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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Arcipelago queer


La Teoria queer è un pensiero che attraversa più discipline e che ha avuto all’estero anticipatori di quegli studi in Michel Foucault, Jacques Derrida, Julia Kristeva, Judith Butler.
Poche, finora, le firme italiane su quel tema, ma la casa editrice Cronopio ha il merito d’inserirsi nel dibattito internazionale grazie a un importante testo: Il corpo senza qualità Arcipelago queer, di Fabrizia Di Stefano.
Quest’autrice, infatti, si dedica da anni a indagare questioni delle soggettività contemporanee. Ha collaborato con “il Manifesto” e ha curato, con Maurizio Ciampa, “Sulla fine della storia” di Bataille, Kojève, Wahl, Weil, Queneau.
Inoltre, s’è occupata di comunicazione e rapporti con i cittadini presso l’Assessorato alla Comunicazione e alle Pari Opportunità del comune di Roma. In tale àmbito ha curato e coordinato il primo seminario di formazione e sensibilizzazione sulle tematiche glbt rivolto ad operatori e operatrici degli Uffici Relazioni con il Pubblico del Comune.
"Il corpo senza qualità", è la prima analisi filosofica e psicoanalitica italiana della questione queer, ovvero della teoria che mette in discussione la naturalità del genere e dell’identità sessuale; Di Stefano cita e illustra il pensiero di Deleuze e Lacan, Blanchot e Benjamin, affinché eterosessualità, omosessualità, transessualità – possibili declinazioni queer – più non siano nomi di una sessuologia impoverita di pensiero, ma modi di relazione con l’Altro.
Scrive nella Premessa: “… mi sono avvalsa di due pensieri della filosofia – l’amore e la passività – e di due pensieri della psicoanalisi – il desiderio e il sintomo. Ho così cercato di uscire dalle sequenze più diffuse che organizzano quelle categorie “in verticale”, secondo un principio di causalità. Quelle più frequenti, nella discussione teorica, sono: corpo-mancanza-differenza e genere-vuoto-molteplice. Sebbene mi senta molto più vicina, per esperienza personale e per sensibilità teorica, alla seconda delle due, che è quella peculiare al ‘queer’, essa mi è sempre parsa soffrire di una certa esilità epistemica. Non ho inteso “riparare” o risolvere questa esilità, semmai dare meglio conto del suo senso, e a questo anche si deve il riferimento al “senza qualità” del titolo.

Il tema è di grande attualità. Basti pensare che Umberto Veronesi prevede un futuro bisessuale e della procreazione artificiale per tutti. Infatti, secondo l'oncologo, in un futuro non molto lontano (si parla di due o tre generazioni) il sesso sarà solo piacere e amore perdendo del tutto il suo scopo riproduttivo che sarà ottenuto dalla clonazione e dalla fecondazione artificiale.

Fabrizia Di Stefano
“Il corpo senza qualità”
Pagine 198, Euro 18.00
Cronopio


La voce Stratos

Il cinema indipendente in Italia è aiutato tanto quanto si giova d’incoraggiamenti una bottiglia di whisky in un paese islamico.
Del resto, siamo un paese governato da persone che – alla Commissione cinema del ministero con delibera del 4 dicembre ‘09 – hanno riconosciuto a “Natale a Beverly Hills” la dizione di film d’“interesse culturale”, vale a dire con tutte le qualità per accedere non a contributi in denaro, ma a tutta una serie di agevolazioni, create per sostenere il cinema di qualità. Per esempio sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai, la possibilità per il distributore di attingere a un fondo – questo sì in denaro – in relazione agli incassi. Ci sono voluti mesi di dibattito, articoli roventi, il sollevamento di critici, di alcuni produttori, e di distributori d’essai per stabilire (mentre rideva di noi mezzo mondo, e pure l’altro mezzo), che quel cinepanettone, amato dal ministro Bondi, non era un film d’autore.
Ma è del tutto innocente – Bondi a parte – il cinema indipendente italiano? Mica tanto.
Il suo schermo è spesso appiattito su quello del grande circuito. Accade anche che molti dei cosiddetti “corti” altri non siano che film contratti nel minutaggio solo per motivi di budget e non per volontà espressiva; ecco perché in questo sito appaiono, talvolta, nella sez. Nadir, soltanto corti di 1’00”, severa misura che, aldilà del valore espresso, almeno costringe gli autori a evitare lunghezze improprie.

Esiste, però, anche un cinema di grande qualità che agisce forme contenutistiche e linguistiche di valore. Oggi vi segnalo uno di questi, prodotto da Route 1.
Titolo: La voce Stratos. Ne sono autori: Luciano D'Onofrio e Monica Affatato.
Come già il titolo annuncia, si tratta di un documentario sul grande Demetrio Stratos. Per Il sito ufficiale di Stratos, cliccare QUI .
Il film non è soltanto un tracciato biografico, ma è soprattutto la preziosa ricostruzione, proprio attraverso Stratos, di un’epoca (fine anni ’60 e lungo i ’70) in cui ci fu un rinnovamento dei linguaggi espressivi, l’affermarsi dell’intercodice, la scoperta, dopo le avanguardie storiche, di nuove pratiche dell’arte e della comunicazione.

“La voce Stratos” s’avvale di un suo blog; per il trailer: CLIC!
La foto di Stratos che qui vedete fa parte di un lavoro di Silvia Lelli e Roberto Masotti, www.lelliemasotti.com, artisti, fotografi di musica e spettacolo, collaboratori della Cramps di Gianni Sassi, della Scala e di Ecm.

A Luciano D’Onofrio e Monica Affatato ho chiesto: qual è l'importanza di Stratos nello scenario espressivo contemporaneo? Li sentirete rispondere con una voce sola. Prodigi della tecnologia a bordo di Cosmotaxi.

A trent’anni dalla sua scomparsa, la voce di Demetrio Stratos continua a suscitare entusiasmi ed emozioni. Dotato di una voce che si prestava a infinite sperimentazioni, il suo lavoro mostra un’eterogeneità unica, estendendosi dai territori della musica pop a quelli del rock, del jazz, della musica contemporanea e dell’avanguardia più radicale, sempre a livelli insuperati.
Conosciuto a livello internazionale come uno dei più grandi "musicisti della voce" del Ventesimo secolo, anche se non abbastanza “riconosciuto” in Italia.
Il suo lavoro rappresenta oggi, nella scena musicale contemporanea, un punto di riferimento fondamentale non solo per i cantanti ma per tutti coloro che intraprendono un percorso di vera sperimentazione attraverso lo studio del proprio strumento espressivo.
Inoltre il lascito della ricerca svolta da Stratos è soprattutto un messaggio sempre attuale, politico ed umano, poiché intende il percorso di conoscenza della propria voce come percorso di liberazione dai dogmi imposti, possibilità praticabile aperta a tutti
.

Il film è da pochi giorni in vendita – vedi QUI – per la collana RealCinema di Feltrinelli.


Giornata mondiale del Teatro


Il World Theatre Day, lanciato nel 1961 dall'International Theatre Institute, è una manifestazione celebrativa promossa dalle Nazioni Unite e dall'Unesco per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza dell'espressione teatrale e promuovere lo sviluppo delle arti performative in tutti i Paesi del mondo.
Accanto alla giornata mondiale del teatro, si celebra il 29 aprile quella della danza e il primo ottobre quella dedicata alla musica.

Mi arrivano tutti i giorni molte notizie dai teatri per la diffusione in Rete su questo sito dei loro spettacoli. La cosa mi onora e ne sono lieto.
Da un solo teatro, però, a tutt’oggi, mi è pervenuto un articolato, e particolare, comunicato che ricorda la Giornata del 27 marzo: l’ho ricevuto dal Teatro Vascello di Roma (a proposito, ottimo il suo cartellone).
Meritate lodi, quindi, vanno a Cristina D'Aquanno che del Vascello si occupa dell’Ufficio Stampa e Promozione.
Volentieri, quindi, rilancio quel comunicato che qui segue in corsivo.

Il 27 marzo è la giornata mondiale del Teatro: operiamo insieme per la sua dignità e il suo sviluppo.
Sosteniamo le Imprese che producono cultura!
Il Teatro: il palco, le poltrone, gli attori, le luci, i costumi. Ma cosa c’è dietro le quinte?
4.000 aziende che lavorano nel settore; 250.000 occupati tra attori, tecnici luci, fonici, macchinisti, registi, organizzatori, scenografi, costumisti, amministratori di compagnia, cassiere, mascherine di sala; 600 milioni di euro di oneri sociali versati dalle imprese nel 2009, 138.000 repliche in 1.200 teatri; 4,7 miliardi di euro annui di volume di affari che contribuiscono al Pil Nazionale
Un settore con un forte peso nell’economia del Paese: un importante volano di sviluppo economico che si traduce in cultura, coesione sociale, crescita civile, storia e tradizione, eccellenze artistiche e tecniche.

NONOSTANTE TUTTO QUESTO

Le imprese di spettacolo:
Non sono riconosciute come Piccole e Medie Imprese (Pmi) se non per il fisco.
Non beneficiano di ammortizzatori sociali e sostegno al credito.
Non godono di una legge quadro che regolamenti il settore.
Non hanno direttive chiare e certe per garantire una gestione limpida dei fondi amministrati da Regioni ed Enti Locali.
Invece i tagli al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) e alle risorse per la cultura crescono di anno in anno
.

Ora, il fatto che anche il governo italiano si sia associato alla Giornata per il Teatro dopo i danni che sta producendo al Teatro stesso e a tutta l’area dello spettacolo, lo ritengo perfettamente in tema con una festa scenica. Merita, difatti, l’incipit di un famoso sketch: “Vieni avanti, cretino!”.


Muri Dipinti (1)


Oggi vi consiglio una gita a Dozza, uno dei borghi più belli d’Italia, a pochi chilometri da Imola.
Lì, terra del vino Albana, si svolge da cinquant’anni una Biennale dalle caratteristiche particolari che ha portato quella località all’attenzione internazionale: il Muro dipinto.
Su Dozza, si erge la Rocca Sforzesca, sede della Fondazione Dozza Città d'Arte.
Non perdetevi, se andate lassù, una visita all’Enoteca Regionale Emiliana ospitata in quelle antiche mura e gestita con competenza e cordialità.
Il borgo si giova – con ottimi risultati turistici – di quella Biennale che in cinquant’anni ha visto la presenza di artisti noti e meno noti. Qualche nome fra i tanti: Remo Brindisi, Riccardo Licata, Sebastian Matta, Domenico Purificato, Aligi Sassu, Alberto Sughi, Marcello Jori, Cuoghi Corsello, e tanti altri.
Il risultato di 40 anni d’arte contemporanea, incluso ciò che il tempo selezionatore paziente non ha risparmiato, è conservato accuratamente nella Pinacoteca del Muro dipinto, allestita all’interno della Rocca. Di ognuna delle opere, realizzate dal 1960 ad oggi sui muri, è conservato il materiale preparatorio, studi, bozzetti, cartoni, spolveri, nonché ‘strappi murali’ finalizzati alla conservazione.
Il primo curatore di quest’originale esposizione fu il critico Franco Solmi.

Inoltriamoci ora in questa Biennale per conoscerne origini, struttura, finalità.


Muri dipinti (2)

Per sapere di questa Biennale, ho incontrato Martina Salieri che si occupa a tempo pieno della manifestazione gestendone sia aspetti organizzativi sia relazioni con il pubblico.

In foto: dipinto su di un muro di Dozza, Corto Maltese mentre esplora il Borgo.

Martina, quando, com’è nata, e con chi, l’idea del Muro Dipinto?

