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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

I due stendardi

Come sanno quei generosi che leggono queste pagine web, non mi occupo di romanzi e poesie. Non sono, però, un talebano dal pensiero unico e, sia pure raramente, in questo sito si trovano note su quei due generi letterari. O perché si tratta di libri che mi sono assai piaciuti oppure di titoli che hanno suscitato particolari commenti.
Come il caso di oggi a proposito del romanzo I due stendardi di Lucien Rebatet (1903 – 1972) pubblicato dalla casa editrice Sette colori che ha tratto il nome da un titolo di Robert Brasillach.
Il libro si avvale di una ben articolata prefazione di Stenio Solinas e di una brillante traduzione di Marco Settimini.

È perniciosamente diffuso il vizio di condannare opere letterarie, teatrali, musicali, di arti visive, e via via, secondo il giudizio dato sulla biografia degli autori. Specie sul profilo politico di quegli artisti. La censura, fino al rogo di pagine e corpi, una volta era svolta dalle religioni; dalle nostre parti è stato il cristianesimo a occuparsi di quel pio ufficio. Da ricordare, per esempio, il famigerato ‘Index Librorum Prohibitorum’ esistito fino al 1966… a proposito, una curiosità: fra i tanti autori condannati da quell’Indice (da Balzac a Kant, da Hobbes a Stendhal, da Fogazzaro a Moravia e infiniti altri noti e meno noti) non c’è Hitler con il suo ‘Mein Kampf’… quando si dice la distrazione!
Nel XX secolo, con la diffusione dei mezzi di comunicazione, quel vizio assume caratteri maiuscoli, sicché si è assistito a oscuramenti e cancellazioni dovuti a motivi ideologici.
Protagonisti del nostro tempo di condotte settarie sono stati comunismo e nazifascismo.
Costa proprio tanto dividere i giudizi sull’autore da quanto ha prodotto?
Dovremmo non leggere Gorky per il suo sostegno al più bieco stalinismo?
Ignorare Brecht perché applaudì nel ’53 i sovietici a Berlino est che massacrarono operai?
Disprezzare Sanguineti per la sua colpevole vicinanza al Pci togliattiano?
Privarci della lettura dello splendido “Fuoco fatuo” di La Rochelle visti i suoi neri trascorsi?
Condannare il Futurismo per lo sciagurato appoggio dato da Marinetti al fascismo?
Espellere dalla storia dell’arte Dalì perché si recò ad omaggiare il tiranno Franco o Borges perché strinse la mano insanguinata di Pinochet?
L’elenco è lungo e potrei continuare, ma ora voglio citare un’atroce beffa che il destino volle tirare alle due ideologie che hanno dominato il secolo scorso.
Nel primo gulag comunista, voluto da Lenin, nelle isole Solovki, vicino al Circolo Polare Artico. in funzione dal 1919, all’entrata si leggeva su di un arco di ferro: «Il lavoro fortifica l'anima e il corpo»; all'ingresso del lager nazista di Auschwitz, operativo dal 1940, c’era scritto su di un arco di ferro: «Il lavoro rende liberi».
Resta un mistero perché il Pcus non denunciò per plagio lo Nsdap alla Siae.

Premessa che mi è sembrata necessaria per parlare di ”I due stendardi, autore Lucien Rebatet. Questo sito si è già occupato di lui quando uscì Non si fucila di domenica, piccolo, prezioso esempio di buonissima scrittura fra diario e saggio composto in una cella in cui era in attesa dell’esecuzione perché condannato a morte quale collaborazionista (sarà graziato, messo ai lavori forzati, ma sconterà solo 7 anni). Gli andò bene in verità perché aveva usato notevoli quantità di feroce inchiostro contro gli ebrei, la sua biografia si può leggere QUI.
Era stato anche un dotto critico musicale, ricordato pure per una “Storia della musica” dove accanto a colte riflessioni si trovano fregnacce antisemite (per esempio, su Mendelssohn).
Durante il processo Lucien si comportò in maniera poco dignitosa, da alcuni definita addirittura servile. A differenza di Brasillach che non solo mostrò fierezza durante le udienze ma accolse la sentenza capitale con estremo sprezzo di quanto gli si preparava da lì a poco. De Gaulle, infatti, gli negò la grazia e quando seppe che Rebatet era stato graziato da Auriol, evitando la fucilazione disse: “No, non meritava quell’onore”.

Rebatet quando capisce che gli alleati stanno per vincere la guerra, ripara con Celine e altri collaborazionisti, o sospettati di esserlo, a Sigmaringen. Arrestato dagli americani fu portato in Francia, condannato a morte si salvò come ho già scritto nelle righe precedenti.
Che cosa aveva combinato? Era stato una delle penne più efferate del giornalismo di estrema destra, e, inoltre, autore di “Les Décombres” (Le Macerie), dove indicava negli ebrei l’origine di ogni male augurando loro “una punizione collettiva”.
Era il 1942. Lo stavano accontentando
Il suo ultimo articolo del 28 luglio 1944 s’intitolava «Fidélité au National-socialisme».

Tra un carcere e l’altro Rebatet scrive “I due stendardi” che vanta ammiratori quali il regista Truffaut, il presidente Mitterand, la scrittrice Dominique Aury consulente dell’editore Gallimard.
“Intelligente quanto La Montagna incantata, altrettanto sensuale (…) questo romanzo mi tocca anche per la sua dirittura e la sua purezza”. Questa è solo una parte del giudizio di Etiemble.
“Un libro scritto al vetriolo e con lo scalpello (…) Si pensa contemporaneamente a Céline, a Stendhal, a Proust”, parole di Antoine Blondin.
“Ritengo I due stendardi uno dei capolavori segreti della letteratura moderna, superiore a qualsiasi libro di Céline, eccetto forse il Voyage”. Così George Steiner che trova strano come “questo cacciatore di ebrei, di combattenti della Resistenza abbia potuto scrivere uno dei capolavori nascosti del nostro tempo (…) “Contrariamente alla narrativa di Céline, il romanzo di Rebatet ha l’autorità impersonale, la pura bellezza formale dell’arte classica".

Rebatet accostato alla statura di Celine? La Francia ha ottimo vino, qualcuno forse ne ha tracannato troppo.. Rebatet scruta filosoficamente il celeste e il sulfureo, Celine fruga magnificamente nella putredine.
Protagonisti del romanzo sono due giovani; Régis aspirante prete e Michel (nel quale si riflette l’autore). Entrambi tengono alla stessa donna: Anne-Marie. Che vuol farsi monaca. È divisa fra l’amore per Regis e le tentazioni per Michel il quale tormentandosi si dà all’autoerotismo. Ve lo immaginate Celine che inventa quel terzetto?
Proust? Francamente mi pare ad un livello ben più alto rispetto a Rebatet. Anche gli accostamenti a Stendhal e, soprattutto, a Mann mi appaiono temerari.
Comunque, 1400 pagine tante quante ne contano “I due stendardi” mi fanno pensare a Celine quando disse di Proust: “Cento pagine per dire chi lo mette in culo a chi mi sembrano troppe”. .
Ci sono voluti settant’anni perché quel libro vedesse la luce in Italia ed è largamente credibile che questo vistoso ritardo sia dovuto alla figura del suo autore politicamente sgradito a molti padroni dell’editoria timorosi d’inimicarsi altri padroni politici. Questo è un male. I libri si giudicano dal valore delle pagine senza pregiudizi morali su chi le ha scritte
Insomma, l’avete già capito: a me quel libro è sembrato solo un discreto romanzo, ma in molte parti prolisso, talvolta noioso.
Circa la censura subita, Rebatet non meritava quell’onore.

Lucien Rebatet
I due stendardi
Traduzione di Marco Settimini
Prefazione di Stenio Solinas
Pagine: 1.440; Euro 48.00
Edizioni Sette Colori


Lumpatius Vagabundus


Da oggi nelle librerie la casa editrice Gaspari presenta una ricerca accurata, approfondita, scritta con ritmo incalzante sulla vita di uno straordinario personaggio la cui vicenda ha ancora molto da insegnare.
Ne è autore Claudio Facchinelli.
Titolo del libro: Lumpatius Vagabundus Sulle tracce di Nikolaj Sudzilovskij medico e rivoluzionario
Facchinelli, torinese, matematico di formazione, ma eclettico negli interessi, si è occupato di divulgazione scientifica, di teatro, di disagio giovanile. È critico teatrale, saggista, giornalista, traduttore. Ha pubblicato Dramatopedia – spunti di storia, etica e poetica per il teatro della scuola (Edizioni corsare, Perugia 2011). Impegnato da oltre venticinque anni nella diffusione della memoria della Shoah, ha curato “Voci dalla Shoah – testimonianze per non dimenticare” (La Nuova Italia, Firenze 1996; Gaspari, Udine 2019); Un ragazzo ebreo nelle retrovie (Giuntina, Firenze 1999; Ghisetti & Corvi, Milano 2004). Fra i suoi lavori più recenti Dasvidania Nina!(Sedizioni 2017).
Per Gaspari editore, oltre a Voci dalla Shoah ha pubblicato Matematica umanistica (2020).


