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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Canale Zero


Diceva lo scrittore polacco Stanislaw J. Lec: “I giovani delinquenti non hanno un avvenire sicuro, possono ancora diventare persone per bene”.
Pare che a soffrire di quell’incerto futuro siano alquanti nel mondo e anche nelle carceri italiane. E’ aumentata la criminalità giovanile? Non ho competenza sull’argomento e m’astengo da giudizi, ma se quel dato trovasse conferma nelle statistiche, non avrei dubbi: è conseguenza della criminalità degli adulti. Almeno a quanto è dato da vedere in Italia, dove l’immoralità dei governanti, un Parlamento con decine d’inquisiti, lo stravolgimento delle leggi, l’incitamento al più sfrenato agonismo sociale, viene proprio dagli adulti. Pronti poi a dare la colpa alla tv (ma non la fanno proprio loro?), al cinema violento (far vedere nei tg morti sotto le bombe, esecuzioni, ecc. non è violenza?), i più codini riescono ad accusare perfino i videogames, il computer, le chat (a questo proposito, vivacemente consiglio loro di leggere Acrobati dello specchio magico).

In questo scenario sociale s’inserisce un libro di grand’attualità: Canale Zero di Fabrizia Poluzzi con una lettera-postfazione di Vittorino Andreoli; l’editrice è Salani, la stessa casa con la quale l’autrice pubblicò nel 2007 Porkiria.
Protagonista del volume è una diciottenne, Daria: ha ucciso i genitori.
Dal carcere scrive alla sua avvocata e attraverso una dissezione cubistica della narrazione ne rintracciamo pagina dopo pagina, carattere, gusti, amarezze, sentimenti, sfrontatezze, e tutto l’universo delle sue lacerazioni.

A Fabrizia Poluzzi ho chiesto: tra i motivi che ti hanno spinta a scrivere “Canale Zero”, puoi indicare il principale?

Se io fossi una persona razionale potrei elencare velocemente le motivazioni, dar loro un ordine in base alla supposta importanza e poi fornirti la prima della lista. Ma varie, confuse suggestioni si affacciano alla mia mente quando tu poni questa domanda, emozioni diverse provocate dall’esterno, dalla cronaca, dalla letteratura, dai miti, che si incontrano e scontrano col mio vissuto personale. In questo magma di sangue, forse la prima motivazione che emerge è che dovevo simbolicamente uccidere, seppure in età più che matura, il mio di padre. Padre silenzioso, timido e artista nell’animo, lontano mille miglia da quello di Daria, ma sempre figura genitoriale da cui separarsi.
A pensarci bene, in questo spazio metaforico così vicino al nulla, mi rendo improvvisamente conto che dopo aver scritto “Canale zero”, io ho provato uno strano sgomento, quasi un senso di colpa e ho chiesto a uno psichiatra, a Vittorino Andreoli appunto, di intervenire, come se avessi bisogno di una voce e di condanna e di conforto
.

Chi è, per te, il lettore ideale di questo tuo libro?

Non ho un lettore ideale. So con certezza che vorrei essere letta da tanti perché mi sembrerebbe di allargare il territorio delle mie relazioni. Vorrei essere letta da quelli che si appassionano alle storie, che leggono libri e fumetti, che si concedono la riflessione, che amano la musica e ogni forma d’arte.

Fabrizia, oltre che narratrice, è impegnata anche nello studio del mondo giovanile e delle culture che lo ispirano. Ad esempio, ha realizzato per "Bologna 2000" il progetto ‘La biglia di vetro’ creando una redazione aperta e una rivista letteraria per ragazzi e, nel 2002, ha progettato e coordinato per il comune di Bologna la rivista informatica europea ‘Young-lit’.
Perciò le ho rivolto la domanda che segue: un tempo, i personaggi dell’immaginario collettivo giovanile uscivano dai romanzi. Poi dal cinema. Infine dalla tv. Da alcuni anni, escono dai videogiochi. In virtù di quale meccanismo psicosociale i personaggi dei videogames, da SuperMario a Lara Croft ad altri, hanno conquistato uno spazio in quell’immaginario ponendosi alla pari di personaggi dei fumetti e della letteratura?

Le forme espressive oggi si stanno moltiplicando velocemente, non mi meraviglia che i personaggi dei video games siano entrati nell’immaginario collettivo come i personaggi della letteratura e dei fumetti. Il timore è che un giovane abituato a impersonare il suo eroe in un mondo virtuale, perda il senso della realtà, della vita e della morte e possa smarrirsi come ha fatto Daria.

Ho aperto questa nota con un aforisma, lo chiudo con una citazione; l’aspro inizio di “Aden d’Arabia” di Paul Nizan: “Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è della vita l’età più bella”.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Fabrizia Poluzzi
“Canale Zero”
Pagine 122, Euro 11:00
Salani Editore


Squaz a Betty&Books


Fra le matite italiane, e non solo italiane, che più mi piacciono vi sono quelle agite con malandrina creatività da Squaz.
Per fortuna, non sono il solo a pensarla così, infatti Squaz è noto tra le nuvolette in mezzo mondo e pure nell’altro mezzo.
Ora, alla libreria Betty&Books di Bologna, è in corso una sua mostra e se in quella città passate per affari, sesso o sport, oppure ci abitate, vi consiglio di non perderla.
Il vernissage è stato l’occasione per presentare la più recente fatica di Squaz: un libro che giudico strepitoso, è intitolato Minus Habens, s’avvale di una prefazione di Ferruccio Giromini, è pubblicato dalla Grrrzetic Editrice. Chi ha dato nome a questa pur valorosa sigla editoriale (che, per facilitare le cose, ha pure la zeta scritta così: ž) s’aspetti – e se lo merita – di vedere quel nome storpiato 11 volte su 10.
Nella serata del vernissage ci sono stati i festosi interventi vocali e sonori di Angela Baraldi, Luigi Lullo Mosso, Giuseppe Palumbo, Alessandro Sorrentino.
A proposito di mostre, ce n’è una internettiana di Squaz proprio su questo sito, con biografia dell’autore e una sua dichiarazione di poetica che prevede perfino uscite eretiche sul fantaporno; roba che io, nel caso, aspetto con letizia... no, niente equivoci... letizia sostantivo femminile… non il nome proprio citato spesso dai media in questi ultimi tempi: CLIC!

Squaz
Libreria Betty&Books
Via Rialto, 23/a - Bologna
Fino al 18 luglio ‘09


Deliri


Anni fa, fui affascinato dalla lettura di Una quasi eternità e un nuovo titolo della stessa autrice, mi ha procurato nuove, intense, gioie.
Per parlarne io così bene, avrete già capito che non è una che scrive romanzi, perché è una scrittrice vera Antonella Moscati (in foto) e lo dimostra anche nel recente Deliri mandato in libreria da Nottetempo.

Poco prima dei trent’anni, e lungo un arco di tempo che è durato più di quindici anni, a scadenze regolari e irregolari che andavano dai sei mesi ai cinque anni, sono stata affetta da manifestazioni psicotiche o parapsicotiche che duravano ogni volta non più di tre giorni […] Quello che racconto è quanto, ma non tutto quanto, ricordo.
Duro incipit della narrazione di un tormento psichico, rivissuto con scrittura lucente, deliri che mi sembrano dovuti più che alla perdita di contatto con la realtà, da un eccesso di realtà che si fa specchio di un’anima e profezia di una vita.
Questo libro si pone di traverso tra il dualismo cartesiano e il monismo spinoziano, è, infatti, al tempo stesso unione e scissione di mente e cervello; la descrizione di tanti episodi costringe il lettore ad interrogarsi sui destini biologici e cognitivi (oppure biologici o cognitivi) dai quali dipendiamo.
Come notavo giorni fa a proposito di un altro libro, non amo Chesterton, eppure quel mezzo prete una cosa giusta… una soltanto, intendiamoci… l’ha detta: “Il pazzo è uno che ha perso tutto tranne la ragione”.
Ma è follia quella attraversata dalla Moscati in quegli anni? Oppure è spettatrice di un lampo accecante che rivela ciò ch’è occultato da sipari psichici?
E’ più pazzo Don Chisciotte quando parte dalla sua casa o quando vi fa ritorno?
Siamo vittime di fantasmi interiori o di malattie dei sensi?
Questo libro, imperdibile, si chiude con un superbo finale che sembra dare ragione a questi miei interrogativi. Apparentemente fuori tema, è, invece, compendio e metafora di tutte le ardenti pagine che l’hanno preceduto.

Una volta, in un negozio di Trapani, mi spiegarono come mai i tonni, animali così grossi e possenti, restino preda quasi senza reagire delle reti in cui cadono durante la mattanza. Anche un solo tonno, per non parlare delle decine di cui sono formati i branchi catturati, avrebbe la forza sufficiente per lacerare la rete che l’avvolge. E invece, quando vi rimangono prigionieri, i tonni osano a stento accostarsi alla rete, tornando indietro intimiditi […] Ebbene la spiegazione di questo comportamento non sta affatto in una rassegnazione o un istinto di morte, bensì in un banale difetto di vista. I tonni vedono gli oggetti vicini molto ingranditi e sopravvalutano quindi la grandezza e la forza delle maglie della rete […] Forse qualcuno di quei tonni sa, ma non lo dà a vedere. Forse ognuno di quei tonni sa, ma crede che gli altri non sappiano, e non vuole salvarsi da solo. O forse semplicemente ritiene che, seppure si salvasse, la catena dei mali continuerebbe indisturbata.

Antonella Moscati, nata a Napoli, vive nei dintorni di Siena. Si occupa di filosofia e collabora con la casa editrice Cronopio.

Per una scheda sul libro CLIC!

