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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Geologia di un padre

Il nome di Valerio Magrelli – nato a Roma nel 1957, uno dei maggiori poeti italiani – è da tempo noto e amato dai lettori. Traduttore e saggista, è ordinario di Letteratura francese all'Università di Cassino. Debuttò con “Ora serrata retinae” (Feltrinelli, 1980), poi: “Nature e venature” (Mondadori, 1987), “Esercizi di tiptologia” (Mondadori, 1992).
Tra i suoi lavori più recenti in prosa: La vicevita (Laterza 2009); Addio al calcio (Einaudi 2010); Nero sonetto solubile; (Laterza 2010); Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi 2011). Nel 2002 l'Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Collabora alle pagine culturali di ”Repubblica”.

Di bei libri, Valerio Magrelli ne ha firmati tanti e non solo di poesie, ma anche in prosa. Sperando di non sbagliare, che io sappia, però, mai ha pubblicato un romanzo. Sicché aver trovato sul web la definizione di “romanzo” per questo recente Geologia di un padre, pubblicato da Einaudi, mi ha non poco stupito. Scrivere un romanzo è una colpa che mai ha macchiato Magrelli.
Almeno di non volere ricorrere alla dizione “romanzo sui generis” che salva tutto.
Queste pagine bellissime, dedicate al padre dell’autore, Giacinto Magrelli, attraverso 83 capitoli (tanti quanti furono gli anni che videro in vita Giacinto) nulla hanno di fiction, nisba trame. Sono lacerti di vissuto che si presentano talvolta terribilmente immobili come le foto in bianco e nero di un album di famiglia (quei raccoglitori, mi sembra, esistano per dannarci), talaltra come brevi sequenze di un film amatoriale girato in famiglia con quegli sfarfallii di luce, quegli improvvisi scatti in avanti della pellicola, con corpi non più esistenti, naufragi di tempo, memorie precipitate nel pozzo degli anni.
Questo padre ci era già apparso in precedenti pagine – “Addio al calcio” – immagini lampeggianti come quelle del figlio dell’autore. Autore che, novello Enea, sopportava il peso di Anchise ma già immaginandosi vecchio si faceva guidare dalla mano di Ascanio.
E di presentimenti gravati d’anni non è un caso che ne troviamo un terribile raggio in uno dei versi che chiudono il volume (aperto con disegni di Giacinto Magrelli) Vecchiaia – inizia il Grande Mimetismo, / divento sempre più simile a mio padre. / Giacinto, ti raggiungo!
Questo è un libro straziante e mai sentimentale, violento e rispettoso, un libro che, come si apprende dalla lettura, da tempo, in un mare d’appunti, seguiva le onde della vita dell’autore.
Anche la scelta della copertina recita il suo prologo di nero inchiostro. Tratta da un’opera chiamata “La grotta di Polifemo” con il Ciclope che s’accinge a mangiare un uomo ispirandosi alla più conosciuta avventura del Gigante nell’Odissea, perché Polifemo dà il nome di varie vicende nella mitologia greca, ma quella narrata da Omero è la più nota.
Ebbene, quel disegno è di Giacinto Magrelli.
Se ne possono dedurre varie conclusioni, le lascio al lettore.
Quando sono arrivato all’ultima pagina, ho immaginato che quel volume con i suoi caratteri stampati, ben infitti nella carta, forse è una di quelle opere che mai finiscono, andrebbero riscritte negli anni per conoscere quali nuove ferite si sono aperte e come si sono ulteriormente increspate essiccandosi le cicatrici.
Un libro che, riscrivendolo, rivela allo scrivente ciò che sa, però smemorando alcune cose e rammemorandone altre, un libro infinito. D’infinita bellezza.

CLIC per una videointervista a Magrelli su "Geologia di un padre".

Valerio Magrelli
Geologia di un padre
Pagine 160, Euro 18.00
Einaudi


Pensieri verticali


“Io ho aggiunto un altro anello alla catena, e l’hanno chiamato libertà”.

A scrivere questa frase è il compositore statunitense Morton Feldman (New York, 12 gennaio 1926 – Buffalo, 3 settembre 1987).
Per un’estesa biografia e un essenziale profilo critico della sua musica: CLIC!
Ora una raccolta di suoi scritti sono stati mandati da Adelphi nelle librerie con il titolo Pensieri verticali.
Brani musicali, scritti, interviste, bibliografia e altro ancora QUI.
Fra le particolarità di questo compositore c’è da segnalare ai non addetti ai lavori il fatto che oggi è frequentissimo lo scambio di linguaggio fra arti visive e musica, ma negli anni ’50 del secolo scorso fu questa una novità che vide tra i protagonisti Feldman che da Cage capì l’importanza del rapporto segno-suono legandosi d’amicizia con Rauschenberg, Pollock, Rothko…

Al musicista e musicologo Guido Zaccagnini, una delle voci storiche di Radio Rai (ricordo che ha curato e tradotto per Adelphi “La generazione romantica” di Charles Rosen e, per Einaudi, “Su Beethoven” di Maynard Solomon; ha pubblicato una monografia su Berlioz: “Hector en Italie” edito da Pendragon), ho chiesto un flash sulla persona e la personalità di Morton Feldman.

L'importanza di Feldman è sfuggita, clamorosamente e colpevolmente, ai più: ma non ai più saggi e non, tra questi, alle edizioni Adelphi. “Vertical Thoughts” è il titolo che Feldman dette a cinque suoi pezzi composti nel 1963, e “Pensieri Verticali” è il titolo di questa preziosa raccolta di suoi pensieri, scritti, commenti alle proprie opere, ricordi. Morton Feldman era decisamente pingue. Ma più che sottile nei suoi ragionamenti: "Byrd senza il cattolicesimo, Bach senza il protestantesimo e Beethoven senza l'ideale napoleonico sarebbero figure minori... Diciamo pure, per essere alla moda, che ‘l'arte è morta’. E' morta molto tempo fa, ciò che è venuto dopo è analisi o sociologia... Nella pittura, se esiti, diventi immortale. Nella musica, se esiti, sei perduto".
Feldman era molto miope. Ma i suoi occhi vedevano lontano: aveva quello che Adorno chiamava "der lange Blick". E rivolgeva il suo sguardo al tempo, alla pittura, al cibo, alle sigarette, all'estetica, ai colleghi: "Stockhausen crede in Hegel; io credo in Dio. Tutto qui." Un giorno John Cage lo portò da Robert Rauschenberg, che Feldman non conosceva. Entrato nel suo studio, Feldman rimase ipnotizzato da una grande tela. "Perché non la compri?" disse Rauschenberg. "Quanto chiedi?" "Non so, quello che hai in tasca." Feldman tirò fuori sedici dollari, che Rauschenberg incamerò tutto contento. Quelli eran giorni, sì quelli eran giorni...
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Morton Feldman
Pensieri verticali
Traduzione di Adriana Bottini
Introduzione di B.H. Friedman
Postfazione di Frank O’ Hara
Con una nota di Mario Bortolotto
Pagine 305, Euro 30.00
Adelphi


Tra le Righe


È alla prima edizione il Festival Tra le Righe dedicato alla piccola e media editoria.
Promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cinisello Balsamo, si terrà presso il Centro culturale Il Pertini che nei suoi 5000 metri quadrati ospita una pluralità d’iniziative com’è possibile conoscere visitando il suo sito web.

Partner principale del Festival: CSBNO, il Consorzio Sistema Bibliotecario Nord Ovest, il più grande consorzio bibliotecario italiano, con un patrimonio complessivo di oltre 1.200.000 volumi.
Altri partners: RataplanMaster di editoria, Università Cattolica di MilanoZephiro EdizioniMedia Library Online.

Per conoscere le case editrici che espongono: CLIC!
Nei giorni del Festival ci saranno reading, presentazioni, workshop, tavole rotonde, tutorial dedicati al mondo ebook, laboratori per bambini.
Il Programma in dettaglio sta QUI; si preannuncia brioso e piccante lo spettacolo di Alberto Patrucco che apre il Festival venerdì 22 alle 18.15 presso l’Auditorium.

A Gianni Stefanini, Direttore del Consorzio Biblioteche del Nord Ovest, ho chiesto: nello scenario dei festival letterari, qual è la caratteristica che distingue "Tra le Righe” dagli altri?

