come sanno quei generosi che leggono queste mie note, Cosmotaxi – sezione quotidiana del sito Nybramedia – si occupa anche di animalismo recensendo volumi, film, mostre su quel tema e riportando anche casi di cronaca che dimostrano quanto sia necessario occuparsi degli animali non umani.
Ad esempio, ho ricevuto dall’Ufficio Stampa della LAV (Lega Anti Vivisezione), guidato da Maria Falvo, il comunicato che qui di seguito rilancio con il piacere di farlo e con l’orrore per il contenuto del messaggio.

«Vacche da latte in agonia e lasciate morire, fosse comuni, condizioni igienico-sanitarie raccapriccianti con bovini malati, tra escrementi, infestati da vermi, e cisterne di raccolta del latte invase da blatte: è l’orrore confermato da un blitz dei Carabinieri Forestali di Brescia nella struttura, in seguito a una denuncia LAV. Accade nella civilissima Italia, non nel medioevo ma in questi giorni, nel cremonese.
Per i bovini è stato disposto il sequestro (probatorio per 21 animali, fermo sanitario per i restanti 400 circa) e l’affido al Sindaco di Robecco d'Oglio (Cremona) dove ha sede l’allevamento. Tra le ipotesi di reato, il maltrattamento (544 ter C.p.) e l’abbandono di animali (727 C.p.)
“Non è ammissibile che al giorno d’oggi esistano realtà tanto gravi da arrecare inaudite sofferenze agli animali, con risvolti molto inquietanti in termini di sicurezza sanitaria e ambientale, e da un punto di vista etico” - afferma Roberto Bennati, Vicepresidente LAV – “chiediamo al neo Ministro della Salute Roberto Speranza l’urgente convocazione di una Conferenza Stato-Regioni per esaminare la situazione degli allevamenti regione per regione, un piano straordinario di controlli, e la previsione di meccanismi di trasparenza sui controlli effettuati dai servizi veterinari delle ASL».



L'acqua alta e i denti del lupo


La casa editrice Exorma ha pubblicato un libro che porta alla luce un caso fra storia e leggenda poco, o pochissimo, noto.
Titolo del volume L’acqua alta e i denti del lupo Josif Džugašvili a Venezia .
Ne è autore Emanuele Termini.
È nato, vive e lavora in Friuli-Venezia Giulia.
Grande viaggiatore, si è laureato in Lettere all’Università degli studi di Udine; fra le sue tante e varie attività ce n’è solo una, per ora, che riguarda la letteratura, infatti questa è la sua prima opera.
Ha scritto un libro di cui consiglio la lettura perché indaga su di un piccolo mistero (“Quanti dei piccoli misteri che sciamano intorno ai grandi misteri andrebbero conosciuti!”, diceva Bernard Shaw) che, poi, come vedrete, qualche ragione d’essere mistero, forse, pur ce l’ha.
Il volume si sofferma anche su angoli di Venezia, città di antri e vicoli bui che sembra la scenografia più adatta per un racconto che nasconda enigmi e segreti.

A Emanuele Termini ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro?

Il libro nasce da un semplice fatto: sentivo dire a Venezia ”tornerà Bepi del Giasso” e questo detto, tipicamente veneto, m'incuriosiva. Quando ho iniziato a cercare informazioni in merito a questa espressione sono incappato subito nel libro di Alberto Toso Fei, che trattava le vicende di Josif in Italia come una leggenda; anche lui però citava delle fonti e da quelle fonti ho iniziato, quasi per scherzo, a indagare. Subito ho scoperto che c’era qualcosa di più di una semplice storiella inventata allo scopo di spaventare i bambini. Lentamente la mia ricerca è diventata un lavoro molto articolato e poi, quasi senza che avessi il tempo di accorgermene, si è trasformata in un’ossessione: volevo assolutamente scoprire se “lui” era stato davvero a Venezia. Quando ho incontrato Claudio dell’Orso ho scoperto che esisteva una Venezia che non conoscevo, che “evitavo” involontariamente tutte le volte che andavo in laguna. L’ossessione è diventata passione e la passione mi ha lasciato lo spazio per raccontare la mia ricerca, nel modo esatto in cui si sono svolti i fatti.

Citi spesso il dimenticato giornalista Gustavo Traglia. Puoi darcene notizia ?

Gustavo Traglia era un fascista, giornalista e fascista. Dopo la caduta del regime è stato dimenticato. Nella sua carriera si era occupato di cucina, di moda, di politica, di cronaca… è stato anche un reporter, seguendo in prima persona l’impresa di Fiume. Era un giornalista scrupoloso, che indagava per amore della verità e del suo lavoro che aveva scelto già da ragazzo.

Nello scrivere questo libro quale cosa ti sei proposto di fare assolutamente per prima e quale assolutamente per prima da evitare?

Per prima cosa volevo un libro che fosse vero, volevo un approccio fedele alla realtà, senza preoccuparmi di come sarebbe stato il finale. Quando ho iniziato a scrivere avevo paura che il mio diventasse un testo di storia e i libri di storia purtroppo corrono il rischio di essere letti solamente dagli addetti ai lavori o dagli appassionati dei dettagli e delle date (spesso lo sono anche io quando ho un approccio troppo scientifico). Volevo un libro di storia per lettori che amano i romanzi, evitando di scrivere un romanzo storico: sembrava un’impresa impossibile. Poi ho capito che potevo trattare un argomento estremamente specifico spostando il punto di vista del lettore: chi legge si sente un ricercatore e distoglie quasi l’interesse dall’oggetto della ricerca (per questo è un libro che si può leggere anche se si conosce il finale). Così ho capito che volevo un libro di storia per chi non ama la storia. Le più belle recensioni le ricevo quando riesco a farlo leggere a chi mi dice che non leggerà mai un libro di storia. Si corre un rischio però: spesso i non appassionati di storia che leggono “L’Acqua Alta e i denti del lupo” si appassionano alla storia (ho notizie di qualche lettore che poi si è messo a leggere biografie molto impegnative o testi sulla seconda guerra mondiale).

Perché sull’eventuale presenza di Stalin a Venezia ci fu tanta segretezza da parte del Pci e censura da parte dell’Unità?

Nessuno doveva sapere che Stalin era stato a Venezia; non era il viaggio a preoccupare il partito, erano piuttosto le conseguenze dell’incontro segreto tra Stalin e Lenin a Berlino a preoccupare la sinistra. Il Partito Operaio Socialdemocratico Russo aveva deciso che la rivoluzione si doveva fare senza “espropriare” denaro illegalmente e durante un congresso, Bolscevichi e Menscevichi, avevano sentenziato che “chi veniva accusato di azioni illegali aventi come scopo il finanziamento della rivoluzione, doveva essere allontanato dal partito”.
Stalin e Lenin si dovevano incontrare a Berlino per organizzare la famosa rapina di Tiflis (che avvenne qualche mese più tardi), entrambi non potevano farsi scoprire, il Partito li avrebbe esclusi dalla polita e i loro rispettivi ruoli sarebbero stati compromessi per sempre. Dopo la rapina Stalin venne processato e scagionato, Lenin non fu mai coinvolto. La rivoluzione aveva bisogno di denaro e di eroi.
Fino ai primi anni Cinquanta nessuno voleva ammettere la presenza di Stalin alla rapina del secolo e tantomeno il coinvolgimento di Lenin.
Solamente Trotsky ebbe il coraggio di accusare i due leader, ma se Lenin in quel 1940 era già morto da qualche anno, Stalin era nel pieno dei suoi poteri. Riuscì a trovare Trotsky anche in Messico, lo fece uccidere da un sicario che gli spaccò la testa a picconate: un messaggio molto chiaro per tutti quelli che volevano indagare e screditare la vita dell’uomo d’acciaio.