Dalla presentazione editoriale.
«L'intento di questo libro, dichiara l'autore nelle prime pagine, è quello di «far conoscere un personaggio molto particolare, sotto molti rispetti eccezionale, del quale in Italia soltanto pochissimi hanno sentito parlare». Quell'uomo non solo è stato testimone per oltre mezzo secolo degli avvenimenti che hanno preceduto e seguito la Rivoluzione di Ottobre, ma ha lasciato tracce non effimere in tutti i Paesi dove ha avuto la ventura di muoversi e agire, in quattro continenti (Europa, America, Oceania, Estremo Oriente) nel corso di un'esistenza incredibilmente densa di avventure. Quell'uomo è: Nikolaj Konstantinovič Sudzilovskij, alias dottor Russel, medico e rivoluzionario errante».

Scrive infatti l’autore nell’introduzione: “Sorgeva naturale un parallelo fra la situazione che oggi vivono in Bielorussia gli oppositori del regime, e il destino di Sudzilovskij, costretto a venticinque anni a fuggire dalla Russia, senza farvi mai più ritorno, per non essere arrestato e deportato; per dare corpo ai suoi ideali e ai suoi sogni, alla speranza di vivere in un mondo migliore, e combattere perché divenisse realtà. Allora, in Russia, per sfuggire alla Ochrana, la temibile polizia segreta zarista; oggi, in Bielorussia, per fuggire agli arresti indiscriminati, alla milizia in assetto antisommossa, alla violenza omicida in piazza e nelle caserme. La storia, che dovrebbe essere magistra vitae, si ripete – e non solo in Bielorussia – senza insegnare quasi nulla. Ma poiché, da antico insegnante, non ho mai abbandonato una segreta, pudica vocazione educativa, conservo la fiducia che la storia di un uomo come Nikolaj Konstantinovič, della incredibile ricchezza e generosità dei progetti cui ha messo mano, possa ancora insegnare qualcosa. Per questo motivo mi auguro che, pur con incomprensibile ritardo, anche gli storici italiani siano indotti ad approfondire gli studi e le ricerche su di lui”.

E circa Lumpatius Vagabundus?
Ecco quelle due parole messe in chiaro da Facchinelli tempo fa su Facebook.

Quand’ero ragazzo dicevo che, da grande, avrei voluto fare il vagabondo. Poi invece ho fatto mestieri considerati – non so quanto a ragione – più seri: il professore di matematica, l’assistente alla regia, il preside. Adesso faccio il recensore teatrale, ma quell’irrazionale sogno antico ogni tanto riemerge. Lumpatius Vagabundus l’ho preso a prestito da un testo teatrale di Johann Nestroy, attore e drammaturgo austriaco del primo ottocento.
Ne ho storpiato il nome e qualche tratto (ma neppure tanto) a misura di quel sogno, ripensandolo come una sorta di vagabondo gaudente, imparentato coi clerici vagantes. Non mi spiace identificarmi con quella creatura libera ed anarcoide, e andarmene a zonzo col naso in aria, anche solo attorno all’isolato di casa mia, e raccontare le cose teatrali in cui mi capiti di inciampare
.

Ufficio stampa: 1A Comunicazione
Anna Ardissone cell. 340.7009695; annaardissone1@gmail.com
Raffaella Soldani cell. 349.3557400; raffaellasoldani@gmail.com

Claudio Facchinelli
Lumpatius Vagabundus
Pagine 159, Euro 18.00
Gaspari Editore



Donna, moglie, madre partigiana


Non leggo romanzi, né li recensisco come sanno quei generosi che leggono Nybramedia.
C’è un solo genere di narrativa che oggi mi piace ed è la graphic novel.
Il nome l’ha coniato Will Eisner nel 1978 pubblicando “Contratto con Dio”, ma in Italia possiamo vantare un precedente in “Poema a fumetti” (1969) di Dino Buzzati autore di sceneggiatura e disegni.
In che cosa la graphic novel si distingue dal fumetto?
Una buona, sintetica, definizione di Benedetta Tobagi: “Si distingue dal fumetto perché non è seriale, non ha limiti di lunghezza né vincoli di forma, esibisce una complessità narrativa e una profondità psicologica sconosciuta ai ‘comics’ perciò trova posto in libreria anziché in edicola”.
Alcuni scrittori italiani d’oggi si sono misurati con quel genere, ad esempio Gianrico Carofiglio (“Cacciatori nelle tenebre”, con disegni del fratello Francesco), Carlo Lucarelli (“Protocollo”, con i collage fotografici di Marco Bolognesi), accanto ai quali figurano le matite e il testo di un maiuscolo autore: Gianni Carino di cui sono un ammiratore delle sue pagine.
Ha pubblicato una quindicina di fumetti; sceneggiatore con Ro Marcenaro e Sergio Staino, illustratore per Rai News 24, collaborazioni a “Chi l’ha visto?” e “Annozero”, ha disegnato per Dario Fo e Franca Rame “Storia di Qiu, detto il Randazzo”.
Ha il titolo di ‘Magister’ ricevuto dall’Accademia delle Belle Arti di Macerata nel 2006.
Palma d’oro al Premio Bordighera.

Nella sua produzione artistica è forte l’impegno civile testimoniato anche dal recente Donna, moglie, madre partigiana ispirato alla vita di Gabriella Degli Esposti Medaglia d’Oro al Valore Militare.
La partigiana Degli Esposti fu seviziata e poi fucilata dai nazisti, lo ricorda pure un libro scritto dalla figlia Savina intitolato .Gabriella degli Esposti mia madre.
Il libro su Gabriella proprio da quel volume è tratto segnando un’originalità perché di solito una graphic novel è frutto di storie inventate. Ma questa è una specialità di Carino perché nelle sue produzioni vanta l’interpretazione di tanti episodi storici dalla prima guerra mondiale alla Resistenza.
Anche qui l’autore segue lo svolgimento della vita dell’eroina dal suo contrastato fidanzamento con l’uomo che sarà suo marito fino alla straziante fine. Un copione tragicamente vero.

In una nota sul libro si legge: “Il fumetto è il veicolo per raggiungere anche i giovanissimi. Qui una storia raccontata attraverso la matita e i colori dell’acquerello di un grande arista, un attento studioso con un incredibile rispetto della Storia”.
La pubblicazione si avvale degli interventi di Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia Romagna, Alberto Bellelli, Sindaco di Carpi, Savina Reverberi, figlia di Gabriella; e nasce con il contributo della Cassa di Risparmio di Carpi e della Fondazione di Modena

È distribuito gratuitamente nelle scuole, nelle biblioteche scolastiche ed è in offerta libera per il pubblico, quando è sui banchi nelle manifestazioni.

Gianni Carino
Donna, moglie, madre partigiana
Pagine 128


20 settembre

Era l'alba del 20 settembre del 1870, quando l'artiglieria dell'esercito italiano entrava in azione per aprire un varco nella cinta muraria vaticana.
Dopo 5 ore, il muro cedeva nel tratto tra Porta Pia e Porta Salaria.
Alle 9.45 i bersaglieri entravano attraverso quella breccia in Roma.
Era la fine della teocrazia vaticana. E Roma diventava capitale d’Italia.
Fu così sconfitto l’esercito papalino di Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti. Ha scritto il ‘Sillabo’ documento finora mai smentito dal Vaticano che in 80 proposizioni condannava tutta la filosofia moderna, ogni forma di progresso e perfino il cattolicesimo liberale; fu ferocemente antisemita tanto da confinare nuovamente gli ebrei nel ghetto.
Pio IX è stato puntualmente beatificato da Wojtyla il 3 settembre 2000.
A proposito del Sillabo, per intenderne appieno la portata storica, consiglio la lettura de “Il Sillabo e dopo” commentato da Ernesto Rossi, Kaos Edizioni.
Adesso a 151 anni dalla storica data del 1870 è bene ricordare che un tempo era festa nazionale e dal 1930, per decisione del governo fascista, più non lo fu. Né è stata ripristinata dai governanti che vennero dopo la Liberazione.
Evidentemente è una ricorrenza ancora sgradita ad alcuni. E non solo Oltretevere.

