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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

L'occhiale indiscreto

Leggere Ennio Flaiano (Pescara 1910 – Roma 1972), è una festa dell’intelligenza che si rinnova in tutte le sue pagine da quelle dell’unico romanzo (“Tempo di uccidere”, vincitore nel 1947 della prima edizione del Premio Strega) a quelle di sceneggiatore cinematografico, di autore teatrale, di giornalista.
Sapido e atroce nel definire i vizi italiani, seppe mantenere inalterata e costante la sua felicità espressiva pur colpito nel privato da un grandissimo dolore: la figlia Luisa (chiamata Lelè) colpita poco dopo la nascita da un'encefalopatia che risultò permanente. Proprio un’infelice frase di Fellini (“Perché non la rinchiudono?”) segnò la fine dell’amicizia con il regista, amicizia fin troppo celebrata dai giornalisti perché se fu stretta sul piano professionale, in realtà ebbe momenti tempestosi fra due personaggi che poco avevano in comune e mai si amarono come, spesso frettolosamente, si racconta.
Flaiano con il suo umorismo malinconico («Si arriva a una certa età nella vita e ci si accorge che i momenti migliori li abbiamo avuti per sbaglio. Non erano diretti a noi») si staglia nella letteratura italiana quale scrittore unico per le sue peculiarità.
Ora la casa editrice Adelphi ripropone alla lettura L’occhiale indiscreto che raccoglie articoli scritti fra il 1941 e il 1972.
Il volume è a cura di Anna Longoni. Insegnante e saggista, affianca percorsi di ricerca nell’ambito della cultura medievale a studi sul Novecento letterario.
Tra i suoi lavori l’edizione critica del Liber Scale Machometi (Bur 2012), un volume monografico dedicato a Giorgio Manganelli (Carocci 2016), lo studio e la pubblicazione degli scritti di Ennio Flaiano, a partire dai due volumi delle opere, curati con Maria Corti (Bompiani 1988-1990), seguiti dall’epistolario Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano (1933-1972), Bompiani 1995, e dalla curatela dei singoli testi ora editi da Adelphi; per quest’ultimo editore, nel 2010, ha allestito il volume delle Opere scelte.

Ad Anna Longoni ho rivolto alcune domande.

A te che sei la più grande studiosa di Flaiano, chiedo: nel lavorare su questa pubblicazione hai ricevuto nuove epifanie da questi testi?

Nel rileggere l’insieme della produzione giornalistica mi si è rivelata un’interessante continuità tra i pezzi degli anni Quaranta e quelli usciti nei primi anni Settanta sull’“Espresso”: nei piccoli dettagli o negli accadimenti occasionali, il giovane cronista che si era ritrovato a raccontare il fascismo e i primi mesi della ricostruzione, era stato capace non solo di cogliere fedeli istantanee di quella realtà, ma anche, e soprattutto, di identificare elementi destinati a riaffiorare, mutate di poco le forme, nella società italiana del boom economico. Da qui la scelta di costruire un volume in forma di dittico (struttura amata da Flaiano), in cui la distanza temporale delle due sezioni si annulla nel riaffiorare di immagini e riflessioni che si rispecchiano a distanza.

Qual è la virtù scrittoria che permette a Flaiano di osservare la realtà al tempo stesso con “indignatio” e “pietas”?

Uno stile pungente e affilato, che però non raggiunge mai toni aggressivi. Nel parlare degli italiani e dei loro eterni difetti Flaiano ricorre spesso al “noi” di chi all’indignazione affianca lo sguardo pietoso, ispirandosi sia alla satira oraziana sia a quella di Giovenale.
Flaiano mantiene sempre un duplice atteggiamento rispetto ai tempi e ai luoghi che vuole raccontare: da una parte ci si immerge, lasciandosi sporcare e ferire, dall’altra si mantiene un passo di lato. Osserva con sguardo disincantato e dunque severo, ma nello stesso tempo si lascia toccare da quello che vede, riuscendo a creare col lettore quella forma di complicità che sola permette alla satira di raggiungere pienamente il proprio obiettivo.

Qual è l'importanza di Flaiano nello scenario letterario italiano? Quale la sua originalità? Quale la sua attualità?

Diceva Cesare Garboli che ci sono scrittori che si sanno ben amministrare, e dunque riescono a dirci tutto nel corso della loro esistenza, e scrittori eccentrici, che si rivelano con il trascorrere del tempo. Non c’è dubbio che Flaiano vada inserito in questa seconda categoria, innanzitutto per la grande quantità di inediti ritrovati dopo la sua morte: l’insieme dei suoi testi ci ha restituito il ritratto di uno scrittore che (cosa piuttosto rara nella scena letteraria italiana) ha attraversato generi diversi – dal romanzo al racconto, dall’appunto all’atto unico, dall’aforisma all’epigramma, dall’articolo alla sceneggiatura – e, ogni volta, trovando una chiave del tutto originale. Ma la sua dimensione postuma emerge anche dal fatto che nelle sue pagine ci imbattiamo continuamente in descrizioni, osservazioni, riflessioni che paiono lasciate lì per rispondere a domande di oggi. Un’ulteriore conferma della sua statura di classico, foss’anche, per dirla con Arbasino, quella di un piccolo maestro postumo.

…………………………..

Ennio Flaiano
L’occhiale indiscreto
A cura di Anna Longoni
Pagine 279, Euro15.00
Adelphi


Abbiamo fatto cose da pazzi (1)


Nello scenario del rinnovamento espressivo delle arti contemporanee, maiuscola è la presenza di Lamberto Pignotti (in foto una sua opera), uno dei fondatori della poesia verbovisiva in Italia (prima patria di quel genere espressivo ripreso poi in tutto il mondo), autore di un un’infinità di performances multisensoriali, di alcuni radiodrammi sperimentali, nonché d’una notevole quantità di pubblicazioni teoriche imperniate sulla "cultura del neo-ideogramma" (copyright Pignotti) intendendo con quest’espressione proprio la nuova civiltà dell'immagine, della tecnologia e dei mass-media.
Di lui si sono accorti in questi più vicini anni non solo grandi Gallerie italiane ma anche importanti musei e istituzioni internazionali quali, ad esempio, la Beinecke Library della Yale University (New Haven, Connecticut), il Centre Pompidou di Parigi, giusto per citare due recenti occasioni.
L’anno scorso durante un nostro incontro gli chiesi come si sentisse lui, pestifero discolo antiaccademico, esposto in tanti importanti musei.
Risposta. Quando negli anni ‘60 nei manifesti e nei convegni del Gruppo 70 scrivev… no, non è una confusione di date, è che il Gruppo ’70 lo fondammo nel 1963… scrivevo che era l’ora per l’arte di passare dal museo al luna park non pensavo di essere stato anche troppo presto preso sul serio. Ora che tutta l’arte è entrata schiamazzando in massa nel luna park, mi son detto che non è male ritornare al museo, magari dalla porta di servizio, da quella di emergenza… di soppiatto… da intruso.

Ora è in corso nel Salone monumentale della Biblioteca Marucelliana a Firenze una mostra a lui dedicata con il titolo Abbiamo fatto cose da pazzi Lamberto Pignotti e la Marucelliana a cura di Giovanna Lambroni e Lucilla Saccà.
L’esposizione è stata realizzata con il contributo della Fondazione Ambron Castiglioni e Angelo Pontecorboli Editore.

Quarto di copertina del catalogo.

La mostra propone una selezione dei documenti più significativi del Fondo Pignotti, a illustrarne la varietà dei materiali ma anche la stretta connessione con le collezioni marucelliane e, in generale, con l’editoria fiorentina della seconda metà del secolo scorso. I manoscritti e i dattiloscritti riferibili all’attività critica di Pignotti sulla Poesia Tecnologica e sulla Poesia Visiva sono accostati ai fascicoli delle riviste in cui videro le stampe, mentre i libri d’artista, realizzati tra il 1975 e il 1977, sono accompagnati dal loro corredo promozionale o da testimonianze documentarie della loro elaborazione. Molti sono i materiali “minori”, spesso unica testimonianza di mostre, eventi e performance del Gruppo 70. È poi proposto un excursus cronologico che ripercorre l’attività letteraria di Pignotti tra anni Cinquanta e Sessanta, fino alle soglie del Sessantotto, quando l’artista abbandona Firenze e si trasferisce a Roma, e una selezione di opere dalle serie dei Francobolli e dagli interventi sulle fotografie dei quotidiani, sperimentazioni successive ma che recano ancora forte il legame con queste prime esperienze fiorentine.

Segue ora uno zoom sul catalogo.



Abbiamo fatto cose da pazzi (2)


Parole in catalogo di Giovanna Lambroni.

“Il Fondo Lamberto Pignotti raccoglie carte e pubblicazioni in gran parte riferibili agli esordi della lunga carriera dell’artista: dattilo- scritti, manoscritti, estratti da giornali e fascicoli di riviste, manifesti, locandine, pieghevoli e dépliant di varia natura, libri e alcune opere, che nel corso del 2018 dal suo archivio personale sono confluiti nelle collezioni della Biblioteca Marucelliana, grazie anche alla volontà di legare questi documenti a un’istituzione a cui lo stesso Pignotti era particolarmente affezionato. Del resto, la Marucelliana, da sempre strettamente integrata con il mondo culturale cittadino, possiede numerosi fondi di personalità dell’arte e della cultura fiorentina tra Ottocento e Novecento, in un percorso di intrecci e rimandi che, con le più recenti acquisizioni delle carte di Giorgio Luti, Renzo Ricchi e Franco Manescalchi, giunge sino a tempi molto recenti.
Il Fondo Pignotti si inserisce dunque in un più ampio lavoro di ricognizione e valorizzazione del posseduto della Biblioteca riferibile alla produzione editoriale della seconda metà del secolo scorso”

Un estratto dall’intervento di Lucilla Saccà.

“Ho conosciuto Lamberto Pignotti agli inizi degli anni Settanta al D.A.M.S. di Bologna, quando ero una neo-laureata alle prese con la prima borsa di studio, e tra noi si è stabilito un rapporto di affettuosa amicizia, che è durato nel corso del tempo. Mi ha colpito la sua cultura straordinaria e curiosa e mi ha affascinato quel suo modo di prendere le cose e i contrattempi della “vita accademica” e non solo con sorridente leggerezza; sempre disponibile e affabile, era spesso in viaggio con una piccolissima valigia, intento ad organizzare ora un seminario, ora una mostra, ora una tappa a Parigi. Quando, in relazione ai fondi conservati nella Biblioteca Marucelliana, è nata l’idea di organizzare una monografica sul suo lavoro ho accettato con entusiasmo. Sapevo che quella biblioteca era da lui molto amata e frequentata assiduamente nei suoi anni giovanili, perché vicina alla sua abitazione di Firenze ed inoltre l’occasione della mostra è motivata dalla recente acquisizione di un fondo proveniente dall’ archivio dello stesso artista. Questo significa costruire una base per studi futuri, creare un punto di riferimento per le ricerche su Pignotti, sui suoi rapporti nazionali e internazionali con poeti, artisti e scrittori e sulla genesi e gli sviluppi della Poesia Visiva. Anche Pignotti è stato molto felice e mi ha raccontato che proprio sui tavoli “di quella bellissima sala” aveva scoperto e studiato l'Histoire de l’art contemporain di Zervos che considera un fondamento della sua formazione”.

Dallo scritto di Lamberto Pignotti (in foto).

“Correva l’anno 1943, e come correva..., cadeva il fascismo, si annunciava l’armistizio, fischiavano a Firenze le sirene degli allarmi aurei, arrivavano alle Cascine i panzer tedeschi, le argentee fortezze volanti iniziavano a sorvolare e poi a bombardare Campo di Marte e San Jacopino, sfilavano a Santa Maria Novella i nuovi battaglioni di Mussolini e la X° Mas di Valerio Borghese, a Villa Triste sulla via Bolognese il famigerato Carità torturava i primi partigiani, di fianco allo stadio comunale si fucilavano i renitenti alla leva della Repubblica Sociale.
Correva l’anno 1943 e io salivo e scendevo i gradini della bella scala che conduceva alla Biblioteca Marucelliana. Avevo 17 anni e siccome allora l’ingresso a una biblioteca pubblica era permesso a chi aveva superato il diciottesimo anno di età, mi ero fatto fare dal mio professore di italiano, Luigi Fallacara - poeta ermetico legato alla rivista «Frontespizio» ma attivo già ai tempi di «Lacerba» un permesso speciale che mi consentisse un accesso anticipato, valido sia per la Biblioteca Nazionale sia per la Marucelliana, che distanziando pochi passi da casa mia, in via San Zanobi, consideravo la biblioteca personale e frequentavo attratto da una particolare seduzione.
La Marucelliana, alla stregua della “madeleine” di Proust, mi riporta alla mente l’odore di quella sua grande sala rivestita di annosi scaffali e di antichi volumi, un odore avvolgente che andava ad interagire con le parole e le immagini che mi stavano sotto gli occhi”.