Dalla presentazione editoriale.
«Josif Džugašvili nascosto nella sala macchine di un cargo che trasporta grano, parte da Odessa per arrivare al porto di Ancona. Da lì, con l’aiuto degli anarchici del posto, raggiunge Venezia presentandosi alla soglia del Monastero di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna veneta, dove sarà ospite dei padri mechitaristi. È una leggenda? Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia cercò di scoprire le motivazioni che portarono Josif in Europa, ma la pubblicazione delle sue ricerche fu ostacolata da chi preferiva mantenere un’assoluta segretezza su quel viaggio, anche a distanza di molti anni. Perché?
L’autore indaga sulla vicenda, insegue le poche tracce e i tanti pseudonimi che Josif dissemina lungo il suo cammino, raccoglie indizi e rintraccia le fonti. Assieme a lui torniamo ad ammirare la Venezia delle calli, dei sotoporteghi, dei ponti, dei tramonti in laguna. Tra i turisti che sbarcano dai “mostri bianchi” e i veneziani che si tengono stretta la loro città, riusciremo forse a scoprire se nel 1907 il bolscevico è davvero stato lì».
.
Anteprima.
«Avevo visto Pietro Ingrao in televisione poche settimane prima, intervistato in occasione di una ricorrenza, seduto su una poltrona probabilmente a casa sua, con una sciarpa rossa al collo.
Pensavo a Giovanna seduta accanto a lui mentre gli leggeva lentamente il mio messaggio, scandendo bene le parole e le date, i suoi cenni di assenso, quando nella parte introduttiva del mio messaggio ricordavo il suo periodo da direttore de «l’Unità», le sue mani centenarie portate alle tempie per prendere tempo nel tentativo di recuperare un ricordo.
Alcuni giorni dopo arrivò la sua risposta, sempre per mano della nipote: era passato troppo tempo perché suo nonno potesse ricordare un evento così lontano. Forse era davvero stata solo una chiacchierata al tavolino di un caffè di Roma, uno scambio veloce di opinioni che in qualche modo era bastato a fermare la penna di Traglia.
La guerra non era ancora diventata un ricordo da commemorare a decenni di distanza, forse Traglia e Ingrao si strinsero la mano e tornarono a occuparsi ognuno della propria Italia; il giornalista con la convinzione che avrebbe indagato ancora e il direttore sicuro che il tempo avrebbe fatto la sua parte cancellando i deboli indizi che aleggiavano sulla pagina di un quotidiano qualsiasi».

Emanuele Termini
L’acqua alta e i denti del lupo
Pagine 190, Euro 15.00
Exorma


Vecchiaia per principianti


Articoli giornalistici, trasmissioni radiofoniche, programmi televisivi, libri e pubblicità ogni giorno propongono i modelli della bellezza fisica e intellettuale della giovinezza e i modi per continuare a possederli sconfiggendo la vecchiaia.
Molti trattamenti sia chimici sia chirugici sono praticati per vincere sul corpo gli effetti indesiderati della tarda età; un territorio della vita dal quale sempre di più s’intende fuggire.
Aubrey de Grey, specialista in gerontologia, scienziato appartenente all’area dei Transumanisti, direttore di SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence) studia trattamenti che consentiranno agli esseri umani di estendere indefinitamente la durata della loro esistenza. Afferma che ha già raggiunto buoni risultati anche su se stesso (come il suo sodale, l’informatico Ray Kurzweil). Che cosa servirà per raggiungere i risultati che si propone? “Dipende dai livelli di finanziamenti che riceverà il mio Istituto” – risponde – “Solo da quelli”.
Vecchiaia. Che cosa dice su di essa un Dizionario filosofico?
”Periodo finale della vita dell'uomo, nella storia del pensiero, è stato giudicato in modi diversi e contrastanti. L'idea di vecchiaia ha presentato nella storia non un'evoluzione lineare ma una concezione complessa che vede alternarsi rispetto e indifferenza, derisione e venerazione, abbandono e assistenza sociale: comportamenti questi causati da una molteplicità di fattori come la struttura della famiglia, patriarcale o nucleare, la trasmissione orale o scritta della cultura, i modelli di bellezza e quelli sociali”.

Quante se ne sono dette sulla vecchiaia!
Sostanzialmente si tratta di due gruppi: uno che ne loda le presunte gioie che contiene e un altro (mi pare la maggioranza) che ne mastica amaramente i guai che procura.
Per un Victor Hogo che dice “C’è un’alba felice nel tramonto della vecchiaia” ascoltiamo la voce del commediografo romano Publio Terenzio Afro che da un secolo e mezzo prima di Cristo ammonisce: “Senectus ipsa est morbus” (La vecchiaia stessa è una malattia), o come un’altra voce che proviene dai nostri giorni, dell’attore Pino Caruso che diceva “La vecchiaia nuoce gravemente alla salute”. Oppure dell’attrice Bette Davis che, da tosta qual era, affermava combattiva: “La vecchiaia non è posto per femminucce!” alludendo alle feroci difficoltà da superare imposte da quell’età.
Ma fra le più aspre affermazioni ecco quanto pensa il filosofo romeno Emil Cioran: "La vecchiaia, in definitiva, non è che la punizione toccataci per essere vissuti".

Giungere alla vecchiaia, per chi ce la fa, comunque la si pensi, è l’attraversamento di una soglia, una cosa di non poco momento, una faccenda da affrontare munendosi di strumenti adatti a quel viaggio. Oppure a quel mestiere (o professione, fate voi) se la vecchiaia è una specializzazione dell’esistenza. Come promette (e mantiene) d’indicare il titolo di un libro d’istruzioni, pubblicato dalla casa editrice Laterza: Vecchiaia per principianti.
Ne è autore Alberto Cester.
Specialista in Geriatria e Fisiatria, dirige l’U.O.C. di Geriatria della Sede Ospedaliera di Dolo (Venezia) e il Dipartimento di Area Medica nel Distretto di Dolo e Mirano dell’Azienda 3 “Serenissima” del Veneto.
Ha avuto esperienze professionali nazionali e internazionali nel campo della geriatria e della riabilitazione geriatrica.
È autore di articoli scientifici e libri di tema geriatrico e riabilitativo.
Geriatra che confida ai lettori di trovarsi nell’anticamera della vecchiaia.

Prepararsi per tempo occorre.
Quando si diventa vecchi? Non esiste un’indicazione di età comune per tutti e, poi, chiarisce l’autore, esiste un’età cronologica, un’altra biologica e infine una percepita da chi l’indossa. E ci sono tanti tipi di vecchi: «vecchi “giovani dentro” e vecchi in cerca dell’elisir di lunga vita, vecchi usurati dal tempo nella salute e nello spirito, vecchi fiduciosi e vecchi disperati».
Cester intervalla alcuni capitoli con un frizzante sipario di riflessioni, una sorte di io narrante che riflette su se stesso e su ciò che la professione lo ha portato a conoscere e analizzare.
Per il tono piano, lieve, però mai superficiale, che usa nella scrittura si ha l’impressione che non si rivolga a una platea di lettori ma che parli proprio a te, standoti di fronte. Perciò è un libro che pur affrontando un tema trattato da altri autori in altri volumi, ha caratteristiche che lo rendono luminosamente singolare.
Non seguirò i saggi consigli di Alberto Cester, della vecchiaia, purtroppo, non sono un principiante e, quindi, farò a modo mio che – dicono alcuni di me – non è troppo salutare.
Cocludendo questa mia nota, spero tanto che il dottor Cester sia d’accordo, come io fervidamente lo sono, col suo collega medico e scrittore Celine quando afferma: “È il nascere che non ci voleva”.

