Cosmotaxi
ricerca
» ricerca nella sezione cosmotaxi
» ricerca globale adolgiso.it

  

 

Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Dizionario del cinema immaginario (1)


Inutile. Che cosa ci dice di questa parola un vocabolario?
Inutile. Agg. [dal lat. ‘inutĭlis’, comp. di ‘in-2’ e ‘utĭlis’ «utile»]. > Che non dà alcuna utilità o vantaggio”
Se poi consultiamo il Dizionario dei Sinonimi e Contrari, ecco nei primi un elenco di offese: “Inefficace, vano, inane, sterile, infruttifero, infecondo inutilizzabile, inservibile…” e vi risparmio il resto. Nei secondi, invece, si ammira “Efficace, giovevole, proficuo, valido, vantaggioso, produttivo… “ e via elogiando.

Ma siamo proprio sicuri che l’inutile sia sinonimo di quelle maldicenze?
Io non ne sono convinto. E mi trovo in buona, anzi ottima, compagnia.
Un saggio scrittore cinese – si chiama Lin Yutang – ammonisce: “Se riesci a trascorrere un pomeriggio perfettamente inutile in modo altrettanto inutile, hai imparato come vivere.”
Ed ecco due altri autori da me molto amati: Fernando Pessoa e Giorgio Manganelli.
Pessoa: “Perché è bella l’arte? Perché è inutile. Perché è brutta la vita? Perché è tutta fini, propositi, progetti e intenzioni”.
Manganelli: “L’artista deve scegliere in primo luogo di essere inutile”.
Ma dire inutile non significa che la cosa indicata come tale non sia necessaria.
Ve ne presento subito un cospicuo esempio.

Si tratta di un libro che i lettori più raffinati (lo sconsiglio, quindi, ai lettori di Moccia, Tamaro, et similia) dovrebbero acquistare di corsa se non lo hanno già fatto.
Perché? Perché è inutile in sommo grado e necessario quant’altri mai.
È intitolato Dizionario del cinema immaginario I film che esistono soltanto dentro i film
Ne è autore Alberto Anile.
È giornalista, critico e storico di cinema. È stato selezionatore per la Settimana della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia. Suoi saggi sono apparsi su «Bianco e Nero», «Cabiria», «8 ½», «Film History», «L'avventura».
Fra i suoi libri più recenti, Orson Welles in Italia (tradotto in Usa da Indiana University Press nel 2013), Operazione Gattopardo (con Maria Gabriella Giannice, Feltrinelli 2014), Totalmente Totò (Cineteca di Bologna, 2017). Ha inoltre curato Sordi segreto («Bianco e Nero» m. 592, Edizioni Sabinae/Centro Sperimentale di Cinematografia, 2018).
Con Lindau ha pubblicato nel 2005 Totò proibito.

Dalla presentazione editoriale
«Questo dizionario è un atto di fede. È il primo mai compilato sul cinema immaginario: raccoglie i film nei film, le pellicole fittizie che, all'interno di quelle reali, si vedono realizzare sui set, proiettare in sale cinematografiche, trasmettere in TV. È fatto di capriole della visione, si tuffa negli abissi dello schermo. Per goderseli bisogna prima dar fiducia ai film che li contengono: occorre una sospensione dell'incredulità al quadrato.
Dal punto di vista pratico è un dizionario totalmente inutile. È un catalogo di sogni, raduna pellicole fantasma, elenca alfabeticamente opere che nessuno ha visto e vedrà mai. Eppure quei film esistono, qualcuno li ha pensati, ha dato loro un titolo, degli attori, un pubblico: importa davvero che siano immaginari? Non sono immaginari anche i personaggi e la trama che li ospitano?
Estrapolati dai film reali, i film immaginari ritrovano ora una trama coerente, rivendicano una critica onesta, rinascono a una nuova vita, ottengono finalmente piena cittadinanza.
Questo dizionario è assolutamente necessario».

Segue ora un incontro con Alberto Anile.


Dizionario del cinema immaginario (2)

Ad Alberto Anile (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro?

Dal tentativo di scrivere il libro di cinema in assoluto più inutile. No, scherzo, è nato da una semplice curiosità: provare a rovistare nella storia del cinema e fare un elenco dei film che si girano dentro i film. Pensavo che in fondo fossero pochi, diciamo una ventina; alla fine sono arrivato a 390. Ancora oggi, quando qualche amico sfoglia il libro, mi dice più o meno la stessa cosa: “Pensavo fossero una dozzina...”. E parlo di colleghi titolati, assolutamente sapienti di cinema. A livello più profondo, il libro nasce da una fascinazione particolare, quella emanata da tutti i film che parlano di cinema. Titoli come “Effetto notte” o “La donna del tenente francese” hanno sempre avuto per me – come credo per tutti coloro che amano e studiano il cinema – una sorta di valore doppio, come fossero film al quadrato. È come se questo tipo di film, solo per il fatto di mostrare la creazione di un altro film al suo interno, fosse lì lì per svelarne il fascino. Il discorso rischia di diventare complicato, ma per semplificarlo direi che un film che parla di un altro film, quantomeno, somma l'incantesimo della seconda pellicola a quello della prima.

Quanto tempo ti è occorso per questo lavoro dal momento dell’ideazione a quando hai scritto l’ultima pagina del volume?