Lamberto Pignotti
“Abbiamo fatto cose da pazzi”
a cura di Giovanna Lambroni
e Lucilla Saccà
Biblioteca Marucelliana
Via Camillo Cavour 43, Firenze
Info: 055 - 272 22 00
Fino al 13 novembre 2019


La rivolta degli oggetti (1)

Il 24 marzo 1976 fu un giorno che segnò una grande tappa nella storia del teatro italiano sperimentale indirizzando la ricerca espressiva scenica su nuovi cursori.
In quella data debuttò, infatti, al famoso Beat 72 lo spettacolo – con una scheda di presentazione firmata da Simone Carella – “La rivolta degli oggetti” del gruppo La Gaia Scienza formato da Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi.
Successivamente, dopo grandi spettacoli – ricordo: “Gli insetti preferiscono le ortiche”, “Cuori strappati” – quel gruppo, purtroppo, si divise.
Barberio Corsetti prese una via, un’altra il duo Solari – Vanzi.
Oggi, al Teatro “India” di Roma è possibile vedere un riallestimento operato dai tre attori registi che idearono la famosa messa in scena di quell’indimenticabile “La rivolta degli oggetti”.

In foto un’immagine dello spettacolo del 1976.

Estratto dal comunicato stampa.
«A quarantatré anni di distanza, i tre artisti della Gaia Scienza, Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi, si riuniscono per riallestire “La rivolta degli oggetti”.
La loro prima opera del 1976 passa il testimone a tre giovani performer – Dario Caccuri, Carolina Ellero, Antonino Cicero Santalena – dando vita a un incontro fra epoche, corpi ed esperienze differenti.
Lo spettacolo è frutto della collaborazione fra Teatro di Roma e Fondazione Romaeuropa, Una produzione Fattore K. 2019 in coproduzione con Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Romaeuropa Festival e Emilia Romagna Teatro Fondazione.

Nato nel clima di estrema libertà artistica della controcultura romana degli anni Settanta, l’evento – un’ora esatta di poesia, distillata tra rivoluzione sociale ed estetica, tra avanguardie storiche e arte contemporanea – si presenta al pubblico di oggi mosso dalla volontà di restituire agli spettatori proprio quello spazio utopico di creatività e circolazione del pensiero che ne aveva favorito la creazione. Specchi, sedie sospese, funi, un cappotto, un violino scordato: sono gli oggetti che si oppongono ai corpi dei performer, acrobati in esplorazione dell’universo poetico di Majakovskij – il titolo stesso è quello di un suo poema del 1913 – che si rotolano, si lanciano, si dondolano come smarriti, amplificando i versi dell’autore russo nella risonanza di una miriade di frammenti. Lo spettacolo del 1976 trovava la sua essenza in un lavoro sul corpo basato sulla gestualità, sulla parola, sullo slancio e sull’energia in una sintesi tra teatrodanza e arte visiva che fu la chiave dell’impatto emotivo sul pubblico e sulla critica, la quale non mancò di rimarcare la leggerezza con cui tutti gli elementi venivano amalgamati assieme per essere poi condivisi con lo spettatore.
Il metodo alla base del lavoro partiva infatti da una sostanziale rottura con la tradizionale divisione dei ruoli: tutto nasceva dal cortocircuito di diverse individualità artistiche che in quel momento, incontrandosi, generavano qualcos’altro, e davano vita ad un universo complesso e in costante trasformazione.
Nel 2019 questo cortocircuito è rinnovato dalla presenza dei tre giovani performer, alle cui sensibilità è affidata la creazione – ogni sera differente – su base della “partitura” dello spettacolo originario, per associazioni e dissociazioni, sguardi e movimenti. I tre performer, in dialogo con lo spazio e con il proprio tempo, incarnano così attraverso i loro corpi lo straniamento e le tensioni di un presente diviso fra la mercificazione imperante e la libertà sterminata di internet e dei media. Il risultato è uno spettacolo che, come in un gioco di scatole cinesi, concentra l’esperienza artistica di tre epoche storiche lontane fra loro – l’avanguardia rivoluzionaria russa, le cantine romane, il mondo come lo vediamo oggi – per aprire di nuovo il teatro allo stupore e alle possibilità dell’incontro, tanto fisico quanto metaforico.

Il ritorno de La rivolta degli oggetti de La Gaia Scienza non può non portarsi dietro parole e immagini degli anni in cui è nata, i segni di un momento storico – gli anni ’70 – che ha disegnato l’orizzonte culturale e vitale del nostro paese.
Le tre settimane di programmazione al Teatro India saranno accompagnate da un calendario di eventi, mostre, incontri, e attraversate da molti che in quegli anni hanno iniziato a produrre pensiero radicalmente critico, in ambito culturale, politico e artistico. Immagini inedite, una collezione di documenti mai assemblati per una esposizione pubblica, materiali editoriali eccezionali, installazioni, letture e interventi di personalità decisive allora, come ancora, nell’attuale panorama artistico e intellettuale italiano: tutto per squarciare una visione sul passato, ma anche e soprattutto per prendere da quel passato strumenti che possono aiutarci a rivoltare un immaginario presente».

Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino; tel. 06. 684 000 308 --- 345.4465117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Segue ora un incontro con Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi.


La rivolta degli oggetti (2)

A Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi ho rivolto alcune domande.
Li sentirete rispondere con una voce sola: prodigi della tecnologia a bordo di Cosmotaxi.

Che cosa vi ha convinto a ripresentare quel vostro successo di tanti anni fa?

Diverse considerazioni sono alla base della decisione di riproporre un lavoro della Gaia Scienza. Ciascuno di noi nel corso degli anni ha recepito una richiesta molto forte di ‘ricostruzione di memoria’ da parte di giovani attori, che della Gaia Scienza sapevano ben poco. Da qui la volontà di una trasmissione diretta del nostro modo di lavorare e di concepire il teatro.
Non secondariamente, dopo più di trent’anni dalla nostra separazione, c’è stato il desiderio di rimetterci in gioco, per una verifica sulla tenuta di un linguaggio che avevamo costruito insieme e che - con tutte le differenze ed elaborazioni che abbiamo introdotto nei nostri percorsi dopo la nostra scissione - pensiamo ancora ancora vivo ed efficace.

Lo spettacolo è l’esatta riproposizione di quella lontana prima edizione oppure oggi c’è qualcosa di diverso? Se no, perché? Se sì, che cosa?

Dopo esserci rivisti ed aver ragionato su quale opera riallestire, abbiamo deciso per “La rivolta degli oggetti”, testo giovanile di Vladimir Majakovskij (del 1913), primo nostro spettacolo, presentato nel marzo 1976 al Beat 72. Non avrebbe potuto essere in alcun modo una ricostruzione, tantomeno ‘filologica’, in quanto lo spettacolo originario era basato essenzialmente sull’improvvisazione: ogni sera variava sensibilmente, al di là di alcune semplicissime scansioni formali, di tempi, spazio e luci. Ma il testo di Majakovskij, per la sua capacità di grande apertura metaforica, di immaginario, di orizzonti politici ed esistenziali è ancora fortissimo, e rimette in gioco un’idea di mondo, di futuro, di trasformazione - con energia, poesia ed ironia. Quando abbiamo fatto La rivolta allora eravamo ventenni e il mondo e la città erano ben diversi. Misurare lo scarto, la differenza tra l’allora e l’oggi, entrano così nel lavoro che facciamo con i tre giovani, che noi chiamiamo a ragionare sul loro vissuto e sulla possibilità o meno di una visione utopica.

Come avete selezionato i nuovi interpreti? Quale criterio vi ha guidati?

Gli interpreti sono stati scelti durante due laboratori intensivi che abbiamo tenuto a Roma, uno al Macro a dicembre e un altro alla Pelanda, nel marzo scorso. Non è stata una selezione semplice, buona parte dei partecipanti aveva una grande attenzione, partecipazione, fisicità ed intelligenza, a conferma che non è affatto vero che i giovani siano tutti rimbecilliti, anzi! In ogni caso anche in questo ci siamo trovati concordi sulla scelta. Dario, Carolina e Toni sono stati scelti esclusivamente per le loro capacità, non certo in base a somiglianze fisiche con noialtri (di allora). Non cercavamo dei replicanti o degli avatar, ma persone con le quali costruire un evento nuovo, disponibili ad aprire il loro immaginario, personale e generazionale.

Quale differenza trovate fra la scena teatrale di ricerca del 1976 e quella di oggi?

Gli anni ‘70 avevano protagonisti a livello internazionale grandissimi artisti, innovatori o rifondatori del linguaggio teatrale. Roma godeva di un’apertura culturale inedita, in particolare si andavano tessendo reti di collaborazioni tra artisti in eventi, performances, spettacoli. Noi abbiamo iniziato il nostro percorso al Beat 72, che in quegli anni, grazie a Simone Carella che ne era l’anima e la mente, rappresentò un felice punto di incontro tra teatro, poesia, musica, arti visive. L’economia era fragile a dir poco, ma esisteva una grande felicità creativa. Inoltre, tutto il sistema teatrale, per quanto sgangherato, era molto meno burocratizzato di quanto non lo sia oggi. Questo ha permesso a noi, ma anche a tanti altri nostri compagni di strada, di concepire e realizzare spettacoli o eventi che oggi è pressoché impossibile anche soltanto sognare, dall’uso dei materiali a quello degli spazi e ai tempi di prova. Nel raccontare ai ragazzi come ci muovevamo noi allora, abbiamo più volte registrato il loro stupore, la loro curiosità – come se si trattasse di due epoche distanti anni luce…

“La rivolta degli oggetti” avrà – come in molti sperano – un seguito con altri spettacoli?
È rinata la Gaia Scienza
?

Dopo circa 10 anni di lavoro insieme, ‘La gaia scienza’ si scisse nella compagnia di Giorgio Barberio Corsetti e nella Solari-Vanzi. Ognuno proseguì nella propria ricerca. Alcuni ci hanno chiesto se questo riallestimento è un preludio per una rinascita della Gaia Scienza. Crediamo che quell’esperienza sia stata molto importante per ciascuno di noi e per la scena italiana e non solo, ma che appartenga a un nostro passato. Farla rivivere, in termini nuovi, con questa riedizione della Rivolta degli oggetti è stata una bella verifica. Non ci pare poco.
……………………………………………..

La rivolta degli oggetti
da Vladimir Majakovskij
testi e regia Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi
con Dario Caccuri, Carolina Ellero, Antonino Cicero Santalena
interventi scenografici Gianni Dessì
tecnico luci Tiziano Di Russo
assistente di produzione Ottavia Nigris Cosattini
Teatro India, Roma
Lungotevere Gassman
Info: 06 - 877 52 210
Dal 17 – 10 fino al 3 – 11 – ‘19


Wired XS


Nasce il nuovo brand Wired XS dedicato ai ragazzi dagli 8 ai 12 anni.
Il primo prodotto del nuovo marchio segna l’inizio di una collaborazione fra Wired Italia e .Salani Editore.

Prima di presentare questa nuova iniziativa editoriale, ricordo ai più distratti che cos’è Wired, dove e quando nasce.
È una rivista mensile statunitense con sede a San Francisco in California nata nel marzo 1993 fondata dal giornalista statunitense Louis Rossetto e dall’informatico Nicholas Negroponte.
Nota come "La Bibbia di Internet", la linea editoriale di Wired è stata originariamente ispirata dalle idee del teorico dei media canadese ,Marshall McLuhan.
La rivista tratta tematiche di carattere tecnologico, informa sulle più recenti ricerche nell’area scientifica della comunicazione e di come queste influenzino, o possono influenzare, la cultura, l'economia, la politica e la vita quotidiana di noi tutti abitanti del “villaggio globale” per usare un’espressione coniata da McLuhan.
A partire da marzo del 2009 esce la versione italiana di Wired, con la copertina del primo numero dedicata al Premio Nobel Rita Levi-Montalcini.

Veniamo ora al Wired XS.
Il testo che segue è un estratto da un comunicato per i media.
.
«Il primo prodotto a marchio Wired XS è una serie di libri da leggere insieme con tutta la famiglia, dedicati a chi ama la storia della scienza e dell’innovazione. Narra vicende vere e descrive le invenzioni di persone straordinarie, che con le loro idee geniali hanno cambiato il mondo.
“Con Wired XS si amplia l’offerta di Wired Italia” – spiega Federico Ferrazza direttore di Wired Italia – “Con Wired XS, infatti, ci rivolgiamo a un pubblico che fino a ieri difficilmente intercettavamo. Così, oggi, abbiamo un’offerta più completa in termini generazionali e che nei prossimi mesi vedrà l’uscita di nuovi prodotti per bambini e ragazzi”.
Sottolinea il direttore editoriale Mariagrazia Mazzitelli: “Qualità, creatività, innovazione, osservatorio privilegiato sul mondo giovanile e attenzione particolare all’originalità dello stile e alla freschezza del linguaggio sono i punti di forza di Salani e del suo catalogo che ospita importanti autori di livello internazionale. Sempre attenti alle novità, siamo lieti di inaugurare una collaborazione con Wired Italia”.
I primi due libri Salani della serie disponibili in libreria (160 pagine, 12 euro l’uno). sono: I mega eroi della tecnologia e i mega eroi della scienza.
Nel primo si scopre chi ha inventato la televisione e il computer, le auto e i videogiochi: oggetti comuni, di cui non possiamo più fare a meno. Storie di ragazzi con un superpotere straordinario: il coraggio di credere nelle proprie idee e la voglia di lottare per realizzare i propri sogni, anche quelli più audaci.
Geni del passato come Guglielmo Marconi, che in una soffitta polverosa sperimenta la prima radio, e Thomas Edison, che inventa la lampadina e illumina le case e le strade di tutto il mondo. Geni del presente come Steve Jobs, fondatore della Apple e creatore di un famosissimo smartphone, e Larry Page, senza il quale non esisterebbe Google, il motore di ricerca più potente.
Nel secondo libro si parla invece delle storie e avventure sorprendenti che si celano dietro le grandi invenzioni degli eroi della scienza. I protagonisti di questo libro sono scienziati come Marie Curie, scopritrice della radioattività e unica donna ad aver vinto due premi Nobel, e Jane Goodall, etologa, che in Kenya è diventa amica degli scimpanzé per studiarne il comportamento. Sono inventori come Galileo Galilei, che progetta e realizza il primo telescopio con cui osservare la volta celeste, e Archimede di Siracusa, che più di duemila anni fa mette a punto la leva, un sistema ingegnoso per spostare oggetti molto pesanti.
Tutti i testi sono stati illustrati da uno dei più talentuosi graphic designer italiani Andrea Cavallini».

