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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Claretta l'hitleriana (1)

La casa editrice Longanesi ha pubblicato Claretta l’hitleriana Storia della donna che non morì per amore di Mussolini.
L’autrice è Mirella Serri.
Docente di Letteratura moderna e contemporanea, collabora al quotidiano La Stampa, TTL, Rai Storia e Rai Cultura. Presso Corbaccio ha pubblicato nel 2005 I redenti.
Con Longanesi, nel 2012, Sorvegliati speciali, seguiranno poi Un amore partigiano. Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, Gli invisibili, Bambini in fuga, Gli irriducibili.

Di un ritratto della Petacci proprio da Mirella Serri ne avevamo avuto già un felice anticipo nello splendido “Gianna e Neri. Un amore partigiano”,

Dalla presentazione editoriale di “Claretta l’hitleriana”.
«Di lei hanno detto di tutto: che era una ragazza semplice e un po’ folle; che fu il suo amore cieco per Mussolini (da cui la separava una differenza d’età di quasi trent’anni) a condurla alla morte; che era una fanatica esaltata; che era tanto bella quanto insidiosa. Ma si tratta di una Storia scritta dagli uomini. La nuova indagine di Mirella Serri offre un’immagine differente, restituendo a Claretta Petacci il vero ruolo politico da lei giocato sullo scenario degli eventi che condussero il leader del partito fascista dalla gloria indiscussa alla sconfitta. Non una sciocca, non soltanto una delle «mantenute di Stato» – le amanti del Duce che percepivano uno stipendio dal regime – ma un’abile e astuta calcolatrice. Pronta ad avvalersi delle informazioni riservate di cui era depositaria per gestire attività ad altissimo livello (antisemita convinta diede il suo apporto al traffico di certificati falsi da vendere alle famiglie ebree più facoltose; cercò di avviare accordi per l’estrazione di petrolio in Romania). Avveduta e intrigante, a Salò sposò la causa del Reich e tentò di porsi come diretta interlocutrice di Hitler.
Claretta Petacci, una delle protagoniste del Novecento, emblema femminile del volto buio e tragico del secolo passato, rivive in queste pagine con la sua avidità, i suoi errori, la sua sensualità e le sue astuzie, finalmente libera dagli stereotipi con cui è stata finora raccontata».

Segue ore un incontro con Mirella Serri.


Claretta l'hitleriana (2)


A Mirella Serri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è stata la prima cosa che ti sei proposta nel tracciare la figura di Claretta Petacci?

Claretta Petacci è diventata l’incarnazione molto nota anche a livello internazionale del connubio tra amore e morte. La sua fama nasce dall’identificazione della sua immagine con quella della vittima sacrificale, della donna che con grande generosità s’immola sull’altare del sentimento per un uomo. La sua eredità sembra essere nella frase pronunciata prima di morire: «No, ammazzate me al posto suo» (e` difficile, pero`, verificare se l’abbia realmente formulata), rivolta agli uomini della Resistenza in procinto di giustiziare il despota che per vent’anni aveva sottomesso e governato l’Italia. Studiando la vicenda di Claretta ho capito che esiste un pregiudizio maschile nei confronti di questo personaggio. E cioè che il valore di una donna si possa giudicare dal suo rapporto con un uomo. Che si possa giudicare proprio dal suo sacrificio per un uomo. Cosa che ha fatto di Claretta una vittima innocente, una quasi eroina che si è sacrificata sull’altare dell’amore: un gesto di valore il suo anche se questo uomo era un despota sanguinario (non dimentichiamo le leggi razziali, i delitti di Stato compiuti da Mussolini da Giacomo Matteotti a Piero Gobetti a Giovanni Amendola ai fratelli Rosselli ad Antonio Gramsci). Claretta invece va giudicata per quello che è stata. Una donna intelligente e astuta, capace di guidare tutta la famiglia verso posizioni di potere. Il punto di vista femminile in questa storia è stato fondamentale.

Hitleriana. Definizione che hai voluto già nel titolo. Fu più nazista che fascista?

Fu fascista convinta e nazista altrettanto convinta. Le due cose non sono per nulla in opposizione, al contrario cono complementari. Hitler ha sempre guardato con ammirazione e riconoscenza a Mussolini e lo chiamava il “Creatore” dell’Idea. Clara nella Rsi si dedica al mito di Hitler che sostituisce quello del Duce in declino. Consegna, per esempio, all’ambasciatore Rahn massima autorità della Rsi le fotografie delle lettere di Mussolini. Mette il suo amante e i suoi segreti nelle mani del suo peggior nemico. E il Duce per questo fu in procinto di farla arrestare. Di prove del suo filohitlerismo ve ne sono molti altri. Ma non vorrei raccontarli tutti…

Claretta riuscì ad ottenere per la sua famiglia benefici da Mussolini?

Claretta riuscì a ottenere riconoscimenti e guadagni per se´ e per la sua famiglia nella corsa degli anni Trenta ai privilegi di un’inedita «casta» – all’epoca venne usato questo termine poi tornato in voga – composta da gerarchi, funzionari di partito, podestà, federali, ministri, deputati. Il fratello Marcello supportato da Claretta si applicò con spietatezza e disumanità allo sfruttamento delle leggi razziali per ricattare e ricevere quattrini, favori e regali dalle vittime, i cittadini ebrei. La villa alla Camilluccia dei Petacci fu costruita grazie ai favori di Mussolini (terreno, prestiti bancari ecc). Clara riceveva uno stipendio mensile dal ministro dell’Interno. Quando fuggì da Milano portava con sé 8 milioni di lire circa. Che non venivano dal patrimonio personale di Mussolini ma dalle tasche degli italiani. Mussolini trovò impieghi a tutta la famiglia. Fece fare un brillante carriera al fratello e al padre….

Si può immaginare che Mussolini sia morto accanto a una donna che più non amava?

Le lettere che i due amanti si scambiarono nel periodo della Rsi testimoniano che erano ai ferri corti. Ma la situazione era molto difficile e non è detto che non si amassero più. Clara era convinta che all’estero Mussolini avrebbe lasciato la moglie e che lei sarebbe divenuta la moglie ufficiale. Era il suo sogno.

Com’è stato possibile che una fredda calcolatrice, alla quale siano andati male i calcoli, sia diventata in molta parte nell’immaginario popolare italiano una sorta di eroina morta per amore?

Anche a Mussolini sono andati male i calcoli. Pensava forse di essere catturato dai partigiani? Per nulla. E nemmeno Claretta lo pensava. Stavano fuggendo, è andata male poteva andargli bene. Nel libro racconto come l’immagine di Claretta dopo i terribili fatti di piazzale Loreto – io penso che sia lei che Mussolini avrebbero dovuto avere una loro Norimberga, un giusto processo – sia cambiata. I partigiani che hanno proceduto alla sua esecuzione erano a conoscenza dei suoi rapporti con i nazisti. Nel dopoguerra gli stessi partigiani preferirono sposare la versione di Claretta che con il suo corpo aveva difeso il Duce per non incorrere nei numerosi processi che costituivano in quegli anni un pesante attacco alla Resistenza.

Perché il Pci fin dall’immediato dopoguerra non si oppose alla trasformazione della Petacci nell’immagine di donna che si sacrifica per amore?

Come dicevo prima perché la Resistenza era sotto attacco e addebitarsi l’uccisione di una donna senza processo era molto pericoloso. E la reazione attaccava la lotta di Liberazione.
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Mirella Serri
Claretta l’hitleriana
Pagine 300; Euro 19.00
Longanesi


Ritratti di autoritratti


Una nuova rivista semestrale si affaccia sullo scenario editoriale italiano: Senza Titolo.
Nasce ideata dall’artista Piero Varroni che guida Eos Edizioni.
Così presenta la neonata creatura di cellulosa che nel primo numero è dedicata a "Ritratti di autoritratti.".

«"Ritratti di autoritratti" sono gli estremi di un racconto: da una parte gli autori ai quali si è chiesto di rappresentare se stessi, mediante immagini e testi in cui maggiormente si riconoscono, per descriversi come artisti poeti e scrittori; dall’altra la rapprersentazione-ritratto, concentrata in quattro pagine per ognuno, ottenuta con il materiale ricevuto, ricomponendo alcune tessere, a volte stravolgendo le priorità per crearne delle nuove, svelando lati ignoti all’autore stesso, lavorando sulle consonanze e sulle divergenze: una riscrittura con nuove prospettive di senso, provando a esplorare l’inesplorato, a togliere i vincoli dell’autoreferenzialità all’autoritratto e renderlo narrativo, conferendogli concettualmente le fattezze del ritratto.
Il florilegio è qui, affidato alla carta della rivista, sotto i vostri occhi».

In pratica, una raffinata operazione artistica condotta da Varroni sui materiali inviati dagli artisti invitati in questo primo numero della rivista: J. M. Calleja – Gea Casolaro – Klaus Peter Dencker – Elmerindo Fiore – Giovanni Fontana – Anna Guillot – Lamberto Pignotti – Franca Rovigatti – Carlo Sperduti – Sergio Zuccaro.

