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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Le voci del cinema


La radio pubblica italiana, un tempo (quando cioè le produzioni di prosa erano numerose, a differenza di oggi), era frequentata da attori famosi, e meno famosi, molti dei quali lavoravano al doppiaggio. Perciò ne ho conosciuti tanti e con tanti di loro ho lavorato.
Chi non è addetto ai lavori, forse, non sa che non tutti amavano – e amano – fare i doppiatori; alcuni, infatti, la consideravano – e la considerano – una necessità professionale svolta per integrare altre prestazioni (teatrali, radiotelevisive o cinematografiche) di gran lunga preferite.
Ma, aldilà di gusti ed esigenze, è un settore dello spettacolo che impegna un migliaio di voci, un centinaio di tecnici e oltre cento società strutturate in larga parte come cooperative.
A questo scenario è dedicato un libro – pubblicato dalle Edizioni Felici – di recente uscita: Le voci del cinema Doppiatori e curiosità.
Lo ha scritto Andrea Lattanzio.
Nato a Verona, si occupa da anni di doppiaggio cinetelevisivo. Questo lavoro è una nuova edizione corretta e aggiornata del suo primo libro: "Il chi è del doppiaggio".
Questo volume - scrive l’autore - ritrae le biografie e i volti dei doppiatori del passato e del presente ed inoltre molte curiosità: doppiatori italo-americani, cantanti-doppiatori, attori italiani doppiati, fonici e rumoristi, stabilimenti di doppiaggio e i personaggi premiati nelle manifestazioni dedicate al mondo del doppiaggio.

Non mancano coloro che, con serie argomentazioni, sono contrari al doppiaggio dei film; in Italia, per fare un solo esempio, Bernardo Bertolucci e, all'estero, i nomi dei registi e dei saggisti sono ancora più numerosi che da noi. Per dare un’efficace idea di questa querelle v’invito a leggere QUI un equilibrato intervento in Rete di Jacopo Mercuro.

Andrea Lattanzio
Le voci del cinema
Pagine 408, Euro 22.00
Felici Editore


Un film capolavoro: Il club

Il regista Pablo Larraín – nato a Santiagio del Cile nel 1976 – firma il suo quinto film che giunge sui nostri schermi dopo aver vinto il Gran premio della giuria al Festival internazionale del cinema di Berlino.
Titolo: Il club.

Storia tesa e claustrofobica che vede, sorvegliati da una suora, protagonisti quattro preti, ognuno dei quali deve espiare una colpa, in realtà più di una colpa, dei veri crimini commessi che vanno dalla pedofilia al traffico di minori.
Interpreti: Alfredo Castro, Roberto Farías, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Alejandro Goic, Alejandro Sieverking, Marcelo Alonso, José Soza, Francisco Reyes.

Larraín ha dichiarato in un’intervista: “Sia la Chiesa vecchia sia quella nuova di Bergoglio condividono il terrore per i mass media: forse la Chiesa ha più paura della stampa che dell’inferno”.

“Un film di grande seduzione, girato e interpretato benissimo, cui non si dovrebbe rinunciare" (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 22 febbraio 2016)

“Un thriller dell’anima di rara intensità, che approda tra l’altro puntuale in un periodo di esaltazioni audiovisive della Chiesa tradizionale” (Claudia Catalli, Wired)

Cliccare QUI per il trailer.


Santa Cecilia Gordon Festival


"La mente dei tre anni dura per cento anni". Così dice un antico proverbio giapponese.
Senza andar lontano nel tempo, di quel motto ne troviamo eco in occidente nella prima metà del secolo scorso con l’opera di pedagogisti quali John Dewey, Jean Piaget, Maria Montessori. In epoca a noi più vicina il pensiero di Erik Erikson e Bruno Munari è anch’esso orientato a individuare nelle potenzialità dei primi anni di vita la possibilità di liberare creatività anche in età successive.
"Nel corso degli ultimi decenni" – scrive Elena Bazzanini sul Tafter Journal – "sono stati condotti numerosi studi sul legame fra la pratica di attività artistiche e lo sviluppo delle capacità cerebrali dell’individuo durante la prima infanzia e tale dibattito si è fatto ancora più interessante con la diffusione delle neuroscienze. L’arte, nelle sue forme più varie (arti visive, musica, teatro, danza, etc.), coinvolge infatti tutti i sensi del bambino e ne rafforza le competenze cognitive, socio-emozionali e multisensoriali".

In particolare sul rapporto musica-infanzia si staglia la figura di Edwin Gordon (14 settembre 1927, Stamford, Connecticut - 4 dicembre 2015, Mason City, Iowa), in foto, Research Professor presso la South Carolina University.
Celebre in tutto il mondo nel campo dell'educazione musicale come ricercatore, autore, docente universitario e curatore di diverse riviste, con la sua opera scientifica ha fornito un contributo fondamentale allo studio dell'attitudine musicale e del suo sviluppo da parte del bambino.
La Gordon Music Learning Theory è stata illustrata da un libro pubblicato dall’editore Curci con il titolo L'apprendimento musicale del bambino dalla nascita all'età prescolare.
In Italia, dal 2000, l'unica Associazione autorizzata da Gordon a usare il suo nome per l'insegnamento della Music Learning Theory è l’AIGAM (Associazione Italiana Gordon per l’Apprendimento Musicale).
Ne è presidente il musicista Andrea Apostoli che insieme con Gordon lo vediamo tracciare un rapido profilo dell’Aigam e della teoria MLT in questo video.

Proprio ad Andrea Apostoli si deve il Santa Cecilia Gordon Festival che, a sua cura, si svolgerà a Roma all’Auditorium Parco della Musica.
Tre giorni di musica e formazione dedicata a famiglie, grandi e bambini, con un occhio attento all’intercultura e alla diversità, insieme con ospiti italiani e internazionali.

Per il programma del Festival, cliccare QUI.

Ufficio Stampa: HF4
Marta Volterra, marta.volterra@hf4.it - 340.96.900.12
Marika Polidori, marika.polidori@hf4.it - 339.14.30.275

Santa Cecilia Gordon Festival
Roma, Auditorium Parco della Musica
Info: info@aigam.it
tuttiasantacecilia@santacecilia.it
tel./fax 06.58 33 22 05 e 06.58 15 75 25
Dal 27 al 29 febbraio '16


Anni '80. L'inizio della barbarie (1)

Si può fare un libro di storia anche su di un periodo a noi vicino? È possibile scriverlo senza che il lettore già ronfi a pagina 3?
Sì, se è scritto come ha fatto Paolo Morando (lo incontreremo nella seconda parte di questa nota) nel suo Anni ’80 L’inizio della barbarie edito da Laterza.
Morando, giornalista, vive e lavora a Trento dove è vicecaporedattore del “Trentino”, quotidiano del Gruppo Espresso. Docente di giornalismo all’Università di Verona, ha scritto per “Repubblica” e per la rivista trimestrale del Mulino “Problemi dell’informazione”.
Nel catalogo Laterza: Dancing Days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l'Italia.

L’inizio della barbarie, a differenza di altri volumi sullo stesso argomento, propone una visione a grandangolo di quegli anni - dalla musica alla moda, dai consumi alla tv, dalla lingua al cinema - fornendo un raro ritratto, sulla dimensione antropologica degli italiani che li abitarono e li modellarono.
Questo perché il saggio inquadra tutto lo scenario, e il suo retroterra, dei corpi e delle idee di quell’epoca. Solleva più sassi portando alla luce, un gaudente verminaio di comportamenti, tic e tabù d’un popolo che vuole ignorare lame e trame (che, comunque, continueranno ad essere affilate e ad essere tessute), disprezza la povertà, evita i deboli, celebra i vincitori emergenti dall’agonismo sociale, poco contano i mezzi usati per vincere.
Nè si cura dei soliti criticoni – oggi diremmo “gufi” – che avvertono dei rischi cui il Paese sta andando incontro come morti viventi simili a quelli di "Thriller di Michael Jackson che Morando ricorda come “must assoluto a prescindere dai gusti. Perché la globalizzazione culturale, cifra essenziale della modernità, inizia proprio quel 30 novembre dell’82, data di uscita del disco: il più venduto di sempre al mondo, con 65 milioni di copie”
L’autore, con scrittura scattante, attingendo a fonti giornalistiche porta alla ribalta quell’epoca ricordandola anche attraverso poco meno di mille nomi i quali scarsamente nel bene e nel meglio, fittamente nel male e nel peggio, ne furono protagonisti o comprimari.
Un libro di storia, se veramente è tale, nello studiare un periodo di tempo e i segnali che l’annunciarono, prospetta pure ciò che ne conseguì. Morando, infatti, riconosce nei nostri giorni una prosecuzione di quegli anni con altri mezzi.