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web, l’Ufficio Stampa è guidato da Simona Scandellari; Tel. 02/34597632 – 335/7513146; simona.scandellari@salani.it


Amori molesti (1)


La casa editrice Laterza ha pubblicato un importante saggio ora nelle librerie: Amori molesti Natura e cultura nella violenza di coppia.
Ne è autrice Silvia Bonino.
Professore onorario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Torino, ha lì insegnato per molti anni. Scrive sulla rivista “Psicologia Contemporanea”.
Autrice di numerosi libri scientifici e divulgativi, pubblicati in Italia e all’estero presso i maggiori editori, ha diretto il Dizionario di psicologia dello sviluppo per Einaudi.
Tra i suoi testi più recenti: “La leggenda del re di pietra” (Araba Fenice 2011); “Il mio giardino semplice” (De Vecchi 2012); “Quando i bambini sono piccoli” (Fabbri 2012).
Per Laterza nel 2012: Altruisti per natura.

Dalla presentazione editoriale

«È la parte più arcaica del nostro cervello a favorire nell’uomo una sessualità aggressiva e nella donna una tendenza alla sottomissione e alla paura. Ma è sempre la biologia, insieme alla cultura, che permette la costruzione dei legami d’amore.
Per lungo tempo è esistita nelle specie animali solo una sessualità anonima e priva di legami. Solo con i mammiferi sono comparsi gli affetti, solo con gli esseri umani si è realizzata compiutamente la saldatura tra sentimenti positivi e sessualità. Sopravvivono ancora dentro di noi caratteristiche legate al cervello arcaico, che interpretano il rapporto uomo-donna secondo lo schema dominio-sottomissione. Su base biologica si fonda però anche la nostra capacità di favorire relazioni sociali positive: l’essere umano vive fin dalla nascita intense relazioni di attaccamento e di affetto, e crescendo sperimenta con i propri simili l’empatia, l’aiuto, la cooperazione. Silvia Bonino ci aiuta a scoprire le influenze culturali che stimolano le dimensioni più primitive e meno umane della nostra identità biologica: bisogna partire da questa consapevolezza per costruire un futuro di relazioni affettive e sessuali paritarie, le uniche capaci di soddisfare le esigenze più evolute di uomini e donne».

Segue ora un incontro con Silvia Bonino.


Amori molesti (2)


A Silvia Bonino (in foto) ho rivolto alcune domande

Quale la principale motivazione all’origine di questo suo saggio?

È un insieme di motivazioni tra loro collegate. Anzi tutto sono stata mossa da un’esigenza di buona divulgazione scientifica su un tema che continua a essere trattato secondo pregiudizi, ideologie, senso comune. Dopo una vita di studio sulla socialità negativa (aggressione) e positiva (empatia, cooperazione, altruismo), volevo far uscire l’ampio numero di conoscenze di cui disponiamo su questi temi dai diversi ambiti specialistici: sono temi essenziali nella vita di ognuno di noi. Inoltre volevo mettere insieme queste conoscenze e mostrare che esse compongono un quadro coerente sulla sessualità e sull’amore umano. Volevo quindi mostrare che è possibile un approccio solido e scientifico a questi temi, non ideologico, ma ancorato ai fatti e alle conoscenze di cui disponiamo, per far comprendere che anche le scienze umane hanno qualcosa da dire su argomenti sui quali spesso si ritiene che possano parlare solo le religioni, la filosofia, le tradizioni.

Nello scrivere “Amori molesti” quale cosa ha deciso era da fare assolutamente per prima e quale, invece, per prima assolutamente da evitare?

Più che di una cosa da fare per prima, parlerei di un qualcosa che volevo improntasse tutti i capitoli del libro. Sapevo bene di inoltrarmi in un terreno “minato”, nel quale le contrapposizioni ideologiche sono forti. Per questo volevo che tutte le mie affermazioni fossero fondate su una solida base scientifica e non apparissero velleitarie o un richiamo illusorio ai buoni sentimenti: il dominio maschile sulle donne non è umano e nell’appello etico alla parità noi possiamo contare su precise predisposizioni biologiche. Volevo allo stesso tempo fosse chiaro il superamento della contrapposizione tra natura e cultura, tra corpo e spirito, così frequente su questi temi, per far comprendere che anche la cultura nasce dall’uomo, dalla mente e dal cervello umani, e che bisogna capire come natura e cultura interagiscono. La responsabilità individuale e collettiva in questo senso è grande, in una società, come quella occidentale, che è solo teoricamente paritaria, ma che nei fatti stuzzica le parti più antiche di noi e tollera la violenza sulle donne.

Il sistema nervoso centrale che indossiamo è ancora oggi soggetto alle leggi che hanno prodotto nel maschio l’aggressiva predazione sessuale, territoriale, sociale?

Sì, è ancora il medesimo, perché parti filogeneticamente più antiche convivono con altre più recenti, più evolute e specificamente umane, che rendono possibili i sentimenti e la socialità positiva. Le parti più primitive, pur continuando a essere presenti e attive, sono zavorre preumane non più adattive per noi: la loro espressione provoca solo sofferenza. Quindi non possono essere invocate per giustificare il comportamento aggressivo di dominio maschile, come se questa fosse la nostra inevitabile natura. Al contrario, la nostra natura è quella di esseri massimamente sociali, cooperativi e altruisti, capaci di relazioni empatiche, di affetti e di relazioni umane profonde e paritarie. Solo queste sono in grado di darci benessere e serenità, sia individuale che sociale. Nelle parti più evolute del nostro cervello esistono le predisposizioni biologiche alla socialità positiva, che non è solo un prodotto culturale. Le tendenze primitive vanno tenute sotto controllo e la cultura ha il compito di favorire lo sviluppo delle tendenze sociali positive più recenti e per noi specifiche, non stimolando il cervello primitivo e non giustificandone e legittimandone l’espressione.

Alcuni sostengono che la pornografia favorisca la liberazione sessuale. Lei nel suo libro esprime parere contrario. Perché?

Il dibattito sulla pornografia è spesso ideologico e ignora la ricerca scientifica e il confronto con la realtà. Una grande mole di studi psicologici ha mostrato negli ultimi decenni gli effetti negativi della pornografia, in particolare sul comportamento sessuale dominante e violento di alcune categorie di uomini: quelli con un atteggiamento ostile contro le donne (che aumentano l’ostilità) e quelli dediti al sesso impersonale (sempre più incapaci di relazioni personali). La sessualità umana è evoluta nella filogenesi come mezzo per rinforzare una relazione sentimentale paritaria e durevole con una persona precisa, scelta per le sue caratteristiche individuali uniche: l’amore sessuale è questo. In ogni caso il sesso umano è sempre relazione tra due persone complete, con i loro complessi vissuti. Non c’è liberazione là dove c’è solo contatto impersonale tra due apparati genitali: c’è oggettivazione, che rende più facile il dominio e la violenza. Va poi sottolineato il cambiamento radicale, sia in termini di quantità (accesso illimitato) e di qualità (maggiore violenza, oggettivazione e dominio sulla donna), che è avvenuto negli ultimissimi anni, con la proposta e fruizione attraverso internet. Guardare un filmato non è la stessa cosa che sfogliare una rivista, come gli studi neurofisiologici hanno dimostrato.

Alla luce delle sue riflessioni sull’evoluzione della sessualità e degli affetti nella specie umana, come orientare l’educazione sessuale presso i più giovani?

L’educazione sessuale deve essere necessariamente un’educazione sentimentale, perché la capacità di coniugare sesso e affetti è specifica della specie umana. I sentimenti non si possono imporre ma solo coltivare su un piano di parità, e bisogna imparare a farlo nel concreto della vita quotidiana fin da piccoli. Oggi c’è un grande abbandono educativo, sia da parte della famiglia che della scuola, con la dis-educazione sessuale che passa prevalentemente attraverso internet e la pornografia, soprattutto dei maschi. L’adolescenza è un momento cruciale, grazie alla maturazione sessuale e allo sviluppo cognitivo che rende possibile l’autoriflessione su di sé e sul proprio comportamento.

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Silvia Bonino
Amori molesti
Pagine 146, Euro10.00
Laterza


Master Pacs


Da quando l’Azienda Speciale Palaexpo di Roma ha per presidente l’artista Cesare Pietroiusti (di cui ricordo che è in corso a Bologna la mostra Un certo numero di cose) quell’Ente ha acquisito un nuovo slancio con plurali iniziative di grande e originale rilievo.
Ne è testimonianza, ad esempio, un bando indetto da poco.
Di seguito trasmetto il comunicato pervenutomi.

«Alla fine di gennaio 2020 partirà il primo Master “Arti Performative e Spazi Comunitari” organizzato dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con il Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre.
L’Azienda Speciale Palaexpo mette a disposizione 20 borse di studio per coloro che vorranno frequentare il master. Le domande dovranno essere presentate entro il 10 novembre 2019 e la graduatoria sarà resa pubblica entro il 20 novembre 2019.
Le preiscrizioni al Master sono previste entro il 15 dicembre 2019.
Per le iscrizioni senza borsa la data ultima è il 20 gennaio 2020.
Il master avrà inizio alla fine di gennaio e si concluderà alla fine di ottobre 2020.

Scopo del Master annuale di II livello “Arti Performative e Spazi Comunitari”, primo in Italia nel suo genere, è quello di proporre un percorso di formazione che, attraverso l’esplorazione dei linguaggi performativi di teatro, musica, danza e arti visive, possa guidare i partecipanti verso forme inedite di sperimentazione artistica e di ricerca interdisciplinare, nonché verso l’attivazione in senso comunitario dello spazio architettonico e urbano, con particolare attenzione agli spazi dell’ex-Mattatoio di Testaccio.
Il Master è rivolto sia ad artisti e sperimentatori nelle diverse discipline delle arti performative, che ad architetti, paesaggisti e urbanisti; sia a curatori e teorici dell’arte contemporanea che a filosofi, antropologi e ricercatori nell’ambito degli studi urbani. Uno degli obiettivi del Master è di introdurre le arti performative nel bagaglio culturale degli architetti: la performance come strumento utile all’architettura al pari dei tradizionali strumenti disciplinari. Impiegare il corpo e il movimento nella progettazione architettonica e urbana come mezzo capace di attivare la trasformazione e la produzione di spazi comunitari.
Il Master si svilupperà attraverso una prassi laboratoriale che coinvolgerà artisti ed operatori nazionali e internazionali; seminari teorici e momenti di sperimentazione contribuiranno ad approfondire il percorso didattico in un’ottica di scambio e di costruzione di una visione creativa e critica. È prevista anche la collaborazione con due Master del Dipartimento Filcospe di Roma3 – “Studi del Territorio / Environmental Humanities” e “Studi e Politiche di Genere”.

Il Master si svolgerà negli spazi dell’Ex-Mattatoio di Testaccio, sede del Dipartimento di Architettura di Roma 3 e di importanti spazi performativi ed espositivi (Pelanda, Galleria delle Vasche, Padiglione 9b), che dipendono dall’Azienda Speciale Palaexpo.
L’ex-Mattatoio è un brano di città trasformato da porto romano a luogo di feste e carnevali medievali e, nel 900, in zona industriale all’interno di un quartiere popolare e operaio. Oggi questi spazi sono diventati crocevia di culture e luogo ideale per la sperimentazione artistica in senso comunitario. Il Master intende, da una parte promuovere l’osservazione delle potenzialità di questi luoghi, per inventare inediti modelli di uso condiviso dello spazio urbano; dall’altra, stimolare visioni creative individuali e collettive e sostenere una ricerca interdisciplinare di eccellenza nel campo delle arti performative.
L’ambizioso obiettivo del Master PACS – “Arti performative e spazi comunitari” è riuscire a creare un ambito in cui la formazione e la sperimentazione laboratoriale possano generare delle vere e proprie forme-di-vita in comune basate sulla circolazione delle idee e delle pratiche, sulla condivisione delle risorse, sulla valorizzazione dei sensi e dei saperi».

Il Master è diretto da: Francesco Careri – Dip. Architettura Università Roma Tre e da Cesare Pietroiusti – Presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo.
Fra i docenti che hanno già confermato la loro partecipazione ci sono: Agrupacion Senor Serrano; Anna Maria Ajmone; ATI Suffix; Simone Bertuzzi, Daniel Blanga Gubbay, Silvia Bottiroli, Chiara Camoni; Julie Faubert; Chiara Guidi; Stefan Kaegi - Rimini Protokoll; Muta Imago; Annalisa Metta; Alain Michard; Luigi Presicce; Daniele Roccato; Alessandro Sciarroni; Stalker; German Valenzuela; e Benjamin Verdonck.