Della festosa data che ricorre oggi ecco che cosa dice Maria Mantello presidente dell’Associazione Libero Pensiero: In quel famoso 20 settembre Roma divenne finalmente capitale d’Italia e finiva il potere del papa re. Si apriva un orizzonte di fattiva emancipazione dalla sudditanza della fede. Oggi, di fronte a rigurgiti che vorrebbero la legge dello Stato laico e democratico asservita a diversi catechismi religiosi, Porta Pia è un simbolo di progresso e di civiltà. E’ un monito contro i fanatismi della fede di casa nostra e d’importazione, perché ci aiuta a ricordare che prima di omologanti appartenenze di gruppo, c’è l’individuo che ha il diritto dovere di autodeterminarsi e di progettarsi nel rispetto responsabile della propria ed altrui libertà.

Associazione Libero Pensiero
Associliberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it
tel: 329 – 74 81 111


Scienza, pseudoscienza e fake news


La casa editrice Dedalo ha pubblicato Scienza, pseudoscienza e fake news Il metodo scientifico come approccio alla realtà.
Ne è autore Silvano Fuso.
Docente di chimica, scrive di didattica e divulgazione scientifica.
Per Dedalo ha già pubblicato “Pinocchio e la scienza” e “I nemici della scienza”.
È socio del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). Una volta la P della sigla stava per “Paranormale”. Quel “Paranormale”, un tempo popolare, è oggi un po’ passato di moda, da qui la decisione di far presiedere la P alla dizione “Pseudoscienze” assai spesso veicolate dalle cosiddette fake news.
Il libro esce nella collana Senzatempo diretta da Elena Ioli della quale ricordo il suo più recente lavoro di grane attualità: .Antartide, come cambia il clima.
.
Fuso nel presentare il libro chiarisce: Questo volume era stato pubblicato per la prima volta nel 1999, nella collana “La scienza è facile” con il titolo “Realtà o illusione? Scienza, pseudoscienza e paranormale”. Sono passati diversi anni e molte cose sono cambiate (…) Le bufale sono sempre esistite, ma oggi i complottisti, i sostenitori di pseudoscienze e i negazionisti di varie evidenze assodate sia scientifiche sia storiche hanno purtroppo assunto un ruolo più rilevante nella società e sono riusciti a raggiungere, in alcuni casi, persino posizioni di potere, nel nostro Paese e a livello internazionale
La pandemia, ad esempio, ha evidenziato una tragigag con il movimento “No Vax” al quale hanno partecipato perfino alcuni medici dai quali evidentemente non mi recherei neppure per farmi fare il pedicure.
Carlo Sini ci ricorda che “Kant, al paragrafo 57 dei Prolegomeni, parla della fondamentale differenza tra la metafisica e tutte le altre scienze, differenza che consiste nel rapporto tra confine e limite. Per Kant le discipline scientifiche hanno confini. Per esempio, la fisica ha confini: quello che si trova da qui all’interno appartiene alla scienza fisica, se poi invece raccontate delle fantasie o delle favole questo è fuori dai confini, non è confinabile entro la scienza fisica”.
E in che cosa consiste una pseudoscienza? Ecco una sintetica definizione dell’epistemologo Gilberto Corbellini: “Teoria che ambisce a essere socialmente riconosciuta come spiegazione di qualche fenomenologia naturale, che partendo da elementi empirici soggettivi e usando ragionamenti o procedimenti non coerenti, produce una sintesi che è in conflitto con le idee e i fatti che sono stati controllati o validati dalla comunità scientifica”.

Ha ragione Fuso nel dire “le bufale sono sempre esistite”. Basti pensare che in Italia esiste anche un Museo del Falso e dell'Inganno in Piemonte, a Verrone, piccolo prezioso museo con plurali esempi di falsi che hanno determinato momenti importanti nelle vicende di noi umani. Il fatto è che oggi, grazie alle nuove, benvenute, tecnologie della comunicazione, le notizie false, purtroppo, dilagano con grande velocità ed espansione territoriale.
Il libro di Silvano Fuso non ne risparmia nessuna, così il lettore potrà addentrarsi (anche con divertimento) fra campi che ormai passano quali branche di scienza: erboristeria, iridologia, omeopatia, pranoterapia, ufologia, influenze lunari, memoria dell’acqua, guarigioni miracolose (e Oscar Wilde “Non credo nei miracoli, ne ho visti troppi”) e, perché no? pure cose che sembrano di consolidata serietà quali agopuntura e psicoanalisi e via discorrendo (meglio da leggersi: e via disco orrendo).
Del resto, che vuoi aspettarti in un paese come il nostro dove tutte le tv al mattino insieme con le previsioni meteo, frutto di vere osservazioni scientifiche, fa seguire l’oroscopo?

Ancora Fuso: Saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è non è poi così difficile. Come afferma Piero Angela nella Presentazione al libro, la scienza «obbliga colui che afferma qualcosa a dimostrarlo. Cioè a portare le “pezze d’appoggio” che sorreggono le sue affermazioni». Si tratta di un semplice concetto che dovrebbe far parte dell’alfabetizzazione di base di ogni cittadino.
Per questo motivo la riproposta del presente volume ci sembra quanto mai attuale. Gli stessi strumenti che in passato potevano difenderci dalle bufale sul presunto paranormale, oggi possono aiutarci a proteggerci dalle dilaganti fake news
.

Dalla presentazione editoriale.
«Terapie miracolose, medicine fin troppo “alternative”, astrologia, UFO, magia, terrapiattismo e complotti no Vax: mai come oggi siamo circondati da fake news. Come riconoscerle e smontarle? Silvano Fuso ci aiuta a districarci tra scienza e pseudoscienza, fornendoci gli strumenti per leggere al meglio la realtà, con esempi concreti e un linguaggio appassionato e appassionante».

……………………………………………

Silvano Fuso
Scienza, pseudoscienza e fake news
Presentazione di Piero Angela
Pagine 250 con 54 illustrazioni
Euro 13.90
Edizioni Dedalo


Succedeoggi - Libri (1)

Ecco una scenetta che ormai la leggenda attribuisce a vari maestri dell’editoria, da Arnoldo Mondadori a Valentino Bompiani.
Una signora chiede che cosa faccia un editore.
Scrive libri? No, risponde l’editore, quelli li scrivono gli autori.
Allora li stampa? No, quello lo fa il tipografo.
Li vende? No, lo fa il libraio.
Li distribuisce alle librerie? No, quello lo fa il distributore.
E allora che cosa fa? Risposta: tutto il resto.
(Umberto Eco, La Repubblica, 2001)

Fondare una casa editrice è già cosa di non poco momento, fondarla poi in questi anni più recenti segnati da un mondo scosso da avvenimenti finanziari drammatici, centralizzazione delle imprese editoriali, virus a spasso sul pianeta, rende tutto più difficile.
Eppure, c’è chi sfidando condizioni scoraggianti ci ha provato, e con successo.
Il nome? .Nicola Fano. Giornalista, storico del teatro, autore teatrale.
Nel sito troverete i suoi libri ai quali sono grato sia per quanto mi hanno dato in conoscenza e sia perché mi hanno ricordato tanti personaggi con i quali ho lavorato - da Pietro De Vico a Marcello Marchesi, da Alba Arnova a Isa Barzizza, da Tino Scotti a Beniamino Maggio, a parecchi altri - che i tanti ...sigh!... miei anni Enpals hanno permesso.

Andiamo adesso a conoscere più da vicino i protagonisti di quest’impresa editoriale.


Succedeoggi - Libri (2)

A Nicola Fano (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come si rapporta Succedeoggi – Libri al webmagazine Succedeoggi che l’ha preceduto?

I primi libri di Succedeoggi sono nati in Rete quasi subito dopo la fondazione del nostro webmagazine, nel 2016, anche se la data di nascita va registrata al primo luglio 2021 da quando cioè comincia un’attività continua.
L’idea originaria che ha mosso Gloria Piccioni e me è sempre stata quella di creare una factory, un luogo di incontro e produzione culturale a trecentosessanta gradi. Accanto al webmagazine, dunque, abbiamo subito avviato iniziative di diffusione culturale che per noi erano fondamentali per cementare la comunità di Succedeoggi: i nostri amici, i nostri collaboratori, e anche i nostri lettori. Due mostre di racconti illustrati da pittori hanno dato vita ai nostri primi libri. Poi abbiamo tentato la strada degli ebook: classici commentati da nuovi scrittori. Infine, nel 2016, abbiamo messo mano a libri di carta: rarità editoriali riproposte con nuovi apparati critici. Ma si trattava di iniziative estemporanee, del tutto legate alla vita del webmagazine. Qualche mese fa, in piena pandemia, con Gloria Piccioni abbiamo deciso di rilanciare e abbiamo dato vita a una nuova realtà, formalmente autonoma: Succedeoggi - Libri.
Abbiamo cominciato con Leone Piccioni (il nostro nume tutelare), i ritratti di alcune scrittrici dell’Ottocento di Marise Ferro (una grande autrice tutta da rileggere), le riflessioni sul teatro di Antonio Gramsci e i ritratti di campioni dimenticati di Gianni Cerasuolo, una delle nostre migliori firme.

