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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Fronte del porno


Nell’Italia che da trent’anni a questa parte, dopo le speranze accese durante Mani Pulite, vede gli ambienti economici, ecclesiastici, politici investiti da uno tzunami di scandali, finanziari, legislativi, sessuali, fra banche di papà e cene eleganti, scrivere un testo che studia valorosamente, con un ampio ventaglio di riferimenti culturali, la pornografia, il suo ruolo sociale e semantico nella società contemporanea, è cosa assai elogiabile.
Mi riferisco a un valoroso libro pubblicato da FrancoAngeli, editore non nuovo all’attenzione su questo tema; mi piace ricordare, infatti, che fin dal 1991 aveva coraggiosamente, e con felice intuito culturale, mandato in libreria ”L’osceno di massa” di Renato Stella.
Il volume è intitolato Fronte del porno Cultura, lingua, rappresentazione dell’eros dagli albori a Internet.
Autori: Massimo ArcangeliOsvaldo Duilio Rossi.

Massimo Arcangeli, linguista, critico letterario, sociologo della comunicazione, è ordinario di Linguistica italiana all'Università di Cagliari e componente del collegio di dottorato in Linguistica storica e storia linguistica italiana della Sapienza Università di Roma; collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, con la radio e la televisione pubblica e con diverse testate quotidiane nazionali; è garante per l'Italianistica a Banska Bystrica, sede di una delle tre principali università slovacche.

Osvaldo Duilio Rossi, la cui formazione è trasversale (giuridica, economica e antropologica), fa il negoziatore privato e gestisce un organismo di mediazione civile stragiudiziale. Ha pubblicato saggi di sociologia (Cultura digitale: Wii like it!, 2008; Rete, cultura e dissenso, 2015), antropologia (L'invenzione delle lame: il coltello come medium culturale, 2009), economia (Capire l'economia politica: teoria e storia, 2013) e conflittologia (Mediazione e conciliazione, 2010; Comunicare e mediare, 2011).

Notò Alberto Abruzzese qualche anno fa: “Una volta il porno rappresentava un eccesso di voyeurismo: era lo sfondamento del genere osè. Oggi la riflessione sul porno è molto più complessa perché il consumo individuale attraverso i nuovi mezzi consente una sorta di interattività, seppure elementare, con l'oggetto pornografico e la riflessione sulla pornografia mette in gioco il rapporto con il proprio corpo. In questo senso sono mutati anche i confini tradizionali fra estetica e pornografia”

Arcangeli e Rossi esplorano il complesso percorso della pornografia in senso storico e sociologico dalle testimonianze letterarie di un tempo fino all’epoca delle “psicotecnologie” (copyright Derrick De Kerchkove).
Ecco perché s’incontrano nomi che vanno da Platone a Vatsyayana, da Sade a Barthes, dal Belli a Foucault in un libro che pur dotto, si avvale di una scrittura scorrevolissima in grado d’affascinare il lettore.
Dichiara Rossi: Nel libro che ho scritto insieme a Massimo Arcangeli proviamo a spiegare come e perché pornografia e pornolalia, nel dare fondo a tutte le loro risorse, spopolino oggi ovunque, rivendicando i loro “diritti” soprattutto in rete, ma non solo.

Una buona dimostrazione dell’ampiezza dello studio è dato dall’Indice del libro che qui di seguito troverete.


Premessa
(L'eros occidentale; Paradossi senza veli; L'eros tra identità e pensiero, linguaggio e arte; Web e capitalismo sessuale)
Epistemologia generale della sessualità
(Sex and (human) rights; L'eros in movimento; Balla coi lombi; Il potere della visione; Il tempo delle natiche; Legami a doppio filo)
Il sesso "appetito"
(Sesso e cibo; Membri commestibili; Gli "attributi" femminili: più "appetitosità" che forma; Aromi e umori)
Le parti intime. Tra etimologia e semantica
(Dalla parte di lui; Ad averle è sempre il maschio; Dalla parte di lei; Un deretano per due)
Mappe, proiezioni, "alleanze" sessuali
(Sesso e sessualità; Purificazioni corporali; Tutto, fuorché il piacere; Uomini (e donne), non animali; Il comune senso dell'impudicizia; Cartine erotiche per orientarsi; Del sacro e del profano; Il potere della violenza e del mistero; Il complesso di Adamo; Regole, premi, punizioni)
Gli sche(r)mi del sesso
(Dal piccolo schermo...; ... al grande schermo; Incursioni nella carta stampata)
Ninformatica
(Discussioni o confessioni?; Pratiche erotiche: di tutto, di più; Criteri combinatori)
Un reale sadismo politico
(Sesso e politica; The sex show must go on; Lo scandalo del potere, il potere dello scandalo; Il potere del potere; Rapporti di forza (e di forze)
Epilogo
Bibliografia.

Massimo Arcangeli – Osvaldo Duilio Rossi
Fronte del porno
Pagine 144, Euro 18.00
Franco Angeli


Gandhi

Oggi ricorre il 70° anniversario della morte di Gandhi.
Era nato il 2 ottobre 1869 in un villaggio di pescatori del Gujarat.
Nei primi anni di vita di Mohandas Karamchand Gandhi, figlio di un politico e di una donna molto pia, nulla rivelò in lui la forte personalità che possedeva.
Ma fu quell’uomo che avrebbe illuminato con il suo pensiero le forze antagoniste degli ultimi. Avrebbe innescato la fine del colonialismo.
Il 30 gennaio 1948, a Nuova Delhi, mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera, accompagnato dalle sue due pronipoti Abha e Manu, Gandhi viene assassinato con tre colpi di pistola al petto partiti da una Beretta M34 che l’attentatore aveva abilmente nascosto.
L’assassino ha 39 anni, si chiama Nathuram Godse, è un fanatico indù radicale che ha legami anche con il gruppo estremista indù Mahasabha.
Dopo l'uccisione, cerca di confondersi tra la folla e di fuggire; quando si accorge di essere braccato e di rischiare il linciaggio, però, si ferma consentendo così alla polizia di catturarlo. Nel gennaio del 1949 comincia il processo nei suoi confronti che si conclude l'8 novembre dello stesso anno con una condanna a morte mediante impiccagione.
La sentenza viene eseguita il 15 di quello stesso mese nella prigione di Ambala nell'Haryana, nonostante l'opposizione dei sostenitori di Gandhi.

QUI un video con frasi sulla non violenza e immagini della vita del Mahatma (Grande Anima).

Gandhi ha ispirato una quantità sterminata di saggistica sull’opera politica svolta, inoltre film, opere teatrali, brani musicali, sceneggiati radiofonici e televisivi.
Molte anche le biografie.
Ne segnalo una recente che lo celebra: Gandhi La biografia illustrata di Pramod Kapoor pubblicato da Rizzoli (330 pagine, 29 euro)

Dal quarto di copertina.
«L’eccezionalità delle sue conquiste ha finito per mettere in ombra molti aspetti della sua vita e del suo percorso intellettuale, che questa biografia illustrata, con un approccio radicalmente originale, cerca di risarcire, per restituire l’attualità a una delle personalità più venerate della storia moderna e contemporanea, dell’India e del mondo.
Gandhi. La biografia illustrata getta uno sguardo intimo e partecipe sul percorso che ha portato un ragazzo irrequieto, che amava divertirsi, a diventare il Mahatma: dai tempi della scuola e del matrimonio precoce nel Kathiawar alla prima esperienza nella grande Londra; dal coinvolgimento fortuito in un caso legale in Sudafrica al viaggio in treno a Pietermaritzburg che diede inizio alla sua prima battaglia per l’uguaglianza; dall’insuccesso come avvocato alla fama mondiale nelle vesti di paladino dei diritti umani».

Un acuto ritratto, con testimonianze inedite e immagini rare, del simbolo della nazione indiana e punto di riferimento per i movimenti pacifisti del mondo.


La filosofia del giardiniere

“Io coltivo il mio giardino, e il mio giardino coltiva me”, dice lo scrittore americano Robert Brault. Deve pensarla alla medesima maniera Roberto Marchesini che si fa giardiniere di se stesso in un libro di poche pagine impreziosite da una scrittura ritmata che esplora “un’antologia d’imprevisti”.
Titolo: La filosofia del giardiniere Riflessioni sulla cura
Marchesini, etologo e zooantropologo (QUI la sua biografia), è stato già ospite di questo sito in occasioni di sue pubblicazioni.
Ricordo Etologia filosofica e “Pensieri sul cane” che per la casa editrice Apeiron inaugurò la collana Pensieri.

Dalla presentazione editoriale.
«Il giardino è un libro che si sfoglia per pagine, non un progetto che si stabilizza in un piano finale e mai un miraggio che tenda a un punto di equilibrio.
Il giardino è un sogno più volte ruminato, un vortice dinamico steso nel cielo come una macchia di storni, fluttuante di piccole evoluzioni imprevedibili.
Il giardino è un laboratorio dove osservare l’atelier darwiniano. Il giardiniere passeggia sempre al suo interno con un misto di stupore e riverenza, incapace di non azzardare progetti a venire.
Il giardino è attesa e, al contempo, il saper cogliere il piacere della parzialità dell’istante, non solo perché si proietta in un futuro distonico rispetto all’immaginazione, ma anche per il suo svolgersi e dissolversi, quel mettere in gioco piani differenti del dialogo ideativo in tempi diversi. Così il prato erboso sarà lucente e forte quando ancora le siepi stentano e gli alberi altro non sono che fantasmi sorretti da rigidi tutori.
Un piccolo volume per pensare la filosofia attraverso il giardino e il giardino attraverso la filosofia».

“Le riflessioni di Marchesini” – avverte l’ultima pagina – “continuano anche on line”. Per leggere: CLIC!

Roberto Marchesini
La filosofia del giardiniere
Pagine 45, Euro 5.00
Graphe.it Edizioni


Il fantasma e il seduttore


L’editore Donzelli ha pubblicato un intenso saggio sulla figura, i temi, lo stile dello scrittore Salvatore Mannuzzu nato a Pitigliano nel 1930.
Titolo del volume: b>Il fantasma e il seduttore Ritratto di Salvatore Mannuzzu
Ne è autore Alessandro Cadoni.
Insegna materie letterarie nell’Istituto tecnico «Salvator Ruju» e Storia del cinema all’Accademia di Belle Arti «Mario Sironi» a Sassari. Collaboratore di varie riviste e del quotidiano «La Nuova Sardegna», i suoi interessi di ricerca spaziano dalla narrativa italiana contemporanea all’analisi stilistica del film. Ha scritto su diversi autori (tra questi Grazia Deledda, Roberto Longhi, Mario Soldati, Barthélemy Amengual, Cesare Cases) e ha pubblicato nel 2015 Il segno della contaminazione. Il film tra critica e letteratura in Pasolini.

Ad Alessandro Cadoni, Cosmotaxi ha rivolto alcune domande.
Pur in una pluralità di vocazioni e generi, esiste la definizione “Nuova letteratura sarda”, di cui Salvatore Mannuzzu è ritenuto un protagonista e un precursore.
Puoi darci un tuo flash su quel panorama letterario
?