Antonella Moscati
“Deliri”
Pagine 105, Euro 12:00
Edizioni Nottetempo


Insetti senza frontiere


L’Associazione “Insetti senza frontiere considera ‘La Metamorfosi’ del dottor Franz Kafka di Praga non un testo di abbassamento dell’uomo, ma di commovente esaltazione dell’insetto”.
Quell’Associazione, è stata creata da chi si firma Filosofo Ignoto e, senza troppo sorprenderci scopriamo essere Guido Ceronetti che lo confessa, per la prima volta a pagina 63 (poi anche in successivi momenti), allorché scrive “il filosofo di Rembrandt, la sua luce interna, e io, siamo uno”.
La pagina cui mi sono riferito appartiene ad uno splendido libro del più noto dei filosofi ignoti: Guido Ceronetti. Edito da Adelphi, è intitolato Insetti senza frontiere.
E’ un libro di aforismi, e, si sa, scrivere sul breve è l’arte più difficile.
Ceronetti, quant’altri mai emana profumo vivente del contemporaneo nella sua antimodernità (di solito gli antimoderni mandano odore di sepolture malriuscite), non intinge la penna nel catrame del pessimista, ma nell’inchiostro del tragico e attraversa con raccapriccio “Un mondo d’ignoranti molto ben preparati” (aforisma 86).
Ad ogni angolo di scrittura, l’autore puntualmente delude chi da qualche riga è tentato d’associarsi a lui. E’ un viandante solitario. E se qualcuno – sgarbato o distratto – lo scambia per un pellegrino cattolico o un monaco buddista ecco che sente dirsi dal paragrafo 83: “Dove tutto è desacralizzato e orbato di Numen, proclamare in salmodie di falsari che la vita umana è sacra (quella soltanto: non della vacca, del topo, dell’ulivo) ed è sacra sacra sacra, mi sembra una regola per codice di assassini, non priva di un perfido senso dell’umorismo”. Questo spiega assai bene le ragioni che spinsero Ceronetti a scrivere la poesia per Eluana Englaro che scontentò religiosi anche di fedi assai lontane fra loro.
Come se non bastasse, dall’accapo 232: ”Il monoteismo biblico e islamico, questa decapitazione integrale del Divino policefalo, questa insensata instaurazione (autocrocifissione?) del Divino nello squallore di un po’ di sabbia e pietra, domina ancora tutte le nazioni del mondo”
E dall’aforisma 110: “La natura è un crimine. Le prove sovrabbondano. La sua recidività è illimitata. Un tribunale onesto non potrebbe che condannarla a morte”, perché (141): “Quando avrai nominato la vita, tutti gli altri possibili carnefici possono restare anonimi”.

Così, in Insetti senza frontiere tra un sorso di the verde e una citazione del Qohèlet, risuonano sentenze col suono fatale di un gong cinese, l’intelligenza si fa dardo impietoso che colpisce vanità e bugie, ideologie e religioni, tic e tabù.
La durezza di molti motti del libro fa sì che io, condividendone molti, tenti d’avvicinare quel nomade, ma ecco che leggo quanto male dice della Rete ed Internet. No, allora decido d’allontanarmene. Ve l’avevo detto, è un autore che delude l’incauto che per via di qualche pagina è tentato d’associarsi a lui; anche per questo, o forse proprio per questo, è un autore come pochi ne circolano, non solo nella nostra letteratura, un autore da tenerci caro, che ci tiene compagnia anche quando lo sentiamo da noi lontano. E che mai s’è macchiato dell’onta di scrivere un romanzo.
Nei suoi detti solo l’atrocità del vivere? No, come tutti i tragici sa ridere, come fa dall’aforisma 298: “Alligatore mi sembra indicare, più che un animale, un mestiere. ‘Mio figlio fa l’alligatore a Bologna. Un altro fa il formichiere a Berlino. Si trovano bene’ “.

Per una scheda sul libro: QUI.

Guido Ceronetti
“Insetti senza frontiere”
Pagine 172, Euro 12:00
Adelphi


Nothing but...


Torna Gemine Muse, iniziativa che coinvolge 22 città italiane, con l’obiettivo di mettere in contatto i 150 giovani artisti partecipanti con il patrimonio culturale italiano del passato.
Per Milano è stato selezionato il progetto – titolo: “Nothing but a Show” – del curatore Alessio Ascari fondatore della piattaforma Kaleindoscope.
Accompagna l’esposizione il book project realizzato da Tommaso Garner.

Scrive il curatore: La mostra, che coinvolge otto giovani artisti attivi nell’area milanese, si svolge, e in un certo senso si mimetizza, nelle sale delle collezioni del Castello, generando un “percorso nel percorso”, stabilendo una relazione aperta, intensa (e potenzialmente contraddittoria) con le opere e i manufatti delle collezioni - oltre che, e prima di tutto, con i display espositivi e l’allestimento tutto, vero protagonista del progetto. Al cuore della mostra è infatti la riflessione sul tema dell’esposizione, del rapporto con gli spazi museali e con il loro pubblico, dell’intervento architettonico inteso non come mero “supporto” all’opera ma piuttosto come gesto artistico attivo e radicale - potenziante se non sconvolgente. Ci si riallaccia così ad un tema tuttora centrale nel dibattito sull’arte e l’architettura contemporanee: sono molti, infatti, tra i giovani artisti e architetti operanti sulla scena internazionale, quelli che hanno posto al centro della propria ricerca l’indagine sulla relazione tra “contenuto” e “contenitore”, nonché l’esplorazione (anche critica) delle modalità e degli strumenti propri dell’allestimento espositivo.

Info+Press: stefaniascarpini@gmail.com - 39.339.7656.292

“Nothing but a Show”
a cura di Alessio Ascari
Fino al 5 luglio 2009
Castello Sforzesco
P. Castello, Milano
Per informazioni: Tel. +39 02.88464106


Le ossa di Cartesio


Quando l’11 febbraio 1650, Cartesio morì 54enne a Stoccolma, cominciò (forse) un viaggio ultraterreno, di sicuro un involontario percorso turistico per più terre.
Cranio e femori del filosofo furono, infatti, trafugati, traslati, ora nascosti ora esibiti, in una serie di furti e smarrimenti raccontati in modo avvincente da Russell Shorto nel bel libro Le ossa di Cartesio edito da Longanesi.
L’autore, pur disponendo di una grandissima mole d’informazioni risultato di suoi anni di faticose quanto fruttuose ricerche, ha, per fortuna, resistito all’idea perniciosa di farne un romanzo (come sarebbe venuto in mente a molti) e ci ha dato un brillante saggio che, descrivendo le indagini fatte, offre in lettura riflessioni e approfondimenti su Cartesio.

A Russell Shorto ho chiesto: quanto ha impiegato (includendo il tempo per documentarsi), a scrivere questo libro?

Ho incominciato ad interessarmi all’argomento intorno al 2002. La ricerca delle fonti è durata circa quattro o cinque anni, non riesco a quantificare esattamente il tempo impiegato. Gli anni di lavoro mi hanno portato a viaggiare per l’Europa, sulle orme di Cartesio.

Fra i motivi che immagino molteplici, quale principalmente, l’ha spinto ad interessarsi a Cartesio?

La vicenda delle sue ossa è uno spunto interessante e curioso, mi è parsa subito una metafora ideale: quanto è successo alle spoglie del filosofo sembra incarnare il lavoro di Cartesio sul rapporto mente-corpo. Seguendone le vicissitudini ho avuto l’occasione di indicare e, in un certo senso, esplicitare il percorso compiuto dal pensiero occidentale, soprattutto per quanto riguarda la confusione e il conflitto tra fede e ragione.

Qual è, ai nostri giorni, la cifra di modernità in questo filosofo?

Cartesio e i suoi contemporanei iniziarono a sperimentare un nuovo tipo di esplorazione del mondo naturale: in alcuni casi i loro studi furono accolti con entusiasmo, altre volte invece con fastidio. Nonostante le risposte molteplici e i diversi percorsi di studio, in quei tempi emergeva con forza la necessità di un nuovo modo di pensare, basato sulla mente. Si delineava pian piano un metodo nuovo e si andava definendo il concetto di pensiero individuale, fondamentale elemento di modernità. La mente certamente può fare degli errori, ma la ragione è in grado di correggerli.

Per una scheda sul libro: QUI.

Russell Shorto
“Le ossa di Cartesio”
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Pagine 294, Euro 17:60
Longanesi


Conflitti psichici


Non amo Chesterton, eppure quel mezzo prete una cosa giusta… una soltanto, intendiamoci… l’ha detta: “Il pazzo è uno che ha perso tutto tranne la ragione”.
Non perdere la ragione, però, non significa – anzi, tutt’altro – evitare la sofferenza psichica che assume varie forme. E qui si apre uno scenario di molteplici ipotesi per curare quei tormenti; sostanzialmente si fronteggiano due posizioni, una organicista (detta anche psichiatria biologica) e l’altra chiamata cognitivista.
La psicoanalisi, gioca un ruolo a parte, come teoria dell'inconscio fondando una prassi e una disciplina psicoterapeutiche.
All’interno di tutti questi schieramenti scientifici, vivono poi varie correnti di pensiero che giungono a diversi approdi.
Non m’azzardo ad entrare in quel dibattito, mi mancano gli strumenti per farlo. Gradirei, però, che anche altri, come me non attrezzati, evitassero d’avventurarsi in dichiarazioni su quel campo.
Perché se si parla di cardiologia si lascia la parola agli specialisti e se, invece, si discute di psichiatria tanti si sentono in diritto d’esprimersi? Perfino evocando ideologie politiche?
Non c’è dubbio che il male psichico risenta d’ambienti sociali (ma perché le cardiopatie no?) in modo più marcato rispetto ad altri malanni che ci acciaccano, ma da qui a farsi esperti, ce ne corre. Vorrei che a parlare fossero i medici e i loro pazienti, soltanto loro, con diverse matrici e cognizioni, hanno competenze per pronunciarsi.
E se è vero che non è necessaria una laurea in medicina per dire che Basaglia aveva ragione, è altrettanto vero che occorrono studi scientifici o esperienze di sofferenza per dibattere seriamente su mente, cervello, inconscio.

