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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Internet Addiction Disorder

Quante sono le dipendenze patologiche e quanti i dipendenti da quelle nel mondo?
Per saperlo consiglio di cliccare QUI.
Curiosamente meno citata è la “dipendenza affettiva” che non pochi esperti giudicano molto pericolosa e ne troviamo conferma nei tanti casi, in Italia e all’estero, perfino di assassinio nella coppia (prevale nettamente il femminicidio) che la cronaca riporta ogni giorno.

Alla domanda “Perché una persona diventa dipendente?” ecco una risposta di un manuale scientifico di non molto tempo fa: Non è ancora del tutto chiaro quali siano i meccanismi all'origine della dipendenza; tuttavia, si ritiene che nell'eziologia di tale condizione patologica possa esserci il coinvolgimento di neurotrasmettitori fondamentali per il nostro sistema nervoso centrale, come sono, ad esempio, la dopamina e la serotonina.
Giusto, ma definizione forse troppo restrittiva perché la dipendenza oggi, secondo la maggioranza degli studiosi della materia ha cause multifattoriali, non solo fisiche.
Ad esempio, la dipendenza affettiva, di cui scrivevo prima, è difficile da superare, sostiene lo psicologo statunitense Stanton Peele, esperto internazionale di dipendenze e autore di numerosi saggi sull'argomento. Un trattamento di questo grave disturbo psichico lo trovate QUI.
Nel tempo nuove dipendenze minacciano i nostril comportamenti.
Molte colpe sono attribuite alle nuove tecnologie, ma ci sono forme decisamente sottovalutate quale, ad esempio, la bibliomania. Proprio così. Pensate che la bibliomania sia una cosa innocente? Vi sbagliate. Può portare al delitto.
Un terribile esempio è dato da un parroco del ‘700, Johann Georg Tinius, che per saziare la sua sete di nuovi volumi arrivò alla rapina e all’omicidio; quando lo arrestarono ne aveva raccolto ben 65mila e mai letto neppure uno, come confessò
Indubbiamente i birbliomani sono oggi di numero inferiore a quelli di un tempo, ma ecco che Internet ha creato plurali dipendenze (in inglese Internet Addiction Disorder; in acronimo IAD), che si estendono dalla navigazione sui social network alla compulsiva visualizzazione di filmati, dal gioco online.alla videopornografia.

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un poderoso saggio sull’argomenrto: Internet Addiction Disorder Social, emozioni e identità alternative.
L’autore è Pietro Scurti
Così è detto di lui in un angolo del web: “Pietro Scurti nasce a Napoli nell’Ottobre del 1966. Psicologo e Psicoterapeuta si occupa di dipendenza e altre disgrazie. Coautore del libro Mercie Madame-Eroiniche vite e autore del volume G.R.U.P.P.I. scrive perché non sa dipingere con speranza di non sentirsi dire mai che avrebbe fatto meglio ad imparare. Scrive dei destini altrui per rintracciare informazioni utili a realizzare o ad evitare il proprio”.

Claudio Leonardi nella Prefazione: così dice: "Questo manuale rappresenta una magnifica opportunità per sviscerare tutti i molteplici aspetti che sottendono a una dipendenza così complessa,dalla sua collocazione sociale ai suoi aspetti fisiopatologici e terapeutici articolati, utilizzando sapientemente un linguaggio semplice ma al contempo armonicamente approfondito nei diversi contenuti e tecnicamente esaustivo.
Pietro Scurti e i suoi collaboratori, attraverso i diversi capitoli che compongono questo manuale, sono riusciti a dare una lettura originale di un fenomeno che, come più volte scritto in questa mia prefazione, è quanto mai complesso e globale. Durante la sua lettura, questo manuale si presenta come una suggestiva panoramica delle molteplici criticità che sottendono le problematiche correlate alla dipendenza da Internet e, come seguendo l’andamento di cerchi concentrici, analizza progressivamente i complicati processi intrapsichici degli individui affetti da IAD e suggerisce percorsi terapeutici appropriati per la loro risoluzione”.

Dalla presentazione editoriale.

«Cosa si intende per Internet Addiction Disorder? Esistono caratteristiche di personalità e modalità relazionali che maggiormente espongono, o viceversa proteggono, dallo sviluppare dipendenza dalla Rete? Quali tipologie di adolescenti e adulti arrivano a configurarsi come "social network addicted"? In che modo si correlano la dipendenza affettiva e quella da Internet? A questi e altri interrogativi prova a rispondere questo libro attraverso un lavoro critico che vuole stimolare il clinico delle dipendenze verso la strutturazione di programmi di prevenzione e di intervento, che abbiano un reale impatto terapeutico sul fenomeno complesso delle dipendenze da Internet. Il volume delinea un percorso che si snoda dall'analisi della rivoluzione tecnologica alla stanza della terapia, passando per i dati di ricerca e indagando il mondo delle identità virtuali: mondi digitali, dove è più facile costruirsi Avatar e profili ideali che sostituiscano un Sé ritenuto poco attraente e presentabile. La sfida per gli operatori delle dipendenze, ma anche per gli educatori e per quanti si occupano delle relazioni d'aiuto, è quella di costruire un linguaggio nuovo a fronte di un mondo che, mai come in quest'epoca, sta scavando uno iato tra le generazioni. Vuoto di senso in cui giovani e adulti abitano dimensioni esistenziali solo apparentemente inconciliabili. Obiettivo del testo è proprio ricucire questo strappo comunicativo, ponendo al centro di qualunque modello teorico e d'intervento terapeutico la necessità di scoprire e condividere un codice emozionale, affettivo, soppiantato dai likes e dai followers, per permetterci, finalmente, di essere tutti protagonisti di un futuro che è già presente».

Per leggere l’Indice e alcune pagine: CLIC!

Un intervento in voce di Scurti QUI.

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Pietro Scurti
Internet Addiction Disorder
Prefazione di Claudio Leonardi
Postfazione di Gianni Forte
166 pagine * 23.00 euro
FrancoAngeli


Lorenza Amadasi

Molti anni fa… primi anni di questo secolo?... forse, durante una gran Fiera patafisica organizzata da Afro Somenzari a Casalmaggiore, conobbi lui e la sua compagna: la scrittrice Lorenza Amadasi.
Di complessione fisica piccola, emanava una silenziosa energia accompagnata da una sontuosa timidezza che, però, conosceva a tratti lampi di risolutezza più infantili che adulti; una sorta d’insopprimibile scoppio di gioco. Poi, di colpo, a quella breve esplosione seguiva un nuovo rinchiudersi in una nuvola. Come notai a fine serata quando cenai a casa sua e di Afro, pronunciò pochissime parole mentre se non ciarliera, questo no, aveva prima ciacolato un po’ qui e un po’ là.

Lorenza non c’è più, Ha perso la vita in un incidente automobilistico che vide gravemente ferito Afro e dove morì anche il cane lupo che era in macchina con loro.
Di lei conservo l’intenso ricordo del suo volto che scorre fra i furiosi scatti di fotogrammi singoli d’un film.

Ecco parole scritte su di lei.
La successione dei nomi che seguono è disposta per ordine alfabetico.

In foto Lorenza e Afro


da Elia Malagò.

“Con Lorenza è sempre stata una mezza battaglia che nessuna delle due avrebbe voluto ma anche un po’ sì. Bordarla, almeno, andarci vicino e poi darsi delle matte sull’apertura irresistibile del suo sorriso. Incontrarla e sentirla accanto. Saperla lì. Con Afro, me fradel.
Lorenza e l’ironia, Lorenza e l’autoironia, la leggerezza di butterfly che si posa improvvisa nel cono d’ombra che neanche si intravvede, ma lei ha già sbarlumato chissà in qualche rapido volo di perlustrazione mentre tu cerchi le chiavi, il pass, le vie di fuga… casomai.
Svagata, imperdonabile e presente di testa – figurarsi il cuore – , sempre un passo più in là delle rotule altrui, la testa un po’ all’indietro e lo sguardo di sguincio (…) Nello sguardo la grazia della salvezza, il senso ultimo dell’esserci: tornare, consapevolmente, bambini, perché “I bambini non ricordano il freddo / Soffiano sulla neve perché scotta / Scivolano fino alle ginocchia / Nella bianca terra / Una luce li circonda / E li riscalda”.
E “Bambini siamo arrivati sempre”.

da Gino Ruozzi

“Lorenza manifesta nelle pagine di «Quando nessuna mano» anche una felice vena aforistica. Il tema dell’«errore» la avvicina a Ennio Flaiano e le fa dire cose tanto belle quanto vere: che «nella poesia l’errore è una piega a volte necessaria» e che «uscire dalla via principale per errore ci fa conoscere strade e luoghi migliori». Infine, un illuminante e terapeutico ‘ricordo’ di impronta guicciardiniana, preziosa eredità per ognuna e ognuno di noi: «Se mi amo mi curo».

da Frediano Sessi.