La Biennale del Muro Dipinto è nata nel 1960 per volontà della Pro Loco con la collaborazione di alcuni cittadini dozzesi, sulla falsariga delle numerose rassegne di pittura "estemporanea" e sulla tradizione italiana del muro dipinto (tradizione che risale alla grande arte medievale e rinascimentale). La principale caratteristica, mantenuta nel tempo, è che gli artisti dipingono all'aperto a diretto contatto con il pubblico e in relazione con il contesto urbano.
Dal 2005 la Biennale è organizzata dalla Fondazione Dozza Città d'Arte, nata per volontà del Comune di Dozza, il cui obiettivo è la valorizzazione del Borgo e del suo patrimonio storico. La manifestazione si è sempre più qualificata diventando biennale d'arte moderna, nobilitata dalla partecipazione di importanti nomi delle arti visive dei quali hai fatto prima alcuni nomi. Sono stati oltre 200 gli artisti che hanno preso parte alle 22 edizioni fin qui svolte, trasformando il borgo medievale in un museo a cielo aperto, con oltre cento dipinti ad impreziosire le facciate delle case
.

Qual è, la sua principale finalità espressiva?

Dal momento che a Dozza sono venuti a dipinger muri molti tra i più interessanti artisti italiani degli ultimi quarantacinque anni, i muri del borgo si presentano come una significativa carrellata di presenze artistiche e spunti visivi, una vera e propria galleria d'arte a cielo aperto nella quale godersi un patrimonio artistico di notevole suggestione e spessore, semplicemente passeggiando tra vie e piazzette, senza code e biglietti d'ingresso. Ad ogni ora del giorno e tutto l'anno.

Esiste anche spazio per la Street Art?

La Fondazione Dozza Città d'Arte ha rinnovato la formula della Biennale, salvaguardandone i caratteri distintivi e insieme aprendosi alle istanze e alle modalità espressive degli artisti di oggi. Dal 2007 la Biennale, bilanciando tradizione e innovazione, ha due poli distinti di espressione e di attenzione, con caratteristiche diverse ma legati dal comune denominatore della pittura su muro. Affianca al più consueto wall painting, nel borgo storico di Dozza, il writing e il drowing nel borgo nuovo di Toscanella, dove hanno dipinto artisti quali Ericailcane, Eron, DadoeStefy, Wany; Basik, Rusty, Joys e Cuoghi Corsello.

A quando il prossimo appuntamento?

La Biennale d'Arte del "Muro Dipinto" si tiene a metà settembre degli anni dispari. L'appuntamento con la XXIII edizione è, perciò, fissato per settembre 2011.


Peccati celesti


S’avvicinano i giorni pasquali e sta per scatenarsi la solita orgia di sepolcri, processioni, stupefazione per un miracolo più improbabile di un episodio delle avventure del Barone di Münchausen che riuscì a salire in cielo tirandosi per i capelli.
Anch’io voglio parlare di religione. A modo mio.
Lo faccio presentando un volume dell’editore Newton Compton.
Titolo: 101 motivi per credere in Dio e non alla Chiesa.
A dire il vero, da ateo quale sono, neppure 1 ne trovo per credere in Dio. Il sottotitolo del libro, però, un po’ aggiusta le cose: Dubitare di Dio è umano, ma credere nella Chiesa è diabolico.
L’autore è Paolo Pedote. Nato a Milano nel 1966, scrittore e giornalista, ha collaborato con “L’Indipendente”, “Pride” e “Radio Popolare”. Tra le sue pubblicazioni: “Omofobia. Il pregiudizio anti-omosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri”, scritto con Giuseppe Lo Presti (2003); “Come in un film di Almodóvar” (2006); “We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia” (raccolta di saggi, curata con Nicoletta Poidimani, 2007); “Lasciate che i pargoli vengano a me. Storie di preti pedo¬fili in Italia” (2008); “Alcuni elementi critici sul funzionamento del formicaio” (2008).
Conduce la rubrica “Nessun dogma!” su RadioCittàFujiko.

A Pedote, è andata bene a vivere oggi, con quello che scrive, in altra epoca (e oltre Tevere sono in molti a rimpiangerla), sarebbe finito arrostito in qualche piazza.
Di libri che negano le religioni (“Sono come le lucciole, hanno bisogno del buio per risplendere”, diceva Arthur Schopenhauer, ‘Parerga e paralipomena’, 1851) e indagano sulle malefatte della Chiesa, per fortuna, ne disponiamo parecchi, ma molti di quei volumi non sono di facile lettura. In questo 101 motivi per credere in Dio e non alla Chiesa, invece, tutto è spiegato in modo chiaro, basta aver fatto la scuola dell’obbligo. La chiarezza è sempre merito non da poco. Al quale s’aggiunge quello che le pagine sono, assai spesso, scritte in modo divertito e divertente. Sempre attente anche a fornire documenti storici su quanto è via via affermato.
Non trovo di meglio che riportare i titoli di alcuni capitoli per dare concreta prova di quello che ho appena detto.
- Perché anche la Bibbia fu messa al rogo;
- Perché la Chiesa cattolica, come tutte le chiese, è ossessionata dal sesso;
- Perché la Chiesa cattolica, fin dalle origini, ha creduto e crede nell’inferiorità della donna;
- Perché i preti hanno lo stipendio e le suore no;
- Perché la Chiesa è contro la fecondazione eterologa, ma Dio fu il primo a praticarla;
- Perché il diavolo veste Prada, ma anche il papa;
- Perché Pio XII scrisse una calorosa lettera ad Adolf Hitler;
- Perché siamo noi a pagare la doccia al papa.
Questi, ovviamente, sono solo alcuni temi, perché Pedote, uomo di parola, mantiene la promessa del titolo e ne elenca 101 senza astenersi da chicche su Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio.
Il volume è corredato da un’attenta bibliografia ed estesa sitografia.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Paolo Pedote
“101 motivi per credere in Dio e non alla Chiesa”
Pagine 288, Euro 12.90
Newton Compton


Il gusto come esperienza


Anche i grandi possono dire delle baggianate, ad esempio, un giorno Socrate disse: “Ti pare che un vero filosofo possa curarsi di piaceri come quelli del mangiare e del bere?”.
Non sappiamo se questo suo dire fu l’ennesima causa dei rimproveri che gli muoveva la collerica moglie sua Santippe. In questo caso, però, mi sento di dare ragione alla signora.
Il libro che presento oggi, pubblicato da Meltemi, è in argomento.
Si chiama Filosofia della gastronomia laica Il gusto come esperienza, ne è autore Nicola Perullo.
Insegna Estetica presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cn). Ha studiato a Pisa con A. G. Gargani e a Parigi con J. Derrida, e, dopo essersi occupato di Wittgenstein, di decostruzione e di Vico (tra i suoi lavori “Bestie e bestioni. Vico e il problema dell’animalità”, 2002), ha intrapreso un percorso di ricerca sull’estetica del gusto pubblicando “Per un’estetica del cibo” (2006) e “L’altro gusto. Saggi di estetica gastronomica” (2008).

A Nicola Perullo ho chiesto: che cosa ti ha spinto ad affrontare la gastronomia incentrandola sui rapporti tra filosofia e alimentazione?

Essenzialmente per via della mia formazione. Sono un filosofo, ho studiato e mi sono addottorato a Pisa. Ho cominciato a appassionarmi di gastronomia attraverso il vino, frequentando corsi di degustazione dall’inizio degli anni ’90, e poi diventando un degustatore, diciamo così, “riconosciuto”. Per un po’ di anni l’attività di ricerca e studio e l’hobby hanno percorso strade separate, poi a un certo punto – con il nuovo millennio – si sono unite. Questo è avvenuto soprattutto, credo, per il tipo di ricerca che ho svolto: filosofia del linguaggio, estetica, fenomenologia; ambiti cioè in cui l’esperienza sensibile e quotidiana è studiata e presa molto sul serio. Mi è sembrato quindi un avvicinamento naturale, quello tra gastronomia e filosofia. Negli Stati Uniti, peraltro, i rapporti tra “food and philosophy” sono oggetto di attenzione da qualche tempo; qui da noi, in Italia, invece, è più difficile, e in questo senso, almeno nel campo dell’estetica, forse sono un pioniere.

Che cosa intendi con l’espressione “gastronomia laica”? E in che cosa va individuata, nella pratica quotidiana?

Il titolo mi è stato proposto dall’editore, perché io avevo indicato quello che è diventato invece il sottotitolo, “Il gusto come esperienza”, che sottolineo perché ci tengo molto. Mi piace però anche il titolo, che è tratto da una mia frase dell’introduzione che necessita però qualche spiegazione. “Gastronomia laica” si oppone a tutti quelli atteggiamenti rigidi e univoci che oggi spopolano rispetto al cibo: l’ideologia del nutrizionismo, per esempio, ma anche la “gourmettizzazione”, se mi si passa l’espressione. In questo libro critico molto l’atteggiamento di certa critica gastronomica militante, sempre lì pronta a far foto e a prendere appunti, a dare voti e criticare. Ovviamente, critico anche l’ignoranza assoluta, la volontà di far passare il cibo come un aspetto frivolo e non interessante: ma la soluzione, a mio avviso, non è quella della cultura a tutti i costi, ma quella che ho definito “saggezza”, e che corrisponde a un atteggiamento “aperto”, laico appunto, a tutte le esperienze che il cibo può proporci. Saggezza è saper godere quando c’è da godere, conoscere quando c’è da conoscere, ma anche distaccarsi e restare indifferenti se l’occasione è tale da rendere questo atteggiamento come il più appropriato. Credo che dovremmo ripartire da qui, oggi, per pensare una nuova gastronomia che tenga in conto dell’enorme complessità dei problemi del cibo: il piacere, la fame, la cultura, l’industria, l’artigianato, la natura, la “glocalizzazione”, i nostri desideri e le nostre speranze.

Per una scheda sul libro: QUI.

Nicola Perullo
“Filosofia della gastronomia laica”
Pagine, Euro 17.00
Meltemi


Nevica e ho le prove

“Al mio paese l’inverno dura migliaia di giornate.
Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno quarantacinque nell’inverno”.
Ecco un buon incipit per descrivere un paesaggio invernale dove non c’è scampo neppure nei dintorni perché dovunque ci sono “anime inerti, cuori senza punta, pronti a rotolare in ogni direzione. Paesi senza popolo, dove i muti in genere sono i più generosi”.
Il luogo di cui si parla in Nevica e ho le prove Cronache dal paese della cicuta è Bisaccia, ma basta sfogliare una sola pagina di questo libro – Edizioni Laterza – per rendersi conto che non già solo di quel paese si tratta, ma di un teatro del mondo, un’agghiacciata metafora che illumina con luci crepuscolari un’illividita scenografia del contemporaneo, disegnata per accogliere attori i quali pronunciano battute che sono “al mormorio dell’autismo corale, all’agonia ciarliera di un’epoca che ha reso poco credibile perfino il suo disastro”.
L’autore è Franco Arminio, nato a Bisaccia dove vive. Nel catalogo Laterza si trova anche il volume di prosa “Vento forte tra Lacedonia e Candela”. Ha pubblicato libri di poesia, alla scrittura affianca l’attività di documentarista; ha creato Comunità Provvisoria un movimento che si occupa della tutela dei paesi e dei paesaggi.

A lui ho chiesto: che cosa ti ha principalmente a scrivere questo libro? E, inoltre: questo volume va contato a pagine o ad anni?

