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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

La sinagoga degli iconoclasti


Ecco alcune frasi scritte da un grande. Il suo nome? “Il nome” – come diceva Corrado Costa in una sua poesia – “lo mettiamo dopo”.

Per due motivi noti di carattere biologico (il sesso e la nutrizione) e per diversi motivi meno noti, di carattere tra l’istintivo e il patologico, siamo costretti a sopportare l’esistenza, la vicinanza e perfino il contatto di esseri contrari alla nostra ragione; questi esseri vengono genericamente chiamati gli altri.

La felicità di un artista sta nel poter concepire, come Lewis Carroll a ottant’ani, la vita alla stregua di un dialogo tra una tartaruga e un termometro.

Non si balla mai così spiritosamente come sull’orlo dell’abisso.

Nella prosa e nei versi di quest’autore c’è un senso di catastrofe imminente vissuta con beffarda allegria che ricorda quel motto di Beckett: “Quando si è nella merda fino al collo, non resta che metterci a cantare”.
Ernesto Montequin (traduttore in spagnolo dell’opera del nome che seguirà), afferma: “Questo scrittore è un enigma di cui la letteratura argentina potrebbe vantarsi, se la letteratura italiana non fosse infinitamente più prodiga di enigmi e vanterie”.
È giunto il momento di dire quel nome: Juan Rodolfo Wilcock.

Nato a Buenos Aires il 17 aprile 1919, è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore naturalizzato italiano.
Amico di Bioy Casares, Borges, Silvina Ocampo, approdò a Roma negli anni Cinquanta sfuggendo al conformismo peronista che l’opprimeva; in Italia legò con Ennio Flaiano e QUI un assaggio del loro epistolario.
Morì a 59 anni, per crisi cardiaca, il 16 marzo 1978, a Lubriano, dove si era stabilito, piccolo borgo sulle colline dell'alta Tuscia a metà strada tra Viterbo e Orvieto.

“Wilcock” – scrive Sebastiano Vassalli – “cercava di convincermi ad emendarmi da due vizi, senza i quali sarei stato, bontà sua!, quasi perfetto: il vizio di non abitare a Roma e quello di essere "di sinistra". […] Circa il primo vizio, di non abitare a Roma, c’è poco da dire: lui era convinto che tutti gli scrittori di lingua italiana dovessero vivere in quella città, di cui diceva cose atroci e che amava moltissimo […] e l’essere "di sinistra" ed il buon Wilcock, che non riusciva a capacitarsene, finiva sempre per attribuire la causa di tale stortura al mio leggere troppi giornali, mi raccomandava: "Non legga troppi giornali!" […] Wilcock: uno scrittore metafisico che aveva dentro di sé un altro scrittore, attentissimo lettore di giornali e di notizie d’attualità, e un uomo impolitico che aveva dentro di sé un altro uomo, forse inconsapevolmente di sinistra”.

Edoardo Camurri: “Wilcock ha il privilegio della solitudine, un privilegio intollerabile in ogni forma di società, figuriamoci in quella letteraria, che infatti, non riuscendo a inserirlo in nessuna scuderia, ha preferito dimenticarsene e passare ad altri scrittori più docilmente apprezzabili”.

Adelphi, attento editore di tante opere di Wilcock e delle sue tante traduzioni (da Marlowe a Matthew Shiel a Norman Douglas), ripropone La sinagoga degli iconoclasti, già pubblicata del 1972, uno dei libri più belli di J.R.W.
Pagine in cui si afferma in modo vertiginoso il mondo fantastico di quest’autore che profila 36 figure le quali professando rigorose verità a loro note, ne hanno tratto le fatali conseguenze ed eccoli valicare il confine magnetico della follia.
Incontriamo, ad esempio, il filippino Juan Valdés y Prom famoso per le sue straordinarie facoltà telepatiche e per le crisi di glossolalia; Aaron Rosenblum, utopista, che nel 1940 concepì l’ambizioso progetto di ricondurre al più presto l’umanità all’epoca elisabettiana; Theodor Gheorghescu, che conservò sotto sale 227 negri con un’aringa fra i denti, rivolti verso Gerusalemme. E così via via attraversando mondi utopici e distopici usando con effetti comici il sussiego tipico degli accademici.

Presentando quest’edizione, scrive Roberto Bolaño: “… se volete ridere, se volete migliorare la vostra salute, comprate La sinagoga degli iconoclasti, rubatela, fatevela prestare, ma leggetela”.
Ecco un raro filmato con Wilcock che parla proprio di quelle pagine.

Per chi vuole visitare il sito web di quest’autore: CLIC!

Rodolfo Wilcock
La sinagoga degli iconoclasti
Pagine 216, Euro 11.00
Adelphi


Michelangelo e il Novecento

“Nella stanza le donne vanno e vengono / parlando di Michelangelo”, così Eliot nel refrain del Canto d’amore di Alfred Prufrock.
A Modena e a Firenze non soltanto donne, ma uomini e adolescenti d’entrambi i sessi stanno affollando una mostra dedicata alla fortuna dell'artista nel corso del secolo scorso.
Una mostra originale che espone in due momenti le discendenze che hanno avuto le immagini michelangiolesche fino ai tempi nostri.
Basata su un progetto scientifico comune, accompagnata da un catalogo unico, edito da Silvana Editoriale, l’esposizione, realizzata per la sede fiorentina con i contributi determinanti dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dell'Associazione Metamorfosi di Roma e, per la sede modenese con la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e con il contributo dell’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna è inserita ufficialmente nelle celebrazioni per il 450° anniversario della morte di Michelangelo, ed è a cura di a cura di Emanuela Ferretti, Marco Pierini, Pietro Ruschi.

Nella sede fiorentina, Fondazione Casa Buonarroti, sono state raccolte opere che vanno dagli inizi dello scorso secolo agli anni Settanta, la modenese Palazzina dei Giardini ospita i risultati più recenti dell’influenza esercitata da Michelangelo sugli artisti contemporanei, giungendo fino ad oggi.
La sezione di Modena – all’interno della quale sono presenti anche due disegni di Michelangelo prestati da Casa Buonarroti – è incentrata solo e soltanto sulla scultura e, in particolare, su alcune opere iconiche che hanno attraversato tempo, linguaggi e poetiche: la Pietà di San Pietro, il David, lo Schiavo morente, il Mosè.

In foto: Jan Fabre, “Merciful Dream” (Pietà V), 2011, marmo di Carrara, 190 x 195 x 110 cm, foto Pat Verbruggen, Collezione privata, Copyright Angelos bvba

Il percorso espositivo si apre con Merciful Dream, di Jan Fabre, che riproduce la celeberrima Pietà del 1499 in scala 1:1. L’iconografia, che prevede il volto della Vergine trasformato in teschio e quello del Cristo sostituito dal ritratto dell’artista, apparve ad alcuni, durante la prima presentazione veneziana del 2011, irrispettosa, quando non addirittura blasfema. Al contrario, sembra configurarsi come una toccante meditazione sulla morte, rappresentazione quanto mai umana del dolore materno, della disperata richiesta di poter barattare la propria morte con quella del figlio.

Il tracciato si chiude con la Pietà Rondanini (2011) di Gabriele Basilico, immagine dove la scultura, immersa nell’ambiente in penombra, appare investita da una luce diretta e forte che la sgrava di peso, di consistenza materiale, e ne amplifica l’isolamento nello spazio (enuclea, quindi, in maniera figurata, la solitudine di Maria e del Cristo).
Il congedo dalla mostra è affidato all’estremo capolavoro di Michelangelo Antonioni, il cortometraggio intitolato Lo sguardo di Michelangelo (2004), nel quale per la prima volta il regista si trova anche davanti alla macchina da presa protagonista di un dialogo muto con il Mosè.

Gli artisti in mostra alla Galleria civica di Modena: Aurelio Amendola, Michelangelo Antonioni, Gabriele Basilico, Jan Fabre, Kendell Geers, Yves Klein, Robert Mapplethorpe, Ico Parisi, Thomas Struth.

Ufficio Stampa: Cristiana Minelli, 059 – 203 28 83; galcivmo@comune.modena.it

Galleria civica di Modena
Corso Canalgrande 103
tel. +39. 059 – 203 29 11/ 203 29 40
Fino all’11 settembre 2014
Ingresso gratuito

Casa Buonarroti, via Ghibellina, 70, Firenze
Info: fond@casabuonarroti.it
tel +39 055 241 752; fax + 39 055 241 698
Ingresso 6.50, ridotto 4.50


Libro


È sterminata la letteratura aforistica intorno alla parola “libro”, ne ho scelto uno, di Vitaliano Brancati perché racchiude in poche parole il libro che si specchia nel lettore e viceversa: “Ciascuna persona ha sotto il braccio il libro che si merita”.
Un saggio destinato a durare nel tempo l’ha pubblicato Bollati Boringhieri s’intitola seccamente Libro, lo ha scritto Gian Arturo Ferrari uno dei vertici nel mondo dell’editoria italiana.
Dopo la laurea in Lettere classiche all’Università di Pavia (dove era alunno del Collegio Ghislieri) ha perseguito per un certo tratto una doppia vita. Da un lato l’insegnamento universitario, come professore di Storia del pensiero scientifico, sempre presso l’Università di Pavia. Dall’altro l’apprendistato editoriale, prima con Edgardo Macorini alla est Mondadori, poi per un decennio, come stretto collaboratore di Paolo Boringhieri. Editor della Saggistica Mondadori nel 1984, direttore dei Libri Rizzoli nel 1986, rientrato in Mondadori nel 1988, con il 1989 ha scelto l’editoria libraria come propria unica vita e si è dimesso dall’Università.
Direttore dei Libri Mondadori nei primi anni novanta, è stato dal 1997 al 2009 direttore generale della divisione Libri Mondadori, che comprendeva, oltre a Mondadori, Einaudi, Electa, Sperling&Kupfer, Edumond e, più tardi, Piemme. Dal 2010 al 2014 ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il Ministero dei Beni e delle Attività culturali.
Dal 2012 è editorialista del “Corriere della Sera”.