“Lorenza, fin dai suoi vent’anni o poco più, aveva scelto di dare ascolto alle «buone voci» che incontrava nei giorni e nelle notti della sua giovinezza.
Ascolto che la sorprende ammaliata dallo spettacolo della natura e insieme «assetata» di buone voci, della presenza di quel ragazzo, Afro, che solo può dare «senso» al suo ingresso nel mondo.
Lo si comprende bene oggi, leggendo le sue pagine e ritrovandola dentro le parole scritte tra le righe di un quaderno di terza elementare (… ) In quel lontano passato che è divenuto ogni giorno il mio presente, «il tempo era tutt’uno, se sognavo la morte era perché non esisteva, non era contemplata»”.

Per leggere pagine di Lorenza Amadasi:

Il fiore e le cento stelle.
Quando nessuna mano.

Ricominciare 8.


La vita è una pellicola al contrario

Cos’è un film?
“È un campo di battaglia, amore, odio, azione, violenza, morte, in una parola,
emozione”
Inappuntabile dichiarazione resa da Samuel Fuller in Pierrot le fou, mentre Jean-Paul Belmondo ignaro della cinepresa cammina avanti e indietro, impallando il regista americano, qui in veste d’attore
.
(da “Copione al bacio“, di Enzo Minarelli, Campanotto Editore).

Come vedono i film e la realtà i grandi registi? Cosa fa di loro dei maestri celebrati in tutto il mondo? Da dove vengono le storie che raccontano? La vita è una pellicola al contrario prova a rispondere a queste e altre domande la casa editrice il Saggiatore.
Lo fa attraverso le parole di Federico Fellini - Sergio Leone - Mario Monicelli messe insieme da più fonti così presentando il libro La vita è una pellicola al contrario Pensieri sul cinema.

«Da una selezione di pensieri dei tre cineasti sulla Settima arte prende forma una conversazione impossibile su come fare, e soprattutto vivere, un film – dal casting, alla sceneggiatura, al montaggio; dalla colonna sonora, al rapporto con il pubblico e gli attori. Aneddoti e riflessioni sul modo in cui il cinema è cambiato, sulla società, la politica e persino la religione si alternano in queste pagine, guidandoci nell’universo autoriale di esperienze, suggestioni e idee che ha ispirato film di culto come 8 ½, I vitelloni, Per un pugno di dollari, C’era una volta il West, Amici miei e I soliti ignoti. E aprono una breccia per lasciare a noi spettatori la possibilità di sbirciare la vita che palpita dietro il grande schermo».

Ecco tre flash sulle tante affermazioni dei tre registi.

Fellini.
“Il cinema è un modo divino di raccontare la vita, di far concorrenza al padreterno! Nessun
altro mestiere consente di creare un mondo che assomiglia così da vicino a quello che conosci, ma anche agli altri sconosciuti, paralleli, concentrici”

Monicelli.
“Il mio cinema è nazionalpopolare nel senso più stretto del termine. Si rivolge alle masse.
Ma non c’è alcun intento educativo esplicito. Diciamo piuttosto una necessità di raccontare il più semplicemente possibile, in una chiave veristica ma allo stesso tempo irridente, un fatto che può essere accaduto o meno, ma che risulti come se fosse accaduto davvero”.

Leone.
“Il cinema è il mito che si fonde con una favola. Non è l’industria dei sogni. È la fabbrica dei miti. Se voglio documentare il mito non posso tralasciare il mio universo autoriale, anche quando mostro la cosa peggiore in assoluto”.


Concludendo, trovo esemplificati funzione e finzioni, incontro e scacco del cinema in questi versi di Corrado Costa che cito dalla sua composizione intitolata “Il fiume”.
Greta Garbo / si contempla nel film / e vede il film che si contempla / in Greta Garbo. / Noi li vediamo rimanere / e scorrere. / Greta Garbo che vede un vecchio film / di Greta Garbo / lo vede scorrere / lentamente in avanti / e lentamente lo vede / rimanere indietro / rimanere e scorrere / è parlare di un fiume / che scorre come il tempo / dietro le spalle / di Greta Garbo.

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Fellini, Leone, Monicelli
La vita è una pellicola al contrario
88 pagine * 10.00 euro
Il Saggiatore


Giacomo Matteotti, figlio del Polesine (1)

Tra pochi giorni ricorre il centenario (10 giugno 1924) dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
A distanza di cent’anni da quel tragico giorno, il nome di Matteotti è tornato sui media per un incredibile episodio. Il condominio romano dello stabile in Via Pisanelli 40 da dove uscì per l’ultima volta di casa il deputato socialista, si è dapprima opposto all'inserimento di una nuova targa in cui veniva ricordata la mano fascista assassina, per poi successivamente cedere e, tra confuse dichiarazioni, accettare quel ricordo in marmo voluto dal Comune, ma soltanto cambiando la scritta "mano fascista" in "vile assassinio". Incredibile! Ma questi sono i tempi che viviamo!
Il ricordo di Giacomo Matteotti trova, però, nuova vita, attraverso varie iniziative, come, ad esempio, la ristrutturazione della Casa Museo a Fratta Polesine e una grande mostra a Rovigo intitolata Una storia di tutti.
Contribuiscono alla memoria di quella figura anche una serie di pubblicazioni.
Fra queste ne ho scelto una, pubblicata dalla casa editrice Apogeo intitolata Giacomo Matteotti, figlio del Polesine Un grande italiano del Novecento.
Gli autori sono Diego Crivellari e Francesco Jori.

Crivellari, classe 1975, laureato in Filosofia, ha lavorato in ambito editoriale ed è docente di ruolo nelle scuole superiori. Attualmente è presidente del C.U.R. (Consorzio Università Rovigo) e membro del comitato scientifico dell’Istituto polesano per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea (IstPolRec).
Autore dei volumi “Scrittori e mito nel Delta del Po” e “Mistero adriatico”.

Francesco Jori, classe 1946, laurea in Scienze Politiche, giornalista. Ha lavorato al “Resto del Carlino”, al “Mattino di Padova” e al “Gazzettino”, di cui è stato inviato e vice direttore. Autore di diversi testi sulla storia veneta, premio Brunacci 2023 alla carriera per la divulgazione storica.

Dalla Prefazione di Francesco Verducci.
Quella data in questo 2024 compirà cento anni, ma non importa quanto tempo sia passato: è una data viva, perché parla e ammonisce il tempo di oggi; è uno dei tornanti più drammatici della nostra storia e uno dei più significativi per i valori di democrazia, libertà e giustizia sociale incarnati dalla nostra Costituzione. Sarà importante costruire intorno a questa data una pedagogia civile e alla figura di Matteotti un senso di appartenenza, ancor più di quanto avvenga o sia avvenuto. Abbiamo il dovere e la responsabilità di rendere conto della nostra storia e di consegnare ai più giovani il senso del legame che c’è tra memoria e futuro, un patto condiviso tra le generazioni, un patriottismo repubblicano. Matteotti è un simbolo: rappresenta il coraggio degli ideali democratici contro la tirannia e la dittatura

Dalla postfazione di Marco Almagisti.
Il lettore che si soffermi sulle pagine di questo libro ha la possibilità di vedere ricostruito il Veneto dell’inizio del Novecento e di seguire, da una peculiare prospettiva, l’avvento, nel nostro paese, della politica di massa. Nella ricerca degli autori emergono ampi frammenti di una società locale stratificata e policroma. Raffigurato in molti studi quale emblema della cultura politica locale “bianca”, di matrice cattolica, il contesto veneto riemerge in queste pagine come realtà storicamente diversificata e politicamente contendibile.

