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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Danterandom e Black Rebel Motorcycle Club


Come accade dal 2000, anno in cui nacque Nybramedia, il sito chiude a luglio, si concede una pausa estiva e riaprirà a settembre.
Vi lascia – in occasione di quest’anno dantesco – proponendo un gioco: il Danterandom di Mauro Pedretti.
Che cos’è? Come si fa? Basta un CLIC e lo saprete.

Inoltre, come ogni anno, Cosmotaxi chiude con un brano musicale.
Stavolta di un famoso gruppo americano che prese il nome, Black Rebel Motocycle Club, dalla banda di motociclisti di Marlon Brando nel film del 1954
"Il Selvaggio".
Questo il video del brano scelto.

Buona visione, buon ascolto e buona estate.


Renaissance Dreams

Dal 18 maggio è in corso al MEET un’installazione ideata da uno dei protagonisti dell’arte digitale internazionale: Refik Anadol turco-americano nato nel 1985.
Di lui ne saprete di più cliccando su quest'intervista pubblicata da un luogo d’eccellenza della Rete, Digicult, fondato e diretto da Marco Mancuso qui ospite di questo sito in occasione della pubblicazione del suo saggio “Arte, Tecnologia, Scienza”.

L’installazione, site-specific, è intitolata Renaissance Dreams… come?... no, Mattero Renzi non c’entra, lui vede Rinascimento solo presso certi amici suoi birichini che i loro nemici politici li fanno a pezzettini… toh anche la rima.

Renaissance Dreams – come si legge in un comunicato – è generata a partire da un milione di immagini e testi prodotti tra il 1300 e il 1600 in Italia. Composta da quattro capitoli: pittura, scultura, letteratura, architettura. I dati di ciascuno capitolo sono stati elaborati dall’Intelligenza Artificiale per mezzo di algoritmi GAN (Generative Adversarial Network), capaci di identificare caratteristiche comuni nelle immagini e nei testi del Rinascimento italiano. Il risultato è una composizione di forme multidimensionali dinamiche a cui l’Intelligenza Artificiale ha attribuito volumi e colori nuovi ed associato un sound design ad hoc.
Renaissance Dreams è¨ un flusso audiovisivo della durata di trentacinque minuti: davanti agli occhi scorre una parte del corpus artistico rinascimentale, lasciando l’impressione di un bellissimo sogno ad occhi aperti. Una cavalcata emozionante e ipnotica che risveglia il legame con le tracce vive della storia dell’arte italiana
.

QUI un assaggio d’immagini.

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Comunicazione: Lorenza Delucchi, press@meetcenter.it

Renaissance Dreams
di Refik Anadol
Meet Digital Culture Center
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
dal martedì al venerdì
ore 15-19 (ultimo ingresso h 18.00)

Entrata gratuita
Prenotazione obbligatoria:
team@meetcenter.it
+39 02 367 690 11
Fino al 31 luglio 2021


Festival teatrale di Resistenza 2021


«Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa. A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari».

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.

«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pier Paolo Pasolini, Il caos, Garzanti, Milano 2015.

In un momento in cui l’attacco all’immagine della Resistenza si fa sempre più aggressivo, quant’è necessario che esistano occasioni come quella che sta per svolgersi a Gattatico in un luogo sostenuto dall’autorità morale della tragica storia che evoca.

Estratto dal comunicato stampa

«A Gattatico anche quest’anno ci sarà il Festival Teatrale di Resistenza che si svolgerà dal 7 al 25 luglio negli spazi esterni di Casa Cervi, rassegna di teatro civile contemporaneo, ideata e promossa da Istituto Alcide Cervi insieme con Boorea Emilia Ovest, e il sostegno di Proges e Conad.
Il Festival Teatrale di Resistenza raggiunge quest’anno un traguardo importante: la ventesima edizione.
Vent’anni sono una sorta di età adulta, raggiunta in un momento difficile che ridefinisce priorità e costringe a pensare a nuovi modi di vivere la dimensione collettiva. La cultura e il teatro sono chiamati ad assumere un ruolo di primo piano nel ridisegnare un’appartenenza, nel ridefinire i modi dell’incontro e confronto del momento culturale con le persone.
Il percorso che ha caratterizzato il Festival ha contribuito ad accompagnare un processo di rinnovamento più largo, nel linguaggio della memoria, nell’attualizzazione della Resistenza alle nuove resistenze, nel promuovere forme di aggregazione intorno al Teatro in uno spazio non teatrale. Il Festival è nato proprio con questa vocazione e ha saputo coinvolgere il pubblico portando sul palco le questioni che interessano gli individui e la collettività, diventando un progetto di cittadinanza.
Nelle sue diverse edizioni, il Festival, che si colloca nella tradizione di accoglienza che caratterizza da sempre la storia di Casa Cervi, ha prodotto comunità e appartenenza, incrociato esperienze, messo in relazione artisti e pubblico, sollecitato riflessioni sui temi delle rappresentazioni, contaminando linguaggi e spazi, fra Teatro e Museo, proponendo nuovi modi di narrare il presente.
Anche quest’anno il Festival porta in scena 7 compagnie di rilievo nazionale provenienti da tutta Italia con 7 spettacoli di Teatro Civile individuati sulla base di un Bando di Concorso. Spettacoli che si intrecciano con gli appuntamenti collaterali che compongono la sezione del Circuito Off del Festival già iniziata con il Convegno “20 anni di Festival Teatrale di Resistenza al Museo Cervi: il teatro civile dopo la pandemia” con contributi di esponenti del teatro italiano, e con il laboratorio per giovani “Antropocene” condotto da Babilonia Teatri.
Ancora nel Circuito Off ci sarà un nuovo Premio dedicato a Gigi Dall’Aglio, maestro della scena teatrale, recentemente scomparso, assegnato da una Giuria Under 30».

CLIC per conoscere il programma completo.

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Ufficio Stampa Festival Teatrale di Resistenza: Raffaella Ilari
cell. 333.4301603 – email: raffaella.ilari@gmail.com

Ufficio Stampa Istituto Cervi: Michele Alinovi
cell. 346. 5837 11 5 – email: alinovimichele@gmail.com

Informazioni
L’ingresso alle serate è a capienza limitata, in ottemperanza alle misure anti Covid-19; è necessario munirsi di mascherina. Ingresso a offerta libera con prenotazione telefonica obbligatoria ai numeri 0522-678356; 333.3276881 e/o via mail al seguente indirizzo
info@istitutocervi.it
Si consiglia di arrivare almeno 20 minuti prima dell’inizio degli spettacoli.
In caso di maltempo gli spettacoli si terranno al chiuso.
Per aggiornamenti e modifiche consultare www.istitutocervi.it e i profili social dell'Istituto.
In tutte le sere di spettacolo è previsto il servizio Bar dalle ore 19.00 alle ore 23.30.

Casa Cervi, Via Fratelli Cervi 9, Gattatico (Reggio Emilia) Telefono: 0522 678356
info@istitutocervi.it - www.istitutocervi.it - festival.istitutocervi.it
www.facebook.com/festivalteatralediresistenza
Instagram: @istitutocervi / Facebook: @festivalteatralediresistenza

Festival teatrale di Resistenza
Dal 7 al 25 luglio 2021 a Casa Cervi
Gattatico (Reggio Emilia)


Santarcangelo Festival 2021


Dobbiamo al più longevo festival di teatro la presentazione di alcune fra le più nuove forme sceniche contemporanee imperniate sul multicodice, sull’ibridazione dei linguaggi.
Festival longevo, sono cinquant’anni, infatti, che esiste il Santarcangelo Festival che in tutte le sue edizioni ha fatto conoscere a critici e spettatori gruppi italiani e stranieri, portatori di nuovi territori espressivi.
Ora, all’8 al 18 luglio 2021, va in scena FUTURO FANTASTICO (II movimento). Festival mutaforme di meduse, cyborg e specie compagne.
Questo Festival, come tante altre manifestazioni si è dovuto misurare con una programmazione più volte ripensata a causa dell’emergenza pandemica, avviando un costante esercizio di trasformazione e una riflessione sul rapporto tra arte e dimensione pubblica.