Libro – come l’autore tiene a sottolineare – non è una storia di quel familiare oggetto, ma una riflessione, nel percorso occidentale, sulle influenze che ha avuto nelle società in cui è vissuto e sulla sua stessa evoluzione fisica.
Quest’assunto, in realtà, è un gesto d’eleganza dell’autore perché le sue pagine, pur soffermandosi sugli snodi apicali dell’esistenza di scrittura e supporti, fanno, eccome se la fanno, una storia del libro. Basta rilevarne la sua struttura divisa in tre parti: il manoscritto (l’antichità con la nascita del segno scritto), il libro stampato e quello elettronico, parti punteggiate da aneddoti curiosi.
“Dobbiamo molto al libro” – scrive Ferrari – “La vita intellettuale degli uomini ha avuto nel libro il suo utensile più versatile e insieme il suo emblema più glorioso. La vita emotiva, interiore, degli uomini ha trovato nei libri quella comprensione, quel colloquio, quell’intima rispondenza a sé che non sempre gli altri uomini sono stati in grado di offrire. Un simile riconoscimento che confina con la riconoscenza non ci autorizza però né a perseverare nelle illusioni né ad avvolgere noi stessi e il libro in una nebbiosa retorica. Al contrario, possiamo usarlo – lui, il libro – per fare quello che gli è sempre riuscito meglio. E cioè indagare, ricercare, discernere e, alla fine, capire, conoscere. E preservare, salvare. Questo, infatti, è stato il suo ufficio, la sua fortuna e la sua gloria”.

Tra i tanti meriti dell’autore, ne risalta uno, particolarmente evidenziato nella terza parte. A differenza di tanti suoi colleghi che borbottano (chi con disgusto, chi con paura) sull’ebook, Ferrari ha fiducia in questa nuova forma.
Il libro di carta non sparirà nel prossimo futuro, non bisogna, con dissennato avvenirismo (stessa colpa, a specchio, dei pervicaci conservatorismi) immaginarne una scomparsa pressoché immediata, si tratterà “di un lungo addio: ma pur sempre di un addio”. Difficile immaginare una convivenza pacifica tra libro di carta ed ebook “come è stato tra treni e automobili e aerei o tra radio e televisione. Non c’è solo identità di funzione, di domanda, di bisogno. Qui è identica la cosa stessa, il libro e il suo contenuto”.
L’ebook è visto da Ferrari come una grande opportunità che vedrà vincitori gli editori (e gli autori) che meglio sapranno inventare, meglio sapranno sfruttare le occasioni che offre.
A proposito di futuro, concludendo questa nota, voglio ricordare quanto vidi tempo fa.
Nel 1995 al Victoria & Albert Museum in una mostra dedicata appunto al libro, alla sua storia e al suo futuro, due artisti – William Gibson e Tennis Ausbaugh – esposero un libro il cui testo su dischetto si cancellava per sempre man mano che veniva letto.
Ecco un libro che, forse, sarebbe piaciuto a Borges.

Gian Arturo Ferrari
Libro
Pagine 215, Euro 10
Bollati Boringhieri


Membrana


È questo il titolo del workshop – lo terrà Marcel.lì Antúnez Roca – che dal 15 al 19 luglio si svolgerà a Montefiore Conca, fa parte dei Borghi più belli d’Italia, curato dall’Atelier della Luna.
Per maggiori informazioni in italiano, cliccare QUI.


Marcel.lì Antúnez Roca è nato a Majà in Spagna, nel 1959, ed è stato co-fondatore e coordinatore artistico dal 1979 al 1989, della Fura del Bauls, gruppo di teatro di “rianimazione” catalano, con cui ha presentato le macro-performance “Accion” (1984), “Suz/o/Suz (1985) e ”Tier Mon” (1988); ha creato installazioni robotiche e performance “meccatroniche” (la “meccatronica”, secondo le parole dell’autore, è una disciplina integrata che utilizza le tecnologie meccaniche, elettroniche e informatiche). Il corpo intrecciato profondamente con le tecnologie digitali dà vita a una narrazione ipermediale che è al centro del suo lavoro artistico. L’interesse per la robotica e la biologia si traduce sia in interfacce corporali (dresskeletron) che permettono al performer di controllare con il movimento suoni, immagini e robot musicali, sia in installazioni interattive che provocano il pubblico ad intervenire sul corpo dell’artista, ed infine in biosculture”.

Questa scheda l’ho tratta dal prezioso Nuovi media, nuovo teatro di Anna Maria Monteverdi, una delle più grandi studiose in Italia, e non solo in Italia, della digital performance e del video teatro.
Guida in Rete un sito web ben attrezzato sul piano delle informazioni e di assoluta eccellenza sul piano critico.
Nei cinque giorni del workshop, girerà un documentario sul lavoro di Marcel.lì.

A lei ho chiesto: in che cosa rilevi la singolarità e il valore della figura di Marce.lì nello scenario della performance contemporanea?

Marcel.lì Antunez è l’artista che ha maggiormente incarnato il concetto di “post-human” con le sue performance tecnologiche fatte con interfacce corporali, sistemi interattivi, robot musicali. Il termine si diffonde negli anni Ottanta del XX secolo più in parallelo alla nascita del fenomeno cyberpunk anche se viene alla ribalta con la mostra omonima ideata da Jeffrey Deitch nel 1992. Il fenomeno post-human è stato analizzato dallo studioso di processi sociali e dei media da poco scomparso, Antonio Caronia. Antunez parla del suo lavoro come di una “sistematurgia”, una drammaturgia che ha bisogno dell’informatica ed è al servizio di una narrazione. In un’intervista dice “Per me è bello poter essere un giorno come i classici, per i quali la tecnica non era importante ma erano importanti le idee. La tecnologia non è importante in sé, ma grazie a essa entriamo in un mondo di idee” .


Squares with Concentric Circles

Questo il titolo di una mostra – nello spazio Ultra di Udine – a cura di Daniele Capra, una delle voci forti nello scenario dei giovani critici italiani.
Espone Marco Cadioli (Milano, 1960) che ha focalizzato la sua ricerca sulle immagini che si materializzano sui monitor dei computer, dove reale e virtuale sconfinano l’uno nell’altro.
Attraverso il continuo viaggiare on line è interessato ad indagare da un punto di vista estetico le nuove frontiere tra digital media e mondi virtuali. Si è segnalato come fotografo di guerra nei videogiochi e con il suo avatar, Marco Manray, ha pubblicato le sue foto di Second Life su molte riviste internazionali. Nelle sue più recenti opere ha utilizzato Google Earth come strumento d’indagine in cui funzionalità descrittive e aspetti rappresentativi collidono.
Insegna all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e all’Accademia di Comunicazione di Milano.

L’esposizione è così presentata.
Il titolo della serie è tratto da un’opera di Vasilij Kandinskij – nasce da una costante e ripetuta ricognizione con Google Earth su differenti territori alla ricerca di elementi caratterizzanti di forma circolare, molti dei quali sono appezzamenti di terreno di differente grandezza che vengono coltivati impiegando elevata automatizzazione e controllo satellitare. Ciascuna zona, geometricamente non dissimile dalle mappe delle città ideali elaborate a partire dal Rinascimento, viene catturata dallo schermo del computer col massimo dettaglio attraverso un software ad hoc e poi successivamente ricomposta, andando a costituire un vero e proprio scatto fotografico.
In "Square with Concentric Circles" si mescolano aspetti tecnici riconducibili alla cartografia e alla fotogrammetria (si pensi ad esempio ai rilievi archeologici) con un approccio da flâneur aggiornato ai tempi del web, in cui le informazioni/immagini permettono all’internauta di conoscere il mondo vagando casualmente, provando il piacere di “essere lontano da casa e tuttavia sentirsi a casa ovunque; vedere il mondo, essere al centro del mondo e rimanere nascosto dal mondo”, come scriveva Baudelaire ne Il pittore della vita moderna. E in questo senso gli esiti di tale ricerca conducono visivamente al rigore della pittura minimalista in cui segno e colore sono alla massima tensione, geometrica ed emotiva
.

Marco Cadioli
Squares with Concentric Circles
a cura di Daniele Capra
Ultra c/o eflux studio, Udine, via Mantica 7
T +39. 339 – 124 45 24
info@spazioultra.org
dal 21 giugno al 19 settembre ‘14


L'onesto porco

Oggi sono spudorato, apro, infatti, questa nota con parole tratte da un mio lontano lavoro: Diario di un vecchio porco.

Chiese il maialino: papà che cos’è il mattatoio?
E il padre che non voleva spaventare il piccolo rispose: è il posto dove vanno i porci quando sono pazzi
.

Il maiale non conosce la vecchiaia, l’uomo lo scanna prima; nemmeno se si ammala la fa franca, l’uomo lo uccide temendo che infetti altri maiali.
Ebrei, induisti e musulmani lo considerano un corpo impuro, il demonio risiede in lui come si legge in scritti di Papa Gregorio Magno, dell'arcivescovo di Magonza Rabano Mauro e in tanti bestiari cattolici medievali: simbolo di lascivia e corruzione, tanto che ogni lussuriosa creatura umana gli viene assomigliata.
Il maiale è la bestia più calunniata al mondo. Pochi a difenderla. Cito l’amico Guido Zaccagnini – storico della musica, musicista, voce protagonista di RadioRai – che vanta una collezione con migliaia di pezzi raffiguranti quel quadrupede, a quella lista, non troppo lunga, va segnato ora Roberto Finzi che per Bompiani ha pubblicato L’onesto porco Storia di una diffamazione con una prefazione di Claudio Magris.