Nello scenario dell’Italia dai “mille festival” ci sono almeno due elementi che distinguono “Tra le Righe”: la sua collocazione in una biblioteca pubblica, peraltro un gioiello appena inaugurato, e la valorizzazione spinta della piccola e piccolissima editoria.
Editoria e biblioteche (ma non editori e bibliotecari) scontano forse una contrapposizione antica derivante dal pregiudizio che un prestito in biblioteca è una mancata vendita: i dati di ricerche scientificamente corrette (ricerca Ipsos presentata da Luca Comodo in occasione del convegno sui dieci anni del Csbno) hanno mostrato che in realtà il prestito è una prevendita. Gli utenti di biblioteca acquistano il 10% in più dei non utenti.
La biblioteca ha dimostrato di essere un catalogo permanente dell’editoria in grado di restituire anche ai piccoli editori quella visibilità che la filiera commerciale del libro non consente: anche questo aspetto è una differenza del festival “Tra le Righe” dai mille festival in Italia
.

Direzione organizzativa: Rataplan snc
email: info@rataplaneventi.it – mob: 340 – 85 30 847 e 340 – 84 61 484

Ufficio stampa: Maria Vittoria Gatti, email: mavi.gatti@mvgpress.it – tel: 329 – 42 19 258
Carla Bua, email: comunicazione@mvgpress.it - tel: 328 – 14 22 147

Tra le Righe
Centro culturale Il Pertini
Piazza Confalonieri 3
Cinisello Balsamo
Dal 22 al 24 febbraio


Valentina Rosselli

La seducente Valentina così si descrive: Sono nata il 25 dicembre 1942 a Milano, dove risiedo in Via De Amicis 45. Nubile, professione fotografa, sono alta 1 metro e 72, occhi chiari e diversi segni particolari. Ho un carattere complesso, ricco di sfaccettature e contraddizioni, tanto che molte donne hanno finito con l’identificarsi. In me convivono aspetti femminili con caratteristiche più maschili. Come Crepax sono al tempo stesso timida ed esibizionista.

Già perché Valentina Rosselli, nata dalla matita di Guido Crepax apparsa per la prima volta sulle pagine di "Linus", è stata una rivoluzione nel panorama culturale e fumettistico italiano degli anni '60. Sensuale, dirompente, indipendente ed emancipata, ha conquistato ben presto il pubblico femminile così come quello maschile, diventando in poco tempo un fenomeno mondiale. Icona degli anni sessanta e settanta, grazie alla complessità del carattere e alle sfaccettature delle sue avventure, Valentina rispecchia le pulsioni di emancipazione e conflitti generazionali che hanno caratterizzato quegli anni e che sono ancora oggi estremamente attuali.
Recentemente il programma "Fumettology" di Rai5 ha dedicato uno speciale a Valentina, raccontandola attraverso la testimonianza della famiglia di Guido Crepax, esperti di fumetti, critici d’arte, stilisti di moda e di chi, con lui, collaborò ai tempi di "Linus":
Vi consiglio la visione di questo video.

A dimostrazione dell'influenza che il suo personaggio continua ad esercitare sul pubblico italiano e non solo, è in corso - finissage il 30 marzo - alla Libreria Babele di Firenze la mostra “In arte… Valentina”, con 22 tavole originali.
Dal 22 febbraio al 3 aprile Valentina sarà anche a Napoli presso l'Associazione Culturale HDE con la mostra “I viaggi di Valentina”, che metterà in vendita 31 tavole originali e preziose litografie.
Dal 23 febbraio al 5 aprile si terrà invece a Roma, alla Cart Gallery, la mostra “Ciak: Valentina”, che metterà in vendita 30 pezzi originali fra tavole e disegni.
Il 31 luglio 2013 ricorrerà inoltre il decennale della morte di Guido Crepax (Milano, 15 luglio 1933 – 31 luglio 2003) e per quest'occasione l'Archivio Crepax ha in programma numerose iniziative che saranno presentate nei prossimi mesi.
La prima edizione critica delle storie di Valentina, curata da Luisa e Antonio Crepax e corredata di contenuti speciali a commento di ogni storia (curiosità, background, riferimenti culturali, citazioni da altre forme d’arte), è stata pubblicata da Magazzini Salani . I titoli in catalogo (Biografia di un personaggio, I sotterranei, Fiabe robotiche, Misteri e misfatti, Relazioni pericolose, Storie metropolitane, Trilogia di Baba Yaga) raccolgono in modo tematico le avventure del caschetto più famoso d'Italia, mettendo ordine fra storie di fantascienza, fantasy, spionaggio, sogno ed erotismo.
Più recentemente, Magazzini Salani ha presentato anche una serie di quaderni, shopper, t-shirt e magneti originali dedicati ai fans di Valentina.

Ufficio stampa Magazzini Salani: Silvia Pilloni
mail: ufficiostampa@magazzinisalani.it; tel: 02- 43 811 659


Tre operai


In occasione del ventennale della scomparsa di Carlo Bernari (in foto), il figlio Enrico Bernard ha presentato un’edizione teatrale di quelle pagine e così commenta l’attualità di quel libro e il taglio del suo lavoro scenico.

Le vicende di Anna, Teodoro e Marco, i tre giovani operai del titolo sempre in cerca di lavoro e di una esistenza possibile, più Maria, una ragazza che tenta altre strade più facili e dirette per la sua vita, sembrano scritte ai nostri giorni. Invece il romanzo di Carlo Bernari, ambientato nel primo ventennio del ‘900, precedentemente all’avvento del fascismo, fu pubblicato nel lontano 1934. Basta questo per spiegare la forte attualità di “Tre operai”: i protagonisti potrebbero essere figli della classe operaia dei giorni nostri che, particolarmente al sud, combattono contro la disoccupazione e per l’emancipazione umana. Temi centrali sono la ricerca dell’amore, del riconoscimento sociale, aspirazioni e delusioni, fughe idealistiche, infatuazioni ideologiche e pesanti sconfitte “personali” e “di classe”.
La riscrittura teatrale dell’opera letteraria ha drammatizzato, operandone una sintesi asciutta e tesa, il filo conduttore di un’opera letteraria di ampio respiro così da esprimerne tutta l’urgenza sociale ed esistenziale per generazioni di giovani, purtroppo ancora oggi in crisi di valori e di lavoro. Il messaggio, così evidenziato da una drammaturgia che punta ad una sintesi per o scene, si manifesta netto e chiaro in tutta la sua umana. La particolarità di questa trasposizione teatrale è che i dialoghi originali sono rimasti inalterati a dimostrazione della modernità del romanzo di Bernari che, scritto tra il 1928 e il 1932, rappresenta ancora oggi una pietra miliare non solo della nostra letteratura, ma della storia politica ed economica italiana
.

Enrico Bernard ha pubblicato presso Bulzoni la commedia “Holy Money” dal quale ha tratto il film The Last Capitalist la cui sceneggiatura sarà pubblicata dall’editore Maltauro.
Il sito web di Enrico Bernard da poco ha debuttato in Rete.


Blue Codes


Alla Galleria Silbernagl & Undergallery di Milano è in corso una mostra di Piero Addis dal titolo Blue Codes, curata da David Galloway.
Prima di spiegare il perché del titolo, ecco una nota biografica di Addis.

In foto: “Putti”, 2012, Giclée & tecnica mista su lino.

Ha studiato alla Nuova Accademia di Belle Arti a Milano, sotto la direzione di Emilio Tadini. Dopo la laurea, ha iniziato la carriera di Art Director presso agenzie di pubblicità internazionali d’importanti capitali europee contribuendo alla realizzazione di campagne di successo e conseguendo un master biennale tra New York e Tokyo.
Nel corso degli anni ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.
Ha tenuto lectures e seminari in università italiane e straniere: Milano, Roma, Berlino, Barcellona, Praga, Caracas, Mexico.
Dal 2003 al 2006 ha ricoperto il ruolo di Head of Arts and Culture per le Olimpiadi di Torino 2006 coordinando un cartellone culturale con oltre 250 eventi artistici in relazione allo sport.
Come direttore artistico ha curato l’ideazione e la realizzazione di grandi eventi durante il Festival di Cannes per circa cinque anni oltre ad alte iniziative di rilievo internazionale come la presentazione a Parigi della candidatura di Milano all’Expo 2015, Bollywood directors & producers a Bombay, la partecipazione della Regione Lombardia all’Expo di Shanghai 2010.
Dal 2009 collabora con Regione Lombardia per gli eventi d’arte realizzando un ricco programma espositivo in qualità di direttore artistico; tra questi, la mostra “La Regione dà luce all’arte” con proiezioni delle opere sulla facciata del Grattacielo Pirelli su una superficie di oltre 7000 mq.
Ha presentato personali e collettive in gallerie private e spazi museali pubblici a Parigi, Miami, Boston, Klagenfurt, Buenos Aires, Caracas, Mexico, Guatemala.

