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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

l tempo di una canzone (1)


La casa editrice Jaca Book ha pubblicato un nuovo libro di Franco Fabbri intitolato Il tempo di una canzone Saggi sulla Popular Music.
Così l'editore presenta l’autore ai lettori: "È noto per essere stato uno dei primi studiosi della popular music, non solo in Italia. Fra i vari aspetti della sua personalità di musicista e studioso «polimorfo» (l’aggettivo è nella motivazione del Premio Tenco, conferitogli nel 2019) ci sono quelli di conduttore a Radio Tre, docente all’Università e al Conservatorio, amministratore di enti lirici e sinfonici, direttore artistico di rassegne musicali, redattore di riviste musicologiche, oltre alla più nota attività di cantante, chitarrista e autore nel gruppo degli Stormy Six, e co-fondatore (1974) de l’Orchestra, una delle prime etichette indipendenti italiane. È stato tra i promotori della International Association for the Study of Popular Music, fondata nel 1981, presieduta varie volte fino al 2019.
Tra i suoi libri: “Elettronica e musica” (1984, introduzione di Luigi Nono); “Il suono in cui viviamo” (1996); “Album bianco” (2000); “L’ascolto tabù” (2005); “Around the clock. Una breve storia della popular music” (2008).
Con Jaca Book ha pubblicato Non è musica leggera (2020)”.

Presentazione ineccepibile. A me va di aggiungere qualche altra cosa che fa di Franco Fabbri una figura rara – e, probabilmente unica, bum! l’ho detta, perché lo penso – certamente nello scenario italiano, ma forse non soltanto italiano.
Qual è?
Oggi so di buona e ve la dò gratis, come dice la Palombina del seicentesco Tomaso Mondini.
Ecco: trovatemi un altro che possa con uguale conoscenza e acutezza discorrere di una sinfonia di Haydn e di un brano punk, di una canzonetta napoletana e di un melodramma di Donizetti. E non basta. Perché, essendo chiamato come consulente tecnico in liti giudiziarie fra musicisti, sfodera perfino competenza in filosofia giuridica; nel libro “Il tempo di una canzone” troverete, infatti, largo spazio dato al tema del plagio.
Gente così? Avercene!

Dalla presentazione editoriale

«"Il tempo di una canzone" è una raccolta di saggi sulla popular music, ai quali Franco Fabbri ha lavorato negli ultimi dieci anni e fino a tempi recentissimi. Soprattutto, più della metà sono stati scritti e pubblicati in altre lingue ed erano finora inediti in italiano: fra questi, alcuni sono in assoluto i più letti - nella lingua originale - da un vasto pubblico internazionale. La popular music è studiata dal punto di vista storico (dalla canzone napoletana e statunitense nella prima metà dell'Ottocento, fino al rebetiko, e poi al rock, al beat, e alla canzone d'autore, dagli anni Cinquanta del Novecento ai giorni nostri), analitico (il sound delle surf bands, del progressive rock, di Peter Gabriel, di De André, della musica ascoltata in cuffia e in streaming), teorico (le classificazioni per generi, le diverse tendenze degli studi musicali, il plagio). C'è spazio anche per saggi sulla musica da film, per l'impatto delle tecnologie sulla produzione e sul consumo di musica, per riflessioni sull'industria editoriale e discografica e sul diritto d'autore».

QUI un breve video con Franco Fabbri.

Segue ora un mio incontro con lui


Il tempo di una canzone (2)


A Franco Fabbri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Scrivi nell’Introduzione: "Nonostante che tutti i testi raccolti qui siano nati da occasioni accademiche, il mio lettore-tipo non è lo specialista".
Perché? E ancora: a quale lettore ti rivolgi
?

Scrivo per una piccola moltitudine di lettori e lettrici reali, che conosco: formano l’immagine astratta di un lettore-tipo, ma sono molto concreti. A dire la verità, molti di loro sono effettivamente degli specialisti, ma so che condividono con me il gusto per una scrittura senza fronzoli e senza birignao, che mira ad essere compresa, nonostante la complessità degli argomenti. Lo stile di molti testi accademici mi annoia, mi stanca: alla mia età, e con l’esperienza che ho dell’accademia, ci vedo dietro immediatamente le pressioni della carriera, della politica, di un narcisismo estremo nascosto dietro una maschera di oggettività pseudo-scientifica. Riconosco quello stile in italiano, ma anche nelle altre lingue che frequento. E scrivo come scrivo perché ho letto e ammirato autori come Umberto Eco, Philip Tagg, Marcello Sorce Keller, ma anche Richard Feynman (ho fatto studi scientifici: il linguaggio oscuro che vuol mettere il lettore in soggezione lì non funziona).

"Cos’è la popular music? E cosa non è?”, non sono soltanto due quesiti che poni nel primo, denso, capitolo, ma un tema che variamente modulato affiora anche in altri saggi.
Quel virgolettato, lo faccio ora diventare una domanda

Nella storia la popular music (con i vari nomi che ha assunto in diversi contesti linguistici) è stata definita prima di tutto per quello che non era: non era musica folk (di tradizione orale, o “popolare”, come si è sempre detto in Italia) e nemmeno musica classica. Ma ci sono anche altre musiche che la popular music non è: il jazz dopo la Seconda Guerra Mondiale (fino all’èra dello swing, invece, il jazz era popular music per eccellenza), le musiche creative e improvvisate, sperimentali, “fuori dai generi”, e altro ancora. Negli anni Settanta-Ottanta, quando si rivendicava lo studio delle musiche che fino ad allora erano state escluse dall’accademia, spesso si riuniva in un unico macrogenere tutto quello che si riteneva meritevole di studio: da qui l’idea della “musica extracolta” pestalozziana. Ma, come scrivo in quel primo capitolo, chi vuole studiare la popular music non può farsi carico di tutto il resto. Tantopiù – e al contrario – che in alcuni ambienti jazzistici (per fortuna non in tutti) si sostiene una precedenza cronologica e una superiorità gerarchica del jazz sulla popular music, che è stata fatta propria anche nei nostri Conservatori: un’assurdità scientifica (il fado, la canzone napoletana, la chanson francese, l’habanera, il flamenco, il tango, e ovviamente il minstrel show e il blues precedono anche di un secolo la nascita del jazz).

Sono tanti gli argomenti che hai trattato che è impossibile nello spazio di una breve intervista soffermarsi su questo o su quello.Ti chiedo, quindi, di esprimerti su di un tema, che tratti verso la fine del libro, che particolarmente m’incuriosisce: il plagio.

Come cerco di argomentare nel mio capitolo sul plagio (e anche altrove), il plagio può essere pensato solo in relazione al riconoscimento della proprietà intellettuale. Prima del Settecento, quindi, non aveva senso. D’altra parte, è vero che ogni autore ha dei modelli (e in musica vi si ricorre tranquillamente nella didattica: i corali di Bach, le romanze senza parole di Mendelssohn), e che un grande autore “ruba”; ma esistono quelli che rubano anche senza essere grandi autori, e sperano di passarla liscia. Quindi il dibattito sul plagio è viziato dalla difficile compatibilità fra i grandi princìpi e le pratiche discutibili. Per di più, dato che la gran parte delle cause di plagio ha a che fare con la popular music, ma spesso le perizie vengono affidate a docenti di Conservatorio, quel dibattito subisce anche le conseguenze del pregiudizio.
Essendomi occupato di casi di plagio come consulente tecnico, sono convinto nella stessa misura che certe somiglianze siano inevitabili, e che comunque ci siano dei furbacchioni che ci provano spesso...

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Franco Fabbri
Il tempo di una canzone
Pagine 360, Euro 22.00
Jaca Book


Artivisive in progress


Una figura di spicco nello scenario delle arti visive contemporanee è Sylvia Franchi (in foto), la sua biografia lo testimonia.
Per meglio comprendere il suo profilo, ecco un flash tratto da un intervista del 1991 circa il futuro della sua attività. A una domanda rivoltale da Enrico Cocuccioni così rispose: Il mio progetto futuro, è sotto il segno positivo del caos e dell’indisciplina. Già lo notava Lamberto Pignotti quando, in occasione dei dieci anni d’attività della Galleria Artivisive, parlava di un metodo di lavoro “inter-disciplinare o in-disciplinato. E penso che sarò fedele a questa regola basata sulla volontà di non limitarsi a perseguire obiettivi univoci.
Ha mantenuta la fedeltà a quella regola anche quando la Galleria si è trasformata in Associazione Artivisive.