Finzi (Sansepolcro, 1941) ha insegnato storia del pensiero economico, storia sociale negli atenei di Bologna, Ferrara e Trieste. Ha pubblicato con alcune tra le maggiori case editrici italiane e in numerose riviste nostrane e straniere. Suoi lavori sono stati editi, oltre che in Italia, in Argentina, Belgio, Brasile, Cina, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Spagna, Stati Uniti. Tra le sue opere: la cura di “A.R.J. Turgot, Le ricchezze” (Einaudi, 1978) e le monografie “L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio” (Giunti-Castermann, 1997), “L’università italiana e le leggi antiebraiche” (Editori Riuniti, 1997), “Ettore Majorana. Un’indagine storica” (Edizioni di storia e letteratura, 2002) e “La superiore prosperità delle società civilizzate. Adam Smith e la divisione del lavoro” (Clueb, 2008).
Per Bompiani, nel 2011, ha pubblicato Il pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce.

Con "L'onesto porco", compie un viaggio fra dotte citazioni dalla Bibbia all’Odissea, da Boccaccio a Giulio Cesare Croce, da Giordano Bruno a Erasmo da Rotterdam, da Svevo a Orwell, sempre cogliendo il segno cruento di un martirio inflitto con crudeltà mentre il sacrificato prima di strillare per il dolore sembra guardare stupito i suoi carnefici.
Scrive Claudio Magris: Questo saggio, questa “storia di una diffamazione” del porco sembra, e in parte è, un garbato e piacevolissimo divertissement, una gustosa ricerca che ha tutto il sapore dell’erudizione legato a una poesia della carnalità… Come ogni diffamazione, pure quella del maiale – ci dice questo lieve e profondo libro – è una menzogna, un’ingiustizia.

Roberto Finzi
L’onesto porco
Introduzione di Claudio Magris
Pagine 176, Euro 11.00
Bompiani


La tv che mi piace


Woody Allen dice che "L’'arte del cinema s’ispira alla vita, mentre la vita s’ispira alla televisione”.
Quanto c’è oggi di televisivo dentro e intorno a noi? Siamo uomini o monoscopi?
Questa cattiva maestra riesce a dare anche qualche lezione che non sia indecente?
Sta di fatto che in molti l’accusano di colpe che non ha. Ad esempio il fatto che sia nemica del libro, che inciti alla violenza con certi suoi programmi.
Eppure, mentre i cattolici affettavano gli Ugonotti nella strage di San Bartolomeo non trasmettevano nessuna delle pur pessime soap opera, né durante i giorni di Auschwitz andava in onda il Grande Fratello; quanto alla lettura, ricordo Beniamino Placido che scriveva “non credo che se non ci fosse la tv, in tanti sarebbero intenti alla lettura delle Critica della Ragion pura di Kant o dell’Ulisse di Joyce”.
Alla Tv vanno addossate altre colpe, dal favorire un’omologazione del pensiero fino al promuovere una sudditanza al potere e, da vent'anni circa ai nostri giorni, un incoraggiamento alla volgarità.
Di sicuro c’è che la Tv ha cambiato molte delle regole dell’informazione, ma ciò è limitante analizzarlo soltanto attraverso il mezzo televisivo, ma va visto nella complessità dell’intero sistema mediatico della nostra epoca.

Un libro che parla della tv con leggerezza, ma senza superficialità è La tv che mi piace scritto da Alessandra Comazzi che da anni firma la critica televisiva per “La Stampa”.
In più di 7000 articoli ha analizzato la televisione da vent’anni a oggi, il cambiamento dei generi e il mutare delle tendenze.
Ha scritto e condotto programmi (“Gente di Broadway”, “Televisionando”, “Trebisonda”).
Ha pubblicato "Schermi. Le immagini del cinema, della televisione e del computer" (Utet); “Le mani sulla salute” (Sperling & Kupfer).
È presidente dell’Associazione Stampa Subalpina, il sindacato dei giornalisti piemontesi.

Nel volume sono dati ampi riconoscimenti e spazi – riportando anche storiche recensioni – a Ugo Buzzolan al quale succedette la Comazzi che già era caposervizio agli spettacoli.
“La tv che mi piace” è scandito per generi: dal teatro al cinema, dai documentari ai quiz, dalla fiction al varietà, dal talk show ai reality show.
All’interno di ognuno di quei generi sono ritratti personaggi che proprio di quel genere sono stati protagonisti. Non v’aspettate veleni e stilettate da parte dell’autrice, anche se in alcune righe, con molto garbo, traluce qualche riserva che non sfugge al lettore più attento.

La sua storia professionale, le ragioni del libro, lo spirito che lo anima, tanti aneddoti sono raccontati dalla Comazzi in una frizzante intervista video rilasciata a Elena Masuelli; per vedere e per sentire, basta un CLIC.

Ho aperto questa nota con una citazione di Woody Allen, la chiudo con altre sue parole: “Le differenze maggiori tra i vari canali televisivi sono tuttora le previsioni del tempo”.

Alessandra Comazzi
La tv che mi piace
Pagine 328, Euro 9.90
Editrice La Stampa


Roma è una bugia

Roma assomiglia a un lungo crepuscolo artico che si tinge di infiammati colori barocchi, al chiarore artificiale di una interminabile e dolcissima agonia.
È questo l’incipit di un bellissimo libro di Filippo La Porta su di una città vista tra la rugosa epidermide di pietra e la sua putrescente interiorità.
Titolo: Roma è una bugia. L’ha pubblicato Laterza.
Per un’essenziale biografia di La Porta: CLIC!
Essenziale, dicevo, perché lì non sono illustrati i plurali interessi che è capace di rapportare alla letteratura: ora viaggiando tra maestri irregolari, ora nel mondo dell'economia, ora in quello della musica (lui stesso suona percussioni in gruppi jazz), e aggiungete che è anche un poeta di raffinata ispirazione.
Per una panoramica sul suo pensiero critico, affacciatevi sulla mia navicella spaziale Enterprise.
Un libro su Roma che non è una guida, ma qualcosa di più perché è una mappa del vissuto dell’autore che attraverso quartieri e personaggi, noti e meno noti, fa della città una fotografia stratigrafica rilevandone i sentimenti della vita che l'animano e l’ammalano.
Tempo fa, scrisse La Porta: "… ogni libro, come sostiene Kundera, implica una domanda sull’esistenza"; questo volume ne è una testimonianza.
Si esiste a Roma incontrando e scontrandosi col suo cinismo secolare, con la sua crudeltà lontana dalla malvagità, con la sua bonarietà lontana dalla pietà.
Il rapporto tra l’autore e la città è tenero e disgustato mentre attraversa luoghi e memorie, Campo de’ fiori… i tanti cimiteri romani… San Basilio… il Gra… Piazza del Popolo, il Pantheon… Monteverde vecchio, tutto sospeso tra il nulla e il tutto, tra eterno ed effimero.

QUI una dichiarazione in video sul libro fatta dal suo autore.

Filippo La Porta
Roma è una bugia
Pagine 128, Euro 12.00
Laterza


The Summer Show

La Fondazione Fotografia Modena è diventata un polo d’attrazione di primo piano, sia di moderna didattica sia di nuova ricerca espressiva, nello scenario artistico italiano. All’insegnamento sia teorico sia pratico, sono affiancate una serie di mostre di grandi fotografi internazionali e d’allievi richiamando visitatori in numero crescente, anche grazie ad un’efficace comunicazione stampata e web.
Adesso, siamo alla terza edizione di “The Summer Show”, la rassegna dedicata ogni anno agli studenti del master sull'immagine contemporanea, presentando al pubblico le nuove ricerche maturate nel corso degli studi.
“The Summer Show 2014” racchiude due mostre in una: con il titolo “Us” è presentato il percorso riservato alle opere degli undici studenti che terminano il biennio 2012/14, affiancato inoltre dall'esposizione “mid-term” dei progetti ancora in corso degli studenti del primo anno.

Il master di Fondazione Fotografia Modena è da considerarsi come una vera e propria fabbrica creativa, un luogo dove sperimentare le proprie pratiche a contatto con artisti e curatori provenienti da tutto il mondo, andando oltre i generi tradizionali, esplorando nuovi territori dell'immagine.
In occasione dell'inaugurazione della mostra The Summer Show 2014 - Us , avvenuta giorni fa, sono state annunciate le opere degli studenti del master selezionate per entrare a far parte della collezione di fotografia contemporanea della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Quest'anno la Commissione esaminatrice era composta dal Presidente Andrea Landi, dal direttore Filippo Maggia, da Claudia Loeffelholz - curatrice e docente del master -, Stefano Coletto - curatore -, Gianni Ferrero Merlino - artista e docente master.

La Commissione ha indicato come terzi classificati ex aequo i lavori “Itaca” di Filippo Luini e “Rito” di Giovanni Mantovani nei quali entrambi gli artisti hanno dimostrato "un'approfondita conoscenza del linguaggio dell'immagine, nella fotografia come nell'immagine in movimento"; la Commissione auspica inoltre che nei lavori futuri emerga "una riflessione più approfondita sul rapporto tra i contenuti e la formalizzazione finale del lavoro". Le due opere saranno acquisite per un valore di 1.000 euro ciascuna.

Per la seconda acquisizione è stata selezionata l'installazione “L'orizzonte degli eventi”, LP di Paola Pasquaretta, che ha saputo organizzare "un efficace equilibrio tra diverse discipline artistiche, riconoscendo alla fotografia una centralità di significato e esperienza". Il lavoro è stato acquisito per un valore pari a 2.000 euro.

