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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Rrose.

No, non si tratta di un mio errore nello scrivere il nome di quei fiori perché Rrose Sélavy è il nome con il quale Marcel Duchamp, forse il più innovatore artista del Novecento, definito il "padre" del dadaismo, firmò alcune sue opere (ready-made). Nel 1924 Man Ray fotografò Duchamp in abiti femminili: "Rrose Sélavy alias Marcel Duchamp".
Il celebre ritratto è oggi conservato al Philadelphia Museum of Art.
Da quel nome “Rrose” è nato un omonimo bimestrale: Rrose la creatività, dalle arti visive al design, pubblicazione dell’Associazione Rrose Sélavy.
A dirigerla è Massimo De Nardo che nel presentarsi in terza persona ai lettori così dice: “Dopo trent’anni di copywriting gli è venuta un po’ la nausea di azienda leader del settore e di vasta gamma di prodotti […] Una rivista sulla creatività? Di questi tempi? E addirittura free press? Ora che si umetta l’indice per sfogliare Rrose non ha cambiato idea: è sempre una cosa da pazzi, però che bellezza averla realizzata con tutte le persone elencate sopra, alle quali va un immenso grazie”.
Le persone cui si riferisce De Nardo: Mimmo Jodice, Germano Celant, Bruno Ceccobelli, Gillo Dorfles, Angelo Ferracuti, Mauro Cicarè, Fabrizio Ottaviucci, Enzo Mari, Vittorio Zincone, Margherita Palli, Dem, Lorenzo Fonda, Mauro Bubbico, Annamaria Testa, Pasquale Barbella, Monica Randi (Astoria), Barbara Garlaschelli, Elisa Savi Ovadia, Maurizio Ferraris, Piero Feliciotti, Chiara Gabrielli, Paolo Rina.

La rivista si apre con un aforisma di Einstein: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la realizza”.
Tanti gli articoli saettanti distribuiti nelle 58 pagine di Rrose”, dal primo della scenografa Margherita Palli “La storia del teatro l’ha cambiata un certo signor Edison. Con la sua lampadina” (… e quanto io sono d’accordo con la Palli!) all’ultimo di Maurizio Ferraris dal titolo birichino e contenuto scintillante: “Istruzioni per non essere creativi”.

Creatività: cosa difficilissima da definire. Un aiuto ci viene in “Rrose” da Annamaria Testa che la creatività la pratica e la teorizza. Conduce in rete Nuovo e Utile e il suo più recente libro è La trama lucente.
Che cosa ci dice sulla creatività? Dice che tra le tante definizioni esistenti la più esauriente le sembra quella del matematico Henri Poincaré perché per lui la creatività consiste nell’unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili. E’ una definizione molto ampia, valida per tutti gli ambiti della creatività: arti, scienze, tecnologia, impresa… e dà conto del fatto che la creatività è sempre un processo finalizzato (deve produrre qualcosa di utile) e sempre deve misurarsi con il contesto sociale. Insomma: qualcosa di molto diverso sia dalla fantasticheria, sia dalla trasgressione fine a se stessa. Faccio fatica a immaginare una definizione più netta di così. Però mi sembra interessante segnalare l'importanza dell'individuo che alimenta in sé un processo creativo. E quindi dico che la creatività è - anche - un atteggiamento mentale. Nel quale si trovano, mescolate, curiosità, inquietudine, tenacia, umiltà, coraggio. E, a volte, un senso di vertigine.

Rrose.
Bimestrale
diretto da Massimo De Nardo
Free Press


Una scomparsa


Devo a Emmanuel Grossi (ha fatto girare in Rete un affettuoso ricordo) la notizia della morte di Lino Procacci .
Nato vicino Norcia, amava ricordare: “Frequentavo il teatro dell’università, recitavo con Anna Proclemer, ma avevo un difetto di pronuncia e allora decisi di diventare regista”.
Lo è stato di trasmissioni tv famose come “Ieri e Oggi” – la prima in cui in cui la televisione parlava di sé stessa - condotta da nomi quali Lelio Luttazzi, Paolo Ferrari, Arnoldo Foà, Mike Bongiorno, Enrico Maria Salerno, Luciano Salce.
Fu il primo regista di “Domenica in” – programma sì un po’ troppo casareccio e familistico, però mai sguaiato come successivamente accadrà – titolo ricordato anche perché per la prima volta veniva coperta un'intera fascia pomeridiana durando per ben sei ore; una novità assoluta nel panorama tv italiano dove tutte le trasmissioni, fino allora non superavano mai i sessanta minuti.
La Rai non ha pubblicato su alcun quotidiano un necrologio firmato dall’azienda, come, invece, ha fatto con altri nomi.


Pagine di canapa e silicio

Nel dicembre scorso ospitai in queste pagine Marco Negroni che profilò le linee dell’Editrice Castello Volante che allora aveva battuto i primi colpi d'ala.
Nel frattempo s’è provvista anche di un aereo blog né mancano suoi cinguettii su Twitter.
Volando volando quella Casa volteggiante ha attraversato parecchi spazi, celesti e sulfurei, con la collana “I fiori del web” diretta da Antonio Zoppetti, noto nella Rete come Zop.
Di lui esistono due recenti interviste che ne illuminano il mercuriale viaggiare: una realizzata su impervi sentieri terrestri e l’altra lungo rischiose rotte spaziali.
Ha contribuito anche al titolo più recente di Castello Volante: La pianta proibita Coltura e cultura nella storia, nella letteratura e nel cinema; autore: Luca Sutter.
Se ne può leggere una metà gratis, scaricandolo QUI oppure la versione integrale (costo : 4.70 euro) con un CLIC.

“La pianta proibita” si contraddistingue tra le molte pubblicazioni sul tema per il materiale inedito, i percorsi trasversali letterari e cinematografici, le tesi, la ricostruzione della canapicoltura italiana e le immagini storiche.
Questo che segue è il comunicato stampa.

La canapa è stata per secoli una delle risorse economiche, industriali e tessili più importanti del nostro Paese, secondo produttore mondiale per quantità ma primo per qualità. Nel Novecento, nonostante gli sforzi del fascismo di proteggere questo mercato, la canapicoltura è andata perduta. (Purtroppo furono messe in circolazione o recuperate a quel tempo tante altre cose che era meglio perdere). Questo saggio ne ripercorre la storia e analizza le cause del suo declino attraverso documenti inediti come un manoscritto di “materia medica” di fine Ottocento o le tavole dell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert. Accanto alla storia dell'uso industriale di questa pianta oggi proibita, viene ripercorsa anche la storia del suo uso medico, riscoperto di recente, e di quello psicotropo, attraverso l'analisi di fonti come la leggenda di Marco Polo del Veglio della Montagna, a capo della setta degli Hashishiyya, da cui il termine “assassino”. E ancora, l'erba pantagruelione di Rabelais, il Poema dell'hashish di Baudelaire, le pagine del Conte di Montecristo di Dumas e quelle di Théophile Gautier. La storia del proibizionismo del Novecento è ricostruita con un'analisi comparata con la proibizione di altre sostanze come il caffè, il tabacco e gli alcolici che hanno avuto come conseguenza la nascita dei monopòli di Stato e quella del gangsterismo. E un saggio sulla marijuana nella storia del cinema mette in luce come la considerazione della cannabis nell'opinione pubblica sia nel tempo cambiata: dalla droga devastante delle pellicole degli anni Trenta sino alle rappresentazioni leggere, scherzose e di denuncia del nuovo millennio.

Ufficio Stampa Castello Volante: Cristina Di Cillo | | cristina@castellovolante.com

Luca Sutter
La pianta proibita
Editore: Castello Volante
Euro: 4.70
In vendita nei maggiori e-Book store


Giornata della Memoria


“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
E un’ondata di cruente certezze fu tra le cause della Shoah.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi oppure a stanche ritualità commemorative che di certo non aiutano a capire e interpretare quei fatti.
La data per la “Giornata della Memoria” che si celebra oggi fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i pochi superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo.
I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine web: I dieci .

Ben vengano le numerose manifestazioni indette per oggi che, però, rischiano di diventare una Giornata, appunto, solo una Giornata. Consegnandosi così a ritualità che, come tutte le ritualità, spesso svuotano di significato ciò che si ricorda. Preferirei che invece di una Giornata con tanti avvenimenti in cartello, la Shoah fosse ricordata, attraverso piccole, quotidiane cose. Perché tutti i giorni avvengono misfatti a sfondo razziale (con preoccupante crescita anche in Italia) che sono molto gravi e, spesso, trattati dai media con spazi inadeguati.
C’è, però, un’importante iniziativa che si segnala per la sua unicità. Si tratta della nascita di una Rete nazionale, nata “per unire, sostenere e incoraggiare quei docenti universitari che puntino ad approfondire lo studio della Shoah e della sua didattica, coinvolgendo altri docenti e gli studenti”. Ideatore di questo network è Paolo Coen che l’ha fatto nascere nell'aprile dello scorso anno, all'università di Teramo, proprio la stessa nella quale un professore invitò Robert Faurisson, uno dei più famigerati sostenitori del negazionismo.
"La nostra Rete non è retorica, perché è volta al fare. Non è coercitiva, perché propone modelli, e non li impone", dice Coen, che intanto ha lanciato un blog attraverso il quale è possibile aderire a questo progetto.
Marco Pasqua che ha dedicato su Repubblica un servizio a quest’iniziativa, così conclude: “Il bisogno di una Rete, che unisca le energie positive dei docenti che vogliono approfondire lo studio e l'insegnamento della Shoah, è testimoniato, secondo Coen, dal fatto che appena il 10% delle università italiane celebrino la giornata della Memoria, con eventi spesso disattesi da docenti e studenti".

Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui il presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori.

Concludendo questa nota, anticipo che, sul tema della Shoah, prossimamente su questo sito interverrà Valentina Pisanty autrice di Abusi di memoria, un libro straordinario.