Dalla presentazione editoriale.

«Cent’anni fa, il 10 giugno 1924, a Roma veniva rapito e assassinato Giacomo Matteotti, parlamentare socialista polesano. Protagonisti del delitto furono i componenti di una squadraccia fascista; ma la responsabilità va attribuita al vertice del nascente regime, con in testa il suo capo Benito Mussolini. A lui e al suo partito Matteotti aveva duramente contestato il clima di violenza che ne aveva caratterizzato l’ascesa al potere; e proprio pochi giorni prima dell’assassinio, aveva denunciato in maniera circostanziata i brogli che avevano caratterizzato le elezioni del 6 aprile. Da sempre il politico polesano era nel mirino fascista, per l’energia, l’impegno, il coraggio con cui ne aveva contrastato l’ascesa, ergendosi a difensore ad oltranza della democrazia. Il libro di Crivellari e Jori ne ricostruisce la figura inserendola nel contesto umano, sociale e politico di cui è espressione: un Polesine arretrato ma ricco di fermenti, nel quale Matteotti si è schierato fin dall’inizio a sostegno e tutela dei ceti deboli, partendo dai contadini. Il testo ripercorre le tappe politiche della sua azione, dal livello locale fino a quello nazionale, mettendo in luce il contributo determinante da lui dato al miglioramento delle condizioni di vita ma anche e soprattutto alla presa di coscienza delle classi subalterne. In parallelo, viene proposta una rivisitazione della tormentata storia del Polesine, area per secoli emarginata, mettendo in luce il profondo legame di Matteotti con la sua terra e il suo impegno fin da giovanissimo nel campo del socialismo, di cui ha rappresentato e rappresenta tuttora un essenziale punto di riferimento. Un lavoro di ricerca accompagnato da un’ampia documentazione sull’attività del politico polesano, fino allo straordinario discorso del 30 maggio 1924 alla Camera, di attacco frontale al fascismo, che pochi giorni dopo gli costerà la vita».

.Segue ora un incontro con Diego Crivellari.


Giacomo Matteotti, figlio del Polesine (2)

A Diego Crivellari (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro? Da quale esigenza?

Dall’esigenza di riflettere su alcuni tratti peculiari della figura di Matteotti e di raccontarla in forma narrativa ma rigorosa, collocandola sullo sfondo della storia veneta ed italiana tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento. L’approssimarsi del centenario del delitto e la rinascita del dibattito intorno all’eredità politica e ideale di Matteotti hanno senz’altro aggiunto motivi ulteriori.

Il volume si apre con un’ampia riflessione sul Polesine.
Perché sottolineate, fin dal titolo, l’esistenza di Matteotti quale “figlio del Polesine”
?

Perché quella del Polesine è una realtà poco o mal conosciuta, ancora oggi. Essa invece è stato teatro di vicende che assumono una rilevanza non solo locale nella storia d’Italia, se pensiamo per esempio ai moti contadini ottocenteschi de “la Boje”. A cavallo dei due secoli, il Polesine diventa – da terra addormentata, nonostante i fermenti risorgimentali – un vero e proprio laboratorio politico e sociale e per comprendere appieno la figura e l’opera di Matteotti, la sua vicinanza al mondo contadino padano, l’evoluzione del suo socialismo, occorre richiamare quel contesto e cercare di tratteggiarne l’originalità.

Qual è l’importanza che rappresenta l’assassinio di Matteotti nella storia italiana del ‘900?

L’omicidio di Matteotti rappresenta davvero un momento decisivo, uno spartiacque nella storia italiana del XX secolo: con la crisi che si apre segnerà prima l’illusione fugace di una ripresa democratica con l’Aventino e con l’indignazione crescente di vasti settori della pubblica opinione, poi con la reazione di Mussolini e dello squadrismo – e nel silenzio più o meno complice di quelli che oggi chiameremmo “poteri forti”: monarchia, Vaticano, industriali – la liquidazione dello stato liberale e l’inizio della dittatura. Nulla sarà più come prima, potremmo sintetizzare.

In Italia, l’opinione pubblica di quel tempo capì l’importanza di quell’assassinio?

Con l’omicidio si registrò una forte e sincera ripresa dell’opposizione ai metodi di Mussolini e del suo governo. Si ebbe una ripresa della stampa libera. Le opposizioni parlamentari si riunificarono momentaneamente, senza tuttavia condividere alcuna reale via d’uscita. Qualche osservatore più neutrale o addirittura “simpatizzante” del nuovo governo finì per aprire gli occhi. Tuttavia occorre ricordare che il Fascismo continuava a godere di consensi non effimeri nel paese profondo, rimaneva per molti cittadini il primo garante dell’ordine (durante quella tragica estate Pirandello chiede la tessera del Pnf), la parte intransigente dello squadrismo reclamava a gran voce una seconda ondata. Per settimane, per mesi la partita rimane aperta, Mussolini accusa certamente il colpo, ma in molti ambienti – si pensi ancora alla monarchia – prevale il timore del caos, del salto nel buio e non si vedono vere alternative.

Che cosa accadde a Dumini dopo l’omicidio? Quale fu la sua vita?

Amerigo Dùmini ebbe una vita avventurosa. Nato in America, ardito della Grande guerra, tra i fondatori del fascio fiorentino e protagonista di numerosi episodi di violenza. Al processo di Chieti del 1926 fu difeso da Farinacci, ras di Cremona e segretario del partito, subendo una condanna sostanzialmente irrisoria e uscendo di prigione in seguito all’amnistia per i reati politici voluta dal fascismo. Dopo il processo lo vedremo prodursi in svariate attività, chiedendo più volte sostegno economico a Mussolini, in un alternarsi di richiami alla sua antica fedeltà al duce e di velati ricatti. Poi sarà in Africa, rischierà la fucilazione da parte degli inglesi, rientrerà in Italia a guerra ancora in corso. Nel 1947 viene condannato all’ergastolo per omicidio premeditato, ma sconterà solo pochi anni di carcere. Morirà da uomo libero a Roma vent’anni più tardi, non prima di aver dato alle stampe la sua autobiografia.

Qual è l’attualità del pensiero di Matteotti nell’Italia di oggi?

Discorso complesso. I valori di Matteotti li ritroviamo in molti casi ben presenti (e per fortuna!) nella nostra Costituzione repubblicana: il lavoro, la libertà, il ruolo dell’istruzione, la necessità di un’informazione corretta ecc. Tuttavia, per troppo tempo si è sostanzialmente ignorato il pensiero di Matteotti, la sua analisi preveggente del fascismo, l’originalità del suo socialismo: un riformismo radicale che, almeno secondo me, è stato il socialismo “che è a mancato all’Italia” soprattutto nella seconda metà del Novecento, una visione matura e profonda della società che partendo da presupposti marxisti riconosceva il valore essenziale della libertà, del pluralismo e della democrazia.

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Diego Crivellari – Francesco Jori
Giacomo Matteotti, figlio del Polesine
Prefazione di Francesco Verducci
Postfazione di Marco Almagisti
204 pagine * 18.00 euro
Apogeo Editore


da Laterza

Prima della chiusura estiva di questo sito, segnalo due titoli dalle novità Laterza.

Specie aliene Quali sono, perché temerle e come possiamo fermarle
No, non si tratta dei soliti viaggiatori provenienti dallo Spazio.
Bensì di granchi blu, formiche di fuoco, giacinti d’acqua, alghe killer e tante altre ancora. In un viaggio in giro per il globo, uno dei massimi esperti al mondo ci spiega cosa sono queste famigerate specie aliene, come si insediano nei nuovi territori e come scalzano le specie autoctone.
Un racconto che si snoda tra moltissime specie, animali e non, per conoscere i pericoli delle invasioni biologiche e imparare a prevenirle.
Quali misure dobbiamo adottare? E che cosa può fare ciascuno di noi?

L’autore è Piero Genovesi
Uno degli scienziati ambientali più influenti al mondo, ci indica come invertire la rotta, se vogliamo davvero proteggere la natura, le nostre società e la salute delle persone.