Penso proprio che abbia ragione. Un esempio? Ricordo che l’anno scorso, al meeting di Comunione e Liberazione (fu riconosciuta l'11 febbraio 1982 dalla Chiesa cattolica quale associazione laicale di diritto pontificio), il rampante Matteo Renzi disse: «Fino agli anni Novanta l’Italia ha permesso a chi aveva voglia di provarci di fare le cose, con tutti i limiti e con le difficoltà, con tutte le contraddizioni e con tutte le inquietudini che ci sono state... Poi si è creato un meccanismo infernale per bloccare tutto…”
Già, Mani Pulite. Per un breve tempo, infatti, fu impedito ai ladri di “fare le cose”.
A proposito: di cose oggi, indiscutibilmente, se ne fanno molte. Va detto. Proprio tante.

Segue ora un incontro con Paolo Morando.


Anni '80. L'inizio della barbarie (2)


A Paolo Morando (in foto) ho rivolto alcune domande.
Nel tuo precedente libro, dedicato agli anni ’70, è esistito un avvenimento, un segno che abbia anticipato l’inizio della barbarie?

In senso stretto, non direi. Ma sono numerosi gli elementi che anticipavano invece, più in generale, l'avvento del decennio dell'edonismo e della spensieratezza: a partire dall'incredibile successo che riscosse un film come “Saturday Night Fever”, soprattutto in termini di adesione trasversale alla moda giovanile delle discoteche e, se vogliamo, all'attenzione al proprio look, a come vestirsi e atteggiarsi. Trasversale perché coinvolse migliaia di giovani che fin lì s'incontravano tra loro nelle piazze, per manifestazioni politiche. Ma anche il ripiegamento verso dimensioni spirituali di stampo orientale, oppure la tragedia della droga, che alla fine degli anni '70 (e per l'intero decennio successivo) decapitò un'intera generazione. I germi dell'abbandono di una certa idea di Paese erano già tutti lì: le varie leghe, il razzismo, la volgarità del confronto pubblico, l'idea che vale più un buon 740 della propria fedina penale, ne sono solo la conseguenza.

Gli anni ’80 segnano l’inizio della barbarie, credi che ci sarà un giorno in cui potrai scrivere un libro intitolato “La fine della barbarie” o lo escludi?

Tenderei ad escluderlo, non fosse altro per ragioni anagrafiche: sono del 1968, temo di non vivere abbastanza per assistere a un “cambio di verso” del nostro Paese senza memoria. Anni fa tenevo un corso all'Università di Verona, in un corso di laurea specialistica in giornalismo: avevo dunque di fronte ragazzi di 22-23 anni che volevano diventare appunto giornalisti. Si presume (presumevo) che fossero mediamente un tantino più informati sulla storia contemporanea rispetto a loro coetanei aspiranti ingegneri, medici o quant'altro. Ogni anno, a inizio corso, sottoponevo loro un questionario (anonimo) con una ventina di domande a test. Con domande simili a questa: chi era Berlinguer e come morì. E con tre risposte possibili: a) presidente della Repubblica rapito e ucciso da Potere Operaio; b) leader del Partito comunista morto durante un comizio elettorale; c) presidente del Consiglio morto ad Hammamet dove si era rifugiato per sfuggire alla giustizia italiana.
Indovini quali fossero le due risposte più gettonate?
Di questo passo, tra una ventina d'anni, quando verrà chiesto ai loro figli dell'11 settembre e delle Twin Towers, diranno che sono venute giù per un sisma
.

Nel 1824 Leopardi scriveva nel ‘Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani’: “Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano il più cinico dei popolacci […] Gl’italiani hanno piuttosto usanze ed abitudini che costumi".
Citazione per chiederti: la vera natura degli italiani risiede negli anni ’80?

La tua citazione è talmente azzeccata da farmi rispondere ancora con Leopardi, a sua volta citato dal critico letterario Filippo La Porta nei giorni scorsi sempre a proposito del mio libro, in particolare per la nascita delle cosiddette “telerisse” che caratterizzano il decennio. Scriveva La Porta: «Allo snobismo di massa corrisponde la trasgressione di massa, e il vernacolo diventa un obbligo sociale. Quasi due secoli fa aveva capito tutto Leopardi, che scrisse un mirabile libretto sul carattere degli italiani, sottolineando la nostra incapacità di conversazione, l’abitudine alla derisione e all’insulto: ‘La raillerie e il persiflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca… Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se “pousser à bout” colle parole, più che alcun’altra nazione». Come ha scritto su Anobii un mio lettore, «gli anni 80 non sono stati l'inizio della barbarie. Gli italiani sono sempre stati un popolo infame: in quel decennio hanno finalmente calato la maschera»

Paolo Morando
Anni ’80, L’inizio della barbarie
Pagine 242, Euro 16
Laterza


Archivio Spatola


Da Maurizio Spatola, fratello di Adriano, ricevo la mail circolare che rilancio.
Preciso che solo eccezionalmente pubblico il passaggio in cui è chiesto ai lettori un sostegno all’Archivio. Di solito non lo faccio, né si ripeterà sia per quest’Archivio né per altre iniziative.
Questo perché mi giungono parecchi messaggi con richieste simili e vi risparmio il resto.

Gentili amiche, cari amici,
sono lieto di comunicarvi il raggiungimento, il 12 febbraio scorso, dei centotrentatre documenti pubblicati nel mio Archivio on line, per un totale di 5011 pagine web.
Il documento numero 133 è costituito dalla riproduzione, nella sezione Protagonisti, di un raro libro oggetto del poeta visuale e genio del collage cecoslovacco Jiri Kolar (1914-2002), con testi critici di Angelo Maria Ripellino, Paolo Fossati, Carlo Alberto Sitta ed un ricordo di Achille Perilli. In gennaio sono stati messi in rete i libri “Francobolli Francobolli” di Giulia Niccolai e Maurizio Osti (1976) e “Baruchello! Facciamo una buona volta il catalogo delle vocali” di Corrado Costa e Gianfranco Baruchello (1979), rispettivamente nelle sezioni Flash e Archivio.
Il 23 novembre 2015, anniversario della morte di Adriano Spatola (1941-1988), ho pubblicato, nella sezione Documenti storici, un ampia scelta delle sue opere giovanili, scritti e disegni eseguiti fra il 1957 e il 1963. A riprova del fatto che il sito non è dedicato solo alla memoria di mio fratello Adriano, vi informo o vi ricordo nel caso ne siate già a conoscenza di aver postato fra il maggio e il novembre dell’anno scorso altri nove documenti concernenti soprattutto altri autori o altri argomenti.

La difficoltà con cui mi ostino ad aggiornare il sito per essere utile a ricercatori, studenti e appassionati mi costringe a rivolgere nuovamente un appello a sostenere in qualche modo la mia attività, esplicata con i miei soli mezzi e pur essendo privo della vista: per concordare le modalità scrivetemi. L’appello è rivolto in particolare a chi finora mi ha sostenuto solo con elogi e manifestazioni verbali di solidarietà: il rischio non è che il sito scompaia, ma che non venga più aggiornato con altri interessanti documenti in mio possesso.
Con una semplice email chi invece non desiderasse essere informato sugli aggiornamenti del mio Archivio online può ottenere di essere cancellato dalla mia mailing-list.

Rammento infine che notizie flash su eventi artistici o letterari prossimi o in corso compaiono regolarmente sul blog: www.archiviomauriziospatola.wordpress.com attivo dall’ottobre 2013 e sul mio profilo di Facebook.

Maurizio Spatola


Le novità di FUOCOfuochino


Sarà pure “la più povera casa editrice al mondo” – come la definisce il suo patafisico fondatore Afro Somenzari – ma ha superato il numero di 130 testi pubblicati a oggi dal momento che fu fondata nel 2009.

Caratteristica delle pubblicazioni è la brevità, benvenuta quant’altre mai.
Non è un caso che l’editrice sia piaciuta a Gino Ruozzi il massimo studioso di aforismi che abbiamo in Italia. Ecco, infatti, che cosa pensa di FUOCOfuochino.

Come si è detto, tanti i titoli finora editi, i più recenti sono Nove morti letterarie involontarie e una volontaria di Patrizia Barchi con una premessa di Antonio Castronuovo e Cercasi anima di Rosanna Flisi con una presentazione di Luigi Bedulli.

Profili delle due autrici tratti dalla presentazione editoriale.
Patrizia Barchi insegna italiano in una scuola di Prato. Si interessa di tutto ciò che è inesistente. È Stimata e Corrispondente Reale del Collage de 'Pataphysique, socia dell’Accademia dei Nullisti e Direttrice della Scuola Elementare per diventare Malati di Mente (ScEMM).
Ha pubblicato diverse righe su Tèchne, Cortocircuito, Il Caffè Illustrato, Il Quaderno di Patafisica, Psicologia Cacopedica e un disegno (un Munch visto a rovescio) sull’Accalappiacani.
Su Tysm.org ha curato le sezioni Note Quasi Azzurre e Diagnosi Letterarie”.

