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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Il museo del Niente


Di musei bizzarri n’esistono parecchi: da quello coreano del gabinetto a quello spagnolo del carro funebre, dall’austriaco delle Cose Inutili e Idee Sbagliate, da quello di Zagabria delle Relazioni Finite, a quello delle Fogne che sta a Parigi. Se poi non vi va di andare lontano, restando in Italia visitatene un paio: il Museo dell'Inganno cui dedicai uno special, così come un altro sempre su Cosmotaxi è il Museo del Somaro.
Quello che presento oggi è per me – e spero anche per voi – di grande fascino: è il Museo del Niente. Racchiuso in un libro verbovisivo pubblicato dalla casa editrice Corraini.
L’autore, illustratore e designer americano, è Steven Guarnaccia.
Vive e lavora a New York. Le sue tavole sono pubblicate su numerose riviste e quotidiani, fra cui il New York Times, di cui è stato per tre anni art director della pagina delle opinioni. Collaboratore del MoMA e di numerose aziende nel campo del design industriale, ha disegnato diversi modelli di gioielli, orologi (Swatch) e murales (Disney Cruise).
Ha pubblicato numerose raccolte illustrate di palindromi, libri per ragazzi e libri pop-up.
Ora è professore al Dipartimento d’Illustrazione della Parsons The New School for Design.
QUI il suo sito web.

Lo spunto narrativo è dato dalla voglia che hanno due ragazzi, Ottavia e Otto, d’andare a visitare un museo e ne scelgono uno che li incuriosisce. Manco a dirlo è il Museo del Niente.
Scrive Stefania Trotta su Exibart: “Si tratta di un museo spoglio delle sue opere o, dovremmo dire, delle nostre memorie. Il mondo a colori dove aleggiano le voci dei genitori che augurano ai due un caloroso “divertitevi!” lascia il posto a uno spazio monocromatico, che ha perso i colori, simbolicamente destinati a sbiadire anche nei piccoli visitatori. Man mano che i due giovani protagonisti avanzano tra le diverse sale del Museo, infatti, oltrepassano cartelli con su scritto “Niente di qua, niente di là».

Si aggireranno fra pareti della Negazione dalle quali traspare il birbone tiro, filosofico e malignazzo, di Guarnaccia che dalle pagine sembra (… sì, sembra proprio) chiederci: “ma siete sicuri che l’Arte serva a qualcosa?”.
Un elogio del Niente, dunque. del Nulla. Entità del pensiero, oggetto di riflessione dalle origini del pensiero greco per arrivare fino ai giorni nostri con Heidegger e Sartre quando interviene quale fondamento e principio di spiegazione della struttura tipica dell’esistente. Si travaserà poi modulandosi in comportamenti sociali e politici fra movimenti metropolitani punk e postpunk. Fino a trovarne qualche traccia oggi perfino in risvolti trap delle tribù suburbane newyorchesi.

Dalla presentazione editoriale.

«Ma chi dice che il “Niente” non sia invece qualcosa di meraviglioso? Immaginate una biblioteca dove tutti i libri hanno pagine vuote, un dipinto di un orso polare in una tempesta di neve, la statua dell’uomo invisibile come attrazione principale della “Stanza di Nessuno”, e poi la sala dedicata ai buchi... quelli nelle ciambelle, nel formaggio, nei bottoni... e fate attenzione a quel buco nero gigante che potrebbe inghiottirvi tutti! In questo libro scritto e illustrato da Steven Guarnaccia, i lettori grandi e piccoli potranno esplorare tutte le sale del Museo del Niente insieme a Ottavia e Otto, due bambini curiosi e affascinati da ogni tipo di... beh, di Niente. Un libro che diverte e che ci suggerisce di guardare bene quello che sembra un enorme nulla, perché a volte potremmo scoprire che è invece straordinariamente pieno».

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Steven Guarnaccia
Il museo del Niente
Edizione illustrata
48 Pagine * 21.00 euro
Corraini


Speranza abbandonata

«Se non fosse stato per la fede nel nostro incontro futuro, non sarei mai sopravvissuta a questi decenni passati da sola. Rido di me stessa, non oso alimentare questa fede, che tuttavia non mi abbandona. L’incontro ci sarà, la separazione non esiste. Così mi hanno promesso ed è questa la mia fede».

L’autrice di queste parole è Nadežda Mandel’štam
Nata nel 1899, Nadežda Jakovlevna Kazina sposò Osip Mandel’štam nel 1922.
Osip Mandelstam: negli anni Dieci fu uno dei più significativi rappresentanti dell’Acmeismo.
Alcune sue opere le ho lette nel catalogo Adelphi.
Censurato prima, arrestato poi, condannato al confino, arrestato di nuovo perché Stalin volle il bis visto il successo della precedente cattura, fu mandato in gita in un gulag vicino Vladivostock nel 1938 e in quello stesso anno in quel luogo ameno tolse il disturbo per sempre. Causa della morte? Una misteriosa malattia.
Misteriosa? Hai visto mai che si trattasse della famigerata “stalinite” morbo diffuso in quegli
anni e che in altri paesi, con altri nomi (ad esempio, in Italia, la “mussolinite” di cui fra i primi fu vittima il famoso Giacomo Matteotti, l’“hitlerite”, e più tardi la “franchite”, la “salazarite”)?
Si trattò di una terribile epidemia che infettò l'Europa nella prima metà del secolo scorso e dalla quale è bene mantenere misure sanitarie anche oggi affinché non si ripeta.

Ma torniamo a Nadežda dopo la morte del marito Osip, trascorse il resto della sua vita a serbarne ’l’eredità poetica e a diffonderla clandestinamente. Sopravvissuta alle «purghe» e al «terrore» di Baffone, Krusciov le permise di tornare a Mosca, dove rimase sino alla morte che la colse nel1980.

Scrive Paolo Nori in Prefazione. “Nadežda, in russo, significa «speranza», e è singolare leggere, all’inizio di queste memorie «vivevamo nascondendoci, senza speranza alcuna» e con l’impressione che «il regno millenario» in cui vivevano fosse «appena all’inizio».
«A sostituire il significato della vita», scrive Nadežda Mandel’štam, «subentrò uno scopo concreto: impedire che le tracce lasciate da quest’uomo, il mio «tu», venissero cancellate, salvare i suoi versi. E per questa missione avevo un’alleata su cui contare: Anna Achmatova. Per diciotto anni, l’equivalente di una buona condanna ai lavori forzati, abbiamo vissuto intrappolate nell’oscurità, senza alcun aiuto esterno, non osando pronunciare il nome amato ad alta voce – potevamo solo sussurrarlo, a tu per tu, e tremando su un pugno di versi».

Dalla presentazione editoriale

«In “Speranza contro speranza” a essere raccontato non è solo un sentimento assoluto, quello per Osip Mandel’štam, il più grande poeta russo del Novecento, uomo e intellettuale stravagante e anticonformista, vero e proprio ‘esule in patria’, ma c’è anche spazio per un incredibile susseguirsi di ritratti di molti protagonisti della vita culturale dell’epoca, da Anna Achmatova a Vjaeslav Ivanov e Nikolaj Gumilëv, Aleksandr Blok e Vladimir Majakovskij. E poi Boris Pasternak, Marina Cvetaeva, Jurij Tynjanov. Sullo sfondo di un Paese travolto prima dalla Rivoluzione, dilaniato poi dalla Guerra civile, annientato infine dal Terrore staliniano Nadežda Mandel’štam ci prende per mano in un viaggio che è anche un pellegrinaggio e un intenso dialogo con i fantasmi di una storia grandiosa e terribile. Un memoir che ‘narra di cosa visse il cuore» al tempo in cui era l’ideologia a battere nel petto dei carnefici’».

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Nadežda Mandel’štam
Speranza abbandonata
Traduzione di:
Marta Zucchelli e Valentina Parisi
Introduzione Paolo Nori
Pagine 650 * Euro 34.00
Edizione numerata
Edizioni Sette Colori


Ali Ribelli e Filastrocche

“Parla come una filastrocca”, “Allocca come una filastrocca”, “Noiosa come una filastrocca”, “Mi ha fatto una filastrocca (dei suoi meriti, delle sue virtù delle sue imprese)… no, non ci siamo. Questi modi di dire calunniano perché la filastrocca in linguistica è una cosa seria nella sua giocosità.
.Dal Dizionario: “La filastrocca è una canzonetta o composizione cadenzata (talvolta anche in forma di dialogo), generalmente in metri brevi assonanzati o rimati, con ritmo celere, formata di frasi collegate tra loro da richiami meramente verbali, che viene recitata o cantata dai bambini nei loro giochi, oppure dagli adulti per divertire o insegnare”.