QUI una dichiarazione della direzione artistica.

L’immagine guida del Festival è tratto dal video Signals from Future prodotto con un programma di intelligenza artificiale che racconta l’esplorazione di un mondo futuro dove: regna la fluidità delle vite e delle forme.
Ne è autrice l’artista taiwanese Betty Apple.

CLIC! per conoscere il programma del Festival.

Info: tel. 0541 - 62 61 85

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web
Ufficio Stampa Santarcangelo Festival: Irene Guzman
i.guzman@fmav.org | | T. +39 349 1250956
ufficiostampa@santarcangelofestival.com
Matteo Rinaldini, matteo@santarcangelofestival.com; mob. 360 – 47 87 28

Santarcangelo Festival
Dall’8 al 18 luglio ‘21


Pianeta città alla Fondazione Ragghianti

Chi è Italo Rota (in foto) e perché parlano così bene di lui?
Qualche cenno biografico già serve a capire.
La sua formazione inizia negli anni ‘70, dapprima presso lo studio di Franco Albini e dopo in quello di Vittorio Gregotti, dove lavora alla progettazione dell’Università della Calabria.
Prima della laurea, conseguita nel 1982 presso il Politecnico di Milano, Rota attraversa importanti momenti espressivi decisivi per il suo successivo percorso professionale e personale: la realizzazione della rivista “Lotus international” (1976-1981) con l'architetto Pierluigi Nicolin e soprattutto la trasformazione dello stabile ottocentesco Gare d'Orsay nell'attuale Museo d’Orsay a Parigi, realizzata in collaborazione con Gae Aulenti.
Trascorre in Francia oltre dieci anni, durante i quali cura molti allestimenti di mostre e realizza alcune importanti ristrutturazioni: il Museo d’Arte Moderna al Centre Pompidou (ancora con Gae Aulenti); le nuove sale della Scuola francese alla Cour Carré del Louvre; la ristrutturazione del centro di Nantes, l’illuminazione di Notre Dame (1991-2000).
Tornato in Italia a metà degli Anni Novanta nel suo studio milanese spazia dal masterplan al product design, in progetti che si caratterizzano per la "scelta di materiali innovativi, tecnologie all'avanguardia e approfondita ricerca sulla luce".
Di rilievo la raccolta di "objets trouvés", che va dai libri a originali pezzi da collezione.
Spiccano nella sua produzione la promenade del Foro Italico a Palermo (Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana per gli Spazi Pubblici 2006) e il Museo del Novecento nel Palazzo dell’Arengario in Piazza Duomo a Milano (2010).
Intensa la collaborazione con Roberto Cavalli. Oltre a numerose boutique e club sparsi in tutto il mondo (Miami, Mosca, Delhi), Rota firma anche la residenza fiorentina del celebre stilista (2008). Nei più recenti anni lo studio Rota ha progettato diversi alberghi di lusso e numerose le opere realizzate in ambito internazionale, tra questi: la Casa Italiana alla Columbia University, New York (1997); il Tempio Indù a Mumbay (2009); il Chameleon Club al Byblos Hotel, Dubai (2011).
Nella sua attività didattica spicca la direzione del Dipartimento Scuola di Design alla NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, dal 2010.
In editoria, numerosi gli interventi di Rota per importanti riviste di settore (Domus, Casabella, Abitare). Inoltre, i volumi “Cosmologia portatile” (2013) e “Una storia elettrica” (2014), entrambi per Quodlibet.
Al suo lavoro sono dedicati diversi titoli tra i quali si segnala “Italo Rota. Projects, works, visions 1997-2007, (Milano, Skira 2008).
Recentemente allo Studio Rota è stata assegnata la realizzazione del Padiglione Italia all'Esposizione Universale di Dubai del 2020 (qui in video illustra alcuni dei materiali usati) in una cordata con CRA-Carlo Ratti Associati, F&M Ingegneria, Matteo Gatto & Associati.

Tale mole di attività e creatività vede alla Fondazione Ragghianti diretta da Paolo Bolpagni un’esposizione dal titolo Pianeta città Arti, cinema musica design nella Collezione Rota 1900-2021

Estratto dal comunicato stampa

«Con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e la sponsorizzazione di Banco BPM, la mostra “Pianeta città” analizza il tema-città prevalentemente attraverso gli innumerevoli pezzi della collezione dell’architetto Italo Rota, tra i più noti progettisti del nostro tempo.
L’intento è di creare un racconto del Novecento e del primo ventennio del nuovo millennio attraverso la visione della città, la sua rappresentazione nelle arti e nel cinema e l’evoluzione dell’oggetto libro. Da una parte ripercorrendo lo sviluppo dell’idea di città, da quella immaginata da Antonio Sant’Elia negli anni Dieci fino all’architettura attuale della megalopoli; dall’altra analizzando come sia cambiato il nostro modo di trasmettere la conoscenza, fino alle evoluzioni contemporanee e al cambiamento del nostro modo di pensare, con lo sviluppo di una modalità di ragionamento ipertestuale e intertestuale, ma con la permanenza del libro, rivelatosi ancora attuale e vivo nella sua dialettica tra la carta stampata e il digitale.
Il concept della mostra è stato ideato da Paolo Bolpagni, Aldo Colonetti e Italo Rota, in condivisione con un comitato scientifico composto anche da Gianni Canova, Daniele Ietri, Francesco Careri, Eleonora Mastropietro, Alessandro Romanini».

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Ufficio Stampa Fondazione Ragghianti: Elena Fiori.
elena.fiori@fondazioneragghianti.it

Pianeta città
Fondazione Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
Info: 0583 – 467 205
Dal 9 luglio al 24 ottobre 2021


Quei bravi ragazzi


No, questa nota non è dedicata a quel grande film di Martin Scorsese, ma a un cinema reso grande dall’impresa di un gruppo di bravi ragazzi, bravi proprio ma non nel senso dei protagonisti di quel film che erano bravi per modo di dire.
Qui si parla di un’operazione che non riguarda solo Roma perché è un esempio di come anche in pochi si possa riuscire in iniziative che al loro nascere sembrano impossibili. E pure a sperare che in Italia nascano tanti altri gruppi di bravi ragazzi.
Nel 2012 un pugno di ventenni salva dalla demolizione il Cinema America di Trastevere, fonda l’associazione “Piccolo Cinema America”, oggi “Piccolo America”, e inizia a colorare Roma con grandi arene estive gratuite, da San Cosimato fino a Ostia.

L’associazione non a scopo di lucro “Piccolo America”, composta esclusivamente da ragazzi tra i 18 ed i 30 anni, è nata nel settembre 2014 con l’obiettivo di tutelare e promuovere il patrimonio culturale e cinematografico, salvaguardando in primis le sale storiche romane.
Dopo aver ottenuto la tutela del Cinema America da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, la realtà ha concentrato le proprie energie nell’ideazione del “Festival Trastevere Rione del Cinema”. Per tre estati ha così raccolto 100.000 spettatori intorno allo schermo a cielo aperto installato in piazza San Cosimato, restituendo identità e dignità ad una delle aree pedonali più degradate del centro storico. Dal 2018 altri due territori sono stati animati dalle notti estive del “Piccolo America”, il progetto del Festival di Trastevere si è trasformato nel più ampio “Il Cinema in Piazza”, arrivando a coinvolgere, oltre San Cosimato, anche le aree del Parco del Casale della Cervelletta a Tor Sapienza e del Porto Turistico di Roma a Ostia, un bene confiscato alla criminalità.
Nell’aprile 2016, a conclusione del bando pubblico per l’assegnazione della Sala Troisi, l’associazione si è aggiudicata la gestione della stessa per la realizzazione nel settore cinematografico di attività finalizzate alla promozione della produzione culturale e della rigenerazione del tessuto cittadino.