Infine, "per la freschezza, la poesia e l'eleganza, che la capacità di sintesi raggiunta non vede contaminate, e per la maturità e l'indubbia potenzialità dell'artista", la Commissione ha segnalato come opera vincitrice quella di Anna Pavone “Things I love I'm allowed to keep” che entra a far parte della collezione per un valore pari a 3.000 euro.

Ufficio stampa: Cecilia Lazzeretti; tel. 059 - 23 98 88; press@fondazionefotografia.org

The Summer Show 2014 - Us
Modena, Foro Boario, Via Bono da Nonantola, 2
Informazioni: mostre@fondazionefotografia.org
12 - 29 giugno 2014


L'Archivio Spatola

Ancora pochi giorni per visitare alla Biblioteca Classense di Ravenna la mostra Edizioni Geiger 1967-1979, sperimentazione permanente, che chiuderà i battenti sabato 21 giugno 2014.
L’esposizione illustra la storia delle Edizioni Geiger, attive fra Torino e Mulino di Bazzano (Parma), attraverso 130 pubblicazioni di poesia visiva e d'arte d'avanguardia, prodotte artigianalmente e in tiratura limitata.
La mostra, curata da Claudia Giuliani e Mara Sorrentino, è il risultato della collaborazione con il cofondatore delle Edizioni Geiger Maurizio Spatola (in foto) – fratello di Adriano –, Marco Carminati, collezionista di libri d'artista, e Dino Silvestroni studioso dello sperimentalismo letterario.

Maurizio Spatola ha fondato un Archivio di poesia sonora e visiva che va arricchendosi di novità provenienti dall’area della Neoavanguardia letteraria e delle arti visive; il più recente aggiornamento di quel prezioso Archivio è proprio un documento di 24 pagine con foto sulla mostra ravennate.

Archivio Spatola, via Usodimare 11/8, 16039 Sestri Levante (Genova)
tel. (39) 0185 – 43 583; mobile 333 – 39 20 501


Gli ecomusei


La casa editrice Marsilio ha pubblicato un libro che tratta, con i maggiori esperti della materia affrontata, un tema tanto importante quanto non proprio notissimo: Gli ecomusei Una risorsa per il futuro.
Il volume è a cura di Giuseppe Reina.
Raccoglie saggi, oltre che del curatore, nell’ordine dell’Indice, di Hugues de Varine – Alberto Garlandini – Salvo Creaco – Daniele Jalla – Aurelio Angelini – Vittorio Ruggiero – Luca Baldin – Girolamo Cusimano.

Giuseppe Reina, dottore di ricerca in Geografia, svolge la sua attività presso l'Università di Catania nel campo della sperimentazione degli strumenti partecipativi per la pianificazione territoriale in Italia e nei paesi in via di sviluppo. E' stato promotore del convegno nazionale "Giornate dell'Ecomuseo", tenutosi all'Università di Catania, e della legge regionale per l'istituzione degli ecomusei in Sicilia, presentata nel 2011 e in fase di approvazione; inoltre, è componente del comitato tecnico - scientifico "Ecomuseo - Riviera dei Ciclopi".

A Giuseppe Reina ho rivolto alcune domane.
Che cos’è un ecomuseo?

Come hanno concordato nella “Carta di Catania” i partecipanti del “Coordinamento Nazionale degli Ecomusei” nell’ambito del convegno le “Giornate dell’Ecomuseo - Verso una nuova offerta culturale per lo sviluppo sostenibile del territorio”, l’ecomuseo può definirsi come una pratica culturale di tutela e lettura del sistema locale partecipata dalla comunità per la valorizzazione del “patrimonio territoriale”: un percorso di educazione e di trasmissione culturale permanente attraverso cui l’individuo impara a decifrare il patrimonio diventando attore consapevole e responsabile di una visione comunitaria dello sviluppo.
Il patrimonio territoriale (composto dall’ambiente fisico costruito e antropico) esiste in quanto costrutto storico coevolutivo, frutto di attività antropiche reificanti e strutturanti che hanno trasformato la natura del territorio. In particolare, l’azione antropica produce nel tempo neo-ecosistemi caratterizzati da un’alta complessità, che restano in vita se praticati dalla cultura e dalle regole che li hanno prodotti. In quest’ottica, l’ecomuseo "interpreta" come vive e si trasforma una comunità umana nell’interazione con uno specifico ambiente naturale. In tal senso esso è un "centro" di raccordo per percorsi territoriali che non si esauriscono nel contenitore, è centro "promotore" di una percezione didatticamente organizzata dello spazio territoriale esperibile, in quanto luogo effettivo e riconoscibile di raccordo tra passato e presente.
Il termine “ecomuseo” può essere ingannevole, soprattutto se si dà eccessivo peso alla parola “museo”. Il prefisso “eco”, nell’intento di chi inventò questo termine, serviva proprio per identificare tutto ciò che un tempo i greci indicavano con la parola "oikos", intendendo, cioè, la complessità delle relazioni nell’ambiente di vita di una comunità, i numerosi intrecci e le stesse interazioni fra uomo e ambiente
.

A chi si deve l’invenzione di quel termine e chi sono stati i primi promotori di quest’interpretazione storica e antropologica del territorio?

I sommovimenti politici e le contestazioni degli anni sessanta e settanta influenzarono profondamente anche il campo della museologia, gli studiosi e gli esperti iniziarono a riflettere sulla natura del museo, sulle relazioni con il territorio e sul pubblico di riferimento. Il risultato fu la teorizzazione di un pensiero che puntava a un museo “aperto all’esterno”, éclaté, esploso, fuori dalle mura di un edificio e in cui la collettività si trova ad avere un ruolo fondamentale, in quanto lo costituisce e ne rappresenta anche il fine ultimo.
Un effettivo riconoscimento alla Nuova museologia e al nuovo concetto di "bene culturale" si ebbe ufficialmente con la Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage, in cui nel concetto di patrimonio culturale si inserirono anche siti di particolare interesse ambientale e culturale legati pure alla vita economica e sociale del luogo.
Il termine "ecomuseo", introdotto in Francia nel 1971 da Hugues de Varine, venne utilizzato per la prima volta a Le Creusot nel 1974 e nella Grande Lande l’anno successivo
.

Quali le condizioni necessarie per creare una rete ecomuseografica?

La trasmissione del patrimonio territoriale e delle conoscenze su di esso sviluppate è, come dicevo in apertura, la funzione tipica degli ecomusei: un processo di capacizzazione della comunità sul patrimonio ereditato con il fine di trasmetterlo integro e possibilmente accresciuto alle generazioni future. La minore o maggiore capacità di trasmissione riguarda l’interesse che ha un sistema territoriale di pianificare uno sviluppo in forme durevoli, consentendo la riproduzione e la valorizzazione condivisa delle proprie risorse (ambientali, territoriali, umane) senza sostegni esterni invasivi (ovvero con una modesta impronta ecologica) e con scambi solidali e non di sfruttamento; ed è praticabile a condizione che gli attori locali cooperino attivamente e responsabilmente al processo ecomuseale, mobilitando all’interno del sistema le energie sociali per il suo sviluppo.

Gli ecomusei
a cura di Giuseppe Reina
Pagine 192; Euro 12.50
Marsilio Editori


L'egoismo è inutile

Lo scrittore francese Jules Renard (1864 – 1910), repubblicano, anticlericale e socialista, fu anche un brillante aforista, autore, ad esempio, di uno che così suona: “Non chiedetemi di essere gentile; chiedetemi solo di comportarmi come se lo fossi”.
Perché fra tanti da lui scritti ho scelto proprio quello? Perché, sia pure in modo ruvido, ben si attaglia all’argomento di un libro – piccolo per volume, grande per intelligenza – di cui mi accingo a dire.
Lo ha pubblicato minimum fax , è intitolato L’egoismo è inutile, l’autore è George Saunders (1958) fra i più amati e influenti della scena letteraria americana di oggi.
La sua raccolta di racconti Dieci dicembre è stata uno dei casi letterari del 2013, sia negli Stati Uniti, dove ha scalato le classifiche ed è stata finalista al National Book Award, sia in Italia, dove, ad esempio, La Repubblica e il Corriere della Sera l’hanno inserita fra i migliori libri dell’anno.
La rivista Time ha incluso Saunders nella lista delle 100 persone più influenti al mondo.

L’egoismo è inutile è un discorso di Saunders agli studenti della Syracuse University tenuto l’11 maggio 2013. Eppure pare scritto per essere letto a reti unificate nell’Italia di oggi.
Perché con argomenti stringenti invita a basare la propria vita sulla gentilezza verso il prossimo invece che sull’ambizione personale.
Saunders non ne fa solo un’astratta esortazione all’eleganza sociale, ma dimostra quanto la gentilezza convenga, produca, faccia crescere.
C’è un passaggio memorabile. Dopo aver elencato una serie di disgrazie capitategli per imprudenza (una di questa, tanto per farvelo sapere, gli costò sette mesi d’ospedale con vomito quotidiano), afferma che la sola cosa di cui è veramente pentito, e, a distanza di molti anni, ancora lo affligge, è stata una sua mancanza di gentilezza in un episodio che racconta.
Perché non siamo più gentili? Saunders dà una sua spiegazione alla faccenda che qui non dico altrimenti, poi, a minimum fax, giustamente, s’arrabbiano, rischiando, loro sempre tanto gentili, di non essere più tali.
Fra i tanti problemi che ci tormentano, da noi, in Italia, bisognerebbe portare in primo piano proprio la sparizione della gentilezza sostituita da aggressività, egoismo, volgarità di cui parte del ceto politico è largamente responsabile fra i vaffa urlati istericamente, cene cosiddette eleganti, i rutti leghisti.
Il volumetto contiene pure il saggio “L’uomo col megafono” che rima col quel discorso agli studenti perché analizza i guai di una società in cui prevale la voce del più forte e violento.
La pubblicazione si chiude con un’intervista a Saunders, ben condotta da Christian Raimo, che aiuta a entrare nel mondo di quell’autore illuminando angoli della sua vita personale e scrittoria: dal suo intenso amore coniugale alle scelte stilistiche, dal suo pensiero sulla Rete alla responsabilità morale di chi scrive.