Ora a ventidue anni dalla prima edizione ne è stata stampata una seconda del volume Artivisive in Progress, un libro-archivio che già dalla sua prima pubblicazione è presente nelle biblioteche di musei, gallerie d’arte in Italia e all’estero. Le pagine raccolgono testimonianze, opere, documenti di artisti che hanno svolto sperimentazioni e ricerche dal 1969 al 2021 partecipando alle attività della Galleria Arti Visive
L'aggiornamento editoriale di questa seconda edizione, è così descritto in un comunicato.

«Il libro offre un importante spaccato dell’ultimo ventennio negli ambiti dell’immagine verbovisiva, dalla sperimentazione musicale, della grafica, del design, della fotografia, del teatro, della sperimentazione materica, del cinema, del disegno, dell’architettura, dell’editoria.
Comune denominazione della raccolta e dei documenti, è la qualità intrinseca delle opere all’interno del percorso di ciascuno degli artisti che hanno avuto un rapporto, più o meno articolato e prolungato, ma sempre efficace e stimolante, con la Galleria Artivisive che si dedica, da oltre cinquant’anni, alla ricerca multidisciplinare».

La pubblicazione (stampata nel marzo 2021, in 300 copie, 132 pagine, s.i.p.), ricca d’immagini e di dati, raccoglie testi di: Domenico Amoroso, Paolo Balmas, Mirella Bentivoglio, Daniela Bigi, Enrico Cocuccioni, Fabrizio Cisafulli, Roberto Lambarelli, Lamberto Pignotti, Daniela Vasta.

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Edizioni Artivisive
www.associazioneartivisive.com
artivisivesylvia@libero.it
Tel 333 – 31 426 48 /// 339 – 21 929 63


Un poeta al rogo


La casa editrice Eretica ha pubblicato Un poeta al rogo Giordano Bruno, il “poeta –philosophus” dei poetici furori
Ne è autore Donato Di Poce, nato a Sora nel 1958, residente dal 1982 a Milano. Suoi volumi sono tradotti anche in inglese, romeno e spagnolo.,Editati anche ebook, e libri d’arte per Pulcinoelefante.

Ai più distratti ricordo che Giordano Bruno nato a Nola nel 1548, all’alba del 17 febbraio del 1600, dopo 9 anni di carcere, a piedi scalzi e con la lingua stretta nella mordacchia affinché non pronunciasse parole rivolte al popolo, veniva condotto dal carcere del Sant’Uffizio a Piazza Campo dei Fiori dove fu bruciato vivo.
Era accaduto che mentre si trovava nel 1591 a Venezia, lì invitato dal nobile (si fa per dire) Giovanni Mocenigo, era stato denunciato dal Mocenigo stesso all’Inquisizione... accidenti che ospitalità!... direbbe Buster Keaton sporgendosi dal titolo di un suo film. Processato a Venezia prima e a Roma poi, non avendo ritrattato le sue idee, fu condannato al rogo da quegli uomini pii della Chiesa cattolica.
A Roma, ogni anno, il 17 febbraio (data del rogo), a cura dell' Associazione del Libero Pensiero si celebra con una manifestazione pubblica a Campo de’ Fiori il grande filosofo martire della libertà di coscienza.

Dalla presentazione editoriale.

«Il libro “Un poeta al rogo”, analizza i testi poetici di Giordano Bruno contenuti nei suoi dialoghi filosofici italiani. Raggruppati in due parti sono commentati dall’autore in due saggi specifici. Al vitalismo cosmologico, Bruno aderisce con un vitalismo speculativo e poetico.
Dal testo: “…il suo stile unico, il solo che poteva reggere ed esprimere la sua incandescenza esistenziale e speculativa, la sua incessante ricerca di verità…”».

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Donato Di Poce
Un poeta al rogo
Pagine 110, Euro 15.00
Eretica Edizioni


L'Amazzonia deve vivere


È questo il titolo di una rassegna internazionale di arte postale a cura di Ruggero Maggi.
Per ricordare i 40 anni dalla fondazione nel 1979 dell'Amazon Archive of artistic works and projects about the Amazonic World. è stata allestita una mostra al Museo Diotti di Casalmaggiore (Cremona) dal 5 giugno al 1° agosto e, dopo la chiusura estiva, dal 21 agosto al 26 settembre 2021.
Quest’anno è particolarmente avvertito il tema ambientale circa quanto accade in Amazzonia. Secondo l'Istituto Nazionale delle Investigazioni spaziali (Inpe, Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais) istituto brasiliano creato nel 1961) l'anno scorso si è registrata la seconda maggiore perdita dal 2015. Ma la peggior annata per le foreste pluviali è il 2019 a causa degli incendi dovuti a politiche di distruzione dell'ambiente attuate dal governo Bolsonaro in carica.

In esposizione più di 500 artisti internazionali provenienti da 40 nazioni: questa la risposta della comunità mailartistica - nonostante le effettive difficoltà di spedizione/ricezione via posta a causa della pandemia, che ha posticipato di un anno la realizzazione della mostra - all'invito lanciato nel 2019 ad intervenire, con ogni mezzo espressivo (dal disegno alla scultura, dal digitale al collage, attraverso la poesia visiva, il libro d'artista, e anche su foglie raccolte a terra). Ancora una volta l'Arte postale dimostra di nulla aver perso della sua originaria vitalità creativa e sociale.

«L'Amazzonia» – scrive Ruggero Maggi – «la più grande foresta pluviale del pianeta e ricca di biodiversità, rappresenta attualmente una ferita ecologica aperta e soprattutto l'emblema dell'incomparabile danno che l'Uomo sta causando alla Natura. Riscaldamento globale, desertificazione, distruzione delle foreste pluviali… tutti effetti dell'avidità e della criminale cecità umana. Con Pierre Restany, grande teorico dell'arte contemporanea e fondatore del movimento Nouveau Réalisme, già negli anni Settanta discutevamo di Estetica al servizio dell'Etica e di una particolare “percezione” dell'Arte, in grado di rimodulare il rapporto con la Natura. Entrambi eravamo stati colpiti da ciò che Pierre definiva lo “shock amazzonico”. Per lui fu determinante il viaggio in Brasile nell'estate del 1978 che lo indusse a scrivere il “Manifesto del Rio Negro” (pubblicato sulla rivista-laboratorio “Natura Integrale” fondata nel 1979 da Pierre Restany e Carmelo Strano) e per me fu l'addentrarmi, nell'estate del '79, nella Selva peruviana dove concepii l'idea di organizzare Amazon, un archivio artistico dedicato all'Ecologia e alla Natura. Spero che questo binomio Amazzonia-Arte Postale possa condurre anche i visitatori in un viaggio altrettanto affascinante»

CLIC per i nomi dei partecipanti alla rassegna, un po’ troppi per citarli qui.


Il mondo nuovo di Bellandi Saladini


Nel dicembre scorso presentai una nuova casa editrice che coraggiosamente debuttava in quei giorni difficili con un testo di Marinetti.
Oggi, in tempi più tranquilli, pubblica il libro che dà titolo a questa mia nota di oggi.
Ed ecco titolo e sottotitolo: Il mondo nuovo Manuale di educazione civica digitale.
No, ovviamente non si tratta di Huxley, ma è assai probabile che l’autore Andrea Bellandi Saladini abbia volutamente usato quel titolo perché il volume pubblicato fissa proprio uno sguardo su di un nuovo pianeta, quello d’oggi, quello elettronico della comunicazione internettiana che accanto alle sue grandi realizzazioni presenta pure grandi rischi.

L’autore, fondatore e direttore dell’Accademia Civica Digitale, realtà dedicata alla diffusione di comportamenti virtuosi sul web, è così presentato dall’editore: “Milanese doc, classe ‘93. Appassionato di poesia e comunicazione è fondatore de Lo Sbuffo, associazione di Millennials nata con lo scopo di diffondere la cultura del “buon scrivere” in rete. Da sempre sensibile alle tematiche del riscatto sociale e del dialogo intergenerazionale.
Laureato in Linguaggi dei Media, in Management e Design dei Servizi, con un master in Digital Transformation, dirige Elzevirus, rivista antifascista”.

