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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Vacanze invernali

Sono quelle che si concede Cosmotaxi.
Con la nota che segue, infatti, sospende le pubblicazioni che riprenderanno lunedì 11 gennaio.
Buon anno ai visitatori
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Piccoli equivoci tra noi animali

Nell’ottobre del 2008, il panorama editoriale italiano si arricchì con una nuova collana della Zanichelli intitolata Chiavi di lettura.
Piccoli libri autorevoli scritti da scienziati e divulgatori di valore. Furono presentati al pubblico affermando: “Affronteranno temi di rilievo per la realtà contemporanea con un linguaggio chiaro, esatto, rapido. Metteranno in risalto il collegamento tra la storia delle idee e i confini della ricerca, e aiuteranno a capire come la scienza e la tecnologia influenzano il nostro modo di vivere e di pensare”.
Oggi, giunti al 36° volume in uscita, si può dire che hanno mantenuto quella lontana promessa sotto la sicura guida di Lisa Vozza che della collana è la curatrice.
Il libro ora in distribuzione è Piccoli equivoci tra noi animali Siamo sicuri di capirci con le altre specie?.
Ne sono autori la stessa Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara.

Vozza, biologa e scrittrice, è Chief Scientific Officer dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). Fra i suoi libri, in questa collana: “Nella mente degli altri” con Giacomo Rizzolatti (2007); “I vaccini dell’era globale” (2009, Premio letterario Galileo 2010); “Come nascono le medicine”, con Maurizio D’Incalci (2014).
Per Zanichelli cura le Chiavi di lettura e ha inventato i Mestieri della scienza.
In passato ha lavorato per le edizioni europee di Scientific American.

Vallortigara, neuroetologo, è professore di Neuroscienze all’Università di Trento, dove dirige il Laboratorio di Cognizione animale e Neuroscienze nel Centro interdipartimentale Mente-Cervello (CIMeC). Ha scritto più di 200 articoli su riviste scientifiche internazionali e svolge un’intensa attività di divulgazione su varie testate giornalistiche. Fra i suoi libri più noti, “Cervello di gallina” (Bollati Boringhieri 2005, Premio Pace per la divulgazione scientifica 2006); “Nati per credere” (Codice edizioni 2008) con Vittorio Girotto e Telmo Pievani; “La mente che scodinzola” (Mondadori Università, 2011); “Cervelli che contano”, con Nicla Pancera (Adelphi 2014).

Il volume riflette sul fatto che le nostre impressioni sulle altre specie ci traggono facilmente in inganno. Osservando gli altri animali diamo per scontato che abbiano esperienze, percezioni, emozioni, pensieri come i nostri.
Sono molti gli errori che l’animale uomo commette verso gli altri animali. Il primo, a mio avviso, è quello specista: immaginare cioè una propria superiorità naturale. Ecco perché la Chiesa detesta tanto Darwin che – come sostiene Daniel Kevles – ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione.
Altro errore è di non conoscere gli animali asserendo il contrario. Perfino di quelli che spesso abbiamo in casa ne sappiamo poco. Basti pensare quanto goffamente in tanti pretendono – anche in buona fede, anche affettuosamente – d’ottenere da cani o gatti comportamenti vicino ai nostri.
Il problema del nostro rapporto con gli animali non umani è presente in importanti momenti nella storia della filosofia. Un interessante, vivace, attraversamento di quei momenti - da Aristotele a Cartesio ad Heidegger - lo realizza Maurizio Ferraris in una puntata della trasmissione tv Zettel che v'invito a vedere.

Un significativo passaggio dal libro “Piccoli equivoci tra noi animali”: Attribuire caratteri, azioni e intenzioni umane a qualunque cosa ci passi davanti al naso è un’attività incontrollabile e universale del nostro cervello, che gli scienziati chiamano antropomorfismo […] Accorgersi degli esempi di antropomorfismo è facile, a patto che ci facciamo «crescere nella pancia una piccola macchina per lo stupore», come dice lo scrittore Paolo Nori. Una macchina che blocchi per un momento i nostri automatismi cerebrali e ci faccia vedere le etichette umanoidi che appiccichiamo a ogni cosa senza fare attenzione […] A volte con l’antropomorfismo ci si azzecca. Spesso però andiamo proprio fuori strada. Il cane, per esempio, ha lo sguardo mesto perché ha combinato qualcosa di male e lo sa? No, si tratta di una risposta al rimprovero del padrone, e non all’azione “sbagliata”, come ha dimostrato Alexandra Horowitz, una neuroetologa del Barnard College di New York, in un esperimento che ha coinvolto alcuni cani e i loro proprietari. Il babbuino sbadiglia dal sonno? No, se si tratta del maschio alfa, dominante, che sta mostrando denti e gengive agli altri maschi del gruppo come segnale di aggressività. Il delfino sorride? No, l’espressione del delfino è fissa, dato che mancano i muscoli facciali con cui noi esseri umani possiamo veicolare quasi ogni emozione.

Lisa Vozza - Giorgio Vallortigara
Piccoli equivoci tra noi animali
Pagine 256, Euro 13.90
Zanichelli


Le fotografie del silenzio (1)


Anche i grandi possono dire delle cospicue castronerie. Ne volete un esempio? E’ di Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita... sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”.
Ben diversa la musica con Walter Benjamin: “Non colui che ignora l'alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l'analfabeta del futuro”.
Tra i libri sulla fotografia, spicca una recente, maiuscola, pubblicazione edita da Mimesis nella preziosa collana Accademia del Silenzio diretta da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot.
Si tratta di un piccolo grande libro: Le fotografie del silenzio Forme inquiete del vedere.
Ne è autrice Gigliola Foschi.
Giornalista, critica d’arte e della fotografia, è docente di Storia della Fotografia presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Attualmente scrive per la rivista “Gente di fotografia”, dopo aver a lungo collaborato con il quotidiano “l’Unità” e con numerose riviste d’arte e fotografia. Ha partecipato ai volumi: Tra luce e ombra (2004); Perché non parli? Le discipline dell’arte contemporanea raccontate dagli autori (2010); The History of European Photography Vol.I 1900-1938 (2010); Scorci di Corea/Glimpses of Korea (2013).
É anche autrice di numerosi testi per cataloghi; tra i più recenti: America ’70. La fotografia tra sogno e realtà (2014); Luigi Tazzari, 2013, (2014).