Per il programma dettagliato
www.mattatoioroma.it
www.masterartiperformative.it (presto online)

Bando per le borse di studio
https://www.mattatoioroma.it/pagine/iscrizioni-borse-di-studio

Segreteria didattica e iscrizioni
Università Roma Tre, Via Madonna dei Monti, 40 - 00184 Roma
tel: +39 06 57332949 | email: eugenia.scrocca@uniroma3.it

Per informazioni relative al programma e alla didattica
email: spaziperformativi@gmail.com


Memoria e oblio


Nel presentare un’importante mostra fotografica di cui riferirò fra poco, voglio far precedere la presentazione stessa da alcune riflessioni di firme illustri.
Anche i grandi possono dire delle cospicue castronerie. Ne volete un esempio? E’ di Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita... sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”.
Pure il grandissimo Kafka, a proposito d’immagini riprodotte, ne disse una che, forse, oggi più non direbbe: “Se il cinema è una finestra sul mondo, ha le persiane di ferro”.
Con Walter Benjamin, la musica cambia: “Non colui che ignora l'alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l'analfabeta del futuro”.
Ecco il pensiero di due fotografi diversissimi fra loro.
Helmut Newton: “Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.
Henri Cartier-Bresson: “Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”.

Veniamo adesso alla mostra cui accennavo in apertura.
Si tratta di Memoria e oblio Generare, conservare, condividere la fotografia oggi promossa da Rete Fotografia.
È installata in sedi varie: Cairo Montenotte (SV), Cinisello Balsamo(MI), Dalmine (BG), Ferrara, Napoli, Rozzano (MI), Treviglio (BG), Treviso, Sesto San Giovanni (MI), Udine.
Rete Fotografia è un’Associazione non profit nata nel 2011 a Milano su iniziativa di un gruppo di enti pubblici e privati, con la finalità di creare un sistema aperto di collegamenti e relazioni per promuovere e valorizzare la cultura fotografica.
Ora presenta la nuova edizione di ‘Archivi Aperti’ la cui peculiarità è rendere accessibili al pubblico le collezioni fotografiche di archivi, musei, fondazioni e studi fotografi di professionisti.

Estratto dal comunicato stampa.

«La manifestazione ogni anno indaga un tema particolare legato al mondo dell’immagine. Per la quinta edizione l’argomento scelto è “Memoria e Oblio. Generare, conservare, condividere la fotografia oggi”.
In un’epoca in cui l’immagine è in continua trasformazione e sta assumendo un ruolo sempre più dominante sulla formazione della conoscenza – specialmente nei giovani -, gli Archivi e gli studiosi deputati alla loro conservazione hanno e avranno sempre più un ruolo fondamentale, perché il discrimine tra cosa conservare e cosa cancellare è molto sottile e basta veramente poco per dimenticare.

- Come scegliere il materiale da conservare a cui affidare la nostra memoria, o da destinare all’oblio?

- Come agisce oggi il primato dell’immagine sulla formazione della conoscenza, e come agirà in futuro?

- Fino a che punto il fare memoria, e il fare storia, sarà condizionato dal continuo aumento delle immagini, dalle loro tipologie e trasformazioni tecnologiche, dalla loro circolazione?

Queste sono alcune delle domande che Rete Fotografia ha deciso di porre ad alcuni studiosi e ad un artista - Andrea Pinotti, Sergio Giusti, Giovanni Fiorentino, Guido Guerzoni e Linda Fregni Nagler - in occasione della tavola rotonda che si terrà alla sala conferenze del Castello Sforzesco venerdì 18 ottobre 2019 (ore 17).
Dal 19 fino al 27 ottobre saranno gli stessi conservatori e curatori degli archivi, che hanno aderito all’iniziativa, a rispondere durante i molti appuntamenti in programma.
Alla quinta edizione di “Archivi Aperti” partecipano 42 archivi e studi fotografici.
Nonostante fulcro dell’iniziativa sia e rimanga la città di Milano, con la ricchezza e la varietà dei suoi archivi, per la prima volta la manifestazione si apre al territorio nazionale, includendo studi ed archivi di altre città. Saranno offerte visite guidate e workshop durante i quali si potranno visionare fotografie originali e imparare i metodi di conservazione.
Si terranno incontri con gli autori delle fotografie, mostre e conferenze. Quasi 100 appuntamenti in 10 giorni con alcune proposte particolari, come la gita di una giornata al Museo Ferrania a Cairo Montenotte, proposta da Fondazione 3M, o il photo bike tour organizzato da Fondazione Pirelli nel quartiere Bicocca di Milano».

Tutti gli incontri saranno gratuiti (previa prenotazione) e rivolti a un pubblico non soltanto specialistico, con proposte anche per le scuole.
Per consultare il calendario di tutti gli appuntamenti, le schede degli archivi partecipanti con le relative proposte e i contatti, il programma del convegno: CLIC!

Ufficio Stampa: Alessandra Pozzi ǀ Tel. 338 – 59 65 789 ǀ skype: Alessandra.pozzi1 ǀ press@alessandrapozzi.com ; @alessandrapozzistudio @AlessPozzi

Memoria e oblio
Sedi varie
Informazioni: info@retefotografia.it
18 – 27 ottobre ‘19


Il computer è donna (1)

Ha detto Rita Levi Montalcini: ““La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un'affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già sazio”.
Una testimonianza autorevole di quanto sosteneva quella scienziata viene da un eccellente libro pubblicato dalla casa editrice Dedalo: Il computer è donna Eroine geniali e visionarie che hanno fatto la storia dell'informatica.
Ne è autrice Carla Petrocelli.
Insegna Storia della rivoluzione digitale presso l’Università di Bari. Studiosa del pensiero scientifico moderno, si è specializzata nell’evoluzione del calcolo automatico focalizzando l’attenzione sul rapporto tra uomo e tecnologia e sulle sue ripercussioni antropologiche.
Numerosi i suoi contributi scientifici dedicati alla storia dei linguaggi di programmazione e ai protagonisti dell’informatica.

Carla Petrocelli ha scritto, in maniera scorrevolissima, un libro straordinario e necessario perché fa conoscere dell’evoluzione della tecnologia informatica donne di grande importanza che non sono note al pubblico perché mai entrate nei libri di storia o che hanno visto dedicate loro poche, frettolose righe.
Dalla prefazione di Mario Tozzi: “I ritratti delle donne disegnati così bene in questo libro non si focalizzano sugli aspetti biografici (spesso troviamo nei libri di storia queste donne descritte solo come mogli, madri, sorelle o figlie di uomini noti), ma evidenziano quale sia stata la costanza, la pazienza e la passione che hanno permesso loro di perseguire un’idea, un obiettivo, una scoperta, un’intuizione”.

Dalla presentazione editoriale.
«Attraverso le vicende appassionanti di eroine geniali e visionarie, questo volume racconta la storia anomala dell’informatica, disciplina costellata da grandi sofferenze ed emarginazioni, soprattutto per quel che riguarda la collocazione femminile. Donne sconosciute al grande pubblico – e purtroppo, in molti casi, anche agli specialisti del settore – sono state le menti geniali che hanno posto le basi delle moderne tecnologie, senza però ricevere alcun riconoscimento, attribuito, il più delle volte, agli uomini con cui collaboravano.
Carla Petrocelli porta finalmente alla luce i loro contributi determinanti e innovativi, facendo emergere, ad esempio, le grandi somiglianze fra il poeta George Byron e sua figlia Ada, prima programmatrice al mondo, ancor più stupefacenti se si pensa che in realtà i due non si sono mai conosciuti. Vedremo come la bellissima attrice Hedy Lamarr fosse anche, nell’ombra, una scienziata brillante, capace di brevettare un’idea oggi fondamentale per le Murray Hopper, con il suo spirito di inventiva e la sua meticolosità, ha perfezionato l’arte della scrittura del software, e conosceremo le straordinarie ENIAC Girls, donne coraggiose, forti, che hanno lottato contro il pregiudizio che le voleva solo mogli e madri. Queste donne non compaiono nei libri di storia, ma hanno indubbiamente cambiato la nostra quotidianità».

Segue ora un incontro con Carla Petrocelli.


Il computer è donna (2)


A Carla Petrocelli – in foto – ho rivolto alcune domande.

Quale la principale motivazione all’origine di questo suo libro?

Agli albori dell’informatica, furono le donne a immaginare come i computer potessero dare le giuste risposte ai problemi che si ponevano. All’epoca, gli uomini, che lavoravano nel nascente settore dell’informatica, consideravano la scrittura dei programmi un’attività secondaria e assai poco stimolante. La vera gloria risiedeva nel fabbricare le macchine, la programmazione sembrava un lavoro umile, quasi adatto esclusivamente a delle segretarie. Il mio forte desiderio è stato quello di dare un valore, e spesso un’identità, ai volti di queste donne sconosciute, oscurati e appannati nei libri di storia, ma sempre curiosi e stimolati dal bisogno di trovare risposte. Lo stupore e l’incredulità che mi hanno accompagnato nello scoprire le loro storie non mi hanno lasciato scampo: bisognava farle uscire dall’ombra e mostrare le loro idee, la tenacia, l’intuito e le motivazioni con cui hanno lavorato, spesso pagando conti salatissimi a scapito delle loro famiglie, dei loro affetti, della carriera e della loro stessa salute
.
Nello scrivere “Il computer è donna” quale la cosa che ha deciso era assolutamente da fare per prima e quale la prima assolutamente da evitare?

Al giorno d’oggi molte cose sono cambiate ma, se le poltrone più elevate sono ancora occupate da uomini, se a parità di ruolo le donne ricevono stipendi più bassi dei colleghi uomini, se tanti stereotipi sono duri a morire, vuol dire che c’è ancora molto lavoro da fare. Come dicevo prima, le “mie donne” non hanno goduto della fama che meritavano. Ho pensato perciò, sin da subito, che le loro esperienze dovevano essere un modello a cui ispirarsi e in cui rispecchiarsi, rappresentare un insegnamento per le nuove generazioni. Ho fatto perciò attenzione che nel mio libro non vi fossero racconti di inventori solitari che, d’incanto, hanno dato vita e forma alla loro idea in un garage o in una polverosa soffitta, ma solo storie di determinazione, di coloro che hanno lavorato ogni giorno con impegno, dedizione e successo, pur non conquistando la luce dei riflettori.

Perché nei due secoli osservati – l’Ottocento e il Novecento – troviamo più attenzione (sia pure con colpevoli distrazioni) verso le letterate e non sul versante da lei esaminato che pure ha radici storiche antiche e ha acquistato un ruolo protagonista dei nostri giorni?

Pur avendo radici storiche antiche, l’informatica si è sviluppata come disciplina autonoma solo a partire dalla metà del secolo scorso e, sebbene sia indipendente dai computer che ne rappresentano solo uno strumento, viene sempre considerata come strettamente legata all’evoluzione delle macchine. Data la sua giovanissima età, si tende a dimenticare che la sua storia è stata un fenomeno talmente complesso che ha coinvolto numerose discipline: matematica, filosofia, linguistica, fisica, economia, ingegneria, astronomia, geografia. Esiste, pertanto, già una difficoltà oggettiva rappresentata dalla ricostruzione degli eventi e dal recupero delle fonti; questa difficoltà aumenta se si vanno a cercare i contributi dei singoli. Naturalmente questo fenomeno è mitigato per le altre discipline che hanno una tradizione più antica e, di conseguenza, hanno avuto una tradizione storica più tracciabile.

Oggi in Italia, varie ricerche concordano sul fatto che per le donne è altamente improbabile il raggiungimento di ruoli apicali specie in campo scientifico.
Da dove partire per porre riparo a quella situazione
?

È il cosiddetto fenomeno del “soffitto di cristallo”, la barriera invisibile che si frappone come un ostacolo insormontabile al conseguimento della parità dei diritti e alla concreta possibilità di fare carriera nel lavoro. Quando mi viene chiesto di dare qualche consiglio alle giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro o che devono costruire un percorso di studi, utilizzo le parole di una grande informatica, Grace Murray Hopper, che alla fine della sua straordinaria carriera, ha dedicato la sua vita a parlare con i giovani nelle scuole e nelle università. Grace descriveva la programmazione dei computer usando sempre questa metafora: “È proprio come organizzare una cena. Devi pianificare in anticipo e decidere tutto in modo che sia pronto quando ne hai bisogno.” Questa frase evidenzia in modo straordinario la capacità delle donne di tenere sotto controllo molti aspetti della vita, anche se apparentemente slegati, quella di occuparsi della famiglia pur avendo un lavoro impegnativo, di fare commissioni, di andare in palestra e, malgrado tutto, riuscire a far sedere intere famiglie intorno a un tavolo per la cena. Ecco, questo è il mio suggerimento, portare nello studio e nel lavoro tutte le capacità acquisite nella vita personale e domestica. E per chi ha figli, considerare la maternità come una specie di Master in organizzazione aziendale!
……………………...
Carla Petrocelli
Il computer è donna
Prefazione di Mario Tozzi
Pagine 136, Euro 16.00
Dedalo


Franz Liszt Festival

Ad Albano, a cura dell’Associazione Amici della Musica "Cesare De Sanctis" sta per iniziare una nuova edizione del Franz Liszt Festival con la direzione artistica del clarinettista e musicologo Maurizio D'Alessandro.
Per i più distratti che si ponessero la domanda: perché Liszt ad Albano? La risposta è presto detta. Il compositore ungherese Franz Liszt (Raiding, 22 ottobre 1811 – Bayreuth, 31 luglio 1886) viaggiò in tutta l'Europa tenendo concerti un po' dovunque. Nel 1865 divenne accolito della Chiesa cattolica; fu anche terziario francescano, ed è stato canonico nella Cattedrale di Albano.
La sua condotta amorosa non fu troppo vicina agli austeri dettati religiosi perché sfarfalleggiò alquanto. Sposò Marie d'Agoult che si separerà da lui non perdonandogli le troppe scappatelle.
Altri suoi cenni biografici: era il suocero di Richard Wagner, avendo quest'ultimo sposato sua figlia Cosima; fu legato a Fryderyk Chopin e a Robert Schumann da amicizia e stima.
Appartenne alla generazione romantica e a lui sono dedicate pagine di un libro di Charles Rosen, edito anni fa da Adelphi, intitolato proprio “La generazione romantica” a cura di Guido Zaccagnini voce storica di Radio Tre. Grande libro sul movimento romantico in musica; quando apparve, Robert Craft scrisse: “Si può dire con certezza che La generazione romantica di Charles Rosen sia il più importante libro di musica non solo del 1995, ma di molti anni a venire”.
Liszt, grande virtuoso del pianoforte, rivoluzionò la tecnica pianistica e il rapporto tra pubblico ed esecutore.
La sua opera musicale comprende 123 composizioni per pianoforte, 77 lieder, 25 composizioni per orchestra, 65 brani corali sacri e 28 profani, svariati arrangiamenti, musiche per organo e altre composizioni.
Il cinema è ricorso spesso alle sue musiche, fra i titoli più noti: Eva contro Eva di Joseph Mankiewicz; Hannibal Lecter di Peter Webber; Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrick; Chi ha incastrato Roger Rabbit? di Robert Zemeckis.

