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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

La claque del libro (1)


Il libro di cui mi occupo oggi ha un pregio raro, non c’è, almeno nel nostro scenario editoriale, un precedente sull’argomento che tratta: la pubblicità riferita ai libri.
Editore Neri Pozza. Titolo birichino ed eloquente: La claque del libro; sottotitolo allettante che mantiene le promesse Storia della pubblicità del libro da Gutenberg ai giorni nostri.
L’autore è Ambrogio Borsani.
Vive a Milano, dove ha lavorato come direttore creativo in Doyle Dane Bernbach e altre agenzie internazionali di pubblicità. Ha fondato e diretto la rivista di storia del libro Wuz.
La sua attività di scrittore comprende romanzi e libri di viaggio ambientati nelle isole tropicali: Addio Eden, Tropico dei sogni, Stranieri a Samoa (Premio Chatwin), e nelle isole italiane: Avventure di piccole terre. Ha scritto molti libri per bambini tradotti in varie lingue. Ha insegnato comunicazione all’Orientale di Napoli, all’Università degli Studi di Milano e all’Accademia di Brera.

Il volume compie una cavalcata storica di lunghissimo percorso galoppando su di una scrittura veloce e raffinata che racconta aneddoti, spesso divertenti, raccoglie sulla comunicazione citazioni illuminanti da Aristotele ad oggi.
Di questo testo dovrebbe essere obbligatoria per decreto legge la lettura a tanti che lavorano negli uffici stampa oppure vorrebbero impegnarsi in quell’area lavorativa che oggi, e sempre più sarà, richiede veri professionisti e non improvvisatori. Talvolta, infatti, càpita di accorgersi che quello strategico ufficio è occupato da parcheggiatori abusivi.

Dalla presentazione editoriale
«Abbandonato l’utero dello stampatore il libro si trova di fronte la spaventosa giungla del mercato. Editori rivali, eserciti di concorrenti, scrittori invidiosi, cecchini della critica, influencer malevoli. E su tutti domina il nemico mortale: l’indifferenza del mondo. Contro questi pericoli l’editore provvede a sostenere alcuni dei nuovi nati con squadre di promotori, uffici stampa, agenti pubblicitari.
“La claque del libro” ricostruisce la storia delle promozioni editoriali nei secoli. A cominciare da Peter Shöffer, collaboratore di Gutenberg che nel 1469 per primo ebbe l’idea di stampare un foglio con diciannove titoli e di affiggerlo ai muri.
Il libro di Ambrogio Borsani ripercorre le tappe fondamentali delle operazioni di sostegno al libro intrecciandole con la storia della pubblicità. Da Shöffer a Renaudot, primo teorico dello scambio. Da Parmentier a Diderot, infaticabile promotore dell’Encyclopédie. La grande stagione dei manifesti, da Chéret a Depero. Si ricostruiscono le case-histories di lanci clamorosi come quello di Fantomas, l’esempio più sorprendente di marketing tra i libri seriali del primo Novecento, e altri eventi straordinari come Via col vento e Il Piccolo Principe. Storie di grandi scrittori come Mark Twain, Hemingway e Steinbeck che si prestavano volentieri alla pubblicità. Un viaggio tra grandi successi e tonfi paurosi, fino a osservare il libro al tempo dei social. Follower, influencer, like, stroncature, cuoricini, emoticon ammiccanti o dispettosi, incensi e veleni della rete. Dai metodi inflazionati di promozione che promettono a tutti un grande successo al singolare caso di Rupi Kaur, astuta regina della poesia social. La storia del libro come racconto appassionante di splendori e miserie del mondo editoriale».

Il libro si i giova di un ricco corredo fotografico quanto mai utile visto il tema trattato.

Segue ora un incontro con Ambrogio Borsani.


La claque del libro (2)

Ad Ambrogio Borsani (in foto) ho rivolto alcune domande

Da quali motivazioni è nato questo libro?

Ho lavorato in pubblicità per venticinque anni, nel frattempo scrivevo di notte e riuscivo anche a pubblicare qualcosa. Come pubblicitario avevo curato campagne pubblicitarie per Bompiani, Einaudi, il Melangolo e altre case editrici. Ho pensato di unire queste due mie ossessioni e raccontare com’è nata e si è sviluppata la pubblicità editoriale. Non esiste un libro su questo argomento, come ha ricordato lei prima, ho dovuto ricercare in atti di convegni delle università americane e europee. È stata una sorpresa anche per me scoprire cose che nessuno aveva mai raccontato, perché la pubblicità del libro è ancora un po’ tabù. Si fa ma non si dice. Gli autori in pubblico negano di averne bisogno, in privato ossessionano l’editore perché faccia qualcosa.

A suo parere qual è la prima cosa da non fare nel promuovere un libro

Seguire i consigli di migliaia di manuali digitali che appaiono in rete e assicurano centomila copie a tutti. Servono idee originali, non seriali.

Le tecniche per promuovere un libro sono, nelle loro fondamentali mosse, applicabili anche alla promozione di prodotti culturali quali film, concerti, spettacoli teatrali?

Le promozioni per le opere culturali hanno in comune alcune caratteristiche, ma poi occorre sempre originalità, adesione alle sensibilità del target. Il lettore e lo spettatore teatrale hanno molte cose in comune. Ma per i film e i concerti il pubblico può essere molto diverso ogni volta.

È possibile promuovere un libro nel quale non si crede o scisso dai propri gusti personali?

Questo è il triste compito degli uffici stampa. È un lavoro difficile, io non saprei farlo. Se mi chiedessero di osannare Houellebecq o Franzen, non riuscirei, li trovo sopravvalutati. Però quando facevo il pubblicitario sostenevo prodotti in cui non credevo, automobili, creme di bellezza, merendine…Quando uno affronta un compito professionalmente, per vivere, deve spogliarsi dei suoi gusti e pensare al pane (e companatico). Ma con i libri diventa più difficile.

Perché parecchi autori (specie in Italia) si fanno un vanto di non curare la promozione del proprio lavoro? Eppure esempi maiuscoli, come il suo libro dimostra, li troviamo anche fra grandi nomi della letteratura e non soltanto nella letteratura

Si vergognano di dire che il loro libro sta in piedi per il sostegno e non per il contenuto. Ma anche il contenuto ha bisogno di sostegno. Poi, come ho già detto, in privato, nascondendo la mano, reclamano la pubblicità. Ma in pubblico negano…

Gigi Malerba, come lei ricorda nel libro, fu massacrato da tanti cosiddetti puristi perché accettò una pubblicità Vodafone nelle pagine di “Città e dintorni” di cui era autore e che, peraltro, consentì d’abbassare il prezzo del volume. Non le sembra che, invece, quella pubblicità o sponsorizzazioni possano essere un mezzo per favorire il mercato del libro?

Nella storia editoriale sono stati fatti molti esperimenti di questo genere. Come racconto nel mio libro già ai tempi di Dickens si infarcivano di pubblicità i romanzi a dispense. Dipende dal libro e dal tipo di pubblicità. Anche Tony Morrison accettò nel suo primo libro di inserire la pubblicità. Addirittura per le sigarette… E poi vinse il Nobel. Tutto quello che serve alla diffusione del libro (precisando: della buona letteratura) può essere praticato. Poi qualcuno sarà disposto a spendere qualche euro in più per leggere Shakespeare senza essere interrotto dalla pubblicità della carta igienica. Io, per esempio.

Qual è il suo giudizio sugli uffici stampa degli editori italiani? Mi sembra, inoltre, che proprio nella media e piccola editoria si registrino mancanze o affanni

La piccola editoria è svantaggiata in questo senso. Primo: gli uffici stampa sono un costo che a volte il piccolo editore non può permettersi. Secondo: i direttori delle pagine culturali, sovraccarichi di richieste, accolgono le telefonate dei grandi editori e a volte per mancanza di tempo, per soffocamento, per interessi più grandi, o anche per compiacere i centri di potere, dedicano poco tempo o addirittura niente ai piccoli. I poveri uffici stampa dei piccoli fanno una fatica enorme per bucare la barriera dietro cui sono barricati i direttori di pagine, di rubriche televisive o radiofoniche culturali. La rete e i social in parte aprono più possibilità ai piccoli editori. Alcuni influencer ascoltano anche i piccoli, almeno fino a quando non diventano troppo importanti ed entrano nel gioco dei potentati.

