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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Nostra Signora di Lourdes

In una grotta a Lourdes, poco distante dal piccolo sobborgo di Massabielle, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858 la giovane Bernadette Soubirous (1844 – 1879), contadina quattordicenne del luogo, riferì di aver assistito a diciotto apparizioni di una "bella Signora" … a proposito, mai la Madonna appare a un fisico nucleare, a un professore di filologia romanza?... sempre a poveri pastorelli, soldatini feriti, contadinelle analfabete… mah!
Già da allora in molti – anche uomini della Chiesa – manifestarono perplessità sul racconto di Bernadette, ma nel giro di pochi anni gli scettici furono travolti da un vero e proprio “piano mariano” e dagli interessi turistico-religiosi che quelle apparizioni favorivano tanto che tutt’oggi portano in quella località milioni di credenti che con la loro presenza impinguano le borse ecclesiastiche.
Di volumi su quell’episodio ne sono stati scritti tanti, ma per originalità ne spicca uno di recente mandato in libreria dall’Editrice Mind: Nostra Signora di Lourdes La Madonna che non conosceva il Vangelo.
Ne è autore Renato Pierri, nato a Genova nel 1936, vive a Roma. Studioso di scienze religiose ha insegnato religione cattolica nelle scuole medie superiori. Con Kaos Edizioni ha pubblicato nel 2001 La sposa di Gesù crocifisso e nel 2003 Il quarto segreto di Fatima; nel 2007 Sesso, diavolo e santità.

Da queste note biografiche è già chiaro che “Nostra Signora di Lourdes” non è stato scritto da un ateo, ma da uno scrittore religioso che ha sete di verità, che smonta con argomenti teologici e con dimostrazioni rigorosamente basate sul Vangelo, le apparizioni di Lourdes.
Una vera e propria inchiesta a cavallo tra religione, teologia, psicologia, antropologia, sociologia e storia, senza mai – giova ripeterlo – discostarsi dal Vangelo.
Ed è anche un atto d’amore verso la povera Bernadette che diventa uno strumento nelle mani della Chiesa fin dal suo incontro (questo per niente immaginario) con Louis Veuillot, giornalista all’origine della diffusione dei racconti, talvolta contraddittori, della cosiddetta veggente.
Quello che stupisce è anche il fatto che Bernadette nei suoi racconti delle apparizioni (alcuni appuntamenti furono però clamorosamente disertati dalla Madonna evidentemente troppo affaccendata) spesso dichiari di “non ricordare” questo o quel particolare su cui è interrogata; cosa sorprendente perché un avvenimento tanto eccezionale dovrebbe incidersi a lettere di fuoc… pardon!... a lettere indelebili nella memoria di chi vi ha assistito.
Anche perché – è bene ricordarlo – quando Bernadette vede la Madonna, intorno a lei ci sono talvolta migliaia di persone, ma solo la giovane Soubirous vede la celeste immagine. Immagine che nel tempo da “piccola signorina”, la damisèle sognata da Bernadette – Aquerò (“quella cosa”) come lei la definì in un primo momento –, solo per via dei suggerimenti della gente si trasformò in “una bella Signora dagli occhi azzurri”, e infine nell’Immacolata Concezione.
Se le apparizioni – scrive Pierri – sono da ritenersi una percezione interiore del soprannaturale da parte del veggente, resta assai difficile ritenere che il veggente debba collocare la sua visione necessariamente in un preciso luogo, ché l’accesso al soprannaturale sarebbe subordinato a quel determinato luogo, a quei determinati giorni e a quelle determinate ore. Belle Signore molto attente al calendario e all’orologio. Tranne le volte che mancano gli appuntamenti.

Bernadette fu sempre grata alla Madonna per essersi concessa in visione? Mica tanto.
Pierri riferisce che in “Registro delle contemporanee” (Risposte all’inchiesta e promossa dalla superiora generale Marie-Joséphine Forestier nel 1907) a pagina 171 si legge: Per la Vergine Santa sono stata un manico di scopa. Quando non le sono più servita, mi ha collocato al mio posto: dietro la porta. E poco più avanti: La Vergine santa si è servita di me come una pietra che ha raccolto sul suo cammino.

Renato Pierri
Nostra Signora di Lourdes
Pagine 176, Euro 16.00
Edizioni Mind


Quattrocentometriquadri


La Galleria anconetana Quattrocentometriquadri, vede crescere i riconoscimenti alla sua assidua attività d’esplorazioni nelle più recenti tendenze dell’arte contemporanea.
Una recente prova dell’apprezzamento del suo lavoro viene dall’invito (rivolto soltanto a 40 Gallerie d’Arte in Italia) invitate a partecipare al Premio Ora.
Ogni galleria selezionerà un artista che realizzerà presso la galleria stessa una mostra personale della durata minima di due settimane; tutte le esposizioni saranno concordate entro il 31 dicembre 2012 e realizzate entro il 31 dicembre 2013.

Intanto, è in corso alla Mole Vanvitelliana (Banchina Giovanni Da Chio 28) – per concludersi il 2 settembre – la III edizione di Arrivi e Partenze 2012. Mediterraneo: installazioni, fotografia, video, performance a cura di Elettra Stamboulis con la collaborazione di Maria Rita Bentini, Sabina Ghinassi, Lorenza Pignatti, white.fish.tank. Si compone così, com'è scritto in catalogo, "un mosaico fatto di dissonanze, rotture, assenze e qualche incontro, che ha come caratteristica distintiva unificante un linguaggio, che parla il codice della contemporaneità in un Mediterraneo non pacificato. Nelle opere esposte abita la nostalgia e l'assenza, il rifiuto del pensiero unico, la volontà dello svelamento, ma anche spesso l'ironia che disvela e scommette sul futuro".
Gli artisti (tutti under 35) protagonisti di questa edizione, provengono da 17 Paesi di 3 diversi continenti. Molte delle opere hanno una profonda valenza politica e civile, e diverse di queste hanno un rapporto interattivo con il pubblico.

Credete sia finita qui? No. Alla Galleria “Quattrocentometriquadri” sono delle stakanoviste (Raffaela Coppari; Cristina M. Ferrara; Maila Catani; M.Francesca Nitti, Nicoletta Carnevali) e, infatti, fino al 15 luglio c’è la mostra di Giulio Zanet - nato nel 1984 a Colleretto Castelnuovo, vive e lavora a Milano - con la sua personale “Things to do Today” che chiude la rassegna “I don’t understand contemporary art” curata da Chiara Ronchini.

Appena il tempo di tirare il fiato ed ecco Giorgio Pippi che presenta dal 19 luglio al 5 agosto opere del famoso scultore tanzaniano George Lilanga (1934 – 2005).

Quattrocentometriquadri Gallery
Via Magenta 15, Ancona
Info: gallery@quattrocentometriquadri.eu
3934522197- 338.2430040


Scena Verticale


Il Festival Inequilibrio si svolge in Toscana promosso da Armunia.
La prima edizione ebbe luogo nel 2000 sotto il nome di Armunia Festival e presenta da allora un variegato programma di Teatro e Danza.
Per l'attività e la proposta artistica del 2009 gli venne attribuito il Premio speciale dal Premio Ubu diretto da Franco Quadri con la motivazione: Inequilibrio Festival, già Armunia, festival residenziale creato e diretto da Massimo Paganelli a Castiglioncello, per la coerenza tenace e assolutamente originale nella sua ricerca pratica con cui riunisce annualmente compagnie e gruppi non solo toscani per montare e presentare lavori vecchi e nuovi sostenendo l’originalità di una ricerca pratica.

Nel cartellone di quest’anno troviamo uno dei gruppi più interessanti della nuova scena italiana nato in una difficile terra qual è la Calabria: Scena Verticale nato nel 1992 a Castrovillari per opera di Saverio La Ruina e Dario De Luca direttori artistici del gruppo.
Nel 2001 si aggiunge alla compagnia Settimio Pisano che ne cura l’aspetto organizzativo.
Per visitare il loro sito web: CLIC!

Lo spettacolo presentato in prima nazionale a questo Festival è intitolato Morir sì giovane e in andropausa, atto unico in 8 quadri e canzoni con in scena Dario De Luca, attore, regista, drammaturgo (affiancato dalla Omissis Órchestra, formatasi in una terra, la Calabria, dove gli omissis sono una convenzione insita nelle azioni quotidiane) che firma anche la regìa del testo di cui è coautore con Giuseppe Vincenzi (pianista, compositore, ingegnere informatico, ha all’attivo sei album di teatro-canzone).
Ecco parte delle note dello spettacolo che hanno il suono di un’indignatio.

“Per la società italiana, giovane ha due accezioni differenti: un uomo non appartenente alla casta è definito Giovane per giustificare il fatto che nonostante i suoi 80 anni ancora non si è seduto su alcuna sedia. Un uomo appartenente alla casta è definito Giovane per giustificare il fatto che nonostante i suoi 80 anni ancora non molla la sedia.
In Italia siamo sempre troppo Giovani per avere diritti sociali che ci spetterebbero, mentre per tutto il resto l'età conta e avanza regolarmente: possiamo dire che abbiamo l'età in lire e i diritti in euro! […] Un progetto figlio naturale, in senso artistico, di Giorgio Gaber e del suo Teatro-Canzone; nipote acquisito di zio Enzo Iannacci; fratello minore, di secondo letto, di Paolo Rossi.
Canzoni dalle liriche semplici, monologhi dal linguaggio chiaro per una sintesi poetica che sia efficace, diretta, in qualche modo quotidiana.
Lo scopo? Portare in scena la voce di una collettività, evidenziare bisogni e desideri di una generazione, quella dei trenta-quarantenni, lasciati in mutande da una società gerontocratica e senza futuro. Con la musica, le parole e una sana ironia”.

Ufficio Stampa:Marialuisa Giordano, +39.338.3500177, retropalco@alice.it

Castiglioncello, Festival Inequilibrio
"Morir sì giovane e in andropausa"
di Dario de Luca e Giuseppe Vincenzi
venerdì 6 luglio ore 21.00 - sabato 7 luglio ore 22.30
Produzione scena Verticale
Prima nazionale


Officina di Letteratura Elettronica (1)


Oh! Come invidio gli uomini che nasceranno fra un secolo nella mia bella penisola. Questi uomini possono scrivere in libri di nickel, il cui spessore non supera i tre centimetri, non costa che otto franchi e contiene, nondimeno, centomila pagine.
Parole di Tommaso Marinetti, pubblicate nel 1915, in “Guerra elettrica”.
La citazione è contenuta nel volume “Il testo digitale”, di Alessandra Anichini.
“Parole che fanno riflettere” – nota Elisa Scarcella – “non essendo molto lontane da come oggi, grazie ai più moderni device, è possibile impegnarsi nell'attività di scrittura e lettura”.
Gino Roncaglia nel suo “La Quarta Rivoluzione” ricorda che nel 1951, Isaac Asimov pubblicava su una rivista per ragazzi un breve racconto ambientato nel futuro con una descrizione del libro a stampa, residuo di un’epoca ormai superata e quasi dimenticata: Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: ‘Oggi Tommy ha trovato un libro antichissimo! Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico.

