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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Ricordando Mastronardi (1)

32 anni fa, il 29 aprile del 1979, era di domenica, il Ticino restituì il corpo dello scrittore Lucio Mastronardi.
Si era suicidato. Probabilmente il 24. Era nato a Vigevano il 28 giugno 1930.
Figlio d’immigrati dall’Abruzzo, i suoi genitori sono stati Maria Pistoja e Luciano Mastronardi, questi era stato perseguitato durante il fascismo a causa dei suoi articoli (usava lo pseudonimo di Scudiscio), Lucio stesso e sua sorella maggiore, Letizia, avevano dovuto subire continue e silenziose discriminazioni, tanto che lui dovette sostenere sempre gli esami da privatista.
Insegnò come maestro supplente nella scuola carceraria di Vigevano, poi divenne di ruolo nel 1955.
Per una sua biobibliografia, cliccate QUI.

In foto la casa di Vigevano in cui nacque, Via S. Francesco 12.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo trascorrendo con lui alcune ore.
Lo conobbi alla Rai di Milano per caso, non eravamo, infatti, impegnati nello stesso programma, alla metà dei ’70 (l’anno non lo ricordo precisamente), simpatizzammo, mangiammo in un ristorante dalle parti di Corso Sempione. Conversatore vivace esprimeva giudizi netti con un misto di tenerezza e furore. Accennò solo di sfuggita alle sue disavventure giudiziarie, non mostrando risentimento verso alcuno nelle poche frasi dedicate all’argomento. Fu contrariato da un risotto secondo lui fatto male. Parlò di letteratura in modo quasi distratto, quasi lui non appartenesse alla società letteraria, più come lettore che come autore. Ebbe parole di biasimo verso certi funzionari della Rai. All’uscita dal locale, ci dividemmo dopo i saluti. Fatti alcuni passi, mi sentii richiamare e replicò “Ciao!”.
Non l’avrei più rivisto.

Incoraggiato da Elio Vittorini, completa la sua prima opera: “Il calzolaio di Vigevano”. Il volume è anche il primo di una trilogia composta dal più famoso "Il Maestro di Vigevano" (ne fu tratto anche un film con Alberto Sordi diretto da Elio Petri) e da "Il Meridionale di Vigevano". Il libro fu poi pubblicato nel 1959 sul primo numero del 'Menabò', rivista letteraria che procura a Mastronardi attenzione e considerazione dalla critica; si ricorda in particolare una positiva recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera del 31 luglio 1959.
Eccone uno stralcio: … in Mastronardi c’è senza dubbio la stoffa del narratore […] nel “Calzolaio” la parlata vigentina spinge tutto e tutti sul piano della felice improvvisazione ch’è proprio della commedia dell’arte: un piano in cui non v’è frase che non sia intercambiabile e sostituibile. La parti più gustose del libro sono quelle che fanno sconfinare il grottesco nel ridicolo, come nell’episodio del gatto Comparuzzu, dei suoi complicati menus e della sua tragica fine.

Lo stile secco e rapido, i veloci dialoghi, l’innesto dialettale nella lingua nazionale, la sferzante rappresentazione della società italiana, durante gli anni del boom, che si fa ingolosire solo dalla ricchezza da raggiungere rapidamente, fanno di quest’autore una delle più forti espressioni della letteratura italiana della seconda metà del secolo scorso.
“La forza è la spietatezza della sua allegria caricaturale” (parole forse attribuibili a Vittorini) hanno energia gogoliana.

Un ottimo ritratto delle vicende e dello stile dello scrittore lo trovate con un CLIC.
Il filmato di una serata, condotta da Ugo Gregoretti, in onore di Mastronardi con brani d’interviste allo scrittore: QUI.
A Mastronardi sarà dedicato un percorso letterario a Vigevano.
Per saperne di più leggete la seconda parte di questo servizio.


Ricordando Mastronardi (2)


Come scrivevo nella prima parte di questo servizio, è in corso di realizzazione un percorso letterario dedicato allo scrittore.

In foto lo scrittore con la sorella Letizia.

Il progetto, ben sostenuto da Giorgio Forni Assessore alla Cultura del Comune di Vigevano, è inserito in un più ampio disegno di percorsi letterari dedicati a scrittori lombardi del Novecento. Sua finalità è la valorizzazione sia dell’opera di Mastronardi sia dei luoghi, dei mestieri, della cultura popolare cui essa direttamente, o indirettamente, si riferisce.

Si avvale di un Comitato Scientifico composto da Mauro Novelli dell'Università di Milano, Maria Antonietta Grignani dell'Università di Pavia, dalla figlia dello scrittore Maria Mastronardi, da Laura Nizzoli, cultrice dell'opera dello scrittore, Stefano Giannini della Syracuse University di New York che testimonia il radicamento degli studi sull'Autore non solo sul territorio lombardo ma anche fuori dei confini nazionali.
In particolare, il Comitato si occuperà di fornire indicazioni di carattere storiografico su materiali riferiti a Mastronardi (prime edizioni, edizioni straniere, articoli di quotidiani e periodici), curerà il reperimento di nuovi documenti che andranno a integrare a quanto già posseduto dalla Biblioteca Civica per la costituzione e l'organizzazione di un “Archivio Mastronardi” e, inoltre, si dedicherà al rilancio dell’iniziativa editoriale sull’opera dello scrittore.
La presenza del sito mastronardi.it sarà aggiornato on line con le versioni nelle principali lingue europee con foto, filmati, registrazioni audio e con i link verso le principali strutture operanti nel territorio e partecipanti al Progetto.
Per rendere operativo tale piano di lavoro, i soggetti coinvolti, oltre al Comune di Vigevano (in veste di capofila) possono essere rintracciati in altri soggetti pubblici (Ente Parco del Ticino), le Associazioni culturali che già collaborano con le attività della Biblioteca (Associazione “Gruppo Amici di Palazzo Crespi”), l’Università della Terza Età, l’Associazione Culturale “Il Mosaico”, la Pro Loco del Comune.
La durata della fase di start up del Progetto si concluderà ad ottobre/novembre 2011, quando, con una pubblica conferenza, sarà data comunicazione dei risultati raggiunti.


Ricordando Mastronardi (3)

Per conoscere il profilo dei sentieri mastronardiani in allestimento, mi sono rivolto a Daniela Vecchi, Responsabile del Servizio Iniziative Culturali e Biblioteche di Vigevano, alla quale noi tutti amanti della figura di Mastronardi molto dobbiamo.

In foto lo scrittore con la figlia Maria nata nel 1975.

So che il percorso letterario sarà articolato in tre itinerari. Quali le specificità di questi tracciati? Cominciamo dalla Passeggiata Storica Mastronardiana per Vigevano

E’ un percorso in cui le bellezze storiche e culturali di Vigevano verranno arricchite dalla citazione dei passi mastronardiani. Ogni tappa del percorso sarà segnalata da un cartello in cui saranno indicati il luogo, la citazione di Mastronardi e una breve descrizione del luogo stesso, accompagnati, se possibile, da foto d’epoca. In questo modo, l’opera di Mastronardi, permetterà di ampliare la descrizione del valore storico e artistico dei monumenti, recuperando il loro ruolo di testimoni della vita quotidiana. La Biblioteca avrà un ruolo centrale poiché in essa sono i custoditi i documenti relativi a Mastronardi: prime edizioni, riferimenti sulla stampa cittadina e nazionale, opere critiche e fotografie.

Passeggiata culturale "Arti e mestieri", il percorso del Calzolaio di Vigevano...

Questo secondo percorso ha il suo focus sul recupero e sulla valorizzazione della memoria dell’industria e dell’operosità vigevanese e, più in generale, sulla vita quotidiana della prima metà del secolo scorso. E’ il percorso di Mario Sala Micca, il calzolaio di Vigevano. I luoghi toccati da questo percorso, oltre alla Biblioteca e Piazza Ducale, saranno: il Museo della Calzatura nel Castello e il Museo dell’Imprenditoria a Palazzo Merula. Grande importanza, per questo percorso, riveste la presenza di animatori e di eventi che portino l’utenza a diretto contatto con il “saper fare”. Anche in questo caso, si svolgeranno delle serate a tema. Si produrrà materiale informativo sui mestieri e vita quotidiana per la scuola e di tipo multimediale con raccolta di testimonianze.

Passeggiata culturale "Lomellina /Parco del Ticino...

Sull’Alfa del fratello di Olga, la donna del Meridionale di Vigevano, ma anche sulle orme delle passeggiate solitarie del Maestro Mombelli, si propone una terza passeggiata il cui focus è maggiormente incentrato sulle bellezze naturali e sui sapori delle campagne che circondano Vigevano, fino a lambire il novarese. Per questo percorso saranno previste delle attività da svolgere all’interno del Parco del Ticino, come il bird watching, educazione ambientale, o più semplicemente delle passeggiate con bici a noleggio, visite a cascine con riscoperta dei sapori tradizionali. Si possono differenziare le attività in ragione delle stagioni e delle tipologie degli utenti: se per l’utenza scolastica la giornata al Parco o alla cascina può essere formativa per un recupero di un rapporto più diretto con la natura, per un’utenza adulta può essere più interessante, oltre a questo, anche la riscoperta di tradizioni enogastronomiche e di prodotti locali.

A conclusione di queste note, voglio dedicare un ringraziamento alla signora Fulvia patronne dell’Oca ciuca che mi aiutato nei contatti per la realizzazione di questo servizio e deliziato con le prelibatezze enogastronomiche del suo locale.


Madame Storia & Lady Scrittura (1)

Sere fa, nel corso di una retata, sono state viste salire su un furgone della Buoncostume due mature bellezze che da tempo esercitano il più vecchio mestiere del mondo nel malfamato quartiere di Verbolandia: Madame Storia e Lady Scrittura.
Intorno all’automezzo s’era radunata una piccola folla ostile; un tale – successivamente identificato per un turista tedesco di nome Friedrich Schiller – ha gridato: “Storia, sei fatta dai profeti che guardano all’indietro!”. Un altro, francese, vecchio residente nel rione, tal Nicolas Boileau, strillava: “Prima di essere Scrittura, impara ad essere Pensiero!”.
Queste cose le ho apprese da una collega delle due peccaminose creature, la signorina Lettura, e le sono grato così come grati noi tutti siamo alla Casa Editrice Le Lettere alla quale va riconosciuto il grande merito d’avere pubblicato Madame Storia & Lady Scrittura Saggi cronache interviste di un maestro del giornalismo italiano: Enzo Golino.
In questo volume sono raccolti scritti che tracciano una cronografia che circumnaviga circa mezzo secolo del suo lavoro, cronografia che ha le sue coordinate in ore letterarie trattate da elegante critico – quale Golino è – che osserva il testo esaminato (o l’autore intervistato) non limitandosi solo a ritrarne stile (o carattere), ma interpretandone i territori confinanti con la società, i costumi del tempo, i paralleli storico-letterari.
Golino appartiene a quei napoletani “inglesi” per comportamento – gli altri sono gli “spagnoli” e i “tedeschi" (cui io appartengo) – , sicché è capace, nei suoi scritti su autori e titoli, di misurati lucori che fanno intravedere più intense luci, così come è sapiente, in altri casi, nel proiettare garbate ombre che stanno per profonde tenebre.
Madame Storia & Lady Scrittura non dovrebbe mancare nelle biblioteche delle redazioni della carta stampata, delle radiotv, del web perché è una bussola che permette di orientarsi nel mare d’inchiostro di cinquant’anni di vita letteraria italiana, con accorte documentazioni e acute riflessioni su scrittori e scrittrici, saggi e romanzi, poesia e teatro.

Segue ora un incontro con Enzo Golino.


Madame Storia & Lady Scrittura (2)

Enzo Golino (Napoli, 1932) collabora a L'Espresso, la Repubblica, ll Venerdi e ad altre testate. Ha scritto “Cultura e mutamento sociale”, 1969; “Letteratura e classi sociali”, 1976; “La distanza culturale”, 1980; “Pasolini. Il sogno di una cosa”, 1985, 1992, in edizione accresciuta 2005; “Parola di Duce. Il linguaggio totalitario del fascismo”, 1994; “Tra lucciole e Palazzo. Il mito Pasolini dentro la realtà”, 1995; “Sottotiro. 48 stroncature”, 2002; “Parola di Duce. Il linguaggio totalitario del fascismo e del nazismo. Come si manipola una nazione”, 2010.
Non tutti sanno che ha pure esperienze da cosmonauta; se non ci credete, cliccate QUI.