Ha scritto un libro che è un manuale di autodifesa dalle insidie del web: Revenge porn, Cyberstalking, Fake news, falsi account e odio trasmesso senza risparmio.
In una poesia di Giorgio Caproni troviamo espressa una chiave dell’odio: Non chieder più. / Nulla per te qui resta, / Non sei della tribù. / Hai sbagliato foresta”.
Tanti oggi stanno in una foresta di social e più non vedono il cercatore, o turista per caso, ma un estraneo che diventerà presto un nemico. Gli viene detto perciò che ha “sbagliato foresta”. Via, prima che forse sia troppo tardi per lui: nato lontano e per questo guastatore dell'identità del territorio che sta attraversando. Quell’Identità che diventa una corazza elettronica entro la quale in molti si chiudono rivendicando una serie di convincimenti (ovviamente vengono chiamati “Valori”), usanze (diventano “Tradizioni”) abitudini (trasformati in “Riti”), spruzzato il pepe della Superstizione (detta prontamente “Religione”) ecco servito il piatto piccante del “noi e loro”. Gli spunti che portano ad una Identità, tutta scritta in maiuscolo, non è faticoso cercarli sono infiniti, c’è l’imbarazzo della scelta. C’è quella nazionale, regionale, cittadina, linguistica, gastronomica fino a quella italiana, padana, veneta, friulana, tirolese e così via. Salvo che, allargando appena l’orizzonte fuori dai nostri confini, incontriamo subito l’identità austriaca, quella catalana, quella serba, quella wallonia con ovvia e contrapposta identità fiamminga.
Mi disse la psichiatra e psicoterapeuta Nicoletta Gosio in un incontro su questo sito: “Come cambiano i modi di percepire il nemico nell’era telematica?, Dietro la veste ipertecnologica, in verità troviamo le stesse dinamiche, come purtroppo rivela l’estensione dell’odio in rete. In aggiunta, la rete offre l’illusione imperante di una grande platea a molte esternazioni autoreferenti, in cerca di pubblico piuttosto che di confronto. Penso che per il web si possa parlare di un teatro delle illusioni. E, a maggior ragione se il perimetro di me e quello del mondo coincidono, la disillusione e banali divergenze di opinioni sono vissute come attacchi, che ne generano ulteriori, e finiscono in scontri accesi. Anche la questione della mole enorme di informazioni, nonché di fake, col corollario dell’ormai affermato fenomeno del ‘tutti competenti su tutto’, accresce litigiosità e inimicizie”.

A conclusione di queste righe che riguardano i temi seri del libro di Bellandi Saladini, volgiamo la serietà su di un registro satirico. Crozza ha inventato un personaggio – già bene indovinato dal nick name: Napalm 51 – che rappresenta un “hater” seriale e di quel Napalm 51 traccia i caratteri che ne riflettono l’atteggiamento verso il mondo e la sua meschinità interiore. Ecco a voi Napalm 51.


QUI un video di presentazione del libro "Il mondo nuovo".

Estratto dalla presentazione editoriale.

«”Il mondo nuovo” è la prima ricognizione su quell’umanità digitale che fino a pochi anni fa apparteneva all’immaginario visionario del cinema e della letteratura distopica e che adesso è l’ambiente naturale nel quale siamo immersi, paesaggio da comprendere e salvaguardare perché il presente sia una terra abitabile e il futuro una scommessa ancora possibile».
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Andrea Bellandi Saladini
Il mondo nuovo
Nota introduttiva di Biancamaria Mori
Prefazione di Alessia Sorgato
Pagine 260, Euro19.00
Fve Editori


Diciamolo in italiano

Tempo fa viaggiò su questo Cosmotaxi una mia nota che riguardava l’abuso degli anglicismi.
Riferiva di quanto era nato grazie allo scrittore Antonio Zoppetti.
Si può leggere QUI.

Ora vi invito a guardare questo breve video.

Dante vi sarà grato.


Malvagi e giusti

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un libro che documenta e riflette su quei medici che, assecondando il nazismo si resero complici dello sterminio dei disabili a volte perfino condividendo in nome della loro interpretazione della scienza, le finalità della strage. Il volume si occupa anche di quei sanitari che s’opposero a tali crudeltà, fino a perdere la propria vita per salvarne altre.
Infine, il volume riporta a oggi la questione interrogandosi – attraverso un’accuratissima inchiesta – circa la possibilità che quei lontani fatti sanguinosi possano ripetersi.

Titolo del libro: Malvagi e giusti Le scelte tragiche dei medici nella Storia.
Ne è autrice Isabella Merzagora.
È professore ordinario di Criminologia all'Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Criminologia. Ha scritto numerose pubblicazioni tra le quali, per FrancoAngeli: “Il mestiere del criminologo. Il colloquio e la perizia criminologica”, con Guido Travaini (2015), e “Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco”, con Guido Travaini e Ambrogio Pennati (2016).

Il volume, proponendo l’analisi di quei funesti episodi storici, di fatto, avanza un problema filosofico: è possibile distinguere nettamente gli uomini "buoni" da quelli "cattivi"?
Nella storia della filosofia moderna è Thomas Hobbes (1588 – 1679) a delineare un pessimismo antropologico. Nello «stato di natura», secondo il filosofo inglese, domina la forza: 'Homo homini lupus', «l’uomo è lupo all’altro uomo».
Radicalmente opposta è la visione di Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) il quale ritiene che in un ipotetico «stato di natura», in assenza della civiltà e degli artifici delle convenzioni sociali, l’uomo sarebbe un «buon selvaggio».
C’è chi sostiene oggi che l’evoluzione, però, non è un interruttore che tac! dà luce a tutta l’umanità contemporaneamente, ma raggiunge prima alcuni poi altri e da qui, forse, abbiamo alcuni più vicini alla ferocia delle origini e altri più evoluti e non animati (o meno animati) dall’istinto di scimmie assassine.
O forse ancora, ed è un’altra teoria (peraltro non nuova) che in ogni uomo alberga nello stesso corpo cattiveria e bontà e l’una o l’altra può manifestarsi con la stessa intensità.
Chissà se quel titolo “Malvagi e giusti” non alluda proprio a questa sincronia… chissà.
Sia come sia, è un libro appassionante che si conclude nella sua terza e ultima parte riportando dati di una ricerca del 2019 effettuata intervistando un campione rappresentativo di più di mille italiani sul tema delle cosiddette "scelte tragiche", ad esempio in caso di un’epidemia curare prima i più giovani e solo dopo gli anziani? Le domande sono state riproposte nell'aprile del 2020 per verificare se l'emergenza pandemica avesse mutato l'atteggiamento dei nostri concittadini e in che senso.
I risultati sono illustrati con efficacia grafica, pure attraverso istogrammi.
Consiglio la lettura non solo a quelli che lavorano in area sanitaria e giudiziaria, ma anche a coloro che sono interessati a conoscere su quel tema quale possibile strada intendiamo percorrere nel prossimo futuro.

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Isabella Merzagora
Malvagi e giusti
Pagine 144, Euro 19.00
FrancoAngeli


La bambina


La casa editrice il verri ha mandato nelle librerie nuovo lavoro di Franca Rovigatti intitolato la bambina, il libro s’avvale di illustrazioni dell’autrice.
Franca Rovigatti, romana di famiglia veneta, per trent’anni lavora all’Istituto della Enciclopedia Italiana. Nel 1997 fonda romapoesia organizzando l’annuale festival internazionale. Pubblica su riviste e antologie poesie, nonsense e racconti. Nel 1997 pubblica “Afàsia”, romanzo di fantalinguistica, e nel 2011 “modididire”, raccolta illustrata di nonsense. Dipinge e realizza oggetti d’arte, che espone in diverse mostre, tra cui: “Sotto mentite spoglie”, personale, Milano 2000; “Art & Fashion – A Cross Fertilisation”, collettiva, Los Angeles 2003; “Traccia, ragione, mutamento”, “personale, Roma 2004; “La stanza del mare”, scenografia e installazione di videoarte, personale, Segesta - Calatafimi 2008-09; “Tracce & stracci”, personale, Roma 2012; “A testa nuda”, personale, Roma 2015.
Quest’opera, bellissima e lancinante, è possibile vederla su questo sito nella sezione Nadir.

CLIC per leggere una recensione di Maria Grazia Calandrone

RICLIC per un articolo di Mariangela Mianiti

Dalla presentazione editoriale

«Quattro tipi di scrittura si intersecano per recuperare alla memoria l’infanzia dell’autrice che affiora dolce e candida sollecitata da un ricordo o da una fotografia. I disegni, preziosissimi, ci presentano i personaggi nella realtà di un passato ormai lontano. La narrazione al presente dà voce alla bambina che vive nell’Italia degli anni Cinquanta il trauma della madre ricoverata in un ospedale psichiatrico e sottoposta a elettrochoc. Con ritmo incalzante, talvolta onirico, talvolta sostenuto da piccole annotazioni curiose e infantili viene narrato il trasferimento della bambina nella grande casa, ricca e borghese, degli zii di Roma. Si alterna un testo tra parentesi in corpo più piccolo che contiene riflessioni ex-post, un piano più adulto e riflessivo che obbliga il lettore a modificare di continuo le proprie valutazioni sugli avvenimenti narrati e a penetrare più a fondo nel vissuto della bambina. In corsivo compaiono poesie, strabiliate, attonite, intoccabili reperti di una profondità non attendibile».