Veniamo ora a “Blue Codes”. La mostra è intitolata “Blue Codes” (Codici Blu) perché le quindici opere esposte si riferiscono a voli che l'artista ha fatto in questi ultimi anni: "LH3959" per un viaggio da Milano a Francoforte; "AF511" per Damasco-Parigi; o "SU279" per Mosca-Milano. Durante questi viaggi aerei Addis ha fotografato il cielo visto dal finestrino dell'aereo, raccogliendo materiale visivo che in seguito ha fuso con scene "celesti" dei dipinti di Giambattista Tiepolo.
Scrive il curatore David Galloway: Il lavoro finito è lontano dall’essere un semplice “composite”. Un’intera sequenza di immagini è sovrapposta, modificata, stampata sulla migliore carta fatta a mano, trattata con acquerello o inchiostro, nuovamente sottoposta a scansione, ristampata e infine montata su tela. Anche questa fase finale, talvolta, è ulteriormente lavorata e trattata con foglia d'oro, nello spirito del Tiepolo. L'illusione fluido-spaziale creata dal maestro veneziano è tradotta in un linguaggio contemporaneo da Piero Addis, il quale impiega non solo i media elettronici, ma anche strumenti classici come pennello, matita e penna.

Come Addis, anche Tiepolo è stato un viaggiatore che ha realizzato lavori su commissione in tutta Italia producendo alcuni dei suoi affreschi più belli a Würzburg e Madrid dove il colore blu è un elemento centrale in quelle opere.

Catalogo More Mondadori.

Ufficio Stampa: CLP Relazioni Pubbliche, Tel +39 02 - 367 55 700; clp@clponline.it

Piero Addis
Blue Codes
Galleria Silbernagl & Undergallery
Milano, Via Borgospesso 4
Fino al 9 marzo 2013


Luminosa Signora


Metto oggi insieme due libri (in ordine alfabetico secondo i nomi degli autori) non perché abbiano comunanza tematica o stilistica, proprio nessuna, ma perché entrambi rappresentano campioni di scrittura che non si fa romanzo.
Chi segue queste pagine web sa che non ce l’ho certo con Rabelais, Cervantes, Swift, Celine o Joyce (e con tanti altri), ma dubito che dopo gli “Esercizi di Stile” di Queneau si possano scrivere pagine degne d’essere vissute, comprese forse quelle di Queneau che vennero dopo quel libro e, manco a dirlo, le mie con la sola eccezione, ad essere generosi, de Il resto è silenzio. Oggi preferisco questo tipo di scrittura ideata e pensata per il web e i suoi specifici espressivi.
Le ultime cose che apprezzo scritte su carta secondo procedimenti tradizionali sono quelle che evitando trame e personaggi fanno della scrittura stessa l’oggetto estetico. Doveroso pensare a Manganelli.
E’ il caso di Alfonso Lentini (in foto) che, sfiorando pericolosamente il circuito narrativo, lo rinnega proponendosi come epistolario nel vuoto. Perché la Luminosa signora alla quale scrive un uomo dalla misteriosa ferita (come quella del disperato Keaton nel beckettiano Film) questa Lettera veneziana d’amore ed eresia è un fantasma immaginato, però, con belle carni, capelli ambrati (… mica male, insomma), ma creatura motrice di scrittura e mai presente. Incrocio fra la Dulcinea di Don Chisciotte e la moglie del Tenente Colombo, creature evocate sempre dai protagonisti e sempre assenti, attraverso il tempo gemelle di cellulosa e celluloide.
A tratti si ha la sensazione che quella lettera sia indirizzata a una signora (mai n’è detto il nome) che si chiami Scrittura con i suoi vezzi, le malizie, il concedersi e ritirarsi, nel giudizioso tentativo di fare affogare l’autore in un mare d’inchiostro.
Il volume s’avvale di una postfazione di Antonio Pane (uno dei più grandi studiosi in Italia di Antonio Pizzuto) e non mi meraviglia si sia appassionato al lavoro di Alfonso Lentini, il quale opera su “una tessitura poliedrica (e fondata su materiali ‘porosi’, suscettibili di continue infiltrazioni”.
Di Lentini sui miei scaffali ho un altro suo libro che molto mi piace e consiglio: Piccolo inventario degli specchi.
Su questo sito, Lentini, con note biografiche, opere visive e dichiarazioni stilistiche, lo trovate nella Sezione Nadir.

Alfonso Lentini
Luminosa signora
Con una Postfazione di Antonio Pane
Pagine 120, Euro 8.00
Mauro Pagliai Editore


La musica della neve


Ecco il secondo libro che ho scelto di recensire oggi insieme con quello della nota che lo precede. Insieme, per le ragioni prima esposte.
Sguardo e sensorialità, tempo e interiorità, dominano le pagine del volume La musica della neve di Davide Sapienza.
Ovviamente non è un romanzo (altrimenti non ne scriverei), ma un inno in prosa (fosse in versi non me ne occuperei) alla Natura e a un suo preciso elemento: la neve.
In un angolo di pagina si legge: “Dalla musica ho sempre tratto ispirazione per osservare la geografia”.
Quale musica della neve piace a Sapienza? Non si riferisce al “Valzer dei fiocchi di neve” di Tchaikovsky, né alla “Musica di Natale” di Handel, neppure alla “Fanciulla di neve” di Rimskij-Korsakov, ma, forse, ad un insieme d’emozioni che tutte quelle note remixate potrebbero avere in un sottofondo creato da un musicista della bootleg culture.

Per la biografia dell’autore: CLIC!
Alla bio manca soltanto un recente lavoro (con Franco Michieli), edito da Zanichelli nella nuova collana “Scritture creative”: Scrivere la Natura.

“La musica della neve” è un raffinato esercizio di scrittura che fa danzare le parole in variazioni su tema su quel bianco, sempre diverso e uguale a se stesso sui monti, nelle valli e sui tetti delle case. Esercizio raffinato e difficile che mi ha fatto pensare a quegli scrittori che una sola cosa l’hanno rifratta in una moltitudine d’immagini e riflessioni, ora dirette ora metaforiche; un esempio per tutti – per riscaldarci un po’ in tanto nevoso gelo – “La fiamma d’una candela” di Bachelard.
La neve osservata da Sapienza non è soltanto italiana perché il suo amore per il viaggio lo porta a conoscere, ad esempio, l’innevata Islanda laddove in un “dialogo tra la mente, il corpo e l’inconscio” l’autore arriva alle soglie di un vero e proprio satori.
Altro merito di queste poetiche pagine è che pur non facendo richiami scientifici, fa dischiudere, almeno per lettori come me, un’altra poesia, forse la più alta di tutte: quella della Scienza.
La neve: una moltitudine di minuscoli cristalli di ghiaccio tutti aventi di base una simmetria esagonale, cristalli che si affacciano nel labirintico mondo frattalico di Mandelbrot.