L’epoca della creazione elettronica muove faticosi passi in Italia trovando ottuse resistenze in quanti sono tremebondi di fronte al nuovo e ai quali mi piace ricordare un motto di John Cage: Molti sono spaventati dal nuovo, a me terrorizza il vecchio.
E se da noi le arti visive, la musica, il teatro tecnosensoriale, hanno raccolto per tempo i segni della cultura digitale, in letteratura siamo suppergiù ancora alla penna e al calamaio registrando perfino passi indietro rispetto alle prime sperimentazioni compositive col computer nei primi anni ’60 di Nanni Balestrini, e le profetiche intuizioni di Calvino.
Peggio ancora: si pubblicano 40 romanzi al giorno (dati dell’Associazione Editori Italiani) costringendo la povera marchesa, ormai stremata, a uscire ogni dì alle cinque. E la poverina non sa più da chi andare: le sue amiche sono morte da tempo, i parenti pure, l’età non le consente amanti, ma niente!... I romanzieri, si sa, sono implacabili!
Non nego che accanto a tanti (ma proprio tanti!) romanzi brutti, ce ne sia qualcuno ben fatto o, più raro, addirittura bello, ma più che belli o brutti, oggi, sono inutili. Almeno nella forma in cui tradizionalmente s’intendono: scrittura su carta, trama, personaggi, dialoghi.
La nuova narrativa la scorgo nei videogames interattivi, nel vook, altro che storielle!
C’è poi chi pensa di scrivere in elettronico solo perché usa il computer. Non ci siamo. Se quello che è scritto elettronicamente può essere letto con la stessa valenza di linguaggio su carta stampata (o viceversa) non è e-literature. Che è altra cosa. “I testi della eLiterature”, come scrive Alessia Rastelli, “nascono già elettronici, quasi sempre interattivi, arricchiti da audio e video oppure animati da algoritmi che spostano singole lettere o interi capitoli sotto gli occhi di chi li guarda. Così la letteratura si spinge ai confini con l'arte e la fruizione sembra di volta in volta irripetibile.
Grazie a un apposito programma, ad esempio, la mescolanza di suoni, immagini e testo varia a ogni riproduzione in “The set of the U” del francese Philippe Bootz, uno dei padri del sottogenere della poesia elettronica. Oltre cinquecento combinazioni, invece, in “Bromeliads”, opera in prosa dell'americano Loss Pequeño Glazier, ritenuto con Bootz e lo statunitense Michael Joyce (scrittore d’ipertesti) tra i principali autori di eLiterature”.
Però, per fortuna, in Italia, c’è pure qualche segnale incoraggiante.
Ecco un’attrezzata Officina che ha già realizzato successi in Italia e all’estero, si tratta dell’Officina di Letteratura Elettronica (in foto il logo) fondata a Napoli da Lello Masucci che ora incontreremo nella seconda parte di questa nota.


Officina di Letteratura Elettronica (2)


Da tempo attivo sulla scena delle più nuove sperimentazioni espressive, Lello Masucci (in foto) vanta una lucente bio artistica espressa in plurali campi: dal teatro al cinema, dalla tecnoscrittura alle arti visive, all’organizzazione culturale; per uno sguardo panoramico sulle sue esplorazioni: CLIC!

A lui ho rivolto alcune domande.
Come e quando nasce l’OLE e quali le sue finalità espressive?

L’Officina di Letteratura Elettronica nasce nell’ottobre 2010 per colmare un vuoto nel panorama della cultura digitale e elettronica italiana. Il primo evento creato dall’OLE è stato il Convegno organizzato al PAN da me e dalla dottoressa Giovanna Di Rosario nel mese di gennaio del 2011. Il primo in Italia al quale parteciparono oltre 40 esperti professori e artisti di università straniere (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Israele, Finlandia, Svezia).
Per l’occasione il Corriere della Sera, otto giorni prima della manifestazione, usciva con un articolo sulla pagina culturale nazionale
.

Molti credono che scrivendo sul computer si realizzi una “scrittura elettronica” ma non è così perché per realizzarla veramente cambiano le leggi di linguaggio e creazione.
Puoi darci una tua definizione della scrittura elettronica?

La Letteratura Elettronica è una scrittura immateriale basata su sintassi e grammatiche relative ad una serie di linguaggi (testo, video, audio, ipertesto, multimedia, web, java, c++, c, python, perl, html [4 e 5], objectiveC, javascript, PHP, eccetera) che confluiscono tutti nei canali delle nuove comunicazioni.

Che cosa ha significato per la scrittura il passaggio dalla forma sequenziale a quella reticolare?

La struttura rizomatica della comunicazione ha reso indispensabile un’organizzazione reticolare della conoscenza e delle relazioni comunitarie. Questi nuovi sistemi di scambio di informazioni hanno portato ad una estensione del concetto di linguaggio capace di descrivere in maniera esaustiva i processi che le nuove tecnologie, nel loro inarrestabile diffondersi, innescano all’interno delle società contemporanee. Lo studio di questi linguaggi renderà possibile una vera democratizzazione dell’informazione, portando alla costituzione di una società basata sulla partecipazione e non sulla sola scelta. Da qui la valenza politica dei processi in atto.

Che cosa significa nella lettura trovarsi di fronte una narrazione che fa ricorso anche a foto, filmati, musiche, effetti sonori, eccetera?

L’ipotesi narrativa costituisce una parte infinitesimale delle possibilità aperte da quei linguaggi di cui parlavo. Ma già in essa ci si trova di fronte ad un’esperienza coinvolgente e variamente strutturata alla quale i nativi digitali sono avvezzi, ma a noi migranti digitali risulta sempre nuova e a volte sconvolgente. Queste esperienze portano alla trasformazione della forma propria del pensiero che è alla base della comunicazione sia essa narrativa che ipernarrativa, poetica, multimediale, eccetera. Il pensiero come primo progetto di un elemento comunicativo digitale prende forma già con elementi che fanno parte del linguaggio elettronico (intendendo per linguaggio elettronico tutte quelle forme che fanno parte della Letteratura Elettronica). In futuro si penserà già in termini di comunicazione digitale, attraverso la formulazione di pensieri strutturati con quei linguaggi. Oggi siamo in pieno periodo storico in cui il linguaggio è ancora “ibrido” proprio per la contemporanea presenza nella società contemporanea di “nativi digitali” e “migranti digitali”.

Cose recenti e cose future dell’Officina?

Il 20 giugno si è inaugurata negli Stati Uniti l’ELO 2012 Media Art Show con la partecipazione di 48 artisti nel mondo. Per l’Italia l’Elo ha invitato me.
Altro progetto che per sta prendendo forma è quello di una webTV partecipativa con 10 scuole napoletane, sito: www.art-tube.it.
Il progetto prevede di estendersi alle scuole della regione Campania e poi a quelle delle altre regioni italiane
.


Premio agli Area


Ieri, nel corso del convegno “La musica è finita?”, organizzato a Roma in occasione della Festa Internazionale della Musica, da Arci, AudioCoop, Amici della Musica e Cemat, il Nuovo Imaie è intervenuto per premiare gli Area quali “migliori artisti indipendenti italiani di tutti i tempi”.
È questo il risultato del referendum, indetto dal Meeting delle Etichette Indipendenti, tra 50 critici musicali, durante l’edizione 2012 del Salone del Libro di Torino.

In foto: il Gruppo negli anni ‘70.

Gli Area – di cui ha fatto parte Demetrio Stratos - hanno segnato uno dei più importanti momenti nella storia del pop italiano con un puntuale riferimento, fin dalla loro nascita (1972), all’impegno politico.
Ricordo al proposito una vivacissima polemica che scatenò – si era allora nel 1974 – la loro interpretazione dell’inno “L’Internazionale” spogliato dal suo tradizionale aspetto marzial-operaistico. Il brano dispiacque allora ad alcuni vertici del Pci competentemente sordi e ciechi a quanto di nuovo stava succedendo intorno a loro.
Ecco L’Internazionale nella versione degli Area.
Per visitare il sito del Gruppo oggi, con il calendario dei prossimi concerti: CLIC!

E’ un momento molto difficile per la musica italiana: la crisi economica globale, la rivoluzione digitale, il cambiamento della fruizione del tempo libero stanno provocando un calo costante e vistoso delle risorse per sostenere ed investire nel settore musicale.
Se è vero che la musica, nonostante la grave crisi che attraversa il settore, è ascoltata ovunque non è altrettanto vero che ad una diffusione così capillare corrisponda per gli artisti, oltre al compenso per la prestazione effettuata, anche il riconoscimento del "giusto diritto". E qui, improvvisandomi leguleio, cerco di spiegare che cos’è il “giusto diritto”. E’ quello che dovrebbe essere corrisposto a ogni interprete o esecutore – ad esempio: attore, orchestrale, cantante, danzatore – di riscuotere il compenso che gli spetta dalla diffusione dal vivo o registrata di un’opera cui ha preso parte non in qualità di autore che in quanto tale è, invece, tutelato dalla Siae.
A consegnare il premio agli Area, è stato il Presidente del Nuovo Imaie, Andrea Miccichè che, nel corso di un suo intervento ha detto: E’ arrivato il momento d’iniziare a riflettere seriamente su quali orizzonti si apriranno per i diritti di interpreti ed esecutori, dopo la liberalizzazione avvenuta in questo settore. Ogni occasione d’incontro con gli artisti rappresenta per noi un momento molto importante di confronto e una grande opportunità per spiegare meglio chi siamo, cosa facciamo e quali vantaggi e tutele potremo garantire in futuro attraverso lo svolgimento delle nostre attività.

Ufficio Stampa: Istituto Nazionale per la Comunicazione
Elena Mastroieni
E-mail: e.mastroieni@inc-comunicazione.it
Tel 06.44160843 - 334.6788706

Ufficio Comunicazione Nuovo IMAIE
Carla Nieri: carla.nieri@nuovoimaie.it – comunicazione@nuovoimaie.it
Tel 06.46208158


Chi l'ha visto?

La Nomas Foundation presenta la mostra Smeared with the Gold of the Opulent Sun a cura di Chris Sharp.
Curatore in residenza a Nomas Foundation, ha tenuto lo scorso autunno oltre trentacinque studio visit con artisti che vivono a Roma o che vi hanno trascorso un periodo della loro vita, anche solo per lavoro, intraprendendo una conversazione con la scena artistica della città..