Piero Genovese
Specie aliene
180 pagine * 17.00 euro


Altra segnalazione: Disobbedire Se, come, quando.

L’autore è Federico Zuolo
Professore di filosofia politica all’università di Genova. Collabora con Domani e Valigia blu. Altro suo volume: “”Etica e animali. Come è giusto trattarli e perché (il Mulino, 2018).

Abbiamo sempre il dovere di obbedire a tutte le leggi, anche quando ci sembrano ingiuste? Dal passato emergono esempi fulgidi di chi ha disobbedito alle regole ma – chissà perché – quando la disobbedienza si sposta all’oggi fatichiamo ad accettarla.
Una lucida analisi su una pratica da sempre centrale nella vita delle democrazie.
La disobbedienza civile e la non-violenza hanno una storia lunga e gloriosa: pensiamo a chi si è opposto con coraggio al nazifascismo o a figure come quelle di Gandhi e di Martin Luther King. Certo, gli stati liberali e democratici, seppur imperfetti, meritano il rispetto delle leggi. Ma è innegabile che ci sono leggi e pratiche ingiuste. Quando le normali forme di rivendicazione democratica non funzionano, la disobbedienza può essere moralmente giustificabile.

Federico Zuolo
Disobbedire
152 pagine * 16.00 euro


I maledetti


La prima immagine che viene a proposito del rapporto fra cultura e dittature è quel rogo che il 10 maggio 1933 (Hitler era al potere dal 30 gennaio di quell’anno) ci fu a Berlino, e in molte città tedesche, quando fu scatenata la più grande offensiva contro i volumi contrari all’ideologia nazista.
Negli stessi anni Stalin faceva fucilare Babel', Mejerchol'd, Stanislavskij e una lunga lista di altri nomi noti e meno noti eliminandoli sia per punirli delle loro opere e sia per impedire che ne scrivessero altre.
Dalla Cina, poi, non mancano dalla cosiddetta Rivoluzione Culturale fino ai giorni nostri, per artisti all’opposizione "inferni distopici dalle dimensioni gigantesche”, come li definisce Agnès Callamard. Quanto ai paesi islamici, affacciatevi su Amnesty International e apprenderete cronache agghiaccianti.
Anche nella letteratura dell’altro ieri e di oggi troviamo eco di stragi e pagine bruciatae. Si pensi a Cervantes, che nel Don Chisciotte mostra la selezione dei libri della cavalleria e di seguito il rogo degli stessi; oppure a Ray Bradbury, che in Fahrenheit 451 descrive una società in cui i vigili del fuoco hanno la missione di scovare e bruciare i libri.
Ma se sono tanti i perseguitati dai tanti regimi totalitari, non manca una minoranza di autori che hanno scelto di sostenere proprio le idee dei persecutori.

La casa editrice Lindau, riferendosi al fascismo e al nazismo, ha pubblicato un saggio che si chiede come fu possibile che alcuni nomi illustri restassero affascinati da quelle idee sciagurate. Non solo nomi oscuri al servizio di tenebrosi personaggi, ma, anche se pochi, nomi rilevanti nella storia della cultura. Come, ad esempio, tre premi Nobel: Knut Hamsun, T.S. Eliot e Konrad Lorenz
Titolo del volume: I maledetti Dalla parte sbagliata della Storia
L’autore è Andrea Colombo.
Laureato in filosofia con Gianni Vattimo e Giuseppe Riconda, è un giornalista che collabora con le pagine culturali del quotidiano «La Stampa». È autore di diversi saggi fra cui “Guarire l’anima. Itinerari dello spirito” (Leonardo Mondadori) e ”Il Dio di Ezra Pound”. (Edizioni Ares). Ha curato e tradotto l’unica edizione italiana dei Radiodiscorsi di Pound (Edizioni del Girasole) e varie opere di G. K. Chesterton, C. S. Lewis e R. H. Benson.

Colombo, attraverso una lodevole ricerca documenta la traiettoria delle vite e del pensiero di personaggi che vanno da Gottfried Benn a Martin Heidegger, da Giovanni Gentile a Emil Cioran, da Robert Brasillach a Ezra Pound, da Wyndham Lewis a Julius Evola, da Adolfo Wildt a Mario Sironi, da Mircea Eliade, a Filippo Tommaso Marinetti, da Leni Riefenstahl a Drieu La Rochelle, ai già prima citati Hamsun, Eliot e Lorenz.
Tranne che a Brasillach e Gentile che pagarono con la vita l’adesione al nazifascismo (il primo condannato alla fucilazione, il secondo morto in un attentato) quasi tutti riuscirono a cavarsela abbastanza bene, nel 1950 nessuno di loro era in un carcere… quasi tutti. Già, perché a Pound andò male. Al gabbio per 13 anni, alcuni nel manicomio criminale di St. Elisabeth. Dirà poi: ““Tutto ciò che ho fatto è stato rovinato dalle mie intenzioni. Il mio peggiore errore è stato quello di abbracciare il pregiudizio antisemita”.
Altri, quali Eliot e Lorenz occultarono il più possibile i loro trascorsi, altri ancora si pentirono di quanto avevano professato. Solo Knut Hamsun, in pieno delirio affermò: “Hitler era un guerriero, un pioniere dell’umanità e un apostolo del vangelo del diritto di tutte le nazioni”, fulgido esempio di quando il cervello va in pappa.

Colombo in questo libro si tiene lontano da condanne pregiudiziali, ma, sia chiaro, neppure concede assoluzioni. Sceglie il cosiddetto “giusto mezzo”. Perfino un po’ troppo. Ma va detto che ha scritto con una straordinaria documentazione un libro utilissimo per capire un periodo della storia che abbiamo vissuto, un libro che consiglio di leggere. E leggendolo credo sia inevitabile porsi ancora una volta una vecchia domanda: è possibile scindere un autore che si è macchiato di colpe vergognose dall’opera importante che ha prodotto?
Credo di sì. Visto il periodo storico attraversato dai maledetti, porto un solo esempio, un nome compreso nel libro che finora non ho fatto, quello di un gigante della letteratura e forse non solo del XX secolo: Louis Ferdinand Celine. Ha scritto purtroppo pagine antisemite fra le più violente. Ha scritto capolavori sommi.

Dalla presentazione editoriale.
«Ventidue ritratti di uomini e donne del mondo della cultura che hanno deciso, fra gli anni ’20 e ’30 del ’900, di schierarsi dalla parte del nazifascismo. Dai poemi di propaganda di Marinetti ai radiodiscorsi di Pound, dai murales fascisti di Sironi ai film hitleriani della Riefenstahl, dai pamphlet antisemiti di Céline alla fascinazione per il Führer di Hamsun, dal nazismo di Elisabeth Nietzsche al nichilismo nazional-legionario di Cioran, dal darwinismo ariano del giovane Lorenz al nazionalismo mistico di Eliade, le vicende, le illusioni, i drammi degli intellettuali che hanno scelto di stare dalla parte sbagliata».
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Andrea Colombo
I maledetti
376 pagine * 24.00 euro
Lindau


Paolo Braccini

Nella Resistenza era chiamato “Comandante Verdi” Paolo Braccini (Canepina, 16 maggio 1907 – fucilato a Torino il 5 aprile 1944) partigiano insignito con la Medaglia d'Oro al valor militare.
Tempo fa, su queste pagine web, ricordai un libro che gli dedicò la preziosa casa editrice Odradek guidata da Paolo Del Bello uomo che accoppia a grande cultura filosofica e storica un’eleganza di pensiero e di comportamenti che lo portò a non pubblicizzare il volumetto, intitolato A fronte alta, essendo il protagonista del libro un suo zio… gente così? Avercene!

Il 25 aprile scorso Paolo Braccini è stato ricordato nel Salone del Museo delle Tradizioni Popolari di Canepina, suo paese natale.
Oltre alle autorità cittadine – il sindaco Aldo Maria Moneta, il vicepresidente del Consiglio Regionale del Lazio Enrico Panunzi, il presidente provinciale dell’ANPI Enrico Mezzetti – sono stati presenti Claudio Del Bello, nipote di Braccini (figlio di una sorella) e i fratelli Fazioli, cugini della Medaglia d’Oro.
In quel Museo, esposta permanentemente in un’area a lui dedicata, un lavoro dell’artista Rita Mare che ha immaginato e plasmato nell’argilla il volto di Braccini.