Lunga, ma credo necessaria, premessa per presentare un libro intitolato La depressione stampato da Bollati Boringhieri.

N’è autore Franco Lolli psicoterapeuta, psicoanalista, vicepresidente Jonas, docente presso l’Irpa, direttore scientifico dello CSeRIM; è autore, oltre al volume qui presentato di altri titoli.

A lui ho chiesto: fra i plurali motivi che l’hanno stimolato a scrivere questo libro, qual è il principale?

Tra le molteplici ragioni che mi hanno spinto ad occuparmi di depressione, vorrei sottolinearne una: contrastare una certa ‘timidezza’ del discorso psicoanalitico che sembra reagire fiaccamente al dominio della psicofarmacologia e degli approcci cognitivo-comportamentali nel trattamento di questa diffusissima forma di sofferenza psichica. Occorre, a mio avviso, contestare con forza la tendenza a fare del depresso una ‘vittima’ di malfunzionamenti biochimici, cognitivi o sociali per affermare, viceversa, la sua responsabilità, ovvero la sua possibilità di ‘incidere’ sul male che lo riguarda.

La depressione, pur esistita da sempre, oggi è, forse, più diffusa d’un tempo, ma – com’è rilevato nel suo libro – la modernità la connota in modo particolare. Ci dice come?

Credo che il tratto della modernità che maggiormente determina la diffusione epidemica della depressione consista nella esclusione maniacale della dimensione della limitatezza e della finitudine umana che, di conseguenza, non trova più spazi di elaborazione simbolica in grado di metabolizzare esperienze che ad essa si connettono, quali la morte, la malattia, l’insuccesso e il fallimento personale. L’effetto che osserviamo nelle società occidentalizzate è una sorta di ritorno del ‘rimosso’ sociale sotto forma di un numero progressivamente in crescita di persone che fanno dell’impossibilità del lutto la propria insegna identificatoria. In altre parole, ciò che sul piano socioculturale risulta impedito dalla spinta euforica al conformismo consumistico – che non ammette soste – riappare nelle ‘enclave’ sintomatiche depressive all’interno delle quali la perdita si fissa come elemento insuperabile e paralizzante.

I suoi studi e la sua teoria terapeutica sono di natura lacaniana. Qual è l’attualità di Lacan nello scenario scientifico dei nostri giorni?

La sua domanda mi consente di specificare meglio il contenuto della mia prima risposta. In effetti, il contributo di Lacan sul tema della depressione può essere riassunto nella sovversione che egli opera sul concetto di estraneità del malato al sintomo che lo affligge. Per essere più chiari, Lacan rifiuta l’idea – dominante ai suoi tempi ed ancor più ai nostri giorni – di un soggetto determinato da alterazioni chimiche o da eventi familiari che ne segnerebbero inevitabilmente il destino; al contrario, egli parla di responsabilità morale, afferma, cioè, in maniera esplicita, l’implicazione della persona malata nella condizione di sofferenza che lo concerne e che consiste nel suo indietreggiare davanti al compito ‘etico’ di andare al fondo della propria questione, di attivare quel processo di ricerca delle ragioni del proprio malessere che di per sé rivitalizza il soggetto, di sganciarsi dalla situazione debilizzante di lamento costante e di rifiuto di sapere.

Franco Lolli
“La depressione”
Pagine 136, Euro 12:00
Bollati Boringhieri


Green Platform

Cosmotaxi Special per “Green Platform”

Firenze, 24 aprile – 19 luglio 2009


Green Platform


Non la vita, ma la buona vita, deve essere principalmente apprezzata.

Socrate


Green Platform: chi, dove, come, quando


Aperta il 24 Aprile, fino al 19 luglio il CCCS (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina) di Firenze presenta la mostra Green Platform dedicata a una ben articolata riflessione critica sull’ambiente, l’ecologia e la sostenibilità.
Il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (CCCS), è parte della Fondazione Palazzo Strozzi .
Lo spazio espositivo si trova sotto il cortile del Palazzo, negli ambienti noti come appunto La Strozzina .
In passato, qui si trovavano le cantine, vero gioiello del Rinascimento italiano; in seguito, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’alluvione del 1966, queste sale hanno ospitato con un’eco internazionale le più importanti mostre fiorentine.
Il Cccs comprende undici sale di dimensioni diverse, per una superficie totale di 850 metri quadrati.
Il giovane Centro, attraverso poche mostre è balzato ai primi posti della ribalta espositiva italiana, e non solo italiana, grazie alle linee espressive sapientemente disegnate da Franziska Nori, direttore del progetto. Progetto che s’avvale del coordinamento di Fiorella Nicosia autentica Colonna (la C maiuscola non è un errore grafico, è voluta) della Strozzina.
L’ottica fondamentale scelta è quella di lanciare un programma pluriennale sia sulla base dei network locali sia di quelli internazionali. Da qui la proposta di progetti espositivi tematici presentati nel corso dell’anno, la partecipazione di curatori indipendenti e istituzioni a concepire esposizioni, cicli di programmazione di film e video, workshops, performances. Ogni mostra è accompagnata da lectures affidate a studiosi che illustrano al pubblico le varie angolazioni possibili, i tracciati, i traguardi delle esposizioni.

La mostra in corso, Green Platform, vede la curatela del binomio: Valentina Gensini - Lorenzo Giusti.
Gli artisti selezionati per questo appuntamento – tutti operanti in relazione a tematiche ambientali – sono: Alterazioni Video, Amy Balkin, Andrea Caretto e Raffaella Spagna, Michele Dantini, Ettore Favini, Futurefarmers, Tue Greenfort, Henrik Håkansson, Katie Holten, Dave Hullfish Bailey, Christiane Löhr, Dacia Manto, Lucy e Jorge Orta, Julian Rosefeldt, Carlotta Ruggieri, Superflex, Nicola Toffolini, Nikola Uzunovski.

Moleskine è partner di “Green Platform” e inaugura una nuova collaborazione editoriale, sulla base di un progetto che prevede una continuità di idee e di intenzioni espresse in una forma speciale di pubblicazione catalogo. In quelle pagine oltre alle firme dei due curatori troviamo quelle di Franziska Nori, Franco La Cecla, Gunter Pauli, Marjetica Potrč, John Thackara.


Green Platform


Poiché i criteri morali hanno la precedenza sull'interesse personale, vari politici e vari imprenditori hanno trasformato l'interesse personale in un criterio morale.

Carl William Brown


Green Platform: nota introduttiva


Per apprezzare l'attualità della mostra Green Platform, basta dare un'occhiata all'agenda internazionale che vede i temi ambientali sempre più presenti, alle recenti polemiche sul Protocollo di Kyo­to, al successo (Italia esclusa, ovvio) dei Verdi alle elezioni europee di quest'anno.

In foto: Alterazioni Video: Incompiuto siciliano.

Per valutare, e lodare, i curatori, e coloro hanno dato loro fiducia, va rilevato che i temi agiti nella mostra non solo rispondono all'attualità, ma dell'ambientalismo raccolgono le più recenti tendenze, lontane da un pernicioso fondamentalismo che, in molte occasioni, ha prodotto più danni del CO2.
La mostra, s'inserisce benissimo in un nuovo modo di guardare ai problemi dell'ambiente, un modo nuovo riferibile a tutte le arti. Un modo nuovo che ha origini antichissime. Ricordate che con la citazione del De Rerum Natura di Lucrezio s'apriva "Il Pianeta Azzurro" (1981) di Franco Piavoli? Così come su parole lucreziane di recente ha lavorato l'artista canadese Katherine Harvey?
Del resto, i primi lavori della Land Art (termine coniato nel 1969 dal gallerista tedesco Gerry Schum), da Richard Long a Barry Flanagan, Robert Smithson, Dennis Oppenheim, Walter De Maria, Christo, hanno anticipato molti aspetti del nuovo modo di fare tanta arte ecologica che oggi riflette sui rapporti Natura-Tempo, Micro-Macro, e, al tempo stesso, innesta un ragionamento politico sulle cause degli ecodisastri contemporanei.
Così come, per citare soltanto alcuni esempi italiani, ne sono testimonianza la nascita della collana VerdeNero delle Edizioni Ambiente che sorge sugli stimoli dell'Ecocriticism (una corrente di critica letteraria sorta negli Stati Uniti intorno agli Anni '90); "Benvenuta catastrofe", libro di Dario Fo che, nell'adattamento teatrale di Giulio Cavalli, ha debuttato la settimana scorsa; "La bambina deve prendere aria" (proiettato al NapoliFilmFestival '09), di Barbara Rossi Prudente, che segue la passeggiata cittadina di una madre con la figlia neonata in una città straziata dall'immondizia.
Senza trascurare, sul piano internazionale, il film "Home: La nostra Terra" di Yann Arthus-Bertrand prodotto da Luc Besson, presentato giorni fa, in occasione della Giornata dell'Ambiente.