Scrive Chris Sharp: La mostra “Smeared with the Gold of the Opulent Sun” è ispirata a un personaggio mancante, una figura centrale ma assente. La si potrebbe intendere come un tentativo – necessariamente fallito – di ricostruire la sua storia a partire da alcune pagine di quello che sembra essere il suo diario, e da una collezione di frammenti e una collezione di immagini e oggetti presumibilmente creati, o raccolti, da lui...
Per quanto abitasse a Roma, non è dato sapere se vi sia anche nato o se vi sia morto (o se sia morto sul serio o invece sia solo disperso, o si sia recato altrove lasciando deliberatamente dietro di sé questa imperscrutabile, ma elegante, autobiografia per oggetti). È anche difficile stabilire quando sia vissuto. Forse in un passato lontano o non tanto lontano (il tempo dei polli di gomma?), o forse addirittura in un imprecisato momento del futuro. Come la grande e ammalata città in cui viveva, i residui della sua vita testimoniano strati temporali contradditori, epoche che si sovrappongono l’una all’altra. Chi era? Cosa faceva? Anche questo è un bel mistero. Come tutti, va da sé, pare che egli abbia amato. Che abbia lottato per difendersi e sopravvivere. Che abbia cercato di comprendere i tempi sofferti in cui è vissuto. Impossibile dire fino a che punto ci sia riuscito. E se mai qualcosa si può dire con un minimo di certezza – pur sempre speculativa – è che egli sembrava nutrire un certo interesse per la consistenza materica del suo circondario e per il vento che lo spazzava, come se l’una fosse il negativo dell’altro, la registrazione, la prova del suo passaggio: l’una imbevuta di tempo e l’altro, com’è ovvio, senza tempo. Sfortunatamente, se da un lato tutto questo non ci dice granché, sembra già raccontarci molto più del dovuto se non sulla sua identità, almeno sul mondo nel quale si muoveva e che si muoveva in lui
.

La mostra propone opere di otto artisti che vivono a Roma o che vi hanno trascorso un periodo della loro vita, anche solo per lavoro e hanno contribuito a quell’enigmatico percorso di segni rinvenuto nell'immaginario di Sharp: Luisa Gardini, Richard Gasper, Giovanni Kronenberg, Jochen Lempert, Matteo Nasini, Nicola Pecoraro, Alessandro Piangiamore, Carlo Gabriele Tribbioli

Press info, Manuela Contino: press@nomafoundation.com

Smeared with the Gold of the Opulent Sun
Nomas Foundation
Viale Somalia 33, Roma
Tel: 06 – 86 39 83 81
Fino al 15 luglio 2012


Tra figura e scrittura

Il CSAC (Centro Studi e Archivi della Comunicazione) dell'Università di Parma già ricco di preziose opere di noti artisti e di rari documenti, arricchisce la propria dotazione con il nome di Lamberto Pignotti (per la sua biobibliografia, cliccare QUI) che è un protagonista sulla scena europea della poesia visiva e multimediale; proprio queste sue vocazioni espressive gli hanno fruttato il più recente premio, fra i tanti ricevuti, il “Figline 2009”.

In foto: Pignotti, A questo punto la riconosce, 2004.

Al Csac è illustrata la sua ricerca, dagli anni quaranta a oggi, e questa mostra costituisce un importante punto di riferimento per il dibattito sul rapporto tra sperimentazione artistica e tecnologia, tra sistema dei media e ricerca artistica.
Il catalogo (Edizioni Skira), introdotto da un saggio di Lucia Miodini, propone la riproduzione a colore e in bianco e nero di tutte le opere, duecento tra collage, disegni e libri-oggetto, che l'autore ha generosamente donato al Csac, insieme con un cospicuo fondo di documenti e un nucleo di cataloghi e volumi, che documentano l'esperienza dell'artista e la sua attività di teorico della comunicazione.

Estraggo alcuni passaggi di quanto Lucia Miodini scrive in catalogo: Poesia visiva sembra un paradosso: la poesia, qualcosa da leggere, ascoltare o scrivere, diventa qualcosa da vedere; nella nostra quotidianità, però, i due codici, quello verbale e quello visivo, sono usati contemporaneamente. Pignotti si interessa infatti di pubblicità e di moda, in Italia è il primo a parlare di linguaggio tecnologico, ritenendo che sia impossibile distinguere nel processo di produzione tra ambito artistico e tecnologico. L’attenzione alla linguistica strutturalista e alle analisi del linguaggio, al neo positivismo, da Wittgenstein a Carnap, acuiscono ancor più la sua perspicace lettura dei linguaggi delle comunicazioni. La sua naturale propensione a oltrepassare gli steccati disciplinari gli permette di trovare sollecitazioni negli ambiti più diversi, dall’iconologia alla teoria della letteratura, dalla linguistica allo strutturalismo, alla semiotica […] La sua formazione multidisciplinare è una chiave di lettura per comprenderne la metodologia progettuale: Pignotti mette, infatti, a confronto diverse situazioni dell’oggi, riconosce il passato nel tempo presente e individua potenziali linee per il futuro […] Ama provocare con ironia l’incontro con l’inaspettato, che permette uno scarto rispetto alla norma. Coltiva liaisons dangereuses con new dada e nouveau réalisme e fa incontrare sul tavolo anatomico Gombrich e i fumetti, Wittgenstein e i fotoromanzi […] Pignotti consacra l’intermedialità come espressione della comunicazione contemporanea e ne svela i meccanismi. La sua opera, ironica e dissacratoria, smaschera conformismi di ieri e odierni, rivelando al tempo stesso, precisa Dorfles, una situazione “poetica”, nel senso più vasto della parola, ma anche socio-antropologica per chi sa leggere attentamente il suo messaggio.

Lamberto Pignotti
Poesia visiva tra figura e scrittura
A cura di Lucia Miodini
Csac, Salone delle Scuderie
Piazzale Bodini 1, Parma
Info: csac@unipr.it ; tel: 0521 – 03 36 52
Da oggi al 20 luglio 2012


Special: Destini incrociati

Cosmotaxi Special per “Destini incrociati”

Firenze dal 20 al 23 giugno ‘12


Destini incrociati: nota introduttiva


Diceva Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.
Stando così le cose, in Italia, siamo messi malissimo: negli ultimi dieci anni, in carcere sono morti in tanti, e tanti per suicidio.
Per conoscere dati precisi e approfondire le informazioni, cliccare QUI.
Sono dati agghiaccianti che aprono tre altre questioni.

La prima. Esiste una diffusa abitudine sociologica e anche letteraria (a volte alta, spesso di basso livello) che considera tutti quelli dietro le sbarre vittime di una società ingiusta (e che la nostra sia ingiusta è verissimo), ma non tiene conto che molti dei condannati sono, invece, meritevoli di pena aldilà di ogni giustificazione sociale: stupratori, assassini, usurai, truffatori di vecchi o di handicappati, mafiosi vari, eccetera.
La seconda. Molti (responsabili di una società ingiusta) che dovrebbero stare in galera scorrazzano in auto blu accompagnati pure da una scorta di sicurezza fornita dallo Stato. Sono gli stessi che fanno la faccia feroce sull'ordine pubblico e, poi, in Parlamento approvano leggi che bloccano processi, riforniscono d’impunità i potenti con leggi ad hoc, non danno mezzi sufficienti alle già malpagate forze di polizia, attaccano la Magistratura un giorno sì e l’altro pure, destituendo l’autorità dei Tribunali. Intelligenti pauca.
La terza. Riguarda i forcaioli ad ogni costo. Quelli che fosse per loro abolirebbero pure le istanze in Appello e in Cassazione e non pochi vorrebbero addirittura il ritorno nelle nostre leggi della pena di morte.

Difficile far capire che il carcere come luogo di riabilitazione ha storia antica; non sono uno specialista della materia ma ricordo che Beccaria già nel 1764 concludendo la sua famosa opera “Dei delitti e delle pene” sostenne che il fine della Giustizia non deve essere afflittivo o vendicativo, ma rieducativo: Il fine dunque non è altro che solo d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali.
E voglio ricordare anche il direttore del manicomio di Charenton, Abbé de Coulmier che permise e incoraggiò il Marchese De Sade a mettere in scena diverse delle sue commedie, con gli internati come attori, per essere viste dal pubblico parigino (e siamo ai primi anni dell’Ottocento).
C’è un altro esempio illustre – ben ricordato in un libro curato da Guido Davico Bonino: “Gramsci e il teatro” (Einaudi 1972), in cui l’intellettuale sardo, giovane redattore dell’Avanti, scrive critiche teatrali e, ignaro del destino di reclusione che di lì a poco lo attendeva, del teatro ne intuì la straordinaria carica formativa, ne studiò i nessi con le altre forme della socialità, la possibilità che aveva di favorire l’inserimento sociale anche da parte di soggetti lontani dal mondo della cultura ma non da quello della vita, spesso amara, di tutti i giorni.
Concetti che sono ancora validi e ispirano quanti fanno lavoro culturale nelle carceri e, specialmente, di quelli che si dedicano al teatro nei luoghi di pena.
Un eccellente esempio di quest’impegno ci viene da una rassegna di cui mi occuperò nelle note successive.


Destini incrociati


Chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione"

Victor Hugo


Destini incrociati: la scheda


È intitolata Destini incrociati Prima rassegna nazionale di teatro in carcere e si svolgerà tra Firenze, Prato e Lastra a Signa, dal 20 al 23 giugno; è la prima iniziativa pubblica del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, nato a Urbania nel gennaio del 2011, allo scopo di creare occasioni di confronto e di qualificazione del movimento teatrale sorto all’interno delle carceri negli ultimi decenni. Del Coordinamento fanno parte più di trenta gruppi - tra cui molte giovani compagnie - distribuiti su tutto il territorio nazionale; ciò ha dettato la scelta itinerante della Rassegna che, dopo questa prima edizione, approderà ogni anno in una diversa città e regione.
L’iniziativa è realizzata dal Coordinamento Nazionale teatro in carcere e dal Teatro Popolare d'Arte, diretto da Gianfranco Pedullà, col sostegno della Regione Toscana - che da circa quindici anni investe su questo tipo di esperienze - e il patrocinio sia del Ministero della Giustizia sia del Ministero dei Beni Culturali.

Da trent'anni le esperienze di teatro in carcere – ricorda Vito Minoia, presidente del Coordinamento e vincitore del Premio Gramsci 2011 - hanno trovato cittadinanza negli istituti di pena italiani, realizzando creazioni spesso originali e feconde, mettendo in connessione vite, persone, istituzioni.
L’incontro si propone, inoltre, come un’utilissima ricognizione, su tante plurali occasioni, delle diverse metodologie d’intervento di mediazione artistica nei luoghi del disagio in Italia.
Oltre agli spettacoli, “Destini incrociati” presenterà una sezione di video, conferenze, mostre e convegni che intendono restituire la ricchezza, l'articolazione e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano, che ha evidenti ricadute sulla funzione di riabilitazione che il carcere deve istituzionalmente sviluppare.
Il Coordinamento Nazionale teatro in carcere ha voluto questa Rassegna per far emergere più chiaramente sia l’importanza sociale sia la specificità e l’originalità del lavoro nelle carceri in un momento in cui le crescenti difficoltà economiche rischiano di aggravare gli annosi problemi degli istituti di pena: sovraffollamento, carenza di personale, ritorno a un carcere prettamente esecutivo della pena, crescita del numero di detenuti stranieri e giovani.

In Italia il teatro in carcere si colloca per progettualità e tensione etica nel campo del teatro a funzione pubblica, in quella corrente originaria del teatro pubblico europeo che – nel corso del Novecento - ipotizzava e cercava di praticare un teatro d’arte al servizio della comunità (si pensi a figure come Jacques Copeau e Jean Vilar), un servizio pubblico da svolgere con autonomia, qualità e libertà creativa. Di conseguenza questo teatro partecipa di quei movimenti culturali che, dagli anni Sessanta in poi, hanno contribuito a portare il teatro fuori dai teatri, fuori dagli spazi canonici rimettendolo in relazione con la complessità crescente della nostra società.