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Ambrogio Borsani
La claque del libro
Pagine 188, Euro 16.50
Neri Pozza


Lo schermo dell'Arte


Alla Fondazione Ragghianti di Lucca – diretta da Paolo Bolpagni – è in corso un ciclo di proiezioni dedicate ai protagonisti dell’arte contemporanea.
E proprio a Bolpagni si deve un maiuscolo rilancio della Fondazione che ora è proiettata su di uno scenario nazionale che si sta accorgendo del valore delle proposte provenienti da Lucca.
Ottima scelta è quindi stata questa nomina da parte della Cassa di Risparmio lucchese e del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Ragghianti.

Come l’Ufficio stampa proprio della Fondazione informa, dopo il successo delle due precedenti edizioni, torna l’ormai tradizionale ciclo di proiezioni di video, film e documentary L’arte sullo schermo.
Curata da Alessandro Romanini, la rassegna, fortemente voluta dal presidente Alberto Fontana e realizzata in collaborazione con il Lucca Film Festival - Europa Cinema, è quest’anno incentrata sull’arte contemporanea, da Marcel Duchamp fino ad oggi.
È proprio nella linea di ricerca tracciata da Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei principali teorici e pionieri dell’utilizzo del medium audiovisivo per l’interpretazione e la divulgazione dell’arte, che la Fondazione a lui intitolata promuove questo nuovo ciclo di proiezioni.

Dal comunicato stampa.

«Il primo appuntamento, il 12 gennaio, è stato dedicato a due protagonisti del Novecento, Marcel Duchamp e Andy Warhol.
Nel filmato “Nudo che scende le scale: il tempo spirale”, realizzato da Alain Jaubert con il contributo del Centre Georges Pompidou di Parigi, il dipinto di Duchamp che dà il titolo al documentario è il punto di partenza per l’analisi della complessa opera dell’artista francese, considerato il padre del filone concettuale dell’arte del XX secolo.
È dai dieci ritratti (in foto) che Warhol eseguì dell’attrice Elizabeth Taylor che prende invece le mosse il documentario “Ten Lizes”, realizzato sempre da Alain Jaubert: da qui parte un articolato percorso nella carriera del più famoso esponente della Pop Art statunitense.

Sabato 19 gennaio sarà proiettato il documentario “The artist is present”, sulla madre della performing art Marina Abramović, della quale è in corso fino al 20 gennaio la mostra “The Cleaner” a Firenze a Palazzo Strozzi. Il regista Matthew Akers segue l’artista serba durante il periodo di preparazione della grande retrospettiva dedicatale dal Museum of Modern Art di New York nel 2010, conducendoci alla scoperta di tutti gli aspetti di una carriera quasi cinquantennale.

Bill Viola è il protagonista del documentario “The road to St. Paul’s”, che sarà proiettato sabato 26 gennaio. È lo stesso artista statunitense, celebrato nei principali spazi museali dei cinque continenti, a guidarci nella genesi delle due grandi videoinstallazioni realizzate su commissione per la Cattedrale di Saint Paul a Londra, debitrici dell’iconografia rinascimentale toscana, che costituisce la fonte d’ispirazione di molti suoi lavori.

La rassegna si chiude con un italiano, il sempre sorprendente e imprevedibile Maurizio Cattelan, cui è dedicato il documentario di Maura Axelrod “Be right back”, che si avventura nell’universo creativo dell’artista in maniera dinamica, divertente e travolgente, seguendone le tracce attraverso interviste e testimonianze di galleristi, critici e amici, punteggiate dai racconti e dagli aneddoti dell’ex fidanzata, della sorella Giada e dell’attuale compagna di Cattelan, divenuto famoso nel 1999 con la scultura raffigurante papa Giovanni Paolo II a terra colpito da un meteorite.
Tutti gli incontri, a ingresso libero, alle 17.00, saranno preceduti da una presentazione e guida alla visione a cura di Alessandro Romanini».

Ufficio Stampa Fondazione Ragghianti: Elena Fiori.

Fondazione Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
Lo schermo dell’Arte
Info: 0583 – 467 205
Fino al 2 febbraio



Eugenio Barba a Roma


Da oggi 17 gennaio al 17 febbraio il Teatro Valle ospita Gli spazi segreti dell’Odin Teatret, una mostra installazione sui 54 anni di attività della compagnia fondata nel 1964 da Eugenio Barba nato a Brindisi nel 1936.
Direttore, fondatore e leader di Odin Teatret, ricercatore performativo, fondatore di Theatre Anthropology. Affascinato dal teatro di Jerzy Grotowski, Barba ne divenne dapprima un promotore in Occidente scrivendo il primo libro su di lui (“Alla ricerca del teatro perduto”, 1965), poi un continuatore e amplificatore della pratica teatrale dell’artista polacco.
All'inizio degli anni '70 si era già affermato come uno dei protagonisti del teatro indipendente nel mondo.
La mostra è un’ottima occasione per conoscere quella tipologia di teatro, dalla quale sono molto lontano, che ha però un’indiscutibile importanza nella storia del teatro contemporaneo.
Rispondendo a un’intervista di Emanuele Profumi nel 2017, Barba disse: L’Odin ha creato soprattutto un ambiente. La realtà di un teatro come ambiente, e non come spettacolo…questa è una mia ossessione: il teatro non è uno spettacolo, il teatro e lo spettacolo sono due cose diverse. Il teatro è un laboratorio sociale. Abbiamo vissuto in questa cittadina, Hostelbro, una cittadina danese di 50 mila abitanti, che quando siamo arrivati ne aveva 16 mila. Molto religiosa. Dove non c’era nessuna tradizione teatrale. E dove, all’inizio e per molto tempo, le persone hanno rifiutato l’Odin. Per almeno una decina d’anni. C’è stato un rifiuto dei nostri spettacoli, perché non riuscivano a riconoscerli per ciò che erano. La norma teatrale…Ma abbiamo avuto anche, però, una generazione di politici che per anni non si sono fatti piegare da queste reazioni dei loro elettori, e ci hanno aiutato. Per questo oggi l’Odin è l’esempio di un teatro parallelo a tutte le mode e a tutti i diversi sistemi teatrali, che funzionano, che hanno il loro pubblico, la loro funzione. Ma è come se l’Odin ne fosse rimasto estraneo, come una specie di cane randagio che, però, ha accumulato un certo prestigio che gli permette di intervenire in determinate situazioni e di creare dei contesti politici.

Dal comunicato stampa.
«Nella mostra “Gli spazi segreti dell’Odin Teatret” i visitatori saranno invitati a costruire ciascuno il proprio percorso fra installazioni video, manifesti che hanno segnato la storia della compagnia, scenografie ricostruite e film per addentrarsi nel mondo dello storico gruppo teatrale, con particolare attenzione ai diversi aspetti della relazione dell’Odin Teatret con lo spazio.
In esposizione: l’albero/scultura presente nella scenografia dello spettacolo “L’albero”; una mostra curata da Selene D’Agostino con fotografie, manifesti e oggetti sullo sviluppo degli spazi di lavoro dell’Odin Teatret a Holstebro in Danimarca, dal titolo “La casa dell’Odin”; l’installazione video dell’artista visuale tedesco-italiano Stefano di Buduo “Visione dell’Odin”; il romanzo fotografico in forma di video del fotografo danese Jan Rüsz sullo spettacolo “Il milione”; sarà proiettato in prima visione italiana il film “Lo spazio instabile del teatro” (45 minuti) di Eugenio Barba e Claudio Coloberti; la mostra “I manifesti dell’Odin” curata da Silvia Ruffini; infine con La Cineteca dell’Odin una proiezione continua di film dell’Odin Teatret per tutta la durata della mostra.