Importante ricordare una figura qual è stata quella di Paolo Braccini specie in questi tristi giorni con un’Italia dove un generale, candidato da un partito di governo alle vicine elezioni europee gira un video inneggiando alla repubblichina X Mas; in un’Italia in cui un Comune nega (dietro l’ipocrita dichiarazione "L'amministrazione ha fissato una road map che contiene priorità differenti”) l’intitolazione di una strada a Pertini perché è stato partigiano, in un’Italia in cui un condominio s’oppone a una targa che ricorda Matteotti perché ha la scritta “ucciso da mano fascista”, in un Paes… pardon!... Nazione, in cui con scatto da centometristi in molti “corrono in soccorso dei vincitori” come diceva Flaiano


Letture per l'estate


Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’AIE (Associazione Italiana Editori) (il in occasione del Children's Book Fair di Bologna, ha reso noti dati sulla lettura dei ragazzi riferiti al 2023: ”Nella fascia 4-14 anni sono il 96% quelle/quelli che hanno letto almeno un libro non scolastico in dodici mesi, contro il 75% del 2018. Nella fascia 0-3 anni, le letture ad alta voce di genitori e insegnanti, la manipolazione di libri tattili, cartonati, illustrati, animati, da colorare e altre forme di pre-lettura hanno coinvolto il 70% dei bambini e delle bambine. Erano il 49% nel 2018”
Sono dati che smentiscono quanti lacrimano sulla lontananza dei ragazzi dalla editoria stampata. C’è, piuttosto, da chiedersi quanti autori ed editori fanno libri che possano interessare i più giovani lettori.

Fra giorni chiudono le scuole e in parecchi si chiedono quali libri comprare per le letture estive. Comincio oggi una panoramica su possibili scelte e inizio da un’editrice che ha colto il segno dei tempi proponendo letture che attirano sia bambini sia adolescenti: Editoriale Scienza.
Propone, infatti, volumi verbovisivi che spesso reclamano interattività col web avendo intuito che le nuove tecnologie non sono nemiche della lettura ma esigono un altro modo di leggere.

Per i più piccoli, segnalo Goccia (da 2 a 4 anni, 9.90 euro), autrice e illustratrice Maggie Li.
In questo volume, una minuscola goccia d’acqua, è protagonista di un lungo viaggio che dal rubinetto di casa – attraverso infinite peripezie in fiumi, mari, nuvole, pioggia e ruscelli di montagna – giunge infine a bagnare le radici assetate di una pianta da giardino.
Una storia affascinante che descrive in maniera semplice e poetica il ciclo naturale dell’acqua e ne mostra l’assoluta importanza per tutti gli abitanti del pianeta. È così che i piccoli lettori, stimolati anche dalla fustella sagomata del volume che rimarca il continuo divenire dell’acqua, potranno essere resi partecipi di una natura in perenne trasformazione da salvaguardare.

Per i ragazzi più grandi Rosso (intorno ai 10 anni, 21.90 euro), testo e illustrazioni di Cristiana Valentini.
Un volume di grande formato per narrare, grazie a eleganti tavole illustrate, la storia del colore rosso, attraverso le civiltà e le epoche, dall’antichità ai giorni nostri.
Un viaggio storico, artistico e scientifico attraverso i secoli e intorno al mondo per conoscere il “passato” del colore rosso. Ebbene sì, tutti i colori, quegli elementi che abbiamo costantemente davanti agli occhi, hanno una storia da raccontare, ovvero un lungo processo di creazione di significati, di gusti estetici, di credenze e di pratiche che ne ha condizionato la percezione e la conoscenza nel corso del tempo. E il rosso – una fra le tinte più accese e vistose dell’intera tavolozza dei colori a nostra disposizione – non fa certo eccezione. Una tinta che, tra le sue sfumature antiche e moderne, è diventata una delle nuance più utilizzate, amate e celebrate di sempre.


Elezioni vicine

Fra pochi giorni si voterà per le Europee.
In molti, come già accaduto si asterranno. È comprensibile lo sconforto di tanti – specie a Sinistra – nel vedersi male rappresentati, ma quell’errore … sì, lo considero tale… stavolta può avere conseguenze peggiori delle precedenti perché un’onda nera può travolgere l’Europa.
La democrazia ha un corpo delicato e può conoscere una fine diversa da quella uccisa nel secolo scorso, con letali ferite cruente che stavolta, cambiati i tempi, non appariranno tali, ma invece proprio tali saranno.
Sono stato raggiunto dall’artista Afro Somenzari che sta facendo girare questo video che v’invito a vedere.
Pochi minuti, una grande lezione.



Giganti ghiacciati (1)

22 ore e 12 minuti è il tempo che la lice impiega per percorrere i 23,3 miliardi di chilometri che, nel momento in cui scriviamo, separano la sonda Voyager 1 dal luogo in cui è stata lanciata. Quel luogo si trova sul pianeta Terra, al Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, e la sonda Voyager 1 l’abbandonò quasi mezzo secolo fa, il 5 dicembre 1977.

È questo l’inizio di un affascinante libro pubblicato dalla casa editrice Dedalo: Giganti ghiacciati Sulle orme delle sonde Voyager alla scoperta di Urano e Nettuno
Gli autori sono Luca Nardi e Fabio Nottebella.

Nardi è astrofisico, dottore in scienze planetarie e divulgatore scientifico. È molto noto su tutti i social network, in particolare sul suo canale YouTube. Collabora con il Planetario di Roma e con varie testate tra cui «Wired Italia».
Ha pubblicato Un mese a testa in giù (2021)

Nottebella si occupa di Risorse Umane ed è un appassionato studioso di lune ghiacciate. Collabora con l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e cura rubriche social sul Sistema Solare.
Ha pubblicato C’è vita nel Sistema Solare? Encelado (2021).

Dalla presentazione editoriale
«”Giganti ghiacciati” racconta, con dovizia di particolari e rigore scientifico, tutto quello che sappiamo sui giganti ghiacciati Urano e Nettuno, mondi tanto misteriosi quanto affascinanti, situati nella gelida oscurità ai confini del Sistema Solare.
Nel nostro Grand Tour planetario, seguiremo le orme delle sonde Voyager della NASA, protagoniste della missione di esplorazione spaziale più amata di sempre, l’unica finora ad aver raggiunto i pianeti ai limiti del Sistema Solare. Scopriremo poi le loro lune, corpi incredibili con croste di ghiaccio e intricate strutture criovulcaniche, oceani profondi e persino possibili luoghi abitabili. E proprio per cercare forme di vita su questi mondi estremi avremmo bisogno di saperne di più, perché svelando i loro segreti potremo capire meglio anche le nostre origini».

La prefazione a “Giganti ghiacciati” è di Piero Bianucci (QUI il suo sito web),
Estraggo da quella prefazione un illuminante brano sull’essenza dell’acqua: “L’acqua è vita, almeno quella che conosciamo, sbocciata sulla Terra 3,8 miliardi di anni fa ed evolutasi da organismi elementari fino alla nostra specie.
Per un chimico-fisico, la molecola dell’acqua è speciale. I due atomi di idrogeno distano dall’atomo di ossigeno un po’ meno di un decimiliardesimo di metro (più esattamente 0,9584 ångström) e con esso formano un angolo di circa 104 gradi e mezzo che conferisce alla molecola una debole polarità magnetica. È un oggetto piccolo: in un fondo di bicchiere ci sono più molecole di acqua che stelle in tutto l’Universo”

Pier0 Bianucci, giornalista scientifico. Definizione che mi pare piuttosto stretta e alla quale preferisco quella di saggista come dimostrano i libri che ha scritto.
Ha il merito, raro in verità, di fare divulgazione senza abbassare il livello della comunicazione.
È stato già ospite di Nybramedia e v’invito a leggere un incontro che ebbi con lui: una bella intervista. Bella per le sue risposte, s’intende.

Eccolo nella seconda parte di questa mia nota.