Detto nelle righe che avete fin qui letto può sembrare che tutto sia stato facile.
Non è andata così.
Quel piccolo gruppo ha dovuto scalare montagne burocratiche, ostacoli messi di traverso per impedire la realizzazione dei progetti, perfino aggressioni fisiche da parte di neofascisti per intimidire quel gruppo del quale si è occupata con ammirazione anche la stampa straniera, da El Pais al The New York Times, da Le Nouvel Observateur al The Guardian

Adesso è tornato il Cinema America e ricomincia l’appuntamento fisso del cinema nelle piazze di Roma
Il 4 giugno è stata inaugurata la manifestazione con Damiano e Fabio D’Innocenzo che hanno presentato “Favolacce” con Ileana D’Ambra, Max Malatesta e Gabriel Montesi. L’intera rassegna è dedicata a Ferzan Ozpetek, che presenterà i suoi film insieme a Serra Yilmaz e altri protagonisti delle sue opere.
Tra i tanti ospiti ci saranno inoltre Enrico Vanzina, Ken Loach, Wim Wenders, Emir Kusturica, Matteo Garrone, Carlo Verdone, Gianfranco Rosi, Pietro Marcello.
La rassegna terminerà il primo agosto.

Abbiamo finalmente potuto programmare tutti i titoli che desideravamo proiettare – afferma Valerio Carocci, presidente dell’Associazione Piccolo America – speriamo perciò di aver contribuito a scardinare un sistema che stava iniziando a tagliare le gambe a tutti gli eventi cinematografici gratuiti. Sappiamo tuttavia che questa battaglia non è finita, e forse non finirà mai, e proprio per questo abbiamo da mesi attivato un osservatorio legale con cui ogni giorno monitoriamo che altre realtà d’Italia non si vedano negare i film di retrospettiva (ovviamente a fronte di un equo compenso) per eventi culturali gratuiti.

Inoltre, grazie ai ragazzi del Cinema America, al termine dell’estate aprirà nuovamente la sala Troisi, chiusa dal 2013. Dopo il rallentamento a causa del Covid-19, i ragazzi del Cinema America sono riusciti a trovare il supporto economico dello Stato, del MIC – Ministero della Cultura e della Sindaca di Roma, Virginia Raggi. Per sostenere la faticosa impresa sono arrivate anche le donazioni private, che hanno permesso la ristrutturazione del luogo.
Il Cinema Troisi riaprirà ufficialmente il 30 settembre, grazie a un fondo di 1,8 milioni di euro. Il progetto prevede un proiettore di ultima generazione in 4K, il suono in 7.1 Dolby Surround e 300 poltrone del colore rosso caratteristico del Cinema America. Ci sarà il bar che serve cibo gourmet, uno spazio dedicato allo studio con il wi-fi gratuito e una terrazza dove ospitare eventi all’aperto.


28 giugno 1867


1867: la Russia vende l’Alaska agli Stati Uniti per 7,2 milioni di dollari, Tokio diviene capitale del Giappone, il chimico svedese Alfred Nobel brevetta la dinamite, Emile Zola pubblica “Thérèsa Raquin”, muore a Parigi Charles Baudelaire.
Il 28 giugno di quell’anno nacque Luigi Pirandello, figlio di Stefano Pirandello e Caterina Ricci Gramitto, in contrada Càvusu a Girgenti, nome di origine araba con cui era nota, fino al 1927, la città siciliana di Agrigento.
Era di venerdì, quel 28 giugno
Segno zodiacale Cancro, per chi ci crede; io no.

«Son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco "Kaos"».
Il drammaturgo raccontò in versi la sua nascita, avvenuta mentre imperversava un’epidemia di colera.
È questa stessa poesia che per sua volontà è incisa sulla lapide della tomba.

Una notte di giugno caddi come una lucciola / Sotto un gran pino solitario / In una campagna d’olivi saraceni /Affacciata agli orli d’un altipiano / A dirupo sul mare africano / Si sa le lucciole come sono / Il suo nero la notte / Pare lo faccia per esse / Che volano non si sa dove / Ora qua ora la / Aprono un momento / Languidi sprazzi verdi / Le lucciole qualcuna ogni tanto cade / E si vede si e no quel verde sospiro / Di luce in terra che pare / Perdutamente lontano / Dunque io caddi / Quella notte di giugno / Che tante altre lucciole gialle / Baluginavano su un colle / Dov’era una città / Che in quell’anno patia / Una grande moria / Un’ epidemia di colera / Per lo spavento che s’era preso / Mia madre mi metteva al mondo / Prima del tempo / In quella solitaria campagna / Chiamata caos / Io dunque sono figlio del caos / Da madre sono nato in questi luoghi / Che da secoli chiamano in dialetto / Caos! Caos! Caos!”.

L’8 novembre 1934 vincerà il Premio Nobel per l’opera “Il fu Mattia Pascal”.
In quell’occasione non pronunciò il tradizionale discorso di ringraziamento.
Secondo molti fu per evitare l’imbarazzo della sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista, perché non citandola in quel discorso avrebbe irritato il governo di Roma.
E allora? Meglio evitare il discorso.

Il 17 settembre 1924 Pirandello aveva chiesto, infatti, l'iscrizione al PNF inviando un telegramma a Mussolini in cui scrisse: Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l'E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregerò come massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera. Luigi Pirandello.
Il telegramma arrivava in un momento di grande difficoltà per Mussolini e il suo governo perché era stato ritrovato il 16 agosto il corpo di Giacomo Matteotti assassinato da sicari fascisti agli ordini del Duce.
La sua iscrizione al PNF (della quale mai è stata rinvenuta una ricusazione) servì molto al Regime donandogli immeritata lucentezza e perfino un’ancora più immeritata autorità culturale.
Lo scrittore Corrado Alvaro da allora scriveva il nome del drammaturgo: Pi.Randello.

Lo scrittore Pirandello fu grandissimo, l'uomo Pirandello parecchio meno.
Morì a 69 anni il 10 dicembre 1936. Era di giovedì


Attorno al Museo


In foto: i fogli multipli di “Memorandum”, opera di Lamberto Pignotti al Museo per Ustica.

Dall’Ufficio Stampa BolognaMusei ricevo e volentieri rilancio.
«Quarantunesimo anniversario della strage avvenuta il 27 giugno del 1980.
Si conferma l'impegno dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica nel perseguire la ricerca della verità e la cura della memoria attraverso la sperimentazione di linguaggi artistici contemporanei, a partire dal Museo per la Memoria che ospita l'installazione permanente “A proposito di Ustica” di Christian Boltanski.
Ed è ancora una volta questo luogo simbolo ad essere il fulcro della rassegna Attorno al Museo che, dopo un primo momento con il convegno “Il dolore e la politica” tenutosi il 21 giugno alla Camera dei Deputati, si svolge dal 25 giugno al 10 agosto 2021 nel Parco della Zucca adiacente al Museo (via di Saliceto 3/22, Bologna).

In continuità con quanto proposto negli ultimi anni, la proposta artistica parte da opere prime originali che sappiano rivolgere il proprio sguardo al futuro e alle nuove generazioni nella consapevolezza che solo interrogandosi e mantenendo viva l'attenzione sul passato e sulla storia sia possibile dare risposte ai continui mutamenti a cui siamo sottoposti quotidianamente. Un popolo senza memoria è un popolo privo di anima, un edificio senza fondamenta che non può resistere alle intemperie e non può nemmeno ergersi verso l'alto, verso il futuro».

Cliccare QUI per il programma.