Si segnala inoltre, che dal 12 al 24 febbraio al Teatro Vascello andrà in scena ‘L’Albero’, dedicato a Inger Landsted, terzo capitolo di una “Trilogia sugli Innocenti” messa in scena dall’Odin Teatret. Uno sguardo dolente sulla storia dell’umanità, che parte dai sogni e dalla tenerezza di una bambina per arrivare alla crudeltà dei signori della guerra. Ispirato dalla cronaca drammatica della contemporaneità, “L’albero” sposta la propria azione dalla Siria alla Nigeria, alla Serbia, alla Liberia, mostrando un’autentica poesia della morte e dell’innocenza, spettacolo in cui la lingua teatrale di Eugenio Barba, ormai antropologia e storia, si esprime con forza: la fisicità degli attori, la compresenza di culture sceniche e linguaggi diversi, la musica come elemento drammaturgico, la scena che è simbolo e narrazione.
Chiudono l’esposizione Eugenio Barba e Julia Varley che incontreranno i visitatori il 14 febbraio (ore 12.00)».

Ufficio Stampa: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 – 345.44 65 117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

Gli spazi segreti dell’Odin Teatret
Mostra installazione in collaborazione con Odin Teatret,
Abraxa Teatro, Teatro Vascello, Università di Roma Tre (Biblioteca delle Arti)
Info: 06 - 65 744 441; 06 - 688 03 794
giovedì venerdì e sabato dalle 17.00 alle 20.00
domenica dalle 11.00 alle 18.00
Da oggi 17 gennaio al 17 febbraio
Ingresso libero


Ore 18.00, l'orario è finito


La fotografia documentaristica è un'attività espressiva che si propone di riprodurre momenti della società attraverso la cronaca per immagini della realtà.
Riporta Wikipedia: “Nacque in Inghilterra nel 1877, ad opera di John Thomson e Adolph Smith, due reporter londinesi che immortalarono i quartieri più poveri della città tra le pagine del volume Street life in London”.
Il libro riscosse grande successo, anche grazie alla particolare pubblicazione delle fotografie, stampate con la tecnica della woodburytipia, un procedimento fotografico per la stampa brevettato nel 1864 da Walter Bentley.
Per un’ulteriore definizione, lascio la parola a Michel Christolhomme, autore del libro ‘La fotografia sociale’: “È una vocazione e un impegno per chi la pratica. Dal diciannovesimo secolo ad oggi, la fotografia sociale non ha mai smesso infatti di registrare l'inesorabile resoconto della tragicità della condizione umana. Mostrando i drammi nascosti, e, in alcuni casi, è riuscita persino a migliorare le sorti delle persone ritratte”.
Oggi nuovi temi si propongono a questo tipo di fotografia dettati dai nuovi media. Tanto per dirne una soltanto, è necessario raccontare una storia adeguandola alla ricezione di più piattaforme. Non è soltanto un problema tecnico perché investe norme di linguaggio.

Questo tipo di foto può essere anche una fotografia d’arte? Certo che lo può.
Dipende dal fotografo. Infatti lo è stata, lo è, e lo sarà.
Un buon esempio di foto che unisce occhio di cronaca e sguardo d’arte è dato da una mostra intitolata Ore 18:00. L’orario è finito allo Spazio Bookshop della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
L’autore degli scatti è Massimiliano Camellini.
Nato a Venezia nel 1964, negli anni ‘90 si avvicina alla fotografia di ricerca.
Dal 2001 realizza progetti costituiti da serie di opere dedicate a temi universali. La prima serie è dedicata agli istinti e ai sogni dell’uomo: appartengono a questo ciclo Oltre le Gabbie (2001), I Volanti (2004), Duel (2006), Nuove Arene (2009), Il laboratorio dell’ossessione (2010), Ore 18.00, l’orario è finito (2012) e l'ultimo Al di là dell'acqua (2016). Le sue foto sono conservate in musei e collezioni di fotografia ed arte contemporanea di tutto il mondo. Ha esposto in Europa e nei paesi dell'Estremo Oriente. Vive e lavora tra Reggio Emilia e Milano.
Cliccare QUI per il suo sito web.

Dal comunicato stampa

«”Ore 18.00 L’orario è finito” è un progetto fotografico realizzato da Massimo Camellini, e curato da Lorand Hegyi.
Il lavoro è stato esposto, a partire dalla sua prima presentazione al MIA (Milan Image Art Fair) del 2013, nell'ambito del Festival Fotografico Europeo 2013 presso il Museo del Tessile di Busto Arsizio, all'interno della rassegna Italian Nostalgia presso il Museo della Fotografia di Seoul nel 2014 ed è stato presentato anche nella mostra "La suite du temps" organizzata dal MAMC - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Saint Etienne nel 2015.
Ora approda a Torino, territorio di partenza di questa ricerca, da un punto di vista iconografico ma anche emotivo e storico.

Il luogo all'interno del quale si è sviluppato il lavoro di Camellini è l'antico Cotonificio Leumann di Collegno, in provincia di Torino, al centro dell’innovativo villaggio operaio; l'industriale Napoleone Leumann lo fece costruire attorno all'opificio tra fine Ottocento e inizio Novecento. Fu un esperimento imprenditoriale illuminato che si faceva carico della riproduzione delle stesse risorse sociali sulle quali la fabbrica incideva.
Le immagini sono state realizzate dal 2010 al 2012, e raccontano la presenza dei lavoratori che hanno vissuto la fabbrica e che l'hanno lasciata varcando per l'ultima volta quei cancelli nell'aprile del 2007, quanto fu chiusa per sempre. Ogni cosa era stata lasciata al suo posto, quasi a significare che la cessazione dell'attività fosse stata improvvisa. Le immagini ricostruiscono l'ultimo giorno di lavoro, quel momento dove la fine dell'orario lavorativo, alle ore 18.00, ha coinciso con la fine di un'epoca.
Lorand Hegyi, nel suo testo dedicato al progetto "Oggettività versus empatia. Note sulle ricostruzioni fotografiche di possibili azioni di vita", scrive: "Le immagini parlano di un certo passato, fanno da tramite, trasmettono un mondo che non esiste più, ma che è ancora riconoscibile nelle tracce lasciate, un mondo con le sue gioie e le sue miserie, con i suoi piccoli avvenimenti e le sue grandi strutture, che hanno determinato i più piccoli dettagli nella vita degli attori di un tempo ... Massimiliano Camellini ci mostra il passato attraverso l'avvicinamento ai piccoli, quasi invisibili e insignificanti dettagli del presente, che portano in se stessi la totalità del passato. Così nasce la melanconia, la interiorizzazione fatalistica del trascorrere del tempo, mentre noi sperimentiamo empaticamente l'intera Lebensvergangenheit (il passato che diviene progressivamente una componente del contemporaneo) nell'ambiente che ci circonda».

Ufficio Stampa. Irene Guzman: 349 / 12 50 956; irenegzm@gmail.com

Massimiliano Camellini
L’orario è finito
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Spazio Bookshop
Via Modane 20, Torino
Orari di apertura: giovedì dalle 20 alle 23
dal venerdì alla domenica dalle 12 alle 19
18 gennaio - 17 febbraio 2019


Compleanno dell'Arte

Nel 1994, adocchiai sul banco di una libreria un volumetto intitolato “Il gioco dei giorni narrati” di un autore o autrice che si firmava Toni A. Brizzi e di cui non erano date notizie biografiche. Non ci voleva molto a capire che si trattava di uno pseudonimo. Librino magnifico che riportava per ogni giorno dell’anno, dal primo gennaio al 31 dicembre, una citazione tratta da un romanzo in cui ricorreva proprio quella data.
Passò diverso tempo, nel 2010 seppi che dietro quel nickname si occultava Antonella Sbrilli, l’occasione di svelare quel piccolo mistero onomastico e d’incontrarla fu la mostra Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in italia da lei ideata insieme con Ada De Pirro.
Antonella è donna non solo di grande cultura, ma possiede grazia rinascimentale, vertiginosa intelligenza, saettante humour,, il tutto dispiegato in un’elegante ritrosìa, in una gattesca timidezza.
Da allora ho seguito le sue imprese sapienti e festose che omaggiano e oltraggiano perché la tipa pratica il colto e non il culturale.
Nel 2013 “Il gioco dei giorni narrati” operazione che aveva la bellezza che solo una luminosa inutilità possiede, approdò in Rete dove, ingigantendosi, ancora trionfa intitolato Dicono di oggi.
La invitai allora nella taverna spaziale che ho aperto vent’anni fa sull’Enterprise di Star Trek e se volete sapere che cosa ci dicemmo: CLIC!
Altre sue competenti coazioni si hanno con Tempo e Denaro e anche Dall'oggi al domani.
Insieme con altri suoi degni compari conduce un gioco in Rete, ancora in corso, che ha per nome 26 lettere dal confine.