La direzione artistica della rassegna è affidata a Gianfranco Capitta, Sergio Givone, Vito Minoia, Valeria Ottolenghi.
Gli spettacoli, frutto dei laboratori produttivi realizzati con i detenuti, andranno in scena nelle carceri di Sollicciano e La Dogaia di Prato, mentre la sezione esterna, composta di spettacoli, conferenze, mostre e convegni, sarà ospitata al Teatro delle Arti di Lastra a Signa e a Montelupo. Tutti gli spettacoli della rassegna sono ad ingresso gratuito. E' necessario presentarsi direttamente all'entrata del carcere mezz'ora prima dell'inizio degli spettacoli con un documento e senza borse né cellulari.

Il Portale ufficiale della Toscana affianca da diversi anni la Regione nel progetto Teatro in Carcere. La Toscana è, infatti, l’unica regione in Italia a sostenere un progetto coordinato “di rete” delle attività di spettacolo all’interno degli istituti penitenziari.
Fondazione Sistema Toscana racconterà l'evento attraverso una pagina speciale creata ad hoc nella quale confluiranno gli aggiornamenti e tutti i video, anche integrali, degli spettacoli e le interviste ai protagonisti.

Segue ora un incontro con Gianfranco Pedullà, attivo con il suo Teatro Popolare d’Arte (anche su questo sito web del TPA c’è il programma della Rassegna) nella Casa circondariale di Arezzo, Prato e Pistoia.

Ufficio Stampa: Simona Carlucci: tel. 0765 24182 – 335 . 59 52 789; info.carlucci@libero.it

Destini Incrociati
Prima rassegna nazionale di teatro in carcere
Info: 348 – 30 37 472
Firenze, dal 20 al 23 giugno ‘12


Destini incrociati


“C’è chi come prezzo del proprio misfatto ebbe la forca, chi la corona”

Giovenale, Satire, XIII, 105


Destini incrociati: Gianfranco Pedullà

Il regista e saggista Gianfranco Pedullà (tra i fondatori del Coordinamento nazionale teatro in carcere) è nato a Crotone ma vive da molti anni in Toscana. Come studioso e come regista si è specializzato sul teatro europeo del Novecento. Ha organizzato mostre e spettacoli su Gordon Craig, ha approfondito il teatro di Tadeusz Kantor, Luigi Pirandello, Georg Büchner, Bertolt Brecht, Alfred Jarry, Samuel Beckett.
Ha studiato a Parigi con Georges Banu, seguendo l’allestimento del Maharabharata di Peter Brook. Il suo testo Il teatro italiano al tempo del fascismo ha ottenuto il Premio I.D.I. Silvio d’Amico 1994 per la storia del teatro italiano e il Premio Diego Fabbri 1995 dell’Ente dello spettacolo. Altra sua pubblicazione: Alla periferia del cielo.
Come ho ricordato nella nota precedente, è stato al lavoro, con il suo Teatro Popolare d’Arte, nella Casa circondariale di Arezzo, Prato e Pistoia.

A lui – in foto – ho rivolto alcune domande.
“Destini incrociati”. A che cosa è dovuta la scelta di questo titolo?

L’esplicito riferimento al “Castello dei destini incrociati” di Italo Calvino ci fa pensare alla vita come un intreccio di relazioni scelte o subite, incroci, attraversamenti, perdite, conquiste. Il teatro tende a incrociare la vita degli uomini in maniera comica o drammatica ma sempre con ‘pietas’: rispecchia la vita, a volte la imita, spesso ne attraversa il senso o la sua mancanza di senso. Il teatro in carcere esalta questa caratteristica genetica del teatro; questo suo generare incroci di relazioni fra esseri umani. Qui entrano in gioco gli ‘ultimi’: gli immigrati dall’Africa come dai Balcani, i giovani educati dalla camorra, i giovani aggrediti dalle droghe. Molti di loro – per uno strano destino – incontrano Il teatro in carcere e scoprono una dimensione sconosciuta del proprio essere. Il teatro è una grande occasione di occuparsi di se stessi, dei propri sentimenti, dei propri conflitti interiori al di là delle maschere assunte pubblicamente nella vita libera.

Quale primo contributo alla comunicazione scenica viene dal teatro in carcere?

In carcere il teatro è costretto a rinnovare le proprie procedure, i tempi, i linguaggi. Nella costrizione degli attori e degli spettatori saltano tutti i canoni dello spettacolo teatrale normale. La produzione teatrale nata in carcere – spesso frutto di laboratori - ci costringe a riconsiderare gli elementi primari della comunicazione scenica, il senso del teatro nella nostra società, le possibilità di creare un evento, un mistero, il manifestarsi di un rito teatrale non autoreferenziale, non estetizzante bensì operativo ed efficace. Un teatro che va oltre la prosa e che utilizza linguaggi nei quali le culture e le lingue possono incrociarsi, creando nuove alchimie sceniche. Il teatro in carcere appare, nei casi migliori, come un'esperienza teatrale popolare e, insieme, di elevata qualità artistica.

Come illustrato nella scheda biografica che ha preceduto questo nostro incontro, provieni dal teatro internazionale, dal lavoro con attori professionisti. Che cosa ti ha spinto ad entrare in contatto con il mondo carcerario?

Semplicemente all’inizio fu una committenza del Comune di Arezzo – di cui ero consulente – a chiedermi venti anni fa di avviare un laboratorio teatrale nel carcere di Arezzo. Allora non avevo un metodo adeguato alla difficoltà di quel particolare lavoro. Sapevo delle precedenti esperienze di Volterra, Trieste, Roma, ma non conoscevo allora le possibilità del teatro in carcere. Il lavoro con la mia compagnia professionista – Teatro Popolare d’Arte – tendeva (e tende) ad una sintesi fra la migliore tradizione teatrale italiana e le ricerche dei maestri europei del Novecento. Fui costretto a inventarmi un metodo fondato sull’ascolto delle storie, delle lingue, delle voci incontrate nella reclusione. Un metodo basato sull’improvvisazione e la riscrittura anche di grandi testi (dalla “Tempesta” di Shakespeare tradotto in napoletano a “Uccelli” di Aristofane, e poi “Pinocchio”, “Don Chisciotte” nella versione di Bulgakov, “Woyzeck”, “Kaspar Hauser”… Un metodo che tende a costruire un collettivo di lavoro, una comunità che va in scena sostenendosi l’un con l’altro col preciso compito di raccontare storie.

In carcere esistono varie attività di natura artistica (artigianato, scrittura, arti visive), qual è la specificità che possiede e svolge il mezzo teatrale nell’ambiente della reclusione?

In carcere il teatro esalta una delle sue caratteristiche più affascinanti: quella di contenere nei suoi linguaggi una forma straordinaria di autobiografia. Il racconto di sé sta iscritto nel volto e nel corpo dell’attore. Ma mentre nel teatro normale si tende sempre più a omologare le voci, i corpi, le espressioni, in carcere si esaltano le differenze, le singolarità, una certa rozzezza espressiva che diventa estremamente comunicativa. Direi proprio questo: che in carcere le metafore del teatro – oltre alla loro piena funzione sociale – ritrovano una dimensione profana e insieme sacra; la sola (ci insegna Peter Brook) capace di generare e ri-generare nuova vita.


Destini incrociati


Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo sùbito in prigione”.

Collodi, Le avventure di Pinocchio, Cap. XIX


Destini incrociati

Cosmotaxi Special per “Destini incrociati”

Firenze, dal 20 al 23 giugno ‘12

Fine


Il libro nero di Alemanno

Il 21 aprile 2012 Roma ha compiuto 2765 anni. Secondo la tradizione, infatti, nel 753 a. C. Romolo tracciò sul Palatino il 'solco sacro', con cui fondò la futura Urbe che di tempi bui ne ha conosciuti tanti né potrà ricordare in futuro come felici quelli che sta trascorrendo all’inizio del XXI secolo che la vede più Città Provvisoria che Città Eterna.
Dall’aprile 2008, da quando cioè è amministrata dal sindaco Gianni Alemanno, Roma è precipitata giorno dopo giorno in una voragine fatta di dissesto sociale, scandali, favoritismi, criminalità.
Le cronache si riempiono di omicidi, rapine, stupri: più di uno pensa che oltre ai frequenti reati quotidiani perpetrati da singoli o piccoli gruppi, siamo a una ripresa della criminalità organizzata come ai tempi della banda della Magliana – e qualcuno non esclude una riorganizzazione di quella stessa banda con nuovi nomi.
E pensare che proprio sulla sicurezza aveva tanto blaterato in campagna elettorale il futuro sindaco!
Uno straordinario reportage – Editore Castelvecchi – su Roma dei nostri giorni l’ha firmato Ella Baffoni intitolandolo Il libro nero di Alemanno Dalla A alla Z tutti i disastri del sindaco di Roma.
Il volume si articola, infatti, per scansione alfabetica. Ad esempio: “A come Atac, Ama e Acea”, “C come Casa Pound”, e così via fino alla “Z come Zingari”.

Ella Baffoni è giornalista. Ha lavorato a lungo per la cronaca di Roma de “il Manifesto”. Dal 2002 scrive per “l’Unità”. Per Castelvecchi ha pubblicato, assieme con l’urbanista Vezio De Lucia La Roma di Petroselli.
In questo libro su Alemanno, compone un alfabeto della vergogna e pagina dopo pagina documenta con scrittura veloce e pungente tutte le magagne dell’attuale Giunta.
Un libro imperdibile che interessa non soltanto quelli che vivono a Roma, poiché è anche una radiografia di quanto il berlusconismo ha prodotto sdoganando i neofascisti o postfascisti che siano.

A Ella Baffoni ho rivolto due domande.
Quali gli errori della sinistra che hanno permesso l’avvento di Alemanno?


Il più macroscopico è stato la divisione. La sinistra divisa perde. Un po' ha contato l'atavico bisogno di contarsi, molto la dichiarazione di autosufficienza del Pd che ha deluso e spiazzato le formazioni più piccole. Ma ce n'era un altro, di errore, più nascosto e con cui si sono fatti poco i conti. E' un errore nascosto negli ultimi governi di centro sinistra della città: l'ansia di ricercare una politica ed effetto, mediatica, che ha prodotto ottimi e innegabili risultati nel campo della cultura (le grandi gallerie d'arte, il Macro e il Palaexpò, le Scuderie del Quirinale, le Notti bianche, le Case del jazz. della poesia, del cinema...) ha fagocitato energie e pensiero sull'amministrazione più ordinaria e minuta, sulla cura per le periferie, sul controllo dell'ambiente e dell'urbanistica. Scarsa la progettazione sui trasporti, carente la lotta all'abusivismo, fortissimo il ricorso all'urbanistica contrattata, che favorisce costruttori e imprese "forti". E dunque è la proliferazione di centri commerciali che ha "guidato" lo sviluppo della città, come il quartiere Porte di Roma illustra. E non è un bel vedere.