A Enzo Golinoin foto – ho rivolto alcune domande.
Ti chiedo di spiegare la scelta di questo titolo per raccogliere quelli che definisci, con elegante vezzo, “cinquant'anni di manovalanza culturale”?

”Madame Storia & Lady Scrittura" rappresenta bene l'arco dei miei prevalenti interessi culturali: da un lato il carattere storico, politico, sociale dei prodotti letterari; dall'altro la letteratura nei suoi elementi costitutivi di linguaggio e di stile, spesso trascurati dalle storie letterarie. Anche per questo motivo ho cercato di mostrare quanto vario, ampio, colorato sia il ventaglio dei modi in cui la Scrittura di narratori e poeti (per decenni trascurata dalle storie letterarie) incontra la Storia trattando eventi epocali e dettagli di vita quotidiana. Non a caso, pure se frutto d'invenzione, fatti e personaggi si rivelano inesorabilmente "storici" in quanto specchio del proprio tempo o di epoche trascorse o di futuri.

Quale immagine hai della società letteraria italiana?

Credo, se non sbaglio, che oggi l'immagine della società letteraria presso i non addetti ai lavori si identifichi nei giurati, nei vincenti e nei perdenti dei premi letterari. Altri spezzoni di società letteraria si possono identificare nelle filiere di scrittori, critici, giornalisti legati a quei centri di episodica, precaria, mobile aggregazione che sono i giornali, le riviste, certe trasmissioni radiotelevisive, le collane editoriali, l'università, i saloni, le fiere, i convegni... In assenza di rilevanti personalità intellettuali dedite anche all'organizzazione culturale, forse l'ultima immagine forte di società letteraria nel secondo Novecento l'ha data il Gruppo 63. Infine, è lecito osservare che il collante di queste membra sparse e settoriali di società letteraria raramente sono le idee, ma piuttosto - paradossalmente - quella sorta di call center collettivo che è la posta elettronica, la Dea Email, sostituta della conversazione, del salotto, del caffè, le cui ultime testimonianze si trovano ancora nei meno immaginabili luoghi della provincia italiana.

Una parte del libro si riferisce ai critici della seconda metà del ‘900. Rispetto ad allora, la critica letteraria in che cosa è oggi cambiata?

Più pigrizia mentale, meno rigore, la prevalenza della schedatura sull'articolo. Critici e schedatori si sono moltiplicati: è aumentata la produzione libraria, la necessità d'informare più che di giudicare, il numero degli scrittori è cresciuto in maniera esponenziale per motivi diversi. Ma si può essere veri critici - a voler leggere e saper leggere i libri - anche in un francobollo di parole che ha la dimensione di venti righe.

Largo spazio lo hai destinato agli scrittori e alla vita letteraria di Napoli.
Un pezzo del 1990, dedicato a Dadapolis – “caleidoscopio napoletano” allestito da Fabrizia Ramondino e Andreas Müller – lo cominci scrivendo “Napoli, esiste ancora?”
Rivolgo a te quella domanda in questo aprile 2011…

Era solo una provocazione diretta soprattutto a me stesso, uno scontento indotto, nel corso di mezzo secolo, dalla mia disperante città natale. Come dimostrano da qualche tempo le cronache quotidiane, i segnali della sua esistenza peggiorano sempre di più, e non c'è nostalgia che tenga per risarcire la perdita del senso di appartenenza.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Enzo Golino
Madame Storia & Lady Scrittura
Pagine 1.110, Euro 48.00
Acquisto in rete con sconto del 15%
Edizioni Le Lettere


Da Sodoma a Hollywood


Il 26° Torino Glbt Film Festival, diretto da Giovanni Minerba, si svolge nell’àmbito di “Esperienza Italia 150” nella Multisala Cinema Massimo, nel cuore della cittadella torinese del cinema, ai piedi della Mole Antonelliana e del Museo Nazionale del Cinema: dunque un ritorno al passato, negli spazi e nelle sale dove il Festival è cresciuto e si è affermato affacciandosi alla ribalta internazionale.
L'evento speciale d’inaugurazione del Festival si tiene stasera presso l'UCI Cinemas Lingotto.
Ospite della cerimonia di apertura è Noemi (in foto), che si esibirà in concerto.
Sarà presente anche l’On.le Anna Paola Concia, di recente vittima a Roma - insieme alla sua compagna Ricarda Trautmann - di aggressioni verbali omofobe e alle quali sarà consegnata, dall'assessore Fiorenzo Alfieri, una medaglia della città di Torino.
A Lindsay Kemp sarà assegnato il Premio "Dorian Gray'' 2011 alla carriera.

La rappresentazione dell’omosessualità nel cinema ha una lunga storia con occasioni che sono venute, spesso, alla ribalta per motivi scandalistici più che per quelli riferiti al valore espresso da molte pellicole di ieri e di oggi.
Oggi, tutta la tematica Glbt è venuta alla luce uscendo – grazie alle scienze e a un'evoluzione del concetto di società – da un ingiustificato clima di colpevolezza in cui – tutte le dittature (rosse o nere) e tutte le religioni, specie quelle monoteiste – l’avevano cacciata. Nonostante il progresso scientifico e sociale abbia fatto maiuscoli passi in avanti, larghe parti del consorzio umano, ottusamente rinchiuse in un pensiero reazionario, manifestano, purtroppo (Italia non esclusa), un atteggiamento ostile e violento contro le diversità di genere.
E’ un problema politico di cui dovremmo occuparci di più anche noi eterosessuali perché ogni discriminazione porta fatalmente a forme, talvolta anche occulte, e ancora più subdole, di fascismo.
Mi piace qui riportare una frase di Michele Serra: “Leggere sulle prime pagine le parole "contro natura", pronunciate dal papa Benedetto XVI a proposito delle unioni omosessuali, mi fa rivoltare le viscere. La natura umana è così complicata e ricca (essendo biologica, psicologica, culturale, sociale) che estrarne un pezzo e appenderlo al lampione del Giudizio Divino equivale ad amputarla”.

Per il profilo del Festival: CLIC!
Per il Programma: QUI.

Ufficio Stampa:
Giovanna Mazzarella +39 348 3805201 - giomazzarella@gmail.com
Cristina Scognamillo +39 335 294961 - cristinascognamillo@hotmail.com
Alberto Spadafora +39 328 1524742 - press@tglff.com
Paolo Morelli +39 349 3041703 - press@tglff.com

Ufficio Stampa Museo Nazionale del Cinema:
Veronica Geraci +39 335 1341195 - geraci@museocinema.it
Helleana Grussu grussu@museocinema.it

“Da Sodoma a Hollywood”
Mail: info@tglff.com
Dal 28 aprile al 4 maggio ‘11


Lo stesso mare


Com’è detto nel profilo redazionale di questo sito, Cosmotaxi non si occupa di opera lirica, ma il caso di oggi si presta a una ragionata eccezione perché molto ha a che fare con la sperimentazione di un complesso modello espressivo affidato, non a caso, a uno storico protagonista del teatro di ricerca in Italia: Federico Tiezzi (qui ritratto con Gae Aulenti, scenografa dello spettacolo, in una foto di Carlo Cofano).

Sua, infatti, è la regìa di Lo stesso mare opera in tre atti del musicista Fabio Vacchi non nuovo ad esperienze di lavoro insieme con registi impegnati su più linguaggi (dal teatro alla tv al cinema) come, ad esempio, Patrice Chéreau per il quale ha composto la colonna sonora del film “Gabrielle” premiata nel 2005 con un Rdc Awards.
Il lavoro in scena da domani – nuova produzione della “Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari”, con il patrocinio dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele e main sponsor Natuzzi Group – nasce dal volume di un altro nome eccellente, quello dell’israeliano Amos Oz. Il libretto, da lui firmato, è tratto dal suo omonimo libro, “romanzo di pagine slegate, ognuna indipendente, sola a contaminare poesia e prosa in righe sincopate” come ha scritto QUI Angela Migliore.
C'è una cifra comune nelle storie individuali racchiuse nel libro, ed è la distanza tra le anime, che acuisce i sentimenti invece di sopirli e li fa più forti e duraturi. Tutti i personaggi vivono in una separazione dal proprio oggetto d'amore: una barriera tenace, concreta e reale, e quasi invalicabile: il muro di una stanza, una remota lontananza, un mondo di fantasia, la morte. La storia segue l'intreccio di questo desiderio implacabile, assumendone le forme, moltiplicandone la eco. In questa partitura di vicende un comune filo rosso: l'erotismo - mediante il quale i personaggi tentano di superare le distanze, colmare le assenze, sciogliere i nodi insolubili del proprio dramma.
Tiezzi mette al centro del proprio lavoro "l’assenza e il desiderio come desiderio dell’altro, o di 'qualcosa d’altro', una tensione continua capace di generare movimento e, quindi, trasformazione".
Al tempo stesso, non mancano riferimenti alla realtà attuale di Israele, alle dinamiche umane e sociali che attraversano il paese. Va ricordato che Amos Oz, accanto a questa vertiginosa prova di scrittura sperimentale, è anche autore impegnato sul piano civile; lo dimostra, ad esempio, il suo libro Contro il fanatismo.

In Lo stesso mare, vi sono tre voci recitanti che non si limitano a tracciare lo sviluppo dell’azione, ma si scambiano con la musica il compito di approfondire le psicologie, di suggerire le emozioni, di indagare i sentimenti e i pensieri: Sandro Lombardi racconta i fatti; Giovanna Bozzolo connota le sensazioni; Graziano Piazza s’identifica con lo stesso autore Oz, personaggio del romanzo e dell’opera.
I cantanti sono Yulia Aleksyuk - Sabina Macculi - Chiara Taigi - Giovanna Lanza - Stefano Pisani - Danilo Formaggia - Julian Tovey.
Scene di Gae Aulenti, videoproiezioni di Antonio Giacomin.
La direzione dell’orchestra è affidata a Alberto Veronesi.

Ufficio Stampa per Federico Tiezzi: Simona Carlucci
tel. 0765 – 24 182; 335 – 59 52 789; info@carlucci@libero.it

Teatro Petruzzelli
"Lo stesso mare"
Libretto di Amos Oz
Musiche di Fabio Vacchi
Regia di Federico Tiezzi

Info: 080 - 975 28 10
28 aprile, 2 maggio 20011
Poi in tournée


La donnola sotto il mobile bar


Cosmotaxi è interessato alle scuole di teatro che non si limitano a corsi su recitazione e regìa, ma spaziano anche nei campi delle attività che stanno prima e durante lo spettacolo.
Ecco perché oggi qui si parla della Link Academy of Dramatic Art di Roma diretta da Alessandro Preziosi che debutta oggi al Teatro Vascello – diretto da Manuela Kustermann – con La donnola sotto il mobile bar un collage di micro testi che vanno dagli anni ‘50 del 1900 al 2002 scritti da Harold Pinter.
Di quest'autore, esiste in Rete un sito web in italiano.
Per un elenco delle sue pubblicazioni: CLIC!

Nelle sue opere svela il baratro nascosto sotto le chiacchiere di ogni giorno e costringe ad entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione, questa la motivazione dell’Accademia di Svezia al conferimento del Nobel per la letteratura a Pinter del 2005.
Parole perfette per descrivere in poche parole l’opera del drammaturgo inglese di origine ebrea Harold Pinter.
“Nato in uno dei quartieri più poveri e malfamati di Londra” – scrive Daniele Chicca – “il più grande merito dell’autore è stato quello di essere riuscito nell’intento di rappresentare in modo rivelatore, lancinante, quello che spesso si tende a non voler mostrare o che per comodità si preferisce addirittura non accettare. Le sue opere descrivono infatti il mondo contemporaneo come un mondo dove gli esseri umani sono costretti a combattere ogni giorno contro problemi sociali quali incomunicabilità, ingiustizia, violenza e si ritrovano di conseguenza rinchiusi in stanze dell’oppressione”.