Davide Sapienza
La musica della neve
Pagine 96, Euro 8.50
Ediciclo Editore


Lettere alle pornostar


C’è una casa editrice in Italia che stimo e mi piace assai, si chiama 80144 ed è un cap di felicissimo approdo.
Me ne sono già occupato in occasione di una splendida graphic novel intitolata Suburbans ambientata tra livide luci metropolitane di quartieri malfamati; date uno sguardo a quel link ci sono anche altre piccanti segnalazioni che potranno interessarvi.
All’80144 riescono a trattare con titoli birichini cose serissime che investono caratteri, tic e derive della nostra società, in questo caso, come il sottotitolo della pubblicazione meglio chiarisce, c’è offerto un vero saggio involontario (per chi ha riempito quelle pagine, ma ben studiato dall’editore-curatore) di sociologia o antropologia, fate voi: Io speriamo che me la chiavo I fans scrivono alle pornostar.
Si tratta di lettere, spesso manoscritte, indirizzate alla Rabbitt Video, leader della produzione e distribuzione di film hard – tra le sue star: Eva Henger, Selen, Rocco Siffredi. Missive scritte alla metà degli anni ’80 quando la Rabbitt invitò (nelle riviste per soli adulti o nei titoli di coda dei propri film) aspiranti attori e attrici a proporsi per provini a luci rosse.
Nella prefazione, Paolo Baron – dominus and patron della Casa (… astenersi da scontate battutacce, please!) spiega: “Nessuna lettera è stata corretta, i refusi sono lì, intoccati come la punteggiatura. Il volume è diviso in due parti ‘Gli aspiranti attori’ e ‘Gli aspiranti registi’ […] I dati personali, com’è ovvio, sono stati eliminati, così come purtroppo abbiamo dovuto eliminare le foto trovate nelle buste, foto che avrebbero meritato la pubblicazione forse anche più delle lettere stesse. In chiusura, abbiamo affidato il materiale selezionato per la pubblicazione a un grafologo per farci raccontare quanto quelle lettere dicessero la verità sui firmatari stessi”.
Le lettere sono solo maschili (la provenienza geografica non esclude nessuna regione d’Italia) perché pare che le donne scriventi erano tutte meno divertenti, i loro scritti, in pratica, simili ai tanti messaggi inviati a divi del rock o attori famosi, più riverenti che desideranti.

Ecco un brano da lettera inviata.

Il sottoscritto 23enne, nubile, alto 1.70, castano, altruista, estroverso, interessante onesto, serio lavoratore, affascinante, simpatico ed eloquace, sensibile e abbastanza colto, amante vita, viaggi, libero batterista; molto affascinato dall’alta sembranza in cui la Vostra impresa di produzione occupa una posizione di punta.

Oppure ancora.

Caro Rocco nella Rabbitt home video,
Mi permetto di scriverti questa lettera. Mi sono deciso dopo aver visto dei protagonisti che ho il fisico e il cazzo adatto per questo lavoro, non voglio vantarmi. Se ti serve ho cerchi, ho hai la possibilità di darmi lavoro in quel mestiere, mi piacerebbe che mi dai una possibilità, io sono a tua disposizione, aspetto al più presto una tua risposta con impazienza. Sono geloso delle dimensioni del tuo cazzo però sono pronto a sfidarti.
Spero di non aspettare nel vuoto
.

Tanti i deliri sulle proprie capacità amatorie, le confessioni di disperate notti guardando videocassette porno, ne viene fuori un quadro di desolante ignoranza sessuale, fantasie non troppo fantasiose, modeste febbri spacciate per ardenti temperature. E più che ai profumi afrodisiaci di un bordello orientale, aleggia nell’aria l’odore d’incenso della sessuofobia cattolica della quale gli aspiranti attori sono inconsapevoli vittime.

Io speriamo che me la chiavo
Prefazione di Paolo Baron
Pagine 144, Euro 9.90
Edizioni 80144


Special sul Museo di Storia della Psichiatria a Reggio Emilia


Note, foto, interviste.


Museo Storia della Psichiatria

Il pazzo è uno che ha perso tutto fuorché la ragione.

Gilbert Keith Chesterton


Museo Storia della Psichiatria


In foto: opera del ricoverato Federico Saracini, 1898.

Cosmotaxi – come sanno quei generosi che leggono queste pagine web – si occupa spesso delle produzioni letterarie, scientifiche, cinematografiche, teatrali, o delle arti visive ispirate oppure riferite alla sofferenza psichica.
Una delle sofferenze più diffuse ai nostri giorni, basti pensare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 48% della popolazione ha sofferto almeno una volta nella vita di un disagio psichico.
In Italia disponiamo di un dato significativo, secondo il rapporto OsMed (Osservatorio dell’impiego dei Medicinali) pubblicato a luglio 2012 nel periodo compreso dal 2000 al 2011, le dosi prescritte e distribuite di antidepressivi sono aumentate del 340%.

La sofferenza psichica assume molte forme. E qui si apre uno scenario di molteplici ipotesi per curare quei tormenti; sostanzialmente si fronteggiano due posizioni, una organicista (detta anche psichiatria biologica) e l’altra chiamata cognitivista. All’interno di questi due schieramenti scientifici, vivono poi varie correnti di pensiero che giungono a diversi approdi terapeutici.
Non m’azzardo ad entrare in quel dibattito, mi mancano gli strumenti per farlo. Gradirei, però, che anche altri, come me non attrezzati, evitassero d’avventurarsi in dichiarazioni su quel campo.
Perché se si parla di cardiologia si lascia la parola agli specialisti e se, invece, si discute di psichiatria tanti si sentono in diritto d’esprimersi? Perfino evocando ideologie politiche?
Non c’è dubbio che il male psichico risenta d’ambienti sociali… ma perché le cardiopatie no?... in modo più marcato rispetto ad altri malanni che ci acciaccano, ma da qui a farsi esperti, ce ne corre. Vorrei che a parlare fossero i medici e i loro pazienti (almeno quelli che riescono ad esprimersi, e sono non pochi), le sole due parti d’umanità le quali, con diverse matrici, hanno la competenza per pronunciarsi.
E se è vero che non è necessaria una laurea in medicina per dire che Basaglia aveva ragione, è altrettanto vero che occorrono studi scientifici o esperienze di sofferenza per dibattere poi seriamente sulla questione.
Per restare in Italia e ai nostri anni, tanti i personaggi famosi che hanno sofferto disturbi di varia entità: da Indro Montanelli a Luca Canali, da Giuseppe Berto a Pietro Citati, da Valeria Moriconi a Ottiero Ottieri, da Oriella Dorella a Vincenzo Consolo, da Vittorio Gassman a Ornella Vanoni. Qualcuno ne venuto fuori, parecchi no
La Vanoni, ad esempio, diventata amica di Letizia Moratti dichiarò di volersi impegnare in politica; ne deduco che evidentemente ebbe una ricaduta.

Oggi presento uno Special su di un eccellente Museo di Storia della Psichiatria.
Si trova a Reggio Emilia e fa parte dei Musei Civici di quella città.
Questo servizio è stato reso possibile grazie alla cortese disponibilità dell’archeologo Roberto Macellari che lavora per i Musei Civici e di cui mi piace ricordare che è progettista e coautore del video Trame di pietra in mostra fino al 2 aprile di quest’anno.
A lui va il ringraziamento, assolutamente non formale, di Cosmotaxi.

Le immagini che corredano questo Special sono tratte dall’archivio fotografico del Museo.


Museo Storia della Psichiatria


La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.

Franco Basaglia, Che cos'é la Psichiatria,1967


Museo Storia della Psichiatria

In foto, opera del ricoverato Ernesto Cacciamani, 1901.

Come già detto, il Museo della Storia della Psichiatria fa parte dei Musei Civici di Reggio Emilia.
Ne è direttrice Elisabetta Farioli.

Le ho chiesto: qual è il ventaglio culturale che offrono i Musei da lei diretti?

A Reggio Emilia esiste un sistema musei articolato in diverse sedi museali: Palazzo San Francesco, Galleria Parmeggiani, Museo del Tricolore, Museo di storia della psichiatria, Museo della Basilica della Ghiara; monumentali: Sinagoga, Mauriziano;, espositive: Chiostri di San Domenico, Spazio Gerra, Officina delle Arti.
Su questo complesso di luoghi si svolge la nostra proposta culturale articolata in principali ambiti che riguardano le proposte didattiche per le scuole, la promozione di mostre, incontri, animazioni trasversali alle diverse discipline.
Per dare un’idea dell’impatto complessivo del nostro lavoro fornisco alcuni dati relativi alle attività dello scorso anno: 22 mostre con più di 25.000 visitatori, 240 incontri con 24.000 fruitori, più di 20.000 partecipanti alle attività didattiche, 89.000 visitatori al complesso delle sedi museali.
Una presenza quindi significativa quella dei nostri Musei, che intercetta un pubblico non solo cittadino ma che senz’altro ha tra i suoi principali obiettivi quella di porsi come un servizio quotidiano alla città, attivo luogo di incontro della nostra comunità, dinamico attivatore della sua memoria nella complessità della nostra contemporaneità
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A suo avviso, entrati nel XXI secolo, con le tecnologie che disponiamo, come deve proporsi un museo pubblico oggi?