Diciamo cinque o sei anni. Beninteso, con molte interruzioni e altro lavoro, compresa la stesura di libri completamente diversi. L'ho consegnato nella primavera scorsa, ma poi ho fatto in tempo ad aggiungere gli ultimissimi arrivi: Almodovar, Tarantino, Kore'eda. La cosa più difficile è stata perlustrare in lungo e in largo le uscite cinematografiche dal muto ai giorni nostri ma è stato ancora più complicato riuscire a vedere alcune pellicole di cui avevo letto e che non avevo mai visto ma che non erano reperibili né in dvd né in vhs. Alcune le ho trovate alla Cineteca Nazionale, che dovrebbe avere in deposito per legge tutti i film italiani, ma alcune non c'erano neanche lì. Con un po' di fortuna e di pazienza sono comunque riuscito a trovare tutti i titoli che mi occorrevano, anche grazie a istituzioni cinematografiche o amici che, in un modo o in un altro, hanno accesso ad opere di difficile reperibilità.

Avverti il lettore che per accogliere i film nel dizionario ti sei dato due condizioni. Puoi indicarle in sintesi?

Una è che del film immaginario in questione ci fosse il titolo: pronunciato da qualcuno all'interno del film reale, scritto sui titoli di testa in fase di proiezione, annotato su un ciak o su una sceneggiatura quando è ancora in lavorazione... La maggior parte dei film immaginari contenuti nei film “reali” hanno un titolo. Ma ce ne sono anche parecchi che ne sono sforniti: l'esempio più noto è probabilmente il film sulla Passione che viene girato nella “Ricotta” di Pasolini da un regista interpretato da Orson Welles. In casi come questo il film immaginario non è stato inserito, non mi è sembrato giusto inventarmi un titolo pur di farcelo entrare.
L'altra condizione è che il film che contiene il film immaginario sia un film per il cinema: capita che si girino film anche dentro delle serie tv (nei “Sopranos”, per esempio) ma ho preferito limitarmi a cercare dentro i lungometraggi girati espressamente per il cinema; per lo stesso motivo ho escluso anche i film prodotti da e per piattaforme digitali come Netflix o Amazon.

Altra avvertenza è data circa le tue annotazioni critiche nelle schede dei film che definisci “oggettivamente arbitrarie”. Perché arbitrarie?

Perché la piccola recensione che faccio di ogni film immaginario è in realtà basata su brevi pezzetti di film, spesso su un'unica sequenza. In casi limite ho inserito e recensito film immaginari di cui non si vede un solo fotogramma, ma la cui trama, natura e tono è intuibile da altri elementi: il manifesto, ciò che ne dicono gli interpreti del film “esterno”, gli elogi o le critiche di coloro che lo hanno visto (sempre all'interno del film reale, naturalmente), eccetera. Sono annotazioni critiche arbitrarie perché, pur facendo finta di averli visti per intero, non è così, e non avrebbe potuto esserlo: se fossero interi, non sarebbero più film immaginari.

Esiste un necessario nell’inutile? Se sì, in che cosa consiste?

Domandona. Cos'è davvero necessario, cos'è davvero inutile? Se dovessimo limitarci al necessario coltiveremmo sommariamente un pezzo di terra e ne divoreremmo sbrigativamente i frutti. La letteratura e il cinema, in fondo, sono del tutto inutili, se non ci fossero l'umanità andrebbe avanti lo stesso. Ma questo non significa che in realtà i libri e i film non siano necessari. L'arte è capace di muovere grandi imprese, e anche di far perdere la testa confondendo la realtà, il “Don Chisciotte” di Cervantes dice più o meno questo. E non sono cose necessarie le grandi imprese? Non lo è anche prendersi qualche momento di follia, lasciare che la realtà vada per un poco a confondersi con la fantasia per evitare che nessuna delle due predomini davvero? In ogni caso c'è chi l'ha detto prima e meglio di me: “Niente è più necessario del superfluo”, lo ha scritto Oscar Wilde.
……………………………………….

Alberto Anile
Dizionario del cinema immaginario
Prefazione di Paolo Mereghetti
Corredo iconografico b/n e colore
Pagine 328, Euro 24.00
Lindau


C.I.R.C.E.


Quei puntini nel nome dovrebbero avervi già fatto capire che non si tratta della maga Circe che appare nell’Odissea e, fingendosi ospitale, offre da bere ai marinai di Ulisse i quali, gargarozzoni e tonti, cascano in un tranello teso loro bevendo un vino che li trasforma in maiali. Ulisse, però, non ci casca (sennò che Ulisse è?) e neutralizza l’insidioso alcol mischiandolo con una ciofeca chiamata “moly” che salva lui e i suoi compagni. Dopo questo veloce ripasso omerico, ripeto che non si tratta di quella mitologica signorina.
I puntini vi avevano avvertiti. Perché i puntini nelle parole hanno un ruolo mica da poco… non ci credete?... guardate qui e ditemi se non ho ragione. E dove li mettiamo poi i dubbi amletici di un direttore?
Insomma, è venuto il momento di dire che ‘sti puntini in C.I.R.C.E. di quel nome fanno un acronimo che sta per .Centro Internazionale di Ricerca per la Convivialità Elettrica
Dire in due parole che cos’è non è impresa facilissima. Perciò mi sono rivolto a Carlo Milani uno dei suoi fondatori. Traduce (Fr-En-Es>IT). Esperto di tecnologie appropriate con alekos.net. E' stato membro di Ippolita. Pratica Ricerca e insegnamento: scrittura collaborativa, genealogia delle tecnologie, validazione delle fonti digitali, storia delle Megamacchine, de-gamificazione.
A lui ho rivolto alcune domande.