Nessuna sorpresa, quindi, se la troviamo a festeggiare il compleanno dell’arte che nonostante abbia più di un milione di anni, non li dimostra, e corre vispa da un graffito rupestre a pulsanti pixel imbarazzando bambinaie e badanti.
Compleanno dell’arte? Facciamoci illuminare da Antonella che al Macro Asilo di Roma ha ideato un festeggiamento per il ghiotto anniversario.
Lei così scrive: «Il 17 gennaio 2019 l’arte festeggia il suo 1.000.056° compleanno. Che l’arte possa avere una data di nascita ufficiale è un’idea dell’artista francese Robert Filliou, che l’ha formalizzata nel 1963 nel poema intitolato “L’Histoire chuchotée de l’Art” (La storia sussurrata dell’Arte) nel quale si racconta come “tutto ebbe inizio il 17 di gennaio di un milione di anni fa. Un uomo prese una spugna asciutta e la intinse in un secchio pieno d’acqua. non importa chi fu quell’uomo. egli è morto, ma l’arte è viva”.
La data del 17 gennaio corrisponde al compleanno di Filliou stesso – geniale inventore di opere giocabili, di paradossi e di progetti partecipativi – e diventa la data originaria a cui far risalire la prima traccia della capacità creativa del genere umano. Dal 1973, infatti, prima in Germania e in Francia e poi in una rete più ampia di paesi, l’Art’s Birthday è festeggiato con iniziative disparate: la pagina artsbirthday.net raccoglie le partecipazioni all’anniversario e il programma delle iniziative».

Il centro della giornata celebrativa è affidato all’artista oplepiano Aldo Spinelli che sarà cerimoniere della festa con la sua "storia millimetrata dell'arte".
Di che cosa si tratta? Ancora Antonella Sbrilli.
«Il progetto di Aldo Spinelli – come lo descrive egli stesso – prende spunto dalla pretesa di visualizzare il numero 1000056 (unmilionecinquantasei) nella sua vasta estensione che tuttavia può essere riconducibile a dimensioni umane se l’unità di misura scelta è più o meno contenuta e minuscola. Come si potrebbe presentare, per esempio, una superficie di un milione e poco più centimetri quadrati? Beh, occorrerebbe un mezzo campo da tennis. Allora i millimetri: 56 millimetri in più di un metro quadro, lo spazio minimo che ci è necessario anche in un posto affollato.
Scomponendo 1000056 nei suoi fattori primi si ottiene 2 x 2 x 2 x 3 x 41669 in cui i divisori più piccoli del numero, se moltiplicati tra loro, possono suggerire un’altra idea: 2 x 2 x 2 x 3 = 24 proprio come le ore del giorno.
In 24 ore (o in 24 giorni) si possono dunque realizzare altrettante immagini ognuna delle quali ha la superficie di 41669 millimetri quadrati: 24 x 41669 = 1000056. Quali immagini? Delle semplici forme che richiamano, alludono a 24 “soggetti” tipo che hanno caratterizzato la storia dell’arte: dalle impronte dell’uomo primitivo al ritratto, dal quadrato nero di Malevic al taglio di Fontana, dalla pop art all’arte concettuale.
Queste immagini saranno prodotte in presenza del pubblico e con tecniche varie avendo come unico comun denominatore la carta millimetrata. Da qui il tiolo della manifestazione».

A cura di Antonella Sbrilli
Art’s Birthday 2019
Aldo Spinelli
L’Histoire millimétré de l’Art.
Macro Asilo
Via Nizza 138, Roma
Sala Media dalle 10.00 alle 18.00
Solo il 17 gennaio
Ingresso Libero


L'Ateo


L’Uaar (Unione Atei e Agnostici Razionalisti), come già altre volte ho segnalato in queste pagine, tra i suoi mezzi di comunicazione si avvale del bimestrale L’Ateo diretto da Francesco D’Alpa e Maria Turchetto.
Splendida la copertina (in foto) di questo numero con una vignetta di Altan.

Il prete - Ci sono anche pedofili laici!
Bambino - Mi toglie un gran peso
.

Dopo il frizzante editoriale di Maria Turchetto, si legge un’analisi della figura di Papa Bergoglio che con troppa disinvoltura “dopo il grigio e dogmatico Benedetto XVI” – come scrive Ascanio Bernardeschi – è definito rivoluzionario.

Altre firme, su altri argomenti, di Marco Marzano (“Abusi sessuali del clero cattolico”), Roscoe Stanyon e Francesca Bigoni (“Un ricordo di Luca Cavalli Sforza”), Carlo Bernardini (“Educare etsi deus non daretur”), Fulvio Caporale (Il seno, i gesuiti e il ‘parapetto’), Carmelo La Torre (“Il creatore e i ricercatori”), Roberto Grendene “La fede non è uguale per tutti”) .

In questo numero consigli di lettura in un inserto intitolato: Index Librorum Legendorum.
Seguono rubriche dedicate a recensioni e lettere dei lettori, il tutto scandito da divertenti vignette.

Redazione de L’Ateo: Casella Postale 755, 50123 Firenze Centro.
E-mail della redazione: lateo@uaar.it
Per la rubrica delle lettere: lettereallateo@uaar.it

L’Ateo costa 4.00 euro ed è acquistabile nelle seguenti librerie.

In queste biblioteche lo si può consultare.

Cliccare QUI per l’Archivio dei numeri precedenti.


Arte, Tecnologia e Scienza (2)


A Marco Mancuso (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come e perché nasce questo libro?

Il libro nasce dall’esperienza accumulata con la piattaforma Digicult che dirigo dal lontano 2005 relativamente all’impatto delle tecnologie e delle scienze sull’arte e la cultura contemporanea. Come specificato più volte nel testo e come sanno quelli che seguono le mie ricerche e le attività di Digicult, il mio approccio fortemente interdisciplinare, legato a una personale visione postmediale dell’arte e della cultura nella quale viviamo - secondo i dettami di teorici e critici come Felix Guattari nel suo “Vers une ère post-média” e più recentemente Peter Weibel in “Postmedia Condition” o Rosalind Krauss in “L’arte nell’era postmediale” - mi ha condotto negli ultimi anni da un lato a un costante processo di osservazione e riflessione critica del presente, dall’altro alla necessità di sviluppare le mie ricerche in altri ambiti paralleli a quello del critico, maggiormente legati a processi espositivi e al lavoro a diretto contatto con artisti, curatori, festival, network e soprattutto con i principali centri di produzione, ricerca e formazione nel campo della New Media Art, cercando di studiare e intuire come i modelli di produzione, esposizione, vendita, stessero gradualmente evolvendo verso nuovi modelli mai conosciuti in passato, o che dal passato prendevano spunto ed esperienza per trasformarli in qualcosa di inedito.

E allora quando hai sentito la necessità di mettere tutto questo in un libro?