Per me scrivere è una necessità. Non scrivo per fare un libro, ma per provare a rendermi sopportabile il luogo in cui vivo, per avere la sensazione che il mio tempo non passi invano. Scrivo a oltranza e sicuramente questo mio ultimo libro andrebbe contato più ad anni che a pagine. I primi nuclei di scrittura sono della metà degli anni ottanta, gli ultimi li ho scritti durante la correzione delle bozze. Per me scrivere molto spesso è riscrivere, montare e rimontare. Questo libro viene dal fallimento di altri libri che non riuscivano a prendere forma. Un lavoro senza requie, nell’ossessione di cercare una forma nuova, lontana dai format usuali della scrittura da intrattenimento a cui si rivolge la gran parte dei lettori.

Pensi che Bisaccia sia una buona esemplificazione dell’Italia o del mondo?

Io sono un paesologo, non un paesanologo. Guardo i paesi come si guarda una goccia di sangue sotto il vetrino. Non mi interessa tanto appurare la salute o la malattia di un paese. Mi interessa cogliere la salute o la malattia di quel particolare paese che si chiama mondo. Direi che quasi sempre il responso della goccia di sangue induce verso la malattia. Posso chiamarla sfinimento o autismo corale, è sempre comunque il paese a fornirmi la cellula da analizzare, perché in paese le cose si vedono meglio, sono più uniche, più distinte. Ho avuto la fortuna e la sfortuna di nascere in un paese rotto. Ho avuto la forza di restarci dentro, non per viverci, ma per capire la rottura del mondo. Direi che la forza del mio lavoro sta tutta qui, in questa fedeltà al paesaggio, in questa terra-carne che è allo stesso tempo la cosa a cui tendo e la cosa da cui fuggo. Dalla frizione di questi due moti opposti nasce la scrittura.

Per una scheda sul libro: QUI .

Franco Arminio
“Nevica e ho le prove”
Pagine 132, Euro 9.50
Editori Laterza


La mia vita dentro


Diceva Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.
Stando così le cose, in Italia, siamo messi malissimo: negli ultimi dieci anni, sono morti (dati aggiornati al 12-3-’10) 1593 detenuti, 593 dei quali per suicidio.
Per approfondire le informazioni, cliccare QUI .
Sono dati agghiaccianti che superano il giudizio morale sui reati commessi o, peggio ancora, su reati non commessi da innocenti scambiati per colpevoli.
E qui si aprono due altre questioni.
La prima: esiste una diffusa abitudine sociologica e anche letteraria (a volte alta, spesso di basso livello) che considera tutti quelli dietro le sbarre vittime di una società ingiusta (e che la nostra sia ingiusta è verissimo), ma non tiene conto che molti dei condannati sono, invece, meritevoli di pena aldilà di ogni giustificazione sociale.
La seconda: molti (responsabili di una società ingiusta) che dovrebbero stare in galera stanno altrove, e scorrazzano in auto blu accompagnati pure da una scorta di sicurezza fornita dallo Stato.
Sono gli stessi che fanno la faccia feroce sull'ordine pubblico e, poi, in Parlamento approvano leggi che bloccano processi, riforniscono d’impunità i potenti, non danno mezzi sufficienti alle già malpagate forze di polizia, attaccano la Magistratura un giorno sì e l’altro pure, destituendo l’autorità dei Tribunali. Intelligenti pauca.

L'editrice Infinito Edizioni – attenta da sempre ai più aspri problemi della società contemporanea – ha mandato in libreria un volume che riflette sull’universo carcerario italiano osservato da un punto di vista raramente proposto.
Si tratta di La mia vita dentro le memorie di un direttore di carceri, a firmarlo è Luigi Morsello, nato ad Avigliano (Potenza) nel 1938.
E’ stato un Brubaker italiano. In comune con il direttore di carceri interpretato da Robert Redford, ha avuto l’umanità, il coraggio, la capacità di precorrere i tempi.
Ha vissuto gli anni italiani di piombo e quelli di merda; “dal 1969 al 2005” – come scrivono i curatori Francesco De Filippo e Roberto Ormanni – "ha diretto sette case di reclusione, un istituto minorile ed è stato 'in missione' come funzionario dirigente in altre ventidue carceri italiane”.
Ha conosciuto i penitenziari di massima sicurezza sulle isole di Gorgona e di Pianosa, e quelli “a custodia attenuata”, spesso scontrandosi con burocrazia e amministrazioni non sempre trasparenti. Perché la storia passa anche, forse in alcuni casi soprattutto, attraverso le prigioni. Attraverso le storie degli Epaminonda, dei Gianni Guido, dei Curcio, dei Sindona, dei Marco Donat-Cattin, delle guardie carcerarie col whisky, terroristi neri come Concutelli, Buzzi e altri.
In La mia vita dentro, l’autore traccia una memoria di facce, situazioni, scontri con funzionari non irreprensibili, né nasconde errori da lui commessi nel non valutare il profilo psicologico e morale di collaboratori infidi di cui sono fatti i nomi.
Tante tensioni lo portarono a un passo dalla morte quando in preda a grave depressione tentò di suicidarsi il 25 settembre 1992.
Scrive Pierluigi Morini in postfazione che in questo libro personaggi anonimi e illustri si susseguono in una atmosfera a volte tragica a volte surreale, a volte iper-reale, per colorare con le loro vicende umane uno spaccato della storia del nostro Paese che rinviene da un brusio di fondo in cui sovente si confondono il clangore di cancelli e le note acute della fanfara delle celebrazioni ufficiali.

Luigi Morsello
“La mia vita dentro”
A cura di Francesco De Filippo e Roberto Ormanni
Prefazione di Pier Luigi Vigna
Postfazione di Pierluigi Morini
Pagine 208, Euro 14.00
Infinito Edizioni


Dove lei non è


“La vita è fatta di piccole solitudini”, così scrisse (in ‘La camera chiara’), il saggista, e linguista francese Roland Barthes.
Nato a Cherbourg nel 1915 è stato fra i maggiori esponenti della nuova critica di orientamento strutturalista.
Il 25 febbraio 1980, uscendo dal Collège de France, fu investito da un furgoncino e morirà il 26 marzo dello stesso anno.
Da poco, pubblicato da Einaudi, è in libreria un diario che copre due anni della sua vita: Dove lei non è.
La curatrice Nathalie Léger, così scrive nell’Introduzione: All’indomani della morte di sua madre, Roland Barthes comincia un ‘Journal de deuil’, un ‘Diario di lutto’. Scrive a penna, talvolta a matita, su schede che lui stesso prepara a partire da fogli di carta standard tagliati in quattro, e di cui conserva sempre una riserva sul tavolo da lavoro […] Qui non leggiamo un libro concluso dal suo autore, ma l’ipotesi di un libro da lui desiderato, che contribuisce all’elaborazione della sua opera e che, a tale titolo, la illumina.
A differenza, infatti, dell’altro suo libro, “Barthes di Roland Barthes”, laddove nella prima pagina, a caratteri autografi, si legge: "Tutto ciò dovrà essere considerato come detto da un personaggio di romanzo", qui non si può leggere il testo come detto da ‘un personaggio di romanzo’, tanto la pagina è crudamente scarna, priva di ogni cosmetica letteraria aldilà del fatto che si tratti di appunti (ma chiamarli tali è molto riduttivo) per un libro che, forse, mai avrebbe visto la luce.
La prima nota è del 26 ottobre 1977, la madre – Henriette Binger, vedova di guerra a ventitre anni, chiamata nel testo sempre mam. – è stata seppellita il giorno prima.
Barthes, rifiutando la proposta psicanalitica che prescrive l’elaborazione del lutto, decide di convivere con esso in una discesa speleologica nella propria psiche in una pluralità di tante piccole straziate solitudini. Se elaborasse il lutto, significherebbe per lui seppellire ancora una volta, definitivamente, quella creatura di 84 anni da lui tanto amata, mam., che lo ha lasciato.
Il lutto lo assedia anche quando le occupazioni professionali o le distrazioni del quotidiano lo portano a interessarsi ad altro, il lutto, quel lutto, diventa per lui corpo e ombra, compagnia e segregazione; lui non porta il lutto, è il lutto che porta lui.
Stralcio dal libro.
“Prendendo queste note, mi affido alla banalità che è in me”.
“Adesso so che il mio lutto sarà caotico”.
“Resisto ad invocare lo Statuto della Madre per spiegare la mia tristezza”.
“L’emozione (l’emotività) passa, la tristezza resta”.
“ (Lutto). Non Continuo, ma Immobile”.
“Non desidero nient’altro che abitare la mia tristezza”.
“Dalla morte di mam., la mia vita non riesce a costituirsi in ricordo”.
“Solitudine = non avere nessuno a casa a cui poter dire: tornerò alla tale ora, o a cui poter telefonare (dire): ecco, sono tornato”.

Felice la scelta editoriale di affidare la traduzione a Valerio Magrelli; per trattare quelle pagine accorate e aspre, non c’era soltanto bisogno di un francesista, e Magrelli lo è, ma di un poeta, e Magrelli lo è, e tra i maggiori del nostro tempo. Perché, forse la lingua usata da Barthes qui non è ardua, ma c’era bisogno di una conduzione lessicale partecipata che restituisse a noi lettori l’atmosfera autoreclusiva e claustrofobica vissuta da Barthes. Magrelli (ottimo il suo recente saggio Nero sonetto solubile) ci è pienamente riuscito.

Per una scheda sul libro: QUI.

Roland Barthes
“Dove lei non è”
a cura di Nathalie Léger
traduzione di Valerio Magrelli
Pagine 260, Euro 18.00
Einaudi


10 candeline 10


A compiere dieci anni è una creatura di cellulosa: la casa editrice Luca Sossella.

Dieci anni di produzione culturale espressa attraverso varie collane puntate sulla comunicazione politica e i dibattiti estetici e scientifici del nostro tempo.
Quando nacque questa sigla editoriale, mi vanto di essere stato fra i primi ad aver raccolto, e rilanciato su questo sito, il segnale della loro presenza e trascrivo quanto dieci anni fa mi fu detto: “Progettiamo libri, eventi, situazioni con la consapevole levità che progettare significa lanciare davanti a sé un'idea da raggiungere, ma che non si potrà mai possedere. Costruire un'impresa culturale significa porre una continua interrogazione sulle nuove esigenze emergenti. Abbandonare modelli arcaici e preconfezionati”.
Quell’impegno è stato mantenuto.
Sono stati pubblicati libri – con un’originale impostazione grafica e raffinate copertine ideate dall’art director Alessandra Maiarelli – con firme e voci di protagonisti della vita culturale italiana. Voci, in senso letterale perché tra le particolarità che presenta quest’editore, c’è anche un’attenzione alla phoné che si esprime nella pubblicazione di audiolibri nei quali risuonano le voci di Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Aldo Busi, Ermanna Montanari, Pier Paolo Pasolini, Marco Baliani, Fanny & Alexander.
Esiste inoltre – ed è un progetto già in parte realizzato – una collana audio (“Che cos’è”) dedicata a riflessioni che vedono l’intervento di nomi che vanno da Tullio De Mauro a Margherita Hack, da Piergiorgio Odifreddi a Valerio Magrelli, da Eugenio Borgna a Renzo Piano, ad altri ancora.


A Luca Sossella, ho chiesto: dopo dieci anni di vita editoriale, quale la cosa che ricordi con maggiore piacere?

