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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Da Corso Vercelli a Treblinka

Primo Levi in “Se questo è un uomo”, scrive: L'Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria. Avvenimento di grande rilevanza civile che centra due volte l’obiettivo: perché riflette su com’è possibile diffondere disprezzo e ostilità proprio nell’età dell’infanzia e dell’adolescenza in cui è più facile impadronirsi dei cervelli; perché è proposto in un momento in cui c’è un riacutizzarsi del razzismo e del negazionismo.
Parole di anni fa che sono drammaticamente di attualità oggi perché l’antisemitismo e in generale il razzismo si è riaffacciato sulla scena del mondo contemporaneo. .
La storia, con la S maiuscola la conosciamo (a quanto pare facendone scarso profitto), ma essa è composta di tante microstorie agghiaccianti che ben evidenziano la brutalità di un’epoca vissuta in un passato che non passa.
La casa editrice Giuntina è attenta a quelle microstorie e pubblica memorie che riguardano figure che hanno sofferto e pagato con la vita la loro innocenza e il loro coraggio.
Per esempio, la storia di Enrica Calabresi della quale questo sito si è occupato qui.
O, più recentemente, il caso di Susanna Pardo in Da Corso Vercelli a Treblinka.
L’autrice è Carlotta Morgana.
Giornalista professionista, caposervizio di cronaca e cultura per oltre venticinque anni al Giorno, da anni si occupa, in virtù della sua appartenenza alle associazioni Italia-Israele e amici di bereshit lashalom, di promuovere la cultura della Memoria.
Collabora con numerose scuole medie e superiori nell’organizzazione di incontri tra testimoni della Shoah e studenti. Vive e lavora a Milano
Qui parla di Susanna Pardo in questo video.

Scrive in Prefazione Debbie Josephine Kafka: “Susanna è morta a Treblinka – un conciso comunicato della Croce Rossa lo ha confermato. Assieme a lei sono stati uccisi il marito David, che tanto aveva lottato affinché almeno lei e la piccola figlia Esperance si salvassero rientrando in Italia, dove per tanti anni Susanna aveva vissuto con le sorelle e la famiglia. Oltre a loro un’intera comunità felicemente integratanei Balcani da secoli è stata spazzata via in un brevissimo spazio di tempo. Un totale di settantadue persone appartenenti alla famiglia Pardo ha subìto la deportazione dalla città di Salonicco per concludere il proprio viaggio senza ritorno nel campo di sterminio.
Ora a Treblinka non restano tracce evidenti di questo scempio. Durante l’estate del 1943, dopo un tentativo di fuga di qualche centinaio di prigionieri, i nazisti decisero di smantellare il lager per occultare le prove dello sterminio di circa novecentomila ebrei. Il campo fu raso al suolo, vennero uccisi gli ultimi internati superstiti e furono avviate alcune attività agricole per nascondere appunto le atrocità commesse”.

Dalla presentazione editoriale

«Poco dopo la nascita di Susanna, nel 1916, la famiglia Pardo aveva deciso di lasciare Salonicco e trasferirsi a Milano. Joseph Pardo, il padre, era un commerciante di tessuti che aveva accettato le sfide di una città ricca e dinamica. Qui, nel grande appartamento di corso Vercelli, circondata dall’affetto di parenti e amici, Susanna era cresciuta tra i vivaci stimoli che il capoluogo lombardo, negli anniTrenta, poteva regalare a una giovane ragazza. Susanna era innamorata di Milano, ma era ancor più innamorata di Davide, suo cugino, anche lui imprenditore e proprietario di una fabbrica di tessuti a Monastir, l’attuale Bitolj, in Bulgaria. Lo sposò nel 1940 e lo seguì nei Balcani, pronta a iniziare una nuova vita. Ma tutta la zona era controllata dai tedeschi e nel marzo 1943 la ferocia antiebraica si abbatté implacabile sulla giovane famiglia, che fu infine deportata a Treblinka. Di Susanna, di Davide e della piccola Esperance, la figlia nata nel 1941, si persero le tracce fino a tre anni fa quando, grazie al lavoro degli storici Sara Berger e Marcello Pezzetti, sono venuti alla luce documenti dei ministeri dell’Interno e degli Esteri italiani dove si ha la certezza di quanto accadde. Grazie a questi studi, a interviste e ad accurate ricerche, Carlotta Morgana è riuscita a ricostruire, con precisione e grande sensibilità, il tragico gioco del destino che travolse la vita di una ragazza dolce e radiosa. Il testo è arricchito dalle lettere che Susanna scrisse da Bitolj alla famiglia d’origine».

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Carlotta Morgana
Da Corso Vercelli a Treblinka
Prefazione: Debbie Josephine Kafka
144 pagine * 16.00 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Giuntina



Biennale Donna a Ferrara


Al sociologo Paolo Perulli, su questo sito, nel presentare il suo recente “Anime creative” gli ho proposto un gioco alla maniera di quelli dell’Oulipo: definisca la creatività in 10 parole, tante quante sono le lettere che compongono proprio quella parola.
Questa la sua risposta: conoscenza, relazione, emozione, attesa, transizione, innovazione, visione, immagine, tecnica, arte.
La prima delle parole da lui usate è stata “conoscenza” e mi ha ricordato quanto dice la grande Margherita Hack: “Dobbiamo essere riconoscenti a Eva, è stata lei la prima a voler conoscere, disubbidire all’interdizione dell’albero della conoscenza che le veniva imposta, conoscere l'universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l'insegnamento calato dall'alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”.
Dalla conoscenza si salgono quelle scale tanto ben salite prima da Perulli.
Creatività femminile e creatività maschile. Definizioni, differenze, giudizi che non conoscono risposte unanime.
Segnalo qui una risposta che sottoscrivo. È della pubblicitaria e saggista Anna Maria Testa: cliccate QUI

Queste righe mi sono state suggerite dalla notizia della prossima apertura di Biennale donna storica manifestazione dedicata alla creatività femminile contemporanea promossa da UDI – Unione Donne in Italia, Biennale che compie vent'anni.
Nasce, infatti, nel 1984, dal 1990 è riconosciuta dai Ministeri alla Cultura e Pari Opportunità.
Per celebrare questo speciale traguardo, a Ferrara, Palazzo Bonacossi, apre la mostra Yours in Solidarity Altre storie tra arte e parola a cura di Sofia Gotti e Caterina Iaquinta con opere di sei artiste internazionali: Binta Diaw, Amelia Etlinger, Bracha L. Ettinger, Sara Leghissa, Muna Mussie e Nicoline van Harskamp.
In mostra anche un nucleo di materiali storici dell’UDI - tra documenti d’archivio, pubblicazioni, stendardi e fotografie - che ripercorre le principali tappe della Biennale Donna illustrando la sua evoluzione dal 1984 ad oggi.

Estratto dal comunicato stampa.

«Il progetto Yours in Solidarity – Altre storie tra arte e parola, a cura di Sofia Gotti e Caterina Iaquinta, si propone di mettere in luce alcuni aspetti peculiari della manifestazione ferrarese fin dai suoi esordi e al contempo di rilanciare la sua immagine sul territorio nazionale. L’idea è quella di continuare a far emergere “figure dallo sfondo” e, al contempo, di presentare “un nuovo arsenale di voci” pronte a levarsi per affermare la necessità di ripensarsi dentro un mondo divenuto sempre più complesso e polarizzato. Al corpus dei lavori delle artiste verrà affiancato un prezioso nucleo di materiali storici dell’UDI, tra documenti d’archivio, pubblicazioni, stendardi e fotografie, utili a ripercorrere le principali tappe della Biennale e a ricostruire la sua evoluzione.

Il titolo dell’esposizione, Yours in Solidarity, è tratto dal video dell’artista olandese Nicoline van Harskamp. L’opera si sviluppa a partire da un ricco epistolario, in seguito organizzato dall’artista in un archivio personale, proveniente da una rete internazionale di anarchici che tra gli anni Ottanta e Novanta erano soliti concludere le loro missive con il saluto “Yours in Solidarity”.

L’esposizione è organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI – composto da Lola G. Bonora, Silvia Cirelli, Ada Patrizia Fiorillo, Catalina Golban, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Liviana Zagagnoni – e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo bilingue italiano e inglese con i testi delle curatrici e le immagini delle opere esposte».

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Per i redattori della stampa, radio-tv, web:
Ufficio stampa, Sara Zolla
346 8457982 – press@sarazolla.com

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L’Udi presenta
XX Biennale Donna
Yours in Solidarity
A cura di
Sofia Gotti e Caterina Iaquinta
Palazzo Bonacossi
via Cisterna del Follo 5, Ferrara
Info: 0532.20 62 33 * udi@udiferrara.it
0532.244 949 * diamanti@comune.fe.it
14 aprile - 30 giugno 2024
Aperto anche 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno
Ingresso gratuito


L'autentica vita di Billy the Kid

“Il mito è la formula secondo cui la vita si esprime quando fugge al di fuori dell’inconscio”.
(Thomas Mann)
“La letteratura e il cinema spesso invadono storia e leggenda fondendo quei territori”.
(Tommaso Landolfi)

È realmente esistito Gilgamesh o è solo un monarca leggendario?
E Re Artù, Robin Hood, la Contessa Dracula Bathory, Jesse James?
Alcuni sono veri, altri immaginari, altri ancora personaggi in terra anfibia fra storia e leggenda.
Molti sostengono che oggi più non potrà capitare un fenomeno d’insicura memoria in virtù dei moderni mezzi di registrazione, sicché noi umani più non saremo vittime d’incertezze.
Ma non tutti sono d’accordo.
Ad esempio, l’informatico Jaron Lanier – un pioniere della realtà virtuale – sostiene che in un futuro meno lontano di quanto si creda, potrà accadere che grazie alla potenza generatrice dell’Intelligenza Artificiale saranno creati personaggi dalla particolareggiata biografia, di sembianze e voce assolutamente realistiche, tanto da rendere ben difficile separare realtà da invenzione e sarà possibile credere reale l’immaginario o viceversa.