C.I.R.C.E. Quando e dove nasce?

Il Centro Internazionale di Ricerca per la Convivialità Elettrica, o C.I.R.C.E., è il pomposo nome che abbiamo voluto affibbiare alle nostre collaborazioni. Siamo sparsi in giro per l'Europa... non saprei dire esattamente né dove né quando è nato C.I.R.C.E., ma approssimativamente tra il solstizio d'inverno del 2017 e l'equinozio di primavera del 2018, grazie a confabulazioni via chat, email e de visu.

I suoi obiettivi di comunicazione? A chi si rivolge?

Il presupposto di C.I.R.C.E. è il riconoscimento del punto di vista privilegiato rappresentato dal digitale di massa. Almeno dall'inizio del XXI secolo le tecnologie digitali di massa sono i luoghi in cui risultano più leggibili i meccanismi di dominio, ovvero le asimmetrie di potere. I media infatti «mediano» le relazioni di potere, fra individui, istituzioni e così via. Gli "Altri" radicali, le macchine, sono la cartina tornasole capace di rivelare i nostri punti nevralgici, di maggiore sensibilità, a livello individuale e sociale. Così il dibattito si concentra sulla sorveglianza, invece che sul capitalismo; sull'insegnamento dell'informatica, invece che sulla logica; sul cyberbullismo, invece che sulla prepotenza come metodo standard per farsi strada nella vita; sulle criptomonete, invece che sull'esproprio continuo della capacità di autodeterminazione e autogestione delle persone; sulla corretta informazione, invece che sull'oppressione come modalità di default per la gestione dei conflitti. Ma i conti non tornano. Il dito delle "nuove tecnologie" tende a oscurare la luna dei rapporti di dominio. Perciò ci rivolgiamo in primo luogo agli umani curiosi del loro rapporto con i non umani, in particolare digitali ed elettromeccanici. Insomma quelle che vengono rubricate solitamente come "macchine".

Per raggiungere questi obiettivi quale struttura si è data?

Leggera. Molto leggera. Ma molto solida. Una struttura di metodo, perché a nostro avviso "il metodo è il contenuto". In parole povere, non si può insegnare dall'alto di una cattedra a collaborare in maniera orizzontale. Dal punto di vista metodologico, sarebbe quasi come urlare a qualcuno di fare silenzio con l'obiettivo di insegnare il "valore dell'ascolto". O come chiedere di insegnare a usare bene una pistola: affinché non spari mai, ma intanto ci difenda. Non si può "usare bene".

Quali sono i suoi prossimi passi?

E chi lo sa... ognuno segue le sue idee, abbiamo priorità differenti. Stiamo cercando di concludere un manualetto di "Pedagogia hacker" su cui lavoriamo da qualche anno, un compendio delle attività di formazione che svolgiamo quando ci invitano a "insegnare a utilizzare bene" i dispositivi digitali. Vorremmo proseguire con la raccolta e stesura di storia di ordinario (ab)uso tecnologico, specialmente storie di ricreazione, nello spirito del volume Internet, Mon Amour, la prima pubblicazione di C.I.R.C.E. firmata da Agnese Trocchi: perciò, se avete dei suggerimenti, fateci sapere via email ima@circex.org
Tradurre articoli e altri materiali, da e verso l'italiano, e farli circolare. Diffondere il sistema di pubblicazione e condivisione ,VULGO-FLOShare.it.
Fra una scrittura e l'altra, cercare di organizzare formazioni nella maniera più consona alle richieste che ci vengono formulate, ma senza cedere alla tentazione di fornire soluzioni (che non esistono) a "problemi" che non sono tali. Tanto per esser chiari: chiunque proponga una /soluzione/ per risolvere dei cosiddetti problemi quali /sorveglianza/, /dipendenza da automatismi comportamentali/, /malafede diffusa/, /ignoranza e falsità/, /democrazia vacillante/... mente sapendo di mentire; è intento a "fare egemonia"; oppure è un pericoloso ingenuo, ingranaggio di meccanismi che non comprende.

Per concludere: C.I.R.C.E. considera la Rete una mappa o un labirinto?

Per rimanere sull'allegorico, piuttosto un mare, su cui vagabondiamo con le nostre barchette, transatlantici o zattere. Un po' come ricorda da tanti anni AvANa (Avvisi Ai Naviganti), per le risposte c'è tempo, intanto navighiamo fianco a fianco con altri umani più o meno affini, e non umani altrettanto variopinti. Può ampliarsi e diventare un vasto oceano, oppure rattrappirsi fino alle dimensioni di una pozzanghera con i soliti girini che si credono balene, intenti a sbraitare sciocchezze gli uni contro gli altri. Dipende anche dalle relazioni che siamo in grado di creare fra di noi e con gli altri abitanti della Rete stessa.



chi è Stato?

Tra pochi giorni ricorre il cinquantenario della strage di Piazza Fontana che avvenne il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano alla Banca Nazionale dell'Agricoltura.
Causò 17 morti e 88 feriti.
Considerata da alcuni saggisti «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra», «il momento più incandescente della strategia della tensione» e da altri studiosi ritenuto l'inizio del periodo passato alla storia in Italia con la terribile dizione ‘anni di piombo’.
Per tanti aspetti si può parlare d'una storia della Repubblica prima e dopo piazza Fontana.
Che cosa è accaduto in questi ultimi cinquant’anni è noto: altre stragi, depistaggi, contraddittorie sentenze nei tribunali, fughe di sospettati all’estero.
Tutto questo scandito da molte incertezze della Sinistra responsabile di una serie di colpevoli pause e timidezze nell’incalzare la verità, pur avendo avuto ministri in più governi e perfino un Presidente della Repubblica in grado di agire decisamente e scoperchiare parecchi sepolcri.