Estratto dal comunicato stampa.

«Vivere le bellezze d’Italia e dei Castelli Romani, riscoprirne scorci meno massificati, viaggiando sulle note del grande Romanticismo europeo che nel nostro paese trovò linfa vitale, in compagnia delle grandi leve della classica nazionale e internazionale: è questo l’obiettivo del Liszt Festival, che dal 12 ottobre 2019 al 5 gennaio 2020 torna nelle ottocentesche sale affrescate di Palazzo Savelli d'Albano Laziale per la 33° edizione.
Un incontro virtuoso tra il nostro paese e la Mitteleuropa per omaggiare ancora una volta, a distanza di 140 anni dalla sua canonizzazione, il più grande pianista romantico che il continente abbia avuto, Franz Liszt. Significativa la sua opera creativa e umana negli anni romani dell’800 che lo hanno portato ad essere insignito del titolo di Canonico Onorario della Cattedrale di Albano nel 1879.
Il Festival si apre con la cerimonia d’inaugurazione della targa marmorea a Palazzo Lercari dedicata a Liszt.
Non solo musica: sul tema Clara Wieck e Robert Schumann: amore e arte fra caso e necessità si terrà un incontro il 18 ottobre presso la palazzina Vespignani del Museo Civico curato dal Maestro e Direttore Artistico Maurizio D’Alessandro, mentre il 30 novembre verrà presentato in prima nazionale il libro Franz Liszt negli anni romani e nell’Albano dell’800, Florestano Edizioni.
Il Festival si giova del contributo da parte del Comune di Albano Laziale.
Per consultare il programma: CLIC!»

Ufficio Stampa HF4 – Marta Volterra marta.volterra@hf4.it 340.96.900.12

Festival Liszt
Albano (Roma)
Sala Nobile di Palazzo Savelli
Piazza Costituente 1
Info e prevendita 06 - 9364605.
Biglietto unico d’ingresso 10 euro.
12 ottobre 2019 – 5 gennaio 2020


I geni del male (1)

Il titolo di questa nota non tragga in inganno, qui non troverete i tanti nomi terribili che hanno insanguinato la grande storia e la cronaca nera, ma in qualche moda, come vedrete, della malvagità si parla.
I geni, cui si riferisce l’argomento di oggi, sono quelli così indicati in biologia.
Che cosa sono? Facciamo luce con la Treccani: Il gene è l'unità elementare dell'informazione genetica e corrisponde al segmento di DNA, più raramente di RNA, in grado di produrre una proteina formata da una catena di amminoacidi. In quanto tale, il gene si replica, si trasferisce alla generazione successiva, si esprime, muta, si adatta all'ambiente ed evolve. L'insieme di tutti i geni di un organismo forma il genoma, che è tipico per ogni specie. Sono stati studiati i genomi di molte specie viventi e da qualche anno si conosce la struttura del genoma umano.
La casa editrice Longanesi ha pubblicato un libro che risponde a una domanda antichissima: cattivi si nasce o si diventa? Titolo: I geni del male che si avvale di una grande firma scientifica qual è quella di Valter Tucci.
Direttore del laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Laureato in psicologia, dopo una specializzazione in medicina ha vinto una borsa di studio del CNR per gli Stati Uniti, è stato chiamato dal Dipartimento di Anatomia e neurobiologia della Boston University e ha successivamente lavorato presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT).
Nel 2003 è tornato in Europa e dopo un lungo periodo a Oxford si è trasferito a Genova.

Dalla presentazione editoriale
«Perché il nostro livello di attenzione aumenta ogni volta che sfogliamo le pagine della cronaca o veniamo a conoscenza di un delitto? Perché ai ragazzi piacciono così tanto i videogiochi violenti? Da cosa nasce l’impulso a uccidere nei serial killer? Perché, insomma, l’essere umano è così attratto dal male? A queste e a molte altre domande risponde Valter Tucci, psicologo, genetista e direttore del laboratorio di genetica ed epigenetica del comportamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, in quello che si profila come un vero e proprio viaggio alla ricerca dei geni del male.
Partendo dalla domanda più importante di tutte – cosa ci rende umani, visto che condividiamo con altre specie un numero elevatissimo di geni e molti comportamenti istintivi? – Tucci delinea l’origine primitiva del male e il suo ruolo nell’evoluzione della nostra specie, chiarendo il funzionamento dei geni e dei meccanismi epigenetici e come entrambi controllino le nostre ansie, il nostro livello di aggressività e la nostra intelligenza. Scopriremo così che i confini tra fare del bene e fare del male sono molto meno solidi di quel che si pensa: i nostri comportamenti dipendono infatti da processi biologici che derivano sia dal nostro patrimonio genetico sia dagli eventi esterni, al punto che un trauma subìto dopo la nascita può influenzare lo sviluppo del cervello fino a scatenare comportamenti antisociali da adulti.
Nei Geni del male Valter Tucci illustra con rigore e chiarezza le ultimissime scoperte scientifiche sui comportamenti malvagi che mettono in pericolo la nostra vita e l’intera umanità. E ci accompagna in un affascinante viaggio tra scienza e storia per scoprire perché «non esiste un cervello che sia immune dal male».

Segue ora un incontro con Valter Tucci.


I geni del male (2)

A Valter Tucci, in foto, ho rivolto alcune domande.

Nello scrivere questo suo saggio quale la cosa che ha deciso era assolutamente da fare per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa da chiarire è stata che parlavamo di una mente con base biologica, sia che i geni fossero i responsabili o meno. Ho evitato invece di dare una definizione universale di male perché non era il mio compito e perché non si possono mettere insieme tutti i vari aspetti di questo concetto.

La prima frase del suo libro: “Il male, senza dubbio, attrae più del bene”. Perché?

Siamo attirati dalla fonte di pericolo, perché da questo dipende la nostra sopravvivenza e questo è un fenomeno che valeva molto tempo fa quando i nostri antenati dovevano difendersi dai pericoli di un ambiente poco ospitale e vale ancora oggi. Oggi i pericoli sono diversi, si sono evoluti e sono diventati più sofisticati; rimane comunque l’esigenza di conoscere il pericolo. Quindi ne siamo attirati perché così possiamo conoscere meglio il male.

Un tempo il ragionamento sul male era affidato a teologi, in pratica alla metafisica.
Adesso (aldilà d’improvvidi, ma pur esistenti ritorni) il dibattito si è spostato in area scientifica. È possibile stabilire un profilo del male oggi acquisito da noi umani
?

Oggi è possibile studiare alcuni comportamenti pericolosi e dannosi degli esseri umani con gli strumenti della scienza. È possibile anche studiare come la nostra mente costruisce l’idea di un male metafisico. In altre parole questo è un tema che è entrato in laboratorio e nei prossimi anni diventerà sempre più interessante perché ci permetterà di capire maggiormente come funziona la mente umana.

Il volume si conclude con l’esposizione di tesi espresse da pensatori ottimisti e altri pessimisti sul futuro. È possibile prevedere l’aspetto che nel futuro avrà il male?

Dipende da quali aspetti prendiamo in considerazione. Il male come entità metafisica non è destinato a rimanere a lungo nella nostra specie. Sempre più gente sta comprendendo il valore di rimanere ancorati alla realtà scientifica e penso che nelle culture che verranno in futuro sarà sempre più forte il desiderio di capire, e meno di quello di credere. I comportamenti malvagi da parte delle persone continueranno ad evolversi in forme diverse. Pertanto, bisogna continuare a parlarne sia dal punto di vista sociale che scientifico e sviluppare sistemi per saperlo riconoscere.

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Valter Tucci
I geni del male
Pagine 272, Euro 16.90
Longanesi


Oltre la Via Lattea

La casa editrice Dedalo ha pubblicato un libro dal titolo che ci proietta assai lontano: Oltre la Via Lattea.
Ne sono autori John e Mary Gribbin.

John Gribbin si è laureato in Fisica presso l’Università del Sussex e ha conseguito il dottorato in astrofisica presso l’Institute of Astronomy di Cambridge prima di intraprendere la carriera di giornalista scientifico scrivendo per riviste come «Nature» e «New Scientist». Nel 2000 è stato eletto membro della Royal Society of Literature.
Mary Gribbin è scrittrice di libri scientifici per ragazzi. Vive nel Sussex con il marito John Gribbin, con il quale ha pubblicato diverse opere di divulgazione scientifica.

Dalla presentazione editoriale.
«Cosa si nasconde dietro un cielo stellato? Hubble, Wilson, Hale, Humason sono solo alcuni degli scienziati che hanno dedicato la vita a misurare l’Universo, calcolando le distanze che separano stelle, pianeti e galassie».

Il libro è pubblicato nella collana Senza tempo diretta da Elena Ioli.
Fisica teorica, ha studiato i buchi neri all’Università di Bologna e all’École Normale Supérieure di Parigi. Ha conseguito un Master in Comunicazione della scienza alla SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Da oltre 10 anni è autrice di manuali di fisica e materiali digitali per la scuola con l’editore Zanichelli di Bologna, lavora come docente di fisica nella scuola secondaria superiore e collabora come science editor con la casa editrice Dedalo di Bari. È autrice di “Le parole di Einstein”, un saggio scientifico sul ruolo della metafora nella comunicazione della scienza, e di un libro per ragazzi sui buchi neri, “Nero come un buco nero” (entrambi pubblicati da Dedalo Edizioni). Fa parte dell’editorial board della rivista di divulgazione scientifica Sapere. È membro del Comitato Scientifico del Museo dell’Ecologia della città di Cesena, dove risiede.
Nel febbraio del 2018 è stata selezionata per partecipare al progetto australiano Homeward Bound, che ha portato 77 scienziate provenienti da tutto il mondo in una spedizione di 4 settimane in Antartide, coniugando scienza, comunicazione, leadership e tutela dell’ambiente.

A lei ho rivolto alcune domande
“Senza tempo”: perché è stata chiamata così questa collana? E quale il tipo di comunicazione che si propone?

La casa editrice Dedalo ha fatto da apripista nel campo della divulgazione scientifica in Italia, proponendo sin dai primi anni ’90 titoli di scienza per il grande pubblico. La ormai storica collana “ScienzaFacile” è stata inaugurata, ormai più di 25 anni fa, da un prezioso libretto di domande e risposte sui fenomeni fisici nella vita di tutti i giorni. Proprio questo volume, dal titolo “Il diavoletto di Maxwell”, è il primo della nuova collana SenzaTempo, che, come suggerisce il nome, vuole riproporre al grande pubblico libri che non invecchiano, che mantengono inalterato il loro valore scientifico e l’interesse per lettori di ogni età. Sono libri che hanno fatto la storia delle Edizioni Dedalo e che hanno contribuito a combattere l’analfabetismo scientifico, animati dall’esigenza galileiana di parlare direttamente a tutti coloro che si avvicinano alla scienza non per professione ma per curiosità e per una sorta di moderna necessità culturale.

”Oltre la via Lattea" di John e Mary Gribbin. Quali i meriti di questo libro?

È un secolo particolarmente fertile, questo nostro XXI secolo, per la fisica e per l’astronomia. Nel 2012 è stato scoperto il bosone di Higgs; nel 2016, i fisici della collaborazione internazionale LIGO-VIRGO hanno annunciato al mondo di aver rivelato il passaggio di un’onda gravitazionale, l’elusivo segnale previsto da Einstein nel 1916. Nell’aprile del 2019, tutti abbiamo ammirato la prima immagine dell’orizzonte degli eventi del buco nero al centro della galassia Messier 8, distante 55 milioni di anni-luce dalla Terra. Questa è solo l’ultima tappa di una storia ancora aperta. Per ricostruire gli albori dell’avventura scientifica e umana dei primi “esploratori” del nostro Universo, riproponiamo dunque ai tanti appassionati di astronomia questo piccolo e prezioso SenzaTempo, scritto da un maestro come John Gribbin, celebre astrofisico e divulgatore britannico, che ci racconta come siamo arrivati a scoprire che esistono centinaia di miliardi di galassie, e che ognuna di queste ospita corpi celesti come i buchi neri e le stelle di neutroni ed è teatro di fenomeni violenti come le esplosioni di supernova e i lampi gamma.