Officina Italia 2

Che cos’è la creatività, come riconoscerla e definirla, è cosa che ha suscitato studi scientifici e riflessioni filosofiche.
Nelle arti visive, ad esempio, oggi, specialmente sotto l’incalzare delle nuove tecnologie, la creatività si orienta sempre più a uno scambio di codici, a un continuo rinnovarsi di proposte che attraversano territori non più confinanti come un tempo, si assiste a una (per me, benvenuta) ibridazione di generi e tecniche.
Ne è una dimostrazione una mostra a cura di Renato Barilli, con la collaborazione di Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Paolo Granata, Silvia Grandi, Guido Molinari: Officina Italia 2

L’esposizione si pone nel solco delle Officine organizzate dalla stessa équipe, a partire proprio da una precedente Officina Italia del 1997, cui hanno fatto seguito Officina Europa nel 1999, Officina America nel 2002, Officina Asia nel 2004, tutte realizzate con ampio concorso della Regione Emilia-Romagna, integrato da contributi delle amministrazioni locali ospitanti i vari settori del progetto, il quale infatti si è sempre caratterizzato per una natura policentrica irraggiandosi dal capoluogo Bologna.

“A oltre un decennio dal primo scandaglio” – è detto nella presentazione – “pare del tutto opportuno condurre un nuovo checkup sull’inesausta creatività dei nostri giovani: da qui il titolo della mostra, accanto a quello di Officina 2.
Volendo caratterizzare l’attuale situazione, si potrebbe fare ricorso alla nozione introdotta da Gilles Deleuze e Félix Guattari di “plateau”, ovvero di un bilanciamento tra opposti: il rigorismo dell’arte concettuale, col triangolo foto-scrittura-oggetto, accenna a stemperarsi in soluzioni più stimolanti e sensuose, che però si guardano dall’approdare a facili pittoricismi, senza peraltro disdegnare recuperi di motivi decorativi molto adatti per usi di arredo urbano.
Questo medesimo bilanciamento si registra tra soluzioni a due e a tre dimensioni: molte opere presenti in questa rassegna, infatti, muovono da progetti o tracciati esposti a parete, da cui però prendono lo slancio per andare a occupare lo spazio attiguo, occupazione che tuttavia avviene in modi leggeri e reversibili. Altri invece affrontano decisamente lo spazio aperto deponendovi come isole consistenti e cariche di stimoli. Insomma, tutte le dimensioni spaziali, dall’alto, dal basso, dalle pareti all’open space, sono inquietate, pungolate con reattività pronta e incalzante, costituendo uno spettacolo sempre mobile e imprevedibile.
La squadra curatoriale ha individuato 33 presenze, alcune già ampiamente note e avviate verso un successo crescente, altre meno conosciute ma altrettanto aggressive e incalzanti”.

Elenco dei nomi: Meris Angioletti; Alex Bellan; Davide Bertocchi; Alvise Bittente; Elena Brazzale; Jacopo Candotti; Roberto De Pol; Elisabetta Di Maggio; Anna Galtarossa; Eloise Ghioni; Chris Gilmour; Nicola Gobbetto; Paolo Gonzato; Alice Guareschi; Giorgio Guidi; Antonio Guiotto; Kensuke Koike; Lisa Lazzaretti; Federico Maddalozzo; Laura Matei; Ignazio Mazzeo; Matteo Montani; Margherita Moscardini; Giovanni Ozzola; Marco Papa; Laurina Paperina; Chiara Pergola; Filippo Pirini; Diego Soldà; Francesco Spampinato; To/Let (Marinangeli/Placucci); T-yong Chung; Giorgia-Valmorra.

I curatori si dicono particolarmente lieti di usufruire di questa attuale sede offerta da uno degli spazi in cui l’Accademia di Belle Arti di Brera conduce la sua prestigiosa attività didattica e di ricerca, spazi riservati soprattutto ai Bienni specialistici con annessi laboratori. Le opere presentate in questa occasione serviranno da stimolo per lezioni, dibattiti, incontri tra i partecipanti alla mostra e l’intero corpo docente e discente dell’Accademia.

Il catalogo (120 pagine, 100 illustrazioni - euro 28.00 in libreria), pubblicato dalle Edizioni Gabriele Mazzotta, dedica due pagine a colori per ogni partecipante, oltre ai saggi dei curatori e ai consueti apparati bio-bibliografici.

Dopo Milano la rassegna sarà presentata a Padova presso la Sala ex Macello.

Uffici stampa:
Edizioni Gabriele Mazzotta:
Stefano Sbarbaro / tel.02878380; stefano.sbarbaro@mazzotta.it

Accademia di BBAA di Brera:
Antonia Iurlaro, tel 02 – 86 955 233; ufficio.mostre@accademiadibrera.milano.it

Nuova creatività italiana
Ex Chiesa di San Carpoforo
Piazza Formentini 10 – Milano
Orario: lunedì – venerdì, 9.30 – 19.00
sabato 9.00 – 12.00
Ingresso libero
Fino al 12 febbraio ‘12


Spacetime Extensions


Tra i più fruttiferi risultati dell’intercodice proposto dalle nuove tecnologie, ci sono quelli che vedono arti visive e musica lavorare in un continuo, e benvenuto, scambio di segni.
Ne è un ottimo esempio quanto espone Rosanna Tempestini Frizzi alla Galleria fiorentina La Corte Arte Contemporanea.

Volentieri ne rilancio la presentazione pervenutami.

“Spacetime Extensions (Study # 2) è parte di un progetto ispirato al tema e all’indagine del rapporto fra arte e tecnologia. Circuiti di silicio e chip sono alla base di questa ricerca che Ongakuaw e Lucia Baldini affrontano, come moderni esploratori, setacciando l’ambiente visivo e sonoro offerto dai più comuni dispositivi elettronici moderni, oggetti entrati a far parte della nostra vita quotidiana come computers, telefonini ed altri elettrodomestici, strumenti tecnologici che aiutano, o a volte complicano, il nostro rapporto con la realtà. Ongakuaw e Lucia Baldini indagano il mistero “dal di dentro”, penetrando al cuore di una tecnologia inanimata ma comunque pulsante. Il flusso di suoni e di immagini prodotti restituiscono un vero viaggio attraverso i meandri digitali di un universo tecnologico a portata di mano.
Entrate e lasciatevi pervadere dal suono. Le immagini che scorrono accompagneranno il visitatore in un percorso coinvolgente all’interno dei circuiti di un pc, rivelandoci una sorprendente varietà di mondi inesplorati. Le fotografie di Lucia Baldini creano una percezione totalmente appassionante per il visitatore che si trova improvvisamente catapultato di fronte a paesaggi digitali, scorci di città virtuali carpite da un futuro prossimo che è già reale.
Lo scenario sonoro realizzato da Ongakuaw ci fa strada in questa esplorazione tessendo suoni registrati direttamente dall’interno del computer, come se fossero tracce di segnali audio provenienti da un luogo remoto. Ongakuaw ci accompagna ad entrare in un ambiente invaso da sonorità diverse da quelle cui siamo abituati; dopo un primo momento di straniamento siamo portati naturalmente a riconoscere a poco a poco questi rumori che percepiamo come musica.
L’esperienza che si trae da Spacetime Extensions (Study # 2) è quella di un riconoscimento graduale sia delle fotografie sia dei suoni, la percezione di tempo dilatato, sospeso, da cui il visitatore riemerge rinnovato nella sua sensibilità e nell’idea, spesso preconcetta, che siamo soliti avere della tecnologia, qui rivisitata in tutto il suo potenziale poetico”.

Per visitare il sito web di Lucia Baldini: CLIC!
Per quello di Ongakuav: QUI.

La Corte Arte Contemporanea
Via De’ Coverelli 27/R, Firenze
Info: rosatem@tiscali.it ; (+39) 348 – 640 11 64
Dal 21 gennaio al 9 febbraio ’12


Un'eresia di 400mq

I chiacchieroni sono perniciosi, ci affliggono con le loro voci, ci estenuano con un fiume di chiacchiere. Fra loro c'è anche chi non si accontenta di sproloquiare nella propria lingua, ma (secondo i soliti creduloni nel paranormale) anche in altri idiomi, da loro mai studiati né praticati, determinando la cosiddetta xenoglossia… aiuto!
Ben venga, quindi, un gruppo – nato nel 2006 – che si chiama Sineglossa e ben venga anche perché si tratta di un gruppo teatrale il quale – fedele al nome che s’è dato – non pratica lo sclerotico teatro di parola affidando il proprio lavoro a un linguaggio multicodice aderente ai nostri tempi che è quello delle “psicotecnologie” (copyright Derrick de Kerckhove).

La Galleria anconetana Quattrocentometriquadri – proseguendo il suo intenso programma di esplorazioni nella nuova espressività – ospita una residenza di Sineglossa impegnato in un articolato progetto intitolato Eresia.

E’ una circumnavigazione attorno alla figura di Giovanna D’Arco.
Per saperne di più: CLIC!
Data la particolare configurazione di Quattrocentometriquadri, separata dall’esterno solo da vetrate, il progetto diventa un impianto site specific implicando un’interazione accidentale, ma continua, con i passanti, che potranno fermarsi ad osservare il work in progress della compagnia. Una modalità che “originerà” – come dicono i componenti di Sineglossa – “curiosità verso la produzione di performance che insistono sui nuovi linguaggi della contemporaneità, restituendo una formazione non istituzionale ad un pubblico non abituato a partecipare alla presentazione di eventi di questo tipo”.
L’interazione col pubblico sarà favorita anche da strumenti analogici costruiti dalla stessa Compagnia.
Al termine della residenza creativa, Sineglossa presenterà il risultato del proprio lavoro al pubblico con una conclusiva performance che si terrà sabato 4 febbraio.