Studio Varroni
Via Saturnia 55, 00183 Roma
info@eosedizioni.it
06 – 881 22 98
348 – 73 47 243


L'eredità spirituale degli indiani d'America


Tra le più grandi mistificazioni operate sulla verità storica, poche possono essere paragonate a quelle che Hollywood ha praticato sui nativi americani, da noi, soprattutto anni fa, chiamati “pellerossa” o sbrigativamente “gli indiani”; pochi, infatti, aggiungevano “indiani d’America”.
Venivano presentati come cattivoni, torturatori, nemici implacabili dei bianchi, dei soldati, guidati da John Wayne, che dovevano difendersi da insidiosi agguati, da micidiali trappole che quei selvaggi tendevano loro.
Un rovesciamento della verità che portava le vittime (cioè gli indiani), a figurare da carnefici, e gli aggressori (cioè i bianchi) da innocenti visitatori, mancava poco che fossero quasi turisti per caso.
Quanti di quei film bugiardi ho visto da bambino e, vergognandomene ancora oggi, tifando per la cavalleria di John Ford, grandissimo regista, ma non proprio un progressista.
Bisognerà aspettare gli anni ’70 (non a caso anni della contestazione, dell’opposizione alla guerra in Vietnam) per vedere affacciarsi verità con film quali “Il piccolo grande uomo”, “Soldato blu” e qualche buona pellicola meno famosa.
La letteratura documentaristica è, invece, più attenta e onesta dinanzi a quel periodo storico della colonizzazione violenta operata specie dopo il 1870.
Mi piace qui segnalare una tesi di laurea italiana di qualche anno fa che è un lucido testo al proposito partendo dalla constatazione del primo errore che si fa immaginando “gli indiani” con arco, frecce e copricapo di piume mentre inseguono i bisonti "sedimentando uno stereotipo che annullava le diversità, considerandoli un’unica popolazione con caratteristiche culturali, usi, costumi, tradizioni e credenze uguali”.

La casa editrice Lindau ha pubblicato un libro che è uno straordinario documento antropologico. S’intitola L’eredità spirituale degli indiani d’America.
L’autore è Joseph Epes Brown (1920 – 2000).
Grande studioso delle tradizioni native e delle religioni americane , fu uno dei fondatori del primo programma universitario di studi sulle religioni dei popoli nativi, istituito presso l’Università dell’Indiana nel 1970. Tra i suoi libri editi in Italia ricordiamo “La sacra pipa” dedicato ad Alce Nero e ai rituali dei Sioux Oglala. Oggi è sua figlia Malika che continua l’attività di suo padre.
Fondamentale per lo studioso fu la lunga permanenza presso Alce Nero.
Importante esperienza perché in qualche modo atipica in quanto Alce Nero si convertì al cattolicesimo e permise a Brown d’esplorare i possibili nessi (sia pure non da altri antropologi condivisi) fra le religioni dei nativi e altre non solo di radici cristiane.
Questo libro oltre alla prefazione dei curatori Marina Brown - Weatherly, Elenita Brown – Michael Oren Fitzgerald e la prefazione di Åke Hultkrantz, contiene luna dettagliata biografia di Brown e le lettere che scrisse durante il periodo trascorso ospite di Alce Nero, una bibliografia completa dei suoi scritti, le fotografie di guide spirituali degli indiani d’America finora mai pubblicate prima.

Dalla presentazione editoriale.
«Pubblicato originariamente nel 1982, questo volume raccoglie alcuni degli scritti più significativi di Joseph Epes Brown, che dedicò gran parte della propria vita a studiare le tradizioni dei nativi americani, impegnandosi in prima persona a promuoverle e difenderle.
Attratto in particolar modo dalla figura di Alce Nero e di altre guide spirituali indiane, fin dal dopoguerra Brown trascorse lunghi periodi a stretto contatto con loro nelle riserve, raccogliendo testimonianze e ascoltando insegnamenti intesi a preservare un’antica civiltà, sempre più minacciata dalla società dei consumi.
Dalle concezioni religiose ai rituali, i canti e le danze, dalle spedizioni di caccia al patrimonio materiale: in questo volume, arricchito dalle lettere scritte durante la permanenza al fianco di Alce Nero e da alcune fotografie scattate in quel periodo, l’autore descrive un paesaggio culturale che, dalle foreste del Canada fino ai deserti del Sud-Ovest, passando per le Grandi Pianure, non smette di affascinare per la sua ricchezza e costituisce un esempio quanto mai attuale di vita in armonia con la natura».

Joseph Epes Brown
L’eredità spirituale degli indiani d’America
A cura di:
Marina Brown
Weatherly, Elenita Brown
Michael Oren Fitzgerald
Prefazione: Åke Hultkrantz
Traduzione: Carolina Sargian
Con inserto foto b/n
Pagine 234, Euro 24.00
Lindau


Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo


Esistono acronimi composti dalle stesse lettere che, però, indicano cose assai diverse.
Ad esempio, Doc.
Può significare Denominazione di Origine Controllata, sigla utilizzata in enologia che certifica la zona di origine e delimitata della raccolta delle uve utilizzate per la produzione del prodotto sul quale è apposto il marchio.
Ma Doc sta pure in psichiatria per Disturbo Ossessivo Compulsivo caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti. Questi innescano ansia e impongono a chi ne è affetto ad attuare veri e propri riti, materiali o mentali, ripetitivamente compiuti senza i quali si teme, ad esempio, possano accadere sciagure a se stessi o a persone care.
Chissà quanti che stanno leggendo questa pagina non siano vittime di quella coercizione e stiano proprio adesso compiendo azioni volte a tranquillizzarli: leggere daccapo questa nota una o più volte, contare quante parole contiene e poi ricontare ancora immaginando che un possible errore possa comportare conseguenze negative dagli esiti catastrofici, e via di seguito.
Va ricordato che il Doc non va confuso con il Disturbo ossessivo compulsivo della personalità.
Il Doc è stato trattato in campo artistico su più versanti: al cinema, nei fumetti, .in tv nella famosa serie di Alfred Hitchcock. Ricordo anche (scusate l’autocitazione) che nei primi anni ’90 fui regista a Radiorai di uno sceneggiato in più puntate, autore Giuseppe Lazzari, con il protagonista, interpretato da Fernando Caiati, il quale vedeva sconvolta la sua vita proprio perché affetto da Doc.
Per quanto riguarda la musica, invece, esistono vere e proprie ossessioni musicali testimoniate da.quest'articolo.
Il Doc è un disturb assolutamente da non sottovalutare perché ispessendosi nel tempo può rendere la vita un inferno.

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un libro che aiuta a chiarire in che cosa consiste quella sofferenza e quali siano gli strumenti terapeutici per liberarsene.
Il volume, intitolato Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo è a cura di Paola Spera e Francesco Mancini.

QUI la biografia di Paola Spera.
QUI quella di Francesco Mancini

QUI un’illustrazione di quel disturbo che rende infelici tanti.

In questo video un illuminante intervento di Francesco Mancini

Dalla presentazione editoriale.

«Il DOC, o Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un disturbo che nasconde molte insidie, tanto che può mettere in difficoltà sia i terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti. E può capitare che chi soffre di questo disturbo non riceva un trattamento adeguato. Per questo motivo gli autori hanno pensato ad un quaderno di lavoro: uno strumento che possa accompagnare sia il terapeuta sia chi soffre del disturbo, supportando entrambi nel percorso. Il linguaggio usato, semplice e alla portata di tutti, rende infatti il quaderno di lavoro uno strumento facilmente utilizzabile anche da chi soffre di DOC, per capire e affrontare meglio il proprio disturbo anche se non ritiene ancora di dover, o di poter, affrontare una psicoterapia. I capitoli sono costituiti da una breve introduzione teorica e da schede di lavoro utilizzabili sia in seduta sia come homework.
La prima parte aiuterà a conoscere meglio il disturbo spiegandone il funzionamento e a capire come riconoscerlo e ricostruirne lo schema di funzionamento.
La seconda parte permetterà di affrontarlo direttamente, lavorando sulla riduzione della probabilità e della gravità dell'evento temuto e sull'accettazione della minaccia.
La terza parte allarga la prospettiva, indicando come ACT e mindfulness possono essere dei validi aiuti, o come riconoscere e gestire le ricadute.
Viene infine dedicato un capitolo anche ai familiari di chi soffre questo disturbo».

Il volume si avvale d’interventi di Barbara Brancaccia – Barbara Basile – Carlo Buonanno – Brunetto De Sanctis – Andrea Gragnani – Olga Ines Luppino – Francesca Mancini – Claudia Perdighe – Giuseppe Romano – Angelo Maria Saliani – Katia Tenore – Alice Turri.