Green Platform, mi ha fatto pensare anche a come si sia trasformato l'impegno politico, specie nelle arti visive, dove il tema dell'ecologia è diventato un protagonista e non già, come un tempo, il mondo del lavoro. Lascio ad altri, critici, storici, e sociologi dell'arte, il còmpito d'illuminarci sul come e sul perché.
E il parlare dell'impegno civile porta necessariamente ad una riflessione. Se è vero, e lo è, che la classe politica, non solo italiana, ha responsabilità gravissime riguardo all'ambiente, è pur vero che esistono responsabilità dei popoli che quella classe esprimono sia eleggendola nei paesi democratici sia aderendo ad essa, talvolta con entusiasmo, quando si tratta di dittature.
Il caso italiano, poi, è, in tal senso, tra i più drammatici. Da noi si mutilano antiche statue per festeggiare il successo di una squadra di calcio, i prati dopo un picnic sono un letamaio, le strade delle città considerate cestini dei rifiuti, s'incendiano boschi non solo per ordini mafiosi ma anche per disattenzione, cicche, fuochi per barbecue mal spenti, etc.
Tutte cose che dimostrano come si sia ben oltre l'indifferenza, si è nel disprezzo della natura e di ciò che ci circonda. Per non dire del trattamento che riserviamo, e non soltanto da noi, agli animali.

Ora, spero che ambientalisti vecchi e nuovi non ce l'abbiano troppo con me se pongo, come sto per fare, una domanda che rivolgo per primo a me stesso: ma questo pianeta (poco azzurro, in verità) e i suoi abitanti, meritano la sopravvivenza? Chissà.
Una risposta, con qualche disagio, viste le cose su cui sto scrivendo, però, so darmela.
La trovo, e mi pare una speranza, nelle ultime righe dell'opera d'Italo Svevo "La coscienza di Zeno" (1923).
Le ricordo ai più distratti: Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


Green Platform


Smettiamola di incolpare le cose. Le colpe - le responsabilità - sono sempre delle persone.

Giovanni Raboni


Green Platform: James Bradburne

In foto, da Green Platform: Katie Holter (Irlanda): “Excavated Tree”.

Il Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, James M. Bradburne, così scrive a proposito della mostra in corso al CCCS.

La presente mostra affronta tematiche fondamentali per la cultura contemporanea: l’ambiente, l’ecologia, lo sviluppo sostenibile. Scrive l’esperto museale Robert Janes nel suo libro “Museums for a Troubled World” (Routledge, 2009): “Tutti sanno che il pianeta Terra e la civiltà globale sono oggi di fronte a una costellazione di problematiche che ne minacciano la stessa sopravvivenza. Dal cambiamento climatico all’inevitabile esaurimento dei combustibili fossili, per non parlare della sterminata gamma di problemi relativi alla salute e al benessere che affliggono una miriade di comunità locali sparse in tutto il mondo. […] È sorprendente come i musei non entrino che raramente – se mai lo fanno – nel dibattito su questi temi, il che mi induce a considerare come un dato di fatto la loro completa irrilevanza nel ruolo di istituzioni sociali. Il persistere di un atteggiamento di rifiuto nei confronti di queste tematiche può avere un valore adattativo sul breve termine, ma è innegabile che tale rifiuto stia ormai aggredendo il futuro stesso della collettività.”
Green Platform è un esempio del modo in cui le istituzioni culturali possono riconoscere, indagare e affrontare i temi dell’ambiente che riguardano tutti noi.
Il ruolo dell’arte e degli artisti nell’affrontare le sfide che ci troveremo di fronte nei prossimi decenni non è ancora chiaro. Quel che è certo, tuttavia, è che i temi trattati in Green Platform meritano un’attenzione critica accorta e puntuale
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Green Platform


L'ecologia c’insegna che la nostra patria è il mondo.

Danilo Mainardi


Green Platform: Franziska Nori


Project Director della Strozzina, prima di quest’incarico, Franziska Nori è stata alla direzione del Digital.org Kulturbüro di Francoforte, che ha prodotto mostre dedicate al fenomeno della cultura digitale. Dal 2005 fa parte del comitato scientifico dell’International School dei New Media all’Università di Lubecca. Dal 2000 al 2003 è stata curatrice del dipartimento per “new media art and crafts” presso il Museo di Arti Applicate (MAK) di Francoforte, per il quale ha organizzato mostre e collezioni d’oggetti digitali (giochi e siti web). Insieme al suo team di Francoforte, ha prodotto mostre come “I Love You”, che ha esplorato il mondo degli hackers e dei virus informatici, “ 'adonnaM.mp3” centrata sull’analisi dei networks e dei file condivisi sulla rete e “Digital Origami” dedicata alla cosiddetta “demo scene”.
Nel 1998, è stata incaricata dalla Commissione Europea di dare una valutazione sulle future strategie per i musei d’Europa che lavorano con i new media. Dal 1992 in poi ha lavorato per diverse istituzioni europee, come curatrice indipendente d’arte moderna e contemporanea: alla Schirn Kunsthalle di Francoforte, al Museum für Moderne Kunst di Vienna, al Museo Nacional Reina Sofia di Madrid, e alla Fundación la Caixa a Palma de Mallorca.


In foto: Nicola Uzunovski (Macedonia): “My Sunshine”
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A Franziska Nori ho chiesto una panoramica sull’attività della Strozzina e sul piano espressivo che muove il progetto di questo Centro da lei, in appena due anni, portato ad un livello d’interesse internazionale.

Dalla sua nascita, nel novembre 2007, il CCCS propone come sua strategia curatoriale progetti tematici articolati in diversi formati comunicativi - una mostra per la quale invitiamo artisti italiani ed internazionali, producendo gran numero delle opere espressamente create per la mostra; una pubblicazione che invita esperti dalle differenti discipline accademiche ad approfondire il tema della mostra, come anche un fitto programma di lectures settimanali e workshop realizzati sia da artisti sia dalla squadra di mediazione d'arte interna al CCCS. Il Centro realizza dunque progetti culturali, più che solo mostre, che affrontano temi che crediamo essere di rilevanza sociale e che hanno una forte attinenza con gli accadimenti che muovono la nostra società oggi. Per esempio, nel novembre 2008, organizzammo la mostra "Arte, Prezzo e Valore" che analizzava criticamente la correlazione tra arte e commercio e, quindi, dibatteva il concetto di valore attribuito alla produzione culturale in un contesto fortemente economizzato. Oppure a marzo dello stesso anno, giusto nell'epoca della repressione del Tibet da parte della Cina, presentammo la mostra "Cina Cina Cina", un progetto creato per esplorare l'altra faccia della produzione artistica attuale in Cina, cioè quella che incontra problemi di censura e che per questo non fa parte dei circuiti ufficiali fortemente spinti dal sistema internazionale. Per settembre 2009 stiamo lavorando alla mostra "Realtà Manipolata". Dopo la cosiddetta rivoluzione digitale, le immagini costituiscono un potente mezzo di comunicazione universale e globalizzato; questo progetto dunque si dedica ad un'analisi critica del concetto di “realtà” in relazione alla sua rappresentazione mediatica. Invito te e i tuoi lettori, Armando, all'inaugurazione al CCCS di Firenze il 24 settembre.

Grazie per l'invito. Di sicuro ci sarò.


Green Platform


Qualunque paesaggio è uno stato d'animo.

Henri Frederich Amiel


Green Platform: Valentina Gensini


Dopo la laurea a Firenze, ha seguito il corso di specializzazione in Storia dell’Arte contemporanea presso l’Università di Siena, ed ha partecipato al primo seminario internazionale di Museologia dell’Ecole du Louvre. Attualmente è consulente della Fondazione Palazzo Strozzi. Ha curato mostre in spazi no-profit ed in musei. Ha ideato il format Sopralluoghi. Indagine nel contemporaneo (Firenze, 2006 – 2008).

In foto, da Green Platform: “Medusa Swarm”, lavoro in vetro dei danesi Tue Greenfort

A Valentina Gensini, ho chiesto: quando avete ideato la mostra qual è la prima cosa che avete deciso fosse da fare e quale la prima da evitare?

La prima necessità individuata è stata la motivazione stessa che ci ha spinto ad approfondire il tema Arte-Ecologia: superare il diffuso approccio superficiale riguardo a questo tema importante, ma pericolosamente inflazionato. Ci siamo dunque interrogati su come ovviare a molti equivoci diffusi, e la risposta è stata cercare di ricostruire un percorso che trovasse le proprie giustificazioni storiche e che riscoprisse in piena consapevolezza le radici del pensiero ecologico, inteso in senso olistico e trasversale.
Da lì abbiamo ricostruito l'attuale dibattito internazionale unendo riflessioni provenienti da ambiti profondamente diversi con un taglio interdisciplinare, e abbiamo coinvolto nella platform artisti consapevoli ed impegnati in questo tipo di riflessione, selezionando opere espresse con linguaggi e media differenti.
Assolutamente da evitare: i cliché verdi, impostazioni retoriche o moraleggianti, una visione tradizionale o obsoleta dell’ambientalismo, una mostra rigida che divenisse solo una vetrine per opere, un approccio superficiale o generalista
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Green Platform


Prima di chiedersi come si puliscono le città, bisognerebbe chiedersi come si sporcano.

Guido Viale


Green Platform: Lorenzo Giusti


Dottorando presso il dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di Siena, è autore di monografie e saggi dedicate principalmente alla storia della critica d’arte del XX secolo.
Collaboratore della rivista “Arte e Critica”, ha fondato l’Associazione Spaziorazmataz, con la quale è impegnato in un’attività di produzione e promozione degiovane arte italiana e internazionale.

In foto, da Green Platform: Michele Dantini, dalla serie “The World Bank”.

A Lorenzo Giusti, ho chiesto: quale ruolo e importanza attribuisci alla tecnologia nello scenario delle arti visive applicate all'ecologia?