Per molti anni non ho sentito la necessità di fermare tutto questo nella forma libro, considerandolo un oggetto troppo statico e non del tutto adatto – soprattutto rispetto alle potenzialità offerte dalla rete - a descrivere in una forma duratura nel tempo un processo di produzione così ampio e stratificato, legato a uno sviluppo tecnologico il cui impatto su estetiche e linguaggi del contemporaneo era ancora troppo rapido per poter essere congelato e “storicizzato” in chiave critica. È chiaro che parallelamente al fatto che l’ultimo decennio abbia visto un graduale, per quanto pachidermico, riconoscimento della New Media Art nei circuiti e nei mercati dell’arte contemporanea – solo nell’ultimissimo periodo potrei citarti la mostra di Hito Steyerl al Castello di Rivoli, la retrospettiva sui lavori di Rafael Lozano Hemmer all’Hirshorn Museum di Washington, nonché l’attenzione dedicata a queste pratiche nel corso dell’ultimo Art Basel Miami – al contempo molti dei suoi processi di produzione, diffusione e distribuzione sono divenuti consapevoli e capaci di dialogare sia con il mondo delle istituzioni che con quello delle industrie. Così come è aumentata la consapevolezza da parte di addetti ai lavori e della società in generale sulla capacità delle tecnologie e delle scienze di raccontare in chiave critica le complessità del contemporaneo, e di poterlo fare utilizzando chiavi di lettura, linguaggi, pratiche ed estetiche anche sorprendentemente diverse tra loro…

… siamo al punto in cui è giunta l’ora della pubblicazione

Già, nonostante quindi le resistenze siano ancora fortissime in molti ambiti e in generale regni spesso confusione e pressapochismo, il tempo per la pubblicazione di un libro era forse maturo. Un testo che potesse collocarsi alla conclusione di un flusso decennale di ricerche (da parte mia) e di maturazione (da parte del contesto di riferimento), che potesse essere quindi raccontato in riferimento alle esperienze storiche delle avanguardie e alle prospettive (attuali e future, positive e negative) di uno sviluppo tecnologico, scientifico e cultuale senza precedenti. Una pubblicazione che potesse durare negli anni, per ribadire le teorie della postmedialità e rafforzarne la loro attualità, arricchendole di ulteriori livelli di senso nell’abbattimento di qualsiasi barriera disciplinare segnata dall’utilizzo di un specifico medium che si ritraduce troppo spesso in pratiche artistiche definite, in interessi curatoriali legati a specifici ambiti spesso contingenti a precise pratiche di mercato, per non rischiare una banalizzazione del concetto o peggio la diffusione di idee incomplete e incapaci di raccontare il contemporaneo artistico nella sua reale complessità.

Digicult, da te ideata e diretta, è da vent’anni uno dei punti nobili della Rete per chi si occupa di nuovi media. Vorrei che tu ne facessi in sintesi un ritratto delle sue intenzioni, delle sue esperienze

Digicult è dal 2005 una piattaforma culturale indipendente che si occupa dell’impatto delle tecnologie digitali e delle scienze sull’arte, il design, la cultura e la società contemporanea attraverso una serie di attività editoriali, curatoriali e formative. Nato con lo scopo di avviare un progetto che potesse dare voce e visibilità a una nuova generazione di autori e di allargare il loro circuito professionale a un livello internazionale, rompendo al contempo le rigide regole editoriali da stampa sfruttando le potenzialità e la gratuità di Internet per crescere, sopravvivere e diffondersi, Digicult è innanzitutto una piattaforma web (in inglese e in italiano) aggiornata quotidianamente da una struttura redazionale diffusa che si occupa di raccogliere e pubblicare notizie, bandi e call per professionisti, recensioni di libri, report dai principali eventi e approfondimenti critici e teorici, nonché di produrre interviste ai protagonisti più importanti a livello nazionale e internazionale della scena della New Media Art. Gli oltre 5000 articoli prodotti in oltre 10 anni di attività da Digicult costituiscono una risorsa online unica e gratuita per ricercatori, universitari, studiosi e semplici appassionati.

Chi vi collabora?

Digicult si basa sulla partecipazione attiva di oltre 200 professionisti che rappresentano un ampio Network internazionale di critici, giornalisti, curatori, artisti, teorici, ricercatori: il concetto di networking si è sviluppato, nel corso degli anni, per includere le principali mailing list internazionali di arte e cultura digitale, i blog online e le piattaforme web, gli archivi accademici online, le biblioteche in rete, ma anche i più importanti media center, le gallerie d’arte, i festival e gli eventi culturali con cui Digicult ha collaborato nel corso del tempo. Sin dai suoi esordi Digicult si è impegnato nella pubblicazione del Digimag, inizialmente magazine mensile online e ora journal scientifico, nella curatela di mostre ed eventi per mezzo dell’agenzia Digicult Agency e nella produzione di libri, testi e saggi per mezzo della casa editrice Digicult Editions, che utilizza tutti i formati digitali di open publishing e le tecnologie print on demand.

Nel sottotitolo del libro figura la dizione “Art Industries”, qual è il loro profilo, come agiscono?

“Art Industries” è un neologismo che ho appositamente coniato per descrivere quella condizione attuale di evoluzione del concetto di “Industrie Creative” applicato all’impatto della tecnologia e delle scienze sull’arte contemporanea e le sue compenetrazioni con gli altri ambiti disciplinari descritti nella seconda parte del mio libro. Nato dall’osservazione di come i più importanti centri di ricerca, centri di formazione, festival, network internazionali e alcuni musei (come nel caso del progetto New Inc. legato al New Museum di New York) si siano organizzati in questi ultimi dieci anni prendendo spunto da alcune idee importanti delle Creative Industries per riportarle in un contesto professionalizzante nel mondo dell’arte tecnologica e scientifica, le “Art Industries” sono fondamentalmente industrie artistiche e culturali che producono beni, servizi e attività e che hanno la capacità di agire come catalizzatori di un preciso processo di produzione artistica e culturale. Esse rendono evidente la necessità di operare attivando network di “valore” che uniscono artisti, designer e professionisti appartenenti a reti locali e globali sempre più liquide e di difficile definizione. La loro capacità di networking e di modellazione di strutture di conoscenza peer-to-peer, le piattaforme open di condivisione di esperienze e strumenti, l’attitudine Do It Yourself all’autocostruzione di nuovi dispositivi, le conoscenze ibride che le caratterizzano e che nascono spesso da approcci autodidatti facilitano nuove modalità di relazione tra sperimentazione, creazione artistica e mercato. Qualunque esso sia: dell’arte contemporanea, della cultura o della ricerca industriale e scientifica. Suggeriscono, inoltre, di entrare in contatto con i centri culturali più innovativi a livello locale e internazionale, nonché di attingere a una specifica letteratura, a cavallo tra quella relativa alle industrie creative e una più caratteristica della New Media Art, stimolando così la conoscenza dei cambiamenti dei processi di attuazione di un’opera, grazie all’impatto di tecnologie e metodi di lavoro sempre più avanzati e integrati. L’arte che ne deriva, descritta in questo libro, è un’arte ibrida, difficile da definire, che si colloca, senza avere ancora una riconoscibilità precisa, a cavallo tra produzione indipendente, ambito accademico, eventi commerciali, circuiti dei media center e dei grandi festival internazionali.

Le Art Industries hanno riferimenti storici?

Ovviamente le Art Industries fanno riferimento a una serie di esperienze ben precise legate alle avanguardie artistiche del secolo scorso, legate all’uso delle prime tecnologie computazionali messe a disposizione di gruppi eterogenei di artisti, programmatori e scienziati. Dalle esperienze degli AR&T Bell Laboratories e dell’EAT Experiments in Art and Technology fino alla storica esposizione Cybernetic Serendipity presso l’ICA Institute of Contemporary Art di Londra, dalle sperimentazioni della IBM Corporation con artisti già noti e importanti all’epoca come John Whitney ai lavori pioneristici dell’Electronic Arts Intermix di New York, del Palo Alto Research Center (PARC) creato dalla Xerox Corporation, ma anche del Satellite Arts Project ‘77 di Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz, primo progetto artistico prodotto dalla NASA nel 1977, per arrivare alle collaborazioni avviate dalla Olivetti qui in Italia fino alla nascita di centri di produzione attivi ancora oggi come Ars Electronica di Linz, il V2 di Rotterdam, lo ZKM di Karlsruhe, solo per citare i più famosi (anche se nel libro ne vengono citati molti di più).