Dalla presentazione editoriale.
«Se è vero che, come dice Tolstoj, «la vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo», questo piccolo libro prezioso ci prepara con tanti consigli pratici e buone abitudini a viverla nel migliore dei modi possibili.
C’è una buona notizia: l’Italia è una delle nazioni con più elevate speranze di vita. La cattiva notizia è che non siamo preparati ad affrontare una vita longeva. Diciamoci la verità: invecchiare fa paura a tutti. Il nostro corpo inizia a tradirci, la salute è altalenante, dare un senso nuovo al proprio vissuto può non essere una cosa semplice. Ma con un po’ di saggezza, seguendo i consigli di un appassionato geriatra, possiamo fare una scoperta molto confortante, risolutiva: non esiste una sola vecchiaia. Se è vero che in parte la nostra salute è determinata dai geni ereditati dai nostri genitori, moltissimo dipende da noi, dal nostro stile di vita, dalla volontà di vivere positivamente questa nuova stagione. Ecco perché Alberto Cester, geriatra di fama, ci indica quali pratiche seguire già a partire dai 50 anni: ci istruisce sul nostro corpo, sulle sue trasformazioni, sulla sua cura, in una virtuosa valorizzazione delle risorse che continuiamo ad avere dentro di noi».

Alberto Cester
Vecchiaia per principianti
Pagine 120, Euro 14.00
Laterza


Cara Radio

"La radio non è soltanto una formidabile sveglia delle memorie, delle forze e degli antagonismi arcaici, ma anche una forza pluralistica e decentrante, come l'energia elettrica e tutti i suoi media in generale".
Così scrive Marshall McLuhan in "Capire i media. Gli strumenti del comunicare".
Oltre un secolo fa, si affacciò timidamente questo nuovo mezzo di comunicazione, invenzione non priva di contestazioni, ma sia come sia la radio nacque.
C’è stato un progenitore – come spesso accade ai media – anche della radio, lo trovate ben illustrato da Gabriele Balbi in La radio prima della radio.
Sono esistiti pure detrattori di quell’invenzione, e siccome anche grandi cervelli possono dire delle baggianate eccone due famose.
“La mania della radio? Si estinguerà in tempo” (Thomas Alva Edison).
“Ho previsto la completa sparizione della radio. Confido infatti che tutte quelle brave persone che oggi si divertono ad ascoltarla riusciranno a trovare quanto prima un passatempo più intelligente” (Herbert George Wells).
Ci ha visto giusto, invece, Rudolph Arnheim: “La radio organizza il mondo per l’orecchio”
Oggi è ancora ben viva tra i media e in tutto il mondo, grazie anche agli aggiornamenti tecnologici intervenuti, è tenuta in gran conto da milioni di ascoltatori.
Solo la radio pubblica italiana non se la passa troppo bene perché “a Viale Mazzini è considerata la sorellina povera e cieca della tv” (copyright Pinotto Fava, autore e produttore radiofonico, teorico dei nuovi media). Cammina zoppa tenuta per mano da esponenti dei partiti politici tutti, ben coinvolti nella spensierata dirigenza Rai.
La storia e l’attualità della radio è forte e ben presente nel ventaglio dei media, si pensi, ad esempio, a quell'opera (a cura di Peppino Ortoleva e Barbara Scaramucci) che Garzanti ha voluto nella collana delle Enciclopedie dedicate alla grande comunicazione: dal cinema, al teatro, dalla letteratura alla televisione, dalla musica alle arti visive; citazione questa con conflitto d’interesse essendo il mio nome e il mio lavoro ricordati in quelle pagine.

Tempo fa, nella sede della ex Discoteca di Stato, fu organizzato un convegno durante il quale autori, critici, giornalisti, saggisti anche stranieri esposero le proprie esperienze e riflessioni sul mezzo radiofonico.
Oggi l'editore Armando ha pubblicato quelle testimonianze in un volume intitolato come quel convegno: Cara Radio con l’accompagnamento del sottotitolo Cartoline dal mondo della radio nell’epoca del web.
Quel convegno fu ideato da Laura De Luca che troviamo, ovviamente, anche curatrice del volume.
Giornalista professionista, autrice radiofonica e teatrale, disegnatrice, sue notizie le trovate sul sito web che conduce in Rete
L’avevo lasciata tempo fa colta e frizzante autrice di un delizioso volumetto intitolato Piedi e ora la ritrovo puntuale conduttrice di memorie e vaticini radiofonici che gli intervenuti al convegno esprimono. Alcuni di loro sono corrucciati, altri speranzosi, altri ancora non privi di nostalgia, né mancano meditazioni sul presente tecnologico e sociopolitico del mezzo.

Dalla presentazione editoriale
«Una raccolta di testimonianze sulla nostra “cara radio”: da ricordi ed aneddoti da parte di professionisti a valutazioni di esperti e studiosi sulle mutate condizioni e abitudini di ascolto nell’epoca del web. Un ventaglio di testimonianze da parte di appassionati e specialisti di diversa estrazione e formazione: registi, autori, giornalisti, docenti, studenti, attori, tecnici, produttori e semplici ascoltatori. La do- manda che aleggia è sempre la stessa: la radio è morta? Le risposte sembrano ripetere la medesima certezza: la radio è viva, viva la radio. Con qualche riserva».

Laura De Luca
Cara radio
Prefazione di Gianpiero Gamaleri
Pagine 192, Euro 19.00
Armando Editore


Chantal Akerman (!)


La casa editrice Fefè ha pubblicato un denso saggio su di una regista e sceneggiatrice: Chantal Akerman uno schermo nel deserto.
Autrice del libro Ilaria Gatti con Alessandro Cappabianca.

Ilaria Gatti – Architetto, progettista di case e di attrezzature sociali, ha lavorato per molti anni all’ATER di Roma; ha realizzato, tra l’altro, “La casa intorno agli alberi”, un intervento residenziale di sostituzione edilizia per cento alloggi nel quartiere Tiburtino e il Centro culturale “Aldo Fabrizi” a San Basilio. Ha collaborato a lungo con la rivista Filmcritica e ha pubblicato libri di cinema e narrativa: “Jane Campion” (Le Mani, 1998); “Lo sguardo discreto. Il cinema dell’interiorità da Virginia Woolf a Kiarostami (Le Mani, 2005); La tenda color ruggine (Kappa, 2006), L’incanto della visione. Cinema d’autore tra Jane Campion e Clint Eastwood (Prospettive, 2010), Francesca Comencini (Le Mani, 2011) e Ricordando Berlino (Prospettive, 2015).

Alessandro Cappabianca – Firma storica della rivista "Filmcritica", è architetto e critico cinematografico. Si è sempre occupato del rapporto filosofico tra materiali filmici e loro trasposizione in immagini. Tra i suoi libri più recenti: “Carmelo Bene. Il cinema oltre se stesso” (2012); “Metamorfosi dei corpi mutanti. Il divenire altro delle immagini cinematografiche” (2016); “La parata dei fantasmi. Proposte per una filosofia post-cinema” (2018); “Cercatori di felicità. Luci, ombre e voci dello schermo yiddish” (con Antonio Attisani, 2018).

Chantal Akerman nacque a Bruxelles il 6 giugno 1950, morì a Parigi, il 5 ottobre 2015.
Fra i suoi lavori, il più noto è il film del 1975: “Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles” visibile per intero QUI.
A questo link più diffuse notizie su di lei.

Il cinema è arte luminosa e crudele, perché non è raro trovare nella sua storia nomi che hanno contribuito a rinnovarne il linguaggio (e, talvolta, perfino risorse tecniche) dimenticati lungo la via.
È il caso di Chantal e dobbiamo gratitudine a questo volume perché ha il merito non solo di portare alla luce un nome ignoto a tanti ma di essere capace di raccontare anche – senza cadere in romanzerie – la vita di una donna particolare che troverà nel suicidio la sua conclusione.
Libro eccellente questo dedicato alla Akerman, da consigliare, da leggere.