Sino a qualche anno fa, sviluppo tecnologico ed equilibrio naturale erano percepiti come due percorsi inconciliabili, ma oggi, grazie al contributo delle teorie postambientaliste (Ted Nordhaus e Michael Shellenberger in particolare), ma anche e direi soprattutto all’effetto Obama (attraverso la sua apertura alle nuove tecnologie ambientali, in particolare le energie rinnovabili) tale percezione è, in larga parte mutata. Sebbene non si possa parlare espressamente di “arti visive applicate all’ecologia” è pur vero che un nuovo pensiero ecologico, un pensiero evoluto e complesso, sta progressivamente prendendo campo, in forma “applicata”, all’interno dell’ambito artistico, come tentativo di fornire risposte “possibili” alla crisi ambientale in atto.
All’interno di questo quadro la tecnologia svolge un ruolo determinante, non soltanto come elemento motore di un diverso sviluppo sociale ed economico, ma anche come elemento critico di riflessione e di elaborazione del pensiero creativo
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Green Platform


La pazienza è ciò che nell'uomo più assomiglia al procedimento che la natura usa nelle sue creazioni.

Honoré de Balzac


Yves Netzhammer


“Archivi dell’astrazione” (titolo originale: Inventories of Abstraction) di Yves Netzhammer non fa parte di Green Platform, è uno splendido evento collaterale.
In foto, un angolo del lavoro.
Si tratta di un’installazione multimediale (prodotta dal Centro di Cultura Contemporanea Strozzina – Fondazione Palazzo Strozzi, con il sostegno di Prohelvetia, Fondazione Svizzera per la Cultura) dislocata nel cortile del Palazzo e visitabile gratuitamente.
L’iniziativa s’inserisce nell’àmbito del progetto agito dalla Strozzina che vede artisti di tutto il mondo, chiamati a Firenze per presentare al pubblico lavori concepiti per il cortile di Palazzo Strozzi; progetto inaugurato nel 2008, con Artificial Moon del cinese Wang Yu Yang.
Yves Netzhammer reinventa lo spazio architettonico rinascimentale del cortile di Palazzo Strozzi impiantandovi un labirinto che il visitatore attraversa, accompagnato dalle sonorità create dal sound artist Bernd Schurer, tra sagome d’animali, angoli vegetali, video, tracce e stracci di vissuti.
Ogni elemento è proposto sotto forma di frammenti che entrano in relazione tra loro sulla base del movimento e della posizione assunta da parte dello spettatore: le singole sagome si uniscono in forme uniche così come i diversi frammenti di video formano un’unica animazione.
In “Archivi dell’astrazione”, la comprensione delle cose si basa sulla capacità umana di saper guardare quelle singole cose in rapporto ad una totalità complessa che, in questo caso, non solo riunisce i diversi lacerti interni all’opera, ma anche spazio interno ed esterno, aperto e chiuso del Palazzo.
Le ambigue immagini biomorfiche e i suoni, richiamano il concetto del Gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale), coinvolgendo sensi, ricordi e sogni.
Yves Netzhammer (imagini di altri suoi lavori QUI) è nato nel 1970 a Sciaffusa e vive a Zurigo. Dopo aver esposto i suoi lavori in mostre personali e collettive in importanti città come Zurigo, Francoforte, Basilea, Duisburg, Brema, Karlsruhe, Colonia, Mannheim, Lucerna e altre, e dopo aver vinto un certo numero di premi, Netzhammer ha rappresentato la Svizzera, con Christine Streuli, presso il Padiglione Nazionale ai Giardini di Castello nell'edizione 2007 della Biennale di Venezia.
Dal 1997 ha prodotto video installazioni, animazioni 3D, disegni, dipinti e altri oggetti, utilizzando il computer per creare immagini e sequenze filmiche animate.

Archivi dell’astrazione è una delle più belle installazioni che m’è capitato di vedere in questi ultimi tempi.
Una riflessione filosofica in festa d’immagini, una lussuosa esperienza sensoriale.


Green Platform

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.

Socrate


Green Platform

Cosmotaxi Special per “Green Platform”


Firenze, 24 aprile – 19 luglio 2009

Fine


Squaz


E’ questo lo pseudonimo di un grande del fumetto italiano.
Ora ha pubblicato una straordinaria storia dal titolo Minus Habens mandata in libreria dalle edizioni Grrr Žetic.
Di Squaz, Cosmotaxi s’è già occupato tempo fa allorché segnalò la sua partecipazione – in coppia con lo scrittore Luca Tassinari – al progetto Blog & Nuvole con un graphoclip dedicato ad un sagacissimo gatto notturno che nulla ha da invidiare all’altro domestico felino di cui scrisse Hippolyte Taine in “Vita e opinioni filosofiche di un gatto”.
Squaz, gestore (ma forse è meglio dire tenutario), dell’inquieto Hotel Tarantula, in “Minus Habens” parte da una situazione beckettiana: un uomo solo, pressoché immobile, da tanti anni in una stanza, una sorta di Krapp senza neppure un last tape. L’uomo si chiama Romeo (incontrerà, com’è d’obbligo, una sua Giulietta), si nutre voracemente grazie ad una zampa misteriosa che gli passa quotidianamente il cibo, fa piccole azioni ricognitive su se stesso: “Un po’ per capriccio e un po’ per balocco / si esamina un rene, poi passa al ginocchio / Infine un orecchio, poi il naso, la testa / e poco ci manca che secco ci resta / si toglie il berretto (è sano ed è salvo) / ma tutto d’un colpo s’accorge ch’è calvo!”.
Anni e anni gli sono formicolati addosso senza che se n’accorgesse. Da quella stanza si muoverà, attraverserà fiamme, scorrendo su di un tapis roulant da allucinato puppentheater, incontrerà Giulietta e… no, non vado avanti sennò, giustamente, alla casa editrice s’incazzano.
Il libro è narrato in versi, le matite usano vari colori che assecondano le situazioni concorrendo a formare qualcosa di diverso da una graphic novel, un genere nuovo cui urge un nome.
Ferruccio Giromini scrive in prefazione: “…è una storia sbalorditiva, conchiusa e rotonda […] osando avventurarsi in territori danteschi, addirittura metafisici […] i testi s’inseguono saltellando come bimbi in un cortile; le figure si susseguono inesorabili come vecchi in visita medica […] e capirete la grandezza ritrosa di Squaz, un autore di punta, del tutto originale, della narrativa grafica del Terzo Millennio”.

A Squaz ho chiesto: quando ti metti al lavoro su di una storia a fumetti qual è la prima cosa che decidi di fare e quale la prima da evitare?

Naturalmente dipende dal tipo di racconto, tuttavia non escludo che nei miei lavori ci siano delle idee-guida ricorrenti.
Con "Pandemonio", che ho realizzato due anni fa su testi di Gianluca Morozzi, l'idea è stata quella di una narrazione un po' deragliante e visionaria, che allargasse i confini del racconto per immagini: rompere le gabbie dello "storytelling", per cercare di dimostrare che anche una serie di racconti tra loro eterogenei può diventare un tutto unico quando l'interpretazione visiva rimane coerente, espandendone il significato.
Con "Minus Habens" che ho appena pubblicato, l'idea è invece quella di una storia chiusa e lineare, quasi una favola per bambini, dove però il contenuto profondo, l'argomento trattato ed il tipo di narrazione adottata (il testo, come hai ricordato, è completamente in rima) creano un ibrido nel quale fondere passato e futuro del fumetto.
In entrambi i casi, probabilmente cerco di scavalcare le trappole della banalità o dell'autoreferenzialità e, se possibile, di superare i limiti della grammatica a fumetti ed i miei personali.
Quanto alle cose da evitare, direi il didascalismo ed il moralismo: per me non c'è niente di peggio di chi ti dice cosa devi fare e cosa devi pensare e, in definitiva, saper raccontare storie vuol dire anche saper manipolare le coscienze, toccando i tasti giusti. Insomma, è una forma di "potere" che andrebbe utilizzata responsabilmente, ragion per cui, anche quando ho da dire qualcosa che mi pare importante e giusto, preferisco farlo senza tradire la natura della storia che racconto o della visione che mi ha ispirato. E in questo, il fatto di pensare per immagini mi aiuta
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Per una scheda sul libro: CLIC!

Da lunedì 15 giugno, Squaz sarà ospite della Sez. Nadir di questo sito.


Cena all'Universo Hotel


“L’ultima cena a 9 miliardi di anni luce” è il titolo di una recente installazione di Vincenzo Ceccato. Il titolo non vuole essere un riferimento religioso, ma rimanda all’opera di Leonardo da Vinci, artista scienziato, e, quindi, al legame tra arte e scienza intese come le più alte espressioni del pensiero umano.
L’autore di questo lavoro simula che un evento emblematico dell’immaginario e della nozione collettiva, che può essere accaduto sul nostro pianeta, possa essere accaduto contemporaneamente in altre parti dell’universo oppure, comprendendo la teoria della relatività, della velocità della luce e della curvatura dello spaziotempo che permea l’universo, stia sempre accadendo, considerando ideali osservatori in moto relativo.
Il lavoro è composto da 13 modelli in vetroresina che raffigurano esseri umani, a grandezza naturale, dalla sessualità indefinita e abbigliati con tute che richiamano la cultura visiva di fantascienza. Le 13 entità, numero non casuale e simbolico, sono posizionate su una struttura in plexiglas con luci al neon e si sviluppa su una superficie di circa 50 mq.
Il catalogo ha la firma della Divina Barbara Martusciello ed ecco un estratto dal suo scritto.