Una fortunata – o fortunosa – congiunzione di termini ha fatto sì che, sull’inizio degli anni 2000, in libreria siano tornati contemporaneamente, e poi con continuità, libri di narratori sardi. Non mi pare però che ciò basti a fare di un’espressione, ‘nuova letteratura sarda’, un sistema, restando soltanto quella pluralità di vocazioni di cui giustamente dici. Ecco, si parte da formule giornalistiche, necessariamente sintetiche, a volte sbrigative. Penso a una rimasta famosa, di Goffredo Fofi, che proprio all’inizio dello scorso decennio, parlando di “nouvelle vague sarda” (grosso modo: poiché l’espressione era mi pare nel titolo di un articolo apparso su Panorama, e non nell’articolo stesso), voleva in sostanza esprimere un giudizio lusinghiero su alcuni nuovi autori che si affacciavano al romanzo. Gli anni ’90, poco prima, avevano visto l’affermazione appunto di Mannuzzu, e di Sergio Atzeni, autori così differenti eppure in grado di dialogare con due giganti del recente passato, Salvatore Satta e Giuseppe Dessì. Ora, cosa accomuna tutti questi grandi scrittori? Il fatto di essere nati in Sardegna e, allo stesso tempo, di aver affrontato l’esperienza letteraria attraverso la lingua italiana. Parlare di nuova letteratura sarda mi pare, in tal senso, riduttivo, e peraltro scorretto nei confronti di chi la letteratura l’ha fatta e la fa utilizzando il sardo, “sa limba”. Ma d’altra parte abbiamo perfettamente assorbito la lezione per cui non si può parlare di storia della letteratura in Italia senza un approccio geografico. I quattro autori citati hanno tutti un peculiare rapporto con la loro terra di origine, protagonista aggiunta dei loro romanzi. Ma non c’è sconto, non c’è mai autoassoluzione nel parlare di sé, non c’è il disegno progettato di una Sardegna che debba propagare l’immagine ‘arcaica’ di sé stessa, ora però distorta: rischio che altri invece, proprio dal 2000 in poi, non hanno saputo, o voluto, evitare.

Se è il giallo cui si tende ad accostare la scrittura di Mannuzzu, perché al tempo stesso pensi che si tratti di una parentela lontana?

Questa tendenza è data dal fatto che “Procedura”, romanzo d’esordio del 1989 (a parte un altro del 1962 pubblicato sotto pseudonimo, “Un Dodge a fari spenti”), è anche il libro di Mannuzzu che è rimasto di più, che ha avuto maggior successo, che tutti ricordano. E si tratta, appunto, di un giallo. Ma poi, nella sua bibliografia, trova posto, tra una decina di opere successive, solo un altro romanzo appartenente a questo genere. Dunque pensare a Mannuzzu come a un giallista è fuorviante: e lui, che non ha mai inseguito le sirene del mercato (non in questo modo, almeno), pur potendo, non ha fatto nulla per cavalcare un filone che, specie dagli anni ’90, può garantire vendite e diffusioni. La parentela è dunque lontana per questo motivo. Ma pure entrando nella sostanza di questi due romanzi (il secondo è “Il terzo suono”, del 1995), ci si accorge che il lavoro che Mannuzzu fa sul genere è di decodificazione delle strutture. Siamo per due volte di fronte a un caso di omicidio affidato a un investigatore (prima un giudice e poi un poliziotto). Tutto dovrebbe girare attorno a una domanda – chi è l’assassino? – e invece tutto gira attorno a un’altra: chi era la vittima? Allo stesso tempo, forse un po’ alla maniera del noir, l’altro tema portante è l’affondo nella vita dell’investigatore. Ma non se ne segue, come dire, il declino negli abissi psicologici: la sua anima è indagata, semmai, nell’incapacità a trovare il proprio posto, il proprio senso, in una realtà il cui senso progressivamente si consuma. È un investigatore (anche narratore in prima persona) inetto, insomma.

Quale ritieni sia il principale tratto stilistico della scrittura di Mannuzzu?

La sua scrittura è misuratissima eppure carica di evidenze figurali. Ma non è un caso, data tale misura, che per sua stessa ammissione la figura retorica principe sia la reticenza. Per non parlare poi dell’uso sapiente delle metafore, raddoppiate in certo senso: giacché il metaforismo, e la connessione nascosta tra oggetti e fatti, è l’ossessione dei personaggi mannuzziani, in special modo quelli che dicono “io”. Eppure credo che la profonda sostanza stilistica, quella che forse riconduce all’etimo spirituale dell’autore, risieda nella punteggiatura, precisissima e allo stesso tempo fortemente marcata, coraggiosamente fuori moda nella letteratura dei giorni nostri. In queste frasi intensamente marcate, scandite, tagliate da un uso quasi ossessivo di due punti (anche incatenati) e punto e virgola – pure retaggio della scrittura giuridico-legale a cui Mannuzzu, magistrato, s’è lungamente allenato – credo si nasconda l’avventura di un personaggio-uomo schiacciato dallo smarrimento del senso, ma ad esso strenuamente attaccato.

…………………………………..
Dalla presentazione editoriale.
«Un esordio folgorante – nel 1962, a trent’anni –, quello di Salvatore Mannuzzu, e poi un lungo “esilio” dalla narrativa, dal quale lo scrittore sardo esce con un romanzo che di nuovo e con più clamore lo riporta sotto i riflettori del pubblico e della critica, tanto da diventare un vero e proprio caso letterario. Da allora – e siamo al 1988, l’anno di “Procedura” – i romanzi e i racconti si succedono, rivelando i contorni di quella che si definisce sempre più come la figura di uno dei più solidi narratori contemporanei […] Da questo studio, in cui finalmente si offre uno sguardo a tutto tondo sull’opera narrativa di Salvatore Mannuzzu, emerge il ritratto di uno scrittore perennemente in lotta con sé stesso, capace di inchiodare la vita alle proprie contraddizioni».

Alessandro Cadoni
Il fantasma e il seduttore
Pagine 234, Euro 27.00
Donzelli Editore


Radio Cicap

Giovedì 18 gennaio 2018 ha debuttato il podcast ufficiale del Cicap, Radio Cicap, un angolo acustico dove ritrovarsi per trattare i temi del mondo scientifico, razionale e scettico, dove il rigore non è scisso dalla lievità di una chiacchierata fra amici.
Il podcast sarà disponibile ogni quindici giorni, il giovedì sera a partire dalle 19, sul sito del Cicap; sul canale Youtube del Comitato; su iTunes e su Soundcloud, QUI.


Tema del primo episodio: “Streghe e Astri”, con la partecipazione di Andrea Ferrero e le voci di Sofia Lincos, Sonia Ciampoli, Raffaele Montagnoni, Enrico Zabeo.
Per ascoltare: CLIC!

Questa prima puntata ha avuto tanto successo da classificarsi al primo posto dei podcast più ascoltati della settimana, superando anche quelli più celebri e affermati.
Un risultato molto incoraggiante di cui gli amici al lavoro possono a ragione ritenersi orgogliosi.

Tra le novità del Cicap, segnalo anche il nuovo corso, a Milano, per indagatori di misteri. Prossimo appuntamento a febbraio, con ospite speciale la senatrice Elena Cattaneo.

Coordinamento Ufficio stampa Cicap: Sonia Ciampoli
email: ufficiostampa@cicap.org
tel. 327 – 068 35 82


Giornata della Memoria

Come sanno quei generosi che leggono le mie pagine web, il sabato – così come nei giorni festivi – Cosmotaxi non va in Rete, ma la data di oggi ben merita un’eccezione.

“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di cruente certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi.
La data per la “Giornata della Memoria” fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo.

I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine: I dieci.
Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori.

Ho ricevuto parecchi comunicati che segnalano molti spettacoli e tante mostre in un giorno che in questo 2018 è particolare perché ricorrono 80 anni dalla vergogna delle leggi razziali promulgate in Italia da Mussolini.
Citare alcune di quelle occasioni potrebbe significare escluderne altre, allora scontento tutti e troverete QUI una panoramica che, peraltro, include anche alcune segnalazioni pervenutemi.

In questa mia nota di oggi, mi piacere ricordare anche la recente Apertura del MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) avvenuta il 13 dicembre scorso.
Al Museo questo sito dedicherà prossimamente uno special.

Ancora una cosa. Non perdetevi le raccapriccianti immagini di un’opera - Yolocaust - pubblicata dall'ottimo webmag Exibart.
È dell'autore satirico tedesco-israeliano Shahak Shapira autore che ha agito sul tema della Shoah legandolo a una triste moda dei nostri giorni. Dimostrando con i suoi fotomontaggi quanto non esiste limite alla stupidità di tanti.


Magrelli a Cultural Combat

In una Roma da anni “senza burle e senza ciance” come diceva il poeta (… Blok, ma non ci giuro, ho la memoria con più buchi dell’Emmenthal) con una programmazione culturale poco meritevole d’elogi, talvolta s’accende una luce.
Del resto, l’Italia tutta non brilla travolta com’è da un masso di Buona Scuola, seppellita da una valanga di Jobs Act (a proposito, ma avete notizia di un paese che chiama una legge del proprio Stato con una lingua straniera? Se sì, fatemelo sapere. Grazie).
Una luce, dicevo.
Ad accenderla è uno dei maggiori nomi del nostro scenario culturale: Valerio Magrelli in collaborazione con La Cometa dell’Arte.
L’occasione si chiama Cultural Combat e fra poco capirete di che si tratta.
Da non mancare.
Ancora una cosa: spero che in un vicino futuro questi incontri-scontri diano luogo ad una pubblicazione che vada ad aggiungersi alle tante preziose pagine che Magrelli ha dato alla letteratura italiana.

Ecco il calendario.
Teatro Piccolo Eliseo
Via Nazionale 183, Roma - Ore 20.00


Lunedì 29 gennaio
VIRGINIA WOOLF - JAMES JOYCE

Due mondi incomunicabili

Nati e morti lo stesso anno (1882-1941), i due scrittori attraversarono il modernismo restando sempre distanti fra loro. La Woolf si interrogò a lungo sul valore di Joyce, ora detestandolo, ora ammirandolo. D’altronde, le ragioni erano molte: femminile contro maschile, Londra contro Dublino, élite contro piccola borghesia. Quanto al romanziere irlandese…

Lunedì 12 febbraio

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI – GARAMOND DE LAMARTINE

Quando il borsino mente

Molti elementi legano Lamartine all’Italia: dal celebre duello del 1826 con il patriota Gabriele Pepe, all’ambientazione del romanzo Graziella (1852). Ma in questo caso la sua opera poetica verrà accostata a quella del contemporaneo Belli, al solo, sfacciato scopo di far risaltare la grandezza dell’autore romano.

Lunedì 26 febbraio

ELSA MORANTE – ANNA MARIA ORTESE

Chi è la più grande del reame?

A differenza di tutti gli altri incontri, quello fra Elsa Morante e Anna Maria Ortese non rivelerà nulla di combattivo, anzi: oltre alla profonda ammirazione della seconda per la prima, sarà infatti possibile scoprire la sotterranea presenza di un’ispirazione condivisa.

Lunedì 12 marzo

LOUIS-FERDINAND CÉLINE – MARCEL PROUST

Affinità tra incompatibili

Grande fu il disprezzo di Céline per il suo connazionale, ed è facile intuirne i motivi nell’opposizione fra piccolo commerciante e alto-borghese, antisemita e ebreo, omofobo e omosessuale. Il nome di Proust, tuttavia, è anche quello dell’unico contemporaneo citato nel Viaggio al termine della notte, tra Plutarco, Montaigne e Rousseau. Come mai?

Lunedì 9 aprile

VLADIMIR NABOKOV – FËDOR DOSTOEVSKIJ

Il gran rifiuto

Pensando al gioco tanto amato dall’autore di Lolita, la sua spietata determinazione nel cercare di distruggere Dostoevskij potrebbe essere definita come una vera e propri manovra scacchistica: “la mossa di Nabokov”. Impresa audace, certo, ma al contempo Mission impossible…

Lunedì 23 aprile

PIER PAOLO PASOLINI – GABRIEL GARCIA MARQUEZ

Oltre la stroncatura

Pochi conoscono la violenza con cui Pasolini giunse a stroncare il capolavoro di García Márquez. E dato che gli ammiratori dell’uno sono spesso devoti dell’altro, questo doloroso scontro su Cent’anni di solitudine potrà forse produrre risultati interessanti proprio in quanto inattesi.