La mano invisibile


In Italia siamo da sempre autori di un genere ignoto alla Siae e in molti paesi: la tragigag.
Sappiamo, infatti, produrre epoche storiche insanguinate condite da comicità.
Un maiuscolo esempio fu il fascismo che, con il suo risibile incedere tra pennacchi, fanfare e impettiti guerrieri di cartapesta, procurò morte e distruzioni.
E se la Destra è senza dubbio maestra in quel teatro, anche la sinistra è stata presente su quella particolare ribalta e ha recitato ruoli apprezzabili.
Ad esempio, la sinistra extraparlamentare tra il ’68 fino alla fine degli anni ‘70 recitò con abilità un monologo talvolta tragico e comico al tempo stesso.
Fra quei gruppi di allora, ci fu un momento in cui primeggiò una sigla più tristanzuola di tutte le altre: Servire il Popolo, i maoisti italiani.
“Servire il Popolo” (beffeggiato dai gruppi rivali come “Servire il pollo”) aveva un Grande Timoniere: Aldo Brandirali. Era idolatrato dai suoi, assoluta la devozione verso di lui, sugli striscioni portati in piazza c’era scritto: “Marx – Lenin – Stalin – Mao – Brandirali”.
Secondo la mesta imitazione della ritualità cinese, Brandirali un giorno ammetterà in un fluviale discorso (una delle caratteristiche del gruppo era la logorrea) di avere commesso 271 errori, un po’ troppi per un Grande Timoniere, più roba da Piccolo Mozzo. Fu, di fatto, la fine del gruppo. E Brandirali? Prima folgorato dalla luce di Comunione e Liberazione, passò poi in Forza Italia diventando consigliere comunale a Milano con la sindaca Moratti.
Chissà, forse avrà pensato: in fondo, Mao e Moratti sempre per emme cominciano.
Veniamo ad oggi. Sono passati 32 anni, dalle proteste della Piazza Tiananmen represse dal regime cinese. Il 4 giugno scorso a Pechino settemila agenti in tenuta antisommossa hanno bloccato ogni possibilità di riunione e i divieti si sono estesi a Hong Kong, a Macao, e a Taiwan. Il governo si è affrettato a dire che erano disposizioni anti-Covid per evitare assembramenti. Ma due cose non tornano: avevano detto settimane prima che l'epidemia era cessata e, inoltre, è stata respinta anche la richiesta di un ricordo simbolicamente fatto di poche persone.
Il regime comunista di quel paese non si ferma però a incarcerare gli avversari, a censurare gli artisti sgraditi, a svolgere una occhiuta vigilanza sui costumi locali, ma svolge alacremente ben altre invasive attività usando i mezzi delle moderne tecnologie.

Lo documenta un libro edito recentemente intitolato La mano invisibile Come il Partito Comunista Cinese sta rimodellando il mondo
Gli autori sono Clive Hamilton e Mareike Ohlberg.
Hamilton è un accademico e autore australiano. Il suo libro sulle operazioni di influenza della Cina in Australia, Silent Invasion, è stato un bestseller nazionale che lo ha proiettato al centro del dibattito sulla Cina in patria e all’estero. I suoi articoli sono apparsi su «The Guardian», su «The New York Times» e su «Foreign Affairs».
Ohlberg è membro del Programma Asia del German Marshall Fund. In precedenza ha lavorato presso il Mercator Institute for China Studies, per il quale ha redatto un rapporto sulla crescente influenza politica della Cina in Europa. I suoi articoli sono stati pubblicati su «The New York Times», su «Foreign Affairs» e sulla «Neue Zürcher Zeitung».

Dalla presentazione editoriale
«Il Partito Comunista Cinese è determinato a rimodellare il mondo a sua immagine e somiglianza. Esso ha un solo obiettivo: vincere quella che considera una feroce guerra ideologica contro l’Occidente. Ai suoi occhi il mondo si divide tra coloro che possono essere conquistati e i nemici. Pezzi importanti dell’élite economica e politica occidentale sono già stati cooptati; molti altri, proprio in questo momento, stanno valutando se stringere o meno un “patto col diavolo”.
Attraverso il suo enorme potere economico e le sue operazioni segrete “di influenza”, la Cina sta lentamente ma inesorabilmente indebolendo le istituzioni globali, prendendo di mira in modo aggressivo le singole imprese e minacciando la libertà di espressione nei campi delle arti, della cultura e del mondo accademico. Allo stesso tempo, i servizi di sicurezza occidentali sono sempre più preoccupati per le incursioni cinesi nella nostra infrastruttura di telecomunicazioni.
Il volume “La mano invisibile”, frutto di un lavoro meticoloso durato anni, espone il programma globale di sovversione del Partito Comunista Cinese e la minaccia che rappresenta per la democrazia.
Combinando una ricerca scrupolosa con una prosa avvincente, Clive Hamilton e Mareike Ohlberg mettono a nudo la natura e la portata delle operazioni del Partito in tutto il mondo occidentale, portando alla luce le minacce alle libertà democratiche e alla sovranità nazionale in Europa e nel Nordamerica, e mostrano come possiamo respingere la pressione autocratica cinese».

Recentemente l’ottima trasmissione tv “Report” ha trasmesso un servizio esplosivo su quanto operano i servizi cinesi in patria e in occidente. Per chi non l’avesse visto, è possibile la visione cliccando QUI.

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Clive Hamilton – Mareike Ohlberg
La mano invisibile
Traduzione di Alessandro de Lachenal
Pagine 562, Euro 20.00
Fazi Editore


Non ce lo dicono (1)


Titolo ben indovinato per un libro che descrive il meccanismo che fa nascere e diffondere le cosiddette fake news e, inoltre, traccia la storia di false notizie che hanno avvelenato tanto tempo di secoli passati.
Quel titolo è Non ce lo dicono Teoria e tecnica dei complotti dagli Illuminati di Baviera al Covid-19. Infiniti personaggi, molte trame, uno schema solo. Tutti (o quasi tutti) i Grandi Complotti della storia..
“Non ce lo dicono" è, infatti, quel giro di frase più comune fra quelli che riferendosi a “loro” vogliono indicare i tentativi di occultare verità che, invece, si ritengono svelati da occhiuti osservatori.
Di quelle preziose pagine, edite dalla casa editrice Utet è autore Errico Buonanno.
Nato a Roma nel 1979. Scrittore, autore radiofonico e televisivo, ha esordito vincendo il Premio Calvino con “Piccola Serenata Notturna” (Marsilio, 2003).
Con Utet ha pubblicato “Notti magiche. Atlante sentimentale degli anni Novanta” (con Luca Mastrantonio, 2017); “Falso Natale. Bufale, storie e leggende della festa più importante dell’anno”; “Sarà vero. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia“(2019).

Dalla presentazione editoriale di “Non ce lo dicono”.

«Il 2021 si è aperto con una scena apocalittica: migliaia di manifestanti assaltano Capitol Hill per rovesciare l’elezione di Joe Biden. Certi dell’esistenza di un oscuro complotto, molti sostenitori di Trump erano davvero convinti di essere in missione per conto del misterioso QAnon, una gola profonda che attraverso messaggi segreti sparsi su internet cercava di fermare una setta di pedofili sanguinari capeggiata da Hillary Clinton.
Ma quante sono le teorie del complotto che abbiamo visto montare in questi ultimi anni? Quanti disegni segreti vengono orditi ogni giorno dietro il paravento di un placido Occidente democratico? E tuttavia: non notate una certa aria di famiglia?
I complotti di oggi hanno infatti radici lontanissime e sterminate varianti: per chi è in grado di vederlo c’è un filo invisibile che unisce gli Illuminati di Baviera e l’omicidio Kennedy, gli UFO e la minaccia del 5G, i luciferini gesuiti coi loro Monita Secreta e l’11 settembre, gli untori della peste e l’esercito dei no mask contro la finta pandemia del Covid-19. Errico Buonanno, da sempre attento a ricostruire nel dettaglio le bufale che hanno fatto la storia, ha deciso di mettere ordine nel caos cangiante dei complottismi di sempre, ricostruendo il meccanismo narrativo perfetto che alimenta ogni pericoloso “Non ce lo dicono”.
Se infatti possiamo ridere delle dietrologie più assurde, tra sostituzioni di Paul McCartney e terrapiattisti, Teletubbies pro gender e invasioni di rettiliani, non si tratta mai di innocue fantasie. Ufficialmente antisistema, le teorie del complotto si rivelano invece strumento ideale di chi il potere lo detiene, o lo desidera: lo capì Adolf Hitler, che cavalcò la paura di una congiura giudaico-massonica, e lo sanno oggi i leader populisti che agitano lo spauracchio del piano Kalergi di sostituzione etnica o che fomentano le paure sui vaccini.
D’altra parte, se l’idea di un grande complotto è immortale, è perché ha il fascino del feuilleton e la praticità di una soluzione: sostituisce le aride cause con le più sfiziose colpe, permettendo così di togliere dall’equazione dell’esistente il capriccioso caso, forse il vero nemico di una vita tranquilla».