Pianeti ghiacciati (2)

A Piero Bianucci (in foto) ho rivolto alcune domande

Qual è la cosa che ti ha interessato di “Giganti ghiacciati” da fartene prefatore?

In Italia abbiamo molta divulgazione astronomica, sia tradotta (di solito originaria del Regno Unito o degli Stati Uniti), sia autoctona. Ma se andiamo a vedere i temi trattati, ci accorgiamo che sono quasi sempre gli stessi: il big bang, la cosmologia e eventuali forme di vita aliene sono i più ricorrenti. Il sistema solare da alcuni anni non è più di moda, tranne nel caso di Marte. "Giganti ghiacciati" ha attratto la mia curiosità perché veniva a riempire un vuoto offrendo una rivisitazione del sistema solare con una precisa chiave di lettura: la presenza del ghiaccio. Cioè dell'acqua. Un taglio narrativo insolito, che tuttavia rimanda più o meno direttamente, alla questione della vita e della sua origine.

Quali vantaggi scientifici possono venire dal conoscere giganti ghiacciati quali Urano e Nettuno?

Non credo, in generale, che si possa parlare di vantaggi scientifici. Con Urano e Nettuno è innanzi tutti in gioco la ricerca pura, la conoscenza per la conoscenza. Che poi è la cosa più bella e fondamentale, benché non sia un "vantaggio", nel senso che è la ricerca più difficile e gratuita che ci sia. A ben vedere, la circolazione atmosferica di Nettuno e le sue aurore polari hanno riservato delle sorprese interessanti. I suoi meccanismi aiutano a comprendere meglio anche le atmosfere di Giove e di Saturno. Quanto a Urano, per il fatto che il suo asse di rotazione giace quasi sul piano delle orbite planetarie, costituisce qualcosa di unico nel sistema solare e ci offre un caso di circolazione atmosferica peculiare. Ma la cosa più interessante sono alcuni loro satelliti. C'è ancora molto da scoprire e capire nella loro costituzione fisica e nel ruolo che in essi l'acqua svolge.

Giganti ghiacciati… ma l’acqua è una rarità nell’universo oppure no?

Questo è un altro aspetto che rende interessante il libro. Per secoli siamo stati condizionati dall'aridità apparente della Luna e di Marte, dall'atmosfera di Venere dominata dall'anidride carbonica (96%), mentre l'azoto, prevalente e sulla Terra, rappresenta solo il 3,5 per cento, l'ossigeno è ridotto a poche parti per milione e il vapore acqueo allo 0,01 per cento. In realtà le cose stanno diversamente. Venere ha tracce di acqua nell'alta atmosfera, dove la temperatura teoricamente non è incompatibile con la vita unicellulare. Acqua ghiacciata c'è al polo sud della Luna, e non solo lì; molta acqua ghiacciata potrebbe esistere nel sottosuolo di Marte; il ghiaccio abbonda sui satelliti di Giove scoperti da Galileo, Europa, Ganimede e Callisto. Ma, soprattutto, l'acqua, sotto forma di ossidrile, è comunissima nell'universo, e del resto è logico, perché l'idrogeno è l'elemento di gran lunga più abbondante nel cosmo e l'ossigeno è il terzo elemento più diffuso.

Credi che entro questo secolo sarà possibile scoprire pianeti abitabili o, addirittura, abitati ?

Scoprire pianeti abitabili sì, è possibile, e ci siamo già vicini con l'analisi delle atmosfere degli esopianeti alla ricerca della "firma" biologica. Ma scoprire pianeti “abitati” è tutto un altro discorso. Potrebbe capitare tra pochi decenni, tra secoli o mai. Anche queste ricerche, tuttavia, valgono in quanto tali, che arrivino o non al risultato a cui si puntava. Certo, se intanto riuscissimo a capire bene come la vita è comparsa sulla Terra e come è diventata intelligente, sarebbe già la più grande conquista, la più importante e rivoluzionaria.

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Luca Nardi – Fabio Nottebella
Giganti ghiacciati
Prefazione di Piero Bianucci
232 pagine * 17.00 euro
Dedalo


L'industria della canzone

Ha scritto Marcel Proust: “Non disprezzate la musica popolare. Si suona e si canta molto più appassionatamente di quella colta a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini.
Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società.
Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu la ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l'idea
”.

Insomma, non sono solo canzonette.
A questo si aggiunga che oggi quei motivi sono condizionati e passano attraverso un sistema industriale ben lontano dall’originaria diffusione dei mezzi di registrazione e di riproduzione ideati da Edison nel 1877 e da Berliner dieci anni più tardi. Il fonografo prima e il grammofono poi migrando rapidamente dagli Stati Uniti all’Europa a cavallo tra Otto e Novecento già determinano una particolare rete commerciale da dove parte una storia complessa, in cui ovviamente è impossibile scindere le questioni musicali da quelle economiche, sociali e culturali.
La casa editrice Laterza ha pubblicato un poderoso saggio storico-critico intitolato L’industria della canzone che riflette e analizza vari momenti arrivando fino ad oggi, cioè a Spotify ai Social media musicali, al gaming, al metaverso, a TikTok, all’Intelligenza Artificiale e la creatività.

L’autore è Gianni Sibilla
Direttore del Master in Comunicazione musicale dell'Università Cattolica di Milano e insegna Elementi di musica e discografia e Forme e linguaggi della comunicazione musicale all'Università IULM. Giornalista per Rockol.it, lavora nell'industria musicale da oltre vent'anni. Tra le sue pubblicazioni I linguaggi della musica pop (Bompiani 2003), Musica e media digitali (Bompiani 2008) e La canzone nelle serie TV. Forme narrative e modelli produttivi (con Daniela Cardini, Pàtron 2021).

Queste le righe iniziali dell’Introduzione.
Cento milioni di brani musicali: è il numero, per difetto, presente nel catalogo delle piattaforme streaming a cui sono abbonato; quando qualcuno leggerà queste righe, saranno già molti di più: ogni giorno ne vengono pubblicati complessivamente più di 100.000. Le 60.000 canzoni immagazzinate in file che ho sul computer su cui ho scritto questo volume, le centinaia di CD e vinili nella libreria di fronte a me, al confronto, sono un numero ridicolo, nonché un residuo quasi archeologico di come ascoltavo la musica negli anni passata”.

Dalla presentazione editoriale.

«Ogni giorno vengono pubblicate sulle piattaforme più di centomila canzoni: arricchiscono un catalogo di oltre cento milioni di brani, accessibili in streaming. Non solo su Spotify o YouTube, le canzoni sono ovunque: su Instagram o su TikTok, nella sigla o nella scena di una serie, alla tv o alla radio. È quasi impossibile passare un giorno senza ascoltarne una, e per questo si tende a darle per scontate. La canzone, invece, è uno degli oggetti più complessi della cultura contemporanea e, con l’avvento delle piattaforme, è diventata ancora più pervasiva ed è cresciuta esponenzialmente l’industria, dalla discografia ai live, dai media tradizionali a quelli digitali.
Dalla canzone italiana classica al rap e alla trap, da Elvis Presley a Taylor Swift, dai concerti e dai videoclip al Festival di Sanremo: uno studio sistematico ricostruisce il ruolo narrativo, produttivo e simbolico della canzone e del rapporto con l’industria e i media».

Per leggere l’Indice: CLIC!

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Gianni Sibilla
L’industria della canzone
280 pagine * 22.00 euro
Laterza


Quasi gol

Alla Rai, nel 1969 realizzai per la trasmissione Teleset un servizio tv sulla popolare trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto” condotta da Roberto Bortoluzzi che a quel tempo era uno dei più famosi personaggi della radio raggiungendo con la sua voce fino a una punta di 25 milioni di ascoltatori.
Di quel servizio è stato trasmesso di recente in “Techetechetè” un frammento.

Il rapporto tra calcio e televisione dalla prima diretta fino ai giorni nostri, il condizionamento reciproco e poi, al fischio finale, la vittoria del mezzo televisivo sullo sport è raccontato in un brillante volume pubblicato dalla casa editrice Manni intitolato Quasi gol Storia sentimentale del calcio in tv.
L’autore è Giorgio Simonelli.
Nato nel 1948, vive a Vercelli.
Ha insegnato a lungo Storia della radio e della televisione e Cinematografia didattica ginnico-sportiva all'Università Cattolica di Milano dove ora collabora con i master “Comunicare lo sport” e “Fare radio”. È docente nel laboratorio di televisione dell’Università di Genova presso il Campus di Savona.
Partecipa come esperto a TV Talk, storico programma di Rai 3.
Ha scritto libri, saggi, articoli sui temi della comunicazione cinematografica e radiotelevisiva.