Il piacere non è nel programma di Scienze (1)

È questo il titolo di un libro, edito da Meltemi, che, però, a rispettarne la grafica, risulta più precisamente corredato da un punto esclamativo: Il piacere non è nel programma di Scienze! con il sottotitolo Educare alla sessualità oggi, in Italia.
Sono fra quelli che amano pochissimo l’interpunzione nei titoli, ma qui l’ottima autrice del volume (e che sia ottima non è un omaggio formale perché ve ne accorgerete già ascoltandola fra poco) è parzialmente scusabile perché riporta la meravigliata, e, quindi, esclamativa risposta di un’insegnante ad un’intervista condotta proprio dall’autrice stessa: Nicoletta Landi.
Meraviglia, stupore, sorpresa, come se il sesso stesse al piacere (e tutto questo nella scuola, poi!) come un armadio sta a un levriero.
La Landi è antropologa, ricercatrice e formatrice sui temi della promozione della salute sessuale sia per adolescenti sia per adulti.
Formatasi presso l’Università di Bologna, si interessa di sessualità, salute, adolescenza, identità, genere, educazione. A competenze analitico-operative proprie della ricerca-azione, associa abilità nello sviluppo e conduzione di percorsi formativi. È particolarmente interessata all’implementazione del ruolo dell’antropologia nel dibattito pubblico.
Per una più estesa biografia: CLIC!


Dalla presentazione editoriale.

«“Il sesso orale è quello che si fa con le parole?”; “Come faccio a capire se sono innamorato?”; “La prima volta fa sempre male?”; “Quanto deve essere lungo un pene?”; “Mi piace la mia compagna di banco, non sarò mica lesbica?” sono alcune delle domande che i ragazzi e le ragazze fanno durante le scarse ore di educazione alla sessualità messe loro a disposizione dai servizi sociosanitari e scolastici italiani. Basato su una ricerca-azione focalizzata sullo sviluppo di un percorso educativo chiamato W l’amore, il testo analizza la promozione del benessere sessuale e relazionale destinata ai più giovani nel contesto italiano contemporaneo – collocato in uno scenario internazionale più ampio – esaminandone le politiche e le pratiche educative pubbliche. Offre spunti analitico-operativi per problematizzare l’educazione alla sessualità, e per sviluppare – anche in Italia – una promozione della salute affettiva e sessuale integrata e capillare».


QUI il sito web dell’autrice.

Segue ora un incontro con Nicoletta Landi.


Il piacere non è nel programma di Scienze! (2)


A Nicoletta Landi (nella foto) ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

Questo libro è nato da una ricerca svolta per il mio dottorato di ricerca, titolo che ho conseguito presso l’Università di Bologna nel giugno del 2016. Si basa su una ricerca-azione di stampo antropologico svolta all’interno di un servizio socio-sanitario pubblico destinato agli adolescenti, lo Spazio Giovani dell’AUSL di Bologna. Come antropologa, nell’arco di tre anni, ho analizzato i processi sociali e educativi che costruiscono e gestiscono la salute sessuale dei più giovani nel contesto italiano e olandese e, allo stesso tempo, ho cercato di collaborare con il personale dei servizi locali per rendere questi stessi processi più inclusivi e plurali. Per una ricercatrice come me, infatti, è molto importante sperimentare e usare le proprie competenze in maniera interdisciplinare, pubblica e propositiva. In particolare, tutto il percorso di ricerca-azione si concentra su uno specifico progetto di educazione all’affettività e alla sessualità – promosso dalla Regione Emilia-Romagna – chiamato “W l’amore”. Destinato ai docenti, agli studenti e alle famiglie delle Scuole secondarie di primo grado, intende offrire competenze e spazi di approfondimento su affettività, salute sessuale, identità, relazioni e tutti gli argomenti correlati allo sviluppo psico-sessuale e relazionale di ciascuno.
Per saperne di più del progetto, consiglio di guardare il sito www.wlamore.it mentre per approfondire i temi dell’antropologia pubblica e professionale, rimando a www.anpia.it o alla pagina Facebook di ANPIA, Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia.

Fra i paesi occidentali è possibile identificarne qualcuno in cui l’educazione sessuale è correttamente comunicata agli adolescenti?

In base alla mia esperienza, i Paesi più virtuosi per quanto riguarda la promozione del benessere sessuale, affettivo e relazionale degli adolescenti (e degli adulti) sono quelli del Nord Europa. Faccio particolare riferimento ai Paesi Bassi, dove mi sono recata insieme alle operatrici dei servizi emiliano-romagnoli per sapere di più del loro approccio – che definirei laico, inclusivo e progressista – all’educazione sessuale. Si tratta di uno Stato che investe sistematicamente risorse economiche e umane in questo ambito: ciò rende adeguati i processi di ricerca e d’intervento volti a valorizzare la pluralità delle esperienze e delle identità di tutti e tutte. L’educazione alla sessualità, in questi contesti, non è caratterizzata solo da un approccio di tipo sanitario ma più ampio: riguarda e dà valore all’autodeterminazione della persona.
Il percorso cui s’ispira “W l’amore” – “Long Live Love”, sviluppato da Rutgers e SOA Aids Nederland – è attivo nei Paesi Bassi da ben venticinque anni, mentre in Italia mi sento di affermare che quello che regna su questi temi è per lo più il silenzio, misto a frammentazione e discontinuità, sia per quanto riguarda le politiche sia le pratiche educative. Ultimamente il dibattito sull’educazione al genere – insieme al contrasto al (cyber) bullismo e alla prevenzione della violenza di genere – sta fortunatamente riportando sullo scenario pubblico italiano i temi dell’autodeterminazione e del benessere, ma spesso i toni restano accesi senza progredire verso un reale confronto sociale e politico tra le parti. A oggi, infatti, non esiste una Legge che tematizzi, regoli ed implementi su scala nazionale l’educazione alla sessualità per adolescenti. Per sapere di più di “Long Live Love”, consiglio di guardare il sito www.langlevedeliefde.nl (in Olandese e Inglese)

Nella scuola pubblica e privata in Italia, quale ruolo attribuisci alla cultura cattolica nella mancanza di un’educazione sessuale?

Il riferimento al cattolicesimo che sembra permeare universalmente e inesorabilmente i nostri riferimenti socio-culturali per quanto riguarda l’educazione sessuale e la sessualità più in generale, è una costante che ritrovo in molti discorsi delle persone con cui mi confronto. Sia tra i professionisti dell’ambito educativo, sia tra le persone comuni. Gli italiani e le italiane si dipingono spesso come un popolo che ha un rapporto ambiguo col sesso: se da un lato ci definiamo molto interessati al tema, dall’altro sono in tanti a enfatizzare l’ambiguità e l’ipocrisia con cui gli argomenti legati alla sessualità siano trattati sia in privato sia sulla scena pubblica.
Personalmente credo che un certo cattolicesimo – più o meno organizzato – abbia (avuto) un ruolo cruciale per quanto riguarda il posizionamento rigido delle persone su questioni socio-politiche ed etiche centrali: dall’interruzione volontaria di gravidanza all’uso del preservativo, dal mancato riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali fino alla recente questione della cosiddetta (inesistente) “ideologia gender”. Tuttavia, se consideriamo il rapporto degli italiani col sesso come realmente contraddittorio, credo che questo abbia radici complesse di tipo storico, politico, sociale oltre che prettamente religioso. Queste andrebbero analizzate, sviscerate e, su di esse, bisognerebbe costruire nuove prospettive di tipo plurale, inclusivo, e soprattutto scevro da condizionamenti che ledono all’autodeterminazione di ciascuno. Riportare i temi della pluralità identitaria e sessuale nel dibattito pubblico - in maniera competente e laica – non è, a mio avviso, solo auspicabile ma anche necessario. Non solo per i giovani ma per ciascuno di noi, di là dalla varietà dei riferimenti religiosi, politici, e socio-culturali.

Anche nella Sinistra ci sono stati e ci sono ancora tanti ritardi (basti pensare alle esitazioni e tardive adesioni che si ebbero ai referendum su aborto e divorzio). Da dove viene quella pruderie?

Personalmente, credo che considerare l’ideologia politica come garanzia di coerenza – progressista o conservatrice – su questi temi, rischi di essere una prospettiva che non comprende la molteplicità di fattori che orientano la politica stessa. In particolare, con temi sensibili che hanno a che fare con questioni bioetiche così complicate come quelle della sessualità e della salute, mi sembra quasi ovvio che le posizioni possano essere in contraddizione o “in ritardo”. Se pensiamo si tratti di solo di pruderie, credo che la sua origine si possa ritrovare nell’assenza di un dibattito onesto su questi temi nelle famiglie, nella scuola, nelle aule universitarie, nei servizi, nei contesti sociali in generale. Credo però non si tratti solo di pruderie, ma dell’assenza delle competenze necessarie per riflettere e legiferare adeguatamente su questi temi. Quanti sono i politici che conoscono la differenza tra persone transgender e intersessuali? E quelli che sanno cosa vuol dire coming out e come questo si differenzi dall’outing? Chi di loro se la sentirebbe di suggerire il modo migliore per parlare d’amore con una classe di quindicenni? Chi è in grado mettere in discussione e a confronto opinioni, esperienze e valori su questioni così personali, oltre che politiche?
Insomma, alla politica – di Destra o Sinistra che sia – suggerisco innanzitutto di studiare, e poi di sperimentarsi laicamente restando lontana da condizionamenti di sorta. Solo in questo modo potremmo, come cittadini e politici, riflettere e occuparci adeguatamente di temi che, lungi dall’essere lontano dalla quotidianità, costituiscono uno spazio di riconoscimento e azione socio-politica fondamentale.

Perché sostieni che, ad eccezione dell’aspetto sanitario, non esiste un sesso sicuro?

Perché ritengo che il sesso costituisca spesso un salto nel vuoto che si basa sul confronto, oltre che con parti profonde di sé, con un’alterità mai totalmente sondabile. Avere un rapporto sessuale, una relazione di un’ora, un anno o una vita, ha a che fare con la dimensione della godibilità, del piacere, del consenso, della responsabilità ma anche della sperimentazione, del gioco, della scoperta, del potere. In quest’ottica non ci trovo spazi di sicurezza, e questo può essere a mio avviso (anche) un bene. La sessualità – una volta ottimizzati i rischi sanitari – riguarda un altro tipo di rischio: quello della relazione con l’alterità - quella dentro e fuori di noi – e con il desiderio. Questo, processo incessante e costitutivo della nostra stessa esistenza, orienta il nostro rapporto con la vita e con l’altro, e ci guida verso le traiettorie più imprevedibili, rischiose, disarmanti, e inaspettate.
L’educazione alla sessualità dovrebbe tematizzare quanto più possibile anche questi aspetti. Non ridursi, quindi, ad affrontare solo questioni sanitarie, ma più articolate e – spesso – perturbanti.

Nicoletta Landi
Il piacere non è nel programma di Scienze
Pagine 230, Euro 18.00
Meltemi


Dosvidania, Nina!

Questa scritta, sulla tomba (nel reparto greco ortodosso del cimitero dell’isola di San Michele) di una giovane russa morta a Venezia nel 1886, colpì Claudio Facchinelli, raffinato rabdomante di storia e letteratura, al punto che per tre anni, da Omsk a San Pietroburgo a Venezia, si è dedicato a un’indagine che l’ha portato a visitare archivi, biblioteche, epistolari, libri, memoriali, rintracciando e ricostruendo la vita di Anna Jakovlevna Sluckaja, detta Nina, figlia del tenente generale Jakov Aleksandrovic Sluckij
Da quest’avventura è nato un libro: Dosvidania, Nina!, edito da Sedizioni.
Per chi volesse incasellare questo volume in un preciso genere letterario, l’operazione si presenta assai difficile.
Faccio dire il perché allo stesso autore che così scrive nell’Introduzione.