Quattrocentometriquadri Gallery
Via Magenta 15, Ancona
Info: gallery@quattrocentometriquadri.eu
3934522197- 338.2430040
Da oggi al 4 febbraio ‘12


La Bandiera


Si deve alla sensibile direzione della Cineteca di Bologna condotta da Gianluca Farinelli l’esposizione, a cura di Carlo Ansaloni, di una videoinstallazione per parole, immagini, suoni, musica: La Bandiera.
L’opera è del poliartista Enzo Minarelli.

La Bandiera, realizzata per la prima volta nel 1989, (L’Immagine elettronica, Pac, Ferrara), riprende ora a sventolare seguendo ancora i ritmi del poema sonoro Regina, dedicato alla parola più lunga del lessico italiano, precipitevolissimevolmente , regina, non foss’altro che per estensione, tra le parole italiane.

Ecco come l’autore presenta il suo lavoro: La Bandiera è essenzialmente un inno romantico perché si apre alla vita, ai suoi infiniti aspetti e motivi, ai richiami dell’esistenza, capta i segnali di una vita vissuta intensamente, ove l’intimità dell’io s’effonde liberamente (il classico io-mondo), ed è nel contempo irrazionale perché fa leva sull’istinto primordiale del poeta sciamano, imprevedibile nel labirinto della fantasia, ma assume anche un tratto razionale: il poema viene costruito con una precisa coscienza estetica e mirata operosità, i tre schermi tricolori assumono la funzione di finestre aperte verso quanto ci scorre attorno, il verde richiama il verdetto, l’essere al verde, la trionfalistica musicalità verdiana impressa nelle mille lire, (moneta corrente dell’epoca ante euro), il bianco va in relazione con la biancheria intima, il rosso s’accosta al toro, alle labbra, al Capitale di Marx, a un pizzico di Che Guevara; l’andatura sventolante della bandiera viene ulteriormente corroborata dall’assetto visivo delle parole, vere poesie concrete ma in movimento, “precipite” indica la verde caduta, “volissime” la bianca solidità della staticità razionale, e “volmente” il rosso spiccare il volo nel cielo azzurro.

“La Bandiera”
di Enzo Minarelli
a cura di Carlo Ansaloni
Cineteca-Cinema Lumière
Via Azzo Gardino 65, Bologna
tel: (+39) 051 – 21 94 810 / 35
Tutti i giorni 10 – 24
Dal 23 gennaio al 6 febbraio 2012


Tuccino e AttivaMente Puglia

In una sua recente newsletter di Identità Golose , Paolo Marchi (come ho già scritto di lui, e non da ieri, lo ritengo il migliore critico enogastronomico di cui disponiamo… a proposito, domenica 5 febbraio, prima giornata di Identità Milano 2012) ha riferito di una cena fatta in onore di Pasquale “Tuccino” Centrone titolare di Tuccino ristorante di Polignano a Mare dove mesi fa gustai un pranzo di lussuoso gusto.

Tuccino soffre di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica, vive su una sedia a rotelle e si è fatto fondatore di AttivaMente Puglia perché “non tutti” – ha detto – “sono fortunati come me, si sentono persi e crollano”.
Scrive Marchi: Io – e non solo io – ho un altro concetto della fortuna, ma è facile capire che Pasquale si riferisce alla famiglia che ha accanto, quando diverse davanti al dramma si defilano e sfasciano, e anche al lavoro che a Polignano non si è interrotto, in sale e verande dove si mangia con il sole e l’Adriatico negli occhi. […] Amara notarella finale: nella vita ci sta di tutto, il meglio e più facilmente il peggio, in ogni settore, privato o pubblico che sia. Davvero non bisogna stupirsi di nulla, però non credevo proprio che la vicenda di Tuccino, con il suo carico di dolore perché la SLA non è una barzelletta anche se c’è chi si diverte a fare le battute sugli ebrei e sui malati, spingesse a scrivere solo il sottoscritto. Nei blog e nei giornali troviamo di tutto, anche molte cazzate e tanti pettegolezzi da asilo infantile, possibile che la SLA interessi solo quando colpisce un calciatore? Possibile che Tuccino e la sua associazione non meritino almeno un cinquettio in twitter e due parole in fb o in un sito per aiutare a raccogliere cento euro in più?.

Vittorio Cavaliere ha organizzato una cena dove tutto era a offerta libera e dove cuochi e aziende del vino hanno donato tempo e impegno, materie prime e bottiglie, per berle al momento e per batterne una sessantina di straordinarie all’asta.
Tutto il ricavato per AttivaMente Puglia.
Non lasciamoli soli.


I ferri dell'editore

Fine anni ’70: il rapimento e l’uccisione di Moro determina in Italia una gravissima situazione politica e sociale a tutto favore delle destre; viene approvata la legge 194, con la quale si riconosce il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata scatenando rabbie cattoliche e, in seguito, referendum da loro persi; diventa Pontefice Wojtyla che riporterà la Chiesa su posizioni tridentine e andrà in Cile a stringere la mano a Pinochet; sugli schermi trionfa "Apocalypse Now" grande affresco sulla brutalità di guerre inutili mentre da noi si parla di un certo Nanni Moretti che dopo “Io sono un autarchico” ha successo con “Ecce Bombo”; Radio Alice che aveva riaperto dopo l’irruzione della polizia nel ’76 chiude definitivamente e la radio passa ai radicali (oggi sontuosamente foraggiati con milioni di euro di denaro pubblico); il “rock demenziale” di Freak Antoni e degli Skiantos furoreggia insieme con una new wave che discendendo dal punk rock ha il suo centro propulsore a Bologna; “Il Male” con i suoi formidabili falsi propone un nuovo modello satirico e nasce il progetto che vedrà nelle edicole la rivista “Frigidaire” che esalterà le matite di Stefano Tamburini e Andrea Pazienza; si afferma il termine “post modern” che indica una ribellione al modernismo, all’architettura razionale e al vecchio design.
In quel clima nacquero in Italia parecchie case editrici.
Lavoravo allora a RadioRai e portai al microfono in una trasmissione che si chiamava “I pensieri di King Kong” molti di quei giovani editori notando in tutti loro un grande entusiasmo, ma in quasi nessuno un approccio ragionato al mestiere dell’editore.
Ardori ideologici e furia iconoclasta da alcuni, da altri qualche furberia politica e un piglio manageriale per niente suffragato da autentiche competenze.
Solo uno mi convinse fra quelli: un giovane che senza negarsi alla ricerca, senza disprezzare i coetanei editori, non aveva paura di parlare dei libri anche come merce; parola allora (e, purtroppo, spesso ancora adesso) ritenuta scandalosa se associata a fatti di cultura.
Quel giovane baffuto, un po’ impacciato, che sembrava uscito da nebbie praghesi o da una pagina di Bohumil Hrabal era Sandro Ferri.
Aveva fondato E/O sigla che stava per Europa/Orientale, infatti, pubblicava letteratura di quell’area geografica.
Oggi, varato un più vasto piano d’impresa culturale con la moglie, l’ottima slavista Sandra Ozzola, è da intendersi per Est/Ovest.
Per conoscere più diffusamente la storia di E/O, basta un CLIC.
Provenendo da quei lontani, difficili, anni, dei quali ho tracciato un trafelato profilo, è oggi l’Editrice che si è affermata diventando, meritatamente, una protagonista del nostro scenario editoriale.

Da un paio di mesi è in libreria un volume intitolato I ferri dell’editore, edito proprio da E/O, nel cui titolo occhieggia in modo sorridente il nome del suo autore che proprio Ferri Sandro è.
Felicissime pagine che affrontano temi culturali e tecnici del mestiere editoriale, indicando non solo i problemi, ma anche la maniera di affrontarli senza lacrime sul passato e senza terrori per il futuro.
Pagine elegantemente sommesse eppure squillanti nei loro avvertimenti, nella loro consapevolezza di un nuovo modo d’affrontare il concetto di autore, editor, gestione d’impresa.
Ferri, pur amando il libro di carta (un po’ troppo, ho pensato da tecnofilo quale sono leggendo “I ferri dell’editore”), infatti, non si è sottratto alla produzione profilata sulle nuove tecnologie. I più grandi successi delle Edizioni E/O, di autori italiani e stranieri, non a caso li troviamo anche in formato digitale per lettori che desiderino la semplicità e la comodità dei benvenuti dispositivi eReader.

Per una scheda sul libro: QUI.

Sandro Ferri
I ferri dell’editore
Pagine 160, Euro 5.00
Edizioni e/o


Manuale contro la fine del mondo


Per renderci conto di quanto siamo messi male con la cultura scientifica, basta guardare uno dei momenti (purtroppo ce ne sono molti altri) delle nostre tv sia pubbliche sia private. Accade, infatti, che al mattino accanto alle previsioni meteorologiche appare implacabilmente un’altra rubrica dedicata agli oroscopi; si crea, cioè, un’equivalenza di pari dignità tra calcoli frutto di rilevazioni satellitari e improbabili divinazioni di ciarlatani.
Nessuna meraviglia, quindi, se tanto clamore e credulità ha suscitato la profezia – attribuita agli incolpevoli Maya – secondo la quale questo 2012 sarebbe l’ultimo dell’umanità.
Non è la prima volta che presagi tanto funesti siano messi in giro da iettatori professionisti che fanno discendere tanto malaugurio da fantasiose misurazioni ora tratte da comici conteggi ora da previsioni ricavate da misteriosi mondi occulti. Forse non è un caso che le parole “paranormale” e “paranoico” comincino con le stesse sei lettere.

Un prezioso libro, pubblicato da Gangemi, sulla presunta catastrofe del 20 dicembre (secondo altri più ottimisti il 21 dicembre) di quest’anno, è intitolato 2012 Manuale contro la fine del mondo che, con ampia documentazione, e narrazione venata spesso di pungente umorismo, sconfessa tanti profeti di sventura.
L’autore è uno dei nostri migliori divulgatori scientifici: Alessandro Cecchi Paone.
Giornalista, saggista, docente universitario, autore e conduttore radiotelevisivo; tra i suoi volumi qui ricordo: “Un saggio mi ha detto”, “Ulisse”, “Pianeta Serra”, “Immagini dal mondo”, la video biografia di Umberto Veronesi col quale ha anche firmato “Scienza e pace”.
Per una più estesa biografia, v’invito a visitare il suo sito web.