I ragionamenti fatti con AG Fronzoni e Alessandra Maiarelli sulla volontà di scardinare la pagina del libro, aggiungere al volume un’altra dimensionalità. Mentre si progettava il marchio si voleva mettere in atto una violazione dell’ortogonalità, la linea che s’incurva rappresenta il tentativo di uscire dalla bidimensionalità della pagina: vogliamo trovare soluzioni per rinnovare il libro. Ci interroghiamo su quella volontà. Il momento in cui abbiamo compreso che un libro è il suo contenuto (in audio, in formato digitale, su un monitor, dentro una chiavetta usb) e non è la sua forma, quello è stato un momento felice. Amiamo l’oggetto di design che nominiamo “libro”, ma sappiamo cogliere quella parola come metafora della sua funzione: la trasmissione del pensiero. Il desiderio di un desiderio: apprendere che si può apprendere.

Quali gli obiettivi espressivi e di mercato che ti proponi per il prossimo futuro?

Realizzare progetti, non prodotti, per gli educatori. Provo a rispondere con una lettera che Munari scrisse nel 1992: “Dipende dagli educatori se questa nostra società potrà migliorare o peggiorare. Nelle scuole materne giapponesi si insegna a comunicare e a stare con gli altri (che poi siamo sempre noi). Si dice ai bambini che ognuno deve esprimere il proprio impegno ma non imporlo. In questo modo si sommano in un unico corpo tutte le nozioni che formano il sapere. La collettività cresce e ci si trova in un mondo civile… Una persona vale per quello che dà e non per quello che prende (pensiero difficile da capire in un paese di furbi) per cui se ognuno dà il meglio di sé alla collettività, questa si sviluppa e cresce. Se invece ognuno tenta di rapinare gli altri perché lui è il più furbo, ci si trova allo stato in cui siamo noi adesso”.
La vera catastrofe, diceva Benjamin, è lasciare le cose così come sono
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Light Abstr-Action


La Casa dell'Energia, in occasione del centenario della costituzione dell’Azienda Elettrica Municipale di Milano, presenta un’interessante installazione; la Casa dell’Energia, infatti, accanto alle sue finalità istituzionali, che oltre alla produzione comprendono anche temi sociali che vanno dalla sicurezza al risparmio energetico, s’avvale di un nuovo spazio in cui possono essere ospitati eventi, convegni e mostre.
Ed ecco, in quell’area, presentata Light Abstr-Action l’interiorità plasma uno spazio dell’astrazione: un’installazione site-specific multimediale, ideata e realizzata da Maria Cristiana Fioretti per celebrare l’energia come segno poetico dei linguaggi visuali.
Per saperne di più su Maria Cristiana Fioretti: CLIC!
Nella foto, un angolo dell'installazione.

Il lavoro in esposizione – a cura di Jacqueline Ceresoli - interagisce con lo spazio che lo circonda, mediante un mix di suoni, proiezioni, light box, ed opere a tecnica mista per strutturare non solo un singolo oggetto, ma le potenzialità formali, architettoniche, e tridimensionali del colore segnando così luoghi immaginari.
Luce, suono e proiezioni sono gli elementi di un progetto composto da volumi e dimensioni luminose che amplificano la nostra percezione dello spazio proiettato in un’astrazione che stimola l’immaginazione dei visitatori, trasformando chi guarda e ascolta in un catalizzatore di spazi aperti, dentro a un contenitore chiuso con pochissime aperture e fonti d’illuminazione naturali.

Il catalogo, con testi della curatrice Jacqueline Ceresoli, e, inoltre, di Francesco Murano e Domenico Nicolamarino è nelle Edizioni Gabriele Mazzotta.

Ufficio Stampa: Alessandra Pozzi, tel. 02 – 80 55 803, ufficiostampa@mazzotta.it

Maria Cristiana Fioretti
“Light Abstr-Action”
Casa dell’Energia, Piazza Po 3
Milano
Info: tel. 02 - 77 20 3893-3442
Fino al 30 marzo 2010
Ingresso libero


Il cinema di Peter Liechti


Non credo d’essere il solo in Italia a saperne poco del cinema svizzero, perciò è d’accogliere con piacere una retrospettiva che si svolge a Roma su Peter Liechti, ma di questo dirò fra poco.
Partiamo da un dato: il cinema elvetico ha registrato nel 2009 oltre 550.000 spettatori sul proprio territorio, ossia 100.000 spettatori in più rispetto al 2008. Questo risultato è tanto più importante se si considera che, a differenza di quanto avviene in Italia, è frutto di una grande diversità nell'offerta, essendo i film di maggior successo sia opere per il grande pubblico, sia documentari e film d'essai.

Autori svizzeri. Forse in pochi ricordano che è stato un certo Jean-Luc Godard, ad aver portato la Svizzera all’attenzione del pubblico internazionale; nato a Parigi da genitori svizzeri, ha passato l’infanzia in terra elvetica per rientrare poi in Francia dove è stato largamente influenzato dalla tradizione cinematografica francese.
Negli anni ’60 Claude Goretta, Alain Tanner e Michel Soutter, rappresentano il cinema di rinnovamento sulla scia della Nouvelle Vague francese e del Free cinema inglese.
Negli anni ’70 sono stati principalmente i registi svizzeri di lingua francese, ad esempio Alain Tanner, a porsi in luce mentre altri cineasti quali Daniel Schmid, Fredy Murer e Yves Yersin, hanno invece basato i propri film su esperienze di vita svizzere come ha fatto anche Lyssy con "Die Schweizermacher", girando, nel 1978, una commedia satirica sulle difficoltà incontrate dagli stranieri che vogliono acquisire la cittadinanza svizzera. Anche la commedia noire "Beresina" o "Gli ultimi giorni della Svizzera", di Schmid, uscita nel 1999, hanno ottenuto un buon successo in patria e discreto successo anche oltre i propri confini. Murer è ricordato per il suo "Höhenfeuer", che tratta il tema dell’incesto in un remoto villaggio alpino. E l’altro "Les Petites Fugues", 1979, narra la storia di un garzone di fattoria il quale, dopo aver acquistato una motocicletta, s’imbarca in un viaggio che lo porterà alla scoperta del mondo e di sé stesso.
Nel 2008 il premio per il cinema svizzero è andato a Micha Lewinsky autore del suo primo
lungometraggio “Der Freund” (L'amico).
E ancora va registrata la vivace presenza di Samir, regista irakeno naturalizzato svizzero.

Questa breve carrellata, certamente non esaustiva, serve a introdurre la retrospettiva di cui dicevo in apertura.
A cura di Piero Pala questo piccolo festival, al cinema Aquila di Roma, è dedicato a Peter Liechti che sarà presente durante le proiezioni.
Autore, regista, cameraman, filmmaker indipendente, Peter Liechti, in foto, è nato a San Gallo, in Svizzera, nel 1951. Dopo gli studi di Arte e Design all'Università di Zurigo e un paio d'anni trascorsi a Creta, dove si è dedicato alla pittura e alla scrittura, nel 1983 ha avviato i suoi primi esperimenti cinematografici. Co-fondatore di K59 (KinoK) nel 1985, ha fatto anche parte dell'Achziger Film Group di Zurigo dal 1988 al 1995. Dal 1990, vive e lavora a Zurigo. I suoi lavori sono stati presentati nell'ambito di numerosi festival. Dal 2003, gli sono state dedicate diverse retrospettive, a Zurigo, Lucerna, New York e Vienna.
È stato vincitore dell'European Film Academy con “The sound of Insects - Record of a Mummy” che racconta la storia (vera) del ritrovamento, da parte di un cacciatore, del corpo mummificato di un quarantenne in una delle zone più sperdute della Svizzera; si tratta del cadavere di un suicida, lasciatosi morire di fame l'estate precedente e di cui mai si saprà la vera identità.

La rassegna è organizzata da Complus Events in cooperazione con Swiss Films, agenzia di promozione del cinema elvetico, e con il patrocinio e il sostegno dell'Ambasciata e dell’Istituto svizzeri in Italia.

Basta un CLIC sul sito di Complus Events per scaricare l'intero programma con date e orari.

Info: info@complusevents.com
333 - 735 89 83 e 331- 2156 776


Dissolvenza dell'immagine (1)


Il Centro di Cultura Contemporanea La Strozzina al fiorentino Palazzo Strozzi, va sempre più confermando il suo ruolo protagonista nello scenario delle arti visive in Italia mentre sempre più numerosi si fanno i riconoscimenti che gli vengono tributati anche all’estero.
Diretto egregiamente da Franziska Nori, dopo aver presentato mostre di rilievo internazionale (vedi Archivio), il Centro, che s’avvale del coordinamento progetto affidato alla regìa di Fiorella Nicosia, prosegue sulla stessa linea di qualità con la mostra in corso: Gerhard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea, organizzata in collaborazione con la Kunsthalle di Amburgo.

In foto un’opera di Richter: Wilehmshaven, 1969.

La nuova esposizione presenta 12 opere del tedesco Gerhard Richter che dialogheranno con quelle di sette artisti contemporanei legati a Richter da una profonda sfiducia nei confronti dell’immagine come veicolo di verità.
Richter, infatti, è uno dei pionieri nel portare all’estremo la dissoluzione sia della figura sia della tecnica pittorica stessa, dipingendo sopra fotografie originali o usando una particolare tecnica di sfocatura. Come punto di partenza, l’artista tedesco seleziona deliberatamente soggetti comuni o casuali. Ben consapevole del potere delle immagini, egli rompe o piuttosto mette in dubbio la loro chiarezza, facendo emergere o scomparire le immagini stesse. Gioca con la realtà e la sua apparenza e converte le immagini figurative in astratte, focalizzando la sua attenzione, per esempio, su dettagli minori.
Ha posto come base del suo lavoro l’uso d’immagini esistenti, sia per trasferire le caratteristiche da un ‘medium’ a un altro, sia per utilizzare differenti generi su uno stesso piano. Richter indirizza la differenza che esiste tra la percezione soggettiva e l’esperienza oggettiva della realtà, nel luogo in cui solo la pratica artistica può offrire possibili approcci, all’interno cioè della difficile relazione esistente tra l’oggetto e la sua rappresentazione.
La mostra presenta, per la prima volta in Italia, ‘Volker Bradke’ (1966), unico video finora realizzato da Gerhard Richter.
Il catalogo è stampato dalle Edizioni Mandragora.

Gerhard Richter
CCCS - Palazzo Strozzi
Info: Tel. +39 055/ 2645155
Ufficio Stampa: Tel. +39 055 - 2776461/ 055 - 2645155
CLP Relazioni Pubbliche
T. +39 02 – 43 34 03; press@clponline.it
Fino al 25 aprile 2010


Dissolvenza dell'immagine (2)


Chi è Gerhard Richter?
E perché oggi, molti lo considerano uno dei migliori artisti viventi?
Nato a Dresda, nel1932, lascia presto la scuola per lavorare come praticante nella pubblicità e come pittore di scenografie teatrali per poi ritornare agli studi presso l'Accademia d'Arte di Dresda.
Richter, (in foto), insegna dapprima come professore temporaneo alla Hochschule für bildende Künste ad Amburgo, per poi divenire nel 1971 professore titolare presso l'Accademia d'Arte di Düsseldorf.
Nel 1983, Richter si trasferisce da Düsseldorf a Colonia dove vive tuttora.
Ebbe vasta eco una sua performance, insieme con Polke e Fisher,nel 1963, durante la quale esibivano se stessi, mobili, e oggetti d’arredamento come opere d’arte. Richter Intendeva così compiere, una dimostrazione in supporto del realismo capitalista, irridente deviazione del realismo socialista e risposta tedesca alla Pop Art statunitense.
La sua prima personale è del 1964 alla Galleria Schmela di Düsseldorf. Subito dopo espone a Monaco, Berlino e fino ai primi anni settanta in varie città europee e negli Stati Uniti. La sua quarta retrospettiva, “Gerhard Richter: 40 Years of Painting”, curata da Robert Storr, apre al Museo d'Arte Moderna di New York nel febbraio 2002, per poi essere trasferita a Chicago, San Francisco, e Washington.
Ha pubblicato numerosi cataloghi, monografie, e libri con le sue opere d'arte e note sulla pittura (“La pratica quotidiana della pittura” a cura di Hans Ulrich Obrist). Per la sua attività artistica è stato insignito di numerosi riconoscimenti e premi. Benché Richter abbia guadagnato popolarità e sia stato apprezzato dalla critica nel corso dell'intera sua carriera artistica, si è affermato solo da alcuni anni collocandosi tra i più importanti artisti del XX secolo. Le sue opere, ora, raggiungono spesso quotazioni di alcuni milioni di dollari.