In questo libro, coglie, in modo colto ma scorrevolissimo, un singolare tema: la fotografia quando e come è esemplificazione del silenzio.
Dal quarto di copertina del volume.
“Viviamo nel tempo dei “selfie”, delle immagini che si moltiplicano pervasive sui media, nei social network. Un profluvio confuso e chiassoso di fotografie, che finirebbe per nascondere, neutralizzare il loro messaggio in un indistinto rumore di fondo. Ma non è sempre così. Vi sono immagini infatti che riescono ancora a guardarci, a interpellarci, a fissarsi saldamente nella memoria collettiva. Sono quelle che l’autrice chiama “fotografie del silenzio”. Con questo termine però non si intendono tanto le immagini che rappresentano luoghi incantati e silenti, quanto piuttosto le fotografie che sanno creare uno spazio di silenzio dentro di noi, un intervallo inquieto che ferma e sospende i nostri sguardi e i nostri pensieri, per aprirli verso un altrove, verso un “non dicibile” che ci disorienta e ci interpella.
Attraverso l’esempio di numerose ricerche di autori italiani e stranieri questo libro si propone di accompagnare il lettore in un viaggio all’interno di una fotografia contemporanea dove il silenzio può rivelarsi ‘una forza’ nel momento in cui incrina le nostre certezze, offrendosi come un dono sommesso che rivela la dimensione misteriosa nascosta nelle immagini e nella realtà stessa”.

Segue ora un incontro con l’autrice.


Le fotografie del silenzio (2)

A Gigliola Foschi (qui in una foto di Cosmo Laera, 2015) ho rivolto alcune domande.
Quale la principale motivazione che l’ha spinta a scrivere “Le fotografie del silenzio”?

Due sono state le motivazioni principali. La prima è la mia vicinanza allo spirito che anima l’Accademia del Silenzio (il mio libro esce infatti nella collana “i taccuini del silenzio” promossa dall’Accademia stessa) il cui obbiettivo è quello di diffondere la cultura del silenzio, del rispetto dei luoghi, della ricerca e della meditazione interiore, del piacere di re-imparare a riascoltare. Un ascolto che è anche un saper vedere a partire da un atteggiamento contemplativo, di attenzione, attesa e cura per il mondo che ci circonda. La seconda motivazione aveva che fare con il piacere stimolante di affrontare una sfida teorica: trattare il tema del silenzio a partire da un oggetto per sua natura silenzioso – la fotografia – che però, paradossalmente, viene considerato “rumoroso” quanto entra nel sistema dei media.

Dal libro si evince che c’è un luogo comune sulla fotografia che lei intende smentire…

Ha ragione, spesse volte mi è capito di sentire o di leggere che, per contemplare e avvicinarsi davvero alla realtà, bisogna abbandonare la macchina fotografica – strumento “diabolico” che si frappone tra l’uomo e il mondo che lo circonda – per impugnare invece un bel quadernetto, scrivere le proprie impressioni o disegnare con pazienza. Il modello di fotografia che moltissimi hanno in mente è infatti quello del turista medio che scatta al volo in tutti i luoghi da lui giudicati belli, senza realmente guardarli. Invece, tutto al contrario, chi davvero fotografa – si tratti di un reporter o di chi usa un banale telefonino – deve saper vedere e anche “sentire” la realtà che ha di fronte, creare una sorta di corrente emotiva tra lui che guarda e le situazioni che a loro volta lo “guardano” e lo ri-guardano. La fotografia è certamente rapida nel momento dello scatto, ma richiede spesso tempi lunghi e studi per ideare il propri progetti, e poi ancora indagini sui luoghi e le persone, come pure concentrazione, silenzio e attesa per trovare una luce soddisfacente e un punto di ripresa adatto. Pieter Hugo – per realizzare la sua celebre serie “Hyena & Other Men” – non ha certo incontrato per caso gli “uomini che addomesticano le iene”: prima ha dovuto sapere delle loro esistenza, poi li ha cercati per stabilire un rapporto con loro; solo alla fine ha potuto scattare.

La fotografia sociale vede parecchi tra critici e fotografi pensare che il bianco e nero sia più consono alla foto di denuncia. E’ d’accordo? Se sì, oppure no, perché?

Per prima cosa andrebbe capito che cosa si intende per foto di denuncia. Molti hanno semplicemente in mente quei reportage che mostrano i drammi della guerra o gli eventi di cui tutti parlano. Come cerco di far comprendere nel mio libro, in realtà le vere fotografie “di denuncia” sono quelle che interrogano lo spettatore, che insinuano dei dubbi nella visione senza offrirgli certezze: lo fanno sostare in silenzio pensoso perché non si limitano a mostrargli gli eventi, ma indicano in modo problematico la complessità del reale. Non a caso parlo delle opere che l’artista cileno Alfredo Jaar ha dedicato alla tragedia del Ruanda, e di quelle del palestinese Taysir Batniji su Gaza dopo l’attacco israeliano del 2008-2009. Le loro opere sono lontanissime dai classici reportage, eppure sono efficaci, forti, disturbanti. Funzionano infatti come “dispositivi” capaci di sollecitare il coinvolgimento del pubblico e di renderlo partecipe. Di fronte alle loro opere non si può più pensare: “là accadono cose terribili, ma qui noi siamo al sicuro”. Esse infatti mostrano qualcosa che, in modo misterioso ma ineludibile, ci tocca, ci guarda, ci ri-guarda (come dicevo prima). Sulla base di questi ragionamenti, chiedersi se siano più efficaci le immagini in bianco e nero o quelle a colori non ha più senso. Ogni autore può e deve scegliere il linguaggio visivo più consono ed efficace in relazione al suo progetto
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Baudrillard definisce “estasi da Polaroid” quella voglia tutta contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. A suo parere, questo desiderio che assilla (o che delizia) l’uomo d’oggi è, oppure non è, all’origine del nuovo consumo delle immagini?

In verità credo che il grande successo di tutta la fotografia, dalle sue origini ad oggi, sia dovuto al bisogno dell’uomo di trovare uno strumento che gli permetta di “possedere l’esperienza e la sua oggettivazione”. Quando Disdéri, nel lontano 1854, brevettò le sue “photo-carte de visite” ebbe subito plotoni di clienti pronti a mettersi in posa e a travestirsi davanti al suo obiettivo. Se prendiamo la celebre opera di Franco Vaccari, “Esposizione in tempo reale. Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio” (Biennale di Venezia, 1972), e la guardiamo da un altro punto di vista, potremmo scoprire che tale progetto ebbe un grande successo – alla fine il muro era pieno delle immagini che i visitatori si erano scattate con il photomatic – perché anticipava i famosi selfie e quel desiderio di far circolare le immagini di sé che oggi viene offerto da Facebook, da Instragram e altri programmi. Il bisogno di condividere le proprie esperienze, di vedersi e di farsi vedere nelle pose più vere, giocose o teatrali, ha infatti radici molto profonde. Si tratta di un’istanza archetipica (connessa con l’inconscio individuale e collettivo) che le nuove tecnologie digitali sollecitano e appagano maggiormente, lasciando ognuno libero di “giocarsela” come meglio crede. In questo caso infatti il digitale ci ha liberato dall’“ingombro” di un fotografo che vede al posto nostro; e non è nemmeno più necessario l’intervento di un artista (come Vaccari) che ci stimoli e ci inviti.

