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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Sodoma


Pubblicato contemporaneamente in 8 lingue – da Feltrinelli In Italia – Sodoma ha richiesto 4 anni di lavoro, sono state intervistate quasi 1500 persone in Vaticano e in 30 paesi. Nelle interviste: 41 cardinali, 52 vescovi e monsignori, 45 nunzi apostolici e ambasciatori, oltre 200 sacerdoti e seminaristi.
Tutte le interviste sono state realizzate sul campo, di persona, nessuna per telefono o via mail.
L’autore di questa monumentale impresa è Frédéric Martel.
Giornalista presso Radio France e Senior Researcher presso la ZHdK University (Zurigo).
Per Feltrinelli sono usciti “Mainstream. Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media” (2010), “Global Gay” (2014), “Smart. Inchiesta sulle reti” (2015).

Dalla presentazione editoriale.

«La misoginia del clero, la fine delle vocazioni sacerdotali, la cultura del silenzio in caso di abuso sessuale, le dimissioni di papa Benedetto XVI, la guerra contro papa Francesco: lo stesso segreto collega tutte queste zone d’ombra della Chiesa. Questo segreto è stato a lungo indicibile, ma oggi finalmente ha un nome: Sodoma. La città biblica di Sodoma sarebbe stata distrutta da Dio a causa dell’omosessualità dei suoi abitanti. Eppure, il Vaticano ospita una delle più grandi comunità omosessuali al mondo. Una rete smisurata di relazioni creatasi attorno alla vita intima dei sacerdoti, capace di sfruttarne le fragilità più profonde e di influenzare l’esercizio del potere della Chiesa, non solo nei corridoi della curia romana.
Per quattro anni Frédéric Martel ha vissuto immerso nelle stanze vaticane e ha condotto indagini sul campo in circa trenta paesi. Ha intervistato dozzine di cardinali e ha incontrato centinaia di vescovi e sacerdoti. Questo libro rivela il volto nascosto della Chiesa: un sistema costruito, dai seminari più piccoli alla curia romana, sulla doppia vita omosessuale e sull’omofobia più radicale. Martel getta luce su una schizofrenia rimasta fino a oggi insondata: più un prelato si mostra omofobo in pubblico, più è probabile che sia omosessuale in privato.
La questione gay naturalmente non spiega tutto, ma è una chiave decisiva per comprendere il Vaticano e la sua posizione nella nostra società. Se si ignora questa dimensione relativa all’omosessualità, ci si priva di un elemento essenziale per decifrare gran parte dei fatti che hanno segnato la storia e la politica degli ultimi decenni. “Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita.” Nel pronunciare queste parole, papa Francesco ci ha consegnato un segreto che questa inchiesta sconcertante rivela per la prima volta.
C’è un segreto in Vaticano che non può essere ignorato. Perché coloro che tacevano ora hanno accettato di parlare?
Un’inchiesta capace di riscrivere la storia della Chiesa».

In questo video un’intervista con l’autore.


Indagine Doxa sull'ateismo in Italia

L’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) ha commissionato all’Istituto Doxa un’indagine che ha dato interessanti risultati.
Prima di esporli, riprendendo un comunicato dell’Uaar, voglio ricordare che a Rimini, l’11 e il 12 maggio, si è tenuto il XII Congresso dell'Uaar che ha eletto nuovo segretario Roberto Grendene.

Ecco i risultati del sondaggio Doxa.
«L’Italia è divisa quasi perfettamente in tre: cattolici praticanti, cattolici non praticanti, altri. Atei e Agnostici, da soli, fanno quasi metà degli "altri". I credenti sono infatti l’82% (di cui 66,7% cattolici e 15,3% altro) mentre i non credenti sono il 15,3% della popolazione (di cui 9% atei e 6,3% agnostici). Rispetto a 5 anni fa i credenti cattolici sono in diminuzione (-7,7%) mentre crescono gli atei (+3,8%). L’ateo o agnostico tipico è maschio, del nord, giovane (il 25,6% ha tra i 15 e i 34 anni, mentre si registra solo un 10,1% tra gli ultra 55enni), più istruito e benestante della media.

È il quadro che emerge dal sondaggio su religiosità e ateismo che l'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) ha commissionato all'istituto Doxa (a cinque anni di distanza da un’analoga indagine).
La rilevazione (condotta su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana adulta, 15+ anni) si è svolta tra la metà di gennaio e la fine di marzo 2019 e ha sondato anche l’opinione su alcuni temi specificamente legati alla Chiesa cattolica, con un occhio particolare alle fonti di finanziamento.
Ne risulta che quasi metà degli italiani (45,6%) non conosce o non ha informazioni corrette circa l’effettivo funzionamento dell’8xmille; la maggioranza non sa che lo Stato finanzia scuole private, costruzione di nuove chiese, cappellani nell’esercito e assistenti religiosi negli ospedali: il 55,9% è poco e per niente d’accordo a finanziare le scuole private; il 51,6% è poco o per niente d’accordo a finanziare nuove chiese; quasi pari i favorevoli e i contrari al finanziamento dei cappellani cattolici nell’esercito e degli assistenti religiosi negli ospedali. Il 54% degli italiani vuole che la Chiesa versi allo Stato le imposte su tutti gli immobili di sua proprietà, a cui va aggiunto il 30,2% che si limiterebbe agli immobili su cui incassa redditi. Solo il 9,4% della popolazione è contrario a ogni tipo di tassazione.
Le questioni politiche di governo dovrebbero restare separate dalla religione per il 61,5% della popolazione mentre solo secondo il 28,5% il governo dovrebbe operare tenendo in considerazione le credenze religiose; il 78,4% è molto o abbastanza d’accordo a che il governo operi tenendo in considerazione in egual misura i valori dei credenti e quelli dei non credenti. L’83,4% ritiene che sia molto o abbastanza importante il principio di laicità dello Stato (separazione tra sfera politica e sfera religiosa). Gli ultras clericali che lo vorrebbero abolire sono soltanto il 2%. Il 45% vorrebbe rivedere completamente il Concordato o aggiornarlo in una direzione laica.
Il 60,9% vuole l’abolizione o il ridimensionamento dell’obiezione di coscienza all’aborto; il 66,6% vuole mantenere l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole».

Per maggiori informazioni: Ingrid Colanicchia, uffstampa@uaar.it - 320.02.23.130


Nativi digitali

La casa editrice il Mulino ha pubblicato: Nativi digitali Crescere e apprendere nel mondo dei nuovi media.

Ne è autore Giuseppe Riva.
È professore ordinario di Psicologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Laboratorio di interazione comunicativa e nuove tecnologie. È presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia (i-ACToR). Per il Mulino ha pubblicato tra l’altro «I social network» (nuova ed. 2016), «Selfie» (2016) e «Fake news» (2018).

Dalla presentazione editoriale
«Il libro esplora l’impatto delle tecnologie sulla Generazione Y, ovvero sui giovani che sono nati e cresciuti con esse, sul loro modo di pensare, sentire e relazionarsi. Cosa cambia quando si parla a un amico guardandolo negli occhi o quando si posta un messaggio sulla sua bacheca di Facebook? La virtualità dei nuovi media ci aliena dalla realtà o, al contrario, ci aiuta ad affrontare le sfide della modernità? E le strutture educative in che modo possono formare i nativi digitali»?

A Giuseppe Riva ho rivolto alcune domande.

Psicologia dei nuovi media definita anche Cyberpsicologia
Qual è il suo profilo? Si giova di altre discipline
?

Questa nuova area della psicologia ha come sfondo teorico la psicologia cognitiva e della comunicazione, la psicologia sociale e l’ergonomia e utilizza concetti e riflessioni che derivano da molte discipline affini: sociologia, informatica, ergonomia, filosofia, antropologia filosofica, linguistica, scienze dell’educazione e scienze della comunicazione. Oggetto principale di questa nuova disciplina è infatti l’analisi dei processi di cambiamento attivati dai nuovi media. In particolare, la psicologia dei nuovi media ha come obiettivo lo studio, la comprensione, la previsione e l’attivazione dei processi di cambiamento che hanno la loro origine principale nell’interazione con i nuovi media comunicativi.

“Nativi digitali”. Come nasce questo libro?

Oltre ad occuparmi da tempo di nuove tecnologie sono padre di due figlie di 8 e 12 anni che ricadono in pieno nella definizione di “native digitali”: se fosse per loro starebbero sempre utilizzando una tecnologia digitale. Da qui il desiderio di capire meglio i motivi e gli effetti – positivi e negativi - di un uso così massiccio della tecnologia per poterle aiutare e comprendere nella loro scoperta del mondo digitale.

Qual è la finalità che si propone questo suo saggio?