Ma restiamo all’oggi. Domandate in giro: Billy the Kid è esistito davvero oppure no?
Da scommettere che molti lo daranno per personaggio immaginario.
E invece no. È esistito davvero.
Il suo vero nome è William Harrison Bonney Jr., meglio noto alla storia come Billy the Kid. A causa della sommaria scrittura anagrafica nel Far West alla fine dell’800, di Billy the Kid si sa che nacque il 23 novembre a New York ma è difficile decifrare l'anno. Sui documenti è solo certa la data della sua morte per mano dello sceriffo Pat Garrett. Morì il 14 luglio del 1881 presso Fort Summer nel New Messico, e sapendo che Billy aveva all'incirca 21 anni, l'anno di nascita potrebbe essere stabilito nel 1859 o il 1860.
Perché c’è in tanta incertezza nell’attribuire o meno realtà storica al personaggio?
Perché è accaduto quanto dice Landolfi nelle sue parole che ho riportato in apertura.
Letteratura e cinema si sono impossessati del bandito Billy e fra tanti ritratti di lui, emerge soprattutto il famoso film “Pat Garrett e Billy Kid” (1973) del regista Sam Peckinpah, con Kris Kristofferson nella parte del Kid, James Coburn in quella di Garrett.

La casa editrice Lorenzo de' Medici ha il merito di un’importante pubblicazione: L’autentica vita di Billy the Kid.
L’autore è proprio Pat Garrett.
Nato nel 1850 è stato uno dei più popolari sceriffi nell’epoca del Far West. Inizialmente cacciatore di bufali e poi barista, divenne sceriffo di Lincoln County nel New Mexico. Ebbe anche la nomina a Deputy US Marshal (agente federale aggiunto), che gli permetteva di inseguire i ricercati oltre i confini di un singolo Stato. Gli venne quindi affidato il compito di arrestare, o comunque eliminare Billy the Kid mettendo fine alle sue imprese criminali e all’attività della sua banda. Nel dicembre del 1901 il Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt lo nominò uno dei tre ‘pistoleri della Casa Bianca’.
Dopo alterne vicende, venne ucciso in un agguato, sebbene non si sia mai saputo con certezza da chi. Alcuni hanno dato credito a una voce la quale racconta che fu ucciso durante una imboscata, per motivi non chiari, dal pistolero Jesse Wayne, il 28 febbraio 1908. Più certa la notizia che sia stato seppellito nel cimitero massonico di Las Cruces.

Il libro si avvale della traduzione e cura di Aldo Setaioli che in una bella introduzione scrive:
«Occorre precisare che Garrett era lui stesso tutt’altro che un santo. Cacciatore di bufali
in Texas nel 1876, vi aveva ucciso un uomo, che dopo una zuffa a mani nude tentava di ucciderlo con un’ascia (…) Garrett e il Kid certamente si conoscevano, e del resto il primo dichiara apertamente di averlo non solo conosciuto, ma anche frequentato (…) I motivi che indussero Garrett a pubblicare questa vita di Billy the Kid, indicandola fin dal titolo come “autentica”, sono da ricercarsi in parte nel desiderio di sfatare l’aura di leggenda e di sensazionalismo che circondò la figura del fuorilegge, ma anche le accuse moralistiche dei predicatori religiosi, riconoscendo gli aspetti positivi della personalità del Kid. In parte anche maggiore, tuttavia, il motivo di Garrett va ricercato nella volontà di difendersi dalle accuse che gli furono rivolte di averlo ucciso a tradimento. Infine, non nega di sperare anche d’integrare in questo modo la ricompensa che aveva ricevuto per l’uccisione del bandito. Cosciente di non possedere capacità letterarie, come dichiara lui stesso all’inizio del libro, chiese l’aiuto di un amico che lo aiutasse nella redazione dell’opera, nella funzione di quello che oggi si chiamerebbe un ghost-writer: Marshall Ashmun (Ash) Upson, giornalista (…) Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1882, porta però solo il nome di Garrett come autore, anche se i due si divisero i profitti e restarono sempre amici».

Dalla presentazione editoriale.

«Per la prima volta in traduzione italiana la biografia del più famoso bandito del Far West scritta dallo sceriffo Pat Garrett che, dopo
avergli dato la caccia, lo uccise nel 1881.
Probabilmente il libro più interessante, tra i tanti che sono stati dedicati al Kid, perché fu scritto quasi a ridosso dei fatti e rimane anche il primo a proporsi di offrire una versione autentica della vita e delle imprese del famoso fuorilegge che, dal momento della morte fino ad oggi è stato spesso rappresentato avvolto in un’aura quasi di leggenda, senza tener conto dell’effettiva realtà dei fatti».

Nel 2021 si è appreso che l'arma che ha ucciso Billy the Kid, è stata venduta per oltre 6 milioni di dollari all'asta a Los Angeles, più del doppio della stima pre-vendita. Si tratta proprio del revolver Colt che Pat Garrett usò contro Billy the Kid nel 1881 ed è stato acquistato per telefono da una persona che ha voluto rimanere anonima.

Ancora una cosa.
Della storia di cui fin qui abbiamo detto volete sapere che cosa ne pensa Bob Dylan?
Se sì: CLIC!

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Pat Garrett
L’autentica vita di Billy the Kid
Traduzione di Aldo Setaioli
176 pagine * 15.00 euro
Lorenzo de’ Medici Press


Salve di Christian Holstad


Con quali e quanti materiali si può fare arte?
Oltre ai colori, il bronzo, il marmo, la cera, esistono tante altre possibilità.
Alcune alquanto singolari. Valentina Papaccioli ricorda, ad esempio, Vincent Richel e Heather Jansch che utilizzano i legni spiaggiati, l’artista brasiliana Nele Azevedo posiziona migliaia di statuine di ghiaccio sotto il sole per allarmare sui cambiamenti climatici, Nele Azevedo lavora con tappi delle penne Bic. Ma il più strano materiale lo notai molti anni fa in Federico Paris il cui lavoro aveva una caratteristica materica, assai rara: la figura che creava era fatta con le ceneri di un personaggio cremato; stava ricercando persone che volessero affidargli le ceneri dei loro cari. Chissà se le ha trovate, io non ne ho notizie. Se per caso legge queste righe, m’informi.
Esistono però altri materiali meno bizzarri, anzi recepiti a pieno titolo nei palinsesti delle arti visive come la cartapesta.
Questo sito ne ricorda alquanti.
A proposito, si è appena concluso il Salon du Dessin 2024, una delle fiere più importanti del mondo dedicata all’arte su carta. Una 32esima edizione (20-25 marzo 2024) che ha visto 15mila visitatori.

In Italia una figura di primo piano è quella di Luigi Varoli non solo artista ma uomo di riconosciute virtù civili come si apprende dalla sua biografia.
Nato a Cotignola lì c’è oggi il Museo Civico Varoli dove è in corso la mostra Salve dell’artista statunitense Christian Holstad (Anaheim, California, 1972).
L’esposizione è nata all’interno di un più ampio progetto di indagine e valorizzazione della cartapesta nell’arte contemporanea sviluppato dal curatore Gioele Melandri.
In un’intervista rilasciata tempo fa così disse: “Penso che la video-arte, quella legata alle intelligenze artificiali o al rapporto con la robotica e con la musica digitale siano potenzialmente fascinose, ma ci sono artisti che sentono la necessità di rapportarsi con la materia in una maniera diretta. L’utilizzo della terra, della cartapesta, del colore, della materia e della gravitas non possono passare in secondo piano. C’è quindi il ritorno di un’idea di homo faber, di artista demiurgo che crea dalla sostanza e dalla materia informe”.

Estratto dal comunicato stampa

«All’interno del museo dedicato all’artista della cartapesta Luigi Varoli, la mostra “Salve” si focalizza sulla spiccata sensibilità di Christian Holstad per diverse tematiche che riguardano l’utilizzo di questa tecnica nella sua dimensione profonda e che sfociano naturalmente nella pratica dell’artista, come ad esempio il rifiuto, lo scarto e la trasformazione di questi ultimi in una possibile risorsa, mettendo così in risalto molte delle contraddizioni interne che caratterizzano lo sviluppo dell’attuale società dei consumi.
In mostra, la cartapesta è intesa dunque come un “innesco”, una suggestione che orienta la nascita e lo sviluppo di un evento espositivo.
Lesposizione occuperà anche gli spazi della Chiesa del Pio Suffragio, a pochi metri dal Museo Varoli, dove saranno installati alcuni lavori scultorei di Holstad.
Promossa dal Comune di Cotignola con un contributo di Gruppo Hera, “Salve” è la prima personale di Christian Holstad localizzata in Romagna, terra in cui l’artista trascorre la maggior parte del suo tempo da ormai diversi anni.
Accompagna la mostra un catalogo e un programma di visite guidate e laboratori didattici ispirati al lavoro di Holstad».