Dalla presentazione editoriale-
«Tutto il materiale prodotto da Chantal Akerman – regista sperimentale e video artist belga di grande rilievo internazionale scomparsa nel 2015 a 65 anni – può essere considerato un autoritratto filmico, un sistema di sovrapposizioni, pause, ricordi, verità, fisicità, tipiche di un soggetto moderno frammentato che percepisce la casualità del nostro stare al mondo. Il suo film più famoso è Jeanne Dielman, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) che costituisce ancora oggi un punto di riferimento nella storia del cinema. Ha diretto Juliette Binoche, Delphine Seyrig, William Hurt, Catherine Deneuve, Aurore Clément e ha documentato il lavoro di Pina Bausch; nel 2004 il Centre Pompidou le ha dedicato una retrospettiva con installazioni e catalogo. A tutt’oggi non esisteva una monografia critica, completa di regesto di tutte le sue opere (film, libri e installazioni); il volume è suddiviso in 12 capitoli che individuano i temi più importanti che attraversano i suoi lavori».

Segue ora un incontro con Ilaria Gatti


Chantal Akerman (2)

A Ilaria Gatti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Uno schermo nel deserto. Perché quel sottotitolo?

Il sottotitolo in realtà è ispirato ad una installazione che si chiama “Une voix dans le desert”, tratta dal documentario “De l’autre côté” girato lungo la martoriata frontiera tra Messico e Stati Uniti dove ogni anno mezzo milione di messicani attraversa il confine: mano d’opera a basso costo e temporanea che vive in Messico e lavora negli Stati Uniti, immigranti legali che hanno il visto d’ingresso o immigranti illegali, senza alcun documento. Nella sequenza finale, proprio quella utilizzata nel 2003 per l’installazione Une voix dans le désert, un grande schermo largo dieci metri fu montato in mezzo al deserto dell’Arizona, accanto alla frontiera tra Stati Uniti e Messico: sullo schermo fu proiettata per otto giorni e otto notti la sequenza finale di De l’autre côté, gli ultimi sei minuti dove si intravedono figure evanescenti che tentano di attraversare la frontiera. La voce nel deserto è quella di Chantal che non recita, ma racconta: in quegli otto giorni, la sua voce, in inglese e spagnolo, si poteva ascoltare da entrambi i Paesi.

Che cosa principalmente il cinema deve a Chantal Akerman?

La Akerman può essere considerata una regista che ha sperimentato una sua personale misura del tempo legata alla durata dei tempi di ripresa, a particolari tempi ritmici dell’alternanza, alla reiterazione – come avviene in Jeanne Dielman - dove il rumore dei passi su tacchi alti della protagonista diventa una forma ossessiva di scansione del tempo e di misura dello spazio consegnati al disagio della ripetizione quotidiana.
Ha sempre rifiutato di girare film secondo un’ottica commerciale e anche secondo le regole dei generi, seguendo cioè quelle convenzioni codificate soprattutto dal mercato influenzato dal cinema hollywoodiano. Ha infatti affrontato i generi più diversi sempre ad alto livello e con un atteggiamento sperimentale non narrativo o addirittura astratto: dalla letteratura al teatro e alla danza di Pina Bausch, dal documentario a sfondo politico alla commedia, dalle installazioni in gallerie e musei ai concerti per violoncello della sua compagna Sonia Wieder-Atherton. Il suo cinema è caratterizzato da una sintassi basata sui lunghi piani fissi, sulle riprese circolari, sull’uso della camera-car, tutto collegato all’eterna inquietudine dei suoi viaggi per il mondo ma anche alla necessità di mettere in scena la propria vita.
Parlando dei suoi film, ha detto: “Lo spettatore deve essere un vero Altro, il cinema non deve essere una macchina che lo assorba e lo inglobi. Per questo uso piani frontali o riprese in tempo reale. È necessario che lo spettatore non dimentichi il tempo e che non sia inghiottito dalla storia. Penso che nel mio cinema lo spettatore non debba mai dimenticare se stesso e non debba quindi crearsi un rapporto di idolatria”.

Perché, a tuo avviso, l’opera della Akerman la vede protagonista di se stessa in una sorta di “autoritratto filmico” per usare parole del libro?

Tutto il materiale che la Akerman ha prodotto può essere considerato una sorta di autoritratto filmico, è un sistema di sovrapposizioni, pause, ricordi, verità, fisicità, tipiche di un soggetto moderno frammentato che percepisce la casualità del nostro stare al mondo.
È così che ha vissuto, sempre spinta in avanti come sulla discesa inarrestabile di un piano inclinato lungo il quale affrontare un impegno dietro l’altro portando con sé ciò che le restava, i frammenti di memorie familiari disperse, le reticenze della madre, le parole del diario della nonna sedicenne, l’ombra della malattia, la passione di scrivere e di filmare. Nel fare cinema Chantal non utilizzava altro che i materiali della sua vita, seguiva le proprie pulsioni interiori ma questo non le ha impedito di aprirsi, con curiosità e acume, all’esperienza del mondo. Tutto ciò che apparteneva alla sua vita era prezioso materiale da elaborare. Se girava documentari, questi erano sempre l’altra faccia di un approfondimento interiore; ogni film era un documentario sul mondo e su se stessa e, in fondo, sulla ricerca del suo posto nel mondo.

Aldilà del film “Gli appuntamenti di Anna” di produzione tradizionale, la Akerman, pur fedele allo stile sperimentale, ha lavorato anche con attori del grande circuito commerciale (Delphine Seyring, William Hurt, Juliette Binoche, Aurore Clément).
Come è stato possibile questa cosa che a un filmaker italiano mai sarebbe accaduta
?

Nel 1975 Chantal fondò, con l’amica Marylin Watelet, una sua casa di produzione la Paradise Films (entrando così in contatto con molti nomi del cinema anche molto noti); nello stesso anno, tra marzo e aprile, girò “Jeanne Dielman”; affrontò quindi un lungometraggio ingaggiando un’attrice importante come Delphine Seyrig. Non conosco la situazione finanziaria della sua casa di produzione ma certamente è stato per lei un problema: c’è addirittura un corto del 1984, da lei interpretato, “Family Business”, che è una piccola commedia sulla ricerca di un finanziamento per girare il musical “Golden Eighties” che realizzerà nel 1986.
Nel 2011, Chantal si recò in Cambogia per girare “La folie Almayer”, tratto dal testo di Conrad, e le riprese incontrarono molte difficoltà: questo procurò seri problemi finanziari alla Paradise Films.

L’occasione della coincidenza di tempi e talvolta di proiezione fra “Jeanne Dielman” della Akerman e “India Song” di Marguerite Duras perché ha sostanziato un parallelo stilistico fra le due autrici?