Il volume è destinato a tutti i lettori che a qualche titolo – studenti, ricercatori o professionisti, genitori e insegnanti – si devono confrontare con il mondo dei nativi digitali e hanno la necessità di comprendere a trecentosessanta gradi l’impatto di queste tecnologie sui processi individuali e sociali. Visto il taglio pratico del volume, ho realizzato anche un sito dedicato – www.natividigitali.com – che raccoglie una serie di strumenti operativi per aiutare genitori e insegnanti nel difficile compito di guidare i propri figli/studenti alla scoperta delle opportunità e dei rischi della tecnologia.

Nell’accingersi a scrivere “Nativi digitali” qual è la cosa che ha deciso da farsi assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

Uno dei rischi dello studio delle tecnologie digitali è quello di cadere nella dicotomia tra “apocalittici” e “integrati” che Umberto Eco aveva raccontato cinquanta anni fa. Per cui ci sono libri che vedono la tecnologia solo come un’opportunità ed altri solo come un problema. Ho cercato di superare questa visione cercando di ascoltare entrambi le voci cercando di usare un approccio oggettivo. Per questo la prima cosa che ho fatto è stato leggere i principali articoli scientifici gli articoli su questo tema pubblicati dai ricercatori di tutto il mondo.

“Esistono i nativi digitali?” Sono le prime parole del suo libro.
Perché non c’è ancora una risposta univoca sulla collocazione storica della nascita del nativo digitale
?

Perché le tecnologie sono evolute. In vent’anni siamo passati dall’e-mail alle App, dai forum ai social media. E ogni generazione di giovani ha cercato di sfruttare al meglio le opportunità offerte da diversi strumenti a disposizione. Per questo, non possiamo parlare genericamente di “nativi digitali” ma dobbiamo distinguere tra almeno quattro diverse generazioni ciascuna delle quali ha progressivamente imparato ad utilizzare le diverse interfacce dei nuovi media - interfaccia testuale, interfaccia web, interfaccia web 2.0, interfaccia touch – in maniera via via più efficace. Infatti, le diverse generazioni, oltre differenziarsi tra loro per la disponibilità di una nuova interfaccia e per la creazione di nuove «pratiche» ad essa collegate, hanno capitalizzato le opportunità e gli strumenti di quelle precedenti.

All’interno della generazione dei nativi digitali lei distingue 4 fasi evolutive ciascuna delle quali legata al cambiamento dell’interfaccia utilizzata: testuale, web, web 2.0, touch.
Può in sintesi indicarne le diverse caratteristiche
?

La «generazione text» è, in termini cronologici, la prima a usare i nuovi media come strumento avanzato di comunicazione e raccoglie al suo interno i nati a partire dalla metà degli anni Settanta. Grazie all’interfaccia testuale – offerta da strumenti come l’e-mail, le chat, i newsgroup e i messaggi testuali – i nativi digitali di questa generazione sono in grado di comunicare e di creare comunità virtuali svincolate da limiti spazio-temporali.
La «generazione web» raccoglie invece al suo interno i nati a partire dalla metà degli anni Ottanta, che sono stati i primi a usare il web come strumento di accesso multimediale all’informazione. Grazie alla capacità dell’interfaccia web di indicizzare e integrare grandi quantità di dati multimediali, i nativi digitali di questa generazione sono in grado di accedere e di sfruttare un’enorme intelligenza collettiva.
La «generazione social media» è invece la prima a usare il web 2.0 come strumento espressivo e relazionale e raccoglie al suo interno i nati a partire dalla prima metà degli anni Novanta. Grazie alla capacità dell’interfaccia web 2.0 di facilitare la dimensione espressiva e relazionale all’interno di reti sociali chiuse, i nativi digitali di questa generazione sono in grado controllare in modo nuovo la propria identità sociale e le proprie relazioni.
A chiudere, per il momento, l’evoluzione dei nativi digitali è la «generazione touch», che include i nati dal 2007 in poi. A caratterizzare questa generazione è il superamento della barriera linguistica, che ha rappresentato a lungo il principale requisito di base per accedere alle potenzialità dei nuovi media. Grazie alla «manipolazione diretta», resa possibile da smartphone e tablet, sono in grado di interagire con le tecnologie digitali da giovanissimi: prima di iniziare a leggere e in alcuni casi ancora prima di imparare a parlare.

Nel capitolo che affronta il tema di come educare il nativo digitale, dopo aver illustrato le linee sulla psicologia dell’educazione secondo Jean Piaget e Lev Vygotskij orientate diversamente su plurali punti, lei fa riferimento al costruttivismo. In che cosa consiste?

Il costruttivismo, e in particolare il socio-costruttivismo ritengono che i processi di apprendimento non avvengano solo nelle menti degli studenti ma siano il risultato della loro interazione con il contesto, di cui la tecnologia è parte, e con gli altri attori sociali (docente e compagni). Per questo, il fuoco sui processi della conoscenza individuale e concettuale viene integrato con l’analisi e il supporto delle interazioni sociali generate per produrre collaborativamente artefatti tecnologici di conoscenza condivisi e utili per la comunità̀. In questo processo il docente si comporta da «saggio digitale» svolgendo due funzioni. La prima è quella di moderare il gruppo, consentendo l’espressione della maggior parte dei componenti. La seconda, invece, è quella di favorire il processo riflessivo, attraverso la riformulazione parafrasata degli interventi del gruppo e l’introduzione di elementi divergenti.

Nel concludere quest’incontro una domanda che non riguarda direttamente il suo libro, eppure il suo testo mi suggerisce di fare.
Diceva John Cage: “Molti hanno paura del nuovo. A me spaventa il vecchio”.
Perché in tanti, perfino non della terza età, arretrano di fronte alle nuove tecnologie? Da dove viene quel panico
?

Per il nativo digitale, che utilizza fin da bambino la tecnologia, l’utilizzo degli strumenti digitali avviene intuitivamente, senza pensare. Invece, per l’immigrato digitale che alla tecnologia ci è arrivato da adulto, la tecnologia è opaca e richiede sempre un ragionamento, uno sforzo. In pratica, l’utilizzo massiccio della tecnologia e l’acquisizione degli schemi che ci permettono di utilizzarla intuitivamente producono un profondo cambiamento nella mente degli utenti che ha come conseguenza uno squilibrio, una divisione normalmente definita «digital divide». Infatti, quando l’uso della tecnologia diventa una pratica sociale condivisa e intuitiva (non richiede sforzo) non poterlo fare significa sperimentare due barriere:
1. non ne cogliamo il senso: il significato che ha per noi la tecnologia è diverso da quello che ha per il gruppo sociale che la usa intuitivamente;
2. non ne cogliamo la trasparenza: la tecnologia non è per noi trasparente, ma opaca; è un problema e non un’opportunità.
La maggior parte dei problemi tra genitori e figli nasce proprio qui: nell’impossibilità di capire immediatamente il senso di quello che fa il proprio figlio. Per questo, in molti casi, quando non capiamo quello che i nostri figli fanno con la tecnologia, il modo migliore per capirlo è chiederglielo.

…………………………

Giuseppe Riva
Nativi digitali
Pagine 224, Euro14.00
e-book Euro 9,99
Formato: ePub, Kindle
Il Mulino


Neema Fest


Il razzismo ha molte forme e tra queste una che – specialmente in Italia – si manifesta con perniciosa assiduità è l’afrofobia. L’ha studiata e la spiega benissimo il sociologo Mauro Valeri in un'intervista rilasciata giorni fa a questo sito.
I proverbi, spesso, più che saggezza esprimono basse e pigre convinzioni, come ad esempio “Ogni mondo è paese”. Mica vero. Perfino in una stessa nazione basta muovere un passo per trovarsi di fronte a tradizioni e forme di relazioni diverse, figuriamoci fra un continente e un altro. Perciò dire “gli africani” è una sciocchezza.
C’è un sito che ben profila parte di questo problema.
Qualche cifra sull’Africa.
È formata da più di 50 paesi e da non meno di 3.000 gruppi etnici; ci vivono circa 1 miliardo di persone e i demografi pensano che entro il 2050 diventeranno 2 miliardi e 300.000; è il continente con più giovani al mondo; l’aspettativa media di vita è di 58 anni ; la povertà raggiunge livelli intollerabili ma il sottosuolo ha grandi ricchezze sfruttate da multinazionali d’ogni parte del nostro pianeta anche perché molti governi locali sono corrotti e per profitto di pochi non s’oppongono a chi sfrutta; ad eccezione di Etiopia e Liberia, tutta l'Africa è stata colonizzata da paesi non africani: Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna, Italia, Germania e Portogallo; dopo la seconda guerra mondiale molti paesi africani hanno riconquistato la loro indipendenza, ma i confini sono stati decisi dalle potenze coloniali ignorando differenze culturali fra i vari popoli e questo ha determinato guerre che durano tuttora e causano emigrazioni con i problemi che comportano, primo fra tutti il conflitto fra la popolazione europea e i nuovi arrivati.
Quei problemi s’inaspriscono a causa da una parte di ideologismi ispirati a pensieri e condizioni del passato ben diversi da oggi, e dall’altra da feroci egoismi e da paure incoraggiate a maligna arte da chi vuole ricavare vantaggi politici ingigantendo i disagi.