Rosanna Flisi è nata a Viadana, dove vive e insegna Italiano e Storia in un Istituto Superiore. Adora i fiori e le piante di cui sa tutto o quasi. Il suo giardino (in cui lavora alacremente) e la Poesia sono i suoi rifugi. Ama anche di “formidabile” amore la musica classica.
“Cercasi anima” è la sua prima pubblicazione”.


Le storie d'amore che hanno cambiato il mondo

Lo psicoanalista e filosofo francese Jacques Lacan è famoso per la sua scrittura impenetrabile, e, infatti, è accusato da molti di oscurità; ad esempio, i suoi scritti venivano giudicati da Martin Heidegger, del tutto incomprensibili. Eppure ho trovato un suo aforisma sull’amore di una chiarezza abbacinante: “L’amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole”.
Troppo sul negativo? Sarà. Però, vivaddio, è chiaro!
Naturalmente sono tante le storie, famose e non, in cui l’amore esiste eccome, talvolta assumendo proprio i caratteri di un amour fou.
Storie di coppie celebri e meno celebri, a noi vicine o lontane nel tempo, le ha sagacemente esplorate un libro pubblicato da Neri Pozza intitolato Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo; l’autore è Gilbert Sinoué, nato nel 1947 in Egitto da madre francese e padre egiziano, dal 1965 vive a Parigi.
Neri Pozza ha stampato, con grande successo di critica e di pubblico, le sue opere: Il libro di zaffiro; Il ragazzo di Bruges; La via per Isfahan; I giorni e le notti; Il silenzio di Dio; Lady Hamilton; Una nave per l’inferno; La regina crocifissa; Io, Gesù; La signora della lampada; Armenia; La terra dei gelsomini; Grida di pietra.
Per leggere le schede editoriali: CLIC.

Può un grande amore cambiare addirittura momenti della storia?
Si ha il diritto d’interrogarsi sulla legittimità del titolo del volume, ma Sinouè, convinto assertore del sì, attraverso dodici storie esemplari dimostra la fondatezza del suo convincimento.
Pesca in tempi remoti, nel ‘300, in terra portoghese, l‘impetuoso amore di Don Pietro per Inès de Castro conclusosi drammaticamente con l’assassinio di quest’ultima ordinato da Alfonso IV, padre di Pietro. Questi, per vendicare l’amata, mosse, come riferiscono le cronache, con un esercito contro il genitore. Ecco un amore che è costato la vita a uno degli amanti, tanto sangue fra gli opposti armati, e due anni di guerra civile nella storia di un grande Paese.
In epoca a noi vicina, un amore disperato ha segnato vite e destini perfino nello sport. Mai si disputò l’attesissimo match di rivincita dopo il primo incontro vinto dal pugile Jack La Motta contro il campione francese Marcel Cerdan perché costui per raggiungere Edith Piaf di cui, ricambiato con grande passione, era perdutamente innamorato, salì il 27 ottobre 1949 sul volo Lockheed Constellation dell’Air France, con rotta Parigi-New York, per raggiungere la sua Edith. L'aereo si schiantò nella notte fra il 27 e il 28 ai piedi di una montagna dell'isola São Miguel, nell'arcipelago delle Azzorre.
Un amore ci ha salvato da una vittoria di Hitler nella seconda guerra mondiale?
Questo si può perfino ipotizzare seguendo gli avvenimenti che videro il re inglese Edoardo VIII a rinunciare al trono pur di sposare l’americana (e già divorziata due volte) Wallis Simpson.
Entrambi erano simpatizzanti del nazismo tanto che i servizi segreti britannici li sorvegliavano assiduamente. Se Edoardo VIII fosse diventato re, avrebbe favorito il dittatore tedesco? E, se sì, non poteva tale scelta cambiare l’esito della guerra?
Del resto, Sinoué nel Preambolo scrive: “Tutti i frammenti che compongono l’universo sono uniti tra loro; basta modificarne uno perché tutti a esso collegati risentano di tale cambiamento”.

Per visitare il sito web di Sinoué: CLIC!

Gilbert Sinoué
Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo
Traduzione di Roberto Boi e Giuliano Corà
Pagine 432, Euro 18.00
Neri Pozza Editore


Giordano Bruno


Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno" ricorderà a Campo dei Fiori a Roma, l’opera e l’attualità del grande filosofo.
Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600), accusato di eresia, l'8 febbraio 1600 fu condannato al rogo e, ascoltata la sentenza, rivolse ai giudici la storica frase: ”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua serrata da una morsa per impedirgli di parlare a chi assisteva al falò, condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo, fu arso vivo come misericordiosamente hanno fatto per secoli i cattolici con tanti. Le sue ceneri le gettarono nel Tevere perché… hai visto mai?
Si sono pentiti oltre Tevere di quel delitto? Un po’. Non troppo presto. 400 anni dopo.
Nel 2000, infatti, il Segretario di Stato, non il Papa (che parla in prima persona solo quando vuole dare maggiore peso alle dichiarazioni del Vaticano) riferendosi alla morte di Bruno disse – non riabilitandone la dottrina – che quell’episodio di quattro secoli prima costituiva "per la Chiesa un motivo di profondo rammarico".
E tanti saluti alla signora.

A proposito della celebrazione di oggi (a Roma, Campo de’ Fiori, ore 17.00) scrive Maria Mantello Presidente dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero: Giordano Bruno venne ucciso brutalmente perché non voleva sottomettersi a verità presunte ed assolute. Quel tribunale, presieduto dal Papa-re in persona, lo dichiarò eretico. Ma eresia vuol dire scelta! E noi vogliamo continuare ad essere eretici, perché come Bruno abbiamo il “vizio” di pensare. Nell’orgoglio laico del dovere dell’emancipazione da dogmi e padroni. Perché il diritto umano alla libertà per la dignità di ciascuno sia realizzato ed esteso ovunque.
Di fronte ai risorgenti integralismi e alla violenza del terrorismo jihadista, questo anniversario del martirio di Giordano Bruno, vuole rimettere al centro più che mai il valore della Laicità.
Perché occorre chiamare ogni cittadino all’impegno democratico contro la sopraffazione di chi, accampando finanche copyright divini, vuole la soggezione individuale e sociale degli esseri umani.
Accade nei regimi teocratici, dove il fanatismo religioso arriva a diventare con i macellai dell’Isis pornografia della tortura e della morte.
Accade in casa nostra, dove il sogno di elevare a legge dello Stato i propri precetti non sembra ancora dismesso, e diventa patetica pretesa di sigillare in stereotipi sessisti e omofobi l’esclusione dal diritto di avere diritti.
La Laicità è valore fondante delle democrazie e la nostra Costituzione repubblicana la pone a suo principio supremo. Dobbiamo difendere questa conquista, perché senza laicità non c’è democrazia, ma solo sopruso. Siamo chiamati allora, a non smettere mai di vigilare sulle garanzie costituzionali, perché le regole democratiche non vengano né aggirate, né manomesse
.

Per i particolari della celebrazione cliccare QUI.

Info: liberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it
Telefono: 329.74 81 111


Un film da vedere

È in uscita domani, 18 febbraio, sugli schermi italiani Il caso Spotlight.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale il 3 settembre, fuori concorso, alla 72ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, e, successivamente, al Toronto International Film Festival nella sezione delle presentazioni speciali
Candidato a 6 Premi Oscar, tra cui quello per il Miglior Film (nella foto gli interpreti) racconta l’inchiesta con la quale, nel 2001, il quotidiano Boston Globe portò alla luce, per la prima volta, lo scandaloso fenomeno della pedofilia tra il clero cattolico, prima statunitense, e poi mondiale.

A Venezia il film ha ottenuto il Premio Brian che dal 2006 l’UAAR assegna all’opera cinematografica che meglio evidenzia ed esalta “i valori dal laicismo, la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose”.

Il Premio prende nome dal film dei Monty Python “Brian di Nazareth”.
Quest’anno la Giuria – formata da Michele Cangiani, Paolo Ferrarini, Giuliano Gallini, Paolo Ghiretti, Maria Giacometti, Chiara Levorato, Caterina Mognato, Maria Turchetto – ha premiato “Il caso Spotlight” con la seguente motivazione: Il film rimarca l’importanza del ruolo dell’informazione e della ricerca della verità come elementi fondamentali di una società che si possa definire civile e democratica. Un compito particolarmente difficile per chi deve muoversi in un contesto dove spesso prevalgono tabù e omertà. Oltre a essere un’opera cinematografica di qualità, Spotlight è un film importante e attuale, perché si propone di documentare e contribuire attivamente a divulgare fatti gravi che a lungo sono rimasti nascosti, assumendo quindi grande rilevanza politica e sociale

Fra gli interpreti: Michael Keaton, Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Brian d’Arcy James, Stanley Tucci, guidati dalla regìa di Thomas McCarthy
Cliccare QUI per vedere il trailer del film.