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A cura di
Paola Spera – Francesco Mancini
Il disturbo ossessivo compulsivo
Pagine 194, Euro 23.00
FrancoAngeli


Sette lezioni e mezza sul cervello


Il cervello umano ha un volume di 1100 – 1300 cm³ e rappresenta soltanto il 2% dell'intero organismo. Nonostante ciò, utilizza il 20% dell'ossigeno e il 20% di glucosio.
ll peso del cervello di noi umani può arrivare a un massimo di 1,5 kg. Gli uomini possiedono un cervello più pesante rispetto alle donne (1,35 kg contro 1,21 kg), ma ciò non basta a renderli più intelligenti. Il cervello femminile, infatti, contiene un maggior numero di cellule nervose e connettori il che lo rende più efficiente.
Il cervello dell'uomo di Neanderthal aveva un peso maggiore rispetto a quello dell'Homo sapiens sapiens; quello di Einstein pesava 1,23 kg (in linea con le medie del periodo),
Il cervello è composto per l'80% da acqua, per il 10% da lipidi e l'8% da proteine il che gli conferisce una consistenza gelatinosa. Per l'accentuata componente lipidica, è l'organo più grasso del corpo umano. La massa, però, non resta costante: dopo i trent'anni diminuisce di circa 0,25% l'anno.

Dopo aver riassunto da un’enciclopedia scientifica quelle righe di sopra, si può affermare (più o meno solennemente) che del cervello sappiamo… pochissimo, del corpo umano è il luogo di cui meno si sa.
Forse non è un caso che è l’unico organo studiato (o disputato, decidete voi) da ben quattro specialisti: il neurologo, lo psicanalista, lo psichiatra, lo psicologo; qui li ho elencati in ordine alfabetico per allontanare da me sospetti di preferenze scientifiche fra quelle professioni.

La La casa editrice il Saggiatore ha pubblicato un libro che del cervello illustra la storia evolutiva e le funzioni raggiunte, almeno quelle che ora conosciamo.
Titolo: 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello .
L’autrice è Lisa Feldman Barrett (Toronto, 1963).
Professoressa di Psicologia presso la North-eastern University di Boston, dove dirige l’Interdisciplinary Affective Science Laboratory.
È autrice di “How Emotions Are Made” (2017) e di un gran numero di pubblicazioni su ‘Science e Nature’.
Perché il volume è intitolato 7 lezioni ½ e non 8? Perché il saggio d’apertura racconta come si sono evoluti i cervelli, un rapido sguardo a una vasta storia evolutiva e, quindi, la Feldman Barrett preferisce, per eleganza, indicarla come una mezza lezione, i concetti che introduce, però, sono fondamentali per il resto del libro.
Le lezioni che seguono sono strutturate come una serie di articoli apparentemente separati, ma sono tasselli che una volta riuniti rivelano l’unità di un mosaico.
Un mosaico costruito attraverso milioni di anni da quando, come scrive l’autrice, “la Terra era governata da creature senza cervello. Una di queste creature era l’anfiosso, un vermetto (…) popolava gli oceani circa cinquecentocinquanta milioni di anni, non aveva occhi e non poteva percepire i suoni. Il suo scarno sistema nervoso includeva un minuscolo ammasso di cellule che non costituiva un vero e proprio cervello. Un anfiosso, potremmo dire, era uno stomaco su un bastoncino”.
Intendiamoci, ce ne sono ancora molti di anfiossi in giro ma sfuggono all’osservazione di tanti perché, dicono certi maligni, che abbiano assunto un aspetto umano e alcuni di loro governano la Terra o almeno porzioni di essa.
Da quella lontanissima epoca, siamo arrivati oggi all’ipotesi post-umanista di un super cervello artificiale che in un lontano (secondo alcuni meno lontano di quanto possa sembrare) avrà capacità che un tempo erano immaginate soltanto nelle pagine dei romanzi di fantascienza, divenuti – se tutto questo si avvererà, com’è possibile – testi profetici.
Questo territorio avveniristico non è toccato dalla Feldman Barrett che preferisce fermarsi (fermarsi, si fa per dire) su quella che è molto più di un’ipotesi perché ha certificati scientifici della loro vertigine, cioè sul fatto che il cervello può creare, e ricreare, realtà.
Un libro “7 lezioni e 1⁄2 sul cervello” che rappresenta un viaggio dentro noi stessi passando da un colpo di scena a un altro. Tutto questo, però, detto sommessamente, con grande umiltà, perché i saggi non vi dicono che cosa pensare della natura umana, ma vi invitano a riflettere su quale tipo di umani siete o volete essere.

Dalla presentazione editoriale.
«È l’organo che più ci contraddistingue come specie, quello che abbiamo ipersviluppato e che – a torto o a ragione – ci fa sentire superiori agli altri esseri viventi, il fondamento della nostra civiltà e, per alcuni, la sede dell’anima; ma a che cosa serve davvero il nostro cervello, e come funziona?
In 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello Lisa Feldman Barrett condensa le più importanti e recenti ricerche scientifiche e svela segreti, meccanismi e curiosità di questo nostro meraviglioso organo: al contrario di quanto si crede, non serve per pensare; è fatto come il cervello di tutti gli altri animali e funziona come una rete; durante la crescita è estremamente plasmabile; prevede (quasi) tutto quello che facciamo e collabora con i cervelli delle altre persone; dà origine a diversi tipi di mente ed è perfino in grado di creare e modificare la realtà in cui viviamo.
Il nostro cervello non è il più grande del regno animale e nemmeno il migliore in assoluto. Ma è straordinariamente flessibile e perfettamente adattato a ricevere e analizzare l’enorme quantità di informazioni che provengono da altri cervelli o dall’esterno per rispondere alle situazioni più diverse – che sia l’approssimarsi di una minaccia, l’emozione trasmessa dal volto di chi ci sta davanti, l’urgente necessità di cibo… o di una dose di caffeina. Rapide e illuminanti, le 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello di Lisa Feldman Barrett demoliscono con ironia miti consolidati e dipingono un ritratto inaspettato di quella massa di poco più di un chilo che ci rende unici e umani».

Lisa Feldman Barrett
7 lezioni e 1⁄2 sul cervello
Traduzione di Elisa Faravelli
Pagine 149, Euro 17.00
Il Saggiatore


Muoio per te


Sono tanti gli orrori che insanguinarono l’Italia specie negli anni 1943 – 1945, ma la memoria storica ha talvolta vuoti inspiegabili sicché su certe stragi sono calate tenebre che a lungo ne hanno nascosto il ricordo.
Una di queste accadde a Cavriglia e dintorni in Toscana.
La casa editrice Longanesi ha dedicato a quell’eccidio una quanto mai opportuna pubblicazione: Muoio per te Cavriglia, 4 luglio 1944. Un massacro nazista che l’Italia ha dimenticato.

L’autore del volume è Filippo Boni (1980) laureato in Scienze Politiche all’Università di Firenze con una tesi sui massacri nazisti in Toscana.
Studioso del Novecento e degli anni di piombo, giornalista, ha pubblicato molti saggi sulla Resistenza e sull’età contemporanea.
Di lui Longanesi, oltre al presente libro, ha in catalogo “Gli eroi di via Fani” (2018, Premio Firenze-Europa) e L'ultimo sopravvissuto di Cefalonia(2019).
Questo sito lo ha già avuto gradito ospite proprio in occasione della pubblicazione di Gli eroi di Via Fani dedicato agli agenti caduti durante il rapimento di Aldo Moro.

Anche stavolta a Boni va riconosciuto l’alto profilo morale della sua pubblicazione che ha un merito di non poco momento: ricordare quanto da troppo tempo era nella nebbia di un lontano passato che molto, ancora oggi, ha da insegnarci.

Dalla presentazione editoriale.

«Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine. Moltissimi conoscono i tre principali massacri nazifascisti avvenuti nel nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Nessuno o quasi ha mai sentito parlare del quarto: Cavriglia, nel cuore della Toscana, 192 innocenti massacrati e dimenticati.
Primavera 1996. Giuseppe Boni, settantadue anni, in procinto di morire vinto da un cancro, ha riempito con grande premura molte pagine che ricostruiscono la tragedia di cui è stato testimone. La sua memoria va all’estate del 1944, quando compaesani, amici e parenti vennero rastrellati nelle proprie case, mitragliati e bruciati dai reparti tedeschi della Divisione Hermann Göring. Senza nessuna spiegazione e giustizia. Giuseppe quel giorno si salvò nascondendosi in un bosco, ma suo padre, convinto che il figlio fosse morto, si consegnò ai tedeschi. Lo trovarono ricoperto di sangue, con in tasca la catena di un orologio a cipolla che Giuseppe avrebbe poi custodito per tutta la vita. Le maglie di quella catena gli ricordano ora le tappe che portarono all’eccidio: gli spostamenti dei partigiani, l’arrivo dei tedeschi nelle settimane precedenti il 4 luglio, la pianificazione del massacro e l’inferno di quella mattina. Ma gli ricordano anche le storie incredibili di chi non ebbe neppure il tempo di salutare, di chi offrì la propria vita in cambio di quella degli altri, di chi si salvò in modo rocambolesco e di chi morì tragicamente, per sbaglio, per un colpo di vento, per una finestra chiusa male, per la spiata di un traditore o per un eccesso di buona fede.
Perché il ricordo di tutto quel dolore non svanisse per sempre, Giuseppe ha trasmesso al nipote, l’autore di questo libro, un’accorata testimonianza che ha spinto quest’ultimo a compiere un attento lavoro di ricerca su un atroce massacro di cui pochissimi fino a oggi si sono occupati.».