Ancora una cosa su questo libro. È corredato da un Indice dei Nomi.
Ad alcuni può sembrare niente di speciale. Invece lo è diventato perché da qualche anno a questa parte i libri di saggistica frequentemente sono privi di quell’importante apparato mettendo così piombo nelle ali ai volumi. L’Indice dei Nomi permette di rintracciare agevolmente parti del libro utili per ricordare al lettore qualcosa che lo ha particolarmente interessato, a critici e giornalisti righe preziose per una citazione.
Mi batto da tempo contro l’assenza di quello strumento. La mia sconfitta è pressoché quotidiana. La casa editrice Utet è fra le poche che non trascura quell’Indice.

Segue ora un incontro con Errico Buonanno.


Non ce lo dicono (2)

A Errico Buonanno (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quali sono le regole del complotto perfetto?

Una teoria di complotto, in fondo, non è altro che una trama di cassetta, da film o da libro di serie B. Ecco perché le regole sono chiare e assolutamente ripetitive. Primo: ci deve essere un nemico. Non solo un avversario, ma un Nemico con la enne maiuscola, votato al Male, alla distruzione della società, all’uccisione dei bambini e via dicendo. Secondo: questo Nemico deve incarnarsi in un gruppo ristretto, minoritario e assolutamente identificabile. Può essere una minoranza religiosa, un gruppo politico, una lobby. L’importante è che si possa creare una contrapposizione chiara tra “noi” e “loro”. Inutile dire che noi siamo i buoni. Terzo: deve esserci la Prova.
In genere si tratta di un documento top-secret, di un libro tenuto nascosto… Testi che, puntualmente, si rivelano taroccati, ma poco importa: devono essere confessioni, come nel finale di un giallo; lettere o diari in cui sono i colpevoli stessi a esporci i loro piani. Ultima regola: una buona teoria di complotto deve andare a confermare ciò che già segretamente sospettiamo. Non deve esporre cose nuove, ma rassicurarci nei nostri pregiudizi. C’è già un odio antisemita nell’aria? Accusate gli ebrei. E il gioco è fatto.

Chi sono i più vulnerabili dalle fake news e pronti, quindi, a ingrossare le file dei complottisti?

Le teorie di complotto possono sinceramente convincere chiunque, perché mirano proprio a giocare con le nostre incertezze. Pensare che esista una mente dietro ai disastri naturali, o alle epidemie, o agli incidenti, aiuta in qualche modo ad arginare il caos di cui siamo tutti in balia. E il problema si pone ancor di più nel momento in cui le dietrologie sono armi sfruttate spesso anche dai governi. Qualcuno di poco informato può credere a una teoria antiscientifica. Ma come dobbiamo comportarci, quando, informandoci, scopriamo che non esisteva alcuna arma di distruzione di massa in Iraq, e che la Cina non fornisce sufficienti documenti sulle attività del laboratorio di Wuhan, e che complotti verissimi sono stati messi in atto nella politica degli ultimi trecento anni? Perciò: a volte è corretto pensare che la versione ufficiale non sia quella più affidabile. O almeno farsi venire lo scrupolo. Il complottismo, tuttavia, non è scrupolo (sempre legittimo, come il dubbio), ma l’ossessione.

Le religioni, specie quelle monoteiste, hanno un ruolo in certe convinzioni sull’esistenza di complotti?

Non credo siano le religioni a essere complottiste. Credo che sia il complottismo ad avere un che di religioso e fideistico: credere ciecamente in qualcosa che non si vede, e nel trionfo del Bene contro il Male. Era già Popper in fondo a paragonare la tendenza dietrologica alla visione degli dèi che muovono dall’alto gli eroi dell’Iliade. Quanto alle religioni propriamente dette, possiamo dire che il complottismo è stato usato da qualcuno contro chi aveva una fede diversa, certo: i pagani accusavano i cristiani di bere il sangue dei bambini; poi i cristiani hanno rivolto la stessa accusa contro i pagani (le streghe) e gli ebrei; e oggi QAnon rivolge la stessa accusa contro i nemici dello Stato. Ma qualcosa mi dice che una tendenza del genere non sarebbe troppo amata da chi, nel Vangelo, raccomandava di non seminare zizzania.

A differenza di tempi andati, le nuove tecnologie permettono di verificare velocemente una notizia o un documento. Come spieghi che, invece, si assiste all’affermazione di tante notizie false che oggi chiamiamo “fake news”?

Se con “tecnologie” si intende internet, non stupisce affatto che le fake news non siano sconfitte ma che, anzi, abbiano trovato nella rete uno strumento di amplificazione. Da sempre, le fake news vivono prima di tutto grazie alla voce popolare. Si diffondono, diventano “opinione comune”. E internet è precisamente la grancassa dell’opinione comune. Non mi riferisco solo ai social, dove sappiamo bene come un post o una foto falsa possa diventare immediatamente virale senza che nessuno si prenda la briga di verificare (basta che il falso confermi ciò che vogliamo sentirci dire). Mi riferisco anche ai motori di ricerca. Perché un sito ci appare prima di un altro, quando googliamo? La ragione non sta nella sua attendibilità, ma nella sua popolarità, nel numero di link di cui beneficia. Ovvero: un sito è tanto più in evidenza quanto più ha l’attenzione degli utenti. Questo significa che se, ipoteticamente, fosse esistito internet nel medioevo e avessimo googlato la parola “unicorno”, i primi siti che ci sarebbero apparsi sarebbero stati quelli che garantivano che l’unicorno era un animale reale. Ma naturalmente il pericolo non viene solo “dal basso”, perché, se anche qualche utente responsabile decidesse di verificare l’attendibilità della notizia, incontrerebbe parecchi problemi. I giornali online spesso propagano fake news. L’editoria fa lo stesso. Quando ci fu l’attentato alle Torri Gemelle, una serissima casa editrice nostrana pubblicò un libro in cui si “dimostrava” come l’11 settembre fosse un complotto. E la stessa casa editrice pubblicò contemporaneamente un libro che dimostrava come le teorie di complotto fossero un’idiozia. L’idea era quella di garantire la libertà di dibattito. Ma l’utente medio, che non ha certo le competenze tecniche per stabilire quale sia la verità e quale no, come può orientarsi? Riassumendo: la contemporaneità ha garantito a chiunque un ampissimo accesso ai media. Ma i media, da sempre, non sono affatto immuni alle fake news. Qual è la soluzione? Io propongo, come prima cosa, la conoscenza del passato. Perché, proprio grazie alla ripetitività delle bufale, davanti all’ennesima notizia clamorosa possiamo almeno avvertire un campanello d’allarme.

…………………..………

Errico Buonanno
Non ce lo dicono
Pagine 270, Euro 17.00
Utet


Fragile alla Monitor


È in corso a Roma, alla Galleria Monitor, una mostra a cura di Christian Caliandro intitolata Fragile.

In foto: Marta Roberti, "fare fiori in malasana", 2020, opera in mostra.
Disegno con pastello ad olio e collage su carta dello Yunnan,.cm70x85.

Dal profilo critico che accompagna “Fragile”.