Mi metto in vetrina (1)

Baudrillard definì “estasi da Polaroid” quella voglia tutta contemporanea di possedere l’esperienza e la sua oggettivazione. Questo è, forse, uno dei principali desideri che assilla, o delizia, l’uomo d’oggi.
Un’acuta riflessione sul nuovo modo di rappresentarsi è stata svolta da Vanni Codeluppi in un saggio tanto breve quanto denso.
Lo ha pubblicato Mimesis, titolo: Mi metto in vetrina Selfie, facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “vetrinizzazioni”

Vanni Codeluppi, sociologo, svolge valorosamente da anni ricerche che riguardano i fenomeni comunicativi presenti all’interno dei consumi, dei media e della cultura di massa. È professore ordinario in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università IULM di Milano. Ha insegnato anche nelle università di Modena e Reggio Emilia, Palermo e Urbino. Suoi i volumi Consumo e comunicazione. Merci, messaggi e pubblicità nelle società contemporanee (1989), I consumatori. Storia, tendenze, modelli (1992), La pubblicità. Guida alla lettura dei messaggi (1997), Lo spettacolo della merce. I luoghi del consumo dai passages a Disney World (2000), Che cos’è la pubblicità? (2001), Il potere della marca. Disney, McDonald’s, Nike e le altre (2001), Che cos’è la moda (2002), Il potere del consumo. Viaggio nei processi di mercificazione della società (2003), Manuale di Sociologia dei consumi (2005), La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società (2007), Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni (2008), Tutti divi. Vivere in vetrina (2009), Persuasi e felici? Come interpretare i messaggi della pubblicità (2010), Il ritorno del medium. Teorie e strumenti della comunicazione (2011), Stanno uccidendo la tv (2011), Ipermondo. Dieci chiavi per capire il presente (2012), L’era dello schermo. Convivere con l’invadenza mediatica (2013), Storia della pubblicità italiana (2013).

È stato ospite di questo sito nella taverna dell’Enterprise: QUI.

Dal quarto di copertina di “Mi metto in vetrina”.
“La possibilità di utilizzare facilmente i media per comunicare con gli altri moltiplica i messaggi che ciascun individuo produce su se stesso. Ne è un esempio l'abitudine di scattarsi selfie per diffonderli in Rete, diventata oggi una dilagante pratica di massa. Questo libro si occupa di tale pratica, ma tratta anche di altri importanti fenomeni sociali (dai social network alla propaganda politica) che mostrano con chiarezza come siano in forte crescita i messaggi che le persone producono per parlare di sé e che sono parte di una potente tendenza operante da tempo nelle società occidentali: la vetrinizzazione sociale".

Segue ora un incontro con Vanni Codeluppi.


Mi metto in vetrina (2)

A Vanni Codeluppi (in foto) ho rivolto alcune domande.
Quale la principale motivazione che ti ha spinto a scrivere “Mi metto in vetrina”?

Volevo presentare alcuni casi concreti e strettamente legati all’attualità che dimostrassero la validità della tesi sulla «vetrinizzazione sociale», che ho sviluppato qualche anno fa. Con il termine «vetrinizzazione» intendo il fatto che la logica comunicativa della vetrina, basata sulla messa in scena spettacolare dei prodotti, si è progressivamente estesa a tutti i principali tipi di luoghi del consumo: centri commerciali, ristoranti, cinema, musei, parchi a tema, aeroporti, Internet, eccetera. Ma, più in generale, negli ultimi decenni si è presentato soprattutto un processo di progressiva adozione da parte dei principali ambiti sociali di quella logica di rappresentazione visiva che caratterizza le modalità comunicative della vetrina.

Definisci quella di oggi “società dell’autocomunicazione”.
Ti chiedo di dirci qualcosa di più su quella definizione.

A mio avviso, l’autocomunicazione è un importante fenomeno sociale contemporaneo che rende possibile a ciascun individuo porsi come produttore ed emittente di messaggi di varia natura. Le persone cioè non si limitano più ad aspettare passivamente davanti allo schermo che arrivi loro qualcosa, come accadeva nell’epoca di mezzi di comunicazione di massa. Sono sostanzialmente “entrate dentro lo schermo” e possono produrre e diffondere i loro messaggi per comunicare con gli altri. Questo vuol dire anche che si moltiplicano i messaggi che ciascuno produce su di sé.

Alcuni osservatori politici affermano che Renzi stia realizzando parte del programma che non riuscì a Berlusconi e notano parallelismi anche sul modo di proporsi nella comunicazione.
Quale la differenza – se esiste – fra I due personaggi?

Non credo che esistano grandi differenze tra Berlusconi e Renzi da questo punto di vista. D’altronde, tutti i politici oggi hanno bisogno dei media per perseguire i loro obiettivi di visibilità. Cercano cioè di “mettersi in vetrina”, utilizzando i più efficaci strumenti di comunicazione disponibili allo scopo di generare il massimo consenso possibile. Pertanto, è inevitabile per i politici guardare al modello costituito dai divi, i quali hanno saputo dimostrare nel corso del tempo di riuscire efficacemente a gestire il complesso rapporto richiesto dai media. Possiamo ritenere perciò che il divismo e la politica siano sempre più interessati da un processo di ibridazione che fa perdere a entrambi le rispettive caratteristiche.

Walter Benjamin, circa la fotografia, affermò che era replicabile e, quindi, senz’aura.
Roland Barthes disse, invece, che più un’immagine viene fruita e diffusa, più la sua aura aumenta.
Il tuo pensiero?

Mi sembra più convincente la tesi che è stata sviluppata da Walter Benjamin. È evidente infatti che, come sosteneva il grande filosofo tedesco, la riproduzione industriale dell’immagine fotografica ha reso anacronistico mettere in contrapposizione l’opera d’arte e la merce. Come i beni industriali, la fotografia poteva essere riprodotta nella quantità desiderata a partire da un’unica matrice di base (il negativo) e dunque prodotta in serie per grandi masse di persone. Ciò non soltanto ha indebolito la tradizionale aura che era propria del mondo dell’arte, ma ha dato il via anche a un processo che ha progressivamente imposto la tecnologia meccanica sulle capacità creative dell’artista. La fotografia inoltre riesce ad operare solamente grazie alla collaborazione di chi sta dall’altra parte dell’obiettivo.

Vanni Codeluppi
Mi metto in vetrina
Pagine 120, Euro 10.00
Mimesis


Moscati e Pasolini

Torna oggi su Cosmotaxi un vecchio amico di questo sito: Italo Moscati.
L’occasione è data dall’editore Lindau che ha mandato nelle librerie Pier Paolo Pasolini. Vivere e sopravvivere.
Moscati è regista, sceneggiatore, produttore, saggista; per la sua intensa bibliografia e l’altrettanto densa filmografia, cliccare QUI.

Dal quarto di copertina del volume.
“La vita e l'opera di Pasolini, la sua passione, il suo coraggio, la sua costante disponibilità a mettersi in gioco, esercitano un richiamo che sembra crescere con il tempo. Il panorama politico e culturale di questi anni frammentato, confuso, percorso da tensioni dagli esiti imprevedibili - ha bisogno di voci capaci di incidere, se non di convincere. E Pasolini era e resta una di quelle. Questo libro prosegue la ricerca di Moscati dopo gli anni in cui ha conosciuto, frequentato e si è sforzato di capire il poeta, romanziere, regista, scrittore corsaro: protagonista di percorsi, mestieri, esperienze che provano una vitalità sfrenata, drammatica, gioiosa nei giorni migliori (quelli del primo cinema, degli interventi, delle amicizie, dei viaggi), ma anche disperata; e non per vicende personali che pure esistono - e il libro le racconta andando in profondità; bensì per l'isolamento da cui questo artista, ricco di idee per tutti, si sforzava di uscire. Il suo è un "romanzo esistenziale" sacro per dignità e pensiero; e inviolabile patrimonio di chi non lo commemora, ma ne avverte acutamente la mancanza”.

A Italo Moscati (in foto) ho rivolto le domande che seguono.
“Pasolini. Vivere e sopravvivere”. Quali le ragioni di quel titolo?

Ho voluto differenziare il mio libro da una eccessiva ripetitività ricorrente nei vari decennali della sua morte, per quanto riguarda i titoli. Pasolini ha avuto una vita intensa, soprattutto nella seconda parte, dagli anni 50 in poi. Ha vissuto solo 53 anni, 27 nel nord tra Bologna e Casarsa, più le città in cui di volta in volta si trasferiva con i genitori (il padre era un militare); e i restanti 26 anni a Roma e nel mondo, morendo nel novembre del 1975. Nessuno aveva mai notato questo fatto. Invece è importantissimo. La svolta nella sua vita avvenne quando fu “costretto” a lasciare tutto: scuola dove insegnava, segreteria di una sezione del Pci, la casa della madre nel Friuli. L’accusa di omosessualità, da cui uscì assolto, cambia il suo percorso e fu, da un lato una rottura che lo sottrasse a un’esistenza uniforme e pesante, in cui scriveva poesie bellissime e tristi; dall’altra, gli consentì di scoprire di poter essere una nuova persona con i romanzi sui ragazzi di vita, conosciuti nelle borgate romane, e soprattutto di poter essere un regista molto amato e discusso, quindi di successo; un autore popolare nel giornalismo degli scritti corsari, un drammaturgo con testi impegnati e impegnativi che ancora vengono messi scena. Ecco le ragioni del titolo: PPP ha vissuto e continua a sopravvivere.