La donnola sotto il mobile bar nasce come esperimento didattico con un cast composto di 18 attori diplomati della Link Academy, i quali per la prima volta si cimentano da professionisti sia con il palcoscenico sia con le molteplici declinazioni artistiche, organizzative e tecniche della messa in scena. E questa cosa ultima è assai importante perché abbondiamo di artisti (l’aspro Longanesi diceva “Molti rispondono all’appello dell’arte senza essere stati chiamati”) e drammaticamente manchiamo di professionisti che sappiano norme e meccanismi che regolano e promuovono uno spettacolo.

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web, l’Ufficio Stampa è guidato da Cristina D’Aquanno: 06 – 58 98 03; promozione@teatrovascello.it

Teatro Vascello
La donnola sotto il mobile bar
Variazioni su Harold Pinter
Adattamento e Regia Marcello Cotugno
Compagnia Link Academy
Debutto nazionale 27 Aprile
In replica fino al 1° Maggio


Ti ucciderò, mia capitale

E’ in corso da tempo una meritoria iniziativa di Adelphi: ristampare l'opera di uno dei nostri maggiori autori: Giorgio Manganelli: “il massimo fool d’ogni tempo delle patrie lettere” per usare una felicissima definizione di Luca Tassinari.
Ricordo anche due altri libri a cura della figlia Lietta: Circolazione a più cuori e Album fotografico di Giorgio Manganelli.

Da poco, nei tipi adelphiani, è in distribuzione Ti ucciderò, mia capitale: una raccolta di scritti inediti elaborati tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta.
Il curatore è Salvatore Silvano Nigro.
Ho preferito definirli “scritti” e non saggi, come anche è corretto chiamarli, perché con Giorgio Manganelli si ha proprio un continuo esercizio di scrittura che supera, miscelandoli, vari inchiostri di più generi.
Giustamente nota Florian Mussgnug: “Spingendo al limite le possibilità della scrittura, avventurandosi in quel ‘linguaggio abitabile’ che lui stesso definisce come «oscuro, denso, direi pingue, opaco, fitto di pieghe casuali [...], totalmente ambiguo, percorribile in tutte le direzioni, [...] inesauribile e insensato», per lui tutto è racconto, dal Baldus alla ricetta dell'Artusi. Tutto, naturalmente, tranne il romanzo”.

Questa citazione mi dà lo spunto per ricordare la posizione da equilibrista, su filo teso fra nuvole, di Manganelli a proposito della narratività (se ne hanno cospicui esempi anche in “Ti ucciderò, mia capitale”) sulla quale esercitò la sua vena ironico-umoristica specialmente in “Centuria” - ‘Cento piccoli romanzi fiume’, recita il sottotitolo di quel suo volume, il primo pubblicato in Francia – definito da Italo Calvino “un libro straordinario, dalla scrittura concisa ed essenziale con invenzioni sintetiche e concentrate”.
Attraversare i testi di Ti ucciderò, mia capitale significa viaggiare in una cartografia nella quale le coordinate geografiche servono a identificare univocamente luoghi smarriti.
Memorie di sensazioni e voci rivissute con una scrittura musicale che va dall’Improvviso al Capriccio sia quando tratta dell’orrore nazista sia quando finge una sublime orazione dell’archimandrita al suo gregge.
Temi distanti fra loro hanno, però, tutti un nascosto confine magnetico che li rende vicini: la morte. Intorno alla quale Manganelli caprioleggia e inorridisce, se ne burla e vi duella in un lucore indefinibile che rende paesaggi e viandanti ora celesti ora sulfurei. Buffi eroi o tragiche vittime del Caso: “Quanti liberi docenti escono da uno sciopero tranviario? Quante rivoluzioni esplosero da una parola fraintesa, un gesto sciocco, un articolo di fondo di un grande quotidiano?”.
Manganelli, ci manchi!

Per una scheda sul libro:CLIC!

Giorgio Manganelli
Ti ucciderò mia capitale
A cura di Salvatore Silvano Nigro
Pagine 372, Euro 25.00
Adelphi


Alberto Grifi


Il 22 aprile del 2007 moriva a Roma Alberto Grifi; a Roma era nato il 29 maggio 1938.
Un’essenziale biografia e la filmografia la trovate QUI.
In Rete esiste anche un sito web a lui dedicato.

Fu tra le prime persone che conobbi quando, alla fine degli anni ’60, mi trasferii nella capitale, diventammo sùbito amici e ci siamo incontrati con irregolare frequenza per circa quarant’anni.
Ignorato dalla stragrande maggioranza dei critici italiani (ma va riconosciuta a Tatti Sanguineti, Roberto Silvestri e pochi altri d’essersi accorti di lui), ebbe la stima di personaggi quali Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray.
Ho chiesto a Pinotto Fava, autore e produttore radiofonico, amico di Alberto col quale ha lavorato spesso in Rai, un ricordo di Grifi.

Vedevamo suoi film in privato per ore e ore, tutto quello che la distribuzione nelle sale ci negava. Non la prima immagine di Alberto Grifi ma quella in me prevalente è a casa sua – cioè di amici o parenti – una delle tante, le cambiava spesso, credo che non abbia mai avuto una casa di proprietà. Tra scaffali e montagne di nastri e pizze e videocassette e qualche dvd, in gran parte film da lui girati, una quantità enorme, ma anche altro, tra cui lasciti del padre che nel cinema si era mosso; costituivano l’arredo pressoché totale dell’ambiente. L’amore per gli oggetti del mestiere era palpabile; l’attenzione alle novità tecniche fortissima ed è durata fino all’era del digitale.
Esemplare in questo senso è la nascita di “Anna” undici ore girate fra il ’72 e il ’73 in videotape, successivamente trascritto su pellicola 16 mm, grazie ad un sincronizzatore elettronico, il vidigrafo, messo a punto, fatto in casa da Alberto stesso. Dopo gli acconti delle avanguardie storiche, in senso moderno Alberto è forse il primo, certamente il più grande filmmaker italiano. E si inserisce a pieno titolo in quella felice stagione dell’underground romano che vide attivi il primo Carmelo Bene e il meglio della sperimentazione teatrale italiana, il Gruppo ’63 con Sanguineti, Balestrini e gli altri, gli americani di Musica Elettronica Viva, il Beat ’72, gli happening musicali e non, eccetera
.

Pochi sanno che esiste una versione radiofonica del suo più famoso film La verifica incerta. Perché a partire dal ’79 Alberto si fa anche uomo di radio…

Sì, realizzando per “Fonosfera” e “Audiobox” un numero notevole di programmi, assai diversi tra loro per tema, ambientazione, durata, uso del suono e soprattutto del rumore, modalità di coinvolgimento del pubblico; con una diffusa, struggente presenza in voce dell’autore-regista. Non tutti sono capolavori, anche se hanno tutti alti livelli di coinvolgimento. Soprattutto “La verifica incerta” (alla radio intitolata “Se ci fosse una porta busserei”) e di “Anna“ (nella versione acustica: “Per trovare Anna”). Forse è proprio in queste occasioni di “marconiterapia” che più viene alla luce il sentire politico, e la “ragion filosofica”. Qui, come in tutta l’opera filmica, si avverte come ascendente il situazionismo più che il sessantotto, un’adesione ai grandi temi proposti da quel movimento: l’infame percorso essere>avere>apparire; il distacco dalla vita vera e dai bisogni reali; l’erranza e il nomadismo se non la deriva; l’attenzione agli spazi urbani, le speranze nello sviluppo tecnologico. A questi Alberto aggiunge altri motivi: la condizione carceraria, il disagio mentale, i guasti della catena alimentare, la violenza sugli animali. Il “pensatore” Grifi fu l’esatto contrario dell’intellettuale pantofolaio e visse pagando con sofferte esperienze di lotta e di dolore in climi politici molto caldi.
L’addensarsi e il dipanarsi delle sue immagini della vita e del mondo gli consentì incontri insoliti con opere e persone. Dalla sua affabulazione conservo netto il ricordo di tre eventi. La lettura eccitante e tardiva di “Furor mathematicus” di Leonardo Sinisgalli; la frequentazione appassionata del vecchio Aldo Braibanti, immerso nello studio dell’organizzazione sociale delle formiche, del loro “collettivo”; e la presenza amorevole, assidua e vivace accanto all’amico morente Giordano Falzoni a Milano. Quel Giordano, nel frattempo partito per gli altri mondi, che gli parve di vedere settimane dopo camminare assorto e vivo per le strade di Firenze
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Algoritmi, parole, immagini


Segnalo oggi due importanti libri pubblicati da Laterza: L’algoritmo al potere Vita quotidiana ai tempi di Google insieme con Parola e immagine Storia di due tecnologie.
Ne scrivo nella stessa nota perché sono entrambi dello stesso autore: Francesco Antinucci.
Altri suoi lavori pubblicati nel catalogo Laterza: Computer per un figlio; La scuola si è rotta; Musei virtuali.
E’ Direttore di ricerca all'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR.
Si occupa di linguaggio, apprendimento, percezione e comunicazione, soprattutto in relazione alle nuove tecnologie digitali. Ha svolto parte della sua attività di ricerca negli Stati Uniti, al Dipartimento di Psicologia dell'Università di California a Berkeley, alla School of Information della stessa Università, e al Palo Alto Research Center (PARC) della Xerox.

Lo conobbi trent’anni fa circa, intervistandolo per RadioRai, sperimentava tecniche informatiche delle quali in tanti nulla sapevano (e continuano, purtroppo, a non saperne parlandone – e da posti di responsabilità politica! – perfino con supponenza).
Ha lavorato con le nuove tecnologie fin dal loro inizio sviluppando numerose applicazioni multimediali e di realtà virtuale avvalendosi di un retroterra culturale tanto ricco da permettergli di collegare nei suoi interventi epoche diverse tra loro, episodi storici, aneddoti illuminanti, riferendo e interpretando in modo sapientemente originale la storia delle tecnologie.

L’algoritmo al potere (… a proposito, per coloro che al momento non ricordassero che cosa sia un algoritmo, troveranno soccorso QUI), si sofferma, attraverso una serie di brevi capitoli, sulla creatività che genera l’innovazione tecnologica. Qui vista – opponendosi al “determinismo tecnologico” – come per sua natura imprevedibile.

Parola e immagine, racconta la storia di quelle due forme di comunicazione, dei loro percorsi che li hanno portati a incontrarsi, scontrarsi, unirsi, dividersi, fino alla ricomposizione espressiva che avviene ai nostri giorni.
Non è, però, solo un libro di storia di due tecnologie perché, di fatto, è uno studio filosofico sul linguaggio di noi umani, studio condotto con ammirevole semplicità tanto da rendere la lettura scorrevolissima.

A Francesco Antinucci (in foto) ho rivolto alcune domande.
“L’algoritmo al potere”. La principale motivazione che ti ha spinto a scrivere questo libro?

La motivazione fondamentale iniziale era quella di far capire quali sono i meccanismi dell'innovazione tecnologica. Questo soprattutto in un paese come l'Italia che su questo piano continua a perdere colpi, non da ultimo perché non si ha un'idea ben chiara di cosa significhi promuovere l'innovazione tecnologica. Esiste una vulgata, nota come "determinismo tecnologico" dove l'innovazione appare quasi come una "necessità" generata da una "domanda" o da un "problema" che essa va a soddisfare/risolvere. Non è così: il libro cerca di mettere in luce i veri meccanismi che includono, non secondariamente, anche il caso, ma soprattutto una componente di "crederci" e di crederci per un lungo periodo, e di persistere, persistere, persistere. Per questo il libro racconta storie concrete, e le racconta nella loro realtà, non nella fantasia dei due semiadolescenti che si chiudono in un garage e inventano.

In questo libro, si sottolinea la grande importanza dell’immaginazione nel gestire le nuove tecnologie. Qual è la differenza fra l’inventiva di un tempo e quella informatica di oggi?