Quando mi chiedono a che genere letterario appartenga questo libro, mi trovo in imbarazzo. Sicuramente non si tratta di un saggio, né di un romanzo. È uno scritto che nasce da un incontro, emotivamente importante, di oltre trent’anni fa; non con una persona, ma con una tomba, o forse con un fantasma, la cui sfuggente apparenza mi aveva affascinato e ha per decenni occupato i miei pensieri e stimolato mia fantasia.
Fra le fantasticherie che quella tomba aveva suscitato, c’era la convinzione che Čechov l’avesse notata, durante uno dei suoi viaggi a Venezia. Le date erano compatibili e, in più, fra le scarse informazioni che quel monumento funebre forniva, c’era un nome, “Nina”, e una scritta che a lei si riferiva come “figlia di un generale”. Come non pensare ai due capolavori di Anton Pavlovič, Il gabbiano e Tre sorelle?
Nel gennaio 2010 ricorrevano 150 anni dalla nascita di Anton Čechov e, fra le molte celebrazioni che si stavano preparando, avevo avuto notizia di un incontro che un gruppo di giovani teatranti, provenienti da vari angoli del mondo, intendeva organizzare a Elec, un luogo citato nell’ultima scena de Il gabbiano. L’iniziativa era dedicata a Nina Zarečnaja, eroina del dramma, attrice čechoviana per antonomasia. Mi ero unito al gruppo e, in quella cittadina sommersa dalla neve, avevo raccontato le suggestioni che quella tomba mi aveva offerto, sostenute dalle poche notizie che, nel frattempo, ero riuscito a recuperare.
Ma il fantasma di Nina si era via via impossessato di me e, al mio ritorno, sentivo che dovevo approfondire le mie ricerche, partendo dalle scarne informazioni, in parte contraddittorie, che quella tomba mi consegnava: una scritta in italiano con una data di morte, a Venezia, ma non quella di nascita, in Siberia; la scritta in russo che la indicava freddamente come figlia di un generale di fanteria; un’altra, sempre in russo, diversamente affettuosa, con un lieve errore di ortografia.
La ricerca è durata non meno tre anni. Alcune piste si sono rivelate fallaci, e le ho abbandonate; altre erano affascinanti, ma non documentabili con sicurezza; percorrendone altre ancora, mi ero affacciato su realtà dolorose e pudiche, al cospetto delle quali avevo preferito arrestarmi.
Sono riuscito, tuttavia, a scoprire le tracce di una storia di amore e di morte.
Partendo da queste, potevo forse scrivere un’avvincente storia romanzata, sull’amore infelice fra una baronessina di Pietroburgo e un rampollo dell’alta borghesia veneziana, ma non ho voluto farlo.
Ho preferito riportare la cronaca fedele della mia ricerca, con i suoi errori, le delusioni, gli entusiasmi per le scoperte. Messe insieme e collegate logicamente tutte le informazioni che ero riuscito a reperire, come tessere di un mosaico disperso, mi son accorto che rimanevano delle lacune. E allora, come un artigiano che, restaurando un vaso antico, prende atto che alcuni cocci sono andati perduti, ho modellato, negli spazi mancanti, alcuni pezzi di raccordo, dichiarandoli esplicitamente come tali, anche con un carattere tipografico diverso. Sono poche pagine, che raccontano cose che non sono riuscito a documentare, ma della cui sostanziale aderenza al vero sono convinto
.

Claudio Facchinelli è uomo di scuola e di teatro, ha coniugato l’esperienza didattica con quella teatrale, acquisita negli anni Settanta come assistente alla regia con Orazio Costa Giovangigli e Lamberto Puggelli, promuovendo istituzionalmente l’attivazione di laboratori teatrali nelle scuole quale strumento di prevenzione del disagio giovanile. In tale ambito ha collaborato con l’Eti, il Miur e Agita (associazione per la promozione del teatro nella scuola e nel sociale), della quale è stato vicepresidente.
Saggista, giornalista e critico teatrale, ha pubblicato – e pubblica – specie nell’ambito del teatro di ricerca e del sociale (scuola, carceri, handicap, ragazzi), con riviste specializzate (Hystrio, Sipario, Teatri delle diversità, Stratagemmi) e con siti web (Tuttoteatro, Persinsala, Corriere spettacolo); ha tradotto e scritto testi sul teatro della scuola (Come a teatro, Ghisetti e Corvi; Dramatopedia, Edizioni Corsare).
Ha collaborato a produzioni video del dipartimento Scuola educazione della Rai ed ha partecipato come relatore o docente a incontri e corsi indetti da associazioni culturali, enti locali, provveditorati, ministeri, università e presso la Scuola d’arte drammatica “Paolo Grassi”. Ha partecipato a giurie e forum critici, anche all’estero, di festival di teatro ragazzi, della scuola, dell’università.
È attivo in iniziative sulla memoria della Shoah, sul cui tema ha curato le pubblicazioni “Voci dalla Shoah”, Nuova Italia, e “Un ragazzo ebreo nelle retrovie”, Giuntina.

Claudio Facchinelli
Dosvidania, Nina!
Pagine 120, Euro 15.00
Edizioni Sedizioni


Taci, memoria

La casa editrice L'Orma ha aggiunto un’altra grande occasione di lettura al suo catalogo – sfogliatelo e lo troverete ricco di ghiottonerie – con Taci, memoria di Maxim Biller Polemista dalla penna sferzante, collaboratore di giornali quali “Die Zeit” e “Rolling Stones”, suoi testi sono stati pubblicati anche sul “New Yorker”.
Questo è il suo primo libro tradotto in Italiano.
Il traduttore è Marco Federici Solari (QUI un suo intervento audiovisivo sull’editoria) studioso di letteratura comparata, libraio a Roma – libreria Libri Necessari – cofondatore con Lorenzo Flabbi della casa editrice L’Orma. Oltre a Biller, ha tradotto, tra gli altri, Franz Kafka, Ciaran Carson, Jan Peter Bremer.

A lui ho rivolto alcune domande.
Nel pubblicare Biller qual è stato il principale merito che hai visto in quell’autore?

Maxim Biller è uno dei più sorprendenti e talentuosi narratori della sua generazione. I suoi romanzi e racconti hanno suscitato ampio consenso critico e alcuni – come ad esempio Harlem Holocaust – sono letti e discussi in Germania anche nelle scuole. Dopo anni di militanza da traduttore, critico e polemista, Biller – classe 1960, ebreo, ceco di nascita, ma emigrato da bambino in Germania dopo la Primavera di Praga – esordì nel 1990 portando nella letteratura tedesca contemporanea un tono irriverente e melanconico, cosmopolita e al contempo carico di burrascosa passionalità da romanzo russo. Nell’ultimo trentennio si è imposto come il cantore della vita ebraica in Germania dopo la Shoah, capace di indagare i cortocircuiti ironici e tragici dell’appartenenza a un Paese infestato da orrori mai del tutto confessati e sensi di colpa spesso troppo esibiti.
In particolare, oltre alla maestria letteraria – testimoniata ad esempio da una stupefacente versatilità di registri –, a pubblicare Biller ci ha spinto la sua capacità unica di illuminare quella «zona grigia» in cui le vittime sono costrette ad assumere una parte delle responsabilità dei carnefici e quel che ne consegue è un destino lancinante, grottesco e sublime in cui anche un singolo gesto riesce a raccontare tutta una vita.

La più rilevante difficoltà che ti si è presentata nella traduzione di “Taci, memoria”?

La difficoltà nella traduzione di Biller sta nel rendere in italiano un sarcasmo tragico che a volte si deforma in puro sghignazzo e altre si scioglie in dolce ed elegiaco lirismo. La sua è una lingua molto varia e stratificata, tagliente d’ironia e speziata di desiderio, che si muove sinuosa per frasi di ampia voluta o sobbalza sincopata in dialoghi serrati. Richiede al traduttore l’inseguimento della sua stessa elastica duttilità.

Immagina di dover consigliare la lettura di questo libro. Quali ragioni esporresti?

“Taci, memoria” è un’antologia dei migliori racconti di Maxim Biller, dal 1990 al 2013. Oltre vent’anni di grande scrittura animata da personaggi febbrili e contraddittori, e dai veleni e le estasi della Storia europea spaziando dal Nazismo alle purghe di Stalin, dalla falsa coscienza della Germania di oggi fino all’incubo surreale della vita di Bruno Schulz che compone l’ultima novella della silloge. E inoltre – miracolo di uno stile che è un’esplosione di vitalità –, è un libro capace di strappare, spesso nella stessa pagina, lacrime liberatorie e irrefrenabili risate.

Maxim Biller
Taci, memoria
Traduzione di Marco Federici Solari
Pagine 282, Euro 16.00
L’Orma Editore


L'arte del macello

Molti arretrano di fronte al futuro come se ogni minuto del giorno già non lo contenesse. Temono quel futuro che scienza e tecnologia propongono a ritmi sempre più accelerati, si rifugiano in un passato – immaginato, chissà perché, sempre migliore del presente – e vivono ignorando che tantissimi avvenimenti straordinari si sono già avverarti, che, ad esempio, tanto per dirne una soltanto, – già dal 13 settembre del 2013 la sonda americana della Nasa “Voyager 1”, primo oggetto creato dall'uomo a uscire dal Sistema solare, sta navigando nella nostra galassia continuando a mandare ancora oggi, mentre leggete questa nota, sulla Terra nitide immagini e dati fino a ieri ignoti.
Eppure quegli stessi che parlano male del progresso, sono ben felici che sia stata inventata l’anestesia quando siedono dal dentista o entrano in una camera operatoria.

Preambolo, forse, non inutile per presentare un libro, pubblicato da Bompiani intitolato L’arte del macello Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana.
Ne è autrice Lindsey Fitzharris.
Storica della medicina, ha conseguito un dottorato in Storia della Scienza all’Università di Oxford. Ha creato il blog “The Chirurgeon’s Apprentice” sugli orrori della medicina preanestetica e la serie You Tube Under the Knife, viaggio nella storia della medicina all’insegna di un macabro umorismo.
Ha scritto per il Guardian, l’Huffington Post, Lancet, “New Scientist”.
Vive nella campagna inglese con il marito, Adrian Teal, e due gatti.

Che cosa racconta in modo – precisazione cui tengo – assolutamente non romanzesco ma attenendosi a una rigorosa ricerca su testi che l’hanno preceduta e documenti da lei consultati? La storia del quacchero scozzese Joseph Lister, medico che nell’estate del 1865 applicò una benda imbevuta di fenolo alla gamba di un ragazzo cui un carro gliela aveva tritata. Il paziente guarì. La storia della chirurgia – ma meglio dire che la storia della medicina – aveva conosciuto una svolta approdando nell’età moderna.
Ma quali erano le condizioni in cui si svolgevano le operazioni a quel tempo?
La descrizione della Fitzharris è degna di un film sadohorror.
Spesso il chirurgo neppure era medico, appariva in sala col grembiule insanguinato da precedenti interventi, la velocità era il suo massimo pregio e per raggiungere traguardi da record non esitava a tenere tra i denti l’affilata lama che squarciava carni, segava ossa.
La stanza era piena di spettatori che indossavano gli stessi abiti con cui erano stati in una taverna di malaffare fino a poco prima, fra loro c’era chi mangiava, altri fumavano, indifferenti alle strazianti urla dei pazienti che fino a metà secolo venivano operati senz’anestesia e quando essa comparve, non sempre era usata con perizia.
In pratica, chi sopravviveva all’operazione, assai spesso, moriva poco dopo a causa d’infezioni contratte per le infelici condizioni in cui era stato tenuto.
L’antisepsi e l’anestesia hanno costituito le più importanti tappe nello sviluppo delle tecniche e cure chirurgiche, ma Lister non ebbe vita facile nonostante i ripetuti successi che riscuoteva. Somiglia, in parte, la sua storia a quella del medico ungherese Ignazio Semmelweiss che a Vienna osservando le donne che morivano di febbre puerperale, s’accorse che erano contagiate da mani che poco prima avevano compiuto autopsie o visitato malate infette. Qui mi piace aprire una breve parentesi per ricordare che il grande Celine si laureò in medicina proprio con una tesi sulla vita e le ricerche di Semmelweiss che, deriso dal mondo scientifico, tragica fatalità, morì di setticemia.
A Lister andò meglio, ma tante furono le difficoltà che dovette superare tutte narrate da Fitzharris con documentata puntualità.
Lister si ritirò dalla vita professionale quando sua moglie morì nel 1893 in Italia. Fu colpito da una conseguente depressione e poi da un ictus. Morì il 10 febbraio 1912 nella sua casa di campagna a Walmer nel Kent, all'età di 84 anni.
Gran bel libro che illustra un importante momento della storia della scienza facendo conoscere da vicino Joseph Lister: un benefattore dell’umanità.