Gigliola Foschi
Le fotografie del silenzio
Pagine 54, Euro 4.90
Mimesis


Gli invisibili (1)

Come già in molti sanno, abbiamo in Italia una scrittrice di storia a livello internazionale sia per qualità di composizione sia per singolarità d’indagine: Mirella Serri.
Da anni indaga su avvenimenti che hanno segnato la nostra storia – come, ad esempio, il soffocamento da parte del Pci di quella sinistra che va da Gobetti fino a “Il Mondo” di Pannunzio (argomento tabù a sinistra da oltre mezzo secolo) – oppure a episodi che, oltre a svelare angoli oscuri del nostro passato nel ‘900, sono esemplari per capire i guasti dei nostri caratteri nazionali, dei guai che ancora ci affliggono.
Come dicevo righe sopra, c’è poi la qualità di scrittura agita da Mirella Serri. Conduce le pagine con un ritmo avvincente pur attenendosi rigorosamente a documenti frutto di accuratissime ricerche, niente romanzerie tanto per capirci.
Queste virtù le ritroviamo anche nel suo più recente lavoro pubblicato da Longanesi: Gli invisibili La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia.

Prima di addentrarci su questo titolo, ricordo il profilo editoriale dell'autrice.
Insegna Letteratura e Giornalismo all’Università La Sapienza di Roma. Collabora a La Stampa, a Ttl e a Sette-Corriere della Sera. Tra i suoi libri: “Carlo Dossi e il racconto” (Bulzoni); “Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura” (Edisud); “Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista” (Marsilio); “I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948” (Corbaccio, 2005).
Ha curato “Doppio diario. 1936-194” (Einaudi) di Giaime Pintor e ha partecipato ai volumi collettivi “Donne del Risorgimento” e “Donne nella Grande Guerra” (entrambi per Il Mulino).
Questo sito ha recensito: I profeti disarmati. La guerra tra le due sinistre (Corbaccio, 2008); Sorvegliati speciali. Gli intellettuali italiani spiati dai gendarmi (Longanesi, 2012), e ancora con Longanesi nel 2014 Un amore partigiano.

Dal quarto di copertina di “Gli invisibili”.
“All’alba del 28 aprile 1945 alcuni pullman carichi di prigionieri si fermano all’entrata del paesino di Villabassa, in Sudtirolo. A scendere per prima è la scorta delle SS, seguita da un gruppo di 139 detenuti tra cui donne e bambini. Sembrano venire dall’oltretomba, trascinano fagotti a cui sono appese pentole e gamelle, valigie legate con lo spago. Ma, nonostante l’aspetto, sono alcuni dei più noti protagonisti della recente storia europea. Sono i cosiddetti ‘prigionieri d’onore’ di Hitler, personaggi di spicco detenuti segretamente in vari lager del Reich e che Himmler, il potente ministro dell’Interno e capo delle SS, in previsione della sconfitta vorrebbe utilizzare nelle trattative di pace con gli Alleati. “Gli invisibili” ripercorre la loro avventurosa storia, i motivi che li hanno condotti nei lager e le loro terribili peripezie per approdare in Sudtirolo. Ma ricostruisce anche le vicende fino a oggi mai raccontate dell’intreccio che porta detenuti ebrei e antifascisti a trovarsi a fianco di altri prigionieri che hanno fatto parte della schiera dei «carnefici» di Hitler o di Mussolini: come il capo della polizia di Salò Tamburini, o come Filippo d’Assia, la cui moglie, la principessa Mafalda di Savoia, sarà la vittima sacrificale di oscure trame”.

Segue ora un incontro con l’autrice.


Gli invisibili (2)


A Mirella Serri (in foto) ho rivolto alcune domande.
Che cosa ti ha particolarmente interessato di quest’episodio storico tanto da dedicargli questo tuo recente lavoro?

All’inizio mi ha spinto il desiderio di raccontare gli ultimi mesi di vita del Reich fino a oggi ancora assai poco approfonditi. Dall’autunno del 1944 i nazisti cercano di nascondere, camuffare e mimetizzare tutto quello che avevano fatto: suggellano le camere a gas, cercano di mascherare i lager traboccanti di cadaveri, interrano le camere della tortura. E così mi sono imbattuta nella storia dei prigionieri illustri di Hitler che vengono messi in viaggio all’inizio del 1945 proprio mentre Himmler, Goebbels, Goering tentano di rimuovere gli orrori compiuti. Una storia molto avventurosa quella di questi detenuti dei lager sospesi tra la vita e la morte fino ai primi di maggio del 1945: l’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, il generale greco Alexandros Papagos; l’ex presidente della Banca centrale tedesca, Hjalmar Schacht; l’ex primo ministro francese Léon Blum; il famoso industriale Fritz Thyssen; il generale Sante Garibaldi e i famigliari degli attentatori tedeschi del Führer erano testimoni molto autorevoli e assai scomodi delle mostruosità dei campi di concentramento. Andavano eliminati. Fortunatamente questo non accadde.

Quale lezione ci proviene dall’avventura dei 139 prigionieri da te raccontata?

La vicenda dei 139 prigionieri che approdano a Villabassa in Alto Adige è esemplare. Si ritrovano riuniti in un unico convoglio fascisti molto importanti, come l’ex capo della polizia di Salò, Tullio Tamburini e antifascisti altrettanto noti come il generale Sante Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi, e poi ebrei come Blum e anche i suoi persecutori antisemiti caduti in disgrazia e imprigionati. A capeggiare il gruppo dei prigionieri sarà una spia inglese, Sigismund Payne Best, che riuscirà a sollecitare l’unità e a far mettere da parte le diffidenze e le ostilità.

Chi ha salvato alla fine della guerra tanti uomini dal fosco passato?

Alla fine della guerra molti fascisti e nazisti si salveranno come, per esempio, il generale Karl Woolf che sconterà pochissimi mesi nonostante avesse fatto deportare 300 mila ebrei dal ghetto di Varsavia nelle camere a gas, oppure come Tullio Tamburini che era stato il capo della polizia di Salò. Saranno le stesse forze alleate e in particolare gli americani che, in clima di guerra fredda, lasciarono liberi di scamparsela tanti ex nazisti. In Italia saranno molti gli ex fascisti che cambieranno casacca dichiarandosi antifascisti fin dalla metà degli anni Trenta e che aiuteranno anche i fascisti di Salò come Tamburini.