La trasformazione di Delphine Seyrig, inaccessibile mistero in L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais o fantasma imperscrutabile di dolore in India Song di Marguerite Duras, diviene in Jeanne Dielman, nei movimenti asettici e stereotipati, nei passi privi di accelerazioni, nello sguardo dimesso, il modello esatto di una casalinga infelice; la Seyrig modifica perfino la sua voce fino a costruire il tono spento, quasi impersonale che la Akerman le richiedeva. Più che un parallelo stilistico tra i due film di Duras e Akerman - forse nei piani sequenza e nella staticità delle riprese - c’è una forte similitudine tra i due ruoli; tra il dolore sofisticato di Jeanne-Marie Stretter e la contenuta disperazione di Jeanne Dielman.
Per quanto riguarda la Duras, trovo che India Song sia molto più costruito sul piano intellettuale (giochi di specchi, testo indipendente dalle immagini, frasi che tornano dal passato…) mentre ci sono forse più affinità con Nathalie Granger, del 1972, in cui la Duras investiga i gesti quotidiani di due donne (Lucia Bosè e Jeanne Moreau) che vivono nella stessa casa e mandano avanti il ménage domestico; piccole cose, gesti banali, che al cinema non si erano ancora visti: cucinare, apparecchiare la tavola, sparecchiare…

Accanto, ma forse è meglio dire dentro, l’opera della Akerman cineasta c’è la sua attività di artista di video, installazioni, insomma in un’area specifica delle arti visive.
Quale continuità vi leggi fra quelle due presenze
?

La scelta della Akerman è stata, fin dalle prime esperienze, quella di mettere in crisi il linguaggio cinematografico consueto, decostruendolo, dilatando temporalmente il dettaglio, creando lunghe inquadrature fisse o interminabili carrellate tra silenzi prolungati o rumori assordanti: questo è già un invito, per lo spettatore, ad attivare uno sguardo dinamico, creativo e compartecipato, uno sguardo in qualche modo tattile.
Il suo cinema è andato oltre la progressione narrativa, evitando di fare ricorso alla struttura narrativa tipica del linguaggio cinematografico ed è approdato, quasi naturalmente, ad un format diverso che non era più film ma video-installazione. Dallo schermo singolo agli schermi multipli delle installazioni nelle gallerie d’arte, il percorso era quindi implicito, forse era già tracciato e, verso la metà degli anni Novanta, ha iniziato a sperimentare proiezioni simultanee. Un percorso diretto al coinvolgimento del corpo dello spettatore che viene costretto a muoversi, camminare, ad entrare nell’opera allestita, ad avere un rapporto con tutto lo spazio circostante e non più uno schermo piatto, unico, circondato dal buio, dove avviene la proiezione di un film di fronte a spettatori ordinatamente seduti al loro posto. La Akerman ha costruito così con le installazioni una sorta di erranza del visitatore, un’erranza forse parallela alla sua. L’installazione infatti richiede la presenza fisica dello spettatore, sfugge alla riproduzione mediatica molto più del cinema, la pittura o il teatro.

……………………………….…

Ilaria Gatti
Alessandro Cappabianca
“Chantal Akerman”
Pagine 282, Euro 15.00
Con corredo iconografico b/n
Fefè Editore



Gli irriducibili (1)

La casa editrice Longanesi ha pubblicato un importante saggio: Gli irriducibili I giovani ribelli che sfidarono Mussolini
Ne è autrice Mirella Serri
Insegna Letteratura e giornalismo all’Università La Sapienza di Roma.
Scrive per La Stampa, Ttl, Sette-Corriere della Sera e collabora con Rai Storia.
Tra i suoi libri: “Carlo Dossi e il racconto” (Bulzoni), “Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura” (Edisud), “Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista” (Marsilio), “I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948” (Corbaccio, 2005), I profeti disarmati. 1945-1948. La guerra tra le due sinistre (Corbaccio, 2008).
Ha curato: Doppio diario. 1936-1943 (Einaudi) di Giaime Pintor e ha partecipato ai volumi collettivi Donne del Risorgimento e Donne nella Grande Guerra (entrambi per Il Mulino). Con Longanesi ha pubblicato nel 2012 “Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi” (1945-1980), “Un amore partigiano” (2014) e “Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia” (2015).

Quella di Mirella Serri è una presenza maiuscola nello scenario di studi sull’opposizione al fascismo e su quanto di fascismo sia intriso in Italia anche il periodo postbellico.
Nei suoi libri, puntualissimi in una serrata documentazione pur inserita in pagine di scorrevole lettura, studiando quel passato porta alla luce molte cause della debolezza delle forze democratiche italiane di oggi. Nel raccontare ragioni e speranze, lotte e drammi di quanti animarono una valorosa minoranza che si oppose al fascismo, troviamo la lontana origine di tanta incertezza e precarietà dei nostri giorni. Basti pensare a quanto la tirannide stalinista determinò amarezze e divisioni fra i giovani antifascisti di quel tempo arrivando perfino ad assecondare la propaganda nazista, argomento sul quale tossicchierà imbarazzato il tribunale di Norimberga.
I giovani antifascisti, già. Il volume, infatti, su di loro riflette e narra. Perché è innegabile che il fascismo un’adesione giovanile la ebbe, ne convengono, ad esempio, due penne diversissime fra loro, quelle di Vittorini e Montanelli, non a caso citate nella prime pagine del saggio. Un’adesione frutto di un equivoco che si rivelerà tragico: credere che Mussolini fosse un capo rivoluzionario. Specie nei suoi primi discorsi, dietro le parole accese già si nascondevano gli agrari. Dopo l’assassinio di Matteotti, col discorso del 3 gennaio del ’25, tutto doveva essere più chiaro a tutti e invece…
Solo una minoranza di giovani non disarmò e con le poche forze disponibili posero le premesse, non tutte chiarissime, della Resistenza che di quella mancanza di chiarezza soffrirà durante la lotta armata e ancora di più dopo.
Gran bel libro questo della Serri. D’intensa riflessione. Partecipato e severo.

Dalla presentazione editoriale.
«È una storia sconosciuta ai più quella del gruppo degli “irriducibili”, i giovani costretti all’esilio in Francia, in Palestina e in Tunisia che non vollero rassegnarsi al fascismo trionfante in Italia. Giovani che con le loro limitate forze, anni prima dell’inizio della Resistenza, si organizzarono e cercarono di colpire una dittatura apparentemente invincibile. Avviarono sabotaggi, attentati e iniziative di propaganda con l’obiettivo di dare un segnale forte: nonostante il massiccio consenso tributato al Duce nella Penisola, vi erano anche italiani che avevano scelto di schierarsi sul fronte dell’antifascismo.
Sono le storie emozionanti di Giorgio Amendola, Enzo ed Emilio Sereni, Giuseppe Di Vittorio, Maurizio Valenzi, Ada Sereni e molti altri: giovani comunisti, socialisti, seguaci di Giustizia e Libertà, repubblicani e altri ancora. Tutti utopisti, cosmopoliti e ribelli che, rifiutando il compromesso, divennero il volto internazionale della prima opposizione al fascismo e che ancora oggi sono importanti esempi di coraggio e dedizione.
Tra amori, tradimenti, persecuzioni e speranze, Mirella Serri ripercorre le vite straordinarie dei ragazzi che decisero di resistere alla dittatura anche a costo della vita. E in un libro ricco di spunti, documenti e aneddoti offre una nuova pagina alla storia dell’antifascismo».

Segue ora un incontro con Mirella Serri.


Gli irriducibili (2)

A Mirella Serri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Da quale precipua istanza nasce questo libro?

In questi ultimi anni, seguendo anche l’ondata che si sta verificando in tutta Europa, in Italia c’è stata una riscoperta del fascismo. È stata sostenuta da una propaganda demagogica che ripetutamente ribadisce l’immagine di una dittatura tollerante, capace di opere pubbliche e popolari in grado di sedurre e di attirare i ceti medi e i giovani. Una dittatura connotata da un tratto al contempo moderato e autoritario e persino indulgente verso i dissenzienti e gli oppositori fino alle leggi razziali e all’inizio della guerra. La presenza degli “Irriducibili”, di giovani come Giorgio Amendola, i fratelli Sereni, Enzo ed Emilio, Maurizio Valenzi, Giuseppe Di Vittorio che si ribellarono a Mussolini fin dal suo insediamento dimostra che esisteva un‘opposizione che aveva invece colto il carattere sanguinario e oppressivo del fascismo. Nel mio libro precedente “I redenti” raccontavo al contrario la storia dei giovani vissuti all’ombra del regime e arrivati all’opposizione dopo l’inizio della guerra o addirittura alla fine della seconda guerra mondiale.