Il lavoro di Richter è principalmente rivolto a un’indagine sulle relazioni tra l'illusione e la realtà. Ha messo in discussione, infatti, l’efficacia della rappresentazione del reale sia per la fotografia sia per la pittura; ha optato per una rielaborazione di immagini attinte ai mezzi di comunicazione di massa, operando specialmente su fotografie rielaborate con interventi pittorici atti a renderle mosse o sfumate.


Dissolvenza dell'immagine (3)

Ho chiesto a Franziska Nori (in foto) di parlare sulla mostra in corso al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina da lei diretto.

Abbiamo concepito la mostra "Gerhard Richter e la dissolvenza dell'immagine nell'arte contemporanea" a continuazione della tematica proposta in occasione del progetto espositivo "Realtá Manipolate" che si é chiuso presso il CCCS il 17 di gennaio 2010 e che analizzava il significato del termine "realtá" nelle ricerche artistiche contemporanee. Gli artisti oggi sembrano nutrire un profondo scetticismo verso la veridicitá delle immagini. Il tema comune ad entrambi i progetti espositivi dunque é la dissoluzione dell'immagine e il difficile rapporto tra realtà e la sua rappresentazione.
Gerhard Richter ha dedicato la sua intera carriera artistica alla ricerca di ciò che possiamo definire come l’essenza dell’immagine, là dove essa non é più rappresentazione del reale ma creazione di una realtà a sé stante. L’atteggiamento di Richter nei confronti del quadro-oggetto in sé, la trasposizione di principi da un mezzo tecnico a un altro e il suo impegno a evitare ogni colorazione emotiva sono caratteristiche proprie anche di artisti contemporanei molto più giovani. La mostra del CCC Strozzina propone un dialogo tra il pensiero di Richter e sette artisti contemporanei che nel loro percorso si sono concentrati sul tema della dissolvenza e sul problema della definizione stessa di immagine attraverso l’utilizzo di diversi media: gli inglesi Antony Gormley e Roger Hiorns, gli statunitensi Marc Breslin e Scott Short, il cinese Xie Nanxing, l’italiano Lorenzo Banci e il tedesco Wolfgang Tillmans
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La prossima mostra, al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina - Fondazione Palazzo Strozzi, si terrà dal 14 maggio al 18 luglio 2010, titolo: AS SOON AS POSSIBLE L’accelerazione nella società contemporanea.
L’esposizione, ideata da Franziska Nori, affronterà il tema del Tempo all’interno della cosiddetta “high speed society”, il modello di vita caratterizzato dalla rapidità di comunicazione e produzione dettata dalle possibilità delle nuove tecnologie. L’esemplificazione avverrà attraverso il lavoro di 10 artisti internazionali: Tamy Ben-Tor, Marnix de Nijs, Mark Formanek, Marzia Migliora, Julius Popp, Reynold Reynolds, Jens Risch, Michael Sailstorfer, Arcangelo Sassolino, Fiete Stolte.
A questa mostra, Cosmotaxi, dedicherà un servizio alla fine di maggio.


Le gemelle Mizzoni


Diceva Goethe: "Conoscere i luoghi, vicino o lontani, non vale la pena, non è che teoria; saper dove meglio si spini la birra, è pratica vera, è geografia”.

Al grande scrittore tedesco, io un indirizzo saprei darglielo: via Brescia 24, Roma.
Lì c’è un accoglientissimo locale, con le pareti di legno stile inizi ‘900, deliziose tendine ai vetri che affacciano sulla strada e, soprattutto, tutta l’arte birraiola e cuciniera che si ritrovano le gemelle Anna e Emma Mizzoni; Anna, tempo fa, è stata nominata anche Cavaliere del Commercio, e questo non perché Emma non meriti onorificenze, ma per ragioni burocratiche di licenza.
Questa birreria-ristorante nel 2010 festeggia i suoi primi ottant’anni perché si schiusero le porte al pubblico nel 1930.
In un’epoca come la nostra in cui parecchi locali aprono e chiudono poco dopo per sempre i battenti, quella lunga vita già testimonia la tradizione di serietà e competenza sulla quale vigilano con cordialità le due gemelline.
1930: che cosa succedeva allora nel mondo?
Limitiamoci all’area letteraria, visto il profilo di queste pagine web.
Sfoglio la Cronologia Rizzoli e leggo: Silone pubblica “Fontamara”, Corrado Alvaro “Gente di Aspromonte”; Robert Musil la prima parte de “L’uomo senza qualità”; Herman Hesse “Narciso e Boccadoro”; Dashiell Hammett “Il falcone maltese”.
E accade pure che il 15 marzo di quell’anno, Giuseppe e Luisa Mizzoni aprono il locale che oggi è gestito dalle figlie gemelle di cui prima dicevo.
Il menu si avvale da sempre di ottimi piatti che ben s’accordano con la birra: il salamino landjäger e i pomodorini secchi col parmigiano, würstel di cottura perfetta, goulash, canederli, kaiserfleisch, speck, un indimenticabile strudel e altro ancora, non escluse alcune pietanze italiane perfettamente eseguite.
Le materie prime vengono direttamente dalla Bottega Artigiana Bernardi di Brunico, cosa questa che garantisce eccellente qualità di base cui segue una luminosa lavorazione in cucina.

Buon compleanno al vostro ristorante gemelle Mizzoni. Cin Cin!

Birreria – Ristorante Mizzoni
Via Brescia 24, Roma
Tel: 06 – 854 81 55
Aperto anche a pranzo
Chiuso domenica e lunedì


Ben Vautier (1)


Una delle importanti biblioteche italiane è la Poletti di Modena diretta da Meris Bellei.
Fu aperta al pubblico nel 1872 col lascito dell’architetto modenese Luigi Poletti. Il patrimonio vanta oltre 71.000 volumi del Novecento, 16.000 dal Cinquecento all’Ottocento, circa 300 testate di riviste di cui 100 in corso. Al patrimonio librario si affiancano importanti raccolte di stampe con migliaia d’esemplari, e migliaia ancora di disegni d'architettura, mappe, carte geografiche, fotografie.
A queste imponenti collezioni, se n’affianca un’altra che già da sola merita un viaggio fino a Modena. Si tratta dei “libri d’artista” (circa 700 opere, ma, al momento in cui scrivo, tale cifra potrebbe già essere stata superata perché è in costante accrescimento) lì presenti grazie al competente e appassionato lavoro di Carla Barbieri che cura le mostre chiamate In forma di libro da oltre un decennio.
A quest'avvenimento, oggi, Cosmotaxi dedica un servizio in tre parti.

Le mostre, s’avvalgono di una commissione scientifica composta, tra gli altri, da Giuliano Della Casa e Franco Vaccari, e sono ispirate sempre più alla concezione di “libro d'artista” non come "libro figurato d'autore" o "livre de peintre", ma come strumento di comunicazione e diffusione di massa che l'artista sceglie per esprimere la propria poetica, nella quale parola scritta e immagine si fondono in un'unica visione "plurisensoriale".

La dizione “libro d’artista” può, essere interpretata in due diversi modi.
Perciò va sottolineata la differenza tra i libri d’artista ad edizioni numerate o illustrati con opere grafiche dell’autore e il libro d’artista come libro-oggetto ch’è assimilabile ad una piccola scultura. Nato con le Avanguardie storiche del Novecento e sviluppatosi con il movimento Fluxus, è un particolare volume concepito non come diffusione di un’opera, ma come opera d’arte in sé. Insomma, non si tratta di un genere editoriale anche perché realizzato in pezzo unico - o in serie limitate a pochissimi esemplari - con vari materiali (legno, ferro, pietra, etc.) e con tecniche miste tra le quali primeggia il collage.
Un lavoro, spesso, praticato in modo corrosivamente irriverente e allegramente bricccone, che vive in quella felice terra di nessuno che si trova nell’intersezione tra letteratura da una parte e arti visive di plurali matrici dall’altra.

Ci sono poi lavori che pongono in fruttuosa crisi i confini della catalogazione, come, ad esempio, quelli di Peter Koch o “Coazione a contare” di Pio Torricelli (1968, edizioni Lerici, credo ormai introvabile) e, in epoca più recente, mi piace ricordare “La morte del libro” di Erica Moira Pini dove le pagine, tutte completamente bianche, sono attraversate da tre buchi, come se il libro fosse servito da bersaglio per tre pallottole assassine; fu pubblicato dalle AAAEdizioni, casa fondata da due artisti: Vittore Baroni e Piermario Ciani. Ma questi esempi appena segnalati, pur essendo in tirature limitate, sono, come dicevo prima, al confine tra il libro d’artista e il libro-oggetto.
Per indicare più propriamente, e strettamente, il libro-oggetto, si pensi, invece, ad alcuni prodotti di Emilio Isgrò o Marco Gastini, oppure al ‘sagomato’ da Luca Patella sul fondoschiena di Valeria Marini, a Maurizio Nannucci e al suo “Decouvrir Différentes Directions”, a Lamberto Pignotti (in foto un suo libro in plastica del 1999) alle fantasie di Loretta Cappanera, e ancora ad Anna Boschi artista essa stessa nonché curatrice di un archivio che raccoglie opere provenienti sia dall’Europa sia da paesi extraeuropei.
Altro punto d’interesse è quello dei Vaca - Vari Cervelli Associati - a Russi (Ravenna).
La dodicesima edizione di “In forma di libro”, in corso a Modena, è dedicata a Ben Vautier. Seguono note biografiche dell'artista.


Ben Vautier (2)


Ben (Beniamino Paolo Lucio) nasce a Napoli nel 1935 dove trascorre i primi cinque anni di vita. Nel 1939 segue la madre prima in Svizzera, poi in Turchia, in Egitto, di nuovo a Napoli, quindi in Svizzera, stabilendosi definitivamente a Nizza nel 1949. Questa esperienza fatta di continui spostamenti influenza profondamente la sua attività e spiega il carattere cosmopolita e molteplice del suo lavoro.
Conosce, tra gli altri, Yves Klein, Daniel Spoerri, Arman, Boltanski. Partecipa all'attività di Fluxus con Filliou, Brecht, Maciunas, La Monte Young divenendo uno dei maggiori esponenti e teorici del movimento.

La sua arte (in foto una sua opera) si riassume, forse, nell'aforisma: “Ho voluto dire la verità e ne ho fatto una menzogna”.
Nell'ultimo decennio Ben (conduce in Rete un suo sito web) si appropria anche dei nuovi mezzi di comunicazione, intuendone pienamente le potenzialità e l'importanza.