Le arti oggi agiscono sempre più in un contesto nel quale si sovrappongono realtà e finzione. Questa nuova ottica, rispetto a precedenti epoche anche recenti, che cosa ha determinato nella produzione artistica dei nostri giorni?

In verità penso che gran parte di quello che sta accadendo da circa dieci anni nel mondo dell’arte contemporanea - cioè il suo graduale processo di comprensione e accettazione dell’impatto delle tecnologie e delle scienze sulla società contemporanea e sulla riflessione artistica che ne consegue - nasca anche (ma non solo, ovviamente) da un graduale abbattimento dei confini (anche percettivi, non solo sociali e culturali) esistenti tra ciò che consideriamo realtà e ciò che fino a ieri pensavamo fosse finzione, ma che oggi riconosciamo come possibile. Il successo di certa letteratura di fantascienza alla Charles Stross con il suo “Accelerando”, di una specifica produzione filmica come “Black Mirror” o il più recente “Ex Machina” ma anche di certa saggistica da “Iperoggetti” di Timothy Morton a “Insect Media” di Jussi Parrika, da “Homo Deus” di Yuval Harari al nuovissimo “Being a Machine” di Mark O’Connell è lì a dimostrarlo: reale e possibile (nella sua accezione utopica e distopica) tendono sempre più a sovrapporsi se non addirittura a scambiarsi di ruolo. Gli artisti che operano da anni nel campo della New Media Art conoscono molto bene questi meccanismi, così come le più recenti innovazioni in ambito tecnologico e scientifico, e ne comprendono le potenzialità in termini estetici e narrativi: intelligenza artificiale, ‘machine learning’, robotica, nano e biotecnologie, studi sui materiali mimetici e sviluppi della stampa 3d, ‘data visualization’, reti neurali, realtà aumentata e realtà virtuale, sono tutti ambiti di sviluppo di cui possiamo solo ipotizzare il futuro e il tipo di impatto che avranno in quella che chiamiamo realtà. Quello che è sicuro è che gli artisti saranno lì a parlarne…

Il tuo libro si proietta anche nel futuro. Ne è un segnale la citazione di Keiichi Matsuda.
L’intercodice, l’ibridazione fra vari campi espressivi, mi pare anticipi l’ibridazione di organico e inorganico di realtà prospettate dai filosofi del postumano (da David Pearce a Eric Drexler, da Max Moore a Kurt Kurzweil) i quali arrivano a prospettare perfino il postbiologico? È un mio azzardo o è possibile sostenerlo
?

Keiichi Matsuda è solo un esempio di ciò a cui ho fatto cenno nella risposta precedente: i suoi lavori raccontano con dovizia di particolari, talento immaginativo e un’incredibile verosimiglianza, le possibili distopie di un futuro in cui la tecnologia sarà così tanto presente nelle nostre vite da creare un vero e proprio layer di realtà aumentata che cambierà per sempre la nostra percezione del mondo e le sue interrelazioni con gli oggetti, gli animali e gli altri esseri umani attorno a noi. Ma è indubbio che questo sia solo uno dei sentieri possibili di un territorio di analisi tanto ampio: alla fine del mio libro mi sono divertito a fare il ruolo del futurologo. In altri termini, ho cercato di immaginare che tipo di impatto potrebbero avere nel mondo delle arti visive, del design, della moda, del cinema, della musica e delle arti performative alcune delle tecnologie che sono in fase di implementazione e che attualmente, in forma quasi “primitiva”, vengono già utilizzate da un certo numero di artisti e designer a livello internazionale.
Al contempo sono fermamente convinto che la nuova frontiera, da un punto di vista tecnologico, scientifico, sociale, politico e quindi anche artistico, sia il corpo.

Con quali conseguenze?

Conseguenze? E che quindi le teorie e i principi transumanisti diverranno sempre più conosciuti, diffusi e accettati. In altri termini, dopo questa prima fase di sperimentazione e produzione nel campo della New Media Art, durata dagli inizi degli anni Novanta alla metà degli anni dieci del nuovo Millennio - maggiormente focalizzata sulla realizzazione di oggetti, opere, ambienti ed esperienze – osserviamo già oggi un crescente interesse da parte degli artisti e dei designer da un lato e di alcuni grandi ‘venture capitalist’ dell’industria IT dall’altro, a sperimentare la possibile integrazione tra organico e inorganico. Ciò che a me interessa non è tanto la speculazione tecnologico-scientifica quanto l’analisi delle possibili conseguenze di tale integrazione, il tentativo cioè di colmare la distanza tra la biologia (sia esterna che interna) del corpo e l’ambiente esterno con le sue strutture hardware, i macro-sistemi software e le reti di dati e informazioni sempre più ampie e diffuse che consentono la ridefinizione e l’ideazione di una nuova specie di "uomo": tecnologicamente attivato, in stretto rapporto con la natura e l'ambiente circostante (naturale, animale, urbano, architettonico, tecnologico), capace di interagire e integrarsi con network sempre più ampi, dotato di una mente espansa, in grado di percepire il mondo al di là dei propri sensi, interessato ad ampliare le proprie capacità corporee e l'hardware biologico al punto da ri-progettare la propria struttura allo scopo di durare più a lungo e raggiungere la felicità eterna grazie all’uso di nuove e stupefacenti droghe. Ci sono già artisti e designer che lavorano in questa direzione: di alcuni parlo in “Arte, Tecnologia e Scienza” ma, più nello specifico, questi saranno i temi del mio prossimo libro, frutto della mia ricerca dottorale appena iniziata allo IUAV di Venezia.

"Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie", così diceva John Cage.
Da dove viene quel panico che affligge tanti da spingerli fino alla tecnofobia
?

In generale, le persone sono spaventate da ciò che non conoscono: ogni nuova idea, in quanto tale, è qualcosa di sconosciuto e se ha il coraggio di minare alcune certezze della razza umana e formalizzare un possibile futuro, spaventa. Il discorso può essere traslato su vari livelli: in chiave generale, ogni progresso tecnologico e scientifico inquieta perché porta l’uomo a confrontarsi con una nuova dimensione della propria esistenza sociale e spirituale. Personalmente, cerco di vivere il progresso con quanto più equilibrio possibile: non mi considero un tecnofilo ma al contempo non amo la retorica spesso allarmista e a volte un po’ ipocrita che si sviluppa attorno all’impatto eccessivo delle tecnologie sulle nostre vite, sul rapporto con l’ambiente, sulla perdita di valori e utopie a causa di internet e dei social network, sulle nuove forme di rapporto identitario con le macchine e le intelligenze artificiali, sui problemi etici legati all’uso delle bio e nano tecnologie. Intendiamoci, sono tutte tematiche sensibili con le quali è giusto rapportarsi in maniera matura e consapevole, ma non amo l’allarmismo tout court che, come diceva Cage, si trasforma spesso in un atteggiamento protezionista del presente stabilito. La tipologia di arte trattata all’interno del mio libro “Arte, Tecnologia e Scienza” rispecchia esattamente questo approccio: si occupa di analizzare e contestualizzare una serie di esperienze e pratiche artistiche interdisciplinari capaci di offrire una visione ampia del hic et nunc tecnologico-scientifico e del suo impatto a livello culturale e sociale, costringendo l’arte contemporanea a confrontarsi con uno scenario ampio e stratificato, troppo spesso trascurato e non studiato a fondo, che non vuole avere nei confronti del progresso alcuna infatuazione eccessiva o timoroso rifiuto, quanto una più pacata, ma al contempo potente, coscienza critica.

…….……………………….