«La mostra collettiva “Fragile” indaga uno stato d’animo individuale e collettivo, una condizione sospesa e apparentemente indefinibile, mobile e mutevole. Le opere degli otto artisti (Thomas Braida, Anna Capolupo, Emanuela Barilozzi Caruso, Laura Cionci, Serena Fineschi, Oscar Giaconia, Marta Roberti, Serena Semeraro) diversi per età, formazione, background e linguaggio, si inscrivono in questa condizione.
Nell’ultimo anno, abbiamo imparato sempre più e sempre meglio come al “consumo” artistico e culturale si possa e si debba sostituire l’esperienza. In questo senso, l’arte è in grado di costruire una nuova dimensione intima, interiore, quasi domestica, quindi di stabilire un rapporto diretto e profondo con un essere umano che si avvia a non essere più “spettatore”, così come con una comunità che non è più soltanto “pubblico”.
È qualcosa che ha strettamente a che fare con la distanza tra verità e finzione, tra avvenimento e rappresentazione: la fiction sembra cioè fare difetto, in un’occasione come quella che stiamo vivendo; e comincia a insinuarsi il sospetto che si sia creata una frattura non temporanea, ma destinata forse ad allargarsi e ad approfondirsi, legata al rapporto delle opere d’arte con il contesto da cui provengono e con quello in cui vengono inserite normalmente, e ai diversi modi in cui le opere stesse vengono recepite e fruite. Si tratta dunque di (ri)abbracciare il vuoto, il momento - ricercando forme inedite di sincerità, di precarietà e di spontaneità.
L’elemento al centro di questi lavori è la relazione, intesa come incontro e dialogo autentico. La fragilità individua così (anche) una situazione di totale apertura e disponibilità nei confronti del non ordinato, del non conosciuto, dell’imprevisto. Cioè, fondamentalmente, dell’altro. Questo progetto espositivo rende conto di una situazione del genere, e prova ad articolarla criticamente attraverso i lavori e gli interventi delle autrici e degli autori coinvolti».

Fragile
A cura di Christian Caliandro
Galleria Monitor
Palazzo Sforza Cesarini
Via Sforza Cesarini 43a, Roma
info:T: +39 06 - 393 78 024
M: monitor@monitoronline.org
Fino al 23 luglio 2021


Natura vincit

Una mostra senza che abbia un titolo implacabilmente in inglese forse viene vista oggi come avvenimento trascurabile. Gli anglicismi, tic da periferia dell’Impero domina infatti su nomi di Gallerie e riviste di arti visive, titola articoli e libri, testate di siti web.
Sono un sostenitore del meticciato in tutti i campi e, quindi, anche in quello linguistico, ma usare una parola straniera quando ne esiste una di equivalente spessore semantico in italiano, mi pare cosa che denoti un’ansietà un po’ cafoncella d’apparire internazionali anche quando non si è, vale a dire nella maggioranza dei casi.
Mi fa piacere, perciò, che una mostra modenese si manifesti con le parole latine Natura vincit.
Organizzata da: CerchioStella, in collaborazione con D406 e Comune di Modena, sostegno offerto dal Gruppo Hera e patrocinio della Regione Emilia-Romagna l’esposizione, a cura di Fulvio Chimento presenta lavori di Andrea Chiesi.
La progettazione dell'allestimento è stata ideata da Saggion-Paganello.
Il titolo, “Natura vincit”, vuole testimoniare la potenziale rinascita dell’uomo attraverso un percorso in cui la Natura è per l’artista una guida costante e ispiratrice.
Il lavoro di Chiesi spazia dall’osservazione di foschi cieli agli interni in rovina di fabbriche abbandonate.

In foto: Andrea Chiesi, Eschatos D 33, 2019

Estratti dal comunicato stampa i profili dell’artista e del curatore.
«Andrea Chiesi (Modena, 1966) si forma frequentando la scena della controcultura della prima metà degli anni Ottanta.
È vincitore del Premio Cairo Communication nel 2004, del Premio Terna nel 2008 e della seconda edizione del Gotham Prize di NewYork.
Nel corso degli anni sviluppa una ricerca sul paesaggio contemporaneo tendente all’esasperazione delle strutture, allo studio della luce, dell’ombra e della penombra. Nei lavori più recenti indaga il ritorno della natura nei luoghi abbandonati dall’uomo.
Tra i luoghi che hanno ospitato le sue mostre si segnalano il PAC di Milano, la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, il Palazzo Reale di Torino, il Chelsea Art Museum e la Galleria Nohra Haime di New York, la Galleria Being 3 di Pechino, la Galleria NM di Montecarlo, la Galleria Guidi&Schoen di Genova, la Galleria D406 di Modena.
Insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Ravenna e di Macerata».

«Fulvio Chimento (Roma, 1979) vive e lavora in Emilia-Romagna.
È ideatore di “Ailanto”, progetto artistico itinerante che dal 2016 al 2018 ha trovato attuazione in tre città italiane: Roma, Palermo, e Modena.
Nel 2016 è co-ideatore di “Effimera”, rassegna artistica dedicata ai Nuovi Media realizzata in collaborazione con la Galleria Civica di Modena (due edizioni, nel 2016 e 2017).
Nel 2019 è promotore del progetto “Amore e Rivoluzione” in via del Mandrione a Roma, e, nello stesso anno, “Stanze. Odes to the Present”, presso la Keats-Shelley House.
Nel 2019 è ordinatore di “Alchemilla”, con Cuoghi Corsello e Claudia Losi.
Nel 2020 lo è della mostra “Filigrana” che coinvolge Stefano Arienti, Pierpaolo Campanini, Maurizio Mercuri
Nel 2020: è ideatore di “Arcipelago fossile”, progetto site specific sulle Dolomiti a Cortina.
Nella sede espositiva di Palazzo Vizzani a Bologna cura nel 2021 la personale di Alessandro Pessoli “City of God”.
Per la casa editrice Mimesis ha pubblicato il volume “Arte italiana del terzo millennio”».

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Ufficio Stampa: Irene Guzman | irenegzm@gmail.com | tel. 349 – 12 50 956

Andrea Chiesi
Natura vincit
A cura di: Fulvio Chimento
Ex Chiesa di San Paolo e Sala delle Monache
Via Selmi 63, Modena
Info: info@cerchiostella.com, tel. 393 - 8933370
Fino al 19 settembre 2021
Ingresso libero senza prenotazione


Dead Nations. Eternal version

Nelle mostre di arte visive da un po’ di tempo si è diffusa, una formula a mezza strada tra la goffaggine e la furbata, mi riferisco a quel modo di scrivere “in dialogo con”.
In un museo che conserva arte antica, o comunque di qualche secolo fa, si mettono opere di un artista vivente e si dichiara, senza che scappi da ridere, che quelle opere sono “in dialogo con” le opere di tanto tempo fa.
Dialogo, ovviamente, fra muti senza neppure il soccorso della lingua dei segni, perché dev’essere provvisto di gran fantasia chi riesca a scorgere
un pur remoto rapporto fra i lavori di oggi e quelli di ieri messi, col favore delle tenebre, gli uni accanto agli altri con mossa lesta e volpina.

Sorprende e fa piacere, quindi, scorgere per una volta che quel dialogo è vero.
Accade a Roma, al Museo Nazionale Etrusco, dov’è in corso Dead Nations. Eternal version dell’artista russo Evgeny Antufiev nato nel 1986. QUI la sua biografia.
Curatrici della mostra sono Marina Dacci e Svetlana Marich.

In foto: Evgeny Antufiev, Untitled, 2020, bronzo e Corniola, cm 38x30x18.
Courtesy l’artista & z2o Sara Zanin

Così scrive Marina Dacci: È un lungo romanzo a capitoli il rapporto di Evgeny Antufiev con il patrimonio archeologico sedimentato nel nostro territorio e presente nei nostri musei. Una fascinazione che Antufiev subisce per la stratificazione segnica e simbolica, per l'eco profondo di antiche storie che continuano a parlarci nelle sale dei musei (…) Il lavoro di Antufiev trasporta nel tempo e nello spazio figure simboliche, le sue ceramiche così come le fusioni, evocano antiche scoperte e ci appaiono come "dono" rinvenuto nel sottosuolo. La presenza di figure in trasformazione ben si sposa con il repertorio iconografico etrusco.