Le sue opere fanno parte di importanti raccolte pubbliche tra le quali il Pompidou di Parigi, il Museo d'arte contemporanea di Marsiglia, il Museo d'arte moderna della Ville de Paris, il Museo d'arte moderna di Praga, il Museo Stedelijk di Amsterdam, il Walker Art Center di Minneapolis.
Numerosissime le esposizioni personali che gli sono state dedicate in tutto il mondo dall'inizio degli anni sessanta. Sono senz'altro da ricordare quelle della Galleria Bischofberger di Zurigo nel 1971, del Museo Stedelijk di Amsterdam nel 1973, della Galleria Castelli di New York nel 1982 e del Centre Pompidou di Parigi nel 1991. Numerose anche le retrospettive, tra cui quelle di Marsiglia presso il Musée d'art contemporain nel 1995, del Mamac di Nizza e dello Staatliches Museum di Schwering nel 2001. Nel marzo 2010 il Museo d'arte contemporanea di Lione dedica un’antologica che ripercorre i suoi 50 anni di attività creativa.


Ben Vautier (3)


Ho rivolto domande ai due curatori della mostra: Carla Barbieri e Mario Bertoni.

A Carla Barbieri: qual è il senso di fare libri d’artista oggi?

Mi occupo di libri d'artista da circa 12 anni e quasi subito, cioè dal convegno che abbiamo realizzato in biblioteca nell'aprile del 2000, mi sono interrogata sul senso che oggi può avere fare libri d'artista. In quel convegno Daniela Palazzoli fornì un bilancio del libro d'artista in Italia dagli oggetti sensuali degli anni '60 ai globuli che navigano nella rete dei sensi. Mi sembra che in questi ultimissimi anni, con l'esplosione di internet, dei social network, dell'arte digitale e quant'altro, ci sia stato, paradossalmente, un ritorno degli artisti alla tiratura limitata, non necessariamente di lusso, anzi, quasi mai. Certamente questo fa la gioia dei collezionisti, anche se programmaticamente non cercati. C'è insieme, mi pare, desiderio di esporsi e di ritrarsi, uso del web e distribuzione ostentatamente quasi clandestina. Tutto e il contrario di tutto, contemporaneamente. Forse per reagire al rumore generale di fondo.
Una nuova ribellione nei confronti del mercato dell'arte e/o dell'editoria? Chissa?
Camilla Candida Donzella nasconde i suoi librettini, i suoi “4x”, nelle librerie, dentro i libri; li dona con amore ai lettori inconsapevoli del dono. Non mi distribuiscono? E io li regalo, ha detto il 12 dicembre scorso alla Galleria Neon di Bologna.
Amore, disinteresse, dono e basta. Uso della tecnologia per quel - poco - che serve.
Non mi sembra poco
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(In foto, opera di Ben Vautier). A Mario Bertoni ho chiesto: qual è l’importanza di Ben Vautier?

L’importanza di una figura come quella di Ben Vautier non è dovuta tanto alla produzione di "libri d’artista", quanto alla produzione di libri tout court. E ciò in forza di un lavoro che, trovando impulso nella grafomania, privilegia una forma di scrittura paradossale, a chiasmo, a spirale, tautologica, locale, viva, concreta, che si contrappone al codice digitale astratto, unico, universale della globalizzazione e che è fatta anche di errori d’ortografia e di sbavature, per costringere il lettore a inciampare e a rileggere. Sgorbio o ghirigoro che va per il mondo, la scrittura di Ben ha dato vita ad una serie imponente di libri e di riviste che la mostra della Biblioteca "Poletti" documenta in modo esemplare, restituendo la bibliografia più aggiornata dell’artista. Così si testimonia anche l’attualità della sua arte, e si scopre come abbia annunciato talune stagioni artistiche (arte concettuale e grafitismo).


"In forma di libro"
Ben Vautier
Biblioteca Poletti
Viale Vittorio Veneto 5, Modena
Info: 059 - 203 33 72; biblioteca.poletti@comune.modena.it
Fino al 10 aprile ‘10


Il Gioco di Alice


L’uscita nei cinema della nuova versione in 3D di Alice in Wonderland diretta da Tim Burton, ha rappresentato una ghiotta occasione per Vittore Baroni, Marco Maffei e l’Associazione culturale BAU per rivisitare l’immaginario carrolliano.
Sono stati selezionati una sessantina di artisti (In foto, un lavoro di Emanuela Biancuzzi) in sintonia con la ludica ricerca linguistica e l’immaginario onirico-surreale di Carroll. Ne è scaturita una mostra singolare e stimolante, che si è inaugurata l’8 marzo, Festa della Donna, ed è in corso presso la Gallerai MXM Arte Contemporanea a Milano.
In seguito sarà a Viareggio nella Galleria MAC-Maffei d'Arte Contemporanea di Marco Maffei (dal 21 marzo al 10 aprile), dopo, verrà presentata da fine aprile alla storica Galleria Il Gabbiano di La Spezia e in altre tappe ancora da definire.

A Vittore Baroni, ho chiesto: in che cosa consiste il gioco di Alice che proponi con Marco Maffei alla MXM di Milano? Quale la sua finalità espressiva?

Lewis Carroll, oltre che uno scrittore di libri per l’infanzia e un ottimo fotografo, era anche uno stimato matematico e un grande appassionato di enigmistica. Ha tenuto fin da giovanissimo rubriche di giochi su periodici e pubblicato numerose opere basate su giochi e indovinelli matematico-linguistici. Anche la struttura dei suoi due libri più celebri, ”Alice nel paese delle meraviglie e “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, si basa in realtà su giochi, rispettivamente quello delle carte e quello degli scacchi. Abbiamo quindi pensato di tributare un omaggio alla passione enigmistica dello scrittore. Così abbiamo realizzato la mostra “Facciamo Finta: Il Gioco di Alice” tre installazioni collettive legate al gioco delle carte (con una serie di grandi carte da gioco in “volo”, come accade nel finale del primo racconto di Alice), al gioco degli scacchi (con una grande scacchiera a parete per cui trentadue artisti hanno realizzato ciascuno una “casella” di cm. 21 x 21) e infine creando un immaginario ‘corpo di Alice’ mediante una sorta di grande puzzle tridimensionale, composto di assemblaggi in tecniche diverse all’interno di ventiquattro scatole in cartone, tante quanti sono i capitoli nei due libri di Alice.
La prima parte del titolo della mostra fa invece riferimento ad una delle frasi preferite da Alice, “Facciamo finta” appunto, usata ad esempio nelle prime pagine di “Attraverso lo specchio” per trasformare con un po’ di fantasia la gatta Nerina di Alice nella Regina Nera, dando così avvio alla partita a scacchi
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Accompagna la mostra, un catalogo progettato dallo Studio Gumdesign.

“Facciamo Finta: Il Gioco di Alice”
MXM Arte Contemporanea
Via dei Fontanili 20, Milano
Info: e-mail: mxm60@libero.it; cell: 338 – 72 15 057
Fino al 17 marzo 2010, dal lunedì al mercoledì
16.00-19.00 o su appuntamento


Sabina Ambrogi


Sulla vergogna di ciò che sta accadendo in Italia a proposito delle liste elettorali, su fantasiosi decreti e bizzarre firme che ne avallano i burleschi contenuti è stato scritto (e sarà scritto) tanto e non credo che riuscirei a fare di meglio di quanto è stato e sarà praticato.
Poiché, però, questa nota è nata per una riflessione sulla comunicazione politica che vediamo in questi giorni sui manifesti di partiti e candidati, su siti web, su parecchi video e altro ancora, una provvisoria conclusione forse riesco a farla.
Giacomo Leopardi, scrisse: “Gli italiani non hanno costumi hanno usanze”.
La propaganda che vediamo e ascoltiamo oggi è perfettamente in linea con la volgarità delle usanze che ci ritroviamo.

Finora una sola cosa l’ho ritenuta efficace, si tratta di un frizzante video montato con intelligenza su di una colonna sonora delle Femmouzes T; l’ha ben ideato e realizzato Sabina Ambrogi per la campagna elettorale della Bonino.
Non so se il Pd se lo merita considerata la modestia della sua proposta comunicativa.
Lo presento volentieri quel video anche perché siamo all’8 marzo e, come vedrete, quei minuti, aldilà dell'occasione che li hanno determinati, sono in tema testimoniando l'impegno che da sempre connota l'autrice.
L’Ambrogi ha tradotto per il cinema e il teatro, ed è conduttrice televisiva. Ha ideato e condotto su Red Tv, “Women in Red”, sulla rappresentazione delle donne nei media.
Saggista - si occupa in particolare di fenomeni di massa - ha scritto il volume "Mamma" (Donzelli Editore), un’articolata riflessione all'origine di uno stereotipo italiano.
Ha partecipato al Grande Dizionario della Canzone italiana (Rizzoli).
E' stata consulente comunicazione di Emma Bonino, ministro delle politiche comunitarie, durante il governo Prodi.
Mi piace ricordare anche che è figlia di un grande commediografo e sceneggiatore: Silvano Ambrogi; indimenticato autore di “I Burosauri” e famoso anche per i suoi fulminanti aforismi.

Per vedere il video, non dimenticate di aprire l’audio, cliccate QUI.

A Sabina Ambrogi,(in foto), ho chiesto: qual è il tuo pensiero sulla comunicazione politica attraverso i media che avviene in questi giorni? Come giudichi, per prima cosa, quella proposta dalla Destra?

La comunicazione politica della Destra è tragicamente infantile e violenta. Basti pensare alla reazione per la mancata presentazione delle liste del Pdl a Roma.
La Destra usa il modello sub culturale della tv, per cui quando arrivano le elezioni basta tradurre in slogan politici i messaggi martellanti di Maria De Filippi, tanto per citare una delle paladine dell'Italia di Berlusconi
.

E la Sinistra?

La Sinistra invece ammicca al modello culturale della Destra, appunto il modello tv della telepromozione di provincia. Però spesso se ne vergogna, allora cerca un po’ di non negare per sempre la cultura, un po' guarda la società, con il risultato di mezze cose che fanno incavolare tutti. Non che non debba esserci il nazional popolare, anzi! Solo che per ora vedo solo il nazional total populista.
Mi hanno per esempio lasciata molto perplessa la partecipazione di Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi, per non parlare dell'esultanza di Sansonetti per la vittoria; poi la scarpa rossa lucida fetish (una citazione dell'affiche del ‘Diavolo veste Prada’) con scritto ‘di classe’, per la campagna di Rifondazione... Rifondazione Comunista! La hostess un po' Grande Fratello un po' hostess licenziata, che tira sempre fuori Di Pietro... Ma mai come Alba Parietti che ha – beata lei – un 'opinione di sinistra molto chiara su tutto, meno che sulle poesie di Licio Gelli. Infatti, le recita con trasporto sul canale youtube di Klauscondicio. Bisognerebbe cominciare ad accendere, o riaccendere le luci degli intelletti, dentro la Sinistra. Tuttavia... tuttavia a cominciare dalla piazza viola di sabato 27 febbraio in poi s’intravede qualcosa di profondamente mutato. Una piazza matura, reattiva, intelligente, sensata. Da lì possono cambiare molte cose
.


La sorella di Rimbaud


Nella collana ‘Ocra Gialla’ delle Edizioni Via del Ventonella foto il logo; rappresenta la cupola della Basilica della Madonna dell'Umiltà di Pistoia, città sede dell’Editrice, con una strega a cavallo di una scopa che vi gira intorno trascinando un drappo ove figura la scritta latina ‘ventus taedium fugat’ (il vento disperde la noia) – è stato pubblicato un librino assai interessante e non poco tenebroso: L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur, a cura di quel rabdomante di velenosi fluidi sotterranei che è Antonio Castronuovo, già alcune volte ospite di questo sito come, ad esempio, recentemente QUI .
L’autrice, Isabelle Rimbaud, è la sorella di sei anni più giovane d’Arthur Rimbaud nato a Charleville-Mézières il 20 ottobre 1854 e morto a 37 anni a Marsiglia il 10 novembre 1891.
Per conoscerne la dettagliata biografia, leggere testi, vedere un vasto repertorio fotografico sul poeta francese c’è in Rete un ottimo sito.