Ecco perché un’iniziativa qual è Neema Fest assume una grandissima importanza perché porta alla ribalta la cultura dell’Africa nei suoi plurali aspetti: Arte, Moda, Editoria, Artigianato, Cucina. Abbattendo in tal modo molti luoghi comuni che impediscono comprensione e integrazione reciproche.

Estratto dal comunicato stampa.

«Un’occasione unica in Italia che vede protagonista l’eccellenza africana nelle città del melting-pot, e che negli ultimi due anni ha portato migliaia di interessati da ogni parte dello stivale, per scoprire da vicino le tante anime dell’Africa, protagonista nel processo di integrazione di popoli e culture, in un clima cosmopolita introvabile altrove in Italia. Una rinascita nel segno di NEEMA, cioè in italiano “prosperità”.
Stiamo assistendo ad una vera e propria rinascita artistico-culturale dell’Africa a livello internazionale – ha dichiarato il direttore artistico Serge Itelaun processo di riappropriazione della propria storia e delle proprie radici che, unito a studio, tecnica e contaminazione con altre realtà, sta portando a creazioni d’avanguardia. Così nasce “Neema”, che in italiano significa prosperità, una piattaforma socio-culturale che intende diffondere in Italia il meglio della cultura africana contemporanea, elemento centrale nel processo di integrazione
NEEMA porterà all’attenzione del pubblico la cultura africana contemporanea nella sua quasi totalità; all'interno del festival, nell'arco delle giornate verrà dato spazio ad esposizioni fotografiche, alla pittura, alla moda, alla danza, alla cucina, all'editoria ed al tema dell'integrazione: tanti diversi tasselli facenti parte di un unicum.
Ancora Serge Itela: Tutto questo per arrivare al nocciolo-della-questione: la tematica dell'integrazione; proprio su questo, assieme ad alcune associazioni di afro-italiane/i attive sul territorio nazionale, verrà sviluppato un dibattito pubblico che coinvolgerà esponenti del mondo della cultura, della politica, delle istituzioni, della società civile e dello spettacolo».

Ufficio Stamp: H F 4, Marta Volterra: marta.volterra@hf4.it ; 340.96 900 12

Neema Fest
Il 17 maggio allo Spazio 900 di Roma,
Piazza Guglielmo Marconi 26b

Il 18 maggio ai Magazzini Generali di Milano
Via Pietrasanta 16

Info: (+39) 348 - 35 57 332


Afrofobia (1)

Quando uscì il libro “Gli africani siamo noi” del genetista Guido Barbujani, lo invitai su questo sito e fra le cose allora da lui dette cito le seguenti: “Tutti i fossili umani più antichi, fra 6 e 2 milioni di anni fa, vengono dall’Africa, e quindi l’umanità in senso lato viene sicuramente di là. Ma c’è di più. Esseri umani come noi, con la nostra fronte verticale e un Dna simile al nostro, compaiono in Africa 200mila anni fa, e a partire da 100mila anni fa si diffondono su tutto il pianeta, rimpiazzando le forme umane precedenti. Dunque, se vogliamo rintracciare i nostri antenati di 100mila anni fa, non è in Europa, ma in Africa che dobbiamo cercarli”.

A causa di guerre, carestie, e altre disgrazie, dall’Africa in molti approdano (quando non muoiono in mare durante traversate da incubo) sulle sponde europee e in tanti in Italia per effetto della vicinanza geografica dai punti d’imbarco.
Come vengono accolti? Lo sapete dalle cronache. Spessissimo con gesti (talvolta sanguinosi) dettati da afrofobia.
Questa forma di razzismo ha indotto il Parlamento europeo ad adottare un atto su cui si sono sprecati allarmi, e spese tante bufale (o fake news, se preferite) smentite punto per punto QUI.

La casa editrice Fefè ha pubblicato un saggio, tanto intenso quanto necessario, proprio intitolato Afrofobia Razzismi vecchi e nuovi.
L’autore, meritevole di ragionati elogi, è Mauro Valeri.
Dottore in sociologia e psicoterapeuta, ha diretto l’Osservatorio Nazionale sulla Xenofobia dal 1992 al 1996, e dal 2005 è responsabile dell’Osservatorio su Razzismo e Antirazzismo nel calcio. Ha insegnato Sociologia delle Relazioni Etniche alla Sapienza Università di Roma. Ha pubblicato diversi saggi sul tema del razzismo, tra cui: “La razza in campo. Per una storia della rivoluzione nera nel calcio” (Edup, 2005); “Black Italians. Italiani neri in maglia azzurra” (Palombi, 2007); “Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico” (Palombi, 2008); “Che razza di tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano” (Donzelli, 2010); “Stare ai Giochi. Olimpiadi tra discriminazioni e inclusioni” (Odradek, 2012); “Mario Balotelli. Vincitore nel pallone” (Fazi, 2014); con Mohamed Abdalla Tailmoun e Isaac Tesfaye, “Campioni d’Italia? Sport e seconde generazioni” (Sinnos, 2014); “Il generale nero. Domenico Mondelli: bersagliere, aviatore e ardito” (Odradek, 2015); “A testa alta verso l’Oriente eterno. Liberi muratori nella Resistenza romana” (Mimesis, 2017).

Dalla presentazione editoriale
«Nei documenti ufficiali Onu e Ue si fa sempre più uso del termine “Afrofobia” per indicare “paura eccessiva” e avversione nei confronti di africani e afrodiscendenti. In realtà il razzismo moderno nei confronti dei neri ha origine molto antica e mutazioni recentissime. Il libro ricostruisce, attraverso un’analisi storica e sociologica, le metamorfosi del razzismo da quello schiavista a quello coloniale, da quello di Stato a quello democratico, da quello ribaltato a quello di guerra. Con particolare attenzione al razzismo italiano dal 1860 ad oggi».

Prima d’incontrare l’autore di “Afrofobia”, v’invito all’ascolto di un brano d’un compositore e cantante che appartiene all’élite del nostro scenario musicale: Flavio Giurato.
Un suo album è presente nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone.
Il brano intitolato “Le promesse del mondo” fa parte della sua più recente produzione, e con l’afrofobia, i viaggi disperati, il cimitero Mediterraneo, ha alquanto a che fare.
Ecco il video.

Segue ora un incontro con Mauro Valeri.


Afrofobia (2)


A Mauro Valeri ho rivolto alcune domande.

Quando nascono le prime teorizzazioni del razzismo?

Il termine razzismo, così come lo intendiamo noi, è un termine che è entrato nei dizionari solo all’inizio del Novecento. Tuttavia, già intorno alla metà dell’Ottocento si affermano le cosiddette “teorie della razza”, che, dichiarando di basarsi sulla scienza, poggiavano su quattro pilastri:
1) l’umanità è divisibile in diverse razze;
2) le diverse razze possono essere disposte su una scala gerarchica che pone al gradino più alto la razza ritenuta superiore e ai gradini più basso la razza ritenuta inferiore;
3) la posizione che una razza ha nella gerarchia razziale è immodificabile;
4) ogni razza deve essere mantenuta pura, quindi ogni mescolamento, ogni meticciato è una degenerazione.
Questo razzismo ottocentesco trova ancora oggi diversi adepti, nonostante la scienza abbia dimostrato che le razze, così come intese nell’Ottocento, non esistono, e che la stessa definizione di superiorità ha perso significato. Tenendo conto di questo, nel libro provo anche a evidenziare che non sempre comportamenti razzisti hanno bisogno di teorie razziste. Quando nel Cinquecento i neri africani iniziano ad essere vittime della tratta e della schiavitù nelle Americhe, non c’erano teorie scientifiche a giustificare tale situazione. Bastava accusarli di essere i discendenti di Cam, maledetto da Dio. Quindi, il razzismo non è solo una dottrina ma è anche una pratica.

Qual è la sostanza psicosociale dell’Afrofobia?