Marco Mancuso
Arte, Tecnologia, Scienza
Pagine 285, Euro 26
Mimesis


Teatro e Visioni


Cinque anni fa, l’11 gennaio 2014, all’età di 98 anni moriva a Roma Arnoldo Foà, uno dei grandi attori italiani del ’900, era nato a Ferrara il 24 gennaio del 1916.
Per conoscerne il profilo umano e artistico, due libri: Io il teatro. Arnoldo Foà racconta se stesso della moglie Anna Procaccini, (intervistata QUI sul volume) e Autobiografia di un artista burbero dello stesso Foà).
Tante le documentazioni scritte in Rete su di lui, ho scelto un incontro che ebbe con lo scrittore Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera.
Non si può adeguatamente ricordarlo senza risentire la sua voce.

In questi giorni, la vedova Anna Procaccini ha annunciato ai media alcune iniziative e un desiderio che riguardano la figura del suo compagno di vita.

Dal comunicato stampa.

«Nel ricordarlo a 5 anni dalla scomparsa, la vedova Anna Procaccini Foà torna ad esprimere il desiderio di vedere un teatro intitolato ad Arnoldo Foà, per onorare un grande artista molto amato ancora oggi, anche dai giovani che grazie alla sua inconfondibile voce riscoprono la poesia.
Nel 2019 sarà istituito il “Premio Arnoldo Foà. Teatro e Visioni”, e sarà possibile visitare in diverse città la mostra “Arnoldo Foà. Una vita lunga un secolo” che ha già raccolto grande successo a Roma e Firenze
Arnoldo Foà: attore, regista e commediografo, tra i più importanti in Italia.
Ha interpretato più di 100 films, e ha lavorato con famosi registi italiani e stranieri (Ettore Scola, Pietro Germi, Alessandro Blasetti, Giuliano Montaldo, Orson Welles, Joseph Losey, Edward Dmytryk, Christian Jacques, Alessandro D’Alatri,).
Premiato con il Nastro d’Argento 2004 per “Gente di Roma” di Ettore Scola.
Intensa e prestigiosa la sua attività teatrale.
Ha portato sulle scene spettacoli di autori sia classici sia contemporanei, con registi quali Visconti, Strehler, Menotti, Ronconi, e con regie sue.
Oltre a opere di Shakespeare, Pirandello, Aristofane, Cechov, Plauto, Caldwell, O' Neill, ha rappresentato anche commedie e drammi da lui scritti.
È stato anche regista di opere liriche e celebri le sue dizioni di poesia, realizzate su vinile negli anni ’60 (Disco d’oro per il disco di poesie di Garcia Lorca), e recentemente su Cd.
Il suo nome è legato ad alcune delle più importanti e famose produzioni della Televisione Italiana, tra cui "La freccia nera", "Il giornalino di Giamburrasca", "Nostromo", “Il Papa Buono”.
Inoltre: pittore, scultore e giornalista, ha pubblicato per Gremese Recitare. I miei primi 60 anni di teatro; per Pellicanolibri due romanzi: “La costituzione di Prinz”, “Le pompe di Satana”, e una raccolta di poesie, ‘La formica’; per Corbo Editore Joanna Luzmarina.
Qui il sito ufficiale in Rete».

Ufficio Stampa HF4, Marta Volterra: marta.volterra@hf4.it; 340 – 96 90 012


L'idea che uccide

Molti immaginano gli anarchici come appartenenti ad un solo corpo ideologico.
Non è proprio così. Il movimento anarchico conosce varie correnti che vanno dall’anarchismo sociale a quello individualista a quello religioso e ad altre ancora. In comune c’è, però, la fiducia nell’essere umano che liberatosi dall’oppressione dello Stato possa autogovernarsi, o in gruppo partecipare a un’autogestione sul tipo di un falansterio fourieriano, senza soprusi sul prossimo sempre originati, secondo il pensiero anarchico, dalla forma criminogena del capitalismo che spinge a uno spietato agonismo sociale.
Diceva lo scrittore americano John Dos Passos “Non ho abbastanza fede nella natura umana per essere anarchico”.
Aderisco a quel pensiero. Indossiamo un sistema nervoso centrale simile a quello di scimmie assassine. Forse in un lontano futuro quando si avvereranno le previsioni del postumanesimo, cioè un’era postbiologica, le cose potrebbero – ripeto, forse – cambiare. Ma è anche possibile che quell’epoca l’umanità possa anche mai vederla per via che si estinguerà prima di quel tempo.
Sia come sia, segnalo la pubblicazione di un eccellente libro edito da Nerosubianco intitolato L'idea che uccide I romanzieri dell'anarchia tra fascino e sgomento.
Esce nella collana “le bandiere InVerticale” diretta da Luciano Curreri e Giuseppe Traina.
L’autore è Antonio Di Grado.
Professore ordinario di Letteratura italiana nell’università di Catania e direttore letterario della Fondazione Leonardo Sciascia. Ha vagabondato nei secoli della storia letteraria, pubblicando numerosi saggi e volumi: ultimi, Un cruciverba italo-franco-belga: Sciascia-Bernanos-Simenon (2014), Anarchia come romanzo e come fede (2015), Vittorini a cavallo (2016). Di lui Claude Ambroise scrisse, nel terzo volume delle Opere di Sciascia edite da Bompiani: «Di Grado riprende una tradizione di critici scrittori. Egli riassorbe nella scrittura il suo rapporto con il testo, con la tradizione letteraria, con la critica, ripercorrendoli liberamente in vari sensi. Si tratta di un discorso di autentica critica, fatto per essere letto nella sua autonomia e integrità di “testo”; e tuttavia di testo che costantemente rimanda a un’opera».

“Due spettri atterriscono il borghese della seconda metà dell’Ottocento: l’adultera e l’anarchico. Entrambi esibiscono, nelle loro bandiere o sulle proprie carni, una “lettera scarlatta”: la A impressa sul petto di Hester Prynne e quella sventolante nei neri vessilli dei ribelli, dei libertari, dei regicidi. A come adulterio, A come anarchia. Ma se del primo si è detto e scritto tanto, e delle Bovary e Karenine che popolano quella letteratura, poco o nulla si è detto e scritto della seconda, a meno di isolare le singole maschere d’un Bazarov o d’uno Stavrogin, o di appiattirle sullo sfondo degli affreschi romanzeschi da cui sinistramente ammiccano”.

È questo il folgorante inizio di L'idea che uccide, un libro il quale esplora la letteratura che guarda all’anarchia e agli anarchici, con grande curiosità, e un senso misto tra fascino e timore.
Nelle pagine scorrono nomi noti, meno noti, e, perfino, ignoti come quell’Antonio Agresti; da un suo volume, prende il titolo il lavoro del coltissimo Di Grado.
Il libro riflette su di un particolare spaccato della letteratura ma è anche qualcosa di più. Perché attraverso lo sguardo degli scrittori che hanno guardato all’anarchia, Di Grado profila il clima di un’epoca, lampeggia giudizi sul pensiero libertario.
La preferenza dell’autore, in una condotta comunque di grande equilibrio critico, va verso gli scrittori anarco religiosi che vedono in Tolstoj il nome più illustre.
In questo video un suo intervento su ”Anarchismo e Cristianesimo”.
Pur essendo io ateo, ho molto apprezzato il suo lavoro perché è di grande qualità.
Del resto “A pensarci bene” – disse André Malraux – “Cristo è l'unico anarchico che ha avuto veramente successo”.

Dalla presentazione editoriale.
Lo spettro dell’anarchia turba, tra Otto e Novecento, il borghese europeo e tanto più gli scrittori, indecisi tra fascinazione e avversione. L’idea che uccide esplora, lungo una rete di percorsi intrecciati, una varietà di trame e personaggi romanzeschi nei quali riversarono la loro ambivalente curiosità per il mondo anarchico scrittori come De Roberto e Oriani, Valera e De Amicis, Cena e Bacchelli, Turgenev e Dostoevskij, Zola e Bourget, Tolstoj e Léon Bloy, Conrad e Orwell, Pea e Vittorini, assieme a numerosi altri (di cui alcuni poco noti come Leda Rafanelli, o ignoti come Antonio Agresti), fino a Savinio e Sciascia, a Gianna Manzini e a Maurizio Maggiani. Emerge dalle loro pagine una ricca galleria di figure e situazioni, dalle quali ogni scrittore – anche quando appare intimorito – è segretamente stregato, affascinato dal miraggio di un paradiso in terra o di una catastrofe giustiziera, di un evangelo laico o di una praticabile utopia».