Quando ti sei messa al lavoro qual è la cosa che hai deciso assolutamente da fare per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Volevo raccontare la storia dei grandi padri della democrazia italiana e contemporaneamente volevo ripercorrere ‘dal di dentro’ le storie di personaggi di cui magari si conoscono le battaglie ideologiche ma non le vicende personali, gli amori, i tradimenti, le lotte. “Gli irriducibili” erano intellettuali, pensatori e filosofi alle prime armi e accomunati da una medesima provenienza sociale e culturale. Appartenenti a famiglie borghesi e colte, una parte di loro aveva aderito al Partito comunista d’Italia (PCd’I), altri militavano in Giustizia e Liberta`, altri ancora erano socialisti riformisti o repubblicani. In comune avevano una fondamentale convinzione: la sconfitta dei fascisti e poi dei nazisti poteva venire solo da un ampio fronte che tenesse assieme tutte le forze cui loro facevano riferimento e magari altre ancora. Rappresentarono la «generazione delle vite difficili», come Nadia Gallico, coraggiosa combattente italo-tunisina, battezzò i suoi compagni italiani.

L’ordine partito da Mosca di considerare nemici (addirittura socialfascisti) tutti quelli che non erano comunisti, quali conseguenze ebbe tra tanti antifascisti (socialisti, repubblicani e altri ancora, come scrivi)?
Come si comportò Togliatti? Tutti i comunisti approvarono gli ordini moscoviti? Furono maggioranza coloro che obbedirono
?

Gli antifascisti che si trovavano all’estero obbedirono quasi tutti quando dall’Unione Sovietica arrivò l’ordine di rompere ogni rapporto con i «socialfascisti» (socialisti riformisti, GL e repubblicani). Tutti costoro erano considerati doppiogiochisti e pronti a una restaurazione dei traballanti assetti prefascismo e prenazismo. Questo diktat di Mosca fu assai duro da digerire per gli universitari o neolaureati che ambivano a una strategia unitaria e che proprio nell’ambiente liberaldemocratico avevano maturato la loro «avversione» contro il fascismo e poi contro il mostro nazifascista.


Tra i tanti capitoli di grande interesse contenuti nel volume, ce n’è uno che fin dal titolo (“Vietato parlar male di Hitler”) sorprende il lettore. Quel monito, come si apprende dalle tue pagine, era rivolto agli antifascisti comunisti. Puoi qui riassumere da chi proveniva quell’ordine e come fu accolto?

Il 23 agosto 1939 fu pubblicata dai giornali di tutto il mondo una notizia che apparve incredibile. Fu reso pubblico l’accordo che era stato siglato a Mosca dal ministro degli Esteri sovietico Vjacˇeslav Molotov e dal suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop: il trattato di non aggressione stipulato tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica lasciava mano libera alle ambizioni espansionistiche e guerrafondaie delle dittature. Stalin disse : «Vogliamo fare dei nemici di ieri i buoni vicini di oggi». Il nazismo era il «buon vicino».
I comunisti di tutta Europa furono costretti a prendere posizione e a schierarsi. Anche gli antifascisti come Giorgio Amendola e Velio Spano che a Tunisi dirigevano un giornale accettarono l’abbraccio tra i due totalitarismi, e sul loro “Giornale” si commentò l’insolita alleanza persino come un contributo del dittatore sovietico alla causa della pace.

E quando poi Hitler invase la Polonia che cosa ne fu di quell’ordine?

“I militanti comunisti obbedirono. Il Comintern orientò i suoi aderenti e le associazioni antifasciste alla conciliazione con i gruppi connotati da svastiche e aquile imperiali. Contemporaneamente la complicità tra i dittatori accese anche in Urss, sul modello nazista, la propaganda contro gli ebrei. I giornali comunisti scrissero che «era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti nella campagna antisemita». In Unione Sovietica venne avviata l’epurazione degli ebrei dall’esercito, dalla diplomazia e dagli uffici pubblici. Nel primo anno di guerra con ordini segreti – resi poi noti solo decenni più tardi, come spiega lo storico del Pci Paolo Spriano – i sovietici proibirono ai partiti comunisti polacco e ceco di prendere posizione contro Hitler”.

Il libro si apre ponendo la questione dell’attrazione che ebbe il fascismo su molti giovani. Ne spieghi molto bene le ragioni. Oggi che assistiamo al drammatico ritorno di idee fasciste e naziste, e che conosciamo gli esiti tragici che ebbero quelle idee, come spieghi che molti giovani siano affascinati proprio da quelle ideologie?

Oggi circola molta demagogia e propaganda. Del fascismo si apprezza la bonifica delle Paludi Pontine, la costruzione dell’Eur e passano in secondo piano l’esercizio della violenza, la cancellazione delle libertà, il confino, gli arresti, gli omicidi di Stato degli anni Venti e Trenta (da Giacomo Matteotti a Piero Gobetti a Giovanni Amendola ai fratelli Rosselli al ventiduenne italo-tunisino Giuseppe Miceli e tanti altri ancora). La storia degli “Irriducibili” aiuta a tenersi lontano dal cadere nelle trappole della demagogia.

………………………….

Mirella Serri
Gli irriducibili
Pagine 240, Euro 19.00
Longanesi


La paura dello straniero (1)


La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un libro che pur essendo di grande attualità ha il pregio d’analizzare un fenomeno osservandolo anche in modo non strettamente legato alla cronaca dei nostri giorni, individuandone motori storici e sociologici: La paura dello straniero La percezione del fenomeno migratorio tra pregiudizi e stereotipi
Ne sono autori Carmelo Dambone e Ludovica Monteleone.

Dambone, psicologo clinico - psicoterapeuta, è docente di Comunicazione, mass media e crimine presso l'Università IULM di Milano. Presidente della Società Italiana di Psicologia Clinica Forense e Direttore Scientifico del corso di perfezionamento in Audizione e valutazione dell'idoneità a testimoniare in minori vittime di abuso sessuale e maltrattamento nonché docente di Psicologia clinica forense e Psicopatologia forense in varie scuole di psicoterapia italiane. In Italia ha preso parte al gruppo di lavoro e ha sottoscritto l'aggiornamento della Carta di Noto IV, linee guida nazionali sull'ascolto del minore testimone e vittima di abuso sessuale. È autore di diversi articoli, a carattere scientifico e divulgativo, nell'ambito della psicologia clinica forense.
Oltre al libro qui presentato, sempre per FrancoAngeli ha recentemente pubblicato La violenza spettacolarizzata.

Monteleone, studiosa di politiche per la cooperazione internazionale allo sviluppo, ha frequentato la National High School Model United Nations Conference, prestigiosa simulazione dei processi diplomatici multilaterali che si tiene presso la sede delle Nazioni Unite a New York.
È autrice di diversi articoli di cronaca per alcuni noti quotidiani online e webmagazine.

Giovanbattista Presti in una vasta prefazione scrive fra l’altro: “Il libro di Carmelo Dambone e Ludovica Monteleone dipinge in modo documentato il contesto sociale in cui stiamo vivendo e che alimenta la rete mentale del pregiudizio e le estreme dicotomie verso cui spinge. Una tracimazione di parole che inonda e sommerge le menti fino a impedire il fiorire di pensieri più connessi alla realtà”.