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“Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita”. Questo il famoso incipit in ‘Aden Arabia’ di Paul Nizan.
Franca Rovigatti, con “la bambina”, abbassa l’asticella dei record dell’infelicità portandola all’altezza dell’infanzia fino a lambire l’adolescenza.
Se questo libro l’avesse letto il mio amico Giordano Falzoni non avrebbe avuto dubbi nell’inserire l’autrice in quella categoria di eroica fragilità da lui amata e chiamata con un neologismo in forma di crasi; sarebbe stata definita una bambulta, cioè una bambina adulta.
Leggete “la bambina” e gli darete ragione.

A Franca Rovigatti ho rivolto due domande.

Nell’ideare lo svolgimento narrativo quale la cosa che hai deciso di fare per prima e quale per prima da evitare?

Lo svolgimento narrativo de “La bambina” non è stato ideato prima di essere scritto. Non c’è stato piano, progetto, schema, struttura. Ho cominciato a scrivere per ricordarmi. La mia infanzia era contenuta in una sorta di nebbia stopposa, appiccicosa, e mi pareva di non ricordare niente. Ma succedeva che più scrivevo, più mi ricordavo (ri-cordare significa “riportare al cuore”). Erano come dei link che, aprendosi, spalancavano a loro volta altri link. Scrivevo per me, per una sorta di ricostruzione della mia origine. Poi una carissima amica, in genere piuttosto severa, mi ha detto: “Vai avanti, è buono”. Allora ci stavo lavorando già da 4/5 anni, lasciandolo e riprendendolo, senza alcun progetto. Non era un’operazione indolore né facile, perché cercavo di ritrovare – il più fedelmente, il più precisamente possibile – la vera voce dei pensieri della bambina, la sua vera verità. Scrivendo venivano anche fuori – quando necessario alla chiarezza – spiegazioni e considerazioni ex post dell’autore, di me adulta che scrivevo. Ed emergevano, dal passato o da quanto andavo scrivendo, versi, poesie…

…come s’inserivano nella tua scelta compositiva?

Ancora una volta nessuna scelta compositiva prefissata. Le poesie sono misteriosamente degli oggetti semantici molto veritieri e precisi. Per questo, quando si sono presentate al testo, sono state per me irrinunciabili.

E così il testo cresceva

Già, il testo cresceva… poi altre due belle amiche – quelle a cui dedico il libro – mi hanno molto incoraggiato, e parlavano anche di pubblicazione. Quando, ancora un anno dopo, Milli Graffi mi ha proposto entusiasticamente di pubblicarlo con il verri, per la prima volta ho cominciato a considerare questo testo un libro. E guardandolo come ‘libro’, mi sono resa conto che dentro c’erano tre tipologie di scrittura: la ‘vera’ voce della bambina, le spiegazioni – quasi delle note a margine - dell’autore adulto e le poesie. Allora ho voluto evidenziarle graficamente, in modo che fosse agevole per un eventuale lettore orientarsi. Contemporaneamente ho sentito che mancava ancora una voce, o meglio uno sguardo. E ho avuto bisogno di affiancare al testo dei piccoli disegni tratti dalle vecchie fotografie di casa, ulteriori testimonianze di veridicità.
Quindi, niente è nato per prima, il libro è andato costruendosi su se stesso, quasi da solo, anche se ci sono voluti più di sei anni per scrivere queste poche paginette.
Quanto a quello che ho voluto, consapevolmente, evitare: certamente la retorica, il melodramma, il vittimismo. Cose che la bambina, già da molto piccola, detestava con tutto il cuore.

……………………….…...

Franca Rovigatti
la bambina
Illustrazioni dell’autrice
Pagine 126, Euro 14.00
Edizioni il verri


"Lingua", edito da Fefè


È intitolato Lingua estetica della soglia il nuovo e decimo titolo della collana “Oggetti del Desiderio” curata per la casa editrice Fefè dal filosofo Lucio Saviani.
Firma il volume Valeria Cantoni Mamiani. .
In una bandella l’editore informa che l’autrice “lavora nella soglia tra le humanities e le diverse discipline creando progetti culturali e percorsi di cambiamento e apprendimento organizzativo incentrati sullo sviluppo della persona nella sua integralità. Filosofa e mediatrice umanistica dei conflitti, approccio che ha applicato alle organizzazioni per dare vita a Leading by Heart, nuova scuola di management, inclusivo ed empatico, per creare ambienti di lavoro emotivamente sicuri, fertili e antifragili. È presidente di ArtsFor, società di progettazione e consulenza culturale e di formazione. Dal 2007 è docente del corso “Arte e Impresa” all’Università Cattolica di Milano e dal 2015 è membro del CDA della Fondazione Adolfo Pini, dove ha ideato e dirige il progetto Casa dei Saperi.
Dal 2016 è nel comitato artistico della Triennale di Milano/Teatro”.

“Lingua” esce nella collana ‘Superfluo Indispensabile’ un titolo, come ho già scritto – scusandomi per l’autocitazione – in una precedente occasione … toh, anche la rima… che sarebbe molto piaciuto a Oscar Wilde e pure tanto a Giorgio Manganelli e ad altri cervelli monelli (...ormai siamo al poemetto). Se non sbaglio, però, deriva da un aforisma di Salvemini che disse “La cultura è il superfluo indispensabile”.
L’autrice compie un viaggio inforcando la parola lingua e partendo dall’istmo delle fauci, scansate le bianche scogliere dei denti si affaccia sulla soglia delle labbra poi da lì ardimentosamente esce per conoscere il mondo.
Credo che s’imbatta con detti proverbiali che la raffigurano, in plurali maniere sicché è vista maluccio come ci accade ogni giorno di sentire. In pratica, come una che ha la lingua lunga, è lingua biforcuta, ha sempre il fiele nella lingua, ha la lingua che taglia e cuce, e, comunque, è proprio una mala lingua.
Eppure, o, forse, proprio per questo, Cantoni Mamiani compie un… come si dice?... ce l’ho sulla punta della lingua… compie un… ecco si, ci sono, compie un periplo felicissimo intorno a questo nome d’organo riuscendo a mostrarne sia l’aspetto materiale sia quello immateriale. Lo fa illustrandolo dall’anatomia alla linguistica passando attraverso la gastronomia e l’erotismo. Volumetto d’acquistare per partecipare a una festa della pagina.
Questo libro sulla lingua è così ben fatto che mi piacerebbe recensirlo non con parole scritte o pronunciate ma con una lingua muta. Cioè con il Lis, Linguaggio Italiano dei Segni. Ho deciso: vado a scuola, imparo, e in questo modo un giorno recensirò il libro di Valeria Cantoni Mamiani.

Dalla presentazione editoriale

«La lingua è l’organo che si muove nella soglia e dalla soglia si apre al mondo e porta il mondo nel corpo. Cibo ed eros conquistano senso grazie a lei, che sfugge, mai si ferma, porta dentro e porta fuori, mette in relazione il corpo con la terra e con altri corpi. Non c’è il bello in lei ma il buono e, se Platone ci aveva visto giusto, il buono porta bellezza. Dunque, è la regina dell’estetica, che dalla soglia aiuta la memoria a trattenere ricordi di vita. Ma la lingua è anche il nome immateriale che segna l’identità di ogni individuo e della sua comunità, ci dice a chi apparteniamo, da dove veniamo, con chi possiamo costruire senso. Come l’identità di ognuno, è viva e dinamica, molteplice, mai fissa. Mai una, sempre molte. E a stare nella soglia ci si prende gusto».

Valeria Cantoni Mamiani
Lingua
Pagine 146, Euro 12.00
Editore Fefè


Locandine immaginarie per pellicole fantasma


Fra qualche settimana sarà gradito ospite di questo sito l’artista Leonardo Crudi.
Il suo lavoro mi piace molto e, per sua fortuna, non soltanto a me, tanti, infatti, i critici (mentre io non lo sono) che hanno scritto sul suo profilo artistico.
Per visitarne il sito web: CLIC!

Tra le operazioni più recenti da lui condotte, una è l’opera vincitrice di “Lazio Street Art”.
Un riuscitissimo intervento di Arte Urbana svoltosi nel quartiere San Lorenzo di Roma.
Un’altra, anch’essa molto apprezzata, ha per titolo Progetto Cinema ed è apparsa diffusa su parecchi muri. della Capitale.
Cosmotaxi gli ha chiesto d’illustrare in che cosa è consistita e consiste.