Pasolini fu scrittore, regista, drammaturgo, poeta, polemista. C’è uno di quegli aspetti che di lui prediligi?

Continuo a dire che Pasolini va preso in blocco, sia per le sue opere che per la sua “doppia vita” fino alla morte. Ci sono cose che mi piacciono molto e altre che mi piacciono meno. Ma il Personaggio è forte, ormai molto apprezzato all’estero più che in patria; e durerà. Da noi, paese di “criminali” tipici, fra politici e alleati d’affari, la tesi della uccisione per motivi politici o comunque legati a ombre di vario genere non morirà mai, nonostante le archiviazioni delle indagini per quattro volte, altre se ne annunciano. Penso che la ricerca possa continuare se accadrà qualcosa che la giustificherà. Penso anche che Pasolini è stato ed è ancora la bandiera del militante comunista che viene sventolata sul vero cadavere del Novecento: il comunismo che oggi è cambiato non solo in Cina e ha creato una magnifica voglia di rivoluzione e di riscatto ma alla fine ha avuto un declino pesante tra dittature e gulag. Pasolini sapeva anche questo e lo diceva, come diceva pure che la Chiesa avrebbe potuto mettersi alla testa di un’altra rivoluzione, il che non è stato. Insomma, ho tentato col mio libro “Pier Paolo Pasolini vivere e sopravvivere” ricordare un uomo coraggioso, senza odio e senza mediocrità. La massa di libri che ha coperto le librerie è un segnale forte, indica il desiderio di sapere di più al di là di varie speculazioni o “usi” impropri.

Italo Moscati
Pier Paolo Pasolini. Vivere e sopravvivere
Pagine 275, Euro 22.00
Editore Lindau


Primo non nuocere


È un’espressione spesso impropriamente attribuita a Ippocrate (460-377 a.C.), perché nel suo famoso Giuramento non si trova traccia di quelle parole, ma c’è soltanto l’esortazione ad “astenersi dal produrre danni”.
Sta di fatto, però, che quell’aforisma sia diventato un assioma centrale della pratica medica e, quindi, non deve sorprendere se dà il titolo a un luminoso volume scritto dal neurochirurgo Henry Marsh intitolato proprio Primo non nuocere Storie di vita, morte e neurochirurgia, pubblicato da Ponte alle Grazie .
Marsh è inglese. Prima di iscriversi a Medicina, ha studiato filosofia, politica ed economia. Pensava che la medicina fosse una cosa noiosa fino a che non ha visto un neurochirurgo operare al microscopio per riparare un aneurisma: in quel momento ha avuto inizio la sua lunga carriera, che viene adesso ripercorsa in “Primo non nuocere”, un grande successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in corso di traduzione in oltre quindici paesi. Marsh è stato anche al centro di un documentario, “The English Surgeon” (vincitore di numerosi premi, tra cui l’Emmy Award), che ha raccontato la sua attività di volontario in Ucraina.
Il suo hobby, per ora, sono le api. E la bicicletta.

Una volta un chirurgo disse che in quella professione bisogna avere nervi d’acciaio, cuor di leone e mani di donna. È un dono che la Natura ha dato a Marsh che apre il suo libro affermando “Spesso sono costretto a tagliare il cervello ed è una cosa che detesto fare”.
I suoi ferri affondano nella morbida materia grigia del paziente e – a differenza dei chirurghi che trattano altri organi – attraversano ragioni, emozioni, ricordi, sogni, tutti racchiusi in quella gelatina.
In venticinque capitoli – ognuno dedicato a un caso clinico visto in oltre quarant’anni d’interventi chirurgici – l’autore, illustrando in modo chiaro e scorrevolissimo l’operazione affrontata con le sue difficoltà e i suoi rischi, fa scorrere su di un parallelo cursore il proprio respiro psicologico con i suoi timori, le sue ansietà per quanto si accinge ad affrontare.
Marsh non nasconde i suoi insuccessi (arriverà perfino a tenere una conferenza intitolata “Tutti i miei peggiori errori”) né i traumi che hanno su di lui, per poi aggiungere, con la sincerità che gli è propria in ogni pagina, che il trauma vero è quello patito dal paziente menomato da un’operazione non riuscita o solo parzialmente riuscita.
Perché quando stiamo male, la nostra sofferenza è soltanto nostra e della nostra famiglia – afferma Marsh – ma per i medici che ci curano la nostra storia è soltanto una fra tante.
Nel libro accanto alle vibrazioni psicologiche che agiscono sul chirurgo, su chi a lui si rivolge, e sull’interazione fra i due soggetti, sono esposte riflessioni sul problema Mente-Cervello, agitato fin dai tempi di Cartesio e Spinoza, e si osserva come la coscienza e il sé siano in realtà un’altra vibrazione, stavolta elettrochimica di un centinaio di miliardi di cellule.

Questo libro è assolutamente fruibile anche per chi non lavora in area sanitaria perché è un volume filosofico sulla professione medica e sulla disgrazia d’essere pazienti.
Una riflessione fra scienza e responsabilità, speranza e disperazione, morale e destino.
“Pagine dolorosamente sincere” – sono state definite dal grande scrittore Ian McEwan – “un risultato superbo”.

Henry Marsh
Primo non nuocere
Traduzione di Francesco Bruno
Pagine 336, Euro 16.80
Ponte alle Grazie


L'altro Phantasus

A Enzo Minarelli sono stati necessari cinque anni di lavoro per pubblicare L'Altro Phantasus di Arno Holz, 1863 - 1929, (in foto la sua firma).
Nel volume compare anche un prezioso contributo di Max Bense: “Parole e Numeri, La Testalgebra di Arno Holz”.

Scrive Minarelli: Abbiamo intitolato questo libro L’altro Phantasus di Arno Holz, perché esso deriva dalla prima, omonima, pubblicazione del 1898. L’autore prende come punto di partenza poesie già stampate in quell’edizione, ma è anche vero che compie un’accanita, insistente trasformazione di quei materiali-base intervenendo soprattutto lungo l’asse paradigmatico, fino a renderli quasi irriconoscibili.
Holz persegue questo smantellamento della lingua ricorrendo a frequenze matematiche. Per approfondire questo aspetto della sua ricerca, siamo riusciti a rintracciare un testo di Max Bense, “Parole e numeri la testalgebra di Arno Holz”, scritto nel 1964, inedito sia in Germania che in Italia, un saggio che ben volentieri pubblichiamo convinti di rendere un doppio omaggio, sia all’emerito studioso tedesco che è stato uno dei rari divulgatori dell’opera holziana sia al poeta stesso.
Holz adotta metodologie letterarie che il pensiero critico di Bense ha definito come entropia testuale e fantasia razionale.
Non solo, caparbiamente sviluppa anche una serie di tecniche che vanno oltre la parola-valigia introdotta da Lewis Carroll e James Joyce, per esempio, la lunghezza fuori formato del verso frutto di coacervi parolai, in alcuni casi così estremi da accumulare sei, sette vocaboli.
Un’ulteriore innovazione, dati i tempi in cui venne concepita l’opera, consiste nella colonna sonora dei testi, ricchi di onomatopee, di sonorità fonetiche sempre relazionate al concetto da esprimere o alla situazione in atto.
Le sue poesie sfiorano pertanto la pratica dello schema di esecuzione. Così abbiamo pensato di allegare al presente volume un DVD con una nostra performance in lingua italiana di un suo poema-chiave per consentire al lettore di apprezzare gli acrobatici trattamenti acustici cui il corpo della parola viene sottoposto.
L’opera di Arno Holz è quasi introvabile in patria, non viene ripubblicato da almeno mezzo secolo, non esistono traduzioni in altre lingue, quindi siamo orgogliosi di presentarlo per la prima volta ad un pubblico italiano.
Uno dei rari riconoscimenti ufficiali consiste nell’imponente tomba che il governo tedesco gli ha riservato nel Cimitero Monumentale a Berlino pochi anni dopo la sua morte avvenuta nel 1929
.

Nel DVD è incluso anche un video-poema di Minarelli impegnato in una performance proprio sulla tomba di Arno Holz, il 31 dicembre del 2009.