Non attribuirei alle tecnologie il ruolo di esclusiva modalità per modernizzare i nostri Musei e renderli comprensibili al pubblico. Il problema mi sembra più ampio; per far dialogare il museo con la contemporaneità dobbiamo partire dal nostro essere contemporanei. La tecnologia dovrebbe essere percepita oggi come un naturale prolungamento del nostro corpo e della nostra sensibilità, Penso però a una tecnologia di nuova generazione, in grado di superare l’equivoco degli ipertesti che hanno affollato di nozioni tanti strumenti audiovisivi distribuiti nelle sale dei musei o di facili effetti di carattere spettacolare trasportati nei grandi schermi di musei che potrebbero essere collocati in qualsiasi altro luogo.
Il museo vive nella realtà dei suoi oggetti, questo non va mai dimenticato. Basta guardare l’espressione di sorpresa con cui bambini ma anche adolescenti “vedono” alcuni beni dei nostri musei. La forza visiva ma anche simbolica di un oggetto che esiste nella realtà non potrà mai essere superata dalle più specializzate forme di restituzione digitale.
Il museo è oggi un luogo privilegiato ed essenziale per la contemporaneità proprio come “correttivo” in un certo senso all’esclusivo ricorso alla tecnologia che tende sempre più a imporsi. Un “correttivo” attrattivo perché ogni museo è uno straordinario repertorio di immagini e penso che sia sull’immagine che si strutturano oggi le potenzialità di ogni forma di comunicazione. Sposterei quindi un po’ il tema: bisogna lavorare sulle immagini e sulla pregnanza dei nostri oggetti per contribuire oggi a trasmettere i contenuti dei musei ai nuovi pubblici che frequentano e dovrebbero frequentare in modo sempre più ampio e diversificato le sale dei nostri musei
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Museo Storia della Psichiatria

Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità.
Perché è la follia che detiene la verità della psicologia.

Michel Foucault, Malattia mentale e psicologia, 1954


Museo Storia della Psichiatria

In foto, opera del ricoverato Corrado Angiolini, 1929.

Il Museo di Storia della Psichiatria a Reggio Emilia ha sede nel padiglione Lombroso, che nel 1891 fu concepito nell’ospedale San Lazzaro come reparto per malati cronici tranquilli e intitolato al primo direttore dell’ospedale, Antonio Galloni. Poi trasformato nel 1911 nella Sezione Lombroso, appositamente progettata per ospitare pazzi criminali dimessi e detenuti alienati. Quindi, a partire dal 1972, gradualmente abbandonato.
Il recupero del padiglione Lombroso è stato realizzato dal Comune - Sindaco Graziano Delrio - in accordo con l’Asl, proprietaria dell’immobile, ceduto in comodato d’uso gratuito all’amministrazione.
Nel restauro sono stati recuperati i segni lasciati dai pazienti: sono conservati, ad esempio, i graffiti con cui, nel tempo, i ricoverati hanno ricoperto i muri di cortile e celle. Nel museo sono esposti anche documenti scientifici, strumenti di contenzione, foto storiche, cartelle cliniche, video su temi psichiatrici. Tutto diviso in due sezioni. Nelle celle al piano terra infatti sono esposti gli strumenti, tra cui alcuni che evocano terribilità come i cosiddetti caschi del silenzio. Nei tre saloni che precedono le celle invece è illustrata la storia del San Lazzaro e degli intrecci con la storia della psichiatria, della quale l’istituto fu per molti anni uno dei più significativi presidi in Italia.
In quelle mura fu ricoverato anche il famoso pittore Antonio Ligabue.

Gaddomaria Grassi è il direttore del Dipartimento di Salute Mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Reggio Emilia; redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria, ha fatto parte del prezioso Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria "San Lazzaro", è membro del Gruppo di lavoro per il Museo.
È anche l'organizzatore della Settimana della Salute Mentale, giunta nel 2012 alla settima edizione.

A lui ho rivolto alcune domande.
Qual è l’importanza di avere sul territorio, oggi, un Museo di Storia della psichiatria?

Perché è utile che una comunità si chieda in che modo, in suo nome, le istituzioni hanno affrontato il tema della malattia mentale nel corso dei secoli ? In primo luogo perché in questo possono rispecchiarsi: nel rispetto dei diritti e della dignità umana oltre che nella capacità di affrontare problemi complessi una società trova la cifra del suo livello di civiltà (naturalmente vale anche per le carceri e per tutti gli altri dispositivi per la gestione di problemi con forte impatto sociale). E ancora, sapere cosa è stato il manicomio può contribuire oggi al dibattito sull’attuale legislazione psichiatrica (la Legge 180) e sulle proposte di riforma. Rileggere la storia può ricordarci quali sono i rischi di ripercorrere la strada all’indietro, come alcuni vorrebbero. Da ultimo, ma non meno importante, per dar voce a chi per anni e in molti casi per tutta la vita è rimasto, privo di voce e di diritti, chiuso in manicomio.

Il Museo di Reggio, dentro e fuori le sue mura, quali attività promuove?

Quanto detto prima a proposito della storia della psichiatria ha senso solo se la parola Museo non rimanda solo ad archivi di cartelle cliniche o a collezioni di oggetti (peraltro necessari e importanti). Dai primi anni ’90 ha operato nella nostra città un Centro di Storia della Psichiatria che oggi ha proprio l’obiettivo di sostenere e coordinare le iniziative delle nostre tre realtà: Museo, Archivio e Biblioteca storico-scientifica “Carlo Livi” e Rivista Sperimentale di Freniatria (la più antica rivista psichiatrica italiana). In questi anni, in collaborazione con le associazioni di volontariato e con la comunità locale, in primis Comune e USL, sono state messe in campo moltissime iniziative. Fra queste cito la “Settimana della Salute Mentale”, nel 2012 alla sua VII edizione da lei prima ricordata, dibattiti su temi di attualità, rappresentazioni teatrali di compagnie d’utenti dei servizi, attività di ricerca storica (sulle cartelle cliniche e sulle corrispondenze dei ricoverati in Manicomio a partire dai primi dell’800), mostre di fotografie o di dipinti (fra cui “Le mura di carta”), presentazioni di libri.

Ha scritto Umberto Galimberti “La psichiatria organicista riduce tutti i fenomeni psichici ai principi che presiedono la biochimica del cervello; la psicoanalisi riduce le manifestazioni della psiche alla dinamica che presiede la sessualità infantile; le neuroscienze riducono gli scenari psichici alle dinamiche dei sistemi neuronali; la genetica riduce i disturbi psichici alla componente ereditaria e solo in seconda battuta ai fattori ambientali”
Le chiedo: a quale direzione appellarsi per saperne di più su noi umani?

L’unico modo per saperne un po’ di più (condivido il fatto che non dobbiamo illuderci di arrivare a sapere tutto sul nostro funzionamento psichico e sui comportamenti umani) è a mio avviso rifiutare ogni forma di riduzionismo, in primis biologico, come pure posizioni fideistiche e dogmatismi di ogni genere. Il paradigma di riferimento oggi non può che essere quello bio-psico-sociale, che deve conciliare, pena l’autoesclusione da parte della realtà, questi tre aspetti fondamentali della nostra vita. Aggiungo che sforzarsi di mantenere sempre un approccio rispettoso di tutte queste tre dimensioni è molto più faticoso che abbandonarsi a letture semplificate. Non vedo però alternative: semplificare questioni complesse porta in genere alla loro banalizzazione, e se veramente vogliamo “saperne un po’ di più di noi umani”, non possiamo permettercelo.


Museo Storia della Psichiatria

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“Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano”

Samuel Beckett, Aspettando Godot, 1952


Museo Storia della Psichiatria

In foto: opera del ricoverato Attilio Malagoli, 1930

Responsabile della Biblioteca Carlo Livi del Museo è Chiara Bombardieri.