Io penso che ogni forma di razzismo abbia alla sua origine un pregiudizio di tipo psicologico. Per questo motivo penso che sia più corretto parlare di razzismi che non di un generico razzismo. L’afrofobia, ad esempio, poggia su una visione della persona con la pelle nera essenzialmente di tipo biologico sessuale. Come diceva Fanon, nell’inconscio del bianco, il nero assume una sua specificità: rappresenta il pericolo biologico, laddove, ad esempio, l’ebreo rappresenta il pericolo intellettuale. Ovviamente, come insegna la psicoanalisi, ogni paura si confonde spesso con il desiderio. Proprio per negare questo desiderio, si accentua la paura, che obbliga il nero a essere quello che il bianco gli impone di essere, data l’asimmetria di potere tra i due. Tant’è che possiamo anche dichiarare che il nero è un’invenzione del bianco. Diceva ancora Fanon che il nero, per il bianco, deve “rappresentare sentimenti inferiori, le cattive inclinazioni, il lato oscuro dell’anima”, deve essere il capro espiatorio e l’oggetto di sfogo degli impulsi aggressivi della società bianca, anche perché in questo modo può imporre un’immagine fortemente positiva del bianco. Tutto ciò obbliga il nero a fare una scelta: o si adegua all’immagine imposta dal bianco; o si ribella e rivendica un’identità nera altra; oppure rifiuta il confronto basato sul binomio bianco/nero. La terza ipotesi è la più sana, ma, come sempre, la più difficile.

Quando ti sei accinto a questo lavoro quale cosa hai deciso di fare assolutamente per prima e quale di evitare assolutamente per prima?

Il libro nasce da un corso che ho tenuto nel 2018 su questi temi. Per il modo che ho di intendere io le lezioni, evito sempre di presentare le mie riflessioni come verità assolute, ma invito sempre al confronto. Per tornare alla domanda: quello che ho deciso assolutamente di evitare è stato di dare per scontate le definizioni, in genere molto retoriche, di cosa siano il razzismo e l’antirazzismo. Quello che ho deciso di fare per primo, quindi, è stato di sforzarmi a comprendere realmente cosa ha in testa la gente su questi temi. Io sono convinto che negli ultimi sei decenni, il razzismo è riuscito a sopravvivere grazie a metamorfosi che in alcuni casi sono avvenute anche attraverso una strumentalizzazione delle posizioni antirazziste, come nel caso del razzismo differenzialista. Al contrario, l’antirazzismo è rimasto piuttosto fermo, spesso incapace a comprendere le metamorfosi del razzismo. Nel libro, ad esempio, cerco di spiegare come oggi molte teorie razziste si basino sulla teoria complottista della “grande sostituzione”, di cui molti hanno compreso la gravità e la diffusione soltanto dopo la strage compiuta in Nuova Zelanda. Un discorso analogo vale per il suprematismo bianco, ma anche per l’afrofobia, che in Italia è un termine quasi sconosciuto, nonostante venga utilizzato in documenti dell’Onu e dell’Unione Europea e nei dibattiti europei.

Molti sostengono che l’Italia non è un paese razzista. Ma è proprio così?

Per rispondere bisognerebbe avere chiaro cosa è il razzismo. Se intendiamo per razzismo un’ideologia, una dottrina, è indubbio che in Italia vi siano gruppi, per il momento minoritari ma anche piuttosto violenti, che rivendicano apertamente di essere razzisti. Poi c’è un razzismo molto pratico. Quando una persona colpisce un nero e dichiara di averlo colpito soltanto perché è un nero, come accade sempre più spesso in Italia, è razzismo? Io penso proprio di sì. Da diversi anni, l’Europa e le scienze sociali hanno imposto un cambiamento radicale nell’esaminare i fenomeni razzisti. Prima si definiva un gesto razzista prevalentemente se a metterlo in atto era una persona che aveva un’ideologia razzista. Oggi invece si tende ad analizzare il fatto di per sé, anche a prescindere dall’ideologia politica di chi compie quel gesto. È una valutazione assai più difficile, ma ritengo indispensabile. Spesso queste analisi sono facilitate da una riflessione sulla memoria del proprio passato. Ma l’Italia è un paese che non ha mai voluto affrontare realmente il tema del razzismo, nonostante sia stato uno dei paesi europei che ha adottato una legislazione razziale. In un certo senso questo ragionamento ha ricadute assai pesanti anche sull’antirazzismo, che non dovrebbe essere limitato a combattere chi propone un’ideologia razzista, ma andare alle radici del fenomeno.

Perché in Italia in nessun campionato è mai stata sospesa una partita in seguito a manifestazioni razziste da parte del pubblico?

Quello che manca in Italia è una vera cultura antirazzista. Si tende a sottovalutare il problema del razzismo, ritenendo che riguardi solo le vittime, solo chi lo subisce, mentre in realtà, come la storia ci ha insegnato, riguarda tutti. L’errore più comune che si commette quando si affronta il tema del razzismo nel calcio è quello di sottovalutarlo, di ritenerlo quasi naturale, una goliardata, come si dice oggi. In ciò c’è anche la responsabilità dei sociologi che hanno interpretato lo stadio come una sorta di sfogatoio, con l’illusione che chi si comportava da razzista allo stadio, lo era solo in quei 90 minuti, e poi per il resto della settimana non lo era. Purtroppo, i fatti di cronaca, ci hanno insegnato e ci insegnano che invece molto spesso chi ha comportamenti razzisti allo stadio li ha anche fuori dallo stadio. Io penso che, laddove si verifichi una situazione particolarmente grave, sia giusto sospendere una partita. Ritengo però che per combattere il razzismo negli stadi, e non solo, sia importante, accanto a misure repressive, adottare misure culturali. Ed è questo il punto debole dell’Italia. Da anni chiedo che nelle scuole calcio venga insegnato ai ragazzi e alle ragazze non solo il dribbling ma anche cosa voglia dire “discriminazione razziale”, vietata dai codice sportivo calcistico. Ma una proposta simile, che in altri paesi è applicata senza problema, da noi viene interpretata come una proposta di una parte politica!
…………………………..

Mauro Valeri
Afrofobia
Pagine 220, Euro 13.00
Editore Fefé


Nella casa dell'interprete

Come sanno quei generosi che leggono queste mie pagine web, Nybramedia si occupa di narrativa in rari casi.
Le eccezioni riguardano prevalentemente le occasioni in cui il testo sia lo spunto per illustrare argomenti laterali a quel libro. È il caso di oggi.
L'editrice Calabuig manda in libreria Nella casa dell’interprete di Ngugi Wa Thiong’o.
L’autore (1938) è la principale figura letteraria dell’Africa orientale, considerato fra i massimi esponenti della letteratura africana. Dopo aver studiato a Kampala (Uganda) e a Leeds in Inghilterra, pubblica il suo primo romanzo Weep Not, Child (Se ne andranno le nuvole devastatrici, Jaca Book), ma è con A Grain of Wheat (Un chicco di grano) che guadagna fama internazionale. Dopo avere insegnato per un decennio all’Università di Nairobi, nel ’77 pubblica Petals of Blood (Petali di sangue, Jaca Book), romanzo in cui condensa una dura critica alla società keniota postcoloniale.
Più volte candidato al Nobel per la letteratura e vincitore di numerosi premi internazionali, vive e insegna negli Stati Uniti.
QUI un’intervista.

Il libro si avvale della traduzione di Maria Teresa Carbone.
Ha lavorato alle pagine culturali del “Manifesto” e in precedenza a diverse testate italiane e straniere.
Ha pubblicato per Dedalo I luoghi della memoria, 1986; per Mondadori 99 leggende urbane, 1990; per Emons 111 storie di cani.
Fra le traduzioni, “Lo schermo velato di Vito Russo” (Costa & Nolan, 1983, Baldini Castoldi 1999), “Breyten Breytenbach, Le confessioni di un terrorista albino” (Costa & Nolan 1987, Alet 2010), “La follia di Almayer” di Joseph Conrad (Garzanti), “Alphonse” di Akli Tadjer (Giunti).
Con Nanni Balestrini ha curato il programma tv “Millepiani” (Cult) e il sito “Zoooom. Letture e visioni in rete”.
È figura centrale della redazione di Alfabeta2.

A lei, in foto, ho rivolto alcune domande.
Qual è oggi, in Italia, la situazione della traduzione delle letterature africane?

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono pochi gli autori africani tradotti in Italia, dai classici – come Wole Soyinka o Chinua Achebe o in ambito francofono Cheikh Hamidou Kane – ai contemporanei, da Chimamanda Adichie a Chris Abani, a Alain Mabanckou. Alle case editrici che da sempre hanno dedicato attenzione alle opere provenienti dall'Africa (prime fra tutte Jaca Book e le Edizioni Lavoro), se ne sono affiancate negli ultimi anni anche altre, un esempio fra tutte 66thand2nd, il cui catalogo africano è ormai molto ricco. E vorrei notare incidentalmente che non si tratta (solo) di forme nuove di esotismo: l'editoria italiana si è sempre dimostrata piuttosto curiosa verso l'Africa (e in generale verso l'estero). Da questo punto di vista il caso di “Things Fall Apart” di Chinua Achebe, uno dei grandi romanzi del XX secolo, è paradigmatico: pubblicato in Gran Bretagna nel 1958, è uscito per la prima volta in Italia nel 1962, per Mondadori, con il titolo “Le locuste bianche” (la traduzione era di Giuliana De Carlo), poi come “Il crollo”, con una nuova versione di Silvana Antomoli Cameroni, per Jaca Book, E/O e di nuovo Mondadori tra gli anni Novanta e i Duemila, e infine, terza traduzione, stavolta di Alberto Pezzotta, titolo “Le cose crollano”, nel 2016 per La Nave di Teseo. Insomma, almeno in questo caso, non si può dire che gli editori siano stati distratti.
Sui lettori, sempre in questo caso, purtroppo non giurerei.