La enorme latitudine di quest'ultima rispetto a tutte le precedenti. L'inventività in questo campo, per lo straordinario effetto moltiplicatore delle tecnologie, può produrre effetti e conseguenze molteplici e su vasta scala. Per cui il sistema di messaggistica interno al dormitorio di un college può evolvere in una comunità on line di due miliardi di persone. Questa fa sì che chi ha opportunamente incorporato le possibilità tecnologiche può produrre una vasta gamma di "oggetti" nuovi, molto più che con qualunque altra tecnologia.
Passiamo a “Parola e immagine”.
Dopo una vertiginosa cavalcata attraverso 20000 anni di storia delle due tecnologie, sostieni che la realtà virtuale rappresenta un ritorno all’unità.
Quale considerazione essenziale ti ha fatto pervenire a questa conclusione?

E' molto semplice. Siamo partiti da una dotazione biologica in cui lo scambio comunicativo poteva avvenire solo faccia a faccia, in un raggio di qualche metro dove ovviamente coloro che interagivano condividevano la stessa percezione visiva (immagine) del mondo. Questo è stato vero per la gran parte della storia umana: dalla comparsa di Homo sapiens a circa 20.00 anni fa. Poi sono comparse le tecnologie della parola e dell'immagine e queste, pur con tutti i benefici che hanno arrecato ci hanno allontanato da questa situazione: possiamo comunicare senza avere più un universo condiviso, nel quale siamo insieme. Questo crea, come per tutte le tecnologie importanti, una cascata enorme di conseguenze, molte positive, molte negative (come la enorme differenza di semplicità che c’è tra parlare e scrivere). Il libro ne traccia la storia. A mano a mano che esse evolvono nel corso degli ultimi 20.000 anni e che espandono la loro forza e il loro potere esse tendono però, quasi paradossalmente, a recuperare la situazione originaria, quella della compresenza in uno stesso universo mentre si svolge l'atto comunicativo. E alla fine del lungo cammino lo faranno. Diventa di nuovo possibile interagire verbalmente con qualcuno in un universo condiviso, ma lo faranno - e questo è il potere della tecnologia - estendendo questa possibilità a tutte le persone del mondo ovunque esse si trovino: è l'incontro nel mondo virtuale. Dunque in una sorta di strana ciclicità cosmica il punto più avanzato dello sviluppo tecnologico si configura anche come un ritorno al punto di partenza. Lascio ai lettori la libertà di meditare su questo punto.

Come spieghi che in un mondo che sempre più va profilandosi sulle reti e su nuovi modelli di comunicazione, Second Life stia conoscendo un forte declino?

Come dico nell'Algoritmo al potere, non abbiamo alcun modo di prevedere quali invenzioni diventeranno innovazioni, cioè si stabiliranno e conosceranno non solo un rapido e grande successo ma uno stabilirsi duraturo. Ciò dipende da una costellazione complessa e vasta di fattori cui non è estraneo, come dicevo prima, anche il caso. Dunque non mi meraviglia. Naturalmente a posteriori è possibile ricostruire le cause di questo fallimento, ma solo perché ormai già sappiamo che piega hanno preso gli eventi: è il famoso "senno di poi". Questa sorte è comunque aperta a tutte le innovazioni nei settori avanzati della tecnologia: bisogna considerare che il tempo medio (anche se è molto difficile fare una statistica su questa materia) che trascorre tra il nascere e lo stabilirsi di una tecnologia non è mai inferiore ai 25-30 anni. In questo periodo può accadere di tutto. Non mi meraviglierei più che tanto se un domani non troppo lontano la stessa cosa accadesse a Facebook, anche se dirlo ora sembra quasi paradossale. Mentre non credo che resteremo più senza Internet.

Per una scheda su “L’algoritmo al potere”: CLIC!
Per “Parola e immagine”: QUI.

Francesco Antinucci

L’algoritmo al potere
Pagine 124, Euro 8.50

Parola e immagine
Pagine 332, Euro 35

Editori Laterza


Bruno Gentili


Ho avuto la fortuna di conoscere e parlare con Bruno Gentili, uno dei maggiori fra i grandi grecisti italiani, accademico dei Lincei, professore emerito dell’Università di Urbino, studioso di fama internazionale tanto da essere dottore honoris causa nelle Università di Southampton, di Losanna, di Lovanio, di Madrid.
Il suo volume Poesia e pubblico nella Grecia antica (in foto la copertina) è stato vincitore per la saggistica al Premio Viareggio 1984.
Per una sua biografia, si può consultare l’Enciclopedia Treccani QUI.
Tra i suoi tanti meriti c’è quello d’avere intuito le conseguenze drammatiche della frattura tra cultura scientifica e umanistica. In una prolusione (‘Cultura umanistica e scienza. Un confronto con la grecità’) al Congresso internazionale di studi classici, tenutosi a Pisa nel 1989, infatti, affermò: ”Uno dei motivi cardine dello stato di crisi della cultura contemporanea è il fatto che sembra essersi perduta la pretesa ad un sapere unitario. La vita della nostra società è come fratturata in due mondi contrapposti che tendono a ignorarsi vicendevolmente e parlano linguaggi diversi: quello scientifico tecnico e quello letterario umanistico”.
Ascoltarlo parlare di lontane epoche - rigorosamente inquadrandole in quel contesto storico - le fa non solo rivivere, ma riesce a mostrarne perfino angoli di modernità e questo significa capire perché, invece, la scuola italiana da tempo insegna malissimo la letteratura greca antica (e i tempi presenti gelminiani promettono di fare peggio ancora), consegnandola assai spesso ad una asfissiante uggiosità.
Ad esempio, la poesia di quel tempo avvalendosi di musica, danza e voce ha qualche sorprendente parallelismo con quella oggi proposta dalla poesia multimediale che (ovviamente utilizzando anche nuove tecnologie) va oltre il verso scritto inoltrandosi nei territori totali della multipercettività.

A Bruno Gentili ho rivolto alcune domande.
Perché aveva tanta importanza la musica nella poesia della Grecia antica?

Le manifestazioni culturali dei Greci, fin dall'età più antica, furono affidate alla parola associata alla musica e alla danza. Non è casuale che la poesia fu denominata "danza parlante", tanto stretto era il legame che univa il segno verbale a quello musicale e gestuale. Questo spiega perché il termine "mousiké", "l'arte delle Muse", fu assunto a significare non solo l'arte dei suoni, ma anche la poesia e la danza, cioè i mezzi di comunicazione di una cultura che trasmetteva oralmente i suoi messaggi in pubbliche esecuzioni. Il compositore di canti corali per le cerimonie festive, il poeta-esecutore dei canti a solo per le varie occasioni della vita comunitaria erano i portatori di una cultura che, attraverso le risorse del linguaggio poetico e l'armonia dei ritmi e delle melodie, favorivano l'ascolto e la memorizzazione. Sotto il profilo della funzione paideutica, la "mousiké", intesa come unione di parola, melodia e danza, fu sentita come la più efficace di tutte le arti per l'educazione dell'uomo, perché agisce attraverso l'udito e la vista, realizzando in modo dinamico e non statico il più alto grado di mimesi, ovvero una forma di spettacolo in cui tutte le Muse si adunano in una sorta di teatro totale.

Come voi grecisti avete stabilito il valore dei versi pur senza conoscere la musica, vista la sua importanza, che li accompagnava?

La struttura del verso greco si può stabilire senza difficoltà: la lingua greca è infatti basata sulla quantità delle sillabe, brevi o lunghe a seconda della loro durata (una sillaba lunga aveva una durata doppia rispetto ad una sillaba breve). Il verso greco, di conseguenza, si presenta come una successione di sillabe lunghe e brevi secondo un certo ordine che costituisce il ritmo del verso. L'aspetto verbale, il ritmo, la musica sono i tre elementi costitutivi della poesia greca. La musica strumentale (in senso moderno) è un fenomeno più recente che risale alla tarda età ellenistica. Purtroppo non ci sono giunti testi poetici con notazioni musicali, se non di epoca tarda; pertanto della musica greca possiamo conoscere solo teoricamente le caratteristiche, i problemi, le innovazioni. Una delle svolte più importanti avvenne nella seconda metà del V secolo a.C., quando la musica, che fino allora si era adeguata alla struttura metrica dei versi (musica 'ancella' della metrica), cominciò a percorrere un cammino indipendente che aprì la strada a variazioni e a deviazioni dal ritmo base del verso suscitando, soprattutto all'inizio, reazioni violentemente negative. Un frammento del poeta comico Ferecrate trasmesso dal trattato "Sulla musica" di Plutarco presenta la Musica in veste di donna maltrattata ad opera dei poeti della 'nuova' tendenza.

Qual era il rapporto fra poesia e pubblico nella Grecia antica?

La poesia greca ebbe un carattere essenzialmente pragmatico, nel senso di una stretta correlazione con la realtà sociale e politica e col concreto agire dei singoli nella collettività. Espresse vicende esistenziali del poeta stesso o di altri, ma non fu idiosincratica nel senso moderno. L'universo delle figure del suo linguaggio, ovvero le immagini, le metafore, le similitudini non furono indipendenti dal visibile e tali da consentire la percezione di un mondo non esistente, astratto e fittizio come nel linguaggio simbolico della moderna letteratura di finzione, ma furono, non diversamente che nell'arte figurativa, ancorate alla realtà fenomenica. Ebbe come contenuto ricorrente il mito, che costituì l'oggetto esclusivo della poesia narrativa e drammatica e il termine costante di riferimento paradigmatico per la poesia lirica. La sua funzione fu essenzialmente didattica e paideutica, in maniera più esplicita sia quando operò nell'ambito dei simposi, delle comunità maschili e dei tiasi femminili, sia quando, trasferendosi sulla scena, assunse i modi e le forme della rappresentazione drammatica.


Giornate della Laicità (1)

Tra i paesi occidentali, l’Italia è quella che più soffre di una mancanza di laicità, cosa questa che inficia il concetto stesso di democrazia.
Laico è chi ritiene di potere e dovere garantire incondizionatamente la propria e l'altrui libertà di scelta e di azione, particolarmente in ambito politico, rispetto a chi, invece, ritiene di dover conciliare o sottomettere la propria e l'altrui libertà all'autorità di un'ideologia o di un credo religioso.
Da noi, scuola e fisco, giustizia e salute, informazione e spettacolo, ricerca scientifica e sperimentazione estetica, gestione della famiglia e della sessualità, in pratica tutto l’assetto culturale e politico della società, è pesantemente condizionato dal pensiero (e, a volte, da veri e propri editti) del Vaticano.
Questo, insieme con altri guasti di nostre abitudini, fanno di noi un paese che non è libero.
Ben vengano, quindi, le Giornate della Laicità (in foto il logo) che, da oggi al 17 aprile, si tengono a Reggio Emilia.
Il Festival è promosso da Iniziativa Laica, MicroMega, Arci Reggio Emilia.

Scrive Paolo Flores d’Arcais presentando queste Giornate della Laicità: Rappresentano la prima iniziativa dedicata interamente ad un tema che forse in un paese effettivamente democratico (e quindi a fortiori laico) dovrebbe risultare talmente scontato da non costituire oggetto di nessun dibattito. In Italia, invece, troppo spesso è addirittura un tabù, al punto che è entrata nel linguaggio comune la distinzione tra “laico” e “laicista”, quest’ultimo in accezione negativa, per cui il laicista sarebbe portatore di una laicità esasperata, estremistica, intollerante rispetto alle visioni del mondo, mentre si tratta solo di una laicità coerente, che prende sul serio il dovere per ogni democrazia di “innalzare un muro di separazione” tra fede e politica, tra religione e Stato, come chiedeva uno dei padri della rivoluzione americana, Thomas Jefferson.
Il filo conduttore di questa prima esperienza sarà il tema del “relativismo”, perché nella crociata contro il relativismo, di cui si è fatto banditore il regnante Pontefice, si condensano tutti gli equivoci della cosiddetta “laicità positiva”, di stampo clericale, alle cui sirene fin troppi laici sembrano porgere orecchio. Il “relativismo” contro cui si scaglia l’anatema altro non è, infatti, che il principio da cui prende origine la modernità: in campo politico agire “etsi Deus non daretur”, poiché se non si esilia Dio dalla sfera pubblica ogni conflitto e contrasto potrà essere condotto in Suo nome e trasformare ogni controversia in potenziale ordalia, fino alla guerra di religione
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Tanti gli ospiti che parteciperanno ai dibattiti o presenteranno relazioni.
Cito a memoria: Franco Cordero, Piergiorgio Odifreddi, Giulio Giorello, Valerio Onida, Beppino Englaro, Roberta De Monticelli, Carlo Flamigni, Augusto Viano, Angelo D’Orsi, Gianni Vattimo, Cinzia Sciuto.
Né mancano voci di autorità morali della Chiesa quali don Marco Farinella, Giovanni Franzoni, don Carlo Molari.
Per un elenco completo, cliccare nella sezione Ospiti del sito del Festival.
Fra i partecipanti doveva essere presente anche l’astrofisica Margherita Hack che, impossibilitata a intervenire, ha mandato il seguente messaggio: Non sto benissimo, ho quasi 90 anni e nell’ultimo periodo ho avuto troppi impegni. Comunque attribuisco al festival una notevole importanza in questa fase in cui il governo è totalmente succube del Vaticano, nonostante la Costituzione dichiari il nostro paese laico. E’ fondamentale riaffermare ora il valore della laicità nel rispetto e nella libertà di tutti i cittadini.