Elogi agli apparati assai ben curati.

Per leggere le prime pagine:CLIC.

Filippo Boni
Muoio per te
Pagine 372, Euro 19.00
Longanesi


Metodo Effe


L’Associazione culturale Metodo Effe nasce nel 2007 promossa da un gruppo di donne di varia estrazione espressiva. Adesso propone un calendario d’incontri al femminile per creare occasioni di confronto interdisciplinare in sintonia col multicodice che oggi governa arte e ragionamenti.
Curatrice del progetto è l’artista Silvia Fiorentino.
In questo video, illustrata da Valerio Cuccaroni, una sua biografia seguita da una performance di lettura da un suo testo da lei stessa recitato.

Conversazioni Contemporanee - abitare il pensiero, vivere l’arte è il titolo del cartellone d’interventi che, partiti il 30 aprile, arriveranno fino alla fine di maggio.
Sono fruibili ogni venerdì alle 18:00 in diretta sulla rinnovata pagina Facebook e Instagram di “Metodo Effe”.

L’idea creativa e organizzativa di quest’incontri nasce dalla collaborazione tra Fiorentino e Laura Lanari (già coordinatrice dei Musei Civici di Ancona e attualmente docente in formazione), in dialogo con le altre socie fondatrici.
Ogni venerdì – dice Silvia Fiorentino (in foto) – faremo compagnia a coloro che si sintonizzeranno sul canale. “Conversazioni contemporanee”, è uno spazio da costruire insieme, con il pensiero filosofico, politico, estetico, psicanalitico, artistico. In questo momento risentiamo di tante problematicità che stanno attraversando la nostra cultura, una grande crisi del sistema non solo italiano che si esprime su diversi livelli coinvolgendo arte, sociologia, antropologa, economia. Perciò ci è sembrato necessario creare una piattaforma di dialogo per dare spunti, per riflettere, confrontarsi. Non pensiamo di essere esaustive vista la complessità della materia, ma puntiamo a sollevare domande, spunti, riflessioni rivolte a colmare il silenzio di molti.

CLIC per conoscere il calendario e le relatrici:

Avendo notato il nome dell’amica filosofa e scrittrice Brunella Antomarini (in foto in basso a destra) già intervenuta altre volte su questo sito anche in occasione di sue pubblicazioni (L'errore del maestro, Le macchine nubili) l’ho invitata per una corsa su Cosmotaxi e le ho rivolto la domanda che segue.

“Outsider Inside”, questo il titolo che darai al tuo intervento. Di che cosa si tratta?

«Il titolo della conversazione con Silvia Fiorentino letteralmente vuol dire ‘esclusa dentro’, un paradosso che parla del modo sottile, rilevabile solo per indizi e sintomi, di una condizione femminile di esclusione, che però avviene inside, cioè da dentro il sistema che la esclude. È un meccanismo che ogni donna riconosce immediatamente su di sé, ma che non ha modo di dirlo – e per questo c’è bisogno dell’arte – perché non avviene in modo esplicito, tanto più quando a livello istituzionale o giuridico le leggi non sono più discriminanti. È più una questione di consuetudine che accade inconsciamente. In condizioni di competizione professionale, una donna non viene presa in esame perché il conflitto è una guerra di branco, o ci si allea o ci si combatte e non esiste guerra fatta contro o con donne. Diventa anche una questione di percezione: l’immagine femminile si percepisce immediatamente come ‘femmina’, come ’vecchia’ come ‘attraente’ o ‘poco attraente’ e questo giudizio percettivo influisce sulla conversazione, sull’ascolto, sulla decisione. E di conseguenza diventa una forma di auto-percezione e di percezione che le donne hanno di altre donne. Ci si concentra sul proprio corpo e su come appare, forme di auto-riflessione che le impediscono di sentirsi dentro all’ambiente esterno. Restano ancora dentro la membrana della pelle e ci tornano sempre. Sono dei feedback loops che è molto difficile descrivere in particolare. Accadono nell’immediato della vita quotidiana e sono di carattere più profondo di quanto si possa descrivere. È una linea sottilissima che si tira come confine invalicabile o soffitto di vetro che allontana le donne da valutazioni che non siano connotate come ‘femminili’. Non è nemmeno una questione di convenienza – come nel caso degli stipendi più bassi alle donne. Anzi, escludere una donna non conviene a nessuno, ma il meccanismo non si sradica.
Per questo l’idea di Silvia Fiorentino di organizzare nuovi incontri con il suo storico Metodo Effe è molto importante in questo momento, soprattutto partendo dalle arti, che sono sempre in anticipo e trovano modi di espressione che appunto mancano nella comunicazione ordinaria».


La teoria della relatività

Il fisico Carlo Rovelli ha detto: Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear... Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi.

Albert Einstein, considerato il più importante fisico del XX secolo, nacque nella città tedesca di Ulma, il 14 marzo 1879, morirà a Princeton, Stati Uniti, il 18 aprile 1955.
“Una sciocca fede nell’autorità” – scrisse nel 1901 a un amico – “è il peggiore nemico della verità”. Questa sua tendenza a contestare l’autorità e a far valere le proprie idee sulla scienza e sull’Universo non lo rese popolare tra gli insegnanti, ma lo portò alle sue più grandi scoperte. Prima fra tutte: la relatività.
La casa editrice Editoriale Scienza ha dedicato a quella vertiginosa scoperta una maxi-pubblicazione (formato cm: 28 x 37) destinata a ragazzi dagli 11 ai 13 anni. A dire il vero, sfogliando quelle pagine assai ben fatte mi viene voglia di dire che possono essere utili anche a noi adulti, ma non voglio che i miei coetanei si sentano offesi e, quindi, affermo che certamente quel libro può essere utile a me, però, ça va sans dire, in libreria sosterrò che è un acquisto fatto per i miei nipoti.
Titolo del volume La teoria della relatività.
Testo di David Wilgenbus, illustrazioni di James Weston Lewis.

Le ricadute della teoria della relatività nella vita di tutti i giorni sono tantissime: senza relatività non funzionerebbero bene i nostri orologi satellitari, il Gps, diversi strumenti di diagnostica medica, non potremmo fare osservazioni cosmologiche, non avremmo l'energia nucleare e altre centinaia di cose
Perfino quando lanciamo uno sguardo su temi che sfiorano la fantascienza ci sono utili le intuizioni di Einstein. Un esempio? Eccolo: i viaggi nel tempo. Infatti, la teoria della gravità generale prevede che grandi masse, quali possono essere i buchi neri, creino dei grandi avvallamenti nella struttura dello spazio-tempo. Questi potrebbero diventare così grandi da generare veri e propri tunnel spazio-temporali. che permetterebbero i viaggi nel tempo.

QUI un breve video per sfogliare pagine del libro.

Dalla presentazione editoriale.

«Albert Einstein spiegato ai ragazzi in un libro prezioso e di grande formato, per scoprire la teoria della relatività e il percorso che l’ha portato a elaborarla.
Einstein ha cambiato il mondo. Le sue idee hanno rivoluzionato la scienza e mutato il modo di concepire l’Universo. È stato una delle prime celebrità a livello globale, e la sua personalità insolita e ribelle ha segnato l’immaginario collettivo. Scopri il percorso che l’ha portato a scrivere la più famosa equazione della storia e a vincere il Premio Nobel. Un affascinante viaggio nella mente di Albert Einstein, in cui le sue teorie sono spiegate con chiarezza e rese accessibili agli scienziati di domani.
La teoria della relatività è spiegata ai ragazzi partendo dalle conoscenze note al tempo del grande scienziato, per capire tanto le basi da cui è partito quanto la forza dirompente delle sue scoperte».

La teoria della relatività
Testo di David Wilgenbus
Traduzione di Lucia Feoli
Illustrazioni di James Weston Lewis
Pagine 64, Euro 22.90
Editoriale Scienza


Per un museo Fo Rame

La coppia Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016) - Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013) ha scritto uno dei più importanti capitoli della storia del teatro italiano e non solo di quello italiano.
La Fondazione che ha i loro nomi, presidente Mattea Fo, ha l’obiettivo con la campagna Un museo per Dario e Franca di trovare un luogo dove accogliere l'Archivio, dare forma al Museo, e realizzare tutto ciò che era stato promesso a Dario il 23 marzo 2016 con la firma della convenzione con il Ministero della Cultura.
Molto attivo in questo progetto, sul prossimo link giustamente polemico, troviamo anche Jacopo figlio di Dario e Franca.