Il linguista Mario Alinei indagando sulle origini verbali e antropologiche della filastrocca afferma: “Nel quadro di una moderna teoria etimologica, lontana dall’approccio enigmistico, si può affermare, dopo un’articolata sistemazione tipologica dei vari tipi di filastrocca, l’ipotesi di una derivazione del nome da lat filum (e it. fila) ‘sequenza, serie concatenata’ e dal gr.-lat. historicus (cfr. gr. ≥storikÒj ‘versato, abile nel racconto’ ‘bene informato’), connettendo in questo modo la figura del portatore di filastrocche a quella dell’antico istrione, cioè dell’hister/histrio o ludio/ludius, inteso come il custode del sapere tradizionale, il poeta omnisciente, il pantomimo, il funambolo, il musico, il danzatore, l’attore, il mago”.

Si differenzia, pur essendo in versi, la filastrocca dalla poesia? Sì.
Da Sveva Galassi: “Nelle poesie il linguaggio è ricco di figure retoriche e richiede maggiore riflessione da parte di chi legge. Nelle poesie abbondano similitudini e metafore (trasposizioni di significato), ma anche altre figure retoriche.
Le filastrocche, invece, realizzate per essere comprese da bimbi e adulti, hanno un linguaggio contraddistinto da ripetizioni e rime e, inoltre, molte frasi sono collegate tra loro soltanto da richiami di parole”.

Per ulteriormente approfondire, suggerisco di cliccare QUI; probabilmente uno dei migliori siti in lingua italiana che si occupano delle filastrocche.

Tra gli editori che hanno pubblicato ragionamenti ed esemplificazioni di filastrocche va segnalata la casa editrice Ali Ribelli.
Ecco un suo libro con filastrocche dedicate al Carnevale. Festa che assai si addice a mascheramenti, burle e disvelamenti.
Titolo: Carnevale ogni scherzo vale! filastrocche della tradizione.

Dal volume ho scelto una filastrocca d’autore. Pensate che è firmata da Rapagnetta… come chi è?... lo conoscete di sicuro… è Gabriele D’Annunzio. Si sarebbe dovuto chiamare Rapagnetta, come suo nonno Camillo, come suo padre Francesco Paolo: un cognome capace di stroncare sul nascere la carriera di un Vate. Se non che il padre, adottato dall'Antonio, zio per parte di madre, con le ricchezze ne ereditò anche il cognome: D'Annunzio.
Gabriele usò quest’ultimo nome e giammai volle essere un Rapagnetta. Va capito.
Ecco una sua filastrocca intitolata “Carnevale vecchio e pazzo” con un finale sul noir… sennò che Rapagnet… che D’Annunzio sarebbe?

Carnevale vecchio e pazzo
s'è venduto il materasso
per comprare pane, vino,
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia ad un pallone.
Beve, beve all'improvviso
gli diventa rosso il viso
poi gli scoppia anche la pancia
mentre ancora mangia, mangia.
Così muore il Carnevale
e gli fanno il funerale:
dalla polvere era nato
e di polvere è tornato.

Per la presentazione editoriale e un audio che illustra il profilo storico del Carnevale: CLIC!

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AA.VV
Carnevale ogni scherzo vale!
Filastrocche della tradizione
Formato Kindle euro 1.55
Ali Ribelli


Per chi suona la campana


No, Hemingway non c’entra. La campana sì, e se opportunamente percossa di sicuro risuonerà perché contiene vetro.
Le vediamo nelle nostre strade quali raccoglitori di bottiglie. Non sempre usate quanto si dovrebbe.
A farne risultare la presenza in alcune vie di Roma ci pensa da sette anni GAU: un format incentrato sulla trasformazione di un oggetto di arredo urbano - la campana - in opera d’arte visiva.: In sette anni sono state realizzate 150 campane, con l’impegno di circa 50 artisti che hanno interessato diversi quartieri della Capitale trasformandoli in mesi di street art.
Non ultima è la finalità di sensibilizzare sul tema della differenziazione dei rifiuti.

Estratto dal comunicato stampa.

«La 7° edizione di GAU – Gallerie d’Arte Urbana con GAU CINEMA si intreccia con il mondo del cinema e lo fa nel quartiere più evocativo della Capitale, Cinecittà-Tuscolano. Le campane per la raccolta differenziata del vetro saranno trasformate in opere d’arte, quest’anno dal lavoro del collettivo artistico Molecole, composto da Gaia Flamigni e Virginia Volpe. Per l’evento GAU CINEMA, ogni campana sarà un'opera dedicata a un film d'autore, entrato nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo italiano.

Un oggetto come la campana per il vetro, che tende a diventare invisibile sullo sfondo grigio cittadino, balza così fuori dalla cornice della quotidianità con una vita e colori nuovi, storie da raccontare e un panorama urbano modificato. Per suscitare un ricordo, una riflessione, una risata o comunque, un’emozione.

“Il nostro progetto sperimenta la volontà di portare l’arte in posti non convenzionali, intervenendo su supporti e arredi di uso quotidiano al fine di renderli fruibili anche come opere d’arte e sensibilizzare i cittadini al tema del decoro urbano” - dichiara la direttrice artistica Alessandra Muschella – “Le campane della raccolta differenziata del vetro, si trasformano con GAU CINEMA in tele d’artista, che raccontano la storia dei grandi nomi del cinema italiano regalando ai cittadini una galleria d'arte a cielo aperto da visitare e scoprire in qualsiasi momento si voglia” »

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Ufficio stampa HF4 www.hf4.it
Marta Volterra
marta.volterra@hf4.it
Francesca Di Belardino
francesca.dibelardino@hf4.it
Valentina Pettinelli
valentina.pettinelli@hf4.it --- 347.449.91.74


Molto social troppo dark

Umberto Eco, nel 2015, pochi mesi prima di morire, dopo avere ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”, disse: «La Tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», invitando i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno. I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti. A maggior ragione adesso in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale. Oggi i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar senza danneggiare la collettività, ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

I meno giovani ricorderanno che nell’estate del 1986 Radio Radicale volle fare un esperimento: aprire i microfoni al pubblico, ognuno poteva telefonare e registrare quello che voleva. I risultati furono terribili: un profluvio di parolacce, slogan fascisti, invettive razziste, apologia delle dittature, volgare sessismo e altre oscenità.
Era il 1986, un anno che forse potrebbe simbolicamente rappresentare il passaggio sui media da un’Italia ad un’altra.
Insomma, è roba che viene da lontano e propone non pochi, problematici, interrogativi sia sociologici sia politici.

Sul tema della pericolosa saldatura fra la tecnologia e i peggiori umori della gente, la casa editrice Fefè ha pubblicato un importante volume: Molto social troppo dark Tra hate speech, propaganda, metaverso e intelligenza artificiale: i rischi del web oggi.
L’autore è Roberto Bortone.

L’editore informa.
“Bortone vive e lavora a Roma. È Dottore di Ricerca in Pedagogia e Servizio Sociale. Presso l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) è impegnato nella tutela delle minoranze, in particolare di quella rom e sinta, e nel contrasto ai fenomeni discriminatori nei media e su Internet. Per UNAR è coordinatore di numerosi progetti europei focalizzati sul fenomeno dell’odio on-line. Ha contribuito all’adozione del Codice di Condotta europeo per il contrasto ai discorsi d’odio ed alla stesura della Raccomandazione CM/Rec(2022)16 sulla lotta contro l’hate speech, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2022. È autore di numerosi articoli sul rapporto tra discriminazione, razzismo, discorso d’odio e trasformazione digitale. Sul legame tra fenomeni discriminatori e del processo di integrazione delle comunità rom ha pubblicato Un futuro da scrivere. Percorsi europei di scolarizzazione dei rom (Istisss Ed., 2013). Già docente di Sociologia delle Relazioni Etniche all'Università di Roma Tre.

“Da un lato lo scatenarsi ed il perpetuarsi delle varie forme di intolleranza e razzismi che abbiamo imparato ad accomunare sotto la categoria di “odio on-line” (hate speech), dall’altro quello della libertà di espressione, dei suoi confini, delle sue tutele e, soprattutto, delle sue opportunità all’interno della nuova sfera pubblica digitalizzata. Nel mezzo Internet, appunto un “mezzo”, uno strumento”, scrive Bortone.