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Ufficio Stampa: Irene Guzman | mail: irenegzm@gmail.com | Tel. +39 349 1250956
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Christian Holstad
Salve
A cura di Gioele Melandri
Museo Civico Luigi Varoli
Corso Sforza 21
Cotignola (Ravenna)
Info: 0545 908810 – 320 4364316
museovaroli@comune.cotignola.ra.it
Fino al 30 giugno 2024


Sfidare lo Spazio

"Spazio: ultima frontiera"
È con queste parole del capitano Kirk, entrate nella leggenda, che nel 1966 inizia la grande epopea di Star Trek, destinata a influenzare tutta la fantascienza successiva e diventata una locuzione popolare.
A quasi cinquant’anni dal 1966, quella frase è ancora d’attualità e, forse, più di allora da quando tre anni dopo nel luglio 1969 Neil Armstrong ed Edwin “Buzz” Aldrin lasciarono le prime impronte umane sull’unico satellite naturale della Terra: la Luna.
Le grandi potenze oltre a massacrarsi da anni, per procura, competentemente sul suolo terrestre, studiano con impegno come farlo anche in quella piccolissima porzione di Spazio al momento raggiungibile dalle tecnologie odierne.
Solo guai dalla ricerca spaziale? No, non è così. Se ne ricavano anche vantaggi.
Percezione, visione e movimenti negli esperimenti in microgravità offrono informazioni preziose non solo per i prossimi viaggi interplanetari, ma anche per realizzare protesi più performanti. Inoltre, solo per restare nel campo della medicina, se ne vantaggiano i chirurghi in sala operatoria imparando a gestire le emergenze, le situazioni complesse ad alto rischio proprio con tecniche usate nelle stazioni spaziali; perché lo stress vissuto nello Spazio può diventare un punto di forza per esperienze terrestri”.

La curiosità per ciò che lo Spazio contiene vede in primo piano l’eterne domande: “Siamo soli nell’universo?” e “Siamo stati visitati da extra terrestri?”
Domande destinate a non trovare risposte chissà per quanto tempo e, forse, per sempre.
Quando si parla dello Spazio, la prima cosa che sfugge alla maggior parte di noi è la quantità delle distanze che intercorrono fra il nostro pianeta e altri mondi.
Le sonde Voyager della NASA, lanciate nel 1977, sono gli emissari più distanti del genere umano. Il Voyager 1 si trova, al momento, a circa 159 unità astronomiche (AU) da noi, ovvero a 159 volte la distanza media della Terra dal Sole, che è pari a circa 149,6 milioni di chilometri. Voyager 1 ha impiegato più di quarantaquattro anni per arrivare fin là.
La stella a noi più vicina (ma forse meglio dire: meno lontana), Proxima Centauri, si trova a circa 4,2 anni luce da noi. Vuol dire che la luce, che viaggia a 300.000 Km/s, impiega più di quattro anni per percorrere tale distanza. Se le Voyager stessero viaggiando nella giusta direzione, impiegherebbero circa 70.000 anni per raggiungere Proxima Centauri.
E i mitici Alieni?
La grande Margherita Hack nel suo ultimo libro, “C’è qualcuno là fuori?”, scritto poco prima della sua morte nel 2013, afferma: «Credo del tutto probabile che ci sia vita in altri mondi, ma credo anche che non avremo mai modo di incontrare un extraterrestre. Le distanze non ce lo permettono. In conclusione, penso che siamo destinati alla solitudine. Ma questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare a cercare. Circa gli Ufo… gli alieni venuti sulla Terra migliaia di anni fa… tutto senza una prova: l’irrazionalità danneggia la scienza e il cervello».

Libri pubblicati sul tema Spazio ce ne sono tanti. Ma preferisco quelli scritti da gente di scienza invece di quelli, pur piccanti per fantasia e fascino dell’ignoto che sconfinano in ipotesi tanto vertiginose quanto improbabili.
Ecco un libro assai serio e di scorrevole lettura pubblicato dalla casa editrice Mursia: Sfidare lo Spazio Un astronauta racconta l’esplorazione del cosmo
Chi è quell’astronauta? Uno che nello Spazio c’è stato davvero.
È Umberto Guidoni.
Nato nel 1954 a Roma dove si è laureato con lode in Fisica.
Ha compiuto il suo primo volo in orbita nel 1996 ed è stato il primo europeo a salire a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nel 2001.
In veste di divulgatore, ha condotto rubriche sullo Spazio alla radio e in tv, oltre a pubblicare libri per ragazzi, saggi e articoli.
Per i suoi contributi, ha ricevuto la nomina di Grande Ufficiale e la medaglia della NASA per Exceptional Service. Gli è stato dedicato l’asteroide nominato 10605-Guidoni.
Con Mursia ha pubblicato insieme con Donato Altomare il romanzo Wormhole (2022).
Nelle pagine di “Sfidare lo spazio” si trovano molte risposte a molte domande.

Umberto Guidoni: «Entro la fine di questo secolo, i nostri nipoti lavoreranno sulla Luna, vivranno in avamposti permanenti su Marte e utilizzeranno materie prime provenienti dagli asteroidi: in una parola, l’umanità diventerà una vera specie interplanetaria. (…) Sono convinto che l’umanità raggiungerà le stelle e guarderà al nostro pianeta con occhi nuovi, proprio come ha affermato lo scrittore francese Marcel Proust: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi (…) I nostri discendenti, nati su altri mondi, considereranno la Terra come la culla della specie umana, un luogo da amare e rispettare e, forse, sentiranno il bisogno di tornare a visitare quel piccolo pianeta azzurro, là dove tutto è cominciato»

Quali ispirazioni ha determinato lo Spazio nelle arti?
Escludendo il cinema e la letteratura di fantascienza, ma non dimenticando “Cancro Regina” di Tommaso Landolfi il più rimarchevole romanzo di fantascienza italiana, passiamo oltre.
Una velocissima – assolutamente non esaustiva – panoramica.
Poesia? Ecco a voi nomi che vanno da Montale a Onofri, da Solmi a Rodari.

Musica: quando nel 1968 uscì il film di Stanley Kubrick Odissea nello Spazio, David Bowie ne fu profondamente impressionato e compose “Space Oddity” il suo primo successo pubblicato l’11 luglio del 1969; qui il video.
.
Nella musica classica, la Luna è protagonista fra compositori di ieri e di oggi.

Nelle arti visive cito il solo esempio di Andy Warhol ma ne esistono tantissimi altri d’esempi e poi performance e installazioni, forse è il campo artistico dove è più presente lo Spazio.

Pochi esempi, invece, nel teatro. Il più recente che gira in Italia in queste settimane è Come giunsero i terrestri su Marte.
Ricordo, però, “Crollo nervoso”, un lontano spettacolo che era splendidamente ricco di atmosfere spaziali e azioni ipnotiche di enigmatiche viaggiatrici che si chiedevano se fosse possibile fare del surf su Marte, in scena i Magazzini Criminali.

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Umberto Guidoni
Sfidare lo Spazio
Pagine 208 * 17.00 euro
Mursia


Nella testa di un gatto (1)


Quest’anno, a Modena, al Festival di Filosofia è intervenuta Eva Meijer che ha detto: «Per molto tempo gli esseri umani hanno studiato il linguaggio animale come se gli animali non umani fossero capaci di parlare il linguaggio umano, ma questo non ha senso perché non è questo il linguaggio specifico della loro specie. Studiare quindi il linguaggio animale cercando di far loro imparare il linguaggio umano non ci porta molto lontano, ma ci fa considerare l’intelligenza animale in termini umani, portandoci a considerarli inferiori a noi. Ci sono mosche, per esempio, che comunicano attraverso gli odori, o altri attraverso l’uso dei colori. Quindi non possiamo studiare il linguaggio animale attraverso le regole della grammatica o del linguaggio umano, quello umano è solo uno dei tanti».

Ho scelto quest’apertura perché è uno dei maggiori problemi della comunicazione fra noi umani e gli altri animali non umani. E anche perché il libro che presento oggi tratta quest’argomento avendo per oggetto l’animale domestico più presente nelle nostre case: il gatto.
Secondo un censimento realizzato da Fediaf, ossia la Federazione europea dei produttori di cibo per gli animali, in Italia i gatti domestici, al dicembre ’23 sono 10.228.000. Questo il numero. Senza contare quelli che vivono per le strade.
Io stesso sono un amante di questa “tigre da salotto” come la chiama il poeta Pablo Neruda, ho un gatto che si chiama Spock come il Vulcaniano di Star Trek.

Amo questi piccoli felini, perciò ho letto parecchi libri che li riguardano, però mai fino ad oggi mi era capitato di leggerne uno qual è Nella testa di un gatto pubblicato dalla casa editriceCarocci.
L’autrice è Jessica Serra.
Etologa specializzata nella cognizione degli animali, conduce sia attività di ricerca sia di divulgazione. Ha studiato in particolare il comportamento dei mammiferi, mettendo a punto particolari tecnologie di tracking che seguono lo spostamento degli animali domestici fuori dal domicilio. Consulente scientifica di molti documentari, per la televisione francese ha condotto la trasmissione “La Vie secrète des chats”.

Tutto il mondo felino è osservato e interpretato dall’autrice: fisicità e psiche, affettività e sessualità, abilità e furbizie, rapporti con l’ambiente e con gli umani.

Dalla presentazione editoriale.

«Come sarebbe guardare il mondo attraverso gli occhi di un gatto? Il legame tra l’uomo e questo animale è così speciale e di lunga durata che ci sembra di conoscerlo bene. In effetti, spesso i tratti che gli assegniamo sono umani e spieghiamo i suoi comportamenti sulla base dei nostri. E se invece non interpretassimo correttamente il modo in cui percepisce la realtà? In un racconto avvincente, Jessica Serra conduce un’esplorazione nella mente dei gatti, attingendo agli ultimi progressi dell’etologia e a innovativi test comportamentali per svelare il loro sorprendente mondo cognitivo: la percezione del tempo, il labirinto delle emozioni, l’istinto al servizio dell’intelligenza, persino la sensibilità alla musica (soprattutto rock!), le grandi doti terapeutiche e antidepressive e la fenomenale capacità di orientamento. Il risultato è un ritratto vivido della loro vita interiore che dischiude tutta la bellezza e genialità del mondo felino e ci fa comprendere gli enormi benefici della loro presenza nella nostra vita».

Di solito non trascrivo l’Indice dei libri che recensisco, ma stavolta ho deciso di fare un’eccezione. Perché sono tante e particolareggiate le informazioni che contiene “Nella testa di un gatto” che per quanto se ne possa dire bene di quelle pagine solo mostrando l’estensione scientifica dei capitoli si può compiutamente apprezzare il valore del volume.