In foto: Enrico Baj, “I funerali dell’Anarchico Pinelli” (1972).

Ben altra attenzione alla strage del 1969 è stata riservata in Italia dall’area artistica al ricordo e all’interpretazione di quella carneficina: mostre, musica, fumetti, film e, per citare il più famoso spettacolo teatrale, si pensi a Dario Fo che nel 1970 scrisse e mise in scena “Morte accidentale di un anarchico” che gli procurò più di quaranta processi in giro per l'Italia.

Ancora oggi si registra proprio nel mondo delle arti una tensione morale ed espressiva grazie alla quale è tenuto vivo il ricordo di quanto è accaduto e si lanciano ragionati allarmi su quanto questi tempi minacciano; tutto ciò in modo ben più vibrante di quanto facciano i partiti politici.
Non a caso una recente, luminosa, iniziativa si chiama Non dimenticarmi.

Fra le sue articolazioni si segnala un progetto scandito in tre momenti: un monumento, dei tableau vivant e una performance, momenti ideati da Ferruccio Ascari.
Titolo: “chi è Stato?”.
Scritto proprio così dove il verbo può essere letto come sostantivo, S maiuscola, quel modo grafico che pure Marco Baliani usò vent’anni fa con lo il suo spettacolo “corpo di Stato” riferendosi al caso Moro.

Parafrasando una canzone del secondo dopoguerra: chi è Stato è Stato è Stato, nun scurdammoce ‘o passato.

………………………………………………………………………………...

Scrivere a info@nondimenticarmi.org per avere maggiori informazioni
Cliccare QUI per sostenere "Non dimenticarmi".


Manuale di storia del design


La casa editrice Silvana Editoriale ha pubblicato un gran bel volume scritto in maniera che possa essere lettura non solo per gli addetti ai lavori ma anche a quanti pur non direttamente coinvolti nell’area del design, sono interessati all’intreccio dei linguaggi tra le arti e all’evolversi dello sguardo sulla società che ci circonda. Perché le forme che osserviamo dall’abbigliamento all’oggettistica riflettono vizi e virtù del tempo che viviamo.
Il libro è intitolato Manuale di storia del design, lo firmano Domitilla Dardi e Vanni Pasca.

Domitilla Dardi è laureata in storia dell'arte e dottore di ricerca in storia e critica dell'architettura, da diversi anni ha concentrato i suoi interessi di studio e ricerca sulla storia del design. Dal 2003 al 2007 ha insegnato Storia del disegno industriale e Storia dell'arte contemporanea presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno. Conduce corsi di formazione, si occupa di ricerca e consulenza per diverse aziende del settore e svolge attività come copywriter e curatrice di mostre. Attualmente è docente di Storia del design presso lo IED di Roma.
Per i tipi di Electa ha pubblicato nel 2005 il volume Il design di Alberto Meda. Una concreta leggerezza.

Vanni Pasca laureato in architettura, professore ordinario di Storia del design, dal 1998 al 2008 è stato Presidente del Corso di laurea triennale in design e del Corso magistrale in design per l’area mediterranea a Palermo, dove è stato anche Coordinatore del dottorato di ricerca in Disegno industriale . Nel 2008-09 è docente a Milano di Progettisti contemporanei al Politecnico, poi di Design allo IULM di Milano e all’ISIA di Firenze. Ha fondato e diretto il magazine online padjournal.net, già palermodesign.it, con il quale ha promosso nel 2008 e nel 2010 i concorsi internazionali Design Mediterraneo (con mostra e convegno a Istanbul e Barcellona). Dirige la collana di libri Design per l’editore Lupetti/Editori di comunicazione. Ha diretto il free magazine Design Review, editore Zerocento, Palermo.
È presidente di AIS/Design dalla sua fondazione.

A Domitilla Dardi ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro?

Dal desiderio di fornire uno strumento di studio a studenti e appassionati della materia. A nostro avviso, negli ultimi anni si sono prodotti molti racconti di design per schede - come gli Atlanti o le raccolte tipologiche - ma non un manuale, che è uno strumento diverso: serve a dare una visione d’insieme, a spiegare il perché di certi fenomeni più che a esaurirne la descrizione minuta; e a rimandare ad approfondimenti specialistici senza pretese di esaustività. Un manuale più che al “chi” e al “quanto” cerca di dare risposte al “come” e al “perché”.

Quando vi siete messi al lavoro qual è la cosa che avete deciso assolutamente da fare per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Abbiamo lavorato da subito per definire una tesi, identificando una lente attraverso la quale leggere la storia del design. Insieme a questo, come logica conseguenza, abbiamo limitato il nostro raggio d’interesse cronologico. Per questo siamo partiti dall’800, non tanto perché è il secolo di piena affermazione dell’industria, quanto perché è allora che si delinea la figura del designer come professionista, riconosciuto da uno statuto sociale e educativo.
Essendo un manuale, per le ragioni di cui sopra, abbiamo fatto una selezione che necessariamente ha tagliato approfondimenti specialistici e storie parallele che, per quanto interessanti, potessero distogliere il lettore dal racconto principale. I tagli sono spesso più importanti e ragionati delle inclusioni.