Qual è di SuccedeOggi - Libri, l’obiettivo espressivo e di mercato?

Tre sono le direttrici di Succedeoggi Libri: 1) saggi del passato per capire il presente, ossia testi da recuperare e da reindirizzare criticamente (oltre a Piccioni e Ferro, stiamo lavorando alla ristampa di alcuni grandi maestri ingiustamente dimenticati dal mercato editoriale, come Carlo Bo e Geno Pampaloni); 2) saggi del presente per capire (anche) il passato (è il caso di “Piedi per aria” di Gianni Cerasuolo, ma abbiamo in programma un bel libro di Anna Camaiti Hostert sul nuovo razzismo americano); 3) libri dedicati ai poeti (non raccolte poetiche, ma scritti che possano disvelare una faccia inedita dei poeti, come le lettere d’amore di Pascoli o le cronache dal Giro d’Italia di Alfonso Gatto).
In ogni caso, non pubblicheremo libri di narrativa: il nostro mercato è nell’analisi della complessità. Succedeoggi, il webmagazine, da più di otto anni vive di questo: della sua capacità di fornire chiavi di lettura più ancora che racconti della realtà.

Giuliano Vigini dice che In Italia i successi di vendita nascono per caso.
Mario Spagnol era del parere che il best seller oggi va programmato.
Per il sociologo Mario Peresson “Gli autori italiani vogliono vendere milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose, assai spesso, non sono compatibili”.
Un suo parere sul libro di successo… è possibile prefabbricarlo? Oppure no
?

Non credo ci sia una formula per costruire libri di successo. Pubblicai il mio primo libro importante (una biografia dei Fratelli De Rege, due grandi comici tra le due guerre) con Piero Gelli in una collana inventata da Oreste del Buono per Baldini&Castoldi. Gelli mi insegnò che inseguire il successo era peggio che incontrarlo. Bisogna lavorare bene, avere buone idee e non mettere il caso di traverso. Shakespeare, in “Amleto”, dice: «La volontà e il destino hanno vie differenti / e sempre i nostri calcoli sono buttati all’aria: / i pensieri sono nostri, non già i loro esiti». Questa è la mia filosofia: la vita è quello che ti succede mentre stai facendo altri progetti. Vale anche per i successi editoriali: escludo che si possa fabbricare un successo. Si possono fare buoni libri: questo è quel che noi cerchiamo di fare. Magari sarà il meno “programmato” ad avere più successo.

Rispetto agli altri paesi europei il management editoriale in Italia riesce ’ad essere competitivo?

Ho fatto il giornalista culturale per trent’anni coltivando parallelamente una appassionata vita da storico del teatro (ho pubblicato una quindicina di libri sul tema): dieci anni fa ho scoperto che il giornalismo non era il mio mestiere e mi sono dedicato solo all’insegnamento della storia del teatro. Succedeoggi, diciamo così, è un hobby, seppure fatto con qualche competenza antica: a l’Unità, negli anni Novanta, fui responsabile delle iniziative editoriali, con le quali in due anni mandammo nelle case degli italiani quasi due milioni di libri per un centinaio di titoli. Questo per dire che ho qualche esperienza del management editoriale fino al passaggio dal vecchio al nuovo secolo. E il panorama non sempre era esaltante. Oggi vedo molte piccole case editrici aggressive e con ottime idee. Il problema è la distribuzione, in Italia: il regime monopolistico che la governa non aiuta i libri ad essere visti e quindi comprati e letti. Ma ci sono spazi indipendenti importanti; che possono dare qualche sorpresa significativa. Noi cerchiamo di inserirci in questo cuneo con le nostre proposte originali. Nel nostro piccolo, qualche sorpresa l’abbiamo già riscontrata…


Succedeoggi - Libri (3)

La giornalista Gloria Piccioni (in foto) è nata a Roma, dove vive.
Ha lavorato come redattrice alle pagine culturali di quotidiani e periodici («Il Tempo», «L’Informazione», «Liberal» bimestrale e poi quotidiano, di cui è stata direttore responsabile, «Leggere», «Il Mattino» di Napoli, «Il Foglio»). Autrice di testi per programmi Rai radiofonici e televisivi (tra questi, “Viaggio nella Giustizia” e “Storia della Prima Repubblica” di Sergio Zavoli) e curatrice dei volumi “Vinicius de Moraes - Poesie e canzoni” (Vallecchi, 1981); “Maestro e amico - Per i novant’anni di Leone Piccioni” (Pananti Editore, 2015) e dei volumi editi da Liberal Edizioni tra il 2003 e il 2012. Tra gli animatori della factory culturale Succedeoggi.it fin dalla fondazione, è oggi impegnata anche su Succedeoggi - Libri .
QUI alcuni suoi articoli.

A lei ho rivolto alcune domande.

Lavori da molti anni nel giornalismo sia quotidiano sia periodico, qual è stato il vantaggio apportato da quella esperienza nell’affrontare il tuo ruolo di editrice? E quale la difficoltà che ti ha proposto quel passaggio da una tecnica di scrittura/lettura ad un'altra?

Devo molto al lavoro giornalistico nei quotidiani che ho praticato fin da giovane e che credo mi abbia avvantaggiato in molti aspetti della vita. Lavorare in un quotidiano ti insegna a risolvere i problemi, perché le pagine devono “chiudere” (come si dice in gergo) e non possono uscire con spazi vuoti. Questo forse era ancora più vero quando giravano le rotative della tipografia, ma la sostanza, rispetto ai tempi di chiusura, non è cambiata di molto nel quotidiano on line, anche se la tecnica “a freddo” ha via via reso un po’ più asettico il lavoro. Avendo poi sempre lavorato nel settore Cultura, la lettura attenta e la revisione della scrittura sono stati sempre gli strumenti del mio operare, dunque le stesse cose che richiede il lavoro di editore/editor come siamo noi di Succedeoggi Libri.

Quale metodo usate per selezionare le proposte che v’arrivano?

Non perdendo di vista gli obiettivi della casa editrice (già chiaramente enumerati prima in tre punti essenziali da Nicola Fano), direi che la nostra guida è il nostro gusto. In uno dei suoi due “testamenti spirituali” usciti il giorno della sua morte, Roberto Calasso ricorda la frase che gli disse Bobi Bazlen il giorno in cui gli parlò di Adelphi, la casa editrice che aveva in mente: «Faremo solo i libri che ci piacciono molto» (in Bobi, Adelphi, p. 66). Penso che i grandi editori – non i gruppi editoriali odierni ma personaggi come Valentino Bompiani, Arnoldo Mondadori, Giulio Einaudi e, appunto, il gruppo di Adelphi – si siano fatti guidare almeno all’inizio della loro avventura proprio dalle corrispondenze e dalle affinità che stabilivano con i testi che pubblicavano. Noi ci proponiamo come piccoli, per ora piccolissimi editori, con ambizioni limitate ma radicate nelle nostre scelte di fondo, etiche ed estetiche prima che commerciali. Dunque nel nostro caso la bussola del gusto è quasi necessaria.

I primi titoli da voi editi erano pubblicati sul web. Partendo dalla tua larga esperienza della scrittura stampata hai avuto un osservatorio che mi spinge alla domanda che segue: credi che scrivere sulla (e per) la Rete abbia trasformato la lingua? Se sì, in quale direzione?

Alcuni dei nostri ebook sono raccolte di articoli usciti sul nostro web magazine Succedeoggi, altri sono dei classici riproposti, altri ancora sono firmati da scrittori e giornalisti affermati. La qualità della scrittura perciò è alta e si presenta nella stessa forma in cui si presenterebbe sulla carta stampata, cosa del resto vera anche per il nostro giornale on line. Questo il preambolo, al quale segue però l’ammissione, almeno dal mio punto di vista, che in senso generale la scrittura digitale – dagli sms ai social, all’ormai scarsa formazione giornalistica delle nuove leve impegnate in Rete – stia progressivamente ma precipitosamente impoverendo la nostra lingua. Se a questo si aggiunge la situazione della scuola in Italia, il diffuso disprezzo per il sapere e lo scarso impegno per la Cultura, si capisce che la prospettiva è tutt’altro che rassicurante. Sarebbe già qualcosa, come ha scritto ancora Calasso, se rimanesse «…ancora la possibilità di una vita che incameri in sé il regno informatico come una potenza da applicare quando serva. O altrimenti si può provare a sottrarsi al suo imperio» (Bobi, Adelphi, p. 94). Auguriamocelo!


Succedeoggi - Libri


Alberto Hohenegger (in foto) cura la grafica di Succedeoggi – Libri.
Le sue competenze tecniche si sono formate negli anni ’80 con il tipometro e la colla Cow. Da allora, ha affrontato tutte le innovazioni digitali nella comunicazione visiva.

Quale la prima cosa da fare e quale la prima da evitare nell’ideare una copertina per un libro?