Dalla presentazione editoriale.
«Teatri anatomici stipati di studenti e curiosi, il tavolo operatorio incrostato del sangue di interventi passati, il lezzo inconfondibile di carne putrefatta: nel XIX secolo assistere a un'operazione chirurgica non era cosa per deboli di stomaco. ''L'arte del macello'' rievoca un periodo della storia della medicina in cui anche una ferita lieve poteva portare a una morte orribile. I chirurghi, elogiati per la forza bruta e la velocità di esecuzione, raramente si lavavano le mani, il camice o ripulivano gli strumenti. Ancor più delle patologie dei pazienti, a essere mortali erano le infezioni postoperatorie, che i medici non sapevano sconfiggere. In un tempo in cui la chirurgia non avrebbe potuto essere più pericolosa, un giovane chirurgo quacchero di nome Joseph Lister osò sfidare i contemporanei affermando che i germi erano la causa di ogni infezione e che potevano essere trattati con un antisettico. E così facendo cambiò per sempre la storia della medicina, portandoci dritti nel mondo moderno».

Lindsey Fitzharris
L’arte del macello
Traduzione di Roberto Serrai
Pagine 352, Euro 20.00
Bompiani


Mareyeurs


C’è stato un tempo in Italia in cui nelle sale cinematografiche prima del film era d’obbligo proiettare un documentario. Non sempre bene accolto dagli spettatori. Spesso, infatti, erano pallosissimi. Credo fosse dovuto a una legge. Intendo la proiezione in sala, non l’obbligo d’essere pallosissimi. Nella produzione documentaria di quel tempo, però, hanno debuttato tanti registi italiani che sono poi approdati al lungometraggio, un nome per tutti: Antonioni, di cui ricordo “Gente del Po”, “N.U.”, e lo splendido “L’amorosa menzogna” sul mondo dei fotoromanzi italiani del dopoguerra, sui suoi divi e i suoi lettori.
In tempi vicini, nel 2013, inserire “Sacro G.R.A.” nella selezione del concorso ufficiale al Festival di Venezia è stata una piccola rivoluzione che si è rivelata vincente quando proprio a quella pellicola di Gianfranco Rosi è stato assegnato, meritatamente, il Leone d’Oro; vincerà poi anche il Nastro d’Argento nel 2014.
Insomma il documentario in Italia vanta una buona tradizione e sono tanti i nuovi nomi che vanno proponendosi alla ribalta internazionale.
È il caso, ad esempio, di Matteo Raffaelli (dal suo sito web QUI la biografia) in gara al 31° FIPA - Festival International de Programmes Audiovisuels di Biarritz (Francia) – con “Mareyeurs”.

Dal comunicato stampa.

«Selezionato tra oltre 1300 proposte giunte da tutto il mondo, il documentario dell’italiano Matteo Raffaelli parte dalla storia di un giovane mareyer senegalese, Ibrahima, per toccare temi universali, tra etica del consumo e politica globale, per offrire un quadro inedito del commercio ittico intercontinentale, legato alle migrazioni, e un racconto attento e minuzioso di come lo stravolgimento di una filiera produttiva locale possa andare a intaccare la vita quotidiana di tutti, su scala mondiale.
In Senegal un milione e mezzo di persone vive di pesca, negli ultimi dieci anni la quantità di pesce è diminuita del 80% a causa dello sfruttamento dei mari e ogni giorno si lotta per una vita migliore, lontano dal proprio paese.
Ibrahima, intermediario tra pescatori e dirigenti delle aziende di pesca locali, preoccupato dalla scarsità del pesce in Senegal e dalla costante diminuzione del suo reddito, decide di emigrare in Europa. ”Mareyeurs” mette in luce il faticoso quotidiano di questo giovane senegalese, portavoce di tutti coloro che, come lui, sono alla ricerca di migliori condizioni di vita. Insieme con la figura di Ibrahima, sullo schermo una costellazione di personaggi unici e reali come Mame Fotou Kaire imprenditrice a capo del sistema matriarcale del commercio ittico nella città di Saint Luis.
Ad accompagnare il viaggio emozionante di Mareyeurs, in un Senegal raccontato con intelligenza e perizia dal regista italiano Matteo Raffaelli, si uniscono le musiche di Marco Del Bene e Roberto Procaccini e una fotografia in grado di mostrare attraverso quadri cromatici d’impatto e mai banali la bellezza di un mare e un territorio che incontrano le sfumature del cielo africano sotto al quale si svolge la battaglia quotidiana per una vita dignitosa
».

Il film è prodotto da Ocean Film di Francesco Congiu in sinergia con HF4 società di comunicazione e marketing digitale di Marco Del Bene.

QUI il trailer di “Mareyeurs”.

Ufficio Stampa HF4 – www.hf4.it
Marta Volterra: marta.volterra@hf4.it +39.340.96.900.12
Federica Baioni: federica.baioni@hf4.it + 39 329 811 32 69

“Mareyeurs”
Scritto e diretto da Matteo Raffaelli
Fotografia: Marco Petrucci
Montaggio: Domenico Zazzara
Musiche: Marco Del Bene – Roberto Procaccini
Produzione: Francesco Congiu
23 e 25 gennaio '18, Fipa, Biarritz


Dimensione Fragile


Mesi fa su questo sito presentai, edito da Mimesis, il libro Elogio della Fragilità con un’intervista all’autore Roberto Gramiccia.
Il successo riscosso dal volume ha determinato il lancio di un Manifesto della Fragilità che potete leggere con un CLIC.
Ne è poi nata l’idea di una mostra che si terrà a Roma alla Biblioteca Vallicelliana.
QUI il comunicato stampa.

Dimensione Fragile
Biblioteca Vallicelliana
Piazza della Chiesa Nuova 18, Roma
b-vall.promozione@beniculturali.it
tel. 06.68802671
20 gennaio - 24 febbraio 2018


La solitudine del punto esclamativo (1)


Presento oggi un libro importante e delizioso pubblicato da il Saggiatore, è intitolato La solitudine del punto esclamativo.
Ne è autore Massimo Arcangeli uno dei massimi linguisti italiani e raffinato critico letterario. Ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari e garante per l’Italianistica nella Repubblica Slovacca. È consulente scientifico per la Società Dante Alighieri e direttore di festival culturali. Collabora con l’Istituto Enciclopedia Italiana Treccani e numerose testate giornalistiche e radiotelevisive si avvalgono della sua firma.
QUI il suo sito in Rete.

Libro importante perché esplora, facendone la storia, il mondo dei segni grafici che danno respiro alla lettura e ritmo alla pagina con la loro presenza.
Libro delizioso perché ricco di episodi storici, aneddoti e leggende che danno sapidità a una scrittura dotta ma per niente accademica tanto che il volume può essere goduto anche da qualsiasi lettore.
Particolarmente lo consiglio agli insegnanti e a quanti di noi lavoriamo nei media perché quelle pagine sono anche una guida all’espressività dello scrivere e una riflessione socioletteraria sulla scrittura; specialmente oggi che sono intervenute nuove tecnologie meccaniche che hanno creato “psicotecnologie” (copyright Dennis de Kerckhove).

I segni d’interpunzione hanno tanta importanza con la loro presenza com’è testimoniato anche dalla loro assenza, si pensi, ad esempio, ad alcuni scrittori delle avanguardie.
Kierkegaard racconta che un biblista da giorni si disperava perché un accento rendeva enigmatica una parola ebraica, poi la moglie si recò da lui preoccupata dalla sua assenza e, saputane la ragione, soffiò sul foglio e fece volare un filino di tabacco che aveva assunto forma d’accento sulla parola causa di tanta perplessità.

Dalla presentazione editoriale.
«Come si è deciso che un punto nel bianco della pagina dovesse rappresentare una pausa lunga? Perché il cancelletto e la chiocciola sono diventati così importanti nelle nostre scritture quotidiane? E quali saranno i simboli del futuro? Impareremo a leggere e scrivere su Internet o ci sarà una rivoluzione nelle scuole?
Immergendosi nelle grandi opere del passato – tra le segrete numerologie della Divina Commedia, gli oracoli della Sibilla, gli acrostici di Napoleone – e perlustrando le più recenti tecnologie di comunicazione – come Facebook, Twitter e le innumerevoli chat –, Massimo Arcangeli ricostruisce e interroga nella Solitudine del punto esclamativo secoli di profonde mutazioni nelle lingue di tutto il mondo. Con il rigore scientifico della ricerca sapienziale e l’incalzare di una narrazione favolistica, riscopre così negli enigmi e nei giochi, nelle deviazioni e nelle scoperte accidentali dei caratteri tipografici le chiavi per decifrare il nostro passato e, con sospetto o fascinazione, provare a immaginare il futuro».

Segue ora un incontro con Massimo Arcangeli.


La solitudine del punto esclamativo (2)


A Massimo Arcangeli (in foto) ho rivolto alcune domande.
Perché è solo il punto esclamativo?

È l'unico che, insieme ai tre puntini di sospensione, riesce a resistere al forte ridimensionamento dei segni d'interpunzione. Per questo, nella copertina del volume, è stato immaginato come l'estremo difensore di una squadra di calcio. Se lo “bucano” è finita, la partita è persa irrimediabilmente.

La punteggiatura è da sempre esistita oppure ha più epoche di nascita?

Ogni segno d'interpunzione ha la sua storia, in molti casi affascinante. Prendiamo proprio il punto esclamativo. C'è chi ha preteso di scorgerne l’origine nell’iniziale della parola latina interiectio, o nella collocazione l’una (i) sull’altra (o), poi ridotta alla forma di un puntino, delle due vocali dell’interiezione Io (anche questa presente in latino). Il probabile inventore del segno del punto esclamativo per come lo conosciamo è stato invece un maestro di grammatica, Iacopo Alpoleio da Urbisaglia; insegnò a Macerata dal 1404 al 1406 (secondo alcuni fu al servizio di Coluccio Salutati) e se ne è preso il merito in un trattato di punteggiatura, composto intorno al 1360, ritenuto a lungo di paternità petrarchesca.

La stessa frase con la stessa punteggiatura sulla pagina stampata o sullo schermo di un sms ha lo stesso tipo di comunicazione oppure no?

Digitare è una cosa molto diversa da scrivere, e la diversità manuale fra le due modalità influenza anche i modi del pensiero, l'organizzazione delle idee che, proprio a causa di quella diversità, finiscono per strutturarsi in forme a loro volta diverse. La punteggiatura gioca allora in casa se parliamo di scrittura tradizionale, ma in una temibilissima trasferta se il campo di gioco è quello della scrittura elettronica. Questa ha trasformato perlopiù l'interpunzione tradizionale in un'altra cosa (e dunque, anche su di me, ha effetti diversi da quelli prodotti da una pagina a stampa), quando non ha invece sacrificato i segni che ritiene meno adatti ai suoi scopi o non li ha riadattati. Se chiudo un messaggino con il punto fermo, chi lo legge – è già accaduto – può rispondere: “Sei arrabbiato?, “Ho fatto qualcosa che non dovevo fare?”, “Cosa c'è che non va?”. Perché il punto fermo, per molti utenti digitali, dà il particolare tocco di un tono secco o perentorio. Come di chi voglia chiuderla lì, perché contrariato o altro.