Mirella Serri
Gli invisibili
Pagine 238, Euro 16.40
Longanesi


Pagina 99


Una lieta notizia… Renzi si è dimesso?... no, non esageriamo, ma la notizia assai buona è: tornato in edicola dal 21 novembre Pagina 99 quotidiano del weekend.
Esce, infatti, il sabato, costa 3.50 e considerando le sue molte pagine può tenere compagnia per tutta la settimana.
Il direttore Luigi Spinola e la condirettrice Roberta Carlini, nell’editoriale di presentazione scrivono fra l’altro: “Proveremo con “pagina 99” a fare un giornalismo capace di mappare il mondo che sta dietro le storie che racconta […] Siamo nati nell’età della crisi e nella crisi vediamo anche un’opportunità di cambiamento […] Cercheremo nelle pulsioni culturali il possibile acceleratore dei processi di cambiamento. Non ci occuperemo della politica come ininterrotto chiacchiericcio attorno al potere, ma di politiche. Spingeremo la nostra curiosità nella zona grigia tra potere economico e potere politico, per monitorare le dinamiche reali che la governano.”

Tra i tanti eccellenti nomi del settimanale, noto quello di un’amica da tempo di questo sito, un’intellettuale finissima: Maria Teresa Carbone.
Traduttrice, organizzatrice culturale, curatrice con Nanni Balestrini di un attrezzatissimo sito di "letture e visioni in Rete" troppo ben fatto per restare a lungo nei palinsesti della Rai, animatrice del Festival “Roma Poesia”.
Esperta in studi sul giallo, sul noir, e sulle leggende metropolitane; di sue riflessioni su questa misteriosa oralità urbana ne troverete divertenti segni QUI nonché acquistando "Leggende metropolitane" di Jan Harold Brunvad da lei tradotto.
La sua firma su testate quali “il Manifesto”, “Alfabeta”, “Le monde diplomatique”.

A “Pagina 99” si occupa di “Arti e ozi”. A lei ho rivolto due domande.
In un’intervista che hai rilasciato ad Art Tribune dici che “Non ci sono responsabili per le varie sezioni. Come nella sua prima vita, ‘Pagina 99’ ha diversi collaboratori le cui firme, con gioia dei lettori, ricorreranno di frequente (penso a Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri per il cinema o a Ferruccio Giromini per i fumetti o a Paolo Landi e a Cristiana Raffa per la moda o ancora a Lucia Tozzi e a Manuel Orazi per l’architettura e l’urbanistica). Questo non esclude allargamenti e variazioni trasversali, con sortite anche fuori dal proprio campo abituale”.
Da quali motivazioni è nata quest’idea di trasversalità?

La trasversalità è un dato di fatto: non puoi vedere un film o leggere un libro senza inserirlo nel suo contesto, senza conoscere quello che gli sta intorno e che non necessariamente ha a che fare con la letteratura o il cinema. Già nella sua prima vita Pagina 99 ha sempre cercato di analizzare gli oggetti di cui si occupa attraverso il doppio filtro dell'economia e della cultura. Continuerà a farlo, tracciando percorsi che saldano anche punti geograficamente lontani, dove l'Italia non è al centro del mondo, ma ne fa parte. Insomma, nessun vitalismo superficiale, ma neanche la rassegnazione al declino.

Quali arti attraverseremo leggendo “Pagina 99”?

Tutte. Basti pensare che abbiamo aperto la sezione Arti del quarto numero con tre pagine dedicate al fatto che in Italia non esiste un museo della moda.


Ricorrenza sveviana


Domani 19 dicembre è la data in cui 154 anni fa nasceva a Trieste Italo Svevo.

Da un articolo del 1926, scritto da Eugenio Montale fra i primi ammiratori di Svevo.

Nasce così il romanzo moderno secondo la via additata a noi dai grandi modelli stranieri: il romanzo da accettarsi non per questo o per quel frammento, ma da accogliersi come organismo, in funzione di vita e di umanità; il libro fatto di parole dette da uomo a uomo e nelle quali la nostra vita di tutti i giorni possa riconoscersi con immediata rispondenza (...) “La coscienza di Zeno” è l'apporto della nostra letteratura a quel gruppo di libri ostentatamente internazionali che cantano l'ateismo sorridente e disperato del novissimo Ulisse: l'uomo europeo. Non è, si noti, che sian qui visioni cosmopolitiche, anime d'eccezioni od altrettali risorse; ma queste borghesi figure di Svevo sono ben cariche di storia inconfessata, eredi di mali e di grandezze millenarie, scarti ed outcasts di una civiltà che si esaurisce in se stessa e s'ignora. Più che l'eterna miseria inerente all'universalità degli uomini, l'"imbecillità" dei personaggi di Svevo è dunque un carattere proprio dei protagonisti di cotesta nostra epoca turbinosa (...) A confutare frattanto, ogni critica eccessiva, potremmo chiedere a questi scontenti in quale altro libro nostro sia contenuta una rappresentazione altrettanto profonda della media borghesia italiana di questi ultimi anni. L'osservazione ci sembra decisiva.

Se abitate a Trieste, o nelle vicinanze, oppure per quella città passate, non perdetevi una visita al Museo Sveviano le cui sorti sono assistite da Riccardo Cepach, grande studioso dell’opera di Svevo; ad esempio, QUI un suo intervento tenuto nel 2011 ad Oxford in occasione del centocinquantenario della nascita dello scrittore triestino.


Prima Materia

Dopo "Breath" un doppio CD che documenta due fasi, diverse e complementari, dell’attività di Roberto Laneri, segnalo una nuova uscita discografica.
Si tratta di un cofanetto di Prima Materia nell’edizione Die Schachtel.

Un assaggio di ascolto QUI.


Il Camerlengo

Su tutti i media largo spazio viene dato, particolarmente da qualche settimana, all’Anno Santo.
Un po’ delusi albergatori, ristoratori, tassisti di Roma che speravano in un maggiore afflusso di visitatori. Al momento, infatti, pur essendo un evento dedicato alla Misericordia, si sta rivelando poco misericordioso per parecchi.
Fra questi anche chi, lontano dal mondo dei commerci, è invaso da articoli e filmati che se rendono gioioso più di un “pretofilo”, meno allegro rendono chi non è vicino a interessi religiosi o pur credente non ama le chiassose rappresentazioni della spiritualità.
Ma… don’t panic please!... se volete concedervi un respiro di sollievo, il rimedio c’è.
Mettete in funzione il computer, mano al mouse e cliccate su Goofie.
Distribuito da quella piattaforma, prodotta da un terzetto composto da Nicolas Vaporidis - Matteo Branciamore - Primo Reggiani, è on line dal 10 dicembre Il Camerlengo, una webserie che accompagna l’inizio di questo Giubileo con un taglio di frizzante umorismo.
Vedrete un team di attori (Luis Molteni, Andrea De Rosa, Marianna Di Martino, Josafat Vagni, Francesco Arienzo, Paolo Fosso) dare vita a una serie di divertenti “backstage” ambientati nell’ufficio di un Camerlengo ritrovatosi controvoglia a seguire l’evento religioso, tra papa boys, un’esilarante guardia svizzera e il piglio irresistibile di Papa Francesco che – senza mai apparire in video – si dimostra pieno di umorismo... un mattacchione nella Roma/Italia corrotta e corruttrice.