Arno Holz
L’altro Phantasus
Pagine 112, Euro 15.00
Campanotto Editore


Un progetto Lav

Aldilà di motivazioni umanitarie e morali, la sperimentazione di farmaci sugli animali non umani è da molti scienziati ritenuta poco sicura e talvolta decisamente controproducente.
Ricordo quanto disse Marcel Leist - specialista in biomedicina e tossicologia in vitro, professore della School of chemical biology in Germania - in un convegno sul tema tenutosi un anno fa: “E’ già in corso una rivoluzione silente. A partire dagli anni ‘80 l’industria farmaceutica ha ridotto in modo significativo l’utilizzo di animali a vantaggio delle nuove tecnologie con risultati scientifici migliori, costi inferiori e risultati più veloci”.
Scrive Laura Eduati sull’Huffington Post: “Una parte importante della comunità scientifica, ricorda gli innumerevoli errori in campo tossicologico. Per esempio la scoperta tardiva che l'arsenico, il benzene, la fibra di vetro, o farmaci come Flosint, Zelmid, Eraldin vennero somministrati a topi, scimmie e conigli senza che queste bestiole patissero effetti collaterali, ma una volta provati sull'uomo provocarono il cancro o la morte”.

Dall’Ufficio Stampa della Lega Antivivisezione guidato da Maria Falvo ho avuto notizia di concrete iniziative per favorire studi alternativi alla sperimentazione animale.
La LAV, Presidente Gianluca Felicetti, infatti, ha scelto di finanziare lo sviluppo di protocolli sperimentali che sostituiscano l’attuale uso di animali, o parti di essi, nella ricerca. Seguendo questo impegno, l’Associazione ha devoluto, 17.000 euro al Centro di Ricerca "E. Piaggio" dell’Università di Pisa, per la creazione di una borsa di studio dedicata ad avviare un progetto per lo sviluppo di tecnologie innovative senza ricorso ad animali, finalizzate a valutare il rischio legato alle sostanze inalate.
Infatti, attualmente la valutazione della tossicità delle sostanze chimiche inalate avviene con l’impiego di un elevato numero di animali, sottoposti a inalazione forzata, con conseguenze terribili, come dolore, agonia e morte. Inoltre, i risultati di questi test sono inaffidabili, in quanto correlano la mortalità della cavia con la concentrazione della sostanza cui è esposta, senza prendere in considerazione la complessità dei meccanismi che portano a tale effetto, che possono variare significativamente dall’animale all’uomo, con la difficoltà di estrapolare i dati e mettere in relazione il modello animale con la risposta umana. Sono quindi necessari test più diretti, semplici ed efficaci, che non richiedano la sperimentazione animale, sia per ragioni etiche, sia per ragioni scientifiche, oltre che per motivazioni di tipo economico.

“Questa borsa di studio è l’ennesima dimostrazione che non solo è possibile, ma è doveroso fare una ricerca senza vivisezione” - afferma la biologa Michela Kuan, responsabile LAV settore Vivisezione – “il modello animale appartiene al passato e ognuno di noi deve impegnarsi per il suo superamento, affinché venga realmente tutelata la salute umana. I fondi pubblici e privati devono essere indirizzati verso lo sviluppo dei metodi sostitutivi e questo nostro contributo è la prova più concreta della possibilità di applicare tali metodi, in risposta a chi ci attacca negando l'esistenza della ricerca senza animali, che invece è innovativa, scientificamente affidabile e utile”.
Sempre in tema di sperimentazione senza utilizzo di animali, pochi mesi fa, la LAV ha finanziato altre due borse di studio, del valore complessivo di 20.000 euro, dedicate ad avviare la linea di ricerca cellulare HUVEC (Human Umbilical Vein Endothelial Cells), presso l’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova.
Questi finanziamenti, sono stati possibili grazie al contributo dei tanti cittadini che hanno scelto di devolvere alla LAV il 5x1000, aiutando l’Associazione a fare ogni giorno passi in avanti per una ricerca etica, innovativa e utile per i cittadini.


Roma vista contro vento

Se sul cursore del motore di ricerca Google s’inscrive la dizione libri su Roma, si ottengono, a oggi, 24.400.000 risultati.
Fra le opere di qualità più recenti ci metto un libro Bompiani da me letto con qualche ritardo: Roma vista contro vento di Fulvio Abbate.
Nato a Palermo nel 1956, vive a Roma dal 1983. Scrittore, critico d’arte e inventore della televisione web Teledurruti (prende il nome dall’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti) cosiddetta “televisione monolocale” ospitata fino al 2003 da un'emittente romana, nel 2007 diventa un canale su YouTube.
Ha pubblicato, i romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013). E ancora, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014).
Nel 2012, il Collège de ‘Pataphysique di Parigi l’ha insignito del titolo di Commandeur Exquis de l’Ordre de la Grande Gidouille.
Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi.
Un suo più articolato profilo QUI.

Roma, è attraversata da Abbate tra mappa e labirinto, fra lussi e stracci, fierezze e indegnità. Quartieri, monumenti, personaggi, leggende, abitano brevi capitoli vissuti con godibilissima scrittura febbrile e bulimica.
Il libro riesce a mettere insieme storia e cronaca, antropologia e fenomenologia di romani e inurbati, professionisti e commercianti, grandi dame e autentiche zoccole.
Sfilano fianco a fianco il cannone del Gianicolo e la metropolitana A, una chiesa del terzo millennio e la casa di Peppino De Filippo, il sarcofago di Papa Giovanni e Gina Lollobrigida, Renato Nicolini e il contrassegno della vigilanza notturna, Patty Pravo e Francesco Cossiga, Via Caetani e Cicciolina, un uomo misterioso che scrive con i pennarelli sui muri e un cocainomane dei Parioli alla spericolata guida di una Smart.
Il libro con il primo e l’ultimo dei capitoli racchiude Roma fra due aeree parentesi: si apre, infatti, con la motilità casinista del nastro trasportatore bagagli dell’aeroporto Leonardo da Vinci e si chiude con il capitolo destinato a un altro aeroporto, fissato in un fermo immagine di scrittura: “Alla fine, non ci resta che Ciampino”.

Scrive Carlo Verdone nell’Introduzione Questa corposa indagine “controvento” dedicata a Roma dallo scrittore Fulvio Abbate è un capolavoro di “analisi istologica” su quella che fu la capitale di un impero imponente, la mèta e la dimora di grandi poeti e scrittori d’Oltralpe e che i secoli hanno trasformato in un ammasso di circoscrizioni assolutamente teatrali. O meglio in una serie di teatri di posa dove i cittadini si trasfigurano nelle più svariate comparse davanti a una scenografia dove profonda sacralità e sciatteria profana si abbracciano in una rappresentazione dell’assurdo.

Fulvio Abbate
Roma vista contro vento
Introduzione di Carlo Verdone
Pagine 720, Euro 19.00
Bompiani



Cadeau


Indignazione e meraviglia per quanto ci siamo resi ridicoli ingabbiando statue di nudi per occultarle allo sguardo di Ruhani in visita in Italia fra un’impiccagione e l’altra nel suo paese.
Indignazione d’accordo, ma meraviglia no.
Siamo il paese in cui la censura l’ha fatta sempre da padrona.

Ed ecco un ennesimo caso nel campo delle arti visive.
Ha girato mezza Arte Fiera di Bologna, l'artista bolognese Giancarmine Chiarello prima di piazzare un suo lavoro.
Non cercava un gallerista al quale vendere, gli bastava – come scrive Exibart, l’ottimo webmag guidato da Adriana Polveroni – uno disposto ad ospitare nel suo stand il dildo anale di sua creazione che qui vedete in foto.
Macché, rifiutato, rifiutato, e ancora rifiutato.
Ma cammina, cammina, cammina, infine due persone intelligenti le ha trovate.
Si chiamano Beatrice Bertini e Benedetta Acciari – dirigono la valorosa Ex Elettrofonica – che hanno accettato d’esporre il sex toy nel loro stand.

“Con chi ce l’ha” – ancora da Exibart – “e che cosa vuole dire Chiarello con questo gingillo che tanto ricorda il sex toy (ma quello era abnorme, come quasi tutte le sue cose) di Paul McCarthy? Ce l’ha con il PD e la sua posizione "poco coesa” (testuale) verso le unioni civili. E allora tie’, un bel “Cadeau” (titolo dell’opera) ci sta proprio bene”.


Nuovo sito web del Cicap

Carl Sagan, astrofisico ed eminente figura dello scetticismo metodologico, affermò: “La mente va tenuta ben aperta, ma non così tanto che il cervello ne cada fuori”.
Dalla filosofia dello scetticismo scientifico provengono benvenute luci in quest’epoca in cui il buio di un nuovo oscurantismo tenta d’avanzare.
In Italia, un’illuminata opera razionalista è svolta dal CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), un'organizzazione educativa senza finalità di lucro, fondata per promuovere un'indagine scientifica e critica sul paranormale e le pseudoscienze.
Fa parte dell'European Council of Skeptical Organizations e vi aderiscono molti personaggi dello scenario culturale italiano, qualche nome: Umberto Eco, Carlo Rubbia, Edoardo Boncinelli, Silvio Garattini, Umberto Veronesi, Piero Angela, Danilo Mainardi, Piero Bianucci, Piergiorgio Odifreddi, Roberto Vacca, Ennio Peres, Telmo Pievani.
Dispone di una eccellente rivista,Query, diretta da Lorenzo Montali e di un Ufficio Stampa ben guidato da Laura Zampini.