Chioccioline, cancelletti, faccine, sono nuovi segni o già esistevano?

Nessuno dei tre segni è nuovo. Il cancelletto è antichissimo, le faccine sono almeno ottocentesche e la chiocciolina, che separa notoriamente, in un indirizzo di posta elettronica, il nome (o il nick name) dell’utente dal nome del dominio, risale almeno all'età tardo-medievale: era un segno in uso presso i mercanti per indicare l'unità di misura detta in spagnolo arroba e ancora oggi, nell'ispano-americano e nel portoghese brasiliano, è adoperato nella compravendita di prodotti animali e vegetali. A non tener conto della natura archetipica della chiocciola: assomiglia a un vortice, alle volute del guscio dell'animale che chiamiamo proprio chiocciola, a un labirinto e alle tante altre immagini simboliche riprodotte sugli svariatissimi oggetti che l'archeologia ha riportato alla luce.

L’assenza della punteggiatura (penso, ad esempio, al monologo di Molly nell’Ulisse di Joyce o a una pagina di Antonio Pizzuto) quale riflessione produce in lei oggi?

L'assenza della punteggiatura, se davanti a me c'è un libro nella sua forma tradizionale, continua a destabilizzarmi fortemente. Se il libro è invece elettronico la destabilizzazione che provo è più debole. È come se, in un modo o nell'altro, avvertissi che la punteggiatura di un testo digitale è meno “funzionale” al mezzo rispetto alla punteggiatura presente in una pagina a stampa.

Massimo Arcangeli
La solitudine del punto interrogativo
Pagine 336, Euro 19.00
Il Saggiatore


Time is Out of Joint

S’intitola con parole tratte dall’Amleto questa indovinata mostra che miscelando generi e tempi si svolge a Roma alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea che ha trovato nuovi impulsi con la direzione di Cristiana Collu (in foto).
In quest'intervista la direttrice della Gnam racconta la sua storia.

Attraversando le sale, guardando le opere, si chiariscono le intenzioni di Cristiana Collu che dice … le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero "prequel" e "sequel" insieme: un cinema al contrario, dove la fotografia, la visione ha un ruolo chiave nel cristallizzare e trattenere tensioni così fertili anche nella loro composta presenza. Time dispiega un tempo cinematografico, un racconto, un flusso di memoria.

Bene ha interpretato tutto questo l’art-video, intitolato “Shapes Out of Time”, diGiorgio Nasti, videomaker romano formatosi alla Sae institute of Filmmaking ad Amsterdam.
Per vedere il video: CLIC!

Ufficio Stampa: Laura Campanelli
gan-amc.uffstampa@beniculturali.it
T +39 06 32 298 328

Time is Out of Joint
Curatori: Cristiana Collu, Saretto Cincinelli
Galleria Nazionale Arte Moderna
Viale delle Belle Arti 131, Roma
Fino al 15/04/2018


Costellazioni

Dalla Treccani per Ragazzi: «Da sempre gli abitanti del nostro pianeta collocano in cielo i propri sogni, le proprie aspirazioni, i propri miti e le proprie leggende. Nel cielo gli uomini identificarono anticamente figure di animali, di persone o di oggetti che noi oggi chiamiamo costellazioni. Questo è accaduto in ogni angolo della Terra anche se noi oggi, per tradizione, siamo abituati a identificare in cielo le costellazioni stabilite soprattutto dagli antichi Greci. Molte costellazioni sono ben visibili a occhio nudo e possiamo ammirarle in una notte senza Luna piena. In una notte priva di Luna e in un luogo senza troppo inquinamento luminoso si riescono a distinguere circa 3.000 stelle senza bisogno di un telescopio».

La casa editrice Editoriale Scienza ha pubblicato Costellazioni Le stelle che disegnano il cielo, un gran bel libro, manco a dirlo stellare.
Autrice del testo: Lara Albanese, laureata in fisica con una tesi sulle particelle elementari. È stata responsabile di diversi progetti finanziati sia a livello locale sia europeo, ed ha collaborato come consulente nel campo della didattica e della comunicazione della scienza con osservatori astronomici, università ed enti di ricerca italiani ed esteri. È professoressa a contratto presso l’Università degli studi di Parma.
Per il suo lavoro ha vinto numerosi premi, fra i più recenti: nel 2013 l'Andersen; nel 2014 il premio “Un libro per l’ambiente” (Legambiente), nella sezione divulgazione.

Le illustrazioni contenute nel libro sono di Daniela Guicciardini. Dopo la maturità classica, s’iscrive alla facoltà di Lettere moderne. La passione per la letteratura destinata ai ragazzi le fa però cambiare presto direzione: segue i corsi di litografia della Scuola del libro di Urbino e i corsi serali dell'Accademia di Brera. Nel 1976 pubblica il suo primo libro, "La bambola abbandonata", di Alfonso Sastre (Emme Edizioni). Inizia così il suo percorso professionale nell'ambito della letteratura per ragazzi, che la vede tutt'oggi collaborare con importanti case editrici italiane ed estere.
Nel 2014 ha vinto il Premio Andersen come migliore illustratrice.

88 sono le costellazioni riconosciute dall’UAI (Unione Astronomica Internazionale) e se volete saperne di più sull’astronomia nelle sue tante aree di studio, vi consiglio di cliccare QUI.
Dicevo prima dell’Unione Astronomica, ecco mi si presenta l’occasione per ribadire che gli astronomi non vanno confusi con gli astrologi, tema caro a Margherita Hack che troverete anche in una mia intervista a quella grande astronoma... a proposito, il catalogo di Editoriale Scienza si avvale di tre libri firmati dalla Hack.
Gli astrologi, infatti, non tengono conto di quanto rilevato dagli astronomi: le costellazioni attraversate dall’Eclittica non sono 12 ma 13. Inoltre, i calcoli degli astrologi sulla posizione del Sole (formalizzati molti secoli orsono) non tengono conto del fenomeno della precessione degli equinozi e attribuiscono al Sole una posizione che non corrisponde a quella effettiva.
In pratica le loro previsioni sono, nella migliore ipotesi, perniciosa pseudoscienza.
C’è quindi da restare sbalorditi quando in coda a Gr e Tg del mattino (perfino di quelli cosiddetti pubblici, della Rai!) è presentata una rubrica dedicata agli oroscopi accanto alle previsioni meteo di natura esclusivamente scientifica (lì eventuali errori sono da attribuire a chi compie le rilevazioni non alla natura del metodo).

Concludendo, mi piace segnalare anche una divertente soluzione grafica nelle pagine di “Costellazioni”. Stando in un locale buio, puntando la luce di una torcia sulle pagine con le stelle fosforescenti e poi spegnendola appariranno le costellazioni che si vogliono osservare.

Dalla presentazione editoriale.
«Da sempre il cielo notturno affascina gli uomini. Fin dall’antichità i popoli di tutto il mondo, guardando le stelle, hanno immaginato linee che le collegano e che formano dei disegni: le costellazioni. Dal Cigno ai Gemelli, da Cassiopea a Pegaso, scopri come individuare le varie costellazioni e conosci le leggende di cui sono protagoniste.
Accanto ai miti e alle storie delle 16 costellazioni descritte, tanti concetti e informazioni di astronomia. Trovi inoltre otto mappe del cielo che ti aiutano a riconoscere le costellazioni (due – quadrante nord e quadrante sud – per ciascuna stagione)».

Lara Albanese
Costellazioni
Illustrazioni di Desideria Guicciardini
Pagine 64, Euro 18.90
Editoriale Scienza


L'Archivio Spatola


Da anni Maurizio Spatola (in fotografia), fidando solo sulle sue forze e senza alcun aiuto economico pubblico manda avanti un Archivio di poesia verbovisiva e soundpoetry che abbraccia un tempo che va dalle avanguardie storiche ai nostri giorni.
Accanto a questi materiali esiste un prezioso repertorio di riviste ormai altrove introvabili sicché per gli studiosi della letteratura d’avanguardia è obbligatorio passare per quell’Archivio onde consultare la grande massa di pagine, illustrazioni, fotografie lì conservate.
Ora Maurizio segnala di avere messo in rete un documento (con foto) sul progetto Maison Poétique ideato dal fratello Adriano nel 1966 con la collaborazione di Claudio Parmiggiani, Arrigo Lora Totino, Laura Castagno, Leonardo Mosso, Alessandro De Alexandris.
Il documento contiene un articolo di Giovanni Fontana comparso sul numero 58 de “il verri” nel 2015 e il catalogo della mostra sull’argomento allestita nella Galleria Rocca Tre di Torino nella primavera scorsa.
Con questo i testi online nel sito sono ora 157 per 6237 pagine, 73 files audio e 13 video.


Maurizio Spatola, via Usodimare 11/8, 16039 Sestri Levante (Genova), Italy
Tel. (39).0185.43583 Mobile 333.3920501
www.archiviomauriziospatola.com
www.archiviomauriziospatola.wordpress.com


L'editrice Oltre

Da quasi dieci anni Oltre è presente nello scenario editoriale italiano articolando la produzione attraverso una ragionata serie di collane.

Al timone Paolo Paganetto (1950), proveniente da studi classici.
Richiesto di una sua biografia, con elegante sintesi così la riassume.

- Per tutta la vita imprenditore per necessità (intolleranza al lavoro dipendente) in diversi settori (alimentare, immobiliare, industriale);
- 1970: tra i fondatori del Teatro Laboratorio di Genova con mansioni di sceneggiatore e regista;
- fine anni 70 / primi anni 80: collaboratore di Giorgio Albertazzi in Bottega a Firenze (sceneggiatura e regìa);
- operatore culturale (organizzazione di eventi) per hobby;
- 2009: co-fondatore della Oltre edizioni.
- 2015: salvataggio da morte certa del marchio editoriale Gammarò;
- 2017: fondazione del marchio Topferr.

A Paolo Paganetto (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è la complessiva vocazione espressiva che orienta la produzione di Oltre

Quando, nel febbraio 2009, dopo circa otto mesi di riunioni, di definizioni del progetto, di riflessioni sulla linea editoriale da seguire, il mio socio ed io fondammo ufficialmente la Oltre edizioni per la pubblicazione di opere di saggistica, con l'intenzione di fare un'operazione con strette finalità culturali ma con le carte in regola per stare in piedi economicamente, stabilimmo alcune regole principali da seguire lungo il cammino:
- innanzitutto ci premeva il rispetto del più assoluto rigore scientifico nella trattazione degli argomenti e ci siamo riproposti di non venir mai meno a questo principio cardine nella nostra futura produzione;
- poi abbiamo deciso che avremmo optato per l'utilizzo di un linguaggio che fosse comprensibile a tutti, non solo agli addetti ai lavori, ma che nello stesso tempo potesse però essere considerato curato e corretto anche da esperti delle materie trattate
- infine, abbiamo rivolto la nostra attenzione allo sguardo che doveva porsi sulle vicende trattate nei nostri libri: lo volevamo originale il più possibile, lo volevamo non convenzionale né stereotipato, ma volevano anche che fosse, nello stesso tempo, libero, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio.

Quale metodo usa per selezionare le proposte che le pervengono?

I testi da pubblicare vengono selezionati, in prima battuta, dai responsabili di ciascuna collana che, oltre a vagliare le numerose proposte che ci pervengono, non di rado commissionano la trattazione degli argomenti, da loro stessi scelti, ad esperti di loro fiducia. Dopo di che vengono proposti alla nostra Direzione, costituita dal mio socio e da me.