Cose da fare di primo livello ce ne sono tante, difficile stabilire un primato perché spesso sono collegate e dipendenti l’una dall’altra. Facendo uno sforzo posso metterle in ordine gerarchico. Essenziale domandarsi a chi è rivolta la comunicazione, chi è l’editore e se il libro è inserito in una collana. Già questi elementi danno forma a una risposta che se pur generica crea le fondamenta strutturali. Capire il libro per suggerirne in copertina, l’essenza. Una volta compreso il punto da comunicare, scegliere uno stile (figurativo, astratto, simbolico ecc.) abbinandolo a una architettura tipografica (qualità della composizione, scelta dei caratteri e dei simboli). Cose da non fare? Scelte senza progetto comunicativo.

Qual è la differenza fra il lavoro grafico in digitale e quello che nasce rivolto esclusivamente alla stampa?

Da tanto tempo il lavoro grafico passa esclusivamente per il mezzo digitale. Sia se il progetto è finalizzato a un prodotto analogico (riproduzione a stampa) sia se rimane digitale (diffusione sui computer, tablet, iphone, tv, ecc.).
Il sistema sottrattivo e quello additivo sono la chiave della differenza. Nel primo i colori primari e la loro somma sono riprodotti su una superficie analogica, la luce li illumina e noi vediamo il rimbalzo di questa luce. Nel secondo la luce passa attraverso i colori e noi vediamo la luce colorata. Per cui la qualità dei colori può cambiare molto. Un catalogo d’arte può essere più fedele se stampato, al contrario i colori sul digitale possono essere falsati, troppo luminosi.
Un’altra differenza è il formato. Nella stampa il formato è definito e non elastico, il grafico ha un controllo totale del prodotto finale. Nel digitale le dimensioni cambiano: un sito, per esempio, ha certe dimensioni e un certo formato sul computer (solitamente orizzontale) mentre lo stesso sito sul cellulare diventa piccolo e verticale, così oltre alle dimensioni cambiano i rapporti fra tutti gli elementi che costituiscono il progetto. La possibilità di animazione nell’analogico è molto ridotta, mentre nel digitale è quasi naturale. In ogni caso il grafico quando progetta deve tener conto che quello che produce sia di qualità in entrambi i casi perché oramai qualsiasi progetto si comunica su entrambe le piattaforme.

Le competenze tecniche sulle quali ti sei formato negli anni ’80 ti sono state utili oggi nel lavoro digitale? Se sì oppure no, perché?

Ho avuto la fortuna di aver cominciato il lavoro di grafico negli anni 80 e nei 90 sono passato, come tutti, al digitale. Vedo come lavorano i ragazzi di oggi, evidentemente esclusivamente digitali, che fanno le stesse cose che facevo io all’epoca. Comporre, sperimentare, sovrapporre, tagliare ecc. I mezzi digitali fanno le stesse cose di quello che si faceva prima, non c’è molto di nuovo, però spesso manca la matita. Nel senso che prima tutto il processo creativo lo pensavi e lo disegnavi (a matita), ora il software ti facilita enormemente, addirittura puoi non sapere come produrre un “effetto solarizzazione”, ti basta conoscere il tasto da pigiare diminuendo così la qualità della tua consapevolezza e l’ambizione di ricerca.


La rivista Altrove


Da un vecchio librino “Millelire” estraggo una cronaca.
“Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Sono le due del pomeriggio del 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di Lsd della Storia. Aspetta e ancora non sa di avere appena socchiuso quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato la porta della percezione. Ancora non sa che quella soluzione incolore – dietilamide dell’acido lisergico ottenuta per caso, provata per curiosità – vent’anni dopo avrebbe fatto il giro dei mondi, conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori europei, sognatori viaggianti. Avrebbe creato ostinati cercatori di sé e grandi parole come Rivoluzione Psichedelica.
A proposito, chi inventò il termine “psichedelico”?
Fu Humphry Osmond (morto a 84 anni, il 6 febbraio 2004) a inventare quella parola usandola per la prima volta in uno scambio epistolare con Aldous Huxley.
Perché ciò avvenne? Scrive Massimo De Feo: “Entrambi all’epoca concordavano sul fatto che il termine ‘allucinogeno’, usato in psichiatria per definire sostanze come l’Lsd e la mescalina, non rendesse giustizia degli effetti di quelle sostanze che producono un’ampia gamma di differenti stati di coscienza; e inoltre allucinogeno connotava in senso negativo qualcosa che invece aveva gran bisogno di studi scientifici innovativi e senza pregiudizi”.

Molti anni fa, nel 2006, su questo sito dedicai uno special a un convegno della SISSC (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza).
Questa Società, da intendersi quale gruppo di studio, fondata nel dicembre 1990, si propone quale sede aggregativa e diffusiva delle informazioni che riguardano il campo di ricerca sugli stati di coscienza.
Le tematiche affrontate spaziano dallo studio delle trance sciamaniche alla neurofisiologia degli stati estatici, da ricognizioni sui vecchi e nuovi movimenti religiosi o filosofici psichedelici alla storia del rapporto umano con i vegetali e i composti psicoattivi, inoltre il rapporto fra l’uomo e i propri stati di coscienza siano essi indotti da tecniche sonore sia dalla danza, dalla deprivazione sensoriale, e, ovviamente, dall’assunzione di sostanze psicoattive di cui prima scrivevo.
La Sissc dispone di una rivista intitolata Altrove diretta da Antonello Colimberti, con un comitato scientifico e di redazione composto dallo stesso Colimberti e da Federico Battistutta – Gilberto Camilla – Gianfranco Mele – Maurizio Nocera – Francesco Perricelli – Bruno Severi – Gianluca Toro.
QUI una rassegna degli Indici.
La rivista, coerente con gli interessi della Sissc, vede i suoi articoli attraversare un territorio di studi segnati da una pluralità d’approcci anche molto diversi fra loro: da un’ottica metafisica a quella fisica, attingendo ragionamenti da occasioni multidisciplinari: dal teatro, dalla musica, dalla letteratura, dalle arti visive.
Largo spazio è dedicato alla politica riflettendo sull’importanza dei movimenti giovanili che dagli anni ’60 in poi hanno proposto un nuovo modo di fare opposizione all’apparato capitalistico di produzione e repressione.
In “Altrove” la coscienza è vista da diverse angolazioni filosofiche che passano dal realismo all’idealismo, dall’empirismo al razionalismo, dal materialismo allo spiritualismo rendendo la lettura ricca di plurali opportunità d’informazione.
È perciò una presenza singolare nel nostro panorama della stampa periodica, non meraviglia, quindi di trovare (ad esempio nel recente ventunesimo numero doppio) nomi che provengono da posizioni, a dir poco, diverse, quali Mircea Eliade e Matteo Guarnaccia, Ernst Junger ed Enrico Petrilli, né manca Elémire Zolla che mi riporta alla mente un motto da me condiviso di Ennio Flaiano: “A Elémire Zolla preferisco la folla”.
Già, perché ai temi sollevati da “Altrove” mi sento più vicino alle esperienze fisiche e ludiche lì illustrate. Alcuni, non pochi, sostengono che alcune droghe posso mettere in grado di raggiungere Dio, questa più che una promessa a me pare una minaccia.

Da qualche tempo si parla di Rinascimento Psichedelico.
Mattio Bono su RollingStone chiese alla farmacologa e giornalista Agnese Codignola (autrice di «LSD. Da Albert Hofmann a Steve Jobs»: ”Secondo te è possibile che la ricerca sull’Lsd e sugli psichedelici ricominci anche in Italia a oltre sessant’anni dagli ultimi studi in materia”?
Codignola così rispose: “In paesi ritrosi e bigotti come l’Italia ci si può muovere solo per osmosi. Gli Stati Uniti hanno iniziato ad approvare la psilocibina e questo è un passaggio fondamentale per noi che abbiamo una soggezione culturale verso la FDA (Food and Drug Administration). Probabilmente dopo il Covid queste terapie verranno proposte e visionate anche dall’EMA (European Medicines Agency). Se i media continueranno a parlarne con tranquillità e obiettività, come dicevamo, questa modifica del paradigma mediatico potrebbe sicuramente facilitare la percezione attorno a queste sostanze e terapie. Ma non dimentichiamo che l’Italia non è un paese che investe sulla ricerca”.

Concludendo: merito, di non poco momento, della rivista “Altrove” è quello di presentare una molteplicità di punti di vista e se alcuni questi sono vicini a chi legge, altri, semmai pur lontani dal lettore, risultano utilissimi scenari d'approfondimento..
Da qui il ragionato motivo per invitarvi a leggere “Altrove”. Mi ringrazierete.