“Ora” - scrive Massimo Polidoro, Segretario nazionale del Cicap – “il Comitato dispone di un nuovo sito web grazie al lavoro coordinato e portato avanti in questi anni soprattutto da Marino Franzosi, tutti gli articoli, gli approfondimenti, i dossier, ma anche gli archivi con il materiale prodotto nel corso del tempo dal CICAP, sono adesso più facilmente disponibili per tutti. Inoltre, hanno maggiore visibilità tutte le novità, le notizie e le iniziative del CICAP, e anche ciò che viene pubblicato sulla rivista Queryonline e sui social network”.

Basta un CLIC ed entrate nel nuovo website.


Blek le Rat

L’arte di strada ha varie declinazioni che vanno dall’improvvisazione teatrale, a quella musicale, dai numeri circensi di jongleurs e acrobati alle arti visive.
La dizione “street art”, per convenzione, è però riferita a quella tendenza pittorica che si realizza, prevalentemente con vernici a spruzzo, su pareti di edifici, cabine telefoniche, convogli pubblici.
La più recente delle tecniche di street art, s’affida a improvvise e gigantesche proiezioni laser che inscrivono immagini e scritte sui grattacieli delle grandi imprese o enti governativi.
Nata negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 nelle comunità afroamericane, esprimeva ansietà e rabbie delle aree sociali più disagiate. Successivamente si diffuse anche in Europa dove si legò ai movimenti della controcultura divenendo un mezzo per messaggi di natura politica, di protesta e irrisione verso governi, multinazionali, grandi marchi pubblicitari.
Parallelamente allo spontaneismo di queste creazioni, alle tecniche graffitiste prese a interessarsi negli US il mondo dell’arte istituzionalizzata con i primi successi dei tags di Jean-Michel Basquiat (1962 – 1988) e dei pieces di Keith Haring (1958 – 1990). Tale appropriazione da parte dell’arte ufficiale determinò crisi e mutamenti in quella produzione anche se l’ideologia di base rimase, e rimane, la stessa di anni fa.
Altri nomi di quell’arte oggi sono venuti alla ribalta. Uno per tutti, il celebrato Banksy.

Di grande rilievo è anche il nome di Blek le Rat (Xavier Prou, Parigi, 1951), considerato l’iniziatore della Stencil Art e uno dei fondatori del movimento della Urban Art. La sua produzione artistica ha enormi influenze sulle pratiche attuali. Tra gli artisti che hanno espresso ammirazione e stima per il suo lavoro vi è anche il prima nominato Banksy, che ha affermato: “Ogni volta che penso di aver dipinto qualcosa di leggermente originale, scopro che Blek le Rat l'ha già fatto. Solo venti anni prima.”
Blek le Rat ha cominciato a dipingere nel 1981 nelle strade di Parigi ispirandosi ai primi graffiti che vide durante una visita a New York dieci anni prima, adattando tuttavia lo stile americano all’architettura e al contesto sociale della capitale francese. L’immagine che scelse di riprodurre con lo stencil fu quella del ratto, che per lui simboleggiava sia la libertà che la disseminazione dell’arte nella città come una vera e propria invasione.
Ora, a Milano, presso l'ottima Wunderkammern è in corso la mostra dell’artista francese intitolata "Propaganda ".
Scrive Art Tribune: “La mostra è incentrata sui concetti di divulgazione e propagazione. Intesa come l'attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni, la propaganda è da sempre diffusa in molti ambiti della società, dalla politica alla religione, dal commercio alla cultura, dal mondo della finanza fino alle scienze. Anche l’arte in alcuni casi è stata utilizzata come mezzo di propaganda, e viceversa quest’ultima è stata implementata come tecnica dagli artisti: dalle iconografie del Rinascimento, fino a movimenti dell’era moderna come Futurismo, Costruttivismo, Pop Art e Urban Art. Blek le Rat indaga con le sue opere questo tema, che è stato per lui importante fonte di ispirazione: la sua introduzione dello stencil nell’arte è in parte dovuta ad alcuni stencil della propaganda fascista che vide da giovane a Padova”.

“Propaganda” – a cura di Giuseppe Ottavianelli – propone una selezione di lavori dell’artista francese: da opere degli anni ’80 fino a nuovi lavori realizzati appositamente per la mostra. Oltre ai personaggi che più caratterizzano la produzione di Blek le Rat, come il “David with Kalashnikov” (in foto) o “The Man Who Walks Through Walls”, è possibile scoprire soggetti inediti. Tra le opere presentate infine, vi sono, in grande esclusiva, anche gli stencil originali utilizzati in passato dall’artista.

Blek le Rat
Propaganda
Wunderkammern
Via Ausonio 1, Milano
Info: wunderkammern@wunderkammern.net
Fino al 5 marzo 2016


Studio di Luigi Pirandello


Quanti soldi dello Stato spariscono in Italia divorati dalla voracità d’infedeli funzionari? Tanti, tantissimi.
E quanto denaro viene sperperato da amministratori pubblici dalle voglie faraoniche? Tanto, proprio tanto.
Un esempio recentissimo, uno solo, tanto per gradire.
Lunedì notte 1 febbraio, è atterrato proveniente da Abu Dhabi il nuovo Airbus ordinato da Renzi per i suoi viaggi. E’ stato preso in leasing da Etihad, costo, centesimo più centesimo meno, 300.000 euro al mese. Altri Paesi, con casse floride, non si permettono questi lussi.
In Italia, però, centri di ricerca, università, biblioteche, musei, hanno vita grama, chiudono o sono costretti a ridurre i servizi, perfino pagare bollette della luce diventa problematico.
Tanto, come disse un buontempone, “con la cultura non si mangia”.
Peccato che a quel buontempone (era un Ministro!) sia sfuggito che all’estero con la cultura fanno affari d’oro, per restare in Europa si dia uno sguardo a quanto accade, per esempio, in Francia o in Germania.

A Roma, un luogo prestigioso, ricco di memorie, casa del Premio Nobel Luigi Pirandello agisce soprattutto grazie all’attività di donne e uomini che impiegano le loro forze e il loro tempo in modo volontaristico.
Aperto dal 1961 per iniziativa, a suo tempo, degli eredi di Pirandello, il salone-studio, la camera da letto, tutto il luogo, vincolato dalla Soprintendenza, è rimasto intatto per arredi, oggetti, quadri: vi sono conservati anche gli scaffali con la biblioteca personale di Pirandello e vari suoi manoscritti, oltre al grande diploma dipinto a mano del Nobel.
Nel tempo si sono aggiunti altri lasciti: i fondi Ugo Betti, Alessandro D’Amico, Franca Angelini, tutti gestiti dall’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo.
Il comitato scientifico è attualmente composto da Carlo Cecchi, Matteo D’Amico, Jean-Paul Manganaro, Mario Martone, Melania Mazzucco.
Il Presidente è il critico Paolo Petroni.
L’Istituto vive di contributi pubblici, principalmente da parte del Mibac, e di donazioni private, potendo usufruire delle detassazioni previste dall’Art Bonus. A parte le due bibliotecarie-archiviste, che ne garantiscono l’apertura e la funzionalità, i membri del Cda e il Presidente non percepiscono alcun compenso o rimborso spese.

In foto: la camera da letto di Pirandello con un’elaborazione di Riccardo Caporossi.

Allo scopo di fare dell’Istituto un luogo partecipato e attivo nella vita culturale, ma anche di raccogliere fondi, già dall‘anno scorso si sono realizzati incontri e spettacoli accolti assai favorevolmente dal pubblico.
Quest’anno, in occasione degli 80 anni dalla morte di Pirandello e in vista delle celebrazioni nel 2017 per i 150 anni dalla nascita, l’Istituto sta progettando e realizzando una serie di nuovi appuntamenti culturali e di spettacolo, ospitati nello studio dello scrittore.

A Febbraio sono in programma una Serata Louis-Ferdinad Céline con Francesca Benedetti e Filippo La Porta (14 febbraio, ore 18.00), due serate per i 100 anni della Grande Guerra, Il figlio prigioniero, lettura-spettacolo sul carteggio tra Pirandello e il figlio al fronte, con Riccardo Caporossi, Nadia Brustolon e Vincenzo Preziosa (20 e 21 febbraio, ore 17.30, più due matinée per le scuole il 19 e 20), le repliche settimanali dello spettacolo “12369 LP. Orbite, traiettorie, frequenze”, dai Taccuini dello scrittore, lettura scenica con musica dal vivo, con la regia di Gianluca Enria (6,13, 21, 27 febbraio).
Sono le prime proposte di due serie di incontri: ‘Un autore a Casa Pirandello’ e ‘Un attore a Casa Pirandello’, con la partecipazione di personaggi che vanno da Carlo Cecchi a Glauco Mauri, da Emma Dante a Claudio Magris, dai fratelli Taviani a Memè Perlini e si sta anche lavorando a una serie di letture sceniche di novelle di Pirandello a cura di docenti e allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia.
Grazie alla sartoria Tirelli verrà realizzata una mostra di storici costumi pirandelliani mentre, in collaborazione con la Cineteca nazionale e il Cinema Trevi, prenderà corpo una rassegna di film tratti o ispirate a opere del grande scrittore.
Ad un anno dalla scomparsa, verrà ricordata con una giornata in sua memoria, la studiosa Franca Angelini, presidente dell’Istituto.
Tutti i protagonisti delle varie iniziative, giova ricordarlo, intervengono a titolo gratuito.