George Saunders
L’egoismo è inutile
a cura di Christian Raimo
traduzione di Cristiana Mennella
Pagine 74, Euro 5.0
minimum fax


Solletico e Touchscreen


I nostri lontani antenati impugnavano soltanto la clava, oggi è sterminato il numero di oggetti che afferriamo, tocchiamo, sfioriamo per procurarci servizi, per viaggiare, per comunicare. L’attenzione che quel nostro peloso antenato riservava a quel solo strumento legnoso in suo possesso, è lontanissima da quella che rivolgiamo ai tantissimi strumenti che usiamo quotidianamente.
C’è di più, pur noi essendo abilissimi a manovrare tanti aggeggi indirizzandoli per le finalità che ci occorrono, in realtà non li conosciamo.
Ecco perché torna utilissimo un libro pubblicato, con la consueta brillante cura sia contenutistica sia grafica, da Editoriale Scienza intitolato Perché il touchscreen non soffre il solletico E tante altre domande sulle nuove tecnologie.
Il volume consiste in una lunga intervista di Federico Taddia a Valerio Rossi Albertini , suddivisa in capitoli illustrati da AntonGionata Ferrari.

Federico Taddia è nato nel 1972 a Pieve di Cento.
Gioca e lavora con bambini e ragazzi da più di dieci anni. Giornalista e autore televisivo, ha condotto Screensaver su Rai Tre, L’Altrolato su Radio2 e Pappappero su Radio24. Fa parte della squadra d'autori di Fiorello e collabora al programma Ballarò; scrive su Topolino, Style Piccoli e La Stampa.
È inoltre l’ideatore, per Editoriale Scienza, della collana Teste Toste, che ha conquistato il Premio Andersen 2013 come migliore collana di divulgazione.
Ha vinto il Premio Alberto Manzi per la comunicazione educativa.
Valerio Rossi Albertini è un fisico nucleare, primo ricercatore al Consiglio nazionale delle ricerche, professore incaricato di chimica e fisica dei materiali all’università La Sapienza di Roma e responsabile del laboratorio di spettroscopia di raggi X dell’Area di ricerca di Tor Vergata del Cnr. È autore di oltre 130 pubblicazioni di fisica, chimica e scienza dei materiali.
Svolge attività di divulgazione in vari programmi delle reti nazionali ed è consulente scientifico della trasmissione Unomattina Verde (Rai1).
Nel 2010 è stato incluso nel "Who’s who in the world", prontuario delle personalità più rappresentative nei rispettivi campi di attività.
AntonGionata Ferrari, nato nel 1960, vive e lavora a Brescia. Dopo un'importante esperienza nel cinema d'animazione, ha iniziato a lavorare come illustratore per numerose case editrici, soprattutto nell'ambito dell'editoria per ragazzi. Diversi libri da lui illustrati sono stati pubblicati in Francia, Spagna, Brasile, Stati Uniti e Giappone. È collaboratore di lungo corso di Smemoranda.
Ha vinto il Premio Andersen come miglior illustratore italiano per ragazzi (2007) e ha ottenuto riconoscimenti in numerose manifestazioni d'illustrazione e di grafica umoristica.

Fin qui il lucente medagliere degli autori.
Editoriale Scienza ha la buona abitudine di segnalare per ogni suo libro l’età più adatta per i suoi potenziali lettori. Qui è detto “a partire dai 9 anni”. Mi pare giusta la dizione “a partire dai 9” perché quelle pagine contengono risposte che molti di noi, anche a 90 anni, non conoscono.
Qualche esempio.
Ormai è in tutte le case, ma non in tutte le zone d’Italia funziona come dovrebbe (visto anche il canone versato alla Rai), mi riferisco al digitale terrestre. Che cos’è? Come funziona? E quell’aggeggio col quale cambiamo canale standocene seduti in poltrona, cioè il telecomando? Come riesce a buttare fuori del teleschermo un programma alla ricerca di un altro meno noioso?
E così via, tante, tante domande. Ancora qualche esempio.
Perché una lampadina s’accende? Come funziona il forno a microonde? Esiste una batteria che mai si scarica? Esistono materiali indistruttibili?
Spesso sentiamo dire di scoperte prossime a diventare d’uso o funzioni comuni.
Ed ecco alcune domande cui il libro dà risposte: esiste il mantello dell’invisibilità? I computer pensano? Si può viaggiare nel tempo? E il teletrasporto di Star Trek è possibile?
Questo volume è adatto – se vogliamo riferirci ai lettori giovanissimi – per un regalo estivo, quando lontano da obblighi scolastici, ci si può istruire su tante curiosità scientifiche.
Ancora una cosa, Editoriale Scienza partendo dalla carta stampata riesce a realizzare un’interattività con chi legge. Se, infatti, qualche lettrice o lettore ha un quesito da porre, può inviarla alla redazione e troverà risposta sul sito web dell’Editrice.

Federico Taddia – Valerio Rossi Albertini
Perché il touchscreen non soffre il solletico
Illustrazioni di AntonGionata Ferrari
Pagine 96, Euro 11.90
Editoriale Scienza


Storie di uomini e libri


“Talvolta si compra un libro credendolo per noi, invece è stato scritto per un altro”.
Così il filosofo statunitense Amos Bronson Alcott, padre della più nota Louisa May Alcott autrice della serie “Piccole donne”.
Per almeno limitare il pericolo di ritrovarsi fra le mani un libro che deluda completamente i nostri interessi, ci soccorrono le collane che puntano a selezionare materie o tendenze.
In Italia, le origini delle collane possono essere rintracciate forse a Torino dove Giuseppe Pomba, con l'omonima casa editrice varò una collana di classici latini e greci, la "Collectio Latinorum Scriptorum cum notis", che uscì dal 1818 al 1835 in 108 volumi; tale collana impose ammodernamenti tecnologici per consentire di rispettare le scadenze e l'aumento della tiratura, portando la casa editrice Pomba tra le più moderne dell'Italia pre-unitaria. Ancora più forti furono le spinte all'ammodernamento imposte da successive collane.
Insomma, quella che all’epoca di Pomba fu un’innovazione, nel giro di mezzo secolo circa diventò una frequente articolazione dell’industria editoriale.

Raccontare la storia dell’editoria letteraria italiana ‘per collane’ a partire dal primo Novecento significa anzitutto valorizzare come espressione di politiche, pratiche, orientamenti delle rispettive case editrici in quegli stessi decenni: ciascuna collana è intesa come parte integrante dell’identità della Casa e della sua storia. Le collane in sostanza possono fare storia da sole, con la concretezza dei loro autori e direttori, opere e valori”.

È questo l’incipit di un libro affascinante pubblicato da minimum fax intitolato Storie di uomini e libri L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi.
Gian Carlo Ferretti ha svolto una lunga attività giornalistica, editoriale e universitaria, e ha pubblicato saggi su scrittori e critici italiani del Novecento. Da tempo studia i processi dell’editoria libraria e dell’informazione. Sono da ricordare: Il mercato delle lettere (1979 e 1994), Il best seller all’italiana (1983 e 1993), Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003 (2004), Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti dal 1925 a oggi (2012), una serie di saggi su editori e letterati-editori, e, con Stefano Guerriero, Storia dell’informazione in Italia dalla terza pagina a internet. 1925-2009 (2010).
Giulia Iannuzzi svolge attività di ricerca presso l’Università di Trieste nel campo della letteratura contemporanea sui temi della storia editoriale, della fantascienza, dei rapporti culturali tra Stati Uniti e Italia, delle relazioni tra scrittura, editoria e nuovi media. Oltre a vari saggi in volume e rivista, ha pubblicato L’informazione letteraria nel web. Tra critica, dibattito, impegno e autori emergenti (2009), Sotto il cielo di Trieste. Fortuna critica e bibliografia di Pier Antonio Quarantotti Gambini (2013), Fantascienza italiana. Riviste, autori, dibattiti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (2014).

Si tratta di un importante studio, finora mancante, articolato in 45 brevi capitoli, ognuno dedicato a una collana famosa o meno famosa, osservando, attraverso quel particolare contenitore, il meglio dell’offerta letteraria nel nostro paese, dal Novecento a oggi.
Ciascuna collana è accompagnata da una scheda che, in sintesi, nomina la casa editrice cui appartiene, data di nascita (e talvolta di fine), un’essenziale bibliografia.
È un libro dai plurali meriti che va ben oltre il catalogo perché traccia la storia degli ideatori di tante formule raccolte nel segno di “collana”, infatti, nel narrare sinteticamente le storie editoriali, racconta la trasformazione della società dei lettori italiani (si pensi alla chiusura delle collane mondadoriane aperte in parte alla sperimentazione), le migrazioni degli scrittori da una sigla a un’altra (fenomeno nato a metà anni ’70 e poi via via ispessitosi), alla trasformazione dell’assetto industriale delle case editrici leggibile anche dai loro organigrammi.
Un volume ricco di backstage che può incuriosire e (anche) divertire più di un lettore pure fra quelli chiamati “non addetti ai lavori”, oltre ad essere imperdibile per chi professionalmente è impegnato nelle redazioni della carta stampata, della radiotelevisione, del web.