Cecchi Paone non si limita a parlare del 2012, ma conduce un’avvincente esplorazione storica attraverso le tante disgraziate apocalissi annunciate nel corso dei secoli passando in rassegna tutti i neri presagi falliti. Dall’antica Persia del 1500 a.C. arrivando ai giorni nostri abitatati, ad esempio, dalla signora Nancy Lieder del Wisconsin che in contatto con la progredita razza aliena degli Zetas per via telepatica (gli Zetas, sono sì progrediti ma evidentemente non hanno ancora scoperto i cellulari), dapprima annunciò la fine del mondo per il 2003 per poi – essendo sopravvissuto il pianeta Terra - rimandare la cosa a tempi futuri ma non lontani da oggi.
Nella galoppata che fa Cecchi Paone attraverso i tempi, non manca naturalmente il criptico Nostradamus che avrebbe fissato “come data ultima delle sue profezie il 3797 – peraltro senza indicarla come data della fine del mondo – e quindi c’è carne al fuoco per altri 17 secoli e passa”.
Sicché tante altre profezie esiziali ci toccherà sentire e darà modo a tanti d’esibirsi in luttuose dichiarazioni. Il fatto è che tali tenebrose cose trovano spazio non solo nei banali e suppergiù benevoli oroscopi della tv, ma dal piccolo schermo (così come da siti web, giornali e libri) sono rilanciate con un taglio pseudoscientifico che convince tanti.
Si pensi, ad esempio, a Roberto Giacobbo – vicedirettore di Rai 2 – che trasmette apocalissi e misteri fino ad attirarsi la satira di Crozza, un divertente esempio QUI .

Piergiorgio Odifreddi concludendo la sua lunga, ragionata, prefazione a “2012. Manuale contro la fine del mondo” scrive: Ben venga questo “Manuale” di Alessandro Cecchi Paone […] un autore che, coraggiosamente, della battaglia contro la superstizione irrazionale e contro l’ignoranza scientifica ha fatto una ragione di vita.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Alessandro Cecchi Paone
2012 Manuale contro la fine del mondo
Prefazione di Piergiorgio Odifreddi
Pagine 80, Euro 12.00
Gangemi Editore


Democrazia

Come ho già scritto altre volte in queste pagine, amo il teatro di parola quanto una colica renale preferendogli il teatro tecnosensoriale che si avvale delle neotecnologie info-elettroniche, un tipo di teatro che ibridando generi e tecniche ha in sottofondo, variamente modulato, la filosofia che teorizza il postumano.
Per intenderci, valga ad esempio la "Fura dels Bauls".
Esiste, però, un teatro che agisce sulle derive magnetiche della fusione corpo/macchina/voce/immagine riuscendo ad essere parte di questa nostra epoca delle “psicotecnologie” (copyright Derrick de Kerckhove).
Teatro difficilissimo da farsi e nel quale credo che in Italia abbiamo una delle poche, rarissime, interpreti in Emanuela Villagrossi, in foto.
Non è un caso se figura tra le pochissime persone di teatro che ho invitato nella mia taverna spaziale sull’Enterprise: CLIC!
Perché quel teatro è assai difficile? Perché ci sono interpreti che di fronte alle tecnologie si smarriscono fino a scomparire e altri che talvolta quando provengono dalla scena tecnologica e s’arrischiano a recitare in voce sono capaci di deprimere ogni platea.
Voglio dire che la Villagrossi è bravissima in entrambe le situazioni? Sì, questo voglio dire.
Alle doti naturali ha accoppiato lo studio, alle cose apprezzabili del passato ha aggiunto le esperienze nel nuovo come dimostra, ad esempio, la sua lunga collaborazione con i “Motus” e la partecipazione a film in cui agisce sul blue screen.
Incisiva sempre, forse perché, come dice il mio amico Pino Caruso: “Esistono due sole categorie d’attori: i canini e gli incisivi”.

Ora, dopo un felice debutto, la troviamo al Teatro Officina di Milano impegnata in un testo di Andrea Balzola intitolato Democrazia dove, infatti, la commistione fra parola e tecnologia la vede duplicarsi in scena (fra immagine video e dal vivo) nel ruolo di due sorelle dai nomi biblici: Lia e Rachele.
E’ scritto nelle note di regìa. Nel testo di Balzola la tecnologia è importante tanto quanto la parola, fa da supporto allo sdoppiamento dell’attrice, il video, ad esempio, ha un ruolo determinante per la realizzazione del dialogo tra le opposte posizioni delle due sorelle […] La tecnologia di cui si dispone in scena è stata messa tutta sullo stesso piano, in modo da poterne decidere l’uso a partire dal senso del testo, senso che emerge dalla sedimentazione delle parole durante il lavoro a tavolino e in scena attraverso il corpo stesso dell’attore. Sono stati perciò posto sullo stesso piano video, microfoni, luci, musiche poi impiegati come elementi integranti di questo specifico testo, al fine di amplificarne i molteplici contenuti.
Lia parla a Rachele ed Emanuela ad Emanuela fra pace e guerra, fra aut pati aut mori.
Non è un caso che parecchi anni fa, in una nostra conversazione sul web, mi disse: “Ma cosa c’è di più intimo e umano di un attore che dialoga con l’immagine di sé stesso sulla scena?”
La dimostrazione flash in questo videotrailer dello spettacolo.

Ufficio Stampa Retropalco : Marialuisa Giordano, 338.3500177; retropalco@alice.it

Teatro Officina
Via Sant'Erlembaldo 2, Milano, tel. 02.2553200

“Democrazia”
di Andrea Balzola
con Emanuela Villagrossi
regia Maria Arena
musiche Stefano Ghittoni
assistente alla regia Alexandra Pirajno
video Maria Arena
registrazioni audio Marco Olivi | Blue Spirit Studio

Dal 20 al 22 gennaio ’12, poi in tournée


Levi a Palazzo Firenze


E’ intitolato Il cammino delle parole un ciclo d’incontri proposto dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con "Paesaggio Culturale Italiano - I Parchi Letterari" che si tiene a Roma nelle sale di Palazzo Firenze.
La rassegna, inaugurata nel novembre scorso con un’ampia riflessione su Giosuè Carducci (tra i fondatori della Dante), è proseguita con un articolato ricordo di Pier Paolo Pasolini dove è risuonata la voce di Mario Rosati, pittore, scultore, e autore della celebre stele di Ostia che ha detto: “Grazie ai libri del mio amico Pier Paolo ho compreso a fondo il mondo della periferia. È stato lui che ci ha insegnato a mantenere e rispettare il linguaggio e la romanità propri delle nostre origini”.

Il prossimo appuntamento, domani giovedì 18 gennaio, sarà dedicato alla figura e all’opera di Carlo Levi,(in foto), autore della famosa opera “Cristo s’è fermato ad Eboli” che narra del periodo trascorso ad Aliano, in Basilicata, al confino dove il regime fascista lo aveva condannato.
Peccato che Berlusconi – ancora stremato dalle fatiche per impedire l’arresto di Cosentino accusato dalla Magistratura d’essere il referente nazionale dei casalesi – non si trovi di passaggio da quelle parti, avrebbe illustrato, come già una volta disse, come il confino altro non era che “una villeggiatura”. Peccato. Avrebbe smentito quelle accorate pagine di Levi.
Il quale non è stato solo scrittore ma anche pittore; sue opere, sempre a Palazzo Firenze, saranno esposte al pubblico fino al 9 febbraio.
Il 18 si avrà anche la presentazione di due inediti (“L’uomo della luna” e “Il tempo lascia il conto e se ne va”), scritti da Levi negli anni Settanta, messi in musica dal Maestro Peppe Militello e che saranno eseguiti dallo stesso musicista.

Il 25 gennaio sarà di scena un profilo del grande poeta Albino Pierro (Tursi, 19 novembre 1916 – Roma, 23 marzo 1995) per ben due volte candidato al Nobel.

L’Ufficio Stampa della Dante è guidato da Pierpaolo Conti.


The Veterans Book Project


E’ in corso a Roma, presso la Nomas Foundation, una mostra dal fortissimo impatto storico, psicologico e visivo che chiama i visitatori ad interagire con essa.
Si tratta di The Veterans Book Project ideata dall’artista Monica Haller (Minneapolis, 1980) e curata da Stefano Chiodi (Roma, 1963) storico e critico d’arte.
Si tratta, com’è detto nella presentazione di “una biblioteca di libri che Monica Haller sta costruendo insieme ai veterani delle guerre americane di questi anni. Molti libri sono di soldati, uno è di una madre, un altro del fratello di un militare morto in battaglia, un altro ancora di una donna irachena che ha perso le gambe quando un missile statunitense è atterrato sul suo letto. Sono loro gli autori, loro gli esperti. Muovendo dal dimenticato, dal banale o più esattamente da ciò che non è mai stato registrato nella memoria, Haller chiede ai veterani di superare la retorica e puntare al centro del problema. Una foto scattata con il cellulare, una mail, un’annotazione di un diario, un’amnesia: le risorse sono senza limiti. La biblioteca cresce e prende forma con l’eredità delle guerre.
Haller non è l’autrice dei libri. È colei che compone gli elementi del progetto e la griglia che gli autori possono riempire. L’artista cura lo spazio per i loro esperimenti e fornisce il software editoriale, una piattaforma stabile per questo spesso fragile materiale. L’artista è un’ascoltatrice, una redattrice, una grafica, una testimone. Usa il formato del libro per la sua materialità, per la sua qualità di veicolo di storia e di memoria, per la sua stabilità e mobilità. Otto workshop in un anno hanno prodotto trenta libri e migliaia di copie in circolazione. In un tempo di guerre ‘infinite’, Haller costruisce una comunità di autori e lettori per creare attraverso i libri discussioni e un continuo scambio di conoscenze sulla guerra”.