Alla luce di quanto hai tanto puntualmente dimostrato nel tuo libro, l’attuale sindaco non dovrebbe avere alcuna possibilità di rielezione se si ripresentasse. Ma è proprio così?

Naturalmente no, non è così. Un po' perché la politica ha la memoria corta - e il mio lavoro non è che il tentativo di mettere insieme quel che tutti sanno ma che è già stato indebitamente archiviato - un po' perché il centrodestra sembra allo sbando, e durante un naufragio ci si aggrappa anche a un'asse divelta. Infine qualcuno ci ha pure guadagnato da questo modo di amministrare. I circa mille assunti senza concorso nelle amministrazioni e nelle controllate hanno tutti famiglia, e la speranza che il "miracolo" possa compiersi ancora. L'arbitrio nella gestione della pubblica amministrazione è un peso per la collettività, un vantaggio per pochi. Ma il clientelismo, la distribuzione di favori, è anche il sistema che ha consentito a una pessima Dc di galleggiare per decenni, negli anni 80 ed 90.
A guadagnarci sono stati i tassisti, che hanno ottenuto aumenti di tariffe senza neanche l'obbligo di ricevuta fiscale, il minimo vista l'enorme evasione del settore. A guadagnarci sono stati gli esercenti dei bar che hanno potuto moltiplicare tavolini all'aperto e "plasticoni", quelle finte orribili verande. A guadagnarci sono stati i vigili urbani, ormai spariti dal più faticoso compito di controllare il traffico per occuparsi di commercio e controlli, a volte - come dimostrano le inchieste di questi giorni - in modo infedele. A guadagnarci sono stati i costruttori, che hanno rallentato i lavori e lucreranno ancora con adeguamenti d'appalto. Vero è che i cosiddetti poteri forti possono contrattare con chiunque si presenti, anche nuovissimo, ma preferiscono torchiare chi già si è mostrato compiacente. E' per questo che l'opposizione dovrebbe uscire dalla difensiva, incontrarsi, avviare un programma davvero alternativo. Attorno cui costruire iniziative, riflessioni, progetti e buone pratiche. E controllo dal basso. Così che deviare dal "patto" con i cittadini, poi, sarebbe difficile e sconsigliabile per chi, eletto, se ne fosse fatto garante
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Cliccare QUI per leggere le prime pagine del libro e l’Indice.

Ella Baffoni
Il libro nero di Alemanno
Pagine 188, Euro 12.50
Castelvecchi


Ascari 1 e 2

Vibractions è un’installazione sonora/performance di Ferruccio Ascari che fu presentata per la prima volta a Milano nel febbraio del 1978 a Sixto/Notes, centro d’arti sperimentali, di cui l'artista fu co-fondatore, facendo conoscere a Milano, il lavoro di nomi quali Ant Farm, Chris Burden, Guy De Cointet, John Duncan, Douglas Huebler, Paul McCarthy, Demetrio Stratos, Giuseppe Chiari e molti altri.
Un assaggio audiovisivo di quel lavoro: QUI.
“Vibractions” è un’opera esemplare nel contesto dell'arte di ricerca degli anni ‘70 perché vede indissolubilmente congiunti elementi visivi e materiali sonori, in un percorso analitico che partiva da una riflessione sulle categorie di spazio e di tempo nell’arte. Paradossale assunto di questo lavoro era di misurare lo spazio architettonico attraverso il suono, o meglio, di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. L’intero ambiente, percorso lungo le tre dimensioni da corde armoniche, diveniva uno "strumento musicale" che opportunamente sollecitato permetteva di rivelare il suono dello spazio, le sue irripetibili qualità acustiche.
“I materiali sonori relativi a questa installazione” – ricorda Ascari – “furono successivamente mandati in onda dalla Rai su Radio1, all'interno di Audiobox, trasmissione sperimentale che rappresentò uno dei momenti di punta della produzione radiofonica italiana”.
A oltre trent’anni di distanza riprende quel lavoro del 1978 in occasione dell'uscita di un'edizione musicale per l'etichetta Die Schactel. Il vinile con la registrazione dei suoni riguardanti Vibractions è unito ad una riproduzione in tiratura limitata de “La mano armonica” - opera che accompagnava l'installazione sonora del '78 - ad essa concettualmente collegata.
Vibractions 2012 verrà riproposta dal 18 al 29 giugno presso lo Spazio 'O in via Pastrengo 12 a Milano.

In foto: Ascari, Memoriale volubile, rete metallica e cemento, misure variabili; 2012.

Altra occasione per la conoscenza dell’artista (nato a Campo Salentina, nel 1949), è data dal 29 giugno al 16 settembre 2012, al Museo Comunale d'Arte Moderna di Ascona che ospita una personale di Ascari presentando una selezione di opere che coprono un arco di tempo che va dal 2000 agli anni più recenti: sculture, lavori su carta, un’installazione site specific realizzata per il museo svizzero.
Titolo: Materia inquieta a cura di Daniela Cristadoro e Mara Folini, direttrice del Museo di Ascona.
L’esposizione presenterà anche una serie di 24 scatti fotografici che accompagnavano “Vibractions”, l’installazione prima citata.

Scrive Daniela Cristadoro, nel suo testo in catalogo: Le opere recenti di Ferruccio Ascari sono l’esito di un progressivo e sempre più radicale spostamento dello sguardo da una prospettiva di tipo antropocentrico a un’altra che tende al superamento di ogni gerarchia tra i vari piani di esistenza. È un percorso vissuto dall’artista come una liberazione, un allargamento d’orizzonte lungamente perseguito. Frutto di un cammino di ricerca sul piano umano oltre che artistico, sul quale non poco ha influito lo studio del pensiero yogico e la sua pratica. La consapevolezza della perdita del centro e insieme delle infinite forme in cui il vivente si manifesta, costituisce la trama segreta, e insieme il filo conduttore che attraversa tutto il suo lavoro […] Nelle opere di pittura e nei disegni lo sguardo indaga la struttura interna di ipotetici organismi; asseconda la loro pulsione verso un’indefinita espansione o, al contrario, verso la contrazione e l’annullamento, in un avvicinamento dell'occhio all’oggetto che tende ad abolire la distanza, quasi a compenetrarsi con esso in una spinta conoscitiva di tipo fusionale. Le forme organiche che compaiono nelle sue opere, nelle sue sculture, non rimandano tuttavia ad alcunché di esistente: sono piuttosto la manifestazione di un’energia che è perenne dialettica tra permanenza e mutamento.

Catalogo bilingue (italiano/inglese), edito da Kaleidoscope Press di Milano.


Spider-Man

Da come zompa, s’arrampica, combatte, mica gli daresti cinquant’anni, eppure tanti ne ha in questo 2012 Spider-Man la creatura creata nel 1962 da Stan Lee e Steve Ditko.

Scrive Franco Fossati: “Nevrotico, antisociale, timido e sfortunato con le ragazze, il giovane Peter Parker ha per caso ottenuto poteri straordinari in seguito al morso di un ragno che poco prima era stato colpito da radiazioni”.
Le facoltà acquisite forniscono a Peter forza e agilità sovrumane proporzionali a quella di un aracnide, come la capacità di aderire ai muri, ma il suo potere più caratteristico è il senso di ragno, senso che lo avverte dei pericoli di qualsiasi tipo, da una bomba nelle vicinanze a una fuga di gas, e gli conferisce una velocità di reazione straordinaria, infatti, i suoi riflessi, sono superiori a quelli di un uomo comune.
“Con il passare del tempo” – ancora Fossati – “scoprirà a sue spese che i suoi poteri lo intralciano nella vita privata, mentre in quella pubblica è sgradito alla gente per certi suoi atteggiamenti e le campagne di stampa che lo dipingono come un criminale. Deve lottare anche contro i problemi di tutti i giorni: dalla necessità di guadagnarsi da vivere all’affitto da pagare, dagli esami universitari al costume da risistemare dopo scontri particolarmente violenti”.

Nel 1992 Max Pezzali, allarmando mezzo mondo, sostenne: Hanno ucciso l'Uomo Ragno.
Era una notizia falsa e tendenziosa, infatti, oggi potete ancora ammirare le gesta di questo splendido cinquantenne recandovi allo Spazio Fumetto Wow dove è in corso una mostra in suo onore e dove è anche possibile vedere in anteprima alcune sequenze della nuova serie “Ultimate Spider-Man”.

Milano
Viale Campania 12
Fino al 29 luglio 2012.


L'Ateo


Questo numero del bimestrale "L’Ateo" dell’Uaar (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) si apre con una triste notizia commentata dalla direttrice Maria Turchetto e dal capo redattore Baldo Conti: la scomparsa di Marco Accorti. Aveva 65 anni, era laureato in Scienze Naturali. Le pagine contengono anche il suo ultimo articolo scritto 4 giorni prima di morire dove non gli viene meno lo sferzante spirito che ha animato tanti suoi interventi, tanto da intitolare il pezzo “I tumorati di Dio” riferendosi al fatto che il reparto di chemioterapia era pieno di simboli religiosi. Eccone alcuni passaggi: “Era come se in quel reparto fossero curati, o meglio curabili solo cattolici […] E poi risvegliarsi dall’anestesia costretti come prima cosa a mettere a fuoco un crocefisso. Tutto questo sarà anche di conforto per un cattolico, ma per me fu una violenza che si andava a sommare ai dolori del tornare al mondo […] c’è la difficoltà di trovare un modo ateo per andarsene con dignità […] Come anni fa ho aperto un tema allora nuovo, oggi mi trovo nuovamente a forzare la mano per passare dalle parole ai fatti […] ma questa volta non so proprio da che parte rigirarmi perché si tratta di uscire dal teorico e cercare di descrivere quel che si prova in diretta durante il trapasso”.

Lo special della rivista è intitolato “Cattiva Maestra Televisione” e vi contribuiscono il neurobiologo Lamberto Maffei (‘Visione e televisione’); il filmmaker Paolo Benvenuti (‘L’arte della menzogna’); il neurofisiopatologo Francesco D’Alpa (‘Apparizioni televisive’); la docente Enrica Rota (‘Televisione (italiana) oppio dei popoli’); il traduttore e copywriter Giordano Vintaloro (‘I Monty Python e la Tv’); l’ingegner Viviana Viviani (‘Tutte le polemiche di Sanremo’) lo scrittore Antonino Fazio (‘L’effetto Stroop e altri paradossi della tv di massa”); lo scrittore Luca A. Borchi (‘Essere altro o essere altrove’); lo special si chiude con una nota critica di Maria Turchetto sul testo di Popper “Cattiva maestra televisione” e una bibliografia essenziale sulla Tv. Insomma, un’ampia ricognizione sulla natura del mezzo e di com’è gestito, peccato che il tutto sia vulnerato da un mio articolo che riguarda i telespettatori.

Su altri temi della laicità si misurano importanti contributi di Franco Ajmar, Bruno Borgio, Achille Taggi, Carlo Tamagnone, Antonino Ferina, Domenico Bilotti.
Nel numero non mancano recensioni a libri che ovviamente mai troveremo segnalati nei supplementi letterari e scientifici dei quotidiani e una serie di divertenti vignette.