Strutturata in 10 episodi di durata compresa tra i 45 secondi e i 7 minuti, la serie eÌ incentrata sulla figura del Cardinal Walter.
Varesino ed ex responsabile del Padiglione Vaticano a Expo 2015, il Cardinale eÌ costretto a trasferirsi a Roma, cittaÌ che odia, per dedicarsi alla gestione del Giubileo.
Affiancato da un pittoresco entourage, il Cardinal Walter deve far fronte al delirio organizzativo che incombe su Roma e Piazza San Pietro.
Lo faràÌ in modo surreale e tragicomico, messo a dura prova dalle avversitàÌ nelle quali incorrerà lungo la sua missione.
Uno spaccato dell’Italia tra piccoli grandi intoppi quotidiani, affidato alla regia di Marco Castaldi e alla sceneggiatura di Jacopo Magri.
“Il Camerlengo”, giova ripeterlo, è distribuito sulla piattaforma Goofie.
Dice Nicolas Vaporidis Abbiamo scelto il nome Goofie per indicare una direzione uguale e contraria all’entertainment (regular) a cui siamo abituati. Goofie nasce dall’esigenza di creare una struttura di distribuzione web indipendente libera da i numerosi vincoli del sistema cinema e tv. Per dare la possibilità a filmakers Italiani ed Europei di unire le forze e produrre contenuti originali e indipendenti, per il web.

Ufficio Stampa HF4
Marta Volterra, marta.volterra@hf4.it 340.96.900.12
Marika Polidori, marika.polidori@hf4.it 339.14.30.275


A viva voce


Un maiuscolo saggio sui percorsi del genere drammatico è stato pubblicato da Marsilio, è intitolato A viva voce.
L’autore è Piermario Vescovo.
Insegna letteratura teatrale italiana all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e si interessa prevalentemente di drammaturgia e del rapporto tra immagini e testi. Per Marsilio - oltre alla cura di edizioni di Goldoni, Nievo, Gallina - ha pubblicato Entracte. Drammaturgia del tempo (2007); Il tempo a Napoli. Durata spettacolare e racconto (2011); La virtù e il Tempo (2012). Agli interessi di ricerca affianca, dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, la pratica teatrale.


Dal quarto di copertina.
Le forme del teatro che si pensano “naturali” (ovvero la gran parte della letteratura drammatica dal XVI al XIX secolo) potrebbero anche ritenersi come una parentesi tra due tradizioni che precedono e seguono, in cui il rapporto tra raccontare e mostrare risulta molto più complesso, fecondo e ambivalente di quanto si supponga. Nel III libro della Repubblica Platone distingue tre “forme di dizione”, a seconda che prendano la parola l’autore, i personaggi o l’uno e gli altri insieme. Ne consegue che, accanto a una teoria aristotelica del mimetico come “incarnazione”, l’eredità del mondo antico dipana la traccia di una complessa, normalmente ignorata, tradizione del genere drammatico o “attivo”, come terreno esclusivo della parola dei personaggi. Questo libro ne disegna alcuni percorsi: l’eredità tardoantica e medievale della teoria platonica (confusa spesso dagli studiosi con la teoria degli stili) e il fondamento, ma anche i condizionamenti, che essa offre alla rinascita moderna della rappresentazione; lo sterminato terreno d’incrocio di dramma e romanzo nei secoli XVIII-XX; le prospettive del teatro epico e del superamento della drammaturgia di parola nel Novecento. Filo rosso il riferimento alla tradizione delle pratiche orali, nel lungo corso dei secoli in cui la lettura individuale e silenziosa - a cui siamo abituati e che percepiamo anzi come “naturale” - si è imposta su quella, un tempo dominante, “a viva voce”.

Segue ora un incontro con l’autore.
Come scrivi, questo libro ne contiene altri. Vorrei che tu indicassi il principale obiettivo d’analisi che ti sei posto.

Scrivere libri che si accavallano è una mia caratteristica, o forse difetto. Volevo inizialmente dedicarmi a una storia di quello che nel medioevo e nella prima età moderna si chiamava “genere drammatico”, un tipo di letteratura in cui parlano solo i personaggi e l’autore tace, la cui idea discende, per vie che ho provato a ricostruire, da Platone (nei tempi in cui non si leggeva o non si comprendeva la Poetica di Aristotele). Un percorso che, secondo me, modifica i termini della differenziazione tra “dramma” e “narrazione” e intreccia le questioni del “mostrare” e del “raccontare”, superando soprattutto la rigida differenziazione tra “testo teatrale” e “testo narrativo”. Il teatro a noi più vicino, non necessariamente legato al testo, assomiglia di più al terreno misto e complesso dei secoli che precedono il cosiddetto “Rinascimento”. Per questo il libro parla dei rapporti tra teatro e romanzo ma guarda anche, soprattutto negli ultimi capitoli, a questioni dell’esperienza teatrale contemporanea (la regia, la cosiddetta scrittura scenica, il teatro di narrazione). Ho costruito questo libro non a tavolino, ma raccontandone le varie parti in seminari tenuti in vari luoghi, non solo nelle Università, ma anche in ambienti altri, per esempio legati al teatro e alla pratica scenica.

Oltre agli studiosi di letteratura in generale, vogliamo provare a identificare più precisamente i pubblici che sono coinvolti nella lettura di “A viva voce”?

Penso che il libro possa essere letto dall’inizio alla fine, almeno me lo auguro, e che abbia un percorso complessivo comprensibile, però non mi dispiacciono affatto letture parziali o trasversali, per esempio seguendo singoli argomenti e questioni (per questo ho fatto non un indice dei nomi ma solo degli autori e delle opere considerati). Spero possa coinvolgere persone interessate alla teoria della letteratura e del teatro (i miei due libri precedenti erano dedicati al tempo nella drammaturgia e nello spettacolo), ma soprattutto “semplici” lettori di drammaturgia e di romanzi (ragione per cui mi cimento spesso col racconto di trame) e, non ultime, persone che praticano attivamente il teatro. Ho visto che le questioni qui sollevate interessavano questi interlocutori e spero che le cose che riuscivo a raccontare con qualche chiarezza non si siano troppo complicate nel passaggio dall’orale allo scritto.

L’ultimo capitolo si riferisce anche a parte della scena contemporanea, in particolare a quella che si è allontanata dal testo ma non dal suono e tanto meno dal teatro. Come interpreti questo momento di storia teatrale?