Perché Ngugi Wa Thiong’o è giudicato quale uno dei massimi scrittori di lingue dell’Africa?

Beh, Ngugi – e non solo perché il suo nome ricorre spesso fra i “nobellizzabili” – è un grande autore tout court ed è riduttivo pensare a lui solo per la sua scelta di scrivere almeno una parte dei suoi testi nella sua lingua di origine, il gikuyu. Si tratta di una scelta politica importante, perché ribadisce all'esterno, ma direi anche di più all'interno dell'Africa, la necessità di “decolonizzare la mente”, per citare una sua celebre raccolta di saggi. Ma romanzi come “A Grain of Wheat” (“Un chicco di grano”) o i suoi recenti memoir (“Dreams in a time of war” e “In the House of the Interpreter”, rispettivamente “Sogni in tempo di guerra” e “Nella casa dell'interprete”) testimoniano la consapevolezza e l'agio con cui usa la lingua inglese.

A tuo avviso, i modelli di scrittura (anglofoni, francofoni, lusitofoni) che hanno influenzato parte degli scrittori africani hanno più aiutato o più soffocato l’espressività letteraria nei vari paesi, spesso di sola cultura orale, dove hanno agito?

Proprio all'interno di “Nella casa dell'interprete” Ngugi risponde a questa tua domanda, ricordando da un lato l'importanza che ha avuto il “canone britannico”, e in particolare Shakespeare, sulla sua formazione, dall'altro mettendo sempre in relazione queste letture con la sua cultura di provenienza. Gli scrittori africani, quelli perlomeno che vale la pena leggere, hanno fatto tesoro del patrimonio di oralità che era alle loro spalle, ma non hanno chiuso gli occhi di fronte alla lezione dei grandi autori, quale che fosse la loro provenienza. E questo, mi pare, vale o dovrebbe valere per qualsiasi autore o aspirante tale.

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Dalla presentazione editoriale di “Nella casa dell’interprete".
«Com'è potuto un intero villaggio, con la sua gente, la sua storia, tutto, scomparire così?» Se lo chiede il giovane Ngugi wa Thiong'o, di ritorno nell'aprile 1955 dal college britannico vicino Nairobi che frequenta, quando scopre che il suo paese natale è sparito, e la sua casa di famiglia rasa al suolo. Lo scrittore rievoca con commozione le esperienze che lo trasformarono in un autore, più volte candidato al premio Nobel per la letteratura, e, in quanto dissidente politico, in un esempio morale per tutti.
“Nella casa dell'interprete” è il feroce racconto della storia di un uomo e di una nazione».

Ngugi Wa Thiong'o
Nella casa dell’interprete
Traduzione di Maria Teresa Carbone
240 pagine, 20.00 Euro
Calabuig


Ricordo di un rogo

Spero che oggi alcuni redattori della carta stampata delle radio, delle tv, del web, ricordino che il 10 maggio 1933 (Hitler era al potere dal 30 gennaio di quell’anno) ci fu a Berlino la più grande offensiva contro i libri giudicati dai nazisti nemici della loro ideologia.
Non è il solo incendio di libri nella storia, dalla distruzione delle biblioteche di Tebe del 1358 a.C. all’incendio delle biblioteche irachene del 2003, sinistri lampi hanno illuminato piazze urlanti.
Anche nella letteratura di ieri e di oggi troviamo eco di stragi di carta stampata. Si pensi a Cervantes, che nel Don Chisciotte mostra la selezione dei libri della cavalleria e di seguito il rogo degli stessi; oppure a Ray Bradbury, che in Fahrenheit 451 descrive una società in cui i vigili del fuoco hanno la missione di scovare e bruciare i libri.
Quel rogo del maggio 1933 e quella cultura data alle fiamme è la stessa che oggi viene attaccata da fondamentalismi religiosi e politici. Arrivando fino alla gag di esorcisti (talvolta farlocchi come giorni fa a Vergato) che scacciano un presunto diavolo da una statua.
In Germania roghi vennero organizzati, in più città, il più grande ci fu a Berlino proprio il 10 maggio dove furono dati al fuoco circa 25.000 volumi.
Alcuni nomi di autori dei quali furono arse le loro opere: Albert Einstein, Sigmund Freud, Hannah Arendt, Thomas Mann, Bertolt Brecht, Max Weber, Karl Marx, Joseph Roth, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Ludwig Wittgenstein, Herbert Marcuse, Edith Stein, Max Weber, Erich Fromm, Walter Gropius, Fritz Lang, Franz Murnau, Wassili Kandinsky, Paul Klee, Piet Mondrian…l’elenco, però, non finisce qui.

“A colpire” – scrive Mirco Dondi – “è la partecipazione della popolazione a queste manifestazioni, organizzate con precisi rituali come nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, il rogo notturno più noto, trasmesso anche dalla radio, che diventa la spinta per altri falò nelle principali città tedesche, come nelle minori, sin oltre la metà del mese di giugno. Sono manifestazioni che mobilitano i militanti nazisti alle quali dà corpo il diffuso quotidiano del partito “Volkischer Beobachter”. Spesso in prima linea nei roghi – come a Berlino – ci sono gli studenti davanti all’entusiasta ministro della propaganda Paul Josef Goebbels. È una violenza che crea consenso e consenso attraverso il terrore”.

Ecco la testimonianza dello scrittore Erich Kaestner che quella sera vide bruciare copie del suo “Emil” mentre nella piazza berlinese risuonavano parole d’odio pronunciate da Goebbels. «Vidi volare i nostri libri fra le fiamme ardenti, e ascoltai quelle tirate viscide del piccolo mentitore scaltro. Sulla città incombeva un tempo da sepoltura. La testa di un busto di Magnus Hirschfeld fatta a pezzi posta su un'alta stanga oscillava da un lato all'altro.

E in Italia? Tutto bene? Mica tanto. Il fascismo attuò una severa censura e se alcuni titoli sfuggirono all’ostracismo si deve all’ignoranza dei censori decisamente meno colti e, quindi, meno occhiuti dei loro colleghi nazisti. Inoltre, va ricordato che la polizia fascista collaborò con i tedeschi in più rastrellamenti di biblioteche e pinacoteche.
Lucien Polastron, autore di “Libri al rogo”, a una domanda di Fabio Gambaro rispose: «C'è un episodio noto. A Roma, due giorni prima della famosa retata del 16 ottobre 1943, i nazisti entrarono nella sinagoga del ghetto e portarono via due vagoni pieni di volumi rari. Il poeta Heinrich Heine - in una pièce dedicata ad Almanzor, colui che nel 980 a Cordoba fece bruciare la biblioteca dei califfi - ha scritto che, quando gli uomini cominciano a bruciare i libri, prima o poi finiscono per bruciare gli uomini. Mai profezia fu così tristemente vera».


Mozziconi


La casa editrice Quodlibet ha ristampato un piccolo, prezioso testo di Luigi Malerba intitolato Mozziconi.
Malerba (pseudonimo di Luigi Bonardi; nato a Pietramogolana, frazione di Berceto in provincia di Parma l’11 novembre 1927 – morto a Roma l’8 maggio 2008),) è uno dei migliori e più apprezzati autori italiani del secondo Novecento. Ha scritto libri memorabili che hanno lasciato il segno in chi li ha letti, influenzando la parte migliore della letteratura italiana contemporanea. Tra i tanti: Il serpente (1966), Salto mortale (1968), Il protagonista (1973), Le rose imperiali (1974), Dopo il pescecane (1979), Il pianeta azzurro (1986), Testa d’argento (1988), Fantasmi romani (2006).
Ha lavorato per il cinema e per diversi giornali.
Nelle edizioni Quodlibet: Le galline pensierose (2014), Consigli inutili (2014), Il pataffio (2015), Storiette e Storiette tascabili (2016), Strategie del comico (2018), Mozziconi (2019).

Conobbi Malerba molti anni fa, quando generosamente tentò di pubblicare il mio libro “Il resto è silenzio” nella nascente (e di lì a poco morente) Cooperativa Scrittori.
Chiusa l’avventura della Cooperativa, il libro trovò un altro editore e io avevo trovato un personaggio straordinario: Luigi Malerba, Gigi per gli amici. Qualche tempo dopo, negli anni ’70, se non ricordo male, fui regista dell’adattamento radiofonico delle sue “Galline pensierose” per Radiorai. Gli incontri con lui nella sua casa romana in Via Tormillina, furono sempre contrassegnati da una quieta ma bollente allegria per le storie che raccontava, per sottolineare quanto era stato fedele al ruolo di scrittore avendo sposato una donna che faceva di cognome Lapenna. Ovvero Anna, donna di grande intelligenza e stile.