Herbert Simon ha scritto: “Design è ogni strategia volta a cambiare la situazione esistente in una migliore”. È d’accordo oppure no con quell’affermazione?

Sì, perché design vuol dire progetto e ogni progetto che meriti questo nome presume un ragionamento che punta a un miglioramento dell’esistente. Se così non fosse, replicheremmo solo oggetti e merci del passato ed è esattamente questo che un prodotto di design non è: imitazione stilistico-storicistica fine a se stessa.
Ovviamente questo miglioramento può essere inteso in molti modi, a seconda delle epoche e degli autori: può essere un’implementazione di una funzione pratica, un obiettivo di accrescimento culturale o una ricerca emozionale e molto altro ancora.

Che cosa ha comportato l’ingresso del digitale nel lavoro del designer?

Il digitale è uno strumento e in quanto tale divide chi sa usarlo a vantaggio del proprio progetto e chi ne è guidato senza utilizzarne o immaginarne le potenzialità. La storia ci insegna che è sempre stato così davanti alle innovazioni tecnologiche. Non è che con la macchina a vapore o lo stampaggio a iniezione sia andata tanto diversamente: la tecnologia senza visione serve a poco.

La parola “design” la troviamo non solo come un tempo associato all’abbigliamento all’oggettistica all’arredamento e via via, ma associata a parole quali “food” o “sex toys”.
Lo considera un uso verbale eccessivo oppure è giusto così
?

Se il progetto tende non alla replica pedissequa di un modello, bensì a inventare nuove vie scandagliando possibilità diverse, allora la tipologia di applicazione è solo una contingenza. Ci può essere una grande intelligenza progettuale in una tipologia secondaria o banalità assoluta nell’ennesimo oggetto o arredo. Ultimamente, poi, riconosciamo grandi capacità progettuali a sfere del tutto immateriali come quella del design dei servizi o dei sistemi.

Qual è la cosa che quando la nota in un designer le fa venire la scarlattina?

Confondere la visibilità con la visione, la fama con il senso. I grandi maestri che ho avuto l’onore di conoscere non hanno mai scambiato questi termini, anzi.
Ma è un problema che non riguarda solo i designer. Certamente, per chi opera nelle discipline creative l’ego svolge un ruolo importante e i designer non sono i soli a correre questo rischio. Ma la storia può essere un grande vaccino. Per questo penso che studiarla sia l’atto più politico, economico e salutare che ci sia.
..................................................................
.
Dalla presentazione editoriale.
«Storia del design e storia delle innovazioni tecnologiche s'intrecciano in maniera indissolubile nelle pagine di questo manuale. Tante sono le discipline qui considerate. Oltre al campo del design per l'arredo - che spesso esemplifica in maniera eccellente le più ampie linee di ricerca progettuali - è stato preso in esame un largo ventaglio di settori: da quello degli oggetti tecnici alla grafica e alla moda, dal car design a quello sociale, includendo il più delle volte riflessioni sulla ricaduta che il progetto ha sulla storia del costume nelle sue applicazioni alla vita reale».

……………………….....................………

Domitilla Dardi
Vanni Pasca
Manuale di storia del Design
Pagine 280, Euro 30.00
450 illustrazioni
Silvana Editoriale


30 giorni da Leone

Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po’ infantile
ma sincero.
Come i bambini della scalinata di viale Glorioso.
Sergio Leone

Così è scritto sula targa posta in viale Glorioso, messa lì dal Comune nel 1999, nel decennale della scomparsa del grande regista (QUI la bio) nato a Roma il 3 gennaio 1929 e morto nella stessa città il 30 aprile 1989.

Su questo link sue frasi, foto, giudizi su di lui, celebri scene da film.

A trent’anni dalla scomparsa e a novanta dalla nascita di Sergio Leone, Roma gli rende omaggio con 30 giorni da Leone, ricordando Sergio.
Trenta giorni, dal 7 dicembre 2019 al 5 gennaio 2020, con foto dei suoi film fornite dall’Archivio fotografico della Cineteca Nazionale – Centro Sperimentale di Cinematografia e con una serie di eventi alla Città dell’Altra Economia, nel cuore di Testaccio, quartiere vicino alla sua Trastevere.

Dal comunicato stampa.

«Trenta giorni in cui scoprire e ri-scoprire la grandezza e l’opera di Sergio Leone con una rassegna antologica dei suoi 8 film e una “maratona Leone”, ovvero una maratona di filmati su Sergio Leone, alcuni dei quali rari ed imperdibili, insieme a eventi e retrospettive, incontri e concerti.
Un mini-colosso di Rodi accoglierà i visitatori, “colosso” a grandezza umana per ironizzare sulla realtà nel segno di Leone, insieme alle dimostrazioni di gladiatori romani e di pistoleri western nel Campo Boario antistante la sala della mostra.
Tanti gli appuntamenti con alcuni dei protagonisti della scena culturale italiana che dal 20 al 28 dicembre si alterneranno sul palco: gli autori di libri su Sergio Leone editi nel 2019, quali Italo Moscati, Fabio Santini e Roberto Donati; amici, colleghi cineasti ed esperti di cinema western quali Roberto Girometti, Giancarlo Santi, Sergio Donati, Giuliano Montaldo, Carlo Gaberscek, Stefano Jacurti, Luca Verdone in una staffetta dal titolo “Io lo conoscevo bene”; la serata-racconto “Un Leone da raccontare” di Maurizio Graziosi, durante la quale entrerà in scena, riemergendo dal lontano passato, nientemeno che il generale Grant della Guerra di Secessione; una riproposizione, per estratti, del convegno su Sergio Leone “Il segno del Leone” tenutosi il 17 maggio scorso al Teatro “Palladium” dell’Università di Roma 3.
Da segnalare anche il focus “Sergio Leone produttore”. Sergio Leone, con la sua casa di produzione “RAFRAN Cinematografica” ha prodotto 4 film non diretti da Leone: “Il mio nome è Nessuno”, “Un genio, due compari, un pollo”, “Il gatto”, “Il giocattolo”. Leone ha poi “promosso” produttivamente Carlo Verdone, facendo produrre i suoi due primi film dal suo amico Romano Cardarelli della “Medusa Cinematografica”