La rivista "L'Ateo" è in vendita nelle seguenti librerie al prezzo di 2.80 euro.


ArcheoFest


Non è proprio imminente, ma ArcheoFest 2012 inaugura il 6 luglio quando Cosmotaxi sarà in vacanza e ne parlo oggi affinché possiate segnarlo nelle vostre agende di viaggio sia che andiate a Chianciano a passare le acque sia che vi troviate in Toscana a passare il vino.
L’avvenimento, però, è così ricco d’interesse da meritare anche un viaggio apposta.
E’, infatti, una rara occasione per assistere ad un incontro fra archeologia e arte moderna; ad esempio, il genio metafisico di De Chirico e le collezioni dei Musei archeologici di Chianciano e Sarteano, oppure un prezioso ritrovamento - “Il vaso François” - che torna a Chiusi, grazie ad una particolare proiezione realizzata con le più nuove tecniche 3D.

Per sapere qual è il profilo di ArcheoFest: QUI.
Per il programma in dettaglio:CLIC!

ArcheoFest 2012 è una produzione Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Vernice Progetti Culturali, con il coordinamento scientifico di Fondazione Musei Senesi in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Toscana, Provincia di Siena e Comune di Chianciano Terme e la partecipazione dei Comuni di Cetona, Chiusi, Montepulciano, Sarteano, Pienza, San Casciano dei Bagni, Trequanda e dell’Unione dei Comuni della Val di Chiana Senese.

Ufficio Stampa
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0577. 21 92 28 – 0577. 27 21 23
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Sonia Corsi 335 – 1979765; Natascia Maesi 335 - 1979414


Mencraft


Da ieri è in corso a Roma il Makers Festival Mencraft che (la foto è di Lost & Found) così si presenta nel suo “about”.

MENCRAFT e’ una esposizione di progetti, creazioni e oggetti che celebrano il biennio di ricerca 2010-2011 di RADIO nel mondo delle due ruote, dello street food, della pornografia, del social design e molti altri territori in cui l’ingegno manuale accompagna l’intuizione artistica e la tecnologia ne dispiega il potenziale.
Cinque giorni in cui RADIO invita a riflettere sul confine tra artigianato e opera d’arte, tra status d’artista e qualifica di artigiano.
Singole personalità, gruppi di lavoro e piccole imprese esponenti di quella che chiamiamo new wave dell’artigianalità contemporanea; in una parola i nuovi Makers.
MENCRAFT esporrà motociclette assemblate manualmente e chitarre di alluminio artigianali.
Tavole da surf prodotte nell’adriatico e prototipi abitativi per i senzatetto delle nostre città.
Un film porno didattico e il manifesto dello ‘street food’ ma anche cosa vuol dire essere un punk minorenne in crimea e suonare afrobeat per il mondo anche se sei nato a Ravenna.
Persone e cose provenienti dal Libano come da New York, dalla penisola arabica come da Los Angeles, Da Bergamo come Bellaria.
MENCRAFT è anche concerti, performance dal vivo, un reading, dei film e qualche festa
.

Tra i partecipanti noto con piacere un vecchio amico di Cosmotaxi Sergio Messina che della sua produzione poliartistica presenta uno dei più recenti successi: La rivoluzione siamo noi.

Cliccare QUI per il programma del Festival.

Mencraft
L’Aranciera di San Sisto
Via Valle delle Camene 11 (Terme di Caracalla).
Fino al 16 giugno


Parole per viaggiare


“Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere, e uscirne intatti, riempiti dell'allegria maligna di abbandonarli alla loro sorte”.
Questo un aspro pensiero di Jean Baudrillard.
Bruce Chatwin, invece, è benevolo verso il viaggio (e poteva essere diversamente per uno come Chatwin?) e afferma risoluto: “Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”.
Sia come sia, se, in questi giorni grami potete permettervi un sia pur breve vacanza all’estero non sempre ce la possiamo cavare con l’inglese o gli altri idiomi globalizzati. Quindi che scegliate una vacanza da turista faidate, con o senza ahi!ahi!ahi!, oppure viaggi organizzati, percorsi avventurosi oppure comodi Resort, meglio mettere in valigia il vocabolario che più ci serve.

La casa Editrice Zanichelli si avvale di un’ottima collana – Parole per viaggiare – che dopo le lingue più diffuse, come l'inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo, ha pubblicato altre nuove guide per: Portoghese (e Brasiliano), Russo, Polacco, Cinese, Giapponese, l’Italiano per i turisti stranieri.
La collana è un’ampia raccolta di parole e frasi organizzata per consentire la massima fruibilità, con box di approfondimento e tavole illustrate. Contengono ciascuno: oltre 3500 parole e 1500 frasi, 7 sezioni identificate rispettivamente da un’icona: “In generale”, “In pratica”, “Tra persone”, “Gastronomia”, “Acquisti”, “Tempo libero”, “Emergenze”; 40 box d’informazione e approfondimento culturale, di curiosità e particolarità locali; 10 tavole illustrate. E in fondo un dizionario bilingue di 2500 parole.
Così dalle steppe della Russia alla città proibita di Pechino o sulle spiagge di Rio, potrete farvi capire senza (troppo) gesticolare. Le guide sono l’ideale per i neofiti o per chi è completamente a digiuno di lingue straniere. Stanno comodamente in tasca o nella borsa e sono uno strumento di facile consultazione per chiunque intraprenda un viaggio ricreativo, culturale o lavorativo. Un “pronto soccorso” linguistico per affrontare qualsiasi situazione, dalla preparazione del viaggio alla ricerca di una sistemazione, dalla serata al ristorante all’acquisto di biglietti, dallo shopping alla vita quotidiana.


Arte e Scienza al Crm


Il Centro Ricerche Musicali organizza e partecipa a manifestazioni concertistiche in Italia e all'estero, collaborando con istituzioni pubbliche e private.
Il Centro progetta e realizza installazioni sonore, spettacoli di teatro musicale, eventi multimediali che utilizzano i risultati più avanzati della ricerca scientifica e tecnologica, avendo come punto progettuale di riferimento delle esibizioni sonore il luogo architettonico e le sue caratteristiche acustiche.

In questo quadro d’attività torna ArteScienza manifestazione internazionale di arte e scienza contemporanee intitolata Sentire oltre
Il programma (vedi link precedente) è ricco d’iniziative.
Prevede la realizzazione di spettacoli, manifestazioni interdisciplinari e approfondimenti attraverso incontri e tavole rotonde. ArteScienza, infatti, presenta le opere e le teorie che, in una prospettiva storica, ci permettono di seguire l'evoluzione dei linguaggi artistici e di apprezzare le acquisizioni dell'arte e della scienza contemporanee. Innovazioni scientifiche applicate alla musica, alle arti visive, al teatro, all'architettura ma anche i nuovi approcci che riguardano l'uso espressivo della luce, le nuove forme di fruizione artistica: installazioni sonore e visive che interagiscono con gli spettatori e s’integrano all'ambiente naturale e al contesto urbano.

Le iniziative proposte si avvalgono di forme e modi espressivi rivolti a un'ampia fascia di pubblico e si svolgono prevalentemente in luoghi non convenzionali per lo spettacolo: musei, parchi tecnologici, palazzi storici, università.


Sei proprio il mio typo


Le emozioni provate durante la lettura d’un testo quanto sono influenzate dalla forma tipografica di quelle pagine? Semiotica e scienze cognitive hanno studiato il fenomeno, ma quando, dove, perché sono nate certe forme delle lettere? Chi ha ideato quelle matrici?
L’editore Ponte alla Grazie ha pubblicato uno splendido libro sull’argomento: Sei proprio il mio typo La vita segreta delle font.
Ne è autore il giornalista inglese Simon Garfield che ci guida in un vertiginoso viaggio attraverso la storia dell’universo grafico che, oggi, specie con l’avvento della tecnologia informatica, è diventata protagonista del nostro quotidiano.
Una navigazione a volte placida a volte inquieta fra caratteri che diventano geografia della mente e così viaggiamo in un Impero dei Segni fra località che si chiamano Verdana e Times Roman, Arial e Garamond, Calibri e Gill Sans, Frutice e Palatino.
L’argomento che l’autore tratta con sobria scrittura, punteggiata da divertenti aneddoti (il primo che incontriamo riguarda i bizzarri studi di calligrafia fatti da Jeff Bezos, il fondatore di Amazon), è fondamentale nel rapporto occhio-comunicazione e sia in stampa su carta sia in versione elettronica, può risultare decisiva nel provocare determinati sentimenti.
Già Gérard Genette in “Soglie” (Einaudi, 1989) – libro sul paratesto – avvertiva: “… la realizzazione grafica è inseparabile dai propositi letterari: è difficile immaginare alcuni testi di Mallarmé, di Apollinaire o di Butor privi di questa dimensione, e non possiamo che rimpiangere l’abbandono, apparentemente accettato da Thackeray stesso dal 1858, dei caratteri ‘Queen Ann’ dell’originale (1852) del romanzo ‘Henry Esmond’, che gli davano il suo carattere da parrucca e infiorettature, e che contribuivano al suo effetto di pastiche”.

Dai caratteri usati da Gutenberg a quelli dei fumetti di Frank Miller, dai segnali della Metro parigina ideati da Hector Guimard al Letraset che connota l’era psichedelica, dal gotico usato dai nazisti al Papyrus scelto da James Cameron per titoli e sottotitoli di “Avatar”, fino al leggendario Erik Spiekermann autore di “FontBook” che contiene più di centomila tipi di caratteri pronti per ogni uso possibile e immaginabile (o inimmaginabile), Garfield ne fa storia e interpretazione, spiegazione del come e del perché.
Libro affascinante questo Sei proprio il mio typo che credo indispensabile ad ogni graphic designer, ma si presta a una lettura della storia del mondo occidentale attraverso segni che oltrepassando la grafia sono diventate icone nell’immaginario di varie epoche.
Una curiosità: la legge degli Stati Uniti non consente il diritto d'autore sul disegno dei caratteri nonostante le accanite battaglie sostenute da Hermann Zapf paladino dei diritti proprio sui caratteri, mentre in Europa si gode (o si soffre, secondo i punti di vista) di una protezione non tanto larga ma presente.

Mi piace chiudere con un brano tratto dalla prefazione: Il Gothan è la font che ha aiutato Obama a diventare presidente. Tuttavia, quando preferiamo il Calibri al Century, o quando un grafico pubblicitario è più propenso a usare il Centaur che il Franklin Gothic, che cosa condiziona queste decisioni, e quale impressione speriamo di dare? Chi crea le font e come funzionano? E perché ce ne servono così tante? Si tratta di misteri oscuri, e questo libro vuole provare a svelarli.

Quel “vuole provare” è un’eleganza dell’autore che apprezziamo, ma intendiamo dirgli che ci è riuscito perfettamente.

Simon Garfield
Sei proprio il mio typo
Traduzione di Roberta Zuppet
Pagine 368,Euro 22.00
Ponte alle Grazie


Scienza e Fiction

Nell’àmbito dell’Art Program dedicato all’Ethos del vivente, è in corso al Pav Tales of a Sea Cow, un progetto multimediale di Etienne De France a cura di Annick Bureaud.