Monica Haller (in foto) è un’artista visiva che spaziando tra design, video, fotografia e scrittura, focalizza la sua pratica sui problemi di giustizia sociale, diffondendo informazione, amplificando i materiali e le tecnologie che i suoi collaboratori conducono e sperimentano nelle loro stesse vite. Trauma, memoria e comunicazione sono alcuni dei temi del suo lavoro. Ha una laurea in Processi di Pace e Studi sui Conflitti conseguita presso il College of St. Benedict e un Master in Arti Visive conseguito presso il Minneapolis College of Art and Design. I suoi lavori sono stati esposti dal Festival Les Rencontres d’Arles, in Francia, al Walker Art Center, a Minneapolis, al Rhode Island School of Design (RISD), a Providence, fino alla Biennale 01SJ, Build Your Own World, San Jose. Ha ricevuto numerosi premi per il suo lavoro, incluso una Guggenheim Fellowship e un supporto dal National Endowments for the Arts.

In un densissimo articolo apparso su il Manifesto (13 dicembre ’11), così scrive il saggista e critico letterario Andrea Cortellessa: Ci accoglie un ambiente spoglio, illuminato solo dalle lampade direzionali collocate sui tavoli. Ci sediamo, apriamo il primo libro a portata di mano, cominciamo a leggerlo. Sul tavolo ci sono anche delle penne, per prendere appunti a nostra volta. Conclusa la lettura di un libro, possiamo scegliere se alzarci dalla sedia e spostarci a un altro tavolo – o chiedere a un altro visitatore di scambiare il nostro libro col suo. Volenti o nolenti, si forma una comunità: una “unità” non di combattimento ma di senso. La Memoria del Trauma fuoriesce dalla matrice ineffabile del soggetto per farsi memoria condivisa – barlume di una Storia ancora da scrivere. A venire dispiegati, stavolta, siamo noi.

Press info: Manuela Contino press@nomasfoundation.com

Monica Haller
“The Veterans Book Project”
a cura di Stefano Chiodi
Nomas Foundation
Viale Somalia 33, Roma
Fino al 23 febbraio 2012


La fiamma è bella

Il titolo di questa nota non inganni. Non si parla qui della dannunziana Mila, figlia di Jorio, che così dicendo sale sul rogo, ma di una festa popolare che si svolge a Novoli (Lecce) dove fervono i preparativi per la tradizionale magica notte del 16 gennaio.
La “Fòcara”, il fuoco più grande del bacino del Mediterraneo, rivive tra sacro e profano e, fra i due termini, l’estensore di questa nota predilige il secondo.
Un falò di 25 metri di altezza e 20 metri di diametro per l’ormai secolare festa di Sant’Antonio Abate, per costruire il gigantesco fuoco servono dalle 80.000 alle 90.000 fascine.
Le origini della presenza della Fòcara a Novoli da alcuni sono assegnate all'opera dei veneziani; mentre, altri la individuano intorno al XV secolo anche prima della richiesta di avere Sant'Antonio come protettore della comunità novolese. In ogni caso è certa la data del `700 desumibile da atti comunali.
In questo video si può ammirare la maestrìa pirotecnica che, è il caso di dire, dà luce e calore all’avvenimento.

“La Fòcara duemiladodici” sarà interpretata da un artista di fama internazionale che ama definirsi “un artista del sud, del sud più misterioso, più cupo”, Mimmo Paladino, che firmerà il primo manifesto d’autore – (in foto) – della Festa del fuoco, e una xilografia – prodotta dall’autore in tiratura limitata e numerata da 1 a 100 - che racconta il “mistero” della magica notte della “Fòcara”
Quest’opera, realizzata per rendere omaggio all’unicità di questo fuoco, sarà a disposizione dei collezionisti in attesa della grande installazione realizzata dal maestro di Paduli sulla Fòcara, che unirà “Costumanze, evocazioni, leggende, racconti e riferimenti letterari, tra scultura, installazione e ambiente”, come spiega Toti Carpentieri direttore artistico di FòcaraArte.
Promosso oggi da Regione Puglia, Provincia di Lecce e Comune di Novoli in collaborazione con numerosi partner pubblico-privati, l’evento è, infatti, carico di simboli legati alla cultura popolare e contadina del territorio.
Il fuoco di Novoli, da secoli, si propone come il “fuoco buono di Puglia, messaggero di pace nel mondo”, universale simbolo di solidarietà.

Il nuovo portale dedicato alla festa salentina, è stato realizzato da ClioCom, partner tecnologico della Fondazione Fòcara.
Tra i servizi che produrrà, segnalo una webcam su La Fòcara; la trasmissione in diretta 24 ore su 24 delle immagini relative alla costruzione della pira, grazie a una particolare videocamera a raggi infrarossi; streaming audio/video live degli eventi e le immagini delle performances degli artisti Daniele Silvestri, Moni Ovadia e Shantel che si alterneranno sul palco insieme con l’Orchestra del Fuoco diretta da Roy Paci.

Ufficio Stampa: Agenzia Freelance
Tel. 0577. 272123 - 0577. 272123; Fax 0577. 247753
info@agfreelance.it
Sonia Corsi: 335 – 19 79 765
Natascia Maesi: 335 – 19 79 414
Daniela Fabietti: 335 – 19 79 415

Per informazioni
Ufficio Stampa Fondazione Fòcara di Novoli: Donato Guerrieri
mail: guerrieridonato@gmail.com; cell. 338.38 62 790
Ufficio Cultura Comune di Novoli
cultura@comune.novoli.le.it
Da lunedì a venerdì ore 8 -14
0832712695 - 335 8202336


Scienza, quindi democrazia


"Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie", così diceva John Cage.
Fossi io un editore metterei questo motto in testa a tutti i libri di Gilberto Corbellini.

E’ professore ordinario di Storia della Medicina all'Università "La Sapienza" di Roma. S’interessa e scrive di storia, filosofia e politica delle scienze biomediche. Tra i suoi libri: Ebm. Medicina basata sull'evoluzione; La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis); Perché gli scienziati non sono pericolosi.
È condirettore della rivista darwin e collabora con il supplemento domenicale del "Sole 24 Ore”.
Particolare un suo volume (scritto con Pino Donghi e Armando Massarenti): Biblioetica. Si tratta di un dizionario che ha dato vita a uno spettacolo teatrale per la regia di Luca Ronconi; è costituito da una quarantina di voci sulle quali si fonda l'attuale dibattito scientifico intorno alle origini, ai modi e al fine della vita; voci scritte da filosofi, scienziati, giornalisti, sia italiani sia stranieri.

Per Einaudi ha pubblicato adesso Scienza, quindi democrazia.

Per chi non ha letto “Perché gli scienziati non sono pericolosi” che ho segnalato prima, questo libro avanza una tesi eretica: l'idea che l'invenzione della scienza moderna abbia fornito gli strumenti cognitivi e morali necessari per far funzionare l'economia di mercato e consentire la nascita della democrazia. “Grazie a tali strumenti” – è detto nella presentazione – “la scienza stimola la capacità di pensare in modo controintuitivo, permettendo di spiegare ciò che accade. Essa, inoltre, consente di prendere decisioni morali, economiche e politiche che non sono “naturali” - date le predisposizioni comportamentali di cui ci ha dotato l'evoluzione - ma che, tuttavia, migliorano la società sotto tutti i punti di vista. La scienza ci fa godere i vantaggi materiali del vivere in condizioni che, dalla rivoluzione neolitica in poi, sono diventate via via più innaturali”.
Le tesi di questo libro sono quasi censurate in Italia, dove una cultura umanistica pervasiva, tradizionalista e antiscientifica è all'origine dell'incapacità del paese di elevarsi moralmente e stare al passo con le economie della conoscenza.
Considero, e non sono il solo, Gilberto Corbellini una delle grandi intelligenze di cui disponiamo e qui, ancora una volta, è capace d’intrecciare scienza e filosofia, politica e società, con una scrittura semplice, diretta, veloce.

A lui ho rivolto alcune domande.
Il principale motivo che ti ha spinto a questo tuo nuovo libro?

Il libro sviluppa le riflessioni conclusive di “Perché gli scienziati non sono pericolosi” che, come hai ricordato, pubblicai con Longanesi nel 2009. L’interesse principale era capire perché una forma di conoscenza così estranea, sul piano psicologico, ai modi attraverso cui spontaneamente cerchiamo le spiegazioni di quello che accade e ci accade, quale è la scienza, abbia potuto diventare un elemento culturale imprescindibile delle società più progredite, libere ed egualitarie che siano mai esistite, cioè le moderne democrazie liberali. Ed ero convinto che se fossi riuscito a soddisfare questa curiosità avrei in qualche modo contribuito a chiarire anche le origini delle controversie sul ruolo sociale della scienza.

Come mai – parole tratte dal tuo libro – “nel mondo occidentale è montata un’avversione diffusa contro la scienza”?

Perché c’è più benessere, cioè siamo tutti più ricchi e stiamo meglio in salute rispetto al passato, e c’ anche più libertà e meno diseguaglianza. Tuttavia, politici, burocrati ed economisti, per mancanza di studi adeguati e aggiornati, credono che queste condizioni siano il frutto di un’indefinita capacità umana di autogovernarsi, e che i principi e i valori che sono alla base della liberal-democrazia e del libero mercato siamo una creazione della tradizione culturale umanistica. Quindi considerano la scienza e metodo scientifico delle mere tecniche, prive di una dimensione culturale o morale. Per questo e per il fatto che la scienza prescinde da giudizi di valore nel cercare le spiegazioni, la giudicano una minaccia per la libertà e la dignità umana. Invece, una più pertinente conoscenza della storia dice che sono stati i progressi scientifici a rendere possibili quelli sociali e civili. E, forse, proprio la diffusione in una frazione cospicua della società occidentale di una mentalità scientifica ha reso possibile apprezzare e rendere funzionale, attraverso la creazione di tecnologie per migliorare la produzione e di istituzioni efficienti, il libero mercato e lo stato di diritto. Insomma, all’origine dell’avversione contro la scienza c’è un incredibile equivoco su quelle che sono le origini e le conseguenze della modernità. Di cui da un lato si sfruttano e godono i vantaggi, e dall’altro ci si sputa sopra, invocando un nostalgico ritorno al passato, perché non c’è un’effettiva consapevolezza di quanto si stia meglio oggi, rispetto al passato, proprio grazie alla scienza.