Ora è ristampato “Mozziconi” con una bandella firmata E.C. che credo stiano per Ermanno Cavazzoni.
Mozziconi è un barbone che ha per cognome Mozziconi, ma che non ha un nome. Si chiama Mozziconi. Mozziconi e basta. La cosa molto l’imbarazza e lo rende senza amici con cui ridere o litigare. Abita in una casetta abusiva appena fuori Roma vicino all’Acquedotto Felice, luogo che poi tanto felice non è, tanto che Mozziconi butta la casa pezzo per pezzo fuori della finestra e alla fine butta anche la finestra fuori della finestra e se ne va a vivere sotto i ponti lungo il Tevere.
Parla con pochissimi, talvolta viene deriso e lui insulta brevemente pappagalli e pesci parlanti, legge fogli di giornali che i romani “sporcacchioni” gettano dalle spallette dei ponti insieme con barattoli, cicche, stracci, chiodi, piatti sbeccati, lavandini vecchi e altra roba che Mozziconi studiosamente converte in oggetti utili alla sua vita randagia. Guarda la città dal basso e la città lo guarda dall’alto in basso mentre scrive massime che imbottiglia e le tuffa nel Tevere. Quando si ammala Mozziconi fa la sottrazione alla temperatura e così guarisce e inventa proverbi. Mozziconi sa di vivere in una città di ministri “ruboni e peculoni” e scrive una parola, la costruisce lettera per lettera con rami di ciliegio marino in un modo da far invidia ad un artista invitato alla Biennale. La parola sarà ammonimento e vendetta, perfino i turisti vengono a Roma per vedere quelle cinque lettere.
Qual è la parola? Comprate il libro e lo saprete.

Dalla presentazione editoriale.
«Mozziconi è uno straccione che vive sotto i ponti del Tevere, una specie di filosofo anarchista, che pensa e mette i pensieri in bottiglia e li affida alle acque del Tevere; un poveraccio, d’animo aristocratico, che non fa lega con gli altri barboni, ignoranti e di scarso pensiero, che neppure leggono i giornali vecchi trovati in mezzo al pattume, come fa lui. Mozziconi è in fondo una specie di filosofo cinico, come l’antico Diogene, che viveva in una botte ad Atene facendo a meno di tutto, a cui perfino Alessandro Magno portava rispetto; al giorno d’oggi la filosofia cinica non è più di moda, solo Malerba le ridà dignità, mettendo in bocca a Mozziconi discorsi che somigliano a profonde verità o a stupidaggini, difficile dire cosa prevale, sempre però con la leggera comicità e divertimento, come è nel suo stile migliore. La prima e unica edizione è stata Einaudi 1975.
E.C.»

Luigi Malerba
Mozziconi
Pagine 114, Euro 13.00
Quodlibet


L'ombelico del mondo (1)

Della nuova casa editrice Asterione Cosmotaxi ne ha salutato QUI mesi fa l’apertura che è stata felicemente seguita da lucenti pubblicazioni. Ho letto, ad esempio, Di male in peggio di Vittorio Orsenigo, scrittore che ha la duplice virtù d’essere potente e leggero a un tempo; scoperto da Elio Vittorini, ha ricevuto elogi da Salvatore Quasimodo a Giuseppe Pontiggia, da Maurizio Cucchi a Daniela Marcheschi.
Ora, firmato da Roberto Barbolini – per visitare il suo sito web: CLIC! – è nelle librerie, e a casa mia, L’ombelico del mondo Viaggio sentimentale intorno alla Città della Potta, un omaggio ferocemente amoroso alla città di Modena.
Ha scritto Italo Calvino: "D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Modena può dare molte risposte a più domande come ci dicono le pagine di Barbolini che guida il lettore in un godibilissimo viaggio attraverso personaggi, tic e tabù.
Sandrone, la maschera tradizionale della città, sembra spiare zompettando in una festosa pantomima, i tanti che s’affacciano sul modenese ombelico, convocati da Barbolini per farne teatro del mondo.
Il libro mi ha anche fatto ricordare i molti che ho conosciuto a Modena o a Modena riconducibili per varie ragioni. L’artista Giuliano Della Casa: abbiamo sempre parlato pochissimo di arte e molto di vini e pietanze; Gian Pio Torricelli cui ho dedicato un Nadir su Nybramedia; la scrittrice Cristiana Minelli autrice di splendidi racconti, Adriano Spatola con il quale ho condiviso avventure a radiorai; il poeta Corrado Costa, amico e prefatore di un mio libro; l’impareggiabile artista del gusto Masssimo Bottura che regna alla “Francescana” dove brillano 3 stelle Michelin; Franco Guerzoni conosciuto alla sua personale “In forma di libro”; i fratelli Cecilia e Matteo di quel luogo di delizie che è l’Hosteria Giusti, chi sta a Modena o vi passa e la trascura commette un reato; l’indimenticabile Massimo Riva frontman della Steve Rogers Band e chitarrista di Vasco, mai gli perdonerò d’essersene andato vent’anni fa.

A Roberto Barbolini - qui in una foto scattata da Guido Conti - ho rivolto alcune domande.

“L’ombelico del mondo”. Perché quel titolo in un libro su Modena?

Sarà un retaggio dell’antico ducato estense, di cui Modena fu capitale dal 1598 all’Unità d’Italia, ma perfino il modenese più cosmopolita considera la propria città come l’ombelico del mondo, e ne vanta indefessamente i primati. Lo faccio anche io, con gli estranei, salvo rovesciare la frittata e denigrare Modena davanti a quei miei concittadini che, con gli occhi foderati di prosciutto Dop, si ostinano a non vederne anche gli inevitabili difetti. D’accordo, sono un bastian contrario. Ma solo per non lasciarmi contagiare dall'euforia così tipica del luogo, che ha come paradossale contraltare quel particolare impasto di spleen, accidia di provincia e acidità di stomaco per overdose di cibo e sentimenti, che va sotto il nome di magone.

Quando ti sei accinto a questo lavoro qual è stata la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

“L’ombelico del mondo” mi si è posto innanzitutto come una sfida contro un certo stereotipo della provincia. Perché - mi sono chiesto - un libro su Modena viene percepito quasi istintivamente come un fatto locale, peggio ancora localistico, quando invece se scrivi di Trieste, poniamo, il lettore pensa subito al fascino della ‘Finis Austriae’ e si sente un cittadino cosmopolita della perduta Mitteleuropa? La provincia e la moda, osservava il grande Cesare Garboli, sono in fondo la stessa cosa. In questo senso, città come Roma, Milano o Napoli possono manifestare aspetti non meno provinciali di Modena. È il provincialismo di chi crede di essersi scrollato di dosso il “mondo piccolo” solo perché si aggiorna secondo l’ultimo grido delle mode culturali. Scegliendo di parlare della provincia ho perciò scelto - o mi sono illuso - di evitare assolutamente il provincialismo.

Modena in 6 parole, tante quante sono le lettere che compongono il suo nome

Mortifera: secondo etimologia: “Mutna” in etrusco significava tumulo o tomba.

Ospitale: lo è davvero, ogni tanto anche gli stereotipi sono fonte di verità.

Demoniaca: gratta la superficie e trovi una città infernale. Io e il mio amico Claudio Vergnani, che scrive di vampiri, ne siamo convintissimi.

Esorcistica: dal patrono San Geminiano a padre Gabriele Amorth, principe degli esorcisti contemporanei, Modena è anche patria di accreditati scacciadiavoli.

Naif (per i puristi: naïve): sì, lo è. Ma forse è proprio questa la sua maschera più aristocratica.

Apocalittica: Il terremoto del 2012 è stato solo un’avvisaglia. Prima o poi all’ombra della Ghirlandina si scatenerà l’Apocalisse. Ma noi non ci saremo.

La principale virtù e il peggiore difetto di Modena.
Se già compaiono nelle 6 parole di prima, ripetiamole. Repetita iuvant.
Se non stanno lì, meglio ancora: ne sapremo di più e perché
.

La principale virtù dei modenesi è l’ironia: una sottigliezza di spirito che si fa ironia sorniona e demolitrice, capace di arrivare all’autolesionismo come difesa preventiva nei confronti degli inevitabili sarcasmi altrui. «Direi che c’è un senso artistico dell’ironia qua, quasi una specie di finezza che fa parte delle cose stesse» annotava Ugo Guandalini, il futuro editore Guanda. Ma poi, chissà com’è, emigrò a Parma.
Anch’io modenese della diaspora come Guanda, il maggior difetto che mi capita di riscontrare nella mia città d’origine è una certa vacua euforia da Guinness dei primati, come se davvero lo slancio verticale della Ghirlandina, la torre del Duomo patrimonio Unesco, e il garrire del cavallino rampante (che rampa sempre meno) sui rossi bolidi della Ferrari bastassero a fare di Modena l’ombelico del mondo.