Sul tema del volume, qui un suo intervento in Tv.

Dalla presentazione editoriale.

«Questo libro di Roberto Bortone attraversando i lati più dark del web, si chiude offrendo soluzioni e risposte a chi non vuole rassegnarsi all’odio ed alla disinformazione».

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Roberto Bortone
Molto social troppo dark
Prefazione di Marco Impagliazzo
546 pagine * 25 euro
Fefè Editore


Brian Eno a Venezia

Nato a Woodbridge, in Inghilterra, il 15 maggio 1948, Brian Eno è uno dei grandi interpreti contemporanei dell’interlinguaggio fra le arti.
Scrive Michael Bracewell: "Proprio nel punto di congiunzione tra arte, scienza, futurologia e politica risiedono le più importanti conquiste di Eno, trovano la loro definitiva combinazione".

Da “Gibigiane”, la foto è di Francesco Piva.

Ora espone in Italia nello spazio della Galleria Michela Rizzo.
Titolo della mostra: Gibigiane.
Gibigiane?... confesso che non conosco questa parola.
Perciò ho fatto ricorso all’autorevole Accademia della Crusca per saperne. Se, come me, anche voi nulla sapete di quel vocabolo per apprendere il suo significato: CLIC.

“È una parola bellissima, Gibigiane” – dice Brian Eno – “perché traduce ciò che si vede in ciò che si mostra come se la luce si alzasse dall’acqua e si facesse vedere nell’aria. Volevo creare situazioni in cui le persone possano avere un po' di tempo per se stesse, dove non sentirsi minacciate, affrettate o stressate”

Elsa Barbieri (dal 1 giugno, assumerà, l’incarico di coordinatrice artistica del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese) intervenendo su Exibart sulla mostra di Eno scrive: “Queste opere sono lente nel senso che si oppongono alla frenesia della società contemporanea e invitano a sospendere il tempo, a rallentare il passo e ad avvicinarsi a loro riconoscendosi parte dell’esperienza (…) l’inatteso, è la randomicità, è tutto quel che va oltre la nostra immaginazione: Gibigiane e il nostro futuro migliore”.

Brian Eno nella sua avventura intercodice è partito molti anni fa dall’area musicale. Perciò vi propongo l’ascolto di un suo famoso brano (con David Byrne) My Life in the Bush Of Ghosts.

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Brian Eno
Gibigiane
Galleria Michela Rizzo
Isola della Giudecca 800 Q
Venezia
Fermata vaporetto: Palanca
Tel : +39 0418391711
info@galleriamichelarizzo.net
Fino al 10 luglio


Rompere le regole

L'unica differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo.

Sono parole di Salvador Dalì. Nome completo: Felipe Jacinto Dalí Domenech (1904 – 1989). Nacque nel piccolo villaggio agricolo di Figueres, in Spagna. Prese il nome di suo fratello maggiore Salvador. Questi morì poco prima della nascita dell’artista.
QUI una particolareggiata biografia che non trascura anche gli ambigui atteggiamenti che Dalì ebbe con il franchismo di cui in alcune occasioni si manifestò sostenitore. Ossequi illuminati pure da lividi lampi beffardi verso lo stesso fascismo spagnolo. Del resto, omaggiò anche capi comunisti, ad esempio Ceausescu. Parecchi affermano che tali comportamenti siano dovuti alla sua insaziabile fame di denaro tanto da meritarei da parte di André Breton l’anagramma del suo nome volto in Avida Dollars.
Nel corso della sua vita Dalì realizzò più di 1.500 dipinti, oltre a illustrazioni per libri, litografie, scenografie, incisioni, costumi teatrali, disegni, sculture e perfino dei video quando allora non si chiamavano ancora così.
Ha previsto perfino l’evoluzione postmoderna che avrebbero avuto i musei di oggi. Scrive Maria Teresa Feraboli in “Musei possibili”: “Anticipando il famoso detto di Andy Warhol, secondo cui tutti i musei sarebbero diventati grandi magazzini e tutti i grandi magazzini musei, nel 1936 Salvador Dalì contribuisce all’avvicinamento dei due mondi curando l’allestimento delle vetrine del Department Store Bonwit Teller a New York in concomitanza con la mostra del Moma intitolata ‘Fantastic Art, Dada, Surrealism’, crea un display che catalizza gli sguardi, quasi un invito a passare, senza soluzione di continuità, dall’ammirazione delle merci all’ammirazione dell’arte”.

Ebbe due grandi passioni che manifestò in suoi lavori: una lo vide legato alla moglie-musa Gala e l’altra con l’amante-musa Amanda Lear.
Genio del XX secolo, è una maiuscola presenza nella storia delle arti visive sia per il valore delle sue opere sia per i suoi comportamenti eccessivi ed estremi in privato e in pubblico spesso sbeffeggiati come accade in questa galleria di cinegiornali Luce. Proprio a molti redattori dell’informazione sfuggì che era Dalì a farsi beffe di loro usandoli per ingigantire la sua notorietà con conseguente crescita della valutazione in moneta del suo lavoro.

A lui la casa editrice il Saggiatore ha dedicato una pubblicazione intitolata Rompere le regole. In precedenza, aveva edito altri scritti di Dalì nel libro Perverso e Paranoico
“Rompere le righe” è un florilegio di pensieri di quel famoso poliartista spagnolo,
Sono raccolti in cinque capitoli: Dalì e l’Estasi, e l’Arte, e la Poesia, e lo Sguardo, e il Sogno.

In Appendice un diligente Indice riferisce sulle fonti di ogni citazione in modo da dare al lettore la possibilità di approfondire eventuali ricerche.

Dalla presentazione editoriale.

«Basta un paio di baffi per fare la rivoluzione. Per rompere le regole di tutto quello che è ordinario, di tutto quello che è venuto prima e di tutto quello che sarà.
Basta un paio di baffi al mondo per dire: «Sono Salvador Dalì e salverò l’arte».
Salvador Dalí, un artista poliedrico ed esuberante, che non ha avuto paura di esporsi e sperimentare pur di riuscire a esprimersi, pur di mostrare e liberare la parte più vera di sé.

Quando rompere le regole diventa un elemento imprescindibile della propria esistenza, tutti i commenti, i giudizi di chi non comprende passano in secondo piano, scalzati dall’urgenza di agire in nome di qualcosa di più grande.
In “Rompere le regole” i pensieri e le riflessioni di Dalì ci rivelano la sfrontatezza necessaria per andare oltre e lasciare un segno, perché solo spingendosi al limite, solo sperimentando l’inesplorato, si può raggiungere l’arte più viva, la vita più vera».

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Salvador Dalì
Rompere le regole
Traduzione di
Moreno Manghi - Laura Xella
88 pagine * 9.00 euro
Il Saggiatore


Lo sport è un gioco?

Si avvicinano le Olimpiadi che si terranno a Parigi (26 luglio - 11 agosto di quest'anno) mai come stavolta in un’atmosfera di tensione dovuto a vari terrorismi e poche volte come in questo 2024 in un clima di divisione fra i popoli, alcuni di essi impegnati addirittura in guerre prossime all’Europa sia in senso geografico oppure politico.
Nonostante ciò, non mancano scritti e discorsi sui media gonfi di retorica inneggianti a presunte fraternità delle genti che, invece, sembrano spesso più propensi a battere record di scannamenti più che di primati sportivi.
Più che mai suona legittimo chiedersi Lo sport è un gioco? come recita una pubblicazione della casa editrice Raffaello Cortina.
L’autore è Philippe Descola
Titolare della cattedra di Antropologia della natura presso il Collège de France dal 2000 al 2019 e direttore del Laboratorio di antropologia sociale (LAS), fondato da Claude Lévi-Strauss, dal 2001 al 2013. Nel 2012 ha ricevuto la medaglia d’oro del CNRS (Centre national de la recherche scientifique).
Nelle edizioni Raffaello Cortina: Oltre natura e cultura https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/philippe-descola/oltre-natura-e-cultura-9788832852899-3434.html (2021).