Il libro si chiude con un interrogativo sulla possibilità dell’esistenza di vita su altri mondi.
Credi sia possibile, in un lontano futuro, quell’incontro su cui tanto si spera o si teme
?

L’astrofisico Frank Drake propose, già nel lontano 1961, la sua celebre equazione, per provare a calcolare il numero di civiltà intelligenti e tecnologiche nella nostra galassia in grado di mettersi in contatto con noi. Ci sono miliardi di galassie nell’Universo, e ognuna di quelle galassie contiene miliardi di stelle. Per dirla con le parole di Carl Sagan, celebre astronomo e divulgatore statunitense, “sarebbe davvero un enorme spreco di spazio” se fossimo soli nell’Universo. Come possiamo escludere che da qualche parte nel cosmo, una stella simile al Sole e il suo sistema planetario abbia ospitato o ospiti la vita? Considerando però la dimensione dell’Universo, pari a miliardi di anni-luce, resto invece piuttosto scettica sulla possibilità che quella eventuale civiltà possa entrare in contatto con noi, e condividere proprio la nostra piccola finestra spazio-temporale…

………………………………………

John e Mary Gribbin
Oltre la Via Lattea
Traduzione di Elisabetta Maurutto
Pagine 120, Euro 12.90
Dedalo


Un certo numero di cose

È in corso al MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna - la mostra Un certo numero di cose / A Certain Number of Things, un progetto di Cesare Pietroiusti (in foto); QUI una breve nota biografica.
L'esposizione è a cura di a cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì.

Estratto dal comunicato stampa.
«L’idea dell’esposizione - la prima antologica dell’artista italiano in un’istituzione museale - prende avvio da una riflessione sul concetto stesso di mostra retrospettiva e sulla effettiva possibilità di rappresentare un percorso di ricerca artistica in tale formato. Da questa indagine nasce l’idea-provocazione di Cesare Pietroiusti: autonarrarsi non solo attraverso le opere prodotte ma anche tramite oggetti, suggestioni, episodi, gesti, azioni, comportamenti, ricordi riferiti alla propria vita, a partire dall’anno di nascita, il 1955.
Il percorso di visita nella Sala delle Ciminiere si articola attraverso l’esposizione di quelli che l’artista definisce “oggetti-anno” allestiti in ordine non rigorosamente cronologico. Si inizia dalla foto del piccolo Cesare in braccio alla balia proteso verso un grappolo d’uva (1955) per proseguire fino al 1976 con documenti, foto, dischi, cassette (con i relativi supporti d’epoca per la riproduzione) lettere, album di disegni, temi scolastici, storie, pagelle, tessere, libri, ricordi di viaggio, poesie che tracciano una linea lungo la crescita del bambino, adolescente e giovane Cesare. A partire dal 1977 gli oggetti si spostano prevalentemente dalla sfera personale all’attività artistica, con lavori di Pietroiusti realizzati nell’arco di quarant’anni: disegni, fotografie, video, riviste, documentazione di diverse performance, pubblicazioni, i siti web www.pensierinonfunzionali.net http://www.pensierinonfunzionali.net/ / www.nonfunctionalthoughts.net e documenti legati a mostre, lezioni e conferenze. Ogni oggetto-anno è accompagnato da un racconto che lo inquadra e lo contestualizza in rapporto ai precedenti e ai successivi.
Gli oggetti che rappresentano gli anni dal 1955 al 2018 sono allestiti intorno all’ultimo oggetto-anno, relativo al 2019, che è collocato al centro della sala, in una struttura paragonabile a un “ring” completamente visibile e in alcune occasioni accessibile al pubblico: si tratta di un’opera in fieri, che si realizza grazie a un laboratorio condotto da Pietroiusti su due sedi, al MAMbo e al Grazer Kunstverein di Graz (Austria). Il workshop coinvolge studenti e giovani artisti, con l’obiettivo di riprodurre insieme all’artista in forma fisica, performativa e narrativa, secondo un meccanismo di mise en abyme della mostra stessa, gli oggetti esposti, in una forma di co-autorialità fin dalla fase ideativa. Gioca un ruolo importante lo scambio visivo tra gli originali allestiti intorno e le riproduzioni all’interno del “ring”. La ricerca artistica di Cesare Pietroiusti, fin dal 1977, si è sviluppata fuori dalle logiche di gallerie, musei e mercato, con estrema indipendenza. Interprete originale della pratica performativa e relazionale, si è mosso tra sperimentazione linguistica e riflessione concettuale, dimostrando un particolare interesse per situazioni e oggetti apparentemente poco significativi, paradossali, normalmente non considerati meritevoli di attenzione, indagine o rappresentazione, probabilmente in ragione della sua formazione di medico psichiatra. L’opera scaturente dal workshop avrà come istituzione di destinazione il Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli».

Di Pietroiusti esistono libri, articoli, documentazioni audiovisive; io ho scelto questo video perché mi sembra che meglio ne rappresenti il pensiero. Spero di averci preso.

MAMbo – Bologna
Cesare Pietroiusti
“Un certo numero di cose”
Informazioni:
Telefono 051- 64 966 11
E-mail info@mambo-bologna.org
Fino al 6 gennaio 2020


Zombi, strane storie di santi

Tutte le religioni hanno qualche segno misterioso e terroristico che manifestano ai propri fedeli e anche a chi non crede in quella fede, ma quella cristiana le batte tutte per il corredo di leggende e iconografia che accompagnano la sua storia.
Morti che fuoriescono dalla tomba per andarsene a spasso, seppellimenti troppo precipitosi che danno ragione alla tafofobia di Edgar Allan Poe, giovinette che mostrano piaghe e mutilazioni sfilando nel mondo come miss su di una passerella, altri che vanno a seppellirsi da soli e, immagino, con forte contrarietà delle imprese di pompe funebri, un tipo che decapitato cammina tenendo la sua testa su di un braccio come il cartoccio delle paste la domenica,
Tutto questo universo di terrori lo trovate in un libro colto e delizioso pubblicato dalle Edizioni Graphe.it.
intitolato Zombi, strane storie di santi.
Ne è autore Arnaldo Casali. Nato a Terni nel 1975, si è laureato in Storia medievale all'Università “La Sapienza” di Roma con una tesi sull'umorismo in Francesco d'Assisi. Giornalista professionista, dirige la rivista «Adesso», lavora per l'Istituto di studi teologici e Storico sociali di Terni e collabora con il mensile BenEssere, il Festival del Medioevo di Gubbio e la Pontificia Accademia per la vita. È direttore artistico di Popoli e Religioni – Terni Film Festival e ha pubblicato, tra l'altro, su Medioevo, Antonianum e L'Osservatore Romano.
Ha scritto il radioracconto “Il giorno di Natale”, l'opera teatrale “Il Giullare di Assisi” e pubblicato il libro di interviste “Tra cielo e terra. Cinema, artisti e religione” (Pendragon, 2011), il romanzo “Valentino. Il segreto del santo innamorato” (Dalia 2014) e i saggi biografici “Maria Eletta. Una monaca in cammino da Terni nel cuore dell'Europa” (OCD, 2018) e “Sulle tracce di Valentino. Storia, leggende e percorsi del santo di Terni” (Bct, 2019).

Quest’autore, che, leggendo la sua biografia, proprio ateo non mi sembra, sfoglia una quantità incredibile di episodi avvenuti nel corso dei secoli con una scrittura scorrevolissima, pur erudita e raffinata, nella quale affiora più volte un elegante umorismo.
Conosciamo creature che potrebbero comparire nel famoso videoclip – quasi un cortometraggio – “Thriller” di John Landis interpretato da Michael Jackson o essere scritturati da George Romero per apparire nel film “La notte dei morti viventi” evocante il tema dell'apocalisse zombi (opere entrambe, non a caso, citate nel libro).
Se poi qualche birichino avanzasse l’ipotesi che il primo zombie è proprio Gesù Cristo, Casali tiene a chiarire con una dotta, non breve, dissertazione che Cristo “… non torna in vita, ma sconfigge la morte. E se quello degli zombie è un corpo sfigurato, il suo è trasfigurato”. Vabbè.
Insomma, un libro che si fa leggere tutto d’un fiato riservando orrifiche meraviglie ad ogni pagina.

Dalla presentazione editoriale.

«Avevate mai considerato che la tradizione cristiana pullula di quelli che oggi, con un linguaggio cinematografico, chiameremmo «morti viventi»? Senza rischio di apparire blasfemi, possiamo dire che Gesù è il più celebre dei risorti dalla tomba e una lunga lista di santi e miracolati gli fa corona. Certo, sul piano religioso tutto ciò si lega al concetto della sconfitta della morte e del male, ma si incrocia anche con credenze popolari e bagagli culturali di provenienza differente.
La questione è davvero complessa in termini storico-antropologici, filosofici e narrativi: proprio su quest’ultimo aspetto insiste l’autore di questo appassionante e insolito saggio, andando a scovare nelle Scritture riferimenti ad apparizioni, corpi redivivi e incorrotti, descrizioni disturbanti (che Casali definisce, a ragione, «agiografia splatter»). Con una scrittura vivace e moderna, pone a confronto questi aneddoti devozionali con elementi della cultura non strettamente religiosa e non ci nega ipotesi sulle situazioni di vita concreta che possano aver suscitato alcune leggende poi assorbite nei testi sacri».

Arnaldo Casali
Zombi
Pagine 89, Euro 7.50
Gtraphe.it Edizioni


I demoni di Salvini

La casa editrice chiarelettere ha pubblicato un libro d’eccezionale attualità e importanza: I demoni di Salvini I postnazisti e la Lega.
L’autore è Claudio Gatti.
È stato corrispondente dagli Stati Uniti del settimanale “L’Europeo”, vicedirettore del settimanale economico “Il Mondo”, direttore del supplemento sull’Italia dell’ “International Herald Tribune” e inviato speciale de “Il Sole 24 Ore”. Con Roger Cohen ha pubblicato il libro In the “Eye of the Storm: the Life of General H. Norman Schwarzkopf” (1991).
In Italia ha pubblicato “Rimanga tra noi. L’America, l’Italia, la ‘questione comunista’: i segreti di 50 anni di storia” (Leonardo 1991); “Il quinto scenario (Rizzoli 1994), inchiesta sulla strage di Ustica”; “Fuori orario. Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro Fs” (Chiarelettere 2009); “Il sottobosco. Berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari” (con Ferruccio Sansa, Chiarelettere 2012); “Enigate: i documenti esclusivi sulle tangenti internazionali che l’ente petrolifero è accusato di aver pagato” (Paper First 2018).
Inoltre, ha condotto molte altre inchieste, lo considero, e non sono il solo, uno dei maggiori giornalisti investigativi europei.
Ne è testimonianza di primo piano anche questo recente volume che indaga sulla clamorosa infiltrazione politica e culturale che il pensiero di derivazione postnazista abbia compiuto introducendosi nel movimento leghista.
“Sono stati buttati nel vento tanti semi. Alcuni sono caduti sulle pietre e sono seccati lì. Altri hanno trovato terreno fertile e hanno germogliato.” Così dice Maurizio Murelli, neofascista condannato a 17 anni per aver fornito la bomba che uccise un agente di polizia a Milano nel 1973. Ha perfettamente ragione Murelli, sono germogliati eccome!
Il volume si tiene ben lontano da ogni immaginazione e da ogni sentito dire, la tesi sostenuta è, infatti, sorretta da un’attenta presentazione di documenti originali, citazioni di date, nomi, luoghi che scorrono con un serrato ritmo di scrittura tanto da rendere difficile – come è capitato a me – staccarsi dalla lettura tanto si è immersi in un fiume di fatti e riscontri.
In fondo a queste righe troverete l’Indice del libro (e la possibilità di leggerne le prime pagine) e già dalla specificazione dei capitoli ben si capisce di quale materia rovente sono fatte le pagine che seguiranno

Dalla presentazione editoriale
«Chiedersi se Matteo Salvini sia fascista non è solo un esercizio inutile, è un grave errore. Perché vuol dire cercare quello che non c’è.
Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato.
Grazie allo straordinario racconto di una gola profonda e ad altre testimonianze esclusive, l’autore rivela l’identità e la storia dei principali protagonisti di una macchinazione senza precedenti. A condurla è stato un manipolo di persone che, dopo aver metabolizzato fascismo e nazismo, con una strategia classificabile come postnazista ha saputo trarre vantaggio da debolezze e difetti della democrazia liberale per egemonizzare il dibattito culturale e prendere il controllo di quello politico.
Quella qui raccontata è la più sorprendente operazione di infiltrazione politica della storia della Repubblica italiana. Un progetto di restaurazione del vecchio pensiero reazionario a vocazione autoritaria e plebiscitaria, dissimulato però come una formula nuova che supera i vecchi schemi politici attraverso un veicolo diverso da tutti gli altri: la Lega Nord.
Matteo Salvini oggi, come Umberto Bossi ieri, non ha sposato il pensiero postnazista. Ha fatto di peggio: l’ha cinicamente usato per emergere e rimanere al centro dell’attenzione nazionale».

Cliccare QUI per leggere l’Indice e le prime pagine.