Giornate della Laicità (2)

Segue ora un’intervista flash con Paolo Flores d’Arcais (in foto).

Ha fondato 25 anni fa - con Giorgio Ruffolo – MicroMega.
Per una sua biobibliografia cliccare QUI.

A Paolo Flores D’Arcais, Cosmotaxi ha chiesto il significato che ha per lui un’etica senza Dio.

Non esiste una etica senza Dio. Ne esistono tante, anche incompatibili.
Un’etica che abbia come valore fondante l’eguale dignità di tutti gli appartenenti a “homo sapiens” è in conflitto mortale con un’etica che giustifichi la forza e il successo come criterio supremo, fino alle varianti della “razza eletta”.
“Senza Dio” si può essere per “giustizia e libertà” oppure per la santificazione del privilegio, anche il più selvaggio. L’unica cosa che hanno in comune le “etiche senza Dio” è che impediscono a chi se ne fa banditore di attribuire a “Dio” la responsabilità delle proprie scelte di valore. Si decida per l’eguaglianza o per l’oppressione, si è costretti a farlo in nome proprio, in prima persona, apertamente: a dichiarare senza più alibi la propria morale minima, quella cioè sulla quale si intende venga costruita la civile convivenza.
L’etica “senza Dio” costringe all’assunzione di responsabilità
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Cliccare QUI per leggere il programma in dettaglio delle Giornate della Laicità.

Segnalo, inoltre, che la Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, in collaborazione con la Fondazione Rossi – Salvemini, l’AICS di Torino, la Fondazione Mazzotta di Milano, con il patrocinio della Regione Piemonte e del Comitato Italia 150°, hanno realizzato la mostra Asini, muli, corvi e maiali: la satira in Italia tra Stato e religioni dal 1848 ai giorni nostri; curatore: Erik Balzanetti.
Per visitarla: Palazzo Casotti, Piazza Casotti.
Visite guidate gratuite per gruppi e scolaresche su prenotazione: tel. 346 - 711 97 36

Fino al 25 aprile
Ingresso gratuito


America Amore

Alberto Arbasino (Voghera, 24 gennaio 1930), protagonista del Gruppo '63, laureato in giurisprudenza, ha iniziato la sua carriera letteraria scrivendo reportage per il settimanale ‘Il Mondo’ da Parigi e Londra, raccolti nei libri “Parigi, o cara” e “Lettere da Londra”.
Da scrittore esordiente, ha avuto come editor Italo Calvino. I suoi primi racconti, inizialmente pubblicati su riviste, sono stati poi raccolti in “Le piccole vacanze” e “L'Anonimo lombardo”.
Raffaele Manica, nell'introduzione al Meridiano ad Arbasino dedicato, ha scritto: Nell’idea di romanzo di Arbasino le citazioni sostituiscono l’intreccio o l’avventura del romanzo tradizionale: sono altre avventure verso altri mondi noti o meno noti o ignoti.
Di lui è stato anche detto che è erede della tradizione illuministica lombarda, quella di Giuseppe Parini per intenderci, per il valore civile dei suoi interventi pubblici.
Collabora con “la Repubblica” dal 1976.

Per una sua dettagliata biografia: QUI.
Per chi non avesse visto la recente puntata del programma di Fabio Fazio quando intervista Arbasino, Cosmotaxi sta qui anche per questo: CLIC!

Adelphi ora ha mandato in libreria America Amore volume che sarebbe stato in corsa per il Premio Strega se l’autore non ci avesse rinunciato con una lettera inviata alla Fondazione Bellonci.
Altro dato di cronaca su questo libro: è uscito avendo in copertina Liz Taylor morta in quei giorni. Si è trattato di Fatalità, località fosca dove si sono scontrate Vita e Grafica, perché non è assolutamente nello stile Adelphi abbandonarsi a queste cose che, purtroppo, altri editori talvolta praticano.

America Amore raccoglie scritti di Arbasino che coincidono con l’arrivo dello scrittore negli Stati Uniti nel 1959, dopo aver vinto una borsa di studio Rockefeller per specializzarsi in materie giuridiche. Il paese gli appare come una “Lolita invecchiata” e ad Antonio Gnoli che giorni fa lo ha intervistato ha risposto: “Era allora ancora presidente Eisenhower, i russi incalzavano sulla competizione spaziale, e questo sorprendeva gli americani, abituati al primato. Arrivai in America avviato a una carriera diplomatica. Henry Kissinger era il direttore del mio corso e ogni tanto ci faceva lezione. Aveva l'intelligenza di invitare personaggi illustri come Galbraith e Schlesinger. Ma l'insegnamento non mi ha mai interessato e men che meno occuparmi di relazioni formali tra gli Stati. Mi divertivo molto di più a parlare con i pochi amici che avevo e scoprire gente nuova e interessante.”.
Da queste frequentazioni corsare e corsive conosciamo una nazione che viene ritratta in un periodo di profonda trasformazione sociale.
Arbasino incontra personaggi allora già famosi e altri che lo diventeranno: attrici, attori, critici, romanzieri, teatranti, sociologi, registi. Conosce: “i nuovi perbenismi nei suburbia. Gli scapestrati “sabati del Village”.
Attraverso quelle pagine, scritte con il surf dell’intelligenza, si capisce, meglio ancora che in tanti gravosi saggi, com’è possibile che l’America possa esprimere nello stesso tempo rock e forca, tolleranza democratica e violenza da Ku Klux Klan, eleganza e cafonaggine, chiusure reazionarie e audaci sguardi sul futuro.
Si pensi, ad esempio, quanto dice Arbasino sull’universo culturale newyorkese underground del quale è tracciato un ampio ritratto nella sezione del libro intitolata “Off-off”: "La grossa importanza del teatro off-off e del cinema underground negli anni Sessanta consiste proprio nell'aver dimostrato vigorosamente 'dal basso' una possibilità concreta di produzione e distribuzione dei prodotti culturali 'di minoranza' che era sempre stata clamorosamente negata 'dall'alto'."
Un dibattito arrivato tardi in Europa e che è ancora d’attualità, purtroppo, in Italia.

Per una scheda sul libro: QUI.

Alberto Arbasino
America Amore
Pagine 867, euro 19.00
Adelphi


Sapiens Lamp


L’Associazione culturale Agalma,a Milano, allo Spazio Confalonieri presenta Sapiens Lamp di Ferruccio Ascari.

Dalla presentazione dell'opera: è un corpo illuminante realizzato in tondino di ferro.
Sagoma e dimensioni sono quelle di un uomo adulto di alta statura, due metri circa, dotato di coda, che è poi il cavo elettrico. La testa è costituita da una lampadina.
Sapiens è un oggetto ibrido, che abita territori dai confini mobili: è una scultura ma è anche una lampada, è arte ma è anche design.
Si potrebbe definirlo un pensiero poetico che illumina, una presenza.
Sapiens è stato concepito e realizzato in diverse varianti, ognuna caratterizzata da una particolare postura delle braccia e delle mani: a indicare il cielo ovvero il mondo di sopra; la terra ovvero il mondo di sotto; l’offerta; lo scongiuro; l’accoglienza…
Ogni esemplare di Sapiens Lamp è un pezzo unico.

Collocazione: a terra
Dimensioni: cm 197 x 45 x 28
Ambiente: interno
Materiale: tondino di ferro

Ferruccio Ascari (in foto accanto alla sua luminescente creatura) vive e lavora a Milano. I suoi esordi, dalla metà degli anni Settanta, lo vedono impegnato sul fronte d’installazioni site-specific e della contaminazione fra arti visive e arti del tempo (musica, danza, performance), ma anche della pittura e della scultura su cui in special modo si concentra dalla metà degli anni Ottanta. L’apertura nei confronti dei diversi linguaggi dell’arte e l’attitudine alla loro ibridazione sono elementi che caratterizzano sino alle opere più recenti tutto il suo percorso artistico.

Cliccate QUI per visitare il sito dell’artista.

Ascari è presente anche nella sez.Nadir di questo sito con immagini e una dichiarazione su direzione e senso del proprio lavoro.

Libreria Pontremoli
via Vigevano 15 (MM P.ta Genova) 10 AM - 19.30 PM
Spazio Confalonieri
via Confalonieri 36 (MM Garibaldi FS MM Gioia) 10 AM - 21 PM
Info +39 340 899 02 48 | +39 02 91 703 207

Fino al 18 aprile


Dramatopedia

Stimo da anni Claudio Facchinelli, uomo di cultura finissima e di grande eleganza intellettuale (e di comportamenti, cosa che non guasta) trasmesse attraverso un suo porgere con grazia le tante cose che sa.
Saggista e critico teatrale, ha pubblicato testi sul teatro della scuola, ha realizzato trasmissioni Tv per la Rai al Dipartimento Scuola Educazione, è stato docente alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”.
Ha coniugato l’esperienza didattica con quella teatrale, acquisita negli anni ’70 come assistente alla regìa di Orazio Costa Giovangigli e Lamberto Puggelli, promuovendo laboratori teatrali nelle scuole quale strumento di prevenzione del disagio sociale giovanile.
Inoltre, ci crediate o non ci crediate, anni fa ho fatto con lui un istruttivo (per me) viaggio spaziale.

Da poco è in distribuzione un suo volume: Dramatopedia spunti di storia, etica e poetica per il teatro della scuola pubblicato dalle Edizioni Corsare.
Libro che riesce a fondere innovative teorizzazioni delle forme espressive sceniche per ragazzi a una fitta documentazione su leggi e disposizioni in materia.
Il libro si avvale di una prefazione di Marco Dallari, Professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università di Trento.

Credo che il teatro nelle scuole stia attraversando un felice momento perché (questo lo dico io, non Facchinelli) la cosiddetta riforma della signora Gelmini ha consegnato tutta la scuola italiana alla storia del Varietà. Verranno fuori attori straordinari.
Ma torniamo al libro e al suo autore.
A Claudio Facchinelli ho chiesto: “Dramatopedia”, un tuo neologismo?

Sì, costruito mettendo insieme due parole greche dráma e paideía ma vuole anche essere una citazione dell’inglese drama che, a differenza dell’italiano dramma – che ha acquisito un significato diversamente serioso – si è mantenuto più vicino al significato originale, e che è presente nell’espressione drama in education teatro in educazione, cioè teatro della scuola. E poi, l’etimo di dráma rimanda con più evidenza all’azione, elemento insito nella natura più profonda del teatro, ma spesso sottovalutato. Un vezzo filologico che spero il lettore mi perdonerà.

Nell'allestire un laboratorio teatrale oggi, qual è la prima cosa da fare? E quale la prima da evitare?