Un ritratto delle origini e sviluppo del pensiero di Descola lo troviamo qui: “La tensione esistente fra etnografia e teoria (rilevante è il confronto con lo strutturalismo e il marxismo) confluisce nella volontà dell’autore di fare antropologia e di conseguenza sondare la possibilità di rintracciare generalizzazioni e alcune invarianti culturali relative ai sistemi di relazioni che coinvolgono umani e non umani in una prospettiva di superamento del dualismo fra natura e cultura. Questo percorso intellettuale porterà Descola a redigere e pubblicare il suo capolavoro, Par-delà nature et culture (2005) riproposto dall’editore Raffaello Cortina (Oltre natura e cultura). La prospettiva attraverso la quale l’antropologo francese riflette sullo sport è strettamente connessa a quanto contenuto nel volume del 2005, diventato ormai un classico dell’antropologia”.

Scrive Stefano Allovio nella sua lucidissima prefazione: “Lo sport indagato nella sua ampia accezione etnografica non può che ridefinire la propria essenza ed esistenza anche in relazione a ciò che nelle società tradizionali ricade all’interno della categoria di “gioco”. Qui, il confronto fra sport e gioco pare fornire un terreno di riflessione dove risulta complicato affermare con chiarezza cosa sia l’uno e l’altro. Descola non si sottrae a riflettere sul problema e come molti suoi colleghi sottolinea da un lato l’universalità delle pratiche ludiche e dall’altro la contrapposizione fra il gioco nelle società tradizionali, caratterizzato da maggiore cooperazione fra i partecipanti, e lo sport moderno, caratterizzato da maggiore competizione (…) Lo sport, dal canto suo, pur conservando molte caratteristiche del gioco (lo sport risulta un’attività di gioco particolare) ha regole codificate e prevede competizioni aventi uno specifico obiettivo; la modernità prodotta dall’Occidente sarebbe la matrice dalla quale scaturisce l’idea di sport, appunto, “moderno”. Esso sembra predisposto a ospitare una idea di gioco nel quale si prevede il trionfo di un partecipante sull’altro. Questa idea di gioco non è precisamente propria ed esclusiva al mondo moderno, ‘ma è stata, nel mondo moderno, completamente esacerbata rispetto a delle concezioni di gioco che privilegiano l’attività ludica al risultato’ ”.

Dalla presentazione editoriale.

«Prendiamo il calcio: per gli achuar dell’Amazzonia ecuadoriana, l’obiettivo non è che una squadra trionfi sull’altra. Come per molte altre società non moderne, ciò che è importante per loro è il gioco in sé, prendere il pallone e segnare facendo in modo che alla fine della partita non ci siano diseguaglianze. In questo testo Philippe Descola mette a confronto il nostro rapporto con lo sport e il gioco con quello delle società premoderne. L’Occidente ha imposto al resto del mondo il suo modello di sport competitivo, che porta con sé diseguaglianze, individualismo e sentimenti nazionali esacerbati. Descola rilegge il concetto a partire dalle sue riflessioni sul dualismo natura-cultura, arrivando a toccare la questione dell’ibridazione tra l’uomo e la macchina».

Per leggere un estratto: CLIC .

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Philippe Descola
Lo sport è un gioco?
Prefazione di Stefano Allovio
112 Pagine * 11.00 euro
E-book (Epub): 9.55 euro
Edizioni Raffaello Cortina


Lapidi


«In origine avevo intenzione di intitolare questo libro La strada per il paradiso, poi ho optato per Lapidi. La scelta del titolo riflette quattro mie volontà: la prima, erigere una lapide in onore di mio padre, morto di fame nel 1959; la seconda, erigere una lapide per i 36 milioni di cinesi morti di fame; la terza, erigere una lapide al sistema che ha generato la Grande Carestia. La quarta volontà emerse quando ero a metà della stesura del libro: mi trovavo all’ospedale Xuanwu, a Pechino, per accertamenti clinici e scoprii di avere “mutazioni patologiche”». Questo mi spinse ad accelerare il processo di scrittura dell’opera: ero determinato a completarla per erigere una lapide anche a me stesso. Fortunatamente, un esame successivo escluse la presenza di malattie, ma scrivere un libro di questo genere comporta considerevoli rischi politici, e se perciò dovesse accadermi qualcosa di irreparabile, quest’opera testimonierà che ho sacrificato la vita per far valere le mie idee, e sarà la mia lapide.
Naturalmente, le mie volontà principali sono le prime tre».

Così comincia Lapidi La Grande Carestia in Cina pubblicato dalla casa editrice Adelphi.
L’autore è Yang Jisheng nato nel 1940.
Giornalista e scrittore. I suoi lavori includono “Tombstone”, un resoconto completo della grande carestia cinese durante il cosiddetto grande balzo in avanti, e “The World Turned Upside Down”, una storia della Rivoluzione culturale.

Una stima della tragedia così è riferita nel libro.
«Come ci si rappresenta la morte per fame di 36 milioni di persone? È una cifra equivalente a 450 volte il numero delle persone uccise dalla bomba atomica sganciata su Nagasaki il 9 agosto 1945; è pari a 150 volte il numero delle vittime del terremoto di Tangshan del 28 luglio 1976; supera persino il numero dei morti della prima guerra mondiale… Niente urla strazianti e pianti disperati, nessun vestito a lutto, nessuna cerimonia, nessun petardo scoppiato o banconota rituale bruciata per accompagnare i morti alla sepoltura. Non c’erano empatia, dolore, lacrime, sbigottimento o terrore. Decine di milioni di persone scomparvero così, nel silenzio e nell’indifferenza».

In copertina: Manifesto di propaganda a sostegno della Campagna di eliminazione dei quattro flagelli (Cina, fine degli anni Cinquanta).

Questo libro mi ha riportato alla memoria un ricordo della fine degli anni ’60 – primi ‘70 quando fra i gruppi extraparlamentari di Sinistra riscosse un notevole successo l’Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti) più noto come “Servire il popolo” dal nome della rivista del gruppo: erano i maoisti italiani. Inventarono il ‘matrimonio comunista’, erano contro l’uso degli elettrodomestici, i loro figli seguivano corsi scolastici tenuti da “compagni”, il cui principale impegno era l’indottrinamento; le donne nell’organizzazione avevano ruoli pressoché ancillari. “Servire il Popolo” aveva anche un Grande Timoniere: Aldo Brandirali. Idolatrato dai suoi, sugli striscioni portati in piazza c’era scritto: “Marx – Lenin – Stalin – Mao – Brandirali”. Secondo la mesta imitazione della ritualità cinese, un giorno Brandirali ammetterà in un fluviale discorso di avere commesso 271 errori, un po’ troppi per un Grande Timoniere, più roba da Piccolo Mozzo. Fu, di fatto, la fine del gruppo. E Brandirali?
Passò poi alla Dc, in seguito a Forza Italia diventando consigliere comunale a Milano, sindaco Letizia Moratti Chissà, forse avrà pensato: in fondo, Mao e Moratti sempre per emme cominciano. Infine, eccolo assessore allo Sport nella giunta del leghista Albertini.

Sinossi< di “Lapidi”.

Alla fine di aprile del 1959 uno studente della contea cinese di Xishui viene avvisato delle condizioni disperate in cui versa il padre adottivo: lo raggiunge al più presto e lo trova a letto, «gli occhi incavati e spenti», la mano scheletrica che abbozza a stento un cenno di saluto. Ormai incapace di deglutire anche solo una zuppa di riso, morirà tre giorni dopo. In un primo momento Yang Jisheng non ha esitazioni: si tratta di una tremenda, inevitabile sventura. La cieca obbedienza che gli è stata inculcata non lascia spazio a dubbi o critiche, e non lo sfiora neppure l’idea che il governo e il Grande Balzo in avanti propagandato in quegli anni possano essere la causa della sua perdita. La fedeltà al partito si incrinerà con la Rivoluzione culturale, e nei primi anni Novanta, ormai consapevole dell’amnesia storica cui il potere condanna i cinesi, Yang Jisheng comincerà a indagare, a interrogare documenti, a raccogliere testimonianze. Scoprirà che la carestia di cui il padre è rimasto vittima ha ucciso in Cina, tra il 1958 e il 1962, 36 milioni di persone, ridotte a cibarsi di paglia di riso, guano di airone, topi ed erbe selvatiche – quando non di cadaveri. Un eccidio immane la cui responsabilità va attribuita non già a «tre anni di disastri naturali», bensì alla scelta deliberata di sacrificare ai ceti protagonisti dell’«industrializzazione» in corso la popolazione delle aree agricole, sequestrandone la produzione, le case, gli appezzamenti, il bestiame. Il libro che Yang Jisheng va scrivendo diventerà così qualcosa di ben diverso dalla pur accurata ricostruzione di una carneficina: la spietata, minuziosa, memorabile radiografia della criminale irresponsabilità di un sistema teocratico in cui Mao Zedong è l’incarnazione stessa della verità universale».