L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur è il racconto degli ultimi giorni fino alle estreme ore dello scrittore; cronaca che ha intenzioni ispirate alla pietà, ma diventa spietata fino alla crudeltà.
Rimbaud giace in un letto d’ospedale, gli hanno già amputato la gamba destra, ma il tumore osseo che l’affligge, e lo ucciderà, gli infligge grandi dolori fisici accompagnati da tormenti dovuti ai ricordi di una vita inquieta, disperata, smarrita “nei deliri della sua collera” – come scriverà Henri Daniel-Rops – “e nella frenesia del suo orgoglio, lanciando alla Notte parole che sembrano escludere ogni perdono”.
Chi era Isabelle? Chi è stata per Arthur?
Cito brani dalla nota di Castronuovo: “… ella ha qualcosa che avvince, quell’enigmatico fanatismo della pietà che caratterizza certi altruisti ad oltranza, o certe bigotte devote fino all’assurdo, una bontà estrema – o un maleficio – da cui si viene trascinati, quell’umiltà estremista, quel forte richiamo al dovere, che impone di mettersi al totale servizio di un altro e che infine domina completamente la persona assistita.

In una lettera, rassicura, ad esempio, la madre (baciapile come lei) che Arthur si sarebbe ravveduto e tornato alla religione in articulo mortis.

Ancora da Castronuovo: “Fu una donna che seppe immergersi talmente bene nell’anima e nella carne del fratello, da farsene infermiera, fisioterapista, curatrice del patrimonio letterario, guardiana di un tesoro immortale, manipolatrice di testi, falsificatrice di dipinti. E alla fine, in una sorta di ‘Imitatio Christi’, ne plagiò anche la morte. Aggredita dallo stesso tumore di cui era stato vittima il fratello, entrò nel maggio 1917 in ospedale dove subì una grave operazione. Scomparve il 20 giugno di quell’anno.
Isabelle è l’esempio migliore, più compiuto di ‘sorella morte’. Diventò per la storia il paradigma di una fusione perfetta e letale tra fratelli.
Come Tristano e Isotta lo sono tra amanti
".

Isabelle Rimbaud
“L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur”
A cura di Antonio Castronuovo
Pagine 34, Euro 4.00
Edizioni Via del Vento


Risosofia


Dice Stefano Benni: “Passiamo metà del tempo a deridere ciò in cui gli altri credono l'altra metà a credere in ciò che gli altri deridono”. Dopo aver scritto questa frase mi sono chiesto se avevo scritto una frase con intonazione comica o filosofica. Se in essa prevaleva un'ironica liberazione o una malinconica riflessione. Potrei dire che la frase descrive abbastanza bene uno sforzo comune alla filosofia e alla comicosofia”.

Ecco, credo che questa sia una buona citazione per introdurre alla lettura di Risosofia Aristotele, Kant, Hegel, Marx, Freud e altri burloni mandato in libreria da Ponte alle Grazie.
L’autore è Pedro González Calero (1962). ”E’ stato” – come informa la casa editrice – “spazzino, archivista, documentarista, professore di filosofia e burattinaio frustrato. Vive a Madrid, è repubblicano e ateo. Non gli sarebbe tuttavia dispiaciuto vivere nell’Atene del V secolo a.C. e passare i suoi pomeriggi in compagnia di Socrate”.
In copertina Cartesio. Quanto al suo pensiero, gli preferisco quello del suo contemporaneo Spinoza.

Risosofia è un libro composto di una serie di brevi, e talvolta brevissimi, divertenti capitoli che, spaziando dall’antichità fino ai giorni nostri, illustrano attraverso vari aneddoti tratti dalla vita dei filosofi, occidentali e orientali, come le loro idee siano state viste dai contemporanei, quali conflitti quelle stesse idee generarono nella società e nella pratica di vita di quegli stessi pensatori.
Una sorta di trattato portatile che sotto l’apparenza di riferire solo battute fulminanti e gustosi episodi, va componendo una piccola storia della filosofia visitata attraverso momenti di comicità voluta, o involontaria, capitati a protagonisti del pensiero.
Curiosamente, il solo nome noto assente nel libro è Montaigne, ma forse perché disse: “Filosofare significa imparare a morire” che sarà cosa assai vera, ma non tanto divertente.
Eppure, il libro si conclude con un’amara riflessione di Cioran che a una signora che gli rimproverava d’essere contro tutto ciò che s’era fatto dopo la seconda guerra mondiale, il grande rumeno replicò: ”Lei sbaglia data, cara signora. Io sono contro tutto ciò che si è fatto dopo Adamo".


Pedro Gonzalez Calero
"Risosofia"
Traduzione di Claudia Marseguerra
Pagine 192, Euro 12.00
Ponte alle Grazie


Da Micromega

Sono fra coloro che hanno ricevuto dall’ottima rivista “Micromega”, diretta da Paolo Flores D’Arcais, un video sul tema “fine vita” girato da Roberta Zunini per Vanguard Tv.
Cliccare QUI per vedere e ascoltare.


Taking Sides


Il rapporto fra Arte e Potere (specie quando si tratta di un Potere autoritario), di scontro o d’intesa che sia, è un tema che attraversa tutta la storia umana. Sostanzialmente, ci sono due posizioni opposte su questo tema: chi giudica l’artista dai suoi atti politici, e chi scinde l'uomo dall'artista.
Facile giudicare chi si è schierato apertamente a favore o contro certi governi, ma esistono anche zone d’ombra (opportunisti a parte) che investono alcune figure e rendono le deduzioni problematiche.
Tra i casi di questo tipo rientra quello del grande direttore d’orchestra, e anche compositore, tedesco Wilhelm Furtwängler (1886 – 1954) nei confronti del nazismo.
Molti gli episodi contraddittori. Nel 1934, quando gli fu proibita la direzione della prima mondiale dell'opera “Mathis der Maler” di Paul Hindemith (considerato dal regime un ‘musicista degenerato’), per protesta diede le dimissioni da direttore dell'Opera di Berlino.
Successivamente, però, riprese il suo posto. Mai chiese la tessera del partito nazionalsocialista e mai fu visto fare il saluto nazista, però il suo atteggiamento verso gli ebrei resta controverso; da un lato elogiò parecchi musicisti ebrei e, pare, salvò alcuni ebrei membri della Filarmonica di Berlino dai campi di concentramento; dall'altro sostenne il boicottaggio della presenza ebraica negli organi di stampa.
E ancora: diresse un concerto per il compleanno di Hitler, accolse la stretta di mano del dittatore avvicinatosi al podio, ma dopo prese un fazzoletto dalla tasca e lo passò da una mano all'altra, come per pulirsi. Non è una cronaca verbale, è un filmato d'epoca.
Al termine del conflitto fu accusato dagli americani di aver sostenuto il regime e di aver fatto propaganda antisemita. Fu sottoposto a un processo dalla Commissione Alleata per la denazificazione della cultura tedesca, al termine del quale, tuttavia, venne ritenuto innocente.
Un sospetto, però, attraversa molti storici (e, forse, indusse i giudici ad assolverlo) e consiste nel fatto che Furtwängler non abbia lasciato la Germania e abbia così agito per vanità personale rimanendo in patria per non lasciare il campo al suo grande rivale, il giovane già promettente Von Karajan, e impedirgli di occupare il suo posto sul trono musicale tedesco.

A questo caso, dedicò un lavoro teatrale Ronald Harwood intitolato “Taking Sides” (ne fu tratto anche un film diretto da István Szabó) che Manuela Kustermann ha messo in scena al Teatro Vascello.
Pur trattandosi di teatro di parola dal quale sono lontanissimo (gli preferisco, come queste mie pagine web dimostrano, il teatro tecnologico, sensoriale), va detto che si tratta di un’ottima regìa che vede nel ruolo dell’inquirente Giuseppe Antignati e, in quello di Furtwängler, Alberto Di Stasio (rispettivamente da sinistra a destra nella foto), entrambi assai bravi nel rendere i loro personaggi.

Per una scheda completa sullo spettacolo: CLIC!

Ufficio Stampa: Cristina D'Aquanno, 06 – 58 81 021

“Taking Sides”
di Ronald Harwood
Regìa di Manuela Kustermann
Teatro Vascello
Via G. Carini 78, Roma
Fino al 14 marzo, poi in tournée


Un epistolario ritrovato


Macrostoria: Orientamento storiografico che privilegia nella ricerca l'analisi dei grandi eventi e degli scenari di più ampio orizzonte .
Microstoria: Tendenza storiografica che privilegia lo studio di fatti minuti della storia umana in àmbiti circoscritti.

Così risponde il dizionario se lo consultate su quei due termini.
Ma è possibile capire i grandi capitoli storici trascurando la documentazione di tanti piccoli accadimenti che ne hanno fatto parte?
Credo proprio di no. Perché se da una parte abbiamo cronache ufficiali (per molti secoli scritte solo dai vincitori) che riferiscono date, riportano maiuscoli eventi e loro cause, dall’altra sono proprio i documenti umili che forniscono – come fa, ad esempio, lo storico Karl Schlögel – informazioni che illuminano temperie e intemperie di un’epoca.
Fra i documenti di questo tipo primeggiano diari ed epistolari, specialmente quelli trovati inediti molto tempo dopo gli avvenimenti durante i quali furono scritti.
Uno di questi ha il grande merito d’averlo pubblicato Meridiano Zero, s’intitola Un uomo, una donna e lo dobbiamo a Giorgio Havis Marchetto un ricercatore di storie della veneta Val Posina. Già autore nel 2005 di “Seguendo Teppa, Glori e il Turco: percorsi partigiani in Val Posina” edito dal Centro Luccini e, nel 2007, di “Uomini e chiodi”, Edizioni Stella.

Un uomo, una donna - la bella immagine in copertina, la cui riproduzione qui non le rende giustizia, è di Maurizio Bonato – raccoglie un epistolario che si svolge tra il giugno 1916 e il maggio 1919; a scambiare le missive (alcune fotograficamente riprodotte nel libro) sono Pietro Caprin al fronte e la moglie Elisa Bagattin. Un’avvertenza editoriale segnala che nel volume la selezione presenta 108 delle 270 di lei e 96 delle 198 di lui che si firma “Vostro marito Caprin Pietro”.
Larghe parti delle lettere sono occupate dalla gelosia di Pietro, dal suo terrore di “perdere l’onore” e dalle accorate difese di sua moglie che lo ama “dall’abbisso del mio cuore”, ”arricchendo” - come nota il curatore - la consueta formula ‘dal profondo del cuore’ di una nota tragica. Nelle lettere, però, non mancano comunicazioni che c’informano sulle condizioni sociali dell’Italia in guerra vissute da povera gente, né qualche innocente quanto rabbioso scatto politico contro la guerra e chi, per meglio arricchirsi, l’ha voluta.
Caprin tornerà vivo dall’inferno del ’15-’18 ma solo nel 1920. Avrà due figli e due figlie e sarà proprio, l’ultima, Rosita, nata nel 1933, destinata a essere la fedele custode dell’epistolario.
Il volume s’avvale di una ricca documentazione fotografica proveniente dal Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza.