Fin da giovane avevo una grande passione per le immagini e in particolare per il cinema. Quando ho posizionato una lente di ingrandimento su quello che stavo vedendo ne è scaturita una ricerca infinita, che continua tutt’ora, con i poster che realizzo a mano dipingendoli a smalto. Danno voce a tutta quella cinematografia sperimentale che tanto mi appassiona, che spesso, non avendo un vasto pubblico, è priva d’immagine di copertina, in pratica di quei manifesti che segnalano il film al pubblico.

Un’opera, la tua, esistente e immaginaria al tempo stesso per pellicole esistenti ma irreperibili per mancanza di distribuzione… film vivi eppur fantasmi…

Infatti, il mio “Progetto Cinema” si basa proprio su questo, cioè restituire una copertina a tutti quei film che non l’hanno avuta, un’immagine per immagini irrangiungibili. Per esempio quella locandina che vedi in foto l’ho fatta per il film di Alberto Grifi “La Normalina” del 1978.

Come ti sei avvicinato al cinema?

Al cinema, in maniera politica. Mi sono avvicinato prima di tutto al cinema neorealista e piano piano sono arrivato al cinema sperimentale italiano, il cosiddetto “cinema underground”, e ho scoperto che in questo contesto, dai libri alle interviste, tutti citavano i vari Dziva Vertov o Sergej Ėjzenštejn. Quindi ho cominciato ad approfondire il cinema d’avanguardia russo dei primi del Novecento, avvicinandomi anche ad altre correnti artistiche – in poesia e pittura soprattutto – di quel breve periodo.

E per dirla con la lingua dei vecchi trailer: prossimamente su questo sito nella sezione Nadir: forme, colori, emozioni con Leonardo Crudi!


Libri d'artista. L'arte da leggere

La Direzione Museo Boncompagni Ludovisi per le Arti decorative propone un’interessante mostra intitolata: Libri d’artista. L’arte da leggere.
Il progetto è stato ideato e curato da Mariastella Margozzi (già autrice di un saggio sul libro d’artista) con Vito Nicola Iacobellis ed è stato presentato nel 2019 negli spazi del Castello Svevo di Bari e anche al Castello di Copertino (Lecce).
I “libri d’artista” oggi in esposizione al Museo Boncompagni Ludovisi sono stati tutti realizzati da autori italiani contemporanei.
Per conoscere i nomi: CLIC!
Ogni artista esprime il proprio messaggio per stimolare una riflessione sulla lettura e una partecipazione emozionale e cognitiva ad essa.

In foto: Lamberto Pignotti, “Il cielo serve ad altro”, libro di plastica, 1990

Il libro-oggetto è assimilabile ad una piccola scultura. Nato con le Avanguardie storiche del Novecento e sviluppatosi con il movimento Fluxus, è un particolare volume concepito non come diffusione di un’opera, ma come opera d’arte in sé. Insomma, non si tratta di un genere editoriale proprio perché realizzato in pezzo unico - o in serie limitate a pochissimi esemplari - con materiali di varia natura: legno, ferro, pietra, stoffa, plastica e altro ancora
Un lavoro, spesso, praticato in modo irriverente e birbone, che vive in quella felice terra di nessuno che si trova nell’intersezione tra letteratura e arti visive di plurali stili
Ecco alcune righe tratte da “Libro e segnalibro” di Mirella Bentivoglio (1922 – 2017): «In inglese si chiamano bookworks, libri-opera. Nei paesi di lingua latina, si suddividono tra libri d'artista e libri oggetto, con un più forte accento sulla atipicità nel secondo caso. La terminologia in questo campo è ancora approssimativa e mista, ma forse non sarà inutile ripetere che il libro d'artista è un libro regolare con un contenuto irregolare, mentre il libro-oggetto è un libro irregolare. Con tutti questi più o meno avanzati translibri è vinta la separazione tra testo e immagine. E l'immagine è anche linguaggio, perché immessa, al di fuori di ogni ruolo subordinato, illustrativo, nella sede istituzionale della comunicazione linguistica. Con il libro-oggetto, il problema del logorio visivo dell'immagine è risolto. L'immagine si offre solo quando è desiderata. Non s'impone; richiede l'apertura del libro.
Crolla la funzione decorativa del messaggio visivo (e a volontà resta: aperto su un piano, il libro è sempre un oggetto captante)...
E il segnalibro? E' la delega del fruitore e il suo appuntamento. Dice: “Torno, aspettami”».

La mostra “Libri d’artista. L’arte da leggere” si collega a quella dalla stessa tematica - Libri d’artista dalla collezione del Museo H.C. Andersen - allestita al Museo Hendrik Christian Andersen, sempre afferente alla Direzione Musei Statali della Città di Roma, e curata da Giuseppina di Monte e Valentina Filamingo insieme con il Cepell (Centro per il Libro e la Lettura), nell'ambito dell'iniziativa del MiC “Il Maggio dei Libri” (dal 28 maggio al 28 luglio 2021).

Museo Boncompagni Ludovisi
“Libri d’artista. L’arte da leggere”
Via Boncompagni 18, Roma
Informazioni: 06 - 32 29 81
Fino al 17 ottobre 2021


Cantatrix sopranica L.


«Più si tirano pomodori alle cantatrici, più esse urlano.»
Non lo sapevate?
Per approfondire scientificamente la questione non vi resta che acquistare Cantatrix sopranica L. e altri scritti di George Perec pubblicato dalla casa editrice Quodlibet.
Georges Perec (Parigi,1936 – Ivry-sur-Seine,1982), è una delle maggiori glorie della letteratura francese contemporanea. Venuto agli onori letterari con il suo romanzo d’esordio, “Le cose” (1965), è autore, tra gli altri, de “La disparition” (1969), “W ou le souvenir d’enfance” (1975), “Je me souviens” (1978), “La vita istruzioni per l’uso” (1978), il suo romanzo più celebre che è stato tradotto in tutto il mondo.
Nato e vissuto a Parigi, figlio di ebrei polacchi, Georges Perec aveva un’inconfondibile barbetta crespa e molta passione per l’enigmistica.

Nel nostro tempo infestato da tanti romanzieri giallisti o nientisti è una gioia ritrovare un autore come Georges Perec.
Perec, lo ricordo ai più distratti, è tra i protagonisti dell'Oulipo.
“Dell’Oulipo, Georges” – scrisse Italo Calvino, oulipiano anch'egli – “era diventato il maggiore esponente, e almeno due terzi della produzione del gruppo erano opera sua”.
Perec, alla domanda “Chi vorrebbe essere?”, postagli da uno studente che preparava una tesi sull’opera perecchiana, rispose “Uomo di lettere”; preciserà, poi il senso che volle dare a quelle sue tre parole: “Un uomo di lettere è un uomo il cui mestiere sono le lettere dell’alfabeto”.
Su quelle lettere ha lavorato creando una poetica ispirata prevalentemente a principii matematici, scacchistici, geometrici, ludonumerici e ludolinguistici.
Si pensi, ad esempio, a quel suo testo lipogrammatico di trecento pagine, (La Disparition, Guida 1969); scritto senza mai usare la vocale "e" al quale fa seguito un secondo lipogramma, in forma di specchio de “La Disparition”, intitolato “Le ripetizioni” nel quale, invece, utilizza come sola vocale in tutto il testo proprio la lettera "e".
Il discorso di Perec e degli oulipiani travolge tanti oziosi dibattiti fra convegni del Nulla e blog dello Strepito sui tanti inutili romanzi odierni. L’Oulipo, infatti, è, finora uno dei più avanzati esempi di letteratura che si avvale di tecniche scientifiche. Si pensi ai “Centomila miliardi di poesie”, di cui Queneau ci fa leggere solamente i dieci sonetti base che permettono di produrre cento mila miliardi di poesie, testi che per leggerli tutti occorrerebbero quasi duecento milioni di anni leggendo 24 ore su 24. Si arriva così alla realizzazione di un libro esistente ma impossibile da leggere tutto.
O si pensi al diagramma di flusso usato - in modo rigoroso e comico a un tempo – da Perec in “L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento”, scritto breve che nella sua brevità contiene l’infinibile.
Cantatrix sopranica L (alla quale si accompagnano altri funambolici scritti) è giocata su quel registro caro a Perec: lo svolgimento di un tema del tutto improbabile usando un linguaggio scientifico il più rigoroso possibile.
L’esito è di travolgente umorismo. Leggere questo libro è partecipare a una grande festa della pagina.
La presentazione editoriale che segue è firmata in bandella con le iniziali E.C.
Non bisogna scomodare Sherlock Holmes per scoprire che dietro quelle due lettere si cela Ermanno Cavazzoni.