A lei ho chiesto di tracciare in sintesi un profilo della Biblioteca e del valore scientifico che possiede

La biblioteca scientifica “Carlo Livi” è nata negli ultimi decenni dell’800 dai lasciti dei direttori dell’Istituto psichiatrico San Lazzaro ed è stata la biblioteca dell’ospedale fino alla sua chiusura; oggi è di proprietà della Ausl di Reggio.
Il patrimonio librario conta oltre 15000 volumi, comprende diversi testi storici ma viene anche costantemente incrementato con nuovi acquisti; le principali aree di interesse sono: psichiatria, psicologia, pedagogia, farmacologia e scienze sociali. E’ molto ricca anche la sezione delle riviste specializzate: oltre alle circa 750 testate del fondo storico, sono ancora attivi gli acquisti di oltre 130 periodici scientifici, italiani e stranieri.
Siamo consapevoli di avere un patrimonio davvero raro, sia per la parte storica che per gli aggiornamenti correnti, ed è nostra intenzione metterlo il più possibile a disposizione di chi sia interessato. Proprio per questo la biblioteca ha aderito al Sistema bibliotecario nazionale ed è presente nel catalogo nazionale dei periodici ACNP; i nostri servizi sono aperti a tutti e vanno dalla consultazione in sede al prestito a domicilio all’accesso alla rete con postazioni fisse o wi-fi, con una felice convivenza, a pochi metri di distanza, del patrimonio storico con le tecnologie del futuro
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Museo Storia della Psichiatria


“I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi”

Carlo Dossi, Note azzurre, postumo 1912


Special per Museo Storia della Psichiatria a Reggio Emilia

Cosmotaxi Special per “Museo Storia della Psichiatria”
Reggio Emilia

Fine


Milestones Music Festival (1)


A Matera (in foto, uno scorcio) dal 14 al 17 febbraio si svolgerà il Milestones Music Festival.
Festival di Jazz e non solo perché fa parte di un progetto complessivo che la Regione Basilicata e la città di Matera stanno perseguendo attuando politiche volte a ridefinire il ruolo del territorio regionale nel contesto socio-culturale europeo.

Per conoscere i componenti la Direzione artistica: QUI.

L’idea di questo Festival è in armonia con le linee tracciate dalla programmazione europea e regionale, condividendone gli obiettivi strategici e traducendo le politiche in un’azione concreta per il territorio.
Il Milestones Music Festival, infatti, coniuga in un’unica offerta diversi temi che girano sull’attrazione culturale, la didattica musicale, l’inclusione sociale, l’internazionalizzazione, l'offerta turistica permanente non soltanto legata alla stagione estiva, le occasioni di studio e di gusto che offre l’enogastronomia locale.
In pratica, il progetto utilizza la musica come strumento di promozione delle forme di cittadinanza e di miglioramento della qualità della vita.

Più precisamente, a Milestones, si avranno – oltre a tanta musica – masterclass e incontri, esibizioni di personaggi emergenti del jazz, illustrazioni del territorio, e s’annuncia (ne troverete appresso una più diffusa nota) un'interessante conferenza-convegno su musica, territorio e culture intitolata Prospettive per Matera: da Audiobox all'Europa.

Molti anche i jazzisti di primo piano in programma nei concerti, un nome fra tutti: il contrabbassista e compositore Bruno Tommaso.

Per conoscere in dettaglio il programma: CLIC!

QUI per Comunicazione e Ufficio Stampa.

Milestones Music Festival
Matera
Dal 14 al 17 febbraio


Milestones Music Festival (2)


“Innamorato della sua terra, la Basilicata. Appassionato di jazz”, così scrive, con elegante ritrosìa, in una sua nota biografica Gigi Esposito Presidente dell’Onyx Jazz Club che è all’origine del Milestones Music Festival. Biografia decisamente restrittiva rispetto a quanto ha fatto e va facendo il mercuriale Esposito.

A lui ho chiesto: come nasce e da chi è mossa l’edizione 2013 del Festival?

Il gruppo di lavoro che ha organizzato il festival è il risultato del progetto formativo Cultura In Formazione Miles (Manager of International Laboratories of Euro–Mediterranean Sounds) finanziato nell’ambito del Programma Operativo Fondo Sociale Europeo 2007 - 2013 “Trasnazionalità e Interregionalità”, di cui Onyx Jazz Club è progettista in collaborazione con l'Ente Parco della Murgia Materana, l’Ente di formazione Centro Servizi di Matera, il Centro Studi sul Turismo di Assisi, Vanni Editore s.r.l. e Jazz and Rock Schulen di Friburgo.
Il team è composto da 16 persone con professionalità diverse: grafici, giornalisti, musicisti, esperti in found raising e operatori culturali. Il progetto mira a promuovere e diffondere la cultura musicale attraverso l’organizzazione di concerti, masterclass, workshop e conferenze; tutto questo passando necessariamente attraverso la promozione e lo sviluppo del territorio nella sua interezza. La città di Matera è uno scenario naturale ideale dove si può coniugare al meglio l’organizzazione di eventi culturali, nella fattispecie di natura musicale, e la fruizione del patrimonio artistico.
Il nostro intento è, quindi, organizzare un evento di richiamo nazionale, puntando soprattutto sulla scelta delle location in grado di valorizzare il patrimonio artistico
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Tanti sono i Festival di jazz in Italia. Qual è la cifra espressiva che distingue questo festival materano dagli altri?

Il Milestons Music Festival è un Festival nel Festival. Si realizza, infatti, adesso la prima edizione, inserendola nel Festival Gezziamoci, il Jazz Festival di Basilicata che nel 2013 giunge alla XXVI edizione.
Sono molteplici gli elementi distintivi che abbiamo cercato d’integrare. La finalità ultima di questo percorso è potenziare tutta la filiera produttiva delle attività culturali, partendo dalle fasi di creazione del prodotto fino alla promozione e commercializzazione; in tal modo si è cercato di stimolare la managerialità legata all’industria della musica e dello spettacolo in tutte le sue varie declinazioni. Altro aspetto importante è la valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale del territorio attraverso un modello alternativo d’impresa, incentivando la destagionalizzazione dell'offerta turistica. Non a caso abbiamo scelto il mese di febbraio. Tutto questo integrato in un sistema di partenariato nazionale e internazionale. Non solo musica, ma una matrice di elementi che si integrano: dai laboratori per i ragazzi fino alle passeggiate alla scoperta del territorio.
Insomma, una sfida importante che racchiude al suo interno tante piccole sfide
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Milestones Music Festival (3)


Come si è già accennato in apertura, nel Festival, uno dei momenti di riflessione su musica, territorio e culture si avrà sabato 16 febbraio, con una conferenza-convegno intitolata Prospettive per Matera: da Audiobox all'Europa.
Relatore sarà Pinotto Fava (in foto), teorico della nuova comunicazione, pioniere negli studi sulla contaminazione fra i linguaggi, fondatore alla Rai dello spazio radiofonico sperimentale - Audiobox - e dell’omonimo festival internazionale che proprio a Matera ha visto svolgersi varie edizioni dal 1986 al 1990 con il patrocinio dell’EBU/UER (Unione Europea di Radiodiffusione).

A Pinotto Fava ho chiesto d’anticipare, in sintesi, a Cosmotaxi quali saranno i punti essenziali del suo intervento a partire proprio dall'esperienza storica di Audiobox.

Il Festival “Audiobox” non si limitava alla pura dislocazione delle opere, delle performances e degli incontri di studio nella città risonante. Si progettarono a partire dalle situazioni ambientali, storiche, materiche dei diversi luoghi, resi cantieri, liberamente scelti dagli artisti. Alcuni titoli, infatti, recavano il segno dell’attrazione esercitata dalla città. Ad esempio: “Spiriti Materani”, “Matera Sassi”, “Tufo Muto”.
Alla base di quella ricerca una convinzione di metodologia culturale: non si regala musica, drammaturgia, o altro, dall’istituzione alla città, ma dalla città si riceve, attraverso processi di studio-seduzione, impulso e determinazione, e si cerca di ricambiare operando.
E questo perché la materia, l’ambiente, la morfologia, la storia di una città di identità netta e forte come Matera spingono verso progetti e soluzioni molto mirati ma ben dentro la cultura europea.
A prescindere per ora dagli ambiti artistici e disciplinari (musica, arti della visione e dell’ascolto, teatro, scienze, new-inter-multimedia, eccetera), dalle entità artistiche e professionali anche locali da coinvolgere e dagli esiti e dalle forme che possono assumere, circa i temi sui quali mi tratterrò il 16 febbraio, così li sintetizzo.

- La cultura materiale di cui Matera è esempio altamente significativo come straordinario innesco per la creazione dell’immateriale e dell’immaginario.

- Il rovesciamento dell’idea “normale” di architettura: non il pieno nel vuoto, ma il vuoto dal pieno.

- La forte presenza archeologica. Metaponto, Eraclea, Syris, più Taranto. Pitagora e l’acusmatica.