Per leggere alcune pagine: CLIC!

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Yang Jisheng
Bersagli
Traduzione di Natalia Francesca Riva
836 pagine * 38.00 euro
Adelphi


Lo sport è un gioco?

Si avvicinano le Olimpiadi che si terranno a Parigi (26 luglio - 11 agosto di quest'anno) mai come stavolta in un’atmosfera di tensione dovuto a vari terrorismi e poche volte come in questo 2024 in un clima di divisione fra i popoli, alcuni di essi impegnati addirittura in guerre prossime all’Europa sia in senso geografico oppure politico.
Nonostante ciò, non mancano scritti e discorsi sui media gonfi di retorica inneggianti a presunte fraternità delle genti che, invece, sembrano spesso più propensi a battere record di scannamenti più che di primati sportivi.
Più che mai suona legittimo chiedersi Lo sport è un gioco? come recita una pubblicazione della casa editrice Raffaello Cortina.
L’autore è Philippe Descola
Titolare della cattedra di Antropologia della natura presso il Collège de France dal 2000 al 2019 e direttore del Laboratorio di antropologia sociale (LAS), fondato da Claude Lévi-Strauss, dal 2001 al 2013. Nel 2012 ha ricevuto la medaglia d’oro del CNRS (Centre national de la recherche scientifique).
Nelle edizioni Raffaello Cortina: Oltre natura e cultura https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/philippe-descola/oltre-natura-e-cultura-9788832852899-3434.html (2021).

Un ritratto delle origini e sviluppo del pensiero di Descola lo troviamo qui: “La tensione esistente fra etnografia e teoria (rilevante è il confronto con lo strutturalismo e il marxismo) confluisce nella volontà dell’autore di fare antropologia e di conseguenza sondare la possibilità di rintracciare generalizzazioni e alcune invarianti culturali relative ai sistemi di relazioni che coinvolgono umani e non umani in una prospettiva di superamento del dualismo fra natura e cultura. Questo percorso intellettuale porterà Descola a redigere e pubblicare il suo capolavoro, Par-delà nature et culture (2005) riproposto dall’editore Raffaello Cortina (Oltre natura e cultura). La prospettiva attraverso la quale l’antropologo francese riflette sullo sport è strettamente connessa a quanto contenuto nel volume del 2005, diventato ormai un classico dell’antropologia”.

Scrive Stefano Allovio nella sua lucidissima prefazione: “Lo sport indagato nella sua ampia accezione etnografica non può che ridefinire la propria essenza ed esistenza anche in relazione a ciò che nelle società tradizionali ricade all’interno della categoria di “gioco”. Qui, il confronto fra sport e gioco pare fornire un terreno di riflessione dove risulta complicato affermare con chiarezza cosa sia l’uno e l’altro. Descola non si sottrae a riflettere sul problema e come molti suoi colleghi sottolinea da un lato l’universalità delle pratiche ludiche e dall’altro la contrapposizione fra il gioco nelle società tradizionali, caratterizzato da maggiore cooperazione fra i partecipanti, e lo sport moderno, caratterizzato da maggiore competizione (…) Lo sport, dal canto suo, pur conservando molte caratteristiche del gioco (lo sport risulta un’attività di gioco particolare) ha regole codificate e prevede competizioni aventi uno specifico obiettivo; la modernità prodotta dall’Occidente sarebbe la matrice dalla quale scaturisce l’idea di sport, appunto, “moderno”. Esso sembra predisposto a ospitare una idea di gioco nel quale si prevede il trionfo di un partecipante sull’altro. Questa idea di gioco non è precisamente propria ed esclusiva al mondo moderno, ‘ma è stata, nel mondo moderno, completamente esacerbata rispetto a delle concezioni di gioco che privilegiano l’attività ludica al risultato’ ”.

Dalla presentazione editoriale.

«Prendiamo il calcio: per gli achuar dell’Amazzonia ecuadoriana, l’obiettivo non è che una squadra trionfi sull’altra. Come per molte altre società non moderne, ciò che è importante per loro è il gioco in sé, prendere il pallone e segnare facendo in modo che alla fine della partita non ci siano diseguaglianze. In questo testo Philippe Descola mette a confronto il nostro rapporto con lo sport e il gioco con quello delle società premoderne. L’Occidente ha imposto al resto del mondo il suo modello di sport competitivo, che porta con sé diseguaglianze, individualismo e sentimenti nazionali esacerbati. Descola rilegge il concetto a partire dalle sue riflessioni sul dualismo natura-cultura, arrivando a toccare la questione dell’ibridazione tra l’uomo e la macchina».

Per leggere un estratto: CLIC .

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Philippe Descola
Lo sport è un gioco?
Prefazione di Stefano Allovio
112 Pagine * 11.00 euro
E-book (Epub): 9.55 euro
Edizioni Raffaello Cortina


Scatti d'autore


A Torino lavora (ma lavora anche da viaggiatore instancabile per le terre del mondo) il fotografo Claudio Cravero.
Per conoscere il suo stile e il suo modo di accostarsi alla fotografia, tempo fa lo ospitai su questo sito nella sezione Nadir dove potete leggere sue dichiarazioni. E vedere alcune sue opere.
In anni più recenti si è dedicato specialmente al ritratto e nel suo Studio è possibile farsi ritrarre dal suo obiettivo.

A lui (in foto) ho rivolto alcune domande.

Il ritratto agito dalla fotografia per rispecchiare l’interiorità di un volto, quali vantaggi espressivi offre rispetto al ritratto in pittura, scultura, disegno?

Il ritratto fotografico lascia meno spazio alla libera interpretazione soggettiva dell’autore, rispetto alle altre forme di rappresentazione Il ritratto fotografico è più di altri energia in movimento.

La fotografia di un volto rivela. Ma sa anche mentire?

Può rivelare perfino le più segrete sfumature, le più profonde pieghe dell’intimo umano, ma può anche mentire molto bene.

Nel ritratto di un volto quanti scatti mediamente impieghi prima di ritenerti soddisfatto del risultato?

Non ho una media di scatti…
Ultimamente ho realizzato una trentina di ritratti in un pomeriggio per un progetto che documenta un paese e ho fatto da 3 a 6/7 scatti per soggetto perché avevo poco tempo a disposizione, ma in studio, con un paio d’ore di lavoro, posso farne anche 200.

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Claudio Cravero
Via Vanchiglia, 16 * Torino | mob. +39 348 310 49 91
contatti@claudiocravero.com | www.claudiocravero.com
www.instagram.com/claudio.cravero/?hl=it
www.facebook.com/claudio.cravero.71?_rdc=2&_rdr


Musei possibili


ll termine museo deriva dal greco antico mouseion «luogo sacro alle Muse», figlie di Zeus e protettrici delle arti e delle scienze.
Il termine viene usato per la prima volta per definire il Museo di Alessandria d'Egitto.
Da allora ad oggi il Museo ha attraversato un’infinità di epoche che di volta in volta ne hanno caratterizzato la funzione e l’espressione.
Ai nostri giorni l'International Council of Museums lo definisce «un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che effettua ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano eticamente e professionalmente e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze».
Non c’è che dire, definizione corretta, ma dietro quelle indiscutibili parole si cela un universo di problemi che coinvolgono, scienza, arte, correnti estetiche, prospettive ideologiche, derive sociologiche, influenza dei mercati, . politiche di gestione.
Per dirne una soltanto ecco quanto scrive Maria Teresa Feraboli: “Anticipando il famoso detto di Andy Warhol, secondo cui tutti i musei sarebbero diventati grandi magazzini e tutti i grandi magazzini musei, nel 1936 Salvador Dalí contribuisce all’avvicinamento dei due mondi curando l’allestimento delle vetrine del Department Store Bonwit Teller a New York In concomitanza con la mostra del Moma (Museum of Modern Art), intitolata Fantastic Art, Dada, Surrealism, crea un display che catalizza gli sguardi, quasi un invito a passare, senza soluzione di continuità, dall’ammirazione delle merci all’ammirazione dell’arte. Pochi, infatti, sono gli oggetti in vendita (abito da sera, gioielli, borsetta, giacca, cucchiaini da tè e bicchieri) e la loro disposizione non privilegia l’esposizione dei prodotti, quanto la composizione d’insieme che prende spunto da alcuni lavori di Dalí, il quadro Three Surrealist Women (1936) e l’oggetto Lobster Thelephone (1936)”.