Vincenzo Ceccato è un artista da sempre affascinato dalla contaminazione linguistica e dal rapporto tra arte e scienza. Il carattere della sua ricerca, così orientata, dichiara il legame con una certa sperimentazione anni Sessanta e Settanta alla quale, del resto, appartiene sia a livello generazionale che per condivisione di esperienze e cultura; prosegue poi intensificando studi e interessi radicati nell’ambito scientifico e tecnologico mantenendo viva una necessità di indagine rivolta all’uomo, al mondo, alla vita sensibile.
Ecco, quindi, che il suo lavoro si è orientato nettamente verso riflessioni multiple, a loro modo concatenate, che si concentrano sul rischio della massificazione, sui pericoli della clonazione, sul progresso affascinante ma anche sui limiti della ricerca di conoscenza.
Similmente alle opere narrative di Isaac Asimov o Philip K. Dick, per esempio, dove l’arte letteraria – di fantascienza – si è avvicinata alla scienza, quando non ne è stata prefigurazione di certi sviluppi successivi, anche l’arte visiva può interpellarsi e sondare in maniera credibile e a pieno titolo nelle pieghe più o meno scoperte della biologia, della chimica, della cosmologia, dell’astrofisica o della cibernetica. Ceccato, lo ha fatto pescando a piene mani dalle problematiche aperte dal rapporto tra il biologico e l'artificiale nell'inquietante prospettiva di un’evoluzione nella quale il simulacro prenda il sopravvento, come ci ha detto qualche tempo fa, e come ha poi concretizzato con il suo lavoro “Il Giardino dei Veleni”.
Dunque questa “Ultima Cena” si alimenta e si sostanzia grazie a questa complessità di relazioni e al reticolo di informazioni scientifiche da lui abilmente studiate. Ceccato prosegue nelle sue continue navigazioni non tanto nella disciplina scientifica quanto nel simbolo, dove appunto cabala, alchimia, conoscenza si intrecciano in un melting pot accattivante, che si riassume tutto nell’arte.
Come sempre avviene, le probabilità di lettura del fruitore di fronte all’opera possono essere molteplici, tutte possibili. L’arte, del resto, non indica soluzioni ma ‘percorsi’: permette un diverso modo di intendere le cose, una nuova possibilità di pensare, differenti punti di vista dai quali guardare la realtà, altre opportunità di percepire il mondo… insomma, contribuisce a “fare mondi”
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Vincenzo Ceccato
“L’ultima cena a 9 miliardi di anni luce”
RO.MI. Via Vetulonia 55, Roma
Tel: 338 – 80 97 446
mail: romi.art@fastwebnet.it
Dalle 17 alle 20
Fino al 30 giugno ’09


Kai Zen


E’ questo il nome di un ensamble narrativo, nato nel 2003, fra i più attivi e brillanti in Rete.
Realizza progetti di scrittura collettiva ed è formato da quattro tastiere (Jadel Andreetto - Bruno Fiorini - Guglielmo Pispisa - Aldo Soliani) che operano sparse sul territorio italiano.

Per conoscerli meglio, non vi resta che fare CLIC!
Ho ricevuto giorni fa da loro un comunicato che volentieri rilancio.

Il titolo della webcomunicazione è tratto dal film “Blues Brothers” (diretto nel 1980 da John Landis) e, più precisamente, da una battuta che Jake (John Belushi) rivolge a Elwood (Dan Aykroyd): Io li odio i nazisti dell’Illinois.

Cliccare QUI per sapere tutto quanto.


Novecento Italiano


Alla Fiera del Libro la casa editrice Isbn ha presentato una nuova collana, Novecento Italiano, diretta dal noto critico Guido Davico Bonino.
Docente di Letteratura Italiana e Storia del Teatro in tre diversi atenei italiani, ha lavorato per diciassette anni (1961-1978) e curato numerosi volumi per la casa editrice Einaudi, è stato critico teatrale per “La Stampa” e collabora con la Rai.
Meno nota, forse, la sua esperienza d’astronauta che lo vide navigare nel Cosmo nell’ottobre 2006, per saperne di più cliccate con fiducia QUI.

Davico Bonino, ripresosi dalle emozioni provate nel Cosmo, così presenta la nuova collana.

Novecento Italiano nasce dall’esigenza di rivisitare e rivitalizzare i classici contemporanei, grandi libri di altrettanto grandi autori che hanno visto la luce nel secolo appena concluso, che per svariati motivi sono scomparsi dagli scaffali delle librerie o che si è scelto deliberatamente di trascurare, forse perché spesso si è troppo assillati dal presente e dalla “presenzialità” nel medesimo. Le scelte operate si affidano dunque all’estrema attualità e vitalità dei temi affrontati, perché, pur contando “anzianità” dalla data della loro prima edizione, continuano a parlarci di una società che per molti aspetti, è ancora la nostra; di esigenze morali e civili che non sono venute meno, pur nelle inevitabili trasformazioni di valore e significato.
Sette titoli l’anno, ciascuno accompagnato da una postfazione di carattere storico culturale, in cui sarà illustrata l’attualità, il senso dell’opera, il ruolo dell’autore, e da una breve notizia bio-bibliografica
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I libri finora usciti sono: Nascita e morte della massaia di Paola Masino; Facile da usare di Oreste Del Buono; Zebio Còtal di Guido Cavani.

Prossimamente: Sergio Antonielli, “Il campo 29”; Massimo Bontempelli, “La vita intensa”; Domenico Rea, “Gesù, fate luce!”; Renzo Rosso, “La dura spina”.

Ufficio Stampa: Valentina Ferrara e Giulia Osnaghi, tel: 02 – 36 57 89 33


VerdeNero


L’editrice Ambiente ha varato una nuova collana chiamata VerdeNero.
E’ guidata da Alberto Ibba che spiega il progetto editoriale in questo video.

Il nome della collana è collegato ai colori che tingono lo scenario dell’ecomafia: da una parte il verde (la natura, il bene comune per eccellenza) e dall’altra le trame e le connivenze della malavita organizzata, materia da cronaca giudiziaria, e spesso da cronaca nerissima. Il Verde e il Nero sono i due mondi che nell’ecomafia vengono a contatto. Ma queste “parole-colore” si estendono simbolicamente fino alle esperienze e ai sentimenti del cittadino comune, che nei fenomeni di ecomafia è quotidianamente implicato, anche quando non sembra percepirlo. Il silenzio dell’omertà, l’inquinamento delle coscienze, l’insidia della violenza sono ben rappresentati dal nero, colore dell’ombra. Mentre, dall’altra parte, resta piena e vitale la voglia di dire, di fare, di rompere i silenzi e dare uno spazio nuovo alla vita di relazione. E anche alla speranza, da sempre illuminata dal colore verde.

Su questo link per ogni titolo finora uscito troverete notizie particolareggiate sul contenuto e l’autore.

Per i redattori della carta stampata, delle radiotv, dei webmagazines: l’Ufficio Stampa è di Maddalena Cazzaniga; mail: maddalena.cazzaniga@reteambiente.it


Il tris di Dario


In un film visto tanto tempo fa (…“Gli anni in tasca” di Truffaut?... vattelappesca!) due ragazzi s’interrogano invano sulla parola “lussuria” pronunciata dagli adulti a mezzabocca. Nessuno vuole dare loro una spiegazione. I due capiscono che c’è aria di censura e decidono d’affidarsi al dizionario dove apprendono, finalmente, che lussuria significa: “Desiderio della carne”. Soddisfatti, allorché passano davanti ad una macelleria si danno di gomito con aria furba e vissuta.
Ma lussuriosa in tutti i sensi è l’Antica Macelleria del famoso Dario Cecchini (in foto) che da 33 anni distribuisce gioie del palato a Panzano in Chianti.
Ci sono stato giorni fa approfittando d’una pausa di lavoro in Toscana. Intorno alla celebre macelleria – reca all’esterno due lapidi, la prima murata allorché la bistecca fu sospesa dalle mense e una seconda quando fu riammessa – sono nati ben tre locali che offrono a prezzo fisso le impareggiabili specialità del grande Dario.
Officina della Bistecca: 50 euro, venerdì e sabato ore 20:00 e domenica alle 13:00
SoloCiccia: 30 euro, da giovedì a sabato alle 19 e alle 21; domenica ore 13:00.
Mac Dario (e questo nome se lo poteva risparmiare l’ottimo Cecchini!): due menu, a 10:00 e a 20:00 euro, incredibile ma vero!
Si può portare il vino da casa e, in effetti, il vino di Dario, pur accettabile, non è all’altezza delle strepitose carni e altrettanto sue strepitose cotture.
Si mangia tutti insieme su lunghi tavoli sotto lo sguardo affettuoso e vigile del padrone di casa mentre Dante, occhialoni da fabbro sulla fronte, con gesti di teatrale rapidità, rifornisce gli ospiti di julienne di maiale al vino bianco, cosimino ardente, arista in porchetta e altre prelibatezze mentre sulle braci cuociono le proverbiali bistecche.
I dati sulle aperture dei tre locali – affinché un giorno non m’incolpiate d’inesattezze – vanno verificate la mattina entrando in macelleria dove vi saranno date informazioni e offerto, con sincera cordialità, un aperitivo di crostini e vino. Macelleria dove la compagna di Dario, una bella californiana bionda, illustra ai numerosi stranieri le meraviglie del banco dove si può comprare anche in confezioni sottovuoto.
Insomma, un posto che vi consiglio per una ghiotta gita, splendido per sapori forti, perfino, giustamente, tozzi.
A Panzano segnalo pure l’urgenza di un aperitiv… un altro?... sì, beh, che c’è?... da Arianna e Mimmo che v’accoglieranno sontuosamente alla Distilleria Baldi che dista pochi metri dal Butcher. Alla distilleria Baldi si può anche fare pranzo o cena, perché in cucina Mimmo Baldi fa valere l’arte sua.