- La cultura rupestre come derivazione e parentela (culturale e cultuale , oltre che architettonica) con la Cappadocia. Case, chiese, case-chiese, cave-case. Migrazioni e insediamenti monastici. L’essere ponte, cerniera tra est e ovest.

- L’impegno della città contro il rischio di desertificazione.

- Gli storici e drammatici tentativi di emancipazione femminile (Isabella Morra, poetessa).


Il giardino delle bestie

Come il Codice Penale prevede pene per cittadini colpevoli di reati, mi piacerebbe esistesse un Codice che punisse i reati commessi in Letteratura.
Fra i più gravi, dovrebbe figurare quello di scrivere una biografia romanzata; in quel caso andrebbero inflitte severe pene.
Dialoghi inventati, personaggi addirittura mai esistiti che fanno capolino in quelle storie, episodi tinteggiati in pomidorocolor, e altre fandonie nere come l’inchiostro.
Amo le biografie, ma quelle vere. Uno dei testi più difficili da scrivere, perché lì ogni virgola fuori posto viene castigata. In quei volumi, infatti, il lettore vuole (e ne ha diritto) apprendere sul personaggio illustrato dal biografo esattezze di date, citazioni di documenti, particolari riferiti da testimoni (e conoscerne attraverso l’autore la valutazione della loro attendibilità), eccetera.
Ecco perché scrivere una biografia è faticoso: mica starsene lì, occhi al cielo e penna in mano, a inventare panzane.
La biografia romanzata è un ibrido da perdonare, forse, giusto a Senofonte per la sua ‘Ciropedia’, e pure in quel caso ho i miei dubbi.

Il libro che presento oggi è l’opposto di quanto finora schernito, è uno studio serio e appassionato che senza nulla concedere all’invenzione percorre una storia drammaticamente vera affidandosi scrupolosamente a documenti: lettere, diari, memorie, testimonianze.
Il libro – edito da Neri Pozza – è intitolato Il giardino delle bestie Berlino 1934 e ne è aurore Erik Larson.
Nato a Freeport, Long Island, nel 1954. Collaboratore di Time, New Yorker, Atlantic Monthly, Harper's e altre prestigiose riviste americane, ha scritto numerose opere, tra le quali si segnalano “Isaac's Storm” e “The Devil in the White City: Murder, Magic and Madness at the Fair”.

L’8 giugno del 1933 il sessantaquattrenne William E. Dodd, indicato come un perfetto esempio di democratico jeffersoniano, ricevette nel suo ufficio, all’Università di Chicago dove insegnava storia, una telefonata che avrebbe cambiato per sempre la vita sua e dei suoi familiari: la moglie Mattie, il figlio ventottenne Bill e la figlia Martha di ventiquattro anni. All’altro capo del filo, un suo amico, il Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt che in poche parole gli disse che l’avrebbe nominato ambasciatore a Berlino.
Il 30 gennaio 1933 era salito al potere Hitler che andava assestando il suo regime attraverso violenze che non videro esclusi cittadini americani. Gli effetti della Grande Depressione, però, rendevano piuttosto indifferenti sia gli statunitensi sia molti popoli e cancellerie europee.
Dodd, dopo qualche esitazione, accetta l’incarico e va a Berlino con i suoi.
I primi tempi trascorrono felicemente, pur punteggiati da qualche episodio di brutalità che l’ambasciatore nota nelle strade, la figlia Martha (dalla vita sentimentale agitata e sessualmente assai vivace) addirittura prova qualche simpatia per i nazisti.
Presto le cose, però, precipitano, Dodd non fa mistero con Goebbels e Göring della sua diffidenza verso la politica nazionalsocialista; avverte il proprio governo che ritiene probabile un attacco bellico della Germania agli altri paesi europei; un incontro con Hitler avviene con grande freddezza e gli entusiasmi di Martha durante quell’incontro s’incrinano.
Tempo dopo, Martha diventerà un’agente dei sovietici per poi, in seguito dissociarsi anche dall’Urss di cui rileva la brutalità della loro politica estera e interna.
Il libro, pur svolto esclusivamente attraverso una rigorosa documentazione, si legge con maggiore tensione di un thriller perché si sa vero ciò che le pagine dicono.
Per questo, alla maniera dei gialli, non rivelo come finisce la storia dei Dodd; se lo facessi, alla Neri Pozza, giustamente, non sarebbero troppo felici.
Scrive Larson: “Non ci sono eroi in questa storia, o almeno non del genere dipinto in Schindler’s List, ma solo bagliori di eroismo, e persone che dimostrano una grazia inaspettata”.

Erik Larson
Il giardino delle bestie
Traduzione di Raffaella Vitangeli
Pagine 560, Euro 18.00
Neri Pozza


W Jacqueline

Così scrisse nel 1987 Federico Fellini con una biro su di una tovaglia dove sono schizzate varie figure con un Dante che incorona Jacqueline Risset. Ora quell’immagine fa parte di un imponente volume intitolato I pensieri dell’istante (parafrasando il titolo di una raccolta di poesie della Risset: 'Il tempo dell'istante') e per sottotitolo Scritti per Jacqueline Risset.
Si tratta di un quanto mai opportuno omaggio a quella grande franzosa voluto dai suoi allievi.
Il libro è stato promosso dal Dipartimento Comunicazione e Spettacolo in collaborazione con il Centro Studi italo-francesi, e la Presidenza della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi Roma Tre.
In oltre cinquecento pagine di grande formato (copertina tratta da una calcografia dedicatale da Arnaldo Pomodoro) sfilano scritti dei più grandi nomi – ben oltre cento – della cultura internazionale contemporanea.
Pagine che accanto a studi critici su questa autrice – poetessa, saggista, traduttrice in francese della Divina Commedia – riportano anche le emozioni che ha suscitato in tanti incontrandola. Troppi i nomi, ne rendono dissuasiva qui l’elencazione ma se volete conoscerne alquanti, basta un CLIC!

Jacqueline è nata Besançon – città che conosco per avervi soggiornato per un mese molti (ma proprio molti) anni fa – che presenta predestinate rime con la figura di donna e di letterata della Risset. Come lei mente forte e laica, è un famoso “oppidum” così i Latini chiamavano una città fortificata priva di confine sacro. Contiene tracce d’Italia, futura terra della scrittrice, avendo tra le sue mura museali opere di Giovanni Bellini e del Bronzino.
Intellettuale anticonformista e inquieta va a nascere in un luogo che ha dato i natali agli utopisti Fourier e Proudhon, a romantici quali Nodier e Hugo. Né forzo più di tanto i parallelismi ricordando che lì nacquero i creatori delle più moderne ombre del mondo: i fratelli Louis e Auguste Lumière. E la Nostra ama le ombre, vi si aggira in quelle meravigliose pagine del suo Le potenze del sonno.
In un mondo d’improbabili sciabolatori e qualche goffa fiorettista, Jacqueline duella di bulino con se stessa: incide ricordi sommessi e mai gridati, scalfisce cifre debitorie col destino, intaglia segni e sogni.

AA. VV.
I pensieri dell’istante
Pagine 544, Euro 50.00
Editori Internazionali Riuniti