Altrove
sisscaltrove@gmail.com
Borgata Tenua 1
10094 Giaveno (To)


Una lieta notizia


Non è mia abitudine pubblicare, se non raramente, comunicati stampa così come mi pervengono. Non sono un passacarte e scrivo soltanto di quelle occasioni che mi permettono di fare una riflessione sulla notizia che mi ha raggiunto.
Oggi è una delle rare volte in cui pubblico, sia pure solo una parte, di quanto ho ricevuto perché la mia opinione sta già nel titolo di questa nota.

«L'imposizione del crocifisso è incompatibile con lo stato laico.
Accolto il ricorso dell'insegnante patrocinato dall'Uaar.
L'UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) esprime viva soddisfazione per l'accoglimento del ricorso da essa patrocinato e che ha finalmente sancito nero su bianco la non compatibilità del crocifisso con lo stato laico. Le sezioni unite civili scrivono infatti che “l'esposizione autoritativa del crocifisso nelle aule scolastiche non è compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato. L'obbligo di esporre il crocifisso è espressione di una scelta confessionale. La religione cattolica costituiva un fattore di unità della nazione per il fascismo; ma nella democrazia costituzionale l'identificazione dello Stato con una religione non è più consentita”.
Anche se rimangono aperti non pochi profili problematici è grande la soddisfazione nell'aver potuto difendere la legittima posizione di un insegnante di scuola pubblica».

Franco Coppoli, protagonista di questa annosa vicenda, commenta: «Una sentenza importante che finalmente annulla la sanzione disciplinare e definisce illegittimi l'ordine di servizio e la circolare del dirigente scolastico che imponevano il crocefisso in classe. Una lunga battaglia civile - in cui l'Uaar è stata fondamentale e che ringrazio insieme agli avvocati Fabio Corvaja e Nicoletta Crisci - che ha portato di un passo avanti la laicità dello Stato e la libertà di coscienza nel nostro Paese».

Ancora dall’Uaar.
"L’événent” di Audrey Diwan – risultato vincitore del Leone d’oro – è il film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia insignito quest’anno del Premio Brian , assegnato fin dal 2006 dall'Uaar ed ufficialmente riconosciuto dalla Mostra.
La motivazione della giuria.
«La protagonista di L’événement – film più che mai necessario in un momento storico in cui il diritto all’autodeterminazione nelle scelte riproduttive è di nuovo pesantemente sotto attacco – rappresenta un modello esemplare di indipendenza e risolutezza nel far valere le proprie volontà anche di fronte a una società che abbandona e giudica severamente una donna, fino a svilirne l’umanità, per le sue legittime decisioni personali».


Brian Eno: Diario


La casa editrice Jaca Book ha pubblicato Diario di Brian Eno (all’anagrafe si va sul lungo: Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno) per l’edizione del Venticinquesimo Anniversario del libro con una nuova introduzione dell'Autore.
Eno, nato a Woodbridge il 15 maggio 1948, è musicista, compositore e produttore discografico britannico. Ha fondato i Roxi Music e collaborato con numerosi artisti (Robert Fripp, David Bowie, Talking Heads, Peter Gabriel) esplorando e modificando profondamente diversi generi musicali come il glam rock, la musica elettronica, la world music; ispiratore del movimento No wave (sintesi tra punk e avanguardia), dà il via a tendenze significative nel panorama musicale contemporaneo come la ambient music. Del 1978 il primo lavoro in questa direzione, Ambient #1 / Music for airports e la generative music (caratterizzata da un processo compositivo senza ripetizioni effettuato con l’ausilio di particolari software come SSEYO Koan).
Artista profondamente affascinato dalle possibilità offerte all’arte dalle nuove tecnologie (ha composto il jingle di avvio del sistema operativo Microsoft Windows 95). Lavora anche nel campo della video art e della sonorizzazione di ambienti realizzando importanti installazioni caratterizzate dalla sinergia tra elementi visivi e sonori. Tra le sue principali realizzazioni: Compact forest proposal, San Francisco Museum of modern art, 2001; Opera per l'Ara Pacis con lo scultore italiano Mimmo Paladino, Museo dell'Ara Pacis di Roma, 2008; Constellation (77 million paintings), 2006. In veste di produttore discografico, nel decennio 2000-2010 ha collaborato con vari artisti tra cui U2 (All that you can't leave behind, 2000; No line on the horizon, 2009) e Coldplay (X+Y, 2005; Viva la vida or Death and all his friends, 2008; Mylo Xyloto, 2011).
Non tutte le sue biografie ricordano un altro, a mio avviso, notevole episodio artistico che qui mi piace ricordare: a lui si deve la fondazione dell’etichetta Obscure Records Ltd 1975 per fare conoscere musiche trascurate oppure gruppi senza la forza promozionale per emergere. L’attività durò tre anni e fra le pubblicazioni, nel 1976, si ebbe il debutto della Penguin Café Orchestra di Simon Jeffes.
Eno, capace di tracciare suggestivi paesaggi sonori, considerato a ragione uno dei musicisti contemporanei più influenti, riesce a far dialogare la musica pop e rock con le esperienze della sperimentazione elettronica e dell’avanguardia; di particolare rilievo la collaborazione con il compositore statunitense Philip Glass (Philip Glass: Bowie & Eno meet Glass / heroes/low symphonies, 2003).
L’8 giugno di quest’anno ha debuttato “The Lighthouse”, una nuova stazione radio di Sonos Radio HD condotta da lui che ha collaborato con Sonos per dar vita a un nuovo formato di radiofonia che esplora la vasta produzione inedita del compositore.

In molti lo definiscono l’inventore della musica d’ambiente della nostra epoca dopo quanto prodotto, ad esempio da Erik Satie (1866 – 1925).
Ecco – tratta dal “Diario” – una sua definizione di ambiente: “Un ambiente si definisce come un'atmosfera o un'influenza che circonda: una tinteggiatura. È mia intenzione produrre pezzi originali, palesemente (non esclusivamente) destinati a particolari momenti e situazioni, come il progetto di costruire un piccolo, ma versatile catalogo di musica d'ambiente adatta a un'ampia varietà di umori e di atmosfere”.
Con Eno si va in una complessa dimensione acustica dei nostri anni che comporta nuovi modelli cognitivi d’ascolto e sensazioni al confine dell’audiotattile.
Non sorprende, quindi, che il lavoro di questo musicista (non-musicista, come si definisce) pervada plurali campi che vanno dalle collaborazioni col cinema – memorabili quelle con David Linch per “Dune”, 1984; “The Million dollar hotel”, regia di Wim Wenders, 2000; “Amabili resti”, regia di Peter Jackson, 2009 – alla video art, alla sonorizzazione di videogiochi, producendo anche sculture luminose e importanti installazioni caratterizzate dall'ibridazione tra elementi visivi e sonori.
In un’intervista ha dichiarato: ““Tratto i miei album come dipinti e faccio pitture di luci in movimento che diventano suoni e note. A me interessa rompere il rigido rapporto tra spettatore e video; fare in modo che il primo non rimanga più seduto, ma osservi lo schermo come si ammira un quadro”.
Il “Diario” consente di addentrarci nel pensiero interdisciplinare dell’autore, salutista e ghiottone, fa conoscere angoli della sua vita privata fino a confessioni sessuali, giudizi sui suoi collaboratori e su artisti noti e meno noti testimoniati anche da momenti epistolari.
Una lettura per chi ama Eno e per chi vuole conoscere quest’importante personaggio ben rappresentativo della nostra era culturale.

Dalla presentazione editoriale.

«Alla fine del 1994, Brian Eno decide di tenere un diario. Il suo progetto di frequentare cinema, teatri e gallerie viene ben presto messo da parte. Ma ciò che fa, e scrive, è straordinario: riflessioni sulle sue collaborazioni con David Bowie, U2, JAMES e Jah Wobble, inframmezzate da lettere e saggi risalenti al 1978. Queste “appendici” spaziano dalla musica generativa e ambient di cui Eno è stato pioniere a quello che considera essere il ruolo dell’artista e della sua arte, il tutto condito con acuti commenti sulle tribolazioni quotidiane e sugli avvenimenti mondiali».

Sarebbe imperdonabile concludere senza l’ascolto di uno dei maggiori successi di Brian Eno – My life in the bush of ghosts – nella celebre esecuzione di David Byrne: CLIC!