Oltre al cinema, omaggio musicale al maestro con il concerto della cantante Salvina Maesano, accompagnata al piano da Barbara Cattabiani, docente al Conservatorio di Frosinone, che riproporrà le melodie di Ennio Morricone composte per i film di Sergio Leone ed eseguite a suo tempo dalla magica voce di Edda Dell’Orso con i suoi indimenticabili vocalizzi.

Fino al 5 gennaio, inoltre, sarà possibile visitare una mostra, curata da Francesco Ruggiero, di 6 pittori che creeranno per l’occasione le loro opere ispirandosi ai film di Sergio Leone. La mostra verrà impreziosita e completata dalle foto di Roberto Granata e dalla mostra “Il giovane Leone”, ovvero le foto di Sergio Leone anni ’50 quando andava a Torella dei Lombardi (Avellino) a trovare i propri genitori.
Per sorridere e soddisfare il palato, infine, ecco in programma "Una cena da Leone": presso "La botticella", in Via di monte Testaccio, serata con proiezione di un filmato su Sergio Leone e degustazione di piatti della cucina romanesca ispirati al regista romano, amante della cucina romanesca.

La mostra, ideata e curata da Maurizio Graziosi, è organizzata e prodotta dall’Associazione “AMICA – Arte Musica Incontri Cinema & Altro” di Roma, con la collaborazione di Marco Capitelli, Alessandro Denti e Claudio Piacentini».

Ufficio Stampa HF4 www.hf4.it - Marta Volterra marta.volterra@hf4.it

30 giorni da Leone
Da sabato 7 dicembre 2019 a domenica 5 gennaio 2020
Roma, quartiere Testaccio
“Città dell’Altra Economia – Sala Convegni”
Info: cell. 3280925075; e-mail: chiara-maurizio@libero.it
Inaugurazione, sabato 7 dicembre ore 17.30 - Largo Dino Frisullo


Domeniche Indiane


Se in una delle prossime domeniche vi trovate a Roma perché vi abitate o siete da turisti in città, sappiate che potete vivere quel giorno domenicale al Teatro India dove trascorrerete, manco a dirlo, una domenica indiana.
L’occasione la fornisce il TeatrodelleApparizioni che guiderà sette giornate festive e festose festeggiando, inoltre, l’8 gennaio i venti anni della Compagnia tra balli, musica, improvvisazioni.
Tutto questo nell’ambito delle proposte del Teatro per le nuove generazioni, rassegna del Teatro di Roma dedicata al pubblico dei giovani spettatori e delle loro famiglie.

Dal comunicato stampa

«Una domenica al mese al Teatro India c’è un appuntamento per raccogliere il pubblico di adulti, bambine e bambini intorno ad un tempo in cui condividere pratiche, sguardi, giochi e desideri. Per abitare lo spazio al di là della scena, sui perimetri, sopra il confine che connette il palco e la platea, per andare oltre. Performer, dj set, azioni collettive accompagneranno la giornata e ne segneranno il ritmo. È una permanenza divertente, aperta e libera, per esplorare, vedere, danzare, ascoltare. Per costruire una comunità che cammina insieme.
Alcune delle domeniche indiane termineranno con un laboratorio per 20 bambini dai 6 ai 10 anni che permetterà agli adulti di assistere allo spettacolo pomeridiano programmato al Teatro India».

Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 IIIII 345.446 51 17
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Domeniche Indiane
Teatro India, Roma
Lungotevere Gassman 1
Info: QUI
Calendario 2019/2020
8 dicembre / 12 gennaio / 9 febbraio / 22 marzo
26 aprile / 24 maggio / 14 giugno
Orario dalle ore 10.30 alle ore 17.00


Bucefalo il pugilatore

Ancora poche le pubblicazioni sulla persecuzione degli atleti italiani invisi al fascismo. Cito a memoria, ad esempio, Ilaria Lonigro in accurati articoli giornalistici e ricordo un documentario di Matteo Marani “Lo sport italiano contro gli ebrei”.
Abbastanza studiato, invece, il rapporto fra sport e fascismo e come il Pnf utilizzasse propagandisticamente i successi degli sportivi del tempo, salvo abbandonarli precipitosamente (vedi il caso Carnera) quando venivano sconfitti.
Ma i successi furono tanti poiché il governo non badò a spese sovvenzionando lautamente il Coni ed esaltando i campioni vincenti quali eroi nazionali come avveniva, peraltro, in modo assolutamente parallelo nella Germania nazista e nella Russia comunista
Solo l’attività sportiva femminile era sostanzialmente malvista. Ecco un esempio, tratto da Wikipedia, di come Michelangelo Jerace, ginnasiarca assai ascoltato dal Regime, si esprimeva: «… la donna sportiva ha le spalle troppo larghe, le braccia troppo muscolose, le gambe lunghe e nerborute, il passo del tutto mascolino, mentre poi non ha nessuna di quelle plastiche rotondità del corpo e del petto, nessuna di quelle eleganze di linee e del viso che fanno così bella e così ammirata la donna». Va ricordato che nche la Chiesa, in quegli anni, si dimostrò ostile nei confronti dello sport femminile. Pio XI sosteneva che maschi e femmine dovessero essere "separati durante le ore di educazione fisica".