Il brano precedente l’ho tratto da Musei possibili Storie, sfide, sperimentazioni pubblicato dalla casa editrice Carocci recentemente uscito per l’eccellente cura di Fulvio Irace.
Irace è professore emerito di Storia dell’architettura e del design al Politecnico di Milano e insegna all’Università IULM di Milano. È tra i fondatori di AAA-Italia (Associazione nazionale archivi di architettura), di MuseoCity Milano (2016) e appartiene al comitato scientifico della Fondazione Museo di Brera. È curatore di mostre in Italia e all’estero. Tra i suoi lavori nel campo della critica, dell’architettura e del design contemporaneo: Codice Mendini (Electa, 2016); Gio Ponti. Amare l’architettura (MAXXI-Forma, 2019); Milano moderna. Architettura, arte e città (24 Ore Cultura, 2021).

“Musei possibili” rappresenta oggi quanto di più completo esista in fatto di storie, sfide, sperimentazioni – come recita il sottotitolo – che riguardino le istituzioni museali pubbliche e private. Dal museo deposito al museo interattivo offerto dalle nuove tecnologie viene investigato il mondo di segni e linguaggio, e la loro evoluzione, da quelle mura contenute e anche scavalcate dalle nuove ottiche tecnologiche.

Dalla presentazione editoriale.

«Anche se a molti appaiono ancora come depositi immobili di un passato da ammirare e conservare per le generazioni future, i musei in realtà non sono mai stati entità statiche: la loro storia, infatti, ci racconta di costanti trasformazioni, al punto che risulta difficile dire con esattezza che cos’è un museo oggi. Lo stesso International Council of Museums ha dovuto più volte aggiornarne la definizione, estendendola sino a includere i domini dell’immateriale e dell’intangibile e allargandone i compiti dalla sola conservazione alla comunicazione e addirittura al diletto e al piacere. Fra tante incertezze, emerge con chiarezza che i nuovi, possibili musei devono essere pensati e costruiti per generare condivisione e senso di comunità. Devono produrre nuovi contenuti e l’utilizzo delle più avanzate tecnologie digitali non deve essere considerato una minaccia ma un ausilio per renderli maggiormente inclusivi senza far perdere densità all’esperienza estetica e storica. Il volume raccoglie le riflessioni di curatori, ricercatori, architetti e storici dell’arte che si sono confrontati con l’attualità del museo e con le questioni poste dai visitatori che oggi aspirano al ruolo di attori».

Gli autori dei saggi presenti nel volume nell’ordine di apparizione nelle pagine sono: Maria Teresa Feraboli - Orietta Lanzarini - Ico Migliore - Anna Chiara Cimoli - Anna Casalino - Maria Elena Colombo - Susanne Franco - James Bradburne - Cristiana Collu -
Elisabetta Farioli - Christine Macel
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Musei possibili
A cura di Fulvio Irace
232 pagine * 24.00 euro
51 immagini in b/n
Carocci


Il teatro di Pessoa


“Il poeta è un fingitore
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente”.

Questi versi appartengono a Fernando Pessoa che il 30 novembre 1935 a Lisbona, dov’era nato, moriva all’età di 47 anni; fegato a pezzi dopo una vita trascorsa tra vini portoghesi e non.
Non immaginatevi, però, un tipo borderline; teneva per sé una particolare compostezza, conduceva una vita grigia nella quale batteva un cuore infernale.
Nella foto, 1939, l’obiettivo l’ha colto Em flagrante delitro, come scrisse sul retro dell’istantanea dedicando l’immagine alla fidanzata Ophélia Queiroz.
È uno dei geni del secolo scorso – reso noto in Italia dal suo infaticabile esegeta Antonio Tabucchi (in questo video racconta il suo incontro con il grande portoghese) – Pessoa: protagonista di una singolare avventura di scrittura moltiplicando se stesso in una serie di scrittori immaginari, eteronimi, creando così una mitopea colossale scritta da una sola infinita mano.
Quella mano una volta scrisse: “Che si sia ombra o luce, siamo sempre la stessa notte”.
Si riportano come sue ultime parole: "Datemi i miei occhiali".

La casa editrice Quodlibet ha pubblicato ora di lui Teatro statico.
Di Pessoa nel catalogo Quodlibet già figurano “Il ritorno degli dèi. Opere di António Mora” (2005); “Pagine di estetica. Il gioco delle facoltà critiche in arte e in letteratura (2006)”; “Teoria dell’eteronimia (2020)”, “Sul fascismo, la dittatura militare e Salazar” (2022).
A quest’ultimo titolo ho dedicato uno special teso a dissolvere una nuvola nerastra in cui malaccorti cronisti e superficiali critici avevano avvolto la figura di Pessoa quasi quale un filofascista. “Sul fascismo” dimostra ampiamente il contrario
Chi è interessato può leggere QUI.
Circa il “Teatro statico”, si riuniscono in questo volume le traduzioni italiane dei 14 drammi statici di Pessoa finora rinvenuti, composti tra il 1913 e il 1934, dei quali solo “Il marinaio” venne pubblicato in vita dall’autore (1915).

«Chiamo teatro statico quello in cui l’intreccio drammatico non costituisce azione – cioè, in cui le figure non soltanto non agiscono, poiché non si muovono né parlano di muoversi, ma non possiedono nemmeno i sensi necessari per produrre un’azione; in cui non c’è conflitto, né perfetto intreccio. Si dirà che questo non è teatro. Credo che lo sia, perché credo che il teatro trascenda il teatro puramente dinamico e che l’essenziale del teatro sia, non l’azione, né la progressione e la continuità dell’azione, ma, in un’accezione più ampia, la rivelazione delle anime attraverso le parole scambiate o la creazione di situazioni».

Dal saggio introduttivo di Andrea Ragusa al volume.

“L’opera drammatica di Pessoa dialoga, come spesso viene indicato, con il contenuto teorico di Villiers de L’Isle-Adam, con alcuni testi di Maurice Maeterlinck (in particolare, L’Intruse e Les Aveugles) e con il «teatro dell’anima» di Evreinov, cui dedica anche la pièce Os Estrangeiros (Gli stranieri). Nondimeno, le figure cui egli dà voce riflettono l’assenza, non soltanto dell’azione, ma delle stesse personæ drammatiche, declinate in ombre monologanti: le evanescenti vegliatrici, che si guardano non-esistere, o il marinaio stesso, che tenta di reinventare la patria dimenticata, sono inscritti in un processo in cui la finzione si identifica con il sogno in senso “attivo”, come accadeva all’Amleto perduto «a sognare sul suo dramma», nella riscrittura di Laforgue.
Con il dramma statico si intende esaltare su un piano statico (estático) la centralità dell’estatico (extático), e, di conseguenza, favorire la manifestazione del sogno e della pura parola, a discapito del teatro dinamico, che diviene del tutto dispensabile ai fini dell’esaltazione di una realtà soltanto sognata”

Dalla presentazione editoriale.

«Il meticoloso lavoro di scavo svolto nell’archivio di Pessoa, permettono a questi testi di restituire un altro e fondamentale versante della sua magmatica attività.
La natura di Pessoa fu intimamente drammaturgica, anche quando questo carattere si manifestò mediante la spersonalizzazione poetica che diede origine a più di un centinaio di «eteronimi», autori fittizi radicalmente diversi per personalità e visione del mondo. Il suo teatro sprovvisto di azione, in cui l’enigma della condizione umana si traduce in spettacolo dell’inconscio, si proietta già verso esiti che saranno sperimentati con maggiore continuità dalle avanguardie del XX secolo.
L’edizione è arricchita da un’appendice che raccoglie frammenti aggiuntivi riferibili alle pièce più organiche, oltre ad alcune lettere e agli appunti in cui Pessoa formula la sua idea di teatro ».