Ragazze Alfa


“Mi occupo di storia delle donne soprattutto in rapporto al potere e, quindi, alla libertà”, questa frase mi fu detta anni fa da Valeria Palumbo nel corso di un’intervista e ho ritrovato quel suo pensiero alla guida delle pagine del nuovo libro da lei pubblicato: L’ora delle ragazze Alfa Direttori d’orchestra, filosofi, piloti, maratoneti, scienziati. Dopo secoli di battaglie il loro nome è donna.

Valeria Palumbo, caporedattrice centrale del periodico L’Europeo, fa parte della Società Italiana delle Storiche.
Sue precedenti pubblicazioni: La perfidia delle donne; Svestite da uomo; Le figlie di Lilith.
Oltre ai volumi citati, ha pubblicato: “Prestami il volto”, premio ‘Il Paese delle donne’, “Lo sguardo di Matidia”, entrambi per Selene; “Le Donne di Alessandro Magno”, “Donne di Piacere”, titoli nel catalogo Sonzogno.

La prima ondata del femminismo ha conquistato il diritto di voto. La seconda la libertà sessuale. Adesso è il momento della terza: negli Stati Uniti e in gran parte d’Europa le donne stanno ottenendo la parità anche sul lavoro, nello sport e nei posti chiave della politica, della cultura e dell’economia, adesso è l’ora delle ragazze Alfa (il termine riprende il concetto di “maschio alfa”, ovvero dominante, proprio dell’etologia).
Non sono viste troppo bene dalle femministe di un tempo, più impegnate sul piano ideologico, che, a farla breve, rimproverano loro d’assomigliare spesso ai maschi tanto criticati. Del resto, se non la si conoscesse in foto, leggendo solo le parole pronunciate, Sarah Palin potrebbe essere scambiata per un maschio bianco tutto Bibbia e Fucile. Per fortuna, però, poche (ma - tu vedi che disgrazia! - temo, tutte in Italia, dentro o ronzanti intorno al governo) rassomigliano alla Palin. Ma i tempi, piaccia o non piaccia, sono cambiati.
Come in altri suoi volumi, Valeria Palumbo documenta in modo scorrevole il profilo di queste nuove donne nei vari campi già elencati nel sottotitolo.
Nel concludere il suo riuscitissimo libro, l'autrice scrive: … mi piace chiudere con una frase di Maria Fisher – è una head-hunting di Düssendorf citata precedentemente nel volume – che completa l’intuizione di Alice Schwarzer: le donne, proprio come gli ebrei, non hanno patria. Il che costituisce anche un vantaggio: sono cittadine del mondo. Bene, afferma la Fisher: “Per arrivare al vertice, una donna deve aver fatto un immenso sforzo d’adattamento. Le donne non giocano mai in casa. Giocano sempre in trasferta, in un posto estraneo. Alla fine padroneggiano perfettamente due sistemi: quello altrui e il proprio. Gli uomini al vertice si muovono come pesci nell’acqua. Lo stesso accade alle donne. Ma le donne possono anche volare”.

Valeria Palumbo
“L’ora delle ragazze Alfa”
Pagine 341, Euro 17:00
Edizioni Fermento


Elogio dell'ateismo


L’edizione del 1994 di “Britannica Book of Year” stimava in un 1 miliardo e 154 milioni gli atei e agnostici nel mondo.
La World Christian Enciclopedia, nel 2000, riferiva di 1 miliardo e 71 milioni d’agnostici e 262 milioni d’atei nel mondo.
Secondo studiosi del campo quei numeri oggi vanno rivisti al rialzo.
La diffusione dell’ateismo, nonostante le recrudescenze dei monoteismi, molto si deve alle scienze ed è bene ricordarlo in quest’anno in cui si celebra il bicentenario della nascita d Darwin la cui figura da qualche tempo è al centro di nuove tenebrose attenzioni del Vaticano. Ne profilò bene il perché Daniel Kevles, storico della Yale University, a Spoleto-Scienza: “Nel seicento la Chiesa teme Copernico che rimuove la Terra dal centro del sistema solare minando l'autorità dei teologi… poi perseguiterà Darwin che ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione… continuerà a combattere sempre i nuovi filoni della ricerca scientifica”.
E non è un caso che nel 2005 il filosofo francese Michel Onfray ha pubblicato quel “Trattato di Ateologia” che reca significativamente il sottotitolo ‘Fisica della metafisica’., per
non dire del monumentale lavoro svolto nei suoi libri da Piergiorgio Odifreddi apprezzato in mezzo mondo e pure nell’altro mezzo..

Ben venga, quindi, in questi difficili anni ogni discorso, se ben fatto s’intende, che porti luce nelle tenebre dell’universo religioso.
E benvenuto, quindi, a Elogio dell’ateismo, titolo di una recente pubblicazione delle Edizioni Dedalo, un saggio in forma discorsiva sui motivi che inducono un essere pensante a sostenere il razionalismo ateo.
N’è autore Nando Tonon.
Il libro s’avvale di una prefazione di Margherita Hack che tra l’altro scrive: “Tonon espone le più evidenti incongruenze della religione. Per esempio la questione del cosiddetto ‘peccato originale’, l’assurdo di un Dio che, conoscendo già tutto quello che avverrà, crea degli esseri che si macchiano di terribili colpe e, nonostante ciò, li crea lo stesso”.
Questo passaggio mi ricorda un aforisma di Stefano Benni: “Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore”.

A Nando Tonon ho rivolto un paio di domande.
Perché troviamo le insegne dei tanti Dio in ogni guerra?

Ogni gente cresciuta ed educata nel culto di un Dio e non in quello della ragione (o, quanto meno, della obiettiva ragionevolezza) si autoesalta nel convincimento di trovarsi sempre dalla parte della Verità Assoluta. Tale presunzione di rappresentarne la depositaria esclusiva, rende sicuri che il proprio Dio, “aspirazione e motore dell’esistenza”, non può che suggerire, avallare e sostenere la “giusta causa”. La guerra allora si fa, anzi “si deve” fare, in nome del proprio Dio e con la certezza della Sua protezione. Ma è per l’appunto la molteplicità dei tanti Dio, anche molto diversi tra loro e quasi sempre fallaci, che ne mette in seria discussione l’esistenza e la plausibilità. A maggior ragione, poi, considerando che i vari “Esseri Supremi” posseggono stranamente (stranamente…?) le caratteristiche configurative, etiche e culturali del popolo che li proietta fuori di sé, su di uno schermo ideale. Una sorta di grottesco gioco di specchi.

Qual è il principale valore di un’etica senza Dio”

E’ la somma di tutti quei valori, specificatamente umani, che scaturiscono in modo naturale nel momento in cui l’originario animale esce, con fatica e laboriosissimo processo, dal suo stato primordiale per intraprendere il percorso di evoluzione e trasformazione in essere civile. Il valore, dunque, di un’etica senza Dio risiede nella consapevolezza dell’opportunità, e di seguito anche della bellezza, di darsi regole di convivenza, sviluppare culto dei sentimenti, assecondare la spinta al miglioramento morale e della condizione esistenziale, facendo appello al proprio senso di responsabilità. Senza, cioè, il puntello di un aiuto esterno del tutto ipotetico o il bisogno – oltretutto avvilente per una dignità matura – di un dispensatore di norme. Norme e dettami che poi, come insegna esperienza, nessuno segue lo stesso, ancorché imposti dall’ipotetico Dio.

Per una scheda sul libro, con la bio dell'autore, l'Indice del volume e la possibilità di leggere un brano on line: QUI.


Nando Tonon
“Elogio dell’ateismo”
Prefazione di Margherita Hack
Pagine 228, Euro 16:00
Edizioni Dedalo


Wine Sound System

Di Don Pasta Cosmotaxi si è già occupato una volta QUI.
La sua è un’operazione assai interessante con quel proporre un mix di gastronomia e musica scoprendone affinità elettive e immaginandone coincidenze espressive.
Dopo “Food sound system”, di anni fa, Don Pasta, da ieri, sempre con l’editore Kowalski, torna in libreria con un nuovo volume intitolato Wine Sound System, prefazione di Paolo Fresu.
Si chiede Don Pasta: cosa avrà bevuto Bob Dylan mentre inventava Like a Rolling Stone? Con quale vino accompagnare l'emozione di un concerto con Tom Waits? Con quale bottiglia festeggiare l'arrivo di Obama ascoltando Nina Simone? Possibile che bevendo Negroamaro venga in mente solo il reggae?
Certamente Sergent Pepper dei Beatles non ha bisogno di niente; nessun vino risulterebbe altrettanto inebriante.

Questo è il nuovo gioco di Don Pasta per raccontare le sue storie. Storie d’amori, libertà, utopie. Profondi elogi all'ozio e a ribellioni rilassate attorno a cucine carbonare, moti rivoluzionari che partano dalla pancia, dai profumi del vino, dalla saggezza di chi lo produce con passione. Don Pasta ha chiesto ad un misterioso "Candide", che nel vino è chi assaggia con ingenuità, di condurlo a caccia di affabulatori da vigna, di santi bevitori dei loro stessi vini, di contadini biodinamici, di uomini dalla fervente prassi ecologica, di vini dimenticati ricchi di leggende. Per raccontarlo, ci si affida alla musica ed alla sua poesia.
Tutto il resto, blowin in the wine, lo dirà il vino.