Claudio Gatti
I demoni di Salvini
Pagine 274, Euro 16.90
Chiarelettere


Il ritratto negato


Il regista polacco .Andrzej Wajda (Suwałki, 6 marzo 1926 – Varsavia, 9 ottobre 2016) poco prima di morire ha completato il suo film Il ritratto negato.
È la biografia di Vladyslaw Strzemiriiski, pittore e teorico dell'arte che, nella Polonia del dopoguerra, viene perseguitato dal regime comunista perché non aderisce agli stereotipi del realismo socialista.
Nella storia del cinema la figura di Wajda è riconosciuta da autorevoli firme.
Si pensi a quando il 22 novembre 1999 Steven Spielberg invia una lettera all'Academy of Motion Picture Arts and Sciences nella quale chiede che sia assegnato a Waijda il premio Oscar alla carriera. Nella lettera scrive: «L'esempio di Andrzej Wajda ricorda a tutti noi, in quanto registi, che di volta in volta la storia potrebbe avere un profondo e inaspettato bisogno del nostro coraggio; che il nostro pubblico potrebbe voler essere elevato spiritualmente dalle nostre opere; che ci potrebbe essere richiesto di mettere a rischio la nostra carriera per difendere la vita civile del nostro popolo. Per ciò che rappresenta e quello che ha fatto per l'arte del cinema, richiedo rispettosamente di voler considerare Andrzej Wajda per l'assegnazione del premio Oscar alla carriera nel marzo 2000.
Ottenuto il meritato premio, realizzerà un'opera famosa legata non solo a una tragedia della storia polacca, ma anche a quella sua personale: "Katyń", sull'eccidio compiuto dall'NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni, un commissariato governativo dell'Unione Sovietica) di 22.000 ufficiali e soldati dell'esercito polacco, tra i quali vi era anche il padre del regista.

“Il ritratto negato” si avvale di una splendida interpretazione di Bogusław Linda nei panni di Władysław Strzemiński, e di una bellissima fotografia di Paweł Edelman che rende con colori cupi e luci smorzate l’atmosfera claustrofobica degli anni in cui si svolge la storia.
Colpisce come il racconto del perseguitato Strzemiński (espulso dall’Accademia degli artisti, licenziato dalla scuola in cui insegna, privato dei buoni pasto) somigli in modo impressionante a quanto accadde in Germania a quegli artisti colpevoli agli occhi del Regime di fare “arte degenerata”.
Anche in Italia – per fortuna non con le conseguenze tragiche d’oltrecortina – si ebbe da parte del Pci un ostracismo verso gli astrattisti, basti pensare allo zdanovismo italiano nelle arti di cui si fa portavoce nell'ottobre del '48 Palmiro Togliatti che su Rinascita, stroncò una mostra bolognese definendola una raccolta di «cose mostruose», di «orrori e scemenze», di «scarabocchi». Si riferiva a nomi quali Giulio Turcato, Emilio Vedova, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Carla Attardi, Ugo Attardi… Fu un episodio non da poco perché scatenò una battaglia che venne combattuta tra intellettuali e artisti ossequienti ai dettati di Mosca e innovatori in più campi: dall’editoria giornalistica a quella libraria, dalle gallerie d’arte ai teatri, dall'area musicale alle produzioni cinematografiche; fu un fatale errore della dirigenza comunista italiana che determinò la prima frattura fra una parte d’intellettuali e artisti e il Pci..
Tornando al lavoro di Wajda, si può ben dire che è un film contro ogni totalitarismo qualunque sia il colore con cui si presenta agli occhi del mondo perché contiene la stessa violenza repressiva, la medesima ferocia che deriva dal pensiero unico.

QUI il trailer del film.

Il ritratto negato
Anno: 2016
Durata: 98'00"
Regia di Andrzej Wajda



Sette modi di dimenticare

Umberto Eco: “La memoria è strettamente legata all’oblio e ha un senso solo quando è selezione; soffre di tre malattie: eccesso di ricordi, eccesso di filtraggio e la confusione delle fonti”.
Se sfogliamo un dizionario scientifico, la parola Memoria è così spiegata: “Funzione generale del cervello consistente nel far rinascere l’esperienza passata attraverso quattro fasi: memorizzazione, ritenzione, richiamo, riconoscimento”.
Le cose poi si complicano perché esiste una memoria genetica e articolazioni in memorie di breve, media e lunga durata a loro volta distinte in memoria iconica, ecoica, sensoriale ed emozionale.
La memoria, insomma, è lo scrigno che contiene tutto di noi, non a caso Cicerone affermava: “La memoria è tesoro e custode di tutte le cose”
Perché oggi l’ho presa fissa con la memoria?
Perché segnalo un libro, pubblicato dalla casa editrice il Mulino che riesce in modo scorrevole a incrociare più discipline: dalla fisiologia alla psicologia, dalla sociologia alla storia studiando quel motore individuale e collettivo qual è la memoria.
Titolo: Sette modi di dimenticare.
L’autrice è Aleida Assmann professore emerito di Letteratura inglese e Teoria generale della letteratura nell’Università di Costanza. Con il Mulino ha pubblicato «Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale» (nuova ed. 2015).
Nel 2017 a lei e al marito Jan è stato attribuito il Premio Balzan per gli studi sulla memoria collettiva.

Si chiede Assmann: ma siamo proprio sicuri che ricordare tantissimo sia un bene?
Si ricordi il caso S. (il poco felice Solomon Seresevskij, di cui scrive lo psicologo Lurija e al quale Paolo Rosa ha dedicato nel 2000 un film: Il mnemonista).
A chi è capace di ben ricordare, d’avere ottima memoria, sono stati da sempre – e anche oggi – riservati grandi elogi, dedicati un’infinità di studi e inventate mnemotecniche tese a contenere tutto lo scibile; si pensi al cinquecentesco, ingegnosissimo, vicino all’utopia, Teatro della Memoria (QUI un’immagine) di Giulio Camillo Delminio
Questa tradizione propria della retorica classica fu già avversata da Montaigne che, scrive Assmann: “a una memoria colma fino all’orlo preferiva l’agilità di uno spirito libero” (e di ciò vi sono tracce nei suoi eredi da Pascal a Emerson, da Nietzsche a Cioran).
Gli fa eco Kant: “perché sforzarsi a ricordare quando sappiamo solo ciò che la memoria di ciascuno riesce a conservare senza sforzo”?
Più vicino a noi, Friedrich Georg Jünger (1898 – 1977, fratello di Ernst) “pioniere negli studi del dimenticare sostiene che esiste un dimenticare che conserva, è una memoria in stato di latenza”. Immaginate che volendolo citare Pirandello non vi venga alla mente il suo nome, è un imbarazzo ma al tempo stesso, consolatevi, non vi sfugge di quel drammaturgo quale sia il suo pensiero teatrale (se lo conoscete), di cui non ne avete perso la memoria.
Oggi l’esercizio della memoria con le nuove tecnologie è più facile, nulla di scritto sfugge alla Rete, tanto che si è posto fra i giuristi la questione del “diritto all’oblio” circa non solo i dati personali, ma anche su cose da noi scritte un tempo che desideriamo cancellare o scritte da altri che hanno messo sul web notizie false o, peggio ancora, hanno immesso immagini che per effetto di montaggio vi fanno apparire in scene sconvenienti.
Memoria e oblio attuali più che mai, e filosofi, ad esempio Nick Bostrom, si chiedono che cosa potrà accadere quando sarà possibile trasferire la nostra memoria in un ologramma.

Pochi giorni fa, martedì 24 settembre, è stato pubblicato il testo di una sentenza della Corte di Giustizia europea che si è pronunciata su un contenzioso avente ad oggetto il “diritto all’oblio”, previsto dall’art. 17 del Regolamento 2016/679.
Il motore Google è stato assolto per aver rifiutato di deindicizzare alcuni dati, a seguito della richiesta di un imprenditore francese. La sentenza ha così negato al richiedente la tutela al diritto di rimozione dei dati presenti on line e negativi per la propria reputazione.
Aiuto!

Sette modi di dimenticare. Perché quel titolo? Spiega l’autrice: “La mnemotecnica ci insegna che siamo in grado di fissarci bene in mente sette oggetti o sette parole-chiave. Anche quando si tratta del dimenticare ci serviamo volentieri delle sue regole. Perciò anch’io mi sono attenuta a quel numero sacro per dare vita a un’ulteriore tassonomia del dimenticare”.

Ho citato Eco in apertura, lo faccio anche in chiusura. In una Bustina di Minerva di tempo fa scrisse che molte guerre si combattono ancora ricordando offese lontanissime nel tempo e sarebbe stato tanto meglio che su quei ricordi fosse sceso l’oblio a cancellarli.
A quando risale quella Bustina?... ehm… scusate… non lo ricordo.

Dalla presentazione editoriale
«La memoria, quella degli individui come quella delle società, è fatta non solo da quanto si ricorda ma anche e indissolubilmente da ciò che si dimentica. Ma perché e come si dimentica? Nelle sette forme elencate da Aleida Assmann l’oblio gioca un ruolo che può essere volta a volta positivo o negativo, ma sempre comunque fondamentale per organizzare il passato in memoria attiva e vivente di una collettività».

Aleida Assmann
Sette modi di dimenticare
Traduzione di Tomaso Cavallo
Pagine 108, Euro 11.00
Il Mulino


Il gattolico praticante

In questo sito scrivo spesso di gatti perché – insieme con l’asino – è l’animale che più amo. Vivo in una piccola casa e non posso permettermi d’ospitare un asino (anche se forse già la mia presenza basta a rappresentarlo), ma un gatto sì. L’attuale mio compagno felino si chiama Spock come il vulcaniano di Star Trek perché da cucciolo aveva orecchie ben grandi rispetto al volto, poi le cose crescendo sono cambiate ma il nome no, lo indossa ancora e spero per molto tempo. Non riesco a immaginare la mia vita senza un gatto. Diceva Liz Taylor “Si può vivere senza amanti ma non senza i gatti”. Lei, comunque, saggiamente, non si privò degli uni e neppure degli altri.
Sono amico ovviamente di chi ama i gatti e di chi ne ha scritto e cantato. componendone un ricchissimo caleidoscopio di stili e ambienti, di epoche e generi, di emozioni e sentimenti, tali da soddisfare il gusto e la curiosità di qualunque lettore o spettatore appassionato di gatti. Vado a memoria: quel genio di Gioacchino Rossini e il suo Duetto buffo per gatti; i tanti cineasti, per limitarci ai cartoni animati, che ne hanno fatto protagonisti da Gatto Silvestro a Garfield, e gli scrittori da Émile Zola a Mark Twain, da Ambrose Bierce a Guy de Maupassant, da Pierre Loti a Sepúlveda.
Fra questi da oggi inserisco il nome di Alberto Mattioli che, pubblicato da Garzanti, ha scritto un libro delizioso, colto e divertente con stile spumeggiante: Il gattolico praticante Esercizi di devozione felina.
L’autore, nato a Modena nel 1969, è giornalista del quotidiano «La Stampa».
Esperto d’opera, ha collaborato con molte riviste e teatri italiani e internazionali.
Ha scritto tre libri, due libretti d’opera e qualche migliaio di articoli
Per Garzanti in catalogo Meno grigi più Verdi.

Prima dicevo di gatti protagonisti nelle arti, in “Il gattolico praticante” troverete un’ampia panoramica della presenza gattesca dalle arti visive alla letteratura alla musica.
Nelle nostre case vivono sette milioni mezzo di gatti. Mattioli li ama tutti ed è difficile qui, in poche righe, riferire le tante virtù che rileva in quella “tigre da salotto” come la definisce il poeta Neruda.
Mi limito a trascrivere i 10 “non” dell’autore per dire sì al gatto.
• Non dice mai sciocchezze.
• Non abbaia.
• Non è intollerante (idioti a parte).
• Non parla delle scie chimiche.
• Non è mai ridicolo (ma può essere buffo).
• Non viene mai male in fotografia.
• Non si fa accarezzare da chi non conosce.
• Non abbandona i suoi piccoli.
• Non è razzista.
• Non scrive libri.

L’etologo Roberto Marchesini dice: “Mentre il cane prende sul serio il ruolo affiliativo specifico che il gruppo gli ha attribuito, il gatto persegue il suo continuo gioco di ruolo, trasformando ogni coniugazione relazionale in una sorta di metafora del possibile”.

Dalla presentazione editoriale
«Questo libro non parla dei gatti, ma di chi li ama. Non del cosiddetto “animale domestico” – che sia domestico davvero è poi tutto da dimostrare – ma del suo sedicente “proprietario”, unico capace di comprendere e ammirare la superiorità incontrastata di questo felino. Giornalista di fama, Alberto Mattioli in questa inconsueta veste confessa le ragioni di una devozione assoluta verso un animale che sa come e dove va il mondo, sa cosa ci aspetta per averlo già vissuto nelle sue innumerevoli vite e sa come devono essere impostate le sue relazioni con gli altri esseri viventi, in primo luogo quelle con l’uomo, con cui ha paradossalmente deciso di condividere la sua vita scendendo di qualche gradino la scala dell’evoluzione. E ci mostra la via di una possibile salvezza, perché il tempo dedicato al gatto è un’oasi di piacere e di bellezza sottratta ai ritmi insensati della vita quotidiana, un momento di libertà dalle assurde catene che noi stessi ci siamo forgiati, per giungere alla consapevolezza che non si può addomesticare un gatto, si può solo sperare che sia lui ad addomesticare noi».