Segue l’Indice del libro, versi di Neruda e musica felina di Alessandro Scarlatti.


Nella testa di un gatto (2)

Questo è l’Indice di “Nella testa di un gatto” di cui è autrice Jessica Serra .

Prima propongo versi di Pablo Neruda: Ode al gatto

In fondo, Alessandro Scarlatti: “La fuga di un gatto”

In foto: il mio gatto Spock.

1. Come si è formata la testa del gatto? 15
Il suo cervello 16
Le sue origini e la conquista dell’Uomo 19

2. Una percezione del mondo tipicamente sua 37
Una comunicazione olfattiva che ci sfugge 37
Un secondo organo olfattivo e un linguaggio codificato! 41
Quando l’odore diventa ricordo 44
Molecole odoranti irresistibili… 45
Selezionare più che gustare 45
Un’acuta visione del mondo, ma in toni pastello 47
Il gatto vede un mondo a noi invisibile 49
La sua capacità di organizzare il mondo 50
Un corpo ipersensibile 51
Una sinfonia di ultrasuoni 54
I sensi di un predatore 55
La personalità del gatto 56

3. Un essere pensante 67
L’intelligenza del gatto 68
Capisce le nostre intenzioni 73
Un senso di equità 74
Sono più intelligenti dei cani? 75
Un cervello artificiale di gatto 77
Come apprende il gatto? 78
Prima di nascere… 82
L’apprendimento con l’osservazione 83
Perché un cane sembra apprendere più rapidamente
di un gatto? 85
L’influenza dell’ambiente 86
Innato vs acquisito 87
Un essere immorale? 89
La coscienza di sé e il test dello specchio 90
Esiste la consapevolezza della morte? 92
La sua percezione del tempo 94
Il suo cronometro biologico 96
Anche lui ha bisogno di sognare 98
Preferisce il rock! 99

4. Un essere emotivo 103
La paura come forma di protezione 106
In nostra assenza può essere ansioso 106
La ricerca del piacere 107
Può soffrire in silenzio 109
Gli succede di deprimersi 110
Prova disgusto 111
Empatico o egoista? 112
È possibile che si affezioni ad altri? 115
La gelosia non è un brutto difetto 119
Un ipocrita? 120
Ci vuole bene davvero? 121
Un falso calmo? 122
Vive le emozioni come le viviamo noi? 124
Ha un’anima? 126
Il gatto ha nostalgia? 127

5. L’incredibile rapporto fra l’Uomo e il gatto 129
Il suo musetto ci fa impazzire 130
La nostra empatia dipende dalla nostra esperienza di vita
con loro 132
Un gattino nel corpo di un felino 134
Solitario? Non del tutto… 137
Parla una lingua speciale per gli umani 138
Fa finta di non sentirci? 140
Né Dio né gatto: ci classifica in una categoria a parte 142
Nessun machiavellismo 144
Il suo padrone: un modello per lui 145
È membro della nostra famiglia 146
Un rivelatore di personalità 147

6. Gli straordinari poteri del gatto 151
Un potente antidepressivo 152
Un catalizzatore sociale 155
Un terapeuta 155
Uno stimolatore delle prestazioni cognitive 158
Un’“arte di vivere” che ci dà le ali 159
Un navigatore impareggiabile 160
10 nella testa di un gatto
Uno stuntman di altissimo livello 164
Poteri soprannaturali? 166
Una doppia vita 171
Note 175
Ringraziamenti 193
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E dopo l’Indice finale in musica:
Domenico Scarlatti, Sonata in G minor K30 (L499): La fuga del gatto (durata: 2’30”)

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Jessica Serra
Nella testa di un gatto
196 pagine * 19.00 euro
Carocci


Quel vecchio rasoio ancora buono

Che il titolo di questa nota non vi dissuada dalla lettura.
Non si tratta dell’elogio di vecchi strumenti domestici per radersi, qui si parla di roba antica sì, ma roba di lussuosa filosofia.
Quel rasoio è il rasoio di Occam.
Il Dizionario di Filosofia così sinteticamente lo descrive: “È conosciuto come principio di economia, o principio di parsimonia, è un principio metodologico che indica di scegliere la soluzione più semplice tra più soluzioni egualmente valide di un problema. Venne formulato nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano Guglielmo di Occam ed è ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno”.
Quel vecchio rasoio è stato usato come strumento d’indagine da Stefano Ciliberti in un libro pubblicato dalla casa editrice Dedalo intitolato proprio Quel vecchio rasoio ancora buono Storia dal Medioevo per capire il presente

Ciliberti è dottore di ricerca in fisica, ha collaborato con il premio Nobel Giorgio Parisi, ma in seguito ha intrapreso una carriera in finanza quantitativa. Dopo 15 anni, molti viaggi e circa 30 pubblicazioni scientifiche, si è laureato in storia medievale.

Usando quel vecchio rasoio, ha scritto dodici brevi storie-saggo che con un approccio vivace e diretto, mettono di volta in volta l’accento su un diverso aspetto della società medievale, e non mancheranno le sorprese.
In una eterogenea folla di personaggi scorgiamo le radici del mondo contemporaneo.

Il Medio Evo è epoca calunniata?
Ma, tanto per cominciare, qual è il periodo che sia lecito definirlo Medio Evo?
Perché non tutti gli storici concordano sulle date. Ciò è dovuto al fatto che in un periodo così lungo non c’è stata solo un’epoca. C’è un abisso fra il tempo dei Longobardi, un tempo di distruzioni e di violenze e il ‘300 con la nascita di tanti geni in una società colta e raffinata. Le date prescelte per l’inizio e la fine sono state per lungo tempo, e per convenzione, il 476, identificato con l’anno della presunta caduta dell’Impero romano, e il 1492, scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo. Il progredire delle ricerche ha arricchito le prospettive di identificare punti di snodo da un’età all’altra e sono state avanzate proposte di datazione diverse, in base a fattori economici, sociali, demografici, culturali, politici.
Perché si tratta di secoli da molti descritti come secoli bui?
Umberto Eco presentando nel 2014 la serie “Il Medioevo” pubblicata dall’Espresso, affermava: “È opportuno precisare che il Medioevo non è quello che molti affrettati manuali scolastici hanno fatto credere, che cinema e tv hanno presentato (…) È utile chiederci che cosa il Medioevo ci ha lasciato che sia attuale perfino oggi e che cosa esso è stato qualcosa di radicalmente diverso dai tempi in cui viviamo”.
In un’intervista con la grande medievista Chiara Frugoni le chiesi che cosa pensasse di quelli che definivano il Medio Evo epoca oscura. Rispose: “Medioevo uguale secoli bui è un’invenzione di Montanelli che da un punto di vista giornalistico è una definizione perfetta. Ma non ha alcun senso. Come si possono giudicare bui i secoli con Dante, Boccaccio, Petrarca, Cimabue, Giotto? E il secolo appena passato con due guerre mondiali, la bomba atomica e il massacro degli ebrei è stato un secolo luminoso?”.

Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica 2021 sul libro di Ciliberti ha scritto: «Guardare la storia da vicino ci sorprende sempre e ci aiuta a comprendere il presente».

Luciano Canfora: «Un significativo contravveleno rispetto alla visione prescientifica del Medioevo».

Dalla presentazione editoriale.

«Perché non riusciamo a scrollarci di dosso l’immagine di un Medioevo buio e violento? Come cogliere le sfumature di un periodo plurisecolare che ha avuto il merito di porre le basi della moderna società occidentale? In questi brevi saggi Ciliberti esamina i singoli aspetti di un mondo complesso e le sue evoluzioni, non senza sorprese.
Si scoprirà, tra l’altro, che cosa hanno in comune il granduca di Toscana nel Seicento e lo sceicco di Dubai ai nostri tempi; come vivevano nel XII secolo i cavalieri, quando, come e perché abbiamo cominciato a leggere in silenzio; come mai le crisi finanziarie di oggi sono incredibilmente simili a quelle del Trecento; che cosa lega il filosofo del Trecento Occam, il premio Nobel per la Fisica Enrico Fermi e l’intelligenza artificiale».

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Stefano Ciliberti
Quel vecchio rasoio ancora buono
192 pagine * 17.00 euro
Dedalo


A cavallo di un manico di scopa


La casa editrice Mimesis ha pubblicato una storica raccolta di saggi di Ernst Gombrich: A cavallo di un manico di scopa Le radici della forma artistica
Ernst Gombrich (Vienna, 1909 - Londra, 2001) è stato uno dei più influenti storici dell’arte di tutti i tempi.
Austriaco, a causa del nazismo si rifugiò a Londra, dove diresse il Warburg Institute dal 1951 al 1976 insegnando, contemporaneamente, Storia dell’arte a Oxford. Tra le sue opere principali tradotte in italiano: La Storia dell’Arte; Freud e la psicologia dell’arte; Arte percezione e realtà (con J. Hochberg e M. Black); Arte e illusione; Ombre; La preferenza per il primitivo. Episodi dalla storia del gusto e dell’arte occidentale.
Per una più estesa biografia: CLIC.

"A cavallo di un manico di scopa" raccoglie alcuni dei saggi più noti e apprezzati di Gombrich. Attraverso un percorso teorico che parte dall'analisi delle radici della forma artistica e dallo studio dei meccanismi della percezione visiva per poi toccare argomenti come la natura morta, le immagini satiriche e la storia sociale dell'arte, Gombrich fa un viaggio nella comprensione di problemi chiave della storia dell'arte del suo tempo, in particolare il tema dell'espressione e quello dell'astrazione.