Aldilà dell’inettitudine e incompetenza di tanti politici, noto in loro (come in tanta gente anche fuori da incarichi politici) generiche diffidenze e paure del nuovo anche in campi non scientifici, nelle arti, nel sociale… Da dove viene quel panico?

Penso che sia una conseguenza dell’invecchiamento delle classi dirigenti e in generale del fatto che le persone che guidano istituzioni, sistemi di formazione e mezzi di comunicazione rimangono per troppo tempo sempre le stesse. Non dimentichiamoci che fino a mezzo secolo fa gli individui più giovani, bravi e dinamici assumevano il più presto possibile un ruolo importante e decisionale nella società. E questo continua ad accadere nei dipartimenti universitari, soprattutto scientifici e tecnologici, dei paesi che valorizzano la ricerca scientifica e l’innovazione. Che non a caso sono anche i paesi che oggi crescono economicamente a ritmi più elevati. In Europa, ma soprattutto in Italia, siamo governati da una gerontocrazia che, per motivi fisiologici, tende a essere conservatrice in tutti i campi. Il nuovo fa paura prima di tutto perché impone cambiamenti, e quindi mette a rischio potere e privilegi.

Gilberto Corbellini
Scienza, quindi democrazia
Pagine XXVI – 166, Euro 10.00
Einaudi


L'arte del doppiaggio

L’editore Felici ha mandato in libreria L'arte del doppiaggio Doppiatori e direttori di doppiaggio.
Lo ha scritto uno studioso di questa materia fatta di voci e celluloide: Andrea Lattanzio, già autore nel 2007 del volume “Il chi è del Doppiaggio”.
La radio pubblica italiana, un tempo (quando cioè le produzioni di prosa erano numerose, a differenza di oggi), era frequentata da attori famosi, e meno famosi, molti dei quali lavoravano al doppiaggio. Perciò ne ho conosciuti tanti e con tanti di loro ho lavorato.
Chi non è addentro alle cose dello spettacolo, forse, non sa che non tutti amavano – e amano – fare i doppiatori; alcuni, infatti, la consideravano – e la considerano – una necessità professionale svolta per integrare altre prestazioni (teatrali, radiotelevisive, cinematografiche) notevolmente preferite e dai meno fortunati inseguite invano.
Eppure è un lavoro dello spettacolo di grande importanza anche perché – nonostante la crisi che attraversiamo – impegna tanti interpreti, tecnici, funzionari.
Lavoro difficile che fa dire a Lattanzio: E’ una gran fatica, durissima e sfibrante che richiede una tecnica fantastica, buona recitazione e molto talento. Basti pensare al fatto che recitare da fermo non è impresa facile. Un esempio: in un film movimentato, pieno di sparatorie, corse e salti, occorre stare in piedi in una sala buia a fingere di correre, sudare e avere il fiatone. Occorre saper creare il personaggio con le pause, i contro tempi e con le sfumature del vero interprete che appare nel film.
Tutto vero, ma non mancano coloro che, con serie argomentazioni, sono contrari al doppiaggio dei film; in Italia, per fare un solo esempio, Bernardo Bertolucci e, all'estero, i nomi dei registi e dei saggisti sono ancora più numerosi che da noi.
Per dare un’efficace idea di questa querelle cliccate QUI.

“L'arte del doppiaggio” è un volume che propone 60 doppiatori (non inseriti nel precedente “Il chi è del Doppiaggio”), del passato e del presente, 40 direttori di doppiaggio di ieri e di oggi, 42 interviste alcune rilasciate a Lattanzio e altre ricavate da quotidiani, riviste, siti internet.
Sono ricordati anche sette doppiatori scomparsi, Claudio Capone, Sergio Di Stefano, Oreste Lionello, Glauco Onorato, Giorgio Piazza, Giuseppe Rinaldi, Oreste Rizzini.
Il volume è corredato da una webgrafia.

Con un CLIC si raggiunge la scheda editoriale del libro.

Andrea Lattanzio
L'arte del doppiaggio
Pagine 268, Euro 20.00
Felici Editore


L'occhio barocco (1)


Ancora una volta la :DuePunti Edizioni vizia i suoi lettori con una pubblicazione culturalmente lussuosa: l’occhio barocco dieci lezioni su immagini, teatro e poesia da Napoli a Roma, Firenze e oltre firmato da Michele Rak, (in foto).
Nato a Napoli nel 1940, analista e storico della cultura, teorico della comunicazione dal Barocco all’Età contemporanea, critico della letteratura e specialista dei linguaggi iconici, coordina presso l’Università̀ di Siena l’Osservatorio europeo sulla lettura e la ricerca nazionale “Il lettore di libri in Italia”.
Tra le sue pubblicazioni estraggo alcuni titoli: “Napoli gentile” (il Mulino 1994); Immagini e scrittura (Liguori 2003); Da Cenerentola a Cappuccetto Rosso (Bruno Mondadori 2007); La letteratura di Mediopolis; La Venere perduta.
“Logica della fiaba” – Bruno Mondadori, 2005 – fu l’occasione per averlo mio compagno (col quale condivido città e anno di nascita) in un viaggio spaziale trattenendoci a parlare del suo libro e di altro ancora nella taverna che gestisco da dieci anni sull’astronave Enterprise.

Rak ci ha abituato a sottotitoli di lunghezza settecentesca, ma quello citato prima, e appare in copertina, è solo il fratello minore di un altro (che occhieggia dalla quarta) decisamente meno breve ma che di più appartiene allo stile dell’autore e così suona: Apocalissi, mal di pietra, trionfi di zucchero, occhi di giaietto, orologi a polvere e a ruote, nature morte, pulcinelli arrosto, orchi, Narcisi, edifici d’ombre matematiche, figurine e burattini, stanze delle meraviglie e altre macchine dello sguardo.
E quale migliore introduzione se non quella appena recitata può farci entrare in questo fosforescente studio sul Barocco?
Nell’anno delle trionfali mostre sul Barocco – Napoli, Torino, Mantova, Venezia e dell’emergente moda della musica barocca il libro ricostruisce le parole d’ordine di questa temperie. Il Barocco scopre gli strumenti per vedere – il cannocchiale, il microscopio, la camera oscura –, e le nuove regole per farsi vedere – gli abiti, i gioielli, le parate, le mostre, le Camere delle meraviglie, le tavole imbandite.
Il Barocco inaugura anche la Modernità con i libri illustrati, le forme del corpo e dei mostri, il teatro musicale, l’invenzione del paesaggio, il senso della vanità delle cose e della ruota della Fortuna che si nasconde dietro i monumenti delle feste che si dissolvono nei fuochi artificiali.

Segue ora un incontro con l’autore


L'occhio barocco (2)

A Michele Rak ho rivolto alcune domande.
Quale la principale motivazione che ti ha spinto a questo tuo lavoro?

Ho riunito alcuni studi sul secolo che ha lavorato su alcuni strumenti della visione: il cannocchiale per vedere l’infinitamente lontano, il microscopio per l’infinitamente vicino, la camera oscura per riprodurre il visibile, lo specchio e i suoi enigmi.
L’occhio barocco lavora con queste macchine spinto dalla fame di reale che investe la Modernità emergente. Per questo il barocco è anche teatrale: il teatro e la festa sono i suoi linguaggi e generi preferiti, la piazza e il corpo i suoi spazi prediletti con i loro abiti, decorazioni, posture e movimenti.
L’occhio barocco è sontuoso, vario e spettacolare: deve comunicare gusti, piaceri, eventi e parole d’ordine alle nuove folle della città moderna. Per questo lavoro l’occhio barocco è persuasivo, voluttuoso, sensuale: deve parlare al lato più profondo dell’identità per assicurarsi la sua partecipazione eccitata, morbosa e violenta, che è sempre quella del corpo.
L’occhio barocco è filosofico, magico e scientifico: guarda i corpi dei Popoli come i corpi della Natura e scopre che il Mondo che compongono è regolato da leggi occulte e tuttavia simili e decifrabili (Giambattista Della Porta e Galileo Galilei), il costume è mobile (Paolo Sarpi), la letteratura è filosofia (Tommaso Campanella) e i suoi testi riproducili anche meccanicamente (Emanuele Tesauro).
Filosofi e pittori, poeti e teatranti mettono in scena questo creativo momento della Modernità lavorando su molte terribili icone tratte dai miti riscoperti dagli umanisti e dissotterrati dai primi archeologi.
Due icone dominano le altre: la Visione - che è finzione, apparenza, inganno e tecnica della verità - e il Tempo che ha la forma del serpente - torna sempre su se stesso e si morde la coda-, del cervo che fugge via rapido appena visto, del corvo che vola via non si sa dove, della fenice che si dissolve e rinasce
.

Quale spiegazione dai del fatto che il barocco sia un movimento culturale che nasce proprio in Italia e trionfa a Napoli?