Come spettatore e persona che pratica anche il teatro attivo (dalla fine degli anni settanta del secolo scorso) non amo molto il teatro di regìa (con l’eccezione, ovviamente, delle punte alte: nel libro, per esempio, ricorre il nome di Ronconi, che ha messo spesso in scena testi in origine non appartenenti alla letteratura drammatica). Non mi piace quello che in Italia chiamiamo il “teatro di prosa”, nel senso di routine, dove la letteratura drammatica, spesso nata viva e dalla parola pronunciata ad alta voce, si ripropone morta o nella formalina dei toni e delle pause stereotipe. Nel teatro “vivo” – non sempre bellissimo, ma appunto “vivo” – trovo qualcosa di più ricco e stimolante, che può non convincermi ma che mi interessa. Allontanarsi dal testo (o da una certa esecuzione di maniera del testo) permette a volte di capire di più, appunto, il “teatro”, luogo dove si vede (secondo l’etimologia) e dove si ascolta. Dentro al libro – come ho fatto nei precedenti – ci sono quindi richiami non solo a testi ma a spettacoli e agli “artisti” che mi piacciono (Pina Bausch, Tadeuzs Kantor, Robert Lepage, Ariane Mnouckhine, ma anche narratori come Celestini o Enia o Cuticchio): metterli insieme a drammaturghi e romanzieri mi è parso inevitabile. Riguardando l’indice mi pare di dedurre che l’immediato presente appaia non straordinariamente ricco e allettante, ma non dispero.

Perché il racconto per voce sola – si pensi al mezzo radiofonico o all’audiolibro – è assai spesso più coinvolgente per l’ascoltatore che non la scena sonora a più voci?

Il teatro dell’ascolto (anche se come spettatore mi sento principalmente attratto da un teatro della visione) non ha mai finito di riguardarci, sia nella ripresa delle forme “semplici” (come quella appunto del racconto), sia nelle prospettive aperte dai mezzi tecnici (amplificazione, radio, banda registrata). La cultura occidentale ha riconquistato lentamente il sistema della “recitazione per parti” e per attori “incarnanti” i personaggi, perduto nella frattura dal mondo antico. Nel medioevo si immaginava che il teatro consistesse nella lettura da parte di una sola persona dell’intero testo con l’accompagnamento di visualizzazione parallela. Si torna dunque, inevitabilmente, ad esperienze remote, anche se non lo sappiamo, e ho provato a raccogliere nel libro qualche traccia di tale continuità. Ovviamente oggi si ricorre alla lettura pubblica anche sulla spinta di quello che si chiama l’analfabetismo di ritorno o la disaffezione alla lettura. Penso che la lettura dei testi ad alta voce – quindi anche l’audiolibro – possa offrire grandi potenzialità, se non realizzata con modalità stereotipe (se si evitano cioè le intonazioni attoriali convenzionali e di routine). Nei tempi lontani si leggeva solo o prevalentemente ad “alta voce” e quella che si dice, oggi, essere una civiltà dell’immagine, e che magari lo sarà pure, si caratterizza anche per un ritorno della lettura ad alta voce e dell’ascolto. Ecco la questione che tiene insieme, spero non solo nelle mie intenzioni, le parti o le componenti varie di questo libro, posto che il vecchio e il più recente, se non è una mia illusione prospettica, si toccano.

Piermario Vescovo
A viva voce
Pagine 392, Euro 36.00
Marsilio


Lo sciamano di famiglia


Pur ritenendolo il più grande poeta italiano dei nostri anni a cavallo di due secoli, credo che, oltre a quella saggistica, meritino maiuscolo riguardo anche gli altri libri in prosa di Valerio Magrelli che variando temi e spunti interroga rapinosamente sempre la stessa feroce materia: la Memoria.
Sia che parli del gioco del calcio praticato un tempo, sia che racconti di suoi viaggi in treno, sia che scriva della città di Roma sia che tracci una genealogia del padre.
Lo fa, in modo malandrino, anche nel più recente volume pubblicato da Laterza: Lo sciamano di famiglia omeopatia, pornografia, regia in 77 disegni di Fellini
A più distratti, ricordo che di lui abbiamo sei raccolte di versi e libri in prosa: Nel condominio di carne; La vicevita; Addio al calcio; Nero sonetto solubile; Magica e velenosa; Genealogia di un padre.
Ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino, collabora a “la Repubblica”.

In modo malandrino, dicevo a proposito di “Lo sciamano di famiglia”. Perché il richiamo a Fellini fa giustamente pensare che lo sciamano sia il grande regista – e le pagine e i disegni sostanziano quel pensiero – ma in me è sorto il dubbio che lo sciamano sia Magrelli stesso che gioca un tiro birbone a chi legge perché trasfigura sia i suoi incontri, non molti, con il monarca Federico sia la sua prima gioventù con una madre e un ambiente in cui è idolatrata e praticata l’omeopatia, sia ancora altre scene e incontri, in un gioco di specchi che dei propri ricordi ne fa memoria vertiginosa.
Magrelli aspirava a fare del cinema, nel libro racconta gustosamente il suo primo ingresso nella corte felliniana, durante le riprese di “Casanova”, tenuto ben lontano dal faro Federico, poi altri incontri un po’ meno estranei fino a ricevere una telefonata di Fellini con invito a pranzo, e tempo dopo conoscere un’intervista del regista al critico Grazzini in cui gli consiglia di leggere Magrelli perché, come ha notato anche Zanzotto, “c’è il passo della tigre in questo giovanissimo, venuto a ripagarci di annate intere di libretti astrusi”.

“Lo sciamano di famiglia”: pagine godibilissime, con un luminoso andamento discorsivo eppur coltissimo pieno com’è di riferimenti e citazioni.
Un guardare dal ciglio della strada allo sfrecciare dei ricordi come bolidi temerari in corsa, un guardare alla fuggevole film della vita pur non trascurando alcun fotogramma perché come scriveva in una sua poesia: “Ho spesso immaginato che gli sguardi / sopravvivano all'atto del vedere / come fossero aste, / tragitti misurati, lance / in una battaglia".

Valerio Magrelli
Lo sciamano di famiglia
Pagine 194, Euro 18.00
Laterza


About Life

A Napoli, al PAN, mercoledì 16, Marco Abbamondi e Stefano Ciannella presenteranno il catalogo – edito da Rogiosi, art director Attilio Sommella – della mostra che si terrà nel 2016 al Metropolitan Museum di Tokio.
Dalla stessa data, presso la sede napoletana della Gioielleria Bulgari (Via Filangieri 40) saranno esposte parti dell’esposizione che avrà luogo in Giappone.

Dal catalogo.
5 progetti, 5 storie di Arte Contemporanea che parlano di vita. In questo volume Abbamondi e Ciannella mettono in luce aspetti inediti, di alcuni dei progetti in lavorazione, da diversi anni e proposti in Italia e all’estero. Produzioni eterogenee, per un catalogo che diventa una sorta di archivio della memoria e del fare, in cui è dominante l’idea, che sia impossibile recidere il filo che tiene la realtà alla rappresentazione.
Il nucleo centrale di questa antologica è la convinzione che sia sempre l’artista-uomo, con
la sua esistenza unica e speciale (in tutte le declinazioni possibili) a essere il centro e il perno dell’arte sistema-mercato e della mutazione delle idee in progetti e delle azioni in fenomeni.