Etienne De France (Parigi, 1984; vive tra la capitale francese e Reykjavik) presenta il risultato di un intenso lavoro sulla biodiversità attraverso gli strumenti dell’immaginario, un viaggio verso un “finis terrae” geografico e mentale.
“Tales of a Sea Cow” ruota attorno alla Ritina di Steller, un mammifero marino avvistato per la prima volta nel 1741 nelle acque del mare di Bering, tra Siberia e Alaska, e dichiarato estinto nel giro di poche decine di anni. La mostra si pone così come una metafora amara della velocità e della voracità con cui l’uomo tende ad appropriarsi dell’ambiente.
Confrontandosi con paleozoologi e biologi, l’artista rintraccia ogni più piccolo dettaglio relativo all’esistenza della Ritina di Steller e ne ricostruisce il mondo – l’habitat, le rotte e l’etologia – colmando il vuoto creato dall’estinzione dell’animale. Sempre avvalendosi delle più aggiornate metodologie e tecnologie scientifiche, De France immagina e segue un team di esperti impegnati a verificare la notizia di alcuni imprevisti avvistamenti nella ricerca di un riscontro, almeno sonoro, che testimoni la sopravvivenza di alcuni esemplari del sirenide scomparso.
Nasce così un lavoro che mescola scienza e fiction, una rivisitazione delle atmosfere care a Jules Verne, dove gli elementi del reale s’intrecciano alla dimensione del possibile, e forse anche del sogno. “Tales of a Sea Cow” è dunque, come indica il titolo al plurale Tales (Storie), l’insieme di molti immaginari, una narrazione aperta a molteplici letture e costruita sommando fonti e materiali diversi.

Scrive Annick Bureaud: Il racconto si sviluppa in modo lineare attraverso un film costruito come un documentario e si dispiega nello spazio espositivo attraverso fotografie, tavole, suoni, e diversi oggetti difficili da classificare: un falso strumento scientifico diventa un’installazione visiva e sonora effettivamente interattiva, giocata su un’estetica di visualizzazione dei dati che rileva una pertinenza allo stesso tempo al campo tecnico, scientifico e artistico. Le tavole, che partecipano alla natura narrativa della mostra, riprendono i codici formali dei poster divulgativi di carattere scientifico, includendo al tempo stesso elementi iconografici che sembrano, per struttura, fuoriuscire da mondi virtuali come Second Life. Tutti questi elementi sono controbilanciati dall’estetica delle fotografie e del video, che introducono un’immagine poetica e onirica ben oltre il reale.

Ufficio Stampa: Elisabetta Palaia, 011 – 31 822 35; press@parcoartevivente.it

Etienne de France
Tales of Sea Cow
Pav, Via G. Bruno 131
Torino
Fino al 24 giugno 2012


Rrose 2


Nel gennaio scorso presentai, diretta da Massimo De Nardo, una rivista che molto mi piacque: QUI.

Ora ne è in navigazione il secondo numero con alcune variazioni rispetto al varo.
Affido alle parole dell’editoriale di De Nardo le nuove rotte che intende percorrere e i nuovi porti da raggiungere.

Rrose 2. Un nome accompagnato da un numero. Il primo resterà uguale, da qui a chissà (lunga vita a Rrose); il secondo è in progress (lunga vita ai numeri).
Gli autori di R rose 2 sono straordinari, come lo sono stati quelli di Rrose 1. E a loro vanno tutti i nostri sogni (si accontenteranno?).
Alcune cose sono cambiate, soltanto quelle che riguardano la “materia” di Rrose, o, per dirla diversamente, quelle che hanno a che fare con la realtà commerciale e che ci hanno costretti al calcolo. In breve: da free press a 4 euro. Chi non ha conosciuto Rrose 1 non sa che il nostro primo numero lo abbiamo regalato, spese di spedizione comprese. Abbiamo rotto parecchi salvadanai. È stato magnifico averlo fatto. Un regalo anche a noi stessi.
Nella redazione di Rrose c’è una cartolina rossa con su scritto, in bianco:
“Qualcuno ha un martello a portata di mano?”
Firmato: Subcomandante Marcos.
Non sappiamo a cosa si riferisse, sta di fatto che il martello lo abbiamo preso e utilizzato (simbologie di una utopia sgangherata, però utili). Rrose 1 ha viaggiato con le Poste (qualche volta si è pure smarrita), adesso è il distributore Joo a consegnare un po’ di copie di Rrose 2 a 52 librerie, da nord a sud. L’ultimo cambiamento riguarda la “linea di condotta”: da qui in poi ogni numero avrà un tema, che occuperà più o meno la metà delle pagine; l’altra metà resta liberissima di saltellare sul “vario” della creatività. Il tema di Rrose 2 è il paesaggio, facile accorgersene. Da vari punti di vista. Creativamente.
Passate in libreria e passate parola. Grazie
.

Cliccare http://www.rroseselavy.org/librerie_Rrose.pdf per le librerie con Rrose.


Lovink al Meet the Media Guru

Meet the Media Guru – guidato da Maria Grazia Mattei (QUI in un recente intervento video) – è il programma annuale di incontri con i protagonisti internazionali della cultura digitale e dell'innovazione realizzato da Camera di Commercio di Milano con il contributo di Regione Lombardia e Provincia di Milano.

Il prossimo incontro sarà con l’olandese Geert Lovink nato ad Amsterdam nel 1959.
Teorico, studioso, critico dei media e dei social media, Lovink ha elaborato la definizione di media tattici (Tactical Media), a indicare l'uso non convenzionale e flessibile dei media per sviluppare una contronarrazione dal basso dei fatti sociali. Il dibattito che ne è seguito è considerato alla base dello sviluppo del paradigma teorico del mediattivismo.

Sarà a Meet the Media Guru per discutere lo scenario attuale della cultura online e per lanciare provocazioni, suggerimenti e inviti ad un futuro speculativo: gli utenti e le reti hanno l'intelligenza e la capacità di intervenire sui processi attraverso cui la tecnologia si forma. Perché non si oppongono a colossi della nuova economia come Google e Facebook?

Scrive nel recente (Egea, 2012) “Ossessioni Collettive. Critica dei social media”: I cyberprofeti avevano torto: non esistono prove che il mondo stia diventando più virtuale. E' anzi il virtuale che va facendosi sempre più reale; vuole penetrare e creare la mappatura della nostra vita e delle nostre relazioni sociali. (...) Siamo costantemente impegnati a fare login, creare profili e aggiornare il nostro stato per presentare adeguatamente il nostro Io sul mercato globale del lavoro, dell'amicizia, dell'amore.

Ecco in questa composizione audiovisiva le parole chiave dell'incontro con Lovink


La bottega delle reliquie

Dal dizionario: Reliquia = Ciò che rimane di qlco. o resti di persona morta; dicasi anche di ciò che resta delle vesti, degli oggetti o, specialmente, del corpo appartenuti a un santo o a un beato .
Spesso, però, santi e beati esagerano, forse miracolosamente.
Qualche esempio.
Teste? S. Brigida, ad esempio, era provvista di 3 teste, se ne trova una presso gli Irlandesi, un’altra a Colonia e una terza a Neustad in Austria.
Braccia? S. Biagio aveva 8 braccia: una sta a Roma nella Chiesa dei SS. Apostoli e altre a Milano, Capua, Notre-Dame di Parigi, a Compostela, a Dilighem in Brabante, nell’abbazia di Brienne in Champagne, a Marsiglia.
Né mancano somme meraviglie come, per dirne una, i tanti prepuzi di Gesù. Uno è a Charroux nella diocesi di Poitiers, e poi altri in S. Giovanni in Laterano a Roma, a Coulombs, ad Anversa, nella cattedrale del Puy nel Velay, a Hildesheim in Sassonia, a Chalons-sur-Marne.
Molteplici cuori, piedi, occhi, lingue di altri santi se ne trovano in Spagna, Francia, Belgio, Germania e Italia.
L’elenco è lungo.

Sulle reliquie è stato pubblicato da Fazi un delizioso libro intitolato La bottega delle reliquie Viaggio tra i corpi sacri del mondo.
Ne è autore Peter Manseau. Figlio di una monaca e di un prete che hanno abbandonato i voti – storia che narrerà nell’esilarante autobiografia “Vows: the Story of a Priest, a Nun and Their Son” (2005) –, ha lavorato presso il National Yiddish Book Center, dove contribuiva a restaurare antichi testi yiddish. Ha curato, insieme a Jeff Sharlet, la Bibbia per eretici “Killing The Buddha” (2004) e ha scritto un saggio sulle follie e le superstizioni legate al culto dei morti – “Rag and Bone: Journey among the World’s Holy Dead” (2009). Ballata per la figlia del macellaio – presente nel catalogo Fazi – è stato finalista al John Sargent First Novel Prize 2008 e ha vinto il National Jewish Book Award 2008, il Sophie Brody Medal for outstanding achievement in Jewish literature 2009 e l’Harold U. Ribalow Prize 2009. Peter Manseau insegna scrittura creativa alla Georgetown University. Vive con la moglie e le due figlie a Washington, D.C.
Il volume è un reportage antropologico condotto con molta verve e ricco d’informazioni trattate in modo divertente. Alle reliquie che ho citato in apertura (tratte dal famoso “Dizionario delle reliquie” di Collin de Plancy), Manseau ne aggiunge molte da lui visitate e ci ricorda come (pur restando imbattibile il cattolicesimo nella conservazione di funebri resti) non è la sola religione ad osservare il culto di oggetti o parti del corpo di religiosi.
Scopriremo così dietro un Mcdonald’s vicino alla Hollywood Walk of Fame una mostra itinerante di reliquie buddiste dov’è esposta la gamba di un lama in tournée, mentre Buddha deve aver sofferto di una piorrea mentre faceva il turista perché di suoi denti se ne trovano in più parti del mondo. Né si salva l’Islam, nel Kashmir è custodito con grande cura un pelo del mento del profeta Maometto.
Insomma, come diceva Alberto Savinio “Ciascuno ha la reliquia che si merita”.
Nelle pagine di Manseau sfilano alluci, unghie, lingue, reperti da film splatter sorvegliati talvolta da uomini armati e, comunque, sempre da guardiani sospettosi.
Si ha la sensazione che quegli sguardi diffidenti seguano anche noi mentre leggiamo le pagine di questo viaggio tra i corpi sacri (o ritenuti tali) del mondo.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Peter Manseau
La bottega delle reliquie
Traduzione: Giuliano Bottali - Simonetta Levantini
Pagine 250, Euro 15.00
Fazi Editore


Parole per un anno


“La parola è il più duraturo dei materiali e supera gli anni”.
Sosteneva Arthur Schopenhauer.
“La parola è una chiave, ma il silenzio un grimaldello”.
Diceva Gesualdo Bufalino.