Ecco un prezioso libro che dimostra ancora una volta la vacuità, oggi, di scrivere romanzi. Eccolo qui un grande, vero, romanzo vissuto con la cipria del tempo e il sangue di un’epoca; i romanzi – ripeto: oggi – prima ancora d’essere belli o brutti, sono inutili.
Alberta Pierobon in un’intelligente e partecipata nota conclusiva coglie il senso dell’operazione di Havis Marchetto: Havis è diventato il soldato Pietro ed è diventato pure la moglie Elisa, ne ha svelato la più cruda, misera e universale intimità senza arroganza, ne ha scrutato l’anima con cuore solidale, proteggendoli con un velo di Compassione, quella con la maiuscola, e di comprensione.

Giorgio Havis Marchetto
“Un uomo, una donna”
Pagine 165 con foto, Euro 25
Meridiano Zero


Modena per noi (1)


In Italia, esistono Gallerie pubbliche d’arte contemporanea in piccole città che proprio nulla hanno da invidiare a quelle di metropoli, spesso, intorpidite da grigi procedimenti burocratici oppure che inseguono eventi grandi più per il budget di cui dispongono che non per l’effettivo interesse che offrono.
Uno dei punti d’eccellenza italiani è, invece, la Galleria Civica di Modena che ha recentemente compiuto cinquant'anni dalla sua fondazione.
E’ riuscita a fondere nei suoi programmi attenzione per gli artisti emergenti del territorio, tempestivo interesse per quelli di rilevanza nazionale e maiuscole incursioni nel panorama internazionale.
E’ stata, inoltre, capace di felici collegamenti con la città sia attraverso manifestazioni informative per il pubblico adulto, sia dedicando energie al mondo della scuola.
Dieci anni fa, fu edito un libro che illustrava il lavoro svolto nei primi quarant’anni della Galleria e oggi è stata pubblicata una nuova ricognizione, che completa la visione di mezzo secolo di lavoro svolto dai vari direttori succedutisi e da tutti i collaboratori che hanno assistito e sostenuto i tanti programmi.
Mezzo secolo che ha abbracciato un'epoca, diverse generazioni, climi e vicende storico-culturali che hanno influenzato la vita di Modena, dei protagonisti della comunità artistica locale, nazionale e internazionale.
Vicende artistiche e umane, del passato eppure contemporanee, almeno sul filo del ragionamento che ci riporta, inevitabilmente al tema della memoria, tema essenziale per costruire il nostro futuro. Basta guardare ai temi presentati via via dalle mostre della direzione di Angela Vettese, che hanno affrontato diversi aspetti salienti del nostro tempo: il multiculturalismo, l'emigrazione, la società del controllo, la guerra, l’ecologia, l'identità personale, le manie, le ossessioni.

Nella fotina, un’opera di Allen Jones, tratta dalla mostra British Pop Art tenutasi nel 2004.

Il nuovo libro, anche se sostanzialmente riprende l'impostazione generale del primo, è profondamente rinnovato nella sua forma grafica nonché nel formato e nella struttura dei contenuti dedicati agli ultimi dieci anni di attività dell'istituto modenese.
Pensato per la vendita abbinata col primo, o per la vendita singola, è uno strumento che illustra assai bene l'attività della galleria, e fornisce a utenti, artisti, centri culturali, musei nazionali e internazionali un quadro generale del lavoro e delle potenzialità dell'istituto.
Arricchito di nuove sezioni sintetiche, il volume, in doppia lingua, testimonia lo sviluppo dei progetti e dei servizi che il museo nel corso degli anni ha impostato e proposto contemporaneamente alla consueta attività espositiva.
Il volume s’avvale di un testo introduttivo a firma di Gabriella Roganti, con contributi di Silvia Ferrari e Serena Goldoni, cui si affiancano le interviste a Walter Guadagnini e ad Angela Vettese - sempre a firma Roganti - corredate da fotografie o minimali, una ricca selezione fotografica d’immagini di mostre, allestimenti, eventi, perfomances (con scatti tra gli altri di Maurizio Malagoli, Paolo Terzi, Valerio Rebecchi), il regesto completo delle mostre dell'ultimo decennio, sempre corredato da fotografie o minimali, quattro schede dedicate rispettivamente: alle collezioni della Galleria Civica; ai servizi didattici e ai laboratori; al lavoro sui giovani artisti; ai progetti speciali; chiudendosi con un elenco dei cataloghi pubblicati tra il 2000 e il 2009.

Un libro che fa il punto sull'ultima, importante, tranche di lavoro di un istituto civico attivo da mezzo secolo, non poteva non offrire l'occasione per riflettere e rileggere, grazie alla voce dei protagonisti, l'intera vicenda culturale della Galleria Civica di Modena, dalla sua fondazione a oggi.
Per questo sono state programmate conferenze illustrative e interpretative del lavoro sia più lontano sia più recente svolto dalla Galleria. Dopo un primo incontro che ha visto alla ribalta gli ex direttori Walter Guadagnini e Flaminio Gualdoni, sabato 5 marzo, alle 18:30, sarà la volta di Pier Giovanni Castagnoli e Angela Vettese con un dibattito guidato da Michele Smargiassi, giornalista del quotidiano ‘la Repubblica’.
Concludendo mi va di notare ancora una cosa. Un centro di propulsione culturale, oggi più di ieri, dev’essere sorretto da un’efficace comunicazione verso l’esterno, l’ufficio stampa è un luogo strategico. Alla Galleria modenese ho avuto modo di apprezzare (e giro da decenni per teatri, musei, produzioni cinematografiche e radiotelevisive) la particolare competenza e cordiale efficienza di Cristiana Minelli.

Galleria Civica di Modena, Corso Canalgrande 103
Info: +39 059 - 2032911/2032940 - fax +39 059 - 2032932


Modena per noi (2)


La Galleria Civica di Modena ha un suo jardin secret che poi tanto secret non è perché se è vero che la mostra di quel jardin s’è conclusa a fine gennaio – curatrici Serena Goldoni e Gabriella Roganti – è pur sempre visitabile (su appuntamento, ecco le petit secret) presso la Galleria stessa perché si tratta di una collezione in comodato d’uso.
Di sacerdoti che si siano occupati d’arte sacra e di arte antica n’è pieno il Paradiso e molti, per loro fortuna, calcano ancora questo pianeta, ma che una tonaca – specie ai miei occhi di ateo – si sia dedicato con competenza e passione all’arte contemporanea desta non poco e, credo ragionevole, meraviglia. Né credo ce ne siano troppi in giro, anche se la Chiesa, proprio recentemente, ha tentato un recupero degli artisti contemporanei in un convegno (beccandosi qualche clamoroso rifiuto ad andarci, per esempio, da Bill Viola) tenutosi a Roma.
Inoltre, gli esempi d’arte contemporanea accettata, e auspicata, dal Vaticano vedono prediletti i soggetti di natura religiosa o che con la spiritualità abbiano a che fare.
Non certo un Mao che se la fuma, come si vede nella foto: un lavoro del 1963 di Sandro Lombardo intitolato proprio “Mao Tze Tung”.

Dicevo di sacerdoti e arte moderna, la figura di spicco è senz'altro don Casimiro Bettelli (Campiglio di Vignola, Modena, 1924 - 1998), figlio di emigranti, maturò la vocazione sacerdotale e quella del collezionista, fu anche fine letterato.
Il nucleo Don Bettelli conta più di 600 opere su carta, oltre ad altre su tela anche di grandi dimensioni, e sculture. E' incentrato, in particolare, sulla grafica internazionale della seconda metà del XX secolo, dal realismo esistenziale degli anni Cinquanta alla Pop Art, sino alle esperienze dell'Arte Povera e della Transavanguardia.
Comprende opere di maestri quali Arp, Warhol, Vautier, Mondrian, Man Ray, Hartung, Lichtenstein, rare cartelle storiche come "Tesoro" (1981) di Chia, Clemente, Cucchi, De Maria, e Paladino. E ancora: dal realismo esistenziale degli anni Cinquanta con opere di Calabria, Ferroni, Guccione, Guerreschi, Vespignani, fino alle esperienze dell'Arte Povera con lavori di Ceroli, poi ancora Boetti, Merz, Pascali. Presente anche un certo numero di maestri della Pop Art italiana, fra cui Mario Schifano, con una serie di grandi fogli di disegni a pastello o acrilico, collage realizzati durante i suoi soggiorni modenesi, e due grandi tele.
Al proposito scrive in catalogo Serena Goldoni: Quello che certamente affascina Don Bettelli della pop Art italiana è la sua freschezza e la pungente irriverenza, che scaturisce nella rappresentazione della vita quotidiana, in tutte le sue sfaccettature, contaminata anche da accadimenti di carattere storico e sociale, che vengono utilizzati alla stregua di oggetti di consumo.

E, sempre in catalogo, Gabriella Roganti: La peculiarità della collezione di Don Bettelli sta nel fatto che il ‘corpus’ quantitativamente più cospicuo sia costituito da opere su carta, in particolare di grafica nelle sue diverse tecniche, disegno e stampa. L’opera su carta dichiara di uno spazio interiore: per sua stessa natura, è ciò che resta di un gesto o di un’impressione, è il momento germinale, e quindi forse più autentico della creazione artistica.


Il viaggiatore incantato

E’ questo il titolo di una mostra - inaugurerà a Firenze alla Fondazione Il Bisonte - che presenta opere di Piero Fornai Tevini.
Nella foto: "Teatrino veggente", in esposizione.

Estraggo dal catalogo, alcuni brani.

Erika Langmuir: “Le opere di Piero Fornai Tevini vivono un’esistenza incantata, in bilico tra l’oggetto che si desidera ed una soggettività elusiva. Piccole costruzioni dipinte evocano i giocattoli che ricordiamo dall’infanzia, le storie e le poesie che hanno dato forma alla nostra immaginazione […] Tuttavia non le possediamo più di quanto possediamo i nostri sogni, la musica nella notte, il tempo al di là della nostra finestra, le Mille e una Notte, o la lunga storia dell’arte occidentale, che queste minute opere di arguto bricolage sottilmente ricapitolano.
E’ sempre più raro per un artista contemporaneo rifiutare la pomposità e coltivare il diletto; Piero è quell’artista e il nostro tempo tragico ha urgente bisogno di lui".

Shahab Katouzian, architetto : “…Ti rendi conto che lo spazio è formato da strati a volte sovrapposti: altre volte semplicemente accostati. Ogni strato rappresenta scenari diversi, gremiti di figure e di tracce lasciate da altri pellegrini che, sospinti dal desiderio, sono passati prima di te in questi territori: alla ricerca del mito o dei luoghi dell’utopia? Ma l’artista sin dall’inizio, con i suoi teatrini, i componimenti trittici, le impaginazioni fumettistiche, ti aveva offerto un’ipotesi di lettura: il mondo è una grande narrazione e tutti noi non siamo che degli ermeneuti, lui compreso”.

Toni Maraini: “… in lui non è lontana l'eco di quel soave e incisivo senso dell'humor surrealista (in particolar modo pensiamo a Max Ernst) teso a far sorgere situazioni semantiche inattese dall'interazione tra simboli, immagini e forme, e a creare disorientamento tra realtà e sogno. Non a caso qua e là talvolta compaiono esili silhouettes di giocolieri e pantomimi o le loro ombre. Uniche figurine mobili, esse sono nel contempo guida, attori e testimoni che accompagnano, traballando con grazia, scene di immota e silenziosa aspettativa”.

Mostra e catalogo a cura di Rodolfo Ceccotti.

Piero Fornai Tevini
“Il viaggiatore incantato”
Fondazione Il Bisonte
Via San Niccolò 24r, Firenze
Info: 055 – 23 42 585; gallery@ilbisonte.it
Dal 4 marzo al 9 aprile ‘10


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