«Divertentissime parodie scientifiche di uno dei migliori autori francesi del Novecento. Il primo scherzoso e sapientissimo saggio (che dà il titolo al libro) descrive nell’inglese da congresso e con scientifica acribia l’effetto del lancio di pomodori su una cantante d’opera, con diagrammi e comica bibliografia; segue un gustoso saggio pseudo entomologico; la biografia di due illustri e inesistenti scienziati; e altri scritti in veste di storico e di iper filologo.
Giochi letterari prossimi all’Oulipo, l’associazione per una letteratura potenziale fondata su regole arbitrarie, di cui Perec fu il più apprezzato esponente».

George Perec
Cantatrix sopranica L.
Traduzione di Roberta Delbono
Pagine 136, Euro 14.00
Quodlibet


Pirandello in Realtà Virtuale

Ha detto John Cage: “Molti hanno paura dal nuovo, io sono terrorizzato dal vecchio”.
Sono molti, invece, quelli che temono le nuove tecnologie e, comunque, pensano che ieri fosse meglio di oggi. Chissà se lo pensano anche quando stanno sulla poltrona di uno studio dentistico e non avvertono dolore grazie all’anestesia che ieri non c’era, oppure possono trasferirsi da un punto all’altro della Terra grazie all’aereo che ieri non c’era, fare arrivare uno scritto da Roma a Tokio in un fiato grazie a internet che ieri non c'era, potrei continuare con esempi fino a dopodomani.
Particolarmente curioso è che i recalcitranti dinanzi al nuovo si trovino anche in aree artistiche laddove il progresso delle tecniche di realizzazione dovrebbe trovare buona accoglienza. La mia esperienza registica, che va oltre il quarantennio Enpals, mi ha fatto constatare che mentre chi lavora nel cinema, alla televisione, nella radio è attento alle nuove possibilità espressive offerte dalle nuove tecnologie, non accade la stessa cosa fra chi opera in teatro specie nella generazione che va dai cinquantenni in su.
Anche nelle arti visive ci sono ancora parecchi che continuano a pittare ignorando l’aureo monito del grande Marcel Duchamp: “Da quando i generali non muoiono più a cavallo, non vedo perché un pittore debba morire davanti al cavalletto”.
Naturalmente le eccezioni esistono. In questa nota, fra poco, dirò di una di queste.
Adesso, a proposito di avversioni verso nuovi strumenti tecnici, voglio citare il pensiero di Anna Maria Monteverdi, una delle massime studiose della multimedialità a teatro (il suo libro più recente Leggere lo spettacolo multimediale) la quale in un incontro che ebbi con lei su Nybramedia così mi disse: «Da dove viene quell’avversione? Forse è solo indice dell’incapacità di accogliere il nuovo, di riconoscere potenzialità creative nei mezzi tecnologici (ma gli artisti stanno sperimentando questo sin dalle prime e seconde avanguardie e nel teatro lo scenografo Joseph Svoboda usava sistemi di proiezione dinamica già alla fine degli anni Cinquanta). L’ostilità è certamente dovuta alla non conoscenza. Ma è anche vero che non tutta la produzione tecnologica teatrale si dimostra eccellente, spesso ci si affida all’effetto meraviglia delle proiezioni per coprire l’assenza di idee. Non esiste una ricetta ma noto che gli spettacoli funzionano laddove la tecnologia è considerata alla pari ed è inscritta nel progetto sin dall’inizio, a creare una “drammaturgia multimediale”. Ma rifiutare di avere a che fare con la tecnologa ci rende inevitabilmente anacronistici. Ricordo un giornalista ora anziano molto famoso che quando ci incontravamo alle conferenze mi diceva con un certo orgoglio che ancora scriveva con la macchina Lettera 22. E io ogni volta gli dicevo che prima o poi gli sarebbero finiti i nastri».

Poco fa scrivevo che le eccezioni ci sono fra chi ha la curiosità e si è dato la professionalità d’esplorare in scena nuove vie espressive.
Una di queste è rappresentata da Elio Germano (1980), attore di grande successo al cinema – Quattro David di Donatello, un Nastro d'argento, Orso d'argento al Festival di Berlino 2020, e altri premi ancora – che si è già misurato con il teatro e a dimostrazione dei suoi plurali interessi lo troviamo anche presente nel gruppo rap Bestie Rare.
Ora porta in una speciale ribalta “Così è (o mi pare)” una riscrittura in VR (Realtà Virtuale) del “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello, di cui è regista e anche interprete del personaggio Lamberto Laudisi. È un progetto presentato da Fondazione Teatro della Toscana, Infinito Produzione Teatrale, Gold Productions
Per saperne di più: sulle tecniche praticate: CLIC!

QUI un breve video con Elio Gerrmano che presenta questo suo lavoro teatrale.

Lo spettacolo è in programma in autunno all’interno della prossima stagione del Teatro della Toscana. Sono previste anteprime il 14 luglio a Villa Bardini e il 5 agosto alla Manifattura Tabacchi in collaborazione Fondazione Stensen e il 23-26 settembre a Romaeuropa Festival 2021.


Poetry Slam e Logos


Questo sito non si occupa di poesia cosiddetta lineare (versi stampati insomma), ma riserva spazi alla poesia sonora (quella che nasce già in forma sonora) e poesia visiva con preferenza per quella elettronica in forma di videoclip. Non posso trascurare, quindi, la segnalazione del successo a Parigi di Logos (all’anagrafe Giuliano de Santis) appartenente al collettivo artistico WOW - Incendi Spontanei, primo italiano a conquistare il titolo di campione del mondo di Poetry Slam.
Il suo prossimo impegno sarà insegnare ad una AI (Intelligenza Artificiale) a comporre versi. Così come fece Nanni Balestrini parecchi decenni fa con i primi computer apparsi sul mercato.
Oggi la forma rappata è molto diffusa, ma la faccenda, forse non in forma rap, cioè il certame poetico proviene dall’antichità come spiega QUI Federico Condello.

Veniamo adesso ai giorni nostri ed ecco un efficace ritratto del Poetry Slam scritto da Lello Voce poeta che per primo ha fatto conoscere in Italia questo tipo di poesia.
«Lo slam è sport e insieme arte della performance, è poesia sonora, vocale; lungi dall’essere un salto oltre la ‘critica’, lo slam poetry è un invito pressante al pubblico a farsi esso stesso critica viva e dinamica, a giudicare, a scegliere, a superare un atteggiamento spesso tanto passivo quanto condiscendente, e dunque superficiale e fondamentalmente disinteressato, nei confronti della poesia.
Lo slam inoltre riafferma, una volta per tutte, che la voce del poeta e l’ascolto del suo pubblico fondano una comunità, o meglio una TAZ (Temporary Autonome Zone), come direbbe Hakim Bey, in cui la parola, il pensiero, la critica, il dialogo, la polemica e insieme la tolleranza e la disponibilità all’ascolto dell’altro sono i valori fondamentali.
Insomma, lo slam dimostra, con la sua stessa esistenza e il suo diffondersi, l’indispensabilità
della poesia nella società contemporanea e soprattutto il suo essere arte adeguata ai nuovi e mutati contesti antropologici proposti dal terzo millennio, specie se portata fuori dai libri e dalle incrostazioni scolastiche
».

QUI Logos in “Date loro fuoco”.


Piazzale Loreto (1)


La casa editrice Donzelli ha pubblicato un importante libro che fa luce su quanto avvenne a Piazzale Loreto e quanto precedette quell’infausto giorno.
Titolo: Piazzale Loreto Milano, l’eccidio e il “contrappasso”.
Ne è autore Massimo Castoldi
Nipote del maestro antifascista Salvatore Principato, uno dei quindici martiri di piazzale Loreto uccisi il 10 agosto 1944 in quel piazzale dai nazifascisti, ha raccolto negli anni materiali relativi all’eccidio e alle alterne vicende legate alla storia di quel luogo.
Castoldi è membro della Commissione per l’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Pascoli e insegna Filologia italiana all’Università degli Studi di Pavia. Filologo e critico letterario, si è occupato di memorialistica della Resistenza e delle deportazioni, collaborando con la Fondazione Memoria della Deportazione, che ha diretto fino al 2017.
Per Donzelli ha curato il volume 1943 - 1945 I "bravi" e i "cattivi". Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi (2016) ed è autore di Insegnare libertà. storie di maestri antifascisti (2018), con il quale ha vinto il Premio The Bridge.