Brian Eno
Diario
Traduzione di Paolo Bertrando
Pagine 480, Euro 30.00
Jaca Book


Elogio del dubbio

Viviamo un’epoca in cui il dubbio se la passa male. È visto quale fattore negativo di noi umani. Sia dai media sia nei discorsi che s’ascoltano da leader politici o dai cosiddetti opinionisti e influencer. Strilli forti che affermano con sicurezza questo o quello.
Pochissimi coloro che profilano un dubbio.
Eppure, Elias Canetti ci mette in guardia da quell’atteggiamento: “Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”. Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle ne sa qualcosa e anche i tempi presenti di quel tipo d’imprese ne presenta parecchi esempi.
Checché ne dicano i dizionari dei sinonimi “dubitare” non è equivale a “tentennare”, ma scegliere, usare volutamente un metodo d’indagine per analizzare un oggetto del pensiero e rilevarne i plurali aspetti che presenta.
Nella pur autorevole Treccani alla voce Dubbio si legge: “Stato soggettivo d’incertezza, da cui risulta un’incapacità di scelte, essendo gli elementi oggettivi considerati insufficienti a determinarle in un senso piuttosto che in quello opposto”.
Parole quali ‘incertezza’, ‘incapacità di scelte’, non mi pare profilino il dubbio quale elemento positivo del procedere.
Il dubbio trova largo spazio nelle riflessioni filosofiche già nella Grecia del IV secolo a. C. con gli scettici che negano la possibilità di raggiungere la verità in senso assoluto.
Seguiranno poi grandi pensatori che sul dubbio fonderanno teorie e scuole sia pure di diverse intonazioni.

Ecco perché accolgo con piacere un libro di grande valore (e qui non ho dubbi) pubblicato dalla casa editrice Hoepli intitolato Elogio del dubbio.
Ne è autrice Victoria Camps.
È professoressa emerita di filosofia Morale e Politica presso l’Università di Barcellona e dottoressa onoraria dell’Università di Huelva e di Salamanca.
Senatrice indipendente del Partito Socialista, è nel Consell de l’Audiovisual de Catalunya, presiede il Comitato di Bioetica della Spagna.
Nel 2008 ha vinto il Premio Internazionale Menéndez Pelayo.
Dal 2018 è Consigliera di Stato permanente.

Fin dal titolo, anche nell’originale spagnolo (“Elogio de la duda”) è ben chiara la posizione dell’autrice che già nel Prologo afferma: “Assumere un atteggiamento di dubbio non è inettitudine, perché alle volte può diventare tale, ma come esercizio di riflessione; imparare a considerare i pro e i contro specialmente quando si hanno i nervi a fior di pelle (…) Credo sia stato Bertrand Russell a dire che la filosofia è sempre un esercizio di scetticismo. Imparare a dubitare significa distanziarsi da ciò che è dato, contestare i luoghi comuni e i pregiudizi, mettere in discussione ciò che è considerato indiscutibile. Non per rifiutarlo e basta, altrimenti diventerebbe uno scontro, ma per esaminarlo, analizzarlo, ragionarci su e decidere cosa farne (…) Contro i dogmi e i pregiudizi bisogna maneggiare i valori illuministi che possono essere universali perché astratti. Ora per renderli di uso pratico devono essere interpretati e questo implica l’introduzione di un’altra forma del dubbio: il relativismo. Solo i fondamentalisti si servono dei valori assoluti, incompatibili con altri valori ugualmente importanti”.

Dalla presentazione editoriale
«Un saggio che ripercorre le vicissitudini del dubbio nella storia della filosofia, per addentrarsi in riflessioni sui fondamenti filosofici del dubbio come strumento di pensiero e di azione, con riferimenti costanti alla situazione politica, ai populismi e ai fanatismi che si manifestano attualmente nel mondo. Attraverso le pagine dell'autrice tornano a parlarci Platone, Aristotele, Descartes, Spinoza, Hume, Montaigne, Nietzsche, Wittgenstein, Russell, Rawls e molti altri filosofi che decisero di dubitare. Fu proprio Bertrand Russell a dire che la filosofia è sempre un esercizio di scetticismo. Apprendere a dubitare implica distanziarsi da ciò che è dato e mettere in questione i luoghi comuni e i pregiudizi. Non semplicemente per rifiutare l'incontestabile, per esaminarlo, analizzarlo, ragionarlo e, alla fine, decidere. Scritto con grande competenza e chiarezza, questo volume offre riflessioni contestualizzate nel quotidiano e affronta argomenti scottanti - fanatismo identitario, informazione e manipolazione, rapporto tra occupazione dello spazio pubblico e potere - attraverso una molteplicità di voci, una solidità di argomentazione del pensiero».

Concludo con parole di Oscar Wilde: “Dubitare è vivere. Essere certi è morire”.

Victoria Camps
Elogio del dubbio
Traduzione di Laura Gorini
Pagine 130, Euro16.90
Hoepli


Roma senza


La Capitale senza romani e senza turisti, senza macchine e senza rumore, senza risate e senza bambini. Così si presenta la Capitale durante il lockdown del 2020 negli scatti fotografici di Alessandro Di Meo, nato a Roma nel 1978, diplomato in Fotografia di scena e Fotoreporter al “Cine Tv Roberto Rossellini”.
All’ANSA da quasi un ventennio, nel 2013 ha vinto il Premio Ischia per il reportage

QUI un’intervista che ha rilasciato al sito Fpa (Fotoreporter Professionisti Associati) dov’è possibile vedere un’immagine da lui scattata che ha fatto il giro del mondo.

La mostra è in corso alla Casa delle Letterature ben guidata da Simona Cives, uno dei Centri culturali più attivi di Roma.
Ha sede nel complesso borrominiano dell'ex Oratorio dei Filippini.

Dal comunicato stampa.
La mostra intende restituire le sensazioni e le emozioni vissute a Roma al tempo del lockdown. La città si mostra nuda e splendida nella sua monumentalità originaria. Ne racconta la bellezza, l’unicità e la fragilità, il silenzio, attraverso gli occhi di un artista dell’immagine qual è Alessandro Di Meo. Un silenzio che non è una sconfitta ma la dimostrazione del senso di responsabilità dei cittadini.
La pandemia ha profondamente cambiato le nostre abitudini e rivoluzionato le nostre vite. Il periodo del lockdown ha stravolto il volto delle città generando spazi vuoti, silenzi profondi e un senso di mancanza che diviene al tempo stesso partecipazione consapevole a una rinuncia collettiva.
Queste fotografie sono un atto d’amore e di riconoscenza verso gli operatori sanitari, le forze dell’ordine e i cittadini. Ognuno ha reso possibile un’azione collettiva inimmaginabile prima della pandemia. Immagini che divengono un documento storico degli effetti urbani di questa battaglia.

La mostra sarà visitabile previa esibizione del Green Pass.

Alessandro Di Meo
“Roma senza”
Casa delle Letterature
Piazza dell'Orologio 3, Roma
lunedì e venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00
martedì, mercoledì, giovedì dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Per informazioni:
casadelleletterature@bibliotechediroma.it
Tel. 06 – 45 46 05 81
Fino al 15 ottobre ‘21


Dizionario teatrale

L’estate sta finendo cantavano i Righeira (QUI in un video del lontano 1985) e sul finire dell’estate, come ogni anno dal 2000 torna da oggi Cosmotaxi con le sue note su libri, mostre, spettacoli e notizie sulla mia attività teatrale e televisiva.

“Buio in sala: vai col piazzato!”
Il tirone impaurito tiene stretta la quinta, ma non molla la chiavarda, mentre l’americana scende focosa dalla graticcia.
Contemporaneamente i burloni si mettono a ruotare spumeggianti e festosi, minacciando tempeste. Il burattino osserva tutto dall’alto della sua bellini, costretto tra le tele e le brocchette, convinto che il tutto sia praticabile.
Il principale zoppo, infuriato, si muove tra le rive, evitando i trabocchetti, irrigidito dalle sue cantinelle e timoroso di essere bloccato dal mantegno, molto preoccupato per il forno.
L’arlecchino, nascondendo impertinente la mantovana, guarda tutti dall’alto in basso. Si esibisce sorridendo aggrappato allo stangone, sicuro di non essere preso per il naso. Nonostante si trovino tutti sul velluto, arriva qualche papera*… torna il nero e finalmente… la chiamata.

Chi ha parlato così? Un enigmista? Un appartenente a chissà quale setta?
No, niente di tutto questo. Se “tirone”, “chiavarda”, “americana” quel testo lo rendono incomprensibile, sappiate che fa parte del gergo teatrale.
“In linguistica con il termine gergo” – si legge nella Treccani – “si intende in primo luogo un linguaggio condiviso creato all’interno di un gruppo che quando comunica non vuole farsi capire all’esterno (come accade storicamente per il gergo della malavita).
Con il tempo alcuni termini gergali escono dall’ambito specifico in cui sono stati coniati ed entrano talvolta nell’uso comune. Ma con gergo si indicano spesso anche tutti quei linguaggi creati all’interno di un gruppo con intenti diversi. Si parla ad esempio di gerghi professionali, per l’uso di termini o espressioni tipici di certi ambienti di lavoro”
Già, ma se a chi qui scrive, gravato da decenni Enpals, può apparire tutto chiaro in quel birichino testo che ha aperto questa nota, come fare ad usare quei termini trovandoci all’estero dinanzi un tecnico straniero di cui non conosciamo il gergo teatrale di quel paese?
Don’t panic please! C’è uno splendido libro che traduce ogni termine teatrale (per la precisione: 1042 parole) non solo in francese, in inglese, in tedesco, ma anche in russo e cinese. È intitolato Dizionario teatrale.