A chi dar ragione? Difficile decidersi, sono due cose opposte e vere entrambe.
Un’occasione per approfondire la questione la offre la Società Dante Alighieri ospite del Primo Festival della Letteratura a Milano (dal 6 al 10 giugno, in programma 80 avvenimenti) con il prodotto editoriale Madrelingua, supplemento di “Pagine della Dante” realizzato in collaborazione con la rivista Limes e con ISTAT e distribuito in tutta Italia all’interno del circuito delle Librerie Feltrinelli.
Per l’occasione la “Dante” lancerà un nuovo progetto ideato da Massimo Arcangeli: “Parole per un anno”. Si affiancherà all’ormai celebre “Adotta una parola” e consisterà nello scegliere un vocabolo, nell’abbinarlo a un giorno dell’anno, nel commentarlo per dar luogo a un dibattito.
L’appuntamento è per mercoledì 6 giugno alle ore 17 presso la Fnac di via Torino 45 (angolo via della Palla - MM Duomo).
Parteciperanno all‘evento, coordinato dallo stesso Arcangeli: Ale Agostini, Viola Di Grado, Alberto Gaffi, Filippo La Porta, Michele Mirabella, Antonio Riccardi, Stefania Rabuffetti, Igiaba Scego, Paola Soriga.

Poeti, intellettuali, traduttori, giornalisti e scrittori a caccia di parole: a ognuno di loro verrà chiesto di indicarne una, e di spiegarne il motivo. La parola dovrà essere associata a un giorno dell’anno e con essa bisognerà costruire una frase, ricavandola dai testi propri o altrui o elaborandola al momento. Nel gioco saranno coinvolti anche i presenti, i quali, a loro volta, dovranno indicare altre parole e costruirvi sopra altre frasi. Un progetto lungo 365 giorni, che proseguirà in rete dopo la chiusura del Festival e premierà alla fine i selezionatori e i commentatori migliori.

Ufficio Stampa: Pierpaolo Conti, p.conti@ladante.it ; 334 – 67 55 306


I segni del corpo


Nelle parole che pronunciamo può annidarsi la menzogna, nel linguaggio del corpo le verità risalgono a galla anche contro la volontà di occultarle.
Si tratta della comunicazione non verbale (il suo acronimo usato nelle scienze è CNV) di cui si ritrovano le prime acerbe tracce nel retore romano Marco Fabio Quintiliano che riteneva i gesti decisivi al pari delle parole.
Tali modalità di comunicazione focalizzano l'attenzione su parti del corpo, gesti e microespressioni osservati nei linguaggi non verbali oggetto d’indagine, alla luce delle discipline che si occupano della CNV, tra cui la semiotica.
Un importante libro su questa complessa materia che intreccia più discipline è stato pubblicato da Progedit, è intitolato: I segni del corpo Sport e danza, giornalismo e crisi di guerra, moda, cinema, arte e fumetto, letteratura.
E’ a cura di Raffaella Scelzi e Vincenzo Pellicani con una raccolta di saggi dei due curatori e di Patrizia Calefato, Geo Coretti, Massimo Del Pizzo, Osvaldo Lanzolla, Lucia Cristina Larocca, Davide Papa, Giovanna Ranaldo.

Raffaella Scelzi è docente di Lingua straniera nella scuola secondaria di II grado, docente a contratto SISS presso l'Università degli studi di Foggia, è Assistente alla Comunicazione, titolo per il quale ha conseguito un master in Assistenza alla Comunicazione per non udenti; conosce la LIS (Lingua Italiana dei Segni), ha pubblicato su diverse riviste tra cui ''Athanor, Rivista Cistercense'' e quella online Glottodidattica.
Vincenzo Pellicani è docente a contratto presso l'Università degli studi di Foggia, docente di Scienze motorie nella scuola secondaria di I grado, è preparatore fisico della FIP, preparatore atletico e allenatore della FIGC. Ha pubblicato su diverse riviste tra cui "Performance", "Notiziario Settore Tecnico FIGC", "Giganti del Basket".

A Raffaella Scelzi ho rivolto alcune domande.
Nella Premessa è scritto che “questo libro nasce dalla volontà, comune ai singoli contributi, di ragionare in maniera diversa sulle lingue e i linguaggi specialistici non-verbali”. In che cosa principalmente si configura questa diversità?

La diversità consiste nell’affrontare tematiche legate alla CNV secondo un approccio scientifico denominatoTransdisciplinare che superi la settorialità delle singole discipline le cui categorie interpretative hanno permesso agli autori dei singoli contributi di svolgere un’analisi completa relativa alle diverse specificità di linguaggio segnico-gestuale. Un approccio di studio che attraversa le discipline abbracciando più settori scientifici integrando i saperi fino a giungere ad un’unità del sapere attraverso la trasversalità delle competenze. I Segni del corpo osservati attraverso foto, immagini e storie disegnate in fumetti, con particolare riferimento a vari settori dell’arte e della cultura, della moda, del cinema, della letteratura e dello sport, in particolare basket e rugby, nel giornalismo praticato in teatri operativi quali le aree coinvolte da crisi di guerra, sono stati descritti e commentati in una prospettiva socio semiotica. Queste diverse modalità di comunicazione non verbale, palesate in segni, gesti e microespressioni osservati nei linguaggi non verbali intrecciano ‘sguardi tra più discipline’ aprendo scenari di confronto con la LIS (lingua italiana dei segni) e con le ultime ricerche terminologiche in lingua straniera francese il cui legame rimanda all’importanza e al ruolo della spontaneità delle emozioni. Ragionando sulle lingue e sui linguaggi specialistici non verbali e visuo-gestuali ha permesso di cogliere un aspetto importante che lega, come un filo conduttore, le singole tematiche discusse: comunicare con il corpo implica il manifestarsi di un’emozione senza filtri difficilmente controllabile e leggibile da chi si mette in ascolto.

Lo psicologo americano Paul Ekman afferma che una caratteristica importante delle emozioni fondamentali è data dal fatto che vengono espresse universalmente in tutte le culture; tu ci avverti che, invece, la comunicazione non verbale può sensibilmente cambiare tra culture differenti. Perché ciò avviene?

Le emozioni primarie sono universali ma risentono dell’influenza geografica e della cultura di appartenenza oltre che di innumerevoli fattori psicologici, antropologici e di diversa natura che le alterano. Ciò che risulta fondamentale è la loro interpretazione legata al “relativismo culturale ” ovvero il rispetto e l’interesse per la diversità culturale che non veda il prevalere di un unico modello assurgere a modello migliore ed ergersi come dominante, rispetto di tutti i valori, modi di vivere, usi e costumi, pratiche comportamentali e discorsive unite a quelle pratiche consuetudinarie che caratterizzano identità sociali, gruppi sociali, etnici e comunità.

Esiste una differenziazione tra i sessi nella comunicazione non verbale?

Esiste una diversità di genere e ovviamente di modalità di osservazione/lettura dei segni del corpo che è scientificamente provata. Determinate modalità sono più utilizzate a seconda che si appartenga al genere maschile o femminile. E a loro volta influenzate dal contesto socio-culturale.

Come s’inserisce la LIS (Lingua Italiana dei Segni) nello scenario della CNV? E perché quella lingua non ancora è riconosciuta ufficialmente come tale?

La LIS è una lingua visuo-gestuale naturale con una sua sintassi che veicola messaggi e significati con tutto il corpo ed è perciò allo stesso tempo un linguaggio che ingloba tutti gli elementi della CNV, a partire dal volto, dalle spalle, dalle mani usati come segni verbali (anche se non vocali in quanto denotano una struttura verbale infatti un sopracciglio alzato può indicare una domanda) e non verbali dunque con doppia valenza. Un segno può funzionare su più livelli come unità grammaticale della frase segnata in LIS e come segno semiotico. Attualmente la LIS ha subito un iter legislativo che la blocca in una rigida definizione di linguaggio mimico gestuale ma dirò di più tale definizione proposta in ambito parlamentare cancellerebbe anni di studio e di lavoro scientifico avallando un ritorno al pregiudizio e alla ghettizzazione della comunità sorda segnante. Questa decisione non ci onora né in ambito sociale né politico essendo l’Italia ancora il luogo in cui tale lingua non è ancora ufficialmente riconosciuta rispetto agli altri paesi europei e men che meno in ambito scientifico considerando che Virginia Volterra è una personalità scientifica di tutto rispetto e già Dirigente di ricerca del CNR dove ha compiuto numerosi studi in proposito.

A cura di Raffaella Scelzi e Vincenzo Pellicani
I segni del corpo
Pagine 172, Euro 20.00
Progedit


Viaggio nelle emozioni


“Tu chiamale se vuoi, emozioni…”, così cantava Lucio Battisti.
Già, ma aldilà degli esempi presenti in quella canzone (alquanti parecchio spericolati), che cos’è un’emozione?
Il dizionario ci soccorre così spiegando: “Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi”.
Una voce di Wikipedia ricorda inoltre che “Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche). Si differenziano quindi dai sentimenti e dagli stati d'animo”.
Roba complessa che investe più campi scientifici, dalla neurofisiologia alla psicologia.
Gli studi di oggi partono da un classico della letteratura scientifica: "L'espressione delle emozioni negli uomini e negli animali" (1872), di Charles Darwin. Esperimenti ai nostri giorni hanno confermato che una caratteristica importante delle emozioni fondamentali è data dal fatto che sono espresse universalmente, cioè da tutti in qualsiasi luogo, tempo e culture attraverso modalità simili. E, come suggerisce il titolo del libro di Darwin, anche gli animali provano emozioni. Da qui un ragionato – e quanto mai benvenuto – superamento dello “specismo” (cioè della convinzione che le regole etiche si applichino solo all'uomo e non alle altre specie).

Un puntualissimo libro sull’universo emotivo lo ha pubblicato Dedalo nella preziosa collana Piccola Biblioteca di Scienza ben diretta da Elena Ioli.
E’ intitolato Viaggio nel cuore delle emozioni, ne sono autori David Sander e Sophie Schwartz.
Il libro, diretto ai ragazzi intorno ai dieci anni, riesce a comunicare una materia tanto difficile in maniera semplice grazie anche alle felici illustrazioni di Clotilde Perrin.
Del resto, i due autori hanno titoli di tutto rispetto: David Sander dirige il laboratorio di psicologia delle emozioni all’Università di Ginevra e, più specificamente, lavora sul comportamento e il funzionamento del cervello; Sophie Schwartz dirige un laboratorio di ricerca presso l’Università della stessa città e studia come i nostri cervelli apprendono, si commuovono e creano i sogni.
Non sempre, però, buone menti hanno buone risorse di comunicazione didattica come, invece, avviene in questo caso. Gli autori fanno ricorso a una narrazione che vede una bambina viaggiare su di un Emobus con un’allegra compagnia (dove non manca un animale: un piccolo simpatico ragno) e al termine del suo viaggio il libro apre un orizzonte di apparati che va da un attrezzato glossario ad angoli ludici su come costruire un gioco di carte con espressioni corrispondenti a varie emozioni fino a piccole bibliografie e sitografie.
Né manca un angolo riservato ai ragazzi più grandi per approfondire l’argomento in classe o a casa.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Sander – Schwartz
Viaggio al cuore delle emozioni
Illustrazioni a colori di Clotilde Perrin
Traduzione di Manuela Carbone
Pagine 64, euro 7.50
Edizioni Dedalo


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