I due artisti, sono per la prima volta insieme nel 2010 in mostra a Los Angeles.
Da quell’esperienza nasce il Progetto Reinforced Concrete che sarà esposto a Milano nel 2013 e che indaga le possibilità dei materiali, nel contesto di un analisi più ampia, sullo spazio dei luoghi, attraverso un teorema che sfida le declinazioni possibili del cemento armato.
Nel 2014 in collaborazione con il Museo Archeologico di Napoli lanciano Last Finds , un progetto site specific che insiste sui concetti di spazio e tempo, attraverso la memoria; scardinano le consuete logiche e i meccanismi della conservazione; cercano di ridurre le distanze tra passato e futuro, attraverso un presente dinamico: creano falsi del contemporaneo; stuzzicano e sconcertano lo spettatore; alimentano un dibattito sulla conservazione e sull’idea di reperto.
Nel 2016 sono invitati a esporre al Metropolitan Museum di Tokyo
.


Il suono degli alberi

L’Opificio Golinelli di Bologna è in Italia uno dei punti avanzati nel proporre al pubblico i più interessanti esperimenti dell’intercodice fra scienze e arti.
Mentre è in preparazione una maratona di 60 ore rivolta ai giovani che si svolgerà alla nuova cittadella per la conoscenza e la cultura di via Paolo Nanni Costa, da venerdì 11 a domenica 13 dicembre, un‘altra testimonianza di quella intensa e lodevolissima attività, l’Opificio l’ha fornita ospitando “Years”, una performance di Bartholomäus Traubeck che si è esibito mostrando come trasforma in musica gli anelli di accrescimento di un albero.
Nato a Monaco nel 1987, è un media and sound artist, vive tra Vienna e Monaco. Ha studiato MultimediaArt a Salisburgo e Comunicazione visuale all’ArtsUniversity di Linz. Numerosi i riconoscimenti, tra i quali il Media Art Award di Salisburgo, una menzione d’onore per la musica digitale e l’arte sonora da Ars Electronica e il Premio Speciale della Provincia Autonoma di Bozen-Bolzano 2012 (KunstArt Award).
Le sue opere sono esposte in musei e istituzioni: al Museo di Arte Contemporanea di Tokyo, al Peabody Essex Museum del Massachusetts, al Museo d’Arte Moderna di Salisburgo e a Merano Arte.

Mi ha sempre affascinato - spiega Bartholomäus Traubeck - la rappresentazione visiva del tempo che passa. Gli anelli degli alberi ne sono una perfetta immagine: un anno, un anello.
“Years” è un giradischi modificato che genera musica dagli anelli di accrescimento di un albero. È un’opera semi-interattiva che può essere usata in modo molto simile a un giradischi. Al posto di una puntina, utilizza una camera con lente microscopica che scansiona la superficie di un disco di legno, mentre il braccio del giradischi si muove lentamente verso l’interno della sezione trasversale. I cerchi sono analizzati per spessore, solidità e tasso di crescita. Per tradurre tutto in musica, i dati sono mappati su una scala di note suonate da un pianoforte, i cui campioni sono riprodotti in base al dato in input. La musica nasce dall’insieme di regole del programma, ma l’insieme di regole è interpretato in modo diverso a seconda di ciascun albero. Un abete cresciuto velocemente con molto spazio tra gli anelli avrà un suono più minimalistico e calmo di un frassino, che ha una sezione complessa e intessuta sottilmente, dando vita a una composizione rumorosa ed eclettica. È una macchina man-made disegnata per dare senso a uno schema naturale. Attraverso “Years” il tempo che l’albero ha impiegato per crescere è condensato in un piccolo brano musicale. Confrontandolo con un disco in vinile, la diversità tra il tempo come quantità oggettiva e come tempo vissuto (o come esperienza del tempo) è resa percepibile
.

Cliccare QUI per visitare il sito web di Traubeck.


Lei ha mai visto Hitler?


- “No, non ho visto Hitler. Sono stato sempre al fronte”.
- “A parte il fascino che esercitava, lo considero intelligente”.
- “Non ho visto Hitler e mi dispiace. L’avrei visto volentieri”.
- “Vedere Hitler non mi ha impressionato molto, perché già allora lo odiavo”.
- “Sì, mentre passava in auto. So di una signora che ha dato la mano a Hitler e non se l’è lavata per qualche giorno”.

Sono alcune delle circa 500 risposte di varia lunghezza alla domanda: Lei ha mai visto Hitler? titolo di un libro – sarebbe piaciuto anche al Gruppo Fluxus – pubblicato da Sellerio.
Domanda rivolta per strade e altri luoghi a contadini, attrici, dentisti, commercianti, militari, casalinghe, da un autore non troppo popolare in Italia ma famoso in Germania: Walter Kempowski, nato a Rostock nel 1929, morto a Rotenburg nel 2007.
Vita avventurosa la sua, durante una visita alla madre nella DDR fu arrestato dalla polizia segreta comunista. Sospettato di spionaggio, trascorse otto anni, tra il 1948 e il 1956, nella prigione di Bautzen.
È autore di una colossale opera tesa a rintracciare le responsabilità del popolo tedesco nel regime hitleriano. Questo libro, infatti, è parte di una trilogia di “volumi d’inchiesta” (così definiti dall’autore), che comprende altri due titoli: “Lei lo sapeva?” e “Scuola”.
La notorietà gli deriva anche dal ciclo di romanzi fortemente autobiografico “Die deutsche Chronik” (La cronaca tedesca, 1971-1984) e grazie al progetto “Das Echolot” (L’ecoscandaglio, 1993-2005), gigantesca ricostruzione documentaria del secondo conflitto mondiale.
Quale ritratto del dittatore viene fuori da quest’archivio?
Una minoranza approva il suo carattere, una maggioranza disprezza il suo operato, e tanti in pratica si sottraggono alla risposta divagando. È proprio questo il gruppo più interessante di risposte perché rappresenta la cosiddetta ‘zona grigia’, una porzione di società neppure filonazista ma di fatto complice con il suo silenzio, con l’obbedienza compiacente, col giustificare il quieto vivere, se non addirittura connivente per lucrare vantaggi personali.
Mi ha colpito in particolare il fatto che nessuno di chi si dichiara antinazista lo ritragga come personaggio ridicolo, neppure chi dà la seguente risposta: “Ho assistito alle celebrazioni del primo maggio… l’ho visto marciare, molto stanco, era evidentemente truccato e il trucco – era un giorno abbastanza caldo – gli colava come lacrime sulle guance, il suo viso era tutto flaccido”.
Amato, odiato, ora falsamente definito in maniera bonaria, ora nella sua terribilità, nella memoria collettiva e individuale tedesca mai in queste interviste appare risibile o buffo (come accaduto, ad esempio, a Mussolini in similari esperimenti), per averne quel tipo di ritratto bisogna rifarsi al genio di Chaplin in Il grande dittatore, alla scrittura di Brecht in La resistibile ascesa di Arturo Ui, oppure a tanti talentuosi professionisti della vignetta.
Profetica fu una maestra quando, riferendosi a quello scolaro di terza elementare destinato a diventare famigerato, sulla pagella scrisse: “Adolf ha un cattivo carattere e cerca sempre di essere il capo”.
“Lei ha mai visto Hitler?” la dice più lunga di tanti pensosi saggi, aiuta a capire cause ed effetti del nazismo, e, al tempo stesso, rappresenta un importante momento della parabola letteraria e personale di Kempowski.