La prima cosa da fare quando si allestisce un laboratorio teatrale scolastico è creare legami che trasformino l’insieme dei ragazzi e delle ragazze con cui sta lavorando, quale che sia la loro provenienza, in un gruppo, facendo sperimentare strumenti di conoscenza reciproca che prescindano, o quantomeno superino, la comunicazione verbale: il contatto fisico, lo sguardo; far capire, o meglio far sentire, che l’eventuale mancanza di omogeneità del gruppo, le differenze etniche, culturali, di abilità che vi si possono manifestare, non costituiscono un problema, ma sono, semmai, risorse da valorizzare; chiarire che il laboratorio teatrale è il luogo ove si può sviluppare il massimo della libertà creativa, ma che ciò può avvenire solo nel massimo della disciplina, nel rispetto e nell’attenzione all’altro.
Da scoraggiare, fin dal primo momento, sono le tentazioni di protagonismo e di competitività; le vocazioni delle ragazze e dei ragazzi al ruolo di velina o tronista
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Claudio Facchinelli
Dramatopedia
Prefazione di Marco Dallari
Pagine 190, Euro 10.00
Edizioni Corsare


L'aritmetica di Cupido (1)


Galilei diceva: “La Natura è un libro scritto in caratteri matematici”, e la cosa stava per costargli cara.
E il grande Pessoa: “Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo. Il fatto è che pochi se ne accorgono”.
Meno di tutti se ne accorgono i cosiddetti umanisti, mi riferisco a quelli di due secoli circa a questa parte (gli umanisti d’un tempo, infatti, e gli artisti – si pensi al Rinascimento – non rifiutavano le scienze, anzi se ne servivano) che hanno prodotto una separazione tra cultura umanistica e scientifica determinando un anacronistico equivoco intellettuale.
In questi ultimi anni, fortunatamente, si assiste a una lenta, faticosa, riunificazione dei saperi e i primi risultati li abbiamo notati nelle nuove arti visive, nel teatro di performance, nella musica elettronica, nella videoart, mentre i letterati sono i più arretrati. Ad eccezione di quelli che lavorano sulle nuove tecnologie; ricordo Douglas Cooper che nel 1994, con “Delirium” permetteva di navigare all'interno di quattro storie incrociandole e dissezionandole con movimenti visivi e random usando software come Storyspace e Hypercard. Esempi più recenti: la mescolanza di suoni, immagini e testo in “The set of the U” del francese Philippe Bootz; le oltre 500 combinazioni di “Bromeliads”, opera in prosa dell'americano Loss Pequeño Glazier.

La Casa Editrice Guanda ha mandato in libreria un volume imperdibile che s’inserisce in modo maiuscolo nel rapporto fra lettere e numeri: L’aritmetica di Cupido Matematica e letteratura.
Ne è autore Carlo Toffalori.
Nato a Firenze nel 1953, dal 1989 insegna Logica Matematica all’Università di Camerino. Dal 2006 è presidente dell'Associazione Italiana di Logica e Applicazioni’. Nel catalogo Guanda è presente anche con un altro titolo, originale e godibilissimo, che ho caro sui miei scaffali: Il matematico in giallo.
Nella seconda parte di questa nota approfondirò con lui alcuni temi del suo libro.

Non deve sorprendere il rapporto fra matematica e prosa che pure ha avuto solo poche occasioni d’illustrazione e mai così ben esposte come in Toffalori.
L’amico Piergiorgio Odifreddi – ospite tempo fa della mia taverna spaziale sull’Enterprise – in un suo saggio “Culture: una, nessuna, o centomila?” così scrive: La letteratura contemporanea si è ormai arricchita delle opere dell’ingegner Gadda, del chimico Primo Levi, del logico Bertrand Russell, del geometra Salvatore Quasimodo, del matematico Alexander Solzhenitzin, oltre che di autori che hanno fatto studi scientifici, quali Robert Musil, Hermann Broch, Friedrich Dürrenmatt, Thomas Pynchon; un’intera corrente letteraria, l’Oulipo, ha addirittura assunto la realizzazione di opere a struttura dichiaratamente matematica come sua poetica con autori di primo piano come Raymond Queneau, Georges Perec e Italo Calvino. Infine, la nascita della fantascienza e del cyberpunk come generi autonomi ha colmato un bisogno di tematiche evidentemente fuori della portata di autori di formazione umanistica, dai viaggi spaziali ai calcolatori, e ha portato alla ribalta talenti linguistici quali Stanislav Lem e William Gibson .

Mi piace ricordare che anche nella graphic novel si sono affacciati ingegni scientifici; proprio nel catalogo Guanda recensii, un anno fa, di Apostolos Doxiadis (ha studiato matematica alla Columbia University e si è appassionato all’interazione fra matematica e narrativa), “Logicomix“ scritto con Christos Papadimitriou, professore di Informatica all’Università di Berkeley.
Poco fa si accennava all’Oulipo, concludo la prima parte di questa nota ricordando quanto scrive uno dei suoi fondatori, Raymond Queneau, in “Voyage en Grèce” (Paris 1973): Il tragico greco che scrive i suoi versi obbedendo a regole che conosce perfettamente è più libero del poeta che scrive quello che gli passa per la testa e che è schiavo di regole che ignora.
Segue ora un incontro con Carlo Toffalori.


L'aritmetica di Cupido (2)


Dell’autore di “L’artmetica di Cupido” ho dato prima una sintetica biografia, per una più estesa, e più precisamente riferita al suo curriculum scientifico, cliccate QUI.

A Carlo Toffalori (in foto) ho rivolto alcune domande.
Qual è stata la principale ragione che ti ha motivato a scrivere questo libro?

Direi anzitutto la passione per la lettura dei classici, che del resto so condivisa da tanti colleghi matematici. Poi il piacere di parlarne e di raccontarne. In effetti tutto nacque da un articolo su Borges e Gödel che scrissi quasi di getto, e con grande piacere, alcuni anni fa per “Lettera Matematica”, una piacevolissima rivista di divulgazione scientifica. Mi venne poi l'idea di allargare il discorso, approfondendo il rapporto tra lettere e numeri. Il libro è venuto su un po' alla volta, anzi la sua gestazione è stata molto tormentata: ma, visto l'impegno del tema trattato, è stato giusto così.

Perché nelle arti visive (da Kandinskij a Dalì, da Escher a Max Ernst, ma prima ancora vanno citati Paolo Uccello e Leonardo) e nella musica, si è accettato l'indagine matematica su quelle arti e, invece, nella letteratura sono in tanti a tentare di respingerla?

E' difficile rispondere. Mi viene da pensare che l'esercizio della pittura e la composizione musicale richiedono l'apprendimento preliminare di tecniche appropriate, che vanno talora a coinvolgere la matematica e dunque meglio predispongono nei suoi confronti, mentre l'uso della parola, e l'arte della scrittura che ne deriva, ci sono più connaturati e istintivi e possono prescindere, almeno inizialmente, da competenze matematiche. Ma non so se questa sia davvero una ragione convincente, o comunque sufficiente. A ripensarci, infatti, anche la poesia richiede abilità tecnica, oltre che predisposizione e talento. Perfino la prosa richiede spesso un gioco ad incastro, una ricerca sofferta del mot juste, che ha molto di combinatorio.

Qual è l'importanza dell'Oulipo nello scenario della letteratura contemporanea?

Come dicevo prima, sono soltanto un lettore curioso - matematico, ma lettore -, dunque non un esperto di storia della letteratura, meno che mai moderna. Credo però che l'esperienza dell'Oulipo, quando va a significare ribellione a schemi costituiti, ricerca di nuove vie espressive, rifondazione del linguaggio, sperimentazione non possa che ritenersi positiva e, per molti versi, addirittura "matematica". E' anche vero che certi esercizi oulipiani, tipo quello di escludere da un testo una vocale, possano sembrare pura stravaganza fine a se stessa. Tuttavia una simile destrezza non può certo prescindere da una padronanza completa della lingua. Vale poi quello che osservava Calvino, che l'effetto di queste apparenti stranezze sia spesso una leggerezza, una ricchezza, un'inventiva inesauribili. Penso allora che la letteratura debba sempre, in qualche modo, rimanere "oulipiana": mai cristallizzarsi in forme definite, ma aprirsi costantemente al nuovo.

Nel tuo libro, dai largo spazio a Gödel specialmente quando ti riferisci a Borges, al mondo dei sogni, e anche in altre occasioni. Perché proprio Gödel?

Credo che i teoremi di incompletezza di Gödel siano tra i risultati più affascinanti della matematica del novecento. Quando affermano - anzi dimostrano matematicamente - il limite della mente umana perfino nell'esercizio dell'aritmetica, e cioè l'impossibilità di organizzare un sistema razionale di assiomi e dimostrazioni che sappia provare o confutare qualunque affermazione sui numeri, stimolano facilmente riflessioni che vanno oltre il semplice ambito matematico. C'è in essi sia la percezione delle nostre incapacità logiche, conoscitive e deduttive, e insieme la precisa coscienza di queste incapacità: una tematica che non può non attrarre, o almeno incuriosire, un poeta, o un letterato attento ai progressi della scienza. Nell'ambito della dimostrazione di Gödel c'è poi il procedimento che assegna un numero di codice a ogni asserzione sui numeri, e dunque "confonde" in qualche modo i numeri di cui si parla e le affermazioni che si fanno a loro proposito. Crea così una sorta di ambiguità e di vertigine che richiama molti racconti e poesie di Borges: la Biblioteca di Babele, tanto per fare un esempio fin troppo facile.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Carlo Toffalori
L’aritmetica di Cupido
Pagine 256, Euro 16.50
Guanda


Dublinesque

Lo scrittore e saggista spagnolo Enrique Vila-Matas (Barcellona, 31 marzo 1948) - vincitore del Premio Rómulo Gallegos nel 2001 per il romanzo Il viaggio verticale e del Prix Médicis étranger nel 2003 per Il mal di Montano -, è indicato da diversi critici letterari come tra i maggiori scrittori spagnoli viventi.
Appassionato delle opere di James Joyce, dell ‘Ulisse’ in particolare, ha contribuito a fondare a Dublino l'Order of Finnegans e partecipa tutti gli anni al Bloomsday il 16 giugno.
E Joyce entra anche nel suo recente, vertiginoso, Dublinesque pubblicato da Feltrinelli.
Narra le avventure di Samuel Riba: l’ultimo editore di letteratura alle prese con la fine dell’era di Gutenberg. Si svolge in una Barcellona dove Riba consuma le sue giornate tra ricerche in Internet, a rileggere i libri amati e in surreali conversazioni con i due anziani genitori. Un giorno, fa un sogno dal quale ricava la convinzione che la rivelazione passa per Dublino. Convince allora alcuni amici ad andare con lui al Bloomsday e a percorrere insieme le vie fisiche e psichiche dell’Ulysses di James Joyce.
Riba vuole sapere se esiste lo scrittore geniale che non ha saputo scoprire in vita e celebrare uno stravagante funerale dell’era della stampa, già agonizzante con l’avvento dell’era digitale.
Il libro s’avvale di una luminosa traduzione di Elena Liverani.
Dottore di ricerca in Iberistica presso l’Università di Bologna, attualmente è professore associato di Lingua e traduzione spagnola all’università di Trento. Oltre ad alcuni saggi sulla letteratura del Seicento e sul teatro dell’Ottocento, le sue ricerche ora vertono principalmente sulla lessicografia e la fraseologia contrastiva. Per la sua produzione in dettaglio: QUI
A Elena Liverani ho rivolto alcune domande.
Qual è l’importanza di Vila-Matas nello scenario letterario contemporaneo?