Non si può chiudere una notizia che riguarda quei due senza riproporli in una delle tante loro irresistibili scene.

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web:
Fondazione Fo Rame
info@fondazioneforame.org
Frazione Santa Cristina 14
06024 – Gubbio (Pg)


Io vivo altrove


Esistono libri che oltre ad essere scritti bene hanno anche un’altra qualità: sono libri necessari. È il caso del volume che presento oggi.
Lo ha pubblicato la casa editrice Laurana è intitolato Io vivo altrove L’autismo non si cura, si comprende.
Ne è autore Beppe Stoppa.
Professionista della comunicazione specialmente impegnato su temi sociali.
Nel 2015 ha pubblicato Inciampi di vita il primo libro dedicato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. Nel 2016 inizia la collaborazione drammaturgica con il Teatro Officina con il quale mette in scena, oltre a "Inciampi di vita", "Di Fuoco e di Vetro – La voce degli altri". Suo anche il monologo “Sono una donna fortunata” dedicato al Progetto Libellula

Come il sottotitolo avverte, il libro si occupa dell’Autismo.
Questo disturbo psichico “comprende una vasta gamma di tratti che possono apparire in una varietà di combinazioni presentando una serie di ritardi cognitivi da lievi a gravi ma va ricordato che chi ne è colpito presenta non poche volte lo sviluppo di un'abilità particolare e sopra la norma in un settore specifico”.
Ecco, ad esempio, casi famosi.
E cliccando QUI ancora altri casi di personaggi di secoli fa e di oggi.
Nei due link che ho citato ricorre la dizione ‘Sindrome di Asperger’, per saperne di più CLICK.
Il cinema si è spesso interessato all’autismo, ecco, ad esempio alcuni titoli e trailer.

Stoppa presenta una pluralità di casi e ha il grande merito di presentarli con forte partecipazione ma senza alcun pietismo. Ben lontano, ad esempio, di quando tempo fa vidi in una trasmissione televisiva che secondo le angosciose norme della tv del dolore praticava vie strappalacrime.
Nelle pagine di “Io vivo altrove” (titolo indovinatissimo) troviamo una scrittura scattante che accanto alla rispettosa attenzione di vari casi non trascura accenti polemici come quando troviamo “Le linee guida per l’autismo del 2011sono state completamente disattese dal settore pubblico e si sono registrati, con una variegata fioritura del settore privato di servizi, ‘modelli terapeutici’ poco strutturati rispetto alla domanda e alle necessità. In questa giungla, strane organizzazioni prendono vita ogni giorno. Per fare business, basta aggiungere il suffisso ‘terapia’ a qualsiasi forma d’attività. Nascono così le ippoterapie, le musicoterapie, le ‘salcazterapie (…) Spesso sono solo semplici attività di intrattenimento”.

Nella Prefazione Stefano Belisari più noto come Elio delle Storie Tese – che ha un figlio autistico – così scrive: “Un oceano di persone, qualche milione solo in Italia, bisognose di aiuto. Ma se pensiamo a tutte le famiglie la cui vita viene sconvolta dall’arrivo di un bambino autistico, questa cifra si triplica, si quadruplica. Viviamo circondati da persone autistiche, ma non ce ne accorgiamo. Sconvolta però non è il termine corretto, o quantomeno non è sufficiente a descrivere ciò che accade. Panico, preoccupazione, angoscia, paralisi. Ogni altra questione scompare, viene letteralmente inghiottita”.

Dalla presentazione editoriale.
«Sono tra noi ma vivono in un'altra dimensione, uno spazio tempo che a noi sfugge e che non comprendiamo e per questo, a volte, ci fanno paura. Sono gli autistici. L'autismo non è una malattia, non c'è una cura e non si guarisce, ma si vive. È una sindrome con la quale fare i conti tutta la vita, a volte con enormi frustrazioni, altre con sorprendenti rivelazioni. Ci sono autistici a basso funzionamento con limitatissime se non nulle capacità di interazione e quelli ad alto funzionamento, gli Asperger, che magari, grazie alle loro ossessioni, riescono ad eccellere in campi scientifici o artistici. Eppure, fanno parte tutti del medesimo universo. Il mistero dell'autismo è questo: una miriade di pezzi unici a comporre un mosaico infinito. L'autore racconta storie di famiglie, educatori, ragazze e ragazzi che vivono in questo universo parallelo e che sorprenderanno il lettore per la ricchezza aliena delle loro vite».

Ancora una cosa da segnalare. I diritti d’autore saranno devoluti alla “Fondazione Fracta Limina Onlus (Melegnano) e destinati alla realizzazione del “Progetto icaro”, un Centro polifunzionale che offra servizi specifici per persone con autismo e neurodiversità.

Ufficio Stampa dedicato:
Francesca Tamanini, tamanini.francesca@gmail.com – 348 - 06 75 148

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Beppe Stoppa
Io vivo altrove
Prefazione di Elio
Pagine 328, Euro 18.00
Laurana Editore


Teatro di Roma

Su il sipario al Teatro Argentina e sulle altre ribalte collegate: India - Torlonia - Valle. .
All’Argentina è di scena Gregor Samsa ora protagonista nella traduzione scenica del celebre racconto La Metamorfosi di Franz Kafka.pubblicato nel 1915 e in Italia nel 1934.

Che brutto risveglio per Gregor!
Facciamoci guidare nella sua avventura dal germanista Luigi Forte .in questo video.
Non è solo Gregor a svegliarsi male, anche altri protagonisti di Kafka hanno problemi seri al loro destarsi, fateci caso anche in “Il processo” e “Il castello” cominciano male la giornata che poi, come accade a Gregor, non vedono schiarite col passare del tempo.
All’Argentina il famoso testo (dopo il debutto televisivo trasmesso da Rai 5), nella versione di Ervino Pocar, si avvale della regia di Giorgio Barberio Corsetti..
Quest’edizione giunge nutrita da un percorso di creazioni, suggestioni e linguaggi ibridi come l’esperienza del format Metamorfosi Cabaret allestito nel periodo di interruzione degli spettacoli dovuto all’emergenza sanitaria.

Estratto dal comunicato stampa
«Un classico della modernità che riletto oggi si fa racconto di grande contemporaneità, esplorando in maniera tragica e comica l’isolamento, la perdita di contatti, la patologia della depressione determinata dall’alienazione e dall’autoannullamento. Con una scrittura che coinvolge corpi e racconta una trasformazione fisica che impatta sensi e linguaggio, lo spettacolo porta in scena la potente allegoria di una vita scandita da moti dell’animo, ritmi lavorativi, rapporti familiari e sociali, sovrapposizioni e incomprensioni, che racchiudono gli elementi della nostra esistenza: il tutto agito dalla compagnia di interpreti composta da Michelangelo Dalisi (Gregorio Samsa), Roberto Rustioni (Il Padre), Sara Putignano (La Madre), Anna Chiara Colombo (La Sorella Rita), e altri interpreti: Giovanni Prosperi, Francesca Astrei, Dario Caccuri».

“La metamorfosi” va in scena all’Argentina da martedì 3 a domenica 9 maggio.
Per il resto della programmazione CLIC.

Ufficio Stampa Teatro di Roma:
Amelia Realino: ufficiostampa@teatrodiroma.net
06.684.000.308 ###### 345.4465117


Piccole luci nell'universo


La casa editrice Longanesi ha pubblicato un libro originale e affascinante: Piccole luci nell’universo Storie e imprese di una cacciatrice di nuovi mondi.
Ne è autrice Sara Seager.
Astrofisica, insegna Fisica e Scienza planetaria al Massachusetts Institute of Technology. Le sue ricerche, che nel 2013 le hanno valso il prestigioso Genius Grant della MacArthur Foundation, hanno dato un contributo importante nel campo degli esopianeti.
Ha diretto la squadra dello Starshade Project della Nasa, e attualmente si dedica alla ricerca dei primi esopianeti di tipo terrestre e dei segni di vita che possono presentare.
Vive con il marito e i due figli a Concord, Massachusetts.
Il suo lavoro ha fatto scrivere al New York Times: “La donna che potrebbe scoprire un’altra Terra”, mentre la NASA l’ha definita “Un’astronomica Indiana Jones”.
Altre informazioni, fra le quali l’equazione da lei ideata per stimare il numero di pianeti abitabili nella galassia: QUI.