Antonio Di Grado
L'idea che uccide
Pagine 108, Euro 15.00
Nerosubianco


Universo Gomorra (1)


La casa editrice Mimesis dedica da tempo una particolare attenzione al linguaggio delle serie tv alle quali ha dedicato la collana Narrazioni seriali.
Da poco è nelle librerie la più recente pubblicazione: Universo Gomorra da libro a film, da film a serie.
A cura di Michele GuerraSara MartinStefania Rimini.

Guerra insegna Teorie del cinema all’Università di Parma. È autore di vari libri e saggi sulla teoria del cinema, sul cinema italiano e su quello americano e con Vittorio Gallese ha scritto Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze (Premio Limina 2016). Attualmente coordina un progetto ministeriale sulla critica cinematografica italiana, dirige per Diabasis la collana di studi cinematografici Pandora-Cinema e fa parte del comitato direttivo della rivista “Fata Morgana” e del comitato scientifico di “Cinergie” e “La Valle dell’Eden”.

Sara Martin insegna Storia e critica del Cinema, Televisione, Nuovi Media presso l’Università di Parma. È caporedattrice di “Cinergie”. È autrice di “Scenografia e Scenografi”” (2013), Gino Peressutti” (2013), “Streghe, Pagliacci, Mutanti” (2015), e ha curato “La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo” (2014) e “Game of Thrones (2017).

Stefania Rimini, professoressa di Discipline dello spettacolo all’Università degli Studi di Catania, insegna Drammaturgia, Storia e critica del cinema e Cultura cinematografica contemporanea. Dirige “Arabeschi. Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità”. È autrice di “L’etica dello sguardo” (2000), “La ferita e l’assenza” (2006), “mmaginazioni” (2011), “Le maschere non si scelgono a caso” (2015), e ha curato “Una vernice di fiction” (2017).

Il libro è diviso in quattro sezioni, in ognuna delle quali intervengono più saggisti.

Universo Gomorra: Roberto De Gaetano, Luca Bandirali, Enrico Terrone, Roy Menarini, Angela Maiello.

Luoghi, abiti, arredi: Chiara Checcaglini, Elisa Mandelli, Sara Martin, Luca Barra, Marco Cocco.

Oltre Gomorra: Sara Casoli, Leonardo Gandini, Romana Andò, Antonella Mascio , Damiano Garofalo Valentina Re.

Germinazioni:Maria Rizzarelli, Stefania Rimini, Christian Uva.

Dalla prefazione editoriale
«Libro-inchiesta di Saviano da oltre 2.250.000 copie vendute soltanto in Italia, film di Garrone da 10.175.000 euro d’incassi, serie televisiva di culto trasmessa in oltre cinquanta Paesi. Gomorra è stato ed è il fenomeno. Per comprendere i motivi di un successo planetario e addentrarsi nella complessità narrativa di un’opera transmediale, questo libro analizza il fenomeno sotto diverse prospettive che si spingono ben al di là dei television studies. Una raccolta ragionata di saggi che rintraccia da una parte le caratteristiche stilistiche dell’opera audiovisiva, dall’altra l’impatto che la “costellazione Gomorra” ha avuto sul sistema di comunicazione, sul territorio, sulla rete e anche sulla produzione cinematografica e televisiva in Italia».

Segue ora un incontro con Sara Martin.


Universo Gomorra (2)


A Sara Martin (in foto), ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

Il libro nasce a partire dall’elaborazione di un progetto sviluppato dai tre curatori nel 2017. In occasione del “compleanno” del bestseller di Saviano Gomorra, avevamo elaborato una galleria per la rivista Arabeschi. La galleria dedicata alla serie è visibile al titolo Un altro mondo in cambio. Gomorra fra teatro, cinema e televisione. Da che la rivista è nata, le gallerie di “Arabeschi” sono animate da un’idea saggistica che, in modo quasi sinestetico, restituisca il senso di uno sguardo, di un passaggio accanto a delle opere che ci hanno parlato, che ci hanno riguardato. Articoli brevi, spesso ispirati da un’immagine, come un lampo che schiarisce il campo interpretativo, che danno corpo e valore a una costruzione per frammenti che pure sappia delineare un disegno coeso dentro la vocazione ab origine multidisciplinare e intermediale che “Arabeschi” si è scelto. Il buon riscontro della galleria tra i “quadri” delle molte Gomorra ha spinto l’editore Mimesis a proporre un ritorno su quegli scritti, dando loro una forma meno “istantanea” di quella che avevano nella “Galleria”, una forma editorialmente più adatta a un volume. La squadra è rimasta quasi la stessa, con qualche nuovo innesto e un nuovo orientamento dei testi.

È possibile un parallelo fra questa produzione e “Romanzo criminale” che l’ha preceduta in onda?

Certamente. Innanzitutto il filo conduttore fra le due serie è il regista Stefano Sollima che ha dato un’impronta personale e unica a entrambe le produzioni cercando nel realismo e nella valorizzazione di volti nuovi, di attori emergenti la chiave di volta nella serialità televisiva italiana contemporanea. In secondo luogo siamo di fronte a due prodotti cosiddetti high quality. L’investimento da parte della produzione è elevato, la struttura del running plot (cioè del racconto che si evolve episodio dopo episodio) che caratterizza queste serie televisive è molto elaborato, richiede allo spettatore un livello alto di attenzione e in cambio lo fidelizza completamente.

La serie tv Gomorra è stata girata da 5 registi, com’è stato possibile tanta compattezza stilistica fra gli episodi?

Questa tipologia di progetti televisivi difficilmente vede la presenza di un solo regista. Gli episodi da girare sono molti, i tempi sono ristretti e la qualità tecnica e stilistica di ogni singolo episodio è elevatissima, paragonabile in tutto e per tutto a una produzione cinematografica. La compattezza stilistica è dovuta all’elaborazione molto precisa del progetto in ogni sua forma. Nel caso di Gomorra Stefano Sollima (per le prime due stagioni) ha rivestito il ruolo di showrunner oltre a quello di regista. Lo showrunner è fondamentale in una forma seriale come quella di Gomorra, si occupa infatti di garantire continuità, compattezza e linea stilistica per ciascun episodio della serie. Tale ruolo è stato affidato, per la terza stagione alla coppia di registi Comencini e Cupellini. E infine, nel caso di Gomorra, non va dimenticata la supervisione a tutta la sceneggiatura da parte dello scrittore Roberto Saviano.

Gomorra in tutti i suoi passaggi fra i vari media (soprattutto al cinema e ancora di più in tv) è stata oggetto di critiche puntate sul fatto che producesse un effetto mitico dei suoi personaggi fino ad essere una spinta ad imitarli da parte dei più giovani.
Come giudichi quella critica
?

Personalmente non sono affatto d’accordo. La fiction televisiva e il cinema sono continuamente sottoposti a questa forma di critica. Quando uscì la serie The Sopranos, per esempio, si mobilitarono diverse associazioni di italoamericani, che sostenevano di essere mal rappresentati dalla serie. Non parliamo poi dei mafia movies, come per esempio la trilogia di Coppola, Il Padrino.
Gomorra è un racconto epico, che racconta relazioni umane drammatiche, frutto di forme culturali strutturate ed elaborate nel tempo. L’Universo Gomorra è, a livello narrativo, qualcosa di molto più complesso di una moda da imitare!

Universo Gomorra
A cura di
Michele Guerra
Sara Martin
Stefania Rimini
Pagine 158, Euro 14.00
Mimesis


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