Dallo scritto di Svetlana Marich: La vasta ricerca di Evgeny Antufiev sulle culture estinte e sui loro manufatti porta la sua pratica artistica alla creazione di opere che divengono simboli senza tempo: specchi, guerrieri, maschere, coltelli e vasi (…) il fitto dialogo tra oggetti antichi trovati e oggetti artistici di nuova realizzazione si presenta come una celebrazione della vita, passando dai secoli precedenti al mondo contemporaneo e al futuro, diffondendosi da un contesto museale alle famiglie contemporanee e future, legando i nostri ricordi con la realtà delle generazioni che verranno.

La mostra “Dead Nations. Eternal Version” è co-prodotta da Malevich.io piattaforma dedicata a sostenere artisti e musei con esposizioni istituzionali, contribuendo a finanziare la produzione di opere e la loro valorizzazione.

Ufficio Stampa: Sara Zolla | press@sarazolla.com | Tel. 346 – 845 79 82

Evgeny Antufiev
Dead Nations. Eternal version
Curatrici: Marina Dacci - Svetlana Marich
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Fino al 26 settembre 2021


Ricordati di respirare

La scrittrice Elena Stancanelli:
Le epidemie producono ottima letteratura. Da Tucidide a Boccaccio, da Manzoni a Camus, il contagio è propizio, fecondo di storie e di pensieri.
Per tante ragioni e la prima è la paura
.

Di paura ne abbiamo attraversata molta in questi ultimi tempi, ed è troppo presto per sapere se il Coronavirus (terribile il suo anagramma: Coronavirus = “Carnivorous”) avrà dato letteratura all’altezza dei nomi di prima. Ma se anche così fosse, confesso – e credo di non essere il solo – che ne avrei fatto volentieri a meno.
Di sicuro, però, la pandemia ha prodotto una parte (solo una parte, s’intende) di notevole testimonianza documentaristica attraverso carta stampata, web, alcuni servizi radio-tv.
Su questo cursore si pone un libro pubblicato dalla casa editrice Fefè Intitolato Ricordati di respirare Io, infermiera Covid in prima linea .
Ne è autrice Agnese Tancredi.
Nata a Lecce nel 1975, cresce in un piccolo paese della provincia di Matera.
Diplomata prima in Scienze Pedagogiche, poi in Scienze Infermieristiche, inizia la sua carriera a Milano, all’Ospedale San Raffaele.
Nel 2001 si trasferisce a Bologna, dove vive tutt’ora, insieme con la sua famiglia. Diventa mamma nel 2013.

Con “Ricordati di respirare” ha scritto un libro palpitante, che trasmette al lettore le ansietà, le trepidazioni, le difficoltà, ma anche le illuminazioni di speranza da lei vissute nel periodo che va dal marzo dell’anno scorso ad aprile del 2021.
Ecco come presenta il volume.
«Marzo 2020, arriva una notizia, per tutti sconcertante e frastornante, un trauma che forse mai rimuoveremo dalla memoria. Faccio l’infermiera da vent’anni e per la prima volta desidero fare altro, penso che la mia vita sia in pericolo e che l’unica soluzione sia la fuga. Ma non scappo, resto, come tutti i miei colleghi e vivo questa esperienza che mi toglie e mi dà allo stesso tempo. Ho paura, piango spesso, mi arrabbio anche, ma non mi arrendo, non posso arrendermi, i pazienti sono tanti, ogni giorno di più, e noi dobbiamo esserci per loro, questa battaglia dobbiamo vincerla, non accetto l’idea del contrario. Penso che devo essere più forte della paura e ci riesco. Le emozioni che vivo con pazienti e colleghi le metto in questo libro, le rileggerò quando tutto sarà finito, per non dimenticare che siamo stati più forti di quanto credevamo. Spero possano emozionare anche voi e farvi capire che è tutto vero e solo se collaboriamo, applicando le regole, ce la faremo».

Il libro si avvale di una prefazione e un’appendice di Ottavio Davini.
Torinese, medico, radiologo, è stato Primario e, per cinque anni, direttore sanitario all’Ospedale Molinette di Torino. È componente di diverse società scientifiche e autore di oltre cento pubblicazioni, nonché di vari libri, due dei quali a tema sanitario: “Il prezzo della salute “(Nutrimenti, 2013) e “Nella bolla del virus” (Neos, 2020).
Ecco un passaggio della sua prefazione:
“Il codice guida del più antico ospedale di Parigi, l’Hôtel-Dieu, recitava:
Se sei malato vieni e ti guarirò,
se non potrò guarirti ti curerò,
se non potrò curarti ti consolerò
.
In questo libro troverete – in un mondo sottosopra – la guarigione, la cura e la consolazione".

Ancora una cosa. Riguarda la copertina di questo libro che raffigura un’immagine realizzata dal più famoso street artist del mondo: Bansky.
Si tratta di un’opera (un metro per un metro) in b/n donata dall’artista all’ospedale universitario di Southampton il 6 maggio 2020 in occasione della Giornata degli Infermieri in America. Abbandonati in un cestino i pupazzi di Batman e Uomo Ragno, il bambino solleva come nuova sua compagnia un’infermiera della Croce Rossa.

Agnese Tancredi
Ricordati di respirare
Prefazione ed appendice di
Ottavio Davini
Pagine 176, Euro15.00
Fefè Edizioni



21 giugno: Festa della Musica


Perché quella Festa si tiene proprio il 21 giugno?
Perché si vuole che coincida con il solstizio d’estate, cioè il passaggio dalla stagione primaverile a quella estiva. Cercando in un dizionario si legge: “Il solstizio è il momento in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l'eclittica, il punto di declinazione massima o minima. Questo significa che i solstizi di estate e di inverno rappresentano rispettivamente il giorno più lungo e più corto dell'anno”.
Quella Festa l’idearono i francesi nel 1982 ed oggi è celebrata in non meno di 120 nazioni in tutto il mondo, naturalmente anche in Italia perché, seppure qualcuno ne dubita, è una nazione anche quella che ospita tutti noi, con le nostre virtù e i nostri vizi.
Talvolta riusciamo perfino a varare cose che contengono al tempo stesso pregi e difetti.
Eccone un esempio che si lega pure alla Festa della Musica.
Si chiama Italiana è il portale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dedicato alla promozione della cultura, della creatività e della lingua italiana.
Nato a marzo 2021 con l’encomiabile l'obiettivo di proporre una nuova narrazione del nostro Paese all'estero e aperto alla cultura nella sua accezione più ampia (musica, letteratura, teatro, danza, cinema, arti visive e performative, fumetto, digital art, design, architettura, storia, archeologia, enogastronomia...), il sito raccoglie produzioni audio-video, approfondimenti, interviste, bandi, opportunità e molto altro, con aggiornamenti sui social e una newsletter periodica su cui sono segnalate tutte le novità.
Tutto bene?… sì… però… mhhh … il Ministero degli Esteri che intende celebrare la nostra lingua con questo lodevole portale, indovinate come ha chiamato le iniziative promosse o sostenute in occasione della Festa della Musica? Music For Uncertain Times.
Comportandoci in tal modo, è ben certo che i tempi resteranno Uncertain certamente..
Rendendo tristi i volti degli amici di Diciamolo in italiano nonostante siano in rima anche col pensiero in tema espresso dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.
Non era forse meglio mettere la dizione in italiano seguita da una serie di traduzioni in varie lingue?
Gesù fate luce!

Passiamo ad altro: l’ottimo programma.

Estratto dal comunicato stampa.