Segnalo ai più giovani che il titolo richiama un’espressione – largamente e a lungo satireggiata – che infaustamente usò molti anni fa Niccolò Carosio al colmo dell’eccitazione vocale in una sua radiocronaca calcistica.

Dalla presentazione editoriale.

«Due tra le più grandi passioni degli italiani, il calcio e la televisione, sono protagoniste di questo libro che ne narra intrecci, condizionamenti e trasformazioni dalla prima partita in diretta tv fino ai nostri giorni.
Giorgio Simonelli ripercorre una vicenda che copre un arco di più di settant’anni, e che nel tempo ha avuto molti protagonisti: le tecnologie di ripresa e messa in onda, il linguaggio, le emittenti pubbliche e private, le istituzioni e le società sportive, gli sponsor, le aziende e i tifosi.
Ricostruisce la storia che va dalle prime trasmissioni sportive (quelle che si guardavano al bar, perché i televisori non erano in ogni casa) alle partite a colori, passando per gli storici telecronisti e i programmi calcistici fino ai giocatori superstar.
Spiega come a condizionare in maniera determinante la fruizione e quindi il gioco vero e proprio del calcio siano da un lato le questioni economiche (si vedano le aste per i diritti televisivi delle partite), dall’altro la tecnologia (dal crescente numero di telecamere in campo al VAR), e come le regole dello sport si siano piegate alle esigenze del tubo catodico. E lo fa mescolando sapientemente gli strumenti dello studioso della comunicazione con la passione del tifoso».

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Giorgio Simonelli
Quasi gol
160 pagine * 15.00 euro
Manni Editori


Il museo del Niente


Di musei bizzarri n’esistono parecchi: da quello coreano del gabinetto a quello spagnolo del carro funebre, dall’austriaco delle Cose Inutili e Idee Sbagliate, da quello di Zagabria delle Relazioni Finite, a quello delle Fogne che sta a Parigi. Se poi non vi va di andare lontano, restando in Italia visitatene un paio: il Museo dell'Inganno cui dedicai uno special, così come un altro sempre su Cosmotaxi è il Museo del Somaro.
Quello che presento oggi è per me – e spero anche per voi – di grande fascino: è il Museo del Niente. Racchiuso in un libro verbovisivo pubblicato dalla casa editrice Corraini.
L’autore, illustratore e designer americano, è Steven Guarnaccia.
Vive e lavora a New York. Le sue tavole sono pubblicate su numerose riviste e quotidiani, fra cui il New York Times, di cui è stato per tre anni art director della pagina delle opinioni. Collaboratore del MoMA e di numerose aziende nel campo del design industriale, ha disegnato diversi modelli di gioielli, orologi (Swatch) e murales (Disney Cruise).
Ha pubblicato numerose raccolte illustrate di palindromi, libri per ragazzi e libri pop-up.
Ora è professore al Dipartimento d’Illustrazione della Parsons The New School for Design.
QUI il suo sito web.

Lo spunto narrativo è dato dalla voglia che hanno due ragazzi, Ottavia e Otto, d’andare a visitare un museo e ne scelgono uno che li incuriosisce. Manco a dirlo è il Museo del Niente.
Scrive Stefania Trotta su Exibart: “Si tratta di un museo spoglio delle sue opere o, dovremmo dire, delle nostre memorie. Il mondo a colori dove aleggiano le voci dei genitori che augurano ai due un caloroso “divertitevi!” lascia il posto a uno spazio monocromatico, che ha perso i colori, simbolicamente destinati a sbiadire anche nei piccoli visitatori. Man mano che i due giovani protagonisti avanzano tra le diverse sale del Museo, infatti, oltrepassano cartelli con su scritto “Niente di qua, niente di là».

Si aggireranno fra pareti della Negazione dalle quali traspare il birbone tiro, filosofico e malignazzo, di Guarnaccia che dalle pagine sembra (… sì, sembra proprio) chiederci: “ma siete sicuri che l’Arte serva a qualcosa?”.
Un elogio del Niente, dunque. del Nulla. Entità del pensiero, oggetto di riflessione dalle origini del pensiero greco per arrivare fino ai giorni nostri con Heidegger e Sartre quando interviene quale fondamento e principio di spiegazione della struttura tipica dell’esistente. Si travaserà poi modulandosi in comportamenti sociali e politici fra movimenti metropolitani punk e postpunk. Fino a trovarne qualche traccia oggi perfino in risvolti trap delle tribù suburbane newyorchesi.

Dalla presentazione editoriale.

«Ma chi dice che il “Niente” non sia invece qualcosa di meraviglioso? Immaginate una biblioteca dove tutti i libri hanno pagine vuote, un dipinto di un orso polare in una tempesta di neve, la statua dell’uomo invisibile come attrazione principale della “Stanza di Nessuno”, e poi la sala dedicata ai buchi... quelli nelle ciambelle, nel formaggio, nei bottoni... e fate attenzione a quel buco nero gigante che potrebbe inghiottirvi tutti! In questo libro scritto e illustrato da Steven Guarnaccia, i lettori grandi e piccoli potranno esplorare tutte le sale del Museo del Niente insieme a Ottavia e Otto, due bambini curiosi e affascinati da ogni tipo di... beh, di Niente. Un libro che diverte e che ci suggerisce di guardare bene quello che sembra un enorme nulla, perché a volte potremmo scoprire che è invece straordinariamente pieno».

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Steven Guarnaccia
Il museo del Niente
Edizione illustrata
48 Pagine * 21.00 euro
Corraini


Speranza abbandonata

«Se non fosse stato per la fede nel nostro incontro futuro, non sarei mai sopravvissuta a questi decenni passati da sola. Rido di me stessa, non oso alimentare questa fede, che tuttavia non mi abbandona. L’incontro ci sarà, la separazione non esiste. Così mi hanno promesso ed è questa la mia fede».

L’autrice di queste parole è Nadežda Mandel’štam
Nata nel 1899, Nadežda Jakovlevna Kazina sposò Osip Mandel’štam nel 1922.
Osip Mandelstam: negli anni Dieci fu uno dei più significativi rappresentanti dell’Acmeismo.
Alcune sue opere le ho lette nel catalogo Adelphi.
Censurato prima, arrestato poi, condannato al confino, arrestato di nuovo perché Stalin volle il bis visto il successo della precedente cattura, fu mandato in gita in un gulag vicino Vladivostock nel 1938 e in quello stesso anno in quel luogo ameno tolse il disturbo per sempre. Causa della morte? Una misteriosa malattia.
Misteriosa? Hai visto mai che si trattasse della famigerata “stalinite” morbo diffuso in quegli
anni e che in altri paesi, con altri nomi (ad esempio, in Italia, la “mussolinite” di cui fra i primi fu vittima il famoso Giacomo Matteotti, l’“hitlerite”, e più tardi la “franchite”, la “salazarite”)?
Si trattò di una terribile epidemia che infettò l'Europa nella prima metà del secolo scorso e dalla quale è bene mantenere misure sanitarie anche oggi affinché non si ripeta.

Ma torniamo a Nadežda dopo la morte del marito Osip, trascorse il resto della sua vita a serbarne ’l’eredità poetica e a diffonderla clandestinamente. Sopravvissuta alle «purghe» e al «terrore» di Baffone, Krusciov le permise di tornare a Mosca, dove rimase sino alla morte che la colse nel1980.

Scrive Paolo Nori in Prefazione. “Nadežda, in russo, significa «speranza», e è singolare leggere, all’inizio di queste memorie «vivevamo nascondendoci, senza speranza alcuna» e con l’impressione che «il regno millenario» in cui vivevano fosse «appena all’inizio».
«A sostituire il significato della vita», scrive Nadežda Mandel’štam, «subentrò uno scopo concreto: impedire che le tracce lasciate da quest’uomo, il mio «tu», venissero cancellate, salvare i suoi versi. E per questa missione avevo un’alleata su cui contare: Anna Achmatova. Per diciotto anni, l’equivalente di una buona condanna ai lavori forzati, abbiamo vissuto intrappolate nell’oscurità, senza alcun aiuto esterno, non osando pronunciare il nome amato ad alta voce – potevamo solo sussurrarlo, a tu per tu, e tremando su un pugno di versi».