Per leggere un assaggio del volume, cliccare QUI.

Gian Carlo Ferretti
Giulia Iannuzzi
Storie di uomini e libri
Pagine 318, Euro 13.00
minimum fax


Baroni per Cavellini

Se non conoscete Vittore Baroni, vi siete persi qualcosa.
Si può rimediare, lui non fa mistero del suo indirizzo a Viareggio né della sua mail: vittorebaroni@alice.it
Notizie biografiche essenziali le trovate QUI.
Per accedere alla sua pagina in Rete: CLIC.
Alcune dichiarazioni autobiografiche e immagini del suo lavoro su questo stesso sito in Nadir.

In questo 2014 ricorre il centenario della nascita di Guglielmo Achille Cavellini, detto GAC. Vittore (in foto, con un diploma di cui appresso capirete di che cosa si tratta), da molti anni, è uno dei principali sostenitori dell’artista bresciano e, nell’occasione, a lui ha dedicato un’iniziativa internazionale che proprio in questi giorni ha prodotto i primi risultati consistente in un portfolio: Centennial Artistamps G.A. Cavellini 1914 - 2014.

Ecco come Baroni presenta quest’operazione.
Nell’ormai lontano 1977 ho scoperto l’esistenza della mail art, diventata poi una pratica e una passione che mi ha accompagnato per tutta la vita, grazie al lavoro (postale e non) di Guglielmo Achille Cavellini, che ho avuto modo d’incontrare una prima volta nella sua casa-museo a Brescia nell’aprile 1978 e in seguito numerose altre volte, in occasione di eventi mailartistici o delle sue vacanze estive in Versilia. Esattamente il 5 marzo 1979, GAC mi spedì un’artistica “Autorizzazione” – una sorta di diploma con tanto di foto e timbro dell’archivio storico – a celebrare nel 2014 il centenario della sua nascita in un museo italiano […] In tutti questi anni, soprattutto dopo la scomparsa dell’amico artista nel 1990, ho sentito come un vero impegno morale la promessa di celebrare degnamente l’arrivo del 2014. Ho pensato quindi di organizzare quest’anno una iniziativa collettiva di mail art che permettesse a chiunque lo volesse di ricordare GAC tramite un “francobollo d’artista” ispirato al Centenario (o “artistamp, nel gergo mailartistico). Oltre cento autori hanno risposto all’appello e questo portfolio è la prima materializzazione del progetto, che entro l’anno corrente verrà esposto anche in un museo italiano (come richiesto da GAC) […] Un catalogo riassuntivo delle diverse operazioni ed eventi del Centenario sarà poi pubblicato e diffuso a fine anno. I francobolli per il Centenario che mi arriveranno – Via C. Battisti 339, 55049 Viareggio – nei prossimi mesi (termine ultimo il 15 agosto 2014) saranno invece inclusi in nuove emissioni para-filateliche che verranno pubblicate entro l’11 settembre – data di nascita di GAC – di quest’anno.


L'intellettuale senza patria

Tra i grandi pensatori del XX secolo da me più amati c’è il rumeno Emil Cioran (1911 – 1995) con la sua nera scrittura attraversata da lampi sulfurei, la sua vita abissale, il suo sguardo che va oltre il disincanto e la disperazione: “Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione”.
Cioran rappresenta una delle voci filosofiche di maggior rilievo nell’ambito del “pensiero tragico” contemporaneo. Tra le sue opere ricordiamo: “Al culmine della disperazione” (1934), “Lacrime e santi” (1937), “Sommario di decomposizione” (1949), “Sillogismi dell’amarezza” (1952), “La tentazione di esistere” (1956), “Storia e utopia” (1960), “La caduta nel tempo” (1964), “Il funesto demiurgo” (1969), “L’inconveniente di essere nati” (1973), “Squartamento” (1979).
Sulla sua figura grava il peso dell’adesione giovanile alla Guardia di Ferro, errore che ancora molti anni dopo, nel 1973, in una lettera al fratello non si capacitava d’aver commesso: “L’epoca in cui ho scritto 'Trasfigurazione della Romania' è per me incredibilmente lontana. Mi domando se sia stato proprio io a scriverlo. In ogni caso, avrei fatto meglio ad andare a spasso nel parco di Sibiu… L’entusiasmo è una forma di delirio”.
Il rimorso per avere tanto sbagliato è una delle chiavi per capire Cioran come bene illustra Patrice Bollon (in “Cioran l’hérétique”, pubblicato da Gallimard nel ’97), quando indaga su quella breve ma imbarazzante produzione dello scrittore rumeno.
Altro protagonista, da non sottovalutare, della vita di Cioran, come lui stesso afferma, fu il tormento dell’insonnia.

La casa editrice Mimesis ha pubblicato di Cioran, a cura di Antonio Di Gennaro, L'intellettuale senza patria, un’intervista rilasciata a Parigi nell’agosto del 1983 al giornalista, scrittore e traduttore americano Jason Weiss, qui presentata per la prima volta al pubblico italiano.
Scrive Di Gennaro: “… rispetto all’attività di aforista, saggista e prosatore scettico (sistematico), il mistico nichilista Cioran – ‘teologo ateo’, ancorché, de facto, ateo convinto – sviluppa, negli anni, un’intensa, proficua verve orale, caratterizzata non certo da lezioni universitarie o da eventi pubblici (ufficiali), ma da interviste e colloqui personali (privati) con poeti, giornalisti e scrittori…”.
Anche le sue ultime parole stampate sono affidate a un’intervista: poco prima di morire a Parigi, nel giugno del 1995, la rilasciò allo scrittore tedesco Heinz-Norbert Jocks, pubblicata nel 5° numero del Kulturchronik magazine, edito a Bonn da InterNationes
Intellettuale senza patria perché, secondo Verena von der Heyden-Rynsch, ne ha avute troppe, e almeno tre: quella dell’infanzia, la Romania; quella della lingua, la Francia; e quella dell’anima, la Spagna.
Nell’intervista, a un tratto Jason Weiss gli ricorda che in “Squartamento” ha scritto: “Un uomo che si rispetti non ha patria” e altrove “Io non ho nazionalità – la migliore condizione possibile per un intellettuale”. Eppure in tanti pensano che uno scrittore debba avere radici.
Risponde Cioran: Io non sono uno scrittore. Per un romanziere sì, in un certo senso, è vero. Anche per un poeta, perché è radicato nella sua lingua. Ma per me, il fatto di aver perso le mie radici è andato di pari passo con la mia concezione dell’intellettuale senza patria.

Prezioso questo libro di Mimesis perché concorre a farci conoscere questo gigante del pensiero che a una signora che gli rimproverava d’essere contro tutto ciò che s’era fatto dopo la seconda guerra mondiale, replicò: ”Lei sbaglia data, cara signora. Io sono contro tutto ciò che si è fatto dopo Adamo".

Emil Cioran
A cura di Antonio De Gennaro
Intervista con Jason Weiss
Traduzione di Pierpaolo Trillini
Pagine 86, Euro 4.90
Mimesis Edizioni


Matematica proverbiale

Paremiologia… ecco una parola che non c’è da vergognarsi troppo a non conoscerla. Indica lo studio dei proverbi. Quei detti brevi, talvolta arguti, che contengono massime, norme o consigli d’origine popolare che dovrebbero contenere saggezza.
Dovrebbero… perché il tempo li usura e, spesso, li rende inattuali.
Paola Guazzotti e Maria Federica Oddera nel loro “Dizionario dei proverbi italiani”, così, infatti, scrivono: “È probabile che altre forme di espressione idiomatica (rinnovate grazie all’apporto del lessico giovanile, influenzate dai mass media e dal modello dello slogan pubblicitario) stiano oggi sostituendo, anzi abbiano ormai fortemente oscurato, il proverbio. Una prova del declino della produzione paremiologica è data dal fatto che sono rarissimi i proverbi affermatisi nella seconda metà del Novecento”.
Sta di fatto che la produzione saggistica che riflette sui proverbi d’un tempo è imponente, però mancava finora un libro come Matematica proverbiale Concetti matematici nascosti tra le pieghe dei proverbi popolari firmato dal tandem Riccardo BersaniEnnio Peres pubblicato da Ponte alle Grazie.

Riccardo Bersani, laureato in matematica, insegna informatica nelle scuole superiori, impegnandosi nella produzione di software e di testi ludico-didattici. Studioso di logica, è considerato un esperto dei meccanismi probabilistici applicati ai giochi. Per otto anni ha ricoperto la carica di responsabile dei Campionati Internazionali di Giochi Matematici, organizzati per l’Italia dal Centro Pristem dell’Università Bocconi di Milano.
Ennio Peres, laureato in Matematica, è considerato tra i più autorevoli divulgatori matematici in Italia. Ex professore di Informatica e Matematica, è autore di libri di argomento ludico, ideatore di giochi in scatola, radiofonici e televisivi. Ha collaborato e continua a collaborare con varie testate giornalistiche nazionali e del Canton Ticino.
Entrambi, per Ponte alle Grazie, hanno pubblicato in coppia Matematica. Corso di sopravvivenza; il “giocologo” – come ama definirsi – Ennio Peres è stato ospite di questo sito a bordo della Enterprise di Star Trek.

Matematica proverbiale è un libro godibilissimo che vive sul confine magnetico tra cultura popolare da una parte e sintesi semantica dall’altra.
Libro originale nato da una precisa esigenza degli autori che dopo essersi detti convinti che i proverbi rappresentino una grande ricchezza culturale, così affermano: … molti di essi, infatti, offrono interessanti spunti di riflessione su vari settori dello scibile umano, come: Letteratura, Linguistica, Storia, sociologia, Religione, Agronomia, Gastronomia, Meteorologia, Zoologia, e così via. Stranamente, però, da questo lungo elenco è esclusa la Matematica; non esiste, infatti, alcun proverbio che enunci esplicitamente dei concetti matematici.
E allora?
Ecco ripartiti i proverbi scelti in tre capitoli, non in base al contenuto specifico, ma alla natura del loro potenziale riferimento a un argomento matematico.
Ne viene fuori una ricerca appassionata e divertente con larghe parti che sarebbero piaciute ai letterati matematici dell’Oulipo.