«Music For Uncertain Times è un percorso in tre episodi video diffusi dalla rete estera di Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura e sul canale Vimeo di italiana, il portale del Ministero dedicato alla promozione della lingua, della cultura e della creatività italiana nel mondo. Commissionato dalla Farnesina, scritto da Andrea Lai e diretto da Francesco Coppola, il progetto consiste in tre performance musicali inedite ed esclusive, registrate da protagonisti della canzone italiana contemporanea in alcuni luoghi rappresentativi del patrimonio culturale del Paese: Francesca Michielin e Vasco Brondi nel Museo del Novecento di Milano, Fiorella Mannoia e Clementino al Castel dell'Ovo di Napoli e La Rappresentante di Lista a Palazzo Butera a Palermo. Un percorso che crea un dialogo fra musica, patrimonio culturale e linguaggio cinematografico. La cornice è offerta da tre gemme architettoniche: il castello più antico di Napoli, uno dei musei più giovani di Milano, un complesso monumentale simbolo di Palermo. Al loro interno è protagonista il pop italiano contemporaneo, con tre performance da vivo esclusive e in versioni inedite. I riflettori sulla musica si trasformano poi in riflessioni sulla musica in questi momenti incerti, attraverso le parole degli artisti raccolte subito dopo le performance
Music For Uncertain Times racconta la musica arte fra le arti. Lo fa attraverso i musicisti, le loro note e le loro parole, mentre riflettono sulla musica in tempi di cambiamento, sul suo essere guida quando l’orizzonte muta, di essere bellezza contro la paura. Riempie di musica architetture nate per altri scopi raccontate dalle voci di critici e curatori d'arte: Gianluca Marziani al Museo del Novecento, Paola Ugolini a Castel dell'Ovo e Claudio Gulli a Palazzo Butera. Tre intense cartoline musicali della nuova bellezza italiana, tre nuovi contenuti gratuiti disponibili a tutti da oggi 21 giugno su Italiana».

Ufficio stampa HF4 www.hf4.it
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it 340.96.900.12
Alessandra Zoia alessandra.zoia@hf4.it 333.76.23.013
Matteo Glendening matteo.glendening@hf4.it


Conversazione su Dante

Fra i grandi nomi di artisti perseguitati in Russia dal comunismo, c’è quello di Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938).
Per leggerne la bio CLIC.

Negli anni Dieci fu uno dei più significativi rappresentanti dell’Acmeismo.
Censurato prima, arrestato poi, condannato al confino, arrestato di nuovo perché Stalin volle il bis visto il successo della precedente cattura, fu mandato in gita in un gulag vicino Vladivostock nel 1938 e in quello stesso anno in quel luogo ameno tolse il disturbo per sempre.
Causa della morte? Una misteriosa malattia che lo colse nonostante gli agi di cui immaginiamo era circondato, le leccornie servite, l’affettuosa cura dei sanitari del luogo.

Oltre ai testi in prosa e in poesia, Mandel’štam ha lasciato un importante patrimonio di scritti critici fra i quali la famosa Conversazione su Dante scritta nel 1933, pubblicata postuma nel 1967. In Italia è recentemente uscita, a cura di Serena Vitale, una nuova edizione stampata dalla casa editrice Adelphi nel cui catalogo già figurano dell’autore russo Quasi leggera morte e Il rumore del tempo.

In “Conversazione su Dante”, esplorazione della poetica e del personaggio di Alighieri, Mandel’štam dichiara di farsene sommessa guida, che i lettori lo immaginassero quale "un dotto giardiniere che accompagni gli ospiti per la sua tenuta e dia loro spiegazioni sostando tra le aiuole, oppure uno zoologo dilettante che accolga vecchi amici nel suo allevamento”.
In realtà di voce sommessa c’è poco, al contrario i giudizi sono netti, talvolta esclamativi, pronunciati da un artista che molto amava il poeta fiorentino: iI canti danteschi sono partiture di una singolare orchestra chimica. L’orecchio di un ascoltatore occasionale vi distingue soprattutto le similitudini, cioè gli impeti, e gli assolo, cioè le arie e gli ariosi: ammissioni di colpa, autoflagellazioni o racconti autobiografici d’un tipo affatto particolare, talvolta lapidari come epitaffi, così brevi da stare sul palmo di una mano, talvolta molto estesi e articolati, di un’intensità drammatica che ricorda l’opera lirica, come ad esempio la celebre cantilena di Francesca.
Altro che voce sommessa!
Né risparmia frustate che fa schioccare sulle interpretazioni, a suo avviso errate, fatte da nomi maiuscoli quali Blok o Spengler.
Scrive Serena Vitale nel luminoso saggio introduttivo al volume: La “Conversazione su Dante” non può essere parafrasata, descritta, riassunta. È un poema critico. Un poema sulla poesia di un grande del Medioevo, di un grande del Novecento – sulla poesia.

Dalla presentazione editoriale.

«Nel 1933 Osip Mandel’štam, poeta in disgrazia, ‘emigrato interno’ in procinto di diventare carne da lager, ‘arde di Dante’, e studia l’italiano servendosi della Divina Commedia. In Crimea durante la primavera scrive “Conversazione su Dante”, ma quando tenta di pubblicarlo incontra una serie di rifiuti. Di certo il saggio non ha nulla a che vedere con il realismo socialista, né corrisponde al canone degli studi danteschi. Affrancando il ‘sommo poeta’ italiano da secoli di retorica scolastica, Mandel’štam ragiona su ciò che presiede alla nascita della sua poesia: in primo luogo, la metamorfosi. Tutto, nella Commedia, è in movimento, e per il vero lettore, ‘esecutore creativo’, leggere Dante significa rifiutarsi di restare incatenati a un presente che a sua volta è saldamente ancorato al passato: “Pronunciando la parola “sole” compiamo un lunghissimo viaggio al quale siamo talmente abituati che ormai viaggiamo dormendo. La poesia ci sveglia di soprassalto a metà parola – parola che ci sembra molto più lunga di quanto credessimo –, e in quel momento ricordiamo che parlare è sempre essere in cammino”. Unico poiché sembra comprendere tutti i linguaggi, quello di Dante evoca il mondo con irripetibile potenza, e la Conversazione di Mandel’štam, tripudio di luminose intuizioni, costrutti arditi e metafore inusitate (biologiche, musicali, meteorologiche, tessili), in una prosa continuamente attraversata da squarci di poesia, scorge e mette in luce i tratti più moderni, addirittura sperimentali, del suo poetare».

Osip Mandel’štam
Conversazione su Dante
A cura di Serena Vitale
Pagine 116, Euro 13.00
Adelphi


Graffiti in Umbria


Su questo sito, come sanno quei generosi che leggono queste pagine web, mi occupo anche, e principalmente, delle arti visive contemporanee, ma sono attratto anche da capolavori di un tempo, specialmente se si tratta di forme lontanissime che hanno dato origine con nuove sembianze a tante cose che ammiriamo oggi. A volte perfino di preparazioni che venivano praticate un tempo- Per intenderci: come non restare incantati a Pisa dal Museo delle sinopie?
Non ricordo chi ha affermato (e sono d’accordo su quanto ha detto) che non esiste un progresso dell’arte ma esiste un progresso delle tecniche. Oggi gigantesco grazie alle tecnologie elettroniche.

Le righe che seguono v’invitano a un viaggio in Umbria per la prima mostra tematica italiana sulle scritture spontanee lungo sentieri segnati dai graffiti medievali e moderni, opera di pellegrini e viandanti.
Graffiti in Umbria può fregiarsi della dizione di ‘prima mostra in Italia’ perché è, dedicata non ad un solo luogo in cui vedere antichi graffiti, ma ad una intera regione alla scoperta dei graffiti apposti in diverse località. Finalità della mostra diffusa è permettere ai visitatori di percorrere prima idealmente nel Museo di Palazzo Trinci a Foligno e poi fisicamente itinerari da Narni a Gubbio, da Perugia a Spoleto passando per tutti i borghi, eremi, chiese ed edicole votive con graffiti.
Curatore della mostra è Pier Paolo Trevisi dottore di ricerca in Scienze del Libro e della Scrittura che QUI illustra i plurali profili di “Graffiti in Umbria”.

Un viaggio in Umbria che può fare felici sia i credenti sia gli atei ai quali appartengo perché la Bellezza supera sia la Fede sia la Ragione.
E come non bastasse quello umbro è un itinerario che farà scoprire a chi ancora non le conoscesse le tante risorse enogastronomiche di questa regione italiana.
Per date e luoghi della mostra: CLIC!

Per i redattori della carta stampata, radio – tv, web:
Responsabile Ufficio Stampa ADD: Michela Federici
www.addcomunicazione.it
press.addcomunicazione@gmail.com
Tel. + 39 328 – 007 96 62


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