Ufficio Stampa: Simona Carlucci - 335.59 52 789 - info.carlucci@libero.it

Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo - Studio di Luigi Pirandello
Via Antonio Bosio 13b, Roma
posta@studiodiluigipirandello.it
Tel: 06.442 91 853 – 349.07 12 661


Il negazionismo

L’insorgenza in Europa di movimenti fascisti e razzisti vede, purtroppo, anche l’Italia fra i paesi dove, fra colpevoli distrazioni della Sinistra, si affermano insidiose tesi tendenti perfino a negare l’evidenza della Shoa.
Ben vengano le celebrazioni della Giornata della Memoria ma s’avverte più che mai la necessità d’interventi di maggiore forza.
Un libro di particolare valore che aiuta, e molto, in tal senso è stato riedito da Laterza: Il negazionismo. Storia di una menzogna che mi piacerebbe vedere nelle biblioteche delle scuole e delle università.
Cosmotaxi se ne occupò in occasione della prima edizione e oggi replica l’incontro che ebbe con Claudio Vercelli, anche coautore del manuale di storia “Un mondo al plurale” (a cura di Valerio Castronovo, La Nuova Italia 2009) e autore di: “Tanti olocausti. La deportazione e l'internamento nei campi nazisti”; “Israele: storia dello Stato. Dal sogno alla realtà: 1881-2007”; “Triangoli viola. Le persecuzioni e la deportazione dei testimoni di Geova nei lager nazisti”.

Claudio Vercelli, quale il principale motivo che ti ha spinto a questa pubblicazione?

Parto da un dato che rimanda alla mia biografia professionale. Nel microuniverso del negazionismo mi sono imbattuto fin da subito, ovvero dal momento stesso in cui ho iniziato a studiare con sistematicità lo sterminio degli ebrei europei da parte nazista. Era come un fastidioso rumore di sottofondo, un acufene al limite dell’allucinazione uditiva, ossessivamente persistente. La sua forza, per così dire, stava – e riposa a tutt’oggi – nella sua inverosimiglianza. Studiare il negazionismo implica il confrontarsi con quella che io chiamo la seduzione della controfattualità, quell’insieme di atteggiamenti falsamente intellettuali, ovvero pseudoscientifici, che erigono la negazione dell’evidenza a paradigma di lettura del presente. Capire il negazionismo olocaustico richiede di addentrasi nei meandri del cospirazionismo, un vero e proprio sistema di pensiero “alternativo”, che finge di svelare le trame occulte del “potere” nel momento in cui, concretamente, concorre a renderle ancora più irreali e, quindi, incomprensibili.

I negazionisti, venuti alla ribalta alla fine degli anni 70, oggi, rispetto a quel tempo hanno adottato nuove strategie?

Il grande spartiacque è quello della visibilità mediatica, che ha avuto un impatto potente sia su un pubblico fino ad allora altrimenti inesistente sia, in una sorta di gioco di reciproco rinforzo, sui negazionisti medesimi. Da tema – e soprattutto mentalità – di nicchia, tipica della destra estrema, soprattutto neonazista, è divenuto discorso pubblico con un qualche grado di legittimità, quanto meno in alcuni ambiti. In un percorso a cerchi concentrici, poi, l’udienza che il negazionismo, non in quanto movimento culturale (che come tale è inesistente) ma come mentalità ha raccolto, si è di molto amplificata con la sua assunzione nel discorso politico dell’islamismo radicale, che parla al mondo arabo-musulmano, sia soprattutto nel cospirazionismo presente nel web, oggi terreno elettivo di diffusione della negazione dello sterminio degli ebrei. Le nuove strategie rinviano soprattutto al ricorso ad una lettura “tecnicista” delle fonti, per ribaltarne il significato comunemente condiviso nel loro contrario, e nella relativizzazione morale della questione della Shoah, vista semmai come un crimine ordinario, derubricabile a evento bellico tra i tanti. L’obiettivo rimane tuttavia quello di relativizzare le colpe del nazismo e dei fascismi.

Sostieni che il negazionismo è praticato anche da “gruppi della sinistra più estrema”. Che cosa determina questo che può sembrare un paradosso politico?

C’è una pulsione negazionista che si alimenta del conflitto israelo-palestinese, della sua perduranza, del suo essere assurto a sentina di risentimenti di ogni genere e tipo. È come un campo minato, dove tutto sembra cadere in contraddizione. In altre parole, una ferita aperta, purulenta. Alcuni segmenti della sinistra più radicale, soprattutto sul web, come anche parti di quel magma populistico che accompagna la politica contemporanea, hanno sposato la causa palestinese in quanto prisma assoluto della lotta degli oppressi contro gli oppressori. Da questa reificazione delle parti come dell’angolo del giudizio critico, sono derivati fraintendimenti non casuali. Alla lotta di classe si è sostituita una lotta per così dire “etnica”, dove il “sionismo” è visto come il burattinaio nel teatro della storia e il responsabile di infinite nequizie. Se Israele è il carnefice (dei palestinesi) non può rivendicare il ruolo di rappresentanza delle vittime. E se i conti con la storia non quadrano li si aggiusta ridimensionando o negando del tutto l’esistenza, del pari all’impatto morale e civile, della tragedia dello sterminio.

Vorrei una tua riflessione sul negazionismo in Italia che, mi pare, sia cresciuto in questi ultimi anni…

Più che il negazionismo ad essere cresciuta è l’area dello scetticismo programmatico e del dubbio sistematico verso ogni narrazione pubblica, percepita come mero esercizio di occultamento del potere (e quindi, in immediato riflesso, di spoliazione dei diritti delle collettività). Se questo modo di vedere i fatti si incontra con i populismi allora si rischia di fare una frittata. Il vero obiettivo di qualsivoglia negazionista è di introdurre l’idea che quello che si dice del passato sia il risultato di una convenzione e non il prodotto di una storia condivisa, ossia di un patto civile fondato sulla verità. Il negazionismo si presenta sempre sotto le capziose sembianze di una offerta di conoscenza, che rivelerebbe lo scandalo dell’altrui menzogna, in questo caso quella di Auschwitz. Per tali ragioni le sue potenzialità sono non trascurabili. Lo sono tali tanto più il giorno in cui dovesse incontrare in un qualche movimento politico un comodo vettore di legittimazione.

Per una scheda sul libro: CLIC.

Claudio Vercelli
Il negazionismo
Pagine 228, Euro 12.00
Laterza


Scrittori di "Attraverso l'Italia"


Tra le novità apportate da Franco Iseppi (in foto) da quando ha assunto la presidenza del Touring Club Italiano c’è quella di pubblicare all’inizio di ogni anno un librino, con temi legati al viaggio e all’ambiente presenti nell’imponente archivio di scritti di cui è fornito il Club.

Nel 2010: Italo Calvino, Castelli di delizie e castelli del terrore;
Nel 2011: Valentino Bompiani, Le “cose assenti”;
Nel 2012: Dino Buzzati, Grandezza e miseria dei viaggi;
Nel 2013: Giulio Carlo Argan, Roma - le ragioni di una visita.
Nel 2014: Umberto Bonapace – Paola Sereno, A proposito di paesaggio

A dicembre 2015 sono stati pubblicati due brani di un’introduzione del 1984 di Paolo Volponi (Urbino, 6 febbraio 1924 – Ancona, 23 agosto 1994) a un’antologia di monografie regionali – dal 1930 al 1972 – pubblicata dal Touring: “Attraverso l’Italia”
Scrive Iseppi nella presentazione: ”Attraverso l’Italia” ha raccontato e illustrato agli italiani, per più di sessant’anni, il loro Paese, con amore, spirito unitario, autentico e motivato orgoglio nazionale proprio attraverso una scansione basata sull’identità plurale evidenziata dalla modularità delle regioni (e all’interno di esse, di città e province) ben prima che la Costituzione Repubblicana ne sancisse il ruolo politico-amministrativo […] In un momento come questo, in cui il mondo intero è più denso di ombre che chiaro di luci, l’idea dell’Italia e del Touring che Volponi ci rappresenta è un invito a continuare, nonostante tutto, con rigore e impegno, il nostro quotidiano operare.

Paolo Volponi
Introduzione a
Scrittori di “Attraverso l’Italia”
Touring Club Italiano
Pagine 16, s. i. p.


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