Napoli è un crocevia della Modernità dove tutti i linguaggi delle arti captano, configurano, fabbricano, mettono in circolo le icone di questo momento creativo. É una città dove accorrono viaggiatori dall’Europa e dal Mediterraneo sensibili alle sue attrazioni: il clima e le acque, le feste con le fontane d’olio e di vino, i quadri luminosi e i fuochi artificiali, i carri, i tornei e le cuccagne, la musica, il teatro vivente e meccanico, la pittura di paesaggio, di natura morta, mitologica e sacra, i cibi, i vestiti, le carrozze e i paesaggi, i musei, le biblioteche e le accademie, la magia naturale, e la scienza della fisiognomica con cui riconoscere viaggiatori, ladri e senza-rango. Napoli è, con Parigi, la più grande città europea del Seicento dove si confrontano gruppi di potere, nazioni, etnìe, parti politiche e dove sono necessari alcuni generi della comunicazione che coinvolgano queste composite folle. È il momento in cui emerge la festa con tutti i suoi generi parossistici: colonne ed archi, altari e concerti, azioni teatrali e fuochi artificiali, esecuzioni e salve di cannone. Tutti destinati a rimescolare le folle, far circolare le parole d’ordine dei gruppi, rivelare il cambiamento che è la cifra portante della Modernità.

Come cambia lo sguardo sul mondo con l’avvento del barocco?

Questi saggi hanno studiato alcune icone trasversali tra i gruppi e le arti che le comunicano. Sono le icone della Fortuna e del Tempo, del cibo e della bellezza così prossima alla bruttezza – nelle figure di Esopo, l’Orco e Narciso -, del sacro tra memoria e mito – da Virgilio a san Gennaro -, dei pescatori e delle visioni di cui parlano i primi fogli a stampa, delle macchine teatrali e musicali e dei giardini destinati ai passatempi, di alcune teorie del teatro e delle maschere sulla scena delle piazze – Pulcinella, la temibile espressione della fame collettiva e Masaniello la figura tragica che, in pochi giorni, ha sconvolto un impero e segnalato l’emersione delle incontrollabili folle urbane. Da allora cambiano insieme la filosofia e la scienza, la letteratura e l’architettura, la musica e la tavola. Tutte spinte dalla rivelazione del diverso scoperto nelle Americhe e in Oriente.

T’invito a una passeggiata lungo le strade di una città che ben conosci: Mediopolis.
Esistono segni barocchi nel mondo della comunicazione oggi?

Mediopolis è la città visibile in cui viviamo. Come dimostrano queste righe che saranno lette in luoghi imprevedibili – ovunque – e su schermi qualsiasi – di computer, tablet, reader, cellulari e facilmente tradotte in altre lingue. Mediopolis è la città global dove tutti siamo raggiungibili per quanto ci nascondiamo perché le sue strade - i media - sono sempre più facilmente percorribili da tutti con acculturazioni sempre più rapide. Anche la scrittura lineare è rapidamente integrata dai nuovi linguaggi verbo-visual-musicali. Tutto è spinto in avanti dalla caduta dei confini tra i popoli e delle palizzate che separavano le culture. Il barocco è come un prototipo di un modo della comunicazione che vive oggi e vivrà domani nonostante le difficoltà di prevedere le linee di fuga di popoli e nazioni che hanno scoperto la democratica possibilità di accedere a tutto quello di cui erano privi e di cui, come tutti gli esseri umani, hanno bisogno.

Per visitare il sito web di Michele Rak: QUI.

Michele Rak
L’occhio barocco
Pagine 400, euro 25.00
:punti edizioni


L'Ateo

L’Ateo è il bimestrale dell'Uaar (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) essenziale riferimento per chi è interessato alle proposte culturali e associative laiche contro ogni forma di condotte confessionali.
L’ho ricevuto poco dopo avere appreso della morte di “Hitch”, diminutivo di Christopher Hitchens, uno dei più grandi pensatori atei contemporanei; sono certo di trovare nel prossimo numero della rivista un suo ricordo. A tale proposito ho notato due buoni articoli apparsi su Repubblica, uno di Ian Mcewan dell’altro, purtroppo, non ricordo il firmatario e due pezzi indecenti, per opposti motivi, su il Foglio e il Manifesto.

Venendo ora al più recente numero della rivista – diretta da Maria Turchetto, in foto – con il suo solito stile scattante nell’editoriale la direttrice presenta i temi che saranno affrontati in questo 2012.
Si parlerà del biologo Stephen Jay Gould in occasione del decimo anniversario della sua morte avvenuta il 20 maggio 2002, all’età di sessantadue anni.
Sarà poi affrontato il tema della Sussidiarietà, illuminando i suoi lati critici e, soprattutto in Italia dove quella “parolina magica” – scrive la Turchetto – “giustifica lo smantellamento dello Stato sociale e il ritorno alle grandi Opere Pie, realizzando non un risparmio, ma uno sperpero di regalie”.
Successivamente, leggeremo uno special sulla “Cattiva maestra Televisione”, con chiaro riferimento a un famoso titolo di Karl Popper, specialmente affrontando la scandalosa situazione italiana della tv pubblica e privata, alla sua dissipazione culturale, politica, finanziaria, alle tante disinformazioni che fornisce ai telespettatori.
Altro special vedrà protagoniste varie riflessioni sulla “Satira” e sulla sua condizione odierna; il tutto sarà corredato da testi satirici sia contemporanei sia del passato condendo le pagine con un fiume di vignette.
“Altri ateismi” sarà, come il titolo già fa capire, indirizzato a che cosa succede agli atei e agli agnostici in situazioni dominate da altre religioni.
Insomma, un panorama d’interventi che dovrebbe (e credo ci riuscirà) convincere molti ad abbonarsi a “L’Ateo”: 6 numeri l’anno al costo di 15 euro.

L’editoriale della rivista in questo numero contiene una raccomandazione ai collaboratori, un invito a scrivere articoli meno lunghi. Direi parole sante, se ateo io non fossi. Perché, infatti, il solo, unico, difetto della pubblicazione – lodevolissima in ogni sua altra impostazione – è proprio talvolta l’eccessiva lunghezza di certi pur pregevoli articoli.
Altra informazione: sono liberamente scaricabili cliccando QUI tutti i numeri de L’Ateo fino al 2008.

La rivista è in vendita nelle seguenti librerie al prezzo di euro 2.80.


La moda oltre la moda

“La moda “ – diceva Ennio Flaiano – “è l'autoritratto di una società e l'oroscopo che essa stessa fa del suo destino”.
E in un testo di tanti anni fa (“Vestirsi spogliarsi travestirsi”) Ernesta Cerulli scriveva: “Il messaggio dell’abbigliamento, pur nelle sue infinite varianti, è uno strumento di comunicazione leggibile e al tempo stesso ermetico; protettivo ed elusivo; identificante e ingannevole; estremamente mutevole ma culturalmente determinato”.
Insomma la moda, riferita agli abiti, è una radiografia sociale d’individui e società, riflette l’esistenziale e il sociale, è segno politico.

Disponiamo ora di un nuovo libro sul tema grazie all’Editore Lupetti che nella bella collana ‘Linguaggi Virali’ diretta da Eleonora Fiorani ha pubblicato La moda oltre la moda di Patrizia Calefato.
Per notizie sull’autrice: QUI.

Nella presentazione del volume è detto: “La moda non è ormai più quel sistema patinato fatto di lussi kitsch, modelle anoressiche, affaristi con i capitali in Svizzera, fashion victim, concept store di tendenza, locali lounge, marchi globalizzati. O meglio, è anche e ancora questo in parte, vetrina consunta di un immaginario che – soprattutto alla prova della crisi finanziaria del mondo occidentale – preserva i miti di un fasto che fu. Ma si è fatta strada in modo preponderante una rinnovata cultura della moda, che trova il suo humus soprattutto nelle pratiche sociali quotidiane che hanno al loro centro il corpo e i suoi modi di apparire e di comunicare. Il cinema e la fotografia, prima, ma poi anche la musica, le neotecnologie, gli spazi urbani, l’arte, il web, alimentano questa costellazione di segni tutti riconducibili in forme diverse a quanto chiamiamo ‘moda’, che sono però ben oltre la moda stessa. Di questi segni, di queste istanze, si occupa questo libro che affronta sia aspetti di fondo, sia aspetti apparentemente secondari o marginali, argomenti minuti, ‘curiosità’ delle mode e degli stili di vita”.


Patrizia Calefato
La moda oltre la moda
Pagine 192, Euro 18.00
Lupetti


Breviario di estetica del cinema


Libro necessario questo mandato in libreria da Mimesis intitolato Breviario di estetica del cinema Percorso teorico-critico dentro il linguaggio filmico da Lumière al cinema digitale.
Lo firma Angelo Moscariello.
Critico e saggista, è docente di Storia del cinema presso l’Accademia dell’Immagine di L’Aquila. Tra le sue pubblicazioni Claude Chabrol (Firenze, 1977), Come si guarda un film (Bari, 1982), Come si gira un film (Roma, 1995), Fantascienza (Milano, 2005), Colpi di cinema (Roma, 2006), Horror (Milano, 2008), Gag. Guida alla comicità slapstick (Roma, 2009), Cinema e pittura (Bari, 2011).
Libro necessario, dicevo, perché conoscere il linguaggio del cinema e le dinamiche della visione resta la condizione primaria per meglio capire e gustare quest’arte in continua evoluzione, sopratutto oggi che i film dagli schermi in sala trasmigrano nell’etere, sono fruibili sui computer, conoscono nuove tecniche che vanno da una sempre più diffusa tridimensionalità fino al gigantismo dell’Imax.

Ad Angelo Moscariello ho chiesto: quale la principale motivazione che ti ha spinto a questo lavoro?

L’esigenza di far riscoprire l’autentico spirito del cinema dopo che esso è stato zombizzato dall’avvento delle fiction televisive e il bisogno di far ricordare che il cinema è un linguaggio autonomo fatto di immagini e suoni produttore di un senso originale e non un servile surrogato di un senso prodotto da altre arti come la letteratura o il teatro. Il far capire che in un film a parlare devono essere le giunte (l’ellissi dalla clava all’astronave in “2001:Odissea nello spazio”) e i movimenti di macchina (il piano-sequenza nel prefinale di “Professione Reporter”) e non le parole dette dai personaggi. Inoltre, il richiamo alla quella natura psichica e fantasmatica del cinema difesa a suo tempo da Artaud e dagli espressionisti e in seguito mortificata dall’avvento del sonoro (e che ora in parte sopravvive soltanto in qualche opera visionaria del genere horror). Sul piano dell’analisi, credo vada riscoperta la natura fascinatoria del cinema e dopo anni di dittatura dell’asettica critica strutturalista penso sia opportuno tornare a rivalutare la concezione animistica del cinema formulata negli anni ’20 da Epstein (ma anche la nozione di “estaticità” elaborata nello stesso periodo da Ejzenstejn).