In una recente presentazione del tuo libro, discutendo con lo scrittore Guido Conti so che vi siete proposti alquante domande su Modena.
Io non c’ero, e voglio conoscere la risposta che hai dato a una di quelle domande.
La “modenesità” è una categoria topografica, psicografica oppure dello spirito
?

Quelle tre categorie si intersecano continuamente in un puzzle controverso. Modena è città dalle molte anime, godereccia e operosa, amante del sesso e del cibo, ma anche ricca di risvolti misteriosi che possono farci scoprire una realtà tutta diversa, una città dall’altra parte dello specchio come l’Alice di Lewis Carroll. E io, con questo libro, mi candido al ruolo del Cappellaio Matto.

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Segue ora una presentazione editoriale


L'ombelico del mondo (2)

Dalla presentazione editoriale

«Forse, a sua insaputa, questo libro è anche un testo teatrale, dove un coro greco di vivi, morti, vampiri e gufi impagliati dice la sua. Con tutte quelle soubrettes che ancora entrano ed escono dall’Hotel Canalgrande sembra di andare a braccetto col passato, sotto un portico dove si possono incontrare Antonio Delfini, Ciro Menotti e il Marchese De Sade, e, seduto in quel caffè, sornione e bizzarro, Mario Molinari.
Forse, a modo suo, è anche un rimedio, uno di quegli impiastri che i farmacisti facevano mettere ai malati per curare malanni veri e immaginari, come la pazzia geminiana, una patologia effettivamente impossibile da classificare, ma decisamente irresistibile, e per gli abitanti di questa parte di mondo, ineludibile.
Stay Foolish, diceva Steve Jobs. Avesse conosciuto da vicino la pazza folla della Ghirlandina, non avrebbe perso tempo a raccomandarsi.
È il teatro di autoscontri storici, è l’asse viario di una topografia psicogeografica, è teoria e pratica dello gnocco e del tortello fritto, di rendez-vous “con le gambe sotto il tavolo”, è profumo di palude e di luoghi lacustri. É nebbia, se vogliamo, e insieme magone, perché “Modena com’era è anche Modena come continua ad essere” scrive Barbolini, ed è invisibile, anche se c’è.
È un caleidoscopio dotto e a un tempo un po’ lisergico, questo libro, che scruta scrittori, disserta di scritture, e che, con la precisione di un monaco, disegna miniature.
Un modo per scoprire che un fiume divide l’orizzonte modenese in Medioevo e Illuminismo, e che la città non è distesa ma raccolta intorno a una via Emilia che, appena fuori le mura, somiglia a “un vecchio pitone in agonia”.
Che altro c’è? La celeberrima erre di Francesco Guccini, l’humus inconfondibile delle storie di Giuseppe Pederiali, vivificato da spade, sortilegi, fionde e palle di neve, i misteriosi, nonché gaudenti, acquerelli di Giuliano Della Casa, l’interesse per il corpo che si fa letteratura, ricordando, anche accademicamente, Gian Paolo Biasin.
C’è il Delta Del Po, Palazzo Ducale, e FUOCOfuochino, la casa editrice più piccola del mondo, ci sono preziose lezioni su come una storia diventi un intreccio, e, siccome siamo tra la via Emilia e il West, non mancano neppure i cow boy.
Pesci veri e immaginari, Swingin London e Swingin Modena, capelloni e aristocratici, anime e sagome, Bonvi, Edmondo Berselli e una pioggia di batraci.
Non manca il sesso, con un cameo dedicato alla Gina della Spider Rossa e il racconto di come nacque l’antologia della poesia erotica italiana, scritta da Barbolini a quattro mani con Guido Almansi per Longanesi.
C’è l’umanizzazione degli animali, a partire dal cane di Giorgio Giusti, che per l’appunto, si chiamava Uomo, e la mutazione fantastica dei personaggi, nel loro essere drago, vampiro o foionco secondo paragrafo.
C’è la realtà con tutto il suo contraltare, se è vero, come è vero, che “il miglior pesce è un porco”.
È un carnevale, questo libro, così pavironico, mascherato e festoso. Ed è un funerale questo libro, così nostalgico, struggente e mesto.
Dirli tutti, uno per uno, attori e comparse di questa commedia, è impossibile. Ma all’appello, anche se non sembra, qui rispondono anche gli assenti.
Barbolini lo dice col barbiere degli dei, altra voce di questo coro, “nel nostro mestiere è tutta una questione di sfumature”».


Nel favoloso mondo della musica

Da quando le attività musicali nella scuola italiana compaiono per la prima volta in una circolare del 1885 come “esercizi di canto” è passato oltre un secolo.
Eppure questi 130 anni trascorsi da quella lodevole intuizione non hanno ancora evitato all’insegnamento musicale un ruolo ancillare nel sistema scolastico.
Duplice errore. Perché oltre al giovamento culturale che deriva dal sapere di musica, esistono benefici che investono anche le altre aree d’insegnamento poiché la musica influisce positivamente sulla flessibilità cognitiva e la memoria.
Riferisce lo psichiatra e psicanalista Andrea Vaglica che “Fornari, uno dei grandi nomi della psicoanalisi italiana, diceva che l'esperienza musicale ci consente una regressione alle prime fasi della nostra vita. Il bambino, alla nascita, si trova infatti inserito in un "bagno di suoni" e mostra chiaramente di reagire così tanto in maniera attiva a questi stimoli da sintonizzare, ad esempio, nei primi mesi, il proprio battito cardiaco con quello della madre. Esperienze melodiche e ritmiche diventano così piene di significati, tanto da partecipare alla formazione della simbolizzazione”.

La casa editrice Dedalo cosciente dell’importanza della musica nell’età scolare ha pubblicato nella collana Piccola Biblioteca di Scienza, diretta da Elena Ioli,
Nel favoloso mondo della musica di Gian-Luca Baldi.
L’autore è professore di Composizione presso il Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto. Ha scritto musica per orchestra, per il cinema, per la danza e fiabe musicali, oltre a saggi, racconti e romanzi. Da molti anni si dedica all’opera di Gianni Rodari, cercando di portare il suo pensiero nei conservatori.
QUI il suo sito web.

Il volume si svolge attraverso la narrazione di una visita a un Conservatorio da parte di una classe di ragazzi accolti e guidati da un certo professor Luca.
Questo gruppo apprenderà parecchie cose sulla musica che hanno corrispondenze con altre materie: la matematica, la fisica, l’astronomia, l’anatomia, la fisiologia.
Tutto comincia da che cos’è il suono e come lo percepiamo. Per poi conoscere da vicino le cinque famiglie degli strumenti musicali, com’è fatta un’orchestra, gli stili musicali, lo strumento che ognuno di noi possiede: la voce. Si arriva alla conclusione profilando certe caratteristiche di gruppi rock quali i Beach Boys o i Radiohead.
Il volume ha un’utile appendice che chiarisce i termini usati nel racconto, una bibliografia per i più piccoli e una per i più grandi, e, infine, l’indicazione di link ad alcuni brani citati nel libro andando sul sito del libro.

Gian-Luca Baldi
Nel favoloso mondo della musica
Illustrazioni di Luna Montatore
Pagine 80, Euro 10.00
Edizioni Dedalo


Osteria Nuvolari

Chi generosamente legge queste mie pagine web, sa che fra una recensione letteraria, una critica a spettacoli e mostre d’arte visiva, mi concedo anche riflessioni sull’arte enogastronomica sempre accompagnate da indicazioni di locali che consiglio perché mi sono andati particolarmente a genio o, viceversa, sconsiglio.
A Roma l’alta gastronomia, purtroppo, ha pochi luoghi. Si pensi che, ha solo 23 locali stellati e, pur essendo una capitale europea, uno solo con 3 stelle e uno solo con 2. Gli altri 21 non vanno oltre la sola stella. Circa i prezzi lì praticati, bisognerebbe aprire un lungo dibattito condito di approvazioni e disapprovazioni, già accennato qui qualche volta, per pigrizia, e non solo per pigrizia, oggi me lo risparmio. Prometto, o minaccio, fate voi, di scriverne in una prossima occasione
È possibile, tuttavia, gustare buona cucina in pochi – sottolineo pochi – locali romani evitando (ma questo vale per ogni città) i luoghi più famosi come mete turistiche.
Roma non fa eccezione, però oggi segnalo una tavola che pur essendo in un posto molto frequentato dal turismo, perché a poca distanza dal Vaticano, fa eccezione a quella regola che in questo caso, vista la notissima residenza celeste, è regola particolarmente benedetta.
Il posto si chiama Osteria Nuvolari, sta in Rione Borgo