Riccardo Bersani – Ennio Peres
Matematica proverbiale
Pagine 280, Euro 14.00
Ponte alle Grazie


Cinema d'animazione al MAN


“Cartoni animati con un topo? Che idea orribile! Terrorizzerebbe tutte le donne incinte”.
Così disse Louis Meyer, capo della MGM, rifiutando nel 1928 il personaggio di Topolino.
Aveva evidentemente torto nel bocciare quella proposta e dovette pentirsene pensando ai guadagni perduti. Il cinema d’animazione, aldilà di Topolino, esisteva già a quell’epoca e tra varie avventure ha ritrovato da qualche anno nuove energie anche in virtù delle nuove tecnologie che lo hanno reso un prodotto gradito a più platee.
Sul web un paio d’occasioni per informarsi su quel genere cinematografico sono offerte QUI da Wikipedia e QUI da Altervista.
Entrambi hanno, però, a mio avviso, la colpa di trascurare un grandissimo: Zbigniew Rybczynski - detto ‘Zbig’ giusto per farla semplice con quel nome che si ritrova - autore ricordato soprattutto per “Tango” (premio Oscar 1983 per il cortometraggio d’animazione), otto minuti indimenticabili che vi consiglio di non perdere, basta un CLIC.

Introduzione per segnalare una rassegna assai interessante proposta dal Museo MAN di Nuoro: Passo a due. Le avanguardie del movimento.
Il progetto, è a cura dei bravissimi Lorenzo Giusti, direttore del Museo MAN, ed Elena Volpato, conservatrice della GAM di Torino, responsabile della Collezione di Film e Video d'Artista.

L’esposizione è così presentata.
La mostra, approfondisce, attraverso uno spaccato che dalle origini del cinema animato giunge ai giorni nostri, uno degli aspetti più affascinanti delle opere di animazione, quella possibilità accarezzata da molti artisti e cineasti di utilizzare il movimento filmico come un rito magico che dona vita alla linea del disegno, alla silhouette, alla marionetta o all’immagine fotografica.
L’immaginario creativo, propriamente demiurgico, che è spesso sottostante al disegno e alla rappresentazione per figure, assume attraverso il movimento e il ritmo musicale i tratti ammalianti dell’incantesimo, di una vita che è danza della fantasia. Non è un caso che artisti e film-makers, nell’accostarsi alle diverse tecniche dell’animazione, si concentrino spesso sull’immagine corporea e leghino a essa evocazioni della figura di Frankenstein, del Golem o del robot, e in genere della nascita artificiale di un corpo, come volessero ripetere nel racconto mitico il loro stesso potere di animatori: dare anima all’inanimato
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Nell’immagine: Fratelli Quay: da “Street of Crocodiles”

Le opere in esposizione offrono dunque la possibilità di un percorso storico nell’animazione, sperimentale e artistica, attraverso l’immagine del corpo, della sua costruzione e del suo “montaggio”. Quando l’animazione si basa sul disegno tutto sembra nascere da una linea, come nel pionieristico “Fantasmagorie” di Émile Cohl (1908) o in “Lifeline” (1960) di Ed Emshwiller, dove il tratto bianco continuo si avviluppa in nodi di materia che a poco a poco divengono arabesco organico mescolandosi con l’immagine fotografica del corpo di una ballerina. O come in “Head” di George Griffin (1975), dove la forma base del volto e la tradizione artistica dell’autoritratto si spogliano di qualsiasi dettaglio realistico per poi rianimarsi inaspettatamente di espressività emotiva e di sfumature psicologiche rese pittoricamente.

In altre opere il disegno lascia spazio alla scultura e al mito di Pigmalione ad essa collegato, come nel caso di Jan Svankmejer che in “Darkness Light Darkness” (1990) mostra un corpo in grado di autoplasmarsi, a partire dalle due mani, chiuse in una stanza, in cui affluiscono in sequenza tutti gli arti che andranno a comporsi in unità. Le due mani di Svankmejer hanno un antecedente nel surrealismo di Alexeieff e Parker con “Il Naso” (1963), dove arti singoli, ribelli e indipendenti, rivendicano per se stessi la potenza dell’incantesimo vitale, e sembrano trovare uno sviluppo recente in alcuni lavori di Nathalie Djurberg e Hans Berg.

Il racconto di Frankenstein rivive esplicitamente nel film di Len Lye, “Birth of a robot” (1936) e ancora in “Street of Crocodiles” (1986), dei Fratelli Quay, o nel video di Max Almy, “The Perfect Leader” (1983), dove a essere costruita artificialmente non è una creatura destinata a servire il proprio creatore, come per Frankenstein e il Golem, ma è il futuro leader politico che viene programmato al computer perché rispecchi nella sua ferocia dittatoriale la società che lo ha voluto e creato.

Altre opere rappresentano il corpo come luogo di costruzione, non dell’identità singola, ma dell’identità sociale. È il caso del celebre “L’idée” (1932) di Berthold Bartosh, ma anche, in maniera diversa, dei lavori di William Kentridge, nei quali il dolore delle masse lascia tracce di polvere nera sulle pagine bianche della storia a fronte dei corpi impudichi bagnati dall’azzurro dell’acqua dei ricchi magnati. È il caso delle silhouettes di Kara Walker, anch’esse nere contro lo sfondo bianco, seviziate e violentate dalla ferocia coloniale.

Infine è la danza, espressione ultima della bellezza nel movimento, che consente di mostrare la magia del corpo animato nei più diversi luoghi del pensiero e dell’immaginazione: in “Easter Eggs” di Segundo de Chomón (1907), nel “Ballet Mécanique” di Fernand Léger, dove macchina e corpo tendono a fondersi in un unico soggetto in movimento, nello spazio assoluto del “Pas de deux” di McLaren, nella notte astrologica di “The Very Eye of Night” (1958) di Maya Deren o nell’universo bidimensionale del disegno di Robin Rhode, dove corpo e disegno si incontrano su un unico piano di realtà e di sogno.

Completano il percorso le opere di Claudio Cintoli (Più, 1964), in cui la matrice estetica della Pop Art disarticola l’identità del corpo in abiti e prodotti pubblicitari; di Stan Vanderbeek (After Laughter, 1982), dove il movimento del corpo nello spazio si fa modificazione attraverso il tempo, come in una filogenesi dell’umano, e di Claus Holtz & Harmut Lerch (Portrait Kopf 2, 1980) in cui l’animazione sovrapposta di facce e teste riconduce, in un percorso a ritroso, anti-lombrosiano, a un’unità originaria del tratto umano. Infine i più recenti lavori di Diego Perrone (Totò nudo, 2005) dove l’icona di Totò viene scomposta e ricomposta con un meccanismo non dimentico della capacità dell’attore di farsi marionetta, corpo inanimato, e Noa Gur (White Noise, 2012) la cui essenzialità linguistica chiude idealmente il percorso, restituendo all’animazione del corpo l’antica radice del disegno: la cattura, attraverso la semplice tecnica dell’impronta, di un individuo e del suo soffio vitale.

Artisti.
Alexandre Alexeieff & Claire Parker, Max Almy, Berthold Bartosh, Claudio Cintoli, Segundo de Chomón, Émile Cohl, Maya Deren, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Ed Emshwiller, George Griffin, Noa Gur, Claus Holtz & Harmut Lerch, William Kentridge, Fernand Léger, Len Lye, Norman McLaren, Diego Perrone, Fratelli Quay, Robin Rhode, Jan Svankmajer, Stan Vanderbeek, Kara Walker.

Ho cominciato questa nota citando un noto episodio della storia del cinema, la chiudo con una battuta tratta da un film.
“Le stelle cambiano il proprio corso, l’universo può bruciare, il mondo andare a picco, ma Paperino esisterà sempre”.
(Trevor Howard a Clelia Johnson: ‘Breve incontro’, 1946).

Passo a due
Museo d’Arte Provincia di Nuoro
Via Sebastiano Satta 27, Nuoro
Info: Tel: 0784/252110 - Fax: 0784/1821251
Dal 30 maggio al 29 giugno ‘14


Maria Antonietta c'est moi


Il 10 gennaio di quest’anno aprì a Roma, all’Isola Tiberina: Isola Gallery_lab, nell’ipogeo del Centro polifunzionale Isola Gallery.
Il luogo fu un tempo sede della storica Rome New York Art Foundation, attiva dal 1957 al 1964. La struttura, riqualificata da Salvatore Savoca e Giovanni Minio ha un ambiente sotterraneo nel quale sono ancora visibili resti romani e medievali; è una realtà multilevel che avvicina il Cycling e il Green World alle arti visive.

A dirigere questo nuovo spazio, un nome eccellente: Barbara Martusciello (in foto), una delle voci più sapienti nello scenario delle arti visive che esplorano l’intercodice, la nuova espressività; è un critico che spende energie soprattutto nella ricerca delle tendenze più ardite prodotte da artiste e artisti giovani.
Barbara Martusciello (ci crediate o no ha esperienze di cosmonauta, cliccare per credere) ha al suo attivo oltre un centinaio di mostre con scoperte di nuove figure e presentazione di nomi noti, ricordo, infatti, che ha ordinato mostre di Nanni Balestrini, Pablo Echaurren, Nato Frascà, Mario Sasso, Mario Schifano, Gianfranco Notargiacomo, Luca Patella, Matteo Basilè, Monica Cuoghi & Claudio Corsello, Renato Mambor, Alessandro Gianvenuti, Giuseppe Tubi.