Che cosa è cambiato nel nostro sguardo sul mondo con l’avvento del cinema?

Con l’avvento del cinema il nostro sguardo sul mondo è diventato policentrico e poliprospettico in virtù della natura cubista del cinema della quale il montaggio è la forma specifica. Accostare cose distanti e instaurare rapporti mai pensati prima sono pratiche che solo il cinema può fare senza tradire l’evidenza del reale ma complicandolo grazie alla sua natura di “ars combinatoria” a connotazione omogenea. Come diceva Buster Keaton “la cinepresa non conosce limiti, la sua scena è il mondo intero” .

Avendo tu scritto Cinema e pittura sei lo studioso adatto per rivolgergli la domanda che segue: dopo le grandi tappe dello schermo che percorri nel libro (dal muto al sonoro al digitale), il cinema affronta l’intermedialità. La stessa cosa accade nelle arti visive e nel teatro di performance. Rispetto a quelle esperienze il cinema si differenzia oppure no?

Con l’avvento del digitale si sta elaborando quella che io chiamo una nuova forma di “cinepittura digitale” che consente finalmente al regista di vincere la resistenza della tecnica tradizionale foto-riproduttiva (quella che Aumont chiama la “stupidità del mezzo”) e di poter controllare l’inquadratura in ogni punto pennellando le immagini come fa il pittore sulla tela. Questa forma di cinepittura, sperimentata già negli anni ’70 e ’80 a fini puramente spettacolari,è stata adottata in seguito anche da grandi poeti del cinema come il Lynch di “Inland Empire”, il Sokurov di “Arca russa” ,il Godard di “Eloge de l’amour” e il Von Trier di “Antichrist” (e meglio ancora quello di “Melancholia”). Insomma,il cinema sta tornando a guardare a quella pittura che era stata a sua volta una forma di “cinema in potenza” da Brueghel fino a Degas passando per Altdorfer, Leonardo, Caravaggio e Goya. Oggi il cinema non imita più la pittura come in passato, ora la produce in modo autonomo con risultati mai visti prima. Per questo forse ha ragione Greenaway quando dice che il cinema deve ancora essere inventato. D’altra parte anche arti visive come la performance ora guardano alla temporalità del cinema e la stessa nuova figurazione mutua dal film la “narratività” (vedi le sequenze noir di Richter).

Una domanda che va a Moscariello critico: che cos’è che ti fa venire la scarlattina quando la noti in un film?

Le cose che sono soltanto quelle che sono (e non anche altro), la pseudofilosofia (come quella che affligge “L’albero della vita” di Malick), l’eccessiva verbosità (grande nostalgia del cinema muto tutto basato sull’immagine rivelativa dalle comiche ad “Aurora” di Murnau), i personaggi tanto tanto tormentati soprattutto se intellettuali, la spocchia autoriale unita a furbizia commerciale, i luoghi comuni regionalistici (già a suo tempo denunciati da Fortini come grande limite del nostro neorealismo), quasi tutto quello che si vede nei film italiani degli ultimi decenni (salvo due o tre eccezioni) e in quelli di prima (salvo due o tre o forse quattro eccezioni). Poi ci sono le prediche (come quelle di Olmi) ma queste mi fanno addormentare. Un film che non sa fondere motion ed emotion non è un film, un cinema che non sa essere coinvolgente e al tempo stesso profondo non è cinema (e non è neppure democratico). I giovani lo sanno e stanno imparando a cercarsi in mille modi il cinema-cinema non banale e non noioso attraverso canali vecchi e nuovi.

Angelo Moscariello
Breviario di estetica del cinema
Pagine 144, Euro 14.00
Mimesis Edizioni


La Parola e la Scena


Amo il teatro di parola quanto una colica renale preferendogli il teatro tecnosensoriale che si avvale delle neo-tecnologie info-elettroniche, un tipo di teatro che ibridando generi e tecniche ha in sottofondo, variamente modulato, la filosofia che teorizza il il postumano.
Per intenderci, valga ad esempio la Fura dels Bauls.
Sono proprio le neotecnologie (attraverso la loro nuova proposta di concepire il mondo) ad avere reso la divisione fra i due tipi di teatro tanto evidente quanto, forse, benefica perché permette diverse godibilità a due platee molto diverse fra loro.
Ciò premesso, dal basso dei miei ultratrentennali contributi Enpals, riconosco – e ci mancherebbe che non lo facessi! – la valida varietà di tendenze e gusti e, quindi, lo spazio che occupa il teatro di parola perfino nei suoi aspetti più tradizionali, un po’ meno lo apprezzo quando lo si vuole spacciare per nuovo.

Una preziosa indagine sulle più recenti forme di questo tipo di teatro è offerta da un libro di Silvana Matarazzo intitolato La Parola e la Scena, stampato dall’Editrice Zona.
L’autrice ha iniziato a occuparsi di teatro come attrice frequentando il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca teatrale di Pontedera. Laureata in Lettere, giornalista professionista, ha collaborato con la cattedra di Storia della Letteratura moderna e contemporanea di Roma Tre e ha condotto numerose rubriche di spettacolo per Radio Rai, dove attualmente lavora.
Ha scritto Teatri a Roma. Tra storia e contemporaneità (Napoli, Edizioni Intra Moenia, 2004).

In questo suo nuovo lavoro produce un’esplorazione sulla parola e la scena estremamente ben condotta attraverso conversazioni con dieci drammaturghi: Manlio Santanelli, Franco Scaldati, Ugo Chiti, Enzo Moscato, Giuseppe Manfridi, Edoardo Erba, Antonio Tarantino, Spiro Scimone, Emma Dante, Letizia Russo.
Il volume è concluso un incontro con Toni Servillo.

A Silvana Matarazzo ho chiesto: nell’epoca delle “psicotecnologie” (copyright Derrick de Kerckhove) e in anni in cui nello spettacolo le tecnologie sono spesso protagoniste, qual è il ruolo che assegni al teatro di parola?

Io credo che, nonostante la trasformazione sempre più veloce dei sistemi di comunicazione e l’egemonia delle nuove tecnologie, la parola continuerà ad essere il più importante veicolo di emozioni e pensieri, lo strumento più adatto per indagare sul nostro presente. Allo stesso modo il teatro che, come afferma Toni Servillo, rimane uno dei pochi luoghi in cui gli uomini si riuniscono in assemblea per capire qualcosa di più di se stessi, continuerà a trovare nella parola la possibilità di narrare il proprio tempo senza reticenze e ipocrisie.
D’altro canto, bisogna aggiungere che la distinzione così netta tra teatro di parola e teatro d’immagine, concettuale o mediale, è ormai obsoleta. Non esiste più, infatti, questa frattura così netta tra il testo e la rappresentazione scenica, che proprio gli autori intervistati nel libro hanno contribuito ad eliminare facendo ricorso a una scrittura “fisica”, che mescola forme espressive diverse, e servendosi di una lingua pregna di risonanze ed evocazioni
.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Silvana Matarazzo
La Parola e la Scena
Prefazione di Antonio Audino
Pagine 176, Euro 18
Editrice Zona


Le "cose assenti"

Comincio l’anno di Cosmotaxi con una nota che contiene un duplice percorso: perché scrivo del Touring Club Italiano e di un viaggio letterario.
Con la Presidenza di Franco Iseppi (mi fu compagno in un viaggio nella mia taverna spaziale sull'Enterprise), il Touring oltre a darsi una nuova immagine che, ancora meglio dei suoi pur gloriosi anni trascorsi, lo inserisce in una visione del turismo aderente ai nostri giorni, ha inaugurato una visitazione del passato custodito nei suoi archivi fotografici e letterari.
Già l’anno scorso pubblicò uno scritto di Italo Calvino – Castelli di delizie e castelli del terrore – composto per il Touring e ora rinnova quella felice esperienza con un altro testo stavolta di Valentino Bompiani, in foto, nato ad Ascoli Piceno nel 1898 e morto a Milano nel 1992, intitolato Le “cose assenti”.
Si tratta di pagine dell’editore-scrittore che nel secondo volume (1982) di “Foto d’Archivio” – dedicato a immagini dell’Italia fra il 1915 e il 1940 – accanto al commento delle fotografie curato da Italo Zannier, tracciano una lettura storica, umanistica e letteraria di quella documentazione iconica.
E con quanta finezza!
Perché Bompiani oltre ad essere stato uno dei più grandi editori europei fondando nel 1929 la casa editrice che porta il suo nome e che con il famoso “Dizionario delle opere e dei personaggi” seguita da “Dizionario degli Autori”, gli fu riconosciuto il patrocinio Unesco, oltre a dirigere dal 1953 al 1971 “Sipario”, la maggiore rivista di teatro in Italia, è uno scrittore di grande valore.
Ne è dimostrazione un libro che consiglio alla vostra lettura: I vecchi invisibili, splendide pagine sulla senilità.

Franco Iseppi, nella prefazione a Le “cose assenti” cita un passaggio di quel testo – sottolineo quanto già scritto prima: è del 1982 – che qui mi piace ricordare per l’acutezza e la modernità che possiede: … spetta a ciascuno, individualmente, di dare consistenza, sommandosi, ai fatti collettivi, che vanno tenuti per mano, come figli. La vita collettiva comincia nella coscienza dei singoli.

Valentino Bompiani
Le “cose assenti”
Touring Club Italiano
s.i.p.


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