Dalle pagine di “A cavallo di un manico di scopa: “Quella strana zona che chiamiamo «arte» è come una sala tutta specchi, o una galleria acustica in cui sono percettibili da lontano i minimi sussurri. Ogni forma evoca mille ricordi e immagini secondarie. Non appena un’immagine è assegnata all’arte, viene a crearsi un nuovo nesso di rapporti al quale l’immagine non può sfuggire. Essa diventa parte di un ordine stabilito, tale e quale come il cavallo balocco. Se un Picasso lasciasse la ceramica per dedicarsi ai cavallucci a manico di scopa (cosa non inconcepibile), ed esponesse a una mostra i risultati di questo suo ghiribizzo, potremmo leggerli come dimostrazioni, come simboli satirici, come dichiarazione di fede nelle cose umili, o come autoironia – ma una cosa sarebbe negata perfino al più grande degli artisti contemporanei: nemmeno un Picasso sarebbe capace di fare un cavallo a manico di scopa che avesse per noi il significato che ebbe il primissimo cavalluccio di tal fatta per colui che nell’innocenza lo creò.
Quella via è sbarrata dall’angelo con la spada di fuoco”.

Ecco un illuminante ritratto del pensiero di Gombrich scritto dal semiologo Paolo Fabbri. “Il confronto con la psicologia della percezione – da Arnheim fino a Gibson – ha condotto Gombrich a una felice convergenza tra iconologia e semiotica. Lo dimostrano le ricerche svolte a partire da Arte e illusione (1959) e oggi documentate nei Gombrich Papers, a cura di Richard Woodfield.
Per Gombrich era centrale la tradizionale abilità con cui gli artisti creano, mediante espedienti visivi, un universo di illusioni significanti. L’arte è costruzione di linguaggio che comporta percetti, affetti e concetti.
Oltre all’approccio psicanalitico (Kris), sono questi i presupposti teorici che hanno orientato l’opera di Gombrich: I) verso una metodologia semiotica descrittiva delle immagini, lontana da interpretazioni formalistiche e impressioniste e II) a valorizzare il rapporto tra le forme dell’immagine artistica e l’esperienza dell’osservatore”.

Dalla presentazione editoriale

«Un semplice giocattolo, una testa di cavallo infilata su un bastone o un manico di scopa, fa da filo conduttore a questa raccolta di saggi sull’arte di Ernst H. Gombrich. Anche se il cavalluccio è protagonista di uno solo di questi studi, esso diventa sintomatico di un modo di elaborare la teoria dell’arte che lega l’osservazione iniziale su un singolo oggetto a una lunga serie di meditazioni sempre più ampie, e al tempo stesso sempre più specifiche, sulla teoria dell’arte. Collocando al centro delle meditazioni singoli oggetti/pretesti, Gombrich tesse una fitta rete di analogie e relazioni tra discipline diverse mostrando, oltre alle consuetudini della produzione artistica e alle specificità della teoria dell’arte, l’importanza di un approccio ampio e multidisciplinare».

Concludo questo pezzo con una riflessione di Gombrich di grande attualità che estraggo dal suo “Ciò che ho visto e imparato nella mia vita” (Capitolo 40).

«Conosco un vecchio e saggio monaco buddhista che una volta in un discorso ai suoi connazionali disse che gli sarebbe piaciuto sapere perché sono tutti d'accordo che quando qualcuno dice di sé “io sono il più intelligente, il più forte, il più coraggioso e più talentoso uomo al mondo” si rende ridicolo e imbarazzante, ma se al posto di “io” dice “noi”, e sostiene che “noi” siamo i più intelligenti, i più forti, i più coraggiosi e più talentosi al mondo nella sua patria lo applaudono entusiasti e lo definiscono un patriota. Mentre tutto ciò non ha nulla a che vedere con il patriottismo. Si può infatti essere attaccati al proprio paese senza per questo dover sostenere che al di fuori di esso vive solo gentaglia inferiore. E invece più persone caddero in questa insensatezza, più la pace fu in pericolo».

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Ernst Gombrich
A cavallo di un manico di scopa
Traduzione di Camilla Roatta
354 pagine * 26.00 euro
Mimesis


Patologie (1)

Nel 2006 lessi un libro bellissimo pubblicato da Nottetempo, poi lo stesso testo fu ripubblicato da Quodlibet nel 2022: Una quasi eternità.
Ora la stessa casa editrice Quodlibet ha mandato nelle librerie un nuovo volume intitolato Patologie di quella stessa autrice: Antonella Moscati.
Nata a Napoli e vive a Ostuni. Ha scritto su Kant, Schelling, Freud, Benjamin, Arendt, Nancy e tradotto dal tedesco e dal francese testi di filosofia contemporanea.
Fra i suoi libri: Deliri (nottetempo, 2009), Una casa (nottetempo, 2015), Pathologies (Arléa, 2020). Per Quodlibet ha pubblicato “Il canale di Otranto” (2007), “Ellen West. Una vita indegna di essere vissuta” (2022), “Una quasi eternità” (2022) e quest’anno “Patologie”.

Dalla presentazione editoriale

«Crescere tra discorsi medici, nomi e sintomi di malattie improbabili e desuete o ancora quasi sconosciute, con il costante timore della loro potenziale incurabilità tranne che in un caso: la bella angina dalle placche bianche curata con gli ancora giovani antibiotici. Nasce così il racconto autobiografico e umoristico della più giovane delle quattro figlie di una famiglia napoletana su cui aleggia la figura di un lontano prozio medico e santo. Sotto lo sguardo di un padre ipocondriaco, che ha compiuto i suoi studi di medicina fra le due guerre, e di una madre vitale, ottimista e molto ansiosa, le esperienze e le nozioni mediche e terapeutiche, le diagnosi improvvisate e le disquisizioni sui vaccini diventano parte essenziale del vissuto infantile e del lessico famigliare, tessendo una fitta rete alla quale è impossibile sfuggire, e che una scrittura eccessiva e dissacrante riesce a cogliere in tutta la sua teatrale comicità».

“Patologie” si compone di due parti a specchio. Entrambe hanno in comune la voce narrante che è l’autrice protagonista di se stessa e la memoria.
La prima parte è recupero della memoria di un’infanzia e un’adolescenza narrate con accenti comici che in alcuni momenti sfiorano lo slapstick.
La seconda parte è racconto della perdita della memoria subita a causa di un episodio di Agt (Amnesia Globale Tansitoria) narrata con lo spessore e l’andatura di un saggio filosofico.

Incipit della prima parte: «Da noi, cioè nella nostra famiglia, qualunque malattia era mortale. Non perché avessimo una tara genetica, che so un’emofilia congenita, un’anemia mediterranea o un disturbo del sistema immunitario, che ci avrebbe messo a rischio nel caso di qualunque malattia. Ma perché, secondo noi, che una tara in verità ce l’avevamo, ma nel sistema nervoso e nei pensieri piuttosto che nel corpo, qualunque malattia poteva nascondere una malattia mortale».
Explicit della prima parte: Insomma reinventarci finalmente liberi da noi stessi per dirigerci chi verso dio, chi verso il piacere, chi verso i ricordi e le immagini, chi verso le stelle e i firmamenti.

Incipit della seconda parte: Agt è l’acronimo di Amnesia globale transitoria, dove globale sta per retrograda e anterograda, oblio cioè di quanto è accaduto prima e di tutto quanto accade o sta accadendo durante l’episodio di amnesia.
Explicit della seconda parte: Probabilmente arriverà un momento in cui, avendo dimenticato il niente di quella mattina, mi sembrerà di ricordarla perfettamente.

Un libro splendido. Leggetelo e mi ringrazierete.

Segue un incontro con Antonella Moscati.


Patologie (2)

A Antonella Moscati (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cos’è per te la memoria?

Per prima cosa distinguerei fra la memoria e il ricordo/i ricordi. La memoria è la capacità di ricordare, di fissare l’esperienza vissuta, le sensazioni, i pensieri. E dopo averla persa, anche se solo per qualche ora, mi appare non solo come ciò che maggiormente caratterizza quegli animali umani che siamo, ma soprattutto come ciò da cui nasce ogni forma di soggettività. Senza la memoria nessun io sarebbe possibile, nessuna percezione di sé, nessuna coscienza, nessuna autocoscienza. E in fondo non sarebbero possibili neanche le percezioni, se è vero che per noi umani la percezione è inseparabile dalla memoria che ne abbiamo, nel momento stesso in cui la percepiamo. Come se ogni percezione fosse accompagnata da un alone di ricordo che l’avvolge e fa tutt’uno con essa. Ovviamente anche gli altri animali hanno una memoria, ma diversa e meno sviluppata: meno sviluppata non quanto a intensità, ma perché, mancando del linguaggio, la memoria non può fissare e rievocare il vissuto anche quando quel vissuto non è più presente. Gli altri animali hanno una memoria per così dire “in presenza”, cioè una memoria che si attiva e riconosce qualcosa quando quel qualcosa riappare o se ne percepiscono le tracce.
Il ricordo o i ricordi sono invece l’oggetto, mi verrebbe da dire il regalo, della memoria, sia quelli che ricordiamo coscientemente sia quelli che abbiamo apparentemente dimenticato, ma che possono riaffiorare, magari all’improvviso, magari trasformati. Mi piace molto quando ciò che io ricordo, e che sono convinta di ricordare perfettamente, viene messo alla prova del ricordo degli altri, che ricordano la stessa cosa ma con sfumature completamente diverse, per non parlare di quando i ricordi proprio non coincidono. Ogni volta che scrivo qualcosa sulla mia infanzia, per esempio, le mie sorelle mi propongono sempre altre versioni, tanto che non le interrogo mai prima di aver finito di scrivere quei ricordi, di aver dato loro una qualche forma definitiva perché, se scrivo dei miei ricordi, mi piace accentuare il fatto che siano i miei.

Nello scrivere della tua infanzia e adolescenza qual è la cosa che ti è parsa necessaria evidenziare per prima e quale la cosa per prima da evitare?