Prima di chiudere questa nota, v’invito all’ascolto di un grande componimento poetico di Pablo Neruda in onore di questo nostro amatissimo felino: .Ode al gatto.

Alberto Mattioli
Il gattolico praticante
Pagine 135, Euro 15.00
Garzanti


Le religioni sono vie di pace. Falso!

Un libro molto interessante è stato pubblicato da Laterza : Le religioni sono vie di pace. Falso!.
Ne è autore Paolo Naso. Insegna Scienza politica alla Sapienza Università di Roma, dove coordina il Master in Religioni e mediazione culturale. Giornalista e politologo ha fatto ricerche e pubblicato volumi sul ruolo delle religioni in Medio Oriente, Irlanda del Nord e Stati Uniti. Tra i suoi libri: “Come una città sulla collina. La tradizione puritana e il movimento per i diritti civili negli Usa” (Claudiana 2008); “Cristianesimo: Pentecostali” (Emi 2013); “L’incognita post-secolare. Pluralismo religioso, fondamentalismi, laicità” (Guida 2015); “Il Dio dei migrant” (a cura di, con M. Ambrosini e C. Paravati, Il Mulino 2018).

A me, ateo da sempre, il titolo del libro mi trova convinto non da oggi, ma l’esposizione del tema fatto dall’autore, che ateo non è, viene fuori in un modo tanto originale e ragionato da farmi consigliare con assoluta convinzione la lettura ai credenti e non credenti.
Nello spazio di poco più di cento pagine, Naso, con scrittura scorrevolissima, traccia una lezione di storia che va dalle Crociate ai conflitti dei giorni nostri che, senza contraddire la spiritualità che lo muove anzi rafforzandola, non risparmia nessuna delle religioni. E, tanto per essere chiari, non è soltanto il popolo del Libro ad avere responsabilità anche gravi ma pure fedi che da noi sono ritenute a torto religioni di pace quali il buddismo o l’induismo che pure oggi in particolari contesti esprimono la violenza che a parole negano.

Dalla presentazione editoriale.
«È falso che le religioni siano portatrici di pace; è falso che si debba a loro quel fragile concetto di ‘tolleranza’ che, a partire dall’età moderna, ha permesso una certa coesistenza nella diversità delle appartenenze confessionali; è falso che al cuore delle religioni vi sia un’unica regola d’oro che le orienta verso la pacifica e costruttiva convivenza delle une con le altre; è falso, infine, che le religioni siano solo vittime di strumentalizzazioni di ordine politico o economico, queste sì ‘vere’ cause di ogni guerra».

A Paolo Naso ho rivolto alcune domande.
Qual è stata la principale motivazione all’origine di questo saggio?

È stata una benevola provocazione culturale, suggerita dall’appiattimento delle analisi sui radicalismi di matrice religiosa rispetto ai quali le religioni si sono immediatamente affrettate a rivendicare la loro innocenza dogmatica per addossare tutte le responsabilità sui cattivi interpreti e sulla strumentalizzazione politica della religione. Questo risulta particolarmente evidente in ambito islamico ma atteggiamenti del tutto speculari ho colto in ambito cattolico, protestante, ebraico, induista e buddhista… La vera sorpresa della nostra età post-moderna sta nel fatto che assistiamo a un prepotente ritorno delle religioni nello spazio pubblico. Mai come ora nell’età contemporanea le religioni sono state un fattore decisivo delle dinamiche sociali e geopolitiche. Con la mia piccola provocazione, favorita dal taglio esplicitamente polemico della collana di Laterza, ho voluto denunciare l’inconsistenza e la pericolosità di questa autoassoluzione delle religioni che, per trasformarsi in “vie di pace”, devono convertirsi a una dogmatica e a una pastorale ancora tutta da scrivere, tanto nei documenti ufficiali quanto nei cuori delle persone di fede.

Nello scrivere questo libro qual è la cosa che ha deciso era assolutamente da fare per prima e quale assolutamente per prima da evitare?

Innanzitutto volevo dimostrare che la logica delle “guerre di religioni” esplose nel XVI e nel XVII secolo ha un’influenza politica ancora attuale. La Guerra dei Trent’anni che sconvolse l’Europa tra il 1618 e il 1648 non è un unicum superato ma ancora nei secoli successivi ha costituito un “modello” o, meglio, una “forma” dello scontro politico e militare. Ancora oggi il mondo registra decine di conflitti che certamente hanno un centro politico ma, guarda caso, per esprimersi e raccontarsi questo “centro” utilizza simboli e linguaggi religiosi. Ed è troppo semplicistico replicare che si tratta di “strumentalizzazioni”: perché, allora, le comunità di fede sono così esposte al rischio di strumentalizzazione? Hanno, evidentemente, una debolezza interna che non le può certo qualificare come vie di pace. Nel mio libro, insomma, ho voluto evitare una beatificazione irenica delle religioni, non perché non lo auspichi ma perché oggi è inutile e fuorviante.

Come spiega l’avvenuta riproposizione oggi dei fondamentalismi?

Sono figli della crisi della modernità e delle sue grandi ideologie di gestione dei processi sociali. Chiusi i grandi portoni delle ideologie novecentesche, alcune inquietudini sociali, politiche e culturali si sono incanalate verso le religioni, acquisendo così una legittimità e persino una protezione. È stato un passaggio drammatico che ha attraversato l’Occidente come l’Oriente e il sud globale. Non dimentichiamo che la parola “fondamentalista” nasce nel contesto protestante nordamericano per definire chi proponeva un’interpretazione letteralistica, rigida e acontestuale del testo biblico arrivando così a definire principi “fondamentali” rigidi e non negoziabili. Ma già negli anni ’20 il termine poteva estendersi a movimenti islamici ed ebraici che si incamminavano su percorsi analoghi dando vita a un’escalation violenta i cui effetti sono sotto i nostri occhi in Medio Oriente, nel Donbass, nello Sri Lanka, nei Balcani…

La laicità fu definita, come scrive nelle sue pagine, da Sarkozy “positiva” e da papa Benedetto “sana”. Le propone una laicità “per addizione”. Può spiegarla in sintesi?

Vi era un tempo nel quale la laicità non aveva bisogno di aggettivi ed il termine indicava con efficacia un regime di separazione tra lo Stato e le confessioni religiose. Le applicazioni di questo principio, però, sono state assai diverse e quindi è “laica” la Francia che vieta l’esposizione dei simboli religiosi e sono laici gli USA dove, invece, la retorica pubblica usa ed abusa del nome di Dio. Oggi, pertanto, sentiamo il bisogno di specificare “quale” laicità. Le aggettivazioni “sana” o “positiva” non mi convincono, anzi mi sembrano pericolose perché ipotizzano una laicità “insana” o “negativa” che a mio avviso non esiste. La laicità è sempre positiva in quanto è la sola precondizione del pluralismo e quindi della libertà di coscienza e di religione. Il suo contrario è il confessionalismo, questo sì storicamente lesivo del fondamentale principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Laicità “per addizione” è quella che non si limita a “separare” Stato e confessioni religiose ma che apre lo spazio pubblico alla presenza e al contributo delle varie componenti culturali e spirituali di una società. Lo stato non è più laico quanto più spazio sottrae alle comunità di fede ma, al contrario, quanto più ne favorisce l’ingresso e l’impegno nello spazio pubblico.

A conclusione di quest’incontro, le chiedo: ma a cosa servono a noi umani le religioni?

Attenzione ai termini. Le religioni sono dei “sistemi” organizzati, talora chiusi, altre volte aperti, nei quali collocarsi, impegnarsi, vivere la propria spiritualità. La fede è di più. È una bussola di vita che indica il nord polare del senso delle nostre azioni, dei nostri comportamenti e dei nostri progetti. Nel momento dello spaesamento e della perdita del sentiero ci aiutano a rimetterci in cammino.

………………………………………..

Paolo Naso
Le religioni sono vie di pace. Falso!
Pagine 120, Euro 12.00
Laterza


Graziano Graziani.


Le case editrici di solito hanno nomi legati al fondatore o alla località dove nascono oppure all’astronomia oppure ancora a personaggi della mitologia, poi ci sono quelle che hanno scelto un motto pescato in qualche lingua.
Fra queste ultime, figura Quodlibet. Che cosa significa? Mano al vocabolario.

1.
Disputa tenuta nelle scuole del Medioevo dai baccellieri, sotto la direzione del maestro, su un qualsiasi argomento (de quolibet), proposto da qualsiasi persona presente (a quolibet).
2.
In musica, procedimento compositivo che unisce, in varie combinazioni, melodie e testi di diversa origine e ispirazione.

Ecco, comunque la si metta Quodlibet rispetta puntualmente, e anche puntigliosamente, quella massima scelta pubblicando libri d’argomenti diversi, e più spesso diversissimi, ma che hanno un legame sotterraneo: la scelta colta e raffinata, e perché no birichina, di temi poco o per niente esplorati. Insomma, consiglio di esplorarne il catalogo.

Oggi ricordo due di queste pubblicazioni: Atlante delle micronazioni (2017) e Catalogo delle religioni nuovissime (2018).
Entrambe sono firmate dallo stesso autore: Graziano Graziani.
Nato a Roma, ha realizzato documentari e programmi radiotelevisivi per la Rai. Collabora con «Lo Straniero», «Il Tascabile» e «Minima&Moralia». Scrive di teatro contemporaneo. Ha pubblicato il romanzo, si sa nessuno è perfetto, “Esperia” (Gaffi, 2008), la Spoon River romanesca dei “I sonetti der Corvaccio” (La camera verde, 2011) e, per Quodlibet, i due libri che prima ho segnalato e che vi consiglio di leggere: un respiro di sollievo in uno scenario letterario afflitto dall’aria mefitica dei tanti, tantissimi, troppi romanzi.

Ecco un video nel quale Graziani spiega come è giunto alla determinazione di compilare un catalogo delle religioni nuovissime.
QUI una scheda editoriale sul volume.

Micronazioni. Ne esistono più di quanto una pur spigliata fantasia possa immaginare.
Un esempio fra tanti: il Regno di Redonda. Superficie: 3 km². Abitanti: 0.
Ma che cosa sono, come nascono, quante sono le micronazioni?
Lo spiega Graziani in quest'intervista rilasciata a Radio 1.

Graziano Graziani
Catalogo delle religioni nuovissime
Pagine 402, Euro 17.00

Atlante delle micronazioni
Pagine 384, Euro 16.50

Quodlibet


Warhol e Marilyn


Tra le tante frasi che Andy Warhol (Pittsburgh 1928 - New York 1987) ha detto, una che più lo rappresenti credo sia: “Io non vado mai a pezzi perché non sono mai tutto intero”.

Ecco un efficace ritratto dell’artista di Miriam Leto.
“Andy Warhol è il pioniere della pop art, artista eclettico, visionario, regista e pittore, uno dei personaggi chiave del secolo scorso, ed uno tra i più importanti fondatori e fautori del movimento artistico della pop art (…) The Factory è la sua base operativa, uno studio frequentato da una combriccola di artisti e intellettuali irriverenti ed estremamente creativi; la Factory in breve diventa “il” posto dove trovarsi a New York.
Warhol continua ad ispirarsi per le sue opere a tutte le arti del visivo, in primis al cinema, ma anche ai fumetti, in special modo dopo aver conosciuto da vicino il lavoro di Roy Lichtenstein. Le contaminazioni da altri mondi sono sempre presenti nei lavori cult del pioniere della pop art. La scelta dei soggetti e degli oggetti si basa sugli emblemi di massa del suo tempo, i simboli del consumismo americano, immortalati nelle sue tele nell’attimo, regalando al pubblico delle future generazioni un vasto panorama della cultura di massa made in USA. L’intenzione dell’artista apparentemente non è però polemica, Warhol costruisce un registro-archivio per immagini di quella che è l’embrione della società dell’immagine globale e multimediale di oggi.
Per tutti gli anni ottanta continuano le performance di Andy Warhol, gli happening, le produzioni di video, i ritratti delle star di Hollywood e tanti altri progetti che toccano tutte le discipline dell’arte. Dopo aver terminato Last Supper, un’opera ispirata all’Ultima cena di Leonardo, Andy Warhol lascia improvvisamente il suo ormai vastissimo seguito di pubblico, un giorno banale e inspiegabilmente, a causa di una banale operazione chirurgica alla cistifellea. Era il 1987”.

A Brescia presso la Galleria ab/arte è in corso una bella mostra intitolata Andy Warhol & Marilyn
Dal catalogo: "Andy Warhol, l’arte e la visione di un’icona qual è Marilyn Monroe, star di Hollywood e donna forse mai capita. “Warhol & Marilyn” per raccontare l’America degli anni Sessanta nel processo warholiano di democratizzazione dell’arte".
Dice Andrea Barretta critico d’arte e fondatore della Galleria: La mostra è particolarmente suggestiva perché offre uno sguardo d’insieme e dettagli. Come per la prima opera di Warhol che riprende Marilyn da una foto in bianco e nero dal film ‘Niagara’ del 1953. Un tributo che avvicina ancora di più il pubblico all’arte pop e a un mito senza tempo.

L’allestimento della mostra è di Riccardo Prevosti, le relazioni esterne sono curate da Umberto Chiusi, il coordinamento è di Gianni Eralio.

Cliccare QUI per informazioni su mail, telefono, orari.

Galleria ab/arTe
“Andy Warhol & Marilyn”
Vicolo San Nicola 6
Brescia
Fino al 26 ottobre 2019


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