E’ certamente uno degli autori spagnoli contemporanei più interessanti, che in patria ha saputo coniugare il consenso del pubblico con l’entusiasmo della critica, combinazione piuttosto rara. Credo si possa anche affermare che, insieme a Javier Marías, Vila-Matas è uno dei narratori con maggior proiezione a livello internazionale, e basta pensare al grande successo che ogni sua traduzione suscita in Francia. E anche questa circostanza non va considerata un dato scontato, visti gli innumerevoli casi di ottimi scrittori che all’estero non riescono a sfondare. Come sosteneva Augusto Monterroso, infatti, la vita di un libro non è mai prevedibile; qui in Italia, ad esempio, non ha mai avuto un riscontro significativo un altro grande autore spagnolo, Antonio Muñoz Molina; ma a prescindere da queste considerazioni di ordine generale, credo che il successo di Vila-Matas anche oltre i confini nazionali sia dovuto fondamentalmente all’originalità e alla coerenza del suo credo narrativo. Tutti i suoi testi, invariabilmente, rimandano a un unico tema, quello della letteratura, e si configurano come costruzioni fortemente intertestuali e metaletterarie impregnate di ironia. Ne sono un esempio fulgido, per citare qualche titolo, “Bartleby e compagnia, “Il mal di Montano” e l’ultimo in ordine cronologico, "Dublinesque", il cui protagonista, l’ex-editore Samuel Riba, decide di celebrare i funerali dell’era della stampa. Come tutti i testi di Vila-Matas, anche quest’ultimo romanzo è popolato da allusioni, richiami, citazioni, esplicite o interpolate in modo apparentemente neutro, tanto da non essere sempre facilmente riconoscibili, testuali o inventate e da un universo narrativo che molto deve a Joyce, a Beckett e naturalmente a Larkin, come si evince dal titolo del romanzo tratto da un’omonima poesia proprio di Larkin.

Qual è stata la principale difficoltà che hai superato nel tradurre quest’autore?

Tra le molte difficoltà che presuppone la traduzione di un testo così raffinato e cesellato, prevedibilmente lo scoglio maggiore è stato rappresentato dalla necessità di riprodurre quella vena ironica che impregna tutto il testo e la ricostruzione della fitta rete di rimandi intertestuali che ha reso necessaria la collaborazione dell’autore per quei casi in cui, ad esempio, le mie ricerche di un frammento de “L’ultimo nastro di Krapp” si erano rivelate infruttuose semplicemente perché Vila-Matas aveva deciso di riscrivere in stile beckettiano un passaggio da lui inventato, o perché il titolo di Truman Capote, “Altre voci altre stanze”, interpolato nel testo senza nessun segnale tipografico, nella sua versione spagnola - Otras voces, otros ámbitos - rendeva meno riconoscibile l’allusione.

Dal 1999 traduci Isabel Allende e altri autori. Si può affermare che ogni libro tradotto è un’esperienza a sé?

Sì, una sfida particolare. L’anno scorso mi sono cimentata con le difficoltà insiste nella scrittura di Vila-Matas e, parallelamente, con quella, molto diversa, ma straordinariamente complessa per l’ampio ricorso a varietà e registri di Alberto Manguel in “Tutti gli uomini sono bugiardi”. Come ricordavi, dal 1999 traduco Isabel Allende e la frequentazione di molti generi diversi (che spaziano dal libro di ricette, al romanzo storico, alla narrativa per ragazzi, alla scrittura diaristica) da parte della grande affabulatrice cilena ha fatto sì che a ogni romanzo mi dovessi misurare con problemi di resa sempre nuovi.

Per il sito web di Vila-Matas: QUI.
Per una scheda su “Dublinesque”: CLIC!

Enrique Vila-Matas
Dublinesque
Traduzione di Elena Liverani
Pagine 256, Euro 18.00
Feltrinelli


Art Detox


Da Vittore Baroni ricevo solo buone notizie come questa che rilancio qui di sèguito.

Nella tradizione dei Congressi Decentralizzati del Networker, degli Incontri Incongrui e delle Azioni Oscure, il 2010 ha visto la diffusione internazionale di un progetto collettivo aperto, della durata di dodici mesi, finalizzato ad una disintossicazione condivisa dalle tossine artistiche che opprimono la nostra esistenza quotidiana (quanti inviti a mostre, eventi o presentazioni riceviamo ogni giorno?).
Centinaia di persone in diverse parti del mondo hanno preso parte nel corso del 2010 a sedute terapeutiche di gruppo
ART DETOX; hanno compiuto “Test di Isolamento” visitando gallerie e musei con la testa nascosta dentro un sacchetto di carta o praticato “Test di Rilassamento” applicando sul corpo cerotti curativi Art Detox, giocando a calcio acquatico in una bacinella e pettinando bambole.
Anche le tue ARTerie sono intasate di tossine
?

Fin qui Vittore Baroni.
Passo la parola a me stesso. La documentazione conclusiva del progetto “Art Detox” 2010 è finalmente pronta: un libretto illustrato di 32 pagine (testi in italiano e inglese) con inserti e souvenir originali (tra cui il badge “Art Detoxed” creato da Gumdesign), più un cd-r multimediale contenente un’ampia selezione di testi e immagini e un “Art Detox Ep”: cinque brani di musica arterapeutica registrati in esclusiva da Rod Summers (Vecdor featuring Korka Helgadóttir), Gina Pritti Tutti al Lago, Ratto Goal, Gianluca Becuzzi e Le Forbici di Manitù.
Il costo di una copia della pubblicazione con cd-r, spedizione inclusa, è di 10.00 euro da inviare con vaglia postale (oppure francobolli o contanti occultati in busta chiusa) a: Vittore Baroni, Via Cesare Battisti 339, 55049 Viareggio (Lu).

Dopo aver visto l’Indice del volume, una Giuria (da me presieduta, e da me solo composta), ha decretato che il miglior titolo del libro+cd sia quello del Gruppo Le Forbici di Manitù: Per Ray Johnson, che aveva capito l’importanza del ritrarsi nel Nulla.

Ai più distratti ricordo che Ray Edward Johnson, nato a Detroit nel 1927, artista concettuale, è stato un personaggio chiave nel movimento della Pop Art.
E’ considerato uno dei padri fondatori della Mail Art e un pioniere dell'uso della lingua scritta nell'arte visuale.
Morì suicida, annegandosi. Aveva 68 anni; il suo corpo fu rinvenuto venerdì 13 gennaio 1995 a Sag Harbor Cove, Long Island.
Cliccare QUI per scritti e immagini


Cinemania

Con tutto il rispetto verso tanti critici cinematografici al lavoro sulla carta stampata, alla radiotv, sul web, quello che più stimo è Gianni Canova.
Scrive e dice in modo rapido, essenziale, dotto e birichino, lontano dal praticare la cultura come noia, cosa quest’ultima perniciosamente diffusa. E non solo negli studi sul cinema.
Non a caso l’invitai tempo fa nella mia taverna spaziale sull’Enterprise in occasione di una mostra sugli anni Settanta da lui realizzata alla Triennale; nel corso di quell’incontro si parlò anche di cinema e televisione; se v’interessa sapere che cosa ci siamo detti, cliccate QUI.
Per la sua biografia, invece, CLIC!
Recente un suo travolgente noir per Garzanti: Palpebre, vedi sito web.
Ha proposto un nuovo modo di presentare i film in tv, lontano da oleoso sussiego cardinalizio e sofferte espressioni di patimenti intellettuali; ecco un esempio QUA.
Tra le sue particolarità c’è pure quella di credere nelle risorse del cinema italiano, scorgendo nelle prove dei nostri autori valori che a molti suoi colleghi sono sfuggiti.
Va detto sùbito, però, che mai cede a incantesimi e non poche sono le critiche che rivolge alla nostra cinematografia. Le rimprovera, infatti, una marcata debolezza tecnologica sia in sede di lavorazione sia nel confronto con i nuovi media, diffidando colpevolmente di Internet e del web. Ne deplora l’arretratezza produttiva che talvolta la rende priva di una strategia di mercato, impreparata dinanzi alla transmedialità. Né risparmia biasimo a critici e organizzatori di festival vittime troppo spesso di “insopportabile snobismo esoterico o di inquietante e preoccupante conservatorismo”.
Insomma, dolce di sale non è.

L’occasione per l’incontro di oggi è data dall’uscita presso Marsilio di un suo nuovo libro: Cinemania 10 anni 100 film: il cinema italiano del nuovo millennio.
A Gianni Canova ho rivolto alcune domande.
Scrivi in prefazione: “… i cento film selezionati non sono in assoluto quelli che più piacciono all’autore di questo volume”.
Allora quali sono i criteri che ti hanno guidato nella scelta?

Ho scelto i film che a me sembrano più interessanti. Quelli che chi volesse capire fra 50 anni com'era l'Italia del primo decennio del nuovo millennio dovrebbe assolutamente vedere. Non tutti sono film che io amo. Ma gli amori sono - credo - una questione privata. Non è detto che perché li amo io debbano essere necessariamente belli per gli altri. La stessa cosa accade con le persone: non è che una donna sia necessariamente e universalmente bella solo perché piace a me. Così, alcuni film che io amo (ad esempio “L'odore del sangue” di Mario Martone) nel libro non ci sono (è un film che piace solo a me, e so anche il perché...), mentre ce ne sono alcuni che non amo ma che sono espressione di un problema o di una contraddizione. In genere, poi, tra un film pefettino ma algido, ben fatto ma scolastico, pulito e indifferente, e un film brutto ma appassionato, imperfetto ma vivo, sbagliato ma coraggioso, io preferisco senza dubbio il secondo.

A differenza di tanti altri critici, da tempo sei un sostenitore del cinema italiano che cosa ti ha portato a questa conclusione mentre in tanti si stracciavano le vesti?

Perché credo che il cinema italiano abbia ancora voglia di trovare la forma giusta per rendere visibile il mondo. Perché mentre Hollywood è in crisi, e buona parte del cinema europeo cincischia fra manierismi e calligrafismi, da noi sento circolare ancora indignazione, forza, energia, necessità. Ditemi un'altra cinematografia che nel giro di un paio d'anni abbia sformato tre capolavori assoluti come “Il divo”, “Gomorra” e “Vincere” di Marco Bellocchio. Io non ne conosco. Ditemi quale altra cinematografia possa vantare esordi eccellenti come quelli di Giorgio Diritti, Michelangelo Frammartino, Saverio Costanzo, e tanti altri. Gli incassi degli ultimi mesi, poi, sembrano indicare un ritorno forte di fiducia del pubblico proprio nel cinema italiano, che quest'anno ha raggiunto una quota di mercato ai livelli di quanto avveniva nel periodo aureo degli anni Sessanta.

Qual è la cosa che ti fa venire la scarlattina (o altra malattia della pelle a tua scelta) quando la noti in un film?

La varicella. Preferisco. Lascia tracce indelebili sulla pelle se la prendi tosta. Io mi sento prudere tosto se vedo il cinema fighetto. Quello furbo. Quello che ammicca all'ultimo successo e lo imita convinto di ripetere il successo. Mi viene la varicella di fronte ai film che si sdraiano nel fango pur di piacere a tutti. Quelli un po' ruffiani. Quelli carini carini carini. Se sento dire che un film è carino, subito diffido. Ma non sopporto più neppure il cinema intellettualisticamete snob, quello che se la tira, quello per il pubblico colto che detesta il cinema commerciale. Non capendo che la distinzione fra cinema d'autore e cinema commerciale appartiene al millennio scorso. Non sopporto la stupidità.

Per una scheda su Cinemania: QUI.

Per il sito dell’autore: DRIIIN!

Gianni Canova
Cinemania
Pagine 288, Euro19.50
Marsilio


Il vangelo della scimmia

Desmond Morris apre la sua famosa opera “La scimmia nuda” constatando che delle centonovantatre specie di scimmie conosciute, l’uomo appartiene all’unica che non ha peli.
Certo, sulla pelle ne ha pochi rispetto ai primati, ma in compenso ne ha molti sullo stomaco e, forse, sul cuore.
Quante sono le scimmie nella storia della letteratura?
Tantissime, dalla scimmia bugiarda di Esopo fino a quella che agisce da macabro giocattolo in pagine di Stephen King. Chissà, forse esiste in italiano o altra lingua un libro che ne fa un elenco, se non esistesse, bisognerebbe che qualcuno s’accollasse quell’immane fatica; ne verrebbe fuori un prezioso catalogo.
Sia come sia, a quella pelosa lista, da oggi bisogna aggiungere Maria, scimmia inventata da Christopher Wilson che ne fa personaggio motore di un suo vertiginoso libro intitolato Il vangelo della scimmia ambientato nel ‘700.
Lo ha pubblicato Meridiano Zero .
L’autore vive a Londra. Ha conseguito un dottorato di ricerca sulla psicologia dell’umorismo presso la London School of Economics. Parallelamente alla sua attività di scrittore, ha insegnato all’Università per dieci anni e ha tenuto dei corsi di scrittura creativa anche nelle carceri.