“Nessun giudeo nelle società sportive». Con questo imperativo, poi, sul mondo dello sport si abbatterono le leggi razziali, volute da Mussolini nel 1938.
Morì ad Auschwitz Arpad Weisz l’allenatore dell’Inter che vinse lo scudetto a soli 34 anni, un record ancora imbattuto. Leone Efrati, il pugile costretto a salire sul ring per divertire gli aguzzini di Auschwitz. Giorgio Ascarelli, promotore principale della fondazione del Napoli Calcio. Raffaele Jaffe, l’allenatore del Casale, ucciso nel campo di concentramento in Polonia Erno Erbstein, in fuga dalle leggi razziste di Mussolini, scampato a un campo di lavoro, che la morte la troverà nel 1949, a Superga, col resto del Grande Torino. Perseguitato fu pure il pugile nero di nazionalità italiana Angelo Jacovacci.
Furono circa 250 gli atleti italiani medagliati alle Olimpiadi, ai Campionati del Mondo o Campionati Continentali che persero la vita perché deportati.

Il Teatro Keiros ricorda una delle figure dello sport di quegli anni: Lazzaro Anticoli (in foto), pugile ebreo romano ucciso nelle Fosse Ardeatine il 24 Marzo del 1944. Lo fa con lo spettacolo Bucefalo il pugilatore scritto, diretto e interpretato da Alessio De Caprio; QUI la sua bio.
Lo spettacolo è giunto al decimo anno di repliche, patrocinato dall’ A.N.P.I. - Comitato Provinciale di Roma e sostenuto da Amnesty International
Lazzaro era soprannominato “Bucefalo” come il cavallo di Alessandro Magno. Era un ragazzo che a 27 anni morì in uno dei più atroci massacri avvenuti in Italia ad opera del nazifascismo. Attorno a lui ruotano tutti gli avvenimenti politici e sociali che accaddero a Roma, dall’avvento del fascismo all’occupazione nazista, alla retata del 16 Ottobre 1943.
Racconta la tragedia della Shoah ma al tempo stesso racconta la vita che si viveva in quegli anni nell’ex ghetto ebraico di Roma; le persone, i mestieri, le abitudini di una città e di una comunità alla quale improvvisamente fu tolto tutto.

Dal comunicato stampa.
«Portare in scena questo lavoro significa dare un senso alla memoria, far riflettere sulla vita negata che diviene un bene prezioso. L’obiettivo è quello di far vivere sulla scena un corpo presente e riconoscibile che crei un legame tra passato e presente; non a caso il lavoro è in stretta relazione visiva con il pubblico: non ci sono quarte pareti, non ci sono distanze tra l’attore e lo spettatore, ma una linea sottilissima di ascolto e condivisione. Questa scelta è stata fatta per non avere barriere di nessun tipo e per cercare sempre di portare al pubblico un messaggio di immediata e diretta comunicazione.
Lo spettacolo è frutto di ricerche effettuate presso gli archivi del Centro di Cultura Ebraica di Roma, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, il carcere di Regina Coeli e di interviste rivolte ad ex deportati, ai parenti del pugile ma anche a gente comune che semplicemente ha vissuto quei tragici anni. Lo spettacolo è recitato per buona parte in giudaico romanesco, elemento linguistico imprescindibile dalla Roma ebraica dell’epoca».

Ufficio stampa: Giulia Contadini: 333 – 34 83 517 /// giuliacontadini@gmail.com

“Bucefalo il pugilatore”
scritto, interpretato e diretto
da Alessio Di Caprio
alla fisarmonica Fabio Raspa
Teatro Kairos
Via Padova 38, Roma
Info: 06. 44238026 –
teatrokeiros@gmail.it
dal 6 dicembre


Bau


Bau è un contenitore di cultura contemporanea, una produzione periodica annuale in tiratura limitata (generalmente 150 copie) ogni volta differente per forme e dimensioni, che ha lo scopo di relazionare tra loro le più varie esperienze creative, promuovendole liberamente e autonomamente, senza nessuna finalità di lucro e in completo autofinanziamento.
Ogni numero vede la presenza di circa 60/70 autori delle più diverse discipline: ad artisti e creativi si affiancano figure professionali generalmente al di fuori del campo dell’arte, come medici, ingegneri e chef.
Nel corso della sua pluriennale attività BAU ha ospitato circa 750 autori provenienti da 35 nazionalità.
Il Contenitore BAU è presente in collezioni private, musei nazionali e internazionali, quali, ad esempio, il MART di Rovereto, il Museo del '900 e la Triennale Milano, il Macro di Roma, la Tate Library di Londra, il Pompidou di Parigi, il Museo di Arte Moderna di Miami (USA).

Per saperne di più: CLIC!

Domani mercoledì 04 dicembre 2019 alle ore 18.00 presso la Triennale Milano avrà luogo la presentazione del numero 16 di BAU dal titolo: Snapshot Testimonianze della ricerca artistica attuale.