Don Pasta
“Wine Sound System”
Pagine 192 , Euro 14:00
Edizioni Kowalski


Pubbliche intimità


L’espressione “fuga dei cervelli” riferita all’Italia l’ho sempre letta con una doppia valenza: da una parte, forse, si riferisce al fatto che abbiamo smarrito la ragione mettendo alla guida del nostro paese chi ben sappiamo, e dall’altra al fatto (ma è una conseguenza della prima constatazione) che tanti importanti cervelli vanno all’estero e spessissimo con grande fortuna. Di solito, si parla d’addetti ai lavori scientifici che trovano accoglienza in centri di ricerca stranieri, meno si parla di quanti operando in altre aree dei saperi ottengono riconoscimenti che mai avrebbero avuto da noi.
E' il caso di Giuliana Bruno, una grande filosofa delle estetiche che da anni insegna in uno delle più prestigiose Università del mondo, quella di Harvard.
Bio e Foto QUI.
Nel 2002, ha dato alle stampe il monumentale Atlante delle emozioni, pubblicato da Bruno Mondadori nel 2006 in un’edizione curata da Maria Nadotti. Questo libro ha vinto nel 2004 il premio internazionale Kraszna-Krausz come miglior libro sulle immagini.

Che cos' è la geografia emozionale? E' un’idea a cui ho lavorato per anni – disse Giuliana Bruno in un’intervista data a Paolo Di Stefano del Corriere della Sera – Di solito, quando si parla di memoria e di emozione si pensa al tempo, per me conta lo spazio, il rapporto sentimentale con la geografia. Credo che ci troviamo all’inizio di una nuova era dopo il postmoderno, in cui si manifestava la tendenza a percepirsi fuori dalle cose, oggi si respira un rinnovato desiderio di capire cosa significa abitare e cosa sia il mondo del vissuto: l’insieme dei luoghi di cui si fa esperienza, l'e-mozione, la capacità di uscire da se stessi. Quello che emerge è il desiderio di scoprire i lati oscuri delle figure, dei paesaggi, delle città: o meglio, si riscopre ciò che si pensava già di conoscere, fuori dagli stereotipi e dai luoghi comuni.
E Stephen Greenblatt: “L’Atlante delle emozioni è una mappa immensa e immensamente ambiziosa del complesso incrocio tra cinema, architettura e corpo. Questo libro avventuroso interesserà chiunque si occupi di quelli che potremmo chiamare mobility studies: il tentativo di intendere le performance culturali non come manifestazioni di strutture fisse, bensì come espressione di energie irrequiete”.
Quel volume ha anche ispirato un recente lavoro di Roberto Paci D’Alò.

Ora, Maria Grazia Mattei nei lussuosi programmi del suo Meet the Media Guru ha invitato in Italia Giuliana Bruno per giovedì 4 giugno, a Milano, alla Mediateca Santa Teresa, in Via della Moscova 28.
Nell'occasione, dalle 19:00 alle 21:30 vi sarà una performance di Claudio Sinatti su musiche di Arvo Pärt; una selezione di brani del compositore estone saranno interpretati generando immagini in tempo reale sulla Mediafacciata di Piazza Duomo.
Giuliana alla Mediateca parlerà della sua visione della cultura visiva e del suo recente lavoro Pubbliche intimità, appena edito da Bruno Mondadori, nel quale approfondisce le proprie idee sul design dello spazio e mette in luce quanto queste si applichino all’arte contemporanea, sempre più digitale e smaterializzata.
Proseguendo una riflessione iniziata nel suo Atlante delle emozioni, in Pubbliche intimità mostra la stretta connessione ("tattile") delle abitudini con l'abitare e con l'abito (il vestito): "occupare uno spazio vuol dire indossarlo", e consumarlo, modificarlo, con l'uso.
Perché quel titolo? Cedo la parola all’autrice che in una pagina così dice Ogni epoca sogna l’epoca che verrà e si lascia dietro tracce d’utopia. Dobbiamo prestare la massima attenzione al potenziale utopico della cultura popolare, poiché vi sono comprese le dimensioni della transizione. Sono state proprio le esibizioni teatral-popolari della donna barbuta e delle lezioni d’anatomia, preistoria dello spettacolo cinematografico napoletano, a dare espressione al movimento di discorsivo che, percorrendo cultura alta e bassa, ha creato un’intimità pubblica.

Bene ha scritto Francesco Erspamer in una corrispondenza web per la Rai: “Pubbliche intimità, è un libro ricco e incalzante, in cui si passa istantaneamente da un'analisi dell'installazione, di pochi anni fa, di Jane e Louise Wilson al Baltic Centre for Contemporary Art ai documentari di neuropatologia girati al principio del '900 da uno psichiatra italiano, Camillo Negro, dal cinema di Rebecca Horn e Tsai Ming-liang alla scoperta rinascimentale e barocca dell'anatomia […] Bruno è estremamente rigorosa, per esempio, nel connotare in senso sessuale, di "gender", qualsiasi pratica e ideologia, incluso il vagabondare: una strada, una mostra, un film sono diversi se a percorrerli è una donna - interessantissimo il capitolo ‘Fashions of living’, sullo spazio domestico e la trasformazione della "donna di casa" in "casa", analizzata in una pellicola del '36, ‘Craig's Wife’, di Dorothy Arzner. "Una politica del tempo vuol dire: dare spazio al tempo", è la sua conclusione. A ribadire che occorre, oggi più che mai, rivendicare la dimensione pubblica del privato, riconoscere il bisogno della gente di fare del sé un'occasione di incontro invece che di esclusione: contro i tentativi di fondamentalisti e conservatori (è questo il senso profondo delle "culture wars" del nostro tempo) di neutralizzare il potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie e del globalismo attraverso l'imposizione di un consumo intimo e individuale, non comunicabile e non condivisibile, di emozioni (il presente), memorie (il passato) e desideri (il futuro)”.

Giuliana Bruno
“Pubbliche intimità”
A cura di Maria Nadotti
Pagine 227, Euro 25:00
Bruno Mondadori


Farsi capire


Quiz: è la più grande pubblicitaria e studiosa di comunicazione esistente in Italia e non solo in Italia… sì, avete indovinato… Annamaria Testa… ma, via, era facile!
Ai più distratti ricordo che insegna all’Università Bocconi di Milano. Ha pubblicato diversi saggi sulla creatività e sulla comunicazione: “La parola immaginata” (Pratiche, 1988 e 2000), “La creatività a più voci” (Laterza, 2005), Le vie del senso.
Conduce il migliore sito in lingua italiana esistente in Rete sulla comunicazione: Nuovo e Utile; è stata l’ideatrice di una particolare antologia di racconti: Cuori di pietra ch'ebbe tanto successo da conoscere una nuova raccolta intitolata Facce di bronzo.
Poi, ci crediate o no, la Testa, nel maggio 2004, ha fatto anche un volo spaziale.

Ora la Rizzoli-Bur manda in libreria, in una nuova edizione – con una copertina di Guido Scarabottolo – uno dei suoi più importanti lavori: Farsi capire.
Titolo eloquente che riguarda la comunicazione, e Annamaria Testa ne coglie l’intreccio fra umanesimo e scienze, estetica e tecnologia, ne studia nascita e approdi.
Sterminata è l’offerta di documentazione, attraverso rimandi alla saggistica e al giornalismo sul tema, proponendo bibliografia e webgrafia specializzate; ragionato e ben strutturato è il percorso esemplificativo attraverso le realizzazioni creative di ieri e le nuove tendenze d’oggi.
Farsi capire. Tra i suoi anagrammi si trova capire frasi, roba che ovviamente solo si fa per cari.
E’, infatti, uno studio illuminante circa origini e rappresentazioni del linguaggio, i suoi illuminanti lapsus, i nascosti tic e imperiosi tabù. E illustra i modi di affrontarli, studiarne le dimensioni, sfruttarne le simbolizzazioni.
Manuale utilissimo per chi professionalmente è impegnato a comunicare, dovrebbero acquistarlo in tanti perché pervengono quotidianamente nelle redazioni comunicati degni d’essere recitati dai Fratelli De Rege.
Tempo fa, la intervistai e chiesi: nella tua attività professionale, nell'osservazione quotidiana di chi ti circonda come decidi chi è "creativo" e chi no? Così mi rispose.

Bella domanda. Elenco (non in ordine di importanza) alcuni dei segni che mi rendono diffidente.
L'abuso del termine "creativo", non importa se riferito a se stessi o ad altro.
L'abuso del termine "trasgressivo". L'abuso di diminutivi (da "attimino" a "mercatino", per intenderci). La difficoltà nel gestire con precisione e misura i congiuntivi (esclusi stranieri, anziani, bambini, persone con bassa scolarità). La coazione a fare battute su tutto, sganasciandosi a sproposito. Le persone pedanti o piagnucolose: gasp.
Le persone (sempre) pigre: bleah. Le persone prepotenti: brrr.
Le persone che non leggono (mai) un libro o un giornale): gulp.
Le persone troppo e sempre sicure di sé: uff.
Ecco invece alcuni dei segni che mi sembrano positivi.
La capacità di cogliere l'aspetto paradossale delle cose. Il sense of humour. La capacità di essere empatici e compassionevoli.
E poi: le persone tenaci. Le persone curiose. Le persone flessibili nei comportamenti. Le persone che sanno assumersi delle responsabilità. Le persone che sanno stupirsi. Le persone competenti. Le persone genuinamente anticonformiste.
Però, però: va detto che sparare giudizi a capocchia, o ridurre a categorie semplificate la multiformità del mondo, NON è un segno di creatività.
Quindi, tutto quanto è detto sopra andrebbe davvero preso con le molle
.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Annamaria Testa
“Farsi capire”
Pagine 432, Euro 11:00
Rizzoli - Bur


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