Immaginiamo che le sia data in questo momento la possibilità di varare una legge – e una soltanto – a favore dell’editoria italiana

Non ho mai creduto che possano essere le leggi a riuscire a risolvere i problemi dell'editoria italiana, che hanno radici profonde e lontane nel tempo e aspetti che riflettono la situazione del nostro paese in generale e che lo differenziano da altri paesi europei (si pensi all’eccessiva burocrazia con cui anche l’editoria deve fare i conti, ai problemi di una distribuzione spesso troppo onerosa per i piccoli editori, alla difficoltà di trovare spazi nelle sempre più scarse librerie e in certi siti leaders del mercato on line). Ma se fossi costretto a suggerire qualcosa, partirei da lontano, dalle radici, sollecitando una riforma di una scuola che sia degna di questo nome, che non abbia la paura di fare anche qualche incursione nel passato, per recuperare alcune idee perdute che conservano tuttora una loro validità e che sono state trascurate semplicemente perché considerate vecchie.

Rispetto ad altri paesi europei il management editoriale in Italia è competitivo o no?

Devo dire onestamente che non sono in grado di fare paragoni (e poi "i paragoni sono odiosi", come diceva Kerouac). Una cosa è certa però: parlando di management dobbiamo prendere in considerazione solo i grandi gruppi editoriali, perché sono essi che fanno il mercato. Probabilmente noi siamo sognatori, ma non riusciamo a considerare l'editoria come qualcosa di completamente avulso da una funzione di promozione della crescita culturale. Ed è questo quello che non vedo nell'attuale management che, probabilmente, sarebbe bravissimo anche a gestire fabbriche di lavatrici o aziende che producono mobili. Il libro è un’altra cosa, non può essere considerato sempre e soltanto un prodotto come tanti altri.

Best seller. Giuliano Vigini dice che In Italia i successi di vendita nascono per caso.
Mario Spagnol è del parere che il best seller oggi va programmato.
Il sociologo Mario Peresson afferma che “Gli autori italiani vogliono vendere milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose, assai spesso, non sono compatibili”.
Un suo parere sul best seller: è possibile prefabbricarlo? Se sì oppure no, perché
?

È assolutamente vero quel che dice Vigini. È altrettanto vero quel che dice Spagnol, ma è anche vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e che spesso si investono ingenti quantità di denaro, di sforzi, di risorse su un libro o su un autore che poi fanno flop drammatici. Quello di Peresson è un parere tecnico assolutamente condivisibile, la fotografia di una realtà un po' patetica, ma che poco c'entra, mi pare, col successo editoriale.
E poi, bisognerebbe definire meglio "best seller": parliamo di enormi vendite in pochi mesi o possiamo anche considerare una buona e costante vendita negli anni? La prima si adatta ai grandi gruppi editoriali, la seconda ai medi e piccoli.
Per una gran quantità di ragioni.
Il primo libro che pubblicammo, nel maggio del 2011, “Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi”, di Klaus Schmidt (per anni referente per l'archeologia preistorica del Vicino Oriente nella Sezione di Studi Orientali del Deutsches Archäologisches Institut di Berlino e scopritore dell’importanza del sito di Göbekli Tepe, in Turchia) ebbe una vendita eccezionale per circa otto mesi, ma poi si stabilizzò su buoni livelli e ancora oggi, a distanza di sette anni, è una colonna portante della nostra casa editrice.
Ognuno ha il suo best seller.

Per i redattori della carta stampata, radio-tv, webmagazine, l’Ufficio Stampa di “Oltre”
è condotto da Angela Melgrati: 02 – 72 09 47 03, angela.melgrati@libero.it

Oltre Edizioni, Via Torino 1
16039 Sestri Levante
Tel. (+39) 0185 – 45 91 33
Fax (+39) 0185 – 18 36 405


Le 10 mappe che spiegano il mondo

La casa editrice Garzanti ha mandato in libreria un libro che spiega quanto accade sul nostro pianeta e quanto potrà accadere.
Titolo: Le 10 mappe che spiegano il mondo. L’autore è Tim Marshall.
Per trent’anni è stato corrispondente estero di BBC e Sky News, inviato di guerra in Croazia, Bosnia, Macedonia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libano, Siria, Israele.
I suoi articoli sono apparsi sul Times, il Sunday Times, il Guardian, l’Independent.
È fondatore e direttore del sito di analisi politica internazionale thewhatandthewhy.com

La tesi del volume capovolge la lettura degli avvenimenti fatta attraverso la tradizionale ottica politica perché Marshall interpreta la Storia attraverso lo Spazio dove si svolge, in altre parole la interpreta attraverso la geografia.
Non a caso nell’incipit così è scritto: “Vladimir Putin dice di essere un uomo religioso, un grande sostenitore della chiesa ortodossa russa. Se è così, forse ogni sera, quando va a dormire, recita le sue preghiere e chiede a Dio: «Perché non hai messo un po’ di montagne in Ucraina?».
Perché se quel terreno fosse stato montagnoso, non ci sarebbe quella sterminata prateria che è la Pianura Nordoccidentale, punto di accesso assai vulnerabile a un attacco contro i russi.
Fiumi, monti, mari, foreste, ghiacciai hanno condizionato la Storia, secondo Marshall.
A chi gli obietta che le attuali tecnologie militari possono superare gli ostacoli d’un tempo, afferma che nonostante i missili a testata atomica le armi più potenti sono ancora il gas e il petrolio, risorse che alla terra dove si trovano appartengono.
In questo volume, infatti, il mondo geografico in cui viviamo è letto come un grande, incomparabile libro che ha determinato la storia in cui l’uomo ha tracciato i suoi segni.
Marshall, attraverso un articolato viaggio fisico, corredato da una grande quantità di dati aggiornati, compone nel libro un mosaico geopolitico ricco di fulminanti intuizioni e dimostrazioni.
Il volume è strutturato in 10 Capitoli, cioè nelle 10 mappe del titolo, in realtà 10 macroregioni:

1.Russia
2.Cina
3.Stati Uniti
4.Europa occidentale
5.Africa
6.Medio Oriente
7.India e Pakistan
8.Corea e Giappone
9.America Latina
10.Artide.

I capitoli sono integrati da quanto mai opportune cartine che permettono di visualizzare il discorso tenuto dall’autore. Un discorso che scorre fluidamente attraverso una scrittura chiara, scorrevole che fa pensare al ritmo di una buona conversazione radiofonica.
Scrisse Karl Schlögel: “I luoghi sono testimoni affidabili. I ricordi sono flessibili, al punto che si possono immaginare e inventare passati. I luoghi, al contrario, non si adattano: sono sempre stati dove sono. Hanno una vita propria. Una specie di diritto di veto. Sono le montagne che continuano a esistere anche quando la fede che le ha spostate è svanita da tempo”.
La prefazione vanta la firma di uno che se ne intende di terreni militari e sia delle opportunità sia delle difficoltà operative che presentano. Difatti l’ha scritta Sir John Scarlett che è stato dal 2004 al 2009 direttore del Secret Intelligence Service (MI6).
Scrive fra l’altro: “… questo libro è pieno di intuizioni lucide e di rilevanza immediate per la nostra sicurezza e il nostro benessere”.
Ancora una cosa. Il volume ha un Indice dei nomi che lo rende di facile consultazione; lo segnalo perché ho notato – anche presso valorose editrici – da qualche tempo a questa parte l’abitudine a trascurare quell’Indice omettendolo,

Dalla presentazione editoriale.
«Per comprendere quel che accade nel mondo abbiamo sempre studiato la politica, l’economia, i trattati internazionali. Ma senza geografia, suggerisce Tim Marshall, non avremo mai il quadro complessivo degli eventi: ogni volta che i leader del mondo prendono decisioni operative, infatti, devono fare i conti con la presenza di mari e fiumi, di catene montuose e deserti. Perché il potere della Cina continua ad aumentare? Perché l’Europa non sarà mai veramente unita? Perché Putin sembra ossessionato dalla Crimea? Perché gli Stati Uniti erano destinati a diventare una superpotenza mondiale? Le risposte a queste domande, e a molte altre, risiedono nelle dieci fondamentali mappe scelte per questo libro, che descrivono il mondo dalla Russia all’America Latina, dal Medio Oriente all’Africa, dall’Europa alla Corea. Con uno stile chiaro e una prosa appassionante, Marshall racconta in che modo le caratteristiche geografiche di un paese hanno condizionato la sua forza e la sua debolezza nel corso della storia e, così facendo, prova a immaginare il futuro delle zone più calde del pianeta».

Tim Marshall
Le 10 mappe che spiegano il mondo
Prefazione di Sir John Scarlett
Traduzione di Roberto Merlini
Pagine 324, Euro 19.00
Garzanti


Primo

In un momento come l’attuale in cui si è fatta aggressiva la propaganda negazionista e si rafforzano gruppi di estrema Destra anche grazie a una Sinistra indaffarata a occupare posti in organigrammi pubblici, a coprire malefatte di amici e parenti, quanto mai opportuna è la riproposizione di dolenti memorie civili.
Un monumento letterario che risponde a tale necessità è “Se questo è un uomo” (QUI la tormentata storia editoriale di quel libro) di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987). Famosi i versi introduttivi di quel volume che potete ascoltare dalla voce di Arnoldo Foà.

Un recital teatrale che da quelle celebri pagine deriva è Primo, in cui Jacob Olesen (nella foto) veste i panni di Primo Levi.
Uno spettacolo che già ha avuto successo in Russia e in alcuni teatri italiani e che ora, prima di altre repliche, troviamo al Teatro Argentina di Roma.
Le parole scorrono su musiche originali di Massimo Fedeli mentre la regìa è di Giovanni Calò che così dice: A volte si sopravvive per poter raccontare. Primo vuole dare voce alla sua testimonianza, perché non si può dimenticare, non si deve. La parola di Levi, insieme alla grande valenza letteraria del suo racconto, hanno favorito il nostro lavoro e mostrato la strada da seguire. I suoi dialoghi hanno già una forza teatrale e la descrizione che fa degli uomini aiuta il lavoro dell’attore.

Lo spettacolo s’inserisce nel percorso di Stagione “Il dovere della memoria”.
Al centro della scena il ricordo e il confronto con la nostra eredità storica affinché anche le nuove generazioni ne diventino testimoni. Su questa linea le produzioni proposte al Teatro India: “Il coraggio di dire no” di Alessandro Albertin su Giorgio Perlasca, un “giusto tra le nazioni”; “Viva l’Italia - Le morti di Fausto e Iaio”, di Roberto Scarpetti (15 maggio). Tra le ospitalità: “Shoa”, frammenti di una ballata di e con Fabrizio Saccomanno e “Redi Hasa”, storie di adolescenti al tempo della Shoah; “La Primavera di Praga” di Jitka Frantova, moglie del politico ceco Jiri Pelikan, in prima linea contro l’invasione dei carri armati russi nel 1968; “Tante facce nella memoria” sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, regia di Francesca Comencini.

Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino
Tel: 06 – 684 000 308 ^^^ 345 – 44 65 117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Teatro Argentina di Roma
“Primo”
da Se questo è un uomo di Primo Levi
con Jacob Olesen
regia Giovanni Calò
produzione Enrico Carretta
Info: 06 684 00 03 11 / 14
dal 15 al 20 gennaio


Il paesaggio italiano


Tra le novità apportate da Franco Iseppi, in foto, QUI una sintetica biografia, da quando, nel 2010, ha assunto la presidenza del Touring Club Italiano c’è quella di pubblicare all’inizio di ogni anno un librino, con temi legati al viaggio e all’ambiente presenti nell’imponente archivio di scritti di cui è fornito il Club.
Tanti i nomi prestigiosi che hanno scritto per il Touring: da Italo Calvino a Dino Buzzati, da Valentino Bompiani a Giulio Carlo Argan e a tanti altri di cui quella piccola pubblicazione annuale ha riproposto pagine poco note o dimenticate.