Beh, penso che i testi spesso si scrivano un po’ da soli. E più vai nel profondo, più ti rendi conto di avere pochi margini d’intervento. I margini di intervento sono solo nelle correzioni che puoi fare, ma non toccano lo stile iniziale con cui qualcosa si è scritto. “Patologie” si è scritto fin da subito in maniera ironica, per non dire dichiaratamente comica. Direi che ne avevo bisogno per toccare temi per me un po’ incandescenti, brucianti e anche dolorosi, anche se “dolore” in questo caso non è la parola giusta. Temi paurosi o impaurenti, piuttosto, non dolorosi. Avevano bisogno di quella forma comica per poter essere detti, trattati. All’inizio non credo di aver pensato a che cosa bisognasse evitare. Dopo invece sì, mentre correggevo: andavano evitati l’indulgenza e il compiacimento.

L’AGT, cui dedichi, da protagonista di quell’esperienza, la seconda parte del libro, ha modificato, o non lo ha tatto, il rapporto con te stessa?

Non direi che l’episodio di Amnesia Globale Tansitoria abbia modificato il rapporto con me stessa. Sono stata molto angosciata i primi giorni dopo l’episodio, prima delle varie risonanze magnetiche. Quando ho capito che l’amnesia poteva sempre ritornare, ma anche no, ho smesso di preoccuparmi. Ho ricominciato a guidare, anche se sono comunque una che guida maluccio e non tanto volentieri, e uso la macchina solo per brevi e tranquilli tragitti. L’amnesia ha modificato invece il mio rapporto con le cose, con la vita, con il mondo. Perché mi sono resa conto che, senza la memoria, è come non vivere, anzi non essere. Sarei anche potuta morire in quelle quattro ore, non me ne sarei accorta, perché quelle quattro ore – anzi di più perché l’amnesia era non solo anterograda, ma anche retrograda, e ha cioè inghiottito anche i ricordi delle tre o quattro ore che hanno preceduto l’episodio – semplicemente non c’erano, non erano. E pare che non ci saranno mai. Quelle quattro ore sono un po’ come un pensiero che non hai mai avuto, ma un pensiero che non hai mai avuto non è un pensiero, perché non puoi neanche immaginarlo, semplicemente non c’è. Ecco, in un certo modo, è su questo “non c’è” che continuo a interrogarmi: chi ero quando non ricordavo niente? C’ero in qualche modo, o non c’ero affatto? C’ero per gli altri, ma non per me. E che cosa significa non esserci per me, ma esserci per gli altri? Qualche volta mi pare che l’amnesia mi abbia insegnato qualcosa sulla morte, forse sul modo giusto per pensare alla propria morte. In genere noi pensiamo alla morte come al “non c’è più”, e in quel “più” c’è tutto il dolore che il pensiero della morte comporta. Ed è naturale, perché fare esperienza della morte di un altro significa fare esperienza del “non c’è più”, non del “non c’è”. Ma pensare alla propria morte è in fondo un non pensiero, un pensiero che non c’è e non può esserci.

Dei motori che fanno agire la memoria ritieni sia il dolore quello principale o altre sensazioni?

Il dolore certo, ma anche il piacere e la gioia. Soprattutto i bambini sanno essere felici, così come sono capaci di terribili disperazioni. Proprio di quella gioia infantile, che si espande e si apre larga e fiduciosa verso la scoperta e le scoperte, sento la mancanza, e la mancanza è sempre anche dolore. “Patologie” è comico perché, pur vivendo in una certa angoscia perenne, la mia famiglia era felice, e la mia infanzia è stata felice. Forse ogni infanzia ci appare felice, ma après coup, non nel momento in cui la viviamo.

Pensi che cambia attraverso le varie epoche storiche il modo di concepire la memoria?
Se sì oppure se no, in quale maniera
?

Beh, qui il termine memoria è usato ancora in un altro senso, il terzo. Né come ricordo o ricordi, né come facoltà umana e animale, perché quella, se cambia, cambia nei secoli dei secoli, nei millenni dei millenni. Ciò che cambia continuamente non è la memoria, ma il modo di considerare il passato, il modo di rammemorarlo e di commemorarlo, il modo di averne e serbarne memoria, il modo di dimenticarlo. Ogni periodo storico ricorda e dimentica a modo suo. Mi pare che i ragazzi di oggi abbiano un rapporto con il passato molto diverso da quello che aveva la mia generazione. Da ragazzina leggevo romanzi ottocenteschi come “Piccole donne”, “Orgoglio e pregiudizio”, “David Copperfield” e non sentivo la distanza storica. Non avevo, o meglio non avevamo, nessuna difficoltà a immaginarci in un altro tempo che, per certi aspetti, non sentivamo neanche come un altro tempo. Lo stesso valeva per il cinema. I ragazzi di oggi mi sembrano molto più contemporanei di se stessi, forse perché alcune invenzioni tecnologiche hanno significato una tale rottura nella vita quotidiana ¬– e probabilmente anche nelle forme cognitive – da non permettere più di immaginare il passato. Direi che oggi il passato, anche il passato prossimo, viene percepito come molto lontano, tanto lontano da non avere più fascino.

Il neuroscienziato Joseph Ledoux lavora su farmaci che agendo sulla amigdala siano in grado di cancellare i cattivi ricordi. Ti unisci a me nel tifo che faccio per lui o te ne tieni lontana?

Beh, proprio il tifo non lo farei, perché penso che i brutti ricordi servano, anche se forse non sempre. Così come talvolta anche i traumi possono servire. Alcuni brutti ricordi sono molto utili, come quelli dei bambini che sperimentano per la prima volta un’ustione, una caduta. Anche se probabilmente esiste un senso innato del pericolo, negli animali e negli esseri umani, l’esperienza vissuta insegna nel male come nel bene. E qualunque esperienza è impossibile senza il ricordo. Forse non è bene soffermarsi troppo a lungo e rimuginare sui brutti ricordi, ma neanche di questo sono sicura, e comunque credo che sia alquanto inevitabile.

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Antonella Moscati
Patologie
pagine 104 * 12.00 euro
Quodlibet


Salve di Christian Holstad


Con quali mateiali si può fare arte?
Oltre ai colori, il bronzo, il marmo, la cera esistono tante altre possibilità.
Alcune alquanto singolari. Valentina Papaccioli ricorda, ad esempio, Vincent Richel e Heather Jansch che utilizzano i legni spiaggiati, l’artista brasiliana Nele Azevedo posiziona migliaia di statuine di ghiaccio sotto il sole per allarmare sui cambiamenti climatici, Nele Azevedo lavora con tappi delle penne Bic. Ma il più strano materiale lo notai molti anni fa in Federico Paris il cui lavoro aveva una caratteristica materica, assai rara: la figura che creava era fatta con le ceneri di un personaggio cremato; stava ricercando persone che volessero affidargli le ceneri dei loro cari. Chissà se le ha trovate, io non ne ho notizie. Se per caso legge queste righe, m’informi.
Esistono però altri materiali meno bizzarri, anzi recepiti a pieno titolo nei palinsesti delle arti visive come la cartapesta.
Questo sito ne ricorda alquanti.
A proposito, si è appena concluso il Salon du Dessin 2024, una delle fiere più importanti del mondo dedicata all’arte su carta. Una 32esima edizione (20-25 marzo 2024) che ha visto 15mila visitatori.

In Italia una figura di primo piano è quella di Luigi Varoli non solo artista ma uomo di riconosciute virtù civili come si apprende dalla sua biografia.
Nato a Cotignola lì c’è oggi il Museo Civico Varoli dove è in corso la mostra Salve dell’artista statunitense Christian Holstad (Anaheim, California, 1972).
L’esposizione è nata all’interno di un più ampio progetto di indagine e valorizzazione della cartapesta nell’arte contemporanea sviluppato dal curatore Gioele Melandri.
In un’intervista rilasciata tempo fa così disse: “Penso che la video-arte, quella legata alle intelligenze artificiali o al rapporto con la robotica e con la musica digitale siano potenzialmente fascinose, ma ci sono artisti che sentono la necessità di rapportarsi con la materia in una maniera diretta. L’utilizzo della terra, della cartapesta, del colore, della materia e della gravitas non possono passare in secondo piano. C’è quindi il ritorno di un’idea di homo faber, di artista demiurgo che crea dalla sostanza e dalla materia informe”.

Estratto dal comunicato stampa

«All’interno del museo dedicato all’artista della cartapesta Luigi Varoli, la mostra “Salve” si focalizza sulla spiccata sensibilità di Christian Holstad per diverse tematiche che riguardano l’utilizzo di questa tecnica nella sua dimensione profonda e che sfociano naturalmente nella pratica dell’artista, come ad esempio il rifiuto, lo scarto e la trasformazione di questi ultimi in una possibile risorsa, mettendo così in risalto molte delle contraddizioni interne che caratterizzano lo sviluppo dell’attuale società dei consumi.
In mostra, la cartapesta è intesa dunque come un “innesco”, una suggestione che orienta la nascita e lo sviluppo di un evento espositivo.
Lesposizione occuperà anche gli spazi della Chiesa del Pio Suffragio, a pochi metri dal Museo Varoli, dove saranno installati alcuni lavori scultorei di Holstad.
Promossa dal Comune di Cotignola con un contributo di Gruppo Hera, “Salve” è la prima personale di Christian Holstad localizzata in Romagna, terra in cui l’artista trascorre la maggior parte del suo tempo da ormai diversi anni.
Accompagna la mostra un catalogo e un programma di visite guidate e laboratori didattici ispirati al lavoro di Holstad».