In modo voluto, Wilson indica discendenze della sua creatura da Kafka arrivando a intitolare il primo capitolo col nome di un famoso racconto del praghese: “Nella colonia penale”.
Maria, da mascotte di una nave da guerra che s’inabissa, diventa naufraga che, onda su onda, raggiunge una piccola isola chiamata Iffe.
Gli isolani, ultras della Bibbia, vivono in una società severamente gerarchica, che si è data norme austere dalle quali discendono sussiegosi rapporti fra gli abitanti attraversati da una repressa sensualità. Chiaramente, l’arrivo di Maria con i suoi grugniti, i salti, le posture bizzarre, rappresenta agli occhi degli Iffiani (o Iffesi?) un’immagine della lubricità, un estraneo di cui diffidare, un diverso da temere, non accettato dall’ipocrita loro verecondia.
Soltanto la Pazza del villaggio – si chiama Vera – alla quale un giorno gli Iffiesi (o Iffiani?) hanno ucciso i figli, accoglie la villosa creatura; anche Vera, resa pazza dal dolore e libera nella follia, bercia parole talvolta incomprensibili, ride sguaiatamente, siede con le ginocchia divaricate turbando sguardi e solitudini.
Ne viene fuori un feroce ritratto del pensiero unico e di coloro che in quello si riconoscono per meschinità e paura, un’amara satira delle religioni, una sarcastica immagine delle società chiuse in se stesse che temono chiunque voglia entrare fra le loro mura.
Come va a finire la storia di Maria? Di Vera? Degli abitanti di Iffe?
Accade che un giorn… no, non posso andare avanti altrimenti Marco Vicentini, patron di Meridiano Zero, s’arrabbia di brutto. In fondo, avrebbe ragione. Le librerie stanno lì apposta. Basta attraversarne la soglia. Entrando, intendo.

Christopher Wilson
Il vangelo della scimmia
Traduzione di Luigi Cojazzi
Pagine 160, Euro 13.00
Meridiano Zero


Cyberguerrieri dell'Est


In Cina, sono riusciti a realizzare il miracolo (perverso com’è ogni miracolo) di mettere insieme il peggio del comunismo con il peggio del capitalismo.
E pensare che tempo fa in Italia c’erano gruppi politici con aderenti che sognavano la Cina vicina (leggete un bel libro di Stefano Ferrante – ne ho dato notizia QUI – che aiuta a ricordare quegli anni); oggi parecchi di loro sono con Berlusconi.
Accanto ai grandi progressi dell’economia di quel paese, si deve, purtroppo, registrare – come segnala Amnesty International alla scheda Cina 2010 – continue restrizioni sulla libertà di espressione, di riunione e di associazione. Difensori dei diritti umani sono stati arrestati, tenuti agli arresti domiciliari, sottoposti a sparizioni forzate. Non si sono allentati i pervasivi controlli su Internet e sugli organi di informazione. Le campagne "colpire duro" hanno portato ad arresti su vasta scala nella Regione autonoma dello Xinjiang uiguro (Xuar). Nelle zone a popolazione tibetana è stato impedito un monitoraggio indipendente sulla situazione locale. Si continua ad attuare stretti controlli sui parametri della pratica religiosa. Prosegue la severa campagna contro la Falun Gong. E’ mantenuta in vigore, e largamente praticata, la pena di morte: colpo alla nuca e i familiari del giustiziato sono tenuti al pagamento della pallottola omicida.
Su quest’universo repressivo, si erge l’ombra di una sigla che dirige le operazioni sia all’interno del paese e sia all’estero per carpire informazioni: il Guoanbu, il servizio segreto cinese.
Per conoscerne la storia e le sue più recenti tecniche, c’è un documentatissimo libro della casa editrice Newton Compton che di recente ha pubblicato I servizi segreti cinesi Tutta la verità sull’intelligence più potente al mondo.
L’ha scritto il giornalista e scrittore francese Roger Faligot, autore di più di quaranta opere sui retroscena della storia moderna e i servizi informativi tra le quali, insieme con Jean Guisnel, il bestseller “Histoire secrète de la V République”.
Conduce in Rete un suo sito web

Il Guoanbu coordina una serie di sigle ognuna delle quali si occupa di specifici settori civili e militari, poi, in occasione di particolari eventi – com’è accaduto per le Olimpiadi del 2008 o per particolari ricorrenze, ad esempio, il ventennale della protesta di Piazza Tienanmen – crea speciali gruppi di lavoro.

Il più rilevante punto di forza dei servizi cinesi, così come riferisce Faligot, oggi è costituito dal programma “Scudo Dorato”. Lanciato nel 2006, costato allora 10 milioni di dollari, è andato evolvendosi grazie a 640.000 computer in rete, organizzati attraverso 23 sistemi.
Anche se nato con il primario compito del controllo degli internauti sul territorio nazionale, lo Scudo Dorato è un’efficace arma per attaccare anche siti all’estero con tecnica da crackers, infiltrarsi nelle informazioni industriali delle grandi ditte, negli apparati informatici militari stranieri; per questi scopi è stata addestrata una fitta schiera di cyberguerrieri.
Eppure tutta questa guerra tanto moderna e tecnologicamente avanzata, come ricorda Faligot in una delle pagine conclusive del suo volume, deriva da un libro antichissimo: “L’arte della guerra” di Sun Tzu (510 a. C.) che descrive come usare la gamma delle spie, numerose come le dita di una mano: Ci sono cinque tipi di agente segreto: l’agente locale, l’agente infiltrato, l’agente doppiogiochista, l’agente provocatore, l’agente itinerante. Quando questi cinque tipi di agenti lavorano in modo coordinato, senza che nessuno riesca a scoprirne l’azione, costituiscono il tesoro di un sovrano.

Il libro “I servizi segreti cinesi” si avvale di schemi che raffigurano organigrammi, di un Glossario, di una Cronologia, e di un elenco dei cinquanta più importanti dirigenti dei servizi cinesi di ieri e di oggi.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Roger Faligot
I servizi segreti cinesi
Traduzione di Giovanna Borotto
Pagine 384, Euro19.90
Newton Compton


Selciato e spiaggia

E’ annunciata l’uscita di un nuovo libro di Angelo Pretolani per la Fiorina Edizioni.
Il volume – in edizione limitata di copie – è intitolato Sotto il selciato c’è la spiaggia.
Contiene le prime 136 azioni dell'omonima performance realizzata da Pretolani su Facebook tra il 23 dicembre 2008 e il 9 giugno 2009.
“Sotto il selciato c’è la spiaggia” riporterà integralmente gli interventi-commenti postati nella bacheca della pagina Facebook da chi aveva interagito a ogni singola azione.
Il libro (brossura, 14,8 x 10,4 cm, 190 pagine, 15 euro), può essere prenotato, ottenendo uno sconto di 3 euro, inviandone comunicazione a info@fiorinaedizioni.com entro il 21 aprile 2011 .

Di questa prossima pubblicazione di Pretolani e delle sue finalità espressive se ne trova un'esplicativa traccia QUI in una conversazione del 2009 con Rosalba Troiano.


I sensi delle arti

Spesso le banche ci fanno inghiottire bocconi amari, ma non così l'UGF che oggi, 2 aprile, a Bologna, inaugura la Nuova Filiale Integrata e Sede Direttiva con uno zuccheroso evento d’arte, cultura e spettacolo aperto alla città intitolato Dolce Stil Novo I sensi delle arti.
Titolazione birichina perché qui l’arte si mangia proprio in forma di dolce, smentendo anche quel buontempone che tempo fa ha detto che con “la cultura non si mangia”.
E la ragazza che dalla locandina (in foto) porge una minitorta sembra farsi beffe di quel tale.
Lamberto Pignotti, capofila della poesia visiva italiana, protagonista d’imprese giocosamente irriverenti (all’opposto di quanti – e quanti sono! – che praticano la cultura come noia obbligatoria), offrirà una sua versione del “Dolce Stil Novo” in una performance verbovisiva e masticatoria che si terrà alle 19.00 nella bolognese Piazza Cavour.
La piazza in cui agirà il funambolico Pignotti, pasticciere di segni e sogni, conoscerà le scansioni d’architetture naturali di Manolo Benvenuti e le ambientazioni luminose e sonore di David Loom.
Seguiranno altri eventi che sullo stimolo concettuale fornito da Pignotti hanno progettato installazioni, opere e azioni, all’insegna dello scambio emozionale fra i sensi e i linguaggi artistici contemporanei trasformando Piazza Cavour in un unicum visivo e sonoro.

Per il programma in dettaglio: CLIC! su Cronopios.

“Dolce Stil Novo” non è, però, evento di un solo giorno perché rappresenta anche il lancio di una nuova iniziativa nata in collaborazione tra UGF e Librerie Coop: quattro presentazioni di volumi sul tema dell’arte a cura di Valerio Dehò, tutte alle ore 18.00 alla Libreria bolognese Coop Ambasciatori (via Orefici, 19).
Ancora una volta sarà Pignotti a inaugurare il ciclo martedì 5 aprile presentando il suo “Scrittura verbovisiva e sinestetica” (Campanotto Editore) scritto a quattro mani con Stefania Stefanelli.
Il volume tratta delle versioni della poesia non lineare: da quella concreta a quella visiva, dai calligrammi alla poesia tecnologica, dalla poesia in azione alle plurigrafie, e, inoltre analizza i portati dell’arte multimediale, dei libri oggetto, della mail art, della scrittura sinestetica. La tesi essenziale del volume è che la scrittura verbale ha un aspetto visivo che può essere potenziato e può prendere il sopravvento sul significato dei segni alfabetici. Tesi che viene svolta seguendo il tracciato degli anni che vanno dalle avanguardie storiche degli inizi del secolo scorso alla seconda metà del Novecento fino ad oggi, occupandosi delle sperimentazioni artistiche in atto.

A seguire “Words. Estetiche della parola” di Valerio Dehò (12 aprile), con l’autore interverranno gli artisti Luca Caccioni, Flavio Favelli, e il collezionista Carlo Palli; “Viva o abbasso, parole controverse” di Paolo Albani e Dario Longo (24 maggio), con gli autori, l’artista e critico Nanni Menetti e il poeta visivo Gian Paolo Roffi; “Fotografia e inconscio tecnologico” di Andrea Vaccari (31 maggio), con l’autore, Claudio Marra, docente di Storia della fotografia all’Università di Bologna.


Encyclomedia

In uno dei momenti più travagliati nella storia della scuola italiana, si avverte la necessità di dare nuovi strumenti e nuovi stimoli alla popolazione studentesca disorientata da molte discutibili decisioni e da indirizzi confusi.
I docenti, da parte loro, sono incalzati da vari affanni derivanti dalla mancanza di mezzi, dall’incertezza dei programmi, da una serie di ostacoli burocratici che non permettono loro di praticare un autentico rinnovamento dell’insegnamento.
Ecco perché è da salutare con gioia una preziosa iniziativa editoriale che si pone all’avanguardia delle tecniche didattiche, il suo nome è Encyclomedia.

Si tratta di un grande progetto multimediale pensato per lo studio e la diffusione della conoscenza storica, diretto da Umberto Eco (in foto), realizzato da Encyclomedia Pubblishers in collaborazione con Editori Laterza.
E' dedicato alla storia della cultura europea, dalle civiltà del vicino oriente antico al terzo millennio: storia politica e delle istituzioni, storia economica e sociale, storia della filosofia, delle religioni, della scienza e della tecnologia, storia della musica, della letteratura e del teatro, delle arti e dell'architettura, della comunicazione.
Per la sua natura interamente interdisciplinare, rende immediatamente evidenti i collegamenti spazio-temporali, per comprendere il contesto e le relazioni tra i personaggi, fra gli eventi e le idee, grazie alle più moderne pratiche di consultazione.

La Casa editrice Laterza promuove il progetto Encyclomedia nelle scuole avvalendosi della propria rete, a integrazione sinergica con la sua offerta digitale per proporre una forte innovazione dei contenuti e della pratica didattica.

Encyclomedia sarà presentata da Umberto Eco a Roma lunedì 4 aprile alle ore 17.30, presso la Casa Editrice Laterza in Via di Villa Sacchetti 17.


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