Sul sito web si presenta come “tipica cucina romana” e, a mio avviso, si toglie qualcosa.
Perché pur presentando un menu tradizionale ben condotto, offre una scelta di pietanze dal tocco innovativo e, talvolta, addirittura inventivo.
All’Osteria Nuvolari c’è anche la gioia di quanti apprezzano l’abbondanza delle porzioni, a dir la verità la mia gioia è più contenuta perché mi piace mangiare più portate, e, quindi, meno impegnative per quantità.
I ‘primi’, infatti, sono imponenti per misura - e qualità -, abitudine che deriva probabilmente dall’antica Roma dove il pranzo cominciava dal laganum, voluminoso impasto d’acqua e farina cucinato in modo che vede divisi gli storici sulla tecnica di cottura.
Da Nuvolari si può gustare la pajata (termine che indica l’intestino tenue del vitellino da latte), splendida matriciana, carbonara sia con gli spaghetti sia con i più tradizionali rigatoni, e mai con gli gnocchi di patate come, perniciosamente, sta andando di moda suscitando il mio orrore.
I ‘secondi’ tutti da elogio, vedono la ghiotta proposizione del “quinto quarto”. Tale dizione si deve al fatto che i due pregiati quarti anteriori e posteriori, un tempo erano riservati ai benestanti mentre rognoni, milza, cuore, fegato, animelle, cervello, lingua e coda, erano destinati ai meno abbienti. Ma questo “quinto quarto” è gustosissimo e da Nuvolari merita elogi.
Si è accolti (conviene prenotare) da una cordiale Eleonora con la quale è piacevolissimo conversare perché oltre, se richiesta, a guidarvi nelle scelte avendo un grande intuito nel capire i gusti degli avventori, è di grande competenza e, come si suol dire, “non se la tira per niente”, pronta a cogliere eventuali suggestioni che nascano dal parlarsi.
Solo applausi? No, consiglio di infoltire la lista dei vini che, pur presentando buoni bicchieri, non è, per numero di etichette, all’altezza della cucina.
Che altro dire? Se a Roma abitate o siete di passaggio per affari, sesso, turismo, andateci e mi ringrazierete.

Osteria Nuvolari
Via degli Ombrellari 10 - Roma
Tel: (39) 06 - 688 030 18
Mail: osteria.nuvolari@gmail.com
Da lunedì a sabato pranzo e cena
Chiuso la domenica


International Tattoo Expo Roma

Sul tatuaggio, le sue plurali origini e storie, i suoi significati dal sacro al profano, sono stati versati, manco a dirlo, fiumi d’inchiostro.
Un importante scienziato qual è stato Cesare Lombroso (1835 – 1909) ha approfondito in epoca moderna osservazioni sul fenomeno, ma accanto a una pregevole classificazione delle varie tipologie delle immagini creò una correlazione fra il tatuaggio e la degenerazione morale da lui rilevata presso delinquenti studiati nelle carceri e nei manicomi. Le sue teorie (oggi rifiutate dal mondo scientifico) hanno però influenzato a lungo il giudizio sui tatuati tanto da rendere per molti anni meno diffusa quella pratica.
In Italia altra studiosa del tatuaggio è stata Caterina Pigorini Beri (1845 – 1924).
Ma è con la controcultura degli anni ’70 del secolo scorso che il tatuaggio, accompagnandosi spesso al piercing, torna prepotentemente alla ribalta dei costumi assumendo aspetti di opposizione sociale anche in area artistica come accade nella Body Art. La diffusione è andata sempre crescendo fino a diventare una moda, un arredo del corpo che, lontano dal diversificare, spesso finisce con l’omologare o, addirittura, a diventare un prodotto artistico non già d’opposizione sociale ma che prospetta ipotesi di mercato nelle arti visive. Volete un esempio? La modella Kate Moss reca sul fondo schiena tatuati due uccelli dovuti alla gran firma di Lucian Freud (… sì, parente, nipote di Sigmund Freud). Riporto quanto ha detto Kate tanto incantevole quanto giudiziosa: “Indosso proprio lì un Freud originale. Mi chiedo quanto pagherebbe per questo un collezionista? Qualche milione? Se tutto mi andasse male potrei sempre fare un espianto di pelle e venderlo”.
Prima di passare ad un avvenimento da domani a Roma dedicato al Tattoo, voglio ricordare che proprio a Roma ben 34 anni fa, nel 1985, con Nicolini assessore alla cultura si tenne una memorabile mostra, intitolata “L’asino e la zebra: origini e tendenze del tatuaggio contemporaneo” a cura di Simona Carlucci che così scrisse nel catalogo (fra i nomi italiani annoverava Aldo Carotenuto, Achille Bonito Oliva, Paolo Fabbri, oltre a sociologi e antropologi stranieri: «Si può “leggere” il tatuaggio in molti modi: gesto di simulazione estrema che rimanda a una norma ormai perduta, parte essenziale di un rituale erotico esibizionista o sado-masochista, momento in cui l’inconscio parla attraverso la calda superficie della pelle, o ancora epilogo e consunzione di una body art che si fa in tal modo artigianato di massa».

Estratto dal comunicato stampa
“Quello del tattoo è un enorme movimento onnicomprensivo e le mille filosofie che animano e agitano questo universo si incontreranno in occasione del XX International Tattoo Expo Roma, il quinto più importante e grande al mondo, dal 3 al 5 maggio alla Nuova Fiera di Roma: più di 400 tatuatori da ogni parte del globo, tra old e new school, nuovi fenomeni e tendenze, brand, vip, espositori e tutta la cultura che gravita intorno alla decorazione pittorica corporale, un live stage dall’agenda serratissima con ospiti del calibro di Samuel dei Subsonica in uno speciale dj set ad hoc e una DRAGO Lounge pensata l’occasione.
Gli artisti della rotativa trasformeranno l'hangar della Nuova Fiera di Roma in un hub, un pianeta interamente ink-related, un labirinto di macchinette, aghi e pelle che si tingerà sotto il tocco degli esponenti dei migliori studi di fama mondiale per festeggiare il ventesimo anniversario di un evento che si fa al tempo stesso rituale, artistico, trendy e mondano con ospiti i più grandi tatuatori della scena (…) Un percorso in ciò che rappresenta il tatuaggio oggi, che in tre giorni no-stop riunirà un fenomeno dall'ampio respiro che, non a caso, oggi coinvolge anche i brand. Un parterre d'eccezione per festeggiare i 20 anni della storica tattoo expo d'Italia, alla quale, nel 2019 si unisce la direzione artistica di Ritual The Club. Il 1999 e il 2000 furono, infatti anni storici per le sottoculture a Roma: nacquero l'International Tattoo Expo e il Ritual. Vent'anni in cui l'International Tattoo Expo Roma e il Ritual hanno apportato una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere gli stili di vita alternativi in Italia (…) durante i tre giorni della convention DRAGO allestirà una Lounge dedicata, uno spazio multifunzionale in cui si succederanno mostre, conferenze, celebrazioni, workshop e uno spazio esclusivo che racchiuderà le menti più energiche e propulsive di una scena inarrestabile e dedita all’arte, all’inchiostro e alla strada. Il progetto, ideato dall’editor ePaulo von Vacano e curato da Carlotta Vagnoli, prenderà trecento metri quadrati dell’Hangar numero uno della Nuova Fiera di Roma per raccontare i volti pitturati, le mani sporche, i denti scintillanti, la musica alta e il rumore delle motociclette.

La prima edizione di quella che sarebbe diventata l’International Tattoo Expo Roma – spiega il direttore artistico Paolo Core – si tenne nel 2000 ed era poco più che una festa tra appassionati del tatuaggio. Il successo riscontrato da questa edizione a dir poco “casereccia” ha, però, acceso la fiamma della voglia di crescere e migliorare sebbene nessuno pensasse ancora di poterci paragonare ad altre manifestazioni sia nazionali che europee. Ricordiamo con tenerezza i primi 50 tatuatori che presenziarono alla seconda edizione, specialmente adesso che ne proponiamo 400 da tutti i continenti.
L’International Tattoo Expo ha nel suo DNA la voglia di cambiare e di tracciare strade nuove nel mondo del tatuaggio ed è stato quindi naturale spostarci, quest’anno, nel padiglione n° 1 della Nuova Fiera di Roma anche per trovare fisicamente spazi adatti ad un evento che in questa edizione propone veramente tanto
”.

Cliccare QUI per tutte le altre informazioni.


Ufficio Stampa H F 4
Marta Volterra, marta.volterra@hf4.it; 340 - 96 900 12

International Tattoo Expo Roma
Nuova Fiera di Roma, Via Portuense, 1645
Ore 14.00 - 22.00 (sabato fino a mezzanotte)
Dal 03 al 05 maggio 2019


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