Amo le ricostruzioni di episodi storici. Uno dei testi più difficili da scrivere, perché lì ogni virgola fuori posto è castigata. Ecco perché fra le cose che meno mi piacciono dell’editoria spiccano storie vere e biografie rese in forma romanzata; la trovo cosa atroce. Arbitrarie ricostruzioni d’ambienti, dialoghi inventati, addirittura personaggi mai esistiti che intervengono nel racconto, robe in pomodorocolor che risentono del peggio della fiction tv.
Il lettore ha diritto d’apprendere, invece, sui fatti realmente accaduti esattezze di date, citazioni di documenti, di particolari scritti o ascoltati da testimoni se contemporanei e conoscerne attraverso l’autore la valutazione della loro attendibilità. Testo, quindi, difficile da scrivere perché richiede una gran fatica (conoscere bene i luoghi dove si svolsero gli avvenimenti, intervistare studiosi, recarsi in biblioteche, tribunali, consultare eventuali referti medici presso ospedali), mica starsene a fissare il soffitto e, poi, ispirato da qualche ragnatela, imbrattare fogli.
La biografia romanzata è un ibrido da perdonare, forse, giusto a Senofonte per la sua ‘Ciropedia’, e pure in quel caso ho i miei dubbi.
Il libro che ha scritto Castoldi ha molti meriti, oltre la testimonianza politica sull’avvenimento, “Piazzale Loreto” è straordinario per la precisione, perfino puntigliosa, di dati: nomi, orari, estratti di cronache giornalistiche di quel tempo, parole d’intervistati, perfino i numeri che contrassegnavano le celle dei 15 prigionieri portati alla morte.
Una ricostruzione di tale precisione raramente si trova. Tutto questo per niente rallenta il ritmo della narrazione, anzi asseconda la velocità che ebbe quella tragedia.
Piazzale Loreto con l’esecuzione dei quindici antifascisti è una ferita non rimarginata, basti pensare come quel luogo è tornato sulle cronache nei giorni di fine maggio di quest’anno a causa di un progetto di riqualificazione dell'area infiammando gli animi. QUI troverete un’intervista a Sergio Fogagnolo figlio di Umberto uno dei fucilati il 10 agosto ’44.

La copertina del libro è la riproduzione dell’opera “I martiri di piazzale Loreto” dipinta da Aligi Sassu, conservata a Roma nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

QUI un video che riprende l' incontro sul libro promosso dall’Anpi con la presenza di Castoldi.

Dalla presentazione editoriale.

«La memoria di Piazzale Loreto è una memoria incompiuta, che non è riuscita a diventare memoria fondativa dell’Italia libera e democratica, poiché in essa si intrecciano le contraddizioni di oltre settant’anni di storia: dai conti mai risolti con il fascismo ai conflitti politici durante la guerra fredda, fino alla memoria debole e post-ideologica di oggi, che si logora tra la retorica delle vittime e quella della pacificazione. All’alba del 10 agosto 1944 quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore furono fucilati sul piazzale, senza regolare processo o specifica incriminazione, da un gruppo di militi fascisti su ordine degli occupanti tedeschi. I corpi furono ammassati contro una staccionata di legno e lasciati lì fino al tardo pomeriggio. I milanesi ammutoliti vi assistettero sgomenti e nel silenzio la piazza fu subito ribattezzata piazzale Quindici martiri. Nei giorni della Liberazione, il 29 aprile 1945, furono portati in piazzale Loreto i corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi fascisti uccisi sul Lago di Como. La folla euforica e inferocita accorse per vedere la fine del regime. Le immagini di quella mattina si sovrapposero nella memoria collettiva a quelle dell’anno precedente: furono solo poche ore, ma da quel momento piazzale Loreto non sarebbe più stato soltanto piazzale Quindici martiri. Frutto di uno scrupoloso lavoro di analisi di fonti in gran parte inedite, il libro ricostruisce l’attività antifascista dei martiri e dei loro famigliari, la sequenza degli arresti, le logiche che portarono all’eccidio e fa luce su quello che ne seguì».
.
Segue ora un incontro con Massimo Castoldi.


Piazzale Loreto (2)


A Massimo Castoldi (in foto) ho rivolto alcune domande

Nell’accingersi a scrivere questo libro quale cosa si è proposto di fare assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa che ho fatto è stato organizzare e disporre in modo consequenziale tutti i materiali d’archivio in mio possesso, dando a tutti uguale dignità. Poi ho incominciato a farli dialogare tra loro e a dialogare con loro. La prima differenza tra un libro di storia e un romanzo storico è che chi scrive un romanzo seleziona le fonti a sua disposizione, scegliendo quelle a lui più congeniali per costruire la sua narrazione, chi scrive di storia deve tenere conto di tutte le fonti, anche di quelle che non gli piacerebbe avere trovato. Tra due versioni di un fatto il narratore sceglie, lo storico confronta. Il mio è un libro di storia. Da evitare assolutamente è sovrapporre il proprio punto di vista alla ricostruzione storica, anche se talvolta si è tentati a farlo. Sarebbe insensato dire che non c’è un punto di vista personale sui fatti, ma proprio per questo l’ho dichiarato fin dalla prima pagina, perché il lettore lo sappia, senza infingimenti. Poi ho lavorato con lo scrupolo del metodo, acquisito in decenni di lavoro filologico.

Negli scritti di quei quindici antifascisti ricorrono le parole “Viva l’Italia”.
Com’è da intendersi quell’espressione patriottica
?

Erano patrioti, amavano e difendevano la propria terra da un dominatore straniero, gli occupanti tedeschi, e da un potere corrotto e asservito ai nazisti, le istituzioni della Repubblica Sociale Italiana. Ricordo che nell’agosto 1944 molti comandanti nazisti già erano consapevoli dell’imminente sconfitta e si apprestavano a depredare, quando possibile, e altrimenti a distruggere quello che rimaneva dell’Italia. Bisognava difendere gli impianti industriali, le dighe in montagna, i beni artistici, la gente. Questo voleva dire in quel momento essere patrioti. Il patriottismo di questi uomini, non senza una suggestione dei miti risorgimentali ancora molto sentiti, nulla ha a che vedere con il nazionalismo fascista, che è aggressione, omologazione, disprezzo per le minoranze, per le differenze, per la cultura intesa come coscienza critica. L’Italia ha pagato a lungo nel Dopoguerra questa identificazione distorta tra patriottismo e nazionalismo.

28 aprile 1945. Sua madre salva un ragazzo repubblichino dal linciaggio.
Lei legge in quel gesto qualcosa che va aldilà della pietà

Non è stata pietà, o meglio non è stata soltanto pietà. Salvare una vita umana è sempre un gesto che si può leggere come un atto di pietà. Ma dobbiamo pensare a cosa era Milano in quei giorni e a cosa era stata nei giorni e nei mesi immediatamente precedenti: c’erano morti per le strade, persone anche orribilmente seviziate. I fascisti si lasciavano alle spalle una città ferita e tanta gente sconvolta. Avevano costruito un sistema fondato sull’arroganza, sulla violenza, sulla guerra, sul disprezzo della vita propria ed altrui. Bisognava cambiare linguaggio, modalità, non solo per interrompere una prevedibile catena di violenza e di morte, ma anche per insegnare agli italiani che stava incominciando una nuova stagione fondata sul diritto, sul rispetto anche del peggiore criminale, in quanto uomo. Questo nuovo mondo non poteva ammettere il linciaggio per le strade, quel linciaggio che era stato perpetrato dagli squadristi fascisti fin dal 1921.

29 aprile 1945. I corpi di Mussolini e di altri gerarchi giungono a piazzale Loreto.
Ci furono allora esponenti della Resistenza che disapprovarono quello che accadde dopo?
A partire dall’infausta scelta di portare i cadaveri proprio in quel luogo di Milano
?

Quando si ricostruisce un fatto storico ci sono elementi di verità, soprattutto quando più fonti prodotte in contesti diversi coincidono e quando parlano le fonti involontarie, non prodotte per costruire memoria. I corpi di Mussolini e dei gerarchi giunsero nella notte tra 28 e 29 aprile 1945 in piazzale Loreto. Un gruppo di partigiani stanchi ed euforici, animati dal pensiero di un contrappasso, che in qualche modo riscattasse i fatti del 10 agosto 1944, li scaricarono sul piazzale. Verso mattina incominciò ad accalcarsi una folla enorme, che voleva vedere, essere sicura che tutto fosse finito, qualcuno anche animato dal desiderio della vendetta e del riscatto. La pressione della folla fu tale che i partigiani chiamarono in aiuto i pompieri, che cercarono di tenerla lontana con gli idranti. Poi appesero alcuni dei corpi alla pensilina del benzinaio, per farli vedere e per preservarli in qualche modo. Alle 14 era tutto finito. I corpi erano all’obitorio, dove ancora una folla incontrollata premeva ai cancelli. Alcuni tra gli esponenti della Resistenza disapprovarono e inorridirono allo spettacolo dei corpi appesi, sicuramente Ferruccio Parri e Sandro Pertini, altri se ne fecero una ragione, come Luigi Longo e il colonnello americano Charles Poletti, commissario per la Lombardia del governo militare Alleato. Nessuno certamente, ai vertici intendo, aveva cercato, proposto e determinato quel fatto, comunque increscioso. Questa è la storia.