Perché ho definito il suo libro originale e affascinante?
Perché è un perfetto incrocio fra divulgazione scientifica e tracciato autobiografico.
L’affascinante materia trattata (gli esopianeti) e la (accidentata) vita vissuta dall’autrice trovano una perfetta visione, e interazione, a specchio.
Entusiasmo per le ricerche, il dolore della vedovanza, i traguardi scientifici raggiunti e gli interrogativi su se stessa sono tesi sulla corda di un equilibrio emozionante perché a tratti si teme che possa avvenire un cedimento causando qualche irreparabile conseguenza sugli studi o sull’esistenza stessa di Sara.
Anche perché qui si è lontani da romanzerie, non a caso l’autrice scrive in una nota che precede il testo: Questa è un’opera di non-fiction. Per quanto posso ricordare, tutto ciò che segue è vero. Quando possibile, i fatti sono stati controllati tramite fonti secondarie. Alcuni nomi sono stati modificati per proteggere l’identità di singole persone.

Nella ragionata speranza di trovare pianeti dove siano presenti forme di vita, Seager ci fa attraversare i cosiddetti ‘pianeti orfani’, luoghi degni di un girone infernale dantesco, dove da cieli neri, in un buio perpetuo, piove ferro fuso.
Alle ricerche scientifiche con quelle tremende visioni si alterna lo sconforto nel vedere il marito morente, così come nell’approssimarsi di un traguardo scientifico si avvicendano momenti in cui più forti si fanno i tentativi di risalire un’aspra china esistenziale.
Nessun spoiler se qui dico (lo scrive anche l’editore presentando il libro) che Sara Seager si risposerà e solo allora, nelle ultime pagine, apprenderà di essere autistica.

“Non credo sia un caso se c’è uno specchio nel cuore di ogni telescopio. Se vogliamo trovare un’altra Terra, significa che vogliamo trovare un altro ‘noi’. Pensiamo valga la pena di conoscerci. Vogliamo essere una luce nel cielo di qualcun altro. E finché continuiamo a cercarci a vicenda, non saremo mai soli”.

Dalla presentazione editoriale.

«Sara Seager è una delle più autorevoli voci mondiali nel campo dell’astrofisica. Ha persino inventato un’equazione che serve a stimare il numero di pianeti abitabili nella galassia. Se c’è una persona sulla Terra che può rispondere alla domanda «C’è vita nell’Universo?» quella è lei, che ha trascorso la sua esistenza superando i confini del sistema solare per studiare gli «esopianeti».
Ci sono tuttavia altri campi in cui la sua competenza è meno brillante, ad esempio l’empatia e l’abilità sociale. Questo perché Sara è affetta da un disturbo dello spettro autistico ma, come molti, ha ricevuto la diagnosi solo da adulta, dopo una vita incessantemente vissuta sfidando i propri limiti. Tutto ciò non le ha impedito di fare carriera, di innamorarsi, sposarsi e avere due figli. Quando però suo marito muore all’improvviso il mondo di Sara rischia di essere inghiottito da un dolore più profondo dei misteri del cosmo. La crisi che la travolge, un po’ alla volta, le rivela ciò che nemmeno l’esplorazione di mondi lontanissimi le aveva insegnato: nessuno può fare tutto da solo.
Sara andrà alla ricerca di vita negli spazi infiniti che si espandono oltre l’atmosfera terrestre, ma anche dentro di noi. Questa è la sua storia, di esplorazioni e rinascite».

Per un assaggio di lettura: CLIC.

Sara Seager
Piccole luci nell’universo
Traduzione di Alba Bariffi
Pagine 300, Euro22.00
Longanesi


Il genocidio (1)


La casa editrice il Mulino ha pubblicato un saggio di maiuscola forza sugli stermini di massa.
Nessuna meraviglia, il volume intitolato Il genocidio è firmato da un grande storico: Marcello Flores .
Ha insegnato nelle Università di Siena e Trieste. Fra i suoi libri con il Mulino: «Il secolo mondo» (2002), «Il genocidio degli armeni» (2005), «Storia dei diritti umani» (2008), «Traditori» (2015), «Il secolo dei tradimenti» (2017), «1968. Un anno spartiacque» (con G. Gozzini, 2018), «Cattiva memoria (2020).
Su questo sito mi sono occupato di altri suoi due titoli: La fine del comunismo e Bella ciao.

In “Il genocidio” ovviamente trova largo spazio la Shoah, la grande strage antisemita praticata dai nazisti. È bene, però, non dimenticare che in Italia Mussolini concorse alla strage varando leggi antisemite che furono controfirmate dal re Vittorio Emanuele III e per conseguenza permisero rastrellamenti e deportazioni. Ipocritamente chiamati “campi di smistamento”, ci furono campi situati a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Fossoli (Modena), Grosseto e Bolzano-Gries. Attraverso queste strutture i prigionieri venivano trasferiti nei lager in Germania. L’orrore in Italia raggiunge l’apice quando in Friuli Venezia Giulia, territorio annesso al Reich, viene creato nel comune di Trieste l’unico campo di sterminio italiano: la Risiera di San Saba.

Dalla presentazione editoriale
«Che cos’è un genocidio? Inventata nel 1944, la parola «genocidio» rappresenta un concetto a lungo discusso nella sua capacità di rappresentare la violenza di massa e tuttora, nonostante il diritto internazionale con la Convenzione del 1948 ne abbia sancito il significato, essa rimane un termine controverso, con una storia complessa che ancora continua a cambiare. Il libro segue la fortuna del termine in relazione alla Shoah, analizza i genocidi degli anni Novanta (Ruanda e Bosnia) e quelli del XXI secolo interrogandosi sulla possibilità di definire genocidi i massacri avvenuti nella storia, e mostrando infine il carattere fondamentalmente politico oltre che giuridico di questo che Churchill chiamò, prima dell’invenzione del termine, il «crimine senza nome»».

Segue ora un incontro con Marcello Flores.


Il genocidio (2)

A Marcello Flores (in foto) ho rivolto alcune domande

Quale la principale motivazione che ha fatto nascere questo libro?

La necessità di provare a fare il punto su una parola-concetto oggi usato spesso ma in modi molto diversi e con un tasso rilevante di confusione. Essendomi occupato per anni di genocidi e avendo visto – anche negli anni in cui ho organizzato il master europeo in Human Rights and Genocide Studies – che perfino studenti preparati mostravano a volte confusione nel distinguere tra genocidi e altre forme di crimini internazionali e massacri, ho pensato che fosse utile una sintesi, che fosse insieme narrazione storica e spiegazione: per dare un contributo soprattutto ai più giovani ma anche per chiarire a me stesso i dubbi, le difficoltà e la complessità che la riflessione sul genocidio porta con sé.

Nell’accingersi a scrivere questo saggio qual è stata la cosa che ha deciso di praticare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Ho pensato che fosse necessario raccontare la genesi storica del termine genocidio, per comprendere il contesto in cui nasce e in cui diventa poi, dopo un dibattito intenso di circa tre anni, la definizione giuridica di un crimine per il diritto internazionale. Nel far questo ho cercato di mostrare tutte le difficoltà di interpretazione che sono legate a questo termine, le sfumature e a volte anche le contrapposizioni che ci sono state – perfino dentro il mondo dei giuristi – nell’usarlo, sia in generale sia nella giurisprudenza dei tribunali internazionali. Ho cercato di evitare di raccontare la «mia» interpretazione di genocidio, anche se non ho eluso il mio punto di vista, perché non ritengo utile aggiungere una nuova interpretazione, magari differente per solo qualche piccolo aspetto, alle tante che già sono state date. Ho preferito mostrare come queste sono sorte e quali rilievo hanno avuto.

Quand’è che troviamo in letteratura la parola “genocidio”? E ha un autore?

Il termine genocidio ha un’origine di tipo giuridico, ma diventa presto un termine noto all’opinione pubblica perché utilizzato sui giornali, alla radio, anche se soprattutto nei primi anni (tra il 1945 e il 1948) e meno successivamente, finché ritorna di attualità con il processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961 e diventa conosciuto alle grandi masse a fine anni ’70 con il serial televisivo «Holocaust». I primi a utilizzarlo, a livello letterario, sono stati i sopravvissuti-scrittori, che hanno fatto della memoria della loro tragica esperienza un momento di riflessione universale grazie alla letteratura, anche se spesso hanno usato i termini Olocausto e Shoah, lasciando alla letteratura giuridico-storica-sociologica l’uso più frequente della parola genocidio.

Quand'è che si ha una definizione precisa di cosa sia questo crimine?

La definizione nasce nel libro Axis Rule in Occupied Europe del giurista Raphael Lemkin, pubblicato negli Stati Uniti alla fine del 1944. La parola viene utilizzata in alcune occasioni nel corso del processo di Norimberga, con una definizione ancora generale in cui compare tra i crimini di guerra commessi dai nazisti. Successivamente la discussione all’interno delle commissioni create dalle Nazioni Unite per giungere a una definizione del diritto internazionale di questo nuovo crimine – nuovo come definizione e come individuazione sul terreno giuridico, non nella sua pratica – elabora una definizione che è il risultato di ampie discussioni, rimaneggiamenti e anche compromessi. Genocidio, così, è «l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. L’ipotesi iniziale di inserire anche i gruppi politici viene bocciata. I due aspetti più importanti sono, a mio avviso, il carattere della «intenzionalità» e il fatto che si voglia distruggere «un gruppo in quanto tale», senza alcuna motivazione legata a conquista, occupazione, asservimento, ma solo all’esistenza in quanto gruppo che viene negata da chi ha l’intenzione di eliminarlo dal consesso dell’umanità

Nonostante la parola “genocidio” come lei ha spiegato appartenga ai nostri giorni, dando uno sguardo alla storia dei secoli passati è stato un crimine collettivo già praticato?