Dalla presentazione editoriale

«In “Speranza contro speranza” a essere raccontato non è solo un sentimento assoluto, quello per Osip Mandel’štam, il più grande poeta russo del Novecento, uomo e intellettuale stravagante e anticonformista, vero e proprio ‘esule in patria’, ma c’è anche spazio per un incredibile susseguirsi di ritratti di molti protagonisti della vita culturale dell’epoca, da Anna Achmatova a Vjaeslav Ivanov e Nikolaj Gumilëv, Aleksandr Blok e Vladimir Majakovskij. E poi Boris Pasternak, Marina Cvetaeva, Jurij Tynjanov. Sullo sfondo di un Paese travolto prima dalla Rivoluzione, dilaniato poi dalla Guerra civile, annientato infine dal Terrore staliniano Nadežda Mandel’štam ci prende per mano in un viaggio che è anche un pellegrinaggio e un intenso dialogo con i fantasmi di una storia grandiosa e terribile. Un memoir che ‘narra di cosa visse il cuore» al tempo in cui era l’ideologia a battere nel petto dei carnefici’».

……………………………………..

Nadežda Mandel’štam
Speranza abbandonata
Traduzione di:
Marta Zucchelli e Valentina Parisi
Introduzione Paolo Nori
Pagine 650 * Euro 34.00
Edizione numerata
Edizioni Sette Colori


Ali Ribelli e Filastrocche

“Parla come una filastrocca”, “Allocca come una filastrocca”, “Noiosa come una filastrocca”, “Mi ha fatto una filastrocca (dei suoi meriti, delle sue virtù delle sue imprese)… no, non ci siamo. Questi modi di dire calunniano perché la filastrocca in linguistica è una cosa seria nella sua giocosità.
.Dal Dizionario: “La filastrocca è una canzonetta o composizione cadenzata (talvolta anche in forma di dialogo), generalmente in metri brevi assonanzati o rimati, con ritmo celere, formata di frasi collegate tra loro da richiami meramente verbali, che viene recitata o cantata dai bambini nei loro giochi, oppure dagli adulti per divertire o insegnare”.

Il linguista Mario Alinei indagando sulle origini verbali e antropologiche della filastrocca afferma: “Nel quadro di una moderna teoria etimologica, lontana dall’approccio enigmistico, si può affermare, dopo un’articolata sistemazione tipologica dei vari tipi di filastrocca, l’ipotesi di una derivazione del nome da lat filum (e it. fila) ‘sequenza, serie concatenata’ e dal gr.-lat. historicus (cfr. gr. ≥storikÒj ‘versato, abile nel racconto’ ‘bene informato’), connettendo in questo modo la figura del portatore di filastrocche a quella dell’antico istrione, cioè dell’hister/histrio o ludio/ludius, inteso come il custode del sapere tradizionale, il poeta omnisciente, il pantomimo, il funambolo, il musico, il danzatore, l’attore, il mago”.

Si differenzia, pur essendo in versi, la filastrocca dalla poesia? Sì.
Da Sveva Galassi: “Nelle poesie il linguaggio è ricco di figure retoriche e richiede maggiore riflessione da parte di chi legge. Nelle poesie abbondano similitudini e metafore (trasposizioni di significato), ma anche altre figure retoriche.
Le filastrocche, invece, realizzate per essere comprese da bimbi e adulti, hanno un linguaggio contraddistinto da ripetizioni e rime e, inoltre, molte frasi sono collegate tra loro soltanto da richiami di parole”.

Per ulteriormente approfondire, suggerisco di cliccare QUI; probabilmente uno dei migliori siti in lingua italiana che si occupano delle filastrocche.

Tra gli editori che hanno pubblicato ragionamenti ed esemplificazioni di filastrocche va segnalata la casa editrice Ali Ribelli.
Ecco un suo libro con filastrocche dedicate al Carnevale. Festa che assai si addice a mascheramenti, burle e disvelamenti.
Titolo: Carnevale ogni scherzo vale! filastrocche della tradizione.

Dal volume ho scelto una filastrocca d’autore. Pensate che è firmata da Rapagnetta… come chi è?... lo conoscete di sicuro… è Gabriele D’Annunzio. Si sarebbe dovuto chiamare Rapagnetta, come suo nonno Camillo, come suo padre Francesco Paolo: un cognome capace di stroncare sul nascere la carriera di un Vate. Se non che il padre, adottato dall'Antonio, zio per parte di madre, con le ricchezze ne ereditò anche il cognome: D'Annunzio.
Gabriele usò quest’ultimo nome e giammai volle essere un Rapagnetta. Va capito.
Ecco una sua filastrocca intitolata “Carnevale vecchio e pazzo” con un finale sul noir… sennò che Rapagnet… che D’Annunzio sarebbe?

Carnevale vecchio e pazzo
s'è venduto il materasso
per comprare pane, vino,
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia ad un pallone.
Beve, beve all'improvviso
gli diventa rosso il viso
poi gli scoppia anche la pancia
mentre ancora mangia, mangia.
Così muore il Carnevale
e gli fanno il funerale:
dalla polvere era nato
e di polvere è tornato.

Per la presentazione editoriale e un audio che illustra il profilo storico del Carnevale: CLIC!

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AA.VV
Carnevale ogni scherzo vale!
Filastrocche della tradizione
Formato Kindle euro 1.55
Ali Ribelli


Per chi suona la campana


No, Hemingway non c’entra. La campana sì, e se opportunamente percossa di sicuro risuonerà perché contiene vetro.
Le vediamo nelle nostre strade quali raccoglitori di bottiglie. Non sempre usate quanto si dovrebbe.
A farne risultare la presenza in alcune vie di Roma ci pensa da sette anni GAU: un format incentrato sulla trasformazione di un oggetto di arredo urbano - la campana - in opera d’arte visiva.: In sette anni sono state realizzate 150 campane, con l’impegno di circa 50 artisti che hanno interessato diversi quartieri della Capitale trasformandoli in mesi di street art.
Non ultima è la finalità di sensibilizzare sul tema della differenziazione dei rifiuti.

Estratto dal comunicato stampa.

«La 7° edizione di GAU – Gallerie d’Arte Urbana con GAU CINEMA si intreccia con il mondo del cinema e lo fa nel quartiere più evocativo della Capitale, Cinecittà-Tuscolano. Le campane per la raccolta differenziata del vetro saranno trasformate in opere d’arte, quest’anno dal lavoro del collettivo artistico Molecole, composto da Gaia Flamigni e Virginia Volpe. Per l’evento GAU CINEMA, ogni campana sarà un'opera dedicata a un film d'autore, entrato nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo italiano.

Un oggetto come la campana per il vetro, che tende a diventare invisibile sullo sfondo grigio cittadino, balza così fuori dalla cornice della quotidianità con una vita e colori nuovi, storie da raccontare e un panorama urbano modificato. Per suscitare un ricordo, una riflessione, una risata o comunque, un’emozione.

“Il nostro progetto sperimenta la volontà di portare l’arte in posti non convenzionali, intervenendo su supporti e arredi di uso quotidiano al fine di renderli fruibili anche come opere d’arte e sensibilizzare i cittadini al tema del decoro urbano” - dichiara la direttrice artistica Alessandra Muschella – “Le campane della raccolta differenziata del vetro, si trasformano con GAU CINEMA in tele d’artista, che raccontano la storia dei grandi nomi del cinema italiano regalando ai cittadini una galleria d'arte a cielo aperto da visitare e scoprire in qualsiasi momento si voglia” »

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Ufficio stampa HF4 www.hf4.it
Marta Volterra
marta.volterra@hf4.it
Francesca Di Belardino
francesca.dibelardino@hf4.it
Valentina Pettinelli
valentina.pettinelli@hf4.it --- 347.449.91.74


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