Ma se chiedessimo agli italiani chi è stato Hitler?
Ecco un’intervistatrice che il 27 gennaio scorso, Giorno della Memoria, rivolge la domanda a giovani e meno giovani a Napoli.

Walter Kempowski
Lei ha mai visto Hitler?
A cura di Raul Calzoni
Pagine 228, Euro16.00
Sellerio


Irrimediabilmente rime


Raymond Queneau (lo ricordo ai più distratti è tra i fondatori dell’Oulipo) sosteneva che “il tragico greco mentre scrive i suoi versi obbedendo a regole ferree che conosce perfettamente è più libero del poeta che scrive quello che gli passa per la testa e che è schiavo inconsapevole di regole che ignora”.
Parole che alzano il sipario anche – e, forse, soprattutto - sulla ludolinguistica voce che troviamo registrata per la prima volta sullo Zingarelli 1998 – che la definisce “branca della linguistica che si occupa di giochi di parole”, definizione giusta ma un po’ restrittiva perché da quell’area è nato, per dirne una soltanto, quel capolavoro Centomila miliardi di poesie.
Se poi il gioco è praticato sulle parole, cioè sullo strumento primo di comunicazione fra gli umani, ecco che assume la dimensione di una vertigine fra disvelamenti ed epifanie, memoria e premonizioni.
Alla ludolinguistica appartiene un autore che da anni lavora sulla cosa più seria al mondo, quindi, il Gioco. Il suo nome è Marco Ardemagni.
È conduttore radiofonico, autore televisivo e ha firmato altre imprese, per saperne di più basta un CLIC.
Un suo recente libro è intitolato Irrimediabilmente rime Poesie a pedalata assistita, lo ha pubblicato l’Editrice Eraclea, la stessa che aveva pubblicato un precedente, godibilissimo, titolo di Ardemagni Ininterrottamente Inter .
Dal quarto di copertina: "Sesso, paura, atei, Gennargentu, asciugherai, Yoghi, sperma, il, semantici, amore, rinverzicheremo, immonde, martiri, cacca, peperone, del, moscia, bestiolino.
Sono soltanto 18 delle 7891 travolgenti parole scelte per questo libro da Marco Ardemagni, il poeta di Caterpillar AM, in combutta con un nugolo di sodali dall’analogo livello culturale e morale.
Un’incredibile sequenza di morfemi che vi terrà incollati al testo dalla prima all’ultima pagina con un funambolico finale a sorpresa”, finale che, ovviamente, qui non rivelerò.
Per illustrare più compiutamente questa pubblicazione: parola all'autore.

Non perdetevi questo libro di Marco Ardemagni che crea ricreando e scrive riscrivendo. Ve lo consiglia, non a caso, questo sito on line da 15 anni con il motto: ricreazioni e riscritture.

Marco Ardemagni
Irrimediabilmente rime
Pagine 80, Ero 9.00
Editrice Eraclea


Alla ricerca dei sogni perduti


Alla Galleria Il Gabbiano è in corso una mostra di Antonino Bove e Lamberto Pignotti intitolata Alla ricerca dei sogni perduti.
La presenta Vittore Baroni.
Riproduciamo qui il suo scritto (In foto opera in mostra).

Seduzioni e incantamenti, illogicità e paradossi, alterazioni e frammentazioni spazio-temporali secondo la grammatica allegorica e universale tipica dei sogni, è quanto traspare dalle composizioni verbovisuali realizzate a quattro mani, in collaborazione differita ma anche sincretica, da Lamberto Pignotti (Firenze, 1926), poeta e saggista, uno dei maggiori protagonisti dell'intensa stagione della Poesia Visiva, e Antonino Bove (Palermo, 1945), autore multimediale dedito al connubio tra arte e scienza, da decenni impegnato in una peculiare ricerca sulla materializzazione dei sogni. Fondatore di una fantomatica “Società degli Onironauti” e inventore di apparecchiature improbabili quali l’Oniroscopio Fisicizzatore, Bove ha allestito un intrigante teatro onirico, combinando immagini enigmatiche estrapolate dalle proprie sperimentazioni e tracce di una memoria artistica comune e condivisa. Pignotti è quindi intervenuto sui collage, interagendo con notevole sintonia ed inserendovi suoi versi evocativi e pertinenti schegge di un poema concepito appositamente, in una perfetta fusione della poetica dei due autori.
Dalla metà degli anni '50, Pignotti si è imposto, con ironia e arguzia, come uno dei più originali e graffianti studiosi del rapporto fra parola e immagine, soprattutto in relazione alla comunicazione visiva nella società di massa. Tra i padri fondatori della Poesia Visiva, aderente al Gruppo '63, l’autore ha aperto nuove strade alla poesia sperimentale esaminando le più diverse dinamiche tra segni e codici linguistici nei diversi media.
Dai '70, Bove si è occupato invece del rapporto tra arte e scienza, della persistenza della memoria e del mito dell'immortalità. L'artista ha creato, nella sfera della meta-genetica, installazioni e sculture vive (arte vivente) utilizzando organismi unicellulari come il lievito, alghe marine, meduse, anguille.
Forti di queste formidabili pratiche ed esperienze, Pignotti e Bove hanno dato forma nella serie di opere in mostra ad un clima fantastico e visionario, con ibridazioni inusitate e accostamenti sorprendenti in una recherche che non mira semplicemente ad esplicitare simbologie e associazioni oniriche, ma vuole spingersi piuttosto all’interno di aree inesplorate della dimensione sogno, per interiorizzarne l’energia, per liberare nuovi archetipi e figure chiave, per incontrare non tanto freudianamente se stessi bensì l’altro, l’arcano e ineffabile, tra malinconiche fantasmagorie e incongrui ribaltamenti di senso (in una vita sempre più razionale e tecnologica). E se fossero i personaggi dell'arte, dipinti e scolpiti, a sognare la realtà di noi umani
?

Lamberto Pignotti – Antonino Bove
“Alla ricerca dei sogni perduti”
GalleriaIl Gabbiano
Via Nino Ricciardi 15
Info: T +39 0187733000 – t +39 3338299027
Fino al 7 gennaio 2016


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