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Ufficio Stampa: Irene Guzman | mail: irenegzm@gmail.com | Tel. +39 349 1250956
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Christian Holstad
Salve
A cura di Gioele Melandri
Museo Civico Luigi Varoli,
Corso Sforza 21
Cotignola (Ravenna)
Info: 0545 908810 – 320 4364316
museovaroli@comune.cotignola.ra.it
Fino al 30 giugno 2024


Essere o non essere umani

La più diffusa definizione classica dell'uomo che troviamo nei dizionari di filosofia è quella di Aristotele per cui l’uomo è «animale razionale». Un animale, vincolato alla corporeità e dunque soggetto alla malattia e alla morte. Tuttavia, egli si distingue dagli altri animali per il possesso del logos, che è ragione e linguaggio.
Che poi il “logos” sia faccenda divina oppure no qui le teorie si dividono e contrappongono.
Accertata, però, la razionalità che distingue (o dovrebbe) l’animale uomo dagli altri animali non umani, restano altre domande.
La casa editrice Raffaello Cortina ha pubblicato un denso saggio intitolato Essere o non essere umani Ripensare l’uomo tra scienza e altri saperi che propone un incontro fra Natura e Cultura con gli strumenti intervenuti nel corso dei milioni d’anni di esistenza di noi tutti.

L’autore è Björn Larsson
Docente di Letteratura francese all'Università di Lund, filologo e traduttore.
È un romanziere noto in Italia dopo il successo internazionale di “La vera storia del pirata Long John Silver”.
Nelle edizioni Cortina “Essere o non essere umani” è del 2024.

Libro complesso che parte da due domande tanto brevi quanto scivolose: che cosa rende noi umani unici come specie?
Da quella prima domanda ne discende una seconda: umani si nasce o si diventa?
Se chiedete all'autore qual è lo strumento che ci ha permesso, e ci permette, di essere unici, vi risponderà che è l’immaginazione. La capacità di usare la rappresentazione simbolica, l’idea cioè che tutto – un suono, un gesto, un oggetto – possa essere usato per rappresentarne qualunque altra.
Alla seconda domanda, risponderebbe: si diventa. Si diventa umani.
Come? Proprio attraverso l’esercizio dell’immaginazione.
Pur senza negare l’importanza di biologia, chimica e fisica, l’autore si sottrae a una visione riduzionistica dell’essere umano auspicando l’incontro fra Natura e Cultura attraverso un agire interdisciplinare dei saperi inverando così la fondazione di una “scienza nuova” che trasformi la frase “noi contro gli altri” del presente in un “noi e gli altri” del futuro.
E qui, francamente, mi pare che pecchi di colpevole candore perché centrare quell’obiettivo mi pare più difficile di uscire oggi a fare quattro passi fuori della nostra galassia.
Questo, però, nulla toglie al fascino del libro perché leggendone le pagine ci coglie più di un’illuminazione sul come siamo diventati quel che oggi siamo nel bene e nel meglio come nel male e nel peggio.

Dalla presentazione editoriale.

«Cosa ci rende umani? Cosa distingue Homo sapiens sapiens dagli altri primati? Nel plasmare la nostra esistenza individuale e collettiva, noi esseri umani abbiamo un margine di scelta o siamo pedine sulla scala dell’evoluzione, del tutto subordinati alle leggi fisiche che governano micro e macrocosmi?
È dalla rappresentazione simbolica che dipendono le qualità più specificamente umane: l’immaginazione, il linguaggio, la coscienza, il dubbio, un certo grado di libertà, il sentimento del futuro, la comprensione di sé e degli altri, credenze, miti e fedi religiose.
Se la natura dell’uomo non è riducibile deterministicamente alla biologia, alla chimica e alla fisica, come possiamo concepire una scienza nuova, che descriva e spieghi accuratamente cosa vuol dire essere umani? È fattibile? E, se sì, a cosa dovrebbe servire? Potrebbe davvero contribuire a rendere il mondo un posto migliore, più umano, più giusto, più libero per tutti».

L’autore parla benissimo l’italiano eccolo in questo video

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Björn Larsson
Essere o non essere umani
Traduzione di Francesco Peri
448 pagine * 26 euro
Raffaello Cortina


In ascolto del silenzio


“Esiste un silenzio prudente e un silenzio artificioso, Un silenzio compiacente e un silenzio canzonatorio. Un silenzio spirituale e un silenzio stupido. Un silenzio di plauso e un silenzio sprezzante. Un silenzio politico e un silenzio assoluto. Un silenzio dell’umore e un silenzio del capriccio…” e qui l’abate Dinouart si tacque di colpo chiedendosi: come parlare del silenzio se non interrompendolo? E fu forse allora che pose mano al trattato “L’arte di tacere” (1771).

Si dice che la nostra sia l’epoca dell’immagine e forse è vero, ma è altrettanto vero che è l’epoca del suono, o meglio, del frastuono. Ci assediano radio, tv, clacson, pubblicità sparata da negozi, moto che rombano, macchine che aspirano, frullano, fischiano… esiste però anche una giornata contro il rumore, la propone, manco a dirlo, la serissima Accademia del Silenzio.
Curiosamente i congegni più recenti sono i meno rumorosi, volete mettere l’interno di un aereo e quello di una carrozza trainata da cavalli? La tastiera crepitante di una macchina per scrivere e quella silente di un computer? Già, ma quell’interno d’aereo è invaso da annunci, musichine e quelle tastiere del pc sono sopraffatte da ambienti chiassosi provenienti dalla strada o da vicini con volumi d’ascolto a palla.
Tutto congiura contro il silenzio temuto come il buio, suo gemello inquietante e paventato.
Il silenzio è stato tema in poesia e racconti, lavori in teatro e al cinema, ricorre in studi di sociologia, psicologia, psicanalisi, teologia. scarsamente appare, invece in filosofia, come scrive la filosofa Francesca Rigotti “… pochi i filosofi che hanno parlato del silenzio: Pascal, Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein, che con l’ultima frase del ‘Trattato’ dice: ciò di cui non si può parlare si deve tacere’ ponendo un segno incompreso ai più”.
Il silenzio è impossibile? Lo dimostrerebbe la camera anecoica dove dopo alcuni minuti si sente il rumore dello scorrere del sangue nel nostro corpo e finanche la chiusura delle palpebre. Del resto, perfino nella musica c’è stato chi ha dimostrato l’inesistenza di un silenzio assoluto: il grande John Cage con il brano 4’33” (1952); in totale 273 secondi, un riferimento allo zero assoluto posizionato a -273.15 °C, temperatura irraggiungibile, come il silenzio assoluto.
QUI un’esecuzione.
E mi piace ricordare anche il saggio di Emanuele Ferrari (“Ascoltare il silenzio”, 2013) dove è dato spazio anche alla componente creativa del silenzio.

Sul silenzio, materia immateriale come lo sono i sogni, la casa editrice Einaudi ha pubblicato un libro imperdibile:
In ascolto del silenzio.
L’autore è Eugenio Borgna, un grande psichiatra, un grande saggista.
Cliccare QUI per leggere la sua biografia.
Ebbi già anni fa il piacere su questo sito di pubblicare una nota su di un altro suo importante lavoro Che cos'è la follia?
Ora con "In ascolto del silenzio" Borgna investiga la silenziosità attraversando territori scientifici e artistici con una scrittura semplice come sanno fare soltanto quelli che padroneggiano l’argomento di cui si occupano. Esemplifica i passaggi del suo pensiero citando con abbondanza nomi che provengono dalla letteratura, dalle arti visive, dalla musica.
Sulla copertina si legge: «ll silenzio è un elemento che cura e ristora. Non è quindi solo un'assenza di emozioni ma è un momento di pausa e di profondità per poter liberamente scandagliare il proprio stato d'animo. Il silenzio è denso di significato ed è prezioso provare ad ascoltarlo».

Dalla presentazione editoriale

«Il silenzio lascia intravedere in sé tracce di oscurità e di mistero, di fascinazione e di speranza.
Sono molti i modi con cui la parola e il silenzio si intrecciano l’una all’altro: c’è il silenzio che rende palpitante e viva la parola, dilatandone i significati; c’è il silenzio che si sostituisce alla parola nel dire l’angoscia; c’è il silenzio che si nutre di attese e di speranze. Ogni silenzio ha un suo proprio linguaggio che, non solo in psichiatria, ma nella vita di ogni giorno, non può non essere decifrato. Quante volte una paziente, o un paziente, si chiude in un silenzio, che è necessario interpretare nei suoi orizzonti di senso. Come è importante distinguere il silenzio, che nasce dal desiderio di solitudine, da quello che nasce dalla timidezza, o dalla depressione, nella quale la vita si oscura, risucchiata dal richiamo della morte volontaria. Eugenio Borgna ci mostra quanto è importante riconoscere il silenzio, che rinasce a causa della nostra incapacità di ascoltare, e di creare una relazione dialogica».

Per leggere un estratto: CLIC.

…………………………....

Eugenio Borgna
In ascolto del silenzio
112 pagine * 12.00 euro
Einaudi


obic allo specchio

Che cos’è la sinestesia?
Dal Dizionario: “La sinestesia (dal gr. sýn «con, assieme» e aisthánomai «percepisco, comprendo»; quindi «percepisco assieme»).
In italiano, come in tutte le altre lingue europee, sono comuni espressioni o sintagmi basati sul procedimento di associare parole derivate da due sensi: voce ruvida, profumo dolce, colore caldo, termini che rinviano a sensazioni riguardanti rispettivamente l’udito e il tatto, l’olfatto e il gusto, la vista e il tatto”
Anche in arte, oltre che in letteratura sia in prosa sia in poesia, abbiamo esempi di procedimenti sinestetici e una bella mostra a Roma evoca questa singolare percezione sensoriale. Mi ricorda le performances di Lamberto Pignotti nella prima settimana della performance a Bologna (1977) con “Arte da mangiare”, e poesia da masticare in “Chewing Room” (citate da Francesca Alinovi in “I quaderni della sperimentazione”, Lerici) come ancora quella di cui non ricordo il titolo presentata a Villa Medici dal semiologo Paolo Fabbri anni fa.
Ora, a Roma, grazie a Anna Paola Lo Presti e Gialuca Marziani è possibile vedere un’esposizione imperniata sulla plurisensorialità dal titolo a specchio come spiegano le righe che seguono.