Gli autori nell’Introduzione: “L’altro il ‘diverso’, lontano dal nostro pensare per una complessità di motivazioni, riattiva in noi un processo di ‘insicurezza’. Le paure e le insicurezze ci proiettano su un comportamento difensivo e, al contempo, di rabbia (…) La paura dello straniero è sempre, in un certo modo, la paura dello straniero che ciascuno di noi è per se stesso e da cui ci difendiamo per proteggere la nostra identità”.

Dalla presentazione editoriale

«È una questione senza tempo quella dell'immigrazione: da sempre l'uomo si è spostato alla ricerca di un migliore tenore di vita, cercando nel mondo posti sicuri da ribattezzare "casa".
Oggi la migrazione ha assunto un significato nuovo ed evoca, il più delle volte, un'immagine di pericolo e morte, complice la narrazione dei mezzi di comunicazione che quotidianamente informano sulle conseguenze della fuga clandestina di uomini e donne da Paesi che vivono situazioni di forte criticità.
Le immagini dei barconi in avaria e dei passeggeri che si dimenano tra le onde si alternano a quelle dei migranti accusati di crimini in ogni giornale e programma televisivo nazionale.
L'esposizione prolungata a un racconto di questo genere ha portato a considerare solo le negatività di un fenomeno che è sempre esistito e che di nuovo, a distanza di tempo, coinvolge l'Italia in modo significativo.
Attraverso l'analisi di fattori culturali e psicopatologici propri di alcune popolazioni, il libro si propone di indagare l'estensione di questo condizionamento e di verificare il potere dell'esperienza personale quale garanzia contro il pregiudizio e la paura a priori».

Segue ora un incontro con Carmelo Dambone.


La paura dello straniero (2)

A Carmelo Dambone (in foto) ho rivolto alcune domande

Aldi là delle urgenze che provengono dalla cronaca, quali le motivazioni storiche e sociologiche che hanno fatto nascere questo libro?

Il libro nasce dalla necessità, o quantomeno dall’analisi del significato che assume il fenomeno migratorio e sulla correlazione dell’immagine dello straniero come soggetto di pericolo e paura.
Il momento storico e sociale, le immagini dei barconi in avaria e dei passeggeri che si dimenano tra le onde alternate a quelle dei migranti accusati di crimini in ogni giornale e programma televisivo nazionale, ha fatto nascere la necessità di comprendere l’entità del fenomeno, analizzando il tema fuori da ogni strumentalizzazione politica.
Altro elemento che ha suscitato curiosità, è stato quello di indagare, attraverso l’analisi dei fattori culturali e psicopatologici, il potere dell’esperienza personale quale garanzia contro il pregiudizio e la paura a priori.

Perché “non basta invocare uguaglianza” com’è scritto nell’Introduzione?

Appare evidente che osservando il palcoscenico nazionale, internazionale e il mutamento sociale, non è possibile non rimanere colpiti dalle vicende che accadono.
La paura dello straniero, la diffidenza e gli atteggiamenti di rifiuto, sebbene sempre esistiti, in questo scenario assume una caratteristica differente creando un sentimento di netta chiusura. Il diverso da “noi”, diviene come qualcosa da cui mantenerci lontani e non confrontarci.
L’altro, il “diverso”, lontano dal nostro pensare per una complessità di motivazioni, riattiva in noi un processo di “insicurezza”. Le paure e le insicurezze ci proiettano su un comportamento difensivo e, al contempo, di rabbia. Ecco nascere i pregiudizi e l’odio, che si possono manifestare sotto forma di gesti razzisti. Le comunità si lasciano andare a parole di odio nei confronti degli “stranieri”, giudicati i responsabili degli eventi criminali. Anche la non conoscenza del numero reale di immigrati fa emergere una errata percezione del fenomeno migratorio e dell’atteggiamento verso l’immigrazione. È come se all’aumentare dell’ostilità verso gli immigrati, aumentasse anche l’errore nella valutazione sulla presenza di immigrati nel proprio Paese.
Come detto nel libro, non basta invocare uguaglianza, poiché l’incontro/scontro con lo straniero, l’immigrato, è uno scontro di paure. La paura va concettualizzata e incontrata, vissuta, e non rimossa.
Fondamentalmente la paura dello straniero è sempre, in un certo modo, la paura dello straniero che ciascuno di noi è per se stesso e da cui ci difendiamo per proteggere la nostra identità.

Nello scrivere “La paura dello straniero” qual è la cosa che avete ritenuto assolutamente da fare per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Abbiamo sicuramente cercato di concettualizzare il sentimento di paura partendo da noi autori, in una sorta di autoanalisi, differenziando le emozioni, la parte più emotiva, dalla parte più razionale. A seguire abbiamo cercando di approfondire quanto il nostro sentire fosse amalgamato o si uniformasse al sentire comune. Abbiamo cercato comunque di non subirne il condizionamento e la sopraffazione attraverso ciò che noi psicologi chiamiamo distanziamento emotivo.

Nel volume è dato efficacemente spazio al modo in cui media fanno narrazioni che vedono protagonisti gli immigrati.
Come si differenzia il linguaggio tra stampa, tv e web
?

Oramai è chiaro che l’industria dell’informazione oggi è in grado di rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più vasto grazie a una varietà di mezzi a sua disposizione che la rendono efficiente e veloce e le permettono di raggiungere simultaneamente più parti del mondo veicolando notizie in tempo reale.
Tutte queste forme di giornalismo si avvalgono di particolari strumenti per rendere le notizie immediatamente fruibili al pubblico. Tra questi, importante considerazione deve essere data alla fotografia che, con il suo forte potere evocativo, è in grado di ergere a simbolo di un intero evento un singolo particolare. Con la fotografia i contenuti della notizia non riguardano più l’evento in generale, ma gli aspetti particolari di quanto il fotografo ha ritratto.
Tuttavia, di uno stesso fatto si possono dare versioni diverse e addirittura opposte, pur essendo queste sempre legittime, perché nessun evento è a priori una notizia, ma è il giornalista che la riconosce come tale quando questa è capace di generare interesse per un determinato pubblico. Per quanto fedele alla realtà essa possa essere, sarà quindi sempre reinterpretata dalla mano dell’esperto. Esistono comunque dei criteri valutativi, che permettono di fare una selezione delle informazioni verificando la “notiziabilità” di un avvenimento.
Ad esempio, nella cronaca nera è importante fare riferimento con consapevolezza alla nazionalità dell’autore del reato. Si è ormai diffuso l’uso della “nazionalità sostantivata”: l’autore del reato viene identificato secondo la sua provenienza e non secondo attributi più generali come l’essere uomo o donna, giovane o anziano. Frasi come “africano arrestato per rapina” possono alimentare sentimenti razzisti e xenofobi dovuti alla diffusione dell’idea, errata, che la causa di questi avvenimenti sia proprio l’appartenenza dei responsabili a una certa etnia.
Una menzione a parte merita la rappresentazione televisiva. I programmi che trattano l’immigrazione devono “evitare ricostruzioni fuorvianti e manipolazioni del girato durante il montaggio, per esempio ricorrendo a commenti musicali che hanno come unico scopo quello di suggestionare l’ascoltatore” e prevenire la diffusione di immagini stereotipate come per esempio riprese di donne che indossano il velo o uomini in preghiera nel caso si tratti di servizi sui musulmani. Ugualmente, è preferibile mandare in onda immagini recenti e in linea con ciò che si sta raccontando per presentare un resoconto e un’informazione chiara, coerente e veritiera. È considerato errore, per esempio, “l’uso di immagini drammatiche risalenti al passato con il fine di spettacolarizzare la realtà e dimostrare la tesi del sovraffollamento delle strutture per l’accoglienza dei rifugiati” anche quando le condizioni attuali sono cambiate.
Anche il giornalismo online è un punto caldo per la deontologia in materia di immigrazione. La vastissima e rapida diffusione delle notizie sul web facilita l’insorgere di posizioni razziste e di discorsi d’odio sia da parte di chi scrive che da parte di chi legge e commenta. È in questo caso doveroso censurare i commenti razzisti postati dagli utenti e assicurarsi che gli articoli pubblicati siano il più neutrali possibile riportando integralmente fonti, dichiarazioni e documenti, il che è buona norma del giornalismo online in genere.
I media locali, infine, ricoprono un ruolo importantissimo nella costruzione di un rapporto di convivenza pacifico in una comunità multiculturale. Essi devono quindi adattarsi a un pubblico diversificato, adoperare le tecniche di narrazione e il linguaggio appropriati e garantire ai cittadini immigrati la parità di accesso all’informazione.
Che si tratti di giornalismo cartaceo, televisivo o online, è dovere di chi fa informazione non arrestarsi al margine degli eventi, ma indagare fino in fondo le cause che sottostanno a questo fenomeno tanto imponente quanto complesso, capirne le dinamiche ed eliminarne gli stereotipi.

Nei tanti paesi in cui si esprime la xenofobia, esiste una particolarità in quella italiana? Se sì, qual è? Se no, perché?

Come già detto la paura del diverso, chi non fa parte del gruppo, dello stranierò, è radicata nel nostro cervello.
Qualcuno sostiene che l’Italia sia tra i paesi europei più razzisti oltre che uno dei più xenofobi d’Europa: il 70% ha paura degli immigrati, malgrado ci sia una riduzione dei reati. La xenofobia genera odio per gli estranei.
Alla base c’è un forte pregiudizio, una non conoscenza, una sub-cultura stereotipata. Bisognerebbe fare prevenzione investire nella cultura, nell’educazione, affinché i contesti di formazione siano in grado di neutralizzare pregiudizi discriminatori. È evidente che si tratta di un fenomeno e di un sentimento che vengono strumentalizzati e alimentati politicamente.
I mezzi d’informazione italiani parlano di “un’emergenza razzismo”, assumendo toni allarmistici. In Italia comunque come nella maggior parte dei paesi occidentali, i crimini di odio, motivati da ragioni etniche, religiose e razziali sono in aumento da anni, anche se le cause di questo incremento sono difficili da stabilire e non hanno una univoca risposta.

Come accennavo nella presentazione, di recente lei ha pubblicato “La violenza spettacolarizzata”, saggio dedicato all’analisi della narrazione resa dai media di fatti criminali. Qual è la critica che rivolge a quei mezzi d’informazione?

Mi piacerebbe pensare più che ad una critica ad un invito a riflettere.
Appare evidente che sempre più gli eventi vengono raccontati dai mass media con modi e finalità spettacolari con l’intento di suscitare nello spettatore-lettore forti emozioni, soprattutto paura.
Il linguaggio utilizzato e la presentazione ripetuta di questi contenuti creano un clima di allarmismo portando lo spettatore-lettore a una percezione di rischio di pericolo maggiore rispetto a quello reale. Ovvio che all’interno del processo di comunicazione si colloca la modalità con cui lo spettatore-lettore percepisce il crimine. Parlare di violenza attraverso i mass media presuppone il rischio della connessione causale fra la violenza sociale rappresentata e la violenza che realmente esiste nella nostra società: la violenza si insinua nella quotidianità creando, a volte, mostri e sospetti.
Tale modalità porta ad intercettare il dolore della vittima e la malvagità del criminale; i mass media, allora, con il loro linguaggio reinterpretano la violenza caricandola di un livello emotivo volto a creare allarmismo nel contesto sociale.

È questo un fenomeno italiano o trova paralleli anche in altri paesi occidentali?
In pratica, esiste un mercato dell’informazione e, se sì, quali modelli reclama
?

La verità è ciò che certi media ci propongono come, appunto, verità. Sembra paradossale ma in alcuni casi ciò che non è riportato dalla stampa non esiste, e quello che esiste è solo nella forma in cui appare in essa.
Oramai il mercato dell’informazione ha la gestione di una azienda, da cui derivano obbiettivi commerciali che vanno sicuramente ad influire sulla politica informativa. Da ciò deriva il configurarsi di un sistema di manipolazione sottile, che più che mirare all’informazione pretende imporre una realtà mediante opinioni presentate come verità indiscutibili. Un flusso comunicativo, un modello che condanna o acclama in base alla linea ideologica.
Gli elementi cardini possono essere riassunti in un pregiudizio corporativo, politico e sociale, che influisce nell’orientamento dell’informazione.

Andando oltre il dato giornalistico e passando al campo della fiction, trova anche lì cose che possono stravolgere la realtà o, come alcuni sostengono, mitizzare certi personaggi e creare il pericolo di gesti imitativi?

Come ho già espresso, non è difficile comprendere come le nostre idee e convinzioni siano facilmente influenzate da ciò che la società vuole comunicarci, e se consideriamo gli effetti dei potenti mezzi di comunicazione di massa e dai quali attingiamo sostanzialmente le informazioni, rischiamo di considerare veritiero un messaggio distorto e “creato”, che spesso non prende in considerazione prove empiriche.
I nuovi format televisivi incentrati sulla drammatizzazione e la serializzazione dell’evento criminale attraverso il linguaggio della fiction appassionano ed emozionano. All’insaputa del pubblico, però, si fa credere loro che il male sia presente quotidianamente nella vita di tutti. Il racconto della medesima storia narrata sempre allo stesso modo è così rassicurante e confortante che diviene allora un rito ma anche elemento relazionale funzionale allo sviluppo dei processi regolatori, specie delle emozioni. Talmente importante la richiesta pubblica della ripetitività, evidentemente corrisposta dalle modalità utilizzate dai media, e la necessità di trovare soddisfacimento al bisogno umano sottostante, da supportare l’ipotesi che anche il grande successo di cui godono serie tv come “Carabinieri”, “CSI” e le sue spin off “CSI Miami” e “CSI Las Vegas” o “RIS” sia attribuibile proprio all’elemento costanza che caratterizza tali fiction. Tutte prevedono delle peculiari e stabili metodologie investigative rispetto al delitto, stili narrativo e sintattico, ritmo veloce, l’alone di mistero rispetto a chi possa aver compiuto il misfatto, il così detto cold case, il fare giustizia scovando il colpevole e sottoponendolo a giudizio, dando lui la giusta pena per il reato commesso. Il coinvolgimento dello spettatore che tende ad identificarsi nell’eroe che lotta per la giustizia e per il bene dell’umanità sollecita la costruzione di una propria idea rispetto a come si sia consumato il delitto, chi sia il colpevole e quale il movente, accennando anche ad una possibile dinamica rispetto a come il fatto possa essersi consumato. Per quanto irreali e consapevolmente frutto dell’invenzione degli autori, i modi di procedere dinanzi ad un crimine sono assimilati dal pubblico che suppone possano concretizzarsi nella realtà fattuale, quando cioè il crimine è un fatto di cronaca nera, realmente accaduto, non più solo recitato.
Si evince, tuttavia, come la complessità delle dinamiche mediatiche e collettive allontanino un’interpretazione ed una lettura superficiale e sprovvista degli elementi e dei fatti trasmessi pubblicamente. Molto più semplice e meno dispendioso cogliere e abbracciare l’immagine del crimine proposta dalla tv che più si avvicina ad una realtà costruita mediaticamente attraverso l’utilizzo di stereotipi culturali, quello che molti definiscono il fenomeno della realicità.

……………………………………….

Carmelo Dambone
Ludovica Monteleone
La paura dello straniero
Prefazione di Giovanbattista Presti
Pagine 114, Euro 17.00
FrancoAngeli



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