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Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web
Ufficio Stampa: Valentina Parlato, valentinaparlato@quodlibet.it

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Fernando Pessoa
Teatro statico
Edizione originale a cura di
Filipa de Freitas e Patricio Ferrari
Edizione italiana a cura di Andrea Ragusa
256 pagine * 20.00 euro
Quodlibet


Pessoa a Firenze

A Firenze, al Teatro della Pergola, in prima mondiale, da oggi fino a domenica 12 maggio è in scena Since I've been me spettacolo *da/ su/ per* Fernando Pessoa.
La regìa è del famoso Robert Wilson.

Dal sito del Teatro della Pergola

«Considerato che il 2024 è l’anno del Portogallo, che festeggia mezzo secolo dalla Rivoluzione dei Garofani che riportò la democrazia nel Paese dopo anni di dittatura, ecco che pensare a Fernando Pessoa diventa quasi naturale: l’enigmatico poeta dai molto eteronimi, sfuggente sagoma di quella magica temperie culturale che fu il periodo tra le due guerre.

Robert Wilson ha accolto con entusiasmo l’idea di uno spettacolo dedicato a Pessoa lanciata dal Teatro della Pergola di Firenze e dal Théâtre de la Ville di Parigi, e la Pergola ha già ospitato a gennaio la prima fase delle prove di Pessoa. Since I've been me, il primo momento di corale creazione dello spettacolo che debutterà in prima mondiale a Firenze. La frase “Since I've been me” si ispira a un frammento de Il libro dell’Inquietudine. Fa parte del titolo e verrà quindi mantenuta in inglese, ma per dare un senso della traduzione possiamo dire che si avvicina a “Da quando sono io”».

Nel nome del progetto sull’Attrice e l’Attore Europei lo spettacolo è in lingua inglese, portoghese, francese e italiana, idiomi rispecchiati anche dalle diverse provenienze del cast: è portoghese Maria de Medeiros, volto conosciutissimo di cinema e teatro; brasiliano è Rodrigo Ferreira, franco-brasiliana Janaína Suaudeau; francese di radici africane Aline Belibi; italiana (e proveniente dalla Scuola ‘Orazio Costa’ della Pergola) Sofia Menci, italiano di lunga residenza francese Gianfranco Poddighe, italo-albanese Klaus Martini.

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Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web
Ufficio Stampa: Matteo Brighenti, stampa@teatrodellatoscana.it


Un magnifico ritratto

Aimez-vous Herzog?
Spericolato, sfrenato, eccessivo, estremo, sia nella vita professionale sia in quella privata, il regista tedesco segna un capitolo imprescindibile nella storia del cinema e non solo dei più recenti anni.
Si può leggere un intervento – splendido come al solito – di Maria Teresa Carbone sul webmagazine “Antinomie” cliccando QUI.


Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine (1)

Roma, 24 marzo 1944, strage delle Fosse Ardeatine, 335 martiri.

“Ricordate! Chi per la Patria muor vissuto è assai!
Ebbene, se per la Patria io dovessi versare il mio sangue, se essa mi
chiedesse il supremo olocausto, non indietreggerei! Non indietreggerò.
Sono Italiano e mi vanto di appartenere alla Nazione
più bella del mondo, a questa bella Italia cosí martoriata!
Se non dobbiamo più rivederci ricordate che avete avuto un
figlio che ha dato sorridendo la sua vita per la Patria guardando
in viso i carnefici!”

Biglietto scritto a matita ritrovato in tasca a una delle vittime.

Queste righe sono poste a epigrafe d’un libro di monumentale importanza, di assoluta necessità, destinato ad essere qualcosa di più, molto di più, di un ever green, perché testo dal quale sarà imprescindibile passare per conoscere un grande quanto grave passaggio della Storia italiana e dell’antifascismo di cui si tenta in questi giorni di sminuirne il valore civile.
Pubblicato dalla casa editrice Einaudi è intitolato Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine Le storie delle 335 vittime dell'eccidio simbolo della Resistenza
Gli autori sono Mario Avagliano e Marco Palmieri

Avagliano, giornalista professionista e studioso di Storia contemporanea, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza e della Sissco e dirige il Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio. Tra le sue opere: Roma alla macchia. Personaggi e vicende della Resistenza (Cava de' Tirreni 1997); «Muoio innocente». Lettere di caduti della Resistenza a Roma (in collaborazione con Gabriele Le Moli, Milano 1999). Per Einaudi ha curato il volume Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (2006) e ha pubblicato, con Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010) e Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012).

Palmieri, giornalista pubblicista e studioso di Storia contemporanea, ha lavorato per diverse testate; è membro del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio e ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla deportazione, l'internamento e le vicende militari italiane nella Seconda guerra mondiale. Per Einaudi ha pubblicato, con Mario Avagliano, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010), Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012) e Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine. Le storie delle 335 vittime dell'eccidio simbolo della Resistenza (2024)

Di questi due autori Cosmotaxi si è già occupato in occasione di un loro precedente lavoro I militari italiani nei lager nazisti.

Le fosse Ardeatine sono uno dei momenti più riusciti della propaganda fascista fin dal dopoguerra a oggi sostenendo che la strage fu causata dal mancato costituirsi dei gappisti autori dell’attentato di via Rasella. Bugia colossale. Un manifesto dell’epoca recitava “L’ordine è già stato eseguito” dando notizia della già avvenuta esecuzione di “comunisti badogliani”. Anche volendolo, Capponi, Bentivegna e altri partigiani non avrebbero avuto neppure il tempo per costituirsi. Altra inesattezza – ripetuta anche appena giorni fa da La Russa, presidente del Senato (seconda carica della Repubblica) – vorrebbe il plotone tedesco ucciso in via Rasella solo “una banda di musicisti”.
No, appartenevano alla polizia germanica.

Avagliano e Palmieri ricostruiscono le biografie dei 335 martiri non con poche righe ma n modo dettagliate con diffuse notizie sulle professioni e sui mestieri svolti, sull’appartenenza politica di ciascuno, delle amicizie, e talvolta dei nomi di chi li ha traditi.

Dalla presentazione editoriale di Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine.

«Roma, 24 marzo 1944: in una cava sulla via Ardeatina, i tedeschi uccidono 335 uomini sparando a ognuno un colpo alla testa. Sono prigionieri politici e partigiani di tutte le forze antifasciste, civili e militari, molti ebrei, alcuni detenuti comuni e ignari cittadini estranei alla Resistenza, sacrificati in proporzione – che poi si rivelerà sbagliata per eccesso – di dieci a uno in seguito a un attacco partigiano in via Rasella, costato la vita a 33 militari del Reich. È il piú grande massacro compiuto dai nazisti in un’area metropolitana e segnerà profondamente la storia e la memoria italiana del dopoguerra. Dell’eccidio delle Fosse Ardeatine molto si sa. Poco invece si conosce delle vicende individuali delle vittime, alle quali – tranne poche eccezioni – fino ad ora nelle cerimonie e nelle pubblicazioni era dedicata solo una riga con le generalità in un lungo elenco. Questo libro per la prima volta racconta la loro storia, una per una».

Non è molto noto, ma esiste un brano musicale del 1968 dedicato a quella tragedia, è del compositore William Schuman (1910-1992): Sinfonia No.9, Le fosse ardeatine.

Segue ora un incontro con i due autori.


Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine (2)

A Mario Avagliano e Marco Palmieri ho rivolto alcune domande.
I due autori (in foto) rispondono con una voce sola.

Quanto tempo vi è servito dalle prime ricerche fino alla redazione del volume per rintracciare tutto quell’ingente materiale biografico?

L’idea di questa ricerca nasce alcuni anni fa, sulla base della considerazione che a ottant’anni di distanza della gran parte delle vittime delle fosse ardeatine si era persa traccia e memoria della storia personale e individuale. C’era quindi da riscoprire e tutelare un patrimonio di informazioni e notizie che rischiavano di andare irrimediabilmente e definitivamente perdute. Negli anni scorsi, quindi, abbiamo cominciato a raccogliere informazioni e notizie dalle fonti più varie, anche nel corso delle ricerche che hanno portato alle nostre altre pubblicazioni di questi anni sulle vicende di quel terribile frangente storico. Nel corso dell’ultimo anno, infine, avvertendo l’urgenza di riportare alla luce le vicende personali dei martiri delle Ardeatine, anche ai fini di una maggiore e più diffusa comprensione di quella drammatica vicenda e del contesto storico in cui si inseriva, abbiamo lavorato a tempo pieno per arrivare a questa spoon river italiana, come giustamente è stata definita da Einaudi che ha condiviso con noi questo progetto.