Diario di un guardiano del Gulag

Le parole “Gulag” e “Lager” risuonano in modo sinistro nella storia del XX secolo contrassegnandone uno degli angoli più tenebrosi.
Nonostante l’aggressività del negazionismo (ieri in forma sommessa, oggi con voce più forte attraverso libri e rete), sul lager s’è fatta luce da tempo, mentre sul gulag se ne sa di meno perché la sua epoca, ufficialmente, termina nel 1960 e per molti anni ancora dopo il ’60 è stato difficile avere accesso a documenti che hanno svelato le atrocità commesse e che hanno fatto scrivere ad Aleksandr Solženicyn: “Per fare le camere a gas, ci mancava il gas”.
Inoltre, la parola “Gulag” è strettamente legata alla figura di Stalin che ne fu uno zelante organizzatore, ma passa come il solo responsabile dei crimini consumati nei campi di reclusione. Le cose, però, non stanno così, perché la storia altro ci dice.
Come ricordano Ferrara e Pianciola nel loro “L'età delle migrazioni forzate”, quei campi nacquero con gli zar, ma nel 1917 Lenin annunciò che tutti i "nemici di classe", anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo Stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali. E fu proprio su ordine di Lenin, infatti, che fu organizzata la prima rete di campi di concentramento per oppositori politici.
Né furono risparmiati anche nostri connazionali di sinistra; se ne trova documentazione presso il Centro Studi Memorial - Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Le opere più significative di cui disponiamo sono, ovviamente, delle vittime, ma ora Bruno Mondadori ha mandato in libreria le pagine scritte da un grigio carceriere, si chiama Ivan Čistjakov e il volume è intitolato Diario di un guardiano del Gulag.
Čistjakov, nato nei primi anni del secolo, cresciuto a Mosca, aveva una formazione tecnica – forse era ingegnere – ed era appassionato di teatro e di sport. Espulso dal Partito comunista, comandante di un plotone di guardie armate nel BAMlag tra il 1934 e il 1936, fu poi inviato al fronte dove trovò la morte nella provincia di Tula nel 1941.
Aveva poco oltre i trent’anni quando fu arruolato nelle truppe destinate a presidiare quel gulag in Siberia dove i detenuti costruivano un tratto della ferrovia Bajkal-Amur.
Nei due anni lì passati come sorvegliante, Ivan Čistjakov tenne un diario che, scampato alla distruzione e pubblicato oggi per la prima volta, è un documento storico di eccezionale rilevanza, anche perché unico nel proporre un punto di vista diverso da quello delle vittime. Čistjakov è un testimone umanissimo e ambiguo, stretto tra insofferenza e paura, pietà e autocommiserazione. Non è un eroe, ma prova simpatia per le miserie dei prigionieri, vede le perversioni del sistema e l’inutilità di molte sofferenze, s’irrita per gli ordini insensati. Medita il suicidio, ma desiste; sogna di tornare alla vita modesta di un leale cittadino sovietico, ma non si ribella; subisce collera, tristezza e vergogna protetto solo dalle pagine di questo diario, che diventa il suo sfogo e il suo segreto. E che costituisce oggi l’unica memoria diretta del Gulag capace di restituire la voce di un sia pur marginale responsabile del suo funzionamento.

Il volume si avvale di un poderoso saggio introduttivo di Marcello Flores (questo sito tempo fa lo ha intervistato quando fu pubblicato il suo libro La fine del comunismo da Bruno Mondadori) e di una postfazione di Irina Ščerbakova che illustra la meritoria opera svolta dall’Associazione Memorial nel portare alla luce scritti e foto che documentano l’orrore del Gulag.

Ivan Čistjakov
Diario di un guardiano del Gulag
Con un saggio di Marcello Flores
Postfazione di Irina Ščerbakova
Traduzione e cura di Francesca Gori
Pagine 234, Euro 18.00
Bruno Mondadori


Belpoliti e fiabe in Twitter

“In origine, nel lontano 2006” – scrive Luca De Biase – “quel che avevano in mente Jack Dorsey, Biz Stone e Evan Williams, gli inventori di Twitter, era di mettere a disposizione delle persone uno strumento per comunicare tra loro velocemente, un sistema per mandare qualcosa di simile a un SMS a diverse persone, contemporaneamente, dando per scontato che si conoscessero”.
Insomma un mezzo di stretta utilità, ma col tempo Twitter naviga in altri mari. Non c’è da sorprendersene troppo, molti mezzi ideati per la comunicazione sono stati usati in senso antiutilitario, si pensi alla posta e alla mail art oppure alla radio che nasce col segnale orario e i notiziari per approdare alla fiction del radiodramma.
Né mi meraviglia che sia l’intelligenza di Marco Belpoliti, in foto, (QUI una mia recente nota sul suo acutissimo “Da quella prigione”) a fare di Twitter un uso creativo e critico inventando una performance informatica di grande, e gustosissimo, livello, un ottimo esempio di narrazione digitale.
Da Doppiozero, infatti, dal 5 novembre ha lanciato un progetto che lo vede riscrivere in 140 caratteri le 100 fiabe italiane della tradizione popolare (le stesse riprese anche da Italo Calvino), per 100 giorni fino al 24 marzo 2013. Ogni fiaba è trasmessa ogni giorno alla stessa ora, con una vera e propria sigla d’apertura e chiusura – composta da Massimiliano Viel – e qualche sguardo fotografico nei retroscena dell’officina narrativa di Belpoliti, che prima di riscrivere le fiabe le ha disegnate e riassunte su un taccuino.
Questo progetto di Doppiozero è realizzato in collaborazione con Moleskine e U10.

Scrive Belpoliti: L’idea di riscrivere per twitter le “Fiabe italiane” è venuta da una conversazione con alcuni amici. Nessun testo del novecento italiano mi sembrava più adatto. Poi c’era il precedente dei fratelli Grimm-Twitter del Goethe Institut italiano. Perciò mi sono messo al lavoro. Si trattava di provare e riprovare, per trovare una formula adatta. Questa estate, sotto una veranda di buganvillea, al mare, ho cominciato a rileggere fiaba dopo fiaba, avendo alle spalle una seppur parziale rilettura ad alta voce delle medesime a mia figlia. Ho letto, prima di tutte quelle che mi piacevano di più, “Giovannin senza paura” e “Il braccio di morto” (piacciono molto anche a Olivia), storie di paura e di sfida con la morte.
Mi sono subito accorto che trasformare questi racconti in tre twitter di 125 caratteri l’uno era un’impresa improba. Bisognava tralasciare tantissimi dettagli, che nella fiaba sono tutto (s’imprimono nella mente del lettore e ci restano depositati per anni), stringere sulle cose principali, ma con il rischio di ridurre la fiaba a poco, pochissimo. Per questo ho pensato di disegnare le fiabe. Sono ripartito dalla prima, Giovannin senza paura, che probabilmente è la più calviniana di tutte, la più sua, e ho iniziato a disegnare gli oggetti principali della storia su un taccuino, e accanto le parole chiave, e anche piccole azioni. Questo per “vedere” la fiaba senza avere sotto gli occhi il testo di Calvino, dal momento che, per raggiungere la misura fissata di battute, non avrei potuto prelevare le parole dal testo, ma solo sceglierne alcune, identificando gli oggetti e le situazioni fondamentali (almeno nella mia rilettura).
Ma cosa interessava a Calvino nella fiaba? La risposta l’ha fornita nel 1959, tre anni dopo aver licenziato il volume per Einaudi: “il disegno lineare della narrazione, il ritmo, l’essenzialità, il modo in cui il senso di una vita è contenuto in una sintesi di fatti, di prove da superare, di momenti supremi”. Così nella lezione sulla Rapidità ribadisce che il suo interesse per le fiabe è “stilistico e strutturale per l’economia, il ritmo, la logica essenziale con cui sono raccontate”. Non sono, almeno le prime tre, o forse tutte quattro, caratteristiche salienti di Twitter? Sono convinto che se Calvino non ci avesse lasciato a metà degli anni Ottanta, non senza aver diagnosticato la direzione presa dalla nostra civiltà digitale, sarebbe felicissimo di vedere come molteplicità, leggerezza, rapidità abbiano preso il sopravvento nel XXI secolo, anche attraverso i nuovi media.
A partire dai disegni, ho iniziato a scrivere sul taccuino stesso, sul Moleskine, in modo tale da ridurre la fiaba ad un primo testo più breve; provando e riprovando. Poiché doveva essere esattamente di 125 battute, e non una di più, sono passato a trascrivere il tutto sul computer che mi ero portato dietro: calcola le battute in modo preciso. Sul visore la prima cosa è stata eliminare gli articoli – determinativo e indeterminativo –, memore della lezione di Gianni Celati, o almeno dei suoi primi libri, dove l’articolo quasi non c’è (in italiano non è indispensabile, bensì utile). Poi ho tolto anche la punteggiatura. Non sempre, ma solo in alcuni casi; là dove funge da separatore tendevo a mantenerla. Insomma, l’estate è andata via veloce al ritmo frenetico delle fiabe. Leggendole con la lente d’ingrandimento, cercando di disegnare e capire, ho scoperto molte cose che non avevo afferrato: le ripetizioni, le ricorrenze, gli stili, le forme, gli oggetti più presenti, ecc. Non c’è modo migliore per capirle e analizzarle che rifarle. Quasi una traduzione: dall’italiano all’italiano.
Alla fine, quando il lavoro sarà compiuto (e vorrei farle tutte e 200 se ci riesco) sarà interessante capire che lingua è quella che ho utilizzato, se e come Twitter cambia i connotati linguistici di noi scriventi
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