Estratto dal comunicato stampa

«È in corso da oggi a Roma alla Galleria Micro Arti Visive la mostra Alfabeto OBIC Mangiare l’arte, contemplare il cibo.a cura di Anna Paola Lo Presti e Gianluca Marziani.
Presenta opere di Roberto Giacomucci, Giulio Marchetti, Mario Ricci, oltre a una serie di opere fotografiche della OBIC photo collection di cui tre inedite realizzate appositamente per la mostra di Roma.
L’esposizione è stata preceduta da una Live Performance con visione delle opere ora esposte in Galleria e delle immagini della OBIC photo Collection. Presenti oltre agli artisti nominati prima, Giorgia Proia eccellente pastry chef di Casa Manfredi e Luciano Monosilio, chef insignito della Stella Michelin.
La performance: un grande tavolo di 15 metri posto al centro della sala allestito dalla curatrice come un vero e proprio spazio scultoreo, una “mise en place” che ha dato come riverbero le peculiarità sensoriali delle opere al pubblico che ha preso parte alla performance e che, dopo aver osservato le opere, ha sentito il loro sapore e verificato come il Codice OBIC sia davvero insito in ognuna di esse.

OBIC è un rivoluzionario progetto culturale, editoriale ed espositivo. Un alfabeto che nasce per creare una nuova dimensione dell’opera d’arte, una nuova lettura, una nuova codifica, qualcosa di non ancora interpretato, ma che esiste e, soprattutto, che può regalare allo spettatore uno strumento inatteso con cui osservare e leggere l’arte.
OBIC, un progetto che nel suo specchio riflette la parola CIBO, è lo spazio creativo dove è nato il processo di contaminazione e sperimentazione tra arte e cibo, dove la relazione tra chef e artisti, ricette e opere, si posa su una piattaforma inusuale dove il cibo si può contemplare e l’arte si può mangiare.

Dice Anna Paola Lo Presti Quando osserviamo un’opera d’arte non dobbiamo fermarci esclusivamente all’aspetto visivo, alla lettura poetica o storica o alla mera superficie della stessa. L’opera d’arte penetra lo spettatore attraverso molti codici sensoriali, e lo fa anche attraverso il gusto e l’impronta olfattiva che la compongono. Ciò significa che si può mangiare un’opera d’arte? In un certo senso sì, se ne può mangiare l’anima se attraverso la sua composizione si può leggere il codice gustativo e da questo trarne una ricetta che, eseguita, ci consente di sentire letteralmente il gusto dell’opera, sia di un’opera specifica sia dell’opera universale di un artista».
.
………………………………

Ufficio Stampa: Rosi Fontana
info@rosifontana.it +39 335 5623246

………………………………

Alfabeto Obic
A cura di
Anna Paola Lo Presti
Gianluca Marziani
Galleria Micro Arti Visive
Roma – Viale Mazzini 1
Info: 347 090 06 25
Fino al 24 aprile 2024


Errata corrige


Giorni fa ho scritto sull’artista cinese Lu Bolin noto come uomo invisibile.
Ho trascurato, però, colpevolmente, di citare chi lo ha preceduto nell’arte del camouflage: la modella Veruschka con il libro fotografico "Trans-figuration".
QUI alcune immagini di Veruschka in performance.

Mi ha segnalato la mia mancata citazione l’amico scrittore e webperformer Mauro Pedretti (per un mio incontro con lui di molti anni fa: CLIC) famoso per il suo Parole in ritirata oltre 100.000 copie vendute.
Qui scuse a Veruschka e ringraziamenti a Mauro per l’opportuno ricordo.


Sul naso

Lo senti l'odore ?... napalm figliuolo, non c'è nient’altro al mondo che odori così… mi piace l’odore del napalm di mattina… ”.

- Il Colonnello Kilgor (Robert Duvall) al Capitano Willard (Martin Sheen).
da “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, 1979.

Per fortuna, non tutti sono come il Colonnello Kilgor.che così diceva da uno schermo lontano 45 anni fa.
Ancora più lontani i tempi in cui il tronfio assessore collegiale Kovalev di Gogol, s’accorge una mattina, specchiandosi, di aver perso il naso, ora il naso pur con le sue evoluzioni tecnologiche (come, ad esempio quello elettronico) sembra destinato soprattutto agli studi di chirurghi estetici che, però, aspettano invano l’arrivo dei pur bisognosi Cyrano e Pinocchio.
Nei meandri degli odori s’aggira sospettoso Ceronetti, impareggiabile annusatore notturno di miasmi, forse mèmore di ciò che afferma Émile Cioran: “L'uomo emana un odore particolare: fra tutti gli animali soltanto lui sa di cadavere”.
“Siamo i soli animali capaci di creare un profumo” – scrive in un suo saggio Rosalia Cavalieri – di apprezzarne le qualità estetiche e di descrivere a parole gli aromi di un vino o di una pietanza. Eppure, distratti da una mentalità visivo-acustica, abbiamo relegato l’olfatto tra i sensi minori”.

Importante e necessario, quindi, uno studio sul naso come quello pubblicato dalla ,casa editrice il Saggiatore è intitolato Sul naso Una storia culturale.
L’autrice è Caro Verbeek, (Amsterdam, 1980).
Curatrice, storica dell’arte e ricercatrice specializzata in Storia culturale dei sensi.
Insegna alla Vrije Universiteit di Amsterdam e dal 2010 progetta tour olfattivi e laboratori sensoriali per musei e altre istituzioni.
Collabora con il Rijksmuseum di Amsterdam e con il Kunstmuseum dell'Aia.

Il volume indaga i rapporti fra scrittura e sensazioni olfattive, intendendo queste ultime come indici significanti delle culture del mondo e delle diverse sensibilità con cui ciascuna ne esprime le sfumature. Per stile, contenuto e approccio al tema, il volume mostra il caleidoscopico quadro di un universo olfattivo-letterario che si estende dall’antichità alla cultura rinascimentale, dal simbolismo e dal decadentismo della fin de siècle a fenomeni letterari di grande risonanza mediatica.

Dala presentazione editoriale.

«Esistono tante varietà di nasi quanti sono gli esseri umani: grandi o piccoli, dritti o sghembi, grotteschi o discreti, greci o romani, dipinti o scolpiti. Ma tanti più modi esistono di contemplarli: con ribrezzo o sospetto, con ammirazione o invidia, con stupore o malizia, con rispetto o terrore. La cosa alla quale non siamo soliti pensare è che in ognuno di questi sguardi, in ognuno di questi nasi, è nascosto un frammento della nostra cultura e della nostra storia.
Caro Verbeek racconta il nostro rapporto millenario con la parte che più di ogni altra sta – letteralmente – sotto ai nostri occhi, e le molteplici maniere che abbiamo inventato per raffigurarla, connotarla, esaltarla o metterla in ridicolo: dal naso aquilino di Cleopatra, esagerato nelle rappresentazioni per emulare quello dei potenti sovrani maschi, a quello storto di Michelangelo, conseguenza di un pugno ben assestato e causa della sua ossessione estetica per i nasi fini; dall’asportazione del ponte nasale di Federico da Montefeltro alla gobba di Napoleone, fino al naso “impossibile” di Barbie, ancora oggi un ideale raggiungibile solo ricorrendo alla chirurgia plastica.
Sul naso è un viaggio alla scoperta dell'elemento più imbarazzante, prominente ma soprattutto rivelatore dei nostri volti: un percorso tra storia, letteratura, arte e scienza che ci spinge a confrontarci con i nostri pregiudizi più incresciosi e le nostre più intime insicurezze. Perché, come ci insegna Pinocchio, il naso non mente mai».

Ho aperto questa nota con una citazione cinematografica su opinabili odori, la chiudo con una citazione letteraria su sgradevoli certezze: “Macchiffastapuzza”, si chiede Gabriel uno dei personaggi di Raymond Queneau in Zazie nel metro.
La prima parola del libro, la lunga e preoccupante “Doukipudonktan” – tradotta in italiano da Fortini con "Macchiffastapuzza" – è una trascrizione fonetica della frase francese D'où qu'ils puent donc tant ? ("Da dove viene così tanta puzza?").
Gabriel: segua il mio consiglio, vada in libreria e si consoli acquistando “Sul naso” di Caro Verbeeck. Mi ringrazierà a una voce con la sua incontenibile nipote Zazie.

………………………………...

Caro Verbeek
Sul naso
Traduzione di Marco Cavallo
232 pagine * 24 euro
Il Saggiatore


Una Rete in viaggio


Credo che la fotografia sia la sola arte (insieme con parte del cinema documentaristico) a riflettere su tutte le altre arti – dall’architettura ai set cinematografici, dal teatro alla pittura dal circo alla musica, dalla scultura alla danza, dal fumetto alle arti plastiche, non solo ritraendo ma facendo a sua volta arte.
“Immagini” – come scrive Gianni Tessari – “che esaltano in sé contenuti estetici ed emozionali che trascendono le opere stesse: vivono di vita propria”.
È questo un aspetto che insieme con tanti altri fa della fotografia con la sua versatilità di genere uno strumento espressivo di grande forza.
Va, infatti, dal ritratto al fotogiornalismo, dalla foto di moda a quella pubblicitaria, dalla paesaggistica a quella industriale fino a fare arte sull’arte come scrivevo righe prima.

Ben rappresenta tali plurali aspetti Rete Fotografia di cui qui segnalo Una Rete in Viaggio.

Storie, idee, progetti, appuntamenti che vedono i soci di Rete Fotografia in dialogo tra loro e con altre istituzioni alla scoperta di connessioni inedite con altre forme proponendo tre incontri di approfondimento sul rapporto tra Fotografia e altri linguaggi.

Per il programma: CLIC!

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Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web:
Ufficio stampa | Alessandra Pozzi Tel. +39 338.5965789, press@alessandrapozzi.com

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Rete Fotografia
Una Rete in viaggio
III Edizione 2024
18 marzo – 7 maggio 2024


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