Lemkin suggerisce fin dall’inizio che sta parlando di un concetto «nuovo» per una pratica «antica» e nelle sue carte vi sono riferimenti continui alla repressione ateniese di Melo e Mitilene, alla distruzione romana di Cartagine, alle stragi dei mongoli, alla conquista delle Americhe, alle guerre di religione, ecc. A lui interessava, inizialmente, poter definire come crimine internazionale la violenza omicida contro un gruppo, che non esisteva ancora (si poteva accusare qualcuno di omicidio plurimo), ma quando, dopo avere inventato il termine, discute delle violenze del passato, cerca di mettere a punto, anche nell’analisi storica che svolge, l’elemento di intenzionalità della distruzione e la volontà di sradicare e sterminare un preciso gruppo umano.

La Shoah, il genocidio compiuto dai nazisti, vede già negli anni ‘50, poi man mano sempre più ingigantendosi, il negazionismo, talvolta travestito da revisionismo, così da lei tanto accuratamente illustrato nelle sue pagine. Com’è stato possibile nonostante l’imponente documentazione, anche audiovisiva, di quel mostruoso crimine? Esistono al proposito responsabilità della Sinistra? Penso, ad esempio, anche a sinceri democratici come Chomsky

Si può dire che il negazionismo accompagni fin dall’inizio la Shoah: il tentativo di distruggere le prove, i campi di sterminio, la documentazione o comunque la volontà di tenere nascosto il genocidio anche al popolo tedesco mentre veniva compiuto. Più difficile è capire come sia possibile che, successivamente, di fronte all’evidenza sempre più ricca di testimonianze e documenti, scritti, visivi, architettonici e di ogni tipo, si sia manifestata una tendenza continua al negazionismo. La motivazione principale è di tipo ideologico-politico, risiede nella volontà di riabilitare Hitler e il nazismo e quindi di allontanare l’accusa peggiore che era stata loro rivolta. Elemento centrale di questa negazione è che la Shoah sia stata non una realtà ma una invenzione narrativa degli ebrei, prendendo spunto da memorie contraddittorie o labili su alcuni aspetti secondari o su alcune date e arrivando a sostenere che le camere a gas servivano per la sanificazione dei reclusi e non per la loro soppressione. In genere sono stati e sono negazionisti gruppi neonazisti, ma non sono mancati anche gruppi di sinistra, soprattutto in polemica anti-israeliana o perché eredi di un antisemitismo presente in passato, pur se limitato, anche nella sinistra. Quanto a Chomsky, egli ha scritto la prefazione di un libro negazionista della Shoah in nome della libertà di espressione, ha negato per vent’anni il genocidio cambogiano perché non rientrava nelle accuse all’imperialismo americano che erano le uniche cui era interessato e infine ha scritto un’altra prefazione a un libro negazionista sul genocidio dei tutsi in Ruanda sostenendo che genocidio è un termine abusato e che estenderlo a casi ambigui o inesistenti (per gli autori del libro da lui prefato non è esistito genocidio in Ruanda e, se c’è stato, la responsabilità va fatta ricadere sul Fronte patriottico ruandese che libera il paese e salva i tutsi dalla distruzione completa) costituisce un’offesa per le vittime della Shoah.

A proposito della Sinistra, nei regimi comunisti ci sono esempi di genocidi?

Certamente si può considerare un genocidio quello che ha luogo nel 1931-32 in Ucraina, dove la deliberata scelta di Stalin di fare morire di fame milioni di persone (mentre il grano ucraino veniva inviato e venduto all’estero) è legata insieme alla sua volontà di colpire il mondo contadino considerato nemico e infido ma anche un popolo ritenuto nazionalista e poco ubbidiente. Per altri casi il termine genocidio ritengo non sia utilizzabile, ma sia preferibile usare quello di crimini contro l’umanità.

Due domande che traggo da paragrafi del suo libro.
La prima: esiste la possibilità di una prevenzione del genocidio
?

La prova che la prevenzione sarebbe stata possibile la si è vista proprio nel caso del Ruanda, quando il comandante della forza delle Nazioni Unite chiese il permesso di intervenire nel gennaio 1994 per sequestrare le armi che i partigiani dell’«Hutu Power» stavano ammassando, ricevendo però un rifiuto. Se non è stato possibile farlo, lasciando uccidere quasi un milione di persone è perché gli interessi delle grandi potenze e dei membri del Consiglio di sicurezza l’hanno impedito. Quindi possiamo dire che in linea di principio esiste questa possibilità, perché ormai si riesce a sapere in anticipo quando un massacro di tipo genocidario sta per avere luogo, ma che nella pratica questo dipende dalla volontà della comunità internazionale e soprattutto dagli interessi delle grandi potenze.

La seconda: troviamo anche un paragrafo dedicato al “genocidio culturale”. In che cosa consiste?

Il genocidio culturale – che si voleva inserire nel testo della convenzione del 1948 ma che venne escluso per motivi di dissenso politico (soprattutto da parte britannica e francese) – consisterebbe nella distruzione non necessariamente fisica di un gruppo, ma delle sue caratteristiche essenziali: lingua, religione, economia, costumi, edifici simbolici o religiosi, biblioteche, ma soprattutto la dignità. Nel 1948, quando era ancora vivo e operante il sistema coloniale internazionale, si temeva che tutte le nazioni colonialiste avrebbero potuto essere accusate di genocidio culturale. Nel 2007 è stata approvata la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni che riecheggia in qualche modo quella vecchia discussione, con il voto contrario di Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Nell’ultimo decennio, attorno al tema della richiesta di scuse, di perdono o di riparazioni nei confronti dei popoli colonizzati, delle violenze da loro subite e delle rilevanti amputazioni culturali della loro identità e patrimonio, il tema è tornato di attualità.

……..………...…………..

Marcello Flores
Il genocidio
Prefazione di Adama Dieng
Pagine 208, Euro 14.00
E-book Euro 9,99
Formato: ePub, Kindle
Il Mulino


25 Aprile


Il 25 aprile (QUI il portale dell’ANPI) è una di quelle date che va scolorendosi sulle pagine della Storia nonostante l’amore e l’odio suscitati allora ancora ribollino sotto la pelle dei nostri giorni.
Si dice, giustamente, che anni democristiani, craxiani poi berlusconiani e renziani abbiano ottuso coscienze e slanci, ma il primo colpo tirato alla Resistenza, a mio avviso, risale all’amnistia del 22 giugno 1946 promulgata da Palmiro Togliatti (allora Ministro di Grazia e Giustizia) che avrà suo collaboratore al Ministero Gaetano Azzariti Presidente del Tribunale della Razza!).
Decisioni che produssero il primo affronto ai combattenti per la libertà che videro uscire dalle galere fior di repubblichini, un “liberi tutti” di cui ancora oggi si risentono le conseguenze.
Quell’amnistia fu contestata sia da parte della base del Pci, sia dalle associazioni partigiane e dal fronte democratico non comunista che videro chiaramente il pericolo, puntualmente avveratosi, di una mancata defascistizzazione del Paese. Fu, infatti, seguita da quattro successive amnistie – varate da governi Dc – che allargarono ulteriormente i termini temporali e la casistica dei reati commessi dai fascisti.

«Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa.
A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari».

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.

«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pier Paolo Pasolini, Il caos, Editori Riuniti, 1979.


Orwell: sullo scrivere e sui libri


Le due ideologie che hanno lacerato il XX secolo videro la gran parte d’intellettuali e di artisti schierarsi col comunismo (in netta maggioranza) o col fascismo.
Quei pochi che si allontanarono dopo una prima adesione a quelle idee oppure mai se ne fecero sostenitori ebbero trattamenti ruvidi e per alcuni andò anche molto peggio.
Un nome spicca in quello scenario: Eric Arthur Blair, noto con lo pseudonimo di George Orwell.
Il padre era un funzionario amministrativo delle colonie dell’Impero britannico, George perciò nacque in India, a Motihari il 25 giugno 1903, morirà a 46 anni a Londra il 21 gennaio 1950.
Per diffuse notizie biografiche: CLIC.
Due sono le opere che lo hanno reso famoso: La fattoria degli animali e 1984.