A chi e a che cosa attribuire la responsabilità negli anni del progressivo oscuramento dell’eccidio del 10 agosto 1944?

Non è stato un vero e proprio oscuramento, ma una memoria per pochi e gestita da pochi. Fare chiarezza voleva dire mettere sotto accusa il comando nazista nella Milano occupata e non si è voluto fare. Si pensi che il colonnello Walter Rauff, comandante responsabile della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza delle SS per la Lombardia, il Piemonte e la Liguria scampò a ogni processo per tutta la vita e morì in Cile nel 1984, non nascosto o con identità mutata. Chissà perché? Il suo dipendente capitano Theodor Emil Saevecke fu agente della Cia e vicedirettore dei servizi di sicurezza del Ministero degli Interni della Repubblica Federale Tedesca fino al 1971, quando andò in pensione. E fu processato soltanto nel 1999 per l’eccidio del 1944. Ma anche gli altri, da Wolff a Tensfeld, ebbero storie postume non chiare. Anche a molti fascisti furono risparmiate le inchieste. Dall’altra parte raccontare le storie dei Quindici martiri, come ho fatto nel mio libro, voleva anche far capire che non erano, come si è detto per anni, i quindici ragazzi operai, ma una rete diversificata di uomini liberi, che combattevano oppressione e corruzione, al di sopra degli schieramenti contingenti. Le loro vite, se raccontate, avrebbero smentito tanti luoghi comuni sulla Resistenza.

Quando su questo sito incontro chi si è occupato di episodi storici, concludo con la stessa domanda.

- Piero Gobetti: "La storia è sempre più complessa dei programmi".
“La Rivoluzione liberale”, 1924.

- Alain: "La storia è un grande presente, e mai solamente un passato".
“Le avventure del cuore”, 1945

- Elias Canetti: "Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare".
“La tortura delle mosche”, 1992.

Per Massimo Castoldi la storia che cos'è
?

Si scrive e si studia la storia per riconoscere l’inganno, la falsificazione e il pregiudizio, per garantire l’educazione di un libero cittadino, di un uomo responsabile, capace di valutare i fatti e scegliere in autonomia.

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Massimo Castoldi
Piazzale Loreto
Pagine 240, euro 25.00
Con inserto foto b/n
Donzelli


Paolo Bernacca - Stefano Scialotti: Intervallo

Intervallo fra cosa? Oppure fra chi? E da quando a quando?
Don’t panic, please! Ecco la risposta agli allarmati interrogativi.
Intervallo è una pubblicazione e una mostra.
il libro è composto da disegni di Paolo Bernacca e da dialoghi di Stefano Scialotti, ed è edito da Bernacca Edizioni piccola raffinata casa editrice specializzata in grafica.
La mostra espone le tavole originali alla libreria Fahrenheit 451 di Catia Gabrielli e nel foyer del cinema Farnese di Roma, a Campo dei Fiori.

“All’inizio non c’era nessuna idea precisa, come sempre” – scrive Stefano Scialotti, l’autore dei testi -, solo una insofferenza per i racconti ripetitivi del secondo anno di pandemia e l’idea di combinare qualcosa con l’amico, complice di molte imprese verbo-visive, Paolo Bernacca. Lui mi manda un po’ di disegni di Roma vuota. Panorami della Città Eterna in un campo grigio morbido. Un tempo sospeso. Da molti anni io ero fissato con una serie di brevissimi racconti: Banalità. Alla fine, i disegni hanno ispirato un’evoluzione delle mie vecchie banalità e viceversa i dialoghi hanno creato un percorso anche per i disegni.
Nel secondo anno di pandemia. Il tempo scorre come sempre indifferente, noi viviamo in una strana forma di sospensione, la città anche. Nei cinema degli anni '60, l'intervallo tra primo e secondo tempo permetteva di andare al bagno, chiacchierare, comprare bibite e gelati. Ora invece siamo sospesi tra un primo tempo perso nel passato e un secondo tempo che non sappiamo quando inizierà”.

Ha origine così la combinazione felice fra i disegni romani di Paolo Bernacca, maestro dello sketchcrawl (maratona di disegni e acquerelli che testimoniano un’escursione, una flânerie nei luoghi prescelti) e i testi a dialogo fra una Lei e un Lui di Stefano Scialotti (regista, documentarista e scrittore, fra l’altro, di un libro dal titolo Lennon not Lenin. il muro di Berlino erano due

Sul sito Dicono di oggi, così ha scritto su “Intervallo” la divina Antonella Sbrilli: «I disegni sono una ventina e, per chi conosce la città, scatta subito l’invito a ricostruire il punto da cui l’artista ha tracciato la veduta, da quale ponte sul Tevere, da quale finestra, da quale parapetto si è affacciato; e poi viene voglia di farsi piccoli per entrare nei dettagli delle finestre, del selciato, degli scorci in discesa. Lo sguardo di Bernacca su Roma è pieno di cura per le cose, i monumenti, i platani, e per le persone, prova ne sia la scritta Free ZAKI che compare, discreta ma decisa, su un cartello.
Accanto a ogni disegno, si trovano i testi di Scialotti, identificati da categorie che costruiscono una lista eloquente (Depressione, Vuoto, Impossibilità, Inerzia, Stupidità, Concerto, Solitudine, Schizofrenia, Ossimoro, Sciocchezze, Capriola, Finzione, Circolo vizioso, Tran tran, Credo, Problema, Bella domanda, Solo, Fine del mondo) e da un numero, a volte altissimo, come se l’autore avesse estratto il testo da una raccolta senza fine o stesse giocando con i segni, vedi per esempio “Circolo vizioso n. 1001”.
Volendo, si può cercare quali fili leghino i dialoghi con i disegni (“Ma tu ti senti isolato?” è la battuta d’inizio del testo che si accompagna a uno scorcio dell’isola Tiberina), mentre il fiume scorre, con i tratti chiari sul fondo grigio della carta, in corrispondenza di domande ricorrenti “E poi cosa succederà? / Niente di nuovo penso”.
Per la sua natura, questa doppia raccolta mette in risonanza due tracce di esperienza (disegni e testi, domande e risposte, LUI e LEI) e le porge a chi ha voglia di essere coinvolto nel gioco.
Che poi, gli schizzi di Bernacca sono sketch e i dialoghi di Scialotti anche, nel senso che questa parola ha nello spettacolo, dove indica una scenetta, che capta una situazione e la restituisce in poche battute. Qualcuno ricorda, o ha sentito parlare, di un programma radiofonico degli anni Sessanta/Settanta, Eleuterio e Sempre Tua, in cui due grandi attori, Paolo Stoppa e Rina Morelli, interpretavano scenette di vita quotidiana d’antan, dove si affacciava l’attualità, per esempio nel 1973 l’austerity.
Cinquant’anni dopo, la pandemia occupa lo spazio della coppia senza nome di Intervallo e l’arguzia coniugale di allora è ridotta all’osso di poche parole, dove il tempo, il vuoto, il presente-remoto spadroneggiano.
Banalità, voleva intitolarle Scialotti, ma poi la scelta del titolo è caduta su una parola molto evocativa: l’intervallo, quello fra le lezioni, quello – remoto e musicale – nella programmazione televisiva, quello dei cinema degli anni ’60, quando la pausa fra il primo e il secondo tempo – è sempre Scialotti a scriverlo – “permetteva di andare al bagno, chiacchierare, comprare bibite e gelati”.
Ben ci sta dunque questa mostra nel foyer del cinema Farnese (e nella libreria all’ombra di Giordano Bruno)».

Su Vimeo uno sguardo su “Intervallo”.

Paolo Bernacca – Stefano Scialotti
Intervallo
Roma, Libreria Fahrenheit 451,
Campo dei Fiori 44 e
foyer del Nuovo Cinema Farnese
Per informazioni:
Tel. e fax 06 – 68 75 930
libreriafahrenheit451@yahoo.com
Dal 3 al 17 giugno 2021


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