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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, perň, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Breve storia delle pseudoscienze (1)


Torna gradito ospite di queste pagine web Marco Ciardi che già ospitai in occasione del suo saggio Il mistero degli antichi astronauti.
La nuova pubblicazione è edita dalla casa editrice Hoepli ed è intitolata Breve storia delle pseudoscienze.
Ciardi è professore ordinario di Storia della Scienza all'Università di Firenze.
Ha pubblicato nel 2014, con un’Introduzione di Giulio Giorello, “A bordo della cronosfera”; il suo “Galileo & Harry Potter” è stato finalista al Premio Asimov 2016.
Con Pier Luigi Gaspa ha scritto Frankenstein.
Nel catalogo della casa editrice Hoepli figurano Il segreto degli elementi e Marie Curie

Dalla presentazione editoriale
«Fake news, pseudoscienza, complottismo affrontati in una panoramica storica che restituisce un’idea chiara sul confine tra scienza e opinioni nel dibattito pubblico e politico.
Giornali, settimanali, radio e televisioni dedicano da sempre ampio spazio ad argomenti quali i fenomeni paranormali, le previsioni astrologiche, i contatti con gli extraterrestri, spesso trattando tutto ciò in modo acritico, senza alcun criterio di controllo. Oggi inoltre, grazie alla rete, sono sempre più diffuse affermazioni non verificate a sostegno di terapie di non provata efficacia, leggende urbane, falsificazioni storiche e teorie complottiste. Ma come nasce una teoria pseudoscientifica?
Il volume si articola in un percorso cronologico, dall’antichità ai giorni nostri, e ricostruisce il rapporto tra scienza e pseudoscienze, dall’alchimia ai continenti perduti, dal creazionismo agli antichi astronauti, mostrando come tale rapporto sia comprensibile soltanto attraverso la sua evoluzione storica».

Segue ora un incontro con Marco Ciardi.


Breve storia delle pseudoscienze (2)


A Marco Ciardi (in foto) ho rivolto alcune domande

Da quali esigenze nasce questo libro?

Da una parte, dal desiderio di provare a fare il punto su una serie di studi che ormai sto conducendo da molto tempo. Dall'altra, dall'esigenza di tornare ad intervenire su un tema quanto mai attuale. A maggior ragione da quando è scoppiata la pandemia. Anche se il libro era stato pensato già prima, non è una conseguenza della pandemia.

Immagina d’essere il redattore di un dizionario.
Quale dizione, necessariamente in sintesi, scriveresti per definire la parola “pseudoscienza”
?

Pseudoscienza. “Teoria che ambisce a essere socialmente riconosciuta come spiegazione di qualche fenomenologia naturale, che partendo da elementi empirici soggettivi e usando ragionamenti o procedimenti non coerenti, produce una sintesi che è in conflitto con le idee e i fatti che sono stati controllati o validati dalla comunità scientifica” (Gilberto Corbellini, Nel paese della pseudoscienza, Milano, Feltrinelli, 2019, p. 71)

In apertura del volume sottolinei le lacune (con evidenza emerse dal sopraggiungere della pandemia) nella comunicazione scientifica. A tuo avviso, quale la più grave?

È sempre difficile fare una scelta univoca. Però certamente vedo ancora la tendenza da parte di molti giornalisti più a cercare il titolo, che non ad approfondire la notizia. Questo probabilmente anche perché le notizie scientifiche spesso vengono trattate da giornalisti che non hanno una preparazione nel campo del giornalismo scientifico. Che invece oggi sono molti, e bravi. E andrebbero utilizzati di più non solo nelle redazioni dei giornali, ma anche negli uffici stampa dei centri e dei laboratori di ricerca. In assenza di ciò, può capitare che sia la stessa stampa (o la televisione), e non il cosiddetto mondo dei social, a diffondere notizie non corrette, o male interpretate. Naturalmente i social ci mettono molto del loro nel fare disinformazione.

Scrivi: “Il confine tra scienza e pseudoscienza non è definibile una volta per tutte”.
Perché può accadere che ciò una volta era scienza diventi pseudoscienza
?

Sì, è così. Anche se naturalmente tutto va contestualizzato. Ad esempio, l'astrologia e l'alchimia nascono assai prima della comparsa della scienza moderna in Europa, nel Seicento. Quindi possiamo dire che astrologia e alchimia sono stati tentativi di comprensione razionale del mondo, ma prima che nascesse la scienza moderna vera e propria, con i suoi principi e le sue regole. Difficilmente, invece, si potrà mai arrivare a qualificare la meccanica newtoniana come pseudoscientifica, seppur sottoposta a revisione o superamento. In questo caso, sarà più opportuno parlare di avanzamento della conoscenza, ma all'interno di un sistema di regole e principi che si è venuto delineando in modo moderno da Galileo fino ai giorni nostri. Dipende poi molto dalla storia delle singole discipline. L'antropologia, ad esempio, si è basata a lungo su approcci di tipo pseudoscientifico, fondamentalmente improntati al razzismo, e solo in tempi recenti ha raggiunto un grado di scientificità certo e riconoscibile.

Come spieghi che questi nostri anni ricchi di tante acquisizioni scientifiche, mai come un tempo tanto massicciamente veicolate attraverso varie tecnologie di trasmissione, sono segnati da una fitta presenza di gente che crede – si pensi ai terrapiattisti, per fare un esempio solo – in cose irragionevoli?

Uno dei grandi storici della filosofia e della scienza del Novecento, Paolo Rossi Monti, ha scritto: “Strane e ingiustificate credenze, superstizioni, teorie stravaganti e non provate accompagnano da sempre il cammino degli esseri umani sulla Terra. Non sono affatto scomparse dopo che si è affacciata alla storia - fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento - quella complicata e stratificata realtà alla quale attribuiamo il nome di scienza moderna. Per un breve periodo della storia europea alcuni filosofi e alcuni scienziati (poi qualificati come illuministi e positivisti) pensarono che la crescita e il progresso della scienza, soprattutto la diffusione del sapere scientifico e un modo di pensare scientifico, avrebbero fatto sparire dalla storia i miti, le superstizioni, le teorie incontrollate, le infondate convinzioni che occupavano e occupano arbitrariamente la testa di innumerevoli uomini e donne” (P. Rossi Monti, Introduzione, in Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale, a cura di P. Albani e P. della Bella, Bologna, Zanichelli, 1999, p. 3).

… ma le cose non sono andate così...

No. Le cose non sono andate così. Cosa significa tutto ciò? Significa che la fiducia nel valore delle verità scientifiche, come era ben chiaro a Max Weber, non deriva dalla natura, ma è lo specifico prodotto di determinate culture. In sostanza, per sviluppare la razionalità non basta semplicemente promuovere e diffondere l’istruzione scientifica, ma è necessario trasmettere i valori che stanno alla base della scienza, valori nei quali bisogna avere fiducia. Solo così facendo abbiamo la speranza di educare le persone a distinguere chiaramente fra scienza e magia, fra scienza e pseudoscienza.

Mi pare che questo andrebbe fatto a partire dalla scuola

Già, però, a scuola noi studiamo molte discipline scientifiche, molte nozioni e formule, ma raramente siamo introdotti a una discussione su come funziona davvero la scienza, i suoi principi, i suoi metodi, i suoi valori. Senza questa consapevolezza, lo spirito critico non si forma, e alla fine il risultato è che non sappiamo più distinguere un comportamento scientifico da uno pseudoscientifico. Ma bisogna tenere presente anche un altro punto fondamentale: che la battaglia per lo spirito critico e la razionalità va compiuta ad ogni generazione, perché noi siamo naturalmente portati, come ci insegna la psicologia cognitiva, a commettere errori e fare valutazioni sbagliate, e siamo costantemente soggetti a bias e pregiudizi. Fa parte della nostra natura. La scienza moderna nasce proprio per limitare le nostre valutazioni individuali, che sono spesso errate.

Le religioni quali responsabilità hanno nell’esistenza delle pseudoscienze?

Galileo Galilei ci ha insegnato che scienza e religione abitano due mondi diversi. La religione ha a che fare con la nostra spiritualità, che deve essere un fatto del tutto personale e individuale. Ma non deve mai interferire con lo studio della natura e dell'uomo, né pensare di condizionarne i risultati. Se le religioni hanno invece questa pretesa, allora sicuramente finiscono per alimentare atteggiamenti pseudoscientifici. Inoltre, la storia ci dimostra, proprio a partire dal processo a Galileo, che quando le religioni intendono porsi al di sopra della scienza, intendendo sostituirsi ad essa nella spiegazione del mondo, sono destinate ad essere regolarmente smentite. Oltre alle religioni tradizionali, ci sono anche tanti movimenti spirituali (come, ad esempio, la teosofia) che sono caduti in questo errore, e molti continuano tutt'oggi a farlo.

Perché nell’ultimo capitolo affermi: “Studiare le credenze, non è meno importante dell’insegnare le verità”. Ti chiedo di aggiungere qualcosa a quella frase.

Perché anche questa è una cosa che si dovrebbe iniziare a fare a scuola, mostrando come funziona la pseudoscienza, perché certi argomenti non hanno valore, mettendo a confronto le interpretazioni corrette con quelle sbagliate. È un lavoro faticoso, ma è l'unico modo che abbiamo per far conoscere veramente la scienza, il suo metodo e i suoi valori.

…………………...………...……….

Marco Ciardi
Breve storia delle pseudoscienze
Pagine: VIII-168, Euro 14,90
Hoepli


Fortezza Est

Burt (il capo dei banditi) – A che pensi Sam?
Sam (l’ex sceriffo)- A quando ero felice…
Burt – Tu… felice! … e dove?... dimmi Sam
Sam – Alla Fortezza
Burt – E dove si trova… voglio andarci
Sam – oltre le Rocce Rosse ad Est di Alos, perciò qualcuno la chiama Fortezza Est.

Dal film “Oltre le rocce rosse”, 1951.

Non vi garantisco la stessa felicità che toccò all’ex sceriffo Sam, ma senza andare fino ad Alos, oltre le Rocce Rosse, se siete in Italia, e ancor di più se state a Roma, comodamente, una capatina potete farla a una Fortezza Est.
È un centro culturale aperto nell’antico quartiere Torpignattara. Territorio che risale all’età imperiale che oggi si estende su di una superficie di circa 2,30 km² con oltre 46.000 abitanti.
Bel coraggio ad aprire proprio in questi giorni, motivo di più per incoraggiare quest’iniziativa.

Fortezza Est è nata dalla progettazione culturale di Eleonora Turco e Alessandro Di Somma (in foto).
Eleonora e Alessandro, sono già co-fondatori e co-direttori artistici a Roma del Teatro Studio Uno e de LaRocca Fortezza Culturale.

Estratto dal comunicato stampa.