Dopo un periodo giovanile che lo vide innamorarsi delle idee socialiste e che lo portò a combattere nella guerra di Spagna contro i franchisti, ebbe chiaro che la sola lotta politica che meritava d’essere combattuta era quella contro ogni totalitarismo
Scrive di lui Umberto Eco: “Orwell ha intuito che nel futuro-presente di cui egli parla si dispiega il potere dei grandi sistemi sovranazionali, e che la logica del potere non è più, come al tempo di Napoleone, la logica di un uomo. Il Grande Fratello di 1984 serve, perché bisogna pur avere un oggetto d'amore, ma basta che egli sia un'immagine televisiva".
Se sono noti i suoi due romanzi prima citati, meno lo sono i suoi scritti letterari densamente politici. Elogiabile, quindi, la scelta della casa editrice Lindau che ha pubblicato Sullo scrivere e sui libri, una raccolta di articoli, scritti tra la fine del 1945 e il 1948, che aiutano a capire il tessuto morale e artistico dello scrittore.

Estraggo alcune righe dal piccolo prezioso, volume: La Guerra civile spagnola e altri avvenimenti del 1936-37 hanno contribuito a farmi prendere una decisione, e da allora ho capito da che parte stavo. Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io (…) Il mio scopo principale nel corso degli ultimi dieci anni è stato quello di fare degli scritti politici un’arte (…) I cattolici e i comunisti si somigliano molto quando affermano che un oppositore non può essere al tempo stesso onesto e intelligente. Entrambi affermano tacitamente che la ‘verità’ è già stata rivelata e che l’eretico si oppone ad essa spinto solo da motivazioni egoistiche (…) Dal punto di vista totalitario, la storia è qualcosa da creare piuttosto che da imparare.

Intorno a Orwell si scatenò un inferno tra i tanti detrattori e i pochi sostenitori che, però, crebbero di numero col tempo e oggi costituiscono un vasto pubblico.
E in Italia?
“La fattoria degli animali” apparve nel 1947 e “1984” nel 1950.
Il settimanale Il Mondo di Pannunzio si schierò subito a favore dello scrittore e pubblicò a puntate “1984”.
Trasparente nelle pagine di Orwell era la critica allo stalinismo osservato sul campo di battaglia dove combattevano anche altri intellettuali non comunisti tra cui, ad esempio, André Malraux, Arthur Koestler, Randolfo Pacciardi, Simone Weil, Nicola Chiaromonte. Avevano tutti capito che l’antifascismo si presentava con due facce tra loro in conflitto, quella democratica socialista e libertaria, e quella comunista autoritaria.
Scrive Massimo Teodori: “L’Orwell del ”1984” fu apprezzato e recensito solo dai laico-liberali, denigrato da Palmiro Togliatti (“una buffonata informe e noiosa”), e ignorato dall’intellighenzia vicina alla sinistra filo-comunista. (…) Fin dai primi numeri di “Rinascita”, Togliatti rivolge volgari attacchi ad azionisti non frontisti, liberali, democratici, socialisti umanisti, e a quelle personalità della sinistra democratica che rifiutavano di considerare la resistenza al fascismo una prerogativa esclusiva comunista. Le sue invettive colpirono molte personalità di quell’orientamento: Gaetano Salvemini fu definito “una persona poco seria”, il critico d’arte resistente azionista Carlo Ludovico Ragghianti un “pigmeo della Guerra fredda”, Vittorio Gorresio “uno scarafaggio”, e così Ernesto Rossi e gli amici del ‘Mondo’, “una rivista di sedicenti liberali che raccomandano i preti e Benedetto Croce”.

“Sullo scrivere e sui libri” chiarisce le fonti del pensiero orwelliano e aiuta a capire perché fu tanto osteggiato dall’ortodossia ideologica sia di stampo capitalistico sia di quello comunista. Va, inoltre, aggiunto la sua lontananza dai cattolici e questo complesso di ragioni hanno fatto di lui un protagonista del pensiero libero, un nemico del pensiero unico.

In questo breve video una tagliente dichiarazione di Orwell.

Dalla presentazione editoriale.
«Accanto all’attività di romanziere, che culminerà nei due capolavori La fattoria degli animali e 1984, George Orwell portò sempre avanti quella di giornalista, saggista e, più in generale, di testimone e critico del suo tempo, un tempo attraversato da grandi rivolgimenti politici e sociali.
Le ragioni dello scrivere, il ruolo della letteratura nella società e i difficili rapporti tra arte e potere sono al centro di questi interventi, pubblicati su riviste dell’epoca. In essi si delinea la figura dello scrittore che, pur schierandosi politicamente, deve salvaguardare la propria libertà creativa da qualsiasi influenza ideologica.
Ma lo sguardo acuto di Orwell sa indagare, spesso con irresistibile umorismo, anche fenomeni più quotidiani e personali, come i gusti letterari, le mode, le manie di lettori e scrittori, mescolando aneddoti e riflessioni che ancora oggi sanno raccontarci, come pochi altri, il meraviglioso universo dei libri».

George Orwell
Sullo scrivere e sui libri
Traduzioni di
Davide Platzer Ferrero
Federico Zaniboni
Pagine 112, Euro12.00
Lindau



Mutaforme di meduse, cyborg e specie compagne


Dobbiamo al più vecchio festival di teatro la presentazione di alcune fra le più nuove forme sceniche contemporanee.
Sono cinquant’anni, infatti, che esiste il Santarcangelo Festival che in tutte le sue edizioni ha portato all’attenzione di critici e spettatori nuovi gruppi italiani e stranieri, portatori di nuovi linguaggi.
Tanti i nomi che hanno trovato spazio nel cartellone annuale del Festival: Santagata e Morganti, il Teatro dell’Elfo, il Teatro Valdoca, Dario Fo e Franca Rame, Enzo Cosimi, Marcido Marcidoris, Thierry Salmon, Antonio Neiwiller, e poi Ariane Mnouchkine, Manoel De Oliveira, Leo de Berardinis, Mario Martone, Raul Ruiz, Judith Malina, e Jerzi Grotowski, i Magazzini Criminali. E mi scuso con i non citati, ma l’elenco è valorosamente lungo.


Ora, all’8 al 18 luglio 2021, va in scena FUTURO FANTASTICO (II movimento). Festival mutaforme di meduse, cyborg e specie compagne.
Il Festival, come tante altre manifestazioni si è dovuta misurare con una programmazione straordinaria, e più volte ripensata a causa dell’emergenza pandemica, con cui il Festival si è dovuto inevitabilmente confrontare, avviando un costante esercizio di trasformazione e una riflessione sul rapporto tra arte e dimensione pubblica.
Per questa ragione, il sottotitolo dell’edizione 2021 scelto da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò di Motus, che così concludono l’incarico alla direzione artistica del Festival, “fa riferimento – come recita il comunicato stampa – “alla forza magica, irrequieta e mutaforme che incarna lo spirito del Festival per sua natura in transizione, scambio e ibridazione continua. Dieci giorni di intensa programmazione daranno vita a un’opera corale, accorciando le distanze fra teatro, cinema, musica, letteratura e antropologia.

Dichiara la direzione artistica: Abbiamo scelto l’aggettivo ‘mutaforme’ per i 50 anni di un Festival che rinasce sempre dalle proprie ceneri come araba fenice, restando connesso in modo tentacolare alle sfaccettature del presente. I romanzi della scrittrice nigeriana Nnedi Okorafor, abitati da creature ibride metà umane e metà meduse – letti voracemente durante il lockdown – ci hanno poi sospinto a mettere al centro il tema dell’interdipendenza. Pensiamoci come specie compagne (companion species), citando Donna Haraway, perché non c’è stata evoluzione biologica separata fra umani e animali, ma un processo di coabitazione. Il virus del resto è una zoonosi: rende manifesto il contagio come condizione della vita tutta e ci dice che non siamo autosufficienti. Anche un’istituzione culturale come il Festival ha allora bisogno di ripensarsi e rinsaldare il suo legame con il terreno/territorio domandandosi: come convivere paritariamente? How To Be Together è il titolo del più utopico e spericolato progetto che quest’anno proveremo a realizzare.

Ancora dal comunicato stampa: “La capacità di mutare forma permette al Festival di rappresentare se stesso come atto di espansione oltre il limite, e ritrovare la sua dimensione internazionale generando contaminazioni sempre nuove con mondi culturalmente e geograficamente lontani. Un viaggio con una forte apertura a processi partecipativi che sconfinano nell’invasione degli spazi pubblici, dalla piazza al paesaggio naturale, per un inno alla trasformazione, che vede un programma articolato in capitoli tematici.

Notizie sul cartellone:QUI .
Info: tel. 0541 - 62 61 85

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web
Ufficio Stampa Santarcangelo Festival: Irene Guzman
i.guzman@fmav.org | | T. +39 349 1250956
mob. 349 – 12 50 956 e ufficiostampa@santarcangelofestival.com
Matteo Rinaldini
matteo@santarcangelofestival.com; mob. 360 – 47 87 28


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