Già nel 2015 l’opuscolo del Touring era stato dedicato al paesaggio e quest’anno Iseppi è tornato sul tema scrivendo nella presentazione: … se la nostra comunità nazionale non riuscirà a trovare il modo di porre un freno a quell’anarchica, speculativa, egoistica e contraddittoria gestione del territorio italiano, siamo veramente destinati a fare una brutta fine, distruggendo tutti i valori naturali, ambientali, storico-artistici ma anche più ampiamente culturali e produttivi che distinguono e valorizzano, da secoli, la nostra Penisola. Il paesaggio non è un “quadretto” che si vede dalla finestra. Non è nemmeno una vista panoramica, né un prezioso “scorcio” di natura. Paesaggio è tutto il territorio costruito dall’uomo (o dagli eventi) su un contesto naturale preesistente, un’opera incessante e plurisecolare.
Seguono pagine tratte dal volume “Il paesaggio italiano. Idee, contributi e immagini" pubblicato dal 2000 dal Touring e distribuito a tutti i soci.
Si leggono stralci da interventi di Corrado Barberis (Il paesaggio agrario); Antonio Paolucci (Il paesaggio come ritratto dell’Italia antica); Vittorio Emiliani (Il paesaggio tra passato e presente); Alberto Clementi (La rigenerazione dei paesaggi italiani); Roberto Vacca (Il paesaggio che ci sarà).

L'ambiente: se è vero – ed è vero – che le direttive governative sono in parte inadeguate, in parte confuse, e mancanti di un coordinamento legislativo con troppe leggi che contraddicendosi permettono speculazioni e abusi, è pur vero che esistono altre responsabilità. Mi riferisco a quella dei cittadini di questo paese i quali nella maggior parte sono i primi a maltrattare l’ambiente. Basti pensare a quanto avviene nei rifiuti, dove assai spesso non è praticata la differenziata, alle cartacce che svolazzano su verdi prati, a spiagge avvilite da sporcizie, a fiumi che appaiono come tavolozze dei pittori tanto sono colorati da scorie chimiche, insomma è giusto e bene criticare il Governo per quanto non fa o fa male, ma, per onestà intellettuale, assumiamoci noi cittadini, per primi, le colpe che abbiamo.

AA. VV.
Il paesaggio italiano
Touring Club
Pagine 24, s. i. p


Grandi affari (1)


Stanlio e Ollio: da novant’anni divertono platee cinematografiche e, da alcuni decenni quelle televisive, facendo ridere tante generazioni fin da quando si incontrarono per la prima volta nel 1921 sul set di Cane fortunato.
La casa editrice Mimesis - nella collana Cinema/Origini diretta da Elena Dagrada - ha pubblicato un piccolo saggio dedicato a Stan Laurel (Ulverston, 16 giugno 1890 – Santa Monica, 23 febbraio 1965) e Oliver Hardy (Harlem, 18 gennaio 1892 – North Hollywood, 7 agosto 1957) che in cento pagine offre una serie d’illuminazioni critiche.
Il titolo del libro: Grandi affari Laurel & Hardy e l’invenzione della lentezza.
Ne è autore Gabriele Gimmelli, dottorando presso l’Università di Bergamo.
È redattore della rivista Doppiozero, membro del comitato direttivo di Imm@gine, periodico online dell’AIRSC (Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema). Collaboratore di Filmidee, ha scritto per Moviement, Cenobio, Cinergie, Cineforum e Nuova Prosa. Recentemente, insieme con Diego Marcon, ha realizzato un videosaggio sul cinema di Totò dal titolo “La morte e il principe”, presentato alla 70esima edizione del Festival di Locarno.
Il libro, pur puntato sul film Grandi affari (1929), per ragioni che Gimmelli spiegherà fra poco è, a mio avviso, parecchio di più perché è uno studio raffinato su quello storico duo, indagandone in modo originale i segni espressivi che lo ha reso meritatamente famoso.

Dalla presentazione editoriale.
«Distribuito nelle sale americane nella primavera del 1929, Big Business (noto in Italia come Grandi affari) è l’ultimo capolavoro muto di Stan Laurel e Oliver Hardy e uno dei titoli imprescindibili per chi voglia accostarsi alla loro opera. Ancora oggi costituisce un esempio raramente eguagliato di slow burn, l’estenuante progressione di gag verso la prevedibile catastrofe finale: una tecnica che nel tempo diverrà il marchio di fabbrica della coppia.
Questo volume – il primo in assoluto interamente dedicato a Big Business – propone un’analisi accurata dei valori formali e compositivi del film, oltre a definire il contesto sociale e produttivo in cui venne realizzato: da una parte gli Stati Uniti alla vigilia del crollo di Wall Street, dall’altra il progressivo consolidarsi dello Studio System a scapito degli indipendenti. Nell’arco di venti minuti, dietro l’apparenza innocua della commedia, non solo Laurel e Hardy mettono a nudo le nevrosi della middle-class americana, facendo letteralmente a pezzi i suoi feticci (casa e automobile), ma riescono persino a far collassare, in un crescendo irresistibile di trovate comiche, la narrazione classica hollywoodiana e l’ideologia normalizzatrice delle Majors».

Segue ora un incontro con Gabriele Gimmelli.


Grandi affari (2)

A Gabriele Gimmell (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è l’importanza che attribuisci al produttore Hal Roach nella storia di Laurel & Hardy?

Dal punto di vista strettamente creativo, direi poco, tutto sommato – anche se, anni dopo, sia Roach, sia Leo McCarey (all'epoca supervisore alla produzione), cercheranno di attribuirsi il merito di aver ideato la coppia. Viceversa, dal punto di vista produttivo il ruolo di Roach fu enorme: il fatto di essere un indipendente, lontano dalle Majors e dai loro sistemi di produzione fortemente razionalizzati, gli diede la possibilità – almeno fino a metà degli anni Trenta – di garantire completa libertà creativa ai due attori, in particolare a Stan Laurel, che era l'elemento “propulsivo” della coppia.

Come ho scritto nelle righe d’apertura, il tuo oltre a essere uno studio sul film che dà titolo al libro, è un saggio sulla figura storica ed espressiva del duo. Perché la tua attenzione si è soffermata su “Grandi affari”?

Per tre ragioni, direi. La prima è che “Grandi affari” (che mi piace chiamare col suo titolo originale, “Big Business”) è una delle opere che sanciscono l'affermazione definitiva di Laurel & Hardy nello star system hollywoodiano. Allo stesso tempo, però – e questa è la seconda ragione – è un film che si affaccia su di una nuova fase della loro produzione: ancora pochi mesi, e avrebbero debuttato nel cinema sonoro. Il loro procedimento comico prediletto, lo ‘slow burn’ con distruzione reciproca, raggiunge in “Big Business” il proprio apice e forse anche il punto di non ritorno: negli anni successivi non avranno più la stessa carica distruttiva. Infine – terza ragione – il contesto sociale. Non dobbiamo dimenticare che il film viene distribuito nell'aprile del 1929, soltanto pochi mesi prima del crack di Wall Street. Tante cose stavano per cambiare, e non solo al cinema.

In che cosa consiste “l’invenzione della lentezza”, dizione con la quale connoti un’importante cifra stilistica di Laurel & Hardy?

Semplicemente, consiste nell'imprimere un cambio di ritmo nella successione delle gag. Se, prima di loro, l'efficacia comica di una trovata si basava soprattutto sulla capacità di sorprendere lo spettatore, Laurel & Hardy spostano l'attenzione sull'attesa, sul modo di “porgere” ogni singola gag. ‘Slow burn’ significa appunto questo: “a fuoco lento”. Naturalmente non furono i soli né i primi: penso a comici come Charley Chase o Max Davidson, che non hanno ancora ricevuta la giusta attenzione. Tuttavia, Laurel & Hardy hanno indubbiamente portato questa tecnica a un livello di assoluta perfezione. Non è un caso che, in seguito, chiunque si sia confrontato con lo slow burn, da Peter Sellers a Jacques Tati, non abbia potuto prescindere dal loro esempio.

Le edizioni italiane dei loro film suscitano in te perplessità. In sintesi, ce ne illustri il motivo?

Per quanto siano tutt'ora fra i comici più popolari nel nostro Paese, bisogna ammettere che in Italia i film di Laurel & Hardy non hanno ricevuto il rispetto che meritano. Non mi riferisco tanto alle valutazioni della critica, quanto a distributori ed esercenti, che hanno sfruttato i loro film oltre ogni limite, all'occorrenza tagliuzzandoli e appiccicandoli l'uno all'altro senza troppo riguardo. In questo modo, hanno alterato in modo irreparabile l'accurata costruzione comica di ciascuna opera, impedendo di apprezzarne fino in fondo il valore. C'è poi la questione del doppiaggio: che, se da un lato contribuito innegabilmente a consolidare la popolarità di Laurel & Hardy, ha però modificato in modo decisivo la percezione che abbiamo di loro, facendone in sostanza due clown rivolti quasi esclusivamente al pubblico infantile. Si potrebbe dire che in Italia, mentre conosciamo alla perfezione “Stanlio & Ollio” (che poi sono i nomi dei loro personaggi in Fra Diavolo, uno dei loro film di maggior successo, qui da noi), non sappiamo quasi nulla di Laurel & Hardy.

Esistono versioni colorate delle avventure dei due. Anche ben fatte. Eppure… che cosa ne pensi di quelle edizioni?

Nessuno si sognerebbe di proporre in tv un “Quarto potere” o un “Manhattan” colorizzati elettronicamente: tutti griderebbero al sacrilegio, no? Ecco, non vedo perché non si possa dire la stessa cosa delle comiche di Laurel & Hardy. Probabilmente perché molti pensano si tratti di film tecnicamente approssimativi, nei quali il valore estetico delle immagini veniva sacrificato a esclusivo vantaggio delle risate. Ebbene, non c'è niente di più falso: Laurel supervisionava attentamente il lavoro dei direttori della fotografia. Non dimentichiamo che ai film di Laurel & Hardy lavoravano tecnici di altissimo livello: per esempio, alla fotografia di “Big Business” c'era George Stevens, il futuro regista de “Il cavaliere della valle solitaria”; e qualche anno più tardi i due attori avrebbero collaborato addirittura con Rudolph Maté, l'operatore di Dreyer per “Giovanna d'Arco” e “Vampyr”.

Perché Laurel & Hardy, a differenza di molti loro colleghi del tempo, sono riusciti a transitare benissimo dal muto al sonoro?

Fondamentalmente per due motivi. Il primo è legato proprio al loro stile, fatto di inquadrature dalla lunga durata, campi medi e rarissimi inserti: bastava aggiungere il dialogo e il gioco era fatto. Il secondo è legato ancora una volta all'indipendenza di Roach, che favorì la transizione senza forzare la mano, come invece accadeva altrove. D'altronde va ricordato che Laurel & Hardy si impadronirono del sonoro con una rapidità impressionante. Sperimentarono da subito soluzioni innovative, per esempio sfruttando i rumori fuori campo per suggerire una caduta invece di mostrarla: un espediente di grande modernità. Senza contare che l'introduzione del dialogo (lo ha osservato Marco Giusti) permise a Laurel & Hardy di sviluppare i rispettivi personaggi, di approfondirne il rapporto e di dar loro quello spessore che ce li rende tanto vicini, oggi come novant'anni fa.

Ora che ne sappiamo di più su “Grandi affari” e Stanlio e Ollio, è ora di accomodarci in sala e vedere il film

Gabriele Gimmelli
Grandi affari
Pagine 106
con corredo fotografico
Euro 8.00
Mimesis


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