Il programma prevede:
Introduzione a BAU, a cura di Luca Brocchini.
Presentazione del nuovo numero da parte di Antonino Bove.
Interverranno Angela Madesani, critico d'arte e docente presso l'Accademia di Belle Arti di Brera; Patrizio Peterlini, curatore della Fondazione Luigi Bonotto di Molvena; Marco Signorini, artista e docente di fotografia all’Accademia di Belle Arti di Carrara.

BAU | Contenitore di Cultura Contemporanea Via A. Pucci 109, 55049 Viareggio / LU / Italy T 0584 944546 info@bauprogetto.net

Bau n. 16
Triennale Milano
Viale Alemagna 6
Info Tel +39 02 72434-1
Mercoledì 4-12-’19
Ore 18.00



L'Absolu ou Rien

Le creazioni poetiche, verbovisive e sonore, devono molto a Enzo Minarelli che da anni, sul piano internazionale, è autore presente nei maggiori festival e rassegne. Inoltre, è anche custode e promotore delle performances di altri artisti.
Dopo la laurea in psicolinguistica conseguita all’Università di Venezia, sin dagli Anni Settanta articola la sua attività poetica partendo dalla parola scritta che poi diverrà orale, visiva e televisiva. Autore del Manifesto della Polipoesia, teoria per una pratica spettacolare della poesia sonora, ha eseguito sue performance sia in Italia sia all’estero. È stato editore della collana in vinile 3Vitre Dischi di Polipoesia, fondando l’omonimo archivio che raccoglie opere verbo-video-visive italiane e straniere, ora consultabile in permanenza presso la Biblioteca Sala Borsa, l’Università di Bologna e il Lincoln Center di New York. Ha pubblicato saggi e libri di critica sul fenomeno dell’oralità e vocalità applicata alla poesia.

Ora è in distribuzione un suo nuovo libro pubblicato dall’editore Campanotto, è intitolato L’Absolu ou Rien Frammenti al margine del silenzio.

Dalla presentazione editoriale
«Enzo Minarelli ha voluto tenacemente far cozzare due mondi l’uno contro l’altro armati, o tutto o nulla, l’assoluto o il niente, riproponendo l’aspro assioma d’Artaud in un’epoca come quella odierna dove tutto tace, regnante un silenzio d’indifferenza e staticità, sullo sfondo del quale, lo scontro viene ambientato.
Il libro si avvale di una girandola di osservazioni, espresse sotto forma di frammenti, uno zibaldone ad uso e consumo del fruitore disincantato del Duemila; note, commenti, riflessioni svolte dall’autore a tutto campo, senza esclusione di colpi o censure tematiche, si va dall’arte alla poesia, dall’architettura alla musica, dalla fotografia all’archeologia, dal teatro alla danza, dalla filosofia alla storia, dal cinema alla performance, alla linguistica, alla religione, alla psicologia, alla natura, ma anche al grande teatro della vita, variando all’uopo forma di scrittura, che spazia dal diario al saggio, dalla poesia alla narrazione, dal dialogo al monologo, dall’articolo all’intervista, con l’intento di trasformare l’atto dello scrivere in una festa del sapere, secondo la formula di Barthes.
Minarelli attraverso un procedimento di progressive riduzioni estrapola da tale binomio assoluto-niente un piccolo fenomeno inteso come allegoria di una totalità in continuo divenire, un frammento che, arginandone il flusso, lo fissa come simbolo di tale contrasto, con la variante di un valore aggiunto diverso o nuovo rispetto al contesto di partenza; questi quadretti, talora sequenziali, o diacronici, talora provenienti dai più disparati contesti, si riuniscono nella sua ossessiva ricerca dell’assoluto, come tasselli di un puzzle specchio fedele della selezione in atto, nel corso della quale si coglie come direbbe Benjamin, una vena melanconica, quando il nulla sembra così opprimente, accanto ad un’altra più sotterranea ma altrettanto presente, quella decadente quando l’assoluto dispensa i suoi piaceri.
“Se tuttavia nel suo Assoluto egli ha il suo fine, nell’Assoluto egli ha la Libertà, il Possesso, la Giustizia” (Carlo Michelstaedter)».

Enzo Minarelli
L’Abosolu ou Rien
Pagine 160, Euro 15.00
Campanotto Editore


Ritorna SopraAutoscatto | Volumetria | Come al bar | Enterprise | Nadir | Newsletter
Autoscatto
Volumetria
Come al bar
Enterprise
Nadir
Cosmotaxi
Newsletter
E-mail
 

Archivio

Dicembre 2019
Novembre 2019
Ottobre 2019
Settembre 2019
Luglio 2019
Giugno 2019
Maggio 2019
Aprile 2019
Marzo 2019
Febbraio 2019
Gennaio 2019
Dicembre 2018
Novembre 2018
Ottobre 2018
Settembre 2018
Luglio 2018
Giugno 2018
Maggio 2018
Aprile 2018
Marzo 2018
Febbraio 2018
Gennaio 2018
Dicembre 2017
Novembre 2017
Ottobre 2017
Settembre 2017
Luglio 2017
Giugno 2017
Maggio 2017
Aprile 2017
Marzo 2017
Febbraio 2017
Gennaio 2017
Dicembre 2016
Novembre 2016
Ottobre 2016
Settembre 2016
Luglio 2016
Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006
Dicembre 2005
Novembre 2005
Ottobre 2005
Settembre 2005
Agosto 2005
Luglio 2005
Giugno 2005
Maggio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Settembre 2004
Agosto 2004
Luglio 2004
Giugno 2004

archivio completo

Cosmotaxi in RSS

Created with BlogWorks XML 1.2.0 Beta 3