La mostra ora in corso presenta Desideria Corridoni che avanza con un titolo categorico: Maria Antonietta c’est moi.
Light Design e allestimento di Paolo Di Pasquale.

Barbara Martusciello, così scrive: Le Arti Visive e il Cinema, ma anche il Fashion dialogano e si sovrappongono in questa prima personale di Desideria Corridoni che nasce a Roma da una famiglia di “cinematografari” e proviene dall’artigianalità legata ai grandi film, importanti registi, attori, costumisti e, insomma, ai set più prestigiosi; ha quindi portato questa manualità e funambolica capacità illusionistica dei “costruttori di sogni” nel campo dell’arte.
Federico Fellini – con cui ha lavorato e che è un suo punto di riferimento – e Sofia Coppola sono indissolubilmente legati alle opere di Desideria: inedite sculture-installazioni e una serie di bozzetti preparatori che rivelano tutte le sue collaborazioni cinematografiche e in particolare per il film cult della Coppola Marie Antoinette (2006) in cui si è distinta come straordinaria Hair and Wig Designer e in cui ha espresso il suo amore per il '700 trasportato in questi suoi autonomi lavori in mostra. Questi sono realizzati usando materiali tra i più disparati e originali, spesso di riciclo: capelli sintetici, stoffe, tulle, crinoline, lacci, fili di lana, rafia, gabbiette di metallo, uccellini di plastica, fiori di stoffa, vetri colorati…; tali elementi combinatori sono mescolati insieme, dipinti, dorati o argentati e manipolati in forma di busti scultorei che appaiono come delle “esagerate” acconciature di Maria Antonietta, la bizzosa Regina di Francia detta “l’Austriaca”, già eccentriche nella pellicola americana, qui trasformate in monumenti giocosi e luccicanti nei quali si riconosce l’interesse dell’artista per la cultura visiva felliniana, barocca e soprattutto rococò in cui essa stessa si identifica in quest’occasione (“Maria Antonietta c’est moi!”).
Le sue “creature” sono fantasmagoriche apparizioni che salgono come minareti, Sagrada Familia in un ideale “paese delle meraviglie” che, dunque, sapientemente e liberamente mescola linguaggio del Cinema e linguaggio dell’Arte
.

Desideria Corridoni
Maria Antonietta c’est moi
A cura di Barbara Martusciello
Isola Gallery
P. San Bartolomeo all’Isola 20, Roma
Info: 339 – 44 23 786
Fino al 15 giugno ‘14


Buskers

Parola inglese che indica gli artisti di strada: giocolieri, clown, mimo (con le statue viventi), arte circense, cantastorie, musicisti, trampolieri, mangia-fuochi.
In Italia, l'abrogazione nel 2001 dell'articolo 121 del Tulps (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), che disciplinava l'esercizio di tale attività attraverso l'iscrizione degli artisti di strada in appositi albi presso il loro comune di residenza, ha di fatto creato un vuoto legislativo. Ora ogni amministrazione comunale riempie come meglio crede tale carenza: si va dall'assoluto divieto all'adozione di specifica delibera. Il panorama giuridico, pertanto, è frammentato. Esiste la Fnas (Federazione Nazionale Arte di Strada) che rappresenta temi e problemi di questa categoria svolgendo un’azione d’assistenza di tipo politico e sindacale a quanti praticano quella pratica gioiosa che rallegra tante strade e piazze.

Non c’è pericolo che i buskers siano scacciati a Pennabilli (patria elettiva di Tonino Guerra) dal 5 all’8 giugno perché lì si svolgerà il XVIII° Festival internazionale dell’ Arte in Strada.
Si esibiranno per le vie, o su palcoscenici improvvisati, ben 61 compagnie internazionali che arriveranno nel Montefeltro da ogni continente.

Un comunicato stampa promette che … con il primo caldo sole d’estate, e con il fascino delle ombre notturne, duecento tra giocolieri, funamboli, ballerine del fuoco, luci, musiche, mimi, artisti di ogni bottega e di ogni colore vi faranno sognare e dimenticare il tempo. Una esperienza da favola, soprattutto per i bambini (che hanno l’ingresso gratuito) che potranno trovare i loro eroi ed i loro folletti. Ma trascorrerci almeno una notte rapisce la fantasia ed il cuore. Seguire gli artisti nelle loro esibizioni, tutte rigorosamente “ on the road” , fa semplicemente perdere il ritmo del tempo, riportandovi a pensieri leggeri. Assaggi di piatti della tradizione locale e vegetariana, fresca birra e vino dai caldi sapori romagnoli sono sempre a portata di mano. E così con l’imbrunire ed alle prime ore della notte, il fascino di Pennabilli vi incanterà

Il programma completo del festival nella sezione “Chi” del sito Artisti in Piazza.

Ufficio Stampa Festival:
Ass. Cult. Ultimo Punto - Salita Valentini 1, Pennabilli; Telefono e fax 0541- 92 80 03


Caotica 2014


Quello che segue ha molto da vedere con i frattali e, forse, è bene fare qui un CLIC per conoscerli o per un salutare ripasso.
Necessario appare a questo punto accennare al matematico polacco Benoît Mandelbrot (Varsavia 1924 – Cambridge 2010) fondatore della geometria frattale (il termine “frattale” fu da lui coniato nel 1975) che ha dato svolte importanti nello studio del comportamento della finanza e nel campo dell'Econofisica.
Mandelbrot, inoltre, dimostrò che i frattali possono essere la chiave di lettura delle forme presenti in natura, dando il via a una particolare sezione della matematica che studia la Teoria del Caos.
Ci siamo. Ecco perché si chiama Caotica 2014 Arte e Scienza si incontrano sulla strada della complessità il progetto ideato e curato da Ruggero Maggi, con testi anche di Giulia Fresca, che il Comune e la Provincia di Lodi, insieme con NaturArte, con il coordinamento di Mario Quadraroli, ospiteranno presso la Chiesa di San Cristoforo con la partecipazione di molti artisti contemporanei italiani.

Passo la parola a Ruggero Maggi.

"Qualsiasi cosa facciamo, partecipiamo alla catena delle cause e degli effetti. Allo stesso modo le nostre sofferenze ed i nostri piaceri futuri conseguiranno dalle cause e dalle condizioni attuali, anche se la complessità di questa catena ci sfugge.” (Dalai Lama)

Ogni volta un tassello, una tessera si aggiunge all'infinito mosaico frattale della vita. Si è parlato e scritto di schemi frattali a livello matematico, geometrico, estetico, poetico, ma un aspetto poco trattato della natura assolutamente unica dei frattali è quello della loro intricata ed intrigante connessione con la vita delle persone. Anzi proprio nella nostra esistenza, caotica e babilonica torre dai destini incrociati, si può scoprire uno degli aspetti, a mio avviso più affascinanti e poetici, della teoria del Caos.
Laplace e gli studiosi dell'800 pensavano che piccole variazioni iniziali non avrebbero modificato granché il risultato finale... naturalmente non è così! L'effetto farfalla, espressione entrata ormai anche nel linguaggio comune per indicare un evento, non solo meteorologico, modificato da piccole variazioni iniziali delle cause che lo hanno innescato e scoperto da Edward Norton Lorenz nel 1963, ha scardinato tali teorie. La nostra intera esistenza è condizionata da una serie di decisioni, più o meno giuste, che tutti noi prendiamo. Esse incidono nel tessuto della nostra vita fino a creare una struttura, una rete modulare e frattale a livello psichico, sociale, umano. L'evoluzione spazio-temporale si propagherà attraverso una linea-vita su diversi livelli, su vari possibili strati esistenziali (come per esempio nei film “Sliding doors” e “Lola corre”), come una frattura causata su una lastra di vetro o in un arido terreno. Si propagherà come un frattale.
L'incontro con una persona, una circostanza, un evento che ne modifichi la corsa, produrrà un improvviso cambio di traiettoria. La linea si biforcherà, prenderà altre strade, a seconda della forza che si opporrà alla “rettilinearità” insita nello schema. Di fronte alla pseudo-casualità del destino e degli eventi che si incrociano, la vita si comporta come la materia, come ogni tipo di materia… si biforca. Ogni incontro, ogni lieve modifica alla nostra esistenza possiede in sé la possibilità di cambiare per sempre la nostra vita e questo è un tipico svolgimento frattale che crea uno schema antico quanto il mondo, anche se di un'incredibile complessità, chiamato appunto Caos.
Finalmente l'artista (frattale vivente) è consapevole del caotico, del complesso, ha appreso il modo di strappare forme dal caos.

Partecipano: Marica Albertario, Piergiorgio Baroldi, Luisa Bergamini, Carla Bertola - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi, Nirvana Bussadori, Rosaspina B. Canosburi, Silvia Capiluppi, Flaminio Da Deppo, Teo De Palma, Albina Dealessi, Marcello Diotallevi, Isa Gorini, Oriana Labruna, Filomena Longo, Clara Paci, Lucia Paese, Armando Pelliccioni, Gloria Persiani, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Tiziana Priori - Simonetta Chierici, Jeannette Rütsche, Pino Secchi, Gianni Sedda, Cesare - Leonardo - Lucio Tiziano - Simone Serafino, Roberto Testori, ticon3, Micaela Tornaghi.

Caotica 2014
Fino al 21 giugno 2014
Chiesa di San Cristoforo
Via Tito Fanfulla 22 - Lodi
Per informazioni: ruggero.maggi@libero.it ; 320 – 96 21 497
Entrata libera


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