Questa meraviglia, nasce in NABA ed è pubblicata dalla casa editrice Quodlibet a cura della grande scenografa Margherita Palli.

QUI il suo sito web.

Lascio ora la parola all’autrice presentata da Sergio Malavasi: CLIC!

Di seguito l’Indice del libro
…………………………

Guido Tattoni. Direttore NABA
Italo Rota, “Teatro, platea, palcoscenico, macchine sceniche, macchinisti, scenografi e tanto altro”
Margherita Palli, “Uno sguardo sul contenuto
Franco Malgrande, “Cercando il Là...
Elenco dei vocaboli
Illustrazioni
Elenchi alfabetici | Riti, superstizioni... usi e costumi nei teatri del mondo

…………………………

Dalla presentazione editoriale.
«Il lessico teatrale è ricchissimo, componendosi di parole tanto antiche quanto attuali. Questo dizionario multilingue si offre come uno strumento capace di orientare gli studenti e i lavoratori dello spettacolo. Oltre mille lemmi sono tradotti in sette lingue e accompagnati da più di cento illustrazioni. Completa il volume una rassegna dei riti, superstizioni, usi e costumi nei teatri del mondo».

Dizionario teatrale
a cura di Margherita Palli
Pagine 288, con ill a colori
Euro 18.05
Quodlibet


Danterandom e Black Rebel Motorcycle Club


Come accade dal 2000, anno in cui nacque Nybramedia, il sito chiude a luglio, si concede una pausa estiva e riaprirà a settembre.
Vi lascia – in occasione di quest’anno dantesco – proponendo un gioco: il Danterandom di Mauro Pedretti.
Che cos’è? Come si fa? Basta un CLIC e lo saprete.

Inoltre, come ogni anno, Cosmotaxi chiude con un brano musicale.
Stavolta di un famoso gruppo americano che prese il nome, Black Rebel Motocycle Club, dalla banda di motociclisti di Marlon Brando nel film del 1954
"Il Selvaggio".
Questo il video del brano scelto.

Buona visione, buon ascolto e buona estate.


Renaissance Dreams

Dal 18 maggio è in corso al MEET un’installazione ideata da uno dei protagonisti dell’arte digitale internazionale: Refik Anadol turco-americano nato nel 1985.
Di lui ne saprete di più cliccando su quest'intervista pubblicata da un luogo d’eccellenza della Rete, Digicult, fondato e diretto da Marco Mancuso qui ospite di questo sito in occasione della pubblicazione del suo saggio “Arte, Tecnologia, Scienza”.

L’installazione, site-specific, è intitolata Renaissance Dreams… come?... no, Mattero Renzi non c’entra, lui vede Rinascimento solo presso certi amici suoi birichini che i loro nemici politici li fanno a pezzettini… toh anche la rima.

Renaissance Dreams – come si legge in un comunicato – è generata a partire da un milione di immagini e testi prodotti tra il 1300 e il 1600 in Italia. Composta da quattro capitoli: pittura, scultura, letteratura, architettura. I dati di ciascuno capitolo sono stati elaborati dall’Intelligenza Artificiale per mezzo di algoritmi GAN (Generative Adversarial Network), capaci di identificare caratteristiche comuni nelle immagini e nei testi del Rinascimento italiano. Il risultato è una composizione di forme multidimensionali dinamiche a cui l’Intelligenza Artificiale ha attribuito volumi e colori nuovi ed associato un sound design ad hoc.
Renaissance Dreams è¨ un flusso audiovisivo della durata di trentacinque minuti: davanti agli occhi scorre una parte del corpus artistico rinascimentale, lasciando l’impressione di un bellissimo sogno ad occhi aperti. Una cavalcata emozionante e ipnotica che risveglia il legame con le tracce vive della storia dell’arte italiana
.

QUI un assaggio d’immagini.

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Comunicazione: Lorenza Delucchi, press@meetcenter.it

Renaissance Dreams
di Refik Anadol
Meet Digital Culture Center
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
dal martedì al venerdì
ore 15-19 (ultimo ingresso h 18.00)

Entrata gratuita
Prenotazione obbligatoria:
team@meetcenter.it
+39 02 367 690 11
Fino al 31 luglio 2021


Festival teatrale di Resistenza 2021


«Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa. A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari».

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.

«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pier Paolo Pasolini, Il caos, Garzanti, Milano 2015.

In un momento in cui l’attacco all’immagine della Resistenza si fa sempre più aggressivo, quant’è necessario che esistano occasioni come quella che sta per svolgersi a Gattatico in un luogo sostenuto dall’autorità morale della tragica storia che evoca.

Estratto dal comunicato stampa

«A Gattatico anche quest’anno ci sarà il Festival Teatrale di Resistenza che si svolgerà dal 7 al 25 luglio negli spazi esterni di Casa Cervi, rassegna di teatro civile contemporaneo, ideata e promossa da Istituto Alcide Cervi insieme con Boorea Emilia Ovest, e il sostegno di Proges e Conad.
Il Festival Teatrale di Resistenza raggiunge quest’anno un traguardo importante: la ventesima edizione.
Vent’anni sono una sorta di età adulta, raggiunta in un momento difficile che ridefinisce priorità e costringe a pensare a nuovi modi di vivere la dimensione collettiva. La cultura e il teatro sono chiamati ad assumere un ruolo di primo piano nel ridisegnare un’appartenenza, nel ridefinire i modi dell’incontro e confronto del momento culturale con le persone.
Il percorso che ha caratterizzato il Festival ha contribuito ad accompagnare un processo di rinnovamento più largo, nel linguaggio della memoria, nell’attualizzazione della Resistenza alle nuove resistenze, nel promuovere forme di aggregazione intorno al Teatro in uno spazio non teatrale. Il Festival è nato proprio con questa vocazione e ha saputo coinvolgere il pubblico portando sul palco le questioni che interessano gli individui e la collettività, diventando un progetto di cittadinanza.
Nelle sue diverse edizioni, il Festival, che si colloca nella tradizione di accoglienza che caratterizza da sempre la storia di Casa Cervi, ha prodotto comunità e appartenenza, incrociato esperienze, messo in relazione artisti e pubblico, sollecitato riflessioni sui temi delle rappresentazioni, contaminando linguaggi e spazi, fra Teatro e Museo, proponendo nuovi modi di narrare il presente.
Anche quest’anno il Festival porta in scena 7 compagnie di rilievo nazionale provenienti da tutta Italia con 7 spettacoli di Teatro Civile individuati sulla base di un Bando di Concorso. Spettacoli che si intrecciano con gli appuntamenti collaterali che compongono la sezione del Circuito Off del Festival già iniziata con il Convegno “20 anni di Festival Teatrale di Resistenza al Museo Cervi: il teatro civile dopo la pandemia” con contributi di esponenti del teatro italiano, e con il laboratorio per giovani “Antropocene” condotto da Babilonia Teatri.
Ancora nel Circuito Off ci sarà un nuovo Premio dedicato a Gigi Dall’Aglio, maestro della scena teatrale, recentemente scomparso, assegnato da una Giuria Under 30».

CLIC per conoscere il programma completo.

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Ufficio Stampa Festival Teatrale di Resistenza: Raffaella Ilari
cell. 333.4301603 – email: raffaella.ilari@gmail.com

Ufficio Stampa Istituto Cervi: Michele Alinovi
cell. 346. 5837 11 5 – email: alinovimichele@gmail.com

Informazioni
L’ingresso alle serate è a capienza limitata, in ottemperanza alle misure anti Covid-19; è necessario munirsi di mascherina. Ingresso a offerta libera con prenotazione telefonica obbligatoria ai numeri 0522-678356; 333.3276881 e/o via mail al seguente indirizzo
info@istitutocervi.it
Si consiglia di arrivare almeno 20 minuti prima dell’inizio degli spettacoli.
In caso di maltempo gli spettacoli si terranno al chiuso.
Per aggiornamenti e modifiche consultare www.istitutocervi.it e i profili social dell'Istituto.
In tutte le sere di spettacolo è previsto il servizio Bar dalle ore 19.00 alle ore 23.30.

Casa Cervi, Via Fratelli Cervi 9, Gattatico (Reggio Emilia) Telefono: 0522 678356
info@istitutocervi.it - www.istitutocervi.it - festival.istitutocervi.it
www.facebook.com/festivalteatralediresistenza
Instagram: @istitutocervi / Facebook: @festivalteatralediresistenza

Festival teatrale di Resistenza
Dal 7 al 25 luglio 2021 a Casa Cervi
Gattatico (Reggio Emilia)


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