Come vi siete mossi? A quali fonti vi siete riferiti?

La base di partenza è stata la raccolta di informazioni fatta dal professor Attilio Ascarelli al momento dell'identificazione delle salme e le schede compilate dai familiari dei martiri. Per molti di essi c'erano solo nomi e cognomi e poche altre scarne informazioni. Per ricostruire le loro biografie abbiamo scandagliato archivi familiari, comunali, degli istituti storici, del museo di Via Tasso, le carte della polizia politica, i fascicoli del casellario politico centrale per gli antifascisti di vecchia data, il fondo per il riconoscimento della qualifica di partigiani, gli archivi delle formazioni partigiane e dei partiti politici antifascisti e della comunità ebraica. Alcuni di loro hanno lasciato anche diari, lettere e biglietti clandestini dalle carceri naziste e fasciste. Infine, abbiamo utilizzato le testimonianze dei parenti, gli atti del processo Kappler e di altri processi a spie e collaborazionisti fascisti, i verbali di interrogatori.

Dalle storie individuali quale ritratto della società italiana di quel tempo emerge?

Come scriviamo nell’introduzione del libro, dalla tale ricerca emerge uno spaccato altamente rappresentativo dell'intera storia italiana di quel tempo, in uno dei suoi snodi più drammatici e cruciali, tra fascismo, occupazione nazista, Resistenza e Liberazione. Le vittime sono italiani provenienti oppure originari da ogni parte della penisola, dalla Lombardia alla Sicilia, più alcuni stranieri (un belga, un francese, un libico, un turco, un ungherese, tre ucraini e tre tedeschi). Le vittime erano militari e civili e appartenevano a tutti i ceti sociali, dagli aristocratici ai poveracci venuti in città per sbarcare il lunario e sopravvivere alla miseria. Erano impiegati, commessi, commercianti, avvocati, professori, studenti, militari, venditori ambulanti, artigiani, contadini, pastori, operai. Erano di ogni fascia d’età, dagli anziani ai giovanissimi. Di ogni livello d’istruzione, dagli analfabeti ai grandi intellettuali. Erano persone oneste o colpevoli di reati comuni, che stavano scontando la loro pena in carcere. Quanto al credo religioso, vi erano cattolici (tra cui un sacerdote, don Pietro Pappagallo, che ispirò uno dei personaggi di Roma città aperta di Roberto Rossellini), ebrei e atei. I militari appartenevano alle differenti armi – diversi i carabinieri, tra cui gli ufficiali che avevano arrestato Mussolini il 25 luglio – ed erano di diversi gradi, dagli alti ufficiali (come Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo del fronte militare clandestino) ai soldati semplici. Tra i “politici”, infine, erano presenti esponenti di tutte le forze antifasciste e della Resistenza, e perfino un ex sottosegretario dei governi fascisti, Aldo Finzi. Dentro la storia delle 335 vittime, quindi, c’è tutta la storia d’Italia – sociale, politica, economica, culturale – e della Resistenza.

Gli assassinati sono tutti uomini, ma avete dedicato spazio anche alle loro donne. Quale ruolo svolsero all’epoca della strage?

Le donne hanno un ruolo importante in questa storia. Sono proprio loro, infatti, che nella Roma ancora occupata dai nazisti dopo aver appreso della rappresaglia con il famoso annuncio “l’ordine è già stato eseguito”, continuano ad andare alle porte di via Tasso e Regina Coeli pretendendo informazioni sui propri cari di cui non hanno più notizie. Così come sono le donne che, quando si sparge la voce del ritrovamento del luogo della strage, si occupano del riconoscimento dei corpi dei propri mariti, figli, fratelli e si battono affinché sia preservata la loro memoria e quella del loro sacrificio. C’è anche una trecentotrentaseisima vittima, che è una donna. Si tratta di una contadina di Gaeta, Fedele Rasa, sfollata, che si reca nella zona del massacro in corso in cerca di qualcosa da mangiare, non sente o non comprende l’ordine di allontanarsi dei soldati tedesche che la feriscono a morte con un colpo d’arma da fuoco.

…………………………………………....

Mario Avagliano – Marco Palmieri
Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine
pagine XL – 576 * euro 24.00
Einaudi


Bella Ciao


Le origini di quel canto vedono gli storici non tutti d’accordo.
Vi hanno speso studi: da Cesare Bermani a Emilio Jona, da Sergio Liberovici a Lionello Gennero da Michele Straniero a Marcello Flores.
Parlare su “Bella ciao” forse obbliga a ricordare anche “Fischia il vento”, altra bella e severa canzone partigiana che, pur cantata da molte formazioni era preferita da parte comunista, mentre “Bella ciao” era più giovale e anche a questo deve la sua fortuna diventando oggi l’inno dell’internazionale radicalità giovanile e di tutti i ribelli del mondo contro il potere.
Nella storia di questo brano, va dato primario merito all’antropologo Alberto Maria Cirese per essersene interessato e aver notato come fosse un riadattamento (con altre parole) della canzone epico-lirica che Costantino Nigra (1828 – 1907) chiamò “Fior di tomba”, canto diffuso in tutta Italia, entrato stabilmente nel repertorio militare sin dalla guerra del 1915-1918. Sta di fatto che oggi quella canzone, da tempi lontani fino a piazze di molti paesi risuona forte e perfino nella triste America di Trump quelle note e quei versi diventarono un canto d’opposizione e per la libertà.
Tantissimi gli artisti che l’hanno incisa, eccone un elencofolto sì, ma probabilmente non esaustivo.

La casa editrice il Saggiatore ha pubblicato un libro molto interessante dedicato a quel brano: Bella ciao Una canzone, uno spettacolo, un disco.
L’autore è Jacopo Tomatis.
Nato a Mondovì nel 1984, è musicologo, giornalista, musicista.
Insegna Popular Music ed Etnomusicologia all’Università di Torino.
Per il Saggiatore ha pubblicato “Storia culturale della canzone italiana” (2019) e curato il libro di interviste di Lucio Dalla “E ricomincia il canto” (2021).

Originale il Prologo del libro: una fotografia in b/n.
Scattata ad Hanoi nel dicembre 1966.
Ritrae, Enrico Berlinguer, in rappresentanza del Partito comunista italiano, mentre offre il discp “Bella ciao” a Nguyễn Sinh Cung, meglio noto come Hồ Chí Minh, presidente della Repubblica Democratica del Vietnam.

Dalla presentazione editoriale

«Una canzone, uno spettacolo, un disco
Bella ciao è il racconto di un pezzo di storia della musica italiana rimasto volutamente lontano dalle classifiche e dai circuiti ufficiali, ma fondamentale per la costruzione della nostra identità nazionale e politica. Un libro che ci ricorda le appassionanti (e animate) origini di una canzone divenuta inno della lotta per la libertà in tutto il mondo.

«Bella ciao» è una e trina. Nell’immaginario collettivo, è il brano simbolo della Resistenza partigiana. I più però dimenticano che è anche il nome di uno spettacolo di «canzoni popolari italiane» che tanto fece scalpore al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1964, e del 33 giri a firma del Nuovo Canzoniere Italiano che quello spettacolo fissò su disco, entrambi con un ruolo cruciale nella diffusione della canzone. In queste pagine Jacopo Tomatis attraversa le vicende del progetto culturale che ruota intorno a «Bella ciao» nella sua triplice forma e ne ricostruisce la fortuna in anni di profondi mutamenti sociali: dalle prime apparizioni durante la Seconda guerra mondiale alla prima versione registrata – quella di Yves Montand –, fino al successo discografico e alla sua trasformazione in simbolo dell’incontro fra politica e musica.

Quella di Tomatis è l’esplorazione di un brano iconico; un’indagine capace di stare in equilibrio tra fatti e leggende, revival e interpretazioni errate, che riesce a smantellare la mitologia di una canzone senza sminuirne il fascino e l’importanza. Perché, sicuramente, «Bella ciao» è stata, ed è ancora, un oggetto divisivo: «Cantarla – o non cantarla – rappresenta una scelta ben precisa».

Concludo con l’ascolto di quel brano famoso.
Ma una piccola sorpresa l’ho riservata ai lettori di queste righe: un video.
Una versione jazzistica.
Al clarinetto Woody Allen con la sua New Orleans Jazz Band.
Buon ascolto

………………………

Jacopo Tomatis
Bella ciao
240 pagine * 18.00 euro
Il Saggiatore



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