«È stata la prima stireria e lavanderia del quartiere, poi bisca, palestra, chiesa evangelica. Dopo anni di disuso, sarà una fortezza culturale fluida e aperta al territorio.
Sarà un teatro, una libreria, una biblioteca, un laboratorio: sarà Fortezza Est.
Fortezza Est è uno spazio di 400 mq che viene restituito al territorio. Qui si trasferirà la Biblioteca Condivisa di Quartiere, la prima di Roma, lanciata lo scorso anno da Eleonora Turco e Alessandro Di Somma; in un luogo ricco di stanze, pronte ad accogliere un rinnovato e più ampio respiro artistico e performativo, laboratoriale e creativo.
Riqualificazione di uno spazio in disuso, nuova luce che si accende nella periferia romana.
Non solo. Sarà possibile contribuire alla Biblioteca Condivisa di Quartiere: punto di incontro e simbolo dell’intero progetto, chiunque sarà libero di condividere le proprie esperienze letterarie, le proprie letture, donando libri e volumi e prendendone in prestito.
Eccellenza nell’imprenditoria culturale romana e non solo, Eleonora Turco e Alessandro Di Somma non sono nuovi a queste operazioni di recupero di spazi e riqualificazione attraverso la cultura. Con il Teatro Studio Uno hanno portato il teatro e l’arte in una delle periferie più complesse di Roma con 400 spettacoli, 50 residenze, 10 produzioni: 10 anni di sperimentazioni, contemporaneità e nuove drammaturgie che con una direzione artistica "partita dal basso" è riuscita a coinvolgere l'intero quartiere, chiamando nomi poi "eletti" nel teatro istituzionale e pluripremiati.
La pandemia li ha portati a rimettersi in discussione e intraprendere un nuovo cammino, dimostrando la forza di un’imprenditoria creativa che ha lavorato sul rilancio di se stessa, guardando al territorio.
Dopo anni di progettazione culturale sul territorio – hanno dichiarato – lo stop forzato della pandemia ci ha costretto a pensare alla nostra città e al futuro prossimo di rinascita. Da qui, abbiamo deciso di raccogliere la sfida di guardare oltre, gettare il cuore oltre l’ostacolo e riprogettare. È nata così l’esigenza di dare vita a una Fortezza Est.

Gli orari d’apertura sono coerenti con le disposizioni in materia d’emergenza sanitaria.

Ufficio Stampa HF4 www.hf4.it - Marta Volterra marta.volterra@hf4.it - 340.96.900.12
Matteo Glendening matteo.glendening@hf4.it 391.13.70.631

Fortezza Est
Via Francesco Laparelli 62
Quartiere Torpignattara, Roma
Info: fortezzaest@gmail.com
Tel: 329 8027943



Il giornale - partito (1)

In Italia da molti anni – in particolare modo dalla comparsa di Craxi in poi, sempre via via più degradando – la politica parla solo di spartizione del potere con annesso bottino. Lo fa fingendo idee con parole avvelenate e violente, facendo credere così di parlare come parla il popolo e in molti ci cascano. Ci sono, però, angoli, pochi ma ci sono, in cui si elaborano analisi e si prospettano contenuti.
Uno di questi è un giornale che compie adesso cinquant’anni: il Manifesto
Anche per chi come me è lontano da quelle posizioni ideologiche è doveroso riconoscergli il merito di una grande onestà intellettuale e d’essere stato, e ancora lo è, uno dei pochissimi luoghi di fruttuoso dibattito. Ammettendo, ad esempio, perfino proprie sconfitte, oltre ad aver avuto sguardo lungo anticipando tematiche che, sfuggite al Pci (per non dire degli altri partiti), si sono negli anni dimostrate d’urgente attualità sociale e culturale: dall’ecologia all’animalismo, dai diritti delle minoranze alle condizioni dei detenuti. E ancora, la partecipata attenzione ai nuovi movimenti artistici: dalle arti visive al tecnoteatro, dal video al fumetto, dalla musica alla danza con l’imperdibile supplemento “Alias”. Il tutto mosso anche da una maiuscola fantasia, ricordate quel geniale motto “La rivoluzione non russa”?

La preziosa casa editrice Odradek diretta da Claudio Del Bello ha pubblicato un libro che percorre la storia di quel quotidiano: Il giornale – partito Per una storia de il Manifesto
Lo firma Massimiliano Di Giorgio (1965) giornalista e scrittore.
Ha lavorato all’agenzia di stampa “Reuters” e al quotidiano “l’Unità”. QUI il suo sito web.
L’autore esplora dalle origini ai giorni nostri quest’avventura editoriale con una scrittura che, pur attenendosi rigorosamente a documenti, testimonianze e scritti d’epoca, procede con un ritmo che rende ogni pagina appassionante e illustra anche mancanze ed errori di quel percorso senza vestire la toga da giudice. Libro prezioso destinato ad essere un ever green perché chiunque in futuro vorrà misurarsi sullo stesso tema dovrà necessariamente passare per le pagine di Massimiliano Di Giorgio.

Dalla presentazione editoriale.

«il manifesto è stato negli anni della Repubblica molte cose. Dapprima un’area culturale eterodossa all’interno del Partito comunista italiano all’epoca del «centralismo democratico». Poi un collettivo di politici e intellettuali che scelse di «farsi partito» dopo la radiazione dal Pci del novembre 1969.
Erano gli anni della contestazione giovanile e dell’autunno caldo operaio, dell’invasione sovietica di Praga e della crisi del mondo comunista. Poche settimane dopo, avrebbe preso avvio con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, la “strategia della tensione” che comunicava esplicitamente alle nuove generazioni di operai e studenti che avevano fatto la loro entrata nell’agone pubblica, il carattere della “democrazia bloccata” italiana.
Figlio del “lungo ’68”, il manifesto oggi è un giornale libero e per questo sempre in lotta per la difesa della sua identità e della stessa sua sopravvivenza.
Questo libro racconta la sua storia. Dalle origini del gruppo di Rossanda, Pintor, Magri, Parlato e Natoli al transito nei movimenti degli anni Settanta, fino all’approdo nell’era post-ideologica successiva alla caduta del muro di Berlino.
A cinquant’anni dalla sua nascita, rievoca le ragioni che portarono al formarsi di quella che è stata la riconosciuta coscienza critica della sinistra, richiama la necessità di interrogarsi sulla centralità dell’esercizio della libertà di pensiero e azione nella politica e sul significato che ciò assume nella società contemporanea.
La storia de il manifesto non si riduce quindi alla vicenda di un gruppo “frazionista”, raccoglitore di esigui consensi elettorali, ma finisce per rappresentare uno spaccato della vita pubblica e politica del Paese.
Un punto di osservazione originale e mai scontato della vicenda dell’Italia repubblicana».

QUI una presentazione dibattito sul libro.

Segue ora un incontro con Massimiliano Di Giorgio.


Il giornale - partito (2)


A Massimiliano Di Giorgio (in foto) ho rivolto alcune domande.

Nell’accingerti a scrivere questo libro qual è la cosa che hai deciso di praticare assolutamente per prima e quale per prima la cosa assolutamente da evitare?

Di sicuro mi sono imposto la distanza, pur essendo sempre stato un fan del giornale, anche se poi non so se sono riuscito a praticarla. Luciana Castellina, per esempio, mi ha detto che facevo chiaramente il tifo per Il Manifesto contro il Pdup, cioè il partito in cui a metà degli anni Settanta Il Manifesto è confluito per un po’, finché Pintor, Rossanda, Parlato e altri hanno deciso di uscirne, portandosi via il giornale (mentre Castellina e Magri sono rimasti). Quello che forse mi sono trovato a evitare di fare, per una sorta di rispetto, è parlare anche degli aspetti personali, oltre che politici del Manifesto. Intendo la vicenda umana, delle relazioni, le amicizie, anche gli amori. Oggi, per esempio, ne scriverei.

Faccio adesso una domanda per una risposta destinata ai più giovani e ai più distratti.
Quali furono le ragioni che portarono il gruppo (Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, Natoli) a entrare in collisione con la linea del Pci
?

Il gruppo del Manifesto criticava alcune cose, nella linea politica e anche nella gestione interna del Pci, pur ritenendo, come ha detto recentemente Filippo Maone, che fosse il miglior partito comunista del mondo. Sembra paradossale, no?
In politica interna, l’apertura verso il centro-sinistra (la formula di governo iniziata nei primi anni Sessanta, basata sull’alleanza di governo Dc-Psi), la tendenza “governista” del Pci, o almeno di una sua parte.
In politica estera, la “timidezza”, diciamo, a rompere con l’Urss, che quelli del Manifesto consideravano ormai una potenza imperialista. Magri, Pintor, Rossanda e gli altri ritenevano invece che il modello dovesse essere la Cina di Mao.
Infine, c’era la questione del dissenso interno, la critica a un modello considerato troppo centralista e burocratico di gestione del partito.

Nella radiazione dal Pci avvenuta il 26 novembre del 1969, è accertata oppure no un’influenza sovietica su quella decisione?

“Accertata” non direi, non mi risulta nessun documento ufficiale in questo senso, anche se il Partito comunista russo espresse pubblicamente soddisfazione, dopo la cacciata. Che la critica del Manifesto all’Urss fosse una ragione di radiazione è evidente, nonostante il Pci del 1969, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, non fosse quello del 1956, quando il Patto di Varsavia invase l’Ungheria. Anche se poi occorreranno anni prima che Enrico Berlinguer dica, nel 1981, dopo il colpo di Stato in Polonia, che “la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, quella russa, si è esaurita. A questo, va aggiunta la posizione filocinese del Manifesto. Ma c’era anche una questione interna. Dopo aver messo a tacere l’ala destra del partito, quella “riformista”, i leader del Pci volevano anche mettere all’angolo la sinistra, che criticava appunto la gestione “burocratica”.
Insomma, ci furono più ragioni insieme. E gli stessi esponenti del Manifesto si espressero in modo diverso, sulle cause della radiazione.

La preziosa cronologia che fa parte degli apparati del tuo libro si ferma al 2 maggio 2017 annotando che è la data della morte di Valentino Parlato.
È un caso o dobbiamo leggervi un significato
?

No. È semplicemente l’ultimo evento importante nella storia del Manifesto, prima che chiudessi il libro. Se ne facessi una nuova edizione, ovviamente aggiungerei la morte di Rossana Rossanda, il 20 settembre 2020.

Che cosa ha rappresentato per la Sinistra “il Manifesto” durante questi cinquant’anni?

Ecco, pare scontato dirlo, ma è stata soprattutto una coscienza critica. Non solo dopo aver lasciato il Pdup, ma anche prima, quando era un gruppo, una rivista, un quotidiano. Quello che gli è stato spesso rimproverato, era di voler impartire lezioni un po’ a tutti, e forse è vero. Il Manifesto non è riuscito ovviamente a impedire che si arrivasse a una crisi così evidente della sinistra organizzata, dei partiti di sinistra marxista o socialdemocratica, in Italia. Ma non è che nel resto d’Europa la situazione sia andata molto diversamente.

Nell’attuale situazione politica italiana, quale vedi possa essere il ruolo de il Manifesto?

Prima di tutto, Il Manifesto è un giornale che cerca di continuare a esistere in un contesto che non è proprio facilissimo per l’editoria in generale, figuriamoci per quella politica. Direi che oggi è un giornale-community, insieme ai suoi lettori, amici e sostenitori: rappresenta uno spazio di riflessione critica, continua a fornire una lettura originale dei fatti, custodisce la memoria ma guarda al futuro. Non credo sarà mai organo di un partito - l’ultima volta che ha corso questo rischio è stato ai tempi di Rifondazione Comunista - ma il giornale di un’area democratico-radicale ed ecologista.

……………………….

Massimiliano Di Giorgio
Il giornale – partito
Pagine 288, Euro 22.00
Odradek


Il dio degli incroci (1)

Come sanno quei generosi che frequentano queste pagine web, Cosmotaxi presenta anche libri che appartengono ad aree di pensiero alle quali non appartiene il suo conduttore che sono io. Devono avere, però, due per me irrinunciabili caratteristiche: chiarezza dei contenuti che vogliono esprimere e una scrittura che assecondi la condizione di prima con rapidità e priva di sussiegosità accademica.
Il libro di oggi, ad esempio, rappresenta valorosamente quelle qualità pur sostenendo idee e autori dai quali sono lontanissimo.
Lo ha pubblicato la casa editrice Exorma.è intitolato Il dio degli incroci Nessun luogo è senza genio.
Ne è autore Stefano Cascavilla.
L’editore così lo presenta: “Viaggiatore, alpinista, architetto, appassionato di psicologia analitica, interroga il mito millenario del dio del luogo per comprendere la qualità invisibile di vette, foreste, edifici, strade, il loro aspetto inconscio ed archetipico. Ripercorrendo le esperienze di viaggi e cammini in tutto il mondo, ci accompagna passo dopo passo alla ricerca di quel tessuto sottile, quella matrice psichica nascosta nella materia, in ogni momento, ovunque siamo, nei boschi siberiani o sulle Ande peruviane. È il mito senza tempo dell’Anima del Mondo”.

‘Ricordarsi che la più grande tragedia di tutti i tempi, la tragedia esemplare, quella che secondo Freud ci riguarda personalmente, comincia ad un incrocio dove Edipo, per una questione di non risolta precedenza, uccise il padre, Laio’.
Così Ennio Flaiano in “L’occhiale indiscreto”
Esiste un dio degli incroci? Vi sono al proposito dotte teorie e sto per presentarvene una. Eppure, se qualcuno volesse da me una risposta a bruciapelo a quella domanda, direi: “Sì, è il semaforo”. Dio terribile che non pedona trasgressioni, chi s’azzarda a violarne le tre regole cromatiche da lui volute, finisce all’ospedale o gli può andare anche peggio.

Ancora dalla presentazione editoriale

«Orfani dei miti antichi non abbiamo avuto abbastanza tempo per consolidarne di nuovi e il nostro atteggiamento disilluso e predatorio ci relega in uno spazio desacralizzato, in una relazione dolorosa con la Terra, con un Cosmo che non si anima più”.
”Nessun luogo è senza genio” scriveva un retore del IV secolo, testimone che ogni angolo di spazio ha una sua qualità invisibile. Il dio del luogo era una certezza, come il sorgere del Sole.
Il dio degli incroci presidia i prati di San Bartolomeo nel massiccio del Terminillo come pure la Karakorum Highway o le routes del Nord America. Il Genius loci si rivela nei villaggi d’altura della valle dell’Homboro in Pakistan come a Praga o a Berlino. L’autore si imbatte nel genio dei boschi siberiani e nelle divinità delle Ande peruviane, ma anche edifici, mura, torri e fabbriche si comportano come gli ambienti naturali.
Al racconto di viaggio si affianca un percorso nel pensiero e nelle opere del mondo antico e contemporaneo: da Plotino a Jung, da Platone e Bachelard, da Leopardi a Hillmann, dai miti greci alla cultura sapienziale cinese.
Il genius loci è ovunque, basta imparare a riconoscerlo. Si rivela nei villaggi d’altura della valle dell’Homboro in Pakistan come a Praga, a Berlino; anche edifici, mura, torri e fabbriche si comportano come gli ambienti naturali».

QUI l’autore legge pagine del suo libro.

Segue ora un incontro con Stefano Cascavilla.


Il dio degli incroci (2)


A Stefano Cascavilla (in foto) ho rivolto alcune domande.


Tra i motivi che l’hanno spinto a scrivere questo saggio, può indicarne il principale o i principali?

Quando si cammina per lunghi tratti e molti giorni, in solitudine, si prova qualcosa. Si entra in uno stato di coscienza diverso, diciamo alterato, in cui è possibile contattare, o essere contattati, da un piano della realtà che non è quello ordinario. Non è misticismo, ma un dato di fatto. Il vino fa la stessa cosa, ed era un dio, per i Greci. Condividere questo e, prima ancora, tentare di comprenderlo, è senz’altro la ragione per cui ho scritto. Ci ho provato, almeno.

Nell’affrontare la stesura di questo testo qual è stata la cosa che ha deciso di praticare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Mi sono accorto presto che l’argomento in sé rischiava facilmente di sconfinare nella “new age”, nella spiritualità un tanto al chilo. O anche nel “solito” diario di cammino, oggi sempre più “mainstream”. Per questo ho cercato fortemente di attenermi ad un approccio empirico, basato su fatti. Una ricerca che ha richiesto alcuni anni e molte letture, ogni tanto anche improbabili. Che poi i fatti siano miti, leggende del folklore o idee filosofiche ricorrenti, come la grande intuizione dell’Anima del Mondo, questo non cambia la questione. Il mito è una realtà psichica, ma fa parte del reale. È una cosa che esiste, anche se non si vede. La metafisica, spiegazioni fuori dal reale, invece erano da evitare con cura.
A questo ho voluto associare molti scorci di viaggio, ricordi, luoghi. Per dare più vita, con la narrazione del concreto, ad un ragionamento che avrebbe potuto essere astratto o mistico, dunque incomprensibile. L’esperienza personale, del resto, anch’essa è una fonte. Spero di esserci riuscito.

Leggiamo nel suo libro: “Tornare a vedere dove ora non vediamo più nulla è possibile”
Quali strumenti vanno agiti per riuscirvi
?

Se mi permette, direi che la parola “strumenti” già mette la domanda sul binario sbagliato. Non è la tecnica ciò che ci aiuta, neanche intesa come un metodo. Piuttosto una disposizione psichica. L’accettazione del fatto che la coscienza, di cui siamo così fieri, è ben lungi dall’essere l’unico “dominus”, quello che decide tutto, rispetto ai fatti naturali, esteriori ed interiori. Se comprendiamo questo, vedremo facilmente come oltre alla nostra, esista una mente non umana in azione nel Cosmo. Non solo sulle vette sublimi ma anche nel giardino di casa. Nei luoghi. Una potenza con cui dobbiamo scendere a patti per evitare conseguenze nefaste. E che, prima ancora, dobbiamo tornare ad ascoltare.
Non è certo una mia idea. I romantici, i neoplatonici, Jung, i filosofi rinascimentali, intere culture hanno visto le cose in questo modo. Abbiamo una storia immensa di miti che lo raccontano. È alla portata di chiunque. Perché dovremmo essere proprio noi quelli che hanno ragione? Questo non è ragionevole. Chiamiamo in causa la scienza per sostenere le nostre tesi, ma la scienza stessa è un mito!
Per tornare a vedere, ci serve recuperare un punto di vista antico, almeno un po’ di esso.

Molti luoghi, e anche molti incroci intesi proprio in senso stradale, appaiono oggi con stazioni di servizio, luci potenti, cartelli pubblicitari, scritte in movimento. Sono quelli che Marc Augé definì con un’espressione che ha avuto largo successo fin dal 1992: “Non-lieux”, Non Luoghi”. Anche in questi ambienti lontani da un invito a riflessioni spirituali lei riesce a immaginare un Dio del Luogo oppure sono proprio questi i luoghi che lo escludono?

Questo è il punto! La frase di Servio per cui “nessun luogo è senza Genio” non è una metafora letteraria, ma un fatto reale. C’è un dio del luogo anche nel bar triste della stazione con le luci a basso consumo. Nel canale inquinato. Nei non-luoghi. Feronia e Rudrà erano dèi della boscaglia indifferenziata, dove un punto vale l’altro. Dalle iscrizioni votive romane sappiamo che c’era un Genius Loci della Zecca, del mercato degli schiavi, della caserma. I Romani erano gente pratica, non avrebbero inventato un dio senza un fine, se non avessero sentito che rappresentava qualcosa. Comprendere cosa sia questo “qualcosa” è esattamente il tema del libro. Naturalmente qui non faremo spoiling …

Considerare il suo lavoro quale quello di un autore anti-moderno è definizione corretta oppure la ritiene errata?
In tale caso, quale pensa sia la più giusta volendo indicare il suo pensiero
?

È una definizione errata. “Anti” è davvero eccessivo. La mia sensazione, piuttosto, è che la modernità non dia alcuna risposta – anzi spesso si ponga da ostacolo – ad una serie di questioni fondamentali. Per le quali una visione tradizionale è certamente più efficace. Il rapporto con la Natura, per dirne una che ci sta scuotendo da vicino. O la relazione con la sfera invisibile della realtà. Su questo la modernità annaspa, a mio parere. È efficiente ma spesso inefficace. Se non altro fino ad oggi.
Certo non mi sognerei di negare quanto la modernità, e la differenziazione della coscienza, abbiano reso la vita confortevole. Ma credo sia salutare, per il nostro equilibrio, mantenerci aperti anche ad un punto di vista diverso: irrazionale, indefinito, mitico, estetico. La figlia di un caro amico un giorno mi definì un greco, inteso come antico. Ecco, se proprio devo, questa è una definizione che sento più appropriata.
Mi permetta di concludere con una citazione: “Tecnica e scienza hanno effettivamente conquistato il mondo: resta da chiedersi se l’anima ne abbia tratto qualche vantaggio”. Sono parole di Jung. Non mi pare ci sia molto da aggiungere.

……………....…………...

Stefano Cascavilla
Il dio degli incroci
Pagine: 288, Euro 16.00
Exorma


Informatica in un click

La casa editrice Editoriale Scienza ha pubblicato un libro che tratta uno dei principali motori che muovono il mondo di questi anni: l’informatica.
"Assieme con l'elettronica” – informa il web – “con le telecomunicazioni unificate insieme sotto la denominazione ‘Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione’ (TIC), rappresenta quella disciplina e, allo stesso tempo, quel settore economico che ha dato vita e sviluppo alla terza rivoluzione industriale attraverso quella comunemente nota come rivoluzione digitale”.
Il libro, intitolato Informatica in un Click, è destinato, secondo il consiglio dell’editrice, ai ragazzi fra gli 8 e i 10 anni.
Il testo, firmato da due eccellenti divulgatori: Mathieu Hirtzig e David Wilgenbus, con le funzionali illustrazioni di Vincent Bergier, punta a fare notare quanto l’informatica sia presente nella nostra vita di tutti giorni, quanto la usiamo senza avere piena (e, talvolta, nessuna) conoscenza della sua presenza e della sua influenza sull’agire di noi umani.

Gli oggetti digitali sono tutti animati dall’informatica e le pagine dei tre autori fanno capire come funziona il computer, la macchina fotografica digitale, il cellulare, il rilevamento meteorologico, tanti strumenti in sala operatoria e, ahinoi, nel controllo sociale (si veda, ad esempio, il caso Snowden) o nelle guerre odierne in cui ogni esercito cerca, come da sempre, ma ora con esiti catastrofici di recare il massimo danno agli avversari.
Le nuove frontiere dell’informatica non investono solo i campi cui accennavo prima, ma anche l’area artistica..Sì, perché ne abbiamo esperienze diffuse nelle arti visive, negli effetti speciali nei film e sui palcoscenici, nei videogames.
Il libro è strutturato in 5 capitoli:.dalla prima macchina programmabile (il telaio) all’intelligenza artificiale, passando per gli antenati dei moderni computer.
Nella vita dell'informatica si scoprono grandi nomi delle scienze: Turing, ad esempio, che ha immaginato il primo modello teorico di computer e che grazie a lui gli Alleati hanno decifrato i codici nazisti; e ancora Ada Lovelace Byron, Samuel Morse, Marc Zuckerberg e tanti altri.
C’è chi ha detto che la realtà conquistata dall’informatica sta togliendo terreno alla fantascienza perché ci avviciniamo sempre più a traguardi che appena ieri o l’altro ieri appartenevano soltanto alla letteratura di fantascienza.

Dalla presentazione editoriale
«L’informatica spiegata ai bambini in un manuale agile e dalla struttura immediata, per introdurli a un argomento di grande attualità.
L’informatica ha cambiato e continua a cambiare il modo di vivere. Gli smartphone sono potentissimi computer in miniatura, i robot sono utili nelle fabbriche, sui fondali degli oceani e perfino per esplorare altri pianeti, grazie a Internet possiamo collegarci con chi sta all’altro capo del mondo. Gli storici chiamano quella in corso “terza rivoluzione industriale”, dopo la prima consentita dal carbone e la seconda dovuta all’elettricità. Scopri le tappe fondamentali di questa rivoluzione, da Gutenberg all’intelligenza artificiale, leggi le vicende dei grandi protagonisti, da Ada Byron ad Alan Turing a Steve Jobs, indaga come funzionano gli oggetti tecnologici. Infine, dai uno sguardo alle sfide del futuro: programmazione, privacy, ricerca scientifica, sostenibilità».

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Mathieu Hirtzig – David Wilgenbus
Informatica in un click
Traduzione di Erica Mazzero
Illustrazioni di Vincent Bergier
Pagine 80, Euro13.90
Editoriale Scienza


Voglio separarmi da te non da nostro figlio


Non sorprenda se oggi presento un libro che può sembrare lontano dalle cose di cui solitamente mi occupo in queste pagine: saggistica letteraria o storica, concerti, film, mostre di arti visive o di carattere scientifico, comunicazione e nuove tecnologie.
Presenterò un volume che si occupa di un dramma diffuso che per impatto sociale ed emotivo non è inferiore ad altri che sono causa di grandi sofferenze psicologiche e pure economiche; perfino, talvolta, all’origine di fatti di sangue di cui riferiscono le cronache.
Si tratta, com’è chiaro dal titolo di questa nota, della separazione di una coppia, sposata o non che sia, che abbia avuto uno o più figli.
Un approccio a una foto della società italiana in fatto di matrimoni e separazioni si trova in un resoconto Istat con la pubblicazione stampa del febbraio 2021, ma con dati ancora in elaborazione.

Titolo del volume cui accennavo in apertura: Voglio separarmi da te non da nostro figlio Guida pratica per genitori .
Lo firmano Marco Pingitore e Alessia Mirabelli.
Di Pingitore QUI la sua biografia.
Scorrendo in basso questa pagina troverete un video in cui spiega le tante incongruenze cui va incontro un genitore nell’attraversare l’iter giudiziario in Italia nelle separazioni di una coppia con figli.
Per la bio di Alessia Mirabelli: CLIC.

I due autori sono riusciti usando un linguaggio semplice, chiaro, a illustrare i vari momenti vissuti in una separazione sia sul piano psicologico sia giuridico, avvertendo che in ogni caso è assolutamente da preferire accordi pacifici extra giudiziali. Questo soprattutto per proteggere i bambini dalle temibili conseguenze dall’assistere a uno scontro fra i genitori.
Purtroppo, però, è proprio questa la situazione che assai spesso si verifica diventando il figlio stesso terreno di scontro fra due persone che dovrebbero, invece, proteggere da una lotta per impossessarsi dei figli quasi fossero oggetti di cui si rivendichi la proprietà.
Anche fredde statistiche, oltre all’esperienza quotidiana d’ascolto o d’osservazione che facciamo, porta a notare che la madre – se non colpevole di reati documentati dagli organi di pubblica sicurezza (ma le cose non sono poi così automatiche tranne fatti gravissimi) – ottiene in stragrande maggioranza l’affidamento del minore e qui dipende dal suo comportamento su come gestire, rispetto al suo ex marito o compagno, quell’affidamento.
Problema spinoso e scomodo, ma esistente. Tanto che in tempi alquanto recenti si assiste al formarsi di Associazioni di padri separati. Cito, ad esempio, Papà separati APS Milano. Quest’Associazione fa parte di un coordinamento interassociativo chiamato Colibrì Italia al quale fanno capo diverse altre Associazioni che operano in Italia con la stessa finalità dell’APS Milano che ha per obiettivo l’applicazione della parità genitoriale in Italia, in modo coerente con la legge sull’affido condiviso del 2006 di cui è stata artefice tra gli altri soggetti coinvolti.

Tornando al libro di Pingitore e Mirabelli, mi piace citarne le ultime righe che ribadiscono l’impegno morale del volume: Siamo fortemente convinti che, laddove i genitori decidessero di separarsi, dovrebbero tentare, in ogni modo, di sintonizzarsi sempre sui bisogni evolutivi del figlio, in maniera da non incorrere nel rischio di separarsi anche da lui, oltre che dal partner.

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Marco Pingitore – Alessia Mirabelli
Voglio separarmi da te non da nostro figlio
Pagine 138, Euro 19.00
FrancoAngeli


Una mostra e un appello


Si apre oggi la mostra on line sui crimini commessi dalle truppe di Mussolini in Jugoslavia.
Cliccare QUI per visitarla.

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Ricevo da Eric Gobetti notizia di un appello che volentieri rilancio.

31 marzo 2021

Presidenza della Repubblica
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Senato della Repubblica
Camera dei Deputati
Ministero della Difesa
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

APPELLO ALLE ISTITUZIONI PER UN RICONOSCIMENTO UFFICIALE DEI CRIMINI FASCISTI IN OCCASIONE DELL'OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELL'INVASIONE DELLA JUGOSLAVIA DA PARTE DELL'ESERCITO ITALIANO

Quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'invasione della Jugoslavia da parte dell'esercito italiano, avvenuta il 6 aprile 1941. Durante l'occupazione fascista e nazista, e fino alla Liberazione nel 1945, in questo territorio si contano circa un milione di morti. L'Italia fascista ha contribuito indirettamente a queste uccisioni con l'aggressione militare e l'appoggio offerto alle forze collaborazioniste che hanno condotto vere e proprie operazioni di sterminio. Ma anche direttamente con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi. Come studiosi di storia contemporanea, esperti del tema e figure professionali impegnate nella conservazione attiva della memoria siamo convinti che nei decenni passati non si sia raggiunta una piena consapevolezza di questi crimini, commessi purtroppo anche in nome dell'Italia. La Repubblica Italiana non ha mai espresso una netta condanna, né una presa di distanza radicale da queste atrocità: non sono stati istituiti giorni commemorativi, né sono state compiute visite di Stato in luoghi della memoria dei crimini fascisti in Jugoslavia. Chiediamo dunque al Presidente della Repubblica e ai rappresentanti delle principali istituzioni una presa di coscienza di questo dramma storico rimosso. L'ottantesimo anniversario sarebbe l'occasione ideale per farsi carico della responsabilità storica di pratiche criminali che erano il frutto di una logica politica, fascista e nazionalista, che noi oggi fermamente condanniamo, in nome dei valori costituzionali che fondano il patto di cittadinanza democratica. Una dichiarazione pubblica o una visita ufficiale (per esempio al campo di concentramento di Arbe, sull'isola di Rab, dove morirono di fame e di stenti circa 1400 persone, in buona parte donne e bambini) avrebbero un notevole significato simbolico e dimostrerebbero il senso di responsabilità delle nostre istituzioni e il riconoscimento della sofferenza inflitta ai popoli della Slovenia, della Croazia, del Montenegro, della Bosnia ed Erzegovina. Nel solco dei precedenti incontri ufficiali che hanno avuto luogo negli anni passati, dal noto “concerto dei tre presidenti” del 2010 alla visita a Basovizza nel luglio 2020, questa dichiarazione rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti sulla strada della riconciliazione europea e di una più ampia comprensione dei processi storici.

FIRME (IN ORDINE ALFABETICO)

Enrico Acciai, Università di Roma “Tor Vergata” 2. Giulia Albanese, Università di Padova 3. Marco Albeltaro Università di Torino 4. Kornelija Ajlec, Univerza v Ljubljani (UL), Filozofska fakultete (FF), Oddelek za zgodovino / Università di Lubiana, Facoltà di arte e scienze umane, Dipartimento di storia 5. Mauro Annoni, presidente Istituto di storia contemporanea di Pesaro 6. Gorazd Bajc, Univerza v Mariboru (UM), FF, Oddelek za zgodovino / Università di Maribor, Facoltà di arte e scienze umane, Dipartimento di storia 7. Bojan Balkovec, UL, FF, Oddelek za zgodovino 8. Stefano Bartolini, Fondazione Valore Lavoro 9. Alberto Basciani, Università Roma Tre 10. Mateo Bratanić, Università di Zara/Zadar 11. Andrea Bellavite, sindaco di Aiello del Friuli 12. Barbara Berruti, storica 13. Davide Bertok, Mondo Senza Guerre e Senza Violenza 14. Corrado Binel, Istituto Storico della Resistenza in Valle d'Aosta 15. Albert Bing, Hrvatski institut za povijest 16. Neja Blaj Hribar, Inštitut za novejšo zgodovino, (INZ) Ljubljana / Istituto di storia contemporanea 17. Corrado Borsa, Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza 18. Maja Božič, UL, FF, Oddelek za zgodovino 19. Luigi Bruti Liberati, Università degli Studi di Milano 20. Marco Buttino, storico 21. Slavko Burzanović, Università del Montenegro, Podgorica 22. Carlo Spartaco Capogreco, Università della Calabria 23. Franco Cecotti, vice presidente ANED Trieste 24. Lev Centrih, Univerza na Primorskem (UP), Fakulteta za humanistične študije (FHŠ), Oddelek za zgodovino / Università del Litorale, Facoltà di scienze umane, Dipartimento di storia 25. Denis Cerkvenik, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 26. Luisa Chiodi, direttrice Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa 27. Chiara Colombini, storica 28. Davide Conti, storico29. Marco Cuzzi, Università degli studi di Milano 30. Dragica Čeč, Znanstveno raziskovalno središče (ZRS) Koper, Inštitut za zgodovinske študije / Centro di ricerche scientifiche Capodistria, Istituto di studi storici 31. Zdenko Čepič, INZ, Ljubljana 32. Štefan Čok, Biblioteca Nazionale Slovena e degli Studi, Trieste 33. Giovanni De Luna, storico 34. Anna Di Gianantonio, presidente ANPI Gorizia 35. Costantino Di Sante, Istituto Storico Provinciale del Movimento di Liberazione di Ascoli Piceno 36. Matteo Dominioni, storico 37. Walter Falgio, Istituto sardo per la storia dell'antifascismo e della società contemporanea 38. Mitja Ferenc, UL, FF, Oddelek za zgodovino 39. Francesco Filippi, storico 40. Marcello Flores, storico 41. Filippo Focardi, Università di Padova 42. Giovanni Focardi, Università di Padova 43. Paolo Fonzi, Università del Piemonte Orientale 44. Luigi Ganapini, storico 45. Gigi Garelli, Istituto Storico della Resistenza di Cuneo 46. Jure Gašparič, INZ, Ljubljana 47. Fabio Giomi, Collège de France, Parigi 48. Andrea Giuseppini, Associazione Topografia per la Storia 49. Tilen Glavina, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 50. Eric Gobetti, storico 51. Federico Goddi, Università di Pisa 52. Carlo Greppi, Istituto nazionale Ferruccio Parri 53. Jurij Hadalin, INZ, Ljubljana 54. Isabella Insolvibile, Istituto nazionale Ferruccio Parri 55. Aleksandra Ivić, promotrice della storia e della letteratura jugoslava 56. Aleksandar Jakir, Sveučilište u Splitu / Università di Spalato 57. Branimir Janković, Università di Zagabria 58. Zdravka Jelaska Marijan, Hrvatski institut za povijest 59. Milica Kacin Wohinz, INZ, Ljubljana 60. Aleksej Kalc, Znanstveno raziskovalni center Slovenske akademija znanosti in umetnosti (ZRC SAZU) / Centro di ricerche scientifiche della Accademia slovena delle scienze e delle arti 61. Dušan Kalc, giornalista e vicepresidente provinciale ANPI di Trieste 62. Tjaša Konovšek, INZ, Ljubljana 63. Marco Labbate, Università di Urbino, vicedirettore Istituto di storia contemporanea di Pesaro 64. Urška Lampe, Università Ca' Foscari di Venezia 65. Giuseppe Lorentini, Centro di documentazione del campo di concentramento fascista di Casoli 66. Maja Lukanc, INZ, Ljubljana 67. Oto Luthar, ZRC SAZU 68. Simone Malavolti, Associazione pAssaggi di Storia 69. Giuseppe Manias, Biblioteca Gramsciana di Ales 70. Branko Marušič, ZRC SAZU 71. Laura Marzi, Sindaco del Comune di Muggia 72. Peter Mikša, UL, FF, Oddelek za zgodovino 73. Franko Mirošević, povijesničar/storico 74. Ivo Mišur, povijesničar/storico75. Gašper Mithans, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 76. Dušan Mlacović, UL, FF, Oddelek za zgodovino 77. Boris Mlakar, INZ, Ljubljana 78. Dušan Nećak, UL, FF, Oddelek za zgodovino 79. Simone Neri Serneri, Università di Firenze 80. Nadia Olivieri, Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea 81. Oskar Opassi, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 82. Mila Orlić, Università di Fiume-Rijeka 83. Amedeo Osti Guerrazzi, storico 84. Cesare Panizza, Università di Verona 85. Tomaž Pavlin, Zgodovinsko društvo Ljubljana / Società storica di Lubiana 86. Santo Peli, Università di Padova 87. Egon Pelikan, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 88. Tea Perinčić, Pomorski i povijesni muzej Hrvatskog primorja Rijeka / Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato Fiume 89. Hrvoje Petrić, povijesničar/storico 90. Stefano Petrungaro, Università Ca' Foscari di Venezia 91. Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri 92. Niccolò Pianciola, Nazarbayev University 93. Jože Pirjevec, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije, Centro di ricerche scientifiche di Capodistria 94. Milovan Pisarri, Centre for Public History di Belgrado 95. Armando Pitassio, Università degli studi di Perugia 96. Carla Poncina, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Vicenza 97. Martin Premk, Vojaški muzej Slovenske vojske / Museo militare dell'Esercito sloveno 98. Jure Ramšak, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 99. Mateja Ratej, ZRC SAZU 100. Meta Remec, INZ, Ljubljana 101. Božo Repe, UL, FF, Oddelek za zgodovino 102. Mateja Režek, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 103. Luciana Rocchi, Istituto storico grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea-ISGREC 104. Giorgio Rochat, Storico 105. Davide Rodogno, Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra 106. Drago Roksandić, Sveučilište u Zagrebu 107. Francesca Rolandi, Istituto e Archivio Masaryk dell'Accademia delle scienze della Repubblica Ceca 108. Toni Rovatti, Università di Bologna 109. Vida Rožac Darovec, ZRS Koper, Inštitut za zgodovinske študije 110. Paolo Rumiz, scrittore 111. Sabine Rutar, Institute for East and Southeast European Studies, Regensburg 112. Karlo Ruzicic-Kessler, Libera Università di Bolzano 113. Giacomo Scotti, scrittore 114. Irena Selišnik, UL, FF, Oddelek za zgodovino 115. Livio Isaak Sirovich, ricercatore 116. Catia Sonetti, Direttrice Istoreco di Livorno 117. Carlo Spagnolo, Università di Bari 118. Stojan Spetič, Senatore X legislatura 119. Matteo Stefanori, Università della Tuscia 120. Urška Strle, UL, FF, Oddelek za zgodovino 121. Barbara Šatej, UL, FF, Oddelek za zgodovino122. Kaja Širok, UL, FF, Oddelek za sociologijo 123. Viljenka Šnuderl Škorjanec, Gimnazija Bežigrad, Ljubljana / Liceo Bežigrad, Ljubljana 124. Marko Štepec, Muzej novejše zgodovine Slovenije /Museo di storia contemporanea della Slovenia 125. Nevenka Troha, Istituto per la storia contemporanea di Lubiana / INZ, Ljubljana 126. Fabio Vallon, presidente ANPI - VZPI Trieste 127. Marta Verginella, Università di Lubiana 128. Anna Maria Vinci, storica 129. Blaž Vurnik, Mestni muzej Ljubljana / Museo della città di Lubiana 130. Marko Zajc, INZ, Ljubljana 131. Andrea Zannini, Università di Udine 132. Žiga Zwitter, UL, FF, Oddelek za zgodovino 133. Salvator Žitko, Zgodovinsko društvo za južno Primorsko / Società storica per il Litorale

ENTI:

Istituto Nazionale Ferruccio Parri (Rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea – 65 enti associati) -Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa -Pomorski i povijesni muzej Hrvatskog primorja Rijeka / Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato, Fiume -Znanstveno raziskovalni center Slovenske akademija znanosti in umetnosti / Centro di ricerche scientifiche della Accademia slovena delle scienze e delle arti -Znanstveno raziskovalno središče (ZRS) Koper, Inštitut za zgodovinske študije / Centro di ricerche scientifiche Capodistria, Istituto di studi storici -Zgodovinsko društvo Ljubljana / Società degli storici di Lubiana -Zgodovinsko društvo za južno Primorsko / Società degli storici del Litorale -Istoreco - Reggio Emilia -Associazione culturale "Tina Modotti" - ODV (Trieste) -Centro studi movimenti di Parma -Archivi della Resistenza -Istituto Di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta (Como) - Casa della Memoria di Brescia.


Alberto Rossatti legge Proust


L’audiolibro, dopo una faticosa partenza, si sta affermando anche sul mercato editoriale italiano. Perché il racconto per voce sola è tanto coinvolgente per l’ascoltatore?
Lo chiesi a Piermario Vescovo, autore per Marsilio di “A viva voce” in un incontro che ebbi con lui tempo fa. Così rispose.
«Il teatro dell’ascolto (anche se come spettatore mi sento principalmente attratto da un teatro della visione) non ha mai finito di riguardarci. La cultura occidentale ha riconquistato lentamente il sistema della “recitazione per parti” e per attori “incarnanti” i personaggi, perduto nella frattura dal mondo antico. Nel medioevo si immaginava che il teatro consistesse nella lettura da parte di una sola persona dell’intero testo con l’accompagnamento di visualizzazione parallela. Si torna dunque, inevitabilmente, ad esperienze remote e ho provato a raccogliere in “A viva voce” qualche traccia di tale continuità.
Penso che la lettura dei testi ad alta voce – quindi anche l’audiolibro – possa offrire grandi potenzialità, se non realizzata con modalità stereotipe (se si evitano cioè le intonazioni attoriali convenzionali e di routine). Nei tempi lontani si leggeva solo o prevalentemente ad “alta voce” e quella che si dice, oggi, essere una civiltà dell’immagine, e che magari lo sarà pure, si caratterizza anche per un ritorno della lettura ad alta voce e dell’ascolto. Posto che il vecchio e il più recente, se non è una mia illusione prospettica, si tocchino».

Un attore che si è particolarmente dedicato all’audiolibro è Alberto Rossatti che, infatti, conta un gran numero di letture.
La più recente sua interpretazione è per Il Narratore.
Legge, come meglio non si potrebbe, dal primo volume della Recherche di Proust Dalla parte di Swann.
Cliccare QUI per un assaggio d’ascolto.

La traduzione è dello stesso Alberto Rossatti insieme con Rose Ayma Peret.
Copertina di Marlene Mcloughlin, “Swann's Way”, da collezione privata, San Francisco.


Pensavo dormissi

“Quando si è nella merda fino al collo, meglio mettersi a cantare”.
Così diceva Samuel Beckett il quale pensava che “Non c’è nulla di più comico dell’infelicità”.
Perché forse il comico nasce dal tragico di cui si fa beffe.
A questo mi ha fatto pensare il più recente, godibilissimo, libro di Gianfranco Salvatore dal titolo Pensavo dormissi pubblicato da Stampa Alternativa.
Salvatore, uomo di sterminata cultura musicale, e non solo musicale, ha un curriculum che per estensione è difficilmente sintetizzabile. Qualche cenno.
Musicologo, critico musicale, compositore, arrangiatore, polistrumentista, è docente di Etnomusicologia e di Storia del Jazz e della Popular Music presso l'Università del Salento.
Ha fondato, e diretto per quindici anni, l'Accademia della Critica di Roma.
A lui si deve l’ideazione e la direzione (1998-2000) della Notte della Taranta.
Ha collaborato, fra gli altri, con Mina, Mango, Vittorio Nocenzi, Laurie Anderson, Daddy G dei Massive Attack, Don Cherry, Steve Lacy, Joe Zawinul, Massimo Urbani, John Cage.
Regista teatrale, autore di serie radiofoniche, ha scritto una ventina di libri.
Di lui il catalogo di Stampa Alternativa, oltre al recente “Pensavo dormissi”, ospita altri otto titoli.

Il grafico Diego Mancarella ha messo il volume fra due maiuscole parentesi: la copertina con uno scatto della misteriosa fotografa Nina Leen e in quarta un fotogramma tratto dal visionario “Le sang d’un poète” di Jean Cocteau.
Nelle pagine, un susseguirsi di clownerie con le parole lanciate rischiosamente a grappolo in aria e riacchiappate al volo da un inesausto jongleur, rime su altalene che dondolano su precipizi, allegre corse fonematiche verso traguardi sfuggenti.
Il tutto nel vortice di una risata scherzosa e canzonatoria al tempo stesso, capace di trascinare il lettore in una doppia sensazione: trovarsi dinanzi a un autentico divertimento e a un pensiero critico vestito da giullare.
Le quattro composizioni finali hanno il sapiente passo maestoso di una fine corsa – vincente o non che sia poco importa – quasi un tono alla Villon…”Uomini con gli scherzi qui è finita”… i titoli: Promemoria / Ora basta sono stanco / Requiem / Scusami.

Il testo di “Scusami”:
Pensavo
dormissi
.

Un libro vivace, intelligente che si oppone alla cultura come noia.
Libri così… avercene!

Estratto dalla presentazione editoriale.
«L’autore – casertano di nascita (fu lo scopritore e il primo produttore degli Avion Travel), romano e trasteverino per trent’anni, infine salentino d’adozione per impegni accademici (oggi è leader della band Baba Yoga) si è occupato nei suoi libri più recenti della cultura pop nel suo senso più esteso(ma a partire dai Beatles: “I primi quattro secondi di Revolver”, Edt) e della teatralità del rock (“Il teatro musicale del rock”, Stampa Alternativa).
Qui mette appunto in scena un teatrino pop, con tutte le sue linguacce e i suoi birignao, facendo il verso a Carmelo Bene con una breve disincantata “Salomè” che rivela le sue origini campane, e dissuadendo ogni neofita, insultando i filosofi, scoraggiando gli esteti, inventando ispirazioni e ricordi da distruggere subito, e infine, con scarsa convinzione, chiedendo scusa a chi dormiva, o fingeva di farlo».

Dalla “quarta”

L’arte: messa da parte.
La cultura, in disparte.
Fischio ma non riparte.
C'è vento.
Svegliati, andiamo.

................................

Gianfranco Salvatore
Pensavo dormissi
Pagine 128, Euro 7.00
Stampa Alternativa


Bau

Col titolo BAWAVES esce in nuovo numero di BAU - Contenitore di Cultura Contemporanea, con 116 autori e 92 opere firmate e numerate.

Il tema di questa edizione è “Onde” nelle sue più svariate declinazioni psico-fisico-meccaniche ma anche nelle possibili accezioni semantiche. L’edizione è in 170 esemplari con opere multiple e uniche di cm 30x30 firmate e numerate. Il cofanetto contiene stampe, disegni, dipinti, collage, fotografie, litografie, testi, documenti e brani musicali su CD. A corredo del numero vi è un catalogo redazionale di 52 pagine con testi critici, foto, riproduzioni opere e schede biografiche. Il progetto grafico è di Gabriele Menconi.
Nel comunicato che ho ricevuto manca un nome.
Ma quel nome mancante io lo conosco: Vittore Baroni.
Innanzitutto alla sua attività artistica e poi anche organizzativa e promozionale si deve la vita di BAU.

CLIC per più estese notizie.

BAU
info@bauprogetto.net
Via A. Pucci 109
55049 Viareggio
Italia


Roma 2000 anni di corruzione

La casa editrice Baldini+Castoldi ha pubblicato un libro che ancora una volta smentisce l’esistenza, nella Roma antica, di un’età dell’oro, a meno che quel metallo non sia citato quale bottino da rapinare non solo truffando privati, ma anche depredando finanze pibbliche.
Roma 2000 anni di corruzione Dall’Impero romano a Mafia capitale.
Questo il titolo del volume che porta la firma di una donna, una giornalista che ha sfidato la mafia che assedia Roma ai nostri giorni.
Si tratta di Federica Angeli.
Cronista di nera e giudiziaria, scrive per «la Repubblica» dal 1998, dove è redattrice dal 2005. Dal 2013 vive sotto scorta dopo le minacce mafiose ricevute mentre svolgeva un’inchiesta sulla criminalità organizzata a Ostia.
Tra i premi vinti, il Premio Passetti – Cronista dell’Anno nel 2012 e 2013, il Premio Donna dell’Anno (2015), assegnato dal sindaco di Roma, il Premio Articolo 21 (2015), Premio Francese (2015), Premio Piersanti Mattarella (2016), Premio Arrigo Benedetti (2017), il Premio Falcone e Borsellino (2016) e il Premio Nazionale Borsellino (2017).
Per il suo impegno nella lotta alle mafie il presidente Mattarella nel 2016 l’ha nominata Ufficiale della Repubblica Italiana al Merito.
Ha pubblicato con Emilio Radice “Cocaparty” (2008) e “Rose al veleno, stalking” (2009), è coautrice di “Io non taccio” (2015) e autrice di “Il mondo di sotto. Cronache della Roma criminale” (2016).

Questo video vi aiuterà a conoscerla meglio.

Un processo emblematico del malcostume nell’antica Roma si svolse negli anni 70 a. C. e non è un caso che l’autrice vi dedichi molte pagine
L’elenco delle rapine, delle vessazioni e dei furti a danno dello Stato commessi da Verre durante il suo governo in Sicilia e provati da Cicerone nel suo discorso di accusa è alquanto corposo: estorse ai siciliani 40 milioni di sesterzi (50 miliardi di vecchie lire), benché i siciliani (che ingaggiarono quale loro avvocato il giovane Cicerone) avessero asserito in sede di denuncia che la reale somma fosse di 100 milioni.
I discorsi accusatori di quel celebre legale si leggono ancora oggi e sono raggruppati con il titolo di “Verrine”. Cicerone riuscì a incastrare Verre che, però, se la cavò con l’esilio e il pagamento di una cifra modesta se rapportata alle ruberie commesse. Costui aveva l’abitudine di difendersi non nei processi, ma dai processi, talvolta, per esempio, dichiarandosi ammalato… a me ricorda qualcuno e a voi?
Quando il racconto arriva ai giorni nostri, la Angeli conferisce alla descrizione dei fatti una tensione che non ha nulla da invidiare ai cosiddetti “legal thriller” che passano sui nostri schermi tv.
Riesce, inoltre, quando espone il meccanismo delle leggi (a proposito, ad esempio, dell’esclusione dei caratteri mafiosi dalla sentenza a carico di Buzzi, Carminati e ai loro accoliti), a illustrarlo con chiarezza e velocità di scrittura senza che ne soffra il ritmo incalzante della narrazione.
Un libro che fa proficuamente pensare, un libro da leggere.

Dalla presentazione editoriale
«La storia di Mafia Capitale non è solo una storia visibile, territorio della politica e dell’amministrazione, né corrisponde soltanto alle vicende torbide di corruzione e malaffare che lentamente e a fatica emergono: le ragioni della sua forza e della sua pericolosità affondano nel terreno dei quartieri e delle periferie, e risalgono a una storia antichissima. Nel suo nuovo libro, che contiene uno stralcio della sentenza della Cassazione del processo Mafia Capitale, Federica Angeli indaga la lunga storia della corruzione e della mafia a Roma: dalla vischiosità della pratica clientelare in età romana alla compravendita dei voti, dalle Verrine di Cicerone alle tangenti per gli appalti, fino all’ordinanza «Mondo di Mezzo» contro Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Una linea ininterrotta di fenomeni di concussione, di mazzette, estorsioni e comportamenti criminali che dall’Impero romano conduce fino a oggi, fino a noi. Un’inchiesta necessaria, scomoda, accurata e dirompente, che svela, passo dopo passo, come le tessere di un mosaico oscuro e vivo, il volto di una Roma di cui molti non vogliono ancora sapere nulla».

Federica Angeli
Roma 2000 anni di corruzione
Pagine 304, Euro 18.00
Baldini+Castoldi


La straordinaria storia della penna a sfera

“La necessità è la madre delle invenzioni.”
Platone 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.
Replica, a distanza di qualche annetto, Agatha Mary Clarissa Christie, Lady Mallowan, nata Agatha Mary Clarissa Miller (Torquay, 1890 – 1976), breve: Agatha Christie: “Non credo che la necessità sia la madre delle invenzioni. Le invenzioni derivano dall’ozio, forse addirittura dalla pigrizia”.
Sia come sia, la nostra vita è scandita dalle scoperte che appartengono alla Scienza e alle invenzioni dalla Tecnologia pur derivando questa dalla Scienza.
Oggi quando chiamiamo al telefono un taxi apprezziamo la tecnica che ce lo permette, ma in pochi sanno che c’entra la relatività di Einstein in quel nostro gesto perché c’entra il Gps così come c’entra con i nostri orologi satellitari, strumenti di diagnostica medica, osservazioni cosmologiche e altre molte cose e procedimenti.
Ma cos’è un’invenzione? Molti rispondono che sia un lampo che illumina la mente.
Pare non basti.
Uno che d’illuminazione se ne intende, Thomas A. Edison, così diceva: "Non ho mai fatto niente che valesse la pena di fare per caso … quasi nessuna delle mie invenzioni è stata sviluppata in questa maniera. Le ho conquistate allenando me stesso a essere analitico, a resistere e a sopportare il lavoro duro”.

L’inventore di cui si parla nel libro edito dalla casa editrice Diarkos che presento oggi ben s’attaglia a quelle parole di Edison. E anche l’uomo che di quella invenzione ne ha fatto una maiuscola società internazionale che fornisce tutti i paesi di questo pianeta.
Tiolo e sottotitolo del volume La straordinaria storia della penna a sfera Da László Bíró all’impero Bic
Ne è autore Giulio Levi.
Nato a Firenze nel 1937 risiede a Roma. Laureato in Medicina e specializzato in Neuropsichiatria, ha lavorato per 40 anni in laboratori di ricerca in campo neurobiologico e neuro-fisiopatologico a Firenze, New York e Roma. E’ stato per molti anni coordinatore della ricerca scientifica per la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla e Membro del Consiglio Scientifico della Enciclopedia dei Ragazzi dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani.

Tanti in tutto il mondo abbiamo usato quel manufatto, tanti vi abbiamo giocherellato durante tediose riunioni, Levi ha il merito di condurre la storia di quel piccolo oggetto, la penna a sfera in modo avvincente attenendosi a una ricostruzione rigorosamente storica senza romanzerie. Inoltre, non trascura l’ambiente sociale e politico in cui si svolge la narrazione in anni in cui la persecuzione antisemita nazifascista dapprima fa la sua quasi timida comparsa per poi progressivamente mostrare la sua faccia più feroce ed assassina.
Non starò qui a raccontarvi le tante traversie trascorse dall’ungherese László Bíró (Budapest 1899 – Buenos Aires1985), i suoi tanti mestieri fatti (compreso l’ipnotista), i suoi tanti incontri e scontri perché toglierei gusto al lettore di scorrere le pagine. Né, per le stesse ragioni, lo farò con l’altro importante personaggio nominato nel sottotitolo: Marcel Bich (Torino, 1914 – Parigi, 1994) che dopo un’iniziale diffidenza verso quel tipo di penna si slanciò con tutta la forza del suo notevole ingegno nella produzione di quello strumento di scrittura facendolo affermare nel mercato mondiale superando anche rischiose, per lui, vertenze giudiziarie.
Bíró, a causa della sua incapacità di gestione imprenditoriale, a differenza di Bich non si arricchì con i guadagni della sua invenzione, gli è stato dedicato l'asteroide (327512) Biro, scoperto nel 2006.
Bich, un genio nell’organizzazione aziendale, ebbe 11 figli, di cui quattro hanno ricoperto incarichi di rilievo nell'azienda Bic. Sul muro della casa torinese di Corso Re Umberto 60 in cui Bich nacque. una targa lo ricorda come colui che “semplificò la quotidianità della scrittura”.

Ancora una cosa.
La penna a sfera più grande la si deve a un signore indiano, Acharya Makunuri Srinivasa che ha realizzato una penna a sfera lunga 5,5 metri e pesante 37, 23 kilogrammi.
È stata presentata e misurata da occhiuti giudici a Hyderabad, India, il 24 aprile 2011.

Dalla presentazione editoriale.
«Un tubicino esagonale di plastica trasparente, con dentro un altro tubicino di plastica pieno di un liquido pastoso, nero o di un altro colore. All’estremità è infilato un piccolo cono di ottone sul cui apice è incastonata una piccolissima sferetta di metallo che, fatta scorrere su un foglio di carta, lascia una traccia che non macchia, perché si asciuga subito. Insomma, avete capito: è una penna Bic, valore commerciale 20-25 centesimi.
Apparentemente non ci voleva certo molta fantasia a inventarla!
Già, però a volte l’apparenza inganna. Ci sono voluti quasi venti anni di lavoro, di tentativi, di fallimenti, di sofferenze, di procedimenti legali per arrivare a quel semplice oggetto, la penna Bic Cristal (questo il suo nome completo) dal momento in cui l’inventore concepì l’dea di usare una sferetta al posto di un pennino.
Una storia burrascosa e affascinante della cosa che ha rivoluzionato il nostro modo di scrivere, iniziata in Ungheria all'inizio degli anni '30, che si dipana in uno scenario intercontinentale con lo sfondo delle leggi razziali e della 2a. guerra mondiale, e si prolunga fino ai giorni nostri

………………….…………………………..

Giulio Levi
La straordinaria storia della penna a sfera
Pagine 138, Euro 12.00
Diarkos


Storia della solitudine (1)


La casa editrice Neri Pozza ha mandato nelle librerie un saggio che tratta un tema attraversando i secoli dall'antichità giungendo fino a noi.
Titolo: Storia della solitudine Da Aristotele ai social network.
Ne è autore Aurelio Musi.
È stato professore ordinario di Storia Moderna e preside della facoltà di Scienze Politiche nell’Università degli Studi di Salerno. È membro della Real Academia de la Historia, condirettore di «Nuova Rivista Storica» ed editorialista delle pagine napoletane de la Repubblica. Tra i suoi volumi più recenti: L’impero dei viceré (Bologna, Il Mulino, 2013), Il Regno di Napoli (Brescia, Morcelliana, 2015), Freud e la storia (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015), Mito e realtà della nazione napoletana (Napoli, Guida, 2016), La catena di comando. Re e viceré nel sistema imperiale spagnolo (Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 2017), Storie d’Italia (Brescia, Morcelliana, 2018), Masaniello. Il Masaniellismo e la degradazione di un mito (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019) e Un vivaio di storia (Milano, Biblion, 2020).
QUI una panoramica su suoi articoli.

Storia della solitudine tratta in modo esaustivo le tante declinazioni di quel sentimento sia sul piano storico sia su quello psicologico.
“Infinite sono le fonti per la storia della solitudine… fino a oggi per ricostruire e interpretare il rapporto tra solitudine e società di massa. Si può raccontare la solitudine attraverso gli epistolari (Poe, Nietzsche, Rilke, Keats, Van Gogh, Kafka, Dickinson), la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, il cinema, la fotografia, il web, i social, i multimedia”.

Dalla presentazione editoriale
«O beata solitudo, o sola beatitudo!»: un poeta del XVI secolo esalta con questo verso il silenzio e l’isolamento di chi è in grado di mettere le ali e volare verso la solitudine: un ideale paradiso in terra. Ma la vita solitaria può essere anche una maledetta condizione negativa, anticamera della malinconia, della depressione, della follia: un inferno in terra. È un castigo degli dèi per il Prometeo di Eschilo, castigo ancor più doloroso per chi ha fatto dell’amichevole socievolezza umana la sua ragione di vita. Eroi granitici, ma destinati alla solitudine, sono quelli di Sofocle. Le tragedie di Euripide segnano poi il passaggio dalla solitudine dell’eroe alla solitudine della donna e dell’uomo. Anche la Roma antica parla ancora a noi contemporanei con i suoi personaggi storici e mitologici. Cicerone fugge dalla corruzione della politica, Seneca esalta la solitudine interiore, ma per Orazio e Tibullo essa significa spesso depressione, nevrosi, angoscia. Il Narciso delle Metamorfosi di Ovidio rappresenta la solitudine come smisurata passione di sé. La dialettica della solitudine fra il positivo e il negativo, tra il suo profilo fisiologico e quello patologico, beata e maledetta insieme, è alle radici dell’Occidente.
Questo libro ne ripercorre la storia, dalle sue rappresentazioni nell’Antichità alla società di massa contemporanea. Incontriamo così il viandante, il pellegrino, l’eremita, il sopravvissuto, il folle, il prigioniero, l’intellettuale che sceglie la pace e la solitudine per i suoi studi, il cavaliere solitario don Chisciotte, fino all’anoressico e al bulimico, al ludopatico, al tossicodipendente, al “lupo solitario” capace di gesti estremi».

Segue ora un incontro con Aurelio Musi.


Storia della solitudine (2)

Ad Aurelio Musi (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa principalmente lo ha spinto a scrivere questo saggio ?

L’occasione mi fu offerta dalla partecipazione, con una “lectio magistralis”, al Congresso nazionale della Società di Neuropsichiatria, svoltosi a Napoli nel 2018. Il tema interdisciplinare era “La solitudine”. Io trattai “la solitudine come oggetto storico”. Poi la clausura forzata della prima fase della pandemia da Covid 19 mi ha indotto ad affrontare sistematicamente la questione. Come editorialista delle pagine napoletane de “La Repubblica” durante quei mesi sono ripetutamente intervenuto sugli effetti psicologici del Covid 19, osservando livelli, esperienze diverse, storie di solitudine. Si poteva morire “in solitudine”: e tanti anziani non riuscirono a vedere e salutare per l’ultima volta parenti, figli, nipoti. Ma si poteva anche morire “di e per solitudine”, separati dal resto del mondo e della società. Il mio maestro ed amico Giuseppe Galasso mi ha insegnato a legare sempre presente e passato, a partire dai problemi del presente per ricostruire, ripensare e interpretare il passato. Così mi sono dedicato allo studio sistematico del problema storico: a partire dai tragici e filosofi greci fino alle manifestazioni della solitudine contemporanea.

Nel trattare il tema della solitudine quale cosa ha deciso di fare assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

Naturalmente è stato necessario documentarsi, collazionare fonti, bibliografia e letteratura sul tema, come ogni buono storico deve fare. In questo caso le fonti sono sterminate soprattutto per quanto attiene al pensiero, alla storia culturale della solitudine dall’antichità ad oggi. Più difficile è stato ricostruire la storia materiale della solitudine…

…che pure è presente nel saggio

Sì, ma alcune epoche presentano una ricchezza documentaria maggiore: si pensi al periodo romano, ma anche all’età medievale, che abbonda di storie di eremiti, pellegrini, di figure assai ricorrenti nei secoli dell’alto e del Basso Medioevo. Altra priorità è stata quella di guidare, orientare il lettore lungo la linea del tempo storico. Non a caso la collana in cui il volume vede la luce, diretta da Pier Luigi Vercesi, si intitola “Il tempo storico”. Pertanto, ho seguito la periodizzazione classica fra Antichità, Medioevo, Età moderna fino al presente storico.
Quanto alla cosa che ho cercato di evitare per prima, tengo a sottolineare che ho evitato riferimenti troppo specialistici, ho tenuto conto della preparazione di un lettore medio, utilizzando un linguaggio semplice, senza tuttavia mai scadere nel banale o nella genericità. Mi ha molto aiutato la mia esperienza giornalistica ormai più che quarantennale e la particolare sensibilità al profilo della comunicazione.

Lei scrive: “La solitudine è una condizione oggettiva e soggettiva” e spiega questo duplice aspetto. Può qui sintetizzare quella singolare caratteristica?

Una delle mie passioni giovanili è stata la linguistica. Ricordo che al primo anno di università – ero iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia della “Federico II di Napoli - nel lontano 1966, trascorsi un’intera estate, insieme con altri due amici, nella lettura e studio del “Corso di linguistica generale” di Ferdinand De Saussure, appena tradotto e commentato da Tullio De Mauro. Successivamente mi sono appassionato ai testi della linguistica strutturale. Il mio punto di partenza per questo libro è stato proprio l’origine, la derivazione della parola “solitudine”. La radice “se” è di origine indoeuropea: significa “separato”. Il termine si ritrova in forma simile in quasi tutte le lingue europee, sia pure con qualche variante. Proprio a partire dalla radice e dal significato originario, ho cercato di ricostruire la sua doppia cifra: solitudine maledetta e beata. La prima, quasi sempre imposta dall’ambiente, pertanto oggettiva, la seconda, dal vissuto individuale, pertanto soggettiva. Tuttavia,È questa distinzione è assai convenzionale e, per certi versi, impropria. Perché le condizioni esterne possono essere vissute in modo diverso dai differenti soggetti. L’ambiente è certo condizionante, ma la reazione individuale può amplificare o ridimensionare i suoi condizionamenti. La solitudine come “separazione” connota tutti i modi di viverla. Ma questa separazione può essere maledetta, nel senso che è vissuta come una condizione negativa di malessere, di disagio, fino a patologie più gravi, o come una condizione positiva, beata appunto, perché frutto di scelta individuale, di rifugio in un mondo interiore alla ricerca della più intima identità dell’io. Ma – e ancora una volta voglio mettere l’accento sulla schematicità della distinzione - beata e maledetta solitudine possono convivere in equilibrio instabile, in una sorta di confronto permanente tra “collusione” e “collisione”, convivenza e conflitto.

Perché, come leggiamo nelle sue pagine, la solitudine è una condizione che cambia attraverso le epoche?

Possiamo identificare tratti permanenti della solitudine che, fondamentalmente, non cambiano attraverso le diverse epoche storiche, e tratti distintivi. Tratti permanenti sono quelli che ho evidenziato prima. Ma i tratti distintivi sono altrettanto evidenti. Così nell’Antichità la solitudine è quasi sempre una condizione negativa. La pena inflitta dagli dei a Prometeo non è tanto quella della sofferenza, dell’acerrimo dolore che deve provare in eterno, quanto la solitudine a cui è destinato proprio lui che della socievolezza con gli umani aveva fatto il suo ideale di vita. Prometeo è il simbolo della solitudine dell’eroe tragico greco. Con Euripide è la solitudine, la fragilità dell’uomo che viene portata in primo piano. A Roma le donne sono sole: non per scelta, ma per costrizione. Tacita Muta è tale perché, essendo proprio come donna troppo loquace, è stata punita dagli dei col taglio della lingua. È la rivoluzione cristiana che cambia fondamentalmente, con Agostino, i termini del problema: la solitudine è la via che unisce io a Dio, un’endiadi costitutiva del Cristianesimo medievale, perseguita da eremiti e da chi sceglie “Beata solitudo, sola beatitudo”, un anagramma che è anche un chiasmo.

Che cosa la porta ad affermare che "Il percorso moderno della solitudine ha inizio con Petrarca e con l’Umanesimo"?

Il percorso moderno della solitudine ha inizio con Petrarca e con l’Umanesimo, ma si completa con il pensiero barocco sulla solitudine e sulla malinconia. Così da Petrarca a Montaigne, Shakespeare, Cervantes, Burton e Pascal le facce della solitudine si moltiplicano e al tempo stesso si sdoppiano, secondo una linea di tendenza che caratterizzerà l’uomo moderno con tutte le sue fragilità, le sue inquietudini, i suoi stati emotivi: collusione e collisione tra beata e maledetta solitudine si faranno avvertire sempre di più. L’uomo e la donna del Rinascimento sono un misto di “civil conversazione”, per riprendere il titolo dell’opera del Guazzo, di socievolezza, ma anche di rifugio nella “solitudine del dotto”, modello e stile di vita del Petrarca. Da lì parte una lunga storia che arriva fino a noi: consolazione della solitudine dell’intellettuale che attraverso quella condizione coltiva meglio i suoi studi e la sua creatività;, capacità di tornare in se stessi, di fare i conti fino in fondo con la propria interiorità; ma anche solitudine come malinconia e persino follia; solitudine del cavaliere errante don Chisciotte; solitudine del viandante, del sopravvissuto, del prigioniero, del pazzo che, liberato delle catene che lo avevano rinchiuso nell’Ospedale Generale, continua ad essere solo con la sua malattia; fino all’anoressico, al bulimico, al ludopatico, al tossicodipendente, al “lupo solitario” capace di gesti estremi.

Le nuove tecnologie – Rete in primis – alleviano o aggravano l’eventuale solitudine di chi le utilizza?

Oggi nella società di massa contemporanea prevalgono le deformazioni patologiche della solitudine. Anche in situazioni ricorrenti, non definibili immediatamente patologiche, il pendolo oscilla fra l’ossessiva ricerca dell’ottimizzazione delle performance individuali, della totale esteriorizzazione, la messa a nudo dei comportamenti che prescindono dagli stati emotivi e nascondono la propria interiorità, e la strenua difesa della ‘privatezza’ che non è il diritto alla privacy, bensì l’affermazione del proprio dominio incontrastato nello spazio del sé. Ma questa venerata e protetta autonomia ha un prezzo: la separazione dall’altro. Il pendolo della solitudine contemporanea oscilla dunque fra due estremi: l’apparenza elevata a sistema, l’esteriorizzazione spinta fino ad ottenere la valutazione ottimale dei comportamenti individuali secondo l’ideologia competitiva del merito senza se e senza ma; il rapporto narcisistico col sé che non ammette interferenze, che considera l’altro come costante pericolo. Per fermare l’oscillazione del pendolo si ricorre all’illusione dei social media. In realtà essi costituiscono solo un’apparente e illusoria relazione fra i due poli: quasi sempre, attraverso quei media, si conoscono persone in una curiosa penombra, dove ciascuno può essere immaginato come il nostro fragile io lo vuole. Cioè l’altro diventa una pura proiezione dell’io, una creazione narcisistica a sua immagine e somiglianza. Lo stato di solitudine come separazione e isolamento effettivi si aggrava: l’utopia di concepire l’altro come parte del sé e come un suo arricchimento non si realizza, il risultato è solo un ancor più solitario e separato ripiegamento narcisistico

... narcisistico?

Sì, narcisismo significa anche immersione nell’eterno presente. La condizione di solitudine è accentuata dalla sensazione di vivere in un mondo fatto di frammenti, non o poco dotati di senso, perché privi di passato, quindi di futuro, di memoria retrospettiva e prospettica: la caduta verticale della coscienza storica, della possibilità di collocare gli eventi in un tempo-spazio che li renda conoscibili e interpretabili, è uno degli aspetti inquietanti del nostro mondo contemporaneo. Solitudine vuol dire anche separazione, sradicamento dal prima, di cui ci si illude di essere riusciti a liberarsi, e dal dopo. Il tempo storico è vissuto attraverso quella che Nietzsche chiama “degustazione antiquariale”: il narcisista “guarda con occhio turistico, museale, i pezzi di storia che incontra sul suo cammino. Se vede una cattedrale medievale in una città europea, la fotografa per dire “io ero qu”i, ma gli rimangono oscure le motivazioni per cui è stata edificata. Percepisce pallide tracce del passato soltanto in quanto bene di consumo, ammantato del glamour e del senso di autenticità di cui il presente appare sempre mancante”. Mattia Ferraresi, da cui è tratta questa citazione, attribuisce la genesi della solitudine contemporanea all’individualismo moderno, che ha introdotto una “antropologia solitaria”, una certa idea di libertà e di autonomia che ha finito per isolare ancor più l’uomo. L’autore non considera il fatto che la modernità fonda anche una nuova idea di comunità, di rapporto fra l’io e gli altri.
Il selfie è la rappresentazione allo stato puro del narcisista solitario. Si fotografa o si lascia fotografare vicino ad una scultura fino a costo di provocare danni all’opera che gli interessa meno come prodotto artistico e assai più come attestato della sua compresenza con un essere inanimato: è l’oggetto-altro considerato come prolungamento del suo io presente.

……………………....……

Aurelio Musi
Storia della solitudine
Pagine 176, Euro 17.00
Neri Pozza


Vivere per sempre

Il filosofo romeno Emil Cioran (1911 – 1995) ha scritto: “L'unico argomento contro l'immortalità è la noia”. Ci sono alcuni, non pochi, che, però, quella noia si direbbe non la temano. Si tratta di scienziati che mentre leggete queste righe stanno studiando i processi di invecchiamento e immaginano un mondo in cui la morte possa essere curata suppergiù come una malattia. Grave sì, ma non invincibile. Uno che si avvicina ma non s’identifica in quei gerontologi è Aubrey de Grey. Se ancora non lo conoscete, leggete QUI e capirete qual è il profilo dei suoi studi; lo cito in quanto è uno dei capifila del movimento, chiamato troppo sbrigativamente, degli immortalisti. Evitare la morte? Lo stesso de Grey lo esclude, almeno ai nostri giorni: ”L’obiettivo delle mie ricerche è semplicemente quello di far vivere la gente per molti anni in buona salute. Ci saranno sempre incidenti e malattie mortali: non saremo mai immortali” (Citato in ‘L'ombra e la luce’ di Umberto Veronesi, Einaudi, Torino, 2008).
L’ipotesi estrema, ipotizzabile in un lontanissimo futuro (ammesso che un giorno sia raggiunto da noi umani) è, forse, solo in un avvenire post-biologico quando cioè neppure si potranno definire quegli esseri quali ancora appartenenti al genere umano avendo strutture vitali e capacità che ai nostri tempi attribuiamo agli alieni in film o libri di fantascienza.

La casa editrice il Saggiatore ha pubblicato un libro che interviene sul suggestivo tema del prolungamento della vecchiaia… ops!... mi correggo subito: prolungare non la vecchiaia, ma la giovinezza fino a limiti incredibili oggi. C’è perfino chi pensa ad un’aspettativa di vita a 4 cifre.
Titolo Vivere per sempre Scenari della nuova immortalità.
La pubblicazione è a cura di Sputnik Futures.
È un gruppo di ricerca specializzato in futurologia. Da più di venticinque anni offre consulenze strategiche sulla tecnologia e sull’innovazione ad alcune delle più importanti aziende al mondo; ha inoltre fondato Alice in Futureland, una piattaforma di libri, podcast ed eventi all’avanguardia.
Il libro si apre con una dichiarazione tanto affascinante quanto impegnativa: “I libri e gli articoli che trattano il tema della longevità si aprono di solito con una lunga ricostruzione in chiave storica dell’annosa ricerca della fontana della giovinezza. In realtà noi siamo convinti che questa ricerca sia iniziata soltanto adesso. È il 2020, siamo pronti a premere il tasto «play» per dare il via libera a terapie e soluzioni diverse per rallentare e, teoricamente, invertire la marcia dell’invecchiamento. Quando ci guarderemo indietro, tra cento o duecento anni, la storia confermerà che è stato proprio questo il punto di svolta, l’anno in cui abbiamo iniziato sul serio a decifrare il codice della nostra longevità.
Ormai è iniziata la Quarta rivoluzione biologica, quella che cambierà sensibilmente il concetto di “quarta età”, dagli ottant’anni in su”

Chi scriverà quella storia immaginata da Sputnik Futures, si spera non manchi di notare che la svolta verso una vertiginosa età ebbe inizio proprio nel 2020, anno della pandemia di Covid che spezzò vite in tutto il pianeta.
“Vivere per sempre” si snoda attraverso una particolare, originale impostazione grafica che rimanda alla velocità di una clip tv e concorre benissimo a spiegare le idee di Sputnik Futures. Idee che fanno apparire il presente in un modo che il lettore lo avverta già come passato e, giustamente, il libro nella parte conclusiva attraversa i concetti della tecno-filosofia transumana e della Teoria della Singolarità .

Meravigliarsi? Stupirsi? Perché mai? Già oggi Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel propri corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo alcuni studiosi in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli…
Scrive Stefania Operto in "Ultrasoma": «Il viaggio del nostro essere umano volge al termine. È invecchiato e si avvicina la fine del suo tempo sulla Terra; “È tempo di morire”, come direbbe Roy Batty, il capo dei replicanti di Blade Runner, il film visionario del 1982. Anche il tema della morte si è modificato seguendo lo sviluppo tecnologico. Mai come nell’epoca attuale, come i replicanti, anche noi esseri umani cerchiamo di allontanare la morte, esorcizzarla, occultarla, negarla, sviluppando anche forme di tanatofobia. Generalmente da vivi non pensiamo né alla morte né al futuro della nostra identità digitale e dei nostri dati, ma le nostre identità digitali sopravvivono ai nostri corpi destinati a concludere, almeno per ora, il loro ciclo vitale».

Nel film Highlander, il protagonista, l’Immortale Connor MacLeod, dopo aver vinto furibondi duelli ottiene la tanto sospirata Ricompensa: una vita mortale, la possibilità di avere figli e il potere di consigliare per il meglio i potenti della Terra.
Ma, si sa, Highlander è solo un film.

Dalla presentazione editoriale.
«Con “Vivere per sempre” il progetto Sputnik Futures esplora le nuove frontiere dell’immortalità aperte dalla ricerca scientifica: l’invecchiamento non sarà più un destino biologico a cui i nostri corpi sono fatalmente destinati a soccombere, ma un processo che potrà essere modificato, ritardato o curato come una malattia.
Farmaci rivoluzionari, terapie genetiche radicali, fusione con le macchine:
“Vivere per sempre” è un viaggio affascinante nel futuro che ci aspetta, verso il cambiamento definitivo della nostra specie. Verso il giorno in cui spegneremo cento candeline al compleanno: non un record, ma l’inizio della mezza età».

Sputnik Futures
Vivere per sempre
Traduzione di Allegra Panini
Pagine